Premiata ditta Tremonti-Sacconi
In una normale economia di mercato il capitalista ci mette i soldi, l’imprenditore organizza i fattori di produzione, tra i quali ve ne è uno un po’ particolare e cioè il lavoro. Il lavoro viene remunerato attraverso salari e stipendi, l’imprenditorialità ed il capitale attraverso il profitto che è quanto residua dopo aver pagato gli altri fattori, compreso lo Stato.
Lo Stato fa da regolatore per impedire che si formino posizioni dominanti (monopoli o oligopoli). Non sempre le cose funzionano così semplicemente. In Italia ad esempio vi sono almeno due diffuse anomalie, anche indotte dall’esistenza di una rete diffusa di Piccole e Medie Imprese (PMI). La prima è che imprenditore e capitalista spesso coincidono, ma quasi sempre in realtà c’è solo l’ imprenditore (senza capitale). La seconda, che discende dalla prima, è che il capitale che manca viene fornito dal sistema bancario e dall’eventuale autofinanziamento (cioè dalla mancata distribuzione del profitto, che a questo punto ci sarà solo se oltre a tutti gli altri fattori produttivi viene pagato anche il prezzo del finanziatore, cioè l’interesse).
Date queste condizioni ha senso parlare di partecipazione agli utili dei lavoratori (proposta da Tremonti) come di “una grande idea” che sarà legge entro l’anno (secondo Sacconi)? Affrettandosi a precisare subito dopo che “si tratta di far partecipare i lavoratori agli utili, non alla gestione”, affinché la Confindustria non si preoccupi troppo. (Ci mancherebbe! Con la moglie di Sacconi direttore generale di Farmindustria!)
Ma c’è davvero qualcuno che possa pensare che un po’ di azioni date ai lavoratori possano far “declinare il conflitto di classe con la piena condivisione del capitale e del lavoro con una prevalenza concettuale (sic!) del secondo sul primo", come sostiene Sacconi. Siamo veramente ancora una volta di fronte ad una nuova trovata mediatica del governo, al tipico atteggiamento da “socialisti di potere” , come Sacconi e Brunetta, o convertiti sulla “via di Damasco”, come l’ex liberista(non liberale) Tremonti.
Nelle economie avanzate dove le differenze di remunerazione tra lavoratori e manager sono sensibili ma non assurde (si pensi ai 50 milioni di euro di stock option in due anni da parte di Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa S.Paolo) e dove tutti pagano le tasse non c’è bisogno di simili trovate. Là la partecipazione dei lavoratori alle strategie aziendali è un fattore consolidato. I dipendenti siedono in molti consigli di amministrazione permettendo alle imprese di realizzare importanti ristrutturazioni con la cooperazione dei lavoratori. Un manager di una importante impresa danese sostiene che “E’ più facile assumere gente quando le cose vanno bene e ridurre il personale in periodi meno buoni”. Di fronte ad un bisogno di riduzione di personale del 30% dirigenti e occupati discuterebbero se tagliare i posti di lavoro linearmente oppure se passare a tempo parziale il 60% di essi.
Tornando all'Italia, in ogni caso semmai avrebbe senso una legge alla tedesca (Mitbestimmung), che preveda la partecipazione dei lavoratori alla gestione e non la loro esclusione come vogliono Tremonti e Sacconi. In quel caso anche il sindacato potrebbe investire nelle imprese. Altrimenti può anche darsi che a qualcuno faccia comodo affibbiare un po’ di azioni ai lavoratori in cambio del salario, degli straordinari o della liquidazione.
Ma sarebbe un "déjà vu", cioè finirebbe come con Alitalia: i lavoratori che hanno accettato uno scambio di tal genere l’hanno pagato caro: gli obbligazionisti avranno il 70% del valore tra tre anni, gli azionisti praticamente nulla.
Golpe d'autunno
La maggioranza politica tenterà di utilizzare le Istituzioni per portare a compimento, nei prossimi mesi, il più devastante disegno autoritario mai concepito dal dopoguerra in poi. Un vero e proprio "golpe d’autunno". Un golpe senza armi, ma intriso di violenza morale,attraverso l’uso di uno schermo legale che porterà all’uccisione della democrazia dal suo interno.
Da un punto di vista istituzionale si cercherà di rafforzare il progetto presidenzialista, di tipo peronista, disegnato su misura dell’attuale Premier. Si tenterà di riconoscere poteri assoluti al Capo dello Stato eletto dal popolo e di conquistare il controllo quasi totale dei mezzi di comunicazione, con il Parlamento ridotto ad organo di ratifica dei desiderata dell’esecutivo.
Sul fronte della giustizia, l’obiettivo del governo è la distruzione dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura attraverso la sottoposizione del pm al potere esecutivo, oltre alla revisione della Corte Costituzionale e del Csm, certo non per liberare tali fondamentali organi dalle influenze partitiche e di poteri che pure sono presenti, ma attraverso il rafforzamento della componente politica e partitocratica.
Il desiderio dei nuovi peronisti è ovviamente quello che Berlusconi diventi il Capo, il Capo di tutto e di tutti, con ampi poteri e con questi anche il comando delle forze armate in modo da poter governare anche eventuali conflitti sociali.
Sul piano economico infatti, la maggioranza prepara la repressione al dissenso ed al conflitto sociale causato da un disegno che punta a rafforzare le disuguaglianze attraverso una politica economica che consolida sempre più i poteri forti, dove dominano l’assenza del contrasto all’evasione fiscale e l’approvazione di norme che rafforzano il riciclaggio del denaro sporco.
E’ necessaria una grande mobilitazione civile, sociale e politica che si opponga a questo disegno autoritario che rappresenterà il saccheggio della nostra Storia.
Solidarietà a Repubblica
Esprimo a nome mio e dell'Italia dei Valori piena solidarietà al direttore de 'La Repubblica', Ezio Mauro, la cui unica colpa è stata quella di aver rivolto, attraverso le pagine del suo quotidiano, delle domande libere e per questo evidentemente scomode al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Se un diritto fondamentale per un Paese democratico come quello della libertà di stampa viene meno è chiaro che viviamo oramai in un regime dittatoriale nel quale chi dissente dal Duce viene messo a tacere.
Difendere con forza i principi della libertà di stampa e d'informazione è diventata una vera e propria missione. Missione che da sempre l'Italia dei Valori porta avanti e che, per questo, non può non vederci in prima linea uniti nell'aderire all'appello di Franco Cordero, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky per la libertà di stampa, diritto che, ribadisco, dovrebbe essere alla base di un Paese democratico
Toscana: il caffè delle donne
Oggi, sabato e domenica ci saranno in Toscana tre giornate dedicate a molti temi ma con un filo conduttore unico, la figura della donna.
Le domande che faranno da sfondo ai nostri incontri saranno: perché, nonostante le donne siano presenti in tutti gli ambiti della società, il Potere politico è quasi ovunque nelle mani degli uomini?
Cosa impedisce alle donne di assumere il ruolo di direzione e di rompere il “Tetto di cristallo” che le separa dai luoghi delle decisioni politiche?
Da cosa dipende, solo dagli uomini che, con le “unghie e con i denti”difendono un potere acquisito nei secoli?
Oppure sono anche le donne (alcune) che rifiutano di adottare modalità di comando, (altre) non vedono di buon occhio le donne al potere?
Qualcosa sta sicuramente cambiando. Il processo è lento ma continuo lo dimostrano Ségolène Royal, candidata alla presidenza francese, Hillary Clinton. Segretario di Stato dopo aver tentato la scalata alla Casa Bianca, Angela Merkel che guida la Germania, Cristina Fernandez de Kirchner Presidente dell’Argentina.
Nel 2006 l'Italia, quanto a Quote Rosa, era al 48° posto, e certo faceva una certa impressione che al primo ci fosse il Rwanda. Con le elezioni politiche del 2008, vinte abbondantemente dal Pdl, quel che viene chiamato, ormai assurdamente, il "gentil sesso", ha ottenuto maggior visibilità, 21,1% alla Camera, 17,4 al Senato. Però già da allora il discorso si stava spostando dalle Quote Rosa alle Quote Rosso Fuoco, cominciando, come voleva la Ministra Carfagna, "a selezionare dal basso", piuttosto che perder tempo con signore già in alto, magari, dio ne scampi, preparate ma fuori taglia.
Forse è arrivato davvero il momento di pensare e soprattutto praticare un altro modello con il quale connotare la novità del femminile al potere.
Ricette non ne abbiamo. A parte le tanto contestate “quote rosa” che hanno alimentato il dibattito pro e contro tale strumento.
Perché è di questo che si tratta e si discute: dello strumento. Spesso perdendo di vista l’obiettivo da raggiungere: la democrazia, la piena rappresentanza dei due generi, sulla quale più o meno tutti sembrano essere d’accordo, almeno nelle intenzioni.
Graziella Candeloro Coordinatrice Toscana Donne Idv

L'imbarbarimento etico
Chi conosce l'art.54 della Costituzione?
L'art.54 chiude la Parte I ,sì proprio quella che reca i principi fondamentali, e ricorda - nel primo comma - che ogni cittadino è tenuto a rispettare la Costituzione e le leggi, ma poi aggiunge che chi ricopre pubbliche funzioni, oltre ovviamente a rispettare Costituzione e leggi, è tenuto ad adempierle “con disciplina e con onore “.
Sì, proprio così : la Costituzione - e non uno stravagante moralista o giustizialista – prescrive “disciplina e onore“ per quanti ricoprono pubbliche funzioni (il parlamentare, ma anche l'amministratore locale; il magistrato ma anche il docente, il medico e il poliziotto...).
Certo , trattasi di espressioni che appaiono” datate “, ma il messaggio è chiarissimo, prescrive - per pubblici funzionari - “un di più“ rispetto alla legalità.
E' in questo comma il richiamo costituzionale all'etica, a quella “ etica pubblica “, che è la grande assente nella vita politica, e non solo politica, italiana..
Accanto alle regole morali (del tutto individuali, collegate ad una concezione filosofica, ad una tradizione familiare , ad una fede...), accanto alle regole giuridiche ( per definizione universali e cogenti in forza della autorità della legge) ogni comunità ha bisogno di qualcosa di altro., di un insieme di regole e di comportamenti considerati cogenti e la cui violazione viene sanzionata, criticata , diviene criterio di valutazione ...ancorchè tale violazione non costituisca necessariamente un reato.
Ciò che va chiesto ai pubblici funzionari – in base ad una precisa disposizione costituzionale – non è , pertanto, se il loro comportamento è morale , non è soltanto se il loro comportamento è legale....Di più e altro : viene chiesto il rispetto di regole e comportamenti eticamente corretti.
Nei paesi civilizzati, viene censurato il far confusione tra pubblico e privato, il coltivare conflitti di interesse, organizzare in residenze adibite a ruoli istituzionali party e festini di ogni colore, coinvolgendo escort, minorenni e compagni di merenda. Sono comportamenti considerati eticamente non corretti e vengono sanzionati anche con l'allontanamento dei pubblici funzionari coinvolti, senza che venga in rilievo, ai fini della censura e della sanzione, se quei comportamenti configurano ipotesi di reato. Emblematica è la censura e la sanzione per i conflitti di interessi, censura e sanzione ricorrenti in paesi civilizzati, ancorché non vi sia una legislazione che li censura e sanziona ,” Non è reato, ma non si fa!”.
E' questa la grande importanza dell'art.54 .
Ignorano tale norma e tale importanza, quanti pubblici funzionari , criticati per i loro comportamenti , replicano dicendo :”Taci, moralista !” o “Attendo con fiducia l'esito del processo e il riconoscimento che non ho commesso un reato “.
Tutto chiaro? Sì!
Tutto semplice? No!
No, non è semplice affermare la etica nella vita pubblica di un paese. Non è semplice, perché la etica è convenzionale. La vigenza e cogenza di regole etiche dipende da convenzioni, dalla circostanza che esse vengono accettate dai consociati.
E' questa convenzione che manca nel nostro paese.
Di più e di più grave .
Da alcuni anni con il berlusconismo - che non è soltanto una persona - si sta costruendo una “etica incostituzionale e antidemocratica” , si stanno stravolgendo regole etiche precedenti e se ne stanno costruendo di altre che modificano la stessa Costituzione . Stili di vita e comportamenti che finiscono con il distruggere – anche quando non costituiscono reato – il lavoro come diritto, riducendolo in favore, la eguaglianza mortificata da impunità e privilegi di casta, il diritto di impresa distrutto da crescenti posizioni monopoliste e giganteschi conflitti di interesse.....
Accade , così ,che il potentissimo Governatore della Banca Federale di Germania si è dovuto dimettere per aver accettato da una banca privata tedesca – in violazione di un patto etico tra i banchieri :"tra noi non ci si scambiano doni” - il pagamento del conto di tre giorni in un albergo di Berlino. Si è dimesso , ancorché ricevere quel dono non costituisse reato.
In Italia , per citare esempi di berlusconismo non realizzato da Berlusconi, per liberarci da un Governatore della Banca di Italia “ eticamente analfabeta “ abbiamo dovuto attendere arrivo di Carabinieri e avvio di processi penali.
Per le regole etiche di un paese civilizzato non può restare al suo posto un Governatore della Banca Centrale che di notte parlando ad un operatore finanziario (criminale o non, nel caso sposta poco, anche se in Italia lo si fa con operatori finanziari criminali) al telefono, con frasi amichevoli,comunica di aver firmato la autorizzazione richiesta.
Per le regole etiche di un paese civilizzato, citando ancora un esempio di berlusconismo non realizzato da Berlusconi, non può, parimenti, restare al suo posto un Presidente della Regione, che discute di prezziari regionali in un retrobottega di un negozio di biancheria intima di un paese della provincia siciliana. E non occorre, per allontanare e costringere alle dimissioni quel Presidente della Regione che quell'imprenditore sia riconosciuto mafioso, come è stato riconosciuto mafioso l'imprenditore Aiello, e non occorre aspettare che quel Presidente della Regione sia condannato per aver favorito mafiosi, come poi il Presidente Cuffaro è stato condannato. Non è eticamente corretto (ancorché non necessariamente sia possibile configurare un reato) per un Presidente di Regione e per un imprenditore discutere di decisioni regionali pubbliche in un retrobottega.
Altro che “disciplina “, altro che “onore.”
Superfluo è ricordare il fiume in piena di comportamenti e messaggi che la attuale maggioranza utilizza per modificare sensibilità e regole etiche, producendo continui attentati al nostro sistema democratico e contribuendo, a monte e con la approvazione di una legislazione scellerata tutta protesa a garantire immunità e impunità, a determinare un crescente” imbarbarimento e analfabetismo etico”, che costituisce la essenza del berlusconismo
Lavoratore "cornuto e mazziato"
Questo governo è diabolico. Dopo le polemiche peri-elettorali sulla bozza di decreto correttivo al Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro presentato alla fine di aprile; dopo le accuse di incostituzionalità e i rimproveri del presidente Napolitano, dei più insigni giuristi italiani, dei sindacati e di quanti ancora ritengono che la sicurezza sul lavoro sia cosa seria e la legge un mezzo per tutelarla (e non un’autorizzazione ai potenti per fare ciò che vogliono); il ministro Sacconi & Co. hanno apparentemente battuto in ritirata. Hanno ascoltato i rimbrotti e messo al lavoro le Commissioni Parlamentari. Quatti quatti però, in maniera subdola, hanno fatto rientrare dalla finestra quello che forzatamente avevano dovuto far uscire dalla porta. Anche se, fortunatamente, la finestra era stretta e non tutto è riuscito a rientrare.
Di cosa sto parlando? Della famigerata “norma salva-manager” che tanto scalpore aveva destato un paio di mesi fa e del cui ritorno nessuno, forse complice la canicola d’agosto, si è accorto.
Vero è che stavolta non è più applicabile la retroattività e almeno i processi Thyssen ed Eternit potranno seguire il loro corso. Vero è che per rintracciarla è necessario fare salti acrobatici da un articolo a un altro e poi un altro ancora: il che è, notoriamente, roba da addetti ai lavori.
Come addetta ai lavori provo ora a spiegare l’ultima porcata del governo che mira esclusivamente a tutelare gli interessi dei datori di lavoro. Il fine ultimo è, ovviamente, agevolare l’impunibilità degli stessi.
Dunque, all’art.18 del D. Lgs 81/08, così come è entrato in vigore dal 20 agosto, è stato aggiunto il comma 3-bis che prevede che il datore di lavoro e i dirigenti sono tenuti a vigilare in ordine all’adempimento degli obblighi da parte dei preposti, dei lavoratori, dei progettisti, dei fabbricanti, dei fornitori, degli installatori e del medico competente, ferma restando “l’esclusiva responsabilità” di quei soggetti “qualora la mancata attuazione dei predetti obblighi sia addebitabile unicamente agli stessi e non sia riscontrabile un difetto di vigilanza del datore di lavoro e dei dirigenti”.
Come dire che io, datore di lavoro di una fabbrica di scarpe, devo vigilare affinché il capoturno faccia bene il suo lavoro, i lavoratori non entrino in fabbrica in ciabatte e i fornitori non mi rifilino un’attrezzatura della prima guerra mondiale. Però, se il capoturno non fa ricaricare l’estintore o l’operaio lavora su una macchina senza protezione, non sono responsabile se dimostro che non ho difettato in vigilanza.
E così abbiamo spiegato "il presupposto".
L’art. 16 dello stesso decreto si occupa della delega di funzioni da parte del datore di lavoro.
Al comma 3 precisa che la delega non esclude l’obbligo di vigilanza, tuttavia è stata aggiunta la frase che spiega che l’obbligo si intende assolto “in caso di adozione ed efficace attuazione del modello di verifica e controllo di cui all’art. 30 comma 4”.
L’articolo 30, al comma 4 spiega che il modello di organizzazione e di gestione deve prevedere un idoneo sistema di controllo sull’attuazione dello stesso. Il modello di organizzazione e gestione è quella procedura definita idonea a prevenire i reati connessi alla violazione delle norme antinfortunistiche e della tutela della salute e, tra l’altro, ha anche efficacia esimente della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. La responsabilità amministrativa è quella che consentirebbe di colpire il patrimonio degli enti e quindi gli interessi economici dei soci nel caso di reati di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell'igiene e della salute sul lavoro.
Ma se il modello adottato fosse solo una formalità?
Se non funzionasse? Se non fosse applicabile?
Nel “vecchio” D. Lgs 81 mancava proprio questo passo ed era il giudice, in sede di accertamento penale, a valutare la validità del modello adottato, ovvero la prova della solidità del modello si sarebbe avuta solo nel malaugurato caso di procedimento penale Questo governo, così attento alle regole e alla trasparenza, ha messo riparo a questa lacuna e ha previsto un controllo, una verifica sul funzionamento del modello.
Infatti, l’art. 51 comma 3-bis prevede che venga rilasciata un’attestazione del corretto svolgimento del procedimento e dell’efficace attuazione dei modelli di organizzazione e gestione della sicurezza. E chi deve rilasciare questa attestazione? Gli organismi paritetici.
Cosa sono gli organismi paritetici ce lo spiega l’art. 2 al comma 1 lettera "e": sono organismi costituiti da associazioni di datori di lavoro. Il gioco è fatto.
Io, datore di lavoro, per non essere considerato responsabile di un infortunio e per stare tranquillo, devo aver adottato un sistema certificato di organizzazione e di gestione. Ovviamente me lo certifico da solo.
Ma allora, se dovesse verificarsi un infortunio, di chi sarebbe la responsabilità?
Ma naturalmente del fabbricante, della macchina che lo ha provocato o del fornitore o del capoturno o…del lavoratore.
Questo meccanismo normativo, contorto ma facile, scarica di tutte le responsabilità penali (ed esime da quelle amministrative) il vertice aziendale, fino ai livelli inferiori.
Come sempre sarà il lavoratore distratto dalle bollette non pagate, dal problema del come arrivare alla fine del mese, dal trovare la strada promessa verso la felicità ad essere l’unico responsabile della sua morte.
Le verita' nascoste
Riporto una mia intervista rilasciata a Il Crotonese sulle verità nascoste che ora stanno riafforando riguardo le stragi di mafia dei primi anni Novanta, da quelle di via Capaci e via D’Amelio a quelle di Roma e Firenze, che passarono per la presunta ‘trattativa’ tra gli uomini di Cosa nostra e lo Stato.
Intervista:
Giornalista: Quali sono questi nuovi scenari?
Li Gotti: “La Commissione parlamentare antimafia ha deciso di avviare un’indagine sul periodo stragista della mafia, sulle possibili deviazioni, sull’ipotizzabile coinvolgimento di uomini delle istituzioni. Ovviamente si avrà l’accortezza di non pregiudicare e interferire con l’attività della magistratura”.
Giornalista: L’indagine avviata dall’Antimafia e quelle che già da tempo sta svolgendo la magistratura possono portare a dei risultati di conoscenze ulteriori rispetto a ciò che è scritto nelle sentenze?
Li Gotti: “Le indagini potrebbero dare alcune risposte agli interrogativi più inquietanti, ma c’è il rischio che si faccia confusione e che un polverone scentificamente provocato, possa portare al risultato di lasciare tutto a livello delle conoscenze attuali”.
Giornalista: Quali sono le pagine ancora oscure?
Li Gotti: “A mio parere le pagine, ed è ciò che ho detto in Commissione, ancora oscure sono: il ruolo di Paolo Bellini nella trattativa avviata da Nino Gioè (l’uomo morto suicida a Rebibbia nel 1993 e che era al fianco di Giovanni Brusca quando venne azionato il telecomando che provocò l’esplosione a Capaci). Bellini conobbe Gioè alcuni anni prima delle stragi, durante una comune detenzione nel carcere di Trapani. All’epoca Bellini agiva sotto copertura dei servizi segreti, essendo in possesso di documentazione di identità riferibile a tale Da Silva Josè. Proprio con questo nome venne tratto in arresto e conobbe Nino Gioè”.
Giornalista: Che successe dopo?
Li Gotti: “Alcuni anni dopo Bellini ritorna in Sicilia (fine 1991 inizi 1992) e prende contatto con Gioè, sollecitandolo ad aiutare il Nucleo del patrimonio artistico a recuperare alcune opere d’arte trafugate alla pinacoteca di Modena. Bellini agiva per conto del maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta e fornì al Gioè le fotografie delle opere da ritrovare. In cambio Gioè chiese un trattamento di favore per cinque capimafia detenuti. Bellini consegnò l’elenco con i cinque nomi al maresciallo Tempesta che, a sua volta, le consegnò al colonnello Mario Mori del Ros dei carabinieri. Sino a questo punto i fatti sono riscontrati con buona tranquillità”.
Giornalista: E quali sono allora i misteri ulteriori?
Li Gotti: “Bellini e Tempesta riferirono di progetti di Cosa Nostra di attentati al patrimonio artistico italiano (si parlò, da parte di Gioè, della Torre di Pisa). Tempesta ha dichiarato di averne riferito a Mori ma questi lo escluse. È comunque oggettivo il fatto che nel 1993 Cosa Nostra colpì il patrimonio artistico oltre a provocare morte (attentato a Firenze in via dei Georgofili e alla chiesa del Velabro a Roma). È un mistero chi fosse Bellini ed il ruolo che effettivamente svolse”.
Giornalista: Quali sono le altre pagine oscure?
Li Gotti: “L’incontro in carcere, in Inghilterra, del mafioso (poi diventato collaboratore di giustizia) Franco Di Carlo con misteriosi uomini dei servizi segreti, che chiedevano di sapere quale mafioso sarebbe stato in grado di compiere attentati di alto livello. Di Carlo fece il nome di suo cugino, ossia Nino Gioè. Le stragi non si erano ancora verificate. La vicenda rimane misteriosa”.
Giornalista: Dopo la strage di Capaci, a distanza di meno di due mesi, Cosa Nostra uccise Paolo Borsellino.
Li Gotti: “Ci si interroga sul perché di quella che è sembrata un’accelerazione. La risposta a questa domanda è estremamente difficile. È certo che fosse in preparazione l’attentato per la uccisione di Calogero Mannino, Totò Riina bloccò l’azione, essendo diventata urgente l’azione per eliminare Paolo Borsellino”.
Giornalista: Quale fu e se ci fu una “trattativa” tra lo Stato e Cosa Nostra?
Li Gotti: “Ci furono dei contatti tra Vito Ciancimino e il colonnello Mario Mori. Un punto oscuro è quello dell’inizio della trattativa. Prima della strage di via D’Amelio e dopo Capaci (così secondo alcune fonti probatorie) o dopo le due stragi (secondo il colonnello Mario Mori)? Non è da escludere che la morte di Borsellino possa essere collegata proprio alla ‘trattativa’”.
Giornalista: Ci sono altri interrogativi che attendono risposte?
Li Gotti: “La misteriosa scomparsa dell’agenda rossa che Borsellino teneva sempre con sé e che utilizzava per annotare sue valutazioni o accertamenti o sospetti; l’origine del misterioso foglietto, rinvenuto dopo la strage, in via D’Amelio con annotato un numero telefonico riconducibile ai servizi segreti; l’approfondimento dello studio del traffico telefonico già esaminato dal consulente Genchi e i contatti con Castello Utveggio e uomini di Cosa Nostra.
Quale era la struttura che era collocata in Castello Utveggio in Palermo? Il cambio improvviso del ministro dell’Interno (sino al 30 giugno 1992 era Vincenzo Scotti; dal 1° luglio 1992, diviene Nicola Mancino). Scotti, a una mia domanda durante il processo per la strage, disse di ignorare l’esistenza di trattative e di non sapersi spiegare la ragione del suo allontanamento dal ministero dell’Interno. Senonché, in questi ultimi giorni, Claudio Martelli, all’epoca delle stragi ministro della Giustizia, ha dichiarato, in un’intervista, che addirittura ci sarebbe stata una spaccatura nel governo tra i duri (tra essi egli stesso e Scotti) e i propensi alla trattativa. Scotti sarebbe stato sostituito, perché contrario alla trattativa. Per altro, se così fosse, la trattativa sarebbe precedente il cambio di governo (30 giugno 1992) e, quindi, precedente la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992). Ma il colonnello Mario Mori, colloca invece l’inizio della trattativa (e il suo incontro con Vito Ciancimino) il 5 agosto 1992”.
Giornalista: Si trattò di un’unica trattativa o di più trattative?
Li Gotti: “In verità Martelli ha dichiarato di più contatti cercati da Cosa Nostra con lo Stato. Rimane l’ombra sull’incontro di Borsellino con il nuovo ministro dell’Interno, Mancino, il 1° luglio 1992. Mancino non lo ricorda e non ricorda di trattative. Il suo non ricordo risale a quegli anni (dichiarazioni rese nel 1997). Non è un cattivo non ricordo di oggi. Ma l’incontro è un fatto certo, perché riferito da chi accompagnò Borsellino sino all’anticamera del Ministro”.
Giornalista: Le indagini della Magistratura aprono nuovi scenari?
Li Gotti: “Sicuramente il nuovo scenario è rappresentato dal ruolo centrale svolto dalla famiglia mafiosa di Brancaccio (dichiarazioni del nuovo collaboratore Gaspare Spatuzza, ritenuto attendibile dalla magistratura e reo confesso del furto dell’autovettura imbottita d’esplosivo). Di tale furto si era accusato Vincenzo Scarantino, condannato definitivamente”.
Giornalista: Cosa significa ciò?
Li Gotti: “La responsabilità di Spatuzza significa diretto coinvolgimento della famiglia di Brancaccio, ossia dei capi mafiosi, i fratelli Graviano. Cioè i più attivi nel tessere alleanze politiche, in specie con le nuove realtà politiche che si affacciavano nel Paese. Nel quartiere Brancaccio (presso l’Hotel S. Paolo) fu costituito il primo e più importante circolo di Forza Italia, poi sciolto perché manifestamente infiltrato da mafiosi. Rimane per me un interrogativo da sciogliere la possibile incidenza sulla strage dell’intervista di Borsellino, resa il 22 maggio 1992 e in cui parlò dello ‘stalliere’ Mangano, di Dell’Utri e di Berlusconi. Così come rimane un interrogativo che merita risposte quali fossero le indagini che, dopo Capaci, Borsellino voleva segretamente avviare traendo spunto dal dossier mafia-appalti. Ne ha riferito Mori. Bisogna saperne di più”.
Giornalista: Ma il quadro che viene fuori potrebbe evidenziare, più che una trattativa, una collusione?
Li Gotti: “Non bisogna banalizzare e fare confusione. Bisogna tenere sempre a mente che il generale Mario Mori e gli uomini del Ros hanno catturato Salvatore Riina, il capo dei capi, e che, nel volgere di tre anni, le forze dell’ordine (Carabinieri e Polizia) sono riuscite a catturare i maggiori capi di Cosa Nostra. L’unica domanda che potrebbe farsi è: vi è stata una rigenerazione di Cosa Nostra, con la chiusura della stagione stragista, l’arresto dei capi corleonesi e l’avvento di una nuova mafia alleata del nuovo ceto politico? Ossia c’è stata anche una ‘seconda repubblica’ per Cosa Nostra, speculare a quella della politica?”
Il mondo alla rovescia di Frattini
"L’accordo con la Libia" - sostiene Frattini, ministro degli Esteri - "sta funzionando molto bene". Affermazione coraggiosa perché pronunciata a ridosso di una tragedia recente e nel giorno in cui, nelle acque antistanti a Lampedusa, sono stati salvati altri 50 immigrati. Coraggiosa anche perché appare in conflitto non solo con la realtà dei fatti, testimoniata dalla cronaca costante degli sbarchi, ma anche con i dati delle Nazioni Unite e con l’allarme sollevato dalle tante o.n.g.
Dunque sbagliano queste istituzioni oppure Frattini cambia le carte in tavola?
Stessa domanda andrebbe rivolta anche in merito alla politica adottata dal governo verso i migranti e tutta puntata sui respingimenti di massa: è in errore la Chiesa, compresa quella valdese-metodista, nel criticarla perché disumana, oppure l’esecutivo monopolizzato dalla Lega?
Sbaglia l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati che ha chiesto all’Italia di fare marcia indietro oppure il nostro governo, che aspira a rimandare nei campi-prigione della Libia i disperati del mare, venendo meno alla Convenzione di Ginevra del 51’, ma non al dovere di celebrare un dittatore con tanto di frecce italiane acrobatiche?
Forse sbagliano tutti, compresi il Consiglio d’Europa, l’Ilo e il Cir, che da mesi denunciano come in Italia, sul fronte dell’immigrazione, sia in corso una deriva razzista che lede i diritti umani oltre che il senso dell'umana pietà, rispetto a cui non solo il governo è silente, ma addirittura promotore.
Gli immigrati sono esseri umani
Siamo ridotti- ed è gravissimo - a dover ricordare che gli immigrati sono esseri umani. La perversione etica del Governo Berlusconi - accanto e a monte della sistematica mortificazione di valori e di diritti - sta modificando e violando elementari regole di convivenza civile.
Il pubblico si fa privato e il privato si confonde e sfrutta il pubblico, i mezzi e i voli di Stato vengono usati per il trasporto di escort e compagni di merenda a festini e party di ogni genere e colore; il diritto al lavoro è considerato favore e merce e il lavoratore è ridotto a macchina da alimentare con razioni di pane e droga televisiva; per il riconoscimento di diritti e per la soddisfazione di bisogni i cittadini non devono più rispondere alla domanda "chi sei? che sai ? che sai fare ? ", ma alla domanda "a chi appartieni ?"; il diritto alla eguaglianza è considerato - per legge !- una eventualità in danno di chi non è, non ha casta; il diritto di informare e di essere informati è sepolto da una montagna di veline, quelle da intrattenimento e quelle usate per mettere il bavaglio alla libera informazione; la libertà di mercato viene sottomessa a dilaganti conflitti di interesse e il diritto di impresa soffocato da "troppo Stato nel mercato" e da "troppo mercato nello Stato"; il diritto alla sicurezza è divenuto uno spot e la sicurezza viene affidata in appalto a ronde private, mentre le forze dell'ordine sono costrette ad operare con strutture inadeguate e con continui tagli di personale e risorse.
In questo panorama,gli immigrati divengono una fastidiosa presenza, indicati - tutti coloro che risiedono in Italia - come un pericolo da contrastare e - tutti coloro che cercano di immigrare - come nemici da respingere con ogni mezzo.
Distruggendo antiche sensibilità e convenzioni internazionali, diviene "normale" registrare la indifferenza da parte di naviganti e pescatori nel Mediterraneo nei riguardi di "carrette" cariche di disperati. Questo Governo ha affidato in appalto alla Libia - in cambio di enormi appalti assegnati, arbitrariamente e senza alcuna regola obiettiva - la gestione di veri e propri campi di concentramento, nei quali tradurre con la forza- come fossero merce - esseri umani non necessariamente libici e non necessariamente provenienti da porti libici.
L'Unione Europea, le Nazioni Unite, le Associazioni internazionali che si occupano di diritti e di immigrazione, autorità morali e religiose, intellettuali e giornalisti di tutto il mondo nei confronti di Silvio Berlusconi non hanno alcun fatto personale nè sono parte di congiure come- nel suo delirio di onnipotenza/onnipresenza -ritiene il premier. La realtà internazionale interpreta ed esprime ciò che è diffusa consapevolezza da parte di milioni di italiani liberi (ai quali Italia dei Valori da voce e sostegno):le scelte del Governo Berlusconi in tema di immigrazione sono la cartina al tornasole, il termometro di un sistema che si fa regime.
Tutte le dittature gettano la maschera, svelano le proprie nefandezze quando si occupano degli ultimi, degli emarginati, dei diversi. E' accaduto così con il nazismo, con il fascismo, con lo stalinismo, con i regimi dittatoriali di tutta la storia e di tutto il mondo. Ogni dittatura ha bisogno di avere una categoria, una razza,una fede, una classe di esseri umani da elevare a simbolo e a monito per la mortificazione dei diritti di tutti , anche di chi non appartiene a quella categoria, a quella razza, a quella fede, a quella classe. Nessuno si illuda.
Qualcuno cerca di distrarre la attenzione ricordando che le scelte riguardano gli immigrati e che, pertanto, chi non è immigrato non ha nulla di che preoccuparsi. No. Non è così.
La campana a morte non suona soltanto per i diritti umani degli immigrati, essa suona per tutti e per ciascuno, per i diritti di ogni essere umano.
Donne: rompere il tetto di cristallo
Rompere il "tetto di cristallo", come sostiene il movimento femminile e femminista, per guardare il cielo senza filtri opprimenti: il cammino delle donne è un percorso che parte dagli anni '70 e che dura tutt’ora.
Scandito da molte vittorie che hanno permesso il progresso non solo delle donne ma dell’intero Paese: dalla liberazione sessuale al diritto ad una maternità consapevole, dal divorzio fino alla battaglia per l’accesso paritario all’istruzione e al lavoro.
Le conquiste sono state faticose, nella dimensione pubblica come in quella privata. Il percorso è stato lastricato di ostacoli: una Chiesa resistente e un potere fortemente patriarcale hanno spesso creato un muro di gomma, con il mondo maschile che, altrettanto spesso, si è dimostrato silenzioso spettatore, incapace in alcuni frangenti di capire veramente la portata del cambiamento.
Eppure questo cammino, che ancora cerca di arrivare a distruggere completamente il “tetto di cristallo”, è oggi minacciato da una rivoluzione culturale regressiva: quella dell’ “utilizzatore finale”, delle veline in Parlamento, dei soli corpi in tv, del “papi” pubblico-istituzionale e dei tanti “papi” privati che il primo giustifica e alimenta come modello.
Se la politica si è macchiata trasversalmente dell’incapacità di rispondere alle domande che provenivano e provengono dal mondo femminile, con l’epoca Berlusconi l’incapacità è diventata imponente e spudorata. Oggi per le donne trovare risposta alle proprie rivendicazioni è ancora più difficile nella (in)cultura berlusconiana. Ridotte a solo corpo, possibilmente bello e appariscente; convinte che esso sia la garanzia di successo (anche politico) e per questo indotte a venderlo; di fatto considerate merce tra le merci nell’epoca in cui tutto si vende perché tutto si può comprare.
Mai come in questi mesi la cronaca del potere ha confermato che è forse nella “nuova” concezione della donna che meglio si ravvisano i segni della distorsione prodotta dal berlusconismo. Si oscilla tra “l’angelo del focolare” e “l’oggetto impudico”. Il primo ispira leggi e scelte sempre più restrittive da parte del governo (fecondazione assistita, assalto alla 194, incapacità di lottare contro la discriminazione salariale, assenza di welfare), il secondo, imposto per mezzo delle tv, alimenta invece il mercato e possibilmente allieta anche i circoli del potere (maschile). In entrambi i casi, comunque, oggetto passivo del volere dell’uomo: da santificare o da usare, ma sempre da gestire, perché mai considerato nella sua capacità di scegliere liberamente.
Così nella cultura e nell’epoca di “papi”, le ragazze possono e devono anche studiare o impegnarsi, consapevoli però che il successo, in ogni ambito, passa per l’auto-promozione e l’auto-svendita del proprio corpo come strada più rapida per l’ascesa.
Per le donne la sfida è allora doppia. Contrastare la tradizionale discriminazione e continuare ad estendere la frontiera della loro libertà, ma anche respingere un modello, quello di “papi”, che rischia di diventare un ostacolo al loro cammino. Sono convinto che la sfida non potranno che vincerla loro.
Lampedusa: una tragedia annunciata
L'ennesima tragedia annunciata. Una tragedia che pesa sulle spalle del nostro paese. Non ci sono parole per commentare quello che è successo nel Canale di Sicilia, una strage il cui presunto e altissimo numero di decessi speriamo non venga confermato.
Come ha recentemente detto il governatore di Bankitalia, gli immigrati sono per il nostro paese solo una risorsa: lavorano senza sottrarre lavoro, producono, versano i contributi e pagano le tasse, assistono bambini e anziani. Ma i loro diritti, a partire da quello dell'accoglienza, non sono tutelati e la Lega, il partito che tiene in ostaggio Berlusconi, continua a fare una campagna di odio contro di loro.
Berlusconi fa salire su aerei di Stato amici ed escort, mentre le navi dei clandestini vanno alla deriva senza che nessuno presti soccorso.
Primarie in Calabria: arriva la legge truffa
Sono diversi i punti della legge, approvata in piena estate dalla Regione Calabria e che rende obbligatorio il ricorso alle primarie per l’elezione del Presidente della Giunta Regionale, su cui si posso sollevare dubbi. Ne citeremo alcuni.
Il primo riguarda le operazioni elettorali. Si prevede infatti che ciascun elettore esprima il proprio voto scegliendo la scheda della lista, o della coalizione di liste, per cui intende votare. Così al seggio, al momento della scelta, le intenzioni di voto dell’elettore diventano note. Fatto, questo, che viola uno dei cardini della democrazia rendendo la legge incostituzionale: la segretezza del voto.
Se si pensa al consenso diffuso che ha ottenuto questa legge in Consiglio Regionale, c’è di che preoccuparsi politicamente. Non si tratta quindi di un errore del legislatore, ma di una scelta consapevole che testimonia quanto paura fermenti nella casta politica trasversalmente aggrappata al potere. Le recenti elezioni europee hanno infatti evidenziato come in Calabria sia diffuso un voto di opinione libero, di cui la casta che governa da anni la Regione, da sinistra a destra, ha così paura da arrivare all’approvazione di una legge come questa.
Che le succederebbe se il voto libero di opinione diventasse la regola e non l’eccezione, in una Regione in cui il controllo del voto da parte della criminalità organizzata e del sistema castale affaristico della politica è molto forte? Non si deve dimenticare che il voto di scambio – in cui si annida talvolta anche il mercimonio delle funzioni pubbliche – è una pratica diffusa in tutta la politica calabrese.
Non meraviglia nemmeno che il legislatore regionale non si sia reso conto che, in tal modo, diviene ancor più forte il controllo elettorale da parte della criminalità mafiosa: il contrasto alle mafie non è mai stata una priorità di questa consiliatura regionale.
Altro punto della legge eticamente riprovevole, soprattutto in una Regione che si contraddistingue per lo sperpero del denaro pubblico, è quello che prevede che il costo di queste primarie ed il rimborso delle spese (tutt’altro che irrilevanti) sia a carico dei calabresi. Così al danno si aggiunge la beffa: una legge che consolida la capacità di inquinamento democratico da parte della ‘ndrangheta e difende il sistema affaristico di potere viene pagata dai contribuenti calabresi.
Altro aspetto, moralmente inaccettabile e giuridicamente incostituzionale, è la dicotomia tra la relazione introduttiva alla legge e la legge stessa. Si parte da una premessa anche condivisibile -cioè che le primarie possono essere uno strumento per avvicinare le persone alla politica-, che viene però negata quando si rende obbligatoria una partecipazione nelle modalità sopradescritte. E lo si fa, per altro, per mezzo di una legge regionale.
Il tasso di democraticità di un Paese, e di una Regione, si misura anche dalla sua legge elettorale. In Calabria abbiamo una piccola “legge truffa”, non troppo distante nelle finalità da quella del ’53 firmata da Scelba. I cittadini sono ingannati facendo creder loro che è stato approvato uno strumento di democrazia, si svuota la Costituzione con una legge ordinaria (modalità tipiche del periodo di decadenza imperiale del berlusconismo), si mortificano le primarie (che non sono tali), si rafforza il peso della mafia e del suo legame con la politica, si consolida il controllo del territorio da parte della casta incollata alle poltrone e accecata dai suoi interessi affaristici. Tutto questo quando in Calabria comincia a soffiare il vento del cambiamento che vede protagonista la società civile, a cui l’Italia dei Valori non farà mai mancare il suo apporto. Anche per le suddette ragioni, dunque, l’Italia dei Valori non potrà sostenere alle prossime elezioni regionali la candidatura a Presidente della Regione di coloro che hanno sostenuto, sostengono o sosterranno questa legge truffa.
Immigrazione: demagogia xenofoba di governo
Lo studio di Bankitalia rappresenta l’ennesima conferma della demagogia della maggioranza di centrodestra.
Quando si legifera bisognerebbe farlo sulla base dei dati della realtà e non per assecondare pulsioni xenofobe che le stesse forze della maggioranza hanno provveduto ad alimentare artificiosamente.
L’Italia dei Valori non ha mai pensato che bisogna aprire le frontiere a chiunque voglia venire, ma che i flussi di immigrati debbano essere regolarizzati in base alle esigenze reali del mondo del lavoro.
Quello di Bankitalia è uno studio scientifico e smentisce in maniera clamorosa tutte le teorie strampalate di Berlusconi e Bossi. Senza contare che maggiori restrizioni agli extracomunitari regolari alimentano l’immigrazione clandestina e che questo governo non si è affatto mosso su un altro terreno fondamentale, quello dell’integrazione, indispensabile per assicurare la pacifica convivenza tra culture diverse.
Lega Nord: solo spot e nessuna soluzione
Il comportamento diversivo è quello della Lega, che per non parlare della questione delle retribuzioni e delle pensioni alza il polverone spot delle gabbie salariali.
Ci fa piacere che oggi Bossi scopra che nel Paese esiste un’emergenza sociale ed economica che si chiama quantità di salario e di pensioni, ma si tratta di una scoperta quanto meno tardiva.
L’Italia dei Valori sono infatti mesi che cerca di porla all’attenzione dell’esecutivo, insistendo sul rischio che si profilerà a settembre, quando la crisi presenterà il conto ai lavoratori con la scadenza della cassa integrazione, il mancato rinnovo dei contratti, il pericolo di chiusura di molte attività artigianali.
I dati odierni di Confcommercio sulla contrazione dei consumi dell’1,9% confermano quale sia la condizione delle famiglie italiane. Ma per rispondere alla questione salariale e previdenziale, lo ricordiamo ancora una volta alla Lega, il ritorno alle gabbie è completamente inutile e dannoso, oltre che ingiusto perché discriminatorio verso una parte del Paese.
Il governo dell'evasione
La stampa ha dato notizia di questo accordo tra Stati Uniti e Svizzera contro gli evasori fiscali americani che hanno nascosto soldi nel paese elvetico. L'altro giorno, invece, c'è stato un accordo tra Gran Bretagna e il Lussemburgo per lo stesso motivo. E' evidente che i paradisi fiscali sono lo strumento per il falso in bilancio e per la corruzione.
Il 20 aprile, i Paesi più ricchi del mondo hanno deciso che dovevano lottare contro i paradisi fiscali, e alcuni di questi si sono spaventati trovandosi nella cosiddetta “lista nera”, come il Principato di Monaco, il Liechtenstein, il Lussemburgo e San Marino. Alcuni di questi hanno deciso di mettersi in regola per passare alla “lista bianca”, passando alla cosiddetta “lista grigia”, dove dovranno fare 12 accordi bilaterali e internazionali con i Paesi dell'Osce per poter essere rivalutate.
La Germania, la Francia, l'Inghilterra e gli Stati Uniti hanno iniziato a fare questi accordi bilaterali, ma non risulta alcun accordo fatto dall'Italia. Che cosa potrà succedere? Questi Paesi faranno i 12 accordi, andranno nella “lista bianca” però non saranno obbligati a dare informazioni all'Italia. Cosa vuol dire? Che i nostri evasori fiscali potranno ancora portare, tranquillamente, i loro soldi in questi Paesi.
Per questo ho preparato e depositerò, durante la riapertura delle Camere, un'interrogazione parlamentare per chiedere a Tremonti e Berlusconi quanti accordi ha stipulato il nostro Paese e quanti ce ne sono in corso. La risposta la so già, ma vorrei che fosse il governo a darmela.
Abbiamo sentito che in questi giorni l'Agenzia delle entrate sta controllando 180 mila italiani. Un'altra falsità, fumo buttato negli occhi dei cittadini, perché in realtà il governo ha fatto “scappare fuori dalla stalla i buoi per poi chiuderla” per poi dire “abbiamo chiuso la stalla anche noi”. In che modo ha fatto “scappare i buoi”? Ha fatto lo scudo fiscale, dove chi ha portato i soldi all'estero può riportarli in Italia pagando solo il 5%.
Per avere un confronto con la Gran Bretagna, attraverso gli accordi con i paradisi fiscali, gli inglesi che vorranno riportare i propri soldi in Inghilterra dovranno pagare le tasse per 10 anni senza sconto e una sanzione del 10% sulla somma. Già questo confronto vi dice come noi, purtroppo, siamo in presenza di un governo colluso con l'evasione fiscale.
Ferragosto in carcere
Come altri miei colleghi, ho raccolto l’invito dei Radicali a passare il “Ferragosto in carcere”. Così, venerdì, ho visitato la struttura di Sollicciano a Firenze e l’attiguo Istituto per minori, dedicato alla memoria di Mario Gozzini (padre della riforma carceraria, scomparso giusto dieci anni fa), conosciuto dai più come Solliccianino. Sabato, invece, sono entrato nel penitenziario di Massa, la mia città.
Dico subito che, mentre al ‘Gozzini’ e a Massa ho trovato sì problemi, ma anche occasioni di lavoro, impegno culturale e ambienti vivibili, son rimasto impressionato del degrado e anche del disfacimento fisico del più grande carcere di Firenze. Qui oltre al sovraffollamento, che caratterizza l’intero sistema carcerario italiano ed alla carenza del personale, è ormai venuta meno ogni parvenza di umanizzazione della pena, è scomparsa la filosofia del recupero e del reinserimento del detenuto, ogni progetto scolastico, formativo e lavorativo. Gli stessi agenti di custodia rischiano l’abbruttimento. La presenza, infine, ben oltre il 50%, di stranieri, lascia ormai spazio soltanto all’azione dei mediatori culturali.
Del resto, l’idea di questa visite era (è) proprio quella di approfondire la conoscenza e denunciare, portare all’esterno la triste realtà che ogni giorno vive quella che io chiamo un’umanità dolente. Ma anche per vedere come operano (ed in quali condizioni) non solo gli agenti, ma anche i medici, gli infermieri, gli psicologi, gli educatori e come favorire il rispetto dei valori sanciti dall’art. 27 della Costituzione per il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Intorno a questa ‘giornata particolare’ ho raccolto apprezzamenti, ma anche scherno e qualche battuta pesante. Su Facebook un’amica mi ha scritto “per carità...ammirevole iniziativa...ma prima di Caino...c'è Abele da tutelare...e non mi sembra che in Italia questo succeda sempre...”. Pur trovando in questo messaggio la conferma di quanto mi aveva confidato (”la pietà sta scomparendo”) Don Mario Bigali che ha accompagnato me e Severino Saccardi , Consigliere Regionale del Pd, nella visita tra le celle fiorentine, mi interrogo e cerco di capire perché molte persone, non necessariamente di destra e forcaiole, pensano che per chi delinque l’unica soluzione sia “buttare la chiave”.
Me lo spiego soltanto con il clima di paura che si è alimentato in questi anni nel Paese. Con l’impatto che si ha di fronte a chi sentiamo diverso da noi. Per l’ignoranza che si ha della situazione carceraria, dove dentro - insieme a fior di delinquenti - ci sono per lo più disgraziati e ladri di polli. A Massa, ad esempio, c’è un povero cristo (è proprio il caso di dirlo), solo al mondo, senza fissa dimora, che per aver rubato una decina di euro dalla cassetta delle elemosine s’è beccato 9 mesi di reclusione.
Ricordo, anni fa, un direttore che mi diceva: “Il carcere non è un posto per ricchi”. Aveva (ha) tragicamente ragione. I furbetti del quartierino, gli Agnelli che nascondono due miliardi di euro nelle banche svizzere, la mafia dei colletti bianchi, gli imprenditori senza scrupoli (i Tanzi, i Cragnotti, i Consorte) trovano sempre un buon avvocato che fa cadere in prescrizione i loro reati. E, forse, anche più d’uno fra gli uomini politici.
I dati che abbiamo raccolto sono drammatici. In Toscana siamo tornati al sovraffollamento del preindulto: 4.243 detenuti in 18 istituti (compreso l’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino) costruiti o ristrutturati per ospitarne 3.060. A Sollicciano ci sono 932 (di cui 98 donne) in una struttura pensata per ospitarne 458. A Massa 239 a fronte di 115 posti letto regolamentari. Ho visto celle di pochi metri quadrati in cui sono stipati ora 4, ora 5,a volte anche 6 detenuti. Letti a castello e letti a scomparsa. Gabinetti e docce in cui ciascuno di noi si rifiuterebbe persino di entrare. E’ vero. Hanno sbagliato. Devono pagare. Ma gli interessi che applichiamo loro sono spesso insostenibili. Roba da suicidio. E, infatti, sono molti, troppi quelli che non reggono. Suicidi e morti sospette. Fra i carcerati, ma anche fra gli agenti penitenziari. Anch’essi parte dell’umanità dolente. Seppur a part-time.
A Massa, un gruppo di detenuti mi ha consegnato una lettera che pesa in tasca come un sasso: “Onorevole, vorrebbe farsi portavoce del fatto che i detenuti non chiedono la luna, ma solo coerenza con leggi che, per definizione, non dovrebbero commettere crimini peggiori di quelli commessi dalle persone? E’ molto chiedere il rispetto minimo della dignità? E degli affetti?”.
Ne sono uscito con un senso di impotenza. A livello nazionale, a luglio 2006 (prima dell’indulto) c’erano 60.710 carcerati. A dicembre erano scesi a 39.005. Oggi siamo oltre quota 63.000. Molti di quelli usciti sono tornati dietro le sbarre. Senza alcun progetto di reinserimento anche chi è a fine pena sa che la libertà durerà poco. Aggiungiamo che da una settimana è reato anche la clandestinità. Basterà, quindi, arrestare i primi diecimila di quel milione e mezzo di clandestini che stima la Caritas per immaginare il disastro prossimo venturo.
Noi potremo anche ‘buttare la chiave’, ma non servirà a salvarci dalla marea che sta montando.
Cosa Nostra nello Stato
Cento passi alla verità sulla stagione politico-criminale delle stragi di mafia degli anni 1992-1993. La trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, la strage di Capaci e di via D’Amelio, la strategia della tensione degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Si intravede lo spiraglio di luce,grazie ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Questo spiraglio è rincorso dalla società civile impegnata in prima linea nell’antimafia. Per la verità e la giustizia lottiamo in tanti, uno dei protagonisti di questa resistenza che ha come pilastro la sconfitta delle mafie è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.
La forza di quest’uomo protesa in direzione di questo spiraglio è il termometro della sete di giustizia che la parte migliore del Paese pretende dallo Stato. Non consentiremo che non si persegua l’obiettivo fino in fondo, che ancora una volta rimanga la rabbia di chi procede in direzione ostinata e contraria verso la ricerca della verità che farà bene all’Italia. Potrà consentire un nuovo patto sociale tra le forze sane.
Si tratta di ricostruire un periodo criminale, mafioso, intriso di politica,con il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni. Cosa Nostra negli anni che hanno preceduto la stagione stragista ha fondato la sua politica criminale in una duplice direzione: avvicinare persone all’interno delle istituzioni ed attuare la strategia militare contro i servitori dello Stato incorruttibili.
In questo periodo – che è quello a cavallo della sentenza del maxiprocesso che ha confermato l’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino– si innestano anche gli omicidi dei cugini Salvo e di Lima, da un lato, e, dall’altro lato, quello del magistrato Scopelliti che doveva rappresentare l’accusa in Cassazione. La mafia che aveva garanzie dalla politica, con gli omicidi politici colpisce la corrente andreottiana della DC in Sicilia. Manda un segnale chiaro a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso sino al 1980 da una sentenza definitiva).
Pensare che gli omicidi Falcone e Borsellino siano vendetta di Cosa Nostra per l’esito del maxiprocesso è offrire una lettura che ridimensiona il ruolo politico della mafia. La strage di Capaci –di tipo libanese– interrompe la probabile ascesa al Quirinale di Giulio Andreotti. Il segnale è chiaro: la stagione dei pacta sunt servanda che ha caratterizzato per decenni il rapporto mafia-politica è saltato. Capaci è stata una strage politica,soprattutto per gli effetti politici che doveva determinare.
Credo che la strage di mafia di via D’Amelio abbia,in parte,una matrice diversa. Vi sia un maggiore coinvolgimento di pezzi deviati delle Istituzioni. Borsellino forse aveva scoperto che accadeva e doveva essere ucciso subito in quanto avrebbe ostacolato la nuova strategia criminale,penso avesse individuato i percorsi iniziali della nuova politica di Cosa Nostra: trattare con lo Stato per poi penetrarlo nelle sue articolazioni tanto da divenire un cancro istituzionale; mafiosi direttamente nello Stato.
E’ questa la politica di Cosa Nostra che passa anche attraverso il progetto di golpe con la nascita di liste autonomiste-separatiste per giungere,poi,al sorgere del partito di Forza Italia di cui una delle colonne, il sen. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia. Servizi segreti deviati (Bruno Contrada docet) colludevano con Cosa Nostra;pezzi del ROS dei Carabinieri avrebbero iniziato una trattativa con la mafia; la politica pare sia stata coinvolta ad altissimi livelli istituzionali. La mafia con la stagione stragista ha dimostrato che poteva mettere in ginocchio il Paese manu militari. Dal 1993 ha dismesso la strategia militare ed ha iniziato a governare il Paese dall’interno delle Istituzioni.
Che cosa è avvenuto tra il “92 ed il “93? Come è possibile che il Generale Mori (ai vertici del ROS e del SISDE) –già imputato in vicende processuali per fatti di mafia attinenti l’omessa perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano- possa oggi essere nominato consulente dal Presidente Formigoni quale esperto per le infiltrazioni della criminalità per l’Expo? Che cosa aveva scoperto Borsellino? Perché è stata sottratta l’agenda rossa? Perché Mancino (all’epoca Ministro dell’interno, poi Presidente del Senato e poi vicepresidente del CSM) non ricorda di aver incontrato Borsellino? Perché Violante (già Presidente della Commissione Antimafia e Presidente della Camera) solo oggi dice di aver saputo della trattativa,di Mori e di Ciancimino?
Con la trattativa con lo Stato, Cosa Nostra è penetrata nelle Istituzioni, ha consolidato il suo ruolo nell’economia, ha corroso le fondamenta della democrazia. Con gli anni si è istituzionalizzata. Non è più necessario ricorrere all’uso delle armi per eliminare i servitori dello Stato. La parte sana del Paese pretende che lo spiraglio diventi sole. La magistratura sia libera di lavorare in assoluta indipendenza. Il Paese è pronto per la verità e per un futuro migliore che si deve alle vittime delle mafie.
Mafia: non ignorare la verita' storica
Desta certamente stupore nell'articolo di Giorgio Bocca, oggi pubblicato su L'Espresso, il mancato riferimento a uomini di Chiesa e ad esponenti delle forze dell'ordine che alla mafia si sono coerentemente opposti, pagando anche con la vita il proprio impegno di legalità e di civiltà. Desta, però, non minore stupore - e costituisce mancanza di rispetto per quanti hanno fatto e fanno il proprio dovere - il reagire all'articolo di Giorgio Bocca con una difesa di ufficio tutti e di ciascuno.
Giorgio Bocca ha espresso, in maniera chiara e radicale, una verità storica: la mafia in Sicilia si è avvalsa di lacune ed omissioni di uomini di Chiesa e di esponenti delle forze dell'ordine, non soltanto di Carabinieri. Talora uomini di Chiesa ed esponenti delle forze dell'ordine hanno varcato la soglia della legalità, configurando ipotesi di vera e propria complicità, quale risulta, peraltro, da numerosi riscontri in sede giudiziaria e in atti di Commissioni di inchiesta. In questo campo,dovremmo forse prendere lezioni dalla Chiesa che, pur avendo espresso coraggiose posizioni sino alla condanna della mafia quale "struttura di peccato", si è astenuta, e speriamo si asterrà, da poco credibili difese di tutti e di ciascuno.
In tanti esprimiamo ammirazione e gratitudine alle forze dell'ordine e, in particolare, ai Carabinieri per il fondamentale, difficile e rischioso impegno di difesa della legalità (dal vice questore Boris Giuliano al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, per citare soltanto alcuni dei tanti caduti nell'esercizio coerente delle loro funzioni). In tanti esprimiamo ammirazione e gratitudine anche a uomini di Chiesa, dal Pastore Valdese Panascia al Cardinale Salvatore Pappalardo, da don Pino Puglisi a don Giuseppe Diana, sino a Sua Santità Giovanni Paolo II per il suo indimenticabile magistero espresso con forza, e anche nel corso di sue visite pastorali in Sicilia.
Proprio quella gratitudine e quella ammirazione rendono, però, doveroso non ignorare la verità storica, quella che vuole la mafia essere non soltanto una organizzazione criminale contro lo Stato,contro la Chiesa, contro la società civile ma anche un sistema di potere che si infiltra "dentro" lo Stato, "dentro" la Chiesa, "dentro" la società civile.
Innse: la politica ha tutto da imparare
Riporto una mia intervista rilasciata al quotidiano "L'Altro" sulla vincenda dell'Innse di Milano.
L'Altro: Zipponi, allora è a te che gli operai devono dire grazie?
Maurizio Zipponi: Devono dire grazie a se stessi, e al fatto che le cose si siano risolte nel modo più appropriato: l'obiettivo era evitare lo smantellamento della fabbrica, dare all'azienda una prospettiva industriale che guardi al futuro e che non miri solo alla resistenza a processi di ristrutturazione. E assumere gli operai, visto che erano stati licenziati.
L'Altro: Obiettivi pienamente raggiunti, o resta qualche zona d'ombra?
Maurizio Zipponi: Parlano le carte: lo smantellamento del sito si è interrotto, la polizia se ne è andata, gli operai sono scesi dalla gru. La vittoria consiste nell'aver centrato l'accordo sulla riassunzione di tutti i lavoratori, ma anche nell'aver trovato un industriale che fa l'industriale, e che ha già una grandissima struttura alle spalle.
L'Altro: Onestamente, senza la protesta plateale degli operai le trattative si sarebbero sbloccate?
Maurizio Zipponi: La modalità della protesta ha certamente inciso, è stato un fatto fondamentale, ha costretto tutti a non ignorare la situazione. E l'esito felice va a tutto merito dei lavoratori, sia per la costanza della loro battaglia, sia per la forza con cui hanno detto “noi ci siamo, non potete cancellarci”. Ma il vero obiettivo centrato è un altro.
L'Altro: Quale?
Maurizio Zipponi: Aver dimostrato che esiste la possibilità di risolvere le cose. E' in segnale importantissimo a livello nazionale che deve arrivare alle orecchie della politica e del sindacato. Per questo io, a differenza di molto personaggi strambi della sinistra che adesso si augurano dieci, cento, mille Innse, mi auguro che non ce ne sia più neanche una...
L'Altro: Temi un effetto domino?
Maurizio Zipponi: Non voglio che ci sia più un operaio costretto ad attaccarsi in cima ad un pennone per dire “ci sono anche io”. Bisognerebbe fare in modo che davanti a problemi di questa natura, che nel caso dell'Innse di Milano, scatti una task force che metta insieme istituzioni, industriali, lavoratori e sindacato.
L'Altro: Una task force che in questo caso ha avuto una regia precisa: la tua. Ci racconti come è andata?
Maurizio Zipponi: Giovedì mattina ero a Brescia e ho pensato: devo fare qualcosa. Mi sono messo a pensare a quale gruppo potesse essere in grado di fare davvero industria, per capacità di struttura e disponibilità finanziaria. Mi è venuto in mente Camozzi, che nel passato ha fatto già operazioni di questo genere, salvando marchi importantissimi e posti di lavoro, come la stessa Innse di Brescia. Hanno duemila dipendenti in Cina, cinquecento in Russia... insomma, ho chiamato i Camozzi, padre e figlio, e dopo un'oretta hanno accettato di calarsi nella partita chiedendomi garanzia di seguirli fino alla fine. Quello stesso giorno abbiamo buttato giù una strategia industriale, finanziaria e contrattuale.
L'Altro: Intanto gli operai erano ancora sulle gru. Dopo che è successo?
Maurizio Zipponi: Ho chiamato la Presidenza del Consiglio per agevolare l'operazione, dal momento che gli enti coinvolti nella trattativa erano tanti. La risposta di Gianni Letta è stata positiva e a quel punto siamo andati a Milano. Col prefetto abbiamo fatto una maratona di tre giorni e ho gestito contemporaneamente sette tavoli di trattativa: con le varie istituzioni, con i proprietari delle aree, con quelli delle macchine, con le organizzazioni sindacali. A un certo punto la trattativa ha preso una piega complicata perché ognuno dei soggetti ha iniziato ad alzare il tiro. Davanti a quella impasse non ho avuto alternative: alle dieci di sera (martedì, ndr) ho comunicato a tutti che a mezzanotte me ne sarei andato e che la proposta sarebbe stata ritirata.
L'Altro: Ultimatum provvidenziale.
Maurizio Zipponi: A mezzanotte e cinque hanno iniziato a firmare. Lo ha fatto per primo il proprietario delle macchine, poi quello dei terreni, poi Camozzi e infine il sindacato, dopo aver verificato che gli obiettivi iniziali, in particolare quello di trattare entro il 30 settembre tutte le condizioni di assunzione, erano realmente raggiungibili. Il risultato è che un minuto dopo gli operai sono scesi dal carroponte.
L'Altro: Temevi il muro contro muro?
Maurizio Zipponi: La fortuna di questa vicenda è aver trovato interlocutori sindacali che si chiamano Gianni Rinaldini e Maria Sciancati, segretario nazionale e milanese della Fiom.
L'Altro: E poi ci sono i Camozzi, “padroni buoni”...
Maurizio Zipponi: Non esistono padroni buoni. Sono imprenditori che considerano il mercato il punto di riferimento e lavorano per consegnare prodotti di alta qualità, laddove ce ne sono altri che pensano a giocare in borsa e considerano secondaria la capacità di fare industria.
L'Altro: Dopo la Innse, chissà. Ci aspetta un autunno caldo?
Maurizio Zipponi: A settembre arriverà la crisi pesante, molte aziende non riapriranno e alcune persone passeranno dalla dignità del lavoro alla povertà. Se la politica vuole davvero capire ancora qualcosa, da questa vicenda ha tutto da imparare. Altrimenti gli operai troveranno modi e forme di lotta, sempre più violenta, che possono sfociare in altri atti eclatanti.
L'Antimafia non ha colore
Il Procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso, presentando il suo libro "Per non morire di Mafia", che e' gia' un programma, dice che la giustizia e' lenta, che la riforma del processo penale prospettata e il bavaglio alle intercettazioni produrranno ulteriori danni alla difesa dello Stato dai poteri malavitosi, mafiosi in particolare. Inoltre, dichiara ancora Grasso, poiché il Parlamento non è un luogo di eletti, ma di nominati, in Italia non vi è una piena democrazia.
Il capogruppo del Senato del Pdl, Gasparri, ha attaccato il Procuratore nazionale Antimafia Grasso, chiedendogli di scusarsi con il Parlamento. Ora, al posto di Gasparri mi sarei scusato con gli italiani per avere condannati con sentenza passata in giudicato in Parlamento, mi sarei giustificato con gli italiani perché in Parlamento ci sono condannati in primo grado per connivenza con la Mafia, basta pensare ai senatori Dell'Utri e Cuffaro. Lui ha preferito attaccare il Procuratore nazionale Antimafia.
L'Italia dei Valori ha voluto far sentire tutto quanto il suo sostegno a Grasso, non solo come Procuratore nazionale Antimafia, ma come persona che vuole combattere contro i privilegi della Casta, contro un Parlamento selezionato dal Premier e dai segretari dei partiti.
La lotta alla Mafia non può essere un rituale, si fa nelle strade, si fa sostenendo i magistrati che indagano, e che indagano a tutte le latitudini, anche se ogni tanto finisce nel mirino il centrosinistra, perché la lotta contro la malavita organizzata e contro la corruzione non ha colori, non può essere ne di destra ne di sinistra, ma è un valore a cui il nostro partito, l'Italia dei Valori, tiene in modo determinato.
Gabbie salariali: baggianate di governo
Che in Italia ci sia un problema enorme sui salari, cioè su quanto salario si prende, quanta pensione si prende e quanto serve per vivere è un problema davanti agli occhi di tutti, perché i salari e le pensioni sono ferme come potere d'acquisto dal 1992, che perdono terreno rispetto all'aumento dei prezzi.
Una delle proposte folcloristiche della Lega Nord che sono uscite è quella di fare delle “gabbie salariali”, cioè di dire che al nord ci vogliono dei minimi salariali maggiori rispetto a quelli del sud.
Facendo finta di prendere sul serio questa idea cosa scopriamo? E' vero che al nord c'è un costo della vita intorno al 15% superiore, scopriamo però che, e la verità bisogna dirla tutta per essere dei saggi, i salari degli operai del sud sono del 20% in meno degli operai del nord, mentre per le altre professionalità il 25% in meno. Se vogliamo approfondire ancora di più scopriamo che al sud le donne prendono ancora meno, il 15% in meno degli uomini del sud.
C'è una retribuzione inferiore al sud, ma si aggiunge anche un tasso di disoccupazione doppio rispetto a quello del nord e, fatto clamoroso di cui nessuno parla, ben 700 mila giovani del sud sono emigrati, nel giro di 8 anni, al nord o nei paesi del nord Europa, dove serve manodopera qualificata.
In verità le gabbie ci sono, ma che chiudono il sud e lo soffocano. L'idea che noi abbiamo è quella di lavorare sul punto di partenza, cioè come aumentare i salari e non come dividere i lavoratori. Quando i lavoratori vengono divisi sono sempre più deboli.
Come Italia dei Valori, già dai prossimi giorni e in particolare a Vasto, faremo proposte concrete, precise e comprensibili, per far si che sia possibile avviare la fase dell'aumento effettivo dei salari, e toglieremo di mezzo tutte le baggianate che si raccontano, come quella di distinguere i minimi salariali contrattuali tra nord e sud. Questi signori, ministri e leghisti in particolare, non sanno rispondere a quanto è il minimo salariale di un lavoratore italiano metalmeccanico, tessile, chimico... non sanno che il minimo salariale nazionale è sotto i 1000 euro al mese, e tutto ciò vuol dire togliere ancora un po di soldi a queste persone. Ma stiamo scherzando? Vuol dire che si pensa di far generare una ribellione sociale ingovernabile.
Noi pensiamo di poter lavorare molto bene con rigore e precisione, dicendo dove andare a prendere le risorse, lavorando sul sistema fiscale e su una serie di azioni comprensibili che annunceremo a Vasto.
In buona sostanza, noi vogliamo che le gabbie siano non per i lavoratori, come propone la Lega Nord, ma per gli evasori fiscali e per quelli che fanno case e ospedali con la sabbia.
Vogliamo svelare il trucco della Lega: mettendo fumo continuamente non arriva mai alla sostanza, vuole saltare il punto sostanziale. La domanda che faremo, ossessivamente, sarà “come il salario può essere aumentato” e non “come dividere i lavoratori”, non come metterlo in gabbia, perché quello è il modo migliore perché i salari si abbassino ulteriormente e aumenti continuamente la distanza tra ricchi e poveri.
Teleregime con i soldi di tutti
La vicenda della Rai sta mostrando in maniera sempre più efficace e scoperta quali sono le intenzioni di Berlusconi dal punto di vista dell'informazione. Nomina lui direttamente i direttori di testata, e lo dice in maniera sfacciata durante una conferenza stampa: “Siete contenti? Come vi trovate con i direttori che ho nominato io?”. Bisognerebbe dire “non c'avevamo pensato”.
In realtà, dal punto di vista ufficiale, i direttori di testata dovrebbero essere nominati dal Cda Rai con la promozione diretta del suo direttore generale Mauro Masi, che non va dimenticato che proviene dalla segreteria generale di Palazzo Chigi, alle dipendenze di Berlusconi fino a poco tempo fa, e con l'approvazione del Presidente Garimberti. Insomma, le nomine dovrebbero appartenere al mondo interno della Rai.
Il Presidente del Consiglio, con la sua classica faccia di bronzo e con la sfacciataggine più colossale del mondo, prende la posizione più ferrea contro l'unico telegiornale che continua a dare notizie, il Tg3.
Questa è la realtà oggi in Italia. Il Tg1 ha sistematicamente nascosto, per volontà del suo direttore Minzolini, le notizie riguardanti il giro di donne a pagamento nelle residenze del Presidente del Consiglio. Il Tg1 ha smesso di dare notizie, il Tg2 si barcamena ma è molto più vicino alla linea del Tg1, mentre il Tg3 non fa "niente di speciale": si limita a dare le notizie.
Siccome il Tg3 si limita a dare le notizie, per esempio quelle sulla crisi economica, il Presidente del Consiglio si arrabbia, perché la sua intenzione è di avere un'informazione che dica soltanto quello che vuole lui.
Mettere le mani su tutto, lasciare alla dialettica democratica il meno possibile e costringere la Rai a lavorare per Mediaset. La questione di Sky è più che efficace per spiegare la faccenda.
La Rai esce da Sky, nonostante la cosa gli costi una quantità enorme di quattrini: deficit del canone, deficit della raccolta pubblicitaria e in aggiunta il deficit del mancato guadagno per il pagamento da parte di Sky. Tutto questo la Rai lo deve fare perché cosi permette a Mediaset, con cui condividerà una futura piattaforma digitale e satellitare, di fare concorrenza a Sky sulle Pay Tv.
In pratica la Rai, la televisione pubblica italiana, è diventata lo strumento per far lavorare meglio Mediaset.
Questa è la situazione dal punto di vista dell'informazione in Italia.
Il Partito Democratico di queste cose se ne rende conto assai poco. Tende ad annebbiare la questione, non vuole prendere la consapevolezza del fatto che andando avanti di questo passo ci troveremo con una democrazia che in realtà è una pura parvenza. Sarebbe ora che ci pensassero e che se ne rendessero conto, e noi faremo tutto il possibile perché ciò avvenga.
Puglia: basta con i giochetti
La coalizione di centrosinistra non può essere una brutta copia del centrodestra. Deve essere alternativa in tutto, soprattutto deve differenziarsene per la condotta etico-morale, liquidando i corrotti e chi fa un uso personale della politica per arricchirsi o far arricchire i propri amici e parenti.
Non è ammissibile, ad esempio, fare polemiche dichiarazioni come quelle che il Sindaco di Bari e segretario regionale del PD, Michele Emiliano (ex pm) e quelle ancor più gravi che il Presidente della Regione Puglia Niki Vendola, hanno rivolto contro i magistrati che hanno finalmente scoperchiato la cupola del malaffare sulla sanità pugliese.
Cosa hanno fatto di male i magistrati di Bari? Hanno solo messo in evidenza che, purtroppo, la corruzione non ha colori e si annida anche nel centrosinistra. Piuttosto, Emiliano e Vendola spieghino i loro errori e li correggano. Non è mai troppo tardi.
Emiliano dovrebbe spiegare perché ha voluto che l'ex assessore Tedesco sedesse nei banchi di Palazzo Madama; Vendola dovrebbe chiarire perché è stato colpevolmente sordo alle denunce che l'IdV ha fatto fin da tre anni fa sulla cattiva gestione della sanità nella regione. Basta con i giochetti e le candidature, la campana dell'ultimo giro è già suonata!
Pecorella vattene
Vorrei fare una domanda ed un appello rivolte alle forze dell'ordine. Non voglio essere polemica, ma desidero sapere se in questo Paese le forze di polizia sono indipendenti ed autonome rispetto ai politici, anche a quelli che ricoprono incarichi governativi.
Perché questa domanda? Perché nei giorni scorsi è accaduto un episodio davvero imbarazzante, che potrebbe indurci a pensare che viviamo veramente in una dittatura, qualcuno dice soft ma sempre dittatura è.
Il 20 luglio, negli studi privati di una televisione c'era come ospite l'avvocato Pecorella, deputato del PDL. La trasmissione parlava di lotta alla mafia. Tra il pubblico c'erano due ragazzi, che ad un certo punto hanno chiesto all'avvocato Pecorella se fosse stato corretto rispetto ad alcune sue osservazioni su Don Diana, dove affermava che non era proprio una vittima innocente della mafia e che le carte processuali avrebbero dato la possibilità di un'altra chiave di lettura. Al che quei ragazzi hanno legittimamente chiesto quello che avrebbe chiesto un qualsiasi cittadino onesto, e soprattutto sveglio: “Scusi, ma visto che lei era il difensore di Nunzio De Falco, mandante dell'omicidio di Don Peppino Diana, ed era contemporaneamente Presidente della commissione Giustizia, le due cose non erano un po incompatibili?”. Lui rispose che non c'era niente di male.
Successivamente gli hanno fatto notare che fa parte dello stesso partito di Marcello Dell'Utri, cofondatore di Forza Italia, che aveva rapporti con un pregiudicato per mafia come Vittorio Mangano, e davanti a questa domanda ha risposto che non significava nulla, e che Marcello Dell'Utri è stato eletto dal popolo e quindi non c'è nulla di male.
Gli fanno di nuovo notare se era necessario difendere Nunzio De Falco, condannato in via definitiva per l'omicidio di Don Diana. Lui si arrabbia, domandando a sua volta se Nunzio De Falco non aveva il diritto di essere difeso. Al di là del problema etico-morale che a volte sfugge a molti politici nel nostro Paese, questi ragazzi hanno continuato e cercato di confrontarsi con l'avvocato Pecorella, il quale si è immediatamente agitato e infastidito.
Questi due ragazzi, Dario Parazzoli ed Alessandro Didoni, ad un certo punto gli hanno chiesto di ribadire il concetto rispetto a Don Diana. Pecorella ha risposto che lo stavano infastidendo e che stavano violando la privacy. A quel punto è intervenuta anche la moglie di Pecorella, insultando i ragazzi. A quanto pare in quella famiglia sono tutti votati al ruolo di avvocato difensore, ma la cosa più imbarazzante è che ad un certo punto l'avvocato Pecorella ha prima insultato questi ragazzi e poi dato una manata alla telecamera, per poi andarsene.
Il giorno dopo, martedi 21 luglio, probabilmente Pecorella è andato a sporgere querela, tanto che giovedi alle 6:30 del mattino la polizia si presenta davanti a casa di Dario, che sequestra la telecamera, mentre Alessandro viene convocato in commissariato. Entrambi accusati di aver violato la privacy dell'avvocato Pecorella.
Vorrei capire i tempi. Capisco e mi fa piacere apprendere che la giustizia in Italia abbia tempi cosi veloci e che ci sia stato un magistrato cosi solerte, ma vorrei capire quale privacy hanno violato questi ragazzi. Hanno fatto delle semplici domande, ma se non è lecito fare domande ad un politico non capisco cosa ci stiamo a fare in Italia.
Mi chiedo, Pecorella ha fatto la denuncia martedì mattina, probabilmente lunedì sera, e giovedi mattina alle 6:30 i poliziotti erano già a casa di questi ragazzi. Come mai a casa di Totò Riina i carabinieri sono arrivati una settimana dopo, consentendo ai picciotti di Riina di pulire casa, avendo il tempo sufficiente per effettuare il trasloco e di dipingere i muri. Non vorrei che passasse sempre lo stesso messaggio, dove la giustizia è potente con i deboli e servile con i potenti.
Tra le altre cose, Pecorella mi ricorda che era stato accusato di favoreggiamento per la strage di Piazza Loggia, ha difeso appunto personaggi del calibro di Nunzio De Falco, ed è persino Presidente della commissione d'inchiesta sui cicli di rifiuti in Campania. E' notorio che i cicli di rifiuti è gestito, ed è il cuore degli affari, dal clan dei Casalesi. Nunzio De Falco era un boss dei Casalesi. Ma non c'è un minimo di incompatibilità? Lui difende il suo assistito e poi dovrebbe indagare contro il suo assistito?
Mi chiedo, e lo chiederò anche al Parlamento Europeo, se in Italia le cose possono andare avanti in questa maniera e se è normale che uno che difende un boss possa indagarlo? Non credo che l'avvocato Pecorella abbia il titolo, dal punto di vista etico e dal punto di vista morale, possa ricoprire quell'incarico, e soprattutto penso che debba scomparire dalla faccia politica italiana. Sono stata la prima a chiedere che Pecorella scrivesse una lettera di scusa ai genitori, ma questo non basta. Certi personaggi, quando difendono boss mafiosi, dovrebbero capire che devono stare fuori dalle istituzioni.
Mi chiedo che titolarità hanno certi personaggi, e mi chiedo ancora se le forze dell'ordine da personaggi come Pecorella o intendono rivendicare una loro autonomia ed indipendenza, anche perché questo rischia di buttare fumo sul lavoro dei tanti servitori dello Stato, onesti, che non vorrebbero avere nulla a che fare con l'avvocato Pecorella, difensore del boss Nunzio De Falco.
Libidine antidemocratica
Il caldo di agosto fa evaporare le residue illusioni di una Commissione parlamentare realmente di vigilanza e di garanzia e di un consiglio di amministrazione Rai realmente in grado di fare scelte aziendali autonome.
Con buona pace di Sergio Zavoli e di Paolo Garimberti, esperti professionisti ridotti al ruolo di "re travicello", la Rai ormai è un'azienda eterodiretta e ciò grazie ad un vergognoso conflitto di interessi che vede in una stessa persona sommarsi i ruoli di capo del governo, rappresentante della proprietà del servizio pubblico e proprietario dell'azienda televisiva privata più grande d’Italia.
Non contenti, dopo avere mortificato la Commissione parlamentare di vigilanza e dopo aver di fatto commissariato il consiglio di amministrazione della Rai, il più grande imprenditore televisivo privato, sfruttando il suo ruolo di capo del governo e dalla sede ufficiale di palazzo Chigi, minaccia e attacca singoli giornalisti e intere redazioni giornalistiche del servizio pubblico.
Siamo in presenza di una vera e propria escalation di atti di libidine istituzionale e di continui episodi di delirio di onnipotenza, che umiliano la libertà di informazione, la professionalità dei giornalisti e il diritto costituzionalmente garantito dei cittadini di essere informati.
Non consentiremo che, approfittando delle pause estive, si metta in atto un autentico golpe democratico, e si realizzi quel piano eversivo antidemocratico che Licio Gelli e la P2 avevano teorizzato e che Silvio Berlusconi sta concretamente attuando.
Il re e' nudo
Quello che sembra emergere dal blog di Paolo Guzzanti è ‘patrimonio’ conosciuto nel mondo politico e dell’informazione, pur essendo stato archiviato in modo frettoloso nelle sedi istituzionali competenti. C’è da sperare che la magistratura, la quale si riconosce nella Costituzione, in particolare nell’articolo 3 (uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge) e 112 (obbligatorietà dell'azione penale), accerti gli aspetti penali della vicenda. Ci troviamo infatti di fronte a nuove tecniche di corruzione e mercimonio delle pubbliche funzioni che avrebbero come protagonista il presidente del Consiglio e alcuni membri del suo Governo. Comportamenti sanzionati dal codice penale: si veda l’articolo 319 che riguarda incarichi politici ed istituzionali in cambio di utilità varie.
Una vicenda che potrebbe dunque avere un profilo giudiziario oltre che politico-morale. Se il primo lo lasciamo alla magistratura, il secondo invece ci riguarda tutti come cittadini di questo Paese. Oggi leggendo i giornali esteri c’è infatti da rabbrividire per l’italica immagine che si va diffondendo oltr’Alpe. Se i media inglesi, in pieno stile british, attaccano l’Italia con un misto di repulsione e sarcasmo, quelli francesi mettono da parte ogni tono ironico per lasciare spazio solo alla condanna. Una delegittimazione che ovviamente non riguarda esclusivamente il presidente del Consiglio e la sua corte, ma l’intera nazione.
Perché gli italiani accettano di essere governati da un potere molto più simile all’impero romano in decadenza che ad una moderna democrazia?
Questa è la domanda che circola oltre confine e che dovrebbe trovare risposta qui da noi. Il punto doloroso è che se il re è nudo, anche il suo popolo non è vestito troppo. La (in)cultura berlusconiana, con il potente mezzo della televisione commerciale, ha creato una rivoluzione antropologica nella società italiana, alterandone i geni. Il sovrano in fondo rispecchia la sua base. E la rispecchia perché ha contribuito a plasmarla: come nei regimi totalitari, con il sogno dell’homo novus, anche Berlusconi in questi anni ha imposto un modello antropologico. E lo ha imposto a tutti. Le ragazze e le donne possono guardare alla bellezza del corpo come apripista di ogni strada (governo e politica compresi), mentre agli uomini il modello offerto è lui stesso: l’imprenditore di successo senza scrupoli che conquista la guida del Paese e che è al di sopra della legge e dell’etica pubblica.
Eppure in questa triste decadenza di un’intera nazione, continua ad esistere un anticorpo capace di neutralizzare la ‘malattia’ berlusconiana. E’ rappresentato dalla parte sana del Paese, quella società civile che affolla blog e social network per parlarsi, che fa resistenza pacifica leggendo e informandosi, che punta l’indice contro le mafie perché fedele ad un’idea di legalità e di giustizia, che sa provare il senso della solidarietà verso i migranti, che vede il potere come strumento e non come fine della politica , che crede nei partiti e nei movimenti come spazi di partecipazione. A questa società civile, che non esaurisce se stessa dentro la cabina elettorale, è affidato il sogno di una ricostruzione, prima ancora che politica sicuramente etica.
Il re è nudo, ma il popolo no.
Sosteniamo i lavoratori INNSE
La vicenda della INNSE di Milano, cioè di 50 lavoratori che mettono in gioco anche la loro incolumità fisica oltre a presidiare l'azienda da più di un anno, è una vicenda emblematica per questa città.
Si parla della difesa di posti di lavoro, importantissimi dal momento che la crisi picchierà più duro proprio a settembre, ma anche di perdita di professionalità, di tecnologie, di orgoglio nel produrre pezzi e macchine importantissime per l'economia mondiale. In poche parole si parla dell'occupazione, ma anche di cosa vuole essere Milano: se la città delle aree, dei palazzi e delle speculazioni, oppure ciò che è sempre stata per l'Italia, cioè un luogo dove l'ingegno, la capacità di innovare, di cambiare e costruire sono parte integrante. E' questo il messaggio che questi lavoratori stanno inviando a tutti, ai milanesi e agli italiani.
Italia dei Valori sostiene che il patrimonio più importante, e che non si può perdere, sono le capacità di lavorare, di cambiare e soprattutto di essere orgogliosi dei propri prodotti. L'orgoglio di ciò che si produce è una molla importantissima per far si che un economia non sia solo speculativa o di immagine.
Non possiamo arrivare all'Expo 2015 con esposizioni di prodotti cinesi, indiani, tedeschi, americani, francesi e non di prodotti italiani. Non si esporrà nulla di italiano se continueranno a nascere tante situazioni come quella dell'INNSE, in cui si perdono professionalità e capacità di fare prodotti d'eccellenza.
Come Italia dei Valori, sul caso INNSE in particolare, abbiamo detto fin dall'inizio che i lavoratori hanno ragione. Chiediamo al Comune, alla Regione e al Ministero di tutelare il loro interesse. Questi lavoratori stanno facendo un favore alle istituzioni del centrodestra, perché stanno ponendo un problema concreto: non di escort o di ciò che accade a Villa Certosa, ma stanno ponendo il problema del futuro di una città.
Come Italia dei Valori siamo dalla parte di questi lavoratori e siamo contro le speculazioni. Ci permettiamo di dire che le forze politiche come la Lega, vicine a questo imprenditore speculatore, devono stare attente: il vento può infatti cambiare in Lombardia.
Gli artigiani che chiudono le loro attività, le piccole medie imprese che rischiano il fallimento e le banche che non danno i soldi stanno ponendo un problema: le forze politiche nate come la Lega dicendo di portare avanti gli interessi della Lombardia, stanno invece facendo gli interessi dei soliti noti e non di coloro che qui lavorano tutti i giorni.
Una Rai sempre piu' servile
L'informazione in Rai sta diventando sempre piu' servile: con le nomine effettuate ieri l’azienda pubblica si delinea infatti un organismo tagliato e confezionato su misura di Berlusconi e della sua maggioranza. Anche per la radiofonia le nomine sono il frutto di una lottizzazione a senso unico che continua a determinare una moltiplicazione di poltrone e quindi di sprechi.
Come Italia dei Valori apprezziamo la levata di scudi del presidente Garimberti, che sembra finalmente ricordarsi della necessità di salvaguardare le professionalità interne e di garantire il pluralismo dell’informazione. Così come condividiamo le preoccupazioni del Presidente della Repubblica dopo la rinuncia Rai alla piattaforma satellitare di Sky, decisione che testimonia in maniera chiara il macroscopico conflitto d’interessi di Berlusconi che sta inquinando la vita del Paese.
L’unica soluzione a questo stato di cose, che come IdV porteremo avanti con determinazione, è la denuncia continua, quotidiana, della faziosità e dell’ipocrisia degli attuali vertici di viale Mazzini, perché siamo convinti che i cittadini siano in grado di giudicare e di capovolgere quanto prima questa assurda dittatura e il suo monopolio dell’informazione.
Antimafia a parole
Il fatto di aver espletato per circa quindici anni le funzioni di Pubblico Ministero in territori caratterizzati da una radicata e forte presenza della criminalità organizzata mi pone come osservatore privilegiato tanto da poter giungere alla conclusione che solo una parte dello Stato intende effettivamente lottare contro le mafie.
La mafia, dopo la stagione delle stragi politico-mafiose degli anni 1992-1993, ha deciso di adottare la strategia politico-criminale tipica della ’ndrangheta, ossia quella di evitare il conflitto armato con esponenti delle Istituzioni e di penetrare, invece, in modo capillare, nel tessuto economico-finanziario ed in quello politico-istituzionale.
L’infiltrazione nell’economia e nella finanza è talmente diffusa in tutto il territorio nazionale che le mafie contribuiscono ormai, in buona parte, al prodotto interno lordo del nostro Paese tanto da far sì che non si possa più distinguere tra economia legale ed economia illegale. Le mafie hanno enormi capitali da investire che rappresentano il provento della gestione del traffico internazionale di droga. Il riciclaggio avviene nel settore immobiliare, nelle finanziarie, nelle banche, nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso ed al minuto, nelle società di calcio, nelle società che si occupano di ambiente, nella sanità, nei lavori pubblici; insomma, dove c’è denaro, dove c’è business, le mafie sono interessate.
E quando si controllano, illegalmente, settori nevralgici dell’economia nessun cittadino può dire che si tratta di problematiche a lui estranee, che non lo riguardano direttamente: difatti, se la criminalità organizzata controlla parte del ciclo dell’edilizia si comprende perché gli edifici si frantumano alla prima scossa di terremoto; se la criminalità organizzata gestisce i traffici di rifiuti tossico-nocivi si capisce perché in Italia c’è un’emergenza ambientale e sanitaria senza uguali nell’Unione Europea. La mafia, quindi, non è un problema solo di alcune regioni del Paese, non è un fatto per addetti ai lavori. E’ un’emergenza nazionale: criminale, politica, economica, sociale e culturale.
Attraverso, poi, la gestione illegale della spesa pubblica, il controllo dei finanziamenti pubblici (anche dell’Unione Europea), le mafie, in questi ultimi 17 anni in particolar modo, sono penetrate, in modo articolato e pervasivo, nella politica e nelle Istituzioni. Quando si riesce a controllare parte significativa della spesa pubblica - e mi riferisco soprattutto, in questo caso, alle regioni del Sud Italia, ma non solo - si condizionano appalti e sub-appalti in tutti i settori (ambiente, sanità, infrastrutture, informatica, formazione professionale, ecc.), si decide a chi affidare opere e lavori, quali progetti debbono essere approvati, si condiziona il mercato del lavoro decidendo insieme - criminalità organizzata, politica ed imprenditoria collusa - quali persone assumere ed alla fine si condiziona pesantemente la democrazia attraverso il voto di scambio che trova linfa con il vincolo delle appartenenze.
È nella gestione illegale della spesa pubblica, soprattutto attraverso la creazione di una miriade di società miste pubblico-private, che si realizzano anche le nuove forme di corruzione: non ci sono più, infatti, le valigette dei tempi di Chiesa e Poggiolini, ma le consulenze, i progetti, i posti nelle compagini delle società miste, le assunzioni, gli incarichi. E’ anche qui che avviene l’intreccio criminale tra controllori e controllati, è in questi segmenti che si radica il rapporto collusivo tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni: politici - che hanno realizzato anche le nuove modalità di finanziamento illecito dei partiti - funzionari e dirigenti di enti pubblici, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Spesso il collante di questi segmenti deviati - non residuali, purtroppo - delle Istituzioni sono centri di potere molto influenti: logge massoniche coperte, lobby, comitati d’affari, club di servizi, strutture talvolta con ampie radici nel mondo ecclesiastico.
Di fronte ad un cancro di tali dimensioni la lotta alle mafie a 360 gradi viene svolta da irriducibili: taluni magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, singoli politici, esponenti della società civile. Siamo ancora troppo pochi e sotto assedio dei poteri forti e di quelli criminali. Lo Stato, nel suo complesso, invece, si accontenta del contrasto solo ad un certo «livello» di mafia: le estorsioni, il traffico di droga, gli omicidi. Quando si affronta, invece, il nodo fondamentale - quello che rappresenta la linfa vitale del sistema mafioso - i rapporti mafia-politica, mafia-economia e mafia-istituzioni, si rimane isolati: non è più lo Stato che agisce, ma servitori dello Stato.
E’ su questi temi che la storia d’Italia ha conosciuto la stagione degli omicidi politico-mafiosi, è su tali intrecci criminali che si stanno consolidando quelle che si possono chiamare le morti professionali di servitori dello Stato da parte di articolazioni dello Stato stesso: si tratta delle tecniche raffinatissime di neutralizzazione dei servitori dello Stato scomodi, ingombranti, deviati ed antropologicamente diversi per il sistema mafioso. Quello che è più grave è che tali nuove strategie - per nulla estemporanee - avvengono nel silenzio e, in taluni casi, anche con il contributo di chi dovrebbe essere tra i principali alleati di coloro i quali contrastano - non con chiacchiere o passerelle politico-istituzionali - le forme più pericolose ed insidiose delle mafie: quella dei colletti bianchi del terzo millennio.
Ed è su questi temi che ho trovato importanti le immediate prese di posizione congiunte, con riferimento alla lotta alle mafie, al Parlamento Europeo - nelle prime riunioni - tra parlamentari di Italia dei Valori e Partito democratico. Ed è per questo che tutte le forze democratiche del Paese debbono vigilare affinché le indagini in corso presso le Procure di Palermo e di Caltanissetta non subiscano interferenze che possono provenire non solo dalla politica, ma anche dall’interno dello stesso ordine giudiziario: non posso non ricordare che, in epoca assai recente, indagini giudiziarie molto rilevanti proprio sulla criminalità organizzata dei colletti bianchi non sono state fermate dalla mano militare dei Riina e Provenzano di ultima generazione ma dalla carta bollata del Consiglio Superiore della Magistratura che ha trovato convergenze parallele con la politica ed i poteri forti.
Impatto ambientale: commissione addolcita
In questi giorni il governo vede l’ennesima contrapposizione, questa volta tra il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e quello della Semplificazione normativa Roberto Calderoli.
Il motivo è il cosiddetto “decreto anticrisi” che di fatto esautora, per le reti elettriche e le centrali, il Ministero dell’Ambiente da alcune sue competenze come quella sull’impatto ambientale, esercitate tramite la Commissione VIA (Commissione di impatto Ambientale).
Messa così sembra che sia un fatto negativo per l’ambiente, ma vediamo un po’ più approfonditamente come stanno le cose.
La Commissione Via è stata insediata poco più di un anno fa tramite un decreto legge, quello sui rifiuti a Napoli (e già qui non si capisce il nesso), azzerando di fatto quella precedente. Tale atto è apparso non usuale nel merito e del metodo e così è stato fatto un ricorso al Tar che pare sarà accolto.
Tuttavia la nuova Via governativa nasceva con un piano ben preciso: creare le condizioni per sbloccare tutti i progetti in attesa.
Questo di per sé non è un fatto negativo, ma lo diventa quando per procedere si accelerano i tempi di valutazione e quindi si opera necessariamente in modo più superficiale.
Non possiamo non pensare che dietro la fretta di sostituire la precedente Commissione con la nuova non si nasconda un piano ben preciso e particolareggiato che vede come attori il Cipe (Comitato ministeriale per la programmazione economica), il Ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e le grandi aziende come l’Enel (ora di nuovo coinvolta direttamente nel nucleare) che hanno tutto l’interesse ad avere una Commissione Via “addolcita” dalla presenza di molte figure che di competenza ambientale non ne hanno molta, come uno stuolo di avvocati di nomina governativa.
Inoltre, la nuova Via ha una percentuale molto alta di avvocati e architetti, ma non di ingegneri, fisici e biologi il che la rende molto debole dal punto di vista tecnico.
In questa ottica allora, forse, quella di Calderoli può essere vista come una sorta di benefica provocazione che può portare all’instaurarsi di una nuova Commissione Via (soprattutto dopo la sentenza del Tar) che mostri un più alto tasso di professionalità e che non sia un semplice “Viaficio” che sforna pareri positivi a prescindere dal reale impatto ambientale sul territorio.
Strage Umbria Olii: lettera di Lorena Coletti
Ho ricevuto questa accorata lettera dalla sorella di una delle 4 vittime del gravissimo incidente sul lavoro accaduto il 25 novembre 2006, a Campello sul Clitunno, nella ditta Umbria Olii. I quattro lavoratori morirono carbonizzati nel piazzale dell'azienda mentre effettuavano interventi di manutenzione.
Quel che rende paradossale questa storia, che ha tanto in comune con i numerosi incidenti sul lavoro che accadono ogni giorno nel nostro paese, è il fatto che l'imprenditore di Campello, rinviato a giudizio per la strage, con accuse che vanno dall'omicidio colposo plurimo, con l'aggravante della colpa cosciente, all'omissione dolosa dei mezzi di prevenzione, punta sostanzialmente ad avanzare una richiesta di risarcimento danni ai familiari delle vittime della sciagura e all'unico sopravvissuto, un'istanza già presentata e decaduta due anni dopo l'incidente.
Purtroppo sulle questioni legate alla sicurezza sul lavoro il Governo non dà risposte, al contrario ha approvato recentemente un decreto correttivo al Testo Unico sulla sicurezza approvato dal Governo Prodi, che peggiora gravemente il testo, abbassando di fatto le tutele per i lavoratori.
Mi sono battuta in Commissione Lavoro affinché ritirassero o almeno modificassero il testo, abbiamo presentato un parere negativo dell'Italia dei Valori, ma senza esito. Questo Governo va avanti a colpi di maggioranza e di fiducia senza dare ascolto ai richiami che da più parti arrivano.
Purtroppo, essendo il processo in corso, non mi è possibile presentare un'interrogazione al Ministro competente. Confidiamo però nel lavoro della Magistratura, e ci riserviamo di far sentire comunque la nostra vibrata protesta nel caso in cui l'esito non dovesse essere, come ovvio, a favore delle vittime.
Lettera di Lorena Coletti
Sono Lorena Coletti, sorella di una delle vittime della strage della Umbria Olii di Campello sul Clitunno (Pg). Il 25 novembre 2006, quattro uomini si alzarono e partirono per andare al lavoro, per guadagnarsi da vivere. Era di sabato, il lavoro lo avevano iniziato il martedì: dovevano installare delle passerelle sopra a dei silos. In quei silos c'era un gas, il gas esano, un gas molto infiammabile, questo poiché nessuno aveva fatto una bonifica di questi silos.
Verso le 13 di quel maledetto giorno avvenne un enorme esplosione. Venni a sapere della notizia solamente la sera molto tardi. La moglie che lo aspettava per il pranzo, non vedendolo tornare fece un giro di telefonate ai suoi colleghi, ma fu un vano tentativo, perchè non ottenne nessuna risposta. Fino a che, non telefonò alla moglie del datore di lavoro, che le diede la notizia. Giuseppe Coletti, mio fratello, Maurizio Manili, datore di lavoro,Vladimir Thode e Tullio Mottini erano morti nell'espolsione. Unico sopravvissuto Claudio Demiri. Il proprietario della Umbria Olii, fu indagato e rinviato a giudizio con l' accusa di omicidio colposo plurimo e violazione di norme per la sicurezza sul lavoro. Secondo l' accusa, Del Papa avrebbe dovuto avvertire i lavoratori della ditta Manili, della pericolosità delle sostanze contenute nei serbatoi, dove non era mai stata fatta la bonifica. Una omissione, che sarebbe secondo i giudici e i periti dell'accusa, alla base dell'incidente, causato dall'utilizzo di una fiamma ossidrica per terminare i lavori sulla superficie metallica dei silos. Il 24 novembre prossimo, doveva iniziare il processo penale, ma Giorgio Del Papa e la sua difesa ha impugnato il tutto facendo ricorso in Cassazione contro il rinvio a giudizio.
Oggi apprendo la notizia dal mio avvocato, che la Cassazione deciderà ad ottobre sul ricorso di Del Papa. Ma, per la seconda volta, viene fatta alla mia famiglia un' altra richiesta di risarcimento, che era decaduta con l'annullamento della perizia tecnica, ma che ora Del Papa ripresenta a nome della Gestoil Srl, ex Umbria Olii. Sono passati quasi tre anni, e l' anno scorso ci fu la prima richiesta: oltre 35 milioni di euro. Ora mi chiedo, se anche quest'anno la cifra sia sempre quella oppure, se hanno messo a conto anche gli interessi, visto il tempo che è passato. Sottolineo, che a mio fratello Giuseppe Coletti e' stata stroncata la vita, e a Giorgio Del Papa non è stato neanche dato un giorno di carcere e tanto meno gli arresti domiciliari.
Questa e' la giustizia Italiana!!!!!
In tre anni mio fratello e' stato ucciso diverse volte, ora dico basta. Degli operai che partono la mattina per fare il loro dovere, per mantenere la famiglia e fare una vita onesta e dignitosa, non meritano di morire. Come non meritano che la loro dignità' venga calpestata da assurde richieste di risarcimento, mandate da chi li ha uccisi . Non lo permetto!!!
Vorrei che Del Papa sapesse che la vita di quattro persone vale molto più' di qualsiasi cifra che lui chiede. Ma il peggio di tutto è, che è ancora libero, e che lo Stato Italiano gli permette di fare queste cose. Chiedo inoltre, di poter incontrare il Presidente della Repubblica per poter parlare personalmente con lui. Intanto gli vorrei rivolgere questo appello:
Egregio Presidente della Repubblica, La invito, dopo tutte le parole spese per chiedere più sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, a non firmare assolutamente il Dlgs correttivo al Dlgs 81/08. Se è coerente con le sue dichiarazioni, non può firmare un decreto che è un colpo fatale alla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro. Io non mi arrenderò e non permetterò più che la memoria di mio fratello e delle altre vittime venga calpestata, sono esseri umani morti per lavorare, non per divertimento. Finchè avrò vita li difenderò; di sicuro non mi limiterò a fare fiaccolate, ma cercherò di fermare chi ancora una volta vuole calpestare i lavoratori di Italia. Basta prendersela con Giuseppe Coletti e le altre vittime della Umbria Olii.
Saluti Lorena Coletti (Email: zialory68@hotmail.it)

















