In ambito energetico l'Italia dei Valori intende rispettare la volontà popolare espressa tramite il referendum del 7 e dell’8 novembre 1987, in cui si è manifestata contrarietà al nucleare.
L'Italia è un Paese che non può ancora considerarsi denuclearizzato, visto che il problema dello smantellamento delle centrali e dello smaltimento dei prodotti o rifiuti radioattivi è ancora presente nel nostro territorio nazionale. Il Governo Berlusconi, in controtendenza rispetto agli Stati Uniti d’America e a molti altri Paesi europei come la Germania e la Spagna, si è prefissata l'obiettivo di elaborare una politica economica basata sulla produzione di energia da fonte nucleare. Si prevede di produrre il 25% dell'energia elettrica dall'atomo.
In sede di esame nella 10° Commissione del Senato dello schema di decreto legislativo recante la disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione di combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio, nonché delle misure compensative e delle campagne informative (A.G. 174) l'Italia dei Valori ha formulato un parere di assoluta contrarietà al provvedimento.
Le criticità attorno al nucleare sono purtroppo ancora ad oggi irrisolte: l’approvvigionamento dell’uranio, la gestione delle scorie radioattive, gli altissimi costi. La tecnologia nucleare esistente è quella di terza generazione, una tecnologia risalente agli anni Sessanta. Le ricerche in questo campo prevedono ancora 10-20 anni di tempo necessari per arrivare alla cosiddetta tecnologia di IV generazione, ossia quella che potrà dare risposte convincenti ai problemi suddetti, a cominciare da quello della sicurezza.
Alla fine dell'anno scadranno gli incentivi attualmente vigenti per le fonti rinnovabili e ci sarà il serio rischio di vedere conseguentemente dirottare parte importante delle risorse pubbliche su una costosa e, in parte, già obsoleta tecnologia nucleare che si intende importare dall'estero.
Mentre il Parlamento italiano approvava la legge 23 luglio 2009, n. 99, il c.d. “Collegato Energia”, sul nucleare, alcune agenzie ONU presentavano alla Conferenza “World Financial and Economic Crisis and its Impact on Development”, tenutasi a New York, una dichiarazione in cui veniva evidenziato quanto l’attuale crisi economica e finanziaria fosse in attesa di una risposta collettiva della comunità mondiale e come la green economy potesse costituire l’unica reale via d’uscita. La Spagna ha risposto positivamente ed ha ribaltato la propria situazione di dipendenza energetica dall’esterno, arrivando a produrre un quantitativo di energia pari al 50,1% attraverso lo sfruttamento di fonti rinnovabili. La Germania ha recentemente investito - luglio 2009 - nel c.d. Progetto “Desertec” 400 miliardi di euro per la realizzazione di progetti destinati alla produzione di energia con tecnologia solare a ciclo termodinamico.
Lo schema di decreto in esame presenta moltissimi aspetti critici. Sotto il profilo del rispetto delle competenze costituzionalmente riconosciute e della necessità dell’intesa fra lo Stato e le Regioni ai fini della costruzione e l’esercizio degli impianti nucleari, quello che appare molto grave è che l’iter previsto - sia dalla legge n. 99 del 2009, sia dallo schema di decreto legislativo in esame - per la realizzazione delle centrali possa arrivare a scavalcare completamente territorio, Regioni ed Enti locali, ponendosi palesemente in contrasto con il Titolo V della Costituzione e specificamente con il rispetto dei poteri concorrenti delle Regioni riguardanti la produzione dell’energia e il governo del territorio, di cui all’art. 117 della Costituzione.
Per l’attuale Governo non rileva minimamente il fatto che 11 Regioni italiane abbiano impugnato la legge n. 99/09 innanzi alla Corte Costituzionale e che altre, come il Veneto, la Sicilia e la Sardegna, pur non ricorrendo formalmente, abbiano manifestato la contrarietà ad ospitare centrali nucleari sul proprio territorio, né tantomeno che la Conferenza delle Regioni abbia approvato a maggioranza un parere negativo sullo schema di decreto legislativo in attesa di esprimersi in sede di Conferenza Unificata.
Sotto il profilo delle garanzie per i livelli di sicurezza a tutela delle popolazioni, lo schema di decreto in esame contiene un insieme di misure relative ai controlli di sicurezza e di radioprotezione i cui costi indiretti e diretti sono accollati al c.d. titolare dell’autorizzazione unica alla costruzione degli impianti nucleari, ovvero a un privato. Neanche lo Stato, nel nostro Paese, è mai riuscito sino ad oggi ad attuare le norme comunitarie in materia di sicurezza relative alla protezione sanitaria della popolazione contro i pericoli delle radiazioni ionizzanti, per cui non si comprende con quali strumenti potrebbe riuscirci oggettivamente un privato.
L'articolo 8 dello schema di decreto definisce poi le caratteristiche delle aree idonee alla localizzazione degli impianti, inserendo parametri quali la popolazione e i fattori economici; la qualità dell'aria; l'idrologia e le risorse idriche; i fattori climatici; la biodiversità; la geofisica e la geologia; il valore paesaggistico; il valore architettonico-storico; l'accessibilità; la sismo-tettonica; la distanza dalle aree abitate e da infrastrutture di trasporto; la strategicità dell'area per il sistema energetico e le caratteristiche della rete elettrica; i rischi potenziali indotti da attività umane nel territorio circostante. Senza volersi soffermare analiticamente su ciascun indicatore, basterà semplicemente ricordare che il valore del patrimonio architettonico e artistico italiano non ha eguali e che la maggior parte del territorio italiano è soggetto a rischio sismico e, quindi, non idoneo a ricevere impianti nucleari, né a smaltire le scorie. Né sono numerose le aree che dispongono dell'ingente quantità d'acqua occorrente al funzionamento dei reattori nucleari, perché la portata dei fiumi italiani è generalmente insufficiente e le zone costiere, dove potrebbe essere utilizzata l'acqua del mare, sono spesso congestionate da insediamenti urbani e turistici, scarsamente compatibili con impianti nucleari.
Da ultimo, appare ancora molto grave il fatto che lo schema di decreto legislativo in esame, invece di individuare i siti dove ubicare le centrali nucleari come invece avrebbe dovuto fare in virtù della legge delega, si preoccupa di ottenere il consenso della popolazione italiana attraverso l’enfatizzazione del beneficio economico, le c.d. “misure compensative”, in favore dei residenti e degli enti locali.
Sotto il profilo del mancato rispetto delle disposizioni nazionali e comunitarie in materia di appalti e tutela della concorrenza, lo schema di decreto in esame contiene una serie di disposizioni (nel Titolo II) finalizzate all'individuazione dei soggetti autorizzati a costruire impianti nucleari. Al riguardo l’aspetto più allarmante risiede nella mancata individuazione dei requisiti soggettivi che tali soggetti dovranno possedere, dato che l’articolo 5 dello schema di decreto ne rinvia la compiuta definizione ad un successivo decreto interministeriale. Tutto ciò, nonostante la legge italiana, ed in particolare il Decreto Legislativo n. 163/2006 (Codice degli appalti pubblici), stabilisca la natura e le caratteristiche del c.d. general contractor che possa partecipare ad una gara pubblica per la costruzione di un’opera pubblica come un'autostrada. Nello schema di decreto in esame, invece, attraverso un semplice Decreto Ministeriale si definiscono le caratteristiche del general contractor che, senza gara, e in virtù dell’autorizzazione unica, la cui procedura sembra più simile a quella degli appalti a trattativa privata, progetta, costruisce e gestisce una centrale nucleare.
L'adozione del nucleare è un ritorno al passato in controtendenza con gli altri Paesi europei che stanno canalizzando le loro risorse per valorizzare le fonti alternative pulite. Lo slancio del Governo verso il nucleare non deriva tanto da una Strategia energetica europea, ma è chiaramente il frutto delle pressioni dei poteri forti e delle lobby che hanno intenzione di arricchirsi nel nostro Paese e che hanno trovato terreno fertile nel Governo italiano.