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31 Agosto 2010

BERLUSCONI-GHEDDAFI: L’OBIETTIVO E’ IL CONTROLLO DELLA FINANZA ITALIANA


Il leader libico Gheddafi è arrivato a Roma con la sua grottesca “carovana”: la tenda piantata nella Città Eterna, la lezione di Corano alle hostess pagate all’uopo (con annessa conversione all’Islam di tre di loro), il carosello dei cavalli berberi, le soldatesse amazzoni. Il circo mediatico del Rais è servito, ad uso e consumo dei media; sia arabi, sia occidentali. “Fuffa”, come direbbe qualcuno, che nasconde - ma nemmeno tanto - ben altro.
Il Trattato d'amicizia bilaterale firmato nel 2008 ha portato agli accordi per il controllo dei flussi migratori dalle coste libiche, e per sanare i danni causati dal colonialismo italiano al Paese arabo. Sia chiaro, stiamo parlando di un regime classificato come una delle peggiori dittature al mondo dalle organizzazioni umanitarie. Un regime dal quale molte nazioni occidentali si tengono a debita distanza. L’Italia, invece, gli ha garantito 5 miliardi di euro in 20 anni e una nuova immagine a livello internazionale, aprendo una vera e propria “autostrada” agli interessi finanziari del colonnello nel nostro Paese e in Europa e agli affari tra lui e il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Questo ha permesso ai libici di mettere in piedi una serie di operazioni che in questi primi due anni di “amicizia” ammontano già a circa 40 miliardi di euro. Una montagna di denaro che ha portato ad esempio il Rais di Tripoli a diventare il primo azionista di Unicredit, la prima banca italiana, e grazie alla quota che detiene nella Juventus il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. E punta a Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Berlusconi, inoltre ha detto si anche all’ingresso di Tripoli in Eni: al momento con una quota dell'1%, ma il libici puntano al 10. La Libia in cambio ha portato a 25 anni le concessioni di Eni per lo sfruttamento del petrolio, mentre la società italiana investirà circa 28 miliardi di euro nel Paese africano.
Berlusconi e Gheddafi, tramite le loro “appendici” finanziarie, Fininvest e Lafitrade hanno una quota azionaria nella società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore franco-tunisino che siede già nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca ed è proprietario del canale televisivo Sportitalia.
Il Cavaliere mira alla stanza dei bottoni del potere economico italiano, e sta usando Gheddafi e il bisogno del Rais di rifarsi una faccia agli occhi del mondo, come ariete per assicurarsi un posto privilegiato nel salotto buono della finanza. Così da arrivare a Telecom, Rcs (quindi al Corriere della Sera) e alle Generali. Un’operazione che potrebbe riuscirgli perché Fininvest e Mediolanum hanno già il 5,5% di Mediobanca, dove appunto, ritroviamo l’amico Ben Ammar e un gruppo di fidati azionisti francesi accreditati del 10-15%.
Per non parlare delle commesse per le grandi opere (in primis l’autostrada da 1.700 Km) da realizzare in Libia. Le imprese italiane sono tutte in fila per spartirsi la gigantesca torta: un potere immenso nelle mani del “Caimano”. Chi lo fermerà?

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Il nuovo sacco di Roma: le mani di Alemanno sulla città


Al centro del dibattito politico a Roma e nel Lazio, in questi giorni, c’è la riforma delle competenze amministrative, la cosiddetta bozza del decreto per Roma capitale. Si tratta di un decreto che dovrebbe essere approvato entro il 20 settembre dal consiglio dei ministri, e che ridistribuirà le competenze tra comune, provincia, regione e stato centrale. Il primo rilievo che muoviamo è di ordine costituzionale: non è possibile legiferare in una materia così complessa, che di fatto ridistribuisce i poteri assegnati dalla costituzione, attraverso una legge ordinaria. Occorre un ben più complesso iter, con una legge costituzionale, e di conseguenza un dibattito più ampio, in parlamento e in tutte le assemblee locali interessate.
Entrando poi nel merito del documento, l’anomalia più evidente è la totale consegna di interi comparti alla giurisdizione del comune di Roma, su temi e campi complessi che non a caso sono stati congegnati con una serie di contrappesi e di pareri. Mi riferisco in particolare al settore dell’urbanistica, che con questa riforma sarebbe controllata completamente da Roma capitale: passano sotto il controllo comunale infatti, sia la procedura di Valutazione di Impatto ambientale (VIA), sia la Valutazione ambientale strategica (VAS), attualmente attribuite alla regione. In sostanza salterebbero tutti i controlli, e il comune potrebbe deliberare, autorizzare e darsi parere positivo per nuove costruzioni. Le uscite bizzarre di questi giorni di Alemanno, come l’abbattimento e la ricostruzione di interi quartieri, sono un primo assaggio di una situazione oggi mitigata da pareri incrociati e confronti tra enti locali, ma che con l’approvazione della riforma sarebbero assolutamente senza freni. Situazioni analoghe, con passaggi di competenze verso il comune dagli enti locali e addirittura dal governo centrale, si avrebbero su temi altrettanto decisivi come il turismo, l’artigianato e la gestione del patrimonio storico e culturale.
Il danno più rilevante che questa riforma comporterebbe, però, riguarda il tessuto economico e sociale della Regione Lazio. La Capitale sarebbe completamente slegata dal territorio, la regione gestirebbe competenze sulle sole province e le verrebbe a mancare l’enorme traino di Roma, che sarebbe un soggetto economico e amministrativo completamente distinto. Una regione a due velocità, in definitiva, con una capitale in grado di crescere senza freni e le altre province ad arrancare.
Alemanno vuole mani libere per proseguire con lo scempio urbanistico della città spalleggiato dai suoi grandi elettori. Inoltre vorrebbe accentrare sul Comune tutti i capitoli più redditizi, dal punto di vista economico e clientelare, esternalizzando fuori dal Raccordo Anulare questioni spinose, come i rifiuti e la gestione dei flussi migratori. E' un'idea di amministrazione miope e finalizzata alla mera gestione del potere, alla quale ci opporremo decisamente.

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30 Agosto 2010

BERLUSCONI HA PAURA DELLE URNE: L’IDV PER UNA COALIZIONE FORTE CHE LO MANDI A CASA


Il Cavaliere ha gettato la maschera. Anche lui ha paura delle urne. L'incontro di settimana scorsa tra Lega e Pdl è la prova che Berlusconi non è invincibile. E di questo il Centrosinistra (soprattutto i leader del Pd) dovrebbe tener conto. Dopo settimane di pretattica: “Se non c’è più una maggioranza si va subito al voto”, il presidente del Consiglio smentisce se stesso; merito o colpa dei suoi sondaggi che evidentemente lo danno in caduta libera.
La montagna, infine, ha partorito il classico topolino: “Si va avanti, ma senza Udc''. L’annuncio l’ha dato Umberto Bossi uscendo, prima degli altri, dal vertice di maggioranza a Villa Campari. Niente elezioni anticipate e, soprattutto, no all’allargamento della maggioranza di governo a Casini. Risultato: il Governo non cade subito, ma non avrà vita facile, sorretto com’è dagli interessi di bottega delle sue variegate componenti.
Ma quello che ci preoccupa, come IdV, è che saranno i cittadini a non avere vita facile, schiacciati come sono da una crisi economica che le criminali politiche del Centrodestra hanno aggravato; dallo scontro generazionale generato da un mercato del lavoro che costringe i giovani ad un precariato cronico o, peggio, ad anni di disoccupazione; dallo sgretolarsi di ogni certezza del diritto, con leggi ad personam e ad aziendam, i ripetuti attacchi alla Magistratura e alla Costituzione Repubblicana; dal tentativo, al momento scongiurato dall’impegno dei settori più sani della società, di imbavagliare i media.
Dobbiamo evitare che l’agonia del Governo diventi anche quella del Paese. Le forze di opposizione devono ritrovare uno slancio d’orgoglio per mandare a casa Berlusconi e far rinascere la speranza in un futuro possibile. Questo non si fa alleandosi con chi, come Fini, nonostante i distinguo, ha contribuito allo sfascio generale e ancora oggi sostiene il governo della “Cricca”. E nemmeno con chi, come Casini, vuole fare il “Terzo Polo”. Al contrario, bisogna costruire una coalizione che abbia a cuore la legalità, i diritti dei lavoratori, il benessere dei cittadini, il rilancio economico e industriale del Paese: l’Italia dei Valori è pronta.

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Arriva il capo del circo equestre, perché Gheddafi non pianta la tenda all'Aquila?


Ecco i motivi della nostra protesta


Da oggi inizia una due giorni del capo clown Gheddafi, fatta di menzogne e di insulti al nostro paese, fatta di ritardi rispetto al protocollo di qualsiasi cerimoniale organizzato e di spese inutili per far correre i cavalli del rais libico dentro un centro sportivo delle forze armate italiane.
Il tour “all inclusive” che il governo offre a Gheddafi comporterà un notevole aggravio di spesa per il Ministero della difesa e dell’interno: chi pagherà per la tenda di Gheddafi? Forse chi vive ancora in una tenda, non per scelta e senza amazzoni, all’Aquila? Perchè il leader libico non è andato a piantare la sua tenda là fra gli sfollati? Avrebbe trovato un’altra Italia rispetto a quella di finta deferenza che gli si prospetterà.
Ma non è solo in termini economici che da due anni continuiamo a pagare una sudditanza riverente alla Libia: anche i nostri principi umanitari, il nostro stato di diritto verranno messi da parte per accogliere il capo di uno stato che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti umani, che ha chiuso l’ufficio Onu per i rifugiati e che ogni anno deporta immigrati disperati nei campi di concentramento creati nel deserto libico.
Di tutto questo il governo ne dovrà rendere conto ai cittadini che soffrono la fame per la crisi delle imprese e la precarietà del lavoro. Chiediamo al governo, ai Ministri degli Esteri e della Difesa “gheddafiani” Frattini e La Russa, di venire a riferire davanti al Parlamento,
A Gheddafi manifesteremo tutto il nostro dissenso per non aver mantenuto i patti dei rimborsi per i rimpatriati che da 40 anni attendono il loro risarcimento, per non aver aderito al riconoscimento dei diritti umani, per aver lasciato morire centinaia di rifugiati respinti dalle coste libiche e segregati in mezzo al deserto.
Manifesteremo contro la sua volontà di offendere sempre il nostro paese e di trovare d'accordo, nell'offesa, siglato con un baciamano, Berlusconi e Fratini.
Manifesteremo soprattutto contro la decisione del governo pduista, nonchè di alcuni amici del Pd, di regalare, con l’accordo di due anni fa e tuttora in vigore, 5 miliardi per costruire strade libiche, mentre al nostro paese sono stati tagliati i soldi per ricostruire le case per i terremotati, per salvare società in crisi come la tirrenia, per finanziare le forze dell'ordine o per assumere i precari della scuola.
Manifesteremo perché quei soldi potevano essere utilizzati per migliorare la sanità e invece chiuderanno le strutture periferiche. Manifesteremo perché i lavori li faranno i soliti noti, le imprese amiche del premier, gli amici degli amici della cricca e dei furbetti del quartierino.
Ecco perché l’Italia dei Valori manifesterà lunedì e martedì, fino a quando Gheddafi non se ne ritornerà nel suo tesoretto libico. Deve sentire che questo paese, che ha una memoria storica e un senso dello stato molto più profondo del governo impresentabile che lo dirige, questo paese non gli è amico, e noi glielo ricorderemo.
L'Italia e' un paese libero e civile, che non fa affari e che non si prostra ai dittatori.
Finora Gheddafi ha trovato “amici” che sono contro la costituzione, come questo centrodestra o come “gheddafiani” antelitteram tipo D'Alema, che ancora oggi non capiamo, ma saprà che esiste anche un popolo civile, che crede nel rispetto dei diritti umani, nella democrazia, nello stato legale e di diritto.


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Il Senatore Stefano Pedica, guiderà una delegazione dell’Italia dei Valori e di rappresentanze dei lavoratori delle aziende in crisi, in una serie di appuntamenti paralleli al tour di Gheddafi:
-ore 16.30, protesta di fronte a Accademia Libica, Via Cortina D’Ampezzo (zona Cassia)
-ore 17.30, verranno piantate le “tende della legalità” di fronte alla residenza dell’ambasciatore libico, Via Cortina D’Ampezzo
-ore 21, protesta di fronte alla caserma dei carabinieri “Tor di Quinto”
- al termine della manifestazione alla caserma rientro presso le tende antistanti residenza ambasciatore libico e pernottamento per l’intera notte.

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29 Agosto 2010

La cacciata del Re Sola


L'Italia va a rotoli, la situazione della scuola pubblica è disperata, i cittadini dell'Aquila sono sul piede di guerra è Berlusconi che fa? Tramite il suo prestanome Alfano, ripropone la legge che gli assicurerà la prescrizione nei suoi processi.
Mandiamoli via con un calcio nel sedere!
I nostri eroi sono i cittadini aquilani che hanno fischiato il rappresentante del Governo che voleva fare passerella accanto alle macerie del terremoto. Macerie che stanno lì a dimostrare le bugie della ricostruzione.
I nostri eroi sono precari della scuola che in questi giorni a Palermo, finiscono in ospedale a causa del loro sciopero della fame. Perchè contestano la distruzione della scuola pubblica. A settembre vivremo sulla pelle dei nostri figli che vanno a scuola la truffa del “fare” berlusconiano. Tremonti e il suo braccio armato, il ministro Gelmini hanno tagliato 8 miliardi di euro. Ma sapete cosa sono 8 miliardi di tagli? Significa tagliare sul personale, 64mila precari che non solo non verranno normalizzati, ma perderanno anni di graduatorie e professionalità. Ma a farne le spese non saranno soltanto i lavoratori della scuola. Infatti questo governo ha cancellato anche tantissime classi della scuola dell’infanzia, in tutti gli asili nido. Lo ha fatto velocemente e impunemente, senza preoccuparsi di rendere la vita impossibile alle famiglie con bambini piccoli. E toglieranno il tempo pieno: davanti alle scuole ci sono le file di genitori disperati che cercano di ottenere i pochi posti disponibili. Infine, hanno ridotto le ore delle superiori. Con una ciliegina marcia e indigesta sulla torta: ci saranno aule con 35 alunni, mentre il numero legale è di 26. Così il governo di centrodestra infrangerà sistematicamente le norme di sicurezza, anti incendio e sanitarie. Preparano il più grande licenziamento in massa della storia della Repubblica.
Per questo non staremo con le mani in mano: saremo al fianco dei lavoratori allargando a tutta Italia la protesta contro i tagli alla scuola pubblica già partita in Sicilia, saremo vicini ai cittadini aquilani, appoggiando le loro vertenze e chiedendo in Parlamento che la ricostruzione parta immediatamente, e – a costo di occuparlo, il Parlamento - impediremo l'ultimo colpo di coda del Caimano che presenterà l'ennesima legge ad personam, sul cosiddetto processo breve, che di breve ha soltanto il raggiungimento dell'impunità e non certo della verità processuale.
Sarà la nostra rivoluzione d'autunno per la cacciata del Re Sola.

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FONDAZIONI LIRICO/SINFONICHE, LE POLITICHE DI BONDI UCCIDONO LE SPERANZE DEI GIOVANI


Molti musicisti ci hanno contattato esprimendo il loro appoggio alla nostra battaglia per il futuro delle Fondazioni. Nelle loro accorate lettere rileggiamo i tragici effetti della politica di tagli del governo, che colpisce gravemente il settore della cultura e dell’istruzione: i primi ad essere colpiti sono stati i giovani, a cui è stata immediatamente annullata la speranza di poter avere un futuro lavorativo dignitoso in patria, con il ritiro di concorsi già banditi.
Oggi ci troviamo invece di fronte al dramma delle centinaia di lavoratori del Carlo Felice di Genova, che da settembre si ritroveranno senza stipendio e con la magra consolazione della speranza di una cassa integrazione in deroga, perché i lavoratori delle Fondazioni non rientrano nelle categorie che possono usufruire di tale istituto.
Inutile dire che fra i cinque punti programmatici che Berlusconi ha riproposto per l'autunno, cultura e formazione non sono neppure menzionati.
Noi sosteniamo invece che proprio su questi settori si debba intervenire con finanziamenti e con leggi di riforma che tengano conto delle effettive ricadute economiche sui lavoratori.
Ci siamo fermamente opposti all'approvazione del decreto Bondi sulle Fondazioni Lirico Sinfoniche, ed abbiamo illustrato nella discussione in aula tutti i motivi della nostra contrarietà al decreto, nel metodo e nel merito. Lo scorso 24 giugno abbiamo fatto ostruzionismo per 37 ore consecutive in Parlamento, cercando delle risposte dal ministro Bondi che non sono mai arrivate.
Già nel marzo del 2009 il senatore idv Giambrone aveva presentato una risoluzione bipartisan approvata dal parlamento, che dettava le linee di riforma per le fondazioni lirico sinfoniche, ma che non è stata presa in considerazione nella stesura del Decreto Bondi. Oggi esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori ingiustamente colpiti, e continueremo a batterci per una riforma che valorizzi, anziché penalizzare, le molteplici ed altissime professionalità che lavorano nei nostri Teatri, mantenendo alta una tradizione che ci ha resi famosi in tutto il mondo, e per dare un futuro ai giovani che oggi affrontano con impegno uno studio fatto di sacrificio oltre che di passione e di talento.


Indiana Raffaelli - Responsabile IDV Lavoratori Spettacolo

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28 Agosto 2010

DIFENDERE LA COSTITUZIONE E COSTRUIRE IL NUOVO CENTROSINISTRA


Mobilitiamoci per la Costituzione. Accogliamo l'appello di Art.21 per una grande mobilitazione nazionale unitaria, di tutte le forze associative, politiche, culturali che al di là di qualsiasi logica di schieramento, abbiano davvero a cuore la legalità repubblicana e non vogliono vedere imbavagliata anche la Carta Costituzionale. L'Italia dei Valori aderisce, sapendo che c'è una distinzione netta tra il partecipare ad una manifestazione per la difesa della Costituzione e fare, invece, un'alleanza di governo con la destra. Perché la difesa della Costituzione è un impegno civile prima che politico, indipendente dalla logica degli schieramenti. E perché ce n'è bisogno. La polemica sollevata dall'editoriale di Famiglia Cristiana, solo per citare l'ultimo caso, è rivelatrice. Il settimanale catolico attacca apertamente il berlusconismo, la logica dell'annientamento dell'avverario e il tentativo di fare carta straccia della Costituzione. Aderiamo dunque, sapendo però, che non è solo con le manifestazioni che si manda a casa Berlusconi e, soprattutto, si vincono le elezioni. Da mesi, da prima che la crisi Fini-Berlusconi fosse conclamata, ripeto che il centrosinistra deve lavorare subito ad una nuova coalizione per preparare l'alternativa di governo. In questo momento c'è una grande confusione politica, che parte dalla spaccatura nel governo. Cade, non cade, quando cade, come cade, si va ad elezioni o no? Domande cui tuttora è impossibile dare una risposta. Certo è che il centrosinistra non può farsi cogliere impreparato. Sarebbe un errore enorme soprattutto perché abbiamo delle responsabilità nei confronti del Paese. La politica non è solo confronto e scontro dialettico, la politica è costruire la società nell'interesse dei cittadini. L'Italia soffre una crisi economica pesante, ma anche poltica, sociale e culturale. Se le forze del ceontrosinistra non si facessero trovare pronte con un programma serio e concreto per rilanciare il Paese verrebbero meno al loro compito. L'asse di questa nuova alleanza, a mio avviso, dovrebbe essere costituito da Italia dei Valori, Partito Democratico e Sinistra Ecologia e Libertà. Alla base dovrebbe esserci un progetto per il rilancio economico e la rinascita civile e culturale dell'Italia. Un piano ambizioso che dovrebbe coinvolgere le menti migliori del nostro Paese. le risorse della società civile, le energie dei giovani. Per realizzare questo progetto è iportante partire subito, già a settembre, e non aspettare di lasciarsi trascinare dagli eventi.

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27 Agosto 2010

SANITA’: GARANTIRE PARI QUALITA’ E PRESTAZIONI A TUTTI I CITTADINI


Onorevole Palagiano, parliamo di sanità: quali sono, secondo l’Italia dei Valori, i punti critici sui quali bisogna intervenire con urgenza?
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità siamo ai primi posti nel mondo per qualità.
La realtà è un po’ diversa, nel senso che dovremmo considerare, non soltanto il valore di alcune prestazioni, ma anche l’omogeneità del servizio sul territorio nazionale. Quindi se prendiamo i punti d’eccellenza, sicuramente non siamo secondi a nessuno; se invece andiamo a verificare le prestazioni che hanno i cittadini di Messina o della Calabria, vediamo che sono meno qualificate.
Ecco quindi che questa classifica piuttosto ottimistica viene meno. In realtà l’Articolo 32 della Costituzione sancisce il diritto del cittadino ad avere un trattamento sanitario uguale in ogni parte d’Italia; questo purtroppo oggi non avviene. C’è un evidente problema di qualità e di disomogeneità sul territorio e il Governo, in questo caso, dovrebbe prendersi cura di tutti i cittadini, da Nord a Sud.
Con questa politica di tagli, invece, si mette a repentaglio la salute delle persone: i rami secchi vanno tagliati, ma è urgente riorganizzare la sanità per dare a tutti gli italiani le stesse chance, le stesse possibilità di fruire di buoni trattamenti sanitari.


Uno dei problemi più gravi della sanità italiana è il deficit di alcune regioni; soprattutto al Sud. Come si risolve il problema?
Guardi, bisognerebbe andare all’origine: perché un posto letto in Calabria costa il 40% in più rispetto ad altre regioni? Perché le Aziende Sanitarie locali sono state considerate dei “postifici”, degli “stipendifici”. Non appena il politico di turno veniva nominato direttore generale, cominciava a dispensare posti di lavoro anche se la struttura non aveva alcun bisogno di quelle assunzioni.
Questo malcostume, comune a tutti i partiti, a Nord e a Sud, negli anni ha fatto lievitare enormemente i costi. Bisogna spezzare questo circolo vizioso. Come Italia dei Valori abbiamo cercato di porvi rimedio con la legge sulle Attività Cliniche, che purtroppo è stata messa su un binario morto e di cui non si parla più; abbiamo presentato decine di emendamenti affinché il direttore generale non fosse più nominato dai partiti politici ma fosse scelto tra i professionisti più qualificati, iscritti ad un Albo Nazionale, e fosse in grado di gestire i soldi dei cittadini e risponderne personalmente. Un altro scandalo, infatti, è che nessuno, tra quelli che hanno creato la voragine nella sanità, è stato chiamato a risponderne. Tutto il deficit è sul groppone degli italiani, non c’è UN politico condannato a risarcire i cittadini per la sua inefficienza, e per quelle che sono state le sue malefatte messe in atto per rispondere alla parte politica che lo ha nominato.

Postato da Antonio Palagiano in | Commenti (34) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

SCUOLA, AL “GRIDO” DEI PRECARI IL GOVERNO RISPONDE COL SILENZIO


L’Italia dei Valori non è soddisfatta per le non risposte giunte ieri dall’incontro in prefettura, a Palermo, tra il sottosegretario del Miur, Giuseppe Pizza, l'assessore regionale all'Istruzione Centorrino, e una delegazione dei precari della scuola che protestano dal 17 agosto.
"I tagli alla scuola non verranno ridimensionati e così la situazione non si risolve, come era nelle nostre previsioni – ha dichiarato il senatore e commissario di Idv in Sicilia, Fabio Giambrone, uscendo dall'incontro con Pizza -. Il governo nazionale non ci ha dato nessuna indicazione rispetto a ciò che avevamo chiesto, ossia il ritiro di tutti i tagli fatti fino ad ora dal ministro Gelmini. Quello che sta accadendo nel Paese é molto grave, propongono degli interventi tampone attraverso la Regione siciliana, utilizzando fondi Por e Pon. Non condividiamo questa soluzione". In Sicilia la riforma Gelmini prevede il taglio di 5.000 posti. Giambrone sottolinea che "serve una inversione di tendenza perché dietro ogni riforma deve esserci un'idea, qui non c'e', ma solo un taglio indiscriminato di risorse. Non possiamo accettarlo, continueremo la nostra lotta in parlamento e nelle piazze". Grande anche la delusione tra i precari presenti alla riunione, tra questi Pietro Di Grusa, e Salvo Altadonna, che dal 17 agosto portano avanti lo sciopero della fame. "Non c'e' stato alcun passo indietro sui tagli previsti dalla riforma – ha detto Altadonna -, per questo continueremo con lo sciopero della fame. Non ci aspettavamo che il ministero proponesse soluzioni con soldi non suoi, senza mostrare alcun tipo di sensibilità verso di noi che non piangiamo il lavoro, ma la professionalità accumulata in questi anni e persa di colpo".

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26 Agosto 2010

UN RINNOVATO IMPEGNO PER IL CONTRASTO ALLE MAFIE


Da settembre un'altra sfida ci attende sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Subito dopo l'estate, infatti, inizieremo a lavorare ai programmi e alla struttura per lanciare con la massima incisività le attività del dipartimento Antimafia dell'Italia dei Valori che ho l'onore e la responsabilità di dirigere e in cui profonderò l'impegno maturato in anni di militanza nella società civile. L’istituzione di questo organismo all’interno di un partito politico, in un clima così teso ed avvelenato da vicende legate alla cosiddetta “legalità”, testimonia l’impegno vero e sincero di Antonio Di Pietro e dell’Italia dei Valori in un ottica di rinnovamento e pulizia della politica italiana.
Le linee direttrici del dipartimento sono però già segnate e su queste ci misureremo e non faremo sconti a nessuno: punteremo molto sull'informazione e sull'analisi dei fenomeni mafiosi nazionali ed internazionali, quest’ultima sviluppata anche grazie all'attività condotta al Parlamento Europeo. Le nostre attenzioni saranno rivolte ovviamente all'ala militare delle mafie ma con l'intenzione di concentrarci e portare alla luce tutte quelle collusioni politico-istituzionali che dalla strage di Portella della Ginestra in poi non hanno mai smesso di tramare e che hanno portato l'Italia ad essere una nazione fondata su sangue, segreti e menzogne di Stato.
Per far questo abbiamo bisogno però della collaborazione attiva di referenti da ogni parte d'Italia, che ci supportino nella denuncia dei misfatti locali e che riceveranno massima attenzione da parte del dipartimento e del partito. In questo senso il nostro invito alla collaborazione va a tutte le associazioni, i movimenti che da anni si battono sui temi dell'antimafia e di cui abbiamo bisogno per essere maggiormente incisivi; quegli uomini e quelle donne saranno per noi alleati di primaria importanza da cui imparare con umiltà, riconoscendo loro l’importanza dell’indipendenza che rispetteremo in ogni sede.
Non faremo sconti a nessuno, né in virtù di alleanze né di coalizioni, tantomeno per ragioni di Stato o di partito, convinti che la linea dura sulla lotta alla mafia fortifichi istituzioni e soggetti politici; la mia storia personale è garanzia che mai il dipartimento tacerà su fatti raccapriccianti, anche se interni o vicini politicamente.
Produrremo dossier e documenti di denuncia e ci faremo ora portavoce, ora stimolo per la magistratura in modo che le nostre attività abbiano anche uno sbocco giudiziario e non siano percepite solo come spot elettorali.
Inutile fingere, le elezioni politiche sono alle porte. Il dipartimento si impegnerà in un controllo più che minuzioso delle liste di candidati, sia quelle dell’IDV che quelle degli altri partiti che si presenteranno al confronto elettorale. Quest’attività risulta di fondamentale importanza specie alla luce del fatto che la legge vigente (il “porcellum”) non prevede la possibilità per i cittadini di esprimere preferenze.
Sfruttando tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione proveremo a scongiurare per tempo la presenza di condannati e di personaggi le cui zone d’ombra consigliano percorsi diversi da quello di rappresentare i cittadini in Parlamento.
Siamo pronti per questa nuova trincea di legalità dalla quale cercheremo in tutti i modi di restituire verità e giustizia a questa nazione disgraziata e dare all'opinione pubblica nomi, fatti e circostanze che devono essere cacciati dall'ambiente politico istituzionale; i vari Dell'Utri, Cosentino, Cuffaro e affini non avranno pace e faremo di tutto per far diventare l’Italia dei Valori “il” partito dell’Antimafia.


25 Agosto 2010

La nostra passione vincerà sui loro interessi


Crisi di governo: che fare? Semplice, approfittarne. Il compito storico che attende l'opposizione è riempire lo spazio politico creato dal “governo del non fare nulla” e denunciato dalla scissione finiana; un'opportunità, oltre che un dovere, che le tante voci sicure dell'impossibilità di battere il Pdl in eventuali elezioni ravvicinate trascurano di considerare. Certo, a ciò contribuiscono le indecisioni del Pd, che tuttavia aprono, proprio come la crisi di governo e in particolare le ragioni che la sostengono, una prospettiva allettante per l'Italia dei Valori: in un'epoca di interessi senza passioni, per recuperare il lessico di Albert Hirschman, è la passione non interessata che può imprimere una svolta politica. La passione per la legalità che contraddistingue i tanti elettori dell'Idv è di natura intrinsecamente sociale anziché individualistica, nonché rivoluzionaria, non appena si riconosca, in questo slancio, la più concreta volontà di portare a compimento la costituzione: un documento di portata appunto rivoluzionaria, come riconosceva in tempi non sospetti (una costituzione rivoluzionaria di per sé, e non esclusivamente in rapporto allo scempio attuato dall'attuale governo) Piero Calamandrei. Se la scelta di Fini cade su un'opzione exit, per dirla ancora con Hirschman – una via d'uscita dal degrado politico governativo –, la risposta dell'opposizione dev'essere di tipo voice – la via del cambiamento per tramite della politica – che necessariamente presuppone, quale suo requisito essenziale, quella legalità che, sola, può condurre i cittadini a essere i principali attori del cambiamento stesso. Il passo successivo, quello della loyalty nello schema hirschmaniano, è quello dell'alleanza, e della costruzione di un'alternativa forte al governo degli interessi berlusconiano. L'Idv ha molto da offrire, a tal riguardo: un'avanguardia, per così dire, che puntando sulla legalità ha creato un importante precedente per pensare a una società di passioni oltre che di interessi. Da qui, e solo da qui, si può partire per affrontare le tante ingiustizie che nell'illegalità trovano un alleato imbattibile; e da qui si dovrà partire per costruire un programma che recuperi la migliore qualità politica della sinistra e del cristianesimo sociale: la capacità d'immaginare una società diversa da quella esistente. L'Italia dei Valori è pronta.

Postato da Gianni Vattimo in | Commenti (52) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Insegnanti precari in una scuola precaria. Promuoviamo una grande mobilitazione contro l'imbarbarimento.


Continua e riparte la protesta dei precari della scuola.
Decine di migliaia di insegnanti e personale della scuola pubblica sono stati condannati alla disoccupazione dal ministro Gelmini. Dopo aver sostenuto esami, aver acquisito titoli, dopo aver scalato graduatorie in anni di studio, di insegnamento, di lavoro. E' l'effetto della politica dissennata dei tagli, ma è anche la conferma di un governo che mortifica meriti e professionalità, ignorando diritti e bisogni.
'Tagliare' è la parola d'ordine di questo governo, che ne ha fatto una bandiera.
E il sistema mediatico berluscon-minzoliniano esalta il governo decisionista e coraggioso che taglia.
Tagliare le unghia è una operazione estetica, tagliare una ciste è una operazione sanitaria, ma tagliare la testa è un assassinio.
Questo governo taglia i fondi alla scuola e alla cultura, e quindi uccide scuola e cultura.
Non taglia e anzi conserva e incrementa sprechi e affari delle cricche.
Dietro le scelte apparentemente fredde e contabili dei tagli vi è una precisa strategia. In primo luogo, questo governo si caratterizza per l'assoluto silenzio sulla scuola privata. Tremonti e Gelmini non parlano mai di scuola privata: perché? E' ormai chiaro a tutti: a che serve parlarne? Basta mortificare e uccidere la scuola pubblica, privarla anche dei fondi minimi necessari per garantirne il funzionamento. Fatto questo, alla fine, resta la scuola privata!
E così chi ha i soldi, ha il diritto di sapere, di formarsi; chi non li ha, è privato di questo diritto.
E dentro a questa morsa non ci sono solo gli studneti e le loro famiglie, ma anche decine e decine di migliaia di operatori della scuola pubblica, che perdono il diritto al lavoro e non possono progettare il futuro. Per loro non vi è neppure un giudice come per gli operai di Melfi.
Eppure la logica è la stessa: Marchionne come Tremonti considerano il diritto al lavoro una regalia, sottoposta ai prevalenti interessi di casta e all'arroganza finanziaria dei “ladroni di Roma e dintorni”. Quei “ladroni di Roma e dintorni” che ormai tutti hanno compreso essere alleati finanziari di banche e banchetti della Lega Nord.
Non è finita qui. La situazione dei precari della scuola è resa ancora più drammatica dalla strategica mortificazione delle professionalità. L'Italia resta l'unico Paese europeo nel quale, ormai, essere artista, insegnante, giornalista, medico, artigiano, avere insomma una professionalità non conta niente.
E tutto si riduce a “quanto denaro hai ?” e “a chi appartieni? quanto è forte la tua casta?”.
“Io sono violinista...”
”Sì, va beh, ma cosa fai?”
“Io insegno in una scuola pubblica”.
“Sì, va beh... ma cosa fai?”
Se non hai alcuna professionalità, ma sei ricco e appartieni alla casta, allora sì che sei rispettato.
Precarie, in tal modo, diventano la professionalità, la cultura, l'arte, la scuola. La lotta dei precari della scuola è lotta non soltanto degli scippati del diritto al lavoro e del proprio futuro, ma è lotta perché le professionalità vengano rispettate. Tutte. E perché la scuola pubblica non sia più precaria, perché i giovani, tutti i giovani, possano attraverso la cultura e l'arte avere un proprio progetto di futuro.
Italia dei Valori continuerà la propria azione in Parlamento e nelle piazze, davanti e dentro le Scuole e i provveditorati; presentando atti parlamentari e facendo ostruzionismo e ogni azione possibile per costringere il governo a fermarsi in questa sfrenata corsa verso l'imbarbarimento e verso l'assassinio della scuola pubblica e del diritto al lavoro di decine di migliaia di professionisti.

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24 Agosto 2010

Le intimidazioni di Fininvest, la verità sulle stragi mafiose


Il viscerale odio di Berlusconi per i magistrati in genere e per quelli che hanno indagato su di lui in particolare, oltre ad essere espresso a parole, si traduce quando possibile in atti intimidatori, che di per sé dimostrano l’evidente ed insopprimibile conflitto d’interessi di un Presidente del Consiglio, già condannato per aver testimoniato il falso, e pluri indagato per vicende gravissime di corruzione, falsi in bilancio, ed anche per favoreggiamento alla mafia. Non potendo colpire direttamente i magistrati, che la Costituzione difende quando sono nell’esercizio della loro attività, cerca di colpirli in modo trasversale, quando come nel caso di Tescaroli, scrivono libri nei quali descrivono le loro indagini. Luca Tescaroli ne ha scritti tre: Perché fu ucciso Giovanni Falcone; Le faide mafiose nei misteri della Sicilia e Colletti sporchi (2008, con Ferruccio Pinotti).
Per quest’ultimo libro la Fininvest, come scrive 'Il Corriere della Sera', chiede il risarcimento a Tescaroli "per gli ingentissimi danni non patrimoniali" procurati con la sua pubblicazione. Il libro ripercorre, tra le altre cose, la vecchia indagine antimafia su 'Alfa' e 'Beta', nomi in codice per indicare Silvio Berlusconi e Marcello dell'Utri. Un fascicolo che è stato archiviato tempo fa. Il magistrato, che ha già subito un tentativo di omicidio, ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a scriverlo: "Innanzitutto volevo spiegare la pericolosità e le insidie di Cosa nostra, e in particolare dei cosiddetti 'Colletti bianchi' attraverso l'esperienza personale che ho maturato negli ultimi anni. Quindi, ho voluto anche rendere omaggio a tante, troppe vittime della mafia". Tescaroli fa riferimento (fra le altre) alla figura del pentito Salvatore Cancemi: fu lui a rivelare che Riina, prima di Capaci, aveva incontrato il premier e il senatore, e disse pure che il Gruppo Fininvest «versava periodicamente 200 milioni di lire a titolo di contributo a Cosa Nostra». «Singolare che il dottor Tescaroli non spieghi ai lettori che Cancemi è stato ritenuto inattendibile», obiettano i legali del Gruppo. Risponde Tescaroli: «Non ho mai detto che le dichiarazioni di Cancemi sono valide in assoluto. Le ho solo richiamate assieme all'esito di quel processo. E non bisogna dimenticare che Cancemi è reo confesso della strage di Capaci, fu uno degli autori».
Luca Tescaroli è il magistrato che ha fatto condannare all’ergastolo gli autori materiali della strage di Capaci, nella quale furono assassinati Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta. E’ sempre Tescaroli che, lavorando alla procura di Caltanissetta, ha scritto la requisitoria del processo di appello della strage medesima. Ha lasciato volontariamente quella procura poco dopo la richiesta d’archiviazione per Berlusconi e Dell’Utri, tra l’altro basata sul fatto che le dichiarazioni di Giovanni Brusca sarebbero in contraddizione con quelle di Salvatore Cancemi. Come si legge in un articolo del Corriere della Sera del 2001, tuttavia, Tescaroli contesta il fatto e ritiene che le dichiarazioni di Cancemi, Brusca e di un altro pentito, Maurizio Avola, «consentono di inquadrare le ipotesi di trattative coltivate, e gli attentati eseguiti e programmati, nell' azione volta a creare le condizioni per l'affermazione di una nuova formazione politica (ndr. Forza Italia)». Altro «pezzo forte» della richiesta di archiviazione proposta a Caltanissetta sono le deposizioni dell'ex-presidente della Repubblica Cossiga, che fissa la decisione di Berlusconi di entrare in politica «due-tre mesi prima delle elezioni del 1994». E pur non volendo commentare il valore di queste dichiarazioni, Tescaroli ricorda che «al processo d'appello per Capaci sono stati forniti elementi di prova che vanno in segno contrario», in particolare una sorta di atto di fondazione di Forza Italia datato luglio 1993.
Dunque le "persone importanti" che, secondo Cancemi, avrebbero incontrato Riina incoraggiandolo nella sua strategia volta a scalzare i vecchi partiti e a favorire la nascita di nuovi soggetti politici che diventassero referenti più credibili e utili per Cosa nostra, sarebbero Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi fa i loro nomi - dicendo di averli appresi dalla bocca dello stesso Riina - soltanto al processo di appello per la strage di Capaci. Dove racconta anche la sua missione presso Mangano, per convincerlo a lasciare a Riina la gestione dei rapporti, coltivati per vent'anni, con Berlusconi e Dell'Utri.
Nell'udienza del 22 ottobre 1999, il pm Tescaroli domanda a Cancemi: "Senta, lei ha fatto riferimento - per quanto attiene l'individuazione dell'epoca in cui eseguire la strage di Capaci - a questi accordi, a questi contatti intercorsi tra queste "persone importanti" e Riina. Chi sono queste persone importanti?". Cancemi risponde con un filo di imbarazzo: quella è la prima volta che ne fa i nomi e i cognomi, e lo fa - chissà perché - proprio in un momento in cui i carabinieri non sono più i suoi esclusivi "angeli custodi":
"Ma io quando... quando me l'ha detto il Ganci lui non me l'ha fatti i nomi, quando stavamo andando... indietro... a Capaci. Mi disse solo "4 persone importanti": `U zu' Totuccio si incontrò con persone importanti. Poi, io, più avanti, l'ho saputo da Totò Riina: e parlava di Dell'Utri e Berlusconi". Poi ritorna sul tema delle presunte tangenti Fininvest a Cosa nostra (la storia dei 200 milioni): "Riina diceva che era un contributo che arrivava da parte di Dell'Utri e Berlusconi a Cosa nostra. Mi disse che loro avevano delle antenne, ripetitori diciamo, nella zona che Ganci Raffaele me l'ha fatto vedere una volta passando di là [ ... I. Posso dire pure che Riina mi disse che loro, intendo sempre quelle due persone, erano interessate a comprare la zona vecchia di Palermo". Tescaroli pone un'altra domanda precisa: "Allora, lei sa se queste persone siano state correlate, accostate alle possibili conseguenze derivanti dalla strategia stragista?". E Cancemi: "Ma guardi, io le posso dire con assoluta certezza che il Riina non aveva nessun timore, nessuna paura, aveva una franchezza enorme. Non spiegava che ci potevano essere dubbi [...], anzi sollecitava, aveva una certa premura di fare questa strage. Specialmente quella di Borsellino".
“Un dato deve altresì considerarsi assolutamente certo: i vertici dell'organizzazione [Cosa nostra], subito dopo la strage di Capaci (secondo il racconto di De Donno) o dopo il 25 giugno (alla stregua delle indicazioni del generale Mori) ricevettero un segnale istituzionale che, nella loro prospettiva, suonava come una riprova dell'idoneità dell'azione stragista a raggiungere l'obiettivo di aprire nuovi canali relazionali, capaci di individuare nuovi referenti politico-istituzionali.”
"Il Cancemi ha posto in rilievo che Riina aveva esposto, nel corso di una riunione, che si stava accingendo a inoltrare una serie di richieste (il cui contenuto è in larga misura coincidente con quanto costituiva oggetto della trattativa, di cui ha riferito il Brusca) nei confronti di soggetti esterni all'organizzazione, che ha individuato negli onorevoli Berlusconi e Dell'Utri. Orbene: dette indicazioni suscitano una serie di interrogativi."
"A prescindere dalla verifica investigativa tuttora in corso, nell'ambito di separato procedimento penale, per individuare quale ipotesi sia aderente al vero e concretamente riscontrabile [...], possiamo affermare con assoluta certezza che il disegno criminale nel suo complesso, e la strage del 23 maggio 1992, in particolare, si è mosso correlativamente al procedere di trattative volte a incidere sui poteri politici e istituzionali, e sull'azione degli stessi, per ottenere vantaggi per gli adepti dell'accolita". Cioè per gli affiliati a Cosa nostra. Le conclusioni del discorso portano, ancora una volta, ai tre fatidici nomi di Mangano, Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi e Brusca "hanno riferito la loro porzione conoscitiva, che rappresenta una parte di una realtà più complessa, da nessuno dei due conosciuta nell'integralità. Invero Cancemi era in condizione privilegiata rispetto al Brusca, per poter conoscere del rapporto, o comunque dei contatti con le "persone importanti" dallo stesso menzionate [Berlusconi e Dell'Utri], posto che Vittorio Mangano, che nel passato aveva coltivato quelle relazioni, è uomo d'onore del suo mandamento [Porta Nuova] e che lo stesso Cancemi era intervenuto per far mettere in disparte il predetto Mangano nel mantenimento dei rapporti con quei soggetti, onde consentire al Riina la gestione diretta del rapporto.
"V'è, poi, un dato obiettivo che emerge dalla realtà fenomenica istituzionale: effettivamente, anche per l'azione dirompente prodotta dalle indagini su Tangentopoli, venivano soppiantati da altre realtà Politiche, nel corso degli anni 1992, 1993 e 1994, i partiti della Dc e del Psi, che, prima dell'inizio dell'attuazione del disegno strategico, rappresentavano la roccaforte del potere nel paese.”
"Possiamo affermare con certezza che l'organizzazione denominata Cosa nostra è un soggetto criminale che, particolarmente a partire dagli anni 1991-92, ha recitato un ruolo non marginale nel quadro politico-istituzionale della nazione. Cosa nostra si proponeva dunque di "incidere sugli assetti di potere esistenti e di creare le premesse per la formazione di nuovi aggregati politici".
“Si continuerà a lavorare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria di Falcone, è la coscienza critica e morale della società civile che impone questo dovere: senza verità non c'è giustizia. E ci auguriamo […] di trovare il filo conduttore che ci faccia risalire a questi mandanti esterni, per poter esercitare l'azione penale nei loro confronti ed evitare che questa realtà, per ora solo intravista, vada ad accrescere i molti misteri che avvolgono lo stragismo nel nostro paese."
Appena Tescaroli è partito da Caltanissetta, quella Procura ha annunciato di aver chiesto l'archiviazione dell'inchiesta sui mandanti occulti, nella quale erano indagati Berlusconi, Dell'Utri e altri. Archiviazione per proseguire le indagini, o per mettervi la parola fine?
Così ne parla il diretto interessato, Tescaroli: "Fu una vera e propria cospirazione politica, mutando atteggiamento nei confronti dello Stato rispetto al passato, in quanto ha realizzato non più una strategia selettiva diretta a colpire persone determinate, che avevano creato nocumento all'organizzazione, in vista del mantenimento dell'equilibrio istituzionale mafioso che dal dopoguerra si era venuto a creare tra i sodali e rappresentanti delle istituzioni; ma una rottura creativa di nuovi equilibri, attraverso una concentrazione di azioni eclatanti e destabilizzanti in un breve lasso temporale. Nuovi rapporti da consolidare e/o creare ex novo sfruttando per un verso quei canali economico-finanziari dei quali l'organizzazione poteva disporre sulla base dei pregressi rapporti, e per l'altro verso, ponendo i presupposti per goderne di nuovi".
Il fascicolo fu poi archiviato ma le intuizioni di Tescaroli oggi sono coltivate da altri colleghi di Caltanissetta che lavorano per cercare i mandanti esterni delle stragi.

Postato da Antonio Borghesi in | Commenti (9) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

FIAT: GOVERNO ASSENTE, LA STRADA NON E’ QUELLA DI LICENZIAMENTI E RICATTI


L’atteggiamento della Fiat sulla vicenda di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, i tre operai di Melfi licenziati dall’azienda e reintegrati dal Giudice, ha dell’incredibile. Il Lingotto sembra voler inasprire – non si comprende a quale scopo - i rapporti sindacali, accanendosi contro i tre metalmeccanici rei soltanto di aver esercitato il loro diritto di sciopero. L’Amministratore delegato, Marchionne dovrebbe spiegare perché in un momento tanto delicato per il Paese e per la stessa Fiat, l’azienda stia adottando la politica del muro contro muro, che non ha (non avrebbe) nessuna ragion d’essere.
Invece di favorire il dialogo il gruppo torinese sembra voler estremizzare lo scontro e portare un altro assalto alla già “sgangherata“ diligenza dei diritti dei lavoratori.
E il Governo che fa? Il ministro della disoccupazione Maurizio Sacconi, che in due anni di mandato ‘vanta’ oltre cinquecentomila disoccupati e alcuni milioni di precari, si nasconde dietro allo slogan “meno Stato e più società”. Questo però non dovrebbe coincidere con la totale assenza del governo, finora incapace di definire gli asset strategici e industriali del Paese. In Francia, in Germania e negli Stati Uniti si sono scomodati Sarkozy, la Merkel e Obama per discutere di Renault, Opel e Chrysler; purtroppo in Italia questo non è possibile. Non esiste un governo che possa ricordare alla Fiat che efficienza e redditività d’impresa sono assolutamente compatibili con i diritti dei lavoratori. La linea del ricatto, che contrappone i diritti con gli investimenti e utilizza i licenziamenti antisindacali, come nel caso di Melfi, è una strada cieca e di brevissima durata. Per l’Italia dei Valori la strada maestra è quella del dialogo tra impresa e sindacati per stabilire regole precise e democratiche all’interno della fabbrica. Per ora, invece, spicca solo l’assenza del governo Berlusconi, immobile di fronte ad un momento industriale così delicato. Anche per questo motivo, è necessario il ritorno alle elezioni il prima possibile.

Postato da Maurizio Zipponi in | Commenti (86) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

23 Agosto 2010

TERRITORIO: LA CULTURA DELLA PREVENZIONE CONTRO L’EMERGENZA QUOTIDIANA


Senatore Giambrone, la frana causata dal terremoto del 16 agosto nelle isole Eolie, ci ricorda la disarmante fragilità del nostro territorio – spesso interessato dal dissesto idrogeologico - e delle colpevoli politiche messe in atto negli anni dai governi e dalle amministrazioni locali. Da questo punto di vista, qual è la situazione in Sicilia?
La situazione è delicatissima. Più volte abbiamo assistito a smottamenti e terremoti. Io il 16 agosto mi trovavo in vacanza nell’isola di Vulcano e ho avvertito proprio quella forte scossa. E’ stato un momento molto brutto che ha provocato il panico in tutti i presenti.
Qui siamo in presenza di un territorio certamente interessato dal fenomeno del dissesto idrogeologico e da amministrazioni che non hanno fatto nulla per metterlo in sicurezza. Il tema resta sempre lo stesso, e cioè quello della prevenzione, che è l’unico antidoto ad una emergenza quotidiana. Dobbiamo fare in modo che le amministrazioni locali e il Governo nazionale prendano impegni seri per mettere in sicurezza le zone a rischio, per uscire dalla fase della emergenza, e per trovare soluzioni che possano prevenire eventi catastrofici.



Abusivismo e condoni, insieme alla mancanza di prevenzione sul territorio, appunto, sono spesso causa di disastri e morti. In Sicilia, in particolare, in una zona classificata ad alto impatto sismico e ad alto rischio idrogeologico, come la provincia di Messina, il Governo Berlusconi progetta di realizzare un’opera faraonica come il ponte sullo Stretto. Che ne pensa?
C’è qualcuno che ancora crede a questo? In una terra come la nostra, dove per arrivare a Ragusa da Palermo, con l’auto o il treno, ci vogliono quattro ore? Basta con queste storie. Noi dell’Italia dei Valori siamo convinti che bisogna arrivare ad una svolta; l’idea potrebbe essere quella di investire le risorse destinate ora al ponte per mettere in sicurezza il territorio, per dare infrastrutture serie e permettere ai siciliani di spostarsi da un posto all’altro in assoluta tranquillità e in tempi ragionevoli. Quello che invece vediamo nella nostra terra, è che troppo spesso è martoriata da pessime amministrazioni e dal malaffare. Cerchiamo di dare una svolta, il nostro contributo non mancherà.


Torniamo all’emergenza quotidiana – ne parlava lei prima -. Basta il miliardo di euro stanziato nell’ultima finanziaria dal Governo per affrontare il rischio idrogeologico? Per la cronaca, Legambiente stima che ne servirebbero circa 43 per riparare i danni causati da decenni di incuria..
Ma non basta assolutamente. Bisogna capire cosa ha intenzione di fare il Governo nazionale. Siamo convinti che stia prendendo una strada sbagliata. Noi guardiamo con grande attenzione alla sicurezza degli italiani e a quella dei siciliani, ma bisogna cambiare e in fretta, prima che sia troppo tardi.

Postato da Fabio Giambrone in | Commenti (21) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

22 Agosto 2010

MONDADORI: IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO


Il lupo perde il pelo ma non il vizio. A quanti si stupiscono oggi della vergognosa legge ad aziendam in soccorso della Mondadori, ricordo come questa grande casa editrice sia stata utilizzata negli anni, nonostante vi siano approdati straordinari autori e dirigenti, anche per finalità che niente hanno a che vedere con logiche editoriali e commerciali. Sarebbe interessante sapere quanti esponenti politici sono stati rabboniti da contratti, magari in esclusiva, per la pubblicazione di libri. E quanti, invece, si sono visti “omaggiare”, per ragioni che niente hanno a che vedere con l’editoria, della pubblicazione di volumi non esattamente uguali alla Divina Commedia. Io stesso nel 1990 ho pubblicato per la Mondadori un libro dal titolo “Palermo”. In questo testo, con una lunga intervista rilasciata ai giornalisti Carmine Fotia e Antonio Roccuzzo, denunciavo il sistema di potere di Craxi e Andreotti e la commistione tra mafia, politica e affari, rivolgendo un appello, rimasto inascoltato, alla Dc che mi avrebbe poi portato a fondare il Movimento per la Democrazia 'La Rete'. “Palermo” superò in pochissimo tempo le centomila copie vendute, tanto da convincere la Mondadori a stampare un’edizione per la collana Oscar. Una volta cambiato il proprietario dell’azienda, con la vergognosa rapina consumata da Berlusconi, il mio libro è però stato ritirato dal mercato e fatto sparire dai cataloghi. Questo piccolo episodio dimostra come la perversione etica dell’attuale Presidente del Consiglio non sia cronaca di questi giorni, ma abbia radici lontane. E rappresenta l’ennesima conferma dell’insopportabile anomalia del conflitto d’interessi rispetto al quale non posso che associarmi alla denuncia, sia pure tardiva, avanzata da Vito Mancuso su
La Repubblica. Ai validi dirigenti della Mondadori, certamente stupiti da tale scelta ‘editoriale’, dico di non angustiarsi troppo. Ho trovato in Germania, in Svizzera, in Libano, negli Usa, in Messico e in Perù editori ben disposti a vendere i miei libri, diffusi anche in edizione economica. Evidentemente, in quel libro esprimevo opinioni non gradite al nuovo padre-padrone della Mondadori. Alla faccia della libertà di espressione e del contratto firmato prima dell’arrivo di Berlusconi e della sua cricca.

Postato da Leoluca Orlando in | Commenti (15) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Il 2 Ottobre portiamo in piazza le nostre idee


In alcuni italiani le idee e le visioni politiche sono più vivide che in altri. In alcuni, difatti, queste sono maggiormente forgiate dall'insegnamento costituzionale, maggiormente segnate dalla storia della Resistenza antifascista, maggiormente debitrici del sacrificio di chi ha combattuto la mafia, sono memori delle lotte per i diritti dei lavoratori e più tenaci nel difendere la libertà d'espressione. Sono anche maggiormente impermeabili, fortunatamente, al regime videocratico col quale s'intende governare l'Italia. E la Costituzione, la Resistenza, l'Antimafia, lo Statuto dei Lavoratori, e le libertà costituzionali, invero, possono essere salvate dall'oblio culturale del berlusconismo solo da queste persone.

La dignità del Popolo Viola, che ha convocato a Roma il secondo “No B-day”, si connota a mio avviso di questa vividezza e autorevolezza. Vi riconosco infatti un familiare atteggiamento stoico in difesa delle istituzioni democratiche, tale che al lancio dell'iniziativa non ho potuto che rispondere “saremo con voi!”. Sono difatti convinto che al “No B-day 2” ci saranno tantissime presenze culturalmente ingombranti per questo Governo, intendo quelle di tanti liberi cittadini dotati di forte senso civico e precisa cognizione democratica.

Il 2 Ottobre confido che nasca dalla piazza, oltre allo sdegno di sedici anni di tubo catodico e berlusconismo, anni di “ciarpame senza pudore” e “squallide consorterie”, una vera battaglia delle idee. Per rilanciare così, insieme a tutte le forze della società civile, la corsa alla riconquista democratica del Paese, fondata su coraggiosi progetti riformisti (che in Italia paradossalmente significa perseguire l'attuazione della Costituzione!). E' un appello anche ai miei coetanei ad essere presenti, a siglare così un patto generazionale per guarire l'Italia dai mille mali che l'avversano, per creare un solido fronte che promuova a propri rappresentanti i migliori talenti che la società civile esprimere, per opporsi con decisione all'odioso “governo dei peggiori”.

In quella piazza ci saranno perciò, insieme agli altri, anche i desideri di emancipazione che questo governo nega alla mia generazione. Sono i desideri legittimi di avere accesso ad una istruzione pubblica di qualità, di non essere schiavi del lavoro precario, di avere pari opportunità di accedere alle professioni, agli incarichi della pubblica amministrazione e alle cariche elettive. Di essere liberi di poter contribuire al progresso del proprio paese anche da ricercatori senza dover fuggire altrove, liberi di vivere in un ambiente sano, liberi dalle mafie. Liberi di poter sognare l'acquisto di una casa e, magari, sorprendersi che nel pensare a farsi una famiglia non si viene colti da un profondo senso d'ansia e inadeguatezza, come invece oggi accade. Insomma, dare una scossa democratica al Paese e accendere l'ascensore della mobilità sociale!

Chiediamo perciò le dimissioni di Berlusconi e di questo Governo, che non si occupa ne di noi ne di altri, ma non ci basta: chiediamo anche una nuova legge elettorale che porti in Parlamento solo veri rappresentanti del popolo (e non più i servitori del principe!) per perseguire, finalmente, solo gli interessi della collettività. E si sappia, che a noi non sono mai servite le immunità dai processi penali, le “leggi bavaglio” per evitare d'essere intercettati o per limitare il diritto di cronaca della stampa, come non ci serve zittire il web. Non ci è servito resistere alla sentenze europee contro Rete 4 (che non guardiamo!), ne ottenere scudi fiscali per patrimoni all'estero che non possediamo, tanto meno è stato utile condonare abusi edilizi che non abbiamo commesso. Non ci aiuta sicuramente intralciare il lavoro della Magistratura mentre cerca di smantellare le cricche, ne ci da sfogo chiamare “comunisti” i membri della Corte Costituzionale e, peggio, non ci risulta motivo di vanto avere membri dell'Esecutivo inquisiti.

Tutto questo ci è estraneo, come è estraneo a tutti coloro che hanno perso o stanno perdendo il lavoro in questo anno terribile, estraneo ai piccoli imprenditori sotto lo scacco delle banche, ai dipendenti della pubblica amministrazione che giornalmente fronteggiano penurie di mezzi e personale, estraneo ai pensionati che campano con meno di 500 euro al mese, estraneo, decisamente, al crescente numero di persone che compongono le file davanti gli empori della Caritas. Questo Governo è estraneo a molti e familiare a pochissimi.

Per reagire, però, serve una scossa, una scintilla che riaccenda la fiducia di poter costruire un'alternativa. Essa può scaturire solo da una iniezione di democrazia diretta, e la piazza questo lo sa fare. Per questo noi ci saremo.


21 Agosto 2010

Gli italiani perdono il lavoro, Bertolaso no


Gli italiani non devono e non possono dimenticare tutto quello che è successo negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi 18 mesi, alla Protezione Civile. Bertolaso finisce sotto indagine per l'inchiesta sul G8 alla Maddalena e Berlusconi rifiuta le sue dimissioni, probabilmente per non creare un precedente pericoloso per un partito come il PdL, farcito di malfattori e amici della cricca. Poi esplode con tutto il suo splendore la mirabolante e bizzarra idea di privatizzare la Protezione Civile facendone una Spa. Progetto per il momento fallito. Intanto lo scandalo della "cricca" prende forma e si ingigantisce fino a diventare una seconda e più disgustosa Tangentopoli.
Abbiamo dovuto sopportare l'agonia di leggere i fringe-benefits del sistema Bertolaso: auto di lusso, arredamenti, ristrutturazioni immobiliari, incarichi a parenti e amici, prostitute. Mentre monta l'indignazione, Bertolaso appare in tv, su tutti i canali e a tutte le ore. Deve aver imparato certamente dall'amico Silvio come si plagia la mente degli italiani attraverso il fascismo mediatico. In tv, infatti, Bertolaso non ci va certo per raccontare la verità; non ha mai fatto riferimento, per esempio, alla condanna inflitta dalla Corte di Giustizia Europea all'Italia, in merito all'emergenza rifiuti in Campania. Invece di dimettersi entrambi, Berlusconi e Bertolaso, hanno continuato a recitare la parte degli eroi che hanno salvato la città di Napoli ed i suoi abitanti. Il secondo ha anche la faccia tosta di accettare cittadinanze onorarie e medaglie, senza alcuna vergogna, senza imbarazzo. Bertolaso non ha mai parlato dell'Istituto Spallanzani di Roma, una struttura ospedaliera strategica e ad alto rischio, un centro di riferimento per le nuove epidemie, la coltivazione di virus letali e le misure contro il bioterrorismo, che lui ha fatto ristrutturare ad Anemone e Balducci senza rispettare le norme antisismiche. All'inizio di Maggio poi, tocca il fondo organizzando una conferenza stampa che sembra un processo senza accusa in un Palazzo istituzionale: Palazzo Chigi. Grande delusione per chi si aspettava che in quell'occasione riconoscesse le proprie colpe e chiedesse scusa a quanti hanno dovuto sopportare i suoi soprusi e le sue personalistiche regole. In realtà nega tutto, da buon berlusconiano convinto.
Le indagini su Bertolaso e l'ormai famigerata cricca sono cominciate a febbraio. Sono passati più di sei mesi e, al contrario di tantissimi altri italiani, loro non hanno perso il lavoro, anzi, continuano a godere di impensabili privilegi. Dopo il lungo balletto propagandistico giocato sulla pelle degli aquilani, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha emanato una direttiva che conferma ed amplia le competenze della Protezione civile in materia di grandi eventi. Il tutto mentre i tg si occupano di santificare Francesco Cossiga e di riempire di idiozie il popolo italiano: vacanze, menù estivi, previsioni del tempo. E l'informazione? Qualche tg ha ricordato di parlare di questa direttiva? O i tg devono occuparsi esclusivamente di occultare le proteste dei ventimila cittadini aquilani (tra di loro anche sindaci di ogni colore politico) che si riversano sulla Roma-L'Aquila contro i provvedimenti del governo in materia economica? Bertolaso e Berlusconi ne hanno raccontate di frottole agli italiani: l'Aquila sede delle Olimpiadi invernali, le C.A.S.E., le crociere per i terremotati. Un senso dello humor che fa rabbrividire.
La realtà è che il capo della Protezione Civile, a partire dai primi anni duemila ha accresciuto un potere che è diventato assoluto con il tempo, e che oggi raggiunge il suo apice. Questo potere gli è stato concesso sempre da Silvio Berlusconi, ovviamente. Non si tratta di illazioni, come vorrebbe far credere il capo-cricca, ma di dati e numeri.
Tra la fine del 2001 (quando Bertolaso viene nominato capo della Protezione Civile) e la prima metà del 2009, le ordinanze varate dalla Presidenza del Consiglio sono 587. Nulla di scandaloso, se fossero davvero tutte emergenze per calamità naturali imprevedibili e senza margine di prevenzione, ma non è così. Tra queste "emergenze", infatti, figurano numerosi meeting religiosi, eventi sportivi, viaggi del Papa, pericoli legati addirittura all’imponente afflusso turistico alle isole Eolie! Come mai Bertolaso e Berlusconi sono così "appassionati" di grandi eventi, e non di prevenzione ed emergenze? La risposta è talmente semplice che non ci sarebbe bisogno nemmeno di scriverla. I grandi eventi portano guadagno, lucro. Sui grandi eventi ci sono gli occhi e le mani delle mafie (ricordate la vicenda della Vuitton Cup svoltasi a Trapani? Un giro di affari mafiosi nascosto in una ordinanza di Protezione Civile, firmata da Berlusconi su idea di Bertolaso), ci sono i traffici, gli imbrogli. L'unico interesse di Bertolaso è sempre stato quello di gestire i grandi eventi, e la nuova direttiva lo conferma. Li abbiamo trovati con le mani immerse nel barattolo della marmellata, per l'ennesima volta.
Adesso Bertolaso si trova alle isole Eolie a seguito della scossa tellurica di lunedì 16 agosto, e se la prende con il governo del quale LUI fa parte da parecchio tempo. Lo stesso governo che gli ha permesso di disfare la Protezione Civile e di ricostruirla a sua immagine e somiglianza. Lo stesso governo che gli permette di tirare calci sui denti dei volontari e dei funzionari di Protezione Civile, che cercano di portare avanti il proprio lavoro nonostante la gestione disastrosa degli ultimi nove anni. Bertolaso sostiene che il governo non spende abbastanza per mettere in sicurezza vaste zone del territorio nazionale. Come se lui avesse mai avuto intenzione di pensare alla sicurezza del Paese. Lui, capo della Protezione Civile, non ha mai fatto quello che avrebbe dovuto: studio del territorio, previsione e prevenzione dei rischi. Troppi comuni italiani sono privi di un piano di Protezione Civile, e la coscienza del capo non ha mai avuto alcun sussulto quando si è affrontato, per esempio, il problema relativo alla sicurezza degli edifici pubblici. C'è da ricordargli, di tanto in tanto, che in Italia centinaia di migliaia di studenti rischiano la vita frequentando scuole totalmente insicure.
Bertolaso, inoltre, lamenta la mancanza di rispetto delle regole (lui!!!). Dice che "I divieti vanno fatti rispettare, è inutile metterli e poi scaricarli e costruirsi alibi: o si tolgono o si fanno rispettare. E’ il nostro compito e quello di qualcun altro, e noi lo faremo". Lo faremo. Lo faremo. E fino ad ora cosa hai fatto, Guido? A parte arricchirti gravando sulle spalle degli italiani e trasformare la Protezione Civile in un organismo para-militare al servizio di un governo autoritario, si intende.

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20 Agosto 2010

PARTE DA PALERMO L’AUTUNNO CALDO DELLA SCUOLA


Dal 16 agosto i lavoratori precari della scuola di Palermo stanno protestando davanti alla sede dell’Ufficio scolastico provinciale del capoluogo siciliano. La protesta è appoggiata dall’Italia dei Valori, che sostiene la battaglia dei tanti precari del mondo della scuola che in tutta Italia perderanno il posto di lavoro a causa dei tagli della riforma Gelmini. Per questo il senatore Fabio Giambrone, capogruppo IdV in Commissione Cultura e vicepresidente del Gruppo al Senato, in mattinata si è recato in visita al Provveditorato agli studi di Palermo per manifestare solidarietà ai precari della scuola. Giambrone si è messo subito in contatto con il Sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe Pizza, chiedendo e ottenendo per giovedì prossimo un incontro a Palermo con una delegazione di precari. “A tale incontro – ha sottolineato l’esponente IdV - pretenderemo dal governo chiarezza e porteremo tutte le preoccupazioni dei precari, che sono anche le nostre”.


Tra i precari, tre insegnanti stanno attuando lo sciopero della fame. A uno di loro, Salvatore Altadonna, abbiamo chiesto le ragioni di questa forma estrema di protesta…

“Protestiamo da quattro giorni contro la legge 133 che taglia 82 mila posti in tutta Italia, tra personale Ata e insegnanti. Nessuno ancora ci ha spiegato come mai si buttano soldi pubblici senza nessun controllo e poi vengono a dirci che un padre di famiglia che ieri lavorava, oggi non lavora più. Questo nessuno è riuscito a spiegarcelo, e fino a quando questo continuerà ad accadere, nessuno potrà convincerci che siano giustificati i tagli alla scuola. Noi tre in sciopero della fame diciamo che un Governo che taglia per ottimizzare i bilanci è sicuramente coscienzioso, ma un Governo che opera dei tagli affamando le famiglie, non è altro che criminalità organizzata in cerca di nuova manovalanza. E al Sud, in Sicilia in particolare, questa cosa è amplificata. Il meridione in questo momento è una bomba ad orologeria. Visto che non abbiamo ditte, non abbiamo industrie, non abbiamo nulla, tolti i soldi pubblici qual è l’intervento che si vuole fare? Io interromperò lo sciopero della fame solo quando il ministro Tremonti o Berlusconi mi convinceranno che questa è una buona riforma per la scuola: a quel punto io torno a casa.”


Da un punto di vista, invece, della qualità dell’istruzione, cosa comporta un taglio del genere?

“E’ una cosa tragica, perché vediamo che anche nell’ultima finanziaria gli istituti paritari sono stati finanziati, mentre la scuola pubblica vede sottrarsi risorse ogni giorno. Non ci sono, per mancanza dei collaboratori scolastici, un controllo e una vigilanza idonei. Non c’è, a causa della mancanza di fondi, la sicurezza. Non ci sono, nei laboratori di chimica, di biologia, persone competenti. Per non parlare degli insegnanti di sostegno, falcidiati con grave disagio per i bambini disabili.”


Altadonna, dopo questi primi giorni di protesta, avete avuto dei segnali dal Governo?

“Abbiamo incontrato ieri il vice prefetto, che ci ha manifestato la sua preoccupazione per la situazione sociale a Palermo. Preoccupazione dovuta al fatto che noi non siamo l’unica categoria che sta protestando e rivendicando i propri diritti. Da questo punto di vista Palermo è, sostanzialmente, una bomba ad orologeria”.



Comunicato del dipartimento scuola idv a sostegno dei precari scuola di Palermo

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OCSE: Economia italiana debole


Onorevole Borghesi, l’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha diffuso i dati sulla crescita dell’economia. La Germania si conferma essere la locomotiva d’Europa con un Pil cresciuto del 3,7% su base annua. I dati però confermano la debolezza dell’economia italiana, che nello stesso periodo ha fatto registrare un progresso di appena l’1,1%, la più bassa dell’intera area. Come legge questi dati?
L’Italia, appunto, è l’ultimo dei sette Paesi più industrializzati, ed è molto al di sotto della media europea che su base tendenziale è al 2,7 per cento. Questo è il risultato della politica messa in campo dal Governo che è stata incapace di sostenere la crescita del Paese. Noi lo abbiamo denunciato tante volte, l’Italia dei Valori ha presentato una contro manovra alternativa a quella governativa, che avrebbe permesso di fare l’unica cosa che si deve fare per permettere al Paese di tornare a crescere. E cioè tagliare le tasse, in particolare ai lavoratori, perché noi abbiamo avuto un crollo perfino dei consumi di generi alimentari che, attenzione, sono i beni necessari, non quelli di lusso. Questo significa che le persone non hanno reddito sufficiente. Bisogna quindi rimettere più soldi nelle tasche delle famiglie in modo che tornino a spendere, e per farlo noi abbiamo proposto un’iniezione di otto miliardi di euro all’anno a beneficio dei lavoratori. E’ ovvio che questo avrebbe contributo a far crescere la domanda interna e, di conseguenza, la crescita complessiva del Paese.


Quello delle tasse è un punto cruciale, perché in effetti in questi due anni di Governo Berlusconi la pressione fiscale è ulteriormente cresciuta …
Si, assolutamente. Un’impennata favorita anche dal calo della ricchezza prodotta. Infatti, nella nostra contro manovra avevamo ipotizzato di tagliare le tasse alle imprese, perché a soffrire non sono tanto i grandi gruppi industriali, che bene o male hanno la capacità di reperire capitali, ma è tutto il sistema delle piccole e medie imprese. Per queste noi proponevamo di tagliare l’Irap; in modo da favorire la ripresa degli investimenti e quindi della crescita.


Una crescita così bassa dell’economia, tra l’altro, influenza direttamente le condizioni di vita dei cittadini. Vogliamo spiegare in che modo?
Una delle conseguenze più gravi della mancata crescita è la disoccupazione, con tutto quello che ne deriva a livello sociale. Se le imprese, soprattutto le piccole e medie non investono, anche a causa delle tasse eccessive, l’immediato riflesso è la mancata creazione di posti di lavoro. Oggi uno dei più grandi problemi del nostro Paese è proprio il tasso di disoccupazione, cresciuto intorno al 9 per cento, ma se si considerano le persone in cassa integrazione, il dato reale si avvicina a oltre il 10 per cento. Ecco quindi che la crescita è necessaria per ridare occupazione, soprattutto al Sud, dove la mancanza di lavoro colpisce ancora più che al Nord.

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19 Agosto 2010

NON ACCETTANO L’IDEA CHE NAPOLITANO RISPETTI LA COSTITUZIONE


I danni collaterali di un regime populistico ormai in fase di declino inevitabile si fanno sempre più pesanti. Se il capo carismatico passa qualche giorno in una sua villa in Sardegna, il capo gruppo del PDL alla Camera, il piduista Cicchitto, e il suo vice Bianconi rivolgono al capo dello Stato quello che il presidente Napolitano ha definito “minacce” e “indebite pressioni.”
L’oggetto del contendere è chiaro ormai a gran parte degli italiani.
La destra berlusconiana non accetta l’idea che il presidente della repubblica, avendo verificato che la maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni, non sia più presente, deve - così gli impone la costituzione del 1948 - verificare se si è formata un’altra maggioranza in parlamento e, qualora questa ci sia, dare l’incarico a un altro candidato presidente del Consiglio che si presenterà davanti alle Camere e chiederà la fiducia.
Soltanto se la nuova ipotetica maggioranza, non conseguirà la fiducia, il Capo dello Stato potrà sciogliere le Camere e indire le elezioni politiche anticipate.
Cicchitto e altri deputati del PDL, ma anche ministri come Maroni e Alfano, sostengono che l’indicazione del capo del partito indicata sulle schede, secondo quanto consente la legge elettorale vigente, prefigura l’indicazione dell’esponente politico che vincerà le elezioni e, una volta raggiunto l’obbiettivo, sarà scelto dal Presidente come candidato presidente del Consiglio. Ma la legge elettorale di cui parla Cicchitto contiene una precisazione che non consente equivoci perché afferma “restano ferme le prerogative del Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92 della costituzione.”
Dunque la disputa non è fondata sull’interpretazione della costituzione come affermano i berlusconiani ma soltanto su un tentativo maldestro e politicamente pretestuoso di forzare la costituzione e togliere alla massima carica della repubblica un potere esplicitamente previsto.
Di qui viene la dura nota del Quirinale, che è costretto a sfidare il capo dell’esecutivo e i suoi collaboratori quando escludono l’ipotesi di un governo formato su una maggioranza diversa da quella uscita dalle elezioni dell’aprile 2008 per compiere alcune riforme indispensabili (prima tra tutte la legge elettorale e quella sul conflitto di interessi) e poi andare alle elezioni.
Bastano tre mesi o ci vorrà di più per quelle riforme? E’ probabile ma sarà il parlamento, e non il capo dell’esecutivo, a valutare se varrà la pena oppure no. Il governo Berlusconi, negli ultimi due anni, ha puntato essenzialmente sugli interessi personali del capo, ha provocato la crescita della povertà e l’aumento del divario tra nord e sud. E’ arrivato ora il tempo di costruire un’alternativa di governo efficace, che contrasti il populismo autoritario, proprio rifacendosi ai principi costituzionali.
Non esiste altra strada, a meno che gli italiani portino tutti il cervello all’ammasso e si inchinino ancora una volta al capo carismatico di Arcore.

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18 Agosto 2010

VERDINI, LA P3 E “L’ALLEGRA” GESTIONE DEL CREDITO COOPERATIVO FIORENTINO


Denis Verdini, coordinatore del Popolo della libertà (PdL), è già rimasto coinvolto, nei mesi scorsi, nello scandalo P3, ovvero nel clan affaristico-politico che sembra aver lucrato sugli appalti per la costruzione di pale eoliche in Sardegna.
Denis Verdini è stato fino a pochi giorni fa anche presidente del Credito cooperativo fiorentino (CCF), una banca toscana.
Nei giorni scorsi è stato reso pubblico il rapporto conclusivo dell’ispezione condotta dalla Banca d’Italia presso il CCF, da febbraio a maggio, con la delibera del 20 luglio 2010 firmata dal Governatore Draghi e inviata (come di prassi) al Ministro Tremonti e al CICR (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio). Gli ispettori della Banca d’Italia hanno riscontrato “gravi violazioni normative e irregolarità amministrative” e hanno pertanto suggerito il commissariamento della CCF. Il 27 luglio il Ministro Tremonti ha dovuto pertanto disporre la sospensione di Verdini dalle cariche societarie e il commissariamento del CCF.
Il quadro che emerge dall’ispezione della Banca d’Italia è davvero preoccupante. Verdini gestiva in modo totalmente accentrato la banca e adottava politiche creditizie in frequente conflitto di interessi. Una banca cooperativa dovrebbe perseguire finalità mutualistiche (aiutare ad esempio i soci nelle loro attività lavorative) mentre nel caso della CCF parte rilevante dei fondi venivano dirottati verso pochi grandi clienti e verso iniziative riconducibili allo stesso gruppo famigliare di Verdini. La governance della banca era data da un esecutivo costituito da pochi soggetti di limitata autorevolezza e da un collegio sindacale scarsamente indipendente. Questo consentiva a Verdini di esercitare un potere quasi totale sul Credito cooperativo fiorentino. Il 60 per cento del patrimonio di vigilanza della CCF era stato prestato al gruppo costruttore Fusi-Bartolomei, secondo criteri che non tenevano conto dei principi prudenziali e per importi al di sopra dei limiti previsti dalla normativa sulla concentrazione dei rischi. Verdini risulta legato al gruppo Fusi-Bartolomei da legami d’affari personali. La CCF aveva inoltre concesso mutui a dieci soggetti, legati da relazioni di lavoro o affari con il gruppo Fusi-Bartolomei, per l’acquisto di due case a testa, senza tener conto degli standard ortodossi.
Complessivamente nel CCF le “partite anomale” (incagli, sofferenze e perdite stimate su crediti) sono cresciute nel corso del 2009 del 130 per cento e hanno raggiunto il 30 per cento dei 400 milioni impiegati.
Il CCF avrebbe non solo finanziato una ristretta cerchia di amici e affaristi legati a Verdini, ma anche organi di stampa vicini al centrodestra come, ad esempio, “il Giornale di Toscana”. Sembra inoltre che la banca in questione venisse utilizzata da Flavio Carboni per versare fondi di oscura provenienza. Cosa si cela dietro quei bonifici?
E’ molto importante quello che stiamo scoprendo grazie all’azione della Banca d’Italia e della magistratura. Emerge un sistema di potere che non ha eguali nei paesi democratici avanzati. Il PdL risulta essere guidato da personaggi dalle molteplici attività affaristiche. Una vera e propria banda organizzata sembra aver gestito e accumulato decine di milioni di euro, stringendo alleanze con faccendieri, costruttori, società che si ingrassano con gli appalti pubblici.
Il conflitto di interessi è uno degli elementi pervasivi di questo modello di relazione tra politica ed economia che va combattuto con tutta la forza possibile.
Un sistema nel quale chi fa politica continua a gestire società, banche e aziende varie, è necessariamente incline alla corruzione e alla commistione tra interessi privati e azione di governo.
E’ chiaro che di fronte a fatti come quelli che stanno venendo alla luce in queste settimane gli investitori internazionali decidono di restare alla larga da un paese corrotto come l’Italia, e ciò significa minori opportunità di lavoro e di sviluppo per il nostro paese. La concorrenza tra le imprese, del resto, è falsata se ci sono aziende che ricevono finanziamenti bancari senza rispetto per le norme di vigilanza, ma solo grazie alle relazioni privilegiate che hanno costruito con un partito o con un gruppo politico.
IDV pone la questione morale al centro della propria azione politica non solo per ragioni di civiltà, ma anche perché solo eliminando la corruzione e i conflitti di interesse si può consentire all’economia italiana di svilupparsi in maniera sana e completa.

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COSSIGA E NAPOLITANO. TALVOLTA ANCHE GLI ARBITRI SBAGLIANO A FISCHIARE


Altri diranno di più e meglio della controversa figura di Francesco Cossiga. Io l'ho conosciuto soltanto negli ultimi anni e non nego una certa qual simpatia nei confronti della sua lucida follia. A tratti era davvero geniale, nelle sue esternazioni e nei giudizi taglienti di chi gli capitava a tiro. Su di lui, però, il più giovane Capo di Stato che abbia avuto il nostro Paese, capace di dimettersi da Ministro dell'interno sul caso Moro, peserà sempre il ruolo di 'Picconatore' delle Istituzioni e la vicenda 'Gladio', la struttura paramilitare pronta al golpe e la conseguente richiesta di impeachement presentata all'epoca dal Pci.
La stessa procedura di 'imputazione' che proprio in questi giorni Giorgio Napolitano ha richiesto di attivare (contro se medesimo) da parte di coloro che credono stia andando fuori dal seminato costituzionale. Conosco meglio, of course, l'attuale Presidente della Repubblica che - in quanto arbitro e uomo - può anche commettere errori. Non mi sembra, tuttavia, che ciò sia accaduto in queste convulse giornate. Nessun dubbio, quindi, sulla correttezza con cui Napolitano affronta i problemi del suo mandato: il ruolo d’interprete e garante della Carta Costituzionale riserva a lui ogni valutazione e ogni potere in merito allo scioglimento delle Camere. E per lui è proprio fuori luogo parlare di impeachement.
Dunque, piuttosto che accapigliarsi in dispute accademiche e dottrinali, sarebbe utile analizzare la situazione di vera e propria crisi politica, prima che istituzionale, che investe il Paese. I fatti ci dicono che oggi Berlusconi non ha più una maggioranza autosufficiente alla Camera, mentre è ancora in grado di condizionare pesantemente il voto al Senato. In una simile situazione di stallo, saranno i prossimi mesi a dire quale sarà la vera tenuta del Governo. Oggi, a causa dei sondaggi non favorevoli, la sensazione è che Berlusconi abbia messo il piede sul freno, anziché sull’acceleratore, lungo la strada verso il voto anticipato.
È evidente, poi, che la maggioranza numerica del Parlamento non ha nessuna intenzione di andare alle urne, mentre se si ascoltano le voci che provengono dal Paese, da Confindustria a Luca Cordero di Montezemolo, ma anche nei bar e sotto l’ombrellone, si percepisce una crescente preoccupazione per l’ennesimo fallimento di quella che era una maggioranza fortissima, con un margine di oltre cento deputati, apparentemente in grado di riparare il Governo da qualsiasi scossone. All’opinione pubblica poco interessano le dispute di carattere politico, ma piuttosto una rapida soluzione dei problemi.
E, dunque, è meglio il voto anticipato o un governo di transizione? Una domanda alla quale Massimo Catalano, in Quelli della Notte, avrebbe risposto “meglio un buon governo che un cattivo governo”. Il buon governo di Berlusconi, evidentemente, non c’è mai stato, e oggi è in discussione la sua stessa esistenza. Di fronte a una lunga agonia dell’esecutivo è senza dubbio da preferire una sua interruzione, anche traumatica, una rapida eutanasia piuttosto che un trascinarsi lento verso una consunzione che investirebbe, con gravi conseguenze, tutto il Paese. Anche 'Kossiga', probabilmente, ragionerebbe così. Ma, oggi, al Quirinale siede un'altra figura. E la sensazione è che l'Uomo del Colle si stia dimostrando, ancora una volta, uomo di rigore e di raro scrupolo. Quel che succederà, dunque, dipenderà anche (ma non soltanto) dal Presidente della Repubblica e sarebbe ora che, sia da destra sia da sinistra, si smettesse di tirare la giacca a Napolitano e si restasse allo spirito e alla lettera della Carta Costituzionale, non alle sue interpretazioni interessate. L’Italia dei Valori, di fronte alle ventilate ipotesi di pasticci istituzionali, preferisce senza dubbio il ricorso alle urne, per dare al popolo italiano la possibilità di esprimersi democraticamente e mandare a casa Berlusconi. Questo non esclude che si possano trovare eventuali soluzioni di transizione, a patto che abbiano un mandato limitato nel tempo e obiettivi certi: la risoluzione del conflitto d’interessi (finalmente scoperto anche da una parte del centrodestra), la questione morale, ri-esplosa in maniera dirompente come ai tempi di Tangentopoli, e una riforma della legge elettorale che riconsegni lo scettro della scelta di Deputati e Senatori nelle mani dei cittadini.

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17 Agosto 2010

ALEMANNO TASSA LA LIBERTA’ DI PENSIERO


Senatore Pardi, cosa pensa della proposta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, di tassare i cortei?
Io trasecolo. Intanto c’è una sorta di falsificazione all’origine, perché non è vero che le manifestazioni non sono pagate sotto il profilo della pulizia. Lo sappiamo per esperienza: quando si organizza un evento bisogna mettere da parte una somma cospicua per ripulire le sporcizie lasciate. Ma è il principio che è fondamentale, l’idea di tassare i cortei è una posizione che ha qualcosa di incredibile ed è chiaramente anticostituzionale. Se c’è una cosa chiara, garantita dalla Costituzione, è il diritto di espressione e anche di fare cortei, purché senza violenza, da parte di qualsiasi cittadino. Qui siamo di fronte all’ennesimo tentativo del Centrodestra di limare, ridurre e fiaccare i diritti costituzionali. Il diritto di manifestare la propria opinione con manifestazioni è qualcosa di inalienabile; e non fa parte nemmeno dei diritti dei cittadini, fa parte dei diritti dell’uomo.


La proposta, tra l’altro, arriva dall’esponente di un partito, il Pdl, che dice di non voler mettere le mani nelle tasche dei cittadini…
In effetti l’idea di tassare i cortei la trovo gustosamente contraddittoria: il Centrodestra continua a mettere tasse ma ripete in continuazione il contrario. Per loro la manifestazione libera del pensiero è la cosa più preoccupante: non si fanno scrupoli di ostacolarla, tassandola. Una cosa che si commenta da se. Continuano a mettere le mani nelle tasche dei cittadini, e ora anche in quelle dei manifestanti.


Dietro questa “sparata” di Alemanno potrebbe esserci anche il tentativo di cavalcare lo scontento dei romani per le difficoltà che le manifestazioni creano, ad esempio, alla circolazione stradale?
Forse c’è anche questo tentativo tipicamente populistico, però se fossero coerenti dovrebbero piantarla anche di fare queste ridicole messe in scena, come quando Berlusconi e company si muovono e il traffico viene improvvisamente bloccato, deviato… Io mi salvo perché giro con lo scooter, ma se dovessi andare in Senato con l’automobile avrei dei seri problemi. Anche questo subiscono i romani, oltre all’apparato pomposo e inutile che segue i movimenti dei potenti: una strisciata di automobili, servizi segreti, pulmini con i vetri oscurati, una cosa che probabilmente non si vede più nemmeno in Sudamerica…


E poi, diciamolo, Alemanno dovrebbe preoccuparsi di altri e più gravi problemi che affliggono i cittadini della Capitale…
Certo, Roma ha altri problemi che le manifestazioni. Quello della pulizia, ad esempio. Basta fare un giro nei quartieri immediatamente periferici, e non solo, per rendersene conto.
I problemi di gestione dello spazio urbano sono infinitamente più complicati che non l’idea di colpire le manifestazioni. Basta considerare quei quartieri dove c’è l’edilizia provvisoria, le interruzioni per lavori in corso… e poi il disordine urbanistico, perché uno degli elementi fondamentali ai quali ci siamo ormai abituati e di cui non si parla mai è proprio il modo in cui la città è stata progettata e poi realizzata. Male.

Postato da Pancho Pardi in | Commenti (33) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

L’ITALIA ALL’ESTERO E’ LA LOMBARDIA: A PONTE DI LEGNO IL DELIRIO IMBARAZZATO DI BOSSI


"E’ la Lombardia che mantiene tutto lo Stato italiano”. E ancora: "All'estero l'Italia la ricevono non per gli italiani, non per la luminosa storia d'Italia, ma perché c'è la Lombardia, perché ci sono i lombardi. E' un grande popolo, un popolo di lavoratori, assieme a due altri grandi popoli: i veneti e i piemontesi. Grandi popoli che permettono all'Italia di essere ricevuti da altri Paesi, che altrimenti non li riceverebbero neppure. Mica la ricevono perché si chiama Italia". Questo il delirante assunto del Leader leghista, Umberto Bossi, a Ferragosto, durante il suo consueto comizio a Ponte di Legno.
Non stupisce. Il ministro Bossi si arrampica sugli specchi perché cresce il suo imbarazzo, ma in merito alla cattiva reputazione internazionale dell'Italia si rivolga al presidente del Consiglio, Berlusconi, al ministro Frattini, ai Dell'Utri, ai Caliendo, ai Brancher e agli Scajola, suoi colleghi di governo. Invece di esaltare i meriti di Lombardia, Veneto e Piemonte, che tutti noi apprezziamo, capisca che la vergogna dell'Italia non dipende dalle regioni, ma da Berlusconi con la sua cricca. Sarebbe necessario che qualcuno, magari gli elettori lombardi della Lega, ricordassero al ministro Bossi che è rimasto solo lui a difendere un governo eversivo e piduista. In attesa che il Senatur liberi, non solo i lombardi, i piemontesi e i veneti, ma tutti gli italiani, dal patto scellerato della Lega a Berlusconi, noi continueremo a sostenere la legalità costituzionale e un federalismo vero fatto di responsabilità e non di privilegi.
Noi dell'Italia dei Valori non ci lasceremo influenzare dalle esternazioni di un ministro che ha trasformato il federalismo in un pretesto a copertura di un sistema clientelare e che ha dimenticato di aver giurato fedeltà sulla costituzione repubblicana.

Postato da Leoluca Orlando in | Commenti (24) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

16 Agosto 2010

MONDADORI INDIGESTA, MA NON TROPPO, PER BERLUSCONI


Certo che la Mondadori rischia di risultare parecchio indigesta al Cavaliere. Non bastava, a suo tempo, la non ortodossa procedura di assegnazione della società che avvantaggiò la Finivest, o la sentenza contro il corrotto Mills al quale non si contrappone però la figura di un corruttore. Adesso per salvare le casse della Mondadori, affidata alle cure della figlia Marina, Berlusconi ha tirato fuori dal cilindro una norma cancella tributi.

Con un colpo di mano riuscito grazie all’appoggio della sua maggioranza ancora non incrinata dalla defezione di Fini e dei futuristi liberali, il premier è riuscito infatti a far inserire in un provvedimento che non c’entrava niente (il cosiddetto decreto incentivi) una norma ad hoc per risparmiare un bel po’ di soldini. A nulla è valso il grido di allarme e la dura lotta intrapresa dall’IdV in Parlamento per impedire questo ennesimo sconcio. Il decreto purtroppo è stato approvato e, grazie all’artificio in esso contenuto, il nostro premier può continuare a dormire sonni tranquilli.

Ma di che si tratta? Semplice: evidentemente non soddisfatto dalla sola possibilità di cancellare con un colpo di spugna il reato di falso in bilancio (altro provvedimento pro domo sua) di cui ha abbondantemente usufruito, Berlusconi ha voluto sistemare un suo vecchio (della Mondadori) contenzioso con il fisco facendo approvare un codicillo per cui chi ha avuto due sentenze a favore in un procedimento che lo vede contrapposto all’erario per tasse non pagate, può risolvere la questione con una transazione pari al 5 per cento delle somme dovute.

Esattamente il caso che vede Marina Berlusconi e la Mondadori in lotta con il ministero delle Finanze che contesta alla casa editrice controllata dalla Fininvest il mancato pagamento di 173 milioni sulle plusvalenze realizzate nel 1991 quando ci fu la fusione tra l’Amef e la Arnoldo Mondadori. La società ha vinto in due gradi di giudizio la causa contro il fisco, per cui ricorrendo (guarda caso!) tutte le fattispecie previste dalla legge, si è affrettata a definire la questione pagando solo 8,5 milioni di euro.

Insomma la famiglia Berlusconi, utilizzando una legge fatta dal Governo Berlusconi e approvata dalla maggioranza parlamentare di Berlusconi, ha risparmiato in un botto qualcosa come 164 milioni di euro (per non parlare degli interessi, ma quelli non contano…). Milioni che il fisco non incasserà più e che, tanto per pareggiare i conti, dovranno essere sborsati da tutti i contribuenti italiani (quelli onesti che pagano le tasse, ovviamente). Alla faccia della lotta all’evasione fiscale e ai “furbetti” tanto sbandierata dal ministro Tremonti.

Postato da Felice Belisario in | Commenti (14) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

15 Agosto 2010

LA MAFIA CHE GOCCIOLA DAI POLSINI DEL RE


La notizia dei 100 milioni versati da Silvio Berlusconi alla mafia, contenuta nel foglio dattiloscritto e controfirmato da Vito Ciancimino, secondo quanto scritto da Felice Cavallaro sul Corriere della Sera, sarebbe una notizia solo in un Paese con la memoria andata in prescrizione… dove un Governo ricattabile gioca a confondere i fatti con le opinioni, e a curare il cancro delle mafie con i cerotti. Quindi è una notizia.
Eppure, nell’Italia dell’informazione trasformata in vassoio per raccogliere le bave del re, l’ultima rivelazione di Massimo Ciancimino (e per la prima volta, di sua madre Epifania Scardino) è passata come una brezza di ferragosto, perfettamente inscatolata tra i “complotti” e le “invenzioni” che sono la ciclica difesa del fedele Ghedini a tutela servile del premier. Non importa nemmeno che l’anziana moglie di Don Vito dica «Si, mio marito incontrava negli anni Settanta Berlusconi a Milano… Ma alla fine si sentì tradito dal Cavaliere…». Eppure di un assegno di 25 milioni dato dal Cavaliere ai Ciancimino se ne parla ormai da sei anni, dopo un’intercettazione in cui il figlio Massimo parla della regalia berlusconiana alla sorella dichiarando di avere ricevuto quei soldi direttamente dalle mani di Pino Lipari. Sarebbe una notizia, in un Paese normale. In questo ferragosto di battibecchi e divorzi è diventata invece una voce di corridoio.
O forse non è una notizia perché la memoria non si è appassita come qualcuno vorrebbe e ci si ricorda che nel processo Dell’Utri si legge che ogni anno arrivavano milioni in regalo direttamente da Arcore. Dichiarazioni di più pentiti ma (poiché il cecchino Feltri ci insegna che solo la “carta canta”) anche ben documentati: durante le indagini negli anni novanta sulla famiglia mafiosa di San Lorenzo infatti si ritrova un appunto nel libro mastro del pizzo che dice “Can 5 5milioni reg”. O forse ci si ricorda perfettamente che i fratelli Graviano furono spediti a Milano a partire dal ’92 dove “avevano contatti importanti” e dove incontrarono più volte anche Marcellino Dell’Utri. Lo dice il pentito Gaspare Spatuzza ma (siccome vi diranno che Spatuzza non è credibile e i pentiti non possono deviare il corso della politica) lo dice anche l’ex funzionario della DC Tullio Cannella, politico per nulla pentito. E ci si ricorda che Gaetano Cinà, uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), visitava spesso gli uffici di Milano 2, e che l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano sia un condannato mafioso con il tratto per niente eroico della vile omertà.
Nonostante il premier si affanni a scrivere pizzini a Cicchitto in cui gli raccomanda in Aula di parlare di mafia (avendo già altri nel partito che si occupano a parlare “con la mafia”), nonostante anche nel centrosinistra qualcuno insista per scambiare la mafia come sceneggiatura buona per le fiction piuttosto che cancro delle istituzioni, oggi Cosa Nostra può guardare dall’alto i frutti della propria strategia di tensione e poi cooperazione con le istituzioni: tra il ’95 e il 2001 sono state approvate alcune leggi che sono fatti, mica opinioni. Sono state chiuse le carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara. Con la scusa della privacy si è imposta la distruzione dei tabulati telefonici più vecchi di cinque anni. In modo bipartisan è stata riformata la legge sui collaboratori di giustizia con il risultato di una diminuzione sensibile dei pentiti (calpestando il modello di Falcone e Borsellino). Si è pressoché smantellato il 41 bis e con la riforma del “giusto” processo si è concessa la facoltà di non rispondere, elevando l’omertà ad un (eroico) diritto di stato. Alcuni parlamentari hanno anche provato a parlare di “dissociazione” mafiosa. Il ministro Alfano ha proposto una riforma che consentirebbe alle difese di chiamare in tribunale un numero illimitato di testimoni, per ingolfare ancora meglio la palude dei processi. L’onorevole Gaetano Pecorella ha proposto il ricorso alla Convenzione Europea per la revisione dei processi (guarda caso, idea del vecchio Vito Ciancimino per annullare la sentenza del maxi processo di Palermo). Sempre ricalcando l’idea del vecchio boss Don Vito la Lega propone l’elezione dei giudici. Ad abbattere le difficoltà del riciclaggio ci ha pensato lo “scudo fiscale”.
Cosa dobbiamo aspettare perché sia un diritto (e soprattutto un dovere) raccontare e dire del rapporto adultero tra le mafie e questa Seconda Repubblica? Quando si riuscirà a gridare che il marcio di questo Stato sta uscendo dai polsini dei nostri governanti?
Mafia é mafia. Senza sinonimi, senza moderazioni.

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Ferragosto in carcere. Personale precario per internati a tempo indeterminato


Ferragosto in Carcere. Ma stavolta un carcere diverso. Anzi un non-carcere. A differenza dello scorso anno, infatti, quando aderendo all'iniziativa dei radicali ho visitato l’istituto di Sollicciano e la Casa Circondariale di Massa, ho scelto di visitare l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, una realtà unica per le sue caratteristiche. Qui ho avvertito, con sorpresa, quello stesso senso di pena e d’impotenza che provai durante la mia prima visita in un penitenziario, tanti anni fa. L'impatto visivo è persino piacevole. Una splendida villa medicea sulla collina che guarda il paese. La magnificenza dell’antica residenza di Cosimo III de’ Medici, però, si risolve, con cinico contrappasso, nell’inquietudine, nel degrado e nella peggiore aberrazione dentro le mura umide e ammuffite delle sezioni di detenzione.

Immaginavo (ma, soprattutto, speravo) una struttura fortemente caratterizzata dal punto di vista della cura e dell’assistenza agli internati, capace anche di offrire sollievo e, in alcuni casi, percorsi di reinserimento e riabilitazione sociale. Purtroppo, ho trovato un ambiente imperniato sulle rigidità burocratiche e amministrative tipiche di ogni penitenziario, senza però la doverosa assistenza sanitaria che ci si aspetterebbe di trovare in quello che, comunque, dovrebbe essere un “ospedale”. Negli ultimi due anni, il passaggio della struttura dalla medicina penitenziaria al Servizio sanitario nazionale invece di garantire percorsi di cura maggiormente integrati nel territorio, sembra aver interrotto (definitivamente?) la maggior parte degli interventi di riabilitazione.

Non voglio entrare nel merito delle condizioni igieniche e sanitarie dell’edificio (vi sono celle di trentacinque metri quadri con otto posti letto, doppie fatiscenti con il bagno attaccato alle brande) perché situazioni di sovraffollamento le ho verificate anche in altre strutture carcerarie. L’aggravante di queste precarie condizioni sta nel fatto che gli internati costretti a vivere dentro un’unica cella non sono persone “normali”. Si tratta di individualità “speciali”, ciascuno con un particolare disagio psichico, che manifestano patologie che meriterebbero di essere affrontate singolarmente. L’assistenza sanitaria, ridotta al minimo, rischia così di diventare soltanto strumento di ordine e controllo e non di cura e guarigione, nonostante gli sforzi degli operatori. 173 'ricoverati', 83 agenti di polizia penitenziaria, 4 educatori, 1 psicologo, 2 psichiatri, 1 educatrice e 1 infermiera in turno. Ad aumentare il paradosso e aggravare queste difficili condizioni è il fatto che il personale sanitario (psichiatri, psicologi e infermieri, tutti qualificati) lavora con contratti part time e a tempo determinato; alcuni da ventiquattro anni, alcuni da quindici, altri “soltanto” da dieci. Condizioni di lavoro precarie che rendono ancor più difficile avviare percorsi di cura e recupero efficaci. Pensare a un intervento legislativo diventa pertanto difficoltoso per una realtà complessa come l’Opg, dove ai problemi cronici degli internati si aggiungono quelli di chi vi presta, a diverso titolo, servizio, e dove le competenze sono divise tra Stato e Regione. Una priorità evidente è quella di garantire al personale sanitario almeno la regolarizzazione dei contratti. Sarà nostra premura, come Gruppo Italia dei Valori in Consiglio Regionale, sottoporre a Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana, la questione affinché, per quanto di competenza, possano essere difesi i diritti del personale e, di conseguenza, possa essere garantito un servizio più efficace, e meno spersonalizzato, per gli internati.

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14 Agosto 2010

I LAVORATORI TIRRENIA SCHIAVI SULLE “GALERE” COME IN “BEN-HUR” MENTRE IL MINISTRO NON RISPONDE


Il fallimento della Tirrenia é paradigmatico del fallimento di tutta la politica industriale del nostro governo.
Dopo aver distrutto i diritti del lavoro sanciti costituzionalmente, avallando le scelte antisindacali di Pomigliano, l'esecutivo persiste nel suo atteggiamento gravissimo rifiutando ogni confronto serio con il sindacato dei marittimi. Per questo l'Italia dei Valori ha sostenuto con forza le legittime rivendicazioni e mobilitazioni dei lavoratori Tirrenia, in difesa del diritto più bistrattato da questo governo: il diritto al lavoro. Mentre da una parte i lavoratori mettono in atto iniziative dimostrative nel rispetto della legge e del proprio contratto, nonché dell'utenza, dall'altra i comportamenti del Governo e del commissario, sono in palese violazione della stessa legge che regolamenta gli scioperi. Non sono state rispettate, infatti, le procedure di confronto e non è stato convocato il tavolo di crisi
Nel disinteresse delle istituzioni si è così lasciato morire un'azienda, che ha procurato profitto solo ai dirigenti, inamovibili da decenni, e ha ridotto sul lastrico la salute finanziaria della società e il futuro dei lavoratori. Con una privatizzazione fallimentare, attuata attraverso la parcellizzazione delle varie compagnie regionali, l'effetto sarà una tragedia sul piano sociale, la cessazione della continuità territoriale verso le rotte meno redditizie e l'aumento esponenziale delle tariffe. L'Italia si scoprirà ancora una volta più divisa, più povera, più antisolidale. Il governo non sembra avere interesse, o forse non ha la capacità, di gestire in maniera controllata ed efficiente, la transizione verso una privatizzazione equa e rispettosa dei diritti degli utenti e dei lavoratori. Dopo Alitalia, questo della Tirrenia è l'ennesimo cannibalismo dell’esecutivo Berlusconi, pronto a dare in pasto agli amici imprenditori le imprese nazionali anche quando ciò avviene a discapito dei lavoratori.
Come segretario per il Lazio dell'Italia dei Valori ho aderito pertanto alla manifestazione indetta dai lavoratori Tirrenia nel porto di Civitavecchia. In 200, da vari equipaggi, sono scesi dalle navi ed hanno urlato la rabbia di venire abbandonati e "spezzettati" insieme alla società, mentre un'Italia, impoverita e disinformata, prendeva i traghetti diretta verso le proprie ferie.
Sulla banchina ho chiamato il Ministro Matteoli ma, purtroppo senza sorpresa, non ha risposto alla chiamata. D'altra parte il silenzio e l'inadempienza del governo hanno caratterizzato tutta la vicenda Tirrenia.
Siamo con il lavoratori ed è ora che il governo, invece di pensare a soluzioni "balneari" per garantire la propria sopravvivenza, pensi a soluzioni "marittime" per garantire quella di diecimila famiglie. Palazzo Chigi è avvertito: se entro il 30 agosto il governo non sbloccherà la questione, con un piano industriale serio di rilancio, ogni porto d'Italia sarà bloccato dai dipendenti Tirrenia. I quali, sin da oggi, hanno iniziato uno sciopero bianco: garantiranno il servizio agli utenti della navi ma allo stesso tempo informeranno, tramite volantini e altri mezzi di comunicazione, tutti i passeggeri delle ruberie dei dirigenti, che hanno portato un'azienda florida al collasso finanziario e che hanno sfruttato i lavoratori tenendoli con contratti precari da 20 anni. L'Italia non può tornare ai tempi delle “galere”, come in “Ben-Hur” con gli operatori del mare ridotti a schiavi.
L'Italia dei Valori é e sarà a fianco di chi ancora crede che si debba, che si possa, essere liberi dal lavoro, liberi con il lavoro.

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CASO SAKINEH, IN IRAN GRAVISSIMA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI


Quella di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata per adulterio alla lapidazione, costituisce una drammatica vicenda che racchiude un concentrato di violenza, tortura, pena di morte e discriminazione verso le donne. E' un caso gravissimo di violazione dei diritti umani, denunciato in ogni sede internazionale competente, e che costituisce, altresì, un insulto alla stessa storia persiana e alla cultura islamica.
La storia di Sakineh Mohammadi Ashtiani, iraniana di 43 anni, è quella comune a centinaia di altre donne non solo in Iran. Storie di diritti negati, di prevaricazione, di violenze inaudite perpetrate in nome di dettami religiosi strumentalmente travisati.
Sakineh è comparsa in tv lo scorso 11 agosto e ha confessato di aver tradito il marito e di essere stata complice nel suo omicidio, reati per i quali è stata condannata alla pena di morte con la lapidazione, e da quattro anni è rinchiusa nel carcere di Tabriz, in attesa dell'esecuzione. Secondo il suo avvocato però, la donna è stata costretta a confessare dopo due giorni di torture, nel disperato tentativo di salvarsi. Il caso è da tempo al centro di un’ondata di proteste internazionali, appelli sono giunti anche dal Segretario di Stato americano, Illary Clinton e dal presidente del Venezuela Hugo Chavez - che le ha offerto asilo politico -, ma finora non hanno sortito nessun effetto. Uno degli avvocati della donna, Hutan Kian, ha raccontato al “Guardian online” che Sakineh “è stata picchiata e torturata fino a quando non ha accettato di farsi riprendere dalla tv. I suoi due figli, Sajad, 22 anni e la sorella Saideh, 17, sono rimasti traumatizzati guardando il programma'', ha detto l'avvocato citato dal quotidiano britannico.
Secondo molti osservatori, la prova del fatto che si è trattato di una confessione imposta sta nel fatto che la donna ha attaccato, con voce incerta e tremante, i media occidentali per la loro interferenza nella sua vita privata.

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13 Agosto 2010

VOLA L’INFLAZIONE: SERVIZI ESSENZIALI ALLE STELLE, MA IL GOVERNO E’ DISTRATTO


Un’altra batosta si abbatte sugli italiani più o meno in vacanza (vista l’aria che tira). L’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica, ha reso noti i dati sull’inflazione a Luglio e le notizie non sono buone: il costo della vita, lo scorso mese, é salito all'1,7% su base annua, dall’1,3% di giugno. Si tratta del rialzo più significativo dal dicembre del 2008, quando la crisi era appena una brezza e non quell’uragano che di lì a poco avrebbe devastato le economie occidentali.
La ripresa dell'inflazione, con buona pace dei vacanzieri in coda su strade e autostrade, risulta trascinata dai prezzi dei beni energetici: la benzina verde è salita dell'8,9% annuo mentre il gasolio per auto ha fatto segnare un rialzo tendenziale del 13,2% (+13,3% a giugno). E’ ora che il Governo si decida ad intervenire su accise e imposte, che pesano per circa il 70% sul prezzo dei carburanti alla pompa e che vengono interamente scaricate sugli automobilisti.
Si infiammano inoltre i prezzi dei trasporti. Di contro continua la gelata sugli alimentari, segno che la crisi, lungi dall’essere passata, sta mostrando tutta la sua virulenza, inducendo le persone a risparmiare anche sul cibo. Ergo, le tavole degli italiani sono sempre più povere.


Ma le cattive notizie per i consumatori non finiscono qui. Oltre all’inflazione galoppante, infatti, arrivano anche i rincari record di servizi essenziali per le famiglie. Questa volta i dati arrivano dallo stesso Ministero dell’Economia che è stato costretto ad ammettere come, in un 2009 martoriato dalla crisi, il prezzo dell'acqua (di cui l’esecutivo vorrebbe privatizzare la gestione, con conseguenze facilmente immaginabili) sia cresciuto del 6% e quello dei rifiuti del 4,5%. La rilevazione del Ministero svela anche aumenti da primato per le tariffe dei biglietti di treni e traghetti. Il trend è tanto più preoccupante, se si considera che i rincari hanno interessato i prezzi sottoposti a regolamentazione che, per stessa ammissione del dicastero di via XX Settembre, ''hanno registrato fin dall'inizio dell'anno una ripresa della dinamica di crescita con tassi saliti da poco meno del 2% al 3,5% circa di fine 2009''. Il rincaro delle tariffe ha riguardato sia le ''controllate a livello nazionale sia le regolate localmente''. Fra tutti, guarda caso, spiccano gli aumenti che vanno a colpire direttamente le tasche dei cittadini in ferie. Costa di più prendere i traghetti (+7,3%), i treni (+4,6%) e l’ingresso ai musei (+4,4%). Il Governo (se c’è, visto i tempi) batta un colpo!

Postato da Elio Lannutti in | Commenti (11) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

FIAT, AIUTI SOLO SE GARANTISCE I POSTI DI LAVORO


Caso Fiat, intervista a Maurizio Zipponi, responsabile nazionale del dipartimento Lavoro dell’Italia dei Valori


Maurizio Zipponi, la Fiat ha annunciato ricorso contro il reintegro dei tre operai di Melfi, licenziati dall’azienda con l’accusa di aver bloccato volontariamente, durante uno sciopero, le linee di montaggio. Si aspettava la mossa del Lingotto, e come la giudica?
Quella della Fiat è una mossa naturale, nel senso che sempre quando un’azienda perde per antisindacalità, soprattutto sui licenziamenti, ricorre in tribunale. Ma a parte la mossa, data da una linea di difesa legale, quel che mi aspetterei è che, anzitutto, anche la Fiat si rendesse conto di essere in un Paese democratico in cui esiste un potere, la Magistratura, che è autonomo dagli altri poteri e dai potenti, e che per l’Italia dei Valori è un punto di riferimento importantissimo, oltre ad essere una garanzia per le persone che non hanno i mezzi per farsi valere attraverso i soldi o la gestione del potere della “casta”. L’autonomia della Magistratura è un punto per noi fondamentale. Quindi io mi aspetterei che la Fiat, rendendosi conto che non può fare quello che vuole – alla faccia delle leggi e dei contratti – decidesse di convocare la trattativa anche con il più grande sindacato italiano dei metalmeccanici che è la Fiom e mettesse da parte la repressione e lo scambio ‘diritti in cambio del posto di lavoro’ e discutesse finalmente del destino degli stabilimenti italiani e dell’occupazione.


Come motiva la politica perseguita negli ultimi tempi dalla Fiat, anche in relazione all’accordo di Pomigliano d’Arco e alla ventilata minaccia di Marchionne di uscire da Confindustria?
Tutto nasce da un problema: la Fiat nei prossimi mesi deve rispettare l’accordo col Governo americano sulla Chrysler, e cioè aumentare la propria quota di partecipazione e restituire il danaro che il Governo Usa ha prestato al costruttore di Detroit - di cui l’azienda torinese è il maggiore azionista privato – nei tempi definiti. La questione è che Chrysler questi soldi non li ha e non li ha nemmeno Fiat. Quindi il Lingotto deve ricercare risorse sul mercato finanziario. La via più breve è alzare il prezzo nei confronti del nostro governo, e cioè dire che in cambio del mantenimento degli stabilimenti in Italia, è necessario che l’azienda riceva, in modo diretto o indiretto, risorse pubbliche o, comunque, che il sistema finanziario italiano sostenga sia il debito attuale della Fiat sia le nuove risorse di cui ha bisogno per la Chrysler.
Io ho come l’impressione che tutte le vicende, da Pomigliano d’Arco ai licenziamenti di Melfi, in verità servano a coprire il vero problema, e cioè il debito della Fiat, le garanzie finanziarie per Chrysler e la divisione - per la prima volta nella sua storia - del gruppo, in quanto verranno scorporate le attività della Iveco (camion) e della New Holland (macchine movimento terra), per cercare risorse finanziare sul mercato. Ecco allora che quando i lavoratori dicono No a scambiare i diritti fondamentali con il lavoro perché sarebbe come tornare al Medioevo, questo viene utilizzato dall’azienda come capro espiatorio per alzare il prezzo di contrattazione per gli azionisti di Fiat, sia col governo italiano sia con il sistema finanziario.


Parliamo di occupazione, il Lingotto già oggi ha diverse linee di produzione all’estero e altre potrebbero essere trasferite in paesi con condizioni più favorevoli per l’azienda. A suo giudizio la multinazionale torinese manterrà gli attuali livelli occupazionali in Italia, o dobbiamo temere un ridimensionamento, come denuncia da tempo la Fiom?
La Fiat ha già deciso strategicamente le proprie linee per il futuro. La prima è quella di spostare l’asse decisionale verso gli Stati Uniti e il mercato dell’America Latina, in particolare il Brasile. Per quanto riguarda l’Europa, di trasferire le attività produttive nell’Est, Polonia e Slovenia soprattutto, e lasciare nel sud alcuni stabilimenti fin quando questi verranno sostenuti dal denaro pubblico italiano. Tanto è vero che ha già comunicato che chiuderà quello di Termini Imerese, in Sicilia, il che significa perdere – tra diretti e indiretti – circa 2mila posti di lavoro. Poi a Pomigliano, probabilmente porterà la Panda, ma sempre contrattando con il Governo italiano fondi, soldi pubblici e quant’altro. Che fare allora? Se avessimo un governo serio, dovrebbe dire a Marchionne: “Noi abbiamo in Italia 5 stabilimenti di produzione, questi devono avere un futuro, un prodotto, un modello, degli obiettivi di volumi da produrre. Se mantieni i livelli occupazionali discutiamo di cosa significa aiutare la Fiat”. Diversamente il rischio rispetto al passato è quello di dare aiuti pubblici al Lingotto semplicemente perché delocalizzi nell’Est Europa o, peggio ancora, trasferisca risorse finanziarie verso gli Stati Uniti, lasciando l’Italia solo come un mercato a cui attingere, volta per volta, sulla base degli aiuti di stato.

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12 Agosto 2010

BISOGNA FARE DI TUTTO PER MANDARE A CASA IL CAVALIERE


Si anima il dibattito sulla situazione politica nel Paese per la crisi in seno alla maggioranza di governo. Due le ipotesi in caso di dimissioni di Berlusconi: un governo di transizione o il ricorso immediato alle urne. Ma con quali alleanze?

Di seguito pubblichiamo l’intervista che Massimo Donati, capogruppo Idv alla Camera dei Deputati ha rilasciato al quotidiano La Repubblica

Massimo Donadi, da capogruppo dell´Idv alla Camera come accoglie l´apertura di Bersani a tutte le forze dell´opposizione in caso di elezioni?
Con molto piacere e soddisfazione

Siete pronti a stringere larghe alleanze per affrontare le urne?
Sì, siamo pronti ad allearci per creare un governo di transizione che cambi la legge elettorale o per andare alle elezioni. E per questo è bene iniziare subito con idee, programmi e visioni da contrapporre al nulla del centrodestra”.

Partiamo dallo scenario del voto anticipato. Oltre al Pd con chi accettereste di allearvi?
Prima si tratta di costruire quello che non esiste, ovvero una coalizione di centrosinistra che non smussi al ribasso gli angoli come avvenne nell´Unione di Prodi. Poi se ci saranno le condizioni per cui possiamo giocarci la partita, bene. Se invece all´ultimo ci dovessimo rendere conto che per chiudere con il conflitto di interessi permanente di Berlusconi serve l´alleanza con il diavolo la faremo.

Chi è il diavolo?
L´Udc e i finiani. Ma non sarebbe una nuova coalizione di centrosinistra, bensì un fronte di liberazione nazionale per salvare la democrazia e ridare vigore alla Costituzione. Un´alleanza per una sola legislatura con quelli che in teoria sono nostri avversari. Dopodiché ognuno tornerà a fare il proprio mestiere, noi il centrosinistra e loro il centrodestra, speriamo più democratico e moderno di questo.

Torniamo al centrosinistra. Nella coalizione vedrebbe anche la sinistra radicale?
Con quella di Vendola che si assume la responsabilità di governo ci dobbiamo certamente consultare. Non si può fare altrettanto con la sinistra che si rivede nel comunismo con una scelta ideologica.

Vendola può essere un candidato premier?
E' sicuramente una delle personalità di primissimo livello della sinistra come lo sono Bersani, Chiamparino e Di Pietro. Però dobbiamo trovare tutti insieme un candidato che motivi gli elettori di centrosinistra e sia capace di parlare a quelli moderati e ho qualche dubbio che Vendola abbia queste caratteristiche, pur potendo avere un ruolo di primissimo piano.

E allora chi scegliere. E come?
Le primarie restano il faro, salvo avere l´intelligenza di trovare una personalità esterna alla politica che metta d´accordo tutti. Un nuovo Prodi.

E il governo di transizione prima delle elezioni?
Andrebbe bene per fare una nuova legge elettorale visto che quella attuale è una ferita alla democrazia. Un esecutivo di larga maggioranza con pochi ministri che durerebbe tre o quattro mesi. Poi le urne.

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UNIONI CIVILI, SE NE PARLA, MA IL PARLAMENTO PENSA AD ALTRO


Il vicepresidente di FLI (il neonato gruppo parlamentare legato a Fini), Benedetto della Vedova, ha proposto di riaprire alla Camera il dibattito sui temi etici, in particolare sulle coppie omosessuali e conviventi, sulla legge 40 e sul testamento biologico per “disarmare” lo scontro laici-cattolici e dare risposte positive alla forte domanda di diritti che proviene dalla nostra società. Le risposte non si sono fatte attendere: levata di scudi dal Pdl, Udc e Binetti varie che minacciano di stracciare subito le presunte alleanza dell’altrettanto presunto “terzo polo”, sparo ad alzo zero del quotidiano dei vescovi Avvenire e silenzio del Pd (ma a questo ci siamo abituati).

La notizia in sè non ha avuto grande rilievo di stampa, ma ce ne occupiamo perché sono temi che ci appassionano e sui quali il congresso Idv ha detto parole chiare unanimemente condivise. I diritti delle coppie conviventi, per esempio, e delle coppie omosessuali in particolare hanno trovato soluzione giuridica in moltissimi paesi occidentali. Solo per citare le ultime notizie ricordiamo la sentenza di un giudice californiano che ha dichiarato illegittimo il risultato del referendum che aveva cancellato la legge sui matrimoni fra gay voluta dal Parlamento locale, in Messico la Corte Suprema ha dato il via libera ad una legge analoga, in Argentina nonostante l’opposizione della chiesa locale (peraltro compromessa nel rapporto con la dittatura) il Parlamento ha varato una legge che riconosce i diritti delle coppie omosessuali come nella Spagna di Zapatero. In Europa le leggi che riconoscono i diritti delle coppie omosessuali sono in vigore dappertutto tranne che in Italia e in Grecia. Laddove sono state approvate hanno avuto un grande successo e si sono consolidate nella cultura e nel costume. In Francia, ad esempio, il Pacs (Patti Civile di Solidarietà) ha superato un anno fa il numero dei matrimoni tradizionali, segno che il “pluralismo” degli istituti giuridici in campo familiare non è più soltanto una richiesta del movimento lgbt, ma un bisogno della società nel suo complesso.

D’altra parte si stanno moltiplicando gli episodi di vere e proprie discriminazioni legati alla mancanza in Italia di una legge che riconosca la pari dignità di ogni nucleo familiare: si va dal rifiuto di consentire al convivente la visita al proprio partner in ospedale alla cacciata dall’abitazione del partner del convivente deceduto.

La destra quando dice no ad una nuova legge in materia di diritto di famiglia straparla di presunte minacce alla famiglia tradizionale e alla sua stabilità. Si arriva persino a dire, come ha fatto il sub ministro Giovanardi, che occorre privilegiare la famiglia tradizionale rispetto agli altri nuclei familiari, come se tra i conviventi, etero od omosessuali che siano, non ci fossero esseri umani in tutto e per tutto uguali agli altri e con gli stessi diritti. La verità è che laddove le leggi di tutela sono state approvate si è assistito alla felice convivenza tra le varie forme di famiglia con grandi benefici per la società e per le persone coinvolte. Ed è per questo che è giunto il momento di modernizzare anche il nostro paese riconoscendo quei diritti che sono ormai dati per scontati in tutti i paesi civili.

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11 Agosto 2010

MAFIA: DA BERLUSCONI SOLDI A PROVENZANO? I MAGISTRATI ACCERTINO LA VERITà


Ancora una volta siamo in attesa che si faccia verità sui rapporti perversi fra politica e mafia. In particolare, attendiamo che i magistrati accertino la gravissima circostanza dei presunti rapporti tra Silvio Berlusconi e il capo dei capi della mafia, Bernardo Provenzano, al quale, secondo fonti giornalistiche, in occasione delle elezioni politiche del 2001, avrebbe dato cento milioni di lire, come risulterebbe dal contenuto del pizzino denunciato davanti ai giudici di Palermo. Sarebbero gravissimi, se accertati dalla magistratura competente, questi collegamenti finanziari, personali ed elettorali.

L’Italia non dimentica che nel 2001, in Sicilia, la coalizione berlusconiana con Forza Italia totalizzò, nell’arco di un mese, 61 seggi su 61 alla camera e al Senato e ottenne, nel mese successivo, l’elezione a presidente della Regione siciliana di Salvatore Cuffaro, già condannato in secondo grado per reati di mafia. Berlusconi cercherà di farsi fare un’altra legge vergogna, non ci aspettiamo che si difenda nei processi. Chiediamo, invece, con forza che il ministro Maroni batta un colpo dando un segnale di sostegno e garantendo la sicurezza di magistrati, minacciati anche recentemente, testimoni e collaboratori di giustizia che da tempo ormai cercano di dare un contributo per evitare che la mafia abbia il volto dello Stato e lo stato quello della mafia. Il silenzio di Maroni è inquietante.

Postato da Leoluca Orlando in | Commenti (70) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Immigrazione: LA VERGOGNOSA POLITICA DEL GOVERNO TRA OMISSIONI E DIRITTI NEGATI


Mentre gli italiani in vacanza affollano le spiagge del Belpaese, sulle nostre coste tornano gli sbarchi di immigrati. A dispetto della propaganda governativa solo nell’ultimo mese, in Sicilia, sarebbero arrivati almeno 350 migranti, senza contare quelli che giungono via terra. E si riaccende il dibattito sulla politica dei respingimenti e le violazioni dei diritti umani. Sulla questione vi proponiamo l’intervista a Fabio Evangelisti, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera, componente della III Commissione (Affari Esteri e Comunitari) e dell’Osservatorio della Camera dei Deputati sui fenomeni di xenofobia e razzismo.

Onorevole Evangelisti, il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il governo affermano di aver ridotto a zero gli sbarchi in Sicilia e di aver praticamente risolto il problema dell’immigrazione clandestina. La Caritas invece afferma che gli sbarchi sono ripresi su altre rotte. Chi ha ragione?
Hanno ragione entrambi, ma quella del Ministro Maroni è una ragione di cui vergognarsi. La riduzione degli sbarchi in Sicilia in effetti c'è stata, ma è costata all'Italia un'oscena trattativa con il dittatore Gheddafi, costata qualcosa come 5 (cinque) miliardi di euro (euro, non lire) - da pagarsi in vent'anni con strade ed altre opere pubbliche, oltre a motovedette per il pattugliamento in mare, aerei da ricognizione (soltanto?) ed altri armamenti - non potendo conteggiare il dolore e la negazione di ogni diritto umano ai tanti profughi ora detenuti nei terribili campi nel deserto. Cito da il Fatto Quotidiano del 6 Luglio: “Ci torturano a tutte le ore, ci insultano e ci picchiano. Stiamo morendo nel deserto”. E’ il racconto drammatico dei 245 rifugiati eritrei dal centro di detenzione di Braq, vicino a Sebah, nel sud della Libia. Storie nerissime di torture (e violenze) ripetute anche su donne e bambini. La vicenda è emersa grazie all’intervento del Consiglio italiano rifugiati (Cir) e di Amnesty International che (invano) hanno chiesto al nostro Governo di intervenire, ma i nostri ministri son più sensibili alla propaganda che alla pietà umana.

Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, boccia la politica dei respingimenti, definendola inutile e dannosa perché si concentra solo sugli sbarchi, mentre non contrasta affatto gli irregolari che entrano nel nostro Paese come regolari…
E qui c'è la seconda vergogna del Ministro Maroni che vanta i 'successi' nel canale di Sicilia ma tace sulla vera entità e sulle modalità degli ingressi irregolari nel nostro Paese. Il 90% dei clandestini, infatti, entra nel nostro paese via terra o in aereo, con un permesso provvisorio o un visto turistico, e poi si ferma sul territorio nazionale. Ma vuoi mettere l'effetto che fa l'immagine di un barcone stracolmo rispetto al flusso continuo e silenzioso ai nostri confini di terra!? E' come per gli incidenti. Cade un aereo, muoiono 200 persone e (giustamente) l'Italia intera s'interroga e s'addolora. Poi le statistiche ci dicono che ogni anno, in Italia, si verificano incidenti stradali che provocano la morte di circa 5.000 (cinquemila) persone e il ferimento di altre 300.000, ma in pochi se ne curano...

Poi c’è la questione della violazione dei diritti umani, in relazione soprattutto alle richieste d’asilo che con i respingimenti sono calate drasticamente…
Qui, davvero, la Caritas dovrebbe essere più netta nei confronti del Viminale perché c'è davvero poca carità cristiana nella cultura e nella pratica dei respingimenti e del governo dei flussi migratori. I respingimenti in mare (non quelli alla frontiera di Gorizia o di Ventimiglia) mettono in pericolo la vita delle persone. Spesso, poi, rappresentano anche una violazione dei diritti umani e di asilo, perché al Ministero tutti sanno che una percentuale altissima di quelli ai quali viene impedito di mettere piede in Italia sono uomini (e donne e bambini) che verrebbero certamente riconosciuti meritevoli di diritto di asilo politico. Non è un visione buonista ma una tutela garantita per legge. Ripeto: impedirne l’arrivo in Italia significa spesso ledere e negare i diritti fondamentali di persone meritevoli di protezione, in fuga da guerre e persecuzioni.

Stando così le cose, come prevede si evolverà la situazione, e come si dovrebbe intervenire sul fenomeno?
I flussi migratori rappresentano, al tempo stesso, un problema ed una opportunità. Il problema è rappresentato dall'aumento di una criminalità diffusa e dall'incontro fra questa e le nostre grandi organizzazioni criminali che spesso son dietro il traffico degli esseri umani (si pensi alla droga e alla prostituzione). Una opportunità per la nostra economia (le nostre pensioni, i lavori che noi non facciamo più, l'assistenza e la cura ai nostri anziani). Il rischio è che si continui a confondere sicurezza con ostilità allo straniero. Per questo anche l’Italia dei Valori deve avere una posizione netta: tutti devono rispettare la legge, indipendentemente dal colore della pelle o dalla lingua parlata. In chiave politica, per il futuro immediato, è necessario creare un fronte per la difesa della legalità e per spazzare via il luogo comune che la sicurezza è messa a repentaglio dagli stranieri, mentre ce l’abbiamo in casa, anche tra chi siede sui banchi del governo. L'immigrazione non è e non sarà un fenomeno passeggero, ma caratterizzerà sempre più l'economia globalizzata. Va dunque affrontata in chiave positiva, anche in termini di cooperazione con i paesi in via di sviluppo, poi come integrazione, apertura, rispetto dei diritti e, senza dubbio, difesa della legalità. Senza mai dimenticare, insisto, che l’illegalità non ha né colore né razza.

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10 Agosto 2010

LE DONNE E IL RISPETTO


Dolore e rabbia: sono i sentimenti che, da donna, provo ogni qualvolta la radio, la tv e i giornali raccontano storie drammatiche, veri e propri martiri, subiti da donne che vivono in un Paese dove, troppo spesso, manca la cultura del rispetto. Donne violentate, come a Roma e Capri, uccise a calci e pugni per strada, come accaduto a Milano, ammazzate a coltellate dal marito che non accetta di separarsi, come avvenuto a Genova. Donne – ancora - perseguitate, terrorizzate, minacciate da uomini mai cresciuti, immaturi, o semplicemente violenti. Tutto questo, secondo quanto scritto nel rapporto Eurispes 2010, accade in un paese immobile, privo di idee e progetti, nel quale sembra che anche i soggetti che si propongono per guidare l'Italia futura siano in realtà più interessati a una transizione senza fine. Insomma, gli fa più comodo che le cose vadano così. Dicevo dolore e rabbia perché spesso questi episodi si verificano nella porta accanto alla nostra: nell’indifferenza generale.

Ogni cinque donne violentate nel 2009, quattro sono state molestate dal loro compagno o ex compagno. Mentre solo una su 100 è stata aggredita da uno sconosciuto. Ancora una volta il luogo comune secondo cui i maggiori pericoli per le donne si trovino in strada viene a cadere. E il numero di violenze subite in famiglia non diminuisce rispetto agli anni passati, anzi riesce ad emergere di più. Basti pensare che la legge sullo stalking, alla cui realizzazione l’Italia dei Valori ha dato un contributo decisivo (anche con la presentazione di una proposta, nel 2008, di cui ero la prima firmataria), ha permesso l’aumento delle denunce del 4%, dal 46% al 50%. Ma è ancora troppo poco. Gli ultimi episodi evidenziano che buona parte delle violenze e degli omicidi di donne è conseguenza di separazioni. Ogni 10 giorni in Italia un marito/compagno in via di separazione progetta il cosiddetto 'suicidio allargato'. E il governo? Il Ministro delle Pari Opportunità? Al di là degli annunci e delle mistificazioni si è fatto e si sta facendo poco o nulla. Anzi, nell’ultima finanziaria sono state tagliate ulteriormente le risorse. Sia alle forze dell’ordine, che hanno ora meno mezzi e uomini per contrastare la criminalità sul territorio, sia alla scuola, che invece avrebbe bisogno di finanziamenti per promuovere programmi di educazione – anche sessuale – già nelle prime classi, sia alle associazioni di volontariato che assistono le ragazze schiavizzate e avviate alla prostituzione.

Invece in Italia adolescenti e ragazzi hanno come esempio più alto un presidente del Consiglio malato di machismo, che fa il “papi” con ragazzine che potrebbero essere sue nipoti, si vanta baldanzoso delle sue doti amatoriali, consiglia a ragazze con un lavoro precario - ma avvenenti - di sposare un miliardario. Manca, insomma, la cultura del rispetto. Dolore e rabbia e la voglia di combattere per cambiare.



E a proposito di cultura del rispetto, ne esportiamo poca anche all'estero. Mi sembra giusto ricordare la lettera con cui Elvira Dones rispose qualche mese fa all'ennesima violenza verbale di Silvio Berlusconi sulle donne. Leggi lettera

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TRENI, IL GOVERNO TAGLIA I FONDI: SICUREZZA SEMPRE PIU’ A RISCHIO


Il morto e i 58 feriti del deragliamento del treno della Circumvesuviana avvenuto venerdì nella zona di Gianturco, alla periferia orientale di Napoli allungano la lista delle vittime involontarie della politica scellerata di questo governo in tema di infrastrutture.

Vale la pena ricordare solo alcuni degli incidenti avvenuti negli ultimi mesi: a maggio, in Puglia, 35 persone rimangono ferite nello scontro tra un treno e un'autocisterna al passaggio a livello di Bitonto-Santo Spirito. In aprile sono 70 i feriti nel tamponamento di due convogli alle porte di Roma, mentre a Merano perdono la vita 9 persone: il treno sul quale viaggiavano viene travolto da una frana causata dalla rottura di un impianto di irrigazione; la sciagura provoca anche 28 feriti. Sempre in aprile in Liguria il deragliamento di un carrello per la manutenzione della massicciata ferroviaria provoca il ferimento di 5 operai nei pressi della stazione di Recco. Tredici mesi fa l’incidente più grave, a Viareggio: è il 29 giugno 2009 quando il treno merci 50325 deraglia in seguito all’esplosione causata dalla fuoriuscita di Gpl da una cisterna, provocando morte e distruzione tutto intorno. Un vero inferno: due palazzine distrutte, altre tre evacuate, centinaia di sfollati. 31 le persone decedute a causa del disastro, undici morte nell'esplosione e nell’incendio che ne è seguito, altre venti per le ustioni nei mesi successivi. Ad oggi nessuno è stato ancora rinviato a giudizio per quei fatti.

Questi sono solo alcuni degli episodi più gravi, ma nel corso del 2009 in Italia si sono verificati oltre 50 incidenti. Uno a settimana. Tutto questo non avviene per caso, come vorrebbero fare intendere il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli e l’Ad di FS Mauro Moretti, ma è il matematico risultato di una politica della sicurezza sempre più latitante. Di tagli criminali ai fondi per la formazione del personale, per la manutenzione delle tratte ferroviarie, per l’acquisto di nuovi e più sicuri convogli.

Mentre il governo spende miliardi di euro nell’alta velocità, in opere faraoniche come il ponte sullo Stretto, o nelle centrali nucleari, le linee ferroviarie ordinarie vengono lasciate al loro destino. L’Italia, dove il 15 per cento dei pendolari si muove in treno, ha i convogli regionali e locali più disastrati dell'Unione europea. A differenza di paesi come Germania e Francia che investono oltre un miliardo di euro l’anno in infrastrutture e materiale rotabile, il nostro governo ha cancellato anche i 300 milioni previsti inizialmente nel disegno di legge per il riordino dell'agenzia nazionale per la Sicurezza ferroviaria. Esattamente il contrario di ciò che bisogna fare. Noi dell’Italia dei valori pretendiamo che proprio la sicurezza torni al ad essere al centro di tutte le priorità.

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9 Agosto 2010

Antonio Scopelliti esempio di legalità


L’omicidio del giudice Antonio Scopelliti, magistrato calabrese di altissimo rigore morale e professionale, ha costituito uno degli attacchi più alti della criminalità organizzata nei confronti delle istituzioni e del regolare funzionamento dell’ordinamento giudiziario. Scopelliti, servitore dello Stato ed esempio di legalità, venne ucciso poco dopo la sua nomina a Pubblico Ministero nel maxi processo contro i boss di Cosa Nostra in Cassazione. In questo modo, gli fu impedito di esercitare le sue funzioni e di sostenere con intransigenza e rispetto della legge l’intero impianto accusatorio. La barbara uccisione del giudice e la sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992, che confermò l’impianto accusatorio e le pesanti condanne nei confronti dei più violenti capi di Cosa Nostra, annunciarono drammaticamente la stagione delle stragi del ’92-‘93. Una pagina buia della nostra storia che ancora oggi attende verità e giustizia.

Scopelliti fu ucciso a 51 anni il 9 agosto 1991 lungo la strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro. Senza scorta, Scopelliti viene intercettato dai suoi assassini, appostati lungo la strada. Secondo i pentiti della 'Ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, l’uccisione del giudice sarebbe stato un “favore” della mafia calabrese a Cosa Nostra, visto che Scopelliti avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo contro i boss siciliani. Nell'abitazione del padre di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, fu trovato il fascicolo del processo alla ''Cupola'' di Cosa nostra.

Alla fine di una serie di processi, con condanne ed assoluzioni, nel 2001 la Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè e Benenetto Santapaola dall'accusa di essere stati i mandanti dell’omicidio Scopelliti, che rimane quindi impunito.

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8 Agosto 2010

Serve verità per rendere l'Italia civile e moderna


Da tre anni (12 ottobre 2007) è in vigore una legge discutibile che dà al capo del governo italiano la competenza, di fatto esclusiva, per “l’apposizione e la tutela del segreto di Stato.”
L’ascesa al potere per la terza volta di Silvio Berlusconi nell’aprile 2008 ha segnato per gli italiani la chiusura totale d’ogni speranza di togliere il segreto di Stato sulla stagione dei terrorismi e delle stragi che hanno insanguinato la storia dell’ Italia repubblicana in 70 anni di storia, provocando centinaia di morti e migliaia di feriti.

Dall’eccidio di Portella della Ginestra all’assassinio di Aldo Moro, dalla strage di Bologna a quella di piazza della Loggia Brescia.

Qualche giorno fa Berlusconi non ha voluto neppure essere presente, né ha inviato uno dei suoi ministri a Bologna, dove pure migliaia di italiani, venuti da tutto il paese, hanno ricordato gli 85 morti di quel 2 agosto 1980.

E’ un chiaro segnale, per un capo del governo che qualcuno ha definito ormai “un morto che cammina”, di indifferenza e di disprezzo per tutte le vittime e rivela l’atteggiamento ambiguo di un politico che ha sempre preferito le logge massoniche e le cricche di affari ai confronti fatti alla luce del sole, in parlamento o nelle piazze.

Ma, per fortuna degli italiani, sta ormai arrivando la fine del dominio politico e culturale del leader populista. La maggioranza parlamentare, assai ampia dopo le elezioni poliche del 2008, si è ormai dissolta e il governo dovrà fare i conti ogni giorno con la scissione di Fini e con l’opposizione di centro-sinistra che ha nell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro la sua punta di diamante.

L’Italia è l’unico paese democratico in cui il segreto di Stato nasconde ancora vicende che hanno caratterizzato a lungo la nostra storia e che devono essere chiarite per mettere in luce le responsabilità di classi dirigenti che si sono opposte, e che ancora si oppongono, ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana del 1948. Cioè alle libertà politiche, civili ed economiche, all’eguaglianza tra i cittadini, alla giustizia sociale.

Negli Stati Uniti, per una decisione della presidenza Clinton, ormai da oltre un decennio ogni quattro anni vengono desecretati materiali scottanti che si riferiscono al comportamento dei governi negli anni settanta, ottanta e novanta del Novecento.

In Italia non sappiamo ancora chi ha sparato a Portella della Ginestra nè chi è stato il mandantedella bomba alla stazione di Bologna. Dobbiamo far di tutto affinchè Berlusconi finisca di governare, coprendo gli assassini, e che chi andrà al governo si impegni a togliere il segreto sulle stragi e i terrorismi del Novecento e restituisca agli italiani la legalità, dando ai parenti delle vittime la giustizia cui hanno diritto.

E’ una speranza importante per chi crede ancora nella possibilità di cambiare l’Italia e di farla diventare un paese civile e moderno.

Postato da Nicola Tranfaglia in | Commenti (60) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

LE RAGIONI DELLA NECESSITA’ DI ANDARE SUBITO ALLE URNE


L’Italia dei Valori non entrerà in nessun governo pasticciato, magari composto da pezzi del vecchio esecutivo che abbiamo combattuto dal primo giorno di legislatura e lontani da noi anni luce. Nessuno può chiederci di metterci insieme a partiti che non hanno mai fatto della questione morale una discriminante essenziale e che anzi l’hanno avversata.

Qualche solone, penso all’appello di Paolo Flores D’Arcais sul Fatto ma anche ad alcuni esponenti del Pd, si trastulla con ipotesi fantasiose per arrivare a un governo tecnico o istituzionale con lo scopo di cambiare la più brutta legge elettorale delle democrazie occidentali. Sarei favorevolissimo a cambiarla se ci fossero le condizioni. A costoro ricordo un piccolo particolare: Pdl e Lega al Senato hanno ancora la maggioranza assoluta.

In questo momento le due camere potrebbero avere maggioranze diverse e l’unica soluzione sono le elezioni subito, senza volere con questo sfasciare il paese. Con chi dovremmo fare questo governo? Con la Lega che ancora oggi si è detta contraria a qualsiasi ipotesi di modifica della maggioranza? Con il Pdl senza Berlusconi? Che dovremmo fare, partecipare a un governo di tutti contro Berlusconi? Chi oggi parla di larghe intese è, a mio parere, un socio di minoranza di Berlusconi.

Il paese, invece, si sfascia se si prosegue con questo stillicidio, con due camere che potrebbero avere maggioranze diverse. L’Italia ha bisogno di un governo serio e di maggioranze stabili e queste possono venire solo da nuove elezioni. Il centrosinistra, anzi, dovrebbe mettersi subito al lavoro per trovare le alleanze giuste attorno a un programma condiviso per non farsi trovare in ritardo nel momento, inevitabile, in cui il presidente della Repubblica sarà costretto a sciogliere le camere.

Postato da Felice Belisario in | Commenti (73) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

7 Agosto 2010

Telecom: 3900 esuberi e Sacconi è contento


La vicenda Telecom, segna da sempre in Italia dei passaggi significativi nell'industria e nei rapporti tra questa e il sistema politico. La società, non bisogna dimenticarlo, è stata interessata dalla più grande privatizzazione italiana, e ha visto passare un mare di farabutti che hanno trasformato un gruppo ricco, in una azienda fortemente indebitata.
E' passato Emilio Gnutti - con i furbetti del quartierino - che ha comprato l'azienda a debito e successivamente ha caricato i debiti sulla stessa. Poi Tronchetti Provera che, guarda caso, ha spostato gli immobili di proprietà Telecom alla Pirelli Re, la sua società. E' passato anche un amministratore delegato che se n'è andato nel 2007 con 17 e passa milioni di liquidazione. Tante, nel corso degli anni, le ferite inferte da questi personaggi all’azienda. Sarebbe importante che la magistratura aprisse una seria inchiesta per accertare tutte le responsabilità.

Detto questo, Telecom si trova ad essere si un’azienda indebitata, ma anche aperta al futuro, perché si occupa di rete, di telecomunicazioni, di information technology. La società ha svolto una trattativa dichiarando una ulteriore ristrutturazione, ha esternalizzato dapprima il settote It poi ha deciso di ridurre fortemente il personale. Per fortuna, questa volta, il confronto ha portato ad un accordo che non prevede licenziamenti, né il ridimensionamento dei diritti come invece è avvenuto a Pomigliano d'Arco con la Fiat. Quindi il risultato porta a una non drammatizzazione del tema. Per questo l’accordo è giudicato dall'Italia dei Valori buono anche se lascia aperto un problema: Telecom deve essere un protagonista industriale come lo fu l'Enel nell'elettrificazione del Paese nel dopoguerra. Deve esserlo nel portare la banda larga nelle case, nelle officine, nei negozi, nelle industrie, per renderla disponibile gratuitamente a tutti. L’azienda, quindi, ha un ruolo industriale importantissimo, che non è stato discusso in occasione di questa intesa, ma che andrà attentamente considerato.

Infine abbiamo letto, come Italia dei Valori, i commenti del governo. Francamente siamo stupefatti; qui si scrive che 3.900 persone se ne andranno, anche se volontariamente attraverso la mobilità, ma se ne andranno, altre entreranno in riduzione di orario, e il ministro della “Disoccupazione” Sacconi cosa commenta? È contento. Lui è contento! La più grande azienda italiana riduce drasticamente gli organici, non assume giovani, non sostituisce chi va in pensione, chi va in mobilità e il nostro ministro è contento.

Noi dell’Italia dei Valori insistiamo su questi fatti. Purtroppo alla vicenda Telecom si aggiungerà, a partire da settembre, quella di Unicredit e di altre grandi imprese. Bisogna intervenire con urgenza. Il governo dovrebbe dire a Telecom: “Il tuo business interessa l'insieme del Paese, io faccio politica industriale e lo incentivo perché riguarda un settore strategico. Per questo ti chiedo di investire sui giovani, sulla formazione, sul rapporto università-ricerca, sul lavoro a tempo indeterminato per dare un futuro meno incerto alle persone”. Invece no, il nostro ministro della Disoccupazione è semplicemente felice che si riducano gli organici.

Ecco, questa è la differenza fra noi e il governo. Loro sono felici quando l'industria va male, quando si riducono i posti di lavoro, noi invece per il futuro ci auguriamo di innescare un nuovo meccanismo di politica industriale che guardi allo sviluppo civile, democratico e industriale del nostro Paese.

Postato da Maurizio Zipponi in | Commenti (41) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

6 Agosto 2010

Lavoriamo ad una coalizione alternativa


Sul Fatto Quotidiano di ieri, Paolo Flores d’Arcais ha scritto un appello diretto a me e Nichi Vendola, in cui ci chiedeva di lavorare per un governo di transizione che mettesse mano al conflitto di interessi e alla legge elettorale (scarica la lettera).


Riporto di seguito la mia risposta, pubblicata oggi su Il Fatto Quotidiano.


Caro Flores,
rispondo all’appello che hai rivolto a me e a Vendola. Tu condividi con noi la necessità di andare al più presto alle urne per mandare a casa Berlusconi e il suo governo. Giustamente, però, fai notare che se non si realizzano prima “due condizioni minime” (parole tue), ovvero “modificare l’attuale legge elettorale “porcata” e togliere a Berlusconi il controllo totalitario dell’informazione”, sarà molto difficile, se non impossibile, poi, vincere le elezioni.
Tu stesso, inoltre, fai notare che, fino a quando Berlusconi sarà al governo e avrà una maggioranza che lo sorreggerà, è inimmaginabile che il Parlamento possa emanare una nuova legge elettorale e una regolamentazione più democratica e plurale dell’informazione pubblica e privata.



L’utopia e la lotta
Tu stesso, quindi, per sfuggire a questa ferrea morsa, proponi l’avvento di un “governo provvisorio” o “governo di lealtà istituzionale” (come lo chiami tu) composto da personalità non della politica (e quindi non parlamentari e non appartenenti a partiti) che si sostituisca all’attuale governo berlusconiano ed emani leggi che soddisfino le suddette due “condizioni minime” per andare alle elezioni.
Tu stesso, infine, ti sei accorto che la proposta da te avanzata è a tal punto “utopistica” (ancora parole tue) da ritenere che l’unica strada praticabile ora sia, in realtà, “una proposta di lotta” (sei sempre tu a parlare), ovvero “una grande manifestazione nazionale per fine settembre che chieda elezioni democratiche, fuori Berlusconi, governo di pluralismo televisivo, nuova legge elettorale”. Insomma, un’altra manifestazione come quella del 2002 a Piazza Navona con Nanni Moretti o quella del 2009 per il “No B. day”.
Tutto qui? Mi verrebbe da dire.
Sia chiaro, sono d’accordissimo con te: sia per quanto riguarda l’analisi che la proposta. Sono a tal punto d’accordo con te che mi impegno qui per iscritto, nero su bianco, ad essere anch’io, e tutti noi dell’Italia dei Valori, della partita, pronti a mobilitare tutte le nostre strutture organizzative (e i due milioni ed oltre di firme raccolte per i tre referendum – acqua, nucleare e legittimo impedimento – stanno lì a dimostrare la forza della nostra organizzazione). Siamo pronti a tappezzare il Paese con manifesti per denunciare le nefandezze berlusconiane (cosa che, peraltro, stiamo già facendo). Siamo pronti a investire ulteriormente nella comunicazione in Rete (da settembre partirà una Web Tv dell’Italia dei Valori). Siamo pronti a girare (lo sono anche io personalmente e col megafono in mano), per tutte le piazze e i mercati d’Italia per “chiamare alle armi” il popolo democratico per una nuova grande manifestazione.


Sogno e realtà
Detto questo, però – e con il rinnovato impegno a farlo per davvero – scendiamo entrambi dalle nuvole e rimettiamo i piedi per terra:
Non esiste, e non potrà mai esistere, una maggioranza parlamentare che in questa legislatura abbia il coraggio di smarcarsi da Berlusconi per varare le due “condizioni minime” di cui tu parli;
Non esiste, e non esisterà mai, una maggioranza parlamentare disposta a dare la fiducia ad un governo di “lealtà istituzionale” formato da altissime personalità tecniche non provenienti dalla politica. Piaccia o non piaccia è così e non sarà certo una manifestazione pubblica in più a far cambiare idea ai mestieranti della politica che infestano il Parlamento.
Non esiste, e non può esistere, la possibilità che si realizzi un’inedita coalizione politica elettorale che veda insieme la destra di Fini e la sinistra del Partito democratico. Gli elettori di entrambi gli schieramenti li manderebbero a quel paese. La storia è storia e non si può scherzare con formule e formulette, calpestando i ricordi e le sofferenze;
Non esiste, e non può esistere, che l’attuale classe dirigente del Partito democratico si unisca a noi dell’Italia dei Valori, o alla Sinistra e Libertà di Vendola, per fare squadra insieme. Lo ha ripetuto Letta l’altro ieri e lo ha ribadito D’Alema ieri. I maggiorenti del Pd vedono me e Vendola come fumo negli occhi e, se potessero, ci farebbero fuori prima e peggio di Berlusconi. Il Pd sta lavorando per costruire una nuova coalizione con l’Udc e con la resuscitata “balena bianca”, e ha già risposto picche alla mia proposta di costruire con l’IdV la coalizione del centrosinistra. A Vendola faranno di peggio: renderanno un inferno la sua attività di governatore della Puglia, anche se, ovviamente, negheranno e smentiranno sdegnati. Senza contare quel che hanno fatto e faranno a Luigi De Magistris che non considerano della famiglia del centrosinistra solo perché ha fatto il suo dovere fino in fondo.
Così stando le cose, non ci resta altro da fare che rimboccarci le maniche e intanto partire da soli nella costruzione di un’inedita coalizione.
Oggi va bene anche una nuova manifestazione di piazza, ma per domani dobbiamo unire “le forze dei non allineati”, quelle della società civile, della Rete, magari anche dei “grillini”, soprattutto dobbiamo parlare al “popolo” – sia della sinistra che della destra – per far capire che la loro classe dirigente li sta tradendo e li sta usando. Dobbiamo far sapere che Fini e i finiani non sono credibili perché hanno rotto con Berlusconi in nome della legalità e poi si sono alleati con Cuffaro e Lombardo e non hanno votato la sfiducia a Caliendo. Dobbiamo far sapere che i maggiorenti del Pd, pur di non aver tra i piedi me o Vendola, si stanno “accasando” con Casini, Cuffaro, Lombardo e una miriade di altri personaggi impresentabili per la loro storia personale e politica. Dobbiamo parlare anche al popolo del Nord per denunciare la grande truffa mediatica dei dirigenti della Lega che i fine settimana fanno i gradassi a Pontida e durante la settimana, a Roma, si spartiscono le poltrone e le prebende come e peggio della Prima Repubblica.


Le regole e il gioco
Insomma e in conclusione: è inutile cercare di cambiare da dentro le regole del gioco (legge elettorale, conflitto di interessi o pluralità dell’informazione). Non lo faranno e non ce lo faranno fare. Meglio attrezzarci da subito con una “coalizione alternativa” di nuovo conio per essere pronti ad affrontare le elezioni quando ci saranno, anche a costo di andarci con le attuali “regole capestro”, piuttosto che sognare coalizioni di “lealtà costituzionale”, come utopisticamente e genuinamente le hai chiamate tu, o di “responsabilità nazionale”, come furbescamente le ha definite Casini con il chiaro scopo di andare lui al governo al posto di Berlusconi, cosa che molti del Pd sembrano già disposti a barattare, come hanno fatto per Vietti al Csm.
Per intenderci, caro Paolo, questa coalizione è già nei fatti.
E del Pd che ne facciamo, dirai tu. Non tutto è perduto. I maggiorenti del Pd conoscono solo la legge del più forte e noi dobbiamo sfidarli proprio su questo campo. Lavoriamo da subito alla costruzione di questa “coalizione alternativa” e vedrai che la “paura” di essere affiancati e superati da forze più fresche e più risolute li porterà a più miti consigli. Anche loro sanno, come tutti noi dobbiamo sapere e avere ben presente, che è prioritario, per il bene del Paese, liberarci del clan piduista che fa capo a Silvio Berlusconi. Quindi dobbiamo tutti rassegnarci a convivere tra noi per arrivare all’obiettivo. Alla fine, arriveranno, speriamo non a tempo scaduto, anche i pachidermi del Pd.

Postato da Antonio Di Pietro in | Commenti (97) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

5 Agosto 2010

Spatuzza abbandonato


La semplice osservazione della realtà fa capire come gli apparati governativi temano le verità che stanno emergendo dalle indagini di varie procure sul biennio stragista di Cosa Nostra 1992/93 e si adoperino per metterci una pietra sopra.

Quanto avvenuto in danno del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza è scandaloso, prima ancora che inedito. Per dire ciò, bastano i dati oggettivi.

Spatuzza ha consentito alla Procura di Caltanissetta di scardinare il depistaggio di Stato sulla strage di via D’Amelio, costruito per evitare che le indagini toccassero livelli troppo alti, soprattutto gli ambienti politici e istituzionali con cui interloquivano al tempo i capimafia di Spatuzza, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Spatuzza ha fornito alla Procure di Firenze e Milano ulteriori importanti elementi per iniziare a colmare i vuoti rimasti sulle stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma, vuoti che riguardano prima di tutto i mandanti esterni a Cosa Nostra. Spatuzza, infine, ha offerto alla Procura di Palermo le circostanze a sua conoscenza sulla criminosa trattativa fra Stato e Cosa Nostra da cui è nata la cosiddetta seconda Repubblica e, come riconosciuto da ultimo dal Tribunale di Palermo, anche sul sequestro e sul feroce assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Tutto questo Spatuzza ha fatto anche sotto la supervisione della Procura nazionale antimafia e in ragione di ciò tutti quegli uffici giudiziari hanno chiesto per Spatuzza il programma di protezione, in quanto collaboratore di giustizia attendibile e quindi esposto (insieme a tutti i suoi familiari che accettassero la protezione) ad altissimo rischio.

Ma il governo ha detto no. Lo ha fatto per bocca dell’on. Alfredo Mantovano, che è presidente dell’apposita Commissione centrale (prevista dall’art. 10 della legge 82 del 1991) presso il Ministero dell’Interno. Non era mai capitato che davanti alla richiesta convinta e unanime di tre procure distrettuali antimafia e della Procura nazionale antimafia la Commissione centrale negasse il programma di protezione ad un pentito. Non era mai accaduto, prima del caso di Spatuzza, nemmeno a questa Commissione centrale diretta da Mantovano.

Della Commissione centrale fanno parte due magistrati antimafia ed entrambi hanno votato a favore del programma di protezione per Spatuzza. Ne fanno, poi, parte l’on. Mantovano e funzionari e ufficiali delle forze di polizia e tutti costoro hanno seguito l’ordine della maggioranza di governo e hanno bocciato la proposta delle Procure antimafia. Quel che è peggio, lo hanno fatto in base a una loro interpretazione della legge, difforme da quella data da tutti i magistrati che si sono occupati di Spatuzza. Cosicché oggi dovremmo credere che l’interpretazione delle leggi non è più materia del potere giudiziario ma del governo, con buona pace della separazione dei poteri.

Spatuzza, in effetti, una colpa ce l’ha. Ha fatto due nomi dei personaggi finora a volto coperto che avrebbero guidato l’azione stragista dei fratelli Graviano. I due nomi sono, come si sa, quelli di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri, cioè del capo del governo e del fondatore del principale partito di governo, del quale oggi Mantovano è ortodosso rappresentante. È di plastica evidenza il conflitto d’interessi violato con la propria decisione da Mantovano e dagli altri componenti della Commissione centrale: hanno negato la protezione a Spatuzza che aveva accusato il vertice del governo, del loro governo. Spatuzza aveva accusato il loro capo e quindi doveva pagare dazio.

E doveva essere un messaggio che servisse anche ad altri possibili interessati. Negata la protezione a Spatuzza, oggi i fratelli Graviano sanno cosa li aspetterebbe se decidessero di collaborare con la giustizia. Per questo la decisione della Commissione presieduta dall’on. Mantovano ha l’intollerabile sapore di una vendetta e di una minaccia. Manifestazioni terribili, quando si parla di mafia. Tanto più quando a porle in essere è un organo dello Stato.


LE API DI RUTELLI? RONZANO MA NON PUNGONO


Sono neri dalla rabbia. Ieri, con malcelata riluttanza, hanno dovuto accettare la realtà dei fatti e dei numeri: la maggioranza non c’e’ piu. Berlusconi, turbato dalla prima lezione di democrazia inflittagli dal Parlamento, reagirà facendo l’unica cosa che sa fare: tentare, da qui fino agli ultimi giorni dell’impero, la compravendita di qualche deputato finiano, come fosse la campagna acquisti del Milan. Da settembre, per la maggioranza si aprirà la stagione dell’incertezza e dell’instabilità. Saranno in bilico, appesi continuamente al filo su ogni voto, in una sorta di lento logorio che li porterà presto al capolinea. Ieri è stata una giornata straordinariamente importante per il nostro partito, per Italia dei Valori, che ha dato prova di grande forza. Se il Parlamento, ieri, ha dovuto fare i conti con la questione morale e con quei valori nei quali il nostro partito crede da sempre e che da sempre porta avanti con caparbiertà e cocciutaggine, nonostante l'ostilità di molti, è grazie a noi. Siamo noi, infatti, ad aver presentato le mozioni di sfiducia a Scajola, a Cosentino e, infine, a Caliendo. Tutte scelte vincenti che il Partito democratico ha scelto di sostenere e condividere con noi. Siamo noi ad aver vinto, ad aver fatto bene insieme al Pd il nostro lavoro. Su un tema cruciale come quello della legalità non si possono fare sconti e noi lo diciamo da sempre, da quando il nostro partito era una piccola realtà di uomini armati di tanto coraggio. Ieri sera, sulla spinta di un'opposizione che si è mostrata unita e più agguerrita che mai, il tema della legalità, imposto da IDV alla coscienza della politica, ha fatto vacillare il governo. Non vedo davvero dove cosa ci sia di demagogico e di populistico in questo e nella politica di Italia dei Valori, come sostiene oggi il senatore Francesco Rutelli che, in un'intervista sul quotidiano "La Repubblica", si dice a disagio con noi e definisce "invettiva e populismo" la politica che noi portiamo avanti, a meno che il senatore Rutelli non pensi che la difesa della legalità sia invettiva, demagogia o peggio ancora populismo. Noi pensiamo che il senso di responsabilità, di cui il senatore Rutelli si riempie la bocca un giorno si e l'altro pure come fosse a suo esclusivo appannaggio, non sia un vago concetto astratto di cui parlare in verbosissime interviste, ma un valore da difendere con azioni concrete in Parlamento, con mozioni di sfiducia, voti responsabili e scelte coraggiose, a volte anche solitarie. In Afghanistan, ad esempio, riteniamo che da tempo ormai sia fallita ogni operazione di peacekeeping e siccome preferiamo tutelare i nostri soldati, piuttosto che piangerli da morti, abbiamo fatto una scelta coraggiosa e responsabile, e non demagogica e populista come dice il leader dell'Api. l'ex radicale, ex Margherita, ex Pd ora Api Rutelli. Noi abbiamo fatto proposte concrete e di riforma coraggiose per tirare fuori l'Italia dalla crisi ma forse il leader di Api, impegnato su qualche tv, era distratto e non se ne è accorto. Con tutto il rispetto, il ronzio delle Api non ci spaventa, soprattutto se arrivano dall'ex radicale, ex Margherita, ex Pd, ora Api Rutelli e chissà cosa domani. Per questo,se io fossi il segretario del Pd Bersani al leader dell'Api, un partito di profughi, non gli risponderei neppure al telefono. Perchè non esiste che uno che ha spaccato il partito, tradendo il mandato degli elettori, bussi alla porta il giorno dopo e venga trattato come potenziale alleato. Se passasse il messaggio che essere sleali paga, è evidente che a sempre più persone pungerà vaghezza di metter su un partito personale come ha fatto Rutelli perchè conviene, con buona pace di questo martoriato paese.

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4 Agosto 2010

Afghanistan: Stop alla missione di guerra


Signora Presidente, onorevoli colleghi, non è una tragica fatalità parlare di missioni internazionali oggi, dopo soltanto cinque giorni dalla morte del maresciallo Mauro Gigli e del caporalmaggiore Pierdavide De Cillis del Genio, rimasti uccisi a nord di Herat. (Brusìo) Non è una fatalità, perché le fatalità si possono prevedere, mentre è ormai un dato quasi statistico che fra un decreto di proroga delle missioni e l'altro il nostro Paese deve piangere uno o più caduti. (Brusìo).

Signora Presidente, sto parlando di caduti del nostro Paese, e mi interrompo, in questo saloon, con questa gente incapace di ascoltare o almeno di rispettare i morti: o vanno fuori o ascoltano in silenzio.

Non è una fatalità, perché le fatalità avvengono in tempi di pace, mentre le nostre Forze armate vivono in situazioni di guerra, dove i caduti sono una costante, una costante inaccettabile... (Brusìo).

...una costante inaccettabile, tanto che il nostro Paese sessant'anni fa decise, nel redigere l'articolo 11 della Costituzione, di non volerne mai più mettere in conto. È quello che il Ministro non ha capito e lo invito sempre a leggere questo articolo 11 che, per quello che riguarda il ministro La Russa, non è da approfondire. (Commenti del Gruppo PdL).

Pertanto, ritrovarci oggi a discutere di rifinanziamento delle missioni mentre le famiglie dei due soldati ancora portano un lutto al braccio dovrebbe far riflettere tutti sulle continue responsabilità che ci assumiamo. Ma sappiamo, ed abbiamo visto, che così non è e non sarà: voi le responsabilità le scaricate sulla casualità e sui morti. Per questo l'Italia dei Valori partecipa a questo dibattito con assoluta intransigenza nel dire no alle morti per colpa della vostra distorta concezione della parola pace.

Non voglio tediare nessuno con argomentazioni, frasi prolisse o paroloni che richiamino al nostro, ma soprattutto vostro, senso dello Stato, della Patria, del bene comune; ma non commentare l'operato inconsistente del Governo in questo campo è impossibile! Dibattiamo oggi di un decreto-legge licenziato dal Consiglio dei ministri meno di venti giorni fa, già approvato dall'altro ramo del Parlamento, con modificazioni flebili, ma con aggiunte di "marchette" non indifferenti. (Commenti dal Gruppo PdL).

Mi chiedo e vi chiedo: è sempre e solo tramite la conversione dei decreti-legge che ci dobbiamo occupare di questo importante settore della politica estera? Tutto ciò a pochi giorni dalla Conferenza di Kabul del 20 luglio, alla quale hanno partecipato Ministri e rappresentanti di settanta Paesi e organismi internazionali regionali; conferenza dalla quale il Governo italiano è uscito con un magro comunicato: «Il processo di transizione in Afghanistan deve essere accompagnato dalla comunità internazionale, non sulla base di tappe fissate dal calendario, ma dalle reali condizioni esistenti», ricordando che bisogna usare prudenza e che «la presenza militare è ancora necessaria». Cari colleghi, per fare questo comunicato il ministro Frattini doveva andare fino a Kabul?

L'Italia sembra aver perso ogni coscienza della situazione geopolitica internazionale e soprattutto sembra aver rinunciato ad ogni pretesa di influenzarla. Infatti, cari colleghi, mentre gli Stati Uniti premono per una fase nuova per non parlare di ritiro dal 2011, e vogliono lasciare la sicurezza dal 2014 in mano agli afgani (che sono, ricordiamocelo sempre, gli stessi che non solo non riescono a garantire la sicurezza della popolazione, ma sono anche gli stessi responsabili dell'aumento esponenziale delle piantagioni di papavero da oppio o dell'allontanamento di meritorie organizzazioni quali Emergency), l'Italia non riesce ad esprimersi sul senso, sullo scopo e sui risultati della missione.

Ricordando che l'Italia partecipa a 33 missioni internazionali fuori dai confini nazionali, bisogna tener presente che nel corso dei decenni si è passati da semplici operazioni di ingerenza umanitaria, attraverso l'invio di osservatori, a missioni di mantenimento della pace (peacekeeping), di formazione della pace e prevenzione dei conflitti (peacemaking), di costruzione della pace (peacebuilding), fino ad arrivare a missioni di imposizione della pace (peaceenforcing). In questo ultimo anno è stato fatto il passo definitivo: siamo arrivati, stante la radicalizzazione della polveriera afgana, alla missione di guerra vera e propria.

L'Italia dei Valori, come tutti sapete, a riguardo dell'Afghanistan, da tempo oramai discute e propone exit strategy, ritenendo di dover portare via da quel Paese i nostri soldati. Oggi, dopo un anno abbondante dalle nostre prime richieste, nessuna strategia di uscita è stata ipotizzata, ma neppure alcuna strategia alternativa che converta le energie militari in sforzi civili. La Conferenza di Londra del gennaio scorso ha istituito, infatti, un Fondo fiduciario per la pace e la reintegrazione, il quale avrebbe dovuto raccogliere donazioni per 500 milioni di dollari. A quanto mi risulta, non riesce ancora a raggiungere quota 150 milioni. L'Italia quanto ha dato? Noi come Italia dei Valori esigiamo una precisa risposta dal Governo. Ma so che una risposta non potranno averla da voi, perché non avete ancora capito che cosa avete fatto. I nostri soldati in Afghanistan non sanno per quanto tempo dovranno stare lì e forse non sanno nemmeno perché stanno lì, per fare cosa. Ma intanto muoiono saltando in aria sulle strade di qualche regione in cui dovrebbero mantenere la sicurezza e interessarsi dell'istruzione e della sanità.

Chiudo, signora Presidente, ricordando all'Assemblea che l'Italia dei Valori, qui in Senato come alla Camera, ha presentato solo pochissimi emendamenti, tutti volti all'aumento dei fondi per la cooperazione allo sviluppo. Sul resto del provvedimento non abbiamo inteso proporre ulteriori emendamenti, perché faceva schifo così come l'avete presentato. Non abbiamo condiviso in passato, e non condividiamo adesso, la posizione del Governo. Non la riteniamo meritevole di modificazioni in senso migliorativo, anche per il rispetto che dobbiamo - ricordatevelo sempre - ai nostri ragazzi fuori dai confini nazionali.

A fronte di una responsabilità del nostro partito, si riscontra una totale cialtroneria del Governo, della maggioranza e, a volte, anche di altre parti. La verità - colleghi - è che in questo Parlamento, da più di un anno, sull'Afghanistan si celebrano minuti dì silenzio e semestri di ipocrisie. Oggi si ripeterà quanto è avvenuto alla Camera dei deputati. Il decreto di rifìnanziamento verrà approvato col voto unanime di tutti i Gruppi parlamentari, ad eccezione dell'Italia dei Valori. Le due tragiche morti dei nostri soldati non avranno smosso alcuna riflessione o ripensamento. Da 18 mesi l'Italia dei Valori chiede di prendere atto della trasformazione della missione afgana, passata da intervento di ricostruzione a guerra violenta, e di conseguenza di programmare una exit strategy. Ma siamo rimasti come cassandre inascoltate.

Al posto di una riflessione seria sulla nostra politica estera, il ministro La Russa, intervenendo in quest'Aula giovedì scorso, ha liquidato il problema afgano promettendo l'invio di 17 blindati "Freccia" in più. Come se 17 carri armati potessero cambiare l'esito di una guerra persa. Come se 17 blindati potessero assicurare la sicurezza di soldati che i talebani vedono come aggressori da uccidere con ordigni rudimentali. Come se 17 "Freccia", oltretutto già promessi mesi fa ma mai inviati, potessero rendere costituzionale una missione all'estero che confligge con l'articolo 11 della Costituzione, quello che il ministro La Russa non sa, non capisce e non vuole capire fino ad oggi (Commenti dal Gruppo PdL).

Ecco perché piangiamo i morti ancora (Applausi dal Gruppo IdV). L'Italia dei Valori non seguirà le altre forze nell'ipocrisia di dedicare minuti di silenzio, che sono doverosi e profondamente sentiti, e poi di votare sì alla missione di guerra. Ribadendo ancora una volta la necessità di uscire dal pantano afgano, voterà contro il rifìnanziamento, convinta e responsabile. Questo è amor di Patria, e non quello che versa lacrime ai funerali e poi manda a combattere - e purtroppo anche a morire - ragazzi che non sanno quale democrazia stanno esportando, visto che anche in Italia di democratico ormai c'è rimasto ben poco da esportare! (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Peterlini. Congratulazioni).


3 Agosto 2010

Bologna: il Governo risponda


La compostezza e l’assoluto equilibrio con cui i familiari delle vittime hanno commemorato il trentennale della strage di Bologna onora nel migliore dei modi la memoria dei tanti innocenti morti a causa della violenza terrorista, ma costituisce anche la migliore risposta all’inaccettabile e vile assenza del governo che, per la prima volta in trenta anni non ha voluto inviare alcun rappresentante a Bologna.

L’Italia dei valori ha ritenuto un suo dovere morale essere presente oggi cosi’ come prende un impegno solenne a fare quanto in suo potere per contribuire a realizzare l’auspicio lanciato oggi dal capo dello Stato, ovvero colmare lacune e ambiguita’ che ancora avvolgono questa vicenda.

Un impegno per quale vogliamo lavorare fin da oggi, e ancora di piu’ nell’ipotesi in cui dovessimo tornare ad occupare cariche di governo. Dopo trenta anni e’ giunto il tempo che il paese possa sapere tutto su questa e su altre stragi italiane e non certamente quello di prolungare ulteriormente il segreto di stato, come invece sembra voler fare il governo.

Inoltre poiché dopo il Ministro La Russa è oggi il sottosegretario Giovanardi ad insultare e a provocare in maniera assolutamente inaccettabile i parenti delle vittime della strage di Bologna, tentando di far passare il messaggio che il governo non ha partecipato alla commemorazione del trentennale per colpa delle contestazioni gratuite che le associazioni sarebbero solite rivolgere, ho presentato un’interrogazione al governo (che potete scaricare da questo link) chiedendo quali siano i motivi della sua assenza e se condivida i giudizi espressi da La Russa e Giovanardi.
Conoscendo il governo Berlusconi non pretendo che ci sia almeno uno dei suoi componenti che abbia la dignità e l’onestà intellettuale di prendere le distanze dagli insulti dei colleghi, ma mi auguro che almeno possa arrivare in tempi solleciti una risposta ufficiale che avrà comunque il merito di chiarire i motivi che hanno portato il governo ad essere assente per la prima volta in trenta anni.

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2 Agosto 2010

Il governo degli applausi finti


Trent'anni fa un ordigno nascosto in una valigia uccise 85 persone nella stazione ferroviaria di Bologna. Una strage senza precedenti in un periodo buio per l'Italia, alle prese col terrorismo e con gli accordi fra mafia e Stato.
Oggi, 2 agosto come allora, a Bologna i familiari delle vittime e tanti altri italiani si sono ritrovati per ricordare quel giorno triste.
Unico assente il Governo. Nessun esponente dell'esecutivo ha voluto rendere omaggio alla storia e al dolore. Il Presidente del Consiglio e i suoi Ministri, impegnati nella corsa contro il tempo per tenersi a galla, hanno disertato la manifestazione odierà.
Il Ministro La Russa ha spiegato che l'assenza è colpa dei fischi che i bolognesi gli avrebbero riservato. Io gli credo. Sono convinto anch'io che lo avrebbero sommerso di fischi. E sono convinto, altresì, che i codardi scappano o si nascondono quando non hanno altra scelta.
Il Governo, anche in questo caso, ha dimostrato di non essere il Governo del Paese ma di una stretta cerchia di persone. Questo è l'esecutivo che adora gli applausi (finti) delle convention e si nasconde alle urla che arrivano dalle piazze.
Il premier e i suoi ministri non mancano mai alle riunioni degli industriali. Sono sempre presenti quando interessi e quattrini spingono una platea ad applaudire il ministro di turno. Ma sono applausi finti. Applausi comprati con i soldi dei contribuenti, costretti a pagare le scelte pilotate a favore della casta.
Oggi a Bologna, invece, i ministri hanno preferito non andare. C'era una piazza che ha sete di verità. E dall'altra parte una classe politica che sa e non dice.
Ma non mi va di criticare i ministri per la loro assenza. Tutt'altro, sono contento che nessuno di loro, oggi, sia stato a Bologna. Perché la memoria di 85 innocenti non può essere onorata da chi divide idee e potere con personaggi loschi che nelle trattative d'allora fra mafia-Stato svolgevano ruoli da protagonisti. Meglio così, allora. Della loro presenza non sapevamo che farcene.
In tutta questa storia una verità processuale c’è già, ma ancora non si sa chi furono i colpevoli né i mandanti. E’ necessario, infatti, stanare i colpevoli di quel silenzio che circondò e avvolse questa tragica vicenda e i mandanti che, dopo trent’anni, non hanno ancora un volto. Per questo, io non dimentico, ma vorrei che la memoria mia e di tutti fosse aiutata dalla verità. Anche oggi, rinnoviamo la nostra vicinanza ai familiari delle vittime e assicuriamo loro tutto il nostro impegno istituzionale per supportare la loro battaglia nella ricerca della verità.

Postato da Antonio Di Pietro in | Commenti (37) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Sanità: i pericolosi tagli della manovra


Blocco del turn over (negato sui media dai Ministri Tremonti e Fazio, ma di fatto presente nel testo del provvedimento), licenziamento del 50% dei precari della sanità (e parliamo di circa 12mila lavoratori), contenimento della spesa sanitaria e farmaceutica attraverso un taglio di 600 milioni di euro alle casse regionali, penalizzazione crudele ed ingiustificata di tutti i cittadini infettati da trasfusioni e vaccinazioni obbligatorie sbagliate. Questo il riassunto dell’intervento che la manovra finanziaria, votata ieri alla Camera, opera sulla sanità italiana. Un taglio netto alle risorse umane ed economiche di un settore già in grandissima crisi. Un’azione atroce nei confronti di una categoria di persone che avrebbe bisogno di essere tutelata e che invece viene maltrattata dallo Stato e da questo Governo: gli emodanneggiati.
Contro questi interventi, che ritengo inefficaci a risolvere la crisi economica italiana e soprattutto ingiusti nei confronti dei cittadini e del loro diritto alla salute, ho presentato un ordine del giorno - accolto coma raccomandazione – in cui chiedo al Governo italiano di fare luce sui molti punti oscuri della manovra in materia sanitaria e soprattutto di trovare presto il modo di contenere i danni che questo provvedimento finanziario inevitabilmente arrecherà al nostro Paese, ai cittadini, alla Sanità pubblica italiana.
Riporto il video ed il testo del mio intervento alla Camera dei Deputati.

Testo dell'intervento

Signor Presidente, il 21 luglio il Ministro dell'economia Tremonti ha dichiarato che lo sciopero dei medici ospedalieri, che hanno manifestato qui fuori a Montecitorio, era uno sciopero inutile, in quanto la manovra correttiva non prevedeva il blocco del turnover come invece dichiarato dei medici. Il giorno successivo il Ministro Fazio ha avallato queste dichiarazioni, dicendo che era una invenzione del centrosinistra.
Si tratta di 20 mila medici che non sono stati sostituiti, non sono sostituiti e non saranno sostituiti: medici che sono andati in pensione, medici che hanno abbandonato il sistema sanitario nazionale a favore delle strutture private, medici che sono deceduti. Si tratta di 20 mila medici che non saranno rimpiazzati. La manovra finanziaria non prevede di mantenere questi medici.
Abbiamo delle perplessità su queste affermazioni che hanno spontaneamente reso il Ministro dell'economia e il Ministro della sanità e siamo molto preoccupati per il taglio che sicuramente ci sarà del 50 per cento dei precari. Si tratta di altre 12 mila unità fra medici e infermieri che garantiscono attualmente i servizi di pronto soccorso, l'emergenza e che si trovano a gestire un punto così cruciale della sanità. Altri 6 mila saranno mandati a casa.
Ricordo che nelle carceri vi sono 5500 medici. Ebbene, di questi 5500 medici, 5 mila sono precari e verranno anch'essi falcidiati da questa manovra. Pertanto, l'assistenza sanitaria nelle carceri italiane, che già lascia moltissimo a desiderare, sarà stravolta da questo provvedimento.
Quindi, l'obiettivo dell'ordine del giorno è quello di fare chiarezza su queste dichiarazioni del Governo e di capire come sarà possibile continuare a garantire ai cittadini l'assistenza sanitaria. Tagliare medici e infermieri significa infatti allungare le file di attesa negli ospedali, che già sono molto lunghe, significa quindi rallentare e significa anche discontinuare la terapia.
Sempre in questo provvedimento, infatti, e sempre per il taglio dell'assistenza sanitaria - in questo caso, i farmaci - 600 milioni di euro saranno a carico delle regioni. Il Governo ha detto, anzi, ha imposto all'Agenzia italiana del farmaco di individuare tutti quei farmaci che possono essere impiegati a domicilio, non solo negli ospedali, e ha detto: adesso questi farmaci ve li comprate voi direttamente.
Abbiamo delle forti perplessità circa le conseguenze sulla continuità terapeutica per malattie gravi come l'AIDS, come il cancro. Quali saranno le conseguenze sui cittadini che dovranno effettuare queste terapie a casa? Ovviamente ci saranno rischi di sovradosaggio, di sottodosaggio, di effetti collaterali: una cosa è se tali problemi si verificano presso le strutture ospedaliere, altra cosa è se si verificano direttamente a casa. Come poter far fronte a queste conseguenze?
Sono stati previsti dei tagli anche per gli indennizzi previsti dallo Stato per chi è stato vittima di vaccinazioni obbligatorie, di trasfusioni andate a male, di somministrazione sbagliata di emoderivati, di incidenti contagiosi, ad esempio in sala operatoria, dove alcuni cittadini sono stati infettati da malattie virali come l'epatite B, l'epatite C, l'AIDS.
Insomma, abbiamo una serie di perplessità su questa manovra finanziaria, su questo altro aggiustamento, che ha imposto il ministro Tremonti. C'è sì molto da razionalizzare, c'è molto da aggiustare, ma credo che il diritto alla salute sancito dall'articolo 32 della Costituzione vada in ogni caso garantito.
Secondo i conteggi, il comparto della sanità sarà tagliato per una cifra enorme, un miliardo e 200 milioni di euro soltanto per l'anno che verrà, e crediamo che questo taglio purtroppo coinciderà con una riduzione dell'assistenza ai cittadini.
Chiediamo di esplicitare con chiarezza se ci sarà o meno questo blocco del turnover, di contenere i tagli del 50 per cento dei precari - abbiamo anche spiegato perché -, di verificare se i tagli del comparto sanità siano compatibili con il Patto per la salute, che prevede gli adeguamenti tecnologici e strutturali dei nostri ospedali, di rifinanziare il fondo per le non autosufficienze e di prevedere, infine, delle forme di vigilanza, affinché il passaggio dall'ospedale alla farmacia non comprometta la continuità terapeutica e rischi di somministrazione.


1 Agosto 2010

Lettera aperta a Bersani


Pubblico la lettera aperta che, insieme a Massimo Donadi e Felice Belisario, abbiamo scritto al segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani

Caro Pier Luigi,
Ti indirizziamo questa lettera aperta perché anche noi, come credo tutti gli italiani, siamo consapevoli che la crisi che ha travolto il Pdl è una crisi lacerante e strutturale, che presto travolgerà l’intera compagine di governo e, come tutti gli italiani, siamo allarmati che la conseguente situazione di instabilità possa esporre il Paese a danni ulteriori rispetto a quelli che il malgoverno del centrodestra ha già provocato fino a qui.
Per queste ragioni, riteniamo che le opposizioni, piuttosto che affannarsi continuamente nel prefigurare o auspicare cose che non dipendono né da noi né da Voi, quali larghe intese, governi tecnici o governissimi che dir si voglia, dovrebbero senza ulteriori indugi riunirsi e mettere in campo al più presto idee, progetti e uomini cherappresentino l’alternativa di governo.
Ricostruiamo, insieme, una coalizione innovatrice e capace di vincere le sfide del cambiamento. Mostriamoci compatti davanti al Paese, rimbocchiamoci le maniche consapevoli che, più forti e uniti noi saremo, più rapido sarà il declino di questa maggioranza.
Soluzioni parlamentari che consentano, prima di tornare al voto, di approvare una nuova legge elettorale meno indecedente le valuteremo insieme se e quando saranno possibili. Ma oggi è il tempo di edificare la casa comune non di apparire al Paese intenti a perseguire trame di palazzo.
Ci rivolgiamo a Te perché insieme al tuo partito abbiamo condiviso l’alleanza per le ultime elezioni politiche e crediamo che da lì sia giusto ripartire. Con uno spirito che non sia, mai più per il futuro, di mera intesa elettorale, ma di profonda condivisione di un modello di modernizzazione del Paese.
Per questo, Ti chiediamo, già nei prossimi giorni, un incontro che non è ora più rinviabile. Perché la responsabilità di non esserci fatti trovare pronti di fronte all’implosione della maggioranza è qualcosa che i nostri elettori non ci perdonerebbero.


Antonio Di Pietro, Presidente IDV
Massimo Donadi, Capogruppo IDV Camera
Felice Belisario, Capogruppo IDV Senato

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