Ancora Parlamento fannullone
Durante l'ultima Conferenza dei Capigruppo, che è l’organismo che decide il calendario dei lavori d’aula, il Presidente Fini ha proposto che la prossima settimana non si tengano lavori d’aula adducendo motivi legati alla celebrazione delle giornate “dei morti” e dell’anniversario del 4 novembre.
Pur rimettendomi doverosamente alle decisioni del Presidente ho manifestato il dissenso del Gruppo di Idv, in considerazione del fatto che nelle ultime settimane si è lavorato assai poco. Inoltre nella giornata di ieri in Commissione Bilancio, della quale faccio parte, è stata fatta una improvvisa ed anche eccessiva accelerazione dei lavori, con votazioni che si sono protratte dopo cena fino a tarda ora per concludere l'esame della Proposta di Legge di “Riforma della sessione di bilancio”. Avendo concluso tali lavori il provvedimento era pronto per l’avvio della discussione in aula. Si tratta di un provvedimento corposo e complesso destinato a modificare profondamente il bilancio dello Stato ed a cambiare in modo significativo le procedure della Legge Finanziaria annuale. Certamente esso avrebbe richiesto qualche giorno di discussione per essere approvato.
Avevamo inoltre chiesto di portare alla discussione una nostra mozione che impegnava il governo ad attivarsi per raddoppiare da 52 a 104 settimane la Cassa Integrazione, per detassare le tredicesime e per ridurre l’Irap per le piccole e medie imprese.
Tutti gli altri Gruppi (compresi Pd e Udc) non hanno invece sollevato alcuna obiezione e si sono dichiarati d’accordo con il Presidente Fini che dunque ha deliberato nel senso indicato. Così la Camera riprenderà i suoi lavori il 9 novembre discutendo, tra l’altro, di una proposta di legge a favore degli animali da compagnia.
Noi di Italia dei Valori non abbiamo naturalmente nulla contro gli animali da compagnia, che hanno una degnissima funzione di supporto anche psicologico ai loro padroni. Pensiamo però che sia veramente ridicolo che la Camera dei Deputati discuta dei loro problemi e non invece di quegli “animali a due zampe che si chiamano uomini”, lavoratori e pensionati, che stanno soffrendo con le loro famiglie per una crisi, che a differenza di quanto affermano continuamente Berlusconi, Tremonti, Brunetta, Sacconi e Scajola non è affatto superata ed ha appena iniziato a colpire la gente. Trovo che questa discussione avrebbe dovuto avere, semmai, la priorità su tutto. Ma un governo ed una maggioranza che sono solo capaci di riempire giornali e telegiornali di notizie fumogene ignorano i veri problemi delle persone e le gravi difficoltà in cui oggi molta gente si dibatte.
Per questo noi di Italia dei Valori ci saremo lo stesso e, tenendo fede all'impegno preso qualche settimana fa davanti ai cittadini, devolveremo in beneficenza alla Caritas l'equivalente della diaria di tutti i parlamentari del gruppo per le settimane di lavoro che andranno perse.
Anche il signor Rossi oggi va alla Caritas
Le famiglie italiane sono sempre più povere. Nel secondo trimestre del 2009, il reddito lordo disponibile per le famiglie è diminuito dell’1% rispetto al trimestre precedente, con una perdita in termini assoluti di 11 miliardi di euro. E’ quanto emerge dallo studio dell’Istat “Reddito e risparmio delle famiglie e profitti della società”.
Nel febbraio del 2008, la Caritas di Roma ha aperto un emporio della solidarietà, un supermercato dove persone con difficoltà economiche possono recarsi a fare la spesa gratuitamente. Lo abbiamo visitato, incontrando i responsabili e parlando con loro. C’è una cosa, sopra tutte, che colpisce come un pugno nello stomaco e che dimostra come quei dati Istat siano drammaticamente veri.
A venire a fare la spesa all’emporio non sono i poveri del nostro immaginario collettivo, i disperati, gli abbandonati, i barboni. Ci sono anche quelli ma ci sono soprattutto “ le famiglie normali”, quelle del piano di sotto, monoreddito, con figli che studiano, che pagano la rata del mutuo o l’affitto e che non arrivano più alla fine del mese. C’è il piccolo imprenditore o il commerciante che la crisi economica ha ridotto sul lastrico. C’è l’operaio che è stato licenziato o è stato messo in cassa integrazione.
C’è quel ceto medio, insomma, che la crisi sta schiacciando inesorabilmente. Ma c’è anche tanta dignità.Gli empori della solidarietà, frutto della straordinaria collaborazione tra la Caritas, il Comune di Roma, benefattori privati e grandi aziende, stanno nascendo in altre città. E se da una parte Roma rivendica la paternità dell’iniziativa con orgoglio, dall’altra sottolinea che la proliferazione degli empori è il segno evidente di una vera e propria emergenza povertà a livello nazionale.Quando governava il centrosinistra, le tv bombardavano i telespettatori con la notizia che le famiglie italiane erano sempre più povere. Ora non se ne parla più.
C’è solo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che, a reti unificate, dice che la crisi è finita. Lasciamo alle immagini e alle parole dire se è vero o no.
Economia: non e' una priorita' del governo Berlusconi
Non è tollerabile che la questione Irap sia diventata il pretesto di uno scontro tutto interno alla maggioranza e tutto giocato sulla pelle dei cittadini e delle imprese.
Lo spettacolo a cui stiamo assistendo da giorni è avvilente. Da una parte chi vuole inserire il taglio dell'Irap subito, dall'altra chi dice che non ci sono risorse. Lo scontro è arrivato anche in commissione Bilancio al Senato dove ieri notte è stata approvata la più impalpabile e vuota delle manovre finanziarie della storia. Noi siamo disponibili a discutere sia sull'entità del taglio, sia su dove trovare i fondi, ma non sappiamo chi è il nostro interlocutore visto che nella maggioranza la spaccatura è evidente. Oltre all'Irap, però, sono urgenti e indispensabili altre misure economiche per rilanciare la domanda interna, dalla detassazione di stipendi e pensioni, a cominciare dalla prossima tredicesima, alla proroga della cassa integrazione ordinaria e alla riforma complessiva degli ammortizzatori sociali.
Ma sarà difficile spuntarla, visto che in commissione hanno bocciato tutti i nostri emendamenti, non solo quelli che in qualche maniera tendevano la mano al mondo del lavoro, ma anche quelli che vanno ai servizi per i cittadini. Abbiamo provato a far reintegrare fondi tagliati dal governo almeno ai livelli dello scorso anno, trovando anche la copertura economica. Non ci saranno incrementi al fondo per le politiche sociali, al fondo per le politiche della famiglia e al fondo per la non autosufficienza che dal 2010 non risulterà più finanziato. Si trattava di misure minime per venire incontro alle fasce più deboli che sono quelle che soffrono maggiormente la portata della crisi economica. Ci riproveremo in Aula, ma con poche speranze perché la nostra impressione è che ci siamo trovati davanti a un muro di gomma.
Purtroppo da tempo Berlusconi va annunciando che la crisi è finita. E' chiaro che confonde la ripresa dei suoi capitali in Borsa con la fine della crisi economica. Ma anche gli ultimi indicatori economici gli danno torto marcio. L'Irap-Cgil informa che ormai il numero dei disoccupati è salito a tre milioni, è destinato ad aumentare nei prossimi mesi e governo e maggioranza litigano senza trovare uno straccio di soluzione a questo dramma. Negli Stati Uniti invece succede il contrario. Grazie al massiccio piano di interventi pubblici il pil dell'ultimo trimestre fa segnare uno straordinario +3,5 per cento. Nonostante questo dato Obama, che al contrario del nostro premier non ha mai nascosto la reale drammaticità della crisi economica, ha detto che la strada da percorrere è ancora lunga. La differenza è proprio questa: Obama ha affrontato la crisi con i fatti e ne sta uscendo, Berlusconi chiacchiera ma non offre risposte concrete e imprese e famiglie sono in ginocchio.
Purtroppo, osservando il dibattito di questi giorni, è chiara anche un'altra cosa: da questo governo e da questa maggioranza la priorità non andrà alle riforme economiche che sono urgenti ed essenziali, ma alle controriforme in materia di giustizia per evitare al premier di essere processato.
L'acqua deve rimanere pubblica
Sull'acqua e sulla gestione dei sistemi idrici la posizione dell'Italia dei Valori è che essa deve rimanere pubblica, come si addice ad un bene essenziale, che non può essere ridotto ad una merce. Questo senza se e senza ma.
Per questo è necessario sollevare la più ferma protesta e adoperarsi per far crescere la mobilitazione popolare, avverso la conclusione della discussione in Commissione al Senato della conversione in legge del decreto 135 del 2009, che suona come una campana a a morto per la gestione pubblica dell'acqua. Il 3 novembre la legge di conversione del decreto sarà in aula e, se lo approveranno, la gestione di tutto il sistema idrico, in poco più di un anno sarà in mano ai privati.
Già oggi, infatti, la pubblicità della gestione dell'acqua è molto compromessa, a conseguenza della legge 133 del 2008, che fu uno dei primi provvedimenti e tra i più sciagurati del governo Berlusconi. Da allora la gestione dell'acqua può essere affidata al mercato, come se si trattasse non di un bene pubblico ma di servizio con rilevanza economica. Pur tutta via era data facoltà alle amministrazioni locali e ai loro consorzi di poter esercitare questa gestione attraverso società interamente pubbliche e sulle quali l'ente locale o il consorzio esercitasse, però, un indirizzo e un controllo come se si trattasse di un suo ufficio interno o una municipalizzata.
Era una situazione precaria e sempre in bilico verso la caduta del servizio idrico nelle mani dei privati, ma attraverso questa facoltà molte amministrazioni, nel nord e nel centro dell'Italia, hanno potuto mantenere la gestione pubblica dell'acqua. Si erano distinti in questa “resistenza” alla privatizzazione del servizio idrico anche molti comuni amministrati dalla Lega.
Ora, nel testo approvato in commissione, questi affidamenti a società interamente pubbliche vengono fatti decadere improrogabilmente nel 2011 a meno che l'amministrazione locale non ceda il 40% delle sue quote nella società a soggetti privati, che ne prendono in mano la gestione. Come dire che si salvano le gestioni pubbliche a patto che esse finiscano in mano ad un privato, magari molto ben ammanicato con gli amministratori compiacenti.
Dove erano i parlamentari della Lega, mentre prima alla Camera o adesso al Senato il loro Governo eliminava ogni possibile sopravvivenza di gestione pubblica dell'acqua? Festeggiavano alle sorgenti del Po' mentre l'acqua delle loro valli diventava un lucroso affare e un ulteriore pesante aggravio dei bilanci delle famiglie?
Nucleare: il governo decidera' da solo
Oggi alle ore 15:00 abbiamo rivolto un'interrogazione parlamentare in tema di localizzazione dei siti per la costruzione di impianti nucleari e per lo smaltimento delle scorie radioattive. Riporto di seguito la domanda, posta dall'Onorevole Anita Di Giuseppe, la risposta del Ministro Elio Vito e la mia replica.
La domanda
Anita Di Giuseppe :Signor Presidente, la legge 23 luglio 2009, n. 99, prevede il ripristino dell'intera produzione di energia nucleare e delega solo il Governo a decidere i criteri per l'individuazione dei siti delle future centrali nucleari, in intesa solo con la Conferenza unificata. Sebbene il Governo smentisca l'esistenza ad oggi di una mappa già definita dove ubicare gli impianti nucleari e di smaltimento delle scorie, si è diffusa la notizia di una lista stilata da incaricati del Governo che conterrebbe il nome di dieci siti ospitanti, vale a dire Monfalcone, Scanzano Jonico, Termoli, Palma, Oristano, Chioggia, Caorso, Trino Vercellese, Montalto di Castro e Termini Imerese.
Il gruppo dell'Italia dei Valori intende sapere se il Governo possa confermare o smentire questa notizia, visto che tra i criteri di esclusione ai fini dell'individuazione dei siti dovrebbero, peraltro, essere tenute in debita considerazione sia la vocazione turistica di una determinata area, sia l'eventuale presenza sullo stesso territorio di industrie o di impianti di produzione energetica.
Inoltre, vogliamo sapere attraverso quali procedure si prevede di coinvolgere, nella massima trasparenza, le popolazioni e gli enti locali interessati su un argomento così rilevante.
La risposta
Elio Vito :Signor Presidente, ringrazio il gruppo dell'Italia dei Valori che consente al Governo di fornire alcuni chiarimenti, spero esaustivi, su una questione di grande interesse per l'opinione pubblica. L'interrogazione, infatti, riguarda i criteri di localizzazione dei siti ospitanti impianti nucleari e per lo stoccaggio delle scorie radioattive. A tal proposito, preciso che la delega contenuta all'articolo 25 della cosiddetta legge sviluppo, un importante provvedimento varato recentemente dal Parlamento, definisce principi e criteri direttivi per l'emanazione dei decreti che definiranno i dettagli relativi alle diverse fasi del programma nucleare del nostro Paese. Il Governo, pertanto, è delegato a definire i criteri per la localizzazione degli impianti e non già a stilare elenchi di alcun tipo. Questo credo che sia importante da precisare rispetto alla prima richiesta dell'onorevole.
La specifica definizione di siti è competenza di una successiva attività, di tipo anche autorizzativo, che sarà sviluppata nel rigoroso rispetto delle modalità fissate dalla legge, previa verifica della strettissima rispondenza delle caratteristiche tecniche dello specifico progetto ai requisiti di sicurezza prefissati. La richiamata delega del Governo sarà esercitata, tra l'altro, attraverso la determinazione di elevati livelli di sicurezza dei siti, anche al fine di tutelare la salute della popolazione e l'ambiente. A tal proposito, si può assicurare che le decisioni in merito - e questo è il secondo aspetto del quesito posto - saranno assunte attraverso il previsto coinvolgimento e il necessario consenso anche dei soggetti interessati a livello territoriale. Il Governo, infatti, è consapevole che una mancata e larga condivisione delle scelte può comportare seri ostacoli al cammino del programma nucleare nazionale.
D'altro canto, i richiamati decreti legislativi dovranno essere adottati previa acquisizione non solo del parere della competenti Commissioni parlamentari ma, come è stato ricordato, anche del parere della Conferenza unificata. Infatti, è la stessa «legge sviluppo» a stabilire espressamente che tale autorizzazione sia rilasciata su istanza del soggetto richiedente, previa intesa con la Conferenza unificata. La Conferenza unificata, è bene ricordarlo, rappresenta la sede istituzionale idonea per affrontare le problematiche territoriali specifiche. In essa infatti, come è ben noto agli onorevoli interroganti, trovano rappresentanza non solo le regioni ma anche le province e i comuni che saranno eventualmente ed evidentemente interessati dalle procedure autorizzatorie che ho richiamato dalla legge.
La replica
Antonio Di Pietro :Signor Ministro, mi meraviglio di lei! Anche lei ci si mette a dire bugie come il suo Presidente del Consiglio? L'articolo 25 prevede il semplice parere della Conferenza unificata che dirà quel che gli pare e piace, ma il provvedimento non ha bisogno del parere obbligatorio e vincolante della Conferenza unificata. Quindi, di fatto il Governo deciderà da solo, tant'è vero che più della metà delle regioni hanno già fatto ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione (tanto per chiarire i fatti).
In secondo luogo, noi dell'Italia dei Valori denunciamo la scelta scellerata ed omicida di questo Governo di riprendere la costruzione delle centrali nucleari. Perché? È omicida in quanto attenta alla salute, attenta all'ambiente, attenta ai territori, ed è scellerata perché è costosa. Costa troppo e, per quando sarà fatta, le centrali di terza generazione saranno obsolete rispetto agli studi che stanno portando a quelle di quarta generazione. Inoltre, l'uranio è talmente ridotto a poca quantità che costerà sempre di più e quindi il costo sarà sempre maggiore. Inoltre, è contro la volontà popolare perché nel 1987 il popolo italiano ha detto che non vuole le centrali nucleari.
La nostra proposta è di utilizzare quelle risorse e quel tempo per sviluppare energie alternative e tra queste l'energia solare, l'energia eolica, le biomasse, la geotermica, insomma tutte quelle energie che possono fare meglio, a minor costo e a minor rischio salute. Ma questo comporterebbe meno guadagni per le solite lobby che questo Governo sta tutelando (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori ).
Denunciare, denunciare, denunciare
Che oggi Piero Marrazzo venga attaccato dal PdL e' conferma di "cattiva coscienza". Avrebbero voluto, i berlusconiani, che il Presidente Marrazzo restasse al suo posto. Avrebbero voluto che Marrazzo restasse imperterrito nell'incarico di Presidente della Regione Lazio, magari ripetendo la solita, farisaica espressione "attendo con fiducia l'inizio e l'esito del processo;....anzi...ricordo che non ho ancora ricevuto comunicazione dell'avvio di alcun processo...".
Piero Marrazzo, invece, dopo alcune ore di sbandamento e di incertezza, ha deciso di non ricoprire più quell'incarico (al quale incarico era stato eletto direttamente dai cittadini, giusto per ricordare una inaccettabile pretesa di impunità invocata dal Presidente del Consiglio che pure non è stato eletto direttamente).
Avevamo richiesto - ed eravamo certi- che, dopo la autosospensione, Marrazzo avrebbe dovuto lasciare definitivamente l'incarico. E Marrazzo coerentemente si è dimesso.
Una scelta ben diversa da quanti sono imputati, sono condannati, confondono pubblico e privato e con grande disinvoltura ed altrettanto fastidio insultano quanti osano invocare non soltanto rispetto delle leggi (e sarebbe già tanto!), ma anche esercizio di pubbliche funzioni con “disciplina e onore”, come indica non qualche “insopportabile “ esponente di Italia dei Valori, ma l'art.54 della (ancora vigente!) Costituzione repubblicana.
Lasciamo che, con il passare del tempo e con il passare del fumo di dichiarazioni strumentali, si possa cogliere la differenza di comportamento istituzionale di Piero Marrazzo (che ha sbagliato,ha sbagliato, ha sbagliato.... quanto meno e certamente a non denunciare subito estorsori e ricattatori) rispetto al comportamento di Berlusconi e dei berlusconini in Parlamento, di condominio e di borgata.
Una lezione, ritengo, si debba trarre e un appello debba essere ripetuto : denunciare, denunciare, denunciare estorsori e ricattatori.
Un dilagante imbarbarimento sta investendo il funzionamento delle istituzioni, a partire da Palazzo Chigi, e sempre più rischia di coinvolgere Forze dell'ordine, servizi statali di sicurezza e delicatissimi centri decisionali. Sollecitiamo la Magistratura a far luce su chi, perché ed eventualmente per ordine o con il placet di chi quattro carabinieri sono responsabili di attività criminosa nel caso Marrazzo e quanti altri uomini delle istituzioni sono responsabili di attività criminosa , con riferimento ad altri casi, ancora non noti e che non possiamo accettare restino impuniti.
L'invito a denunciare mafiosi di ogni specie che siano estorsori e ricattatori deve valere, con almeno pari forza, per denunciare uomini delle istituzioni di qualunque grado e di qualunque ruolo che siano estorsori e ricattatori.
In difetto di tale tensione etica e coraggio civile, l'Italia rischia di sprofondare in una palude di illegalità e ricatti, evocando clima golpista e congiure da Palazzo degli Zar ai tempi di Rasputin.
Una delegittimazione economica e ideologica
Da ex pm posso dire di conoscere molto bene gli uomini e le donne che lavorano nella Polizia di Stato avendo trascorso gran parte della mia vita, professionale e non solo, al loro fianco, condividendo la difficoltà del loro compito ma anche scoprendo la tenacia e la passione con cui lo svolgono. Per questo la manifestazione indetta domani, a Roma, dai sindacati di Polizia e delle organizzazioni sindacali dell'intero comparto della sicurezza, non può che vedere il mio pieno sostegno.
Un impegno difficile e delicato, da molti vissuto come una vera e propria missione, dovrebbe essere sostenuto da un Governo che invoca la sicurezza come il mantra della propria azione politica. Al contrario la maggioranza sta procedendo ad una delegittimazione, economica e ideologica, delle forze dell’ordine.
I tagli previsti dalla precedente Legge Finanziaria, la mancanza dei fondi necessari, tra l'altro, al rinnovo del contratto, la riduzione di oltre 40 mila unità degli operatori in servizio, l’idea di privatizzare la sicurezza affidandola a ronde estemporanee e incontrollabili (se non dalle mafie): in cosa si traducono questi provvedimenti se non in quella che, giustamente, i sindacati di Polizia definiscono una “pugnalata” alle spalle
Purtroppo credo che questa “pugnalata” rientri in un disegno strategico più vasto e più sofisticato, anche se ormai completamente svelato: colpire il comparto della sicurezza per assestare un colpo mortale, di riflesso, anche a quello della giustizia. Un disegno dal sapore antico ma attuale, iniziato con Gelli e completato nei giorni nostri da Berlusconi, che ha come fondamento quella mortificazione della giustizia che anima da sempre, e sempre per interessi diretti e personali del premier, questa maggioranza.
La benzina della macchina di servizio non pagata, il contratto non rinnovato, cittadini inesperti che controllano il territorio: sono motivi sufficienti per scoraggiare chi crede nel proprio lavoro, per vedere umiliata la propria professionalità al servizio della sicurezza collettiva e della giustizia. Ma sono anche misure "utili" per mandare un segnale chiaro a tutto il Paese: per realizzare il disegno si parte dal quotidiano, dal grande al piccolo, dal pm al poliziotto, dal centro alla periferia. Senza pensare, ovviamente, all'interesse collettivo.
Giu' loro o chiusi voi
Il sistema produttivo del Paese, in particolare quello rappresentato dalle piccole-medie imprese e dall’artigianato, è corroso ogni giorno da una crisi economica senza precedenti e rispetto alla quale il Governo è latitante, impegnato a menar fendenti contro la magistratura per proteggere il premier, ma disinteressato al destino delle famiglie e dei lavoratori. Ogni tanto qualche dichiarazione per le prime pagine dei Tg ma nulla di serio e di vero. In tante fabbriche visitate nell’ultimo anno non ho mai incrociato un dirigente della maggioranza: forse temono, a ragione, il linciaggio.
L’Italia dei Valori nel suo programma di governo, sempre aperto ai cittadini (leggi e commenta i punti del programma), ha presentato una serie di misure per rilanciare l’attività delle imprese e consentire loro di superare questa contingenza difficile, con l’obiettivo di diffondere nuovo ossigeno nel tessuto produttivo nazionale. Eccole qui di seguito brevemente riassunte:
- Diminuzione del carico fiscale alle imprese
- Eliminazione dell’anticipo di imposte e versamento dell’Iva ad avvenuto pagamento della fattura
- Liberalizzazione dei servizi pubblici locali perché sia più vantaggiosa l’offerta ai cittadini
- Indicazione di tassi omnicomprensivi di tutti i costi e per tutte le operazioni bancarie
- Accelerazione dei pagamenti della Pubblica amministrazione e rimborsi di imposta
- Sostegno agli accordi con le banche per il finanziamento alle pmi
- Riduzione dell’Irap alle pmi che assumono a tempo indeterminato e investono in ricerca, innovazione tecnologica, risparmio energetico
- Semplificazione delle procedure amministrative e velocizzazione dell’iter burocratico degli adempimenti per ridurre del 25%, entro il 2010, gli oneri amministrativi
- Appoggio ai processi di aggregazione delle pmi per rendere più facile l’accesso ai finanziamenti comunitari
- Divieto ad imprenditori e società ad essi collegate di partecipare direttamente o indirettamente alla realizzazione di opere e servizi pubblici qualora siano stati condannati in via definitiva per corruzione o delitti associativi
Queste misure non le vedrete mai pubblicate su un quotidiano e non ne sentirete mai parlare in Tv perché i media in Italia sono al soldo di due, tre partiti ed hanno il compito non scritto, ma che hanno appreso magistralmente, di criptare l’immagine dell’Italia dei Valori come partito di “proposizione”. Per contro possono far emergere come vogliono quella di “oppositori forcaioli, estremisti e manettari”. Il compito di promuovere l’alternativa di governo è solo nelle nostre e nelle vostre mani.
Un punto dell'economia: la crisi esiste
Oggi parliamo della situazione economica italiana, con riferimento innanzitutto ai dati rilasciati dal fondo monetario il 1 settembre. Il fondo monetario conferma che la crisi finanziaria quest’anno sarà una crisi molto grave, in particolare l’economia italiana sarà tra i Paesi che subiranno maggiormente la crisi in atto: parliamo, secondo il fondo monetario, di una caduta per il 2009 del prodotto interno lordo e quindi della ricchezza che viene prodotta in Italia in un anno pari al 5, 1%, è una caduta del 5, 1%. Solo la Germania e il Giappone avranno una caduta superiore alla nostra, del 5, 3% e del 5, 4%. Per avere un’idea, la Francia avrà una caduta del prodotto interno lordo in quest’anno, nel 2009, pari al 2, 4% e quindi la metà rispetto alla nostra caduta.
Siamo tra i Paesi che più di altri vengono a soffrire per la crisi in corso: questo nonostante il governo e le forze di centrodestra continuino a ripetere che l’economia italiana sta reagendo meglio, che è messa meglio delle altre e che non c’è bisogno di interventi per correggere la rotta. Ma non solo quest’anno subiremo conseguenze peggiori degli altri: anche la ripresa che si preannuncia per l’anno prossimo non è una ripresa esaltante, il fondo monetario dice che nel 2010 avremo una crescita dello 0, 2%, quindi praticamente saremo fermi anche l’anno prossimo.
Per avere un’idea, gli Stati Uniti l’anno prossimo cresceranno dell’1, 5%, molto più di noi, eppure sono il Paese che era il cuore della crisi in corso. Il paradosso è che, a fronte di questi dati, il governo annuncia una Finanziaria cosiddetta light, una Finanziaria leggera, ossia una Finanziaria praticamente fatta quasi di niente: non ci saranno, anche quest’anno, provvedimenti significativi per sostenere la domanda, per sostenere i consumi delle famiglie e per sostenere le imprese. Le imprese sono, in questo momento, in grande difficoltà e quella che si registra è una situazione di vera crisi industriale: le piccole imprese in particolare hanno una caduta del fatturato che oscilla tra il 30 e il 50%, rispetto all’anno precedente.
Le esportazioni stanno cadendo su base annua di circa il 30%, c’è un aumento continuo del numero di imprese che falliscono e i Tremonti Bonds, i famosi Tremonti Bonds, ossia lo strumento con il quale Tremonti aveva preannunciato di ricapitalizzare le banche, si stanno dimostrando un grande fallimento. In questi giorni abbiamo scoperto che nessuna delle grandi banche italiane utilizzerà i Tremonti Bonds: questo però si associa al fatto che le piccole imprese sono senza liquidità, sono una crisi grave anche sotto il profilo del credito.
Gli altri Paesi che cosa stanno facendo? In Germania è stato istituito un fondo per il credito alle piccole imprese di 5, 3 miliardi di Euro; in Francia il governo francese ha appena annunciato un taglio delle tasse sulle imprese per 11, 6 miliardi di Euro, conseguentemente le imprese piccole in Germania e in Francia hanno sostegno da parte dei loro governi, in Italia non si sta facendo nulla.
Su Il Corriere della Sera del 2 ottobre c’è un articolo, una lettera interessante di un imprenditore del nord est, Paolo Trovò, che chiede al governo come mai si annuncia una nuova stagione di incentivi per la rottamazione delle automobili, quindi a sostegno della grande industria di Torino e di Milano e non si fa nulla per le piccole imprese. Quello che credo stia venendo fuori è che il governo e il centrodestra abbiano illuso, durante la campagna elettorale, prima delle elezioni del 2008, i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi e così via, annunciando cose che poi non stanno mantenendo e l’unico provvedimento di rilievo che viene effettuato è uno scudo fiscale che, di fatto, è un incentivo a coloro che fanno impresa in maniera sporca, a coloro che non pagano le tasse, a coloro che portano all’estero i capitali, a coloro che non rispettano le regole e questa è una notizia pessima, per i piccoli imprenditori italiani, che invece restano in Italia, si sacrificano tutti i giorni, cercano di tirare la cinta, cercano di portare avanti i loro prodotti.
Noi pensiamo che sia il momento di difendere le piccole imprese e per questo, come Italia dei Valori, chiediamo almeno due provvedimenti urgenti: innanzitutto un intervento di riduzione dell’Irap a sostegno delle piccole imprese e, in secondo luogo, un impegno concreto e rapido per accelerare i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, che sono un altro aspetto sta molto a cuore alle piccole imprese. Questi sono due provvedimenti che, se realizzati nell’immediato, potrebbero dare ossigeno e restituire competitività alle tante piccole imprese italiane che, in questo momento, rischiano il fallimento.
Cammarata: sindaco abusivo di Palermo
Cammarata, se avesse un briciolo di etica, si dovrebbe dimettere senza nemmeno aspettare la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale. Lui è un sindaco abusivo a Palermo. La condanna di due Presidenti di seggio ne sono la prova. Ma non ci aspettiamo nulla da un'esponente del Pdl, che prende ordini per lo più da un uomo come Berlusconi. Quindi dovremo attendere ancora per avere giustizia.
Quanto accaduto e quanto si sta verificando oggi a Palermo non può lasciare immutate le cose altrimenti istruire processi in Sicilia a cosa serve?
A restituire l'orgoglio ai frodati? Che te ne fai della ragione se questa non ti aiuta a cambiare le cose? Se l'arroganza e questi bari poi finiscono comunque per avere il sopravvento? Questa de-moralizzazione conduce verso la strada "chi frega per primo, frega due volte", ma Italia dei Valori questa strada non la percorrerà mai.
A quanti hanno guardato, con ostilità e sufficienza, le mie denunce penali non resta che far presente che ieri è arrivata la conferma in sede giudiziaria penale di reati commessi da sostenitori del Sindaco Cammarata durante le elezioni amministrative di Palermo nel 2007.
Due Presidenti di seggio sono stati condannati entrambi ad oltre quattro anni di carcere, due candidati di liste a sostegno di Cammarata sono condannati entrambi ad oltre tre anni di carcere.
I condannati dovranno altresì pagare il risarcimento dei danni alle parti civili costituite.
Tra le costituzioni di parte civile numerosi cittadini, oltre a me, che ho promosso l'azione penale, al sen. Fabio Giambrone e al partito Italia dei Valori.
Quelle elezioni furono caratterizzate tanto da numerose ipotesi di reato quanto da brogli e irregolarità sostanziali, tutti a favore del Cammarata proclamato Sindaco.
Per rispetto della libertà e volontà degli elettori, continueremo a coltivare tutte le azioni penali già intraprese e pendenti, ricordando che siamo in attesa della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale che, dopo aver riscontrato documentalmente fondate le denunce di illegittimità sostanziale dell'intera procedura, annulli l'elezione di un Sindaco tanto dannoso per la Città quanto abusivo.
Resta, infine, da rilevare – anche se non desterà alcuna sorpresa in chi conosce i personaggi – che il Sindaco Cammarata è difeso apertamente, in evidente contrasto con il ruolo istituzionale che ricoprono, da Renato Schifani, Presidente del Senato, e da Angelino Alfano, Ministro della Giustizia; oltre, ovviamente che da Silvio Berlusconi.
Non c'è da stupirsi. Trattasi degli autori di due famigerati Lodi, riconosciuti “vergogna“ da milioni di italiani e dall'opinione pubblica internazionale, ed entrambi annullati dalla Corte Costituzionale, che ha censurato l'inammissibile e incostituzionale tentativo di impedire che venisse processato l'imputato Silvio Berlusconi.
Vale per gli odierni condannati, come per Cammarata, Berlusconi, Schifani e Alfano la massima di saggezza popolare: “Uno non si piglia se non si somiglia“.
Le navi dei veleni
Sabato 24 c’è, a Amantea, una manifestazione importantissima, alla quale ho già aderito, per chiedere la verità sulle navi che portano rifiuti tossici, rifiuti nocivi, addirittura rifiuti radioattivi per il Mare Mediterraneo. E’ una manifestazione importantissima, che deve essere una manifestazione di popolo.
L’altro giorno sono stato a Crotone, dove c’è un altro scandalo immenso: l’ennesimo scandalo dei rifiuti della Pertusola Sud, smaltiti illecitamente addirittura nelle scuole, con un aumento, nell’analisi del sangue, di nichel, cadmio, uranio e arsenico nei bambini. Così come sono stato a Castrovillari dove, all’interno del Parco Nazionale del Pollino, si vuole realizzare niente di meno che una centrale elettrica di dimensioni stratosferiche.
I genitori hanno diritto di sapere se i loro figli fanno il bagno nel mare e nelle coste dove probabilmente nel passato il business dei rifiuti della criminalità organizzata ha sversato scorie radioattive.
Detto questo, sono convinto che queste manifestazioni debbano appartenere al popolo calabrese e debbano appartenere a quella parte della politica che veramente non ha nulla a che fare con il crimine organizzato e con il crimine dei colletti bianchi. Vedere in questi giorni personaggi politici profondamente collusi nel loro agire politico, con un sistema castale, alcuni di loro anche sospettati gravemente di essere contigui alla criminalità organizzata e vederli discettare di questi temi, sedersi insieme al popolo e, addirittura, voler partecipare a questa manifestazione mi fa lanciare un appello affinché il popolo calabrese si riappropri veramente del proprio territorio, della propria natura, della propria libertà e diventi protagonista e rompa, aiuti a rompere quell’intreccio perverso tra politica e criminalità organizzata.
I calabresi sanno dove dover guardare, devono stare attenti perché c’è chi, negli anni scorsi, ha realizzato proprio linfa vitale e linfa politica della criminalità organizzata e oggi vuole partecipare insieme a loro, solamente per ripulirsi un po’ la faccia. Accanto al riciclaggio del denaro sporco c’è il riciclaggio della loro faccia.
La trattativa dello Stato con Cosa Nostra
Ormai è certo che a partire dalla prima metà del 1992 (e sicuramente prima della strage di via D’Amelio) rappresentanti dello Stato trattarono con Cosa Nostra. Per molti anni, però, la trattativa fu seppellita dal silenzio omertoso dei protagonisti, mentre Cosa Nostra spargeva il sangue di vittime innocenti in Sicilia e poi nel resto d’Italia. A rompere il silenzio fu un mafioso, Giovanni Brusca. Solo dopo le sue rivelazioni, Mario Mori e Giuseppe Di Donno, ufficiali del R.o.s., ammisero davanti alla Corte d’assise di Firenze (nel processo per le stragi del 1993) di aver trattato con Vito Ciancimino, emissario di Cosa Nostra. Con la sentenza che inflisse molti ergastoli ai mafiosi responsabili delle stragi di Firenze, Milano e Roma, la Corte d’assise di Firenze spiegò che la trattativa fra il R.o.s. e Cosa Nostra aveva rafforzato la scelta stragista della mafia, come non si stanca di ricordare a tutti Giovanna Maggiani Chelli, presidente del comitato dei familiari delle vittime di via dei Georgofili.
Gli ufficiali del R.o.s., però, furono reticenti sugli obiettivi di quella trattativa e su chi fosse a conoscenza della loro scellerata attività. L’unico nome fatto al riguardo da Mario Mori è quello del generale Antonio Subranni, allora capo del R.o.s.. Si tratta dello stesso alto ufficiale che è ancora indagato per favoreggiamento di Bernardo Provenzano (per la mancata cattura del boss corleonese a Mezzojuso nel 1995) e che, secondo la vedova di Paolo Borsellino, era sospettato di contiguità mafiose dal magistrato ucciso il 19 luglio 1992. Purtroppo è anche il padre della portavoce ufficiale del Ministro della Giustizia Angelino Alfano, il quale ancora si ostina a fingere distrazione, come se sia impossibilitato a farsi rappresentare da persona diversa dalla figlia di un possibile favoreggiatore di Bernardo Provenzano.
Le ragioni della trattativa sono emerse solo nell’ultimo anno, con le rivelazioni di Massimo Ciancimino alle Procure di Palermo e Caltanissetta. Cosa Nostra pretendeva la revisione delle condanne ai mafiosi, l’abrogazione delle leggi in materia di confisca dei beni e di collaboratori di giustizia, modifiche del processo penale, abolizione del 41 bis e chiusura delle carceri di massima sicurezza. Praticamente, il programma politico in materia di giustizia dell’attuale maggioranza di governo. Nell’accordo portato avanti con l’emissario di Bernardo Provenzano rientrava un ultimo punto: la cattura (consegna) di Totò Riina e la libertà di movimento del latitante Provenzano. È noto che Riina fu catturato dal R.o.s. (e il pentito Antonino Giuffrè ha confermato la tesi di Massimo Ciancimino: fu realmente Provenzano il regista della cattura di Riina) e che lo stesso Mario Mori ed il colonnello Mauro Obinu sono oggi imputati per la mancata cattura di Provenzano.
A fronte di tutto questo non può più farsi finta di niente: da una parte abbiamo numerose personalità politiche (alcune ancora in auge, come Nicola Mancino, vicepresidente del CSM) che perpetuano la loro smemoratezza su quel biennio infausto; dall’altro un organismo investigativo, il R.o.s. dei Carabinieri, che palesemente è stato coinvolto in attività ingiustificabili (e che è guidato ancora oggi dal generale Ganzer, imputato di gravissimi delitti innanzi al Tribunale di Milano); dall’altro, ancora, un Ministro della Giustizia (compagno di partito di Marcello Dell’Utri ed esponente di un partito che dei punti programmatici della trattativa si è fatto portatore in apposite proposte legislative) che si fa rappresentare dalla figlia di un protagonista della trattativa sospettato di collusioni con il principale artefice della strategia di accordi di Cosa Nostra con le istituzioni deviate.
È necessario che sia garantito ai magistrati delle Procure competenti alle indagini di poter procedere in totale autonomia e indipendenza perché individuino tutte le responsabilità degli scellerati protagonisti della trattativa. Ma ancor prima è necessario che la parte sana della politica e la società civile facciano sentire la loro voce perché tutti coloro che hanno avuto qualunque ruolo nel biennio stragista e trattativista di Cosa Nostra siano immediatamente allontanati dalla Istituzioni, in tutti i settori: politici, giudiziari o investigativi.
Lavoro: governo di bugiardi
Insieme al Presidente dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro stiamo percorrendo l’Italia in lungo e in largo, siamo stati a Palermo, siamo stati ai cantieri navali, siamo stati a Termini Imerese, a Napoli, all’Aquila, a Bologna, andremo in Piemonte e in Veneto. Stiamo parlando con il Paese reale, con quello che ci consegna una prima verità e la prima verità è che la crisi non solo non è passata, ma la crisi, nei suoi effetti dirompenti sia sui lavoratori e sia sulle piccole e medie imprese, darà i suoi effetti negativi nei prossimi mesi e conseguentemente assisteremo, nei prossimi mesi a grandi, grandi problemi nel sistema italiano, nel sistema sociale italiano.
Il secondo dato che ci consegna questo stare fuori dai palazzi e a contatto con le persone normali, lavoratori, imprenditori, quale è? E’ che la crisi qualcuno l’ha già pagata: 500.000 giovani sono stati lasciati a casa, erano precari quando c’era la crescita economica e oggi sono i primi che hanno pagato senza nessuna protezione. Ciò che le persone normali ci consegnano, quelle che vivono tutti i giorni i problemi del lavoro, è che il governo italiano è semplicemente un governo di bugiardi perché, quando la crisi veniva annunciata in tutti gli altri Paesi, in Italia Berlusconi diceva “ non esiste”, oggi che gli altri Paesi hanno reagito alla crisi e stanno ottenendo alcuni risultati Berlusconi dice “ anche da noi è superata”, cioè non c’è mai stato un minuto in cui la crisi è stata riconosciuta, perché sappiamo che per affrontare una crisi è assolutamente necessario innanzitutto riconoscerla.
Abbiamo un governo di bugiardi, ma non è solo quello il problema, perché se fossero solo loro i bugiardi ci si penserebbe normalmente, quando si va a votare: il punto è che stanno creando un danno enorme a tutto il sistema produttivo del Paese, stanno creando la più grande rottura generazionale che non c’è mai stata nella storia d’Italia, ossia ci stiamo segando il ramo dove siamo seduti, perché quando una crisi espelle migliaia di giovani e li fa espatriare, in molti casi, li fa muovere dal sud al nord, li scollega dai luoghi in cui essi vivono, quando accade questo è evidente che il danno non è solo ai politicanti, il danno che si sta creando è all’intero Paese.
Ecco quindi che stiamo tentando invece di reagire, di parlare al Paese reale e di dire che la crisi c’è, ma possiamo reagire e abbiamo costruito delle proposte: proposte che innanzitutto chiedono agli economisti, ai sociologi, agli intellettuali di fare un atto di onestà nei confronti dei giovani, ossia dite voi, signori esperti, che la famosa flessibilità in Italia si è trasformata solo in precarietà e che dovete smetterla, voi intellettuali, di dire “intanto beccati la precarietà, intanto lavora a 600 /700 Euro al mese, intanto ogni mese non sai se hai il tuo posto di lavoro confermato, intanto se sei insegnante e precario stai a casa e poi la Gelmini ti manda a casa e vedrai che un domani, forse nel futuro ti daremo delle protezioni sociali”.
Quest’idea di flessibilità è fallita, non ha dato né sicurezza ai giovani né tantomeno un futuro al Paese e conseguentemente stiamo lavorando con un’idea precisa, che è quella di dire cominciamo a svelare l’imbroglio: se un giovane ha un rapporto di lavoro e è stato costretto ad aprire una partita Iva, ma lavora solo per un cliente, se questo giovane va a lavorare in stanze, in fabbriche, in uffici, in luoghi che sono di proprietà di altri, e lavora con mezzi di altri vuole dire che non è autonomo, perché fa un lavoro, ma tutto ciò che è il suo lavoro e il suo guadagno viene consegnato a altri e quindi, in verità, è un lavoro dipendente: perché viene chiamato autonomo? Perché così chi lo paga non gli paga la tredicesima, le ferie, la maternità, e gli altri diritti che hanno i lavoratori. Cominciamo a dire che ci sono alcuni milioni di lavoratori che vengono chiamati partite Iva, ma in verità sono lavoratori dipendenti senza diritti, cominciamo a dire che questi diritti di ferie, di tredicesima, di infortunio e di malattia devono essere dati.
Cominciamo a dire che alle nuove generazioni vanno estese garanzie, cominciamo a dire che, per affrontare la crisi che sta arrivando, va raddoppiata la cassa integrazione ordinaria, cominciamo a dire che in tutte le aziende, che probabilmente apriranno percorsi di licenziamento, ci sono strumenti che sono i contratti di solidarietà, che fanno sì che il lavoratore non sia espulso dall’azienda e dall’ufficio, cominciamo a dire che va ridotta la tassazione per quelle aziende che creano lavoro a tempo indeterminato.
L’appello che facciamo, molto modestamente è a tutto il mondo della cultura, a coloro che hanno manifestato per la libertà di stampa: guardate che non esiste democrazia o libertà se, nei luoghi di lavoro, un ragazzo e una ragazza hanno zero diritti! Conseguentemente vi chiediamo insieme a noi, a Italia dei Valori, di proporre in Italia una rivoluzione: una rivoluzione liberale sul mercato, dove ci sia concorrenza vera, una rivoluzione sui diritti, dove si ricostruisce lo stato di diritto a partire dalla condizione del giovane, e il giovane deve riuscire a progettare il proprio futuro, a uscire da quest’idea maledetta che flessibilità è uguale a precarietà.
Ecco che l’Italia dei Valori ci sta provando, ci sta provando fuori dai palazzi della politica, ma nel Paese reale.
Appalti: come chiedere scusa alla Mafia
Per noi dell’Italia dei Valori era evidente fin dal giorno dopo l’approvazione del “decreto Abruzzo” che la modifica al Codice degli Appalti, finalizzata ad ampliare fino al 50% il ricorso ai subappalti, avrebbe elevato il rischio di infiltrazione di imprese legate alla criminalità organizzata.
Un rischio che, in verità, è già insito nella stessa normativa antimafia.
In molti pensano che i contratti di appalto possano essere firmati dalle pubbliche amministrazioni solo dopo aver ricevuto le informazioni “antimafia” dei Prefetti, ma purtroppo la realtà è ben diversa.
Infatti, nei casi di urgenza (come presumo anche a L’Aquila) le pubbliche amministrazioni procedono ad autorizzare ed a stipulare contratti con le imprese anche in assenza delle informazioni “antimafia” dei Prefetti, che solitamente richiedono alcune settimane di accertamenti.
Ed il paradosso è che in questi casi, qualora il tentativo di infiltrazione mafiosa emerga dopo la firma del contratto e l’avvio dei lavori:
1) l’amministrazione pubblica non ha l’obbligo, ma solo la facoltà di revocare o di recedere dal contratto;
2) nel caso in cui decida di rompere il vincolo contrattuale, l’amministrazione pubblica e’ obbligata ad indennizzare l’impresa collusa con la criminalità organizzata pagandole il valore di tutte le opere nel frattempo eseguite e rimborsandole anche le spese già sostenute per l’esecuzione di ciò che resta da eseguire.
Potrà sembrare inverosimile, ma è questo il contenuto dell’art. 11, D.P.R. 252/98 sulla certificazione antimafia, che il legislatore nazionale non ha mai inteso modificare e che il Coordinatore Regionale dell’Italia dei Valori, Sen. Alfonso Mascitelli, chiederà nei prossimi giorni di modificare, con la presentazione in Senato di una apposita proposta di legge.
10 domande a Minzolini
Nella seduta della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai dello scorso 14 ottobre era presente in audizione il direttore del Tg1 Augusto Minzolini. L'audizione è uno strumento utilissimo per porre domande, il dovere dell'audito è di rispondere. Nei tre minuti a mia disposizione ho posto al direttore 10 domande, che pubblico di seguito, quattro sull'assenza dell'Italia dei valori nei suoi tg, sei di interesse generale. Non ho ricevuto alcuna risposta.
1) Da quando è arrivato lei al Tg1 sono sparite le dichiarazioni in voce di tutti gli esponenti dell’Italia dei Valori. L'ordine è partito da lei o da qualcun altro? Le sembra deontologicamente corretto?
2) I tg rai seguono le convention dei partiti, è stato fatto con tutti tranne che con l’Italia dei Valori. Non solo non c’era un inviato alla nostra festa di Vasto, ma non c’è stato neanche un servizio dal suo tg. Perché? Chi ha dato l’ordine?
3) Da quando abbiamo presentato un esposto all’Agenzia per le Comunicazioni e informato la Vigilanza, al suo tg è apparsa qualche dichiarazione dell’Italia dei Valori, ma le percentuali delle nostre presenze restano al di sotto dell’1 per cento mentre, ricordo, alle Europee l'Idv ha avuto l'8 per cento dei voti. Come intende risolvere la questione?
4) La settimana successiva alla segnalazione fatta all’Agcom, il Tg1 avete mandato in onda le dichiarazioni di due parlamentari dell'IdV, una di queste non era in linea con la posizione del partito. Di Pietro è l’unico leader tra i partiti presenti in Parlamento sistematicamente escluso dalla pagina politica del suo tg. Perché?
Le sei domande di interesse generale
5) TERREMOTO - Per quale ragione la manifestazione di protesta dei terremotati dell'Aquila del 16 giugno davanti a Montecitorio è scomparsa dal Tg1 quando era presente su tutti gli altri tg?
6) PRIMO EDITORIALE - Inchiesta di Bari, festini a palazzo Grazioli e Villa Certosa. Perché la notizia è stata trafugata, manipolata e giudicata pettegolezzo, di fatto ignorata, quando la stampa internazionale ne parlava già apertamente?
7) SECONDO EDITORIALE - libertà di stampa. Qual è la fonte del dato da lei citato sulle 430 querele dei politici negli ultimi dieci anni, di cui il 68% presentato dal centro sinistra? A noi non risultano questi dati.
8) LODO MONDADORI - La notizia della sentenza su Fininvest era la prima su tutte le testate on line e in tutti i Tg. Nell'edizione delle 13.30 del 5 ottobre, la prima utile, il Tg1 la collocava al settimo posto senza alcun richiamo nei titoli di testa. Perché?
9) GUERRA DEI GIORNALI, - Ritiene eticamente corretto il servizio andato in onda il 12 ottobre contro l'editoriale di Scalfari con tre interviste a direttori di quotidiani senza diritto di replica a Repubblica? E' giusto paragonare gli scontri di Blair e Zapatero con i mass media a quelli di Berlusconi, sapendo che egli è proprietario della metà del sistema televisivo e che i primi due non hanno mai querelato nessuno?
10) PRIVACY - La Bbc, televisione pubblica della Gran Bretagna ed esempio di giornalismo sano e corretto in tutto il mondo, ha chiesto in diretta tv al premier Gordon Brown se facesse uso di psicofarmaci e Brown ha risposto alla domanda. Perché non ha posto a Berlusconi domande sulla sua privacy?
Unica opposizione contro il razzismo
Il vero problema, che l’Italia dei valori vuole denunciare partecipando alla manifestazione di oggi, è che il razzismo in Italia si è ormai trasformato da atti riprovevoli ad opera di frange marginali della società in una ufficiale ed accettata politica di governo, con il risultato che quelle frange sono diventate una componente maggioritaria della società che si sente legittimata nei suoi atti violenti contro gli immigrati, i gay e i diversi.
Che siano le sparate della Lega sulle classi separate per i bambini stranieri o sui convogli della metropolitana per gli extracomunitari, o che siano le leggi del Pdl che introducono il reato di clandestinità o aboliscono il divieto per i dottori di denunciare le madri senza permesso di soggiorno che vanno a partorire in ospedale, o che sia ancora il Pd che non riesce a votare compatto a favore di una legge che punisce gli atti di violenza omofobici…tutta questa politica diventa, direttamente o indirettamente, un salvacondotto per chi offende, attacca e denigra gli altri sulla base di un razzismo retrogrado e inaccettabile per un paese moderno e democratico come l’Italia.
Invece di reprimere chi sfrutta l’immigrazione clandestina e coloro che delinquono davvero, il governo ha tagliato quasi a zero i fondi delle forze dell’ordine, e ha sostituito il loro importante contributo con le xenofobe ronde padane.
Invece di punire con leggi severe chi si arricchisce sfruttando gli operai immigrati che lavorano al nero, senza sicurezza sanitaria e assistenza sindacale, arrecando un danno anche alle imprese oneste che producendo in regola hanno costi maggiori e si trovano costrette a chiudere, il governo nell’ultimo decreto sicurezza ha diminuito le pene pecuniarie per tale sfruttamento.
Invece di combattere la marginalità dell’immigrazione clandestina tramite l’inserimento dei migranti nella società, con diritti e doveri, il governo ha approvato una regolarizzazione soltanto per le badanti, con il risultato che i muratori, e tutti gli altri immigrati che da anni lavorano regolarmente senza riuscire a rientrare nei flussi, rimarranno in balia del mercato illegale e della criminalità organizzata.
Invece di aiutare i migranti nei paesi di origine, consentendo loro di sviluppare un’economia locale capace di garantire almeno la sopravvivenza, il governo prima ha pagato 5 miliardi a Gheddafi perché si riprenda nei lager libici gli immigrati respinti sui barconi, e poi, nell’ultima finanziaria, ha portato il già bassissimo 0,22% del Pil per la Cooperazione allo sviluppo (secondo i Millennium Goals dell’Onu dovremmo dare almeno lo 0,70%) ad uno misero 0,15%, smentendo le promesse fatte da Berlusconi al G8.
Per questo siamo qua oggi: per dire che c’è una altra politica, dentro e fuori il Parlamento, che pensa che la diversità culturale si trasforma in ricchezza solo nell’uguaglianza civile.
Ma se mancano le leggi giuste, come mancano in questo governo, cade ogni politica culturale, educativa e di convivenza civile, cade ogni uguaglianza civile, cade ogni ricchezza della diversità.
Per questo dispiace che manchino oggi le altre forze di opposizione che siedono in Parlamento, dove le leggi giuste possono essere proposte e promosse.
L’Italia dei Valori non ci sta.
E denuncia, qua in piazza, come la libertà di cui scelleratamente si fregia il cosiddetto popolo della libertà, non è una libertà vera se non è di tutti, non è una vera libertà se è schiacciata dal razzismo.
Gli infinocchiati
Infinocchiati dall’etichetta “antiberlusconismo”. E' così che Silvio Berlusconi, proprio lui, ha fregato l’opposizione trasformandola, ad eccezione dell’Italia dei Valori, in una melassa di facciata a metà tra una meringa friabile e una gelatina che non sta insieme neppure in un barattolo.
Qui non c’è nessun "antiberlusconismo", c’è una vera e propria lotta contro lo sfascio delle istituzioni portato avanti da un uomo che guida un esercito di assoldati.
Senza Berlusconi la maggioranza si sgretolerebbe come sabbia al vento. Se si vuole impedire che Alì Babà ed i 40 ladroni saccheggino il Paese bisogna buttare giù dal cavallo Alì Babà, c’è poco altro da fare.
Ebbene, il primo atto di Walter Veltroni, che sancì la caduta del governo Prodì, fu la stretta di mano con Silvio Berlusconi che puzzò di inciucio elettorale.
Anche il Capo dello Stato che, in qualche modo, si è cimentato con una 'stretta di mano' sulla parola, nel tentativo di trovare un’intesa democratica tra istituzioni e governo, è stato 'fregato' e ne sta pagando le conseguenze con feroci ed indiscriminati attacchi orditi da quella viscida mano.
Ora è D’Alema a ricompiere quel gesto. Faccia diversa, stesso copione: anche lui si trova a 'stringere la mano' per seppellire l’ascia di guerra, una guerra che questo Pd non ha mai vinto, una guerra che non vuole vincere o non può vincere perché, forse, è proprio la guerra che garantisce l’esistenza e la permanenza di entrambi gli schieramenti nel Paese.
Seppure la sinistra ha avuto più di un’occasione per buttar giù dal cavallo Alì Babà è sempre scomparsa nel polverone dei 40 ladroni. Poteva farlo con la legge sul conflitto di interessi, poteva farlo adeguando il prezzo delle concessioni televisive dall’inesistente 1% al congruo 30% interrompendo, come era giusto che fosse per lo Stato, il flusso immenso di denaro che ha consentito all’uomo di Arcore di comprarsi la Presidenza del Consiglio per ben quattro volte.
L’ascia di guerra va seppellita solo dopo che la guerra è vinta. Non si ricostruisce un Paese mentre si è impegnati a combattere l’invasore che lo vuole annientare.
Alì Babà vuole la morte dello Stato. Ora vuole riformare la giustizia della democrazia per creare una sua giustizia oligarchica. Stringere la mano a questo bieco individuo significa stringere un patto con chi ti fregherà; deporre le armi ora significa arrendersi ai golpisti.
Cercare il dialogo ora, senza porre come condizione che Berlusconi se ne vada, significa essere traditi.
Rifiutarsi di essere tacciati di "antiberlusconismo" significa fare il gioco di Alì Babà perché, in questa maggioranza, l’unico a decidere è lui: Alì Babà.
Un punto dell'economia: lo scudo fiscale
Parliamo dello scudo fiscale, provvedimento recentemente promosso dal governo e approvato dal Parlamento.
Lo scudo fiscale rientra nella tipologia dei “condoni”, degli strumenti di politica economica che vengono utilizzati in situazioni drammatiche, dove lo Stato ha urgente bisogno di capitali e dichiara la propria impossibilità a recuperare per vie ordinarie capitali sottratti al fisco o, come in questo caso, esportati illecitamente all'estero.
Si tratta di un provvedimento che rappresenta una grave rottura nel modo di funzionare di un economia di mercato. Si consente di riportare in Italia capitali illecitamente portati all'estero pagando soltanto il 5% del totale per rimettersi a posto con il fisco. Questo però è associato al fatto che si mantiene l'anonimato sul soggetto che ha commesso l'atto illecito, precludendo all'amministrazione fiscale la possibilità di fare ulteriori accertamenti e di tenere sotto controllo questo soggetto nel tempo, avendo compiuto atti non leciti.
In secondo luogo questo provvedimento elimina l'obbligo degli intermediari, per esempio le banche, di segnalare operazioni di esportazione all'estero di capitali.
Il terzo aspetto da sottolineare è che questo provvedimento, se confrontato con gli altri Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, è molto più accondiscendente nei confronti dell'evasore. Chi vuole beneficiare dello scudo fiscale negli Stati Uniti e nel Regno Unito deve pagare non solo il valore proporzionato al capitale esportato, ma pagare anche le tasse arretrate con gli interessi di mora e si applica, in aggiunta, una vera e propria sanzione. In Italia non ci sono ne il pagamento delle tasse arretrate ne la sanzione, si paga solo il 5% e si è a posto.
Perché è un grave provvedimento? Perché si lancia un segnale ai contribuenti, alle imprese e agli operatori in cui si dice che non è necessario rispettare le regole e pagare le tasse, basta pagare ogni tanto una piccola sanzione del 5% e si torna a posto con il fisco. Quindi, chi ha pagato le tasse ed è stato in regola con il fisco è stato uno scemo, una persona che ha fatto qualcosa che non andava fatto.
Questo è particolarmente grave, in un Paese come l'Italia nel quale, secondo le dichiarazione recenti delle amministrazioni fiscali, ogni anno vengono sottratti al fisco 200 miliardi di euro, cioè il 24,5% del reddito prodotto in Italia ogni anno non viene dichiarato al fisco. Chi evade le tasse, di fatto, svolge un azione deleteria nei confronti di tutti gli altri. L'impresa che evade le tasse ha un vantaggio competitivo rispetto all'impresa che paga le tasse, dovuta al fatto che ha più soldi a disposizione e svolge concorrenza sleale rispetto alle altre imprese. La presenza di evasori crea uno squilibrio che rischia di minare il modo di funzionare di un economia di mercato.
Un economia di mercato si fonda su relazioni fiduciarie, cioè sull'idea che il proprio partner commerciale sia una persona affidabile, che quando sarà il momento pagherà gli obblighi e gli oneri di cui si fa carico in un contratto.
L'adozione di provvedimenti come il condono fiscale e lo scudo fiscale generano incertezza sul comportamento degli altri. E' come se domani dicessimo “non è detto che puniamo il furto o l'omicidio”: si comincia a creare una situazione nella quale non sappiamo se il nostro partner sarà una persona rispettabile e affidabile.
Non solo il provvedimento è iniquo, perché si chiede troppo poco, non solo si sta concedendo di più di quanto avviene all'estero agli evasori, ma stiamo anche incentivando l'evasione fiscale proprio in un Paese nel quale l'ammontare dell'evasione annua è gigantesca. E' un fatto estremamente grave e preoccupante.
E' curioso ricordare che negli anni scorsi il ministro Tremonti, in varie trasmissioni televisive, si era impegnato pubblicamente dicendo che non avrebbe mai più adottato condoni fiscali, mentre invece, come al solito, ci troviamo nelle solite situazioni.
La Sicilia rischia l'isolamento
Apprendiamo che a dicembre inizieranno i lavori del ponte sullo Stretto. Oltre ai dubbi sulla dichiarazione di Berlusconi, pare evidente che le promesse del Governo quanto al rilancio della Sicilia vengono puntualmente smentite, visto che il ponte ha vocazione ferroviaria, ma i collegamenti ferroviari scarseggiano.
Parlo del problema, evidenziato questa estate dalla CGIL, relativo al servizio ferroviario universale che concerne i collegamenti di lunga percorrenza, in particolare con le regioni meridionali.
Il sindacato lamenta che, con l’entrata in vigore dell’orario invernale, vi saranno quantomeno contrazioni nel servizio ferroviario dalla Sicilia e dalla costa ionica, Trenitalia smentisce e, senza ulteriori approfondimenti né esitazioni, Matteoli bacchetta la CGIL, visto che la generale smentita delle Ferrovie è la prova provata che il sindacato evidentemente “non studia”.
Risulta invece che, durante l’estate, la società Ferrovie dello Stato ha presentato un piano di produzione che prevede la soppressione di diversi treni a lunga percorrenza e la riduzione di diverse corse dei traghetti operanti nello stretto di Messina, oltre ad una forte contrazione del servizio di trasporto merci su rotaia. Inoltre, a pochi mesi dell’entrata in vigore del nuovo orario ferroviario previsto per dicembre 2009, la struttura organizzativa dei servizi di base è stata individuata per tutta l’Italia ad esclusione della Sicilia, che ancora non compare nei progetti di Ferrovie dello Stato.
Nonostante le generiche rassicurazioni e le roboanti dichiarazioni sul ponte, quindi, la Sicilia, e più in generale il mezzogiorno d’Italia, sta subendo una graduale riduzione del servizio ferroviario pubblico, in spregio – peraltro - al principio comunitario di continuità territoriale, ossia al diritto dei cittadini delle isole di spostarsi liberamente nel territorio nazionale e comunitario con pari opportunità, grazie ad un servizio pubblico che garantisca parità di trattamento e condizioni economiche uniformi.
Politica: inquietanti presenze
Spesso mi chiedono cosa penso della presenza, da ex pm, di magistrati in politica. E spesso (ma non sempre) me lo chiedono con un tono che lascia trasparire da parte dell’interlocutore, nella maggior parte delle volte un giornalista, una non troppo velata criticità, arrivando addirittura a definire "inquietante" questa presenza, come recentemente accaduto nel corso della trasmissione Omnibus.
Personalmente trovo inquietante il fatto che l’avvocato del premier, coinvolto in procedimenti giudiziari, possa sedere in Parlamento continuando a fare il suo lavoro e, soprattutto, assumendo le vesti di ministro ombra della Giustizia. Perché il deus ex machina, diciamo anche la mente fervida che produce lodi, scudi e leggi in materia, si chiama Niccolò Ghedini, rispetto a cui Angelino Alfano è solo il braccio operativo. Ghedini fabbrica stratagemmi legislativi per sottrarre il premier alla giustizia e alle leggi, mentre Alfano gli offre la copertura burocratica e ufficiale per farlo.
Certo, poi, il fatto che si possa arrivare alla vita politica dopo essere stati costretti ad abbandonare la magistratura, come nel mio caso, lo trovo anch’io inquietante. Ma in un altro senso. Quale? E’ presto detto: fare oggi il magistrato, senza condizionamenti e senza guardare alle bandiere di partito, comporta il rischio di dover pagare un prezzo altissimo, come quello di essere ostacolati e isolati fino al punto di essere impediti nelle proprie funzioni.
Detto questo, ho scelto per coerenza di lasciare la magistratura e di non farvi ritorno. Una scelta sofferta ma che considero opportuna, nella speranza che nessun altro magistrato viva quanto ho vissuto sulla mia pelle per essermi sforzato di non esser, come diceva Calamandrei, un burocrate.
Libero accesso al sapere
Il libero accesso al sapere, per chi ne ha voglia e capacità, è un diritto costituzionalmente garantito. L’espressione più alta della libertà è rappresentata dalla possibilità per chiunque di accedere alla cultura. E’ nel rigoroso rispetto di tali principi che deve muoversi qualsiasi normativa che si proponga di regolamentare la selezione di quanti intendono intraprendere un determinato percorso di apprendimento. Ciò è valido per tutti i gradi dell’istruzione, ma in particolare per quella universitaria.
In tale logica non è giusto programmare il numero dei laureati in una certa disciplina in funzione della capacità occupazionale offerta dal mercato del lavoro. Non si può negare un’istruzione universitaria a chi, per cultura personale o per esigenze di lavoro, voglia seguire un piano di studio sistematico e completo che solo l’università può offrire. Penso ad un imprenditore che necessita della laurea per meglio condurre la sua azienda, un dipendente che voglia migliorare la sua posizione lavorativa o uno scrittore che per sua completezza culturale desideri laurearsi in psicologia. E’ difficile capire perché costoro non debbano avere libero accesso all’università. Eppure la loro posizione è svincolata dal mondo del lavoro.
Ancora un’altra considerazione viene spontanea: se il fine del numero chiuso è il contenimento dei laureati entro i limiti del fabbisogno nazionale, è evidente che tale obiettivo non è stato raggiunto data la elevata disoccupazione intellettuale presente nel nostro paese. Se poi il numero chiuso è dettato dalle esigenze dei singoli atenei, che non possono permettersi un numero maggiore di iscritti, si pone una questione di principio: sono le istituzioni pubbliche, quindi anche l’università, a dover venire incontro ai bisogni dei cittadini e non viceversa. Se c’è richiesta di cultura, è lo stato che deve trovare il modo di soddisfarla, non di negarla. Non sta ai cittadini indicare in quale maniera ciò sia possibile, ma qualunque cosa è migliore di un’istituzione negata.
Quanto sopra non deve indurre a fare confusione tra accesso libero all’università e laurea a chiunque. Il tentativo di laurearsi deve essere permesso a tutti, la selezione, che è cosa diversa, è necessaria e deve essere fatta non con il blocco, ma ispirandosi a criteri di giusta valorizzazione del merito.
Parlamento fannullone
Il Parlamento, in un mese, ha votato solo tre leggi e solo una e' effettiva. Non ci vuole molto a capire che questo è un Parlamento che non lavora, in cui una maggioranza lobotomizzata attende solo gli ordini da Palazzo Chigi. Questo è un Parlamento asservito ai voleri di uno solo, che lo usa a suo piacimento per fare le leggi che vuole il premier e solo per il premier.
Questo è un Parlamento che si limita a votare le fiducie e a ratificare i provvedimenti del governo, mentre migliaia di provvedimenti importanti e urgenti per i cittadini giacciono abbandonati nelle commissioni. Solo Idv ne ha presentati un centinaio, di cui 25 sulla giustizia. Noi chiediamo che vengano affrontate immediatamente le proposte di legge dell'Italia dei Valori che chiedono il raddoppio della cassa integrazione da 52 a 104 settimane, la riduzione dell'Irap per le imprese e l'eliminazione delle imposte sulla tredicesima per rilanciare il consumo.
Noi non vogliamo essere pagati per non lavorare, per fare i fannulloni. Non vogliamo tradire il patto con gli elettori e lo abbiamo gridato forte e chiaro oggi davanti a Montecitorio, lanciando una sfida: i deputati di Italia dei Valori, per ogni giorno in cui è prevista Aula e non si voterà, restituiranno la diaria di quel giorno alla Presidenza della Camera. Non saremo mai complici di un Parlamento fannullone.
Una Flexicurity anche in Italia
Italia dei valori avvia oggi una rubrica di approfondimento economico, che sarà pubblicata a cadenza settimanale, dove verrà commentato un fatto, o un evento, rilevante per l’economia italiana oppure il punto di vista dell'Italia dei Valori su questioni di interesse economico. La rubrica sarà a cura del professor Sandro Trento, docente di economia all'Università di Trento.
Una Flexicurity anche in Italia
Le riforme del mercato del lavoro in Italia hanno accresciuto la flessibilità anche se ciò è stato realizzato soprattutto con riferimento ai nuovi assunti e quindi quasi solo a carico dei giovani. Chi entra oggi nel mercato del lavoro ha molte meno tutele e garanzie di chi vi è entrato venti anni fa. Del resto, la flessibilità ha favorito la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, ha consentito di evitare che decine di migliaia di giovani restassero parcheggiati in uno stato di disoccupazione per lunghi anni, ha consentito a tante donne di trovare forme di occupazione compatibili con i loro impegni famigliari.
Un mercato del lavoro flessibile è caratterizzato da elevati flussi di entrata e di uscita, cioè da un più frequente cambio di posto di lavoro. Si lavora in un’azienda per qualche anno poi l’azienda magari attraversa una fase di crisi e licenzia parte dei propri dipendenti che troveranno lavoro presso un'altra azienda.
Queste fasi di passaggio da un lavoro a un altro possono tuttavia durare anche alcuni mesi. Non è detto che si trovi subito un altro lavoro oppure può essere necessario ri-qualificarsi in modo da poter ambire a nuove occupazioni.
Come fa un lavoratore a vivere nelle fasi di attesa tra un lavoro e un altro?
Questa questione è essenziale per far sì che la flessibilità sia percepita come un elemento positivo che rende più fluido il mercato del lavoro e non solo come un fattore di precarizzazione.
Una soluzione è fornita dalla cosiddetta flexicurity, il sistema tipico di alcuni paesi del Nord Europa, che associa flessibilità del lavoro a un sistema universale di protezione contro la disoccupazione. Nei momenti che intercorrono tra un lavoro e un altro chi è rimasto disoccupato riceve un’indennità di disoccupazione che gli consente di vivere fino a quando non trova un nuovo impiego.
La situazione italiana invece è al momento squilibrata. Non esiste infatti in Italia un sistema di indennità di disoccupazione vero e proprio. Vi sono categorie di lavoratori che godono di alcune forme di protezione come ad esempio la Cassa integrazione che però riguarda solo l’industria, la distribuzione commerciale con oltre 50 dipendenti e imprese dei servizi con più di 200 dipendenti. I dipendenti delle imprese più piccole e di altri settori hanno diritto solo a sussidi straordinari disposti “in deroga” dal governo e di entità molto ridotta. I giovani con contratti temporanei ovviamente non hanno diritto alla Cassa integrazione .
Siamo molto lontani dalla flexicurity e questo crea grandi problemi a chi resta senza lavoro in Italia.
In questa fase di grave crisi, di fronte a centinaia di migliaia di lavoratori che perdono il lavoro il governo sta centellinando la Cassa integrazione come se non ci fossero soldi sufficienti.
In realtà, la Cassa Integrazione Guadagni ha un bilancio attivo che è stimabile (al netto delle erogazioni di quest’anno) pari a oltre 10 miliardi di euro. Nel quinquennio 2003-2007 i contributi versati ogni anno dalle imprese per la Cassa Integrazione ordinaria sono stati tra i 2,3 e i 2,8 miliardi di euro, a fronte di questi versamenti le prestazioni erogate dalla Cassa sono state tra 0,2 e 0,5 miliardi l’anno. Nello stesso periodo la Cassa Integrazione straordinaria (quella che viene erogata secondo decisioni del governo in presenza di crisi di settore) i contributi hanno oscillato tra 1 e 0,8 miliardi di euro mentre le erogazioni sono state pari a circa la metà di quei versamenti. Il dato relativo al bilancio della Cassa nel 2008 non è ancora disponibile ma è possibile che si sia chiuso in pareggio, mentre nel 2009, vista la grave crisi, si avrà probabilmente un disavanzo ma non superiore al miliardo di euro. Un passivo quindi molto inferiore all’attivo accumulato negli anni precedenti e incassato dallo Stato.
E’ allora il momento di utilizzare questa grande quantità di soldi accumulati dalla Cassa integrazione (10 miliardi di euro) per porre mano a una vera riforma degli ammortizzatori sociali creando un sistema universale di indennità di disoccupazione che assicuri a tutti i lavoratori (di qualunque settore, di qualunque tipo di imprese, di qualunque età), rimasti senza lavoro, un trattamento pari all’80 per cento della retribuzione, eliminando le complicazioni burocratiche. Una quota del trattamento andrebbe posta ovviamente a carico delle imprese (25-30 per cento) per far sì che non utilizzino con troppa leggerezza lo strumento del licenziamento.
Il sistema attuale della Cassa integrazione presenta uno squilibrio tra il contributo pagato dalle imprese sulle retribuzioni lorde dei dipendenti e l’entità complessiva delle prestazioni che poi vengono erogate al momento del bisogno. Per la Cassa ordinaria i contributi versati superano ogni anno di quattro o cinque volte l’erogazione. Il paradosso è che il contributo è maggiore per le imprese più piccole (quelle con meno di 50 addetti) rispetto alle imprese più grandi. Ciò avviene anche se le piccole imprese utilizzano meno frequentemente la Cassa Integrazione. Il sistema della Cassa rappresenta una sorta di assicurazione (contro la disoccupazione) che le imprese pagano però a un prezzo elevatissimo. Andrebbe quindi rivisto il sistema con il quale l’Inps applica il “premio” assicurativo commisurandolo al rischio effettivo, magari con un sistema di bonus-malus che in media dovrebbe comportare una diminuzione del costo del lavoro almeno dell’uno e mezzo per cento.
Creare un sistema generale di indennità di disoccupazione è indispensabile non solo in questa fase di grave crisi ma in generale per rendere sopportabile un mercato del lavoro sempre più flessibile.
A L'Aquila c'e' aria di inciucio
"Non costruiremo nessuna new town ed entro settembre nessuno abitera' piu' in una tenda". Le riporto "virgolettate" perche' sono dichiarazioni di Berlusconi ripetute decine di volte alle televisioni, ai giornali, ai cittadini.
Siamo al 12 ottbre 2009 e la situazione e' la seguente.
1) Berlusconi non ha costruito una sola "new town", ma ne ha costruite 19, tanti quanti sono gli insediamenti in cemento armato interessati dal "Piano C.A.S.E." che hanno deturpato e compromesso per sempre il futuro della Citta’.
2) La settimana prossima migliaia di Aquilani saranno costretti ad uscire dalle tende, non per entrare in una casa, come era stato promesso da Berlusconi, ma per essere trasferiti in alberghi ed in altre localita’ distanti anche 100 km dall’Aquila.
In un paese normale questi fatti, oggettivi ed incontestabili, sarebbero quantomeno raccontati e sottoposti al giudizio dell’opinione pubblica.
In Italia no.
Chi ha deciso per sei mesi, al caldo ed al freddo, di resistere con la famiglia dentro una tenda pur di non abbandonare L’Aquila, nei prossimi giorni sara’ costretto a sloggiare perche’ le case promesse non sono pronte e non sono sufficienti e perche’ le ordinanze per i contributi per le riparazioni delle case lesionate sono state emanate con gravissimo ritardo e con criteri cervellotici, difficilmente applicabili.
Immaginate come puo’ trovarsi chi, facendo affidamento sulle promesse di Berlusconi, dopo aver iscritto a L’Aquila i propri figli a scuola ed aver provato a L’Aquila a riprendere la propria attivita’ lavorativa, si ritrova oggi “deportato” a chilometri di distanza dalla propria Citta’ che non aveva voluto abbandonare neppure per un giorno, continuando a vivere in tenda.
In un paese normale gli amministratori locali costretti in questi mesi a subire tutte le scelte del Governo e privati di ogni potere decisionale sarebbero nelle piazze, insieme ai cittadini ed a tutta l’opposizione, a contestare questo fallimento ed a rivendicare il diritto di decidere del futuro delle loro comunita’.
A L’Aquila no.
A L’Aquila addirittura il Sindaco Cialente del Partito Democratico si e’ fatto "scudo umano di Berlusconi", assumendo su di se la responsabilita’ delle promesse non mantenute e dei ritardi in una lettera appositamente scritta agli Aquilani che nei prossimi giorni saranno costretti, senza alcun preavviso, ad abbandonare la Citta’.
Ormai si e’ superato il limite della decenza e non e’ piu’ una questione di senso di responsabilita’ istituzionale, come piace ripetere a molti; a l’Aquila c’e’ aria di inciucio!
Dimissioni senza se e senza ma
La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il Lodo Alfano. Viene cancellata dal nostro sistema legislativo una norma che , da tempo , illustri giuristi denunciano essere in violazione della Costituzione e segnatamente del principio di eguaglianza ( art.3 Cost.). Potrebbe finire , con queste considerazioni, il commento di quella sentenza.
La reazione dell'on. Silvio Berlusconi rende , però, evidente che la pronuncia della Corte Costituzionale ha bloccato un passaggio determinante di un progetto eversivo. E' questa la chiave di lettura delle reazioni nervose, ma lucidamente ispirate alla demolizione di ogni organo di garanzia costituzionale: la Corte Costituzionale “responsabile “ di una sentenza “scomoda” per la sua condizione di imputato e il Presidente della Repubblica al quale Berlusconi rimprovera di non aver...condizionato a sostegno della propria in-imputabilità i giudici costituzionali.
La delirante telefonata in diretta ieri sera a “ Porta a Porta” , evidenzia ancora una volta i tratti devastanti dell'attuale governo e il disegno eversivo di un piduista a Palazzo Chigi. Il quadro è di una chiarezza tale, che non vi sono alibi per quanti sino adesso hanno sviluppato una opposizione sotto tono, timorosa di esprimere ciò che i cittadini italiani e la opinione pubblica internazionale da mesi denunciano. Una opposizione accomodante , che in quella trasmissione è stata volgarmente insultata tanto da non poter più ignorare la pericolosità democratica dell'attuale premier, senza perdere dignità e credibilità.
La delegittimazione della Magistratura (definita come orde di magistrati pronti ad occupare Palazzo Chigi ), la mortificazione della Suprema Corte Costituzionale e della sua decisione ( “sentenza politica” di un pugno di giudici di sinistra , influenzati e influenzabili da parte del Capo dello Stato ) , il ripetuto disprezzo per il servizio televisivo pubblico e la libertà di informazione, con la pretesa di collocarsi dentro un macroscopico conflitto di interessi , fuori dalla legge ordinaria e sopra la Costituzione costituiscono conferma di una condizione di squilibrio che si accompagna ad un disegno di rottura dell'ordine democratico.
Siamo in presenza di una fattispecie eversiva con profili penalmente rilevanti. Siamo in presenza , sotto il profilo istituzionale, di un comportamento destabilizzante, che legittima e impone le dimissioni del governo Berlusconi. Sono ormai emerse con chiarezza troppe similitudini con il fascismo e il nazismo, che non possono più essere trascurate.
Noi di Italia dei Valori non abbiamo mai accettato questo Governo , denunciandone illegalità , conflitti di interessi e volontà di rovesciamento del quadro democratico. I fatti – cioè i comportamenti , le scelte dell'esecutivo e il progetto eversivo espresso dalle parole di Berlusconi - sono ormai talmente evidenti che da questo momento chi non si oppone appare rassegnato o “comprato”. Continuando Berlusconi a guidare il governo , la legalità finirà ridotta in cenere , i criminali di ogni specie sempre più saranno convinti di essere protetti dal Capo del Governo per affinità di interessi e la democrazia del Paese rischia di morire.
Coerentemente con tale posizione oggi non vedo altra soluzione che chiedere le dimissioni di Berlusconi . Sappiamo che Berlusconi non si vuole dimettere e vuole continuare a recitare la parte dell'imputato che insulta i ...giudici e la parte dell'organo costituzionale che insulta la... Costituzione.
Sappiamo , però , che è dovere di una opposizione vera continuare a chiedere, come noi di IdV continuiamo a chiedere, le dimissioni, evitando posizioni ambigue che producono rassegnazione e alimentano l'inciucio.
Abolizione province: chi fa sul serio e chi no
Le province in Italia sono 110 e costano 13 miliardi di euro l’anno. In campagna elettorale, tutti, centrodestra e centrosinistra, hanno detto di volerle abolire. Passate le elezioni, non se ne è più parlato. Oggi, a 17 mesi di distanza, dopo un anno e mezzo di battaglie, Italia dei Valori è riuscita a portare la sua proposta di legge per l’abolizione delle province in Aula.
Lunedì prossimo, 12 ottobre, tutti i partiti saranno chiamati ad esprimere il loro voto. Vedremo chi manterrà fede alle promesse e chi racconta frottole.
In galera, in galera, la legge e' uguale per tutti
L' 8 ottobre 2009 è iniziata la "Caporetto" politica di Berlusconi. La pronuncia della Consulta è giunta inaspettata e l’ha colto impreparato, facendolo uscire completamente di senno. Come i tori, ha visto "rosso" dappertutto!
A questo punto, tre brevi riflessioni mi sembrano opportune.
La prima. Quando venne approvato il lodo Alfano, l’IdV chiese al Presidente della Repubblica di non firmare la legge perché, a nostro avviso, era palesemente incostituzionale.
Fummo subissati da critiche e da insulti. Di Pietro venne addirittura iscritto nel registro degli indagati per vilipendio al Capo dello Stato.
La seconda. Non ci siamo scoraggiati e abbiamo raccolto le firme (1.000.000) per abrogare il lodo Alfano, ma le altre forze di opposizione non ci hanno sostenuto. Anzi, hanno cercato di emarginare l’IdV solo perché cercava di utilizzare il referendum per cancellare l’ennesima legge-porcheria ad personam.
Ma la coerenza ha pagato. Ancora una volta abbiamo avuto ragione anche se nessuno si è ancora scusato per averci offeso.
La terza. La sera del 7 ottobre, sei persone sono state accompagnate nel commissariato di polizia dove sono state denunciate per «vilipendio e oltraggio a carica istituzionale» perché sotto Palazzo Venezia, al passaggio del “Silvio Furioso”, hanno urlato: «In galera, in galera, la legge è uguale per tutti». Mentre manifestavano, si dichiaravano sicuri dell’esito dei processi a Berlusconi e della necessità di rispettare la Costituzione. Ma, in tutto questo, dov’è il reato? Perché questi cittadini che non hanno avuto paura di dire la verità sono stati portati in commissariato? Vorremmo farci un salto anche noi parlamentari IdV per condividere l’onore della denuncia.
La nostra libertà di stampa
Pubblico il video ed il testo del mio intervento di oggi al Parlamento europeo sulla libertà di stampa.
Testo dell'intervento
"Grazie Presidente.
Io vorrei innanzitutto rivolgermi alla commissaria.
La commissaria ha detto che non è compito di questo Parlamento risolvere alcune questioni; io, invece, ricordo che è compito di questo Parlamento far rispettare il Trattato e le Costituzioni dei Paesi membri.
È di qualche mesi fa una dichiarazione del ministro della giustizia italiana, che ha detto che avrebbe provveduto in poco tempo a chiudere alcuni canali di youtube e la rete; vi ricordo che solo in Cina accadono queste cose.
L'articolo 21 della Costituzione italiana dice che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Come già detto da altri colleghi l'Italia è l'unico Paese in cui il capo del governo detiene il monopolio delle tv private e adesso anche pubbliche, e sta passando purtroppo una legge che impedirà di fatto ai cittadini di pubblicare persino cronache giudiziarie; questo perché probabilmente consentirebbe agli italiani di conoscere le responsabilità dello stesso Berlusconi rispetto alle stragi del '92, stragi mafiose, nei quali morirono Falcone e Borsellino."
Don Silvio, non ci stiamo
La decisione dell'Ufficio di Presidenza della Camera di sospendere il collega Barbato, tentando in questo modo di togliergli la parola e il diritto di rappresentare l'Italia dei Valori in Parlamento, è vile. L'Ufficio di Presidenza se l'è presa con Barbato mentre tutti i deputati dell'IdV hanno fatto proprie le sue dichiarazioni. I componenti dell'Ufficio di Presidenza si sono schierati contro un singolo deputato per salvare la propria coscienza e così hanno mortificato tutti quei cittadini che hanno votato per l'IdV. Chiedo di essere sospeso come Barbato altrimenti, come al solito, si colpiscono i deboli. I membri dell'Ufficio di Presidenza dimostrino di avere coraggio e coerenza e sospendano anche me. Questa decisione puzza di ritorsione
Come ci vedono da Londra
L'Italia e' quel bellissimo Paese "sole e pizza" in cui i nostri connazionali, dopo una breve esperienza all’estero, non vorrebbero però tornare: perche'? C’è tutto in Italia, terra culla delle civilta': il clima e' fantastico, le regole valgono ma non sempre, la gente è sorridente da una parte, dall’altra l’italiano medio alla fine è profondamente esterofilo quasi a sottolineare una mancanza di fiducia nelle istituzioni ed una profonda convinzione che un individualismo congenito dei cittadini impedisca il rispetto a fasi alterne delle regole di comune convivenza. Quello che accade oggi intorno all’informazione ha alimentato forse irrimediabilmente la distanza tra italiani e nostri connazionali all’estero e tra l’Europa ed il nostro Paese. Oggi gli europei dell’Italia conoscono soltanto le gaffe e le distorsioni del nostro impresentabile governo.
Il 2 ottobre assieme ad altri partiti, associazioni ed alla società civile hanno manifestato a Londra davanti la BBC aderendo alla manifestazione della Fnsi per la libertà di stampa. A Londra c’erano centinaia di persone, italiani e non, molti inglesi hanno partecipato senza comprendere bene i motivi di un’agitazione su un tema per loro così scontato: la libertà di informazione.
Per i londinesi dire che l’informazione deve essere “indipendente” è come sostenere che il cielo è azzurro, un’ovvietà. Eppure hanno notato che in Italia l’informazione è pura strumentalizzazione e concordano con noi dell’Italia dei Valori che la nostra, quella italiana, è un’anomalia colossale nel sistema occidentale.
Mentre nel Belpaese i sondaggi dell’Ispo rivelano che il 52% degli italiani non vedono questa “mancata indipendenza dei media” all’estero non hanno alcun dubbio, l’Italia è vittima di un gigantesco Truman show mediatico dettato dal più grande conflitto d’interessi del pianeta e chi lo nega è completamente imbevuto di minzolinismo.
La domanda che abbiamo posto ai partecipanti alla manifestazione: perchè secondo lei l’Italia è il fanalino di cosa per la libertà d’informazione in Europa? La domanda non è faziosa perché se avessimo chiesto qual è il Paese meno libero in Europa in tema di informazione il 100% del campione avrebbe risposto: “Italy of corse!”
Due scudi per garantire l'impunita'
Ormai il quadro e' chiaro a tutti. L'Italia è fuori dal sistema giuridico europeo. E se non fosse già dentro ,e dovesse superare l'esame di ammissione , nella Unione Europea non sarebbe ammessa.
Il macroscopico conflitto di interessi nel settore dell'informazione, già sanzionato formalmente con decisioni della Corte Europea, si somma alla impunità garantita a responsabili di reati che rivestissero cariche di vertice costituzionale (Lodo Alfano) e al riciclaggio di Stato realizzato con legge imposta dalla maggioranza e blindata con il ricorso al voto di fiducia : sono elementi di un regime oggettivamente eversivo del quadro costituzionale , che ha peraltro distrutto ogni differenza tra pubblico e privato e tra Stato e mercato.
Al centro di questo sistema di illegalità sta il cittadino Silvio Berlusconi che da capo della maggioranza e Presidente del Consiglio dei Ministri ha provveduto a garantirsi intangibilità per la attività di corruttore ed evasore fiscale, notoriamente accertata nei riguardi di soggetti indicati come suoi complici (citare il caso Mills e il caso Mondadori è citare fatti e atti formali,confermativi di quella attività illegale).
Una tale situazione di privilegio non si fonda sul comportamento segreto di infedeli servitori dello Stato, ma su una legge formale ( il lodo Alfano ) approvata dal Parlamento della Repubblica.
E quella legge formale è stata promulgata dal Presidente della Repubblica ed è adesso sottoposta all'esame di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale.
Italia dei Valori ha chiesto e si chiede perché il Capo dello Stato ha promulgato il c.d.lodo Alfano.
Sappiamo che non spetta al Capo dello Stato il giudizio definitivo di incostituzionalità, rimesso alla Corte Costituzionale, ma sappiamo altresì che spetta al Capo dello Stato, garante supremo dell'equilibrio costituzionale, esprimere un giudizio su armonia tra una legge e il quadro costituzionale.
Proprio tale valutazione di armonia e il giudizio – non definitivo - di incostituzionalità spiega il potere presidenziale di rinvio della legge alle Camere, la possibilità cioè delle Camere di confermare o rimuovere disarmonie e profili di incostituzionalità e l'obbligo del Capo dello Stato di promulgare il testo di legge eventualmente riapprovato dalle Camere a seguito di quel rinvio.
E allora torna la domanda : perché il Presidente non ha fatto ricorso al potere di rinvio previsto dalla Costituzione ?
Che il lodo Alfano turbi la armonia istituzionale, ad avviso di molti giuristi e di Italia dei Valori,è confermato da una posizione di privilegio in sede penale dei Presidenti di Camera, Senato e Consiglio dei Ministri la cui posizione penale quale prevista in Costituzione non può essere diversa da quella del singolo deputato, del singolo senatore e del singolo ministro. Una disarmonia che si riferisce anche alla violazione del principio della separazione tra i poteri e ai principi di autonomia e indipendenza della Magistratura e al principio di obbligatorietà della azione penale.
Che poi tale legge violi il generale principio di eguaglianza (art.3) anche nei riguardi di tutti gli altri cittadini è altro motivo di possibile incostituzionalità.
Italia dei Valori , mentre attende la decisione della Corte Costituzionale cui spetta il giudizio definitivo di incostituzionalità, ha già raccolto un milione di firme per ottenere la abrogazione di questa legge certamente fonte di disarmonia , di sostanziale ingiustificato privilegio.
Identica analisi e identica richiesta ha avanzato Italia dei Valori al Capo dello Stato con riferimento allo scudo fiscale.
Lo scudo fiscale presenta profili di incostituzionalità : ancora una volta , prospettata violazione del principio di eguaglianza di cui all'art.3 Costituzione e violazione del fondamentale criterio della “progressività “ e “capacità contributiva” quale fondamento di imposizione fiscale (art.53 Cost.).
Oltre quei profili di incostituzionalità, il c.d.scudo fiscale realizza un oggettivo privilegio , rispetto ai cittadini che regolarmente assolvono all'obbligo fiscale, di detentori all'estero di denaro sporco (nato sporco perché frutto di corruzione, estorsione, narcotraffico, falso in bilancio e attività criminali mafiose o divenuto sporco per evasione fiscale protratta per anni).
Quell'oggettivo privilegio ha fatto parlare di oggettivo nuovo “papello” Stato- mafie; un accordo, un “papello” non più ordito in uno scantinato o in una stalla in Corleone o in Casal di Principe o San Luca da funzionari infedeli dello Stato e da singoli politici collusi, ma ordito e realizzato con decreto legge del Governo Berlusconi e convertito da un Parlamento nominato e blindato per il ricorso al voto di fiducia.
Quell'oggettivo privilegio è reso odioso dalla previsione di anonimato e dal pagamento di un 5%, che costituisce somma anche decine di volte inferiore a quella è stata evasa , rispetto alla somma che nello stesso periodo hanno pagato i contribuenti che non hanno portato all'estero il proprio denaro .
Gli scudi fiscali sono strumenti da utilizzare solo per disperazione : è quanto ha dichiarato Marek Belka, non uno “stravagante eversivo”, ma il Capo Dipartimento Europeo del Fondo Monetario Internazionale. No comment !
La ricorrenza di possibili profili di incostituzionalità e di indubitabili privilegi e inique disarmonie é la ragione che ci ha spinto a chiedere e a ritenere fisiologico il ricorso al rinvio, anche di questa brutta legge, alle Camere.
Il Capo dello Stato ha deciso diversamente ; e in diretta televisiva , ad un cittadino che protestava per quel mancato rinvio chiedendo “Presidente , non firmi...lo faccia per le persone oneste “, ha risposto “Se non firmo oggi il Parlamento rivota un'altra volta la stessa legge ed è scritto nella Costituzione che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete ? Se mi dite non firmare, non significa niente.”
Ritengo che, in un sistema costituzionale ,è normale attendersi che ognuno faccia la propria parte e ogni organo si assuma le proprie responsabilità, non escludendo che vi possa essere un ravvedimento da parte di altri organi,da parte del Parlamento. Comunicare la convinzione che il Parlamento non possa correggere, a seguito di rinvio del supremo garante costituzionale, propri errori comunica una immagine di Parlamento prigioniero di logiche irrazionali e motivazioni e interessi , finanche extraistituzionali.
Se è consentito, la motivazione del mancato rinvio è tanto grave quanto il mancato rinvio.
Noi di Italia dei valori denunciamo, infine, polemiche strumentali in nostro danno che rischiano di creare polveroni che impediscono di cogliere la gravità dei rischi che corre la tenuta del sistema costituzionale del nostro Paese.
Liberta' di informazione: le testimonianze
Pubblico le testimonianze video di Luigi De Magistris, Franco Siddi, Giuseppe Lo Bianco e di Maurizio Mannoni, durante la manifestazione a difesa della libertà di stampa di ieri, sabato 3 ottobre.
Finalmente in piazza centinaia di migliaia di italiani hanno denunciato il golpe dell’informazione realizzato da un Presidente del consiglio che protegge gli interessi criminali della mafia, non scioglie il consiglio comunale di Fondi, realizza con lo scudo fiscale il nuovo papello Stato-mafia, ricorrendo ad un decreto legge e ad un voto di fiducia.
Questi e altri comportamenti criminali e criminogeni hanno bisogno di una informazione imbavagliata. Adesso anche gli stupidi hanno capito che il veto posto alla presidenza della Commissione di vigilanza Rai per un rappresentante di Italia dei Valori non è stato un incidente di percorso, ma espressione della volontà piduista di mettere a tacere le voci scomode anche in politica, di ingrassare le proprie aziende private mortificando il ruolo del servizio pubblico e realizzando un regime liberticida che rischia di far uscire anche formalmente l’Italia dall’Europa.
Con questa mortificazione del diritto fondamentale all’informazione e con questo coacervo di interessi criminali e di conflitto di interessi l’Italia non potrebbe essere ammessa a far parte dell’Europa. Per fortuna l’Italia è già parte dell’Europa. Spetta a noi dell’opposizione impedire che l’Europa ci cacci per mancato rispetto dei diritti fondamentali di libertà e di legalità.
Stragi 1992: Mafia di Stato
La mafia ha tanti volti, tra questi anche quello dello Stato e delle istituzioni. L’ho compreso durante gli anni trascorsi in Calabria come pm e l’ho appreso dalla storia di Falcone e Borsellino. Due omicidi identicamente drammatici eppure diversi nella natura. La morte di Falcone è stata un messaggio rivolto da cosa nostra alla politica, rea di non aver rispettato i patti e di aver consentito la sentenza del maxiprocesso del gennaio ’92.
Con Capaci infatti cambia il quadro politico del tempo e saltano i progetti della mafia, tra cui quello di vedere Andreotti varcare la soglia del Quirinale. L’assassinio di via D’Amelio, invece, ha una valenza diversa: Borsellino doveva morire perché aveva capito, come disse lui stesso, che probabilmente i responsabili della strage di Capaci andavano ricercati anche dentro la magistratura. E soprattutto aveva saputo dell’esistenza di una trattativa tra Stato e Mafia, cominciata forse addirittura prima dell’assassinio di Falcone.
Che la magistratura abbia avuto un ruolo oscuro nelle stragi di mafia non sorprende: a molti colleghi Falcone e Borsellino non erano graditi perché considerati troppo ‘protagonisti’. L’accusa di protagonismo eccessivo verso i magistrati è stata sollevata anche di recente dal presidente della Repubblica Napolitano, a cui obietto una semplice considerazione: se protagonismo giudiziario vuol dire fare il proprio dovere rispettando la Costituzione, allora c’è da augurarsi che i magistrati protagonisti siano tanti.
Dopo il ’93 cosa nostra offre la sua ultima prova di forza contro lo Stato: le bombe di Firenze, Roma e Milano. Poi la fine della violenza armata. Su questa stagione, così come su quella delle stragi, le indagini giudiziarie hanno visto una rinnovata spinta, con grande preoccupazione della politica. Sicuramente le frasi del premier Berlusconi testimoniano questa paura. Affermare che i magistrati, oggi impegnati su quegli eventi, congiurino ai suoi danni, spinge ad una semplice domanda: che cosa sa per sentirsi chiamato in causa? E cosa sa l’allora ministro Mancino che Borsellino, come testimonia la sua agenda grigia, incontrò pochi giorni prima di morire? Come fa a sostenere, in modo offensivo, di non ricordare il volto di Borsellino perché in quei giorni lo vennero a trovare in molti? Dalla morte di Falcone era infatti trascorso un mese: un tempo non sufficiente a dimenticare il viso di un magistrato ‘protagonista’ ucciso dalla mafia.
Tipico atteggiamento mafioso: l'arroganza
L'arroganza: è questo l'atteggiamento più deplorevole di questa maggioranza. L'arroganza nell'utilizzo delle istituzioni, nei decreti legge, negli attacchi all'informazione, nell'occupazione delle reti pubbliche, nella riforma della scuola, nel condono fiscale, nella depenalizzazione dei reati e nelle decine di porcate mascherate con la ragion di Stato di questo Governo.
L'arroganza dei suoi ministri, l'arroganza del Presidente del Consiglio. L'arroganza è un modo per rimarcare lo status di supposta superiorità che autorizza il disprezzo del Governo verso i cittadini e le istituzioni e che instilla giorno dopo giorno l'indifferenza nelle coscienze dei cittadini assuefatti ad essere governati da chi li tratta come sudditi.
E' l'arroganza che oggi, dopo il Consiglio dei Ministri, l'ennesimo che non ha voluto pronunciarsi sullo scioglimento del comune di Fondi, ha portato ai maltrattamenti nei miei confronti, reo di aver chiesto le dovute spiegazioni sugli interessi mafiosi del governo che protegge un comune in mano alla N'drangheta.
L'arroganza sarà il veleno con cui individui a fosche tinte, come Berlusconi, Cicchitto, Brunetta, Gasparri, Masi, Vespa, Bondi, ed un folto manipolo di personaggi privi di spessore politico, verranno seppelliti e rimossi dalla storia della democrazia italiana come un brutto incubo.
Un nuovo papello Stato-mafia

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Il Governo si prepara a varare il maxi scudo fiscale, uno scandaloso ed ignominioso indulto finanziario per ladri e mafiosi. Lo scudo fiscale di Tremonti, infatti, coprirà tutti, anche coloro che hanno commesso falso in bilancio ed un’altra serie di reati gravissimi. Basterà pagare il 5% sul patrimonio “scudato” ed il gioco è fatto.
Questo indulto fiscale è un insulto, uno schiaffo in faccia a tutti i cittadini onesti che pagano, tra Iva, imposte sul reddito e tasse varie, il 66% delle tasse sui redditi che guadagnano. Con questo atto, il Governo decide di punire di fatto i cittadini onesti che pagano le tasse e premia i ladri, i corrotti, i mafiosi, tutti coloro che hanno redditi altissimi e che le tasse non le hanno mai pagate.
Tremonti racconta bugie. Questo è il terzo decreto tombale di Berlusconi in 8 anni e lo Stato non ne trarrà nulla di buono. La lotta all’evasione fiscale è una cosa seria che nulla ha a che vedere con una politica palesemente lassista e che premia i furbi ed i corrotti.
Con questo ennesimo atto scandaloso, il Governo umilia le fasce sociali più deboli, i lavoratori onesti, i disoccupati, le famiglie italiane, e premia i furbi e i disonesti.
Per questo, oggi, in piazza, abbiamo rivolto al capo dello Stato un ultimo accorato appello affinchè non firmi una norma che non serve al Paese onesto ma alla mafia.
Giorgio Napolitano è l’ultimo baluardo contro il riciclaggio di Stato.













