L’OMBRA DEL MALAFFARE SULL’EXPO DI MILANO
Parte quarta
E così lo scorso 19 ottobre Milano ha avuto semaforo verde per l'Expo 2015. Il Bie (Ufficio internazionale Expo) ha infatti autorizzato la registrazione della manifestazione all'Assemblea generale del prossimo novembre.
Un via libera ottenuto per il rotto della cuffia a causa dei ritardi dovuti alla pessima gestione dimostrata dai due principali protagonisti di questa vicenda: il sindaco di Milano e Commissario Straordinario dell’Expo, Letizia Moratti e il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni. Con loro i rispettivi gruppi di potere e affari che, non riuscendo a mettersi d’accordo sullo “sfruttamento” futuro dei terreni destinati ad ospitare le opere, fino all’ultimo momento hanno messo a rischio l’assegnazione dell’Esposizione Universale al capoluogo lombardo.
Una “figuraccia internazionale” di cui abbiamo più volte scritto su queste pagine, sottolineata anche dalle parole del presidente della Commissione Bie, Christensen che ha detto di ''aver cercato di essere il più collaborativo possibile'' con il dossier milanese. Tradotto: i vertici del Bie sono stati buoni e forse hanno chiuso un occhio su qualche aspetto poco chiaro della faccenda.
Tutto sommato, quindi, una buona notizia per Milano e l’Italia: “Siamo tutti molto soddisfatti”, ha infatti dichiarato la Moratti. Parole alle quali ha fatto eco il presidente Formigoni che, all’insegna dello ‘scurdammoce ‘o passate’ – almeno temporaneamente –, ha detto: “Stiamo tutti allineati dietro al sindaco Moratti".
Da vecchio lupo della politica Formigoni sa bene che non gli conviene avere come nemico la sindachessa medagliata con i nuovi superpoteri. Quelli assegnatigli dal Governo Berlusconi per organizzare l’Expo e che gli permetteranno di decidere e dare il via a nuove opere anche in città, bypassando così l’Aula consiliare e molti di quei controlli previsti dalle leggi ordinarie per assicurare la trasparenza e limitare al minimo il rischio, già concretizzatosi, di infiltrazioni mafiose. Parliamo di miliardi di euro di investimenti, la cui gestione si concentrerà nelle mani di una sola persona, quella Letizia Moratti, appunto, che Antonio Di Pietro ha ribattezzato, non a caso, “Bertolaso2”.
Con il Governo in carica, infatti, tutto diventa emergenza e merita per questo una gestione straordinaria: dopo i rifiuti a Napoli e il terremoto in Abruzzo, ora anche l’Expo di Milano. Un metodo che sempre Di Pietro ha definito “criminogeno per assicurare l’impunità. Questa - ha detto - è ingegnerizzazione della corruzione”, e da ex Pm che sente prima di altri la puzza di bruciato ha previsto: “Prima dell’Expo vedremo i magistrati come è accaduto a L’Aquila e alla Maddalena”.
Ed è quello che sembra stia avvenendo in queste settimane. Voci sempre più insistenti negli ambienti milanesi, parlano di una Procura con i riflettori ben puntati sull’Expo. E se la magistratura dovesse aprire un’inchiesta, la prima a finirci dentro sarebbe proprio Letizia Moratti, che comunque si dice tranquilla. Tuttavia sussurri preoccupati filtrano anche dai piani alti del Pirellone e non escludono sviluppi a più ampio raggio. In questa chiave andrebbero letti i numerosi incontri succedutisi nei giorni scorsi. Tra questi, quello ai massimi livelli, a Roma, tra Roberto Formigoni, Silvio Berlusconi, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e Gianni Letta.
La preoccupazione, non solo in casa Pdl, è tanta. Soprattutto dopo alcune indiscrezioni su un esposto contro ignoti che sarebbe già stato depositato in Procura, con una presunta accusa di "procurato ritardo" (in soldoni siamo nei pressi del reato di abuso d’ufficio). Niente di ufficiale ancora, ma pare che i magistrati stiano concentrando la loro attenzione sulla gestione delle aree e delle risorse finanziarie, oltre che sulle modalità di assegnazione degli appalti. Non sono da escludere, quindi, sviluppi clamorosi.
Dopo 900 giorni di ritardi, litigi, accordi mancati, patti sottoscritti e poi smentiti, ora per l’Expo 2015 sembra profilarsi la stagione delle inchieste.
Danilo Sinibaldi
Rifiuti, c’è una alternativa alla gestione fallimentare del Governo
Op là. I rifiuti che B.B. (il duo Berlusconi e Bertolaso) avevano fatto miracolosamente sparire sono riapparsi più arrabbiati che mai. Ora li nasconderanno di nuovo sotto qualche tappeto, pagato a peso d'oro, ma vedrete che ricompariranno, produrranno nuove emergenze, nuovi interventi in deroga, nuovi affari e nuove cariche della polizia. Così va il mondo nell'epoca del Cavalier Berlusconi.
La vicenda dei rifiuti in Campania dimostra l'improvvisazione con cui il Governo, da Berlusconi a Bertolaso, passando per la bella addormentata del bosco della Prestigiacomo, affronta questa fondamentale questione. Bisogna dire subito che tutto comincia con l'assoluta incapacità della regione e di molte amministrazioni di mettere in campo una raccolta differenziata degna di questo nome. Questa incapacità è stata causata e potenziata dai tagli ai trasferimenti ai Comuni dei fondi stanziati per la raccolta differenziata che il Governo, con incredibile faccia tosta, ha operato subito dopo la chiusura della prima emergenza, per puntare tutto sulla termovalorizzazione dei rifiuti, che non risolve il problema e, anzi, costituisce un rimedio peggiore del male. Certo, bruciare rifiuti è un bell'affare, come vedremo. Se poi c'è l'emergenza i costi salgono a livelli stratosferici, come dimostrano i conti salatissimi che la società che gestisce il termo-valorizzatore di Acerra, una delle tante figlie della Impregilo, presenta ogni anno alle amministrazioni campane. Tanto che viene da pensare che ci sia del metodo nella follia dello smaltimento dei rifiuti in Campania. Un metodo che prima si chiamava camorra e ora “ciclo integrato dei rifiuti”.
Senza una raccolta differenziata decente, si produce una montagna di rifiuti avvelenati che non è possibile smaltire neppure in discarica. I cittadini di Terzigno e dell'area vesuviana, con la loro lotta contro la discarica di rifiuti indifferenziati nel parco del Vesuvio, non solo difendono l'aria, l'acqua e la loro stessa salute, ma si comportano come disciplinati cittadini che vogliono impedire un gravissimo reato ambientale, previsto anche dalle norme europee.
Per quello che ci riguarda noi siamo con questi cittadini, che sono i veri tutori della legalità ambientale, e sosterremo, anzi promuoveremo con i nostri mezzi un ricorso alla Corte di Giustizia europea e una denuncia alla Commissione della UE perché condanni gli atti illeciti che il Governo italiano sta compiendo nella gestione dei rifiuti in Campania.
Eppure la ricetta per un buon servizio di smaltimento è nota da tempo: riduzione del rifiuto alla fonte, raccolta differenziata porta a porta, umido di buona qualità per il biogas e il composit, rifiuto secco riciclabile quasi integralmente. Molte regioni e comuni italiani lo fanno già e, grazie alla responsabilizzazione degli abitanti, raggiungono livelli di raccolta differenziata superiori al 60%. Il rifiuto secco viene riciclato e il riutilizzo dei materiali può raggiungere e superare l'80% del rifiuto iniziale. Questi metodi non sono favole; esiste, infatti, una consolidata filiere, addirittura di dimensione europea, per la commercializzazione dei materiali riciclati, che hanno la funzione di vere materie prime “seconde”.
I rifiuti possono essere addirittura una risorsa, come dimostra ad esempio il centro di riciclo di Vedelago in provincia di Treviso, che può trattare alcune centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuto secco l'anno. Non produce reflui né miasmi e occupa una persona per ogni 700 tonnellate trattate l'anno. Ciò vuol dire che smaltisce i rifiuti di una città di 200 mila abitanti dando lavoro a 120 persone. Il centro di riciclo paga ai comuni il rifiuto conferito con una tariffa che cresce al crescere del grado di selezione dei rifiuti conferiti. Il comune, dunque, ci guadagna.
Un inceneritore, invece, vuole soldi per bruciare i rifiuti. L'Impregilo fa il prezzo che vuole, ma gli inceneritori che non lavorano in emergenza, come quello di Brescia, chiedono e ottengono più di 70 euro a tonnellata Per di più ricevono incentivi con i certificati verdi del famigerato CIP 6. Un vero affare per i gestori dell'impianto, che occupa una persona per ogni 10 mila tonnellate di rifiuti bruciati. Gli impianti di riciclo, a parità di rifiuti trattati, occupano quindici volte più personale di un inceneritore.
Napoli ha un milione di abitanti e produce un po’ meno di 700 mila tonnellate di rifiuti l’anno. Quasi due mila tonnellate di rifiuti al giorno. Con solo quattro impianti di riciclaggio, di media taglia, distribuiti sul territorio, non si avrebbero miasmi, né inquinamento, né ciminiere alla diossina. Ci sarebbero più di mille nuovi posti di lavoro, e il comune potrebbe guadagnare qualcosa invece di spendere per il conferimento in discarica o agli inceneritori.
Ma c'è di più. Il termo-valorizzatore di Acerra ha una potenzialità di smaltimento di almeno 800 mila tonnellate di rifiuti l’anno. In un giorno divora più di tutti i rifiuti prodotti da Napoli. Questo in teoria. In pratica i rifiuti non differenziati avvelenano anche i termo-valorizzatori e l'impianto di Acerra è un malato in eterna convalescenza. Ora lo faranno tirare su dal letto per eliminate le mille e cinquecento tonnellate di rifiuti che sono sulla strada. Se non ce la farà, spediranno i rifiuti in giro per il mondo, spendendo cifre iperboliche. Intanto, però, trattando rifiuti indifferenziati, emetterà sostanze altamente tossiche e nocive. In Germania chi brucia rifiuti paga una tassa da 120 a 160 euro a tonnellata. Da noi riceve un sussidio.
Se si avviasse la strada della raccolta differenziata e del riciclo, in Campania avremmo meno inquinamento, meno scontri di piazza e più lavoro. Anche la camorra dovrebbe restare a guardare. Questa è la linea giusta, non quella delle cariche della polizia a Terzigno. Serve un governo capace, che non ingoia i rifiuti o li fa sparire sotto il tappeto. Bisogna smettere di essere sempre dalla parte della speculazione sui rifiuti, avvelenando tutto quello che si tocca, come ha fatto questo governo anche con le energie rinnovabili del fotovoltaico. C'è un solo rifiuto indifferenziato, non riciclabile e da buttare in discarica: il governo Berlusconi.
Idv: Confindustria espella anche gli evasori fiscali
Si stima che in Italia l’evasione fiscale sia pari a 125 miliardi di euro in un anno, ovvero una somma pari al 15-20 per cento del prodotto interno lordo. Siamo uno dei Paesi in cui questo fenomeno è più radicato e , provoca conseguenze molto negative sull’economia. Chi non paga le tasse, di fatto, ha un vantaggio rispetto ai contribuenti perché ha costi più bassi e tenderà a fare concorrenza sleale verso chi rispetta le leggi tributarie. Non è esagerato dire che gli evasori rubano soldi e competitività ai cittadini onesti.
L’ex presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, qualche giorno fa, ha dichiarato che bisognerebbe insegnare ai bambini, già dalla prima elementare, che chi non paga le tasse ruba al pari dei ladri. Importante è anche il passaggio dell’attuale presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, all’annuale assemblea degli imprenditori della Brianza, nel quale ha dichiarato che anche al nord, e non soltanto al sud, ci sono molte imprese colluse con le attività criminali, includendo sia quelle che pagano il pizzo sia quelle propriamente coinvolte in traffici illeciti. La Marcegaglia ha, quindi, annunciato che Confindustria intende applicare anche al settentrione la procedura di espulsione degli imprenditori implicati con la criminalità organizzata.
In Italia c’è un problema con la cultura della legalità che non è sufficientemente diffusa. A questo proposito, noi dell’Italia dei Valori chiediamo alla presidente di Confindustria di mandare via dall’associazione non soltanto gli imprenditori collusi, ma anche quelli che non pagano le tasse. Non capiamo perché debbano poter rimanere in Confindustria nonostante abbiano un comportamento illegale. Siamo convinti che queste prese di posizione possano aiutare a diffondere la cultura della legalità nella nostra società.
IDV RESTITUISCE 400 MILIONI A DISABILI GRAVI E GRAVISSIMI
La legge di bilancio attualmente all’esame della Camera ha operato tagli drastici nel settore delle politiche sociali, tali da rendere il 2011 un anno di lacrime e sangue proprio per le categorie più deboli e per le persone loro malgrado non autosufficienti.
Mercoledì in Commissione Affari Sociali si sono verificati due eventi: uno positivo, l’altro sbalorditivo.
La notizia positiva è che l’Italia dei Valori è riuscita a far approvare dalla Commissione Affari Sociali un emendamento che ha ricostituito il fondo di 400 milioni per i disabili gravi e gravissimi, fondo che il governo aveva completamente azzerato.
Con il nostro emendamento abbiamo dimostrato che, pur lasciando invariati i saldi di bilancio era possibile finanziare il fondo per le non autosufficienze.
Si tratta di un primo passo molto importante ma purtroppo non definitivo. Infatti l’ultima parola spetta alla Commissione Bilancio, ma sarebbe davvero grave se venisse cancellato un emendamento talmente doveroso da essere stato approvato con voto bipartisan di maggioranza e opposizione.
La notizia sbalorditiva consiste invece nell’intervento svolto sempre in commissione affari sociali dal Sottosegretario Carlo Giovanardi che ha ammesso e criticato i drastici tagli operati dal governo di cui fa parte alle politiche per la famiglia.
Come tutti possono leggere dai resoconti pubblicati sul sito della Camera dei Deputati, il succo del discorso del sottosegretario è stato il seguente: per il 2011 per le famiglie ho un budget di 52 milioni. Gli impegni di spesa già previsti da norme di legge già approvate ammontano a 94 milioni. Ergo sono fuori di 44 milioni solo per pagare i debiti. Chiaramente per ulteriori interventi a sostegno non c’è il becco di un quattrino.
Ancora più sbalorditiva è la motivazione dei tagli che ha addotto il sottosegretario, ovvero l’errata interpretazione dell’articolo 14 del decreto n.78 del 2010.
Di fronte a queste parole le riflessioni da fare sono due. La prima è che Giovanardi, che ha la delega alle politiche della famiglia, avrebbe dovuto dimettersi di fronte a tagli così drastici. La seconda è che è gravissimo sottrarre 133 milioni di euro alle famiglie italiane per un’errata interpretazione di una norma di legge.
Emergenze: per l'Aquila e la Campania nessuna risposta dal Governo
È terminata ieri la visita in Italia della delegazione della Commissione Controllo dei bilanci del Parlamento europeo, presieduta dall’onorevole Luigi De Magistris. Un tour di tre giorni con l’obiettivo di verificare come sono stati utilizzati i fondi erogati dall’Ue alle Regioni Campania e Abruzzo, con particolare riferimento alla programmazione comunitaria sul piano dei rifiuti, alla riqualificazione ambientale di Bagnoli e alla ricostruzione post terremoto de L’Aquila. La delegazione Ue ha avuto diversi incontri istituzionali, compresi quelli con il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, e con il governatore dell’Abruzzo, Gianni Chiodi.
Molte criticità tipicamente italiane, riscontrate dalla Commissione, ostacolano il corretto utilizzo delle risorse stanziate dalle autorità comunitarie.
Tutto ciò fa conquistare al nostro Paese la maglia nera nell’Europa a 27 per la gestione delle risorse concesse dall’Unione europea. Un primato che, oltre a non farci onore, va sempre a discapito dei cittadini. Ad esempio, ben 145 milioni di euro destinati al piano rifiuti in Campania giacciono inutilizzati perché nei confronti dell’Italia si è aperta una procedura d’infrazione per violazione delle norme ambientali e il governo finora non ha presentato nessun piano per sbloccare la situazione.
Sull’argomento abbiamo realizzato un’intervista al presidente della Commissione Controllo dei bilanci del Parlamento europeo, l’on. Luigi De Magistris.
IL 30 OTTOBRE A NAPOLI MANIFESTAZIONE NAZIONALE IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA
Anche questa volta l’Italia dei Valori sarà in prima linea a Napoli a fianco dei lavoratori precari impegnati nella difesa del proprio posto di lavoro e della scuola pubblica, contro la Riforma Gelmini che mina il diritto allo studio dei giovani e il diritto al lavoro di insegnanti e personale ATA. L’eliminazione di circa 150.000 precari in tre anni, priverà gli studenti della possibilità di svolgere una normale attività didattica perché le scuole non saranno in grado di garantire né il tempo scuola richiesto dalle famiglie, né un numero di alunni nelle classi rispettando le norme di sicurezza, né la copertura degli insegnanti assenti, per non parlare delle attività integrative della didattica, come visite di istruzione o attività laboratoriali che richiedono, per essere svolte senza rischi per i nostri figli, investimenti economici aggiuntivi anche in termini di personale scolastico.
Una seria riforma della scuola, secondo l’Italia dei Valori, deve mirare al potenziamento della qualità dell’istruzione, attraverso l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni; la garanzia del tempo pieno modulare nella scuola primaria; la riduzione del numero degli alunni nelle classi per permettere agli insegnanti di seguire individualmente gli studenti e combattere così il fenomeno dell’abbandono e della dispersione scolastica; l’investimento nella messa in sicurezza e nella manutenzione di tutti gli edifici scolastici e la creazione di adeguati laboratori scientifici, linguistici e multimediali. E’ così che uno Stato garantisce veramente il diritto allo studio ai propri cittadini, grazie ad una scuola pubblica, per tutti, ma di qualità che dia la possibilità di riscatto sociale attraverso l’impegno. Così si forma una società veramente meritocratica, premiando chi, a parità di condizioni di partenza, ottiene i risultati migliori e non chi, a fronte di una sempre più povera scuola pubblica, può permettersi di investire sul proprio futuro altrove, magari in uno di quei Paesi dell’OCSE che investe adeguatamente nella scuola e nell’università.
Per questo la lotta dei precari della scuola pubblica è la lotta di tutti i cittadini che vogliono una società realmente egualitaria e di tutti i lavoratori che si battono per non perdere i diritti lavorativi conquistati a costo di dure battaglie e sacrifici.
Si vuol far credere infatti che, per far fronte ad una situazione di emergenza economica, è necessario rinunciare a una serie di diritti acquisiti dopo decenni di lotte. Si impone così ai lavoratori di operare in condizioni sempre più disagiate in cui perfino la sicurezza diventa un lusso a cui si deve rinunciare. Si esigono ritmi lavorativi sempre più serrati che lasciano sempre meno spazio a esigenze familiari, affettive e sociali; si fa, della flessibilità esasperata, uno strumento da utilizzare per razionalizzare le risorse economiche, trascurando del tutto le conseguenze negative che tale prassi implica sulla qualità della vita dei lavoratori. Infine si limitano pesantemente i diritti dei lavoratori di manifestare il proprio dissenso con gli strumenti sindacali tradizionali, come lo sciopero.
Anche i lavoratori della scuola stanno subendo gli effetti devastanti di una tale politica che mira alla progressiva sottrazione di tutti i diritti lavorativi con l’aggravante che le conseguenze negative di questa politica ricadono direttamente e quotidianamente sui nostri figli, e quindi sulle future generazioni del Paese, che cambiano continuamente insegnante, che sono a contatto con professori sempre più sopraffatti da un senso di impotenza perché abbandonati a se stessi dall’istituzione che dovrebbe supportarli.
Per non parlare del progetto sconsiderato di questo governo di privatizzare progressivamente scuola e università introducendo il finanziamento di privati all’interno delle istituzioni scolastiche e degli atenei. Tale politica porterà inevitabilmente alla morte della libertà d’insegnamento, principio garantito dall’articolo 33 della nostra Costituzione e che a sua volta è la vera garanzia della libertà di apprendimento e quindi di un rapporto sincero perché disinteressato tra insegnanti e alunni, i naturali protagonisti del dialogo educativo.
E’ in difesa di tutto questo che Sabato 30 Ottobre alle 14:30 a Napoli, in piazza Mancini, nei pressi della Stazione Centrale, scenderemo in piazza a fianco dei precari della scuola, dei lavoratori precari di altri settori che hanno aderito alla protesta, e di tutta la società civile che ha a cuore le sorti dei propri figli, sia come studenti che come futuri lavoratori.
Di Letizia Bosco e laria Persi
L’Italia arranca ma la Camera dei Deputati va in vacanza
Ecco la notizia del giorno: la Camera dei Deputati si riunirà il prossimo 8 novembre. Provate a chiudere una fabbrica per una settimana e vedete cosa succede. Ma in questo Parlamento vengono garantiti profumati stipendi anche se non si lavora. Purtroppo le notti insonni del presidente del Consiglio per quel Lodo che fa storcere il naso anche ai ‘suoi’ è diventato un problema per tutta l’Italia. Più che di un Lodo, si tratta di un vero e proprio Nodo su cui si sta giocando l’instabilità di questo governo e che continua a paralizzare le Istituzioni, infischiandosene dei problemi reali del Paese.
Non c’è protesta, crisi, emergenza che tenga di fronte alle beghe giudiziarie del plurindagato Berlusconi la cui sola preoccupazione, in questi due anni e mezzo di legislatura, è stata ed è, quella di trovare un escamotage che lo strappi al giudizio della magistratura. Uno scudo che lo preservi anche dove la longa manus del legittimo impedimento, che lo ha ‘assolto’ finora, non può arrivare. Ed è a questo vergognoso provvedimento, che serve solo ad un cittadino che si pone al di sopra della legge, a cui si deve la completa paralisi del Parlamento e lo svuotamento delle competenze delle Camere, bloccate anche in piena crisi economica.
Più che un Governo del fare, questo è il Governo del dolce far niente. Per ricordare i numeri, già snocciolati da alcuni quotidiani, dal primo gennaio di quest’anno, l’esecutivo ha prodotto soltanto 10 leggi, l’Aula di Montecitorio si è riunita 126 volte, mentre quella di Palazzo Madama, ancora meno: 92 sedute; da entrambe le Camere sono stati licenziati appena 74 provvedimenti. Quale risposta migliore da parte di un governo che con i suoi ministri Brunetta e Gelmini ha aperto una caccia spietata contro i ‘fannulloni’ nelle scuole e nella pubblica amministrazione? Eppure non mi sembra che non ci sia niente da fare. Gli studenti continuano a protestare, le famiglie non arrivano a fine mese, i precari sono condannati ad un futuro incerto, le Cig cominciano a scarseggiare e la disoccupazione reale, tra le più alte in tutta Europa, ha superato ormai l’11%.
L’Italia è in ginocchio, stremata! Avrebbe bisogno di una seria riforma universitaria, di misure che sostengano le piccole e medie imprese con gli artigiani e le partite Iva, che rafforzino il comparto sicurezza con più fondi e di una legge sulla giustizia che stabilisca regole di funzionamento più veloci e che assicuri ai cittadini la certezza del diritto e della pena. Purtroppo però la nostra classe dirigente, invece di pensare a come garantire la ricerca e lo sviluppo dell’Italia, è in tutt’altre faccende affaccendata. Le api ‘operaie’ del Pdl e della Lega riversano tutte le loro energie nel confezionare l’ultima ignobile legge ad personam per il proprio satrapo, voltando senza ritegno le spalle al Paese.
Lavoro, progetto IdV contro le esternalizzazioni
La presentazione del progetto contro il “sistema esternalizzazioni” ha consentito di portare alla luce quello strato di società che, fra mille difficoltà, sta lavorando per riportare la politica italiana ad occuparsi dell’interesse collettivo piuttosto che delle esigenze della casta. Si è respirata un’aria nuova, fresca e di partecipazione “dal basso”: per troppo tempo è stato negato ai cittadini di contribuire attivamente alla realizzazione delle scelte politiche che inevitabilmente segnano il destino di un paese.
Per cambiare le cose è necessario comprendere i meccanismi che stanno alla base della crisi economica e della disoccupazione, e sicuramente le strategie di esternalizzazione hanno contribuito in modo determinante all’incremento vertiginoso di queste piaghe sociali.
Tale fenomeno, infatti, è alla base delle più imponenti crisi occupazionali degli ultimi tempi: Eutelia, Telecom, Fiat, il fallimento di una parte della politica industriale di Catania e dintorni, il mondo dei call center (Omega, Omnianetwork, Phonemedia, Comdata ecc...), Unicredit e mondo bancario in generale, vari ministeri fra cui quello della Giustizia.
Questo è solo l’inizio.
Playlist: Progetto politico contro le esternalizzazioni abusive
Non raccomandati in rivolta: “Vogliamo il posto che ci spetta”
Questa mattina centinaia di persone hanno partecipato ad una manifestazione davanti a Montecitorio.
Si trattava certamente di “non raccomandati”, altrimenti non li avremmo trovati lì ma al loro posto di lavoro in qualche pubblica amministrazione. Sono, infatti, cittadini che hanno vinto un concorso pubblico, sono risultati idonei a ricoprire determinati incarichi, ma poi non sono mai stati assunti.
Questo è uno dei paradossi dell’Italia di oggi. Mentre il ministro Brunetta continua a riempirsi la bocca con la parola “meritocrazia”, ci sono ben 70.000 persone che hanno superato un concorso pubblico – dimostrando di avere competenze e preparazione – che attendono (inutilmente) di essere legittimamente chiamati ad occupare il loro incarico.
Questi ragazzi e ragazze fanno parte della parte migliore del nostro Paese, quella che s’impegna e studia per migliorarsi, e, se solo fosse data loro l’opportunità, di certo contribuirebbero a rendere più efficienti le nostre amministrazioni pubbliche, dando l’iniezione di produttività tanto auspicata. E’ un loro diritto, sancito dall’art. 97 della nostra Costituzione.
E allora? Allora bisogna che ci diamo tutti da fare per far conoscere questa situazione paradossale, per aiutar loro a diffondere le notizie su questa anomalia tutta italiana.
L’Italia dei Valori si impegna fin da ora a riportare la loro vertenza in Parlamento quanto prima, ribadendo la posizione del partito:
- riconoscimento del giusto valore al merito e alle competenze dei vincitori di concorso; - annullamento dell’assurdo blocco del turn over nella pubblica amministrazione; - obbligo per le pubbliche amministrazioni di attingere alla graduatorie dei concorsi pubblici ancora vigenti prima di indire un nuovo concorso; - regole più chiare e trasparenti per evitare “bandi ad personam” utili solo ad inserire qualche “protetto” nella pubblica amministrazione; - uniformità della disciplina dei concorsi per evitare che esistano vincitori di serie A e vincitori di serie B, con regolamentazione anche della questione “idonei”; - protezione delle graduatorie di concorsi già espletati da ulteriori blocchi delle assunzioni. |
Questi sono i punti che – come responsabile nazionale IDV della Difesa della Costituzione - mi impegnerò in prima persona a perorare per evitare che la nostra società continui ad essere considerata chiusa e riservata a caste o privilegiati. Perché una società aperta che protegge i diritti è l’antidoto più efficace alle pratiche clientelari e consociative.
LA SCUOLA PERDE I PEZZI E I DISABILI LA LORO DIGNITA’
Si Infiamma la polemica per le dichiarazioni del presidente della Provincia di Udine, nonché esponente leghista, Pietro Fontanini sulla necessità di rintrodurre le classi differenziate per gli alunni disabili perché, a suo dire, “rallentano il percorso scolastico degli altri alunni”. Tra prese di distanza e contestazioni, anche dalla sua stessa parte politica, ciò che maggiormente preoccupa è il subdolo insidiarsi di un pensiero pericoloso che vorrebbe emarginare i disabili dalla vita sociale limitandone l’integrazione.
Quello che va delineandosi è un inquietante scenario sulle problematiche dell’handicap perché quanto affermato dal Presidente della provincia di Udine fa eco alle dichiarazioni che non molto tempo fa ha fatto un professore del conservatorio di Milano, che sosteneva il ritorno alla Rupe Tarpea. Dichiarazioni inquietanti e discriminatorie che devono far riflettere sull’andamento civile e morale di questo Paese.
Anche se non si volesse dar peso a dichiarazioni di questo tipo, dette e poi smentite dal solito “sono stato frainteso”, non possiamo non vedere qual è la realtà di migliaia di famiglie, mamme e familiari di persone disabili che si trovano a vivere e a lottare per la salvaguardia dei propri diritti. A Roma, ad esempio, è iniziata la protesta nelle scuole perché, a causa dei tagli decisi dal Governo Berlusconi, anno dopo anno diminuiscono gli insegnanti di sostegno per gli alunni con handicap.
In sostanza quelle affermazioni smascherano l’idea di istruzione e integrazione scolastica che la destra sta introducendo: non bisogna per forza cambiare le leggi per avere gli effetti desiderati, a volte basta svuotare le leggi esistenti del loro contenuto, come sta accadendo nella scuola pubblica con la scusa dei tagli nell’istruzione. Quello che si sta portando avanti da molto tempo è quanto di più vile si possa fare, più degli attacchi all’indennità d’accompagnamento, più dell’affondo sulle pensioni d’invalidità, più ancora della mancanza di fondi per le politiche sociali; perché non investire sull’integrazione e l’assistenza scolastica significa tarpare le ali a bambini e ragazzi, al loro futuro e alla loro dignità, condannandoli per sempre ad essere dei cittadini di serie B.
27 OTTOBRE, IDV A LODI PER PARLARE DI SCUOLA
Chi ha sempre pensato che un paese è moderno e civile se i suoi cittadini passano alcuni anni a scuola e imparano le cose fondamentali del mondo in cui appartengono e del paese in cui abitano, oltre che del tempo in cui è capitato loro di vivere, hanno qualche ragione per venire nell’aula magna del liceo Pietro Verri di Lodi, la sera di mercoledì 27 ottobre, per ascoltare quel che l’Italia dei Valori vuol ricordare e spiegare della politica condotta dal governo Berlusconi sulle istituzioni educative italiane.
Occorre ricordare prima di tutto che il governo attuale ha tagliato in due anni più di otto miliardi di euro alla scuola e più di un miliardo all’università. Che ha mostrato di ritenere che l’insegnamento della musica sia inutile e da accantonare. Che, anche per quanto riguarda la storia e la geografia, è il caso di procedere a un ‘ulteriore sottrazione di spazio e di tempo rispetto alle modifiche peggiorative già decise negli anni scorsi.
E si potrebbe procedere ancora con molte altre indicazioni. Non c’è soltanto il problema dei precari che ammontano a circa duecentomila e che non si ha nessuna intenzione di immettere in ruolo attraverso nuovi, regolari concorsi.
Si tende invece, e sono in corso lavori ministeriali con questo obiettivo, a procedere in una sempre maggiore privatizzazione della scuola attraverso un ruolo decisivo delle famiglie e della Chiesa cattolica e un ritrarsi sempre maggiore dello Stato e del pubblico dalle cure dell’istituzione scolastica.
Fiat: servono onestà, verità e trasparenza
Va presa molto seriamente l’affermazione di Marchionne che indica l’Italia come un peso per i bilanci della Fiat, ovvero della famiglia Agnelli. Abbiamo l’impressione che ci sia una propaganda tesa a individuare nei lavoratori i capri espiatori per coprire le difficoltà che oggi ha la Fiat.
Proviamo a elencarle: la Fiat ha perso quote di mercato in Europa e in Italia superando largamente il calo medio del mercato perché mancano modelli nuovi innovativi dal punto di vista dell’impatto ambientale con un valore aggiunto importante.
La Fiat ha chiesto ai lavoratori l’utilizzo degli impianti 6 giorni alla settimana, come snodo per fare gli investimenti in Italia, mentendo sul fatto che è già possibile, secondo il contratto nazionale vigente, utilizzare gli impianti nella quantità richiesta.
Nel 2009 e nel 2010, considerando il livello ottimale di lavoro in un anno, pari a 280 giorni, 24 ore su 24, lo stabilimento di Mirafiori è stato utilizzato al 63% della capacità produttiva, quello di Cassino al 24%, Melfi al 65%, Pomigliano al 14% e la Sevel al 33%. Dati simili si registrano anche in Iveco. Quindi, resta da chiedersi: quali, quanti investimenti per nuovi modelli verranno effettuati? E soprattutto dove saranno costruiti?
L’altra grande questione della Fiat è legata alla finanza. Il precedente piano quinquennale prevedeva, per il 2009, l’azzeramento del debito che invece si aggira intorno a 4,4 miliardi. Mentre il debito netto delle attività industriali raggiungerà i 6 miliardi (come pubblicato su ‘Il Corriere della sera’ il 30 agosto 2010). La Fiat è azionista della Chrysler americana che deve restituire al governo Usa il prestito ricevuto per evitare il fallimento. La Chrysler non è in perdita, ma non ha gli utili necessari per coprire il prestito, costringendo gli azionisti a intervenire. Infine, gli investimenti previsti dai concorrenti europei sono percentualmente superiori a quelli annunciati dalla Fiat in quanto la sfida è nella costruzione di auto a impatto ambientale vicino allo zero (dall’idrogeno all’elettrico).
Gli attuali azionisti di riferimento della Fiat, la famiglia Agnelli, volendo uscire da tempo dall’auto non intendono immettere capitali di rischio ma solo ‘vivacchiare’.
L’Italia dei Valori è d’accordo nel mantenere in Italia il settore dell’auto e l’indotto, che rimetta in moto gli investimenti a partire dalla ricerca. Negli Usa, in Francia e in Germania, i governi intervengono direttamente, evitando aiuti occulti, rendendo espliciti i ritorni economici e occupazionali per il proprio Paese. Ci rendiamo conto della difficoltà vera della Fiat: l’assenza totale di un governo sulle politiche economiche e di settore. Ma ciò non giustifica l’immorale atteggiamento di dichiarare contemporaneamente un utile netto nel terzo trimestre e la mancata erogazione di 600 euro come retribuzione variabile ai lavoratori. Così come è diventata una questione morale il rapporto tra le retribuzioni dei massimi dirigenti e quelle degli operai e dei tecnici Fiat.
Un atto di verità e cioè il necessario intervento del governo, di onestà e cioè un riposizionamento delle retribuzioni dei manager e di trasparenza sulle vere intenzioni negli stabilimenti italiani, a partire da Termini Imerese, sono per l’IdV gli ingredienti necessari per riprendere un positivo rapporto con tutti i dipendenti e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Per l’IdV un nuovo patto tra imprese e lavoro può indicare la via da intraprendere senza cancellare i diritti, fornendo alle nuove generazioni la strada del saper fare e saper progettare e ricercare.
Fiat e Marchionne non possono separare profitti da diritti
Radici ed ali: è ciò che serve al sistema Italia.E' ciò che serve a quanti operano, in politica e in economia, nel mondo del lavoro e nella ricerca, nella cultura e nell'arte.
Radici senza ali: produce recinti soffocanti.
Ali senza radici: produce assenza di vitalità e di senso.
Separare ali da radici ha provocato non soltanto la fisiologica mobilità dei migliori ma, ancora più drammaticamente, ha impoverito e impoverisce l'Italia, la rende territorio e sistema non competitivo e finisce con il rendere migliori, con il dare occasione di realizzarsi e di crescere, coloro che se ne vanno, rende in definitiva migliori soltanto coloro che se ne vanno, che lasciano l'Italia.
Credo che questo valga anche per una grande realtà, locale, italiana come la Fiat; credo valga per un manager come Marchionne.
Nessuno chiede al dr. Marchionne di impegnarsi in politica. Il suo ruolo, però, produce effetti per la vita dell'intero Paese, si fa comunque politica.
Dottor Marchionne, non vi può essere contrasto tra il dramma di migliaia di lavoratori a Termini Imerese o a Pomigliano d'Arco e la sintesi tra radici ed ali della Fiat. Chiediamo, e si chieda il dr. Marchionne, se indebolire il sistema dei diritti dei lavoratori sia adeguato alle sfide di un futuro, che non può, in nome della dimensione globale, pensare di mortificare vite e diritti di migliaia e migliaia di italiani. In altri Paesi, avanzati e democratici, esiste una tensione etica anche nelle scelte di libero mercato. Non contribuire a questa sintesi tra etica e impresa mortifica l'Italia e mortifica la stessa tradizione della Fiat.
Gli spot di Sacconi sulla sicurezza? Pubblicità Regresso! Un appello per il suo ritiro.
Il Ministero del Lavoro qualche giorno fa ha avviato una campagna pubblicitaria sulla Sicurezza sul Lavoro dallo slogan veramente discutibile: "Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”.
Trovo la scelta comunicativa del Ministro Sacconi vergognosa, ipocrita e in cattiva fede perché invece di richiamare gli imprenditori al rispetto delle norme sulla sicurezza colpevolizza il lavoratore.
La verità, che in questi spot viene taciuta, è che le attuali condizioni di lavoro e la diffusione della precarietà non permettono al lavoratore di pretendere alcunché, nemmeno il rispetto dei diritti minimi, conquistati dopo anni di lotte sindacali.
Questo Governo, che ha smantellato il testo unico sulla sicurezza e che si accinge, con il disegno di legge sulla semplificazione, a dare un'altra spallata alle norme sulla salute dei lavoratori, avrebbe fatto meglio ad investire i milioni spesi per gli spot in maggiori attività di controllo degli ispettori nelle aziende.
Per tutte queste ragioni ho aderito convintamente all'appello lanciato da un gruppo di medici del lavoro e di rappresentanti sindacali per il ritiro della campagna ed ho presentato un'interrogazione parlamentare allo stesso Ministro.
Di seguito trovate l'appello che vi invito caldamente a sottoscrivere.
Appello per il ritiro dello spot del Ministero del Lavoro: "Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene"
La Campagna per la sicurezza sul lavoro, promossa dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali recita “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”. Un messaggio e due spot, rivolti solo al lavoratore e non a tutti gli “attori” coinvolti.
Dopo aver frantumato il Dlgs 81 del 2008 del Governo Prodi, hanno ben pensato di correggerlo con il decreto correttivo Dlgs 106/09 (sanzioni dimezzate ai datori di lavoro, dirigenti, preposti, arresto in alcuni casi sostituito con l'ammenda, salvamanager, ecc).
Ora il governo cerca di rifarsi la “verginità” con spot inutili che costano alle nostre tasche ben 9 milioni di euro. Spot non solo inutili, ma anche dannosi per l’immagine di chi ogni giorno rischia la vita, e non perché gli piaccia esercitarsi in sport estremi. Spot che colpevolizzano sottilmente il lavoratore stesso, nascondendo una realtà drammatica: l’attuale organizzazione del lavoro offre ben poche possibilità al lavoratore di ribellarsi a condizioni di lavoro sempre più precarie in tema di sicurezza.
E’ una campagna vergognosa perché oggi il lavoratore ha ben poche possibilità di rispettare lo slogan “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”, quasi che la mancanza di sicurezza fosse imputabile al fatto che il lavoratore non vuole bene a se stesso ed ai suoi familiari. Non dice nulla di chi deve garantire la sicurezza per legge, ovvero i datori di lavoro. Sottovaluta i rapporti di forza nei luoghi di lavoro. Non accenna minimamente al fatto che i lavoratori, specialmente di questi tempi, sono sempre più ricattabili e non hanno possibilità di scegliere di fronte ad un lavoro in nero, un lavoro precario e un lavoro a tempo determinato, mentre devono viceversa sottostare a ritmi da Medio Evo.
La campagna dovrebbe invece avviare un processo di comunicazione diffusa, in modo da rendere nota a tutti la necessità di un impegno costante da parte di tutti gli “attori” coinvolti, soprattutto di chi deve garantire la sicurezza. Questi spot devono essere sostituiti da una campagna di comunicazione che dovrà puntare sulle responsabilità civili, penali e, non ultime, anche etico-morali che l’imprenditore deve assumersi per tutelare l’integrità delle persone che lavorano per lui.
Via questi spot vergognosi. Pretendiamo viceversa più ispettori ASL e più risorse, affinché la mattanza quotidiana dei lavoratori abbia fine. Non si raggiunga il profitto a tutti i costi e soprattutto non lo si faccia attraverso il sacrificio di vite umane innocenti.
FIRMATARI:
Marco Bazzoni-Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza-Firenze.
Andrea Bagaglio-Medico del Lavoro-Varese.
Leopoldo Pileggi-Rappresentante dei lavoratori per La Sicurezza-Correggio.
Daniela Cortese- RSU/RLS Telecom Italia Sparkle-Roma
N.B: Chi vuole aderire all'appello, invii il proprio nominativo, azienda, qualifiche, città al seguente indirizzo email: bazzoni_m@tin.it
IGNAZIO CUTRO’, DA SOLO CONTRO LA MAFIA
Ho incontrato Ignazio Cutrò qualche giorno fa a Palermo. Un nome che ai più non dice niente, nemmeno agli “addetti ai lavori”, a quelli che si occupano di mafia ogni giorno. Cutrò è un “imprenditore piccolo piccolo”, parafrasando il celebre film di Mario Monicelli. Un imprenditore che dopo 10 anni di angherie mafiose ha deciso di denunciare i suoi estorsori; grazie alla sua collaborazione è partito ad Agrigento uno dei più grossi processi a cosa nostra, “Face Off”, e grazie ad Ignazio, la cupola mafiosa di Bivona (AG) è stata decapitata.
Ignazio è entrato nel “vortice” della Giustizia quando gli inquirenti, intercettando alcune telefonate, scoprono che è costretto a sottostare allo scacco mafioso. Da lì la proposta di collaborare alle indagini, ma in assoluto segreto: nessuno saprà che lui sta parlando con gli inquirenti. Poco dopo c'è una fuga di notizie e la sua collaborazione diventa di pubblico dominio. Anche durante il successivo dibattimento, per paura delle ritorsioni, Ignazio nega alcuni aspetti che riguardano la sua collaborazione, arrivando perfino ad essere indagato per falsa testimonianza. E' lì che decide di abbandonare ogni cautela e di raccontare tutto, sia delle vessazioni mafiose, sia della vicenda giudiziaria che lo vede protagonista. In pochi giorni diventa l'imprenditore “coraggio”, viene intervistato e invitato dalle associazioni e dalle scuole di mezza Italia. Parallelamente, però, le sue parole danneggiano le forze dell'ordine che avevano gestito la sua collaborazione, perchè mettono a nudo un bizzarro modus operandi che porta, tempo dopo, un capitano dei carabinieri a scrivergli un vero e proprio pizzino dal testo inequivocabile, durante una discussione sulla fuga di notizie che aveva messo a repentaglio la vita di Ignazio e dei suoi familiari: “la parola migliore è quella che non si dice”. Perfino chi lo deve tutelare gli volta le spalle.
Ignazio rimane solo ed isolato, il lavoro si dilegua, non riceve più commesse dai privati né tantomeno, ovviamente aggiungo io, dal pubblico. La sua sicurezza oscilla dall'auto di scorta blindata con due uomini armati ad una semplice utilitaria di “latta”. Il Confidi, il consorzio di garanzia collettiva dei fidi della Confindustria, che svolge attività di prestazione di garanzie per agevolare le imprese nell’accesso ai finanziamenti, nega la propria garanzia presso il Banco di Sicilia ad Ignazio, ridotto sul lastrico proprio a causa delle sue denunce antiracket. Citando quel diniego, il Banco di Sicilia a sua volta nega l'accesso al credito ad Ignazio, condannandolo al fallimento e addirittura al rischio di perdere anche la sua abitazione. A tutto ciò si aggiunge quella voce insistente quanto purtroppo attendibile, che ai piani alti della cosca abbiano già decretato l'omicidio di Ignazio. E, esperienza mi dice, che rimane pochissimo tempo prima che qualcuno esegua l'ordine di morte.
Di fronte a tutto questo, di fronte ad una morte annunciata, esattamente come nel romanzo di Gabriel García Márquez, in cui tutti sapevano che di lì a poco si sarebbe consumato l'orrendo omicidio di Santiago Nasar ma nessuno pensa di intervenire; anche a Bivona e ad Agrigento tutto tace. In Prefettura, ai piani alti dell'Arma, nei sindacati, in Confindustria. Silenzio.
Il dipartimento Antimafia dell'Italia dei Valori fa propria la battaglia di Ignazio Cutrò, e come responsabile gli do la mia parola che non lo lasceremo da solo. Ieri ho inviato una lettera al presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia e al presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, chiedendo loro di mobilitarsi urgentemente per salvare non solo l'azienda di Ignazio, ormai clinicamente morta, ma anche la vita di un uomo che dopo essersi affidato allo Stato, dopo aver contribuito ad assestare un colpo micidiale alla mafia, è stato abbandonato da tutti. Attendo risposta. L'Italia dei Valori e il dipartimento Antimafia, senza troppi clamori e senza l'affannosa ricerca delle prime pagine, porterà fino in fondo questa storia, affinchè Ignazio torni ad una vita normale e dignitosa e affinchè la sua vicenda non sia l'esempio della sconfitta dello Stato ma sia lo stimolo per gli altri imprenditori a “saltare il fosso” e affrontare cosa nostra. Come ripete sempre lui, “quando attraverserò lo Stretto per lasciare la Sicilia non sarò io ad aver perso, ma lo Stato”.
NUCLEARE, UNA SCELTA ANTISTORICA E ANTIECONOMICA
Il Governo Berlusconi, per bocca dello stesso Tremonti, ha dato alla scelta nucleare il significato dell'unica politica di sviluppo che il centro destra è in grado di proporre al paese. E' una decisione avventurista, che fa gli interessi di un complesso industriale ben identificato, che usa l'Enel per mettere le mani sulla gigantesca mole di affari legata agli appalti della costruzione delle nuove centrali.
La dimensione dell'affare è enorme. Supera la spesa che l'Italia ha sopportato negli ultimi 15 anni per la costruzione dell'Alta Velocità. Inoltre è noto che tutti gli affidamenti, i contratti e le costruzioni sono realizzati in un contesto di segretazione, che rende impossibile ogni controllo. I metodi usati per i lavori del G8, il cosiddetto “metodo Bertolaso”, riceveranno un impulso e un'estensione senza precedenti
La nomina di Romani a ministro dello sviluppo è stata voluta da Berlusconi che mette così un suo uomo ossequiente e ligio al volere del capo nel punto nevralgico delle politiche industriali italiane.
La preoccupazione si accresce ulteriormente se si tiene presente che la lobby affaristica, che agirà senza controlli, guadagnerà tanto di più quanto di più riuscirà a far crescere il costo delle costruzioni delle centrali ben al di fuori delle previsioni.
Le prime dichiarazioni del Governo e dell'Enel fissavano a 3,5 miliardi di euro il costo di una centrale elettronucleare di tipo EPR. E' noto che due centrali di questo tipo sono in costruzione in Francia e in Finlandia e il loro costo, alla metà della realizzazione, supera i 5 miliardi di euro. Il Canada ha rifiutato una proposta francese per una centrale nucleare di tipo EPR che ammontava a 8,5 miliardi di euro. E' prevedibile che le centrali italiane costeranno più di otto miliardi di euro l'una.
Con costi di questo tipo l'energia elettrica di fonte nucleare sarà più cara di quella da fonte convenzionale. Infatti gli ammortamenti degli impianti, le loro manutenzioni in condizioni di sicurezza, il decommissionamento e lo smaltimento delle scorie, che non hanno solo il problema del costo ma anche quello ben più grave della sicurezza dei siti, faranno salire il costo del chilowatt nucleare ben al di sopra dei costi attuali e forse al livello di quello delle fonti rinnovabili. Non è un caso se i costruttori, l'Enel e i partner francesi non sottoscrivono ancora i contratti se non hanno la sicurezza di poter adeguare le tariffe elettriche ai costi di ammortamento per almeno 30 anni.
Altro che riduzione delle tariffe elettriche del 20%, il costo della elettricità nucleare è destinato ad una crescita costante, con esiti economici imprevedibili.
Romani, desideroso di mostrarsi ligio agli ordini, ha stanziato 2,4 milioni di euro per l'Agenzia per la sicurezza nucleare, non ancora costituita. Vale la pena di ricordare che l'analoga struttura francese, che ha compiti fondamentali e un ruolo centrale per far procedere la scelta nucleare, ha un bilancio di oltre 400 milioni di euro e una struttura operativa cinque volte maggiore di quella pensata da Romani, che dovrebbe risultare dal trasferimento di due reparti provenienti da Ispra e Enea.
Se pensiamo che una struttura così asfittica, con pochi mezzi e poche competenze, dovrebbe controllare la grande lobby nucleare, vengono i brividi. Il professor Veronesi si appresta a dare la sua copertura a questo affare indecente. Rifletta bene, per non compromettere una fama di scienziato ben meritata solo per inseguire un'ultima infatuazione. Non vorrei ricordare al professore, che ha dedicato la vita alla battaglia contro il cancro, che importanti studi di suoi colleghi tedeschi mostrano che i bambini che vivono vicino alle centrali hanno una maggiore incidenza di leucemie infantili. dovrebbe riflettere bene prima di dare il suo avallo a questa avventura. L’Agenzia, priva di risorse proprie, sarà di fatto alla mercé dei costruttori.
Come dimostra il caso della vendita di Green Power da parte di Enel, che si disfa della sua azienda che opera nelle energie rinnovabili, per fare cassa per il nucleare, la scelta nucleare del governo italiano è assolutamente alternativa a quella per le energie rinnovabili e per la green economy. Si ha un bel dire, come fa la Prestigiacomo, che faremo tutto, nucleare e rinnovabili. In Italia non ci sono le risorse finanziarie per questo connubio e la scelta nucleare ci relegherà al ruolo di fanalini di coda nel comparto più dinamico delle tecnologie energetiche del futuro e della ricerca.
L'A.D. Di Enel dice, esagerando, che la costruzione delle centrali elettronucleari porterà diecimila nuovi posti di lavoro. Bisogna rispondere che con la stessa cifra e nella metà del tempo, le energie rinnovabili possono produrre più di 150mila posti di lavoro.
Adesso è il momento di intensificare la mobilitazione nei territori interessati dai siti, che ormai si conoscono, e in tutto il Paese, per prepararci alla battaglia referendaria di primavera, per battere sul campo il governo Berlusconi e per dare al Paese una nuova prospettiva politica.
BANCA D’ITALIA: SALE LA DISOCCUPAZIONE, MALE L’ECONOMIA
Pochi giorni fa sono usciti nuovi dati e analisi della Banca d’Italia. Sono dati molto preoccupanti: la disoccupazione è arrivata all’11% se teniamo conto dei cassaintegrati e delle persone che sono scoraggiate e quindi non cercano lavoro. Si tratta di un fenomeno molto più esteso al Sud che non in altre aree del Paese e il tasso di disoccupazione tra i giovani, supera il 33%; significa che un giovane su tre è senza lavoro. Le imprese che hanno dichiarato nei sondaggi di non volere assumere lavoratori superano significativamente quelle che nel prossimo trimestre intendono fare nuove assunzioni.
Il fenomeno nuovo, potremmo dire, è che la disoccupazione oramai comincia a colpire in maniera molto sensibile anche i lavoratori a tempo indeterminato. Quindi non soltanto i giovani precari, ma anche le persone che fino a poco tempo fa avremmo detto “con il posto sicuro”.
Hanno perso il lavoro nel secondo trimestre di quest’anno, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quasi 200mila persone. Complessivamente la Cassa Integrazione Guadagni è aumentata rispetto al trimestre precedente di quasi il 10%, per l’esattezza il 9,8%.
Si tratta quindi di dati tutti molto preoccupanti, che ci dicono che la crisi non è ancora finita, che c’è ancora in corso una situazione molto difficile sul mercato del lavoro. La Banca d’Italia stima che quest’anno la nostra economia crescerà dell’1,3%. Per avere un’idea, la Francia, sempre nel 2010, crescerà dell’1,9 e la Germania, addirittura, del 4, 2%.
Di fronte a questi dati così preoccupanti, il Governo è sostanzialmente fermo, e il dibattito tra Berlusconi e Fini continua ad essere incentrato su misure che interessano personalmente il capo del Governo.
Noi invece vorremmo che in questa situazione così difficile, venisse lanciato un piano di sostegno alle famiglie più povere, prese misure a sostegno dei giovani precari, interventi finalizzati al rafforzamento della nostra capacità innovativa e per la ricerca. Diciamo anche basta con i tagli all’Università e alla Cultura attuati da questo Governo negli ultimi tempi.
CALDEROLI SBUGIARDATO DI NUOVO. A CASA CON LA RUSSA!
“Non ho mentito. Diversamente, sono pronto a rassegnare spontaneamente le dimissioni. Quale sia stata la ragione per l’originaria inclusione del d.lgs. n. 43 del 1948 tra le abrogazioni, essa è stata effettuata all’interno del competente ministero della Difesa. Ho talmente a cuore le riforme che sono all’esame del Parlamento che mi impegno a non presentare denuncia nei confronti di chi mi ha accusato di aver dichiarato il falso in Parlamento, se non dopo la loro approvazione”. Questo il guanto di sfida, lanciato ieri sera dal ministro Roberto Calderoli all’Italia dei Valori, attraverso una lettera inviata al presidente della Camera Gianfranco Fini. Il ministro ribadisce la sua innocenza e assicura di dimettersi se le nostre accuse dovessero rivelarsi veritiere.
Ebbene, oggi noi diciamo che a casa non ci deve andare solo Roberto Calderoli, che ha mentito al Parlamento, ma anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che ha ceduto di fronte “all’esplicito diniego” del ministero della semplificazione normativa, rendendosi complice di un comportamento gravissimo. Calderoli e La Russa devono dimettersi. E lo diciamo perché questa mattina il ministero della Difesa ha inviato una nota che dà ragione a noi e al consigliere di Stato Vito Poli, smentendo la versione di Calderoli e svelando il ruolo supino ai suoi voleri avuto dal ministro La Russa in questa vicenda.
Ecco quello che ribadisce il ministero della Difesa: “l'abrogazione, da parte del Codice dell'ordinamento militare, del divieto di associazioni di carattere militare, e' stata un ''errore materiale'' di cui il Ministero della Difesa ha proposto la rettifica, ma questa soluzione ''non e' stata condivisa'' dal Dipartimento per la Semplificazione normativa, ''co-proponente del Codice, per non trascurabili ragioni tecnico-giuridiche''. Ecco la verità nero su bianco. Il ministero della Difesa aveva chiesto la rettifica ed il ministero della semplificazione normativa si è opposto per “ragioni tecnico-giuridiche” che, tra le altre cose, non esistono, sono una balla colossale. Si perché, come ha scritto il consigliere Poli, quell’errore non solo si doveva ma si poteva correggere. Bastava semplicemente, come ha scritto il consigliere nella lettera inviata al sottoscritto e al ministro Calderoli, utilizzare “la pacifica giurisprudenza” della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione “su fattispecie analoghe a quella in questione” (Cass. Civ., sez. II, 28 maggio 1997, n. 4711).
Qualcuno, non il ministero della Difesa né la Commissione all’uopo designata, avevano chiesto né inserito l’abrogazione della norma sulla depenalizzazione del reato di associazione di stampo militare con scopi politici, la norma “salva camicie verdi” che serviva ai 36 leghisti indagati a Verona. Qualcuno, invece, l’ha fatto. Il ministero della Difesa, scoperto l’errore, aveva chiesto la rettifica. Qualcuno, sempre lo stesso, si è opposto. “Qualcun altro”, di fronte all’esplicito diniego, ha ceduto. Noi abbiamo scoperto chi era “quel qualcuno” e chi era quel “qualcun altro”. Gli autori ed attori, attivi e passivi di questa vicenda, sono Calderoli e La Russa. Per questo, oggi, chiediamo che ad andare a casa siano entrambi.
LA DISCARICA NEL PARCO DEL VESUVIO: SCELTA ABERRANTE
Gli abitanti di Terzigno e Boscoreale e più in generale gli abitanti della zona costiera del Parco Nazionale del Vesuvio, hanno ragioni da vendere. Una seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio è quanto di più inconcepibile si possa prevedere. La Commissione Europea, che era stata investita da diverse petizioni dei cittadini, ha usato un termine inequivocabile “SCELTA ABERRANTE” .
In realtà cosa succede: dopo due anni di governo delle destre in Campania niente si è mosso rispetto all’era Bassolino. La verità è che il centro destra e Berlusconi hanno solo sfruttato propagandisticamente la grave situazione relativa ai rifiuti di Napoli, spostandoli in provincia, per vincere le elezioni e disinteressarsi poi completamente della questione. Dopo di che, nella giornata di ieri, i parlamentari del PDL della Campania, arrogandosi un diritto non loro, quello di scegliere al posto delle istituzioni, hanno confermato l’aberrazione della seconda discarica nel Parco del Vesuvio.
Premesso che l’Italia dei Valori è ben conscia del fatto che se non si realizza un sistema diffuso di raccolta differenziata e non entrano in funzione i termovalorizzatori previsti, la situazione sarà sempre di emergenza, si sottolinea però che purtroppo, dopo due anni, nonostante i proclami di Berlusconi, nessun nuovo termovalorizzatore è stato realizzato. Quello di Acerra, che rappresenta il 20% della soluzione ipotizzata dal Governo, funziona con una linea, forse due, sulle tre previste e serve tutta la Regione.
In questa situazione il buon senso avrebbe voluto che l’intera Regione, nella quale vi sono altri siti individuati dal Governo, avesse contribuito a dare il proprio sostegno nella situazione di emergenza. Il risultato invece è stato la chiusura campanilistica di tutte le province e la presa di posizione dei parlamentari campani del PDL che, sconfessando anche il loro Presidente Caldoro, hanno sentenziato che al Parco Nazionale del Vesuvio debba essere inferta questa nuova lesione. Il termine “ABERRAZIONE” usato dalla Commissione Europea chiosa bene le attività di Governo del centro destra in Campania. L’IDV continuerà a essere a fianco dei cittadini che democraticamente protestano contro tale “ABERRAZIONE”.
IL PRIMO ROMANI, L’ULTIMO MASI
Romani che esordisce nella sua nuova veste di ministro definendo ‘odiosa’ la puntata di Report sull’affaire Antigua che vede coinvolto il premier. Masi che blocca il programma ‘Vieni via con me’ di Saviano e Fazio a tre settimane dal debutto e che rimanda la resa dei conti con Santoro alla fine dell’iter dell’arbitrato. C’era una volta il servizio pubblico di informazione, oggi esiste quello della pubblica epurazione. Il ministro dello Sviluppo ha lasciato intravedere l’obiettivo del suo mandato: garantire gli interessi Mediaset e l’immagine di Berlusconi. E siamo all’inizio. Il Dg Rai invece ha confermato l’Armageddon: vuole e deve portare al padrone d’Arcore la testa di Santoro e lo scalpo delle voci critiche (Fazio e Saviano). E siamo alla fine, forse. Perché tra la vecchia e la nuova bastonatura del dissenso, la verità è semplice: sullo stesso Masi è piovuta addosso la rabbia di un premier che non lo considera all’altezza della mission censoria a cui è stato preposto. Dunque Masi cerca di portare a casa il risultato prima che sia troppo tardi e che il sire d’Arcore decida una sostituzione, compiendo l’epurazione dell’epuratore. In entrambi i casi, quello di Romani e di Masi, la vittima è la stessa e stessa la causa, come medesimo è il danno. Che si chiamino Santoro, Gabanelli, Fazio o Saviano, il target è l’informazione critica, quella che tocca i nervi scoperti del Cavaliere: offshore tipo Flat point&co; affari e speculazioni immobiliari poco chiari come ad Antigua; rapporti con banche sospettate di riciclaggio come la Arner, giudicata negativamente da Bankitalia mentre le procure di Palermo e Milano hanno chiesto chiarimenti alla sede centrale svizzera. Quell’informazione che affronta i temi scomodi: legami fra mafia e politica, sodalizi con personaggi tipo Dell’Utri, emergenza rifiuti e terremoto, dossieraggio e macchina del fango (scaletta di Fazio e Saviano). La causa è evidente: l’informazione che vigila sul potere – in particolare quello di re Silvio- va stroncata. Il danno è dei telespettatori e del servizio pubblico: Annozero e Report (con il loro boom di ascolti) garantiscono introiti salvifici per la Rai, mentre lo stesso avrebbe fatto il programma di Fazio e Saviano, il quale già ha esaurito gli spazi pubblicitari a disposizione. La tecnica di censura è identica: mettere gli autori e i protagonisti nella condizione di non poter più lavorare sotto i colpi della burocrazia, diciamo anche dell’omicidio professionale con carta da bollo. Scuse economiche che coprono ragioni politiche (Vieni via con me): gli ospiti cancellati da Masi a poche settimane dal debutto perché troppo alti i loro compensi (veramente Benigni era disposto a partecipare anche gratuitamente, veramente la presenza di una star mondiale come Bono dovrebbe dar lustro all’azienda), ma anche spostamenti di messa in onda (alla fine è stato imposto il lunedì, in contemporanea con il Gf). Purtroppo la verità è un’altra e lo è da troppo tempo. Almeno 16 anni. La censura riguarda il contenuto televisivo: quel Paese reale e quella reale politica che Berlusconi, leader della realtà immaginaria e pubblicitaria da regime, vorrebbe oscurare per incassare consenso dopato, frutto di una narcolessia sociale. Riguarda anche l’occhio vigile dell’informazione sul potere che, quando è limpido, si lascia guardare, ma quando è opaco cerca di sfuggire. Così Romani dimostra di esser rimasto fedele a se stesso: pensa ancora di essere una mente prestata agli affari Mediaset e alla tutela del capo, nonostante sia ministro dello Sviluppo con compiti delicati, come quello del rinnovo del contratto di servizio Rai. Quando dismette questi panni, il massimo che riesce a produrre è la promessa di una nuova centrale nucleare in Lombardia. Così non sappiamo in quale ambito relegarlo perché sia meno dannoso. Masi è l’uomo di sempre, quello delle intercettazioni dell’inchiesta di Trani che riceve le telefonate del premier che gli chiede di realizzare il confino dall’etere di Santoro. E quelle di sempre restano le domande: signor Presidente, che cosa può dirci dei rifiuti e degli appalti, di Dell’Utri e Cosa nostra, della oscura macchina del fango che coinvolge il suo giornale di famiglia? E delle offshore di cui si è servito e si serve (oltre 60) oppure dell’immobiliarismo rampante in cui si è lanciato ad Antigua, cosa può dirci Signor Presidente? Intanto strangola l'informazione libera e le coscienze del paese, le stordisce con il bromuro delle sue tv, quelle della realtà che non esiste, o meglio esiste solo nella mente del regime. Il suo.
CALDEROLI BUGIARDO, SI DIMETTA!
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La vicenda è talmente grave, che qualcuno potrebbe non crederci, se non fosse per il fatto che i documenti qui riportati testimoniano ogni scandaloso passaggio del recente operato di un ministro della Repubblica che mi fa vergognare di essere italiano. Calderoli ha abusato del suo ruolo di ministro per coprire 36 suoi compagni di partito, rinviati a giudizio con l’accusa di associazione di carattere militare con scopi politici. Ma questa è solo una piccola goccia nel mare di fango che ricopre fino al collo il ministro per la semplificazione normativa. Ecco i fatti. L’esponente leghista ha, infatti, ingannato il suo stesso governo, manipolando dolosamente o facendo manipolare da altri, il testo redatto da un apposito Comitato scientifico, e con scaltra manina ha introdotto, o fatto introdurre, l’abrogazione del reato di banda armata per fini politici, che non c’entrava niente con quel testo. Ma vi è ben di più e di peggio, perché, una volta scoperto da Travaglio il pasticcio, Calderoli è arrivato al punto di intervenire direttamente presso la Presidenza del Consiglio, per impedire la pubblicazione della rettifica in Gazzetta Ufficiale, per la quale il governo, su iniziativa del ministro della Difesa, aveva già avviato la procedura. Tutto questo non lo diciamo noi, ma lo testimonia questa lettera che mi è stata recapitata stamattina dal Consiglio di Stato. Ce n’è abbastanza, insomma: menzogne ripetute, nei confronti di cittadini e del governo stesso, chiara e dolosa volontà d’impedire la rettifica di un errore che abbiamo scoperto non essere un errore e, probabilmente, gli estremi stessi di reato. In un paese normale, dopo un episodio del genere, l’intero governo andrebbe a casa con la coda fra le gambe. Al di là dell’atteggiamento gravissimo di un Calderoli mosso da interesse politico diretto, in questa vicenda viene fuori con abbagliante evidenza che questo esecutivo si basa su un pactum sceleris, in cui l’unica legge che viene rispettata con devozione è quella del perseguimento dei propri scopi, un governo che può essere oggetto di ricatto, come in questo caso. La cosa è talmente grave che abbiamo già trasmesso la lettera al presidente della Repubblica, perché sia messo al corrente di quanto accaduto ed abbiamo predisposto una denuncia alla Procura della Repubblica. Ma non ci fermiamo qui. Domattina inizieremo la raccolta di firme per la presentazione di una mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro Calderoli. Quel che è certo è che Calderoli non può rimanere un minuto di più accomodato sulla sua poltrona. Su questo siamo categorici. Ora ne abbiamo davvero abbastanza. Avviamo visto di tutto in questi due anni di governo, ma questo è troppo. Crediamo sia l’ora che questi signori vadano a casa, perché non sono degni di governare il Paese.
BERLUSCONI IN FUGA DAI SUOI GIUDICI NATURALI
C’è qualcuno che ancora in Italia ha dubbi sulla fuga indecente che Silvio Berlusconi sta tentando da anni di fronte ai suoi giudici naturali? Sembra di sì a sentire le dichiarazioni di ministri e parlamentari del PDL, inclusi anche i seguaci del presidente della Camera Fini che pure sono in imbarazzo.
La commissione Affari Costituzionali del Senato ha approvato, con un improvviso blitz della maggioranza, una norma del Lodo Alfano costituzionale che fissa la retroattività dell’immunità del presidente del Consiglio come del Presidente della repubblica (che nulla aveva chiesto, è ormai chiaro).
Sicchè, con una simile norma contraria alle regole proprie della legge penale che non può mai essere retroattiva, secondo i principi del nostro ordinamento giuridico, si cerca di evitare che possano nascere problemi sul passato del Cavaliere, gravemente indiziato nei processi siciliani di rapporti con Cosa Nostra prima di scendere in politica e, nello stesso tempo, si ripropone l’immunità completa per tutti gli anni di carica in modo (come si è detto) di lasciarlo tranquillo a governare.
Un governo del Paese che ormai, anche nel PDL, riconoscono poco efficace, o addirittura rovinoso, in settori fondamentali della società italiana: dalla politica estera legata all’amicizia con Gheddafi e Putin, all’economia e al lavoro che vedono l’Italia fanalino di coda della ripresa economica occidentale per non parlare dei tagli enormi praticati in tutto il settore dell’istruzione che è l’aspetto fondamentale per le speranze delle nuove generazioni di italiani. L’emendamento è stato definito vergognoso dal segretario del PD Bersani e l’on. Di Pietro lo ha definito l’ espediente chiaro di un regime che sta finendo.
E’ quello che si augurano tutti quelli che al populismo autoritario di Berlusconi vogliono sostituire il ritorno al più presto allo Stato di diritto sancito nella Costituzione repubblicana e alle regole di una democrazia parlamentare scelta dai cittadini in una lotta politica pacifica ed espressa con metodi democratici. Se le elezioni anticipate sono necessarie per raggiungere questo obbiettivo siamo pronti ad affrontarle tanto più che il Parlamento della sedicesima legislatura sembra quasi completamente esautorato dall’esecutivo, si lavora da tempo non più di due giorni alla settimana e si accantonano i problemi essenziali della società italiana e delle nuove generazioni. In questa situazione le elezioni appaiono l’unica via di uscita a questo stanco autoritarismo.
UN CONVEGNO CONTRO LA CENSURA SUL WEB
“Libero Web in libero Stato. No alla censura, si alle regole”, è l’incontro che si terrà a Roma mercoledì 20 ottobre. Web Dv, la tv dell’Italia dei Valori, oltre ad aver dato la sua adesione all’evento, lo trasmetterà in diretta streaming su questo sito e su www.webdv.it.
L’iniziativa vuole essere un momento di riflessione sull’attuale situazione della Rete in Italia e su chi quotidianamente la vive e la difende.
Una riflessione importante in un momento come quello che stiamo vivendo in cui sono sempre più agguerriti i tentativi di restringere le libertà d’espressione on-line e di equiparare il Web ai tradizionali mezzi di informazione. Media tradizionali – Tv, giornali, radio - che oggi come non mai sono appiattiti sulle “interessate” posizioni dei rispettivi editori/imprenditori. Basta guardarsi intorno per constatare la situazione in cui è ridotta l’informazione nel nostro Paese. L’esempio più eclatante (e scandaloso) riguarda il presidente del Consiglio che controlla almeno tre reti televisive private e due pubbliche (primo e secondo canale Rai). Un sistema che evidentemente non garantisce nessuna libertà, scientificamente concepito per ridurre l’informazione a mera propaganda politica, le notizie a “consigli per gli acquisti”, i dati a bollettini elettorali.
Non diciamo nulla di nuovo quando affermiamo che la Rete in Italia è costantemente sotto attacco. Sono evidenti a tutti i tentativi di questo Governo di imbavagliare internet, addossando a questo mezzo le peggiori responsabilità, i più efferati reati. Sono segnali preoccupanti, rivelatori di una cultura anacronistica e illiberale di cui è intrisa gran parte della classe dirigente italiana, impegnata in una lotta antistorica tesa a combattere la libera circolazione delle idee e il confronto trasparente e democratico.
Per questo è importante “Libero Web in libero Stato. No alla censura, si alle regole”. Per discutere e difendere quella che è forse, almeno nel nostro Paese, l’ultima frontiera della libertà d’informazione.
Appuntamento presso: ‘Sotto casa di Andrea’ Via dei Reti, 25 – quartiere San Lorenzo – Roma.
Parteciperanno Alessandro Gilioli (giornalista di l'Espresso e Blogger); Guido Scorza (avvocato, giornalista); Gianfranco Mascia (responsabile WEBDV, tv web di Italia dei Valori); Francesca Fornario (autrice satirica, giornalista dell'Unità); Claudio Messora (Blogger); Samanta Di Persio (scrittrice, autrice di “Le morti bianche” e “Ju Terramutu”). Inoltre: ‘Informare per resistere’ e ‘Articolo 21’.
L’incontro sarà moderato da Piero Ricca.
IMPRESENTABILI: CAMBIAMO IL SISTEMA!
La Commissione Parlamentare Antimafia si sta occupando di “stanare” gli indegni eletti alle ultime elezioni amministrative, e Pisanu ha già lanciato l’allarme sottolineando che “l’immagine complessiva che se ne ricava è che la disinvoltura nella formazione delle liste sia molto più allarmante di quella che noi abbiamo immaginato. Sono liste gremite di persone che non sono certo degne di rappresentare nessuno”.
Una dichiarazione molto pesante, anche in virtù del fatto che a dirlo non è un noto comunista o un affermato giustizialista ma Giuseppe Pisanu, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia e tesserato PDL. Le ultime elezioni dimostrano che il codice di autoregolamentazione per le elezioni approvato alla Camera lo scorso febbraio è stato in troppi casi disatteso, e quindi evidentemente non basta.
In un articolo pubblicato su Repubblica la scorsa settimana, Roberto Saviano scrive che “il codice etico elettorale viene sbandierato quando si è molto lontani dalle elezioni e poi dimenticato quando bisogna candidare chi ti porta i voti”. Non si parla di sospetti e non si tratta di complottismo: ci sono i dati. E sono semplicemente agghiaccianti.
La verità è che bisogna cambiare registro, è indispensabile fare in modo che quantomeno chi è stato condannato per reati gravi non sia candidabile. In questo senso i partiti hanno dimostrato per l’ennesima volta di non essere in grado di garantire ai cittadini candidature “degne”. Non sono stati in grado di sviluppare alcun senso legalitario, e probabilmente non lo saranno nemmeno in futuro se i cittadini non si faranno carico della responsabilità di farsi sentire e pretendere che il “sistema” cambi. E’ arrivato il momento. Nonostante i partiti, soprattutto quelli italiani, sembrino essere “restii” all’approvazione di norme che contrastino la presenza di “indegni” all’interno delle istituzioni, stiamo portando avanti dentro e fuori le aule del Parlamento Europeo la battaglia per ottenere l’incandidabilità di chi è stato condannato in via definitiva per reati che lo rendono incompatibile con lo svolgimento di un così delicato ruolo nelle istituzioni. Insieme a Rita Borsellino, Rosario Crocetta e Eva Joly abbiamo lanciato una dichiarazione scritta per fare prendere una posizione su tale argomento al Parlamento Europeo. Per sostenere questa battaglia, ormai giunta alle sue battute finali, stiamo promuovendo una petizione con la quale chiediamo, in vista delle elezioni del Parlamento europeo del giugno 2014, una revisione dell’Atto riguardante le elezioni dei rappresentanti che includa il seguente testo: “I candidati alle elezioni europee non devono essere stati condannati per corruzione, reati contro la pubblica amministrazione, incitamento al razzismo o per reati riconducibili a rapporti con le mafie, la criminalità organizzata e il terrorismo“.
In questa maniera gli Stati membri saranno tenuti ad adottare tale modifica e a ratificarla prima del 2014, così che i cittadini già alle prossime elezioni europee potranno avere una maggiore fiducia nelle istituzioni europee e nella qualità dei candidati.
Per raccogliere le firme necessarie, però, serve la collaborazione di tutti. Per questo motivo vi chiedo non solo di firmare la petizione e di inviare una mail ai deputati europei per chiedere di firmare la dichiarazione scritta nr. 59, ma anche di inserire il banner dell’iniziativa sui vostri siti o blog e di diffondere l’iniziativa il più possibile. Grazie a tutti!
Visita il sito
CONSULTORI, UNA RIFORMA CHE NON SERVE
Con la decisione di incardinare la discussione della legge Tarzia nella Commissione Politiche Sociali del Consiglio Regionale del Lazio, la maggioranza di Renata Polverini accelera verso una riforma dei consultori pubblici definita da più parti illegittima e pericolosa. Nulla ha potuto nemmeno il parere di un organo tecnico e neutrale come l’ufficio legislativo del Consiglio, che nel testo ha rilevato un’incostituzionalità addirittura ai sensi dell’articolo 3 della Carta, quello sull’eguaglianza dei cittadini. D’altra parte questa proposta è un esempio illuminante di uno degli obiettivi del centrodestra italiano: coprire una politica antisociale attraverso lo sbandieramento di norme tese a delimitare, influenzare, imporre per legge le scelte etiche dei cittadini.
Sin dalla prima frase della relazione allegata alla legge, la proposta rivela la propria ‘anima’ – giacché di ratio della norma, come vedremo, non si può neppure parlare. “La proposta di legge regionale in commento” recita il testo “ridefinisce il ruolo dei consultori familiari, non più strutture prioritariamente deputate a fornire, in modo asettico, una serie di servizi sanitari o parasanitari alle famiglie, bensì istituzioni vocate a sostenere e promuovere la famiglia e i valori etici di cui essa è portatrice e che trovano solenne riconoscimento nella Carta costituzionale e nella Legge Regionale 32/2001 del Lazio”. Non più servizi dunque, ma valori. Ovvio che, dopo un incipit del genere, ogni sillaba dell’articolato debba essere conseguente. Il consultorio è uno “strumento del compito generativo”. Vi sono ammesse, per collaborare, solo associazioni che condividono questa finalità: sicuramente non la Luca Coscioni o Vita di donna, ad esempio. Un’altra norma, senza alcun fondamento nella legislazione italiana, riconosce il concepito quale membro della famiglia. Un assurdo giuridico. Il “potenziamento” dei consultori e la tutela della salute della donna sono meri alibi. Gli scopi dei firmatari della riforma Tarzia sono altri.
Il primo consiste nel finanziare con risorse pubbliche strutture private. Non tuttavia per affermare una normale politica di sussidiarietà regolata, affidando anche al privato funzioni pubbliche, ma per sostituire una funzione pubblica, laica e pluralista, con formazioni confessionali. Si vuole premiare l’impegno ideologicamente connotato, non finalizzato ad aiutare scelte consapevoli, ma teso ad imporre comportamenti considerati etici per legge e previsti nella legge stessa. Non a caso, la riforma non prevede nemmeno una minima procedura di accreditamento che prescriva garanzie chiare, oggettive, sui requisiti e i controlli necessari; e consente di derogare alle poche regole oggi esistenti per l’accreditamento dei servizi sanitari di cui i consultori fanno parte.
L’altro obiettivo è ostacolare l’aborto. Alle donne che chiedono di ricorrere all’Interruzione volontaria di Gravidanza, non è proposto un percorso di sostegno ad una scelta libera e consapevole, bensì un vero e proprio calvario psicologico, in cui operatori controllati da un comitato di bioetica dovrebbero inquisire sulle condizioni e le motivazioni di ogni donna. Con la sanzione finale, imposta sia alle pazienti sia agli operatori, di dover firmare un documento in cui si dichiara espressamente di non aver voluto accedere alle cosiddette alternative, peraltro del tutto fantomatiche. La legge naturalmente promette sostegni economici alla maternità. Aiuti però del tutto ipotetici, ad oggi, visto che nel bilancio della Regione Lazio non ve n’è traccia (e anche aiuti sbagliati, visto che uno dei problemi fondamentali è la possibilità, avuto un figlio, di tornare al lavoro). Anzi, in assestamento di bilancio, la Giunta Polverini ha sancito la decurtazione di un milione e mezzo di euro del fondo sociale che finanzia i consultori.
La verità è che non c’è nessun bisogno di nuove leggi. Basterebbe leggere i dati sui consultori del Lazio per capire che svolgono da anni un’opera preziosissima e riconosciuta, e che non hanno certo bisogno di comitati di bioetica o di interventi ideologici. L’unica casa che serve sono le risorse economiche, di sedi e di personale. Basterebbe affrontare il tema con un atteggiamento laico, razionale ed orientato all’interesse dei cittadini, non alla tutela delle associazioni “amiche” dei consiglieri firmatari.
Sottoscrivi la petizione contro la proposta di legge Tarzia
INPS: SU AFFERMAZIONI MASTRAPASQUA SACCONI RIFERISCA IN AULA
Lasciano sbalorditi le dichiarazioni rilasciate da Antonio Mastrapasqua ad un convegno dell'Ania e Consumatori. Rispondendo sulla impossibilità, da parte dei parasubordinati, di effettuare la simulazione della pensione sul sito dell'Inps, il presidente dell’Istituto è stato costretto ad ammettere che: "se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale".
Dichiarazioni gravissime che, comprensibilmente, stanno mettendo in allarme il vasto e variegato mondo dei cosiddetti contratti atipici iscritti alla gestione separata Inps: collaboratori, consulenti, lavoratori a progetto e co.co.co.
Per questo l’Italia dei Valori presenterà un’interrogazione urgente al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi chiedendo un immediato chiarimento della vicenda. Non si può cercare di nascondere il mostro sociale che l’attuale regime pensionistico sta generando, bisogna evitare che tra 30-40 anni un’intera generazione finisca in uno stato di indigenza e povertà. Questo governo, impegnato a scardinare i diritti dei lavoratori sin dal primo giorno di legislatura, pensa di risolvere tutto con l’inutile propaganda del ministro della disoccupazione Sacconi. Un atto irresponsabile che non può garantire un futuro dignitoso ai giovani e ai precari. Attualmente questi lavoratori sono soggetti ad una particolare forma di previdenza obbligatoria (gestione separata) che prevede un'aliquota di contribuzione al 26.72% sul reddito: un terzo a carico del lavoratore, due terzi a carico del datore di lavoro. Un meccanismo che, si capisce dalle parole di Mastrapasqua, non è in grado di garantire nemmeno lontanamente delle pensioni almeno dignitose.
Per evitare di condannare un’intera generazione a una vecchiaia di privazioni e rinunce, l’Italia dei Valori propone che i giovani, siano essi dipendenti o parasubordinati, percepiscano dopo 40 anni di lavoro non meno del 60% di pensione pubblica, esattamente quanto concordato nell’ultimo accordo unitario fatto dalle confederazioni sindacali con il governo Prodi. L’IdV inoltre, mette a disposizione di tutti i precari che non sono organizzati nei sindacati, il proprio sito internet www.idvlavoro.it.
Trasferito don Aniello: usava il Vangelo contro la camorra! Saviano dica qualche cosa!
Ha detto l’ultima messa ai suoi parrocchiani di Scampia, don Aniello Manganiello, trasferito a Roma per volere della autorità ecclesiastiche. E nel silenzio generale. Ha detto: «Dopo la fiaccolata organizzata a luglio a Napoli contro il mio trasferimento e la conseguente risonanza nazionale è calato il silenzio. A mio avviso penso che questo silenzio possa essere stato imposto. Da chi non lo saprei dire…». Più di mille persone lo hanno voluto salutare.
Le cronache parlano di commozione e rabbia per la sua ultima messa a Napoli dopo sedici anni vissuti in trincea in un territorio ad alta densità camorristica. Una scelta spiegata dall'Opera don Guanella con logiche di avvicendamento. Don Aniello non è stato tenero con le gerarchie ecclesiastiche: «Mi sento violentato psicologicamente per un trasferimento che mi impedisce di proseguire un percorso». La Chiesa dovrebbe essere «più incisiva nella lotta alla criminalità.... specie nell'amministrazione dei sacramenti…». Ha aggiunto ancora: "Avrei voluto la solidarietà elle altre parrocchie invece di sentirmi dire che ero scomodo o fuori dal coro. Tutto questo mi ha amareggiato. Così come l'accusa di aver strumentalizzato i mass media per crearmi l'immagine di prete anti-camorra. Ma io le minacce di morte le ho ricevute sul serio dopo l'intervista a 'Le Iene', non sono un'invenzione". Oggi nella Chiesa mi pare si facciano dei bei discorsi ma poi siano pochi i fatti. Per questo mio modo di impormi come martello sulla camorra e i camorristi, il denunciare, questo attaccare le loro prepotenze e dirlo in tv, ai giornalisti e indicare dove si spaccia, dove si chiede il pizzo, ho avuto rimproveri e critiche all’interno della chiesa stessa. Io ho rifiutato il matrimonio ai camorristi e il battesimo ai loro figli quando non accettavano un percorso di conversione mentre tanti parroci, per non avere noie, i sacramenti continuano a darli anche a questa gente. Per questo sono un prete scomodo non in linea con gli altri parroci, ma io rifarei tutto».
«Quando arrivai fui colpito da un ragazzo diciottenne, ex pusher dei Di Lauro, che aveva iniziato il cammino in carcere. Lo presi come figlio. Oggi è completamente rinato, allora era morto. È sposato, ha due bambini e ha scritto un bellissimo libro, Ali bruciate. Si chiama Davide Cerullo e oggi, in giro per l’Italia, parla di legalità per dire che è possibile liberarsi della mafia, della camorra. L’altra cosa che mi colpì quando arrivai fu un muro con inferriata alto più di due metri e che separava il centro Don Guanella dalla strada. Lo feci abbattere e la gente apprezzò tantissimo, perché fu come aprire “i cancelli” della Chiesa, senza paura dei ladri, degli spacciatori, dei delinquenti. Tutti potevano entrare nella nostra casa.
Le difficoltà maggiori le ho trovate dalla politica. Quando ho denunciato la collusione della politica con la camorra il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, invece di interrogarsi su queste parole e di chiamarmi ha minacciato di querelarmi alla Procura della Repubblica. A Bassolino, nel ’96, durante una riunione con noi parroci da lui convocata, dissi di chiedere scusa per i ritardi e la condizione delle periferie. Rispose che non si sentiva responsabile di nulla e gli diedi del “pidocchio” su Repubblica. Il giorno dopo mi chiamò dandomi del mascalzone.
“Mi hanno tacciato di essere un prete di destra. Ma quale destra e quale sinistra?! Io nelle mie denunce non sono stato condotto da motivi ideologici o scelte partitiche: le mie denunce le ho fatto perché vedevo il degrado, il malgoverno, i ritardi, la gestione scandalosa dei soldi della collettività! Il menefreghismo di certa politica e la collusione provocava in me una ribellione per dare voce alla gente che per paura o per clientelismo non parlava».
E' finita con cinque minuti di applausi e i fedeli che non volevano lasciare la chiesa. E con qualcuno che ha sparato fuochi d'artificio: "Sono stati i miei bambini - spiega don Aniello frenando su altre possibili interpretazioni - mi hanno voluto festeggiare così".
Una domanda finale: ma perché lo hanno trasferito?
Mi sarebbe piaciuto che Saviano avesse fatto sentire la sua voce per impedire che ciò avvenisse!
L'ORTICELLO DELL'ONOREVOLE E' SEMPRE PIU' VERDE
Fatta la legge trovato l’inganno, recita un vecchio detto. Più che vecchio, superato, perché oggi, in Italia, si va ben oltre: fatta la legge fatto l’inganno. Questa volta se ne sono inventata un’altra: una specie di legge mancia scolastica. Ricordate cos’era la legge mancia? Una legge che assegnava ai parlamentari un bonus economico da spendere per la realizzazione di opere pubbliche. Da spendere dove e come volevano. Opere pubbliche in cambio di voti, insomma. Avevamo bloccato questa vergogna negli anni del governo Prodi, ma il centrodestra l’ha subito riportata in auge. E, cosa grave, ne ha fatto un modello. Abbiamo scoperto, infatti, che le commissioni Cultura e Bilancio hanno a disposizione centoventi milioni di euro circa, stanziati nell’ultima finanziaria, per ristrutturare edifici scolastici, modernizzarli, migliorarli. Nobile lo scopo su cui siamo assolutamente d’accordo, pessimo il metodo. La somma sarà ripartita tra i singoli parlamentari delle commissioni e ognuno potrà spenderli come vuole. Naturalmente, salvo qualche illuminata eccezione, serviranno a finanziare opere che garantiscono al parlamentare un ritorno elettorale. Non è stato stabilito alcun criterio per l’assegnazione dei fondi, né il parlamentare dovrà rendere conto a qualcuno. Facciamo un esempio: nel collegio x ci sono tre scuole: una perfetta e moderna appena costruita, una che ha bisogno di qualche intervento ed una fatiscente. La prima è quella nella strada del deputato, la seconda e la terza sono situate in zone di interesse marginale dal punto di vista elettorale. Secondo voi a chi andrebbero i soldi…? Capisco che sia un esempio un po’ forzato, paradossale, ma non credo che sia irrealistico. Non essendoci criteri di priorità e di emergenza, quei soldi sono a disposizione, di fatto, per una sorta di campagna elettorale pagata con i soldi dei cittadini. Siamo all’istituzionalizzazione del clientelismo, insomma. A molti ciò può far comodo e non ci troveranno niente di sconcio. A noi no. Non ci sta bene e ci metteremo di traverso per far saltare questa porcheria. Non riteniamo giusto che, nello stesso momento in cui mancano fondi per la riforma dell’università, si regalino soldi a pioggia senza alcun criterio. Lo Stato ha il dovere di amministrare nell’interesse di tutti i cittadini e di gestire i fondi con oculatezza ed in base a reali esigenze e non di distribuire prebende clientelari.
INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE, UN PROBLEMA PER L’ECONOMIA
Tra i vari problemi dell’economia italiana ve ne è uno di lungo termine che è molto preoccupante: Il nostro è il secondo Paese più anziano in Europa dopo la Germania. Le persone con oltre 64 anni, nel 2009, erano il 43% in più rispetto ai giovani; un italiano su cinque ha più di 65 anni, uno su venti più di 80. Un altro modo per vedere questo fenomeno è parlare dei giovani: nel 1980 i ragazzi di 15 anni erano un milione, nel 2009 solo 500mila, la metà. La fecondità delle italiane è molto bassa, il numero di figli per donna in età fertile in Italia è 1,41, la Francia ha un tasso di fecondità di 2.02, il Ragno Unito di 1,94. Siamo al ventesimo posto in Europa per tasso di fecondità. Per mantenere una popolazione costante bisogna avere almeno due figli per donna in età fertile. Quindi uno dei problemi della nostra economia è che facciamo pochi bambini; cosa che sta comportando un progressivo invecchiamento della popolazione.
Si fanno pochi figli per varie ragioni, una di queste è che si inizia a procreare in età troppo avanzata. Aumenta l’età al momento del primo parto: per le donne nate nel 1963 l’età media alla quale hanno avuto il primo figlio era di 26,5 anni. Se si fanno figli tardi, si finisce per farne di meno.
Un’altra ragione della nostra bassa fecondità è che le famiglie si formano tardi; i giovani, per una serie di motivi, si sposano molto tardi e quindi finiscono per avere figli molto tardi. Questo processo sta portando a un tasso di crescita della popolazione molto basso e soltanto grazie all’immigrazione si riesce ad avere un salto pari a zero.
Avere molti anziani comporta una serie di conseguenze di tipo economico, la prima è un forte aumento della spesa pensionistica: le uscite per le pensioni sono molto superiori rispetto alle entrate, e questo provoca nel tempo uno squilibrio della spesa pensionistica. Allo stesso modo la spesa sanitaria e quella assistenziale sono sottoposte ad una forte pressione.
Un altro fenomeno negativo dell’aumento della popolazione anziana è che diminuisce il risparmio disponibile nel Paese. Questo perché gli anziani in pensione risparmiano molto meno dei giovani e questo significa anche meno investimenti, che sono uno dei motori della crescita.
Terzo fenomeno associato all’invecchiamento della popolazione, la diminuzione della produttività media del sistema; questo perché i giovani, essendo più freschi e più istruiti sono più produttivi degli anziani.
Altro fenomeno aggiuntivo complessivo, è che si tende ad avere una minore capacità innovativa. Benjamin Johnson, studioso anglosassone che ha studiato le età della scoperta scientifica analizzando le biografie di tutti i premi Nobel e dei grandi innovatori dell’ultimo secolo, dice che il massimo della vena inventiva è 35 anni, superata questa soglia diminuisce drasticamente la capacità innovativa. Quindi è facile pensare che in un Paese dove prevalgono gli anziani abbia una minore capacità di innovare rispetto ad un altro in cui i giovani sono più presenti.
Stiamo quindi parlando di un fenomeno molto preoccupante, sul quale molto spesso la classe politica italiana non si interroga e di fronte al quale non mette in campo politiche finalizzate ad aumentare il tasso di crescita della popolazione e, soprattutto, la fecondità del nostro Paese. Servirebbero politiche per la famiglia, come sgravi fiscali per chi ha bambini, ma non soltanto per la famiglia intesa in senso tradizionale, la Francia, che è un Paese dove si fanno più figli che in Italia, è una nazione dove nascono molti bambini anche al di fuori della famiglia tradizionale, quindi andrebbero previsti degli incentivi a sostegno delle donne che hanno bambini a prescindere dal loro status di donna sposata o meno. Servirebbero strumenti di sostegno anche in termini di servizi, pensiamo ad esempio, agli asili, ai nidi, alle scuole per l’infanzia che in Italia sono presenti in misura molto insufficiente. Servirebbero norme tese a favorire le giovani coppie a mettere su famiglia come, ad esempio, mutui agevolati, sostegno agli affitti. Servirebbe, in breve, un vero welfare finalizzato alla fecondità, che affrontasse il nodo dell’invecchiamento della popolazione, inducendo i giovani, soprattutto le donne, a fare più figli rispetto ad oggi. Serve quindi una capacità di medio termine, di programmazione economica e di previsione. Pensiamo che questo sia uno dei capisaldi dell’azione riformatrice che noi dell’Italia dei Valori vorremmo fare una volta arrivati al governo.
IDV: IL NOSTRO IMPEGNO PER LA MANIFESTAZIONE FIOM DI DOMANI
L’Italia dei Valori ha aderito e parteciperà alla manifestazione nazionale organizzata domani a Roma dalla Fiom. Saranno presenti in piazza, tra gli altri, il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, Maurizio Zipponi, responsabile nazionale lavoro e welfare e l’eurodeputato e responsabile giustizia, Luigi de Magistris. L’appuntamento è in piazza della Repubblica, alle ore 14, presso il gazebo allestito dal partito. L’IdV ha affisso a Roma più di 10.000 manifesti e da questa mattina ha organizzato dei presidi a sostegno della mobilitazione di domani. I banchetti per la raccolta delle adesioni alla manifestazione sono stati allestiti a Roma, presso la sede dell'Acea e davanti ad altre aziende interessate da ristrutturazioni e situazioni di crisi in tutta la provincia. L'Italia dei Valori ha organizzato un presidio in Piazza Sant'Antonio, a Cassino, mentre a Latina la raccolta si svolge davanti alla prefettura, dove e' in corso una manifestazione dei dipendenti della Nexans. A Rieti le adesioni alla manifestazione di domani saranno raccolte nel pomeriggio davanti ai cancelli della Ritel e delle altre aziende della zona industriale.
Uno sguardo dal corteo: aderisci
‘Uno sguardo dal corteo’. E’ una iniziativa messa in campo dall’IdV che, prendendo spunto da una idea simile del Fatto Quotidiano, permetterà ai cittadini di testimoniare la loro partecipazione al corteo. Domani durante il corteo della Fiom a Roma, chi vorrà potrà inviare un video per dimostrare al ministro Maroni il carattere non violento della manifestazione. I video, le foto e i messaggi (mandati a sguardocorteo@gmail.com), saranno trasmessi in tempo reale durante la diretta su WebDv.it (la tv dell’Italia dei Valori) che seguirà in diretta streaming l’evento.
Un modo diverso di rispondere al ministro dell’Interno che ha lanciato il suo allarme violenza tirando in ballo i “soliti” centri sociali e i “soliti”, non precisati, gruppi provenienti dall’estero.
Una posizione pericolosa, sbagliata e irresponsabile quella di Maroni; quasi una provocazione.
Garantire la sicurezza e l’ordine pubblico è un compito istituzionale del ministro dell’Interno. Maroni faccia il suo lavoro, assicurando ai cittadini il diritto di manifestare nella massima tranquillità. Chi scenderà in piazza, lo farà in maniera democratica, pacifica e non violenta. Sarà una festa che vedrà una grandissima partecipazione (forse è proprio questa la preoccupazione più grande per Maroni e della maggioranza di cui fa parte), e che tutti potranno seguire su www.webdv.it dalle 14 in poi. I manifestanti in possesso di uno smartphone, potranno inviare a sguardocorteo@gmail.com, il loro saluto gioioso e anche un po’ incazzato al ministro. Noi lo metteremo online in diretta.
MORTE DANIELE FRANCESCHI, UNA VICENDA TUTTA DA CHIARIRE
Chi si ricorda di Daniele Franceschi? E’ un nostro connazionale morto, in circostanze ancora tutte da chiarire, nel carcere di Grasse, in Francia, il 25 agosto scorso, dove era detenuto in attesa di giudizio con l’accusa di truffa per aver falsificato alcune carte di credito. L’altro giorno la mamma di Daniele è stata picchiata dalla polizia francese, gettata a terra e arrestata insieme alla cognata, solo perché protestava davanti al carcere di Grasse per vedere per l’ultima volta suo figlio e per avere giustizia. Tutto ciò, compresa una sospetta frattura di alcune costole per la donna, senza che si alzasse una sola voce di protesta da parte di Frattini. Evidentemente, per il titolare della Farnesina, ci sono morti di serie a e di serie b. Il corpo di Daniele Franceschi è stato oltraggiato ed è come se fosse morto una seconda volta. E’ gravissimo, infatti, che le autorità francesi, nonostante le mille promesse, abbiano permesso che il suo cadavere si deteriorasse rendendo cosi molto difficile, come affermano i legali della famiglia, una seconda autopsia in Italia. Cosa vogliono nascondere?.
Il calvario di Cira Antignano, alla quale va tutta la nostra solidarietà e vicinanza, per riportare a casa il corpo del figlio è durato un mese e mezzo e si è concluso ieri con l’arrivo del povero Daniele sul suolo italiano. Un nuovo, duro colpo per Cira. Il cadavere di Daniele, infatti, è stato restituito in pessime condizioni: "Non ha organi – ha affermato la donna - mancano gli occhi, il fegato, la milza, il cervello. Il naso e' fratturato e la decomposizione è in stato avanzato".
Frattini dovrebbe almeno sentire il dovere morale di riferire subito in Parlamento sull’oscura morte di Franceschi e di protestare contro le autorità transalpine perché hanno oltraggiato il cadavere dello sfortunato Daniele, rendendo di fatto più difficile un’autopsia di parte dei medici della famiglia. Se un cittadino straniero fosse stato trattato alla stessa stregua in Italia si sarebbe rischiato un incidente diplomatico. Per questo noi dell’Italia dei Valori abbiamo presentato un’interpellanza nella quale chiediamo al ministro degli Esteri di chiarire le cause della morte del nostro connazionale, tuttora oscure, e le ragioni per le quali le autorità francesi, nonostante le rassicurazioni al nostro consolato, non hanno conservato il corpo di Franceschi per la seconda autopsia.
LE BUONE RAGIONI PER ADERIRE ALLA MANIFESTAZIONE DELLA FIOM
Ci sono molte buone ragioni per partecipare alla manifestazione nazionale indetta dalla Fiom per il prossimo 16 ottobre. E sono state illustrate da molti interventi a favore. Ne aggiungo un’altra, per me decisiva: oltre ai valori simbolici che le riconosciamo, la lotta della Fiom rappresenta un preciso interesse di parte. Comportamento ormai fuori moda: i protagonisti della vita politica ed economica esibiscono sempre e comunque una retorica pensosità rivolta al bene comune. Sanno di prenderci in giro. Mentono e sanno di
mentire.
In questo gioco i grandi sindacati, che dovrebbero rappresentare gli interessi dei lavoratori, si sentono
obbligati a recitare la parte degli interlocutori responsabili. Non c’è nulla di più falso dell’eguale responsabilità in un rapporto di forze del tutto asimmetrico: tra chi tiene il coltello dalla parte del manico e chi è costretto a stringere la lama. E il linguaggio si adegua alla falsità: chi usa ancora il termine “sfruttamento” viene guardato come uno fuori del tempo.
Ma l’interesse generale esiste solo per chi può piegarlo a proprio vantaggio. E la società non è solo edulcorato confronto ma anche duro conflitto.
E proprio sostenendo con decisione un interesse di parte si mostra come la società sia non un’unità dolciastra ma una dialettica tra le parti. Per questo motivo la determinazione della Fiom nel rappresentare un interesse di parte, fronteggiato da poteri più forti, assume un insostituibile valore costituzionale.
ONORATO DELLA QUERELA DI MASI, DITTATORELLO ALLA RAI PER CONTO DI BERLUSCONI
"Masi e' un prezzolato dipendente del premier, ma pagato con i soldi di tutti noi. Un personaggio che naviga in zone grigie e galleggia in modo insopportabile. E' un pericolo per il servizio pubblico perché tagliare Santoro vuol dire smantellare un programma importante della Rai e comportarsi da dittatorello, al pari del suo editore di riferimento, Berlusconi. Per Masi non vale la professionalità, ma solo lo smisurato lecchinaggio nei confronti del centrodestra".
Per queste parole Mauro Masi ha preannunciato querela nei miei confronti. Va bene così, ne sono onorato. Non solo mi difenderò, ma in tribunale lo attaccherò per il modo fazioso con cui sta gestendo il servizio pubblico che, lo ripeto, non è di proprietà di Berlusconi che lo ha messo lì. Il suo immeritato stipendio lo pagano gli italiani, non gli abitanti dello Zimbabwe.
Tutto nasce dalla vergognosa operazione di oscuramento mediatico operata dal vassallo Masi contro Michele Santoro: dieci giorni di sospensione. Si sa chi l'ha commissionata, perché, e con la complicità di chi. E' strano, quindi, che l'esecutore materiale mi abbia risposto in maniera stizzita. Ho semplicemente ricordato al diretto interessato le sue origini, nonché la natura del suo libro paga.
La democratica interdizione dal palinstesto televisivo per dieci giorni ad Annozero é l'emblema della vigliaccheria alla quale é giunta l'amministrazione Rai.
L'accusa? Il giornalista ha osato inaugurare la prima puntata di Annozero con un pericoloso e palese "richiamo sovversivo". Un'alzata di scudi contro l'attuale governo? Un'accusa maldestra al Presidente del Consiglio? O una fastidiosa polemica contro il mancato rinnovo contrattuale a Travaglio e Vauro? Peggio, molto peggio: un minatorio e allarmante "vaffan...bicchiere" indirizzato nientepopò di meno che a lui, a Masi, in polemica con una circolare censoria sul contraddittorio nei programmi.
Ora, tanto per essere chiari, Santoro sarà anche fazioso ma se c'è una cosa che da lui non manca mai è il contraddittorio, basta analizzare gli ospiti delle prime tre puntate in cui quelli del centrodestra sono stati in numero maggiore rispetto a quelli del centrosinistra: Castelli contro Di Pietro nella prima puntata, Bocchino e La Russa contro Vendola nella seconda. Nella terza addirittura De Magistris da una parte, Santanché in studio (con Belpietro), Angela Napoli dalla Calabria e una lunga intervista, questa sì senza contraddittorio, a Gianfranco Fini. Forse a lamentarsi dovrebbe essere il Pd che nelle prime tre puntate non ha avuto un solo ospite in trasmissione.
Insomma, è davvero strana l'idea di democrazia che hanno i vertici Rai; perché mentre dalle nostre parti la sospensione si definirebbe censura, per il burattino Masi si tratta semplicemente di una vicenda aziendale, che non limiterebbe in alcun modo la libertà di espressione o il diritto di critica.
EXPO 2015, IL PIATTO RICCO DELLA ‘NDRANGHETA
Terza parte
Il piatto ricco di Expo parla molte lingue: quella dei turchi di Smirne che si godono lo spettacolo della disorganizzazione padana sperando di diventare il terzo che gode, quella tribale-leghista di chi sconta l'ansia da prestazione sul territorio, quella radical chic della sindachessa Moratti che pensava di giocare con "la casa delle bambole" e invece si ritrova con in mano uno dei più impegnativi eventi della storia di Milano in questi ultimi anni. Ma la lingua ufficiale di Expo, non ci sono dubbi, sarà quella calabrese. Tanto per citare qualche esempio Francesco Valle (72 anni, postura da boss e tanto di villa-bunker a Bareggio, in via Aosta, sul confine milanese): nell'ordinanza di arresto è raccontata con dovizia la strategia modello per mangiarsi l’Expo: “La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore del campo immobiliare, tra gli arrestati) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l'area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all'amicizia con Davide Valia (assessore comunale a Pero)”. In un'intercettazione Mandelli dice: «Minchia, meglio di Davide che è a Pero... cosa dobbiamo avere?». Dalle intercettazioni, si legge sui documenti, «è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all'interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori». E in una informativa della Mobile di Milano si afferma che Valia «si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l'avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari».
Il padrino, i servi a disposizione e le amicizie politiche: gli ingredienti perfetti per mangiarsi l'Expo. Per concimare gli affari di famiglia piuttosto di quel noioso "nutrire il pianeta" che dovrebbe essere il tema dell'esposizione internazionale.
La famiglia Valle (ma sono molte e diverse le famiglie mafiose e paramafiose in Lombardia) è già al lavoro su Expo mentre nelle pubbliche amministrazioni coinvolte (Comune di Milano, Provincia di Milano e Regione Lombardia) ancora si litiga sui terreni e sugli indirizzi di progetto. L'antistato funziona meglio dello Stato legale: conosce i luoghi e ha già fissato i propri referenti. Si è impratichito negli ultimi anni in tutte le attività vicine al mondo dell'edilizia, ha scoperto i trucchi per infilarsi nelle regole, ha scaldato i camion per la movimentazione terra e trovato i prestanome per i ristoranti, gli hotel e i centri commerciali con cui soddisfare i visitatori.
Expo per la 'ndrangheta lombarda è un piatto ricco e la politica ha il dovere di farglielo andare di traverso.
PARI OPPORTUNITA’: L’ITALIA ‘ROTOLA’ AL 74° POSTO
"Rotolando verso sud" non è solo la strofa di una canzone, ma anche il quadro della classifica sulle pari opportunità, elaborata dal World Economic Forum (WEF) in 134 Paesi, che vede l’Italia scivolare dal 72° al 74° posto. La nostra posizione non potrà che peggiorare sino a quando non si porranno in essere delle politiche efficaci di conciliazione che rendano i compiti di cura e la maternità, compatibili con la presenza delle donne nel mondo del lavoro. L’Italia è preceduta da Repubblica Domenicana, Vietnam, Ghana, Malawi, Romania e Tanzania, solo per citarne alcuni.
Le differenze tra i sessi sono direttamente correlate con l’alta competitività economica: le donne vengono trattate in modo equo se un Paese è in crescita e prospero ma anche se è capace di creare una forte cultura per una reale parità di opportunità.
L’Italia si trova nelle parti basse della classifica a causa dello scarso indice di “partecipazione e opportunità nell’economia” (97mo posto), che emerge dalle differenze salariali (posto numero 121) e dalla partecipazione alla forza lavoro (posto numero 87) tra uomini e donne. Anche rispetto alla “salute e all’aspettative di vita” l’Italia perde terreno: in un anno è scesa dall’88mo al 95mo posto a causa dell’aumento della disuguaglianza a danno delle donne.
Questa nota di demerito dà la misura della politica propagandistica dell'attuale Governo nei confronti del ruolo della donna nella società. Sino a quando la valutazione delle donne non sarà parametrata alle loro capacità e competenze, ma si continuerà a considerarle come figurine da applicare in un contesto piuttosto che in un altro, a seconda del messaggio che si intende far passare in quel momento, non ci sarà da stupirsi dell'esito di questa classifica.
Grazie all'approvazione delle direttive comunitarie e alle sentenze della Corte di giustizia, da tempo ormai si è saputo portare al centro dell'agenda europea le tematiche legate alla condizione femminile nella sfera economica, sociale e politica e si è andata sempre più allargando la dimensione e la percezione del problema dell'uguaglianza tra i sessi, per diverso tempo circoscritta alla sola questione della parità retributiva tra lavoratori e lavoratrici.
Nell'ultimo decennio, l'Unione europea si è senza dubbio impegnata nell'implementazione del gender mainstreaming, ovvero nel porre al centro dei programmi e delle strategie della politica, dell'amministrazione e dell'economia la promozione delle pari opportunità tra i generi. Tuttavia in questi anni, se da un lato si assiste a conquiste importanti dall'altro viene completamente ignorato il problema del gap esistente tra riconoscimento giuridico di un principio e la sua reale applicazione. Le direttive comunitarie sulla parità di trattamento infatti non sono, da sole, sufficienti a garantire i principi in esse sanciti e necessitano di politiche attive da parte dei singoli Stati membri, in grado di sviluppare una continua cultura di parità nelle istituzioni e nella società.
Le realtà di molti paesi, primo l’Italia, testimoniano quanto ancora occorra lavorare per ridurre questo gap, certo non nella direzione imboccata da questo Governo.
“Cattolici nell’Italia di oggi”: le proposte economiche e sociali in discussione alla 46° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani
Dal 14 al 17 Ottobre si terrà, a Reggio Calabria, la 46° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, dove verrà discusso il Documento: “Un’Agenda di speranza per il futuro del Paese” che contiene diagnosi e proposte di politica economica che troviamo condivisibili ed in linea con le posizioni di Italia dei Valori.
Il Documento dà un giudizio positivo della globalizzazione che costituisce il “principale motore per l’uscita dal sottosviluppo di intere regioni” del mondo. Questo fenomeno è in sé “una grande opportunità”, osservano gli esperti del Comitato scientifico e organizzatore della 46° settimana sociale. Riguardo al nostro paese, si avverte però che “il processo di globalizzazione investe pesantemente l’Italia. Ne svela le risorse, ma con la stessa chiarezza ne mette in luce le tensioni, gli errori, le omissioni e i ritardi accumulatisi per molto tempo. La globalizzazione alza il velo sul peso del debito pubblico, sullo stato dei processi di istruzione e della ricerca scientifica e tecnologica, sulla bassa produttività del sistema economico, (…) sul divario fra le opportunità offerte alle donne e quelle di cui godono gli uomini, sul dilagare della povertà e delle povertà, sull’incapacità di debellare e a volte anche solo di fronteggiare la criminalità organizzata. ”Si denunciano“ gli effetti debilitanti che sui soggetti hanno avuto il pluridecennale processo di degenerazione assistenzialistica di un modello di “Stato sociale”. In conclusione, quindi, “l’Italia si trova oggi ad affrontare le prove della globalizzazione da media potenza declinante”.
Il Documento quindi affronta con chiarezza la problematicità dell’attuale condizione dell’Italia: da molti anni la nostra economia cresce troppo poco e questo si traduce in difficoltà gravi su molti fronti. La scarsa capacità del nostro sistema economico di sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione derivano in buona parte da un mancato “riaggiustamento strutturale” da parte del nostro Paese. Le regole del gioco sono mutate e l’Italia è rimasta cristallizzata nel passato.
Il Documento affronta molteplici argomenti, dando numerosi spunti alla riflessione.
Una domanda che viene posta è: “Come ridurre precarietà e privilegi nel mercato del lavoro, aumentandone partecipazione, flessibilità (in entrata e in uscita), eterogeneità?” In questo senso, “il nodo più urgente è rappresentato dal dualismo del mercato del lavoro, vale a dire la convivenza al suo interno di un’area di occupazione protetta e di un’altra priva di tutele o con tutele diseguali”. Il traguardo, ormai condiviso, è naturalmente la flexicurity. Questa, oggi più che mai, richiede “strumenti di sostegno al reddito e di supporto della ricerca di lavoro da parte di chi ne è privo, così come il superamento di ogni tipo di rendita di posizioni e di irresponsabilità”. Un allargamento del sistema di ammortizzatori sociali, che vada verso la direzione di “un trasparente e sostenibile sistema di sussidi di disoccupazione” universale e non limitato a singole categorie. Difatti, si riconosce senza mezzi termini che “l’Italia ha bisogno di adottare ammortizzatori sociali tendenzialmente universalistici e omogenei, trasparenti e che non siano di ostacolo alla mobilità dei lavoratori; che incentivino la partecipazione al mercato, di durata e importi compatibili con l’incentivo al lavoro, e in grado di attirare forza lavoro dal bacino del sommerso.”
Altro tema fondamentale è quello che riguarda il sistema fiscale. Nel Documento si auspica un sistema fiscale che ripartisca la pressione fiscale orizzontalmente: meno carico su lavoro e imprese e più carico sulle rendite. Una riforma del genere aiuterebbe la crescita delle imprese, favorirebbe la domanda interna da parte delle famiglie e ciò deve essere una priorità nell’agenda del paese. Vi è del resto oggi in Italia un grave problema di ineguaglianze economiche e sociali che finiscono per ridurre le possibilità di sviluppo del Paese. Nel Documento si parla ad esempio della scarsa mobilità che caratterizza il nostro sistema sociale: più che classi sociali si dovrebbe parlare di caste, in base alle quali i figli svolgono lo stesso lavoro del padre.
Anche il sistema finanziario andrebbe riformato. Le banche ad esempio “ci si attende svolgano un compito anche nei processi di sviluppo di più lungo periodo, soprattutto nelle economie regionali, il cui potenziale di sviluppo appare, specie in alcuni contesti territoriali, ancora in gran parte inespresso.”
Concludiamo, facendo nostra e condividendo l’esortazione del comitato: “Il Paese deve tornare a crescere, perché questa è la condizione fondamentale per una giustizia sociale che migliori le condizioni del nostro Meridione, dei giovani senza garanzie, delle famiglie monoreddito (…). Ciascuno è chiamato in causa in quest’opera d’amore verso l’Italia: è una responsabilità grave che ricade su tutti, in particolar modo sui molti soggetti che hanno doveri politico – amministrativi, economico – finanziari, sociali, culturali, informativi.”
Le tesi contenute nel Documento dei cattolici italiani che si riuniscono a Reggio Calabria nei prossimi giorni sono molto importanti soprattutto in questi mesi di grave incertezza politica. Il governo Berlusconi che è nato sulla base della più ampia maggioranza parlamentare della storia repubblicana è oramai al tramonto. Le divisioni interne alla maggioranza rendono oramai impossibile che le esortazioni appena richiamate possano essere ascoltate. Del resto, la destra berlusconiana in questi due anni e mezzo alla guida del Paese non ha focalizzato la propria azione di governo per affrontare i temi strutturali alla radice della stagnazione dell’Italia, ma si è dedicata a questioni private rilevanti per il Premier, Lodo Alfano.
Servirebbe all’Italia un governo che ponesse al centro della propria agenda un chiaro programma di riforme, simili a molte di quelle suggerite nel Documento della 46° settimana sociale dei cattolici italiani.
La guerra non è un valore della Costituzione
Oggi è il giorno dei funerali dei quattro alpini uccisi sabato scorso in un attacco talebano in Afghanistan. L’ennesimo sacrificio di vite umane ha riaperto la discussione sulla presenza dei nostri militari in quel martoriato Paese, per una missione di pace che si è via via trasformata in una vera e propria guerra.
Eppure “L'Italia - recita l’Articolo 11 della Costituzione - ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”
Il nostro Paese può partecipare esclusivamente a missioni internazionali di pace, missioni nelle quali è centrale il valore di aiuto alle popolazioni e di ricostruzione e stabilizzazione a seguito di conflitti. Eppure secondo il Ministro La Russa e tutto l’emiciclo parlamentare (ad esclusione dell’Italia dei Valori) non importa se la presenza del nostro contingente in Afghanistan abbia assunto i contorni di una vera e propria guerra con attività offensive fortemente marcate. Non importa se nell’ultimo mese cinque nostri ragazzi abbiano perso la vita, 34 dall’inizio della missione nel 2004. Non importa se 6 italiani su 10 siano contrari alla missione in Afghanistan. Dobbiamo restare, non si discute. Anzi, confortato dai vari Rutelli, Bersani, Casini, il Ministro La Russa si appresta a mandare più armi, più militari, ad armare i tornado per i bombardamenti. Così, secondo loro, potremo stanare i talebani ed esportare la democrazia in Afghanistan; i civili che verranno massacrati nel sonno saranno inseriti nel capitolo di spese denominato “costi della democrazia”. I cadaveri dei nostri ragazzi, giovani, giovanissimi, quelli li metteremo al capitolo “spese per scelte incostituzionali del Parlamento”, e nel giro di poco, con un falso in bilancio, tutto sarà cancellato.
Nessuno, per ipocrisia mista a interessi politici ed economici, ha il coraggio di dire che la guerra è uno strumento che non funziona. Lo dimostrano i dati di fatto. Siamo giunti quasi al decennale dell’inizio della guerra in Afghanistan, i talebani e i signori della guerra spadroneggiano ancora in buona parte del territorio e, soprattutto, hanno il consenso della popolazione: all’inizio del conflitto erano odiati e detestati da larga parte di essa. La produzione di oppio non è diminuita e le elezioni finora svolte hanno avuto ben poco di democratico, con brogli evidenti in quasi tutto il paese. Di questo si sono resi conto anche gli USA che, insieme a Karzai, hanno deciso di trattare con i talebani: basterebbe solo questo fatto a certificare la morte del progetto di guerra, di pace o di qualsiasi altro fantomatico aggettivo usato per ammorbidire una realtà fatta di sangue, morti, e bandiere sulle bare.
La politica della forza, come sempre accade, non porta alcun frutto se non quello di acuire l’odio, di dividere le persone, di seminare morte. E di far realizzare grossi profitti a multinazionali e affaristi.
Penso che l’Italia dei Valori, e la maggioranza degli italiani, abbiano un’altra idea dell’impegno internazionale dei nostri ragazzi, che non è certo quello di andare a stanare i talebani in mezzo all’Afghanistan, né tantomeno procedere a bombardamenti a tappeto. Un’idea fatta di solidarietà, di cooperazione, di formazione, di sostegno. Un’idea che non si rispecchia nell’attuale atteggiamento del Governo e del Parlamento (ad eccezione di Italia dei Valori) che ha rifinanziato ad agosto le missioni, destinando per la seconda parte del 2010 ben 365 milioni di euro per il mantenimento del contingente ISAF in Afghanistan e solamente 18,7 milioni di euro per iniziative di cooperazione, assistenza e ricostruzione. Una sproporzione palese che testimonia ulteriormente l’atteggiamento anticostituzionale che l’Italia ha assunto a livello internazionale.
Come ci ricorda Gino Strada “ci sono tanti modi per intervenire. Il dramma di oggi è che di fronte a qualsiasi problema si pensa solo ed esclusivamente in termini di «che risposta militare diamo», cioè «quanti uomini mandiamo, dove, chi li comanda». Il problema di per sé non lo si affronta mai”. Forse è arrivato il momento che l’Italia decida di affrontare il problema con la testa, con il cuore, lasciando a casa i fucili.
FARE CHIAREZZA SU UNA SANITA’ ORMAI ALLO SBANDO
Sono sempre più frequenti i casi di malasanità nel nostro Paese. Tanto che è quasi impossibile fare un elenco dei numerosi episodi che hanno coinvolto, loro malgrado, adulti e bambini nelle strutture sanitarie pubbliche, al Nord come al Sud. Da mesi è un susseguirsi di notizie gravissime. L’ultima risale a mercoledì scorso e arriva dall’ospedale San Camillo di Roma, dove l’attesa di una paziente a rischio si è conclusa con la morte del bimbo, nato con parto cesareo in arresto cardiaco, sette ore dopo il ricovero della donna nella struttura. Della vicenda si è subito interessato l’Onorevole IdV Leoluca Orlando, Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari e i disavanzi sanitari regionali, che ha chiesto di acquisire “informazioni sia sul caso specifico sia, più in generale, sulle condizioni del reparto di Ginecologia dell'ospedale San Camillo in cui, già in passato, era stata denunciata scarsità di posti letto e di personale”.
Al di là del singolo caso, tuttavia, a preoccupare è l’alto numero di “incidenti”, superiore ad ogni ragionevole dato statistico. Per questo è necessario fare chiarezza il prima possibile sulle responsabilità all’origine di queste terribili vicende, perché non è ammissibile che il diritto alla salute dei cittadini, che è un diritto costituzionalmente riconosciuto, venga disatteso cosi frequentemente.
La situazione della sanità italiana, come denunciato più volte dal Responsabile Nazionale Sanità e Salute dell’Italia dei Valori, Antonio Palagiano, è ormai allo sbando. “Mancano i controlli preventivi che eviterebbero le tragedie a cui assistiamo quasi quotidianamente negli ospedali, dove gli ispettori governativi arrivano quando ormai è troppo tardi, quando il danno, purtroppo, è irrecuperabile.
Vorrei chiedere al ministro della Salute Ferruccio Fazio se intende fare qualcosa di veramente efficace per fermare questa spirale di violenza nei nostri ospedali e questa carneficina di innocenti. E’ ora di agire concretamente – ha esortato l’esponente IdV -, cambiando le regole, investendo di responsabilità personali i medici ospedalieri e i direttori generali, che sono di nomina politica. Responsabilità a cui devono rispondere anche quei politici che li hanno assunti con incarichi apicali. Oppure sarà il caos. Occorrono controlli in corso d’opera, bisogna prevenire questa mattanza, apparentemente inarrestabile, attraverso un organismo indipendente che sappia monitorare le diverse realtà e valutare dove la sanità funziona e dove no. Fazio venga in Parlamento a riferire i fatti e a spiegare le iniziative che intende intraprendere. Altrimenti - ha concluso Palagiano - è meglio che passi la mano”.
LODO ALFANO, UN MOSTRO GIURIDICO E COSTITUZIONALE
In questi giorni in Commissione Affari Costituzionali del Senato abbiamo ripreso l'esame del cosiddetto Lodo Alfano costituzionale alla sospensione dei processi per Berlusconi. Ovviamente l'IdV farà la sua opposizione presentando gli emendamenti ma questo provvedimento cosi come proposto presenta almeno tre enormi profili di incostituzionalità. Su uno di questi profili noi ci pronunceremo evidenziandolo. Sugli altri due ci riserveremo di farlo al momento opportuno perché non vogliamo dare nessun aiuto a questa maggioranza per modificare il testo. Noi vogliamo contrastarlo, questo testo, quindi suggerimenti non ne daremo.
Uno è talmente macroscopico che non riesco a capire come facciano continuamente a sbagliare. Fin dal 2004, quando la Corte Costituzionale bocciò il Lodo Schifani, si evidenziò che non era possibile prevedere una sospensione del processo senza limite di tempo, ossia "reiterabile".
Invece hanno proposto una norma reiterabile, ossia uno può passare da Presidente del Consiglio a Capo dello Stato e rifare la richiesta di sospensione del processo; quindi otterremmo una sospensione del processo e poi un'altra sospensione cambiando carica.
É francamente un'immunità perpetua e non é più la sospensione del processo; sarebbe un'immunità perpetua che la Cassazione ha detto che non si può fare, anche se si tratta di difendere e garantire la serenità dello svolgimento delle funzioni, però finito di svolgere la funzione, basta! Si deve riprendere a fare il processo; e invece loro propongono la possibilità di reiterare queste sospensioni.
Noi ci batteremo perché questa legge venga ostacolata in tutti i modi in maniera che il Capo dello Stato, che dovrà verificarne in prima battuta la tenuta costituzionale, potrà adeguatamente intervenire rimandando al Parlamento una norma che per altro sicuramente sarà sottoposta al giudizio dei cittadini in quanto, essendo una riforma di legge costituzionale, ha bisogno di una particolare procedura e se non viene votata dai due terzi del parlamento scatta la possibilità del referendum confermativo dei cittadini. Quindi il popolo verrà chiamato a giudicare questa norma che é un mostro giuridico e costituzionale.
DOSSIER IDV: C’E’ DEL MARCIO IN PADANIA
Questo che vi propongo è un file esplosivo che rivela il vero volto della Lega. Troverete tutto quello che non avreste mai osato neanche immaginare sui duri e puri del Carroccio, quelli che predicano bene nelle valli tra ampolle e riti celtici, ma razzolano male, molto male a Roma e lì dove sono riusciti ad affermarsi. E’ tempo di sfatare il mito di una Lega intransigente, legalitaria, dura e pura, che non fa affari con nessuno, che grida Roma ladrona ma che, in realtà, ha le mani in pasta in tutto. Basta con le frottole e le balle che ci propina ogni giorno. La verità è che il verde brillante ha lasciato il posto ad un più intenso verde marcio. Cominciamo dalle basi, dall’abc della presunta difesa della legalità dei leghisti, che hanno offerto il loro soccorso verde per salvare dai processi Cosentino e alcuni boss della camorra, De Lorenzo, Di Donato e Crippa, vecchi arnesi della prima Repubblica, così la Lega li chiamava, che, secondo la magistratura, avrebbero causato danni all’erario. Sono trascorsi solo dieci anni da quando Bossi chiamava Berlusconi, il mafioso. Nel frattempo, la Lega ha firmato e sottoscritto tutte le 37 leggi ad personam del regime di Silvio. Sono anni che la Lega urla e strepita contro Roma ladrona, contro gli sprechi della pubblica amministrazione ma tutte le volte che Italia dei Valori ha chiesto di abolire le province ha votato contro. Ecco un rapido excursus su tutti i posti di potere, enti, società a partecipazione pubblica, banche, autostrade, ospedali sui quali la lega ha messo le mani in questi anni: consip, Cinecittà, age, Finmeccanica, Eni, Fiera Milano, Eni, Sviluppo sistema Fiere, Expo 2015, Enel, Poste italiane, Rai, Banca popolare di Milano, Impregilo. E c’è molto di più, leggere per credere. Volete sapere qual è il partito che detiene il maggior numero di parlamentari con il doppio o triplo incarico? Su 85 camicie verdi, 44 hanno una poltrona in Parlamento, una al governo e una in un’amministrazione locale. Nel dossier troverete nomi e cognomi ed anche quelli di parenti, figli ed amici piazzati su comode e molto remunerate poltrone. Un bell’esempio di nepotismo in salsa verde. Un capitolo a parte del dossier è dedicato a tutte le promesse fatte, agli slogan annunciati, reiterati e mai realizzati, a cominciare dalla presunta difesa delle coste italiane dall’immigrazione clandestina. Vi forniamo numeri, date e cifre di tutte le sanatorie targate Carroccio. Questa è la politica della Lega in fatto di immigrazione. Militari libici sparano contro un peschereccio italiano ed il ministro Maroni non fa una piega, salvo qualche giorno dopo, sorseggiare un drink all’ambasciata libica a Roma, alla festa per il 41esimo anniversario della dittatura di Gheddafi. C’è molto di più nel nostro dossier. L’elenco di tutti i processi a carico dei leghisti, un bel capitolo che abbiamo chiamato “lega ladrona” e la storia dettagliata di come la Lega Nord ha messo le mani sulle banche. Leggere per credere.
Consulta il dossier:
SUL PULPITO I FIGLI DI MAFIA
“Quando mio padre e mia madre furono uccisi avevo undici anni. Ho trascorso la mia vita nel segno della legalità e del rispetto degli altri. Mi sono impegnata nel volontariato, negli studi, nella crescita dei miei bambini. Sono una persona, non solo la figlia di un mafioso. Pretendo che mi si giudichi per quello che sono, non per come mi chiamo”.
Con queste parole Roberta Bontate, trentaduenne figlia di Giovanni (il fratello del più celebre boss Stefano), condannato per traffico di droga al maxiprocesso, “pretende”, dimenticando che l’unica persona verso cui può recriminare è proprio suo padre, che ha scelto di essere mafioso. Su Repubblica Palermo è uscito infatti un articolo intitolato “Io, Bontate alla gogna tv soltanto per il nome”. Nemmeno una parola, su quel giornale, sull’insulto mafioso nei confronti della memoria del loro collega Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio del 1993 e qualche giorno fa omaggiato nella sua città con una scritta nella piazza a lui dedicata: “Viva la mafia”. Tornando alla signora Bontate, nell’articolo la giovane donna rivendica il proprio diritto ad essere giudicata per quella che è. Poi aggiunge che il ricordo di suo padre è quello di “un uomo che amava sua moglie e le sue figlie”.
Voglio rivolgermi direttamente a Roberta Bontate. Non metto in dubbio la sua buona fede e le sue belle intenzioni, ma mi permetta di dissentire e puntualizzare alcuni aspetti. E’ troppo facile “pretendere” senza prima assumersi l’onere di fare passi concreti, senza “restituire” qualcosa. Lei, mi perdoni, non è nella condizione di avanzare alcuna pretesa, e le spiego il perché.
Il suo sfogo e le sue “pretese” sono comparse anche su “La Stampa”, tra l’altro in compagnia delle parole di Angelo Provenzano, suo compagno di destino, figlio del superboss Bernardo che tempo fa denunciava di sentirsi un cittadino di “serie b”, in contrasto con la serenità e l’orgoglio di suo padre quando, nel carcere di Novara, mi ha riferito: “sto bene, non mi manca niente”, per nulla afflitto o pentito. Forse non pensava ai patimenti del figlio. In pratica parliamo dell’esatto ribaltamento della realtà: i carnefici diventano vittime e le vittime causa dei dolori dei parenti dei carnefici. Nell’articolo “La guerra al passato della figlia del boss” lei afferma proprio ciò che io, orgogliosa figlia di una vittima innocente della mafia, non posso concederle di dire: “Non rinnego la mia famiglia, non potrei. Ma rivendico il diritto a vivere una vita normale”. Lo stesso fa Angelo Provenzano, che ha sempre difeso il diritto di non rinnegare la sua famiglia. Vede, signora, la differenza tra voi e Peppino Impastato o Rita Atria, consiste esattamente in questo. Anche Impastato e Rita Atria appartenevano a famiglie mafiose, ma si sono guardati bene dal difendere il proprio albero genealogico infestato da frutti marci, e anzi hanno combattuto contro le proprie origini in virtù di quel senso di giustizia del quale parla lei sui giornali. Sono morti giovani, entrambi. Se vuole la libertà di vivere senza zavorre e condizionamenti rinneghi pubblicamente la mafiosità di suo padre e della sua famiglia, mantenendo un ricordo privato e intimo della figura paterna. Per colpa di suo padre, della famiglia Bontate e dei mafiosi sanguinari come loro, centinaia di uomini e di donne non possono vivere una vita normale, perché una famiglia non ce l’hanno più. Non le permetto di parlare così e vorrei che chiedesse scusa per l’insolenza delle sue parole.
A mio avviso non basta ‘differenziarsi’ ed avere la fedina penale pulita; bisogna anche essere in grado di riconoscere pubblicamente la putridezza con la quale si è convissuto. Quelle persone che lei e Provenzano Jr. non riuscite a rinnegare in nome dell’amore filiale o di chissà cos’altro, hanno ammazzato e fatto ammazzare decine e decine di persone, senza pietà. Hanno stravolto centinaia di vite. Hanno coltivato e nutrito il terreno dell’illegalità e dell’oppressione con migliaia di litri di sangue innocente. Cosa pensa di pretendere ora? Il suo messaggio è “Non sono mafiosa, ma ricordo con malinconia i giorni in cui ero circondata da mafiosi”? Davvero sconveniente e intollerabile. Se vuole sinceramente riscattarsi ma soprattutto essere credibile, inizi rinunciando a tutti i beni, le proprietà e ai frutti delle attività illecite di Giovanni Bontate che non sono certo quantificabili nei 68 milioni di lire che lei dice di aver dato in beneficenza. Chieda scusa ai figli e alle figlie degli eroi veri, abituati a subire, a non chiedere nulla; scenda dal pulpito e torni nell’anonimato fino a quando non troverà il coraggio di rinnegare quel mondo dal quale lei, volente o nolente, proviene.
L’ECONOMIA ITALIANA PARALIZZATA DAL NON FARE DEL GOVERNO
L’economia italiana è ancora in una situazione di grave difficoltà. Siamo al nono trimestre consecutivo con i fallimenti di imprese che aumentano: non succedeva da molti anni.
La disoccupazione è arrivata al 9%, quella giovanile, in particolare, è su livelli molto alti.
Le stime di crescita dell’economia italiana sono state riviste al ribasso da gran parte degli istituti di analisi economica: il Fondo Monetario Internazionale, la Confindustria e altre istituzioni.
Gli imprenditori, in particolare, sono in una situazione di vera ebollizione, preoccupati per lo stato dell’economia e, soprattutto, per l’inerzia del Governo. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, pochi giorni fa in un convegno a Genova, ha dichiarato che la pazienza degli imprenditori italiani si è ormai esaurita. Questo perché il Governo non fa nulla di fronte alla grave situazione della nostra economia, e le imprese si trovano a dover fronteggiare tasse elevatissime: la pressione fiscale nel corso di questi 2 anni e mezzo è aumentata.
Il costo dell’energia in Italia è molto più alto che negli altri paesi, la burocrazia costa molto di più che altrove. Per avere un’idea, basti pensare che per avviare un’impresa nel nostro Paese, servono 5mila euro e 62 giorni tra procedure e attese, in stati equivalenti al nostro bastano poche centinaia di euro e qualche giorno.
Noi dell’Italia dei Valori crediamo che in questo momento ci sarebbe bisogno di un governo che avesse a cuore i problemi dell’economia italiana, che avesse la forza di prendere le misure necessarie per rimetterla in movimento. La crescita come detto è la questione principale, ma per rimettere in moto l’economia, servirebbero riforme che il Governo Berlusconi ha mostrato di non essere in grado di fare.
Quindi crediamo che la fiducia, non solo degli imprenditori, ma degli italiani in generale in questo Governo, sia oramai esaurita e che sia arrivato il momento di pensare ad una nuova stagione, politica ed economica.
ROMA, 35MILA IN PIAZZA CONTRO I TAGLI ALLA SCUOLA
Si è tenuta questa mattina a Roma, davanti al ministero della Pubblica Istruzione, la manifestazione contro i tagli alla scuola pubblica decisi dal Governo Berlusconi. Un corteo di oltre 35mila persone tra genitori, insegnanti, studenti ha invaso le strade della Capitale per radunarsi infine sotto la sede del MIUR di Viale Trastevere. Manifestazioni analoghe si sono svolte in molte città d'Italia in questa giornata di lotta, per ribadire il NO alla riduzione del personale docente e amministrativo, al precariato, alla limitazione del tempo pieno, a classi sempre più numerose. Rivendicazioni legittime di cui l’Italia dei Valori si è fatta promotrice, appoggiando sin dall’inizio la protesta, nata in Sicilia, dei precari della scuola. Questo è solo il primo di una serie di appuntamenti che si svolgeranno da qui alla fine dell'anno scolastico. Prossimo appuntamento a Napoli il 30 ottobre. Nel video alcune interviste realizzate questa mattina, durante la manifestazione.
SI AL FEDERALISMO, NO ALLA TRUFFA DELLA LEGA NORD
L’Italia dei Valori ha votato a favore della legge sul cosiddetto Federalismo fiscale, perché ritiene che una maggiore responsabilità da parte degli amministratori possa evitare gli sperperi, tagliare i costi e, soprattutto, dare servizi più rispondenti alle esigenze dei cittadini.
Abbiamo votato a favore anche dei primi decreti delegati, per esempio quello sul Federalismo demaniale. Abbiamo invece votato no sul Decreto riguardante Roma capitale, perche riteniamo che faccia aumentare i costi senza risolvere nessun problema della città.
Adesso è all’attenzione il Decreto legislativo sulla determinazione dei fabbisogni standard di Comuni, Province e città metropolitane. Bene, si tratta di un contenitore assolutamente vuoto che il Governo non vuole far scrivere neppure in Commissione, ma vuol demandare ad organi tecnici del ministero dell’Economia. In pratica un Decreto senza numeri, senza date, che non visualizza quello che i cittadini devono avere e quanto invece avranno da perdere da questa norma inutile e vuota.
Italia dei Valori ha fatto rilevare in Commissione che così non va: vogliamo sapere quali sono i numeri, quanto costa il federalismo; quali servizi verranno migliorati, quanto invece diventerà solo propaganda elettorale della Lega Nord che vuole solo sventolare questa bandiera per conquistare una manciata di voti.
Ma delle altre parti del Paese, del Sud, delle isole, delle parti deboli del Nord, nessuno parla; l’Italia dei Valori ha deciso di fare una battaglia su questi punti.
DIPLOMAZIA EUROPEA, ITALIA FANALINO DI CODA
Mentre l’Italia si trastulla in problemi di crisi, in regolamenti di conti, l’Unione europea sta muovendo passi importanti in politica estera. Rispetto a questo l’Italia sta perdendo tutti i treni e bisogna che qualcuno cominci a dirle queste cose.
In un recente vertice europeo, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha riproposto la possibilità di una tassa sulle transazioni finanziarie di una certa entità. Una piccolissima tassa che però sarebbe sufficiente per finanziare lo sviluppo dei paesi del sud e cominciare a regolare anche i flussi migratori con maggiore efficacia. Rispetto a questa proposta, la posizione del nostro ministro degli Esteri, Frattini, che è quella dell’Italia, rimane ne Si, ne No, non si sa; non abbiamo una voce in capitolo. D’altro canto il nostro Paese, come le altre nazioni europee, ha preso formalmente l’impegno di destinare lo 0,7% del proprio Pil, come minimo contributo alla cooperazione allo sviluppo, ma per il momento siamo fermi allo 0,16%, tra l’altro anche con una serie di trucchi contabili un po’ tutti italici, in base ai quali anche l’otto per mille alla chiesa cattolica viene computato come aiuto ai paesi in via di sviluppo e quindi calcolato in questo canestro dello 0,16%. Come l’Italia del Governo Berlusconi, riuscirà a rispettare l’impegno dello 0,7% entro l’anno, sarà cosa tutta da vedere.
Nel frattempo l’Europa comincia a premiare chi fa bene e a marginalizzare chi di fatto si sta tirando fuori da solo. Catherine Ashton, ministro degli Esteri europeo, ha annunciato la lista dei primi 28 ambasciatori del nuovo servizio diplomatico europeo introdotto dal Trattato di Lisbona – è una cosa embrionale ma che sta cominciando a prendere piede -, e di questi 28 posti l’Italia ne ha ottenuto due: l’Albania, che è stata una grande richiesta del nostro Paese e l’Uganda. Gli altri stati hanno avuto tutti molto di più. E’ una lista interessante perché ci fa capire l’importanza geopolitica dei vari paesi all’interno dell’Unione europea.
La Germania si è presa la Cina, il Portogallo gli Stati Uniti, l’Olanda il Sudafrica e altre importanti destinazioni, la Spagna addirittura ha ottenuto cinque incarichi tra cui l’Argentina; l’Austria si è presa il Giappone. L’Italia, ripeto, si è fermata a Uganda e Albania. Non solo, il Governo ha chiesto con insistenza di avere uno dei due Vicesegretari generali del servizio diplomatico, ma questi sono andati invece ad un polacco e a un tedesco, mentre il posto di Segretario generale a un francese. L’Irlanda, piccolo Paese neutrale, ha ottenuto il capo del personale del servizio diplomatico, che è un’altra posizione molto importante. Quindi siamo assenti dalla cabina di regia della diplomazia europea.
Vedete, l’Italia non soltanto ha perso costantemente il treno nel cercare di agganciare Germania, Francia, Gran Bretagna; ma poi è stata anche superata dalla Spagna che oggi ha un reddito procapite maggiore del nostro, e anche un’importanza geopolitica più grande, come dimostrano i ben cinque posti ottenuti. Ora bisogna stare attenti perfino alla Polonia, che è un Paese importante, crescente nella sua influenza, che ha più o meno la stessa superficie e popolazione della Spagna, che ha ottenuto un posto molto importante con l’ambasciata a Seul, in Corea del Sud - stato col quale, tra l’altro, l’Unione europea ha appena siglato un importantissimo accordo di libero scambio -, e poi appunto uno dei Vicesegretari generali di questo nuovo servizio diplomatico.
L’Italia resta a bocca asciutta. Come al solito non si riesce ad aprire un dibattito su questo tema molto importante per il nostro Paese, e la nostra politica estera continua a fare la spola tra Monte Carlo e Gheddafi.
GOVERNO AGLI SGOCCIOLI, IDV AL LAVORO PER L’ALTERNATIVA
Dopo più di 5 mesi senza il Ministro dello Sviluppo economico, il governo Berlusconi ha prodotto l’uovo di colombo con la nomina di Paolo Romani. Alle centinaia di aziende in crisi e alle migliaia di lavoratori in cassa integrazione il governo offre loro come referente un uomo esperto solo di televisioni e fedelissimo del premier. Un ministro non in grado di risolvere i tanti gravi problemi all’ordine del giorno, ma che ne crea di nuovi.
Sono gli ultimi atti di un regime ormai allo sfascio. Nomine che ricordano vagamente quelle degli ultimi giorni della Repubblica di Salò.
Il Governo non solo non ha più un programma da realizzare, ma non è neppure in grado di portare a termine provvedimenti di secondaria importanza, perché la maggioranza che lo sosteneva si è spaccata clamorosamente, e tra gli ex alleati di un tempo è in corso una guerra senza esclusione di colpi.
In questo scenario a tinte fosche, da fine dell’impero, con il premier in rotta di collisione con la sua stessa maggioranza e con gran parte della Nazione, noi dell’Italia dei Valori siamo già al lavoro per creare l’alternativa che permetterà, ci auguriamo il prima possibile, al nostro Paese di risollevarsi dalla pericolosa china in cui lo ha spinto questo Governo e il suo ‘monarca’.
Bisogna però impedire ad un reuccio circondato da una corte dei miracoli pronta a dire sempre si anche alle proposte più stravaganti del suo signore, di assestare gli ultimi devastanti colpi di coda volti a realizzare altre leggi a tutela del suo interesse personale e della sua impunità; di restringere ulteriormente la libertà di espressione, il diritto ad un’informazione indipendente e davvero libera, e di continuare ad inquinare il tessuto sociale con la strisciante e omologante dittatura del pensiero unico berlusconiano.
Tutto questo presto sarà solo un ricordo, ma oggi è ancora vergognosa cronaca politica, quella che in futuro andrà a riempire, nostro malgrado, i capitoli più bui della storia di questo Paese.
Per uscire dalle sabbie mobili l’IdV è pronta a sostenere in Parlamento la modifica, in questa legislatura, della legge elettorale. Ma solo se ce ne sono le condizioni e se la legge proposta non sarà peggio di quella attuale. Non vogliamo avere nulla a che fare con inciuci per formare governi provvisori che, come il passato insegna, poi diventano definitivi. Se Berlusconi aprisse una crisi di governo al solo scopo di obbligare gli italiani a votare ancora una volta con il Porcellum, l'Italia dei Valori si sentirebbe in dovere di sostenere una nuova maggioranza con il solo scopo tecnico di riformare la legge elettorale, a patto che il Governo non duri oltre i 90 giorni necessari per approvarla, e vi sia la garanzia dal capo dello Stato. A scatola chiusa non votiamo niente.
BERLUSCONI: DAL MERCATO ‘DELLE VACCHE’ A QUELLO DEI ‘PASTORI’
Dopo aver fatto compravendita di deputati per salvarsi dai processi con qualche nuova legge ad personam, Berlusconi ha deciso che è venuta l’ora di salvarsi “l’anima” con la compravendita di potenti monsignori (cardinali in pectore).
Solo così si può spiegare l’incredibile dichiarazione di mons. Rino Fisichella, a proposito della bestemmia pronunciata da Silvio Berlusconi nel raccontare una barzelletta: “Bisogna sempre in questi momenti saper contestualizzare le cose e, certamente, non bisogna da un lato diminuire la nostra attenzione, quando siamo persone pubbliche, a non venir meno a quello che e’ il nostro linguaggio e la nostra condizione; dall’altra credo che in Italia dobbiamo essere capaci di non creare delle burrasche ogni giorno per strumentalizzare situazioni politiche che hanno già un loro valore piuttosto delicato”. Quindi Berlusconi va capito e scusato, secondo mons. Fisichella. La cosa ha fatto andare in bestia Rosy Bindi, oggetto privilegiato delle velenose battute di Berlusconi, la quale ha osservato: “Fin da piccola mi hanno insegnato a non pronunciare il nome del Signore invano. E’ una profonda, intima convinzione della mia fede, un segno di rispetto verso me stessa e gli altri e una regola di buona educazione. Sarò all’antica, ma mi amareggia profondamente e mi turba constatare che per un pastore della mia Chiesa (anche se voce isolata rispetto a quelle di altri pastori, di Avvenire e Famiglia Cristiana) ci sarebbero occasioni e circostanze nelle quali e’ possibile derogare anche dal secondo comandamento”. Mons. Fisichella non è nuovo ad interventi a favore di Berlusconi che, per qualunque cattolico, suonano più come eresie. Basti ricordare che fece scalpore il fatto che Berlusconi si fosse accostato al sacramento della comunione in occasione dei funerali di Raimondo Vianello, ciò che il diritto canonico vieta ai separati. Anche in quella occasione, mons. Fisichella lo giustificò dicendo: «Facciamo subito un po’ di chiarezza. Il presidente Berlusconi essendosi separato dalla seconda moglie, la signora Veronica, con la quale era sposato civilmente, è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante. Il primo matrimonio era un matrimonio religioso. E’ il secondo matrimonio, da un punto di vista canonico, che creava problemi. E’ solo al fedele separato e risposato che è vietato comunicarsi, poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato. A meno che, ovviamente, il primo matrimonio non venga annullato dalla Sacra Rota. Ma se l’ostacolo viene rimosso, nulla osta». Un intervento incredibile poiché per il diritto canonico Berlusconi è ancora il marito della sua prima moglie (Carla Dall’Oglio, alla quale s’è unito in matrimonio con rito religioso nel 1965). Per conseguenza quella “situazione, diciamo così, ex ante” sarebbe realizzata solo qualora egli fosse tornato a vivere con la prima moglie. Il che non è accaduto.
Non posso che concludere che anche la Chiesa ha evidentemente trovato il suo Berlusconi: se diventasse in futuro Papa non potrebbe che essere l’orgoglio di Silvio, che vedrebbe realizzato il suo sogno: poter comprare la Santità!
LA NOMINA DI FINE REGIME
A seguito della nomina a ministro dello Sviluppo Economico di Paolo Romani, la domanda sorge spontanea: dopo 153 giorni di attesa, le aspettative del Paese in balia della crisi sono state soddisfatte? Direi di no. Partiamo dal basso, citando ciò che scrive Michele Polo su lavoce.info. Quali caratteristiche dovrebbe avere un buon ministro dello Sviluppo Economico in questa fase difficile dell’economia? Dovrebbe essere persona convinta e decisa sostenitrice della concorrenza, motore insostituibile per la competitività delle nostre imprese; dovrebbe farsi portavoce delle liberalizzazioni, da troppo tempo in sonno profondo; dovrebbe farsi portavoce di interventi multilaterali, che evitino il “caso per caso” e la discrezionalità e che invece agevolino funzioni cruciali per lo sviluppo delle imprese: il sostegno agli sforzi di esportazione in nuovi mercati, di innovazione di prodotto e di processo, di consolidamento delle quote di mercato già conquistate. Dovrebbe essere figura capace di seguire una molteplicità di settori oggi impegnati in queste sfide, capace di dialogo con le imprese, le forze sociali e le autorità indipendenti, attento alla dimensione europea delle politiche industriali e della concorrenza. E non dovrebbe invece essere persona di limitate prospettive, irrimediabilmente attratta dal settore televisivo, incapace di resistere alla tentazione di entrare in campo e favorire una squadra, maldestra paladina di interessi di parte nelle discussioni a Bruxelles. Insomma, non uno come Paolo Romani.
Al conflitto di interesse che già permea il premier, si aggiunge quello del suo ministro. Già viceministro, Romani è parte integrante del “sistema” Mediaset. Ha contribuito a scrivere la scandalosa legge Gasparri sulle tv. A Bruxelles ha fatto pressione affinché l’emittente Sky, diretta e forse unica vera concorrente all’egemonia delle televisioni del Cavaliere, non ottenesse la deroga sull’asta per il digitale terrestre.
Alla stessa Mediaset, ha regalato il canale 58, in maniera che l’emittente potesse sperimentare l’alta definizione prima della gara.
In quest’ottica, il gelo del Colle è comprensibile. Questa nomina offende, e non difende, l’interesse pubblico, ed è uno sberleffo a tutti quegli imprenditori che si aspettano proposte concrete, in grado di arginare un’ondata di fallimenti delle imprese che nel secondo trimestre del 2010 ha fatto registrare + 22%.
Ministro Romani, attendiamo in quanto cittadini, risposte certe e concrete. Ammesso che il tempo rimasto al tracotante Governo le consenta di sistemare gli ultimi affari del suo presidente.
SCUOLA, TUTTI IN PIAZZA L’ 8 OTTOBRE
Attraverso il presente comunicato l’Italia dei Valori esprime la propria adesione alla manifestazione del mondo della scuola che avrà luogo a Roma venerdì 8 ottobre.
Saranno presenti innanzitutto gli studenti che con angoscia crescente stanno esprimendo la loro preoccupazione per il futuro del Paese, ci saranno poi alcuni sindacati di base, che hanno indetto per la giornata uno sciopero nazionale del comparto scuola, nonché diversi coordinamenti e associazioni che si battono in difesa della scuola pubblica contro gli effetti devastanti prodotti dalla scellerata politica di tagli all'istruzione attuata dal presente governo a partire dall'approvazione della legge finanziaria del 2008.
Ormai da anni i settori della cultura e dell’istruzione sono vittime di politiche che tendono esclusivamente a sottrarre risorse finanziarie senza prevedere alcun progetto di investimento costruttivo, a tal punto che l’Italia è diventata il fanalino di coda dei Paesi dell’OCSE in relazione alla spesa destinata alla scuola pubblica (penultima in Europa, seguita soltanto dalla Slovacchia).
Gli effetti di queste scelte nefaste sono tangibili nella quotidianità della vita scolastica. L’aumento del numero degli alunni nelle classi, che ormai troppo spesso raggiunge cifre incredibili, oltre a comportare gravi rischi per la sicurezza, implica di fatto l’impossibilità, da parte degli insegnanti, di elaborare percorsi formativi individualizzati con la tragica conseguenza di accrescere il fenomeno della dispersione scolastica.
La riforma delle scuole primarie ha eliminato la didattica modulare che costituiva motivo di vanto per l’Italia, paralizzando peraltro importanti attività come le uscite didattiche; la riforma delle scuole superiori ha determinato un impoverimento generalizzato dell’offerta formative delle scuole di ogni tipo, dai licei agli istituti tecnici e professionali, vittime questi ultimi di una forte riduzione anche delle attività laboratoriali e delle discipline d’indirizzo.
Particolarmente allarmante risulta la situazione delle università dove, per effetto della riforma attualmente in discussione in Parlamento, avranno il sopravvento criteri di gestione meramente aziendalistici a discapito della qualità della didattica e della ricerca.
Di fronte alla costante violazione del diritto allo studio, all’impoverimento della qualità dell’istruzione, al licenziamento di migliaia di lavoratori che operano da anni ponendo la propria professionalità a servizio della pubblica amministrazione, al mancato rinnovo del contratto e al blocco degli scatti di anzianità che mortificano la professionalità di un’intera categoria di lavoratori,
invitiamo studenti, genitori, insegnanti e personale ATA e tutta la società civile che ha a cuore le prospettive delle future generazioni, a partecipare alla giornata di mobilitazione nazionale in difesa della scuola pubblica, l’otto ottobre alle ore 9 in Piazzale dei Partigiani a Roma da dove partirà il corteo diretto al ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, per dire NO ad una scuola impoverita, privatizzata, aziendalizzata e regionalizzata. SI' ad un progetto serio di riforma della scuola.
Di Maria Letizia Bosco e Ilaria Persi
UN ANNO FA MORIVA GINO GIUGNI
Il padre dello Statuto dei lavoratori, Gino Giugni, muore il 5 ottobre 2009. La perdita è stata notevole se si considera che egli ha redatto lo Statuto dei lavoratori, la celeberrima legge n° 300 del 1970.
A far seguito da quella data si può affermare senza tema di essere smentiti che il mondo del lavoro trovò la disciplina di cui si sentiva tanto bisogno. La storia di questo Paese, è bene che gli italiani lo sappiano, annovera un personaggio che ha segnato un’epoca nella quale si ponevano le basi per cominciare a riconoscere e riconsegnare ai lavoratori la loro dignità di esseri umani titolari di diritti ma portatori anche di doveri. Infatti, il contenuto dello Statuto oggi continuamente disatteso e dimenticato non fosse che per quell’articolo 18 famigerato che si voleva fortemente abolire, non aprì una fase che favoriva una delle due parti contrattuali, ma sottolineava, insieme alla irrinunciabilità dei diritti dei lavoratori, anche la necessità dei doveri verso i datori di lavoro. Ebbene, alla luce dei fatti di quest’ultimo anno soprattutto, quando si disconosce oramai senza remore, la soccombenza dei diritti dei lavoratori alle ragioni del mercato, più che mai il ricordo del compianto studioso trova una sua giustificazione aggiuntiva.
Le dismissioni e le deroghe ai contratti collettivi di lavoro, per esempio, stanno diventando una regola sconsiderata. Persino sentenze del giudice del lavoro di reintegro di lavoratori licenziati ingiustamente vengono eluse.
Ed è proprio sui diritti che si gioca l’attuale partita economica mondiale. E’ proprio a fronte della competizione divenuta insostenibile con quei paesi che non riconoscono ai lavoratori nulla più che un giaciglio ed un pezzo di pane, che anche il mondo cosiddetto occidentale, civile e progredito cerca di riportare indietro le lancette della civiltà. Uomini come Gino Giugni sono stati l’esempio di abnegazione e di studio volto solo all’acquiescenza dei diritti dei lavoratori in un momento storico molto “caldo”, quando la protesta delle piazze divenne violenta e clandestina. Egli stesso fu gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1983, per fortuna non ucciso come invece è successo poi a Massimo D’Antona e Marco Biagi. La sua memoria è presente ancora oggi e lo sarà sicuramente negli anni a venire, quando la pazzia del disordine istituzionale che oggi ci affligge diventerà piano piano un brutto ricordo. In questo caso il corso e il ricorso non arricchisce neanche di esperienza, abbrutisce solo e dispera invece quanti, di buona volontà, sono disposti a remare per portare il paese in acque chete. Non siamo disposti a rinunciare alla Costituzione, non rinunciamo a nessuno dei diritti acquisiti con la nascita e sanciti dalle leggi, vigileremo affinché ciò non accada e con tutte le nostre forze rivendichiamo la libertà di pensiero e di azione.
1° AVVISO DI SFRATTO A BERLUSCONI
Non gli daremo tregua. Oggi aspettiamo Silvio Berlusconi in Parlamento per inchiodarlo alle sue bugie, alla sua inefficienza, alle sue balle colossali e a tutti gli affari che ha fatto sulla pelle degli italiani.
Italia dei Valori ha presentato una mozione di sfiducia al ministro ad interim per lo Sviluppo economico, che manca da 153 giorni. Nonostante la grave crisi economica che ha sconvolto il mondo e che ne ha trasformato gli assetti e gli equilibri, Berlusconi se ne frega, da 153 giorni se ne frega di tutto, tranne che delle sue aziende. E’ tutto fermo, tutto bloccato da 153 giorni. E’ ferma la legge sulla concorrenza, quel timido accenno alla liberalizzazione in materia di distribuzione dei carburanti e del credito. Poca cosa ma almeno qualcosa. E’ fermo il disegno di legge per le piccole imprese, che stanno chiudendo soffocate da una recessione spaventosa. E’ ferma la delibera per la ripartizione dei 300 milioni di euro del Fondo Cipe per le aree di crisi, che continua ad essere rimandata da 153 giorni. Per la verità, dei 300 milioni ne sono rimasti appena 160 perché gli altri se li è presi Tremonti per salvare Tirrenia. E’ ferma la riforma degli incentivi per le imprese, la delega scade a febbraio prossimo ed è difficile, a questo punto, quasi impossibile rientrarci con i tempi. E’ ferma, inchiodata al palo, la riorganizzazione degli enti per l’internazionalizzazione, Istituto per il commercio con l’estero in testa. E’ inchiodato, fermo al palo, anche quel ritorno al nucleare tanto auspicato dal presidente del Consiglio, unica vera buona notizia dei 153 giorni senza un ministro per lo Sviluppo economico. Qualcosa si sviluppa invece. Con Silvio Berlusconi, ministro ad interim per lo Sviluppo economico, l’unica cosa che si sta sviluppando in Italia sono gli affari di Mediaset e quelli degli amici di Silvio, Gheddafi in testa. Ad agosto, nel disprezzo più totale delle regole del libero mercato, il sottosegretario alle comunicazioni Paolo Romani ha assegnato a Mediaset un nuovo canale digitale che arricchisce l’offerta dell’azienda di Berlusconi, mentre dei giorni scorsi la notizia, secondo quanto denunciato dalle associazioni tv locali Frt, che le frequenze assegnate alle tv locali sono insufficienti per il passaggio al digitale. Silvio Berlusconi è stato per 153 giorni il ministro allo Sviluppo di Mediaset. I risultati sono: fallimenti in aumento, Pil a rilento, occupazione ai minimi e aziende in vendita. Ce ne è abbastanza per mandarlo a casa.
COLLEGATO LAVORO, DI MALE IN PEGGIO
La scorsa settimana si è chiuso in Senato l'ennesimo passaggio, siamo alla sesta lettura, del collegato lavoro e, come avevamo previsto, si è consumata l'ennesima presa in giro del Parlamento da parte della maggioranza di Governo. Il Presidente della Repubblica Napolitano aveva rinviato il provvedimento alle camere stigmatizzando, in generale, un modo sbagliato di legiferare. Ebbene, nonostante i quanto sostenuto dai relatori, i rilievi del Presidente della Repubblica, sono stati sistematicamente e deliberatamente ignorati. Da parte del Governo e della maggioranza permane la volontà di deregolamentare la materia del lavoro e delle controversie nascenti dai contratti, limitando la possibilità che il lavoratore si rivolga al giudice, nonostante si verta nell'ambito di diritti costituzionalmente garantiti o indisponibili.
Il provvedimento ha avuto un iter estremamente travagliato. I pochi passi avanti compiuti nella precedente lettura alla Camera sono stati sistematicamente annullati. E' stato infatti reintrodotto l'ex articolo 20, in tema di esposizione all'amianto sul naviglio militare: una norma di impunità che non risolve le questione del risarcimento delle vittime.
Per quanto riguarda l'articolo 30, si è arrivati al paradosso di presentare come una grande innovazione l'introduzione dell'esplicita dichiarazione di tener fuori dall'arbitrato secondo equità il licenziamento e il mantenimento del rapporto di lavoro: si fa passare come una grande concessione un diritto sacrosanto.
Anche se non lo vediamo come un demone, siamo certamente contro l'arbitrato secondo equità che affida a un giudice la potestà di derogare dalle leggi e dai contratti. Non si tratta di circoscrivere il tema all'articolo 18, per quanto questo sia simbolicamente rilevante, perché con l'arbitrato secondo equità si possono in qualche modo manomettere i diritti, le tutele e gli standard contrattuali che si riferiscono all'insieme delle prestazioni di lavoro, ai temi dell'orario, del salario, degli straordinari e della professionalità delle persone.
Un ulteriore passo indietro è stato compiuto sulla clausola compromissoria. A questo riguardo si è tornati all'aberrazione della norma, precedente al cosiddetto emendamento Damiano e, quindi, si pretende addirittura che tale clausola sia sottoscritta all'atto dell'assunzione, in un momento nel quale i nuovi ingressi nel mercato del lavoro sono all'80% rapporti a tempo determinato e nel momento di maggiore debolezza del lavoratore nei confronti dell'imprenditore: si tratta di un obbligo mascherato da possibilità di scelta.
Tutto il collegato lavoro contiene norme estremamente pericolose, che aumentano la precarietà e diminuiscono la sicurezza sul lavoro. Il principio cardine del diritto del lavoro è nel riconoscimento della debolezza del lavoratore di fronte all'imprenditore. Purtroppo queste norme vanno nella direzione opposta: indeboliscono le tutele del lavoro e favoriscono di fatto l'impresa.
Intanto la crisi non si arresta, e sul tavolo del ministro dello Sviluppo Economico, ancora senza titolare, giacciono almeno 120 dossier su crisi aziendali ancora aperte.
Questa maggioranza non mostra alcun interesse per la ripresa e lo sviluppo dell'economia, infatti non ha prodotto nulla che potesse dare respiro agli italiani: non una riforma del welfare, degli ammortizzatori sociali; non una riforma che riduca il carico fiscale dei lavoratori e delle famiglie; nessun sostegno ai redditi più bassi. E’ necessario trovare la forza di girare pagina.
L'Italia dei Valori sa bene, invece, da che parte stare e con chi stare: con i tre lavoratori licenziati a Melfi, con quelli di Pomigliano, di Fincantieri, di Agila ed Eutelia, con i precari della scuola e con chi non ha voce come migliaia di partite IVA e cassaintegrati. Per questo saremo presenti anche alla prossima manifestazione del 16 ottobre a Roma, per ribadire con forza che i diritti acquisiti non si toccano.
Elencare i nomi di coloro che nel 2010 sono morti sul lavoro, come ho fatto nel corso della discussione di questo provvedimento iniquo, non è stato un gesto di sciacallaggio, ma un modo per tenere vivo nella memoria del nostro Paese il ricordo di quelle vittime; e il Parlamento deve accogliere il monito e la preoccupazione del Capo dello Stato per porre fine ad uno stillicidio che offende un Paese moderno. Al contrario il provvedimento appena approvato non rende un buon servizio al Paese, perché riducendo le garanzie normative per i lavoratori, di fatto rende più precario e insicuro il lavoro.
L’EXPO-llaio DELLE LOBBY
Seconda parte
L’expo 2015 non trova pace. La grande manifestazione che potrebbe rappresentare l’occasione per rilanciare l’immagine del nostro Paese nel mondo, va ridimensionandosi sotto i colpi di mannaia dell’improvvisazione più assoluta e degli interessi di bottega in seno al Pdl; tanto da mettere in forse lo svolgimento dell’Esposizione universale stessa. Un boomerang che potrebbe colpire a morte quel poco di prestigio che l’Italia, nonostante tutto, mantiene in campo internazionale.
Il tempo stringe. Il 19 ottobre Milano dovrà presentarsi di fronte ai membri del Comitato esecutivo del Bie (Bureau of International Expositions), e dimostrare di poter contare su quel milione di metri quadrati che devono ospitare le strutture dell’Expo. Senza questa certezza l'assemblea del Bie non potrà ufficializzare, in novembre, la registrazione del dossier di candidatura della città. Ergo, l’Expo meneghina sembra essere appesa ad un filo.
Nonostante l’imminente scadenza, infatti, mesi di trattative, scontri e cambiamenti di fronte, le parti non hanno ancora raggiunto un accordo. Anche il progetto che prevedeva l’acquisto da parte di Fondazione Fiera della quota fondiaria del gruppo Cabassi, è fallito miseramente. La questione da risolvere è proprio quella legata ai terreni e al loro sfruttamento futuro. Lo stallo è squisitamente politico ed è determinato dalla guerra di potere e d’interesse tra il Sindaco di Milano Letizia Moratti, il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni e quello della Provincia, Guido Podestà.
Da parte sua la Regione vorrebbe creare una società aperta anche agli attuali proprietari privati, per gestire le aree e, soprattutto, l’enorme business che si svilupperà una volta terminata l’esposizione. Dall’altra, Comune e Provincia che, dopo il no del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti all’acquisto dei terreni, spingono perché si arrivi ad un comodato d’uso degli stessi con diritto di superficie da parte dei proprietari. Sarà dura arrivare ad una soluzione che soddisfi gli “appetiti” delle parti in campo.
Per sbloccare l’empasse sui terreni è intervenuto anche il candidato alle primarie del Pd, l’architetto Stefano Boeri, che ha proposto di spostare l'Expo nelle aree pubbliche dell'ortomercato. Idea bocciata dall’altro candidato del Centrosinistra alle stesse primarie, Giuliano Pisapia e, come prevedibile, da Formigoni. Il Governatore ostenta sicurezza: la questione dei terreni - dice - sarà risolta entro poche settimane, tuttavia ha dovuto ammettere che “i tempi si sono allungati rispetto alla nostra previsione originaria ma, - rassicura - saranno perfettamente rispettati i tempi del Bie”. Dichiarazioni ottimistiche che mal si conciliano con la situazione sul campo e con i timori degli stessi consiglieri di Expo 2015 spa, che chiedono allarmati risposte ufficiali a Comune, Provincia e Regione e minacciano la convocazione di un’assemblea dei soci. Timori fondati visto che, mentre scrivo, arriva l’ennesimo rinvio della seduta del Consiglio Regionale lombardo in cui Formigoni avrebbe dovuto riferire all’aula, e quindi a tutti i cittadini, lo stato dell’arte dei lavori.
Così mentre infuria la guerra interna al Pdl, l’Expo2015 si allontana da Milano sotto gli occhi attoniti del mondo.
di Danilo Sinibaldi
La Commissione Europea: la mafia è in ogni paese
E adesso, quelli del “la mafia è solo al sud”, o quelli che, peggio ancora, “Italia? Spaghetti, mandolino e mafia” dovranno trovarsi un nuovo hobby. La mafia non è più siciliana. La mafia non ha più la coppola e non parla solo italiano. La mafia è entrata nell’Unione Europea. Bella scoperta, direte voi. Ovviamente non mi riferisco al fenomeno in sé per sè, che ormai ha una riconosciuta diffusione planetaria: l’espansione delle ‘ndrine calabresi, per esempio, ha oramai toccato anche l’Africa più profonda, l’Olanda e il nord America. Parlo della “certificazione” europea che indica come nessun paese sia più immune alle infiltrazioni mafiose e che annuncia come presto l’Ue si doterà di studi e strumenti per combattere più efficamente questo enorme agglomerato babelico di criminalità organizzata. Tutto ciò è contenuto nella risposta scritta che la Commissione Europea ha fornito alla mia interrogazione del luglio scorso, relativa al danno economico della mafia a livello UE e ai provvedimenti legislativi per il contrasto delle relative attività illecite. Tra le altre cose avevo chiesto alla Commissione:
- l’introduzione a livello UE del reato di associazione mafiosa, già esistente in Italia;
- di intervenire tempestivamente con una normativa comune in materia di sequestro e confisca di beni riconducibili, direttamente o indirettamente, alla mafia e/o provenienti da attività illecite condotte da organizzazioni di stampo mafioso;
- di intraprendere immediatamente uno studio approfondito e specifico relativo agli impatti economici delle mafie a livello UE, evidenziando le zone maggiormente interessate dalla presenza di gangli mafiosi e che rappresenti la base per un contrasto efficace di tali forme di criminalità organizzata.
Il 24 settembre il commissario Cecilia Malmström, risponde che la Commissione è consapevole del fatto che le organizzazioni di stampo mafioso basate in Italia sono coinvolte in quasi tutti i tipi di attività illegali e che, sebbene le loro roccaforti si trovino nell’Italia meridionale, esse hanno sviluppato ramificazioni in molti, se non in tutti gli Stati membri dell’UE.
Nella nota l’on. Malmström scrive ancora che la Commissione sta preparando una valutazione d’impatto sulla fattibilità e sull’opportunità di un’eventuale rifusione del quadro giuridico dell’UE in materia di confisca, al fine di razionalizzare e intensificare le azioni di confisca e la cooperazione tra gli Stati membri. Nel 2011 è prevista una proposta legislativa. Le misure in vigore hanno già un’incidenza diretta sui beni delle associazioni mafiose e, in particolare, permettono alle autorità competenti di uno Stato membro di bloccare e confiscare i beni delle organizzazioni criminali detenuti in un altro Stato membro.
Inoltre, nell’ambito del Piano d’azione di Stoccolma la Commissione intende raccogliere statistiche su determinati settori della criminalità: riciclaggio, criminalità informatica, corruzione e tratta di esseri umani. Alla fine del 2010 sarà proposto un nuovo piano d’azione 2011-2015 relativo all’elaborazione di statistiche sulla criminalità e sulla giustizia penale. Infine, tramite il programma “Prevenzione e lotta contro la criminalità” (ISEC)1 la Commissione offre finanziamenti sia agli Stati membri, sia a enti privati che presentino proposte di progetti.
Tutto ciò va nella direzione giusta. E’ il riconoscimento che è quantomai urgente che la Commissione predisponga una relazione sulla lotta dalla criminalità organizzata a livello UE, come da me richiesto dall’inizio della legislatura. Della risposta della Commissione faremo tesoro anche nel Dipartimento Antimafia dell’Italia dei Valori di cui sono responsabile.
Proprio in questa veste, su alcune incongruenze italiane non posso evitare un passaggio; risulta imbarazzante leggere le parole nette del commissario europeo Malmström, che conferma come le mafie siano ormai cancro di ogni paese Ue, e poi pensare che ancora oggi il sindaco e il prefetto di Milano inquinano i media con le loro dichiarazioni “negazioniste”. In questo senso il Dipartimento ha un grosso compito: sbugiardare, replicare e respingere con forza i tentativi italiani di normalizzazione. La mafia esiste in Italia, esiste in Europa e Milano né è capitale.
COSTI STANDARD: UN TRUCCO LEGHISTA AI DANNI DEL MEZZOGIORNO
Nonostante la forte resistenza di molte regioni, in particolare meridionali, il governo sta tentando di accelerare l’iter del decreto legislativo relativo alla “determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario”.
Cosa si dovrebbe aspettare un normale cittadino da un decreto con un simile titolo? Che il governo e le regioni definiscano quali obiettivi di salute e quali bisogni sanitari soddisfare, i costi più appropriati per soddisfarli e quindi le risorse necessarie. Oppure, se le risorse fossero, come sono sempre, limitate, quali bisogni e quali obiettivi vengano ritenuti prioritari.
Peccato che di tutto questo nel decreto non vi sia traccia. Il fabbisogno sanitario, infatti, viene semplicemente identificato tout court con lo stanziamento complessivo del fondo nazionale stabilito dalla legge finanziaria.
Si fa il contrario di quello che sarebbe necessario: anziché far derivare la determinazione delle risorse dalla decisione sui bisogni prioritari di salute, si fanno derivare i bisogni dalle risorse.
Siamo tutti consapevoli che nell’impiego delle risorse e nella gestione della sanità, sia pubblica, sia soprattutto privata accreditata, vi sono state modalità inappropriate, ma in questi anni invece di combattere gli sprechi e ristrutturare il sistema sanitario, si è cercato soltanto di ridurre la spesa: tagliando le risorse e aggravando – è storia di questi anni – gli sprechi, le ruberie, le ingiustizie.
Questa politica ha prodotto soltanto aumento della spesa, riduzione dei servizi, crescita dell’inefficienza della sanità pubblica.
Il blocco totale delle assunzioni, ad esempio, ha provocato tagli dei servizi e inefficienza delle strutture pubbliche. Cosa che non è accaduta in quelle accreditate, che sono diventate più competitive. Questo ha allargato il parassitismo e aumentato le rendite private.
Rispetto a questa situazione il governo propone di prendere, a parametro della redistribuzione tra le regioni, le risorse già fissate dalla finanziaria; non quanto è ragionevole che costi alla fiscalità generale un determinato obiettivo di salute, ma semplicemente quanto hanno speso le regioni che non hanno avuto disavanzi.
Le conseguenze di questa scelta possono essere tre: o non cambia nulla, o si avrà uno spostamento delle risorse dalle regioni meridionali a quelle del centro nord o peggio ancora si ridurranno le risorse complessive destinate al fondo sanitario nazionale. Niente di nuovo, l’ennesimo taglio.
Nel sud, quindi, non si potranno fare nuovi investimenti e i privati accresceranno la loro presenza. Una ulteriore accelerazione alla privatizzazione strisciante della sanità.
I costi standard, così come vengono definiti nella bozza di decreto di Calderoli e Tremonti, si rivelano essere l’ennesima foglia di fico di una politica che punta solo a fare cassa e, nei fatti, a favorire gli interessi territoriali ed economici più forti.
Non è un caso che né Calderoli, né Tremonti vogliano cambiare le politiche per le regioni che sono in disavanzo: per queste continueranno i commissariamenti, i tagli indiscriminati, l’impossibilità di assumere e investire. Una posizione comoda: con queste politiche i poteri pubblici si sono liberati dall’obbligo dei controlli di merito, dal dovere di distinguere chi lavora male e chi lavora bene, chi imbroglia e chi no. Il controllo è solo formale e ragionieristico. E, come sempre in questi casi, i più penalizzati sono quelli che rispettano le regole.
I costi standard non modificano la politica che sta uccidendo il servizio sanitario nazionale. La Regione Toscana è oggi (ma per quanto ancora?) in equilibrio di bilancio dopo quindici anni di politiche di ristrutturazione del sistema, milioni di euro di investimenti per migliorare l’offerta ospedaliera, una tradizione e un lavoro costante di crescita dell’assistenza sul territorio.
Questa politica non è stata consentita nelle regioni socialmente più povere e difficili, e con sistemi sanitari più fragili, più condizionati da forti presenze della sanità privata e anche più inquinati, persino da poteri mafiosi. Insistere con questa politica significa alimentare la crescita del precariato e della privatizzazione, e accentuare la spaccatura tra il Nord e quella parte d’Italia che ha minori garanzie di tutela della salute.
Se si vogliono combattere davvero sprechi, ruberie, illegalità, disavanzi immotivati, occorre abbandonare la fissazione dei costi standard presunti e riprendere le politiche fondate sulle regole e sui doveri da parte degli operatori pubblici e privati e occorre ripristinare il sistema dei controlli e delle sanzioni, che in questi anni, in nome dell’efficienza e della semplificazione sono stati letteralmente smantellati.
SALVIAMO LA CANTIERISTICA ITALIANA
A distanza di un anno dalle nostre pressanti richieste né il governo, né il Parlamento hanno dedicato un solo minuto al futuro del settore cantieristico italiano. Ricordiamo che in Italia, ancora oggi, si costruiscono le migliori navi del mondo da crociera, orgoglio del ‘saper fare' Italia in quanto si unisce il mix di ingegneria, progettazione e di inventiva del made in Italy che viene portato in
tutto il mondo attraverso le crociere. Non è un settore obsoleto e privo di prospettive future, ma è un settore che va seguito con attenzione e favorito con scelte governative coerenti al fatto che
rappresenta una ricchezza per il Paese.
Ieri mattina noi dell'Italia dei Valori, con il Presidente Antonio Di Pietro, abbiamo sfilato per le vie della Capitale, insieme agli oltre cinquemila operai e tecnici della Fincantieri, per chiedere che intervenga la Presidenza del Consiglio dei ministri sul futuro del settore della cantieristica italiana. L’Italia dei Valori, sin dal 2009, ha incontrato i lavoratori dei cantieri di Palermo, Castellamare e di Porto Marghera e ha riportato le loro sacrosante richieste al governo, chiedendo anche con interpellanze specifiche che ne discutesse il Parlamento. Questi sono dei problemi che andrebbero affrontati, trattati e che andrebbero menzionati sotto il titolo di politica industriale.
Seri problemi che dovrebbero essere discussi con il ministro dello Sviluppo economico, che è un fantasma o meglio, che c’è ma si chiama Berlusconi. Ed è proprio per queste ragioni che l’Italia dei Valori insiste nel sostenere la convocazione di un incontro sulla crisi della cantieristica presso la presidenza del Consiglio dei ministri. L’Italia dei Valori esclude qualsiasi forma di denaro pubblico che sia stanziata direttamente alle imprese, mentre chiede che il governo definisca un programma di commesse rapidamente cantierabili collegate alle nuove e più moderne esigenze di mobilità
di merci e persone anche in relazione alla nuova struttura turistica che deve assumere l’Italia. Il Governo deve favorire gli investimenti per l’ammodernamento dei cantieri e per le attività di ricerca e innovazione del prodotto, oltre a sostenere la Fincantieri nell’ambito dell’acquisizione di commesse internazionali. L’esecutivo italiano ha un ruolo fondamentale nell’utilizzare in sede europea quei finanziamenti a favore del rinnovo delle navi e dei traghetti ormai considerati obsoleti.
DIFENDIAMO LA DIGNITA' DEI FRONTALIERI. LEGHISTI, DOVE SIETE?
Nel Canton Ticino è in atto una dura e inaccettabile campagna di denigrazione contro i circa 50mila lavoratori italiani impiegati in Svizzera, i cosiddetti frontalieri, definiti “ratti che vengono a mangiare il formaggio svizzero”. Della questione l’Italia dei Valori si è interessata immediatamente tramite l’Onorevole Antonio Razzi, Responsabile Idv per gli italiani nel Mondo. Razzi ha incontrato l’ambasciatore svizzero in Italia, Bernardino Regazzoni al quale ha rappresentato tutto il proprio disappunto. L’ambasciatore ha preso le distanze e ha condannato le manifestazioni xenofobe in atto ai danni dei lavoratori frontalieri italiani ed ha assicurato la massima attenzione e riprovazione per le deplorevoli affermazioni fatte ai loro danni.
Tuttavia colpisce e scandalizza il pressoché totale disinteressamento delle autorità italiane, sia a livello nazionale sia a livello locale.
Un’assenza denunciata con forza dal consigliere regionale IdV, della Lombardia, Gabriele Sola: "L'attacco ai lavoratori italiani transfrontalieri è inaccettabile", dice Sola condannando senza mezzi termini la campagna apparsa in questi giorni, oltre che sulla rete, anche sui muri del Canton Ticino. Sola non vi ravvisa alcuna comicità anzi, la giudica "rozza, offensiva e per nulla originale. Vi traspare, infatti, uno spirito basso e irriverente nei confronti di lavoratori che affrontano sacrifici quotidiani per recarsi sul posto di lavoro e che contribuiscono con il loro impegno a mandare avanti l'economia svizzera".
"È proprio pensando alla tutela della dignità di questi lavoratori - prosegue l’esponente IdV -, molti dei quali vengono proprio dalla Lombardia, che sto predisponendo una mozione affinché la Regione assuma una netta posizione di condanna rispetto a questo episodio di puro razzismo. Il Consiglio Regionale della Lombardia deve tutelare non solo l'immagine ma anche la dignità di quei suoi cittadini che quotidianamente varcano la frontiera per recarsi al lavoro".
Non manca una stoccata ai colleghi leghisti che siedono in consiglio: "In questa occasione, in cui è davvero necessario mobilitarsi per difendere l'orgoglio dei lavoratori lombardi e del nord Italia, dove sono i padani? Forse stanno smaltendo l'amara lezione che dimostra come ci sia sempre qualcuno più a nord, pronto ad assumere gli stessi toni razzisti e discriminatori tanto cari a Bossi & c.? L'intolleranza è inaccettabile sempre, sia quando viene subita, sia quando viene perpetrata".
BERLUSCONI USA IL PARLAMENTO PER FERMARE I GIUDICI
Legge ad personam: atto ultimo. Berlusconi si è reso conto che, nonostante la ventina di leggi ad personam, non riesce a fermare la magistratura. Per questo ha deciso di fare una legge ad hoc al fine di istituire una commissione d’inchiesta volta a punire in Parlamento i magistrati che lo stanno processando.
In un Paese democratico, in uno Stato di diritto è mai possibile pensare che l’imputato vada in Parlamento e si faccia una legge per fermare e criminalizzare i giudici che lo stanno processando? Questa è criminalità politica allo stato puro. E poi Berlusconi si arrabbia se il Paese reale si ribella, come si sta ribellando, con le manifestazioni di protesta. Pensi un attimo a quel che sta facendo e, allo stesso modo, riflettano quei parlamentari della maggioranza che si accingono a votare una legge per istituire una commissione d’inchiesta: siete complici, persone che non meritano il rispetto degli elettori che vi hanno votato per tutelare i loro interessi e non per garantire l’impunità al vostro padroncino.
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NoBDay2: domani in piazza senza dubbi
Domani al No B Day, io ci sarò, con me tutta l’IDV e anche tantissimi cittadini italiani. Per partecipare a quella che sarà una protesta e nel contempo una festa.
Una protesta perché dobbiamo far sentire alta la nostra voce contro Berlusconi ed il suo Governo.
Non basta storcere il naso davanti ai suoi discorsi deliranti, davanti alle sue bugie, davanti alla sua incapacità ad affrontare i problemi reali del Paese: è necessario scendere in piazza per spiegare che i cittadini italiani hanno aperto gli occhi e non ci stanno a farsi prendere in giro.
Una festa perché il Popolo Viola nelle sue mobilitazioni ha sempre usato le sue modalità allegre, pacifiche e colorate. L’opposizione dei cittadini in piazza è fondamentale per risvegliare le coscienze e far circolare le informazioni. Per gridare la nostra volontà di voltare pagina mandando a casa un esecutivo incapace, politicamente colluso e per difendere la nostra Costituzione, calpestata e insultata quotidianamente da Berlusconi e dalla sua cricca.
Bisogna quindi scendere in piazza senza tentennamenti e senza dubbi.
Noi ci saremo e spero facciano altrettanto anche gli altri partiti dell’opposizione. Perché scendere in piazza insieme possa servire da collante per una grande opposizione unita, che veda fianco a fianco partiti e cittadini, sindacati e movimenti. Di più, perchè si alzi forte la parola d’ordine proposta dagli organizzatori: “Licenziamo Berlusconi”.
L’appuntamento è per domani 2 ottobre, alle 14, in piazza della Repubblica a Roma.

















