Brancher: mandatelo a casa
Il signor Aldo Brancher, tristemente noto alle Aule giudiziarie, è stato nominato ministro per non farsi processare. E’ un incarico che mortifica le istituzioni, umilia la democrazia, attenta all’intelligenza degli italiani. L’Italia dei Valori ha promosso una mozione di sfiducia, chiedendo a tutte le forze di opposizione di concordare un testo comune. Infatti, siamo convinti che sia fondamentale che ogni singolo parlamentare risponda alla sua coscienza e ai cittadini su un atto di una gravità inaudita. Per questo, chiediamo anche a voi tutti di firmare insieme a noi questa mozione di sfiducia. E’ un atto importante per far comprendere a questi governanti che noi non ci stiamo, non siamo come loro e difendiamo la dignità delle istituzioni senza se e senza ma.
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La Camera,
premesso che:
- - il giorno 18 giugno 2010 l’on. Aldo Brancher è stato nominato Ministro senza portafoglio;
- - il comunicato del consiglio dei ministri dello stesso giorno rende noto che “il Presidente Berlusconi ha informato il Consiglio delle sue intenzioni di conferire al neoministro Brancher la delega per tutti gli adempimenti relativi alla pratica e concreta attuazione del Federalismo amministrativo e fiscale. Il Consiglio ha condiviso l’iniziativa e gli ha espresso le più vive felicitazioni ed auguri”;
Decreto Bondi: la vittoria di Idv
Questo decreto Bondi, che voleva riformare le fondazioni liriche, in realtà ha avuto la funzione di contenere gli stipendi dei lavoratori dello spettacolo e di renderli tutti molto precari rispetto alle garanzie di stabilità di posto di lavoro e rispetto alle conquiste salariali di questi anni.
Di fatto questo provvedimento voleva decurtare il 50% di quegli emolumenti legati ai contratti aziendali integrativi, e solo grazie all'Italia dei Valori, al Senato questo taglio era stato ridotto già al 25%. E proprio ieri l'altro, alla Camera, siamo riusciti a smascherare una debolezza delle altre opposizioni che, forse in buona fede, avevano ipotizzava un emendamento che di fatto rendeva aleatorio tutto questo emolumento. Perché condizionava il pagamento di queste somme al pareggio di bilancio. Voi sapete che queste fondazioni sono in grande difficoltà economica per cui questo emendamento avrebbe determinato un paradosso. E cioè, anziché avere il 75% garantito, non avrebbero avuto nulla.
Di fronte a questa mia personale segnalazione, c'è stata una sorta di resipiscenza collettiva ed è stato approvato un emendamento che garantisce i diritti quesiti, cioè tutte le situazioni già stabilizzate dai contratti attuali, senza alcuna decurtazione. E' una grande vittoria dell'Italia dei Valori. La nostra battaglia, comunque, continuerà.
Summer School IDV a Bruxelles
La delegazione dell'Italia dei Valori al Parlamento europeo, in collaborazione con il partito francese Modem e sotto l'egida del Gruppo dei Liberali e Democratici (ALDE), lancia il 30 giugno la seconda edizione di una tre giorni di Scuola europea di formazione che riunirà circa 200 giovani italiani e francesi al Parlamento europeo per affrontare temi cruciali all'ordine dell'agenda europea.
Il presidente dell'IdV, Antonio Di Pietro, interverrà a questa occasione per aprire i lavori e presenziando lo stesso giorno alle 14 una conferenza stampa per rispondere sul programma della formazione.
Giovedì 1 luglio, si discuterà di 'Europa verso il mondo' con Enrico Pieri, sopravvissuto al massacro di Sant'Anna di Stazzema, di 'libertà di informazione' con il giornalista Loris Mazzetti, di 'economia e ambiente' con l'eurodeputata francese Sylvie Goulard e di 'legalità' con il magistrato Piergiorgio Morosini.
La scuola di formazione si concluderà venerdì 2 luglio con gli interventi, oltre degli europarlamentari IdV, del presidente del gruppo ALDE Guy Verhofstadt e dal portavoce nazionale IdV e vice-presidente dell'Eldr (partito dei liberal-democratici europei) Leoluca Orlando.
Guai, a non considerare Mangano "un eroe"
Fra le tante analisi circa la condanna di Marcello Dell'Utri, voglio segnalarvi quella di Gioacchino Genchi pubblicata da Il Fatto Quotidiano. Potete leggerla cliccando qui.
Cronaca di uno strano impedimento
Con il “ministero ad personam” dato a Brancher, per consentirgli di sottrarsi al processo Antonveneta, questo paese è a serio rischio di dittatura. E’ il vergognoso epilogo della nostra democrazia, perché nella Prima Repubblica se un Ministro veniva indagato, o peggio rinviato a giudizio, si dimetteva, nella seconda accade esattamente l’opposto: se sei sotto processo diventi Ministro.
L’Italia dei Valori ha denunciato l’inganno sin dalla nomina di Brancher: un quarto ministro per il federalismo non serviva, e non a caso il primo atto ufficiale del neo ministro è stato quello usare il legittimo impedimento per non farsi giudicare al pari di tutti i cittadini.
Come Italia dei Valori abbiamo voluto verificare se Brancher avesse avuto almeno la decenza di presentarsi in ufficio il giorno dell’udienza per “studiare le riforme”, visto che ha usato tale scusa proprio per sottrarsi alla legge. Per questo sabato scorso, il giorno dell’udienza, ho passato tutta la giornata sotto l’ufficio di Brancher, per attenderlo al varco e verificare che effettivamente si recasse a lavorare.
La mattina alle 10 ho iniziato il “piantonamento della verità” ma del “ministro senza impegni e senza portafoglio” nessuna traccia.
Per tutto il giorno il telefonino di Brancher ha suonato sempre a vuoto. Solo la sua segretaria si affacciava dalla terza finestra a sinistra sopra Galleria Colonna, nel palazzo della Presidenza del Consiglio per guardare giù.
“Il ministro è qui, sta lavorando”, mi ha provato a spiegare la segretaria “Se non ci credete lo faccio affacciare”. Ma nuovamente l’attesa è stata vana. Il ministro, ovviamente, non si è fatto vedere e non è nemmeno mai uscito dall’ingresso principale del ministero. Alle 18 gli uomini della sicurezza si sono fatti sfuggire un “da mo’ che se n’è andato, saranno tre ore”, quando invece avrebbe dovuto essere “legittimamente impedito” fino alle 18. E la stessa segretaria, all’ennesima telefonata, ha rettificato: “Ma no, è ancora qui, in riunione”, affrettandosi ad aprire un’altra finestra e accendere una luce fino ad allora spenta. Alle 19.30 è un altro membro della segreteria ad avvertire che “il ministro è andato via da pochi minuti”, anche se nessuno l’ha visto uscire.
La conclusione è davvero amara: o il ministro è un mago nello sfuggire ai nostri controlli oppure più che organizzare il suo ufficio i veri legittimi impedimenti che l’hanno costretto a non presentarsi al processo sono stati il sole, qualche bella spiaggia romana e soprattutto la paura di vedersi applicare la legge come ogni comune cittadino.
Adesso Brancher promette che il 5 luglio sarà in aula, anche dopo i tuoni del Presidente Napolitano, ma come Italia dei Valori non ci fermiamo: questi tentativi tardivi di nascondere il danno alla legge e la beffa agli italiani non ci bastano. Mercoledì, prima della riunione del Consiglio dei Ministri, sarò nuovamente sotto l’ufficio di Brancher per accompagnarlo a Palazzo Chigi e sapere, una buona volta, che cosa ha fatto durante la “giornata particolare” di sabato scorso.
Un punto dell'economia: i tagli alla scuola
Oggi parliamo di uno dei provvedimenti previsti dalla Manovra del Governo: i tagli alla scuola pubblica. Nel provvedimento del Governo è previsto un blocco degli aumenti di stipendio, con la sospensione degli scatti di anzianità maturati.
In secondo luogo sono stati bloccati, per il biennio 2010-2012, i rinnovi contrattuali e il trasferimento delle risorse accantonate per la promozione degli insegnanti meritevoli. Nel 2008, infatti, venne stipulato un accordo che da una parte prevedeva una riduzione del numero di insegnanti e dall'altra (considerato l'aumento del carico di lavoro) l'istituzione di un fondo da destinare agli insegnanti più virtuosi. Una promessa non mantenuta.
Il Governo, con il provvedimento in corso, toglie questo fondo per gli insegnati meritevoli e lo utilizza per risanare il disavanzo delle scuole italiane. Siamo di fronte, dunque, a una sorta di tradimento nei confronti della categoria scolastica.
Un'altra considerazione da fare è che non c'è stato, così come successo con la scuola pubblica, un taglio dei fondi pubblici alle scuole private. La considerazione generale da fare è che non è possibile immaginare dei tagli generalizzati in un comparto delicato come quello scolastico. E' grave ridurre a tutti, nella stessa maniera, gli stipendi e le opportunità, e non introdurre forme di riduzione selettiva che colpiscano chi si impegna di meno e premino i dipendenti migliori.
Tagliassero al nano e non alle ballerine!
La nostra maratona ostruzionistica contro il decreto Bondi che propone la riforma degli istituti lirico sinfonici è stata la dimostrazione di quanto il nostro lavoro sia dettato unicamente dal desiderio di difendere i cittadini italiani dai soprusi che questo Governo tenta di imporre. In questo caso la nostra battaglia è stata a sostegno dei lavoratori di un importantissimo settore della cultura e della storia italiana che, con questo provvedimento, perderanno la loro autonomia, torneranno sotto l’ala statale ed entreranno pienamente nel circolo del precariato, ormai luogo comune nel nostro Paese.
Loro, i lavoratori lirico sinfonici, ci hanno capiti e sostenuti – come del resto molti altri italiani - e credo sia proprio questo l’importante. Attraverso mail, sms, messaggi via facebook non ci hanno fatto mai mancare, nelle tantissime ore della seduta parlamentare, il loro appoggio, dimostrando quanto fossero valide e fondate le nostre proteste.
Il testo voluto dal Ministro Bondi, che adesso passerà nuovamente al Senato, con la scusa di riordinare un settore in difficoltà ha, infatti, tagliato trasversalmente i fondi statali alla cultura, così come ha fatto e farà con la sanità, l’istruzione pubblica e la ricerca. Soltanto tagli, non riforme! Questi due termini non sono sinonimi e questo Governo è bene che lo capisca.
Le 37 ore che l’Italia dei Valori ha dedicato a questo provvedimento sono per tutti i lavoratori del settore lirico sinfonico, che se questo testo venisse approvato così com’è, da domani si ritroveranno in una situazione difficilissima che può essere così riassunta: blocco delle assunzioni a tempo indeterminato, blocco del turnover, giro di vite sulle missioni all’estero, decurtazione del circa 50% dei contratti integrativi e pesanti limiti alla contrattazione di secondo livello.
È per questo, e solo per questo, che abbiamo praticato la nostra dura opposizione, non per la visibilità mediatica - poiché ci viene sistematicamente negata - non per intralciare i lavori, né per impedire ai colleghi di vedere una partita di calcio. Difendere i diritti dei lavoratori italiani, anche quelli del settore lirico sinfonico, è nel nostro DNA, è la nostra vocazione, è la nostra passione. Riteniamo sia necessaria una riorganizzazione del settore in sintonia con quanto accade nel resto d’Europa. Non un taglio netto a tutto e a tutti… e se un taglio deve esserci, tagliassero al nano e non alle ballerine!
Al fianco di chi lavora. Sempre
La vicenda di Pomigliano è ormai una questione nazionale perché gli operai, sia quelli che hanno votato no, sia quelli che hanno votato sì, chiedono a gran voce che il governo batta un colpo e la smetta di fare lo zerbino alla Fiat. E chiedono alla Fiat di investire i famosi 700 milioni per produrre automobili. La questione su cui l’Italia dei Valori non transige è il confine tra barbarie e civiltà. Un posto di lavoro, infatti, non può essere barattato con i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione repubblicana, dalle leggi e dai contratti.
Per noi sono prioritarie: la realizzazione del piano investimenti di Pomigliano, riaprire le trattative sui diritti dei lavoratori, e quelle tra il governo e tutte le organizzazioni sindacali per arrivare a un accordo serio. Dopo il clamore di questi giorni, c’è il rischio che la questione di Pomigliano cada nel silenzio e nell’isolamento. L’Italia dei Valori considera, invece, questa vicenda l’inizio di una rivolta sociale contro le politiche di precarietà e di attacco al lavoro e alle piccole e medie imprese che il governo sta perpetuando.
Non dimentichiamo, poi, la faccenda Eutelia. L’Italia dei Valori è già intervenuta presso la sede della Presidenza del Consiglio per far sì che i lavoratori Agile ex Eutelia abbiano una sede di confronto per uscire dalla terribile crisi in cui l’azienda è finita. I tribunali hanno finalmente deciso di chiudere con il passato e di aprire un nuova pagina per il futuro dell’azienda con la ricerca di nuovi imprenditori, partendo però da una gestione commissariale che deve da subito rimettere Agile ex Eutelia sui binari imprenditoriali giusti. La nostra battaglia al fianco dei lavoratori prosegue: l’IdV vuole ottenere una riapertura della trattativa ed è impegnata per fare avere il prima possibile ai lavoratori una autorevole interlocuzione presso la Presidenza del Consiglio.

Uno sciopero a 360 gradi
Lo sciopero di oggi è a 360 gradi perchè non c’è un solo fronte su cui questo governo sta imboccando una strategia corretta che possa risollevare il Paese dalla grave crisi economica (che ne dica Confindustria) e dalla perdita di prestigio internazionale. E’ uno sciopero della CGIL contro la manovra finanziaria, ma è anche per Pomigliano, per il nucleare, per l’acqua pubblica, per il legittimo impedimento di Brancher, Confalonieri e Piersilvio Berlusconi nel processo Mediatrade.
Questo sciopero è solo lo specchio di un Paese che vuole ripartire ma che è ostaggio di una classe politica inadeguata. Di seguito riporto il mio intervento alla manifestazione a Milano. Italia dei Valori ha aderito allo sciopero scendendo in piazza nelle principali piazze d’Italia da Milano, a Bologna, a Napoli. Dalla parte dei cittadini, come sempre.
Testo degli interventi
Maruska Piredda(consigliere regionale) Siamo qui vicino ai lavoratori, vicino alla C.G.I.L., per protestare con loro contro la politica scellerata di questo governo, fino a pochi giorni fa non solo non riconosceva la crisi ma ad oggi non sa nemmeno leggere quelli che sono i numeri della crisi. Sono milioni le persone in piazza, milioni di disoccupati, moltissimi cassaintegrati che domani non riusciranno a ricollocarsi e il governo cosa fa? Vara una nuova manovra finanziaria, una manovra d’emergenza l’hanno chiamata ma che di fatto toglie e depotenzia economicamente tutte le possibilità che hanno le regioni per riuscire a intervenire nel sociale. Questo comporterà di fatto la disdetta di molti contratti, non solo dei trasporti pubblici e delle ferrovie ma di tutti quegli enti che si occupano di dare welfare, una cosa che il Ministro Sacconi si è dimenticato di creare in Italia, ha soltanto creato precariato, insicurezza e ora cosa fa? Mette ulteriormente in ginocchio tutti quanti i lavoratori e depotenzia le regioni.
Io dico che questa è una vergogna, l’Italia dei Valori è qui oggi perché non si vergogna di dire le cose come stanno e ha tutta l’intenzione di continuare a farlo finché questo governo sarà costretto a sbattere contro la dura realtà.
Io invito tutte le persone, più persone possibili, oggi più che mai, ad avvicinarsi a questo e a altre centinaia di banchetti che sono in giro per tutta l’Italia e a firmare contro la privatizzazione dell’acqua, contro il nucleare e oggi più che mai contro il legittimo impedimento, che ha permesso al Ministro neoeletto della “cricca” di Berlusconi e dei suoi amici di usufruire, subito dopo l’elezione, del legittimo impedimento per non presentarsi in Tribunale, non solo è eticamente scorretto ma questo è l’ennesimo schiaffo dato alla fiducia degli italiani e al buonsenso degli italiani. Io dico che non ci sono più parole, è giunto il momento che questo governo si dimetta perché i danni che sta facendo sono molti e ci vorranno molti anni probabilmente se loro continueranno a conservare la loro poltrona, cui sono molto affezionati, per riuscire a risolvere questo paese. E confido in tutti quanti voi, italiani vi prego per favore avvicinatevi a questi banchetti, date la vostra firma e soprattutto mandate a casa questo governo!
Giacomo Ruggero(Pres.Circolo Idv Agrate) Oggi l’Italia dei Valori è qui alla manifestazione del 25 giugno per protestare contro questa Finanziaria, Finanziaria assolutamente ingiusta che noi non abbiamo né appoggiato né approvato, una Finanziaria che pesa sempre sulle stesse persone, sulle classi che già stanno soffrendo da tempo senza toccare né penalizzare quelle che sono le classi medio alte. Siamo qui sempre con i nostri amici, con i nostri attivisti politici, con i nostri simpatizzanti ad appoggiare la manifestazione della C.G.I.L. per protestare contro questo governo che ci sta facendo subire ingiustizie ogni giorno. L’ultima che il nostro Presidente Di Pietro aveva già previsto è stata quello di questo nuovo Ministro, un nuovo Ministro fatto solo per salvarlo dalla magistratura, è stato nominato e com’è stato nominato immediatamente ha chiesto l’uso del legittimo impedimento. Proprio a dimostrare chi è la gente che oggi ci governa e per quale motivo va a governarci: solo per portare avanti i propri interessi personali o quelli di parte.

Terremoto: le carriole contro la cricca
Vogliamo scaricare le infamie della cricca sotto la casa di Bertolaso. Per questo stamattina mi sono recato con una carriola contenente macerie e delle piccole scatole, che rappresentano simbolicamente dei mattoni (sulle quali è scritto 'cricca'), a Piazza Navona per essere vicino alle istituzioni abruzzesi e assistere al consiglio straordinario del comune dell'Aquila.
In corteo abbiamo sfilato fino a via Ulpiano, di fronte alla sede della Protezione Civile, dove abbiamo rovesciato le macerie e i mattoni della cricca.
Appalti, subappalti e collegate si parla di 123 società su cui sta indagando la Prefettura e la Procura antimafia, che si sono spartite una torta da 169 milioni di appalti e che hanno lasciato i cittadini dell’Aquila senza l’abitazione promessa. L'elenco completo lo ha Bertolaso in quanto a lui è stato conferito il potere di assegnare appalti con procedura negoziata, senza bando di gara, nonché‚ la possibilità di subappaltare fino al 50% delle opere. Tutto in deroga alle norme del codice sugli appalti.
Come Italia dei Valori abbiamo presentato interrogazioni al governo per avere quell’elenco ma sinora nessuno a risposto. Dobbiamo far sapere agli aquilani, che ancora spettano la promessa ricostruzione e che il 30 giugno in 30mila verranno sfrattati dagli alberghi che sinora li hanno ospitati, a quali imprenditori disonesti il governo Berlusconi ha affidato il loro futuro e la loro dignità.


Pomigliano: un risultato che lancia una sfida
Il risultato del referendum farsa di Pomigliano si commenta da solo. Non c’è stato un plebiscito e allo stesso tempo, esiste una sincera richiesta di un progetto industriale e occupazionale che possa dare serenità ai lavoratori e alla comunità di Pomigliano. Questo risultato mette alla prova la buona fede della Fiat e cioè se fosse solo alla ricerca di un capro espiatorio per non effettuare l’investimento, oppure se sinceramente ci prova.
Questa vicenda riconsegna all’azienda e alle organizzazioni sindacali serie tre problemi. Il primo riguarda la Fiat. Un’azienda non può operare in assenza totale di indirizzi e di scelte industriali del governo perché, come accade in Germania piuttosto che in Francia o negli Stati Uniti, le aziende che investono in quelle dimensioni di capitale hanno bisogno di certezze, mentre il governo italiano ha fatto o da zerbino, con il ministro disoccupazione Sacconi, o ha brillato per la totale assenza di responsabilità per ciò che concerne la politica industriale. L’Italia dei Valori crede che la manifattura di qualità sia uno dei settori che vanno difesi e sostenuti. Il secondo problema riguarda la serietà del progetto su Pomigliano che lascia molto perplessi, dato che la questione è stata buttata ‘tutta in politica’, mentre, invece, diventa necessario che la Fiat dichiari, in maniera trasparente, le sue scelte per l’Italia, sia per lo stabilimento di Pomigliano che per quello di Termini Imerese.
Da questo risultato nasce una sfida che un manager serio e autorevole come Marchionne deve raccogliere: ciò che è accaduto è incivile, controproducente e dannoso per la stessa efficienza del’impresa. Non si può contrapporre la fabbrica, che deve funzionare, con i diritti individuali previsti dalla Costituzione. Gli operai sono stati messi sotto ricatto quando sono stati costretti a scegliere tra un posto di lavoro e la rinuncia ai diritti fondamentali. E’ come mettere la prima cellula di cancro dentro un sistema sano con il rischio acclarato che questa diventi il grimaldello che scardina tutto il sistema delle regole diventando il modello per tutte le altre situazioni di crisi aziendale.
Marchionne aveva affermato che voleva lavoratori coinvolti, motivati e rispettati. L’Italia dei Valori chiede ora senso di responsabilità sapendo che abbiamo tutti un grandissimo problema: cioè siamo privi del governo per ciò che riguarda la politica industriale. Questa assenza è il più grande delitto che il governo Berlusconi ha fatto ai danni dell’Italia.
Antonio Di Pietro
Maurizio Zipponi


Pomigliano: eutanasia di un diritto
Ieri è stata scritta un’altra pagina vergognosa della nostra storia perdendo l’occasione di fare la cosa giusta per lo stabilimento FIAT di Pomigliano e così la politica ha rinunciato alla classe operaia.
Quella politica che avrebbe dovuto difendere i diritti dei lavoratori e la Costituzione, che avrebbe dovuto chiedere conto a Marchionne ed alla FIAT di tutti i miliardi ricevuti come contributi statali a protezione dei lavoratori, inchiodandoli al proprio dovere ed al rispetto dei patti, quella politica che avrebbe dovuto fermare questo ignobile referendum. Ed invece questa politica regala una sponda a Marchionne ed al suo investimento di 700 milioni e con la favoletta dell’assenteismo e dell’anacronismo sindacale gli lascia in mano una trattativa capestro e, cinicamente, gli consegna un perfetto alibi in caso di fallimento.
Ma in nome di un investimento non si possono calpestare contratti, diritti e Costituzione. Perciò, noi dell’IDV crediamo che certa stampa abbia oscurato ad arte la notizia e che il governo sia stato volutamente latitante e, nella sua abitudine ai travestimenti, abbia mascherato questa assenza imbarazzante, trasformandola surrettiziamente in rispetto nei confronti degli operai, del loro voto e del referendum. Ma è una bugia sia nei termini che di fatto, perché non si può parlare di accordo quando non c’è stato un confronto, quando la richiesta è “prendere o lasciare” e non si può parlare di referendum quando il voto è controllato e schedato e quando il filo conduttore di tutto il discorso è un vile ricatto.
La perfida verità è che stanno provando, attraverso l’anello più debole della catena, ad attaccare 50 anni di storia, di sindacato e di lotte dei lavoratori, stanno usando Pomigliano come grimaldello, per scardinare un sistema costruito a fatica, a difesa degli operai e dei loro diritti, stanno violando una legge nazionale con deroghe impresentabili per piegare le tute blu di Pomigliano, il tutto condito dalla firma di molte sigle sindacali che stanno formalizzando il loro stesso suicidio.
Oggi si scriverà l’ultimo atto di questa ignobile farsa, in cui gli operai saranno costretti dalla cassa integrazione, dalle difficoltà economiche e dal ricatto del lavoro a votare, in un referendum di regime, a favore “dell’accordo”, rinunciando a molti diritti sanciti dalla Costituzione tra cui lo sciopero e dichiarando così, con il loro stesso voto, la morte della classe operaia! Domani, insomma, comunque vada avremo perso tutti!
Ma ci sono cose che non si possono condividere se si ha a cuore il destino delle persone e la dignità del lavoro, in nome di uno stato di necessità non si possono mortificare i diritti e violare la Costituzione, esistono regole precise ed un contratto nazionale del lavoro che tutela entrambe le parti, si tratta soltanto di controllarne l’applicazione, perché l’IDV è convinta che quello pensato per Pomigliano non è un modello attuabile e soprattutto non può e non deve essere considerato un modello da esportare.

Così la Regione Lazio ostacola la Ru486
Nell’Anno Primo dell’era Polverini è capitato a Roma che una donna, madre di tre figli, nati tutti con parto cesareo, vagasse di ospedale in ospedale alla ricerca della pillola RU486, per interrompere una quarta gravidanza.
Finalmente ha trovato nell’ospedale Grassi di Ostia l’assistenza cui aveva diritto.
A questo punto si è scatenata l’ira della presidente della regione, la quale non solo ha bacchettato duramente i medici dell’ospedale, ma ha immediatamente riunito la giunta, nota finora per la sua scarsissima attività, per varare delle sedicenti linee guida per confermare il ricovero obbligatorio di tre giorni, ma soprattutto per bloccare la possibilità di usare la pillola RU486 negli ospedali del Lazio, in attesa della individuazione di fantomatiche strutture più idonee a praticare l’aborto farmacologico.
Siamo di fronte a un vero e proprio boicottaggio della pillola RU486 e della legge 194. L’argomento della ricerca delle strutture idonee è ridicolo. Nel Lazio, che applica la legge 194 da 40 anni, è difficile pensare che non esistano strutture in grado di eseguire e assistere un aborto farmacologico.
Siamo di fronte alla violazione della legge 194, che assegna alle regioni l’aggiornamento “sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione di gravidanza”. La Polverini non solo rende più difficile l’applicazione di una specifica tecnica di interruzione della gravidanza, rendendo obbligatorio il ricovero, ma addirittura la blocca, per un periodo imprecisato.
E ci si risparmi la favoletta della preoccupazione per la sicurezza delle donne. C’è un diluvio di letteratura scientifica che dimostra l’elevato tasso di sicurezza della Ru486.
Siamo di fronte a un vero accanimento ideologico di una donna contro altre donne e di uso propagandistico della sofferenza delle donne.
Che questo sia vero è testimoniato dagli atti compiuti dalla Polverini come commissario di governo per la sanità. Nei decreti appena firmati si tagliano migliaia di posti letto perché sarebbe opportuno, quando le conoscenze scientifiche e l’esperienza sanitaria lo consentono, passare dal ricovero ordinario al day hospital e da questo all’assistenza ambulatoriale e domiciliare.
L’aborto chirurgico si fa ordinariamente in day hospital, nel caso dell’aborto farmacologico, per la Polverini, sono necessari tre giorni ricovero.
Ma la Polverini ha voluto fare di più. Nel Piemonte di Cota, sia pure con il ricovero di tre giorni, che le donne possono rifiutare, l’aborto farmacologico si pratica. Nel Lazio non si può fare neppure questo. Siamo all’interruzione del pubblico servizio.
Per una Presidente donna, niente male.
fonte: l'Unità
Il Governo che confonde disabili e truffatori
Oggi ho manifestato insieme ai disabili affetti dalla SLA - Sclerosi Laterale Amiotrofica. La SLA è una malattia neurologica, a causa della quale muoiono in Italia circa tre persone al giorno. Colpisce uomini e donne in età adulta, che spesso non ricevono terapie adeguate. La SLA è una malattia grave ancora inguaribile che comporta la progressiva e completa paralisi dei muscoli, chi ne è colpito non può compiere alcun gesto in autonomia. Nonostante le condizioni di salute dei disabili affetti da SLA, oggi, molti di loro sono scesi in piazza per protestare contro la sordità del Governo in materia di assistenza ai disabili. I manifestanti al grido di “vergogna” “vergogna” hanno protestato contro la non approvazione del decreto (DPCM) sui Livelli Essenziali di Assistenza, uno strumento vitale che riguarda i percorsi di cura e anche conto il mancato adeguamento del Nomenclatore Tariffario per protesi e ausili ormai datato 1999. La manifestazione di oggi segna il passo della inefficienza e inadeguatezza delle politiche destinate alle disabilità, fatte solo di tagli, di caccia alle streghe e non di azioni concrete volte al miglioramento della vita delle persone con problemi di disabilità.
Pubblico in video e di seguito in testo il mio intervento odierno:
Dopo i tagli alla scuola pubblica, agli insegnanti di sostengo, dopo non aver preso alcun provvedimento circa l'educazione integrativa per le persone con disabilità, dopo aver equiparato le persone disabili ai falsi invalidi facendo di tutta l'erba un fascio, il governo continua su questa strada e non vara alcun provvedimento circa i Lea (livelli essenziali di assistenza) come la Sla, per la quale oggi abbiamo manifestato davanti a Montecitorio.
L'altro tema è il nomenclatore tariffario. Questo è un elenco delle protesi e degli ausili richiesti dalle persone con disabilità che ne hanno bisogno e che da tanti anni non viene attuato.
Per cui, noi stiamo qui a testimoniare questa situazione e manifestare contro questa finanziaria che penalizza le persone con forte disabilità. La disabilità vera.
Noi non ci opponiamo ai controlli. Ma non è innalzando le percentuali di invalidità che si sconfiggono i falsi invalidi. Questi devono essere sconfitti tramite i controlli.
Se passa questo provvedimento dell'innalzamento della percentuale di invalidità, tantissimi bambini down non avranno riconoscimento. Non avranno quella misera somma di circa 250 euro al mese. Invece di affrontare positivamente la faccenda, quindi aumentando i finanziamenti alla disabilità, peggiorano la situazione.
Noi di Idv siamo qui a dire con forza che questi provvedimenti devono essere ritirati e ci deve essere un forte investimento rispetto alle questioni legate alla disabilità.
Un punto dell'economia: Costituzione e concorrenza
In questo appuntamento di Un punto sull'economia parliamo dei provvedimenti annunciati dal Governo per cambiare la Costituzione.
Il Governo intende cambiare alcuni articoli della Carta con il "presunto" effetto di crescere la concorrenza nel nostro Paese. Abbiamo già parlato dell'articolo 41. Oggi vogliamo sottolineare come in questi due anni il Governo non abbia fatto nulla in favore della concorrenza. E questo annuncio di interventi sulla Costituzione rischia di essere un modo per spostare l'attenzione su qualcosa che non c'entra nulla.
Pensiamo ad esempio ai servizi pubblici locali. Nella scorsa legislatura era stato presentato un progetto di legge per liberalizzarli. Progetto che poi incontrò un'opposizione trasversale. In questi due anni il Governo non ha fatto nulla per riprendere quel progetto.
I servizi pubblici locali sono uno dei nodi più importanti per consentire ai cittadini di avere i benefici della concorrenza in settori cruciali come il Gas, il trasporto pubblico, l'elettricità, i rifiuti e così via.
Liberalizzare questi settori è fondamentale per avere tariffe più basse e servizi di qualità migliore.
Pensiamo anche agli ordini professionali: avvocati, ingegneri, farmacisti eccetera. Questi sono dei settori nei quali molti giovani stentano a trovare lavoro a causa delle barriere professionali che ci sono. Cosa fa il governo per liberalizzare quieti settori? Pensiamo anche alle assicurazioni. In Italia abbiamo i premi assicurativi tra i più alti al mondo, eppure il Governo non fa nulla per una concreta liberalizzazione. Potremmo parlare anche del settore petrolifero e della distribuzione del carburante. Anche in questo caso i prezzi sono più alti rispetto agli altri Paesi perché la concorrenza in questo settore non funziona pienamente.
Un altro esempio è quello del trasporto pubblico locale: il governo cittadino di Roma, con a capo Alemanno, vuole innalzare le tariffe per i taxi. Dunque, non solo non si liberalizza ma addirittura si fanno aumentare le tariffe.
Quello che noi pensiamo, quindi, è che ci sono tanti settori nei quali si potrebbe intervenire senza necessità alcuna di modificare la Costituzione per far crescere la concorrenza.
Piuttosto che una modifica alla Carta repubblicana sarebbe indispensabile e necessario, semmai, introdurre una legge annuale sulla concorrenza (tipo le leggi Bassanini sulla semplificazione amministrativa) che ogni anno faccia il punto su tutte le barriere normative e amministrative alla concorrenza per farne piazza pulita.
Per far questo non serve cambiare la costituzione, ma un Governo che abbia a cuore gli interessi dei cittadini.
Saramago e "La cosa Berlusconi"
“Dev’essere duro vivere quando il potere politico e quello imprenditoriale si riuniscono. Non invidio la sorte degli italiani, però infine è nella volontà degli elettori mantenere questo stato di cose o cambiarlo”.
(Josè Saramago).
Il premio Nobel Josè Saramago se n’è andato. E noi rendiamo omaggio ad un protagonista della cultura contemporanea. Ad un grande scrittore spesso al centro di polemiche roventi. Anche in Italia. Alla fine del maggio 2009, la storica casa editrice Einaudi, ora sotto il controllo di Mondadori, quindi di Berlusconi, rifiutò di pubblicare il libro dello scrittore portoghese ‘il quaderno’. Una raccolta di scritti pubblicati sul suo blog. La polemica politica si infiammò e il libro fu poi pubblicato da Bollati Boringhieri. Racconto questo episodio perché è rivelatore della degenerazione culturale italiana, dei frutti marci del berlusconismo. In un altro periodo nessuno avrebbe rifiutato la pubblicazione di un premio Nobel. In un altro momento, appunto, non all’apice della parabola berlusconiana. Per ricordare Saramago e per riflettere, pubblico una pagina del suo blog dedicata a Berlusconi. Questo articolo, con questo stesso titolo, è stato pubblicato ieri sul quotidiano spagnolo “El País”, che me lo aveva espressamente commissionato. Considerando che in questo sito ho lasciato alcuni commenti sulle prodezze del primo ministro italiano, sarebbe strano non mettere anche qui questo testo. In futuro ce ne saranno sicuramente altri, visto che Berlusconi non rinuncerà a quello che è e a quello che fa. Né lo farò anch’io.
La Cosa Berlusconi
Non trovo altro nome con cui chiamarlo. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un profondo rigurgito non dovesse strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene distruggendo il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori fondanti dell’umana convivenza vengono calpestati ogni giorno dalle viscide zampe della cosa Berlusconi che, tra i suoi vari talenti, possiede anche la funambolica abilità di abusare delle parole, stravolgendone l’intenzione e il significato, come nel caso del Polo della Libertà, nome del partito attraverso cui ha raggiunto il potere. L’ho chiamato delinquente e di questo non mi pento. Per ragioni di carattere semantico e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente in Italia possiede una carica più negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. È stato per rendere in modo chiaro ed efficace quello che penso della cosa Berlusconi che ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli ha attribuito nel corso del tempo, nonostante mi sembri molto improbabile che Dante l’abbia mai utilizzato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, in accordo con i dizionari e la pratica quotidiana della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o a dettami morali”. La definizione calza senza fare una piega alla cosa Belusconi, a tal punto che sembra essere più la sua seconda pelle che qualcosa che si indossa per l’occasione. È da tanti anni che la cosa Belusconi commette crimini di variabile ma sempre dimostrata gravità. Al di là di questo, non solo ha disobbedito alle leggi ma, peggio ancora, se ne è costruite altre su misura per salvaguardare i suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, per quanto riguarda i dettami morali invece, non vale neanche la pena parlarne, tutti sanno in Italia e nel mondo che la cosa Belusconi è oramai da molto tempo caduto nella più assoluta abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte affinché gli potesse servire da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui stanno trascinando i valori di libertà e dignità di cui erano pregne la musica di Verdi e le gesta di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale per l’Europa e gli europei. È questo che la cosa Berlusconi vuole buttare nel sacco dell’ immondizia della Storia. Gli italiani glielo permetteranno?
fonte: www.massimodonadi.it
Vuvuzelas contro la manovra
Ho portato in piazza vuvuzelas e lavoratori: stamattina alle ore 10 ci siamo ritrovati insieme ai lavoratori in lotta di (Ispra, Eutelia, Ncc, Nexas, Alitalia, Protezione Civile, Sindacato Medici Italiani, Ass. Restauratori, Ispel, Guardi Giurate) davanti a Palazzo Chigi. Abbiamo suonato le vuvuzelas in concomitanza con il consiglio dei ministri, abbiamo fatto ascoltare le voci di chi vive una realtà di precariato, di chi rischia di ritrovarsi senza un lavoro o chi già è senza lavoro, lavoratori ricattati, privati della dignità fondamentale: quella di avere la garanzia di poter lavorare. Gli uomini e le donne riuniti stamani sono gli ex art.1 della nostra Costituzione che recita che l’Italia è una repubblica basata sul lavoro.
Dopo esserci radunati è partito un mini corteo che da Palazzo Chigi si è spostato sotto la Camera dove abbiamo urlato a gran voce la richiesta di essere ascoltati dal governo. Abbiamo fatto recapitare una mia lettera al Capo dello Stato firmata anche dai lavoratori con cui chiediamo che Napolitano eserciti la sua moral suasion sul governo per far rispettare il diritto al lavoro sancito dalla Carta.
Come Italia dei valori staremo sempre nelle piazze, avremmo sempre orecchie per queste ed altre situazioni, saremo sempre piu’ determinati nelle nostre lotte: la crisi non la devono pagare i cittadini".
Pubblico di seguito la mia lettera a Napolitano
Egregio e, mi permetta, Caro Presidente Napolitano,
ci rivolgiamo a Lei perché sostenga quell’Italia che lavora, che ricerca, che insegna, che cura, che mantiene l’ordine e che da al nostro paese ricchezza culturale e materiale.
La situazione economica, nell’Italia gravata dalla crisi finanziaria e lavorativa, è davvero drammatica: in silenzio la povertà sta sfiorando famiglie che sinora erano rimaste immuni dalle flessioni economiche. Lei è pienamente consapevole dell’alto livello di disoccupazione degli ultimi mesi, cresciuto rispetto al 2009 dell’1,5% e che per i giovani sotto i 35 anni sfiora la metà del totale; è certamente a conoscenza del numero di imprese in crisi, prima fra tutte la Fiat che sta chiudendo lo stabilimento di Pomigliano ma anche tutte quelle piccole e media imprese, nel Lazio circa 200, che non possono più sostenere gli imperativi di mercato e che rischiano il fallimento; ed è ancor più conscio di quanto sia difficile mantenere una famiglia con un potere di acquisto dimezzato sette volte su dieci euro.
I precari, i disoccupati, i giovani che non riescono ad entrar nel mondo del lavoro, gli imprenditori a cui le banche non danno credito, le donne a cui viene chiesto di andare in pensione a 65 anni senza che siano stati introdotti strumenti di sostegno alla famiglia, si stanno chiedendo come mai ministri, parlamentari, direttori ed esperti continuano a ripetere da mesi che la crisi è ormai alle porte e che l’Italia ha dimostrato una tenuta superiore alle aspettative. Con la disoccupazione che cresce, gli investimenti che crollano e le imprese che chiudono.
Ma soprattutto si chiedono come mai il nostro governo, nel momento in cui vara la manovra, ed avrebbe i mezzi per consentire una ripresa, uno sviluppo, un futuro al nostro paese, non solo perda questa occasione ma anzi mortifichi i soggetti più deboli.
E’ innegabile infatti che con questa manovra si approfitta per portare un ulteriore attacco alle condizioni di lavoro dei dipendenti pubblici: il blocco dei contratti pubblici fino al 2013, il blocco del turn over fino al 2015, il licenziamento del 50% del personale a tempo determinato e il rinvio dei pensionamenti di oltre sei mesi. Chi paga davvero saranno i giovani, a cui è tolta ogni speranza nella ricerca, con la soppressione di tanti enti, e ancora più colpiti dal blocco delle carriere perché entrati nella pubblica amministrazione con un livello salariale basso.
Ma anche la famiglie saranno umiliate perché con i tagli alle regioni i servizi sociali, i trasporti e viabilità salteranno.
Con la nostra iniziativa abbiamo voluto porre all’attenzione pubblica un quadro desolante: la politica ha disatteso le aspettative dei cittadini di ridurre il costo della sfera pubblica sulla società, in quanto i tagli agli enti inutili e ai costi della politica, di cui tanto si è parlato, contano praticamente nulla in termini di riduzione della spesa, nell’ordine di qualche milione di euro, e tutti i risparmi di spesa sono stati trovati mettendo in ginocchio i lavoratori onesti e lasciando impregiudicati coloro che alla crisi sono sfuggiti, evasori, affaristi, speculatori.
Caro Presidente, è innegabile che un risanamento del bilancio pubblico sia auspicabile, obbligatorio per gli standard europei, ma questo dovrebbe avvenire solo sulla base di due principi: giustizia sociale e investimenti strutturali per favorire la crescita. Né il primo né il secondo dei due assunti sono stati seguiti nella manovra.
Ecco perché siamo qua davanti stamani, ricercatori, lavoratori pubblici, insegnanti, impiegati e operai: perché ancora crediamo che la sua sensibilità istituzionale ed il profondo impegno da Lei sempre dimostrato a tutela del sistema democratico ed economico della nostra Repubblica possa far pressione su un governo sordo a qualsiasi appello per invertire la rotta del fallimento economico del paese.
Ci appelliamo a Lei, affinché valuti se il quadro sinora descritto non meriti un intervento puntuale e determinato a guidare il Paese verso il suo bene, secondo lo spirito democratico della Costituzione, da parte dell’Istituzione della Presidenza della Repubblica al fine di ripristinare la condizioni essenziali perché la Carta Costituzionale sia rispettata nella sua sostanziale effettività, laddove sancisce il diritto dei cittadini a lavorare, ad essere dignitosamente retribuiti, a rappresentare quell’Italia che è ancora per poco una “repubblica democratica fondata sul lavoro”.

La manovra che cancella la sindrome di Down
Sembrerebbe una barzelletta di cattivo gusto, ed invece si tratta dell’ennesima trovata – altrettanto di cattivo gusto – di questo Governo.
Stiamo parlando del decreto legge n. 78 del 2010, meglio conosciuto come “manovra finanziaria”, che nel comma 1 dell’articolo 10, cancella l’assegno di invalidità per le persone affette dalla sindrome di Down, oltre che per altre numerose categorie di malati ed invalidi. Questo comma, infatti, innalza la percentuale d’invalidità necessaria all’ottenimento del sussidio – per la cronaca 256 euro al mese – da 74% a 85% escludendo di fatto tutti i down che, secondo le tabelle del Ministero della Sanità, hanno un’invalidità pari al 75%.
Incredibile ma vero! Tutte le persone affette dalla sindrome di Down e le loro famiglie, che sino ad oggi hanno contato su questo, pur irrisorio, contributo statale dovranno rinunciarvi, a meno di non essere costretti a farsi riconoscere un’invalidità del 100% (individuata solo a chi, oltre alla sindrome di Down, presenta anche gravi disturbi mentali). Tutto questo però avrà il solo risultato di azzerare tutte le battaglie finora condotte dalle associazioni a tutela dei Down. Con il 100% d’invalidità nessun Down potrà più trovare un posto di lavoro.
Non ci sono altre considerazioni da fare. Si tratta di un provvedimento scellerato e crudele, come purtroppo se ne individuano moltissimi in questo testo, mosso da ragioni altrettanto scellerate. Sì, è evidente la necessità di tagliare dei costi per lo Stato, ma partire discriminando le categorie più deboli sembra veramente un controsenso. Ci si sarebbe aspettati un provvedimento finanziario che combattesse in maniera concreta l’evasione fiscale, gli alti costi della politica, i molti falsi invalidi e invece ci ritroviamo con un testo di legge che penalizza chi già è in difficoltà. Lo fa bloccando per tre anni gli stipendi agli statali, non riconoscendo gli indennizzi per chi è stato danneggiato dallo Stato (e stiamo parlando di tutte quelle persone che si sono ammalate a seguito di una trasfusione sbagliata) e da ultimo negando la possibilità di un sussidio mensile ai malati di sindrome di Down. Per tutte queste ragioni ho deciso di presentare un’interrogazione parlamentare, cofirmata tra gli altri dal presidente Di Pietro, per chiedere al Ministro dell’Economia di revocare questo comma.
Noi dell’Idv, in attesa di combattere questo testo a colpi di emendamenti nel momento in cui arriverà alle Camere, continueremo a far sentire la nostra voce a difesa degli italiani e dei loro diritti… specie quelli dei più deboli.
Dieci domande a Masi
Pubblico di seguito le dieci domande che ho posto al direttore generale della Rai, Mauro Masi, il quale di recente ha difeso con forza la capacità di difesa dalla concorrenza della rete pubblica nei confronti di Mediaset. Ma Masi dimentica il problema vero: la Rai. è vero, può concorrere efficacemente. Il direttore, tuttavia, dimentica che sotto la sua direzione la tv di Stato non svolge più un servizio pubblico ma un servizio privato a disposizione del Governo e del Presidente del Consiglio.
1. E' vero che Vieniviaconme, il programma di Fazio e Saviano potrebbe essere collocato in palinsesto in concomitanza della Champions League? Non ritiene che sarebbe un boicottaggio?
2. Parliamo dei disastri del tg1. Lei ritiene che gli attuali ascolti, ben al di sotto dello storico 30%, siano un buon dato oppure ritiene che siamo di fronte ad un crollo? Perchè secondo Lei Tiziana Ferrario Paolo Di Giannantonio Piero Damosso e Massimo De Stroebel sono stati sospesi dalle conduzioni e dalla redazione? Di cosa si occupano ora? Non pensa si tratti di un demansionamento? Ritiene che la mimica facciale sia una buona ragione per allontanare dal video un conduttore com'è accaduo per Maria Luisa Busi? E ritiene corretto che Minzolini abbia redarguito la stessa Busi per l'intervista rilasciata a Repubblica?
3. Che fine farà Annozero? Lei ritiene che le pressioni politiche sull'AGCOM e sul CdA siano roba da stato africano?
4. Caso Ruffini/Di Bella: Qual è la sua opinione in merito alla gestione dell'avvicendamento imposto a Ruffini e Di Bella? Sempre in tema di azioni sgangherate del CDA, a seguito dell'interruzione dei talk show nel periodo di vigenza della par-condicio sono state registrate perdite economiche legate alle raccolta pubblicitaria? Di quanto si sono abbassati gli indici d'ascolto senza i talk show nelle serate normalmente dedicate ad Annozero, Ballarò e L'ultima parola?
5. Quando sarà chiarito il futuro di Rainews? Perchè la redazione è costretta a lavorare con sempre meno mezzi? Perché il segnale non è visibile in tutta Italia come testimonia l'invasione di mail di protesta per l'assenza di segnale? Per quale ragione Rainews è stato privato del numero 24, che contraddistingue le testate allnews in tutta Europa?
6. Salvatore Lo Giudice, è stato nominato direttore degli affari legali e societari RAI. L'avvocato Lo Giudice risulta però a disposizione di Palazzo Chigi come "esperto giuridico del dipartimento editoria e supporto al segretario generale". Parrebbe essere anche uno dei legali che si occupano delle cause in cui sono coinvolti i giornalisti del quotidiano "il Giornale". Lo Giudice sarebbe anche nel consiglio d'amministrazione e nel comitato d'amministratore della gestione separata dell'INPGI, l'istituto di previdenza dei giornalisti. Non si profila un clamoroso caso di conflitto d'interessi? Lei dice che Lo Giudice si è dimesso da tutti gli incarichi, ma il sito web dell'INPGI lo colloca ancora nel consiglio d'amministrazione come rappresentante designato della presidenza del Consiglio dei Ministri. Come si spiega?
7. Il 28 maggio scorso l’agenzia il Velino ha riportato questa notizia: per lavorare al nuovo sito web del Tg1 sono stati effettuati colloqui ai soli studenti delle scuole di giornalismo. Perché, per il servizio pubblico Rai, non è stata effettuata una selezione più ampia e pluralista? I professionisti ancora precari che collaborano da anni per l’Azienda, non possono rappresentare una preziosa risorsa? E perché ai colloqui sono stati chiamati solo studenti di tre scuole romane?
8. I dati dell’Osservatorio di Pavia dimostrano chiaramente che la presenza nei tg dell’Idv è molto bassa, quasi inesistente in certi periodi, comunque molto al di sotto di quanto dovrebbe toccare alla seconda forza dell’opposizione. Lei ci assicura che questa costante assenza dell’Idv dai tg non derivi dalle richieste del premier, evidenziate dalle intercettazioni pubblicate, di far sparire Di Pietro dai palinsesti della televisione pubblica?
9. Pubblicità. Quanto ha incassato la Rai in pubblicità nell’ultima stagione? Quanto in quella precedente? Lei ha affermato che con la raccolta pubblicitaria di quest'anno SIPRA, la concessionaria della Rai delegata alla pubblicità, saranno recuperati i denari che Sky offriva per tenere il bouquet Rai sulla sua piattaforma. Può dimostrarcelo? Delle due l'una: o lei sta dicendo una palese bugia, oppure il dirigente che ha trattato con Sky è un incapace da licenziare in tronco, perchè trattava su cifre irrisorie.
10. Trasparenza. Non è il caso di rendere pubblici, oltre agli stipendi di giornalisti e dirigenti, tutto sommato parametrati, anche i contratti di consulenza? E’ in grado di dirci quali sono i contratti di consulenza di Cda, ufficio relazioni istituzionali, reti, programmi, testate, direzione generale, a quali nomi rispondono e qual è il loro importo? Trincerarsi dietro il segreto industriale non è omertoso e magari utile a coprire eventuali rapporti poco chiari tra l’azienda e la politica? A tal proposito, Lei conferma la notizia che le riprese della parata del 2 giugno sarebbero state affidate ad un'azienda esterna? Era la Eurovision di casa Berlusconi? E' vero che le telecamere RAI sarebbero rimaste fuori, a girare immagini esterne?
La verita' su Pomigliano
Su Pomigliano serve chiarezza. La verità è che Tremonti non ha letto l'accordo e ormai tutto è propaganda, tutto è strumentale. Io penso che prima di giudicare bisogna leggere bene quel che c'è scritto su un accordo e come quel che c'è scritto dura nel tempo. Perché per fortuna Tremonti passa, Sacconi passerà molto prima, ma i lavoratori avranno quelle condizioni di lavoro per 35/40 anni. Quindi ogni parola pesa come pietre. Allora noi abbiamo letto, come Italia dei Valori, il testo che è stato proposto e vediamo cosa c'è scritto.
C'è scritto che un lavoratore dovrà lavorare 6 giorni su 7 la settimana, tre turni di lavoro al giorno. Cioè entra al mattino alle 6 ed esce alle 14; entra alle 14 ed esce alle 22; entra alle 22 ed esce alle 6 del giorno dopo. Questo da lunedì fino a domenica mattina.
Pensiamo a un lavoratore che lavora in catena di montaggio. Nella catena di montaggio ogni minuto passa un pezzo, tu ogni minuto devi fare quel gesto ossessivamente, Per 40 anni devi fare quel movimento. Fare questo lavoro comporta che a 50 anni molti vengono operati di tunnel carpale, molti hanno problemi drammatici alla schiena perché è lavoro manuale pesante e ripetitivo.
Cosa si dice in questo accordo? Che il lavoratore non potrà più fermarsi durante il turno a mangiare con mezz'ora di mensa, ma la mensa viene portata a fine turno. Quindi un lavoratore entra alle 6 del mattino e fino all'una e mezza non può nemmeno fermarsi per mangiare. Il lavoratore che ha, per la pesantezza di questo lavoro, delle pause di 40 minuti in un'intera giornata, se le vedrà ridotte a 30 minuti.
Il lavoro straordinario, non bastassero 40 ore di lavoro la settimana, viene reso obbligatorio e il lavoro straordinario obbligatorio arriva ad 80 ore all'anno.
Qualora ci fossero dei fermi produttivi perché un fornitore non porta il materiale, cioè esterni alla volontà del lavoratore, il lavoratore deve recuperare anche durante la mezz'ora della mensa. Cioè entra alle 6, deve aspettare fino all'una e mezza per mangiare rischiando di svenire sull'impianto, se per caso hanno avuto dei problemi produttivi, può darsi che l'azienda lo obblighi a non andare in mensa per fare straordinario anche dall'una e mezza alle due, quindi gli salta addirittura la mensa.
C'è inoltre una ferocia verso eventuali malattie che, ricordo, sono concesse su certificato dei medici, dove l'azienda afferma che in casi ritenuti anomali non paga i tre giorni di malattia. Viene addirittura, leggo perché è bellissimo, abolito per i nuovi assunti un'indennità salariale. E uno dice "vabbé l'azienda risparmia un sacco di soldi". Viene ridotta l'indennità salariale di 3 euro al mese. Un'altra di 0,70 euro al mese, lordi eh! E viene abolita anche un'altra indennità di 1,7 euro al mese. Cioè vengono tolti al lavoratore assunto 3,6 euro lordi al mese. Cioè siamo all'accanimento terapeutico contro i lavoratori.
Ma il fatto più grave, comunque, è che se il lavoratore decide, nell'arco della sua vita lavorativa di scioperare per chiedere più pause; per chiedere di essere rispettato; si dice che lo sciopero è vietato perché se scioperi rischi il licenziamento.
Quindi queste sono le cose che stanno scritte. Per questa ragione siamo in presenza non solo di un ricatto, ma di una violazione feroce dei diritti costituzionali. A questo punto Italia dei Valori torna al ragionamento principale.
La FIAT vuole produrre 280mila auto nell'impianto di Pomigliano, in particolare la Panda? Io credo che il sindacato deve mettere la FIAT in condizione di produrre 280mila auto. La FIAT vuol fare con i tre turni di lavoro? Credo che il sindacato debba mettere la FIAT in condizione di fare tre turni di lavoro e rendere l'azienda efficiente, produttiva e competitiva.
Ma quello che Italia dei Valori sostiene è: "Ma chi l'ha detto che per fare queste produzioni bisogna ridurre gli operai a schiavi?"
Con questo accordo non sei nemmeno libero di scioperare (e guardate che lo sciopero lo fa un operaio rimettendoci dei soldi, pur guadagnando 1150 euro al mese). Non c'è nessuno che sciopera per niente. Quindi andare a toccare un diritto fondamentale garantito dalla nostra Costituzione è gravissimo.
Italia dei Valori dice: "Caro Marchionne, sei un grande manager, ti è riconosciuto, sei riuscito a fare della FIAT un'azienda protagonista nel mercato mondiale. Vedi di non discutere sui giornali. Parla con i lavoratori, sappi che un lavoratore se viene ridotto a schiavitù, prima o poi si ribella e quindi la fabbrica non funzionerà. Perché le fabbriche e gli uffici funzionano quando i lavoratori si sentono partecipi e coinvolti.
E infine l'ultimo dato che rileviamo come Italia dei Valori è questo: noi abbiamo un ricordo. Nel passato, quando c'erano grandi conflitti come questi, si diceva "qual è l'obiettivo?" L'obiettivo è mantenere 5mila posti di lavoro a Napoli che hanno un indotto di altri 10mila lavoratori, quindi un obiettivo da condividere. Quando si configgeva c'era un ministro che chiamava le parti e diceva "venite nella mia stanza, non si esce di qui senza un accordo". Cos'ha fatto Sacconi?
Sacconi, da lacchè qual é, ha semplicemente deciso di dar ragione alla FIAT a prescindere e di insultare i lavoratori. Ma questo non è un Ministro del lavoro. Questo è il ministro della precarietà e della disoccupazione. E' il Ministro che insulta chi lavora. Quindi quel che è davvero equivalente ad una bestemmia in Chiesa, in questa vicenda è che il Governo invece di chiamare a responsabilità la FIAT e le organizzazioni sindacali prende parte nella partita dove ci sono già 50 giocatori contro 2. Cinquanta a favore della FIAT e due a favore dei lavoratori. Nei due a favore dei lavoratori, ci sta anche l'Italia dei Valori.

Giornalisti poco onorevoli
Giornalisti poco onorevoli. Giornalisti che votano la legge bavaglio. Giornalisti che mettono la loro firma su una legge che limita la libertà di stampa. Al Senato, la scorsa settimana, si è verificato anche questo. Sappiamo tutti che il Ddl intercettazioni non è solo un’aggressione alla sicurezza dello Stato, ma anche un’intollerabile limitazione all’esercizio della professione giornalistica, come denunciato con forza dall’Fnsi. Per questo motivo ci chiediamo se l’Ordine Nazionale dei Giornalisti intenda o no intervenire e prendere provvedimenti nei confronti dei senatori che hanno votato a favore della legge bavaglio. Questi senatori con in tasca il tesserino da giornalisti non solo hanno violato il codice deontologico della professione, ma probabilmente hanno anche commesso illeciti disciplinari. Come si può contemporaneamente votare il bavaglio e la censura ed essere giornalisti? Credo non sia possibile. La legge bavaglio rende impossibile raccontare i fatti e nasconde ai cittadini i misfatti e le responsabilità di politici e personalità pubbliche. E’ un attacco all’art.21 della nostra Costituzione portato avanti dalle truppe cammellate del premier Berlusconi, che ha paura delle intercettazioni. Anche di quelle riguardanti qualche suo amico evidentemente. Il bavaglio colpisca anche i blog: se un blogger non pubblica una rettifica nel giro di 48 ore rischia una multa da 7.746 a 12.911 euro. Inconcepibile. Hanno paura del web, del popolo della rete e della condivisione della conoscenza e delle informazioni. Tra i senatori iscritti all’albo dei giornalisti professionisti o pubblicisti spiccano i nomi del capogruppo Gasparri, del suo vice Quagliarello, della moglie di Emilio Fede, Diana De Feo. C’è addirittura un editore, quel Giuseppe Ciarrapico già condannato in via definitiva per il crack del Banco Ambrosiano, per finanziamento illecito ai partiti ed attualmente indagato per ‘stalking a mezzo stampa’, reato talmente insolito da aver attirato l’attenzione dei ricercatori dell’università di Cambridge e per truffa aggravata.
fonte: www.massimodonadi.it
Da Zaia un atto di spavalda vigliaccheria
Un atto di spavalda vigliaccheria, l’ennesimo gesto dettato da quella insopportabile demagogia alla quale la Lega ci ha ormai abituati da tempo. L’ultima impresa è di ieri e porta la firma del governatore del Veneto, Luca Zaia, che ha deciso di sostituire l’inno di Mameli con Va’ Pensiero, in occasione dell’inaugurazione di una scuola a Treviso. E’ un copione che ormai si ripete, un metodo di acquisizione del consenso targato Lega. Due i canali fondamentali: da un lato, far leva sulle piccole paure e ingigantirle: la paura dell’immigrato, le ansie dei piccoli imprenditori verso i mercati internazionali; dall’altro tutta una serie di simbologie alla base delle quali vige il continuo richiamo alla Padania, che sono devastanti per la coscienza unitaria del Paese: dal disprezzo verso i simboli della patria come il tricolore al rifiuto dell’inno nazionale o non tifare per gli Azzurri ai Mondiali di Calcio. Ma sobillare le paure esalta gli egoismi, le divisioni porta alla chiusura verso tutto ciò che è altro.
Giocare con i simboli dell’unità, d’altra parte, non porta ad altro che alla disgregazione del tessuto di solidarietà e comunità nazionale. Un partito che non costruisce, che disgrega soltanto, una politica sterile, di respiro cortissimo, buona solo a trovare consenso. Quando poi si tratta di soddisfare le aspettative degli elettori, la Lega non possiede gli strumenti ed ecco che si rifugia nella demagogia legislativa, quel fare politica andando ascoltando le necessità degli elettori, ma dando loro solo fumo. Ed ecco che dal cilindro del Carroccio vengono fuori i provvedimenti contro l’immigrazione tanto folcloristici, quanto inutili, ma, soprattutto, troppo spesso violenti e xenofobi come il White Christmas del sindaco leghista o la trovata dei presidi spia, o l’aggravante di clandestinità. Tutte proposte strampalate, che, quando arrivano sul tavolo della Corte Costituzionale sistematicamente vengono bocciate e, quando non è così, si rivelano comunque un fallimento, come la stessa Bossi-Fini (da quando è stata approvata ha prodotto in Italia, anno dopo anno, il record assoluto di nuovi immigrati). Altro sacco pieno solo di fumo, che si affloscerà quanto prima sotto gli occhi degli elettori, è il federalismo, che fino al momento è solo una parola, troppo usata, cui non seguono mai fatti.
Ecco perché ho trovato le parole di Enrico Letta molto preoccupanti: in Veneto, nel corso di una manifestazione, ha detto che il Pd deve dialogare con la Lega perché glielo chiedono i suoi elettori. Non so chi siano gli elettori con cui ha parlato Letta, ma quelli che conosco io, sia del Pd che dell’IdV, non ci chiedono certo di andare a governare con la Lega. Forse, piuttosto, si aspettano che, come sarebbe giusto, il centro sinistra riconosca alcuni temi che la Lega tratta solo in modo parassitario per affrontarli in maniera seria.
Mi riferisco all’immigrazione, come al sostegno alle piccole imprese. E’ ora che il centro sinistra inizi a porre l’attenzione su quelli che sono i veri nodi e le priorità di quegli elettori che continuano a votare Lega solo perché essa fornisce l’illusione di soluzioni a breve termine, che puntualmente non arrivano. Solo così potremo riprendere parte del consenso del Centro Nord e solo con proposte vere potremo offrire agli elettori un’alternativa alla fatua demagogia leghista.
fonte: www.massimodonadi.it
Un punto dell'economia: la manovra del governo
Nei giorni scorsi sono state finalmente pubblicate le relazioni tecniche relative alla manovra messa in cantiere dal governo. Fino ad ora se ne era parlato tramite ipotesi tratte dai giornali. Quello che abbiamo scoperto è che questa manovra, messa in cantiere da Berlusconi e da Tremonti, non è affatto basata soltanto sui tagli alla spesa pubblica. Ma che per il 40% è rappresentata da maggiori entrate, per lo più rappresentate da presunto gettito aggiuntivo tratto dalla lotta all'evasione.
E' curioso che nei due anni precedenti il governo abbia smantellato molti dei provvedimenti adottati dal governo Prodi contro gli evasori e che ora si ricrede e decide di fare lotta all'evasione. Questo è lo stesso governo dello scudo fiscale, dei condoni, ed è legittimo domandarsi quanto sia credibile questa lotta all'evasione.
Un'altra considerazione da fare è che il 70% dei tagli alla spesa pubblica sono riduzioni lineari di spesa pubblica per lo più applicate agli enti locali. L'esperienza recente delle manovre di questo tipo è che quasi mai sono efficaci. I veri settori che sono duramente colpiti da questa manovra sono quelli della sanità e delle scuola, che subiscono dei forti tagli e delle forti riduzioni. Viene lanciato il rinvio di una finestra di pensionamento, e anche qui mi chiedo quanto sia effettivo il risparmio, visto che l'annuncio di questo provvedimento sta dando come effetto che tantissimi dipendenti pubblici stanno andando in pensione in questi giorni per non incappare nel provvedimento.
Il governo sembra intenzionato a introdurre l'ennesimo condono, questa volta sulle dichiarazioni al catasto. Mi chiedo se non ci sia contraddizione tra le dichiarazioni di fare lotta all'evasione e l'annuncio di un nuovo condono di tipo catastale. E' lecito domandarselo.
Italia dei Valori ha presentato una serie di proposte per una contromanovra, richiamando il fatto che non basta intervenire sul risanamento, ma che bisogna tenere conto anche di considerazioni legate all'equità e alla necessità di stimolare la crescita.
Proponiamo la reintroduzione dell'imposta comunale sugli immobili, l'ICI, almeno sulle case di maggior pregio e di lusso. Questo è un provvedimento che consentirebbe di recuperare gettito e avrebbe una natura di equità, colpendo soprattutto coloro che sono proprietari di immobili di pregio. Italia dei Valori chiede la soppressione delle Provincie, tema sul quale il governo ha fatto marcia indietro. Chiediamo che le provincie, che rappresentano degli enti costosi e inutili, vengano cancellate. Chiediamo che si rinunci alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, infrastruttura faraonica ma di scarso valore economico, che consentirebbe di risparmiare moltissimi soldi. Per stimolare la crescita chiediamo la riduzione del cuneo fiscale, quindi una riduzione della quota di costo di lavoro inclusa nell'imponibile Irap che consentirebbe alle imprese di risparmiare sul costo effettivo del lavoro e quindi favorire l'occupazione. E' importante in questo momento sostenere la crescita economica. L'Italia non cresce da troppi anni, e se non cresciamo tutto il problema della finanza pubblica non troverà soluzione. Questa è una delle questioni prioritarie su cui concentreremo i nostri sforzi.
C'è una differenza molto importante tra la manovra di Tremonti e quella dell'Italia dei Valori. La manovra di Tremonti si basa in parte su un taglio generalizzato della spesa, soprattutto degli enti locali, che finirà in trasformarsi in un aumento del prelievo da parte di questi enti su tutti quanti gli italiani. Per recuperare risorse questi enti dovranno aumentare le addizionali Irpef, irap e cosi via. L'azione del governo finirà per costare a tutti i cittadini e a tutte le imprese. Italia dei Valori crede molto alla necessità di interventi selettivi, che da un lato colpiscano i ceti più ricchi, quelli degli speculatori e delle categorie che si sono più avvantaggiate in questi anni, dando garanzie, tutele e aiuti ai ceti più deboli, dai giovani che cercano il lavoro e così via. Un'attenzione più selettiva, anche a considerazioni di equità, mentre il governo parla di interventi trasversali che serviranno a colpire indistintivamente ricchi e poveri.
Silenzio di Stato, impunita' per legge
Come uno zar, come Putin, come un tiranno. Silenziando il Parlamento e trascurando il grido d’allarme democratico che si alza da tutto il Paese, sceso in campo per difendere il diritto a conoscere e a vivere nella legalità. Il ddl intercettazioni, tra occupazioni e aventini dei senatori dell’opposizione, è stato approvato a Palazzo Madama con l’ennesimo voto di fiducia, blindato così dai possibili ipocriti franchi tiratori. Già quei finiani che avevano annunciato battaglia e invocato autonomia, che si sono riempiti la bocca fino all’ultimo di parole come “indipendenza”, “lotta al crimine”, “libertà di informazione”. Gli stessi che ieri hanno risposto prontamente “obbedisco” all’imperativo categorico di Arcore, tradendo tutte le promesse fatte con quella naturalezza servile che Berlusconi ha ormai imposto al SUO partito. Il PdL si conferma infatti la piccola prateria personale dove re Silvio può esercitare indisturbato il potere senza trovare un vero argine di contrasto, nemmeno in quel Gianfranco Fini che, solo pochi mesi fa, gli puntava l’indice accusatorio in un esecutivo più simile ad una seduta di psicanalisi collettiva che ad un dibattito di partito. Lo stesso che attraverso i suoi luogotenenti gioca ora la parte di salvatore della patria: “meglio di così non si poteva fare, ci batteremo alla Camera”, dicono Bocchino&co. Ma la promessa, vista la cronaca recente, non è che vana: figli e nipoti di Almirante sanno già che la prossima tappa consiste nel loro prossimo tradimento a Montecitorio, dove il ddl approderà presto rischiando di non subire modifiche e di restare ciò che è sempre stato, cioè un pugno allo stomaco per la democrazia e la legalità. Tradiscono, questi falsi crociati del bene, il Paese intero. Perché da ieri protestano e protesteranno tutti: i giornalisti che annunciano uno sciopero dell’informazione il 9 luglio, i direttori dei media, i magistrati, le forze dell’ordine, il sindacato, la società civile. Manifestazioni e veglie, sit in e iniziative in tutta Italia da parte di tutti i protagonisti della società civile, mondo della cultura e dello spettacolo compreso. Ma niente da fare: lo zar, il Putin italiano, il tiranno non ha ceduto e non vuole cedere. Primum tutelare se stesso dall’occhio pubblico e dalle inchieste, primum far morire la cronaca giudiziaria e legare le mani alla magistratura, primum punire i media e favorire le mafie, soprattutto dei colletti bianchi e della politica. Deinde? Deinde tutto il resto, cioè la democrazia, ovvero la libertà di informazione e la lotta al crimine, l’articolo 21 e la guerra alle mafie, il rispetto verso una tradizione di giornalisti trucidati e di giudici assassinati. La nostra prima speranza risiede nella società civile e nella mobilitazione pacifica, nel suo impegno magari verso un referendum che ristabilisca il diritto. La nostra speranza è anche nel Capo dello Stato: Signor Presidente, non è vero che La invochiamo a vanvera o La tiriamo per la giacchetta, semplicemente Le chiediamo, come il suo ruolo richiede, di difendere la nostra Costituzione dallo svuotamento per legge ordinaria che questo Governo sta portando avanti da tanto, troppo tempo. A chi dobbiamo appellarci, Signor Presidente? Forse alla speranza che i rapporti fra il premier e il co-fondatore degenerino fino al punto che il secondo sia spinto -più per ripicca e per la corsa alla leadership interna che per convincimento democratico- ad affossare alla Camera questo scellerato ddl? Abbiamo e ci meritiamo speranza più “alte”, perché più “alta” è la posta in gioco. Vogliamo continuare in futuro a conoscere le intenzioni infami di chi lucra sul terremoto, vedere la foto del giovane Cucchi che solleva l’indignazione umana generale e ci porta a chiedere giustizia insieme ai suoi familiari, vogliamo che i magistrati continuino ad intercettare i boss mentre dentro casa si spartiscono gli appalti sanitari, vogliamo che le donne abusate da mariti e compagni possano registrarli e avvalersi, contro di loro, di quelle registrazioni, vogliamo che i pm e le forze dell’ordine non siano vittime di rallentamenti burocratici come il cappio delle 75 ore impone, vogliamo che non sia abrogato l’art.13 della legge che porta il nome di Giovanni Falcone. E’ chiedere troppo? No, è chiedere il rispetto dei nostri diritti.
Il 12 giugno in piazza con i lavoratori
Il 12 giugno migliaia di lavoratori del pubblico impiego manifesteranno a Roma, mentre il 25 giugno tutti i lavoratori dipendenti sciopereranno e manifesteranno in tutta Italia contro la manovra economica del governo.
Italia dei Valori ha deciso di fare un'opposizione dura in Parlamento ma soprattutto di rappresentare il disagio e i gravi danni che questo governo sta facendo sul piano sociale.
Il governo Berlusconi vara un blocco dei salari, ma non quelli dei grandi dirigenti che prendono centinaia di migliaia di euro all'anno, ma quelli dei lavoratori del pubblico impiego che prendono 1500 euro al mese, dai medici, agli insegnanti, ai pompieri, a tutto quel mondo del lavoro che opera davvero nel pubblico impiego. Questa manovra costerà a questi lavoratori 3000 euro.
Per Berlusconi saranno poco o niente, una briciola che gli cade dal tavolo, ma 3000 euro per chi prende questi stipendi vuol dire saltare una tredicesima all'anno. Le conseguenze sia sul pubblico impiego, sia su quello privato, sono enormi. Abbiamo fatto un conto breve sull'operazione fatta sulle pensioni: ogni lavoratore che deve aspettare sei mesi in più per andare in pensione versa allo Stato 8000 euro e prenderà una pensione di 1000 euro.
Quello che sta accadendo è chiarissimo: alla crisi si risponde colpendo sempre gli stessi. Mentre i ricchi per pagarsi la sanità privata, l'insegnante privato, il giardiniere privato i soldi ce li avranno sempre, per 20 milioni di lavoratori e per 14 milioni di pensionati non sarà così. Il taglio enorme dei salari e delle pensioni comincia a creare uno strano ed enorme abbinamento: al lavoro non corrisponde libertà, al lavoro non corrisponde emancipazione, al lavoro non corrisponde progettare il futuro, ma corrisponde la povertà. Per questa ragione Italia dei Valori sa da che parte stare. Dalla parte dei lavoratori.
Abbiamo aperto un portale (www.idvlavoro.it) dove facciamo diventare sia le piazze concrete, con le persone in carne ed ossa che lavorano a contatto con un partito nuovo e in crescita. Abbiamo la forza di essere in tanti e di avere ragione.
Berlusconi sta creando danni enormi all'economia delle famiglie e delle imprese. Per questo l'Italia dei Valori parteciperà allo sciopero del 12 e del 25 e si prepara ad un autunno molto caldo. Continuano le chiusure delle fabbriche. L'illusione un po' stupida della Lega, secondo la quale basta “chiudersi a casa propria” che tanto la crisi non arriva, quando invece l'Italia è invasa da un'economia globale e non ha le difese, crea un allarme sociale enorme. Si rischiamo conflitti sociali molto pesanti nei prossimi mesi. Dobbiamo fare sì che i conflitti sociali siano pacifici e che portino a dei risultati, bisogna capire in che direzione bisogna andare, e noi siamo per quella rivolta verso i giovani precari, verso quella delle partite Iva, degli artigiani, delle piccole medie imprese che investono, dei lavoratori che devono essere sereni in un posto di lavoro a tempo indeterminato.
Noi sappiamo da che parte stare, ed è questa la differenza con altri partiti di opposizione, che ancora continuano a tentennare non capendo che il programma non è solo dire “via Berlusconi”, ma bisogna essere credibili avendo una proposta di governo alternativa, con facce nuove, giovani ed idee fresche per stare in linea con quello che accade nel mondo, evitando di finire come la Lega, ossia il partito che prende dall'acqua del Po, la beve e scopre che è tutta sporca, inquinata dalle stesse industrie del Nord. Siamo oltre a questi vecchi partiti, fatti di poltrone. Vorremmo, attraverso la Rete, far sì che un partito costruisca proposte, in diretta con il territorio, in diretta con chi lo vive tutti i giorni. La partecipazione sarà un modo per costruire la proposta di governo alternativo.

Intercettazioni: resistenza al Senato
Prosegue la protesta dell'Italia dei Valori contro il ddl intercettazioni. Dopo aver passato la notte in aula abbiamo occupato questa mattina i banchi riservati al governo. La nostra intenzione è fare di tutto per impedire che passi questa schifezza. I filmati della nostra occupazione stanno facendo il giro del mondo perché tutti, soprattutto all'estero, possano capire che questo sta diventando un Paese a sovranità limitata.
Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha espulso dall'aula i senatori dell'Italia dei Valori che occupavano per protesta i banchi del governo. Nessun cronista o fotografo ha potuto seguire la scena perché le tribune stampa sono state chiuse alla fine della seduta e, quindi, prima che i commessi entrassero in azione per lo sgombero.
L'espulsione è certamente un atto molto forte. Noi protestavamo perché riteniamo che il Parlamento sia stato preso in giro, lo abbiamo fatto in forma garbata, ma ferma, e ci è stato risposto che dovevamo essere cacciati dall'aula.


Donne, parita' anche nel lavoro
L’Europa ha ragione: le donne e gli uomini devono andare in pensione alla stessa età. Tutti lo sapevano, anche io ne sono convinto da sempre, tanto da aver presentato una proposta di legge in tal senso già nella scorsa legislatura. Non è certo un giorno che se ne discute. Il governo finge, invece, di scoprirlo solo ora e si nasconde vigliaccamente dietro gli ordini di mamma Europa, quella stessa che ignora su molte altre materie, come il conflitto di interessi o la libertà d’informazione. Nella stragrande maggioranza dei Paesi europei gli uomini e le donne vanno in pensione alla stessa età, mentre l’Italia è uno dei pochi paesi che mantiene la differenza. Il problema è che tra noi e loro, tra l’Italia e gli altri paesi europei intendo, in materia di occupazione femminile, sostegno alle famiglie, maternità e pari opportunità c’è una differenza grande come una casa, anzi un abisso. L’Italia è il paese con il minor numero di donne occupate. Ha uno dei più bassi indici di natalità e con la più bassa percentuale del Pil destinata al sostegno delle famiglie. I servizi, le opportunità e le norme a sostegno delle donne che lavorano in Italia fanno ridere e non sono certo a livello europeo. C’è di più. Le donne in Italia raggiungono difficilmente i vertici del comando e, a pari responsabilità, guadagnano mediamente meno dei loro pari grado maschi. In Europa, Francia, Inghilterra, Germania – per non parlare dei paesi scandinavi che ci fanno vergognare definitivamente al confronto - si suona tutta un’altra musica. Le donne guadagnano tanto quanto i loro pari grado maschi. Hanno sostegni economico-finanziari adeguati, siano esse donne madri o famiglie. Hanno servizi sociali adeguati, asili nido di prima qualità, scuole pubbliche eccellenti e non certo quel deserto di qualità e quantità in cui l’ineffabile ministro Gelmini ha ridotto la scuola italiana. Il paradosso è che in Italia che è il paese più imbevuto di familismo e mammismo dell’intero globo terracqueo, tutto questo non c’è, non esiste e se se ne parla è solo perché qualcuno ci può guadagnare. Se, dunque, il governo ha intenzione di adeguare l’età pensionabile delle donne a quella degli uomini non per fare cassa ma per adeguarsi in tutti i sensi all’Europa, investa parte dei risparmi di spesa che ne deriveranno in maggiori risorse da investire per le famiglie, per le donne, allunghi il tempo di congedo di maternità, preveda una serie di interventi, anche di tipo fiscale, per privilegiare l’occupazione e il lavoro delle donne. Se, invece, con la scusa dell’Europa, vuole fare cassa sulla pelle delle donne è una vigliaccata, un’arma contro le donne che ostacoleremo con tutte le nostre forze.
Tratto da: www.massimodonadi.it
Intercettazioni: Idv occupa l'aula del Senato
Davanti all’ennesimo atto di forza tipico del regime in cui ormai viviamo, i senatori dell’Italia dei Valori risponderanno con l’occupazione dell’Aula di Palazzo Madama sin da stasera. E’ un atto di resistenza in difesa della democrazia e per la dignità delle istituzioni. Protestiamo contro un provvedimento vergognoso che calpesta il diritto di informare ed essere informati, ostacola seriamente la lotta alla criminalità e a tutte le mafie, imbavaglia la stampa, abolendo di fatto l’articolo 21 della Costituzione e nega ai cittadini la possibilità di avere giustizia. E’ la nostra resistenza al dittatore Berlusconi.
Il telecomando come uno scettro
Con la più inverosimile faccia di bronzo, Berlusconi sostiene che la Rai è faziosa, e in effetti lo è: ormai imbottita di dirigenti Mediaset, svolge da anni un vero e proprio servizio privato a vantaggio del Presidente del Consiglio, con l'eccezione lodevole di alcuni programmi indipendenti, che però non possono a controbilanciare l'impero proprietario esercitato sulla rete pubblica. Senza contare le vessazioni che quotidianamente subiscono i programmi "invisi al premier": mi riferisco ad Annozero, che nel corso dell'anno è stato oggetto di contestazioni politiche e interne all'azienda, Parla con me, Glob, e il progetto di lavoro di Fabio Fazio e Roberto Saviano "Vieni via con me". La sola proposta dei contenuti deve aver messo in preallarme i piani alti di Viale Mazzini, tanto da prevederne la decapitazione ex nunc. Come a far capire da subito chi comanda e vigila sulla libertà d'espressione.
Berlusconi rappresentava già un' anomalia con il suo conflitto di interessi - stranoto dal suo primo governo e malamente affrontato nel corso dei sedici anni in cui si è dedicato all' "azienda Italia" - ma la minaccia di non siglare il contratto di servizio aggiunge qualcosa in più. Con le dimissioni di Scajola, Berlusconi ha assunto l'interim del Ministero dello Sviluppo Economico, attribuendosi quindi anche delicatissime competenze in materia di comunicazioni, tra queste, anche la sigla del contratto di servizio con la Rai, cioè la base dei rapporti tra l'azienda e il ministero. E' una fotografia impietosa, che denuncia un colossale ed eclatante controllo sull'informazione e sui media. Tutti i media: il solo pensiero che da ministro dello sviluppo economico, Berlusconi dovrà occuparsi dell'eventuale sbarco di Sky sul digitale terrestre fa presagire l'esito della vicenda.
Come ha svelato l'inchiesta l'inchiesta di Trani con le sue sacrosante intercettazioni: il Premier usa il telecomando come uno scettro: quando cambia programma lo fa davvero: telefona al Direttore Generale della Rai, ai commissari dell'Agcom, ai membri della Commissione di Vigilanza, e tutti obbediscono pedissequamente. Nemmeno nello Zimbawe, per citare il direttore Masi.
Oggi, con le sue dichiarazioni presto smentite da Bonaiuti, Berlusconi ha fatto un passo avanti: dall'intimità delle telefonate alla luce del sole. Non chiede al telefono, ma candidamente dispone: quello che non gli piace e non lo vezzeggia va eliminato. Manu militari. Per uscire dalla farsa, il Premier ha una sola possibilità: lasciare l'interim del ministero e trovare una nuovo ministro, che svolga il ruolo con serietà. Tuttavia, sappiamo bene che è impossibile; entrerà nell'Esecutivo l'ennesimo servo, che eseguirà gli ordini del capo.
La soluzione definitiva è solo una: fuori Berlusconi dalla Rai, fuori i partiti dalla Rai.
Nasce www.idvlavoro.it
Per rendere credibili le nostre proposte ci siamo avvicinati al tema del lavoro e del nuovo welfare con un approccio inedito: costruire una rete di relazioni dirette tra persone competenti e chi alla politica si avvicina per la prima volta (www.idvlavoro.it).
Nasce una nuova forma di partito totalmente sburocratizzata e legata al saper fare. Il dipartimento lavoro-welfare dell’Italia dei Valori è strutturato “leggero” a Roma e forte in tutti i territori e nelle competenze. L’intenzione è quella di sommare le conoscenze professionalmente misurate sul campo, con l’esperienza che ci arriva da tutti i territori.
Italia dei Valori si sta strutturando per essere sempre più partito di governo alternativo al centrodestra. Per questo ricerchiamo una nostra capacità di analisi e di proposta, autonoma dai grandi centri di potere e dagli altri partiti.
Stiamo costruendo in tutta Italia circoli nei territori e nelle aziende, abbiamo responsabili del lavoro di cui molti giovani in tutte le regioni e ci stiamo organizzando nelle province.
Stiamo creando le reti del lavoro anche attraverso competenze nazionali di settore che partono dall’esperienza diretta dei protagonisti stessi: dai lavoratori della scuola e dell’Università ai giovani dei call-center, dai precari agli ingegneri dell’informatica, dai lavoratori dell’industria alle libere professioni, fino alle partite IVA, dagli artigiani alle piccole e medie imprese.
Abbiamo già il settore delle politiche per il superamento della disabilità, il settore dei lavoratori dello spettacolo, quello dei lavoratori frontalieri, quello delle politiche e della promozione dello sport, delle trasformazioni di impresa e quello della sicurezza sul lavoro, formazione e crisi aziendali. Nei prossimi giorni avremo anche il settore delle libere professioni e quello che si occuperà dei giovani intellettuali e ricercatori italiani che “fuggono” dall’Italia.
Il portale che presentiamo oggi (www.idvlavoro.it) è l’alternativa alle burocrazie tradizionali dei partiti perché sostituisce ruoli e funzioni statiche con una rete di esperienze e pratiche concrete in continua evoluzione.
Italia dei Valori è il soggetto politico del cambiamento e si propone l’obiettivo, attraverso questa forma inedita di “fare partito”, di ricercare nuove pratiche che siano in grado di conoscere e capire i bisogni dei cittadini per proporre in tempo reale le politiche più adeguate per determinare quella trasformazione necessaria nel Paese. Uno strumento nuovo che potrà contribuire sia alla buona politica che alla formazione di una nuova classe dirigente.
Un punto dell'economia: la finanza pubblica
Quest'oggi parliamo dell'azione del governo sulla finanza pubblica. Per riportare il disavanzo pubblico sotto la soglia del 3% del PIL, il governo ha definito una manovra correttiva di 25 miliardi di euro. Il paradosso del ministro Tremonti, lo va dicendo anche ad Annozero, è che la manovra italiana è colpa della Grecia, e che l'Italia fa questa manovra perché tutti gli altri Paesi la stanno facendo. Questa affermazione non è vera, è solo parzialmente corretta. Gli altri Paesi europei fanno una manovra correttiva oggi perché hanno fatto interventi molto importanti lo scorso anno per sostenere le loro economie.
Nel 2009 molti Paesi europei fecero interventi a sostegno della domanda interna per un ammontare molto vicini a 2,5 punti PIL. Nello stesso anno, il governo Berlusconi decise di non fare nulla e si limitò ad interventi pari soltanto al 0,6 punti PIL. Questa inerzia del governo italiano ha fatto pagare duramente all'economia italiana. Nel biennio di crisi abbiamo perso oltre 6 punti di crescita, meno 6 di PIL. Questo ha significato la chiusura di circa 10 mila imprese e un aumento significativo della disoccupazione, soprattutto quella giovanile arrivata al 13% secondo la Banca d'Italia.
Il paradosso italiano però, colpa di Berlusconi e Tremonti, è che in un anno il debito pubblico italiano è aumentato di 10 punti. Siamo passati da una situazione di avanzo primario, cioè da una differenza tra le entrate e le spese al netto degli interessi che era positiva, ad un disavanzo primario per la prima volta dopo molti anni. Tutto questo senza però evitare, come ho detto, una caduta catastrofica del PIL. Non solo abbiamo i conti pubblici in dissesto, ma questo non è stato fatto per sostenere la domanda interna come è stato fatto negli altri Paesi.
La spesa pubblica italiana è aumentata moltissimo e le entrate sono diminuite. Questo anche perché, da quando c'è il governo Berlusconi, l'evasione fiscale è aumentata molto significativamente. Si parla di un evasione fiscale pari a 120 miliardi di euro. Quindi, eccoci costretti a fare una manovra correttiva. Non è solo colpa della Grecia, è colpa di Tremonti e Berlusconi. Questa è una questione molto importante: è fondamentale che il governo ammetta le sue colpe, si presenti in Parlamento riconoscendo di aver sbagliato e porti a discutere con l'opposizione partendo da una situazione di verità e chiarezza nei confronti degli italiani.
Il ministro Tremonti continua a parlare di falsi invalidi e di azione contro l'evasione, ma viene in mente che è stato ministro dell'economia per 8 anni, in molti governo, quindi gran parte della responsabilità dell'aumento dei falsi invalidi e un aumento dell'evasione fiscale è sicuramente sua, visto che è stato il ministro più a lungo in carica nell'ultimo periodo.
La manovra correttiva si fonda su tagli sostanzialmente generalizzati, cioè si taglia senza un minimo di scelta, senza un minimo di selezione. Questo tipo di procedimento è inequo e inefficiente, e non viene nemmeno applicato nella pratica. Questo è il momento di scegliere, di essere selettivi: un conto è tagliare la spesa a tutti i comuni e a tutte le regioni indistintamente, un altro sarebbe quello di colpire quei comuni e quelle regioni che hanno speso troppo e che non stanno rispettando il patto di stabilità interna.
Un conto è tagliare la spesa pubblica introduttiva, un altro è tagliare la spesa per l'istruzione, per la ricerca. E' questo il momento di scegliere se togliere le risorse ai giovani o passare ad un riequilibrio tra le generazioni, intervenendo sulle pensioni a sostegno dei giovani. Un conto è fare un blocco degli stipendi per tutti i dipendenti pubblici: si stima che questo blocco costerà 1700 per ogni dipendente in 3 anni. Questo blocco colpirà sia chi si impegna e lavora sia i fannulloni.
Questo per dire che è il momento di scegliere di fare atti selettivi e di colpire soltanto dove è necessario. Questo è quello che noi avremo fatto se fossimo stati al governo.
C'era una volta l'articolo 21
Sul ddl intercettazioni stiamo assistendo a un'operazione di maquillage che l'Italia dei Valori denuncia con forza. Il nostro dissenso verso questa legge vergogna rimane netto e senza tentennamenti. E' un no di principio. E' un no alla difficoltà ad intercettare che questo Governo vuole imporre alla magistratura. E' un no al bavaglio che Berlusconi e i suoi fedelissimi vogliono imporre alla stampa.
Nell'ultimo periodo mi chiedo spesso se l'articolo 21 della Costituzione, quello che definisce la stampa non soggetta a censure, esista ancora oppure no.
E' un dubbio sempre più consistente, considerato che la libertà di informare ed essere informati, purtroppo per il nostro Paese, è sempre più sottoposta a lacci e laccioli.
Adesso il Governo cerca di indorare la pillola sul Ddl Alfano stralciando la norma sugli 007. Ma è un gioco che non ci convince. Prima lanciano la bomba. Poi, dopo aver fatto tanti feriti, se ne escono dicendo: "La seconda bomba non la lanciamo più".
In realtà le mosse di questo Governo sono ormai chiare a tutti. Non sorprende, ad esempio, l'ultimo caso relativo alle trasmissioni in Rai di Roberto Saviano.
La Rai è ormai diventata la stalla di Arcore, e il direttore della Rai è il suo stalliere. Si rivela nel direttore generale una preoccupante perdita di autorevolezza e credibilità. Chiediamo al ministro delle Comunicazioni se ritenga di farsi promotore di una modifica del contratto di servizio con la Rai per poter in futuro consentire la rimozione del direttore generale quando si rivelino palesi atti d’insufficiente competenza e autorevolezza.
E' vergognoso chiedere di oscurare uno com Roberto Saviano, pensando che possa offendere l'Italia andando in tv. Mentre nessuno chiede di oscurare gente come il presidente del Consiglio, che offende il Paese quotidianamente.
Gaza è sola
Quando i carro armati sovietici invasero la Cecoslovacchia, nel 1969 un bellissimo slogan affermava: “Praga è sola”. Nel 2010 è Gaza ad esserlo. Purtroppo da anni.
L’aggressione armata di Israele al convoglio di navi su cui viaggiavano pacifisti di tutto il mondo, animati dal solo intento di rompere l’embargo israeliano nella città della Striscia per portare aiuti umanitari, è una ferita profonda inferta al cammino della pace in Medioriente e in tutto il pianeta. Non solo perché ha provocato la morte di civili inermi (il fattore più grave), ma anche per il significato simbolico nefasto che essa porta in sé.
L’azione militare di Tel Aviv richiama un sentimento di impunità e tracotanza che non può essere tollerato dalla comunità internazionale da parte di nessun paese. Ci si aspettava, per questo, un atteggiamento di condanna più netto da parte dell’Onu, dell’Europa e della Nato. Invece la risoluzione approvata dalle Nazioni Unite appare debole, mancando una condanna esplicita forte verso il Governo israeliano.
Risulta poi inaccettabile che il Consiglio dei diritti umani dell’Onu abbia votato contro la risoluzione che istituiva una commissione di inchiesta internazionale su quanto accaduto. Fa male registrare che al momento del voto l’Europa si sia divisa e che il nostro Paese abbia votato, insieme agli Usa, per affossare questa unica possibilità di accertare la dinamica dei fatti, ristabilendo almeno la giustizia della verità. Molto resta infatti da capire, diciamo tutto.
Soprattutto alla luce delle denunce degli stessi pacifisti che erano sulla Freedom Flottilla, i quali hanno raccontato di aver subito violenza anche nella fase di arresto scattata dopo il blitz. Purtroppo la paura di spiacere al grande alleato americano e ad Israele (al massimo disponibile ad accettare una commissione interna, magari con la presenza di qualche osservatore internazionale) hanno spinto in direzione di una debolezza che non farà che accrescere la tensione mediorientale, creando un precedente negativo per la stabilità mondiale.
La Palestina è da anni abbandonata a se stessa e la comunità internazionale –vigliaccamente - non ha mai imposto a Tel Aviv il rispetto delle risoluzioni approvate dall’Onu nel tentativo di procedere sul sentiero tortuoso della pace. Risoluzioni che miravano anche a garantire il diritto all’esistenza e alla sicurezza dello stesso popolo israeliano, da sempre esposto alla minaccia terroristica. La Palestina deve riconoscere questo diritto, ovviamente, così come Israele deve rispettare le norme internazionali e procedere alla fine dell’occupazione del territorio palestinese e della colonizzazione delle terre nella Striscia e in Cisgiordania (rientro nei confini del ’67), favorire il ritorno dei profughi, accettare la divisione di Gerusalemme, porre fine all’embargo che da troppo tempo strangola la città di Gaza mortificando un intero popolo e acuendo il sentimento di ostilità che, purtroppo, offre asilo alle spinte terroristiche e alla degenerazione estremistica.
I palestinesi erano un popolo laico, oggi sono una comunità spostata su posizioni estreme proporzionali alla loro estrema condizione materiale e sociale di vita (negazione di una nazione, disoccupazione, penuria alimentare, impossibilità di accedere ai servizi essenziali, militarizzazione del territorio da parte di un altro stato, mancanza di strutture sanitarie e di beni primari). Nessuno vuole giustificare la violenza terroristica, ma trovare e risolvere le cause politiche e sociali da cui essa scaturisce è l’unica possibilità per stroncarla.
Per questo se oggi “Gaza è sola”, abbandonata e dimenticata, anche Israele lo è. Dal destino della prima dipende il futuro del secondo. Non c’è soluzione alternativa infatti “a due popoli, due stati”.
fonte: www.luigidemagistris.it
IDV NON FA AFFARI CON LA CRICCA
Una cosa che ho sempre trovato assolutamente rivoltante sono “le difese d’ufficio” che i politici dei più svariati partiti, ad ogni inchiesta o indagine della magistratura, si sentono sempre in dovere di fare, verso i loro colleghi inquisiti o indagati. Parlo di gente che nulla sa dei fatti di cui si indaga, ma che solo per vincolo di colleganza politica si sente in dovere di parlare di inchiesta politica, di giudici mascalzoni, di teoremi assurdi e via discorrendo.
Oggi voglio parlare del presunto scandalo legato ai due appartamenti di proprietà di Propaganda Fide che, secondo l’architetto Zampolini, sarebbero stati trovati grazie all’intercessione di Balducci, restaurati da Anemone e dati poi in affitto ad Antonio Di Pietro, uno per sua figlia, l’altro per aprirvi la sede del giornale di IDV.
Voglio intervenire su questa vicenda per difendere con passione e veemenza sia Antonio Di Pietro che Silvana Mura, non perché, come quei politici rivoltanti di cui parlavo prima, a questo mi spinga la colleganza di partito. Personalmente mi attengo sempre alla stessa regola etica. Quando non so taccio e quando parlo è solo perché sono cose che conosco per averle vissute in prima persona. Partirò dalla vicenda che riguarda l’appartamento che avrebbe ospitato la sede del giornale di IDV.
Chiarisco subito una cosa: né Di Pietro, né Italia dei Valori, né nessun altro in qualche modo collegato a lui o al partito, ha affittato quell’immobile per metterci la sede del giornale di IDV. Le cose stanno così. Avevamo deciso, come ufficio di presidenza del partito, di dar vita ad un nostro giornale, utilizzando il finanziamento pubblico specificamente previsto. La decisione era stata tutt’altro che facile per noi, visto che non ci entusiasmava ricorrere a quei fondi pubblici che sempre abbiamo criticato. Il punto era che ci sentivamo accerchiati. Allora (come oggi) i giornali ci ignoravano o quando parlavano di noi era per parlarne male. Sentivamo la necessità di un giornale che desse il nostro punto di vista. Poiché non avevamo né i mezzi nè le competenze né il know how, ci rivolgemmo ad un editore con il quale stipulammo un contratto per un giornale “chiavi in mano”.
In pratica, a fronte del pagamento di un corrispettivo, questo editore avrebbe messo in piedi una piccola redazione, stampato il giornale e provveduto alla sua distribuzione nelle edicole.
L’ufficio di cui oggi si parla era già allora la sede di questo editore e rimase la sua sede anche quando, dopo poco più di un anno, decidemmo di chiudere il giornale (sul blog di Di Pietro vi sono anche tutti i documenti che comprovano queste circostanze). L’affermazione di Zampolini che l’ufficio venne procurato per Di Pietro da parte di Balducci e restaurato da Anemone è quindi clamorosamente un patacca. L’affitto non era nostro. Ci stava da anni una casa editrice con la quale noi abbiamo avuto soltanto un breve rapporto commerciale. Per quanto riguarda l’altro appartamento, quello dove vive l’amica e collega Silvana Mura (sul suo blog Silvana Mura racconta come stanno le cose), ero lì quando tutto si svolse.
Eravamo tutti seduti vicini nei banchi alla Camera. E ricordo che Di Pietro aveva chiesto una mano a Pedica, l’unico romano di noi, per trovare una casa a sua figlia che si sarebbe trasferita a Roma per ragioni di studio. Ricordo anche quando alcune settimane dopo Di Pietro disse a Stefano di lasciar stare perché sua figlia aveva cambiato idea e si era iscritta alla Bocconi a Milano. Proprio in quei giorni Silvana Mura aveva subito un’esperienza terribile. Nell’appartamento dove stava erano entrati i ladri con lei dentro casa. Ricordo che era ancora sotto choc e che non aveva più voluto mettere piede in quella casa da quel giorno. Ascoltando Di Pietro e Pedica parlare disse che l’avrebbe preso volentieri lei quell’appartamento visto che non voleva più tornare nell’altro. E così fu fatto. Tra l’altro, appena si trasferì, la andai a trovare nell’appartamento in questione. Era un appartamento di quelli tipici per affitti brevi dove il proprietario vuole ottenere il massimo risultato con la minima spesa. L’appartamento era arredato, con mobili dozzinali. Ritinteggiato, ma con finiture scadenti. Ricordo che c’era il linoleum per terra. Ci tengo a dire queste cose per onore di verità.
E qui emerge la seconda patacca di Zampolini. L’appartamento non fu mai affittato da Di Pietro ma direttamente da Silvana Mura. Il tutto fu frutto della più assoluta casualità. Altro che cricca, altro che restauri eseguiti da Anemone. La morale di tutto questo è chiara. Zampolini non è un santo. E’ quello che, modello “spallone”, girava mezza Roma, per conto di Anemone, con le bustarelle di contanti con i quali pagava gli affitti o gli acquisti di immobili ai politici coinvolti nella cricca del suo datore di lavoro.
E’ evidente che quella cricca della quale fa parte fino al collo oggi stia cercando di coprire i propri mandanti politici e di far passare il concetto che tutta la politica è uguale, e che viviamo nella notte nera in cui tutte le vacche sono nere. Ma non è così, e la verità, per le persone onorabili, si afferma con una forza irrefrenabile. Peccato che ai giornali questa verità non interessi.
fonte: www.massimodonadi.it
Sull'argomento leggi anche:
- il blog di Antonio Di Pietro
- il blog di Silvana Mura
La cricca non c'entra niente
In merito alle dichiarazioni dell’architetto Zampolini e alle notizie di stampa pubblicate nelle ultime ore circa l’appartamento di via Quattro Fontane non ho alcun problema a dichiarare di essere la persona che vi abita.
Per vivere in questa casa, di due stanze, bagno e cucina, pago un canone di locazione mensile di 1.800 euro al mese piu’ spese condominiali per un importo totale di oltre 2.000 euro mensili, come previsto da regolare contratto stipulato nel novembre del 2006 con la Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, proprietaria dell’immobile, dal sig. Claudio Belotti, padre di mio figlio.
Non conosco ne’ ho mai avuto alcun rapporto con i signori Balducci e Anemone, ma per tutto quello che attiene al mio appartamento ho sempre avuto come unico referente l’ente proprietario dell’immobile.
Non corrisponde dunque al vero che l’on. Antonio Di Pietro sia mai stato affittuario di questo appartamento, ne’ che me lo abbia ceduto sotto alcuna forma.
Come tesoriera del partito Italia dei Valori, dichiaro inoltre, che e’ destituita di ogni fondamento la notizia secondo cui il partito Italia dei Valori avrebbe preso in locazione un appartamento in via della Vite.
Poiche’ personalmente, e come tante altre persone che abitano in appartamenti di proprieta’ della Congregazione per l’evangelizzazione dei Popoli, non ho mai avuto nulla a che fare con la cosi’ detta ‘cricca’, ma mi trovo invece destinataria dell’ennesima “crocchetta” avvelenata, poiche’ si ritiene che colpendo me si possa in qualche modo colpire Antonio Di Pietro, ho dato mandato ai miei legali di vagliare attentamente le notizie pubblicate oggi sul mio conto e di assumere tutte le iniziative necessarie contro coloro che si sono resi e si renderanno autori di dichiarazioni lesive della verita’ e della mia dignita’ personale.
fonte: www.silvanamura.it
Sull'argomento leggi anche:
- il blog di Antonio Di Pietro
- il blog di Massimo Donadi
L'Italia e' fuori dall'Europa
Al Parlamento europeo approviamo la dichiarazione scritta contro la corruzione ed in Italia i berluscones fanno la legge sulle intercettazioni che impedisce ai magistrati ed alle forze dell’ordine di svolgere le indagini contro il crimine.
In Europa approviamo risoluzioni contro lo sperpero del denaro pubblico e per rafforzare la lotta alle frodi e in Italia i berluscones fanno il processo breve per garantire impunità ai colletti bianchi.
In Europa approviamo risoluzioni per estendere sequestri e confische dei beni dei mafiosi in tutti i Paesi dell’Unione ed in Italia i berluscones fanno la legge che consente di venderli all’asta…per fare un po’ di soldini per la cricca e restituire gli immobili ai prestanome dei mafiosi.
In Europa approviamo una risoluzione contro i paradisi fiscali per evitare il riciclaggio del denaro sporco e il finanziamento a mafie e terrorismo ed in Italia i berluscones fanno lo scudo fiscale per alimentare economicamente la cricca di evasori, mafiosi, riciclatori, truffatori, corrotti e corruttori.
In Europa approviamo provvedimenti sulla libertà di informazione ed in Italia i berluscones fanno la legge sulle intercettazioni (sempre quella che, come voluto trenta anni fa dalla P2, vuole mettere il guinzaglio e la museruola a magistrati e giornalisti) per impedire il diritto-dovere di cronaca.
In Europa si approvano risoluzioni per contrastare la crisi economica edevitare che il debito pubblico cada sulle spalle sempre delle medesime categorie sociali (pensionati, lavoratori, dipendenti pubblici, operai, precari, giovani), in Italia i berluscones fanno la manovra economica che privilegia i ricchi e colpisce i poveri (basterebbe portare al 10% la somma che gli scudati debbono versare ed applicare una patrimoniale sulle classi dominanti della cricca per effettuare una finanziaria senza massacrare la povera gente…un pizzico di lotta all’evasione sarebbe anche un po’etico).
In Europa l’aria è un po’ più fresca, in Italia i berluscones, fautori del puzzo del compromesso morale,debbono consolidare il loro potere mafioso e corrotto, arricchirsi sempre di più e tenere nell’ignoranza il resto del Paese, umiliandolo.
Facciamo, presto e bene, una manovra, costruiamo un’alternativa politica prima che si divorano l’Italia da ogni punto di vista – vendendosi arte, cultura, storia ed anche l’anima del nostro Paese – e prima che l’Europa ci metta all’angolo da traditori rispetto ad una Comunità equa, solidale, giusta e tollerante. Eduguale,i berluscones, infatti,non conoscono l’uguaglianza giuridica, sociale ed economica e mentre in Europa si include, i berluscones sono razzisti e xenofobi e si ispirano come modello di vita a Benito…predecessore del fondatore dei berluscones.
Dov'e' finita la manovra?
Stamattina, nella sala Mappamondo della Camera, abbiamo presentato la "Contromanovra" (guarda la presentazione e il video). Un'alternativa al decreto governativo firmato ieri dal Capo dello Stato. La proporremo in Parlamento, convinti che l'Italia possa recuperare molto più di 24 miliardi di euro in due anni. E senza mettere le mani in tasca agli italiani.
Rispetto alla manovra del Governo, invece, mi chiedo che fine ha fatto il testo firmato dal capo dello Stato? Su cosa stiamo discutendo in Parlamento? I parlamentari della maggioranza stanno cercando di instaurare una prassi assurda perché, ritenendosi liberi di fare quel che pare loro, se ne fregano di norme e regolamenti. Per questo vogliono discutere su una manovra che dovrà costare lacrime e sangue a milioni di cittadini, ma che non è ancora conosciuta in tutti i dettagli.
Non è possibile recuperarla sulla Gazzetta Ufficiale su internet e non è visibile nemmeno nel sito del Parlamento, come ha evidenziato anche la stampa. La Commissione ha deciso comunque di incardinare un testo non ufficiale salvo poi azzerare tutto se, quando arriverà quello ufficiale, si dovessero riscontare differenze anche di una sola virgola. Mi sembra un comportamento censurabile e irrispettoso non solo delle regole ma anche della dignità di noi parlamentari.

Stop alla cultura
Il decreto Tremonti che il Capo dello Stato ha firmato, con qualche aggiustamento delle ultime ore, dà un colpo decisivo a tutte le istituzioni culturali del paese.
In maniera indiscriminata, dopo la legge sulle fondazioni liriche e musicali, anche gli istituti che organizzano, gli studi geografici, storici e filosofici sono costretti alla chiusura, salvo il raro intervento di un mecenate privato.
Si precisa il disegno piduista. Per destinare ad altro circa cinque milioni di euro, si taglia. Non conta l’orientamento culturale e politico di quegli istituti, dalla Quadriennale di Roma al Centro Sperimentale di Cinematografia, Occorre fare in modo che nessuno pensi e rifletta sul passato, sul presente e sull’avvenire.
E’ necessario togliere una buona volta agli italiani la possibilità di uscire dal pensiero unico del populismo autoritario. L’Italia deve diventare un deserto culturale, privo di luci accese a Roma come a Napoli, Torino e Milano.
Dobbiamo pensare che le proteste del ministro Bondi, che non è andato a Cannes per non vedere Daqruila di Sabina Guzzanti, salvino qualche istituto sommergendo tutti gli altri? E’ possibile ma non cambia la situazione di oppressione generalizzata.
L’Italia, senza le sue istituzioni culturali che attraggono gli stranieri e fanno del nostro paese un orizzonte vivo e colorato, spegne la luce. Milioni di persone e migliaia di famiglie non possono più lavorare, né fruire di quei servizi. Ma Berlusconi forse sarà più tranquillo.


















