dalla parte dei cittadini



13 Agosto 2010

FIAT, AIUTI SOLO SE GARANTISCE I POSTI DI LAVORO


Caso Fiat, intervista a Maurizio Zipponi, responsabile nazionale del dipartimento Lavoro dell’Italia dei Valori


Maurizio Zipponi, la Fiat ha annunciato ricorso contro il reintegro dei tre operai di Melfi, licenziati dall’azienda con l’accusa di aver bloccato volontariamente, durante uno sciopero, le linee di montaggio. Si aspettava la mossa del Lingotto, e come la giudica?
Quella della Fiat è una mossa naturale, nel senso che sempre quando un’azienda perde per antisindacalità, soprattutto sui licenziamenti, ricorre in tribunale. Ma a parte la mossa, data da una linea di difesa legale, quel che mi aspetterei è che, anzitutto, anche la Fiat si rendesse conto di essere in un Paese democratico in cui esiste un potere, la Magistratura, che è autonomo dagli altri poteri e dai potenti, e che per l’Italia dei Valori è un punto di riferimento importantissimo, oltre ad essere una garanzia per le persone che non hanno i mezzi per farsi valere attraverso i soldi o la gestione del potere della “casta”. L’autonomia della Magistratura è un punto per noi fondamentale. Quindi io mi aspetterei che la Fiat, rendendosi conto che non può fare quello che vuole – alla faccia delle leggi e dei contratti – decidesse di convocare la trattativa anche con il più grande sindacato italiano dei metalmeccanici che è la Fiom e mettesse da parte la repressione e lo scambio ‘diritti in cambio del posto di lavoro’ e discutesse finalmente del destino degli stabilimenti italiani e dell’occupazione.


Come motiva la politica perseguita negli ultimi tempi dalla Fiat, anche in relazione all’accordo di Pomigliano d’Arco e alla ventilata minaccia di Marchionne di uscire da Confindustria?
Tutto nasce da un problema: la Fiat nei prossimi mesi deve rispettare l’accordo col Governo americano sulla Chrysler, e cioè aumentare la propria quota di partecipazione e restituire il danaro che il Governo Usa ha prestato al costruttore di Detroit - di cui l’azienda torinese è il maggiore azionista privato – nei tempi definiti. La questione è che Chrysler questi soldi non li ha e non li ha nemmeno Fiat. Quindi il Lingotto deve ricercare risorse sul mercato finanziario. La via più breve è alzare il prezzo nei confronti del nostro governo, e cioè dire che in cambio del mantenimento degli stabilimenti in Italia, è necessario che l’azienda riceva, in modo diretto o indiretto, risorse pubbliche o, comunque, che il sistema finanziario italiano sostenga sia il debito attuale della Fiat sia le nuove risorse di cui ha bisogno per la Chrysler.
Io ho come l’impressione che tutte le vicende, da Pomigliano d’Arco ai licenziamenti di Melfi, in verità servano a coprire il vero problema, e cioè il debito della Fiat, le garanzie finanziarie per Chrysler e la divisione - per la prima volta nella sua storia - del gruppo, in quanto verranno scorporate le attività della Iveco (camion) e della New Holland (macchine movimento terra), per cercare risorse finanziare sul mercato. Ecco allora che quando i lavoratori dicono No a scambiare i diritti fondamentali con il lavoro perché sarebbe come tornare al Medioevo, questo viene utilizzato dall’azienda come capro espiatorio per alzare il prezzo di contrattazione per gli azionisti di Fiat, sia col governo italiano sia con il sistema finanziario.


Parliamo di occupazione, il Lingotto già oggi ha diverse linee di produzione all’estero e altre potrebbero essere trasferite in paesi con condizioni più favorevoli per l’azienda. A suo giudizio la multinazionale torinese manterrà gli attuali livelli occupazionali in Italia, o dobbiamo temere un ridimensionamento, come denuncia da tempo la Fiom?
La Fiat ha già deciso strategicamente le proprie linee per il futuro. La prima è quella di spostare l’asse decisionale verso gli Stati Uniti e il mercato dell’America Latina, in particolare il Brasile. Per quanto riguarda l’Europa, di trasferire le attività produttive nell’Est, Polonia e Slovenia soprattutto, e lasciare nel sud alcuni stabilimenti fin quando questi verranno sostenuti dal denaro pubblico italiano. Tanto è vero che ha già comunicato che chiuderà quello di Termini Imerese, in Sicilia, il che significa perdere – tra diretti e indiretti – circa 2mila posti di lavoro. Poi a Pomigliano, probabilmente porterà la Panda, ma sempre contrattando con il Governo italiano fondi, soldi pubblici e quant’altro. Che fare allora? Se avessimo un governo serio, dovrebbe dire a Marchionne: “Noi abbiamo in Italia 5 stabilimenti di produzione, questi devono avere un futuro, un prodotto, un modello, degli obiettivi di volumi da produrre. Se mantieni i livelli occupazionali discutiamo di cosa significa aiutare la Fiat”. Diversamente il rischio rispetto al passato è quello di dare aiuti pubblici al Lingotto semplicemente perché delocalizzi nell’Est Europa o, peggio ancora, trasferisca risorse finanziarie verso gli Stati Uniti, lasciando l’Italia solo come un mercato a cui attingere, volta per volta, sulla base degli aiuti di stato.