dalla parte dei cittadini



18 Agosto 2010

VERDINI, LA P3 E “L’ALLEGRA” GESTIONE DEL CREDITO COOPERATIVO FIORENTINO


Denis Verdini, coordinatore del Popolo della libertà (PdL), è già rimasto coinvolto, nei mesi scorsi, nello scandalo P3, ovvero nel clan affaristico-politico che sembra aver lucrato sugli appalti per la costruzione di pale eoliche in Sardegna.
Denis Verdini è stato fino a pochi giorni fa anche presidente del Credito cooperativo fiorentino (CCF), una banca toscana.
Nei giorni scorsi è stato reso pubblico il rapporto conclusivo dell’ispezione condotta dalla Banca d’Italia presso il CCF, da febbraio a maggio, con la delibera del 20 luglio 2010 firmata dal Governatore Draghi e inviata (come di prassi) al Ministro Tremonti e al CICR (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio). Gli ispettori della Banca d’Italia hanno riscontrato “gravi violazioni normative e irregolarità amministrative” e hanno pertanto suggerito il commissariamento della CCF. Il 27 luglio il Ministro Tremonti ha dovuto pertanto disporre la sospensione di Verdini dalle cariche societarie e il commissariamento del CCF.
Il quadro che emerge dall’ispezione della Banca d’Italia è davvero preoccupante. Verdini gestiva in modo totalmente accentrato la banca e adottava politiche creditizie in frequente conflitto di interessi. Una banca cooperativa dovrebbe perseguire finalità mutualistiche (aiutare ad esempio i soci nelle loro attività lavorative) mentre nel caso della CCF parte rilevante dei fondi venivano dirottati verso pochi grandi clienti e verso iniziative riconducibili allo stesso gruppo famigliare di Verdini. La governance della banca era data da un esecutivo costituito da pochi soggetti di limitata autorevolezza e da un collegio sindacale scarsamente indipendente. Questo consentiva a Verdini di esercitare un potere quasi totale sul Credito cooperativo fiorentino. Il 60 per cento del patrimonio di vigilanza della CCF era stato prestato al gruppo costruttore Fusi-Bartolomei, secondo criteri che non tenevano conto dei principi prudenziali e per importi al di sopra dei limiti previsti dalla normativa sulla concentrazione dei rischi. Verdini risulta legato al gruppo Fusi-Bartolomei da legami d’affari personali. La CCF aveva inoltre concesso mutui a dieci soggetti, legati da relazioni di lavoro o affari con il gruppo Fusi-Bartolomei, per l’acquisto di due case a testa, senza tener conto degli standard ortodossi.
Complessivamente nel CCF le “partite anomale” (incagli, sofferenze e perdite stimate su crediti) sono cresciute nel corso del 2009 del 130 per cento e hanno raggiunto il 30 per cento dei 400 milioni impiegati.
Il CCF avrebbe non solo finanziato una ristretta cerchia di amici e affaristi legati a Verdini, ma anche organi di stampa vicini al centrodestra come, ad esempio, “il Giornale di Toscana”. Sembra inoltre che la banca in questione venisse utilizzata da Flavio Carboni per versare fondi di oscura provenienza. Cosa si cela dietro quei bonifici?
E’ molto importante quello che stiamo scoprendo grazie all’azione della Banca d’Italia e della magistratura. Emerge un sistema di potere che non ha eguali nei paesi democratici avanzati. Il PdL risulta essere guidato da personaggi dalle molteplici attività affaristiche. Una vera e propria banda organizzata sembra aver gestito e accumulato decine di milioni di euro, stringendo alleanze con faccendieri, costruttori, società che si ingrassano con gli appalti pubblici.
Il conflitto di interessi è uno degli elementi pervasivi di questo modello di relazione tra politica ed economia che va combattuto con tutta la forza possibile.
Un sistema nel quale chi fa politica continua a gestire società, banche e aziende varie, è necessariamente incline alla corruzione e alla commistione tra interessi privati e azione di governo.
E’ chiaro che di fronte a fatti come quelli che stanno venendo alla luce in queste settimane gli investitori internazionali decidono di restare alla larga da un paese corrotto come l’Italia, e ciò significa minori opportunità di lavoro e di sviluppo per il nostro paese. La concorrenza tra le imprese, del resto, è falsata se ci sono aziende che ricevono finanziamenti bancari senza rispetto per le norme di vigilanza, ma solo grazie alle relazioni privilegiate che hanno costruito con un partito o con un gruppo politico.
IDV pone la questione morale al centro della propria azione politica non solo per ragioni di civiltà, ma anche perché solo eliminando la corruzione e i conflitti di interesse si può consentire all’economia italiana di svilupparsi in maniera sana e completa.