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30 Novembre 2010

MARONI BLINDA MONTECITORIO


Oggi in Aula c’è il voto finale sul Ddl Università. Abbiamo detto ampiamente quello che pensiamo sulla riforma Gelmini, in una sola parola pessima. Le Università sono occupate. Gli studenti sono sui tetti, insieme a ricercatori e professori. Ma fuori dal palazzo sta accadendo qualcosa che non si era mai vista prima. Decine camionette di carabinieri, poliziotti e guardia di finanza (guarda il video) hanno circondato Montecitorio e Palazzo Chigi per impedire agli studenti di avvicinarsi, con un dispiegamento di forze impressionante. Il ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha ordinato alle forze dell’ordine di predisporre un rigido blocco di tutte le strade che circondano piazza Montecitorio. Il sit in degli studenti era stato autorizzato dalla questura ma le strade sono state chiuse e piazza Montecitorio è irraggiungibile, off limits. Una scelta sbagliata quella del ministro Maroni, una scelta che, siamo i primi a scongiurarlo, potrebbe far accendere gli animi ed avere conseguenze, Dio non voglia, ben più gravi. In Aula, Valentina Aprea del Pdl, relatrice del provvedimento Gelmini, ha invitato nell’Aula tutti i partiti al senso di responsabilità, a mantenere toni bassi nel confronto politico per evitare che fuori dal palazzo possa accadere il peggio. Parole condivisibili ma la scelta del governo di porre un blocco rigidissimo, e che le forze dell’ordine sono state costrette ad attuare, seppure vogliamo sperare assunta in buona fede per scongiurare possibili scontri, rischia di apparire come una provocazione per centinaia di studenti in protesta pacifica. C’è un silenzio assordante in queste ore intorno ai palazzi, un silenzio che colpisce ferisce la nostra democrazia. Guardate le immagini che abbiamo girato per voi. Un muro umano di carabinieri, di ferro e acciaio delle camionette delle forze dell’ordine è il segnale di un palazzo che si chiude a riccio, che si fa sordo alle istanze degli studenti, dei professori, dei ricercatori, degli insegnanti avviliti ed umiliati da questa riforma. Le forze dell’ordine hanno l’obbligo di salvaguardare l’integrità degli edifici delle sedi istituzionali e di evitare scontri fisici ma, al contempo il ministro Maroni ha il dovere di garantire il diritto di manifestare degli studenti. Bisognava ottemperare alle due esigenze, con uguale rispetto, perché non c’è democrazia se cala il silenzio sulla piazza.

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DDL GELMINI: IL GOVERNO “SOSPENDE" LA COSTITUZIONE


Il Governo ha paura degli studenti e dei ricercatori che in tutta Italia stanno protestando contro una riforma dell'Università che toglie risorse agli atenei pubblici in favore di quelli privati. Che non incoraggia la ricerca, ma anzi, costringerà migliaia di giovani ad emigrare all'estero. Che, contrariamente da quanto annunciato, oggi con un subemendamento ha restituito ai “baroni”, permettendo loro di continuare ad assumere parenti e amici come fanno da decenni.
Il Governo ha paura degli studenti che a migliaia si sono ritrovati a Roma davanti alla Camera dei deputati, dove il Ddl Gelmini è in via di approvazione.
Una paura feroce che ha spinto un esecutivo sempre più debole a schierare la forza di migliaia di agenti in tenuta antisommossa. Sotto la pioggia centinaia di posti di blocco sono dislocati nel centro della città e impediscono l'accesso, oltre che ad auto e moto, anche ai pedoni.
Vietato passare: oggi a Roma non si va a zonzo, non si incontrano gli amici, non si può andare in un ristorante, in un bar, in un locale qualsiasi situato nella “zona vietata” (praticamente buona parte del centro della città). Chi si reca al lavoro deve “provarlo”, oppure è costretto a fare dei giri incredibili.
Un governicchio nel panico ha in pratica sospeso le libertà costituzionalmente garantite.
Berlusconi e soci temono un nuovo, pacifico, "assalto" come accaduto al Senato la scorsa settimana e per evitarlo creano il caos. Roma è bloccata, il traffico è paralizzato, gli autobus deviati restano a loro volta imbottigliati per strada. Piazza Montecitorio, blindata fin dal mattino con decine di mezzi della polizia e dei carabinieri, è inaccessibile anche (soprattutto) ai pedoni.
La rabbia dei cittadini si scarica sugli incolpevoli agenti obbligati a far rispettare ordini inspiegabili. Un anziano signore ha sintetizzato così la situazione: “Dopo la guerra mai avrei pensato di rivivere momenti del genere”.

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IL GRIDO D'AIUTO DEGLI AGRICOLTORI


di Renata Rogo -Responsabile Idv settore Agricoltura

Il PIL- prodotto interno lordo dell’agricoltura continua a scivolare in basso. Ce lo conferma l’ISMEA che non si può dire ente prezzolato dall’opposizione. Gli allevatori sardi non sono i soli a cercare di richiamare l’attenzione del governo sui problemi del settore, sono solo quelli che lo hanno fatto più rumorosamente. Il Governo, si sa ha ben altri problemi ed il ministro dell’agricoltura guarda solo verso nord. Ancora a fronte di prezzi alimentari al consumo che non calano mai, quelli pagati all’agricoltore sono sempre più bassi.
Qui non si tratta di mettere qualche soldino per l’olivicoltura e qualche altro nei cereali, occorrono misure strutturali che consentano agli agricoltori di cogliere nuove opportunità, ammodernare il processi ed i prodotti per andare incontro alle esigenze del mercato e, soprattutto, senza essere soffocati da una burocrazia opprimente e tentacolare.
Abbiamo un ministro per l’esemplificazione che l’unica cosa che ha esemplificato è la lingua italiana. Il settore olivicolo ha una normativa pertinente pari all’enciclopedia Treccani! Per non parlare degli iter autorizzativi che costringono gli agricoltori a peregrinare col cappello in mano da un ufficio all’altro della pubblica amministrazione come poveri questuanti, per ottenere un permesso magari per aprire uno spaccio aziendale. La burocrazia è così ostinatamente complessa che non vi è richiesta che possa essere presentata senza il progetto di un tecnico e non vi è nuova attività, per quanto semplice che possa essere autorizzata nel giro di poche settimane.
La prima cosa che il mondo agricolo chiede al governo è di esemplificare gli adempimenti, stabilire regole certe per eliminare ogni tipo di discrezionalità dei controlli. Secondariamente, ma non in ordine di importanza, è fondamentale che il governo metta sotto controllo la logistica della commercializzazione dei prodotti agricoli che li porta sulle tavole dei consumatori con ricarichi del 1.000%.
Mentre il governo si trastulla tra dimissioni proclamate e smentite, nel disegno di legge di stabilità l’agricoltura non muove interessi e non trova posto.


29 Novembre 2010

La cronaca di "L'Italia dei Valori per la Campania"


L’Italia dei Valori non chiude gli occhi davanti ai problemi e a una realtà drammatica qual è quella dei rifiuti in Campania. Antonio Di Pietro nei luoghi interessati dall'emergenza rifiuti per l’iniziativa “L'Italia dei Valori per la Campania". Con lui deputati, senatori e membri dell'Idv in visita alle discariche di Chiaiano e Terzigno:


17: 40 – Mancuso: “Ho preso atto – ha dichiarato Di Pietro – di un comunicato del procuratore della Repubblica, Mancuso che di fatto ha consentito al sindaco di Terzigno di revocare un’ordinanza già emessa sull’interruzione di sversamento. Sarebbe stato più opportuno - ha aggiunto il leader Idv – un provvedimento formale che avrebbe consentito a chi non fosse stato d’accordo di impugnare e di verificare la sussistenza di inquinamento del territorio. Invece il solo comunicato non è impugnabile e lascia tutto in dubbio. Al momento – sottolinea Di Pietro – non c’è nessuna tutela per la salute delle persone e per l’ambiente”.


17:20 – La disperazione dei cittadini: Dopo la conclusione della visita, Antonio Di Pietro e gli altri esponenti della delegazione Idv, tra i quali il segretario della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti, senatore Gianpiero De Toni, si sono intrattenuti con gli abitanti della zona presenti e che hanno manifestato tutta la loro disperazione. Oltre al danno, i residenti di Terzigno e Chiaiano lamentano anche la beffa . Oggi, infatti, hanno ricevuto una bolletta dei rifiuti più alta.


17:00 – Vietato passare: le forze dell’ordine non hanno concesso a Di Pietro e alla delegazione dell’Italia dei valori, di raggiungere la discarica di Cava Siri a Terzigno. Di fronte al divieto è esplosa la rabbia dei molti cittadini presenti, che hanno urlato: “Onorevole, avete visto? Ci impediscono di passare su territori che sono nostri. Oggi per la vostra visita hanno pure eliminato la puzza, ma qui è impossibile stare. Aiutateci, liberateci di Berlusconi e dei suoi bunga bunga”.


16:40 – L’Arrivo di Di Pietro: il leader Idv ha raggiunto la delegazione del partito nei pressi della discarica di Cava Sari a Terzigno. Alle numerose persone presenti e ai giornalisti il leader Idv ha detto che “non è giusto scaricare le responsabilità sui cittadini e farli passare per criminali, come sta tentando di fare il procuratore Mancuso”. Per Di Pietro ai “cittadini deve essere concesso di impugnare i provvedimenti che non condividono e di fare i rilievi sul terreno in modo indipendente, perché finora sono stati gestiti da chi, magari, è in conflitto d’interesse”.


16.00 - Arrivo a Cava Sari: la delegazione dell’Italia dei valori è giunta nei pressi della discarica di Terzigno. Un nutrito movimento di cittadini sta presidiando la zona e invita deputati e senatori Idv a visitare il sito per rendersi conto delle reali condizioni in cui si trova. Molte persone sono in attesa dell’arrivo di Antonio Di Pietro e mostrano cartelli con scritte del tipo: “Per Bossi, la munnezza che ci hai mandato sta nella frutta che hai mangiato”.


15:15 - Verso Terzigno: "L'Italia dei valori per la Campania". Continua la visita della delegazione Idv, formata da deputati e senatori, guidata da Antonio Di Pietro, nei luoghi dell'emergenza rifiuti. Dopo una breve pausa, ora a bordo del Pullman, si sta dirigendo a Terzigno per visitare la discarica di Cava Sari. Molti i giornalisti al seguito.


13:30 - Solidarietà: “L’emergenza rifiuti non è solo un problema campano, ma di tutto il Paese. Perciò siamo favorevoli alla solidarietà da parte di tutte le Regioni. Nello stesso tempo però, dobbiamo mettere la popolazione campana nelle condizioni di gestire da sola la situazione”. Sono parole del leader dell’Idv Antonio Di Pietro in visita a Chiaiano. "In questi anni con i rifiuti si sono fatti troppi affari; c’è stata una speculazione enorme alle spalle della salute dei cittadini. La genesi di questa malattia etica che ha coinvolto il sistema dei rifiuti – denuncia Di Pietro – viene proprio dal signor Impregilo. Chiamiamolo per nome e cognome. Si è fatto affidamento su sistemi che producevano troppi vantaggi e grandi guadagni, senza calcolare invece, progetti diversi".


13:00 - Coinvolgere la scuola: “Noi crediamo che ci sia una legge regionale che è suicida per lo smaltimento dei rifiuti, noi ci impegniamo per la sprovincializzazione, al contrario di quanto è stato deciso adesso”. Così Antonio Di Pietro rispondendo alle domande della stampa davanti alla discarica di Chiaiano. “La nostra posizione è chiara, per questo ho riunito oggi tutti i delegati del partito affinché ci sia un impegno dell’Idv senza se e senza ma su alcuni punti fondamentali necessari a risolvere il problema una volta per tutte. Tra questi: la bonifica di Chiaiano; la raccolta differenziata, anche porta a porta; no a nuovi inceneritori; si alle energie rinnovabili; si allo smaltimento meccanico manuale. Altro punto fondamentale – sottolinea Di Pietro - promuovere programmi speciali anche nelle scuole per l’educazione alla raccolta differenziata”.


12: 40 - Di Pietro ai giornalisti: "Dobbiamo innanzitutto ripulire l'italia da Berlusconi e dal berlusconismo. Per l'Italia dei valori che Sel e il Pd si uniscano il risultato non cambia, ciò che conta è essere uniti per mandare a casa Berlusconi e creare un'alternativa di governo". Il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro, giunto con la delegazione del partito davanti alla discarica di Chiaiano sta rispondendo alle domande dei numerosi giornalisti presenti. "Sui rifiuti - afferma il leader Idv - ho sentito le istanze dei cittadini e dei comitati contro i nuovi inceneritori che avevano come slogan 'jatevenn''. Ho detto loro che l'Italia dei valori si impegnerà affinchè la Campania possa avere un nuovo modo di gestire l'emergenza rifiuti. Dobbiamo soprattutto vigilare sullo stanziamento dei fondi della Cip 6 che vengono sperperati a iosa e che invece devono essere incanalati per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Inotre - spiega Di Pietro - bisogna continuare ad incentivare la raccolta differenziata dei rufiuti e pensare a nuovi metodi di smaltimento".


12:10 - La dichiarazione di Di Pietro: "Diciamo no alla politica degli inceneritori, che ha fatto arricchire pochi alle spalle dei cittadini. Diciamo si alle rinnovabili, alla raccolta differenziata e ad alternative quali lo smaltimento meccanico manuale dei rifiuti". Così Antonio Di Pietro dopo l'incontro privato con i presidi dei cittadini alla rotonda di Chiaiano. Con lui Orlando, Belisario, Barbato, Formisano, Zazzera e Palagiano.


10:30 - La partenza: dalla stazione Centrale di Napoli è partito il pullman Idv diretto alla discarica di Chiaiano. Nel gruppo, oltre a diversi esponenti del partito e alla stampa, c'è il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi, i senatori Luigi Li Gotti e Elio Lannutti, la deputata Anita Di Giuseppe.


FARE IMPRESA IN ITALIA: IMPOSSIBILE


La Banca mondiale ha recentemente distribuito un rapporto sul mondo dell’imprenditoria e sulle opportunità per gli industriali nei vari Paesi del mondo. L’Italia ne esce molto male perché nel 2010 è scesa all’80esimo posto nella graduatoria mondiale ed è scalata di quattro posizioni rispetto all’anno scorso. Siamo il penultimo Paese dell’Unione europea e abbiamo dietro di noi soltanto la Grecia.
Per farci un’idea della situazione basta pensare che la Bulgaria è al 51esimo posto e il Rwanda al 58esimo, mentre noi siamo lontanissimi da Paesi simili al nostro come Germania e Francia, rispettivamente al 22esimo e al 26esimo posto. Fare impresa in Italia è molto difficile. Ci sono troppi impedimenti burocratici, ottenere le licenze è difficile, l’accesso al credito è problematico; poi bisogna aggiungerci le farraginose modalità di pagamento delle imposte e di rispetto dei contratti.
Nel rapporto della Banca mondiale c’è anche un focus sulle tasse che gravano sulle aziende e in questo caso la situazione italiana è anche peggiore: siamo 167esimi su 183 Paesi. In Europa, l’Italia ha il più alto carico fiscale sulle imprese.
Quello che ci sorprende è che il governo Berlusconi, e in generale il centrodestra, si è sempre presentato come difensore del mondo dell’industria, ma in realtà in questi anni non ha fatto nulla per impedire la stagnazione dell’imprenditorialità. Alcuni potrebbero obiettare che è colpa della crisi economica mondiale, ma non è esatto. Se guardiamo ad esempio all’Europa centro-orietale, all’Asia e all’America latina, vediamo che dal 2007 al 2010, l’85 per cento degli Stati di queste aree ha adottato misure per favorire lo sviluppo del settore secondario. Hanno usato la crisi come occasione per stimolare l’attività imprenditoriale, cosa che da noi non è accaduta.
Noi dell’Italia dei Valori partiamo dalla convinzione che le piccole e medie imprese sono una grande risorsa per il nostro Paese e rappresentano un’occasione di accesso al mercato del lavoro per i giovani. Per questo motivo vogliamo che un eventuale futuro governo di centrosinistra metta al centro della sua azione riformatrice proprio alcune misure per ridurre la difficoltà di fare impresa.

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26 Novembre 2010

ANCORA UNA VOLTA BOCCIATA LA GELMINI


L’On. Di Giuseppe ha chiamato il Ministro Gelmini a rispondere in Parlamento dell’iniquo trattamento riservato ai precari della scuola per effetto dei provvedimenti spacciati dal Governo come “salva-precari”, ma che in realtà di salvifico hanno ben poco. Infatti si tratta di decreti che nei fatti, al di là della nomenclatura, condannano molti precari alla rinuncia ai benefici della disoccupazione ordinaria, che sarebbe spettata loro se non fossero stati oggetto delle premure del Ministro e dei suoi diabolici collaboratori.
L’On. Di Giuseppe ha interrogato la Gelmini, ponendole quesiti definiti “tecnici” dallo stesso Ministro; la Gelmini che - diciamolo - anche questa volta si è presentata impreparata all’interrogazione, ha risposto fin dall’inizio arrampicandosi sugli specchi e cercando goffamente di mescolare le carte in tavola: ha esordito infatti utilizzando il luogo comune dell’eredità dei precedenti governi circa la formazione del problema del precariato (come se non fosse stata lei a tagliare 67.000 cattedre e 35.000 ATA in due anni!), per poi passare a millantare le scelte operate dall’attuale governo per “evitare che tanti giovani venissero ancora illusi con false promesse”. Ci chiediamo: a cosa intendeva riferirsi il Ministro? Forse “le false promesse” fatte ai giovani sono le aspettative di un impiego stabile, legittimamente maturate da chi per anni ha lavorato su cattedre vuote all’interno delle scuole italiane? Infatti è doveroso precisare che i precari a cui è rivolto il salva-precari sono quelli che fino allo scorso anno scolastico erano regolarmente assunti su cattedre, nella maggior parte dei casi, prive di titolare ed erano in attesa della stabilizzazione lavorativa che ci sarebbe stata, senza i tagli del governo!
Infatti per estromettere questi lavoratori dalla scuola, il Ministro ha dovuto elaborare quella catastrofica pseudo-riforma che riduce, in certi casi drasticamente, le ore che i ragazzi passano a scuola: un caso clamoroso è quello del liceo linguistico che passa da 34 a 27 ore settimanali al biennio e da 35 a 30 ore settimanali al triennio! Ha dovuto poi aumentare il numero degli alunni nelle classi: pensate che ci sono arrivate denunce di classi che superano i 40 alunni, senza alcun riguardo per le leggi sulla sicurezza che impongono in ogni caso di non oltrepassare il limite di 26 persone in un’aula scolastica per garantire, in caso di evacuazione improvvisa, la possibilità a tutti di accedere alle vie di fuga. Chissà se la Gelmini iscriverà sua figlia in una di queste scuole, noi scommettiamo che si guarderà bene dal farlo! Facile, in queste condizioni, incolpare gli insegnanti dei disastri del nostro sistema di istruzione!
Quando la Gelmini è entrata nel merito della risposta se non altro ha ammesso che il salva-precari non è altro se non “una semplificazione delle procedure” perché non concede alcun beneficio economico al di là della normale indennità di disoccupazione che spetta ad ogni lavoratore che possiede i requisiti previsti dall’INPS. Se non concede alcun beneficio economico oltre quello che l’INPS concede regolarmente a qualsiasi lavoratore, perché il Ministro lo ha spacciato per un provvedimento salva-precari? Forse ci troviamo di fronte ad un’altra bufala “del governo del fare”: si annunciano grandi riforme e provvedimenti legislativi che nei fatti si rivelano assolutamente inefficaci o addirittura peggiorativi dell’esistente.
Ma questa volta il Ministro Gelmini si è spinta oltre: non avendo assolutamente capito quale fosse il meccanismo perverso che questo provvedimento ha innescato presso l’INPS, ha dichiarato che il salva-precari “non ha previsto alcun trattamento di sfavore rispetto ai soggetti che si trovano nelle stesse condizioni dei precari della scuola inclusi nel salva-precari”. L’on. Di Giuseppe nella replica ha dovuto, a ragione, apostrofare il Ministro, dichiarando apertamente la propria insoddisfazione rispetto alla risposta. L’IdV non solo si ritiene insoddisfatto, ma prova anche una profonda indignazione: di fronte ad un parlamentare che sta ponendo una questione specifica che riguarda centinaia di precari rimasti senza lavoro e senza indennità di disoccupazione, il Ministro non si è preso neanche la briga di verificare come stanno realmente le cose. Se il Ministro si fosse rivolto, come abbiamo fatto noi, a qualsiasi ufficio INPS, un semplice impiegato avrebbe saputo spiegarle i termini della questione. Certo non è stato facile comprendere a fondo i meccanismi tecnici con cui l’INPS determina la liquidazione dell’indennità di disoccupazione, ma, se ci siamo riuscite noi che non siamo ministri, pretendiamo che i membri del Governo che ci rappresenta nelle sedi istituzionali sia in grado di farlo. E quindi anche questa volta dobbiamo concludere bocciando la Gelmini, il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca della Repubblica italiana.

Letizia Bosco e Ilaria Persi

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Tobin tax e 5 per mille. Togliamo (un pò) ai ricchi per dare (tanto) ai poveri


Aiuti alla cooperazione? Non ci sono fondi sufficienti, occorrono dei sacrifici! Erogazione del 5 per mille alle associazioni no-profit? Idem, con patatine… Acquisto di nuovi, inutili e costosissimi cacciabombardieri F-35 per le missioni di “pace”? I fondi, invece, come per incanto, saltano fuori. Ci sono, e tanti!
Si riassume così l’impegno del Governo per gli Aiuti ai Paesi in via di sviluppo e per il Terzo settore. Ovvero: disinteresse assoluto. E se a questo aggiungiamo la contrarietà del nostro Paese, o meglio di chi lo (s)governa, all’adozione della tassazione delle transazioni finanziarie, una parte della quale potrebbe essere destinata al raggiungimento degli Otto Obiettivi del Millennio, tra i quali la lotta alla povertà e la cooperazione allo sviluppo, il quadro si fa più completo, e inquietante.
Il gruppo parlamentare di Italia dei Valori, nel corso dell’attuale legislatura, si è spesso occupato di questi temi attraverso proposte di legge, mozioni, interpellanze e interrogazioni. E anche con ordini del giorno. Proprio due di questi sono stati recentemente accolti dal Governo nel corso dell’esame, e approvazione, della legge di stabilità per il 2011. Questi Odg riguardano sia la tassazione delle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin Tax) sia l’inaccettabile riduzione del 75% dell’erogazione del 5 per mille per le associazioni non profit.
È tangibile l’impatto che la crisi economica ha, a livello globale, sulle già precarie e fragili economie dei Paesi in via di sviluppo e del Terzo mondo e che rischia di avere ben più gravi conseguenze di quelle che patiscono le società occidentali. Si rende pertanto necessario un cambiamento di rotta. Un primo passo in questa direzione è stato da tempo individuato in una proposta, avanzata per la prima volta nel 1972 dal premio Nobel per l’economia James Tobin, basata sull’istituzione di un’imposta sulle transazioni valutarie, la cosiddetta “Tobin tax”, che ha raccolto negli ultimi anni il consenso di gruppi, movimenti politici, parlamento e governi sempre più numerosi e significativi e una straordinaria convergenza da parte di economisti di diversa provenienza culturale e politica.
Il primo Odg presentato dall’Italia dei Valori riguarda proprio l’introduzione della Tobin Tax che, oltre a contribuire alla riduzione dell’instabilità sui mercati finanziari, potrebbe simbolicamente rappresentare una netta inversione di tendenza rispetto alle scelte di deregolamentazione dell’ultimo ventennio. Uno strumento semplice, dunque, per il perseguimento di molti obiettivi complessi, non ultimo quello di contribuire a determinare risorse addizionali per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e per far fronte ai danni sociali causati dalla crisi attuale, in particolare rispetto all’erogazione dell’Aiuto allo sviluppo dei Paesi più poveri. L’introduzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie, finalizzata al sostegno delle politiche di cooperazione allo sviluppo, non può certo ridursi a una tassa a livello nazionale e quindi occorre armonizzare iniziative tra i Paesi dell’Unione Europea, ma anche d’intesa con gli Stati Uniti e con le altre potenze mondiali per non vanificare la possibilità di percorrere la strada alternativa. E segnali positivi in tal senso ce ne sono, anche se bisogna fare ancora molto. Ecco le ragioni per le quali Italia dei Valori ha presentato l’Odg che è stato accolto dal Governo e che auspichiamo si concretizzi in un impegno a verificare la praticabilità a livello internazionale di questa proposta.
Il secondo Odg, anche questo accolto, riguarda invece la questione dell’erogazione del 5 per mille alle associazioni e agli enti no-profit. La vergogna più eclatante e inaccettabile è il taglio del 75% dei fondi a ciò preposti. E’ come se la libera scelta che ciascuno di noi opera all’atto della dichiarazione dei redditi, per destinare il 5 per mille a quanti prestano un servizio di utilità sociale e si impegnano in prima persona a supplire l’inadeguatezza dello Stato in materia di assistenza sanitaria e domiciliare, per fare un esempio, fosse stata di fatto annullata. L’Italia dei Valori ha impegnato il Governo a adottare le opportune iniziative, anche normative, volte a dare definitiva stabilizzazione, certezza e tempestività nell’erogazione di questi fondi a favore di associazioni, scuole, università, enti di ricerca, per consentire loro di programmare le attività di sostegno e di impegno sociale, ma anche a ripristinare i fondi già previsti per il 2010 (pari a 400 milioni di euro) selvaggiamente decurtati in questa prima, nuova legge di stabilità, e ridotti appunto del 75%, a 100 milioni di euro.
Certo, razionalizzare e contenere i costi sono priorità non più procrastinabili per non rischiare di fare – per dirla con il Guzzanti di Vieni via con me – non la fine della Grecia, bensì “la fine dell’Italia”. Questo Governo, si sa, persegue la strada dei tagli trasversali e della difesa delle rendite. Noi dell’Italia dei Valori, invece, proponiamo una strada più sostenibile: un po’ più sacrifici per chi ha le spalle più larghe per dar fiato - e speranza - a chi è schiacciato dal peso della crisi, e non solo di questa…

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25 Novembre 2010

L’acqua come diritto e non come profitto


La delegazione dell’Italia dei Valori al Parlamento europeo ha presentato una “Dichiarazione scritta sulla protezione dell'acqua come bene pubblico”.
L’iniziativa nasce dalla nostra profonda convinzione che l'acqua sia non soltanto un bene comune, ma anche un diritto umano universale. Per questo motivo, la gestione dell’erogazione idrica da parte di un servizio pubblico locale, privo di rilevanza economica, è il fondamento di una buona azione di governo a difesa di questo patrimonio. In nome di tali principi, abbiamo presentato la Dichiarazione scritta, facendoci portavoce delle convinzioni di migliaia di persone che hanno sottoscritto le richieste di referendum depositate in Cassazione, per cercare di evitare la mercificazione di un bene della comunità. L'iniziativa non ha colore politico, né carattere di esclusività per chi l'ha proposta, ma è una battaglia di tutti.
Vogliamo creare un fronte comune per impedire che l’acqua diventi il nuovo "oro blu", oggetto di speculazioni, interessi, giochi di potere e malaffare, perciò abbiamo proposto la Dichiarazione insieme a colleghi di altri gruppi politici (Socialisti, Verdi e Sinistra europea) e stiamo già riscontrando un ampio consenso in tutto il Parlamento.
Il nostro obiettivo è quello di raccogliere un numero di sottoscrizioni pari alla metà più uno degli europarlamentari, affinché questa Dichiarazione diventi un impegno ufficiale del Parlamento europeo e richiami le istituzioni nazionali a intraprendere iniziative concrete sul tema.
Stiamo cercando di sensibilizzare tutti i politici con una campagna fondata sullo slogan “Water for all not for profit”, l'acqua come diritto e non come profitto.

Di seguito potete leggere la “Dichiarazione scritta sulla protezione dell'acqua come bene pubblico”.


Il Parlamento europeo, visto l'articolo 123 del suo Regolamento,
- considerando che le Nazioni Unite hanno riconosciuto il diritto umano universale all'acqua e ai servizi sanitari (risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite A/64/L.63/Rev.1);
- considerando che molti cittadini europei non godono del diritto all'acqua come "un bene comune dell'umanità" (risoluzione del PE P6_TA(2006)0087) a causa della sua privatizzazione e commercializzazione;
- considerando che la privatizzazione ha generato disuguaglianze e esclusioni, e ha portato spesso a impennate del prezzo dell'acqua, a perdite di acqua eccessive, alla sospensione dei servizi idrici e a una gestione irresponsabile, tanto che, in alcuni casi, si è tornati alla gestione pubblica dei servizi;
1. ribadisce che "la gestione delle risorse idriche non deve essere soggetta alle norme del mercato interno" (risoluzione del PE P5_TA(2004)0183);
2. invita le istituzioni UE e gli Stati membri a compiere ogni sforzo per garantire che il diritto all'acqua e ai servizi sanitari sia universale, senza esclusioni;
3. sollecita la Commissione a rivedere la pertinente normativa, in particolare quella relativa agli appalti pubblici e concessioni, in modo da assicurare che la proprietà e la gestione dell'acqua e dei servizi idrici restino pubbliche;
4. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente dichiarazione, con l'indicazione dei nomi dei firmatari, alle istituzioni dell'UE, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri.

Giommaria Uggias e Niccolò Rinaldi


25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne


Le coordinatrici donne IdV in occasione della Giornata mondiale per l'eliminazione della violenza contro le donne, sancita dalla risoluzione ONU n. 54/134 del 17.12.1999, ritengono indispensabile contrastare la violenza di genere con politiche coordinate ed integrate idonee a coinvolgere la societa' civile e rilanciano la giornata del 25 novembre come momento di impegno e di riflessione.
La violenza contro le donne è, forse, la violazione dei diritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini né geografia, cultura o ricchezza. Fintanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace”. Kofi Annan
L’Assemblea Generale dell'ONU ha ufficializzato la data a ricordo del brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal, avvenuto il 25 nov.1960, le tre sorelle sono infatti considerate esempio di donne rivoluzionarie per l'impegno con cui tentarono di contrastare il regime dittatoriale di Rafael Leònida Trujillo.
Troppe donne di ogni età, provenienza e religione, ancora ai nostri giorni, sono oggetto di soprusi e violenze di ogni tipo. Non meno odiosa ed umiliante la violenza che si perpetua attraverso l'uso perverso dei media nel proporre lo stereotipo della donna come oggetto d'uso, status symbol della potenza economica e della virilità maschile.
La violenza contro le donne lede profondamente i diritti e la dignità umana, non conosce differenze socio-culturali e non ha tempo né confini. Né si tratta soltanto di una piaga sociale perché investe pesantemente la sanità e l'economia. E’ endemica e non risparmia nessuna nazione o paese, industrializzato o in via di sviluppo che sia. Vittime ed aggressori appartengono a tutte le classi sociali e, al di là di quanto si possa pensare, il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti dagli amici e colleghi di lavoro. Secondo l’Oms una donna su cinque ha subito, nella sua vita, abusi fisici o sessuali da parte di un uomo.
La violenza sessuale è stata anche, da poco, riconosciuta come “arma di guerra” dalle leggi internazionali.
Lo stupro colpisce ogni parte del globo: i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità fissano tra il 14 ed il 20 per cento il numero di donne che subiscono uno stupro durante il corso della vita.
Le mutilazioni genitali sono una pratica ancora ampiamente utilizzata, effettuata quasi sempre in condizioni sanitarie abominevoli, senza anestesia e soprattutto su bambine anche in tenerissima età. Gli effetti sulla salute e sulla sfera psicologica sono devastanti, e colpiscono le donne in ogni momento della loro vita sessuale e riproduttiva. Oggi sarebbero 130 milioni le donne che hanno subito questo genere di mutilazione, e i flussi migratori hanno portato il problema (e le sue conseguenze) anche nelle ricche civiltà occidentali.
Condividendo il pensiero di Amnesty International, le Donne dell'Italia dei Valori puntano l'attenzione sullo stretto connubio tra povertà e violenza quale circolo vizioso da spezzare per garantire a tutte le donne il diritto a vivere una vita libera dalla violenza. La donna che vive in povertà vede troppo spesso violati i suoi diritti: costretta a sposarsi in età precoce, discriminata per la sua etnia o religione, oggetto di violenza
sessuale, priva dell'accesso all'istruzione e senza autonomia economica. La povertà, per questa donna, non é soltanto mancanza di reddito, ma impossibilità di vivere una vita dignitosa, di partecipare ai processi decisionali e di far sentire la sua voce.
Le Donne di Italia dei Valori, chiedono con forza che si attivino specifiche azioni di contrasto e di prevenzione contro ogni forma di violenza di genere. Chiedono che a partire dalle scuole si attivino azioni educative a largo raggio per contrastare il permanere di stereotipi sessisti e discriminazioni di genere; che si incrementino ad ogni livello politico azioni di prevenzione e di sostegno alle donne vittime di violenza; che si agevoli l’attuazione di programmi di azioni positive e di pari opportunità mirati a valorizzare capacità, competenze e partecipazione femminile in ogni ambito della vita sociale, economica, politica del paese.


Le coordinatrici regionali donne IdV

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24 Novembre 2010

Rifiuti, Barbato ne porta un sacchetto in Aula e viene picchiato


La situazione dei rifiuti in Campania è diventata insostenibile, le strade sono piene di sacchetti di immondizia e il presidente del Consiglio Berlusconi continua a dire che si tratta di una “mistificazione”, come ha fatto ieri durante la trasmissione Ballarò. In segno di protesta a questa mancanza di decisionismo che sta creando grandi problemi ambientali e di salute in Campania, il deputato dell’Italia dei Valori Franco Barbato, questa mattina, ha portato nell’Aula della Camera un sacchetto di rifiuti. Ritenendo l'intervento inopportuno, il presidente Gianfranco Fini ha chiesto più volte a Barbato di recedere dalle sue intenzioni e alla fine lo ha espulso, sospendendo la seduta.
Oltre a essere stato insultato e sbeffeggiato dai deputati del centrodestra, il deputato Idv pare sia stato anche colpito a un occhio. Infatti, alla ripresa dei lavori parlamentari, il collega Fabio Evangelisti ha detto di non avere “nulla da eccepire” rispetto al comportamento di Fini, però ha voluto denunciare che “a seduta sospesa due colleghi si sono avvicinati a Barbato e uno di questi lo ha ripetutamente schiaffeggiato sulla nuca”, invitando i deputati questori a visionare i filmati realizzati dalla Camera.
“So solo che era alto, grosso e del Pdl, credo – ha poi raccontato Barbato -. Mentre uscivo dall'aula mi sono arrivate delle botte, una mi ha preso all'occhio sinistro”. Il parlamentare Idv, in prima linea nella protesta sui rifiuti di Napoli, ha aggiunto che il suo gesto “serve a ricordare a questi signori che ogni giorno i bambini napoletani devono fare la gimkana tra i sacchetti di immondizia. Una vergogna, mentre il premier ieri a Ballarò ha voluto far credere che fosse una menzogna”.
Anche il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ha appoggiato l’iniziativa di Barbato, spiegando che “Berlusconi continua a dire che in Campania non ci sono più rifiuti: ne abbiamo quindi portati alcuni in Aula affinché il governo li veda e, speriamo, la smetta di mentire”. Di Pietro, dalle pagine del suo blog, ha anche annunciato che lunedì prossimo una delegazione di deputati e senatori dell'Italia dei Valori si recherà davanti ad alcune discariche del napoletano per dare vita ad una iniziativa di solidarietà. “Sarà una manifestazione simbolica - ha detto il leader dell’Idv - nel corso della quale impugneremo le scope e anche noi cercheremo di fare un po’ di pulizia”.

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Acqua all’arsenico, a rischio 250 mila famiglie


Il monito dell’Unione Europea è stato chiaro: nessuna possibilità di innalzamento dei limiti sulla concentrazione di arsenico nelle acque a uso alimentare. L'Italia aveva chiesto una deroga ma dall'Europa la chiusura è stata motivata con la possibile insorgenza di malattie, tra le quali anche il cancro. Il problema, nel nostro paese, riguarda circa 250 mila famiglie in cinque regioni per un totale di 128 comuni, 91 dei quali nel Lazio, sparsi tra le provincie di Roma, Latina e Viterbo. A breve in questi centri dove i valori massimi di arsenico raggiungono i 50 microgrammi per litro contro i 10 consentiti dalla legge, i sindaci saranno costretti a chiudere i rubinetti. Nel Lazio, che è la regione più interessata dal fenomeno, gli utenti coinvolti sono 115.490 a Latina, 66.624 ad Aprilia, 62.441 a Viterbo, 18 mila a Sabaudia e 10 mila ad Albano. In Toscana acque a rischio a Piombino, Cecina, Porto Azzurro, Porto Ferraio, Foiano della Chiana, Montevarchi, Campo nell'Elba, Rio Marina, San Vincenzo. Problemi anche a Orvieto in Umbria, mentre a Solda di Fuori, in Alto Adige, sono “appena” 25 gli abitanti che potrebbero restare senza acqua potabile.
E' una situazione molto grave, se si considera che nel Lazio, a parte qualche articolo di stampa, non è arrivata nessuna comunicazione ufficiale da parte delle autorità alle famiglie a rischio. Eppure pare che Acea, Regione e Commissariato alle acque potabili stiano sistemando delle specie di filtri per abbassare la presenza dell’arsenico negli acquedotti che fanno rilevare dati fuori norma. Alcuni gruppi di cittadini si stanno organizzando in proprio, con i filtri nei rubinetti di casa.
Il caso, oltre alle implicazioni di carattere sanitario sulle quali vigileremo, apre uno scenario inquietante sull'erogazione di un servizio primario per i cittadini. Cosa accadrebbe se dovesse andare in porto lo scellerato progetto di privatizzazione dell'acqua? Chi garantirebbe la qualità dell'acqua in un sistema votato solo al profitto?

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23 Novembre 2010

Con la riforma Gelmini il governo volta le spalle alle nuove generazioni


Noi dell’Italia dei valori abbiamo ribadito il nostro no senza se e senza ma alla controriforma Gelmini che ha massacrato l’istruzione italiana e che ha devastato la scuola e l’università privandole di fondamentali risorse. Oggi, in Aula, alla Camera, ci siamo battuti, presentando un ordine del giorno, per chiedere l’aumento dei fondi drasticamente tagliati. Abbiamo, inoltre, presentato una serie di emendamenti che hanno tutta la dignità di una vera riforma dell’università.
Occorre, infatti, rivedere la governance dell’università. Siamo convinti che occorra abolire i consigli d’amministrazione perché sono un luogo di impropria presenza di personaggi estranei ed esterni al mondo accademico. Bisogna invece aumentare la partecipazione del Senato accademico affinché diventi un punto di riferimento per l’università e serve affidare ad un direttore generale unico il funzionamento della gestione dell’ateneo, che deve essere legato ad equilibri diversi che oggi non sempre corrispondono alla corretta gestione delle risorse. E, piuttosto che moltiplicare le sedi universitarie fantasma, volute da qualche politico locale, occorre dare più strumenti agli studenti.
Nel mondo della scuola e dell’università ci sono decine di persone che ormai vivono nella tragedia del precariato perenne e che sono condannati a difendersi per sopravvivere. Condannati non a vivere ma alla sopravvivenza. Il governo non ha affrontato neanche il problema dei ricercatori ed è stato cancellato il loro futuro. Il tutto dopo vari mesi di dibattiti, occupazioni e proteste. I ricercatori esistono, hanno delle ottime professionalità, hanno lavorato duramente, alcuni hanno quaranta o cinquant’anni e sono tutt’ora precari. Il comportamento del governo, in questo settore, sta creando un immenso danno all’economia dell’Italia e al futuro delle nuove generazioni.
Non stiamo parlando di una cosa bella e giusta, ma dello sviluppo economico del nostro Paese. Le altre nazioni che hanno attraversato e attraversano una crisi internazionale, spesso richiamata per giustificare scelte e tagli senza senso, hanno preferito non sacrificare anzi, incrementare proprio la ricerca e l’università a favore delle nuove generazioni. Questo è il senso della nostra posizione e dei nostri emendamenti, che costituiscono un’ipotesi alternativa di governo. Perché verrà il giorno in cui chi dice queste cose governerà finalmente il Paese, e quando accadrà, sicuramente porteremo avanti questo progetto e cercheremo di cancellare i danni che voi avete fatto in questi anni. Cercheremo soprattutto di evitare in quest’Aula, con tutti gli strumenti che il Parlamento ci consente, di impedire che questa legge venga approvata.

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Discarica abusiva di Celano, l’indifferenza degli amministratori


Rifiuti d'Italia

Seconda parte

Non solo Campania. La mappa italiana delle zone a rischio rifiuti è ampia e ben distribuita su tutto il territorio nazionale. La prossima emergenza potrebbe “esplodere” domani stesso in buona parte dei circa ottomila comuni della Penisola. A meno che si provveda localmente a far fronte alla situazione. Spesso, infatti, a fare la differenza tra buona e cattiva gestione è l’iniziativa dei singoli amministratori: sindaci, presidenti di Provincia e di Regione. Cosa che mette in luce ancor di più le deficienze del Governo nel dettare, e far rispettare, le norme generali per la corretta amministrazione del ciclo rifiuti.
Secondo il Rapporto 2009 dell’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, non esistono, nel nostro Paese, regioni totalmente virtuose. A fronte di buoni esempi come Molise, Lombardia ed Emilia Romagna, si rilevano situazioni al limite in Campania, Puglia e Sicilia. Seguono Calabria, Liguria, Abruzzo, Marche, Lazio. In questa regione, in particolare, tiene banco la discarica romana di Malagrotta, la più grande d’Europa, alla quale abbiamo dedicato la prima puntata di questa inchiesta.
Tuttavia c’è un fenomeno più subdolo e pericoloso della mala gestione, diciamo così ordinaria del problema, ed è quello delle discariche abusive: “Copertone selvaggio”, come lo ha chiamato Legambiente nel dossier sul traffico e lo smaltimento illegale di pneumatici fuori uso (quasi 100 mila l’anno), gettati in siti abusivi, spesso preda della criminalità organizzata, dove finiscono anche altri materiali pericolosi come amianto, olii usati, batterie esauste, con grave degrado per il paesaggio, l’ambiente e la salute dei cittadini. Un cancro le cui metastasi sono ramificate lungo tutto lo stivale e interessano spesso anche zone sottoposte a vincoli ambientali.
In una Regione come l’Abruzzo, ad esempio, che ospita tra gli altri, il più antico parco nazionale italiano e che ha fatto della salvaguardia dell’ambiente una bandiera, colpisce negativamente l’incuria e il “criminale” disinteressamento dell’amministrazione locale di Celano, in provincia dell’Aquila (sindaco il Senatore Filippo Piccone, che è anche coordinatore del Pdl in Abruzzo), per una discarica abusiva a cielo aperto situata nel territorio comunale, ai margini della piana del Fucino: quella conca nella Marsica, la cui bellezza è stata così vivamente descritta dallo scrittore Ignazio Silone (la sua salma riposa a Pescina, a pochi chilometri da qui), che ospita, tra le altre cose, l’avveniristico centro per le comunicazioni satellitari di Telespazio.
Il sito occupa oltre 20 ettari di terreno completamente devastato e colmo di gomme, pezzi d’auto, rifiuti urbani e di cantieri edili, materiali plastici, vernici, olii e chissà cos’altro. Ci sono anche cave abusive dove potrebbero essere stati sepolti materiali molto pericolosi. Il tutto nel totale disinteressamento degli enti locali.
A fare le prime denunce, già nel 2009, un giornalista della zona, Angelo Venti, direttore del quotidiano online Site.it. A lui abbiamo chiesto di parlarci della situazione. Ecco cosa ci ha detto:

“Noi ci siamo occupati della discarica dal gennaio/febbraio 2009, perche nell’agosto precedente c’era stato un grosso incendio proprio in quell’area, con colonne di fumo visibili da decine di chilometri di distanza. A bruciare erano copertoni, pezzi di ricambio auto, resina… c’era di tutto. Quando siamo tornati a controllare, appunto a gennaio, nonostante l’incendio, nel frattempo erano ricomparsi cumuli di rifiuti. L’area è anche interessata da una serie di cave abusive, riempite anch’esse di scarti vari e poi ricoperte. Che cosa c’è sotto questi cumuli non si sa, ma potrebbe esserci anche del materiale pericoloso scaricato probabilmente da ditte che lo ritiravano dalle piccole aziende della zona.
In passato c’erano già stati degli interventi della Forestale, ma non è cambiato nulla. Nelle vicinanze insiste anche una discarica comunale che è stata chiusa per irregolarità ambientali. Doveva essere bonificata, invece è ancora chiusa, mi pare sotto sequestro.
Tornando alla discarica abusiva, dopo che ce ne siamo occupati nel 2009, pubblicando i nostri rilievi sul sito www.site.it, è partita un’indagine, mi pare della Forestale, che ha rimesso un rapporto alla Procura della Repubblica che credo abbia aperto un’inchiesta. Dico questo perché poco dopo abbiamo avuto notizia di un sopralluogo degli uomini della forestale e dei tecnici dell’Agenzia Regionale per l’Ambiente fissato per la mattina del 6 aprile 2009; sopralluogo che non c’è stato a causa del terremoto che proprio quel giorno ha colpito la provincia dell’Aquila.
Va detto che l’area è enorme e recintarla costerebbe tantissimo, però si potevano almeno chiudere le strade d’accesso, in modo da rendere più difficoltoso lo scarico illegale dei rifiuti. Purtroppo nulla di tutto questo è stato fatto.
E’ importante sottolineare che l’area è in gran parte di proprietà comunale e in questo senso sorprende il fatto che il Comune di Celano non abbia preso provvedimenti, visto anche le responsabilità che potrebbero comunque avere in questi casi, sia l’amministrazione comunale, sia direttamente il sindaco”.

Danilo Sinibaldi

Emiliano Morrone


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La doppia Italia


“Nel grave momento che stiamo attraversando serve la massima responsabilità in primis da parte di chi ha l’onore e l’onere di governare e deve onorare questo impegno attraverso l’agenda di governo. Vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà”.
E’ lui, Gianfranco Fini. Chi se lo sarebbe mai aspettato? Alcuni ormai lo vedevano come il Che Guevara della destra. Altri come il Che Guevara della sinistra. Altri ancora come un grande equilibrista del circo Orfei. Ecco, io appartengo a quest’ultima categoria. Il percorso dei finiani è tortuoso: pare che molte cose siano cambiate da quando a Perugia Gianfranco Fini chiedeva a gran voce le dimissioni del premier. Ieri infatti, mentre si trovava in corsia di sorpasso, ha piantato una brusca frenata che ha ovviamente causato un tamponamento a catena. A fare i rilievi del disastro politico di Fli, travolta dalle proteste dei suoi militanti (che non accennano a placarsi nonostante molti deputati e senatori stiano tentando di nascondere la polvere sotto il tappeto), è Umberto Bossi, che dice di essere sicuro che il Governo Berlusconi andrà avanti ma dice anche che preferirebbe le elezioni: qualcuno gli spieghi cosa succederà il 14 dicembre prossimo, perché pare non averlo capito.
Fini, basco con la stellina in testa, qualche giorno fa ha ritirato la delegazione al Governo. Atto politico che sigilla la fine totale di ogni possibilità di dialogo con Berlusconi. Poi auspica “responsabilità” da parte del premier e cita la cosiddetta “agenda di governo”, che dovrebbe basarsi su quelli che lui stesso, con fare stizzito, ha definito “punticini” durante la convention in Umbria. Un colpo al cerchio e uno alla botte, in nome dei punti percentuali.
E gli italiani che fanno? Buona parte di loro fa i conti per capire se questo mese riusciranno a pagare le bollette, perchè in inverno c’è anche il riscaldamento. Altri stanno chiedendo un aiuto alle banche per la loro piccola azienda in crisi e ora magari travolta dal fango. Altri cercano un lavoro, molti altri non lo cercano più e altrettanti hanno la valigia socchiusa e il biglietto low cost nel cassetto.
Gli italiani vivono, piangono e gioiscono, soffrono e si riprendono. Vivono, già, ma una vita reale, lontana anni luce da un’empasse politica causata solo da interessi personali e calcoli statistici. Gli italiani sanno che a Fini, Bossi e Berlusconi frega nulla della loro vita reale, e che per andare alle elezioni ognuno di loro aspetta sondaggi favorevoli o offerte che “non si possono rifiutare”. Berlusconi e Bossi, visti i sondaggi che ora li danno perdenti, rallentano. E mentre loro contano, mediano e calcolano, un operaio viene schiacciato da una pressa e i lavoratori immigrati che protestano vengono espulsi in virtù del motto di Governo “punirne uno per educarne cento”. E, all’orizzonte, si intravede un’altra triste realtà: dopo l’Irlanda il prossimo sistema economico a tremare sul serio sarà il nostro. E allora tutto finirà, la vita reale così come quella politica.
Ci sono due paesi, due mondi, tra cui esiste una incomunicabilità cronica: da una parte la gente “normale”, dall’altra i professionisti della politica. Da una parte si sopravvive, dall’altra si supervive. Non serve un governo di unità o solidarietà nazionale, serve un elettorato di solidarietà nazionale che punisca uno per uno i protagonisti di questo pantano, di questo Vietnam della politica italiana da cui usciremo tutti devastati.


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22 Novembre 2010

RICERCA E UNIVERSITA’: IL GOVERNO HA CREATO SITUAZIONE DRAMMATICA


La decisione del Governo Berlusconi di far passare ad ogni costo il disegno di legge Gelmini sull’Università, e il decreto già approvato alla fine del 2009 sul Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha di fatto prodotto il commissariamento dell’Università e del Cnr. Ovvero una situazione in cui tutti gli emendamenti dei partiti di centrosinistra che erano stati approvati dalla Commissione Cultura della Camera, sono stati annullati, per cui non avremo più i diecimila concorsi in tre anni per i nuovi ricercatori, ma avremo da parte degli studenti che hanno ottenuto il massimo dei voti l’obbligo di restituire i buoni scuola, e l’annullamento degli scatti di anzianità già previsti per i ricercatori.
In una situazione di questo genere, il Popolo della libertà e la Lega hanno anche dimenticato completamente il progetto per il federalismo in Italia, perché la Conferenza Stato Regioni è stata privata della possibilità di nominare un proprio rappresentante per le questioni dell’Università, in quanto il ministro Gelmini sarà quello che deciderà anche chi sarà il rappresentante della Conferenza Stato Regioni.
Abbiamo quindi una situazione in cui ormai la politica del Governo è soltanto quella di dar ragione ai tagli e di far approvare una legge che è molto peggiore di quella presentata dal ministro all’inizio, e di quella che è stata elaborata a livello di lavoro parlamentare. Siamo quindi in una situazione drammatica che ha a che fare con le grandi occupazioni di questo periodo.
Io torno da Torino dove una delle sedi storiche dell’università, palazzo Campana, è occupata da cinque giorni; dove gran parte dei licei, degli istituti tecnici, oltre che dei licei classici sono ancora occupati; in una situazione nella quale girando l’Italia, da Palermo a Torino, si trovano università e scuole superiori occupate. Il Governo è riuscito a realizzare un’unione tra i ricercatori e gli studenti di cui non si aveva eguale da almeno trent’anni nel nostro Paese.

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Politiche sociali e Università: le false promesse del Governo


Una settimana complicata quella trascorsa nell’Aula della Camera. Una settimana lunga per approvare la norma più importante di ogni anno di legislatura: la manovra finanziaria. Quella norma con la quale, di fatto, si stabilisce il futuro del Paese, in tutti i settori: lavoro, mobilità, infrastrutture, pubblica amministrazione, sanità, sevizi sociali, cultura. Una manovra difficile, bisogna ammetterlo, specie in un periodo di crisi economica come quello che stiamo vivendo. Quest’anno, però, oltre ai tagli orizzontali, al di là dell’immaginazione, abbiamo assistito all’ennesima beffa di questo Governo: inondare gli italiani di false promesse. Come? Costruendo ad hoc degli “interventi” che a prima vista sembrano risolutivi, ma che si rivelano, poi, una palese farsa. Due argomenti mi hanno particolarmente coinvolto, anzi, sconvolto. La vicenda dei malati di SLA – con i quali ho manifestato, lo scorso 16 novembre, sotto il Ministero dell’Economia - e la questione dei ricercatori delle nostre università.
Gli affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica in Italia sono circa 5000. Da anni, ormai, chiedono la revisione dei LEA (Livelli essenziali di assistenza) e del Nomenclatore tariffario, così da poter ricevere un’assistenza sanitaria degna di questo nome. A tal proposito ho presentato, sempre questa settimana, un’interrogazione parlamentare. Per questi malati, purtroppo, nulla è stato fatto. Niente, fino a venerdì (apparentemente). Quando, con una mossa eclatante quanto menzognera, il Governo ha deciso di destinare 100 milioni di euro ai malati di SLA dimenticando, o facendo finta di dimenticare, che quei 100 milioni li hanno sottratti ad altre categorie disagiate del nostro Paese, innescando una guerra tra poveri. In pratica, non un euro è stato messo sul piatto in favore dei malati di SLA. Il Governo ha barato e davanti agli interventi incalzanti dell’opposizione – tra cui il mio – ha fatto finta di cedere. Ha sospeso la seduta alla Camera e dopo aver confabulato, ha dichiarato di aver risolto il problema. In realtà ha sottratto quei 100 milioni ad un fondo complessivo di 350 che veniva ripartito tra contributi per l’acquisto dei libri scolastici alle famiglie disagiate, stabilizzazione dei lavoratori socialmente utili e rifinanziamento degli impegni dello Stato in Banche internazionali. Togliendo soldi, in pratica, dove già non ce ne sono e facendo pagare ad altri un prezzo che non possono permettersi.
Nello stesso giorno, anche su un altro fronte, il Governo bara e getta fumo: questa volta sull’università. I fondi per attuare la riforma universitaria e realizzare i concorsi per i ricercatori sono, di fatto, inesistenti. Con una mossa camuffata, Tremonti ha stanziato per l’università 800 milioni per il 2011, 500 milioni per il 2012 e 500 milioni per il 2013, facendo credere agli italiani che con questo denaro si garantiranno i concorsi per i ricercatori. In realtà quelle risorse sono destinate al Fondo ordinario per l’università. Fondo che, è bene ricordarlo, serve al funzionamento ed alla manutenzione dei nostri atenei, al pagamento del personale docente e non docente e perfino alla ricerca scientifica (sic!). Questi importi serviranno a malapena a tamponare i copiosi tagli effettuati finora. Ed allora, nella realtà, come si farà a bandire i concorsi promessi – 9.000 in sei anni - per garantire una reale progressione di carriera ai ricercatori italiani più meritevoli?
È evidente, quindi, che né la cultura – forse perché non si mangia – né i ricercatori, vero fiore all’occhiello dei nostri atenei, collocati al secondo posto in Europa dallo Science European Index per numero di citazioni nei lavori scientifici, stanno a cuore a questo Governo, così come tutte le categorie più deboli, compresi i disabili.
Questo Governo continua a prendersi gioco degli italiani, illudendoli, ma i giochi – per fortuna - stanno per finire.

Postato da Antonio Palagiano in | Commenti (15) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

21 Novembre 2010

Salviamo lo spettacolo, salviamo la libertà d’espressione


Domani sarà una giornata senz’arte: i sipari dei teatri saranno chiusi e il mondo dello spettacolo rimarrà in silenzio. I lavoratori della produzione culturale e dello spettacolo hanno indetto uno sciopero contro i tagli contenuti nella Finanziaria. “Si vuole rivendicare – scrive in una nota il Sindacato Lavoratori Comunicazione-Cgil - tra le altre cose, l'approvazione delle leggi quadro di Sistema dei settori dello spettacolo dal vivo e cineaudiovisivo, per riportare il Fus 2011 almeno al livello del 2008, ossia circa 450 milioni di euro. Si chiede la conferma del rifinanziamento per il prossimo triennio degli incentivi fiscali già esistenti per la produzione cineaudiovisiva e per favorire il processo di digitalizzazione appena avviato delle sale cinematografiche e contro la delocalizzazione delle produzioni cineaudiovisive; la modifica del ddl cinema per riorganizzare risorse e incentivi volti a rilanciare l'intero Settore. E per il Lazio, una legge regionale per la promozione e lo sviluppo delle attività cinematografiche ed audiovisive a tutela di tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione e all'esercizio''.
Noi dell’Italia dei Valori aderiamo allo sciopero di domani perché da sempre ci battiamo per la difesa della cultura, un bene collettivo della cittadinanza italiana, come l’acqua e le fonti di energia. Siamo pienamente d’accordo con i lavoratori di questo settore sulla necessità di reintegrare il Fondo Unico per lo Spettacolo e sull’esigenza di un rinnovo da parte del governo del tax shelter e del tax credit. Come responsabile del dipartimento Welfare e lavoro dell’Italia dei Valori, chiedo al Governo di voltare immediatamente pagina e di consentire alla cultura di uscire dal baratro nel quale è stata infossata da anni di tagli miopi e indiscriminati.
Per colpa della scure senza criterio del ministro Tremonti e dell’inadeguatezza delle scelte di Bondi siamo in questa situazione che, come denuncia il Slc-Cgil, rischia di far diventare anche il cinema, il teatro e la musica, come molti altri settori, un privilegio di pochi, sia dal punto di vista della produzione che da quello della fruizione.
Berlusconi e la sua maggioranza hanno sempre trattato le varie manifestazioni dell’arte alla stregua di inutili appendici, senza considerare che, per il nostro Paese, sono state e possono essere tuttora fonti inesauribili di ricchezza, di coesione e di occupazione. Solo il settore audiovisivo, infatti, alimenta un comparto da 250mila operatori, che, grazie a una grandi professionalità e talenti, sta contrastando la crescente delocalizzazione delle produzioni audiovisive e garantisce all’Italia la competitività e il pluralismo dell’industria cinematografica.
Noi non possiamo accettare che la produzione di un film, di uno spettacolo o di un concerto diventino ad appannaggio di pochi soggetti dominanti. La cultura è un diritto inalienabile che deve essere garantito al più ampio alveo di operatori. In questa situazione è, perciò, in gioco la libertà di espressione e di informazione del nostro Paese, già pericolosamente minata dall’egemonia delle testate del Presidente del Consiglio. L’Italia non deve e non può accettare altri oligopoli nella produzione culturale.

Postato da Maurizio Zipponi in | Commenti (16) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Istat: ancora cattive notizie per l’economia italiana


Nei giorni scorsi, l’Istituto nazionale di statistica (Istat) ha fornito i dati relativi alla crescita del Prodotto interno lordo italiano, nel terzo trimestre 2010. Nessun segnale positivo: mentre tra aprile-giugno 2010 il Pil era cresciuto dello 0,5% rispetto al trimestre precedente, tra luglio e settembre, invece, è aumentato dello 0,2%, meno della metà rispetto ai mesi passati. Questi dati sono indicativi della situazione economica del nostro Paese che non è affatto rosea, come invece vogliono farci credere, ma procede molto a rilento.
Se confrontiamo la nostra economia con quella di altri Paesi, scopriamo che in Germania, sempre nel terzo trimestre, il Pil è cresciuto dello 0,7%, nel Regno Unito dello 0,5% e in Francia dello 0,4%, il doppio rispetto al nostro. Se, inoltre, confrontiamo l’andamento del Pil in Italia tra luglio e settembre 2009, vediamo che quest’anno c’è stato un aumento soltanto dello 0,1%.
Il quadro che emerge è preoccupante e porterà di sicuro a una revisione al ribasso delle stime di crescita per l’anno in corso e, forse, anche a ipotizzare un 2011 peggiore di quanto si era previsto. La crisi non è ancora finita, basta guardare il mercato del lavoro: c’è una forte disoccupazione che colpisce soprattutto i giovani e il settore manifatturiero. A questo si aggiunge la caduta del potere d’acquisto delle famiglie, che sta diventando problema ingestibile, perché gli italiani non riescono più ad affrontare le spese, sia per i bisogni di prima necessità, sia per quelli secondari.
Il sistema produttivo italiano è complessivamente in difficoltà. L’economia tedesca, invece, sta andando molto bene, grazie a una ristrutturazione delle imprese che riescono così a penetrare i mercati più dinamici dell’Asia.
Al momento dell’insediamento a Palazzo Chigi, il governo Berlusconi aveva annunciato una rivoluzione liberale, aveva promesso una serie di sogni, come i tagli alle tasse per le famiglie e per le imprese, l’aumento della concorrenza, le riforme strutturali. Nulla di tutto ciò è stato fatto: la pressione fiscale non è diminuita, non c’è stata una maggiore liberalizzazione e un aumento della concorrenza sui mercati, non è stata fatta la riforma del mercato del lavoro con l’introduzione di ammortizzatori sociali, non sono stati dati incentivi alla ricerca e all’innovazione, anzi i fondi sono stati decimati dai provvedimenti del ministro Tremonti. Di fronte alla gravità della situazione economica e all’incapacità del governo Berlusconi di governare il Paese, noi dell’Italia dei valori chiediamo di voltare pagina, di chiudere finalmente la stagione del berlusconismo e di consentire al centrosinistra di andare al governo e di riformare l’economia italiana.

Postato da Sandro Trento in | Commenti (2) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

20 Novembre 2010

Una discarica sotto l’Expo 2015


Quinta Parte


Ancora un ostacolo sul lungo e tortuoso cammino che dovrebbe portare alla realizzazione dell’Expo 2015. Non bastavano i ritardi infrastrutturali, i disguidi per la gestione sorti tra Letizia Moratti, sindaco di Milano e Commissario straordinario del governo per la manifestazione, e il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, ma anche l’ombra della ‘ndrangheta, che sta mettendo in allarme tutte le istituzioni interessate, ora si sono aggiunte le irregolarità sui territori destinati ad ospitare parte delle strutture dell’Expo. Alcuni giorni fa, la procura di Milano ha sequestrato nel capoluogo lombardo un’area di 300 mila metri quadrati per anomalie nelle bonifiche autorizzate dal Comune e per la presenza di metalli tossici e diossina. La superficie, che si trova in zona Bisceglie, era stata recentemente indicata dall'amministrazione comunale per ospitare un progetto di riqualificazione in vista dell'Expo. Se non fossero intervenute le forze dell’ordine, coordinate dal pubblico ministero Paola Pirotta e non avessero messo i sigilli all'area incriminata - aprendo un fascicolo dove si ipotizzano i reati di avvelenamento di acqua, omessa bonifica e gestione di discarica a carico di una decina di indagati - sarebbero stati realizzati 2600 alloggi, un centro per giovani e anziani, una struttura sanitaria per disabili, un centro polisportivo. Insomma, un vero e proprio “paradiso sull’immondizia”, come lo hanno definito gli stessi inquirenti. È facile immaginare quali sarebbero stati non soltanto i danni ambientali ma anche le tragiche conseguenze per la salute dei futuri abitanti della zona.
L’autorizzazione alla bonifica dell’area era stata concessa alle società Antica Pia Marcia (gruppo Bellavista Caltagirone) e Torri Parchi di Bisceglie poi diventata Residenze di Bisceglie (gruppo Mangiarotti). I lavori dovevano essere effettuati dalle aziende Mspa e Arcadis srl che in realtà, secondo la procura, non hanno mai fatto nessuna vera operazione di risanamento ma solo attività di copertura delle materie tossiche. La loro giustificazione è che i costi di una pulizia approfondita superano i valori immobiliari del sito (165 milioni di euro, 700 euro al metro quadro, a fronte di una stima del territorio pari a 120 euro al metro quadro).
Anche se la società che si occupa direttamente dell’Expo non è in alcun modo coinvolta nell’inchiesta, ci si chiede come mai non siano state fatte opportune verifiche sullo stato della bonifica del territorio, prima di annunciare - come ha fatto a metà ottobre l'assessore all'urbanistica, Carlo Jasseroli – che sull’ex discarica sarebbe sorto il parco delle vie delle acque in vista dell'Expo 2015, spacciandola anche come “un’operazione brillante”, “un nuovo modo di costruire” che dai rifiuti fa emergere il verde. Peccato che, per il momento, siano riemersi soltanto metalli tossici e diossina.
È assurdo pensare che i lavori di costruzione siano cominciati senza che vi fosse “alcun certificato di collaudo di bonifica neanche parziale”, come si legge nel provvedimento con il quale il gip milanese, Cristina Di Censo, ha convalidato il sequestro d'urgenza dell’ex cava di Geregnano. Ancora una volta è stata la società civile a sopperire alle inefficienze della pubblica amministrazione, dato che i cittadini, organizzati in comitati locali, hanno raccolto informazioni e dati per denunciare questo cortocircuito tra profitto privato e salute pubblica.
Appoggiati da Legambiente Milano ovest e Italia Nostra, hanno condotto una vera analisi di rischio, con tanto di documentazione, che, attraverso un esposto consegnato alla magistratura, ha portato al sequestro dell’area a Bisceglie.
Per la prossima puntata di questa intricata storia, che non accenna a diventare chiara, dobbiamo aspettare martedì prossimo quando – si spera – l’assemblea generale del Bie (Bureau of International Expositions) darà il via libera alle grandi opere dell’Expo. Noi vi racconteremo quello che è giusto sapere su uno dei più grandi “affari” italiani.


di Annalisa Lospinuso


19 Novembre 2010

Giornata nazionale dell’infanzia: il governo rifletta e agisca


Domani ricorre la Giornata nazionale dell’Infanzia e non c’è occasione migliore per richiamare l’attenzione sui recenti fatti di cronaca che hanno interessato i minori. Mi riferisco all’orribile situazione emersa nell’asilo privato di Pinerolo, dove i bambini sarebbero stati trattati in modo ignobile e violento, anche se le indagini sono ancora in corso per accertare la verità. Negli ultimi tempi, purtroppo, esperienze simili si stanno ripetendo in varie parti d’Italia, come a Bolzano, Catania, Pistoia, in una sorta di par condicio geografica.
Ritengo una vergogna che il diritto inviolabile del bambino di essere rispettato e protetto dai maltrattamenti venga sempre più spesso calpestato. Noi dell'Italia dei Valori abbiamo più volte denunciato che in molti asili privati non vengono rispettati gli standard di qualità relativi al personale impiegato, alla proposta educativa, agli aspetti sanitari e alla sicurezza. Bisognerebbe risolvere il problema dei controlli, che non possono essere fatti solo a posteriori, quando cioè il danno psicologico sul minore è compiuto, perché i genitori devono avere garanzie di affidabilità in queste strutture dedicate all’infanzia. Ho accolto con piacere la notizia che il presidente della Commissione per l’Attuazione del federalismo fiscale, Enrico La Loggia, ha inserito, nel decreto legislativo in materia di fabbisogni standard di Comuni e Province, un esplicito invito al governo affinché venga data l'opportunità agli Enti locali di operare adeguate politiche a tutela dell'infanzia, sposando quanto da sempre sostenuto dall’Idv.
Bisogna, infatti, fornire una disciplina organica su questo tema perché il federalismo fiscale - che noi dell’Italia dei Valori abbiamo votato perché lo riteniamo utile a modernizzare e responsabilizzare l'apparato politico-amministrativo locale, eliminare i costi improduttivi e clientelari e a rendere più trasparente il sistema – però, senza una chiara definizione in maniera concorrente tra Stato e Regioni dei livelli essenziali di prestazioni sociali (i cosiddetti LIVEAS), potrebbe portare la totale discrezionalità e forti disuguaglianze tra le Regioni, in base alle risorse disponibili.
In questi anni il governo è intervenuto in maniera deludente sulla questione, approvando Il nuovo Piano Nazionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza, per il quale ci eravamo opposti in Commissione. Una delle maggiori criticità del piano, infatti, sottolineata anche dalle associazioni del settore, è il mancato inserimento di un atto d'intesa tra Stato-Regioni e autonomie locali sulle politiche per l'infanzia e l'adolescenza. Le istituzioni nazionali dovrebbero, invece, preoccuparsi di garantire l'uniforme godimento dei diritti da parte di tutti i cittadini.
Si sarebbero dovuti stanziare dei fondi adeguati e prevedere un sistema di monitoraggio per analizzare annualmente l'entità delle risorse destinate all'infanzia e all'adolescenza da parte dei diversi Ministeri competenti, delle Regioni e degli enti locali. Invece, nel Piano non c'è nulla di tutto ciò e nemmeno la Legge di stabilità colmerà questi deficit. I tagli al settore sono eccessivi: il Fondo nazionale per la non autosufficienza passerà da 400 milioni di euro nel 2010 a zero nel 2011; il Fondo nazionale politiche sociali, dentro il quale è confluito al 70% il Fondo nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, era già stato ridotto a 75 milioni di euro rispetto ai 900 milioni di euro del 2007, e poi rifinanziato con 200 milioni di euro con il maxiemendamento presentato alla Camera dalla maggioranza nei giorni scorsi, ma solo per il 2011; il Fondo nazionale per l’infanzia è passato dai 43,9 milioni di euro del 2008-2009 ai 40 milioni di euro nel 2011. Non solo: lo stanziamento per lo sviluppo del sistema territoriale degli asili nido sarà pari a zero, contro i 206 milioni di euro del 2008; il Fondo per le politiche familiari scenderà da 400 milioni di euro del 2007 a 52 milioni di euro. In conclusione, se nel 2010 l’ammontare dei Fondi destinati alle politiche sociali, alla famiglia, alle pari opportunità e alla non autosufficienza era pari a 880 milioni di euro, nel 2013 non si arriverà neppure a un decimo di quella cifra, ma ci si fermerà a 78 milioni di euro. Una differenza abissale, che diventa ancora più marcata se come punto di riferimento non si prende il 2010, ma il 2008, quando la quota stanziata era di un miliardo e 250 milioni.
Questa giornata dovrebbe far riflettere il governo che, oltre a inneggiare la difesa dei diritti dei più deboli, dovrebbe inaugurare una seria politica dell’infanzia.

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ILVA DI TARANTO, 700 PRECARI IN SCIOPERO DELLA FAME


L’ILVA di Taranto è la più grande acciaieria d’Europa del gruppo Riva, quello della cordata Alitalia. Avvolta nel fumo degli scarichi la vedi di notte percorrendo la Strada Statale 100. Ti fa paura, somiglia a un enorme mostro, un drago i cui camini sputano lunghe lingue di fuoco.
Per Taranto è la vita. Sono 13.000 gli operai che ci lavorano, per buona parte precari, più l’indotto. L’ILVA per la città, però, è anche morte per il più alto numero di incidenti sul lavoro e per l’inquinamento che porta il cancro da diossina e benzo(a)pirene. Si vive per l’ILVA, ma si può anche morire.
L’ILVA per Taranto è come la FIAT per l’Italia. Il gruppo siderurgico ha preso tanti soldi pubblici, beneficiato di leggi speciali fino al decreto 155/2010 del 13 agosto scorso, detto anche salva-ILVA, con cui è stata data l’immunità a Riva per sfuggire all’ennesima indagine che lo vede accusato di disastro ambientale da emissione di benzo(a)pirene. Su quella Legge pesa il ricatto dei licenziamenti, che poi puntualmente arrivano!
I soldi pubblici però sono finiti, è finita la cuccagna ed è arrivata la crisi. La Cina succhia quote di mercato dell’acciaio sempre più grandi. A farne le spese come al solito i più deboli della catena, gli operai, soprattutto quelli più ricattabili: i precari, gli ultimi degli ultimi.
L’ultimo provvedimento del gruppo Riva riguarda 700 operai precari, ai quali non è stato rinnovato il contratto e da un giorno all’altro si ritrovano in mezzo alla strada. Loro davvero non hanno più nulla, non hanno la speranza, non hanno alcuna tutela sociale, non una pensione e neppure la cassa integrazione.
Questi 700 disperati dell’ILVA da qualche giorno stanno picchettando i cancelli e hanno iniziato lo sciopero della fame. Per farsi ascoltare devono lasciarsi morire di fame, troppo storditi come siamo dai grandi fratelli, dalle isole dei famosi, dai teatrini politici.
Sento il dovere pertanto di stare con loro, con chi pur precario sfida la logica del ricatto. Il precario è sempre sotto ricatto, perché se fai attività sindacale ti licenzio, se chiedi il rispetto delle norme sulla sicurezza ti cambio di reparto, se parli col tuo compagno ti sospendo. Questi precari non hanno più nulla da perdere perché a Taranto dopo l’ILVA c’è il nulla, anzi c’è la rapina o l’ingresso in qualche organizzazione criminale.
Noi dell’Italia dei Valori chiediamo di aprire con urgenza un tavolo di concertazione tra ILVA, Sindacati e Governo perché si sospenda l’efficacia dei licenziamenti. E’ la prima cosa da fare!
I precari dell’ILVA gridano vendetta di fronte alla nostra coscienza, perché rappresentano la violazione dell’articolo 1 della Costituzione che dice “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, ormai possiamo aggiungere “sul lavoro precario”.
E’ il momento di riflettere sui danni provocati dalla Legge 30 (c.d. legge Biagi), perché ha trasformato la flessibilità del lavoro in lavoro precario a tempo indeterminato rubando ogni speranza al lavoratore, negandogli la dignità, distruggendogli il futuro, rendendolo schiavo.

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18 Novembre 2010

RAI: MASI E MINZOLINI SFIDUCIATI DAL BUON SENSO


La Rai è sempre più al centro delle polemiche. La grave situazione al suo interno si ripercuote negativamente su ogni attività. Nel generale clima di insoddisfazione va segnalato l’eclatante risultato del referendum indetto dall’Usigrai sul Direttore Generale Mauro Masi, che ha raccolto quasi 1.500 voti di giornalisti che per oltre il 90% gli hanno negato la fiducia. Un “verdetto” trasversale alle diverse appartenenze politiche che dovrebbe consigliare al DG della Rai una onorevole uscita di scena e spingere il Parlamento, chiamato la prossima settimana a discutere le mozioni sul pluralismo, ad abbandonare ogni logica di schieramento e ad esprimere un voto in sintonia con il grido d’allarme lanciato dai professionisti della comunicazione Rai.
Ma a tenere alta l’attenzione sulla Tv di Stato ci sono anche la denuncia presentata dal sindacato dei giornalisti Rai e Stampa Romana contro l’azienda, per comportamento antisindacale, e il marasma interno al Tg1, che è forse la situazione più difficile da quando, un anno e mezzo fa, a guidarlo è arrivato il direttore Augusto Minzolini, accusato da più parti di aver trasformato il telegiornale della rete ammiraglia nel megafono del Governo e in particolare di Silvio Berlusconi.
Da tempo si registrano forti scontri tra lui e una parte dei suoi redattori. Una guerra di posizioni che ha portato ad una spaccatura all’interno della stessa redazione, divisa tra i sostenitori del direttore e chi, i più, lo contesta apertamente: qualche mese fa ha destato scalpore l’abbandono di Maria Luisa Busi, una delle figure più apprezzate alla conduzione del Tg1 e l’epurazione di tre professionisti.
In questo affresco a tinte fosche, si inserisce anche la vicenda di Cinzia Fiorato, una giornalista della redazione Cultura che è arrivata a denunciare per mobbing la Rai, nella persona del direttore generale Masi, Minzolini e il caporedattore, Maria Rosaria Gianni.
La vicenda Fiorato, come molte altre negli ultimi tempi, è grave non solo per la palese violazione del contratto, del codice etico, della Carta dei doveri e della deontologia dei giornalisti, ma soprattutto perché è la fotografia di una Rai, servizio pubblico, offesa e oltraggiata, ridotta a mero strumento di propaganda e a terra di conquista delle fameliche legioni clientelari berlusconiane.
L’Italia dei valori, sempre attenta alle tematiche riguardanti la libertà d’informazione e il rispetto della legalità, ha presentato un’interrogazione parlamentare per verificare se, come denunciato da Usigrai e Stampa Romana, “all’interno della Rai, in occasione della presentazione del nuovo piano industriale, si siano attuati comportamenti antisindacali”. E se i ministri competenti, “non intendano porre in essere azioni a tutela della pluralità dell’informazione” e dei giornalisti coinvolti in cambiamenti che appaiono privi di una logica economica e di mercato.
Il minimo che si possa fare per tenere alta la guardia sulla deriva di un sistema costantemente impegnato a mettere in discussione le ragioni stesse dell'autonomia e dell’indipendenza del servizio pubblico.

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17 NOVEMBRE: IL GIORNO DEL DIRITTO ALLO STUDIO


Ieri, 17 Novembre, diversi cortei di studenti medi e universitari, affiancati da docenti e ricercatori precari hanno invaso le strade di molte città italiane per protestare contro i tagli operati da questo governo a discapito del diritto allo studio.
La legge di stabilità, attualmente in discussione in Parlamento, prevede ulteriori penalizzazioni ai danni del sistema di istruzione pubblica e della cultura in Italia, mentre edifici scolastici e siti archeologici sono condannati ad una pericolosa incuria – vedi la Casa dei gladiatori di Pompei.
Questo atteggiamento ha ormai condotto all’esasperazione l’insofferenza che si è sedimentata per molti mesi all’interno di scuole e atenei e che ha già dato luogo a numerose forme di mobilitazione.
Insieme agli onorevoli Borghesi e Zazzera abbiamo presentato un emendamento alla legge di stabilità per tutelare i diritti dei lavoratori precari della scuola interessati dal cosiddetto “salva precari”, che si cono visti precludere, a causa dell’azione del Governo, l’accesso alle comuni prestazioni a sostegno del reddito. La scuola stessa è stata precarizzata, buttando al vento le risorse che lo Stato ha riversato nel corso degli anni per formare professionisti ora messi alla porta, condannati, nella migliore delle ipotesi, al precariato a vita.
Mentre il Governo trova circa 250 milioni di euro per finanziare le scuole private, mette in ginocchio tutto il sistema di istruzione pubblica, dalla scuola dell’infanzia all’università. Noi dell’Italia dei Valori siamo vicini agli studenti che rivendicano la necessità di investire e non tagliare fondi per l’acquisto dei libri di testo, per sostenere gli studenti meritevoli e privi di mezzi, per garantire il regolare svolgimento dell’attività didattica nelle scuole e nelle università.
L’area dipartimentale scuola dell’Italia dei Valori si sta impegnando da tempo nell’elaborazione di un progetto di riforma della scuola che si configuri come una valida alternativa a politiche scolastiche che finora si sono rivelate inadeguate e risollevi il sistema d’istruzione pubblico dallo stato di abbandono in cui versa da anni e lo allontani dalla deriva a cui è stato condannato dall’attuale Governo.
Per garantire il diritto allo studio bisogna partire dalla riduzione del numero degli alunni per classe, anche nel rispetto delle attuali leggi sulla sicurezza; va innalzato l’obbligo scolastico ai 18 anni d’età e va seriamente ridefinita l’offerta formativa; è necessario peraltro procedere alla valorizzazione della professionalità dei lavoratori della scuola secondo una prospettiva completamente opposta a quella delineata dal ddl Aprea, che giace tuttora in Parlamento e che prevede la privatizzazione delle scuole e l’introduzione di criteri aziendalistici al loro interno, sacrificando la libertà d’insegnamento dei docenti e di conseguenza il diritto allo studio degli alunni.

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17 Novembre 2010

Cinecittà torni all’eccellenza


Manifestazione oggi pomeriggio presso gli studi di Cinecittà di Roma, per protestare contro la grave situazione in cui si trova il settore cineaudiovisivo, che svolge un ruolo trainante di tutta l’economia di Roma e del Lazio e di tutta la filiera produttiva: fra Cinecittà Studios, Cinecittà Luce e Cinecittà digital vi sono 400 dipendenti, e più in generale tra registi, attori e maestranze specializzate si arriva nel Lazio a 6000 addetti. Si calcola un indotto di 10.000 piccole e medie imprese artigianali del settore cineaudiovisivo con circa 100.000 posti di lavoro. All’iniziativa di oggi erano presenti anche Antonio Di Pietro, Vincenzo Maruccio, responsabile regionale IdV, Giulia Rodano, consigliere regionale IdV, e Maurizio Zipponi, responsabile nazionale Lavoro e welfare IdV, che hanno voluto manifestare la loro vicinanza a tutti gli operatori di un mondo oggi in grave difficoltà.
Con l’avvio della privatizzazione del Polo cinematografico di Cinecittà, infatti, la nuova proprietà si è disinteressata del suo sviluppo e della sua valorizzazione. Di conseguenza tutti i piani industriali che in questi anni si sono susseguiti non solo non hanno favorito il rilancio di Cinecittà, ma ne hanno accompagnato la decadenza.
Il gruppo Idv in Consiglio regionale ha presentato proposte di legge che riguardano il comparto cinematografico e che prevedono, fra gli altri, strumenti di riorganizzazione e rilancio del comparto, l’anticipo della restituzione dell’IVA per produzioni straniere che vengano a girare nel Lazio e contributi per chi viene a girare negli studios. Queste proposte si inseriscono nel quadro di una regione la cui nuova amministrazione Polverini ha determinato di fatto uno stallo delle iniziative rivolte al settore, con addirittura 49 opere cinematografiche in attesa di essere valutate da un nuovo nucleo di valutazione.
Il problema investe anche le 250mila persone che in tutta Italia lavorano nell’industria dell’audiovisivo, visto che il Ministro Bondi non ha ad oggi fornito alcuna certezza riguardo il rinnovo di tax credit e tax shelter, strumenti fiscali istituiti per la prima volta dal Governo Prodi che favoriscono con trasparenza gli interventi privati nel cinema italiano di qualità e incentivano la crescita dell’industria audiovisiva. Non solo: il governo Berlusconi ha ridotto ulteriormente il Fondo Unico dello Spettacolo e l’investimento nel settore, che in Italia è al minimo storico e che invece negli altri paesi è un valore riconosciuto politicamente, economicamente e socialmente.


Una nuova sfida: legge costituzionale per lo sport


Da anni conduco una battaglia in difesa dei diritti di chi pratica sport e in particolare delle donne atlete, troppo spesso discriminate. Lo faccio come attuale responsabile nazionale della sezione dipartimentale Politiche e Promozione dello sport dell’Idv, ma anche come ex pallavolista che conosce bene il settore. Ho mandato una mail al presidente dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, sono stata chiamata e dopo soli cinque giorni ho avuto un colloquio con lui. Mi sono sorpresa perché la politica fino ad allora non mi aveva ascoltata. Troppo spesso ci sono state dette soltanto parole che non si sono mai tramutate in fatti concreti e questo è il motivo per il quale l’ultima legge che regolamenta le pratiche sportive risale al 4 marzo del 1981.
Quello che la politica non considera è che lo sport non è soltanto tempo libero, divertimento, ma è anche un grande movimento economico del quale fanno parte milioni di lavoratori. Ci sono 15 milioni di persone che praticano sport, sette milioni di affiliati alle federazioni sportive e il settore rappresenta il 3 per cento del Pil nazionale. È impensabile che questo ramo dell’economia italiana non abbia ancora una legge quadro, che non ci sia una disciplina sportiva riconosciuta a livello internazionale e che non esista un capitolo del Bilancio dello Stato dedicato allo sport. Dobbiamo sempre accontentarci delle briciole, di quello che avanza ad altri ministeri.
L’Italia dei valori propone di inserire nella Costituzione la tutela dello sport, presentando un disegno di legge costituzionale per modificare l’articolo 33 della Carta, promosso dai senatori Bugnano e Giambrone e sottoscritto all’unanimità dal nostro gruppo in Senato. Si vuole inserire un comma che reciti: “La Repubblica promuove ed incoraggia l’attività sportiva in tutte le sue forme e tutela l’integrità fisica e morale degli sportivi”.
Non vogliamo introdurre il professionismo obbligatorio per tutti perché ucciderebbe le società sportive dilettantistiche, ma nello stesso tempo riteniamo indispensabile creare un terzo genere. Questo perché non è accettabile che una giocatrice di pallavolo, basket, hockey sul prato, si ritrovi ancora a percepire un semplice rimborso spese anziché uno stipendio regolare, ad avere un impegno assimilabile a un lavoro parasubordinato senza però che gli sia riconosciuto, a rischiare di essere mandata a casa in caso di gravidanza, a subire il “cartellino” (l’obbligo di passare da una società all’altra soltanto se è d’accordo il presidente del club). Queste sono le nostre battaglie, vogliamo dare una dimensione giuridica al lavoro sportivo. Ce lo richiede non soltanto il buonsenso ma anche il Trattato di Lisbona, diventato vincolante.
Noi dell’Italia dei valori abbiamo presentato anche una “Carta dei diritti dell’atleta e del praticante dello sport” che può rappresentare un valido strumento di riflessione sui principi che regolano queste attività, ma che è anche un immediato supporto per le Leggi Regionali in materia di sport. Ad esempio, nella Carta abbiamo sottolineato il divieto di qualsiasi discriminazione delle donne e dei diversamente abili.
Inizieremo a breve “l’Idv sport tour”, una visita itinerante che toccherà diverse città d’Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dello sport. Vogliamo far sentire la nostra vicinanza, non solo simbolica, a tutti i piccoli centri sportivi e a quelli dilettantistici e farci portavoce dei loro problemi. In questo sono perfettamente d’accordo con il presidente Di Pietro che si è augurato di far diventare la nostra battaglia una battaglia “trasversale” che possa “coinvolgere più partiti e soprattutto che solleciti l’interesse dell’opinione pubblica”.

Di Luisa Rizzitelli, responsabile nazionale sezione dipartimentale Politiche e promozione dello sport dell’Idv

Guarda l'intervento di Antonio Di Pietro

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CALABRIA, IDV BOCCIA IL PIANO LAVORO DI SCOPELLITI


Bocciato senza appello da Italia dei Valori il piano sul lavoro presentato dal Governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti nel cui ambito è uscito un primo bando che dovrebbe produrre, secondo le previsioni indicate nelle settimane scorse, circa settemila nuovi posti di lavoro attraverso gli incentivi assegnati alle aziende che assumono personale. Una posizione molto dura, quella dell’IdV, espressa a chiare lettere nella conferenza stampa alla quale hanno preso parte il segretario regionale Maurizio Feraudo, il capogruppo di palazzo Campanella Emilio De Masi ed i consiglieri regionali, Giuseppe Giordano e Mimmo Talarico.
Quasi nulla è stato salvato del provvedimento che, secondo il centrodestra calabrese, sarebbe destinato a dare un importante sostegno al mondo del lavoro proprio in questo periodo di crisi profonda.
La mancanza di strategia complessiva è la prima questione posta dal capogruppo De Masi: “Questo è un provvedimento privo di prospettive che non rappresenta un valido strumento a favore delle categorie sociali più deboli perché fuoriescano dal limbo della disoccupazione, anzi, è uno strumento mediocre in quanto privo di obbiettivi futuri”.
Non meno duro l'intervento di Mimmo Talarico che ha denunciato l'assenza di disposizioni mirate: “è un piano che distribuisce le risorse in maniera indiscriminata e non individua i settori che dovrebbero beneficiare di questi provvedimenti; non aiuta le imprese a rafforzarsi e non allarga il sistema produttivo calabrese che è gracile e precario”.
E' partito invece dai dati sempre poco confortanti dell'economia calabrese il ragionamento di Giuseppe Giordano: “l'ultimo rapporto Swimez sull'economia della nostra regione denuncia un quadro allarmante con la disoccupazione giovanile calabrese al 65% e con una continua migrazione al nord”. “Una condizione del genere, secondo Giordano, richiederebbe una politica incisiva ed il governo di centrodestra invece mette in piedi un piano che non da respiro e non produce alcuna meritocrazia; su questo noi faremo una grande battaglia perché non si possono sprecare le risorse comunitarie e la Regione deve creare risorse proprio eliminando gli sprechi di sistema che hanno affossato l’economia calabrese e lo stesso ente regionale”.
Una linea che ha incontrato il pieno sostegno di Maurizio Feraudo partito, nel suo intervento, dall'accusa rivolta alla Giunta regionale di aver cancellato il piano delle opere pubbliche del governo di centrosinistra: “Sono stati bloccati centotrenta milioni di euro destinati a numerosi comuni che avevano già avuto i decreti per interventi in grado di incidere anche sul piano sociale. Questa politica non va bene. Non vanno bene gli spot e gli annunci che non corrispondono a vere risposte per la gente, così come quelli del piano per il lavoro”.

Gruppo Regionale Idv Calabria

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16 Novembre 2010

BRESCIA, GRAZIE A PROPOSTA APPOGGIATA DA IDV OPERAI SCENDONO DALLA GRU


Si è conclusa positivamente ieri sera la protesta degli immigrati che per 17 giorni sono rimasti su una gru a Brescia. Sono scesi ''perche' hanno capito che la loro protesta ha dato una grande visibilità alla questione delle truffe legate alla regolarizzazioni del 2009'', ha spiegato Umberto Gobbi, dell'Associazione 'Diritti per tutti', che e' stata a fianco degli immigrati fin dal primo istante. Ad adoperarsi per una felice conclusione della vicenda, Maurizio Zipponi, responsabile Nazionale Lavoro e Welfare del’Italia dei valori, che ha sempre sostenuto le posizioni di questi lavoratori e, insieme con il partito, ha appoggiato la proposta messa a punto dalla diocesi Bresciana, da Cgil e Cisl che proponeva un percorso per arrivare alla risoluzione del conflitto. E’ stato proprio questo documento a sbloccare la difficile situazione.
Agli operai è stato garantito che non verranno portati in Centri di identificazione e di espulsione, e non verranno espulsi. Rashid, uno dei quattro immigrati scesi ieri sera dalla gru, è stato portato in ospedale per problemi di disidratazione, ma le sue condizioni non sono preoccupanti. I quattro, ha spiegato uno dei loro legali, ''sono stati trattati benissimo''. La loro posizione giuridica è ora al vaglio della Questura e potrebbero esserci problemi derivanti dalla Bossi-Fini per uno di loro. L’Italia dei valori continuerà a seguire la vicenda fino alla sua completa soluzione, e si adopererà affinché vengano rispettati i diritti di tutte le persone coinvolte.
Nel video che vi proponiamo, la cronaca di una giornata finita bene.

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Giornata Mondiale della Filosofia a Tehran


Lo confesso: sono uno dei filosofi invitati alla Giornata mondiale della Filosofia che annualmente si celebra per iniziativa dell’Unesco, e che quest’anno si svolge, oltre che in alcune altre capitali, in Iran, nelle giornate comprese tra il 21 e il 24 novembre. Circola intanto sul web una notizia secondo cui l’Unesco avrebbe ritirato la sua adesione alla giornata, con l’oscura ragione che, al momento della decisione di tenerla nella capitale iraniana, non sarebbero state fornite dal governo di Tehran sufficienti informazioni su tutti i particolari organizzativi. Ma, come si vede esplorando i vari siti relativi al “World Philosophy Day 2010”, la decisione, se tale è, di ritirarsi, l’Unesco l’ha presa solo sotto la pressione dei soliti paladini del “mondo libero”.
In Italia, è stata lanciato, pare da Reset (Bosetti, Amato), un boicottaggio della giornata di Tehran. Le solite ragioni, da ultimo anche la povera Sakineh; che è stata bensì condannata a morte, per l’assassinio del marito, ma che è ancora viva, mentre la povera disabile americana il cui caso è stato accostato a quello della signora iraniana, è stata democraticamente giustiziata pochi giorni fa senza che alcun sindaco di capitale occidentale abbia sentito il bisogno di affiggere su qualche Colosseo locale il suo ritratto in formato gigante. E intanto, chi difende e commenta enfaticamente la decisione del’Unesco di ritirarsi da Tehran è il cosiddetto filosofo Bernard Henri-Lévy, una specie di Fiamma Nirenstein (o Daniela Santanché? È pure bello) francese, apologeta a tutti i costi anche delle più criminali decisioni dello stato di Israele.
Riconosco nel cosiddetto imbarazzo dell’Unesco di fronte a una giornata di filosofia in Iran nulla più che la eco delle pressioni della Cia e del colonialismo sfrontato di Israele, che mentre stigmatizza Amadinejahd e vuole impedire ai filosofi di tutto il mondo di incontrarsi a Tehran con i colleghi iraniani, continua a calpestare senza scrupoli i diritti dei Palestinesi e tutte le delibere dell’Onu e di quella “comunità internazionale” di cui Bosetti e compagni pretendono di essere i portavoce. Anche per queste ragioni, per manifestare una volta di più lo sdegno e la rivolta contro l’ipocrita osservanza della disciplina poliziesca imposta dagli Stati Uniti e dai loro alleati (anche l’Italia di Berlusconi!), sarò a Tehran per il World Philosophy Day e mi auguro che i colleghi filosofi invitati abbiano la dignità di respingere il ricatto a cui qualcuno oggi cerca di sottoporli.


15 Novembre 2010

SALVIAMO I CONSULTORI DELLA REGIONE LAZIO DALLA PROPOSTA TARZIA


Le donne e gli uomini della Regione Lazio dicono NO alla proposta di legge Tarzia (e altri) perché:
- cancella un patrimonio pubblico di grande valore, frutto di lotte e di conquiste sociali e civili delle donne che hanno garantito la salute per tutti;
- sovverte l’attuale modello dei servizi consultoriali che garantiscono una maternità libera e consapevole;
- sposta ingenti somme a favore di associazioni private che, in quanto tali, hanno obiettivi diversi da quelli di una struttura pubblica che si rivolge a tutte e tutti, rispettandone la sensibilità.
Dicono SI
alla piena applicazione della legge in vigore (15/76) attraverso:
- la salvaguardia dell’intero campo di applicazione dei compiti assegnati ai Consultori (servizi alle donne, alla maternità, alle famiglie, alle e agli adolescenti, assistenza psicologica individuale e di coppia, ecc);
- lo stanziamento di risorse adeguate (economiche, di personale, di strutture idonee) affinché i Consultori siano messi nella condizione di ben operare e venga finalmente riconosciuta e apprezzata l’alta professionalità delle operatrici e degli operatori;
- il rispetto di intese già approvate come il “percorso nascita” del Piano Sanitario Regionale e la certezza dell’applicazione della Legge 194;
- l’apertura di un Consultorio ogni 20.000 abitanti così come già previsto;
- la conferma del carattere di struttura pubblica dei Consultori e del Personale che vi opera nonché del carattere di laicità e quindi di rispetto delle diverse sensibilità e culture di chi si rivolge ai servizi consultoriali.
CHIEDONO
il ritiro della proposta di legge Tarzia e un impegno della Giunta regionale e del Consiglio ad adoperarsi nell’azione di rafforzamento degli attuali Consultori.



FIRMA LA PETIZIONE ONLINE

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BRESCIA: MIGRANTI SULLA GRU, UNA PROPOSTA PER SBLOCCARE LA SITUAZIONE


A Brescia la tensione resta altissima. Sono ancora quattro i migranti che resistono in cima alla gru di via san Faustino per protesta contro la “sanatoria truffa”. Ieri c’è stato un lancio di oggetti e bottiglie dall’alto, mentre a terra proseguono le manifestazioni di solidarietà. La diocesi Bresciana, Cgil e Cisl propongono un percorso per arrivare alla risoluzione del conflitto. L’Italia dei valori appoggia il documento che potrebbe, dopo un braccio di ferro che dura ormai da 15 giorni, sboloccare la situazione.

Ecco la soluzione proposta da Diocesi Bresciana, CGIL e CISL
Le iniziative da voi assunte hanno messo in luce, con drammaticità ed efficacia, sia a livello locale che nazionale, l’esistenza di una vera e rilevante questione riguardante l’accertamento ed il riconoscimento di diritti, l’assegnazione dei permessi di soggiorno e le istanze di regolarizzazione.
Oggi Diocesi Bresciana, CGIL e CISL intendono proporvi un percorso preciso che verrà seguito per garantire la vostra discesa in sicurezza.
Tale percorso consiste:

1) Vi verranno messi immediatamente a disposizione i legali da voi scelti ai quali potrà essere conferito mandato. I legali saranno presenti al momento della vostra discesa ai piedi della gru. In quel momento avrete la possibilità di nominare il legale a cui conferire il mandato.

2) Da quel momento, il legale da voi scelto vi accompagnerà ed assisterà in tutte le procedure di identificazione che per legge dovranno essere consentite nonché vi assisterà in tutte le azioni legali che, in relazione ad ogni singola posizione, potranno essere esperite per l’ottenimento dei benefici che, sempre in relazione alla posizione di ciascuno, potranno essere richiesti.

3) Durante tale percorso vi verrà garantito un trattamento umanitario così come è già stato riservato agli altri due vostri fratelli che sono scesi nei giorni scorsi.
I risultati da voi ottenuti, quali la solidarietà e tutte le iniziative, anche a livello parlamentare, per modificare l’attuale legislazione, non verranno in questo modo annullati.
Per tali motivi, le iniziative proseguiranno sia con la concessione di un presidio autorizzato a Brescia, sia con l’apertura di un tavolo istituzionale presso la Prefettura con la presenza di tutti coloro che vi sono stati vicini e che sono interessati a risolvere i problemi da voi sollevati con grande determinazione.

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14 Novembre 2010

LA DISCARICA DI MALAGROTTA: L'ORO DI ROMA E LA BOMBA AD OROLOGERIA


‘Rifiuti d’Italia’ - prima parte

Non c’è solo Napoli, molte zone d’Italia sono a rischio emergenza rifiuti come accade in Campania.
Per evitare un’altra Terzigno, l'Italia dei Valori ha promosso una riflessione per far uscire il paese da un circolo perverso, nel quale sui rifiuti prima si specula e poi si cerca di nasconderli sotto la sabbia della propaganda. E' innegabile che in Italia i rifiuti vengano visti come business, da parte delle istituzioni, degli imprenditori e anche della criminalità organizzata che ci lucra, salvo poi definirli "emergenza" quando i cittadini si trovano soffocati dalla spazzatura e ammalati dal disastro ecologico che le fatiscenti discariche sparse per il Belpaese creano.
Per questo mercoledì ho visitato la discarica di Malagrotta, la più grande d'Europa, che sta alle porte di Roma, in un ambiente ad alto rischio, dove una raffineria, un gassificatore, la discarica, 4 impianti di stoccaggio e un inceneritore per rifiuti ospedalieri, convivono con le aziende agricole che vendono carne e prodotti agricoli ai cittadini di Roma, senza piani di sfollamento nel caso di disastro ecologico.
Ho invitato alla visita l'assessore regionale ai rifiuti, Pietro di Paolo, la Presidente del WWF Lazio, Vanessa Ranieri, e il Presidente del Comitato dei cittadini di Malagrotta, Sergio Apollonio, e siamo stati accolti dal proprietario della discarica, Manlio Cerroni, e dall'amministratore delegato, Francesco Rando.
Grazie alla nostra visita siamo riusciti a fare entrare numerosi giornalisti e telecamere nella discarica che per la prima volta è stata aperta alla stampa, cosi tutti i cittadini hanno potuto vedere che cosa succede accanto a loro e non solo sentirne l'odore nauseante.
Malagrotta è in una situazione da bollino rosso, per dimensioni, tempi di vita, pericolosità rifiuti.
E’ la più grande d'Europa: 240 ettari, tra le 4500 e le 5000 tonnellate di rifiuti scaricati ogni giorno e 330 tonnellate di fanghi e scarti di discarica prodotti ogni anno.
Dovrebbe ospitare soltanto i rifiuti indifferenziati (quelli che escono dal cassonetto) ma in realtà ci si trovano anche rifiuti di scarto degli aeroporti di Ciampino e Fiumicino, e abbiamo visto scaricare dai camion dell'AMA materassi, pneumatici e tutto ciò che potrebbe essere riciclato. La spazzatura finisce in discarica tale e quale, senza essere pretrattata, ed uno stormo di gabbiani, da fare invidia al film "uccelli" di Hitchcock, ne fa gran banchetti, segno che la discarica non è stata coperta adeguatamente.
La discarica della capitale avrebbe dovuto chiudere nel 2007 ma, nell'accondiscendenza di destra e sinistra, continua a vivere, ed il suo proprietario, Cerroni, continua a far miliardi, così come dal gassificatore di Malagrotta, dalla discarica e dall'inceneritore di Albano, oltre che dalla discarica di Bracciano; tanto da essere il monopolista della spazzatura nel Lazio.
Poco importa che l'amministratore delegato di Malagrotta sia stato condannato ad un anno e mezzo di carcere proprio per smaltimento rifiuti pericolosi senza trattamento, che la Comunità europea abbia aperto una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per questa discarica e che le indagini su acqua e aria attorno ad essa indichino che la zona è piena di veleno... il business sui rifiuti continua.
E le aziende agricole, i cittadini romani, gli animali da pascolo vivono con un'aria che registra polveri sottili 15 volte superiori alla legge (a Roma con una situazione del genere si sarebbe chiuso il traffico...a Malagrotta no!) e un'acqua dove si rilevano ferro, nickel, mercurio, piombo, oli minerali, nitrati, arsenico, solfati, cromo (dati ARPA di luglio 2010 sulle falde acquifere di Malagrotta).
I controlli, sin'ora effettuati unicamente dai privati, devono diventare un monitoraggio costante ed in loco da parte delle istituzioni, a tal proposito porterò specialisti tedeschi, che rappresentano l'eccellenza in fatto di gestione di rifiuti, a valutare le procedure della discarica di Malagrotta.
Ma oltre al presente, preoccupa anche il futuro, perché Malagrotta è al 90% della saturazione e fra un anno Roma potrebbe ritrovarsi come Terzigno.
Per questo bisogna agire subito per trasformare i rifiuti da business inquinante a risorsa ecologica: serve una seria raccolta differenziata porta a porta che faccia arrivare la percentuale di riciclato dal 12,9% (il dato più basso in Italia dopo la Campania) almeno al risultato del Veneto (51,4%) o del Piemonte ( 48,5%) o della Lombardia (46,2%).
Chiedere la chiusura immediata della discarica così com'è è una follia: Roma sarebbe cosparsa dai rifiuti nel giro di due giorni. Ma in questo anno che ci rimane dobbiamo lavorare per abbattere la percentuale di spazzatura che diventa diossina e che sta distruggendo la vita e l'economia dei cittadini.


Come Italia dei Valori, sulla linea del WWF, proponiamo di far pagare ai cittadini una tariffa rifiuti non per la metratura della casa, come avviene adesso e che non distingue fra chi ricicla e chi no, ma, utilizzando sacchetti con il codice a barre, si potrebbe far pagare solo per quanta spazzatura viene prodotta non riciclabile. In questo modo si incentiva un comportamento virtuoso: più ricicli meno paghi. Un esperimento del genere è stato fatto a Colli Aniene e la percentuale di riciclaggio è arrivata al 70% in pochi mesi.
Bisogna dotare ogni casa di contenitori e sacchetti e costruire gli impianti di riciclaggio e compostaggio, che mancano nel Lazio, e che se non vengono realizzati immediatamente renderebbero inutile qualsiasi sforzo ecologico.
Una alternativa è possibile e oltre a dare la possibilità di un futuro sostenibile potrebbe essere fonte di risparmio per i cittadini e di guadagni per l'amministrazione (riciclare è redditizio!).
Se si vuole scampare una situazione che ormai è già da bollino rosso, bisogna che tutti i governatori del Lazio, da Alemanno alla Polverini a Zingaretti, si confrontino in un dialogo che vada oltre la singola bandiera, volto solo alla soluzione di una delle emergenze più pericolose. Sui rifiuti non si può far business ma neanche mera campagna elettorale. Creiamo un tavolo di dialogo senza colore dove Provincia, Comune e Regione si siedano per pianificare una politica di gestione dei rifiuti, nel Lazio, che sia in linea con le normative europee e che tuteli la salute dei cittadini.
Il nostro futuro passa dall'ambiente e la politica ha il dovere di tutelarlo. L'Italia dei Valori non si arrende: l'oro di Roma che fa arricchire pochi e ammalare tanti deve diventare una risorsa per tutti.

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13 Novembre 2010

IDV PRESENTA EMENDAMENTO A LEGGE DI STABILITA’ PRECARI SCUOLA


Giovedì l’Italia dei Valori ha presentato un emendamento alla legge di stabilità, a firma dei deputati Borghesi, Di Giuseppe e Zazzera, per tutelare i precari della scuola che, per effetto dei tagli all’istruzione, si sono trovati, dopo anni di incarichi a tempo determinato, a non vedere più rinnovato il loro contratto di lavoro e, nella migliore delle ipotesi, a lavorare ad intermittenza in condizioni di selvaggia flessibilità.
Consapevole dell’ecatombe di posti di lavoro generata dai provvedimenti del Governo, il Ministero dell’Istruzione, nell’estate del 2009, ha pensato di arginare la situazione di emergenza stipulando una Convenzione con il Ministero del Lavoro e l’INPS, che ha prodotto nelle settimane successive i famigerati decreti “salva precari”. In realtà, i provvedimenti in questione, oltre ad essere estremamente dequalificanti per la professionalità del personale della scuola, non hanno niente di salvifico, ma si sono rivelati addirittura lesivi dei diritti previdenziali dei lavoratori. Infatti i giorni che l’INPS indennizza ai lavoratori che godono di una indennità di disoccupazione ordinaria sono 240 (360 per lavoratori ultracinquantenni) su 365; di tali sussidi avrebbero goduto anche i precari della scuola se il Ministro non avesse pensato a “salvarli”: i lavoratori precari della scuola inclusi nel “salva precari” così, si sono visti indennizzare dall’INPS, per effetto degli accordi con il Ministero, 240 giorni in un arco temporale molto più esteso dei 365 previsti dall’INPS, che ad oggi è arrivato a superare ampiamente 460 giorni!!! Tutto ciò perché il governo non è stato in grado di produrre un accordo con l’INPS volto a estendere i benefici economici di una indennità ordinaria, ma anzi ha messo l’INPS nelle condizioni di non poter pagare neanche quella secondo le modalità comunemente previste.
Il tempo continua a scorrere, i giorni indennizzabili sono finiti, i precari, che pure ne avrebbero diritto in virtù dei requisiti assicurativi e contributivi richiesti dall’INPS, non percepiscono più alcun sussidio economico, e il Ministro non ha ancora provveduto a sanare le evidenti incongruenze e a mettere l’INPS nelle condizioni di attivare nuove pratiche a favore dei malcapitati inclusi negli elenchi del salva precari.
L’Italia dei Valori, attraverso un emendamento alla legge di stabilità, chiede che vengano stanziati finanziamenti per fornire una copertura economica ai precari della scuola condannati, a causa delle scelte ben poco lungimiranti di questo Governo, a periodi di forzata inattività.
Nel caso in cui l’emendamento venga respinto siamo pronti a presentare, ai Ministri dell’Istruzione e del Lavoro, un’interpellanza urgente per costringerli a rispondere nel merito delle loro sconsiderate politiche.


Di Letizia Bosco e Ilaria Persi

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Economia, le occasioni sprecate dell’Italia


A marzo del 2000 i capi di Stato e di governo europei si riunirono a Lisbona e lanciarono la cosiddetta “strategia di Lisbona”, che doveva condurre l’economia europea a diventare la più competitiva in termini di innovazione e di conoscenza.
Da allora, periodicamente, la Commissione europea fa un’analisi del grado di avanzamento dei vari paesi rispetto agli obiettivi che erano stati fissati in quell’occasione. Ad esempio, i paesi europei avevano stabilito di raggiungere un rapporto tra investimenti, ricerca, sviluppo e Pil pari al 3%. Si erano dati l’obiettivo di un risparmio energetico pari al 20% del Pil. Avevano programmato una maggiore partecipazione al lavoro per gli uomini e le donne tra i 20 e i 64 anni, per raggiungere almeno il 75% di partecipazione. Era una serie di obiettivi che mirava a migliorare l’efficienza e la capacità innovativa dei paesi europei.
Di recente, la Commissione europea ha rilasciato i dati relativi al grado di avanzamento dei vari paesi. migliori in assoluto sono risultati l’Austria, la Danimarca, la Svezia e i Paesi bassi: tutti paesi che stanno innovando e investendo molto nelle nuove tecnologie e che stanno dedicando molta attenzione anche all’economia ambientale, quindi alla protezione dell’ambiente. I paesi ritardatari, invece, sono la Spagna, il Portogallo, la Grecia e l’Italia.
Il dato molto grave è che, su 27 Stati dell’Unione europea, l’Italia è risultata al ventiquattresimo posto. Siamo tra gli ultimi d’Europa quanto a grado di avanzamento degli obiettivi di Lisbona. Questo mancato raggiungimento delle mete fissate si associa al fatto che nel 2000 il Pil dell’Italia, a parità dei poteri d’acquisto, era superiore a quello francese e a quello britannico. Nel 2009 siamo invece finiti dietro tutti. In questo decennio siamo diventati relativamente più poveri rispetto agli altri paesi europei. Le uniche nazioni che hanno un tasso di occupazione più basso di quello italiano, in Europa, sono l’Ungheria e Malta. Siamo dunque tra i paesi che meno hanno cercato di raggiungere gli obiettivi che l’Unione europea aveva fissato a Lisbona.
Più di recente l’Europa si è data un altro obiettivo, quello chiamato Europa 2020. E’ una strategia che riprende quella di Lisbona e che vuole disegnare un’Unione europea, dopo la crisi, in grado di competere con il resto del mondo: con la Cina, l’India, la Russia, gli Usa. Quel che sarebbe necessario, ovviamente, è un programma di riforme per l’Italia capace di incidere su tutti questi aspetti - il mercato del lavoro, l’innovazione, la ricerca, l’efficienza energetica - per condurci verso un nuovo modello di sviluppo più capace di essere competitivo e di assicurare benessere ai nostri cittadini.
Purtroppo abbiamo sprecato una legislatura. In questi due anni e mezzo il governo Berlusconi non ha fatto nulla su questi temi, e ne è testimonianza la pagella negativa che ci ha dato l’Unione europea. Anche in questo momento continuiamo a discutere di questioni legate alle sorti personali di Berlusconi invece di ragionare sulle riforme economiche necessarie per farci diventare un Paese più competitivo e più ricco. Per questo motivo l’Idv chiede di voltare pagina, di chiudere con l’era di Berlusconi e di avviare al più presto una nuova stagione politica che abbia a cuore gli interessi del Paese.

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12 Novembre 2010

GOVERNO, PRESENTATA MOZIONE DI SFIDUCIA VOLUTA DA IDV


“Preso atto che il governo non ha più il compiuto sostegno dell’originaria maggioranza; considerato che la permanenza in carica dell’Esecutivo non consente di affrontare e risolvere nessuno dei gravi problemi del Paese, ai sensi dell’articolo 94 della Costituzione, esprimiamo la nostra sfiducia al Governo”.
Quattro righe, secche, senza troppi giri di parole, che vanno al cuore del problema: questo governo deve andare a casa perché è inadeguato a guidare il Paese. Questo è il testo della mozione di sfiducia che Italia dei Valori, insieme al Pd, ha presentato in Parlamento. Italia dei Valori, con questo atto formale, si è assunta la responsabilità personale e politica di mandare a casa Berlusconi.
Non abbiamo mai avuto nessun dubbio su quale fosse la strada giusta da seguire. L’abbiamo suggerita con testardaggine e determinazione agli amici democratici finché non l’abbiamo ottenuta. Non stiamo rivendicando la primogenitura di questa mozione di sfiducia, non servirebbe al Paese o a cacciare Berlusconi. Ma va dato atto a IdV di averla invocata e chiesta per prima e di aver dato battaglia nelle aule parlamentari affinché il Pd rompesse ogni indugio e non cadesse in tentazione.
Per mandare a casa Berlusconi e per batterlo serviva e serve abbandonare la linea dell’attendismo. Detto questo, siamo consapevoli e convinti, tanto quanto il Pd, che senza unità di intenti, senza un’azione comune, senza una sinergia tra i partiti dell’opposizione non si possa non solo cacciare oggi Berlusconi ma vincere domani. Ed è questo, oggi, il nostro obiettivo.
Questo governo è in agonia e va avanti, in queste ore, giocando sugli egoismi, sui tatticismi, gli interessi personali, di bottega mentre il paese sta andando a rotoli. Gianfranco Fini, leader di Fli, che tenta Umberto Bossi sussurrando che un governo senza Silvio è più facile. Bossi, leader del Carroccio, che rimarca il terreno: “si fa solo se lo decide Silvio” e poi sussurra nelle orecchie di Gianfranco: “se accettate il Berlusconi bis ci sarebbe posto per un numero maggiore di ministri Fli”.
Stanno facendo il male dell’Italia. Noi vogliamo aprire una stagione nuova. Vogliamo tornare a parlare del paese e con il paese. A confrontarci con i problemi reali dei cittadini e non con gli intrighi di palazzo o la gestione delle poltrone. Per noi la crisi politica ed economica si gestisce così, solo così si scrive la parola “futuro”: ascoltando il Paese reale, quello che non organizza festini nei palazzi, che non è attaccato alla poltrona, ma che fatica ad arrivare alla fine del mese e guarda, preoccupato, al futuro dei suoi figli.

Postato da Massimo Donadi in | Commenti (51) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

ITALIA DEI VALORI, UNA LEGGE SULLA DEMOCRAZIA PER I LAVORATORI


Italia dei Valori ha deciso di presentare una proposta di legge sulla democrazia sindacale. In quanto forza politica abbiamo la responsabilità di indicare gli strumenti che, nella condizione data, possono ricostruire l’unità dei lavoratori e la loro effettiva possibilità di partecipazione: elemento fondamentale non solo per iniziare a ripristinare una democrazia reale nei luoghi di lavoro ma anche per far funzionare meglio l’impresa e i servizi. L'unità dei lavoratori, tale da rafforzare la loro capacità di contrattazione, e l'autonomia del sindacato sono la chiave necessaria per sovvertire il paradigma di questo Governo, che ha metodicamente operato per la precarizzazione di massa con il pretesto di costruire più occasioni di lavoro ma ottenendo risultati opposti.
Proponiamo dunque una legge che imponga la misura della reale rappresentanza su base proporzionale e garantisca la legittimità degli accordi subordinandoli al voto libero e democratico dei lavoratori. Questo metodo è il solo che possa garantire il pluralismo delle posizioni sindacali, ma poi, un minuto dopo il voto, l’esito della consultazione varrà per tutti e l’intesa sarà quindi davvero esigibile da parte dell’azienda.
Il DDL ‘Norme in materia di rappresentanza sindacale nei luoghi lavoro, rappresentatività delle organizzazioni sindacali ed efficacia dei contratti collettivi di lavoro’ ha molti punti in comune con le elaborazioni già portate avanti da molti partiti, in particolare da quelli del centrosinistra, e da alcune organizzazioni sindacali. Però, accogliendo anche le indicazioni della Fiom, afferma un punto di assoluta originalità. Per recuperare il disastro creato dalle divisioni all'interno del mondo del lavoro e dall'isolamento in cui esso oggi si trova, è fondamentale che i lavoratori possano esprimersi liberamente con il voto. Ed è proprio questa la caratteristica essenziale e qualificante della nostra proposta di legge.
Questa legge, riaffermando i principi sanciti dagli art. 39, 40 e 46 della Costituzione Repubblicana, è destinata a incidere a fondo sull'attuale sistema delle relazioni sindacali in Italia. Se anche i sindacati dovranno subordinare le loro scelte alla volontà dei diretti interessati si determinerà un'innovazione radicale, senza precedenti, nelle relazioni tra gli stessi sindacati. I sindacati non ne usciranno indeboliti, ma al contrario più liberi e più uniti. Dovranno anche loro far proprio quel percorso democratico cui normalmente deve sottoporsi chiunque voglia rappresentare democraticamente qualcun altro. E questo comporterà una profonda e positiva evoluzione del sistema delle relazioni industriali. Per l’Italia dei Valori questo fronte è di assoluta importanza. Riteniamo che avviare un percorso capace di ricostruire l'unità dei lavoratori sia un investimento per la democrazia complessiva di tutto il Paese, non solo del mondo del lavoro.
La drammatica situazione economica del Paese e gli innumerevoli disastri sul piano occupazionale ci obbligano infatti a porre una questione precisa: invece di inseguire le sirene delle divisioni tra lavoratori prodotte soprattutto dal Governo e dal ministro della disoccupazione Sacconi, si può invertire la rotta e riaprire un percorso unitario? L’Italia dei Valori sta facendo la propria parte, in autonomia dai sindacati e senza interferire sul loro terreno, partendo da un presupposto chiaro e irrinunciabile: l’art. 39 della Costituzione deve trovare concreta applicazione. E' ora di voltare pagina sul piano delle relazioni sindacali.
Per l’Italia dei Valori il tema della democrazia in fabbrica è un punto dirimente per qualsiasi futura alleanza democratica di governo. Negli accordi politici e programmatici che andremo a proporre ai nostri ipotetici alleati, questo tema sarà messo tra le caratteristiche programmatiche inderogabili per partecipare alla coalizione. È l’impegno formale che intendiamo far assumere a tutti quelli che con noi vorranno costruire un serio programma di governo alternativo a Berlusconi. La costituzione va applicata dentro e fuori le fabbriche.

Postato da Maurizio Zipponi in | Commenti (16) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Bertolaso lascia con un messaggio di speranza: assicuratevi


Sono sempre i migliori che se ne vanno: ieri, 11 novembre, Bertolaso ha smesso di essere capo della Protezione Civile e sottosegretario perché è andato in pensione.
A dare il triste annuncio, il Presidente del Consiglio che, con cordoglio, da Palazzo Chigi ha detto: “E’ una perdita rilevante e importante, che sentiremo”. Poi, quasi a voler rasserenare gli animi dei più: “Stiamo cercando di trovare un modo che ci consenta di proseguire la collaborazione per continuare ad avvalerci della sua capacità superlativa”.
E allora proviamo a ripercorrere l'iter lavorativo di Guido Bertolaso:
figlio di un generale dell’aereonautica, capisce ben presto che la carriera di medico gli va stretta. Lui ama costruire squadre speciali e intervenire nelle situazioni difficili. I suoi primi passi li muove in Thailandia organizzando ospedali da campo, poi in Africa e in America Latina. I suoi biografi dicono che fosse portato in un palmo di mano da Emilio Colombo, che Andreotti gli spianò la strada della cooperazione internazionale, che Beniamino Andreatta avesse un debole per lui.
Bertolaso inizia il suo percorso con Prodi, ma deve la sua fortuna a Silvio Berlusconi. Infatti, per due volte il centro-sinistra lo mise a capo della grandi emergenze e per due volte fu costretto a lasciare l’incarico. Memorabile il suo scontro con Pecoraro Scanio, che molti ritengono all’origine dei problemi attuali di Napoli, e che lo portò nel 2007 a lasciare l’incarico di commissario per la gestione rifiuti della Campania.
Quando arrivò Berlusconi, il prefetto Gianni De Gennaro aveva istruito la pratica e avviato quel risanamento che poi Bertolaso completò. E' in questo periodo che il Capo della Protezione Civile “sfonda”dal punto di vista mediatico. I riflettori di tutte le tv lo inquadrano mentre provvede a ripulire la città sotto l'occhio vigile del Presidente del Consiglio, che effettuava le visite di controllo una volta a settimana, tra una comparsata da Noemi e l'altra si intende. Bertolaso diviene così l’interprete più autentico di quella “filosofia del fare” tanto sbandierata dal premier.
Ma le cose cambiano rapidamente. Il terremoto dell’Aquila e le polemiche per la ricostruzione le ricordiamo tutti, così come le vicende della Maddalena e il battibecco con il segretario di Stato americano Hillary Clinton dopo il terremoto di Haiti. A questo punto Bertolaso è già vicino al tracollo. Lui questo malessere lo avverte, tant' è vero che per curarsi segue la terapia del Presidente che, visto l' ottimo stato di salute, deve essere una vera panacea: si reca presso il Salaria Village, dove, pare, ragazze meravigliose sono in grado di curare ogni male. Ma la sorte gli è avversa, la situazione precipita e, come ogni buon moribondo, pensa ai posteri. Così, nel suo intervento alla Camera, parlando della tragedia che il maltempo ha provocato in Toscana e dei danni al Veneto, propone di introdurre anche da noi l'assicurazione obbligatoria contro le catastrofi. Convinto che il malato-Italia sia oramai vicino alla fine, rassegnato e con le braccia al cielo, propone insomma una polizza che tuteli chi rimane (o quel che resta).
Della straordinaria immagine mediatica non è rimasto nulla e così, mentre il governo affonda e Berlusconi si avvia all'epilogo finale, anche Bertolaso abbandona la nave.

Daniela Sgambellone

Postato da La Redazione in | Commenti (38) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

11 Novembre 2010

Libertà di informazione, l’International Press Institute incontra l’Italia dei valori


In questi giorni, Antonio Di Pietro ha partecipato a una tavola rotonda, presso la sede nazionale dell’Italia dei Valori, con alcuni delegati dell’International Press Institute, sul tema della libertà di stampa in Italia. L’obiettivo di questi osservatori è di chiarire a che punto è la libera informazione nei vari Paesi e, in particolare, di verificare l’esistenza o meno di leggi che limitano la circolazione di idee e notizie.
Di Pietro ha sottolineato che in Italia esiste un’anomalia non presente in altri Stati che determina la mancanza di pluralismo dell’informazione della quale tanto si parla, anche all’estero, e che ci ha fatto scendere al 49esimo posto nella classifica di Reporters sans frontières, al pari del Burkina Faso. Fatta eccezione per alcuni casi di fonti indipendenti, come il Fatto quotidiano e il web, i principali mass media sono di proprietà di editori impuri, di imprenditori che operano in diversi settori (edilizia, grandi opere, sanità). Tutto il flusso informativo è così viziato dagli interessi dei proprietari, i quali tendono a veicolare soltanto le notizie che possono avvantaggiare i loro affari e quelli del loro settore.
Il più grande conflitto d’interessi è ovviamente quello del nostro premier che è proprietario di ben tre reti televisive, oltre a controllare un quotidiano e un gruppo editoriale. Anche l’informazione pubblica, la Rai, non è libera e indipendente perché schiava della ripartizione di ruoli tra i vari partiti e, in questo momento storico, nelle mani di quello che dovrebbe essere il suo principale concorrente, ovvero Berlusconi.
Il leader dell’Idv ha, inoltre, spiegato ai membri dell’IPI che la proposta di legge sulle intercettazioni non ha nulla a che vedere con la tutela della privacy. Si vuole bloccare la divulgazione di notizie contenute in atti pubblici, non più coperti da segreto istruttorio, e non di atti segreti.
L’International Press Institute incontrerà anche esponenti dei mass media italiani e rappresentanti delle istituzioni pubbliche (di maggioranza e opposizione), per verificare che nel nostro Paese le leggi che regolano l’informazione siano in linea con quelle dell’Unione europea, come spiega nell’intervista Barbara Trionfi, ufficio stampa IPI.


Per la liberazione del Premio Nobel Liu Xiaobo


Nei giorni scorsi, su tutte le prime pagine dei grandi giornali, campeggiava la classifica stilata dalla rivista Forbes che, quest’anno, ha incoronato il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Hu Jintao, come la persona più potente del mondo. Un risultato che consacra, dunque, la leadership mondiale del Dragone ai danni degli Stati Uniti. Cosa si cela realmente dietro questo “salto in avanti” del paese orientale? Uno Stato (e quindi il suo Presidente) può definirsi “il più potente” quando la sua capacità d’influenza è superiore a quella di qualsiasi altro sul Pianeta. In questo senso il “miracolo economico” cinese si è potuto attuare grazie al fatto che per la Cina la politica estera è, come nel periodo maoista, strumento della politica interna. Caso esemplare è il rapporto che la potenza asiatica ha instaurato con l'Africa.
La presenza di Pechino in Africa ormai è fortissima: affamata di materie prime, ha trovato terreno fertile per i suoi affari in Paesi poverissimi e alla ricerca di mezzi finanziari. In questi contesti vi è la possibilità di riprodurre lo stesso sfruttamento della manodopera attuato in patria e, grazie a dittature corrotte, di lavorare in un mercato favorevole all’esportazione di prodotti scadenti e a basso prezzo, nonché ottenere risorse naturali rare a costi vicini allo zero. Diviene inoltre possibile offrire ingenti finanziamenti a prezzi vantaggiosi in cambio di materie prime e concessioni minerarie e far sì che gli appalti per le opere finanziate siano assegnati ad aziende cinesi.
Nei paesi del Maghreb le multinazionali cinesi la fanno da padrone nell'edilizia e nel commercio; nell’Africa dell’Est si cimentano nel commercio di armi e materie prime. Inoltre (riuscendo tra l’altro a mantenere buoni rapporti con tutti i paesi del Corno d'Africa) la Cina ha alimentato il conflitto fra Etiopia ed Eritrea attraverso la vendita di armi ed equipaggiamenti militari a entrambe le parti. Poiché il Sudan rappresenta il secondo fornitore africano di petrolio, viene difeso su tutti i forum internazionali dalle accuse di violazione dei diritti umani e di genocidio nella regione del Darfur. In Africa occidentale, invece, la strategia cinese prevede, in alcuni casi, l’annullamento dei debiti, in altri il finanziamento di ricerche minerarie e petrolifere. Ma il simbolo del nuovo colonialismo del Dragone risiede nelle vicende del Congo, dove gli schiavi del terzo millennio hanno la pelle nera e poco più di dieci anni. A Likasi, per tre dollari al giorno, s’infilano nelle viscere della terra per strappare le ultime briciole di cobalto e rame. Nessuno ne parla, nessuno conosce le migliaia di situazioni limite che la superpotenza ha creato e con cui si arricchisce: Peter Hitchens, un giornalista inglese deciso a raccontare la storia dei nuovi schiavi, è stato minacciato di morte. I cinesi stessi, a causa dei rigidi controlli censori dei media, non ne conoscono l'esistenza, e le Ong sono impotenti. Non esistono regole, tanto meno controlli, e i morti, sepolti vivi, ustionati, morti letteralmente di sfinimento, non sono censibili. Sono migliaia i nuovi inferni africani generati della fame di energia e materie prime della nazione più popolosa del pianeta. Il sistema prevede sempre la stessa regola: paghe e ricchezze generate dai nuovi investimenti torneranno a casa e, ai congolesi, ai nigeriani, agli africani tutti, resteranno sofferenza, fatica e la desolazione di un Paese spogliato delle proprie ricchezze.
Lo schema della conquista è sempre lo stesso, è il padrone che cambia. Così si diventa i più potenti del Pianeta, così si scalano le classifiche di Forbes, così ci si arricchisce a scapito delle disgrazie altrui, in barba a qualsiasi logica di fratellanza e rispetto della vita e della dignità.
La nostra Camera dei Deputati ha approvato, all’unanimità, una mozione per la liberazione del Premio Nobel Liu Xiaobo. Vedremo, adesso, se il nostro Governo continuerà a restare sordo e cieco dinanzi agli amici cinesi, nella più classica delle situazioni da realpolitik, chiudendo affari per miliardi di dollari con il gigante asiatico senza clausole né preamboli circa il rispetto dei diritti umani da parte di quel Paese.
Davanti al peso dello yuan, purtroppo, è facile dimenticare gli undici anni di carcere inferti al dissidente Liu Xiaobo, le dure repressioni del Tibet, la censura all’informazione e a internet, lo sfruttamento del lavoro nero e minorile, i mille paradossi e le mille contraddizioni civili e sociali che accompagnano l’ascesa economica del Dragone.
Qui risiede il paradosso della politica internazionale, non solo nostrana: la logica imperante sostiene la necessità di tenere buoni rapporti con i paesi esteri, soprattutto quando la mole degli investimenti pronti a riguardare le nostre imprese diventa rilevante. Con il gigante asiatico l’Italia, infatti, ha appena stretto accordi commerciali per 200 miliardi di dollari.
Nel corso della recente visita di Stato in Cina, parlando davanti al collega Hu Jintao, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha sottolineato che i passi avanti del colosso asiatico "non si misurano solo nella sfera economica". In un discorso alla Scuola centrale del Partito comunista cinese, Napolitano ha, poi, spiegato che "il cammino intrapreso dalla Cina sulla via delle riforme politiche, del rafforzamento dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, così come dell'apertura e liberalizzazione dei mercati, è di fondamentale importanza per un'armoniosa integrazione in un sistema internazionale aperto e per una piena sintonia con l'Europa".
Certo, si tratta di parole opportune e condivisibili, ma corrono il rischio di essere relegate solo all’astrattezza verbale e non tradotte anche in atti di politica estera, soprattutto quando si continuano a stipulare accordi su accordi, che, per carità, vanno benissimo per il rilancio delle eccellenze italiane.
Ma noi dell’Italia dei Valori pretendiamo di più! Pretendiamo che un’altra e più importante eccellenza italiana venga maggiormente sostenuta: essere un baluardo, una punta di diamante, nella lotta per il rispetto dei diritti umani nel mondo, sempre e non a condizione che…

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Scuola, basta con i trattamenti di favore alla privata


È vergognosa la nota pubblicata dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, in risposta alle lamentele di organi di stampa vicini alla Chiesa, sui presunti tagli alle scuole paritarie contenuti nella manovra economica attualmente in discussione. Dal Tesoro si apprende che “in riferimento alla notizia pubblicata da alcuni giornali di presunti tagli a carico delle scuole pubbliche non statali si precisa quanto segue: per prassi consolidata, negli anni il finanziamento statale alle scuole non statali (c.d. scuole paritarie) è stato sistematicamente integrato con provvedimenti ad hoc. Sarà così, è già previsto che sia così, anche sul 2011”.

Riteniamo che questo comunicato rappresenti l'ennesimo sfregio alla scuola pubblica, l’abdicazione di una prerogativa inderogabile dello Stato sociale, l’abbandono dello spirito della Costituzione, fondamento della vita pubblica italiana, che il governo Berlusconi continua a dispregiare. E oggi, dopo una lunga serie di scelte economiche dissennate e i micidiali tagli del ministro Gelmini, con questo rinnovato e corposo impegno verso le scuole private, la scuola pubblica, dopo il danno, riceve anche la beffa!

E’ vergognoso il linguaggio rassicurante con il quale il ministro si rivolge a quella parte della stampa cattolica che si lamenta, un atteggiamento che ufficializza senza pudore la presenza di interlocutori privilegiati, al punto che verrebbe da chiedersi se i milioni di cittadini che hanno protestato contro i tagli della Gelmini valgano davvero tanto meno. Ma la domanda è retorica. Tremonti e Berlusconi strizzano l’occhio alle gerarchie vaticane, cercando nel consenso cattolico - ormai lapidato dagli scandali del premier - una stampella per tirare a campare in questa legislatura. Assicurano che non mancherà il vitalizio alle scuole cattoliche, che in Italia rappresentano la stragrande maggioranze delle paritarie.

È uno smacco intollerabile. Non hanno minore dignità e diritto d’essere ascoltati i precari pubblici che protestano per le strade, le madri che nelle scuole pubbliche portano giornalmente il sapone e i rotoli della carta igienica, i bambini che si trovano ammassati in classi con 35 compagni, i ricercatori che continuano a emigrare e gli studenti che, da domani, possono dire addio al 90% delle borse di studio.

Questa per noi è la goccia che fa traboccare il vaso, perché rappresenta chiaramente una strategia politica e ideologica del nostro governo che conduce verso un'istruzione elitaria, di classe e di carattere confessionale, nel totale disinteresse dell'articolo 33 della Costituzione (“enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”).

Riteniamo che, da quando il governo ha dichiarato necessari i primi tagli previsti dalla legge 133/08, ogni singolo euro alle scuole paritarie rappresenti un insostenibile onere per lo Stato, proprio ai sensi dell'articolo 33. Riteniamo, inoltre, che lo Stato debba garantire un'istruzione pubblica laica e di qualità diffusa su tutto il territorio e capace di fornire i mezzi alle persone capaci e ai meritevoli, ai sensi degli articoli 3, 33, 34 della Carta costituzionale. Chiediamo quindi:

1) che i 250 milioni di euro che il Governo intende ripristinare alle paritarie siano immediatamente destinati alla reintegrazione dei precari della scuola pubblica;

2) la revoca dei tagli alle borse di studio e lo STOP assoluto ai finanziamenti alle paritarie prima del ripristino integrale dei tagli effettuati sin dalla 133/08;

3) la ridefinizione chiara dei metodi e delle misure di finanziamento all'istruzione pubblica e privata.


di Rudi Russo


Aderisci alla pagina facebook “SOS ART. 33 – OGNI PARIFICATO SENZA ONERI PER LO STATO!


10 Novembre 2010

Crollo Pompei, metafora dello sfascio causato dal Governo Berlusconi


Quanto accaduto a Pompei è il paradigma di questo Governo, un morto che cammina, crollato sotto il peso delle sue profonde contraddizioni, delle sue lacerazioni interne, indifferente ai veri problemi del paese e dei cittadini, all’istruzione, alla cultura, all’arte e alla tutela del patrimonio artistico del nostro paese. In politica, esiste un’etica della responsabilità, in base alla quale chi sbaglia dovrebbe dimettersi un istante dopo. Accade in tutti i paesi civili ed in tutte le democrazie compiute, dove per la verità si va a casa per molto meno. Oggi, il ministro Bondi in Aula ha respinto, con arroganza e supponenza, ogni responsabilità in merito al crollo della casa dei gladiatori, facendo ciò che riesce meglio ad una certa politica irresponsabile e abbarbicata alla poltrona, ovvero, scaricare su altri, sul maltempo, sulla cattiva gestione passata, ogni addebito. Eppure, le sue colpe sono enormi, gigantesche. Se un ministro della Repubblica italiana, non è in grado di alzare la voce e farsi sentire nei consigli dei ministri, chiedendo ed invocando a gran voce maggiori risorse per svolgere il suo mestiere, se un ministro della Repubblica italiana, non è in grado di esercitare i necessari controlli sulle persone che egli stesso ha nominato, deve fare compiere l’unico atto conseguente: andare a casa. Perché non è solo Pompei che crolla. Nell’ultimo anno, il ministro ha lasciato che crollasse una parte del soffitto della Casa di Nerone a Roma, che si sbriciolasse l’intonaco del Colosseo e che crollasse una parte della mura aureliane, senza fare nulla, senza pretendere i fondi necessari per la tutela dei beni culturali e architettonici italiani, fiore all’occhiello del nostro Paese. Per questo, noi di Italia dei Valori abbiamo chiesto che il ministro dei Mali culturali, Sandro Bondi, vada a casa. Il crollo di Pompei è solo la certificazione del disastro in cui versa l'immenso patrimonio artistico e culturale italiano. Abbiamo deciso di sostenere la mozione di sfiducia nei confronti del ministro Bondi; prima, però, si dovrà discutere quella presentata da Italia dei Valori che pende sulla testa di Calderoli, che ha mentito al Parlamento a proposito dell'abolizione del reato di associazione militare con scopi politici ed ha così permesso l'estinzione del processo di Verona a carico di 36 militanti leghisti. Un fatto gravissimo che prefigura responsabilità addirittura più gravi di quelle di Bondi. Con il sostegno del Pd la nostra mozione avrà le firme necessarie per sfiduciare l'artefice del Lodo Salva Lega. Chi sbaglia, chi mente al paese, chi imbroglia le carte per tutelare adepti della propria parte politica, chi scarica le sue responsabilità non è degno di fare il ministro e siccome, pallottoliere in mano, cominciano ad essere in tanti i ministri inadeguati in questo caravanserraglio governativo, a cominciare dal presidente del Consiglio, facciano una bella carovana e tutti insieme intraprendano il viaggio verso casa, una volta per tutte.

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FAMIGLIA: BASTA CON LE SPECULAZIONI !


Pur senza grandi aspettative ho seguito con molta attenzione la Conferenza nazionale della famiglia tenutasi a Milano. Il tema interessa particolarmente l’Italia dei Valori perché tutta la nostra politica è proiettata verso un maggior sostegno ai meno abbienti, all’uguaglianza sociale, a un sostegno reale a chi è in difficoltà.
Dico subito che per parlare di famiglia, in questa fase, la scelta imposta a Berlusconi di restare alla larga dalla Conferenza è stata la più ovvia. Non tanto per le contestazioni annunciate nei suoi confronti, ma perché non basta lanciare proclami sul ruolo centrale della famiglia nella società: bisogna sostenere quel che si dice con i fatti ed essere credibili.
E qui rilevo anche una forte criticità della Conferenza. La famiglia è un patrimonio di tutti; da destra a sinistra, tutte le forze politiche, ognuna a suo modo, hanno al centro delle proprie politiche questo tema. Avere come ospiti nella quasi totalità solo esponenti del governo e della maggioranza, significa voler orientare il dibattito in una sola direzione, con il rischio inevitabile di autoassoluzione per il mancato rispetto delle promesse di sostegno alle famiglie.
E a proposito di orientamento prevalente all'interno della Conferenza, non posso non contestare gli interventi di Giovanardi e di Sacconi, anche se rivisti e corretti in corso d'opera. Quando parliamo di famiglia, infatti, non possiamo parlare solo di quella fondata sul matrimonio: rischiamo solo di apparire ipocriti perché trascurare le unioni di fatto, che a volte funzionano meglio di quelle tradizionali, significa non guardare in faccia la realtà della nostra società.
Una società dove tutto è cambiato nel giro di pochi anni, dove quelli che erano i punti fermi e immutabili di una volta si sono invece sfaldati, disgregati. Si è fatta ancora più pesante l'emarginazione nei quartieri periferici delle grandi città, è aumentato il disagio sociale per tanti "nuovi" poveri, si sono intensificati gli episodi di violenza, di ricorso all'alcool e alla droga. E quella che per decenni è stata il punto di riferimento della società, la famiglia, è abbandonata a se stessa, non ha più trovato quelle risorse, finanziarie ma soprattutto di welfare, in grado di sostenerla e di fortificarla.
Forse Giovanardi, Sacconi e gli altri membri del Governo sono ormai tanto abituati a frequentare i palazzi del potere e le ville del piacere da non rendersi conto di come vivono gli italiani oggi. I giovani, i "bamboccioni" di Brunetta, sono obbligati a restare dentro casa ben oltre la soglia dei trent'anni semplicemente perché senza lavoro e mantenuti quindi dal reddito dei genitori o dalla pensione dei nonni. Per questo, ovviamente, non pensano nemmeno lontanamente "a metter su famiglia" limitandosi, nel migliore dei casi, a tentare di convivere finché non avvenga il miracolo del posto di lavoro fisso o, quanto meno, non precario.
Nella stragrande maggioranza delle famiglie, insomma, le condizioni di vita sono peggiorate e ogni nucleo familiare vive problemi nuovi che necessitano di adeguate risposte. Penso anche alla progressiva perdita di potere d’acquisto degli stipendi, alla precarietà del lavoro, ai disoccupati, agli anziani e ai malati. In ogni famiglia c’è almeno uno di questi casi e, nonostante le tante chiacchiere di chi ci governa, le risposte date in questi anni sono state del tutto insufficienti. Anzi, le politiche sociali hanno subito tagli pesantissimi e le risorse sono ormai ridotte al lumicino.
A Milano i rappresentanti del Governo hanno fatto molte belle promesse, destinate però a rimanere tali. Il Governo, o quel che ne resta, è preoccupato solo degli scandali privati del premier e, se proprio si muove in qualche direzione, subisce il ricatto della Lega e vara l’ennesimo pacchetto sicurezza.
Con buona pace delle famiglie in difficoltà che, ormai l'hanno capito, per riavere i servizi di un tempo possono fare in un solo modo: cacciare via questo governo e sostituirlo con un altro capace di far tornare a funzionare la scuola e la sanità pubblica, di trovare le risorse per i necessari sgravi fiscali e di mettere in piedi politiche di rilancio dell’economia che facciano crescere il nostro Paese e riducano la disoccupazione.

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9 Novembre 2010

La lotta alle mafie passa anche per “Vieni via con me”


Due anni fa, insieme ad esponenti dell’antimafia civile, scrissi una lettera pubblicata da Repubblica, significativamente titolata «Uniti nel nome di Saviano». Il passaggio centrale di quel documento collettivo era: «Forse per la prima volta, come per magia, la vita d'un uomo in pericolo per aver scritto di crimine e parlato di speranza ha fatto davvero gli italiani».
Berlusconi stava già al governo e in Italia cresceva la lotta civile di movimenti e giovani alle mafie. La questione morale, specie dopo gli assurdi intrecci alla Procura di Catanzaro, emergeva come problema principale da un Paese segnato dalla corruzione, dalla perdita del senso delle istituzioni e dai limiti, non solo formali, posti alla libertà di pensiero e di stampa.
Quasi per reazione naturale, di là da ideologie e poli, si formava una coscienza critica che, attraverso l’informazione condivisa in rete, le piazze e la letteratura di denuncia, individuava la priorità della nazione, cioè il contrasto del crimine in ogni modo organizzato. La grande novità, allora, fu che il popolo iniziò a intervenire come blocco coeso, superando il generale appiattimento della politica, spesso chiusa nei salotti della tv, e sostenendo la magistratura impegnata a difendere la Costituzione e la democrazia.
Oggi, quella stessa, ampia resistenza civile, fatta di saperi, intelligenze, tensione morale e alternativa, non è finita; anzi, ha trovato una sintesi compiuta nel monologo iniziale di Roberto Saviano alla trasmissione «Vieni via con me»; declinato a partire dalla figura di Giovanni Falcone, dalla responsabilità del magistrato e dalla lungimiranza del pool di Palermo, che comprese anzitempo l’espansione internazionale della piovra mafiosa, la necessità di tracciarne e colpirne la rete economico-finanziaria.
Falcone e Paolo Borsellino avviarono una lotta culturale alla mafia, guardando in primo luogo alle nuove generazioni. Ieri sera Saviano ha spiegato a tutti, rivolgendosi anzitutto ai più giovani, che cosa avvenne all’epoca delle stragi in Sicilia e come la politica avversò i nemici di «Cosa nostra»: mentendo, diffamandoli, delegittimandoli. Una pagina di televisione e cultura diversa, dunque, che finalmente ha posto l’accento sul valore dello Stato, delle regole, dei veri esempi, dell’utopia per la giustizia. Questo in un contesto patologico, di totale sovversione dei princìpi, determinato dai metodi, dai costumi, dai servitori, dai mezzi, dai soldi e dai vizi del primo ministro.

Postato da Sonia Alfano in | Commenti (22) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Lettera aperta agli italiani all’estero


Cari concittadini all’estero,
la storia di questi anni ci ha insegnato a nostre spese purtroppo, che questa avventura dal voto in poi è stata una strada sempre in salita.
I governi che si sono succeduti, non hanno saputo o voluto prendere in considerazione che le istanze degli italiani all’estero andavano accolte in toto. Non hanno saputo o voluto, cioè, avvicinarsi al patrimonio umano, culturale ed economico che la nostra gente rappresenta all’estero. Quindi, i nostri dubbi e le nostre considerazioni non possono che partire da presupposti nuovi. Sarebbe auspicabile che noi, noi tutti, facessimo un po’ di autocritica oltre che accusare sempre ed incondizionatamente il governante di turno. Sarebbe questo un segno forte, una lezione da impartire ai Palazzi che contano dimostrando che l’umanità, l’italianità all’estero, non è una merce, non può essere considerata una cosa né se ne può prescindere.
Le nostre comunità organizzate in Comites devono trovare lo spirito innovatore che le imponga all’attenzione dei governi in Italia; e per fare questo tocca a loro introdurre, dall’interno, il rinnovamento della classe dirigente a partire dai Presidenti.
Diamo spazio e fiducia ai nostri giovani e coinvolgiamoli a rappresentarci in Italia. Chiediamo loro di intervenire e di prendere in mano le sorti future degli italiani fuori confine.
L’autocritica che abbiamo il dovere di fare per essere credibili, è quella di trovare i mali al nostro interno. Sappiamo tutti quante aspettative e quante speranze ognuno di noi ha per emergere, per “vendicarsi” di una vita passata da emigrante, da straniero dimenticato nelle file degli uffici e davanti alle porte chiuse. Ma è giunta l’ora di dare spazio alla freschezza dei nostri giovani, affinché possano condurre i loro padri e nonni attraverso percorsi freschi con idee e prospettive allettanti per i governi di Roma e se vi sono strade che conducono ai vertici, facciamole percorrere a loro che hanno tutta la vita davanti.
La vera rappresentatività italiana all’estero, sono i deputai eletti voce dei Comites. Non lasciamoci ingannare dalla demagogia della famosa e chiamata in ballo continuamente “rappresentanza” del GCIE. Chi dice queste cose è interessato e basta. Non sa di cosa parla, non ha la minima idea di cosa significhi rappresentanza e se ce l’ha la ignora per dare spazio alla demagogia. Noi all’estero sappiamo solo che chi “bazzica” nel CGIE fa parte di un substrato importante della sottocultura politica di cui in nostro paese è pervaso. Chi naviga in queste acque lo fa per portare in porto la propria barca ad un attracco sicuro. Il problema invece è che il CGIE costa una montagna di denaro pubblico, spesso sperperato in convegni inutili. CGIE = sperpero di risorse alla faccia delle indigenze, dei bisogni degli italiani che se la passano male sia in Europa, sia nelle americhe. Sarà mia iniziativa raccogliere firme, tra le comunità italiane in tutto il mondo, affinché venga chiesto che il CGIE sia definitivamente chiuso per manifesta incapacità a rappresentare chicchessia.
L’Italia dei Valori ha posto una importante questione che per il futuro sarà un comandamento da rispettare ed una promessa da mantenere: salvare la lingua e la cultura italiana nel mondo ivi compresa l’informazione e la stampa italiana all’estero. Posso promettere che, in qualità di responsabile per l’Italia dei Valori nel mondo, sono in grado di garantire che mi impegnerò già da subito ad assicurare l’assoluto coinvolgimento di tutto il partito, qualora avesse l’opportunità di governare, di aprire un varco nelle chiusure di questi anni nei riguardi degli italiani all’estero.
Sappiate che nel mio cuore sono stipati gelosamente tutti i fatti che ci riguardano, per ogni giorno passato all’estero. Tutte le mortificazioni, i sacrifici, i pianti e la disperazione che a volte oscuravano ogni speranza per il futuro.
Sappiate che voi rappresentate una forza di notevole caratura. Siete inattaccabili in quanto a principi e coraggio. Da voi deve sortire l’impulso dirompente, la pretesa della continuazione, della parità dei diritti con gli italiani in Italia. A voi spetta decidere del vostro destino senza mediatori inutili e costosi come quelli del CGIE che dicono di essere vostri rappresentanti mentre sono solo i rappresentanti di loro stessi.
Nella borsa del “Piano di rilancio dell’Italia dei Valori nel mondo” ho messo alcune cose fondamentali che mi aiuteranno ad ascoltare la voce dei Comites e dei loro referenti, proposte che confido di realizzare con l’onestà degli intenti, il sudore della fronte, la forza e l’orgoglio di essere italiani nonostante tutto.

Un fortissimo abbraccio, Antonio Razzi


8 Novembre 2010

Governo illegittimo e illegale, mandiamolo a casa


Il tatticismo di Berlusconi e Fini è intollerabile, però da ieri una cosa è chiara: questo governo è morto, non c’è più. Non solo Fini ha recitato il de profundis dell’esecutivo e della maggioranza, ma è andato oltre, demolendo punto per punto gli ultimi tre anni di Berlusconi. Sono stati, come abbiamo sempre detto, anni buttati via. Abbiamo il diritto e il dovere di dire basta, non se ne può più. Questo è diventato un governo illegittimo e illegale perché non risolve i problemi dei precari, dei giovani, degli operai, delle imprese e delle famiglie. Mandiamoli tutti a casa. Ogni luogo, ogni forma, ogni occasione è quella buona per protestare contro questo governo di “morti che camminano”. Oggi alle 17 c’è una prima occasione: andiamo davanti ai palazzi del potere, alle prefetture, al Parlamento e gridiamo che l’Italia non ne può più, è stanca, ha bisogno di qualcosa di meglio, ha bisogno di governanti che siano costruttori di speranze per il futuro del Paese.

Postato da Massimo Donadi in | Commenti (49) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

TAGLI DI FONDI ALLE SCUOLE PUBBLICHE E SOLDI A QUELLE PRIVATE?


Nell’emendamento alla “Legge di stabilità” (così si chiama ora la Legge finanziaria) che il governo varerà la prossima settimana, dopo essere stato battuto giovedì in commissione, potrebbero anche esservi 250 milioni di euro per le scuole paritarie private, secondo le promesse fatte recentemente dal Ministro Tremonti.
Se così fosse saremmo di fronte al tradimento del dettato costituzionale, tenuto conto che l’art.33 della Costituzione prevede che spetta alla Repubblica istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi e che enti e privati hanno il diritto di istituire anch’essi scuole e istituti di educazione ma “senza oneri per lo Stato”. Una interpretazione “elastica” della norma ha reso possibile l’intervento finanziario dello Stato alle scuole paritarie, intervento che nell’ultimo decennio si è aggirato all’incirca su 500 milioni di euro all’anno. In linea di principio Italia dei Valori ritiene che tra le funzioni primarie dello Stato vi debba essere quella di garantire un sistema di formazione ampio ed articolato e presente su tutto il territorio nazionale. Con la piena effettività del diritto allo studio, specie per i più bisognosi, in applicazione all’articolo 34 della Costituzione, secondo cui “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.
Un partito, come Idv, che si definisce post-ideologico, sempre in linea di principio, non preclude la possibilità che a fianco del sistema pubblico esista anche un sistema privato di formazione, secondo il principio di sussidiarietà. Con questo spirito in una nostra mozione discussa alla Camera lo scorso mese di maggio abbiamo impegnato il governo ad “intervenire per garantire l’efficienza scolastica a tutti i livelli ed il ruolo di aggregazione sociale e civile svolto dal sistema formativo italiano ed a sostenere lo sviluppo dell’iniziativa privata nel settore formativo”. Italia dei Valori ha ben chiaro tuttavia che la priorità deve essere il sistema pubblico, rispetto al quale quello privato può solo svolgere un ruolo sussidiario. Detto in altri termini ciò significa: i fondi dello Stato devono in primo luogo garantire un efficiente funzionamento del sistema formativo pubblico e solo dopo possono essere destinati a sostenere quello privato.
Ora è di tutta evidenza che in un momento in cui il governo procede a tagli apocalittici all’istruzione pubblica (oltre 123 milioni di euro per l’istruzione prescolastica, circa 780 milioni per quella primaria, più di 208 per la secondaria di primo grado e 841,6 milioni di euro per quella di secondo grado, in tutto quasi 2 miliardi di euro), vadano di pari passo tagliati anche a quella privata. Se a ciò aggiungiamo il taglio del 90% delle borse di studio (da 246 milioni di euro dello scorso anno a 25,7 del 2011) ci rendiamo conto della insostenibilità della situazione. In proporzione i fondi destinati alle scuole private avevano subito una decurtazione meno pesante (253 milioni di euro su 534). L’idea che ora possano essere integralmente reintegrati ci sembra inaccettabile. Prima si ripristini il diritto allo studio nella scuola statale e dopo, eventualmente, si sostenga quella privata!

Postato da Antonio Borghesi in | Commenti (31) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

7 Novembre 2010

Al Sanremo di Mazzi, Bella ciao e Govinezza


Mancava soltanto il richiamo a Giovinezza per rendere più somigliante il populismo autoritario di Silvio Berlusconi al regime fascista che quella canzone, nata in Toscana tra gli universitari negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, aveva trasformato, subito dopo la conquista del potere da parte di Mussolini e delle sue squadre di mazzieri, nell’inno della dittatura ossessionata dal giovanilismo.

E non a caso - potremmo dire - ha pensato il direttore artistico del Festival di Sanremo, Gianmarco Mazzi, a evocare l’inno e a pensare addirittura di metterlo nella serata storica del festival per i centocinquant’anni dell’unità italiana, il 17 febbraio, per giunta insieme con la canzone delle mondine Bella ciao adottata dai partigiani nella guerra di Liberazione.
Non ha torto il signor Mazzi a evocare lo scenario grottesco del regime anche perchè ogni tanto lo stesso Berlusconi è sorpreso a citare frasi e modi di dire che erano del dittatore romagnolo come quando ha detto, alcune settimane fa, citando i diari apocrifi di Mussolini, spacciati dal consocio Dell’Utri e ormai in via di pubblicazione: “Dicono di me che sono un dittatore ma il vero potere ce l’hanno i miei gerarchi. Quello che io posso è dire al mio cavallo di andare a destra o a sinistra.”

Ma è davvero incredibile che in questo paese la storia tenda a ripetersi con così piccoli cambiamenti. Certo Berlusconi - secondo i giornali di tutto il mondo - sta attraversando l’ultima fase del suo ciclo e si avvia in maniera ormai ineluttabile verso il tramonto ma atti gratuiti di servilismo come quelli del direttore di Sanremo indicano l’atmosfera sempre più torbida del tempo che passa e le idee balzane che vengono a chi non conosce la nostra storia.
A meno che si concepisca la storia come il seguito indistinto di parole e avvenimenti che non si distinguono tra loro e segnano soltanto il tempo come pedine equivalenti di un cammino che non registra sbalzi né mutamenti di rilievo.

In un’Italia ancora ricca dei suoi mali storici e che, in questi ultimi anni, li ha visti crescere pericolosamente, dal clientelismo all’arretratezza civile e al trasformismo, dalle mafie fiorenti al culto crescente del capo, non si capisce in nessun modo l’intento di far eseguire l’una dopo l’altra, (come se potessero stare sullo stesso piano) Bella ciao e Giovinezza.
Insieme la canzone della lotta per la libertà e quella dell’oppressione fascista: ma questo è il ritratto di chi non sa riconoscere tra la luce e le tenebre, tra i momenti di riscatto e quelli di soggezione e di schiavitù del nostro popolo.

Non sarebbe allora il caso di chiedere alle vittime ancora in vita, o a quelli che sono venuti dopo ma conoscono il passato dei loro cari, se vivere durante la dittatura equivalga alla democrazia che è venuta dopo la seconda guerra mondiale al prezzo di lutti e di sofferenze che non si possono dimenticare?

Giriamo la domanda a Gianni Morandi e a tutti quelli che dividono con il signor Mazzi la responsabilità del Festival del 2011, quello che dovrebbe ricordare i centocinquant’anni della nostra storia.

Postato da Nicola Tranfaglia in | Commenti (16) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

GOVERNO TECNICO? OGGI SERVE SOLO A SILVIO


L’idea di un governo tecnico non ci ha mai fatto impazzire. Lo ritenevamo, almeno fino ad oggi, il minore dei mali, necessario nel momento in cui non si riusciva a spezzare il sistema di potere di Berlusconi. Eravamo in una lotta di trincea dove Berlusconi se l’era sempre sfangata.
Nelle ultime due settimane, però, tutto è cambiato. I fallimenti, politici ed economici, di questo governo sono venuti fuori, alla luce del sole. Dai rifiuti che sono tornati a riempire Napoli e la Campania alla mortificazione di Alitalia, passando per il terremoto dell’Aquila, il fallimento di questo governo è totale e drammatico e soprattutto impossibile da nascondere, come l’immondizia.
A questo, si aggiunga l’abisso morale in cui è precipitato il presidente del Consiglio, lo squallore di dover vedere trasformati in “bordello di Stato” i palazzi della presidenza del Consiglio, teatro di un via vai incessante di prostitute, portate su e giù a vagonate da poliziotti e carabinieri per i trastulli del sultano. Tutti i nodi sono venuti al pettine. Ebbene, di fronte a tutto questo, abbiamo il dovere di fermarci un istante e riflettere se la strategia che avevamo fino ad oggi pensato sia ancora la più efficace per battere Berlusconi. Io non credo.
Berlusconi non sarà mai più debole di quanto lo è oggi. Mai più la sua politica apparirà fallimentare agli occhi degli italiani come appare oggi. Mai più le sue parole risuoneranno come vane promesse quanto risuonano oggi. La scelta di fondo tra elezioni subito o governo tecnico sta tutta qui. Tra il fare una campagna elettorale oggi tutta incentrata sull’abisso morale ed umano del premier, sull’immagine di un uomo malato, debole e ricattato, di una maggioranza deflagrata, di un governo incapace ormai di tutto, se è vero che giovedì è finito in minoranza al primo voto sulla Finanziaria, oppure fare una campagna elettorale tra otto o nove mesi, dandogli tutto il tempo di far dimenticare quanto accaduto in questi tre anni e consentendogli di impostare tutta la campagna elettorale sulla presunta illegalità e antidemocraticità del governo tecnico.
Lo faremo giocare proprio sul suo campo, anche perché, diciamocelo con chiarezza, non è che il governo tecnico in cinque o sei mesi potrà fare nulla al di là della legge elettorale. Quanto a quest’ultima, che noi vogliamo davvero cambiare, per tornare a quella precedente, che era migliore e basata sui collegi uninominali, basterebbe una settimana in parlamento. La proposta, infatti, c’è già e consta di un solo articolo e ci sarebbe tutto il tempo di approvarla prima che vengano sciolte le camere. Credo che tutte le opposizioni dovrebbero iniziare una seria riflessione su questo, a partire dai lettori di questo blog.

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6 Novembre 2010

Sicilia, nessuna alleanza con il PD che sostiene il Governo Lombardo


La questione morale da anni è denunciata da Italia dei Valori ed è, adesso, esplosa in tutta la sua drammatica gravità in Sicilia, dentro le istituzioni di governo e dentro l'organo parlamentare.
Undici deputati regionali indagati per reati gravissimi e anche per mafia, un deputato arrestato in questi giorni e altri per i quali si è ipotizzata la necessità di misure cautelari; il Presidente della Regione indagato per mafia e con lui il fratello, parlamentare nazionale ed esponente di spicco dello stesso partito.
Ma non è di questi processi penali che intendo qui richiamare la pur necessaria attenzione.
Sarà la magistratura ad accertare se nei comportamenti e nelle frequentazioni degli indagati, rinviati a giudizio ed arrestati, si configurano gli estremi di reato.
Ciò che da anni Italia dei Valori denuncia in Sicilia è il sistema di clientele, scambio elettorale e frequentazioni, di giorno e in piena notte, con esponenti di spicco e boss mafiosi del precedente Presidente della Regione, Salvatore Cuffaro e anche dell'attuale, Raffaele Lombardo.
Due anni fa nel corso delle elezioni per la Presidenza della Regione Siciliana, ho tenuto decine di comizi, sostenendo che Lombardo era un “Cuffaro senza cannoli”: lo stesso sistema di potere affaristico-clientelare, senza però alcuni atteggiamenti grotteschi folkloristici (espressi dai cannoli, dolci con i quali Salvatore Cuffaro aveva “festeggiato” la sua condanna per favoreggiamento di mafiosi!), atteggiamenti che caratterizzavano il suo predecessore, allora indagato e poi condannato anche in appello per reati gravissimi.
Ma ancora una volta, qui non voglio ulteriormente parlare di Cuffaro, che – travolto dalla indignazione dell'opinione pubblica e da una opposizione intransigente, in prima linea, di IdV – è stato costretto finalmente a dimettersi, né di Raffaele Lombardo, eletto nel 2008 Presidente della Regione, con il determinante sostegno di Cuffaro e, a quanto risulta allo stato attuale delle investigazioni, con i voti dei boss.
Anche Lombardo dovrebbe, a prescindere dagli esiti processuali, dimettersi.
La sen. Anna Finocchiaro – va ricordato qui – in molti comizi insieme a me e in tutti quelli da sola, ha ripetuto la mia definizione di Lombardo quale “Cuffaro senza cannoli“, giungendo ad affermare “essere Lombardo e il suo sistema di potere persino peggiore di Cuffaro e del suo sistema di potere”.
Oggi, il sistema affaristico e clientelare, lo scambio elettorale e le frequentazioni, anche notturne, di mafiosi dell'attuale Presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo, appaiono confermati dalle acquisizioni in corso.
Siamo in presenza di fatti penalmente rilevanti? Di reati? Spetta ai magistrati fornire risposte definitive.
Una cosa è certa: quel sistema è eticamente e politicamente incompatibile con la permanenza in carica come Presidente di Lombardo, ed è condanna gravissima nei confronti del Partito Democratico.
Quel PD che con i suoi deputati regionali garantisce, in misura essenziale e determinante, la maggioranza e la fiducia al governo Lombardo, ed è lo stesso rappresentato in Giunta regionale da suoi esponenti e dirigenti storici “travestiti “ da tecnici, come peraltro sono “travestiti“ da tecnici tutti gli altri assessori regionali targati MPA, UDC, PdL.
Sì, il PD è determinante per la permanenza in carica del governo Lombardo insieme con PdL, UDC e MPA!
Alcuni mesi fa, dopo più di un anno dalla elezione di Lombardo e dalla fresca sconfitta della candidata alternativa Anna Finocchiaro, il Partito Democratico e la stessa Finocchiaro hanno sostenuto l’ipotesi di un “governo tecnico”, che nelle ultime settimane si è palesato come un governo di coalizione, con i partiti già indicati e senza limiti di durata e di obiettivi.
E' una autentica vergogna che il PD tradisca i suoi elettori e quelli della coalizione di centro sinistra, e dia copertura a clientele, affari, scambi di voti e frequentazioni indecenti.
I deputati Lumia, Cracolici e, purtroppo, anche Anna Finocchiaro assumono sulla stampa e in dichiarazioni ufficiali il ruolo di garanti. Garanti di che? Di quell'impresentabile sistema di potere e relazioni?
Bersani intervenga se vuole evitare che il suo partito, a partire dalla Sicilia, venga rottamato, ridotto ad essere nell'Isola una sottocorrente del sistema di potere di Lombardo.
Italia dei Valori notifica formalmente che, se non cesserà immediatamente il sostegno al governo Lombardo, a partire dalle prossime elezioni amministrative in Sicilia e anche dalle comunali di Palermo, non accetterà alcuna coalizione con il Partito Democratico.
Tradisca pure il PD - insensatamente, per logiche di inciucio - i suoi elettori che, siamo certi, sapranno punire questa impresentabile operazione.

Postato da Leoluca Orlando in | Commenti (136) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Nelle piazze di Roma e del Lazio per le rinnovabili


In questo fine settimana saremo in numerose piazze di Roma e del Lazio per la raccolta firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.
Dopo la nostra mobilitazione per il referendum contro il ritorno al nucleare, dunque, confermiamo la nostra vocazione di partito che non dice solo di no, ma avanza proposte alternative sui grandi temi. Mentre il governo va avanti con la scellerata politica del nucleare, noi pensiamo al futuro dei nostri giovani e a quello dell’ambiente.
Sull’energia, infatti, da sempre siamo grandi sostenitori della possibilità di sviluppare il ricorso alle rinnovabili, fino a raggiungere il 100% del nostro fabbisogno. Questa proposta di legge prevede un Piano energetico ambientale nazionale coerente, che obblighi anche il governo a presentare ogni anno un rapporto al Parlamento sull’attuazione, oltre a una netta distinzione tra fonti rinnovabili sostenibili e non sostenibili che potranno accedere agli incentivi.
La legge prevede ancora meno burocrazia per gli impianti solari termici e fotovoltaici di piccola taglia installati sui tetti che, in assenza di vincoli, saranno autorizzati con una semplice comunicazione al Comune di appartenenza.
Tra le altre novità del progetto legislativo, infine, la razionalizzazione dei trasporti con la riduzione della domanda di mobilità automobilistica attraverso una pianificazione urbana integrata e moderna, assegnando la precedenza al trasporto pubblico elettrico e su ferro e alla mobilità pedonale e ciclistica. Fra gli interventi: chiusura al traffico di zone sempre più ampie dei centri urbani e incentivazione di mezzi di trasporto a emissioni zero.
Dopo la grande mobilitazione per il referendum, dunque, vi aspettiamo nelle piazze della Regione Lazio e di tutta Italia perché la vostra firma è fondamentale. Solo così cominceremo a gettare le basi per un Paese nuovo, pulito in tutti i sensi.

Postato da Vincenzo Maruccio in | Commenti (44) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

5 Novembre 2010

VENGO ANCH’IO? NO TU NO!


Alla fine i nodi vengono al pettine, anche per il sultano d’occidente Silvio Berlusconi.

Il governo ha organizzato a Milano la Conferenza Nazionale della Famiglia che si svolgerà dall’8 al 10 novembre. I punti all’ordine del giorno sono certamente importanti, ma in realtà l’appuntamento è stato concepito come l’ennesima passerella in cui lanciare promesse roboanti che non verranno mai realizzate.

Peccato che a scompaginare ogni piano sia giunta come un fulmine a ciel sereno la dichiarazione del Forum delle famiglie, l’organizzazione che riunisce le tante associazioni del settore. Il presidente del forum ha mandato a dire al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che la sua presenza alla Conferenza non sarebbe opportuna, ma anzi sarebbe imbarazzante, perché rischierebbe di spostare l’attenzione su altre questioni. Il riferimento alle vicende della vita privata del premier è palese.


Il fatto che gli stessi che organizzarono il famoso Family Day del 2007 e che in questi anni sono stati tra i principali sostenitori del premier, ora gli voltino le spalle in maniera clamorosa dimostra l’ampiezza dell’isolamento e della crisi di questo governo giunto ormai al capolinea.


Poiché non sono una ipocrita, come è capitato altre volte in passato, anche in questa occasione non condivido pienamente la posizione espressa dal forum delle famiglie.


Che Silvio Berlusconi produca sulle famiglie italiane lo stesso effetto che la kriptonite produce su Superman non c’è dubbio. Ma prima che per i suoi comportamenti privati, che una volta divenuti pubblici possono legittimamente essere sottoposti ad un giudizio etico e morale, il premier doveva essere invitato ad astenersi dal partecipare alla Conferenza sulla famiglia per le politiche realizzate dal suo governo.


Delle tante roboanti promesse lanciate in quel lontano family day, nessuna è stata realizzata in questi anni di governo. Sono state invece costantemente e consistentemente tagliate risorse alle politiche della famiglia, come dimostra anche l’ultima finanziaria attualmente all’esame della Camera.


Consentire a Silvio Berlusconi di salire sul palco della conferenza per sfoderare l’ennesimo sorriso magico ( che negli ultimi tempi ricorda sempre più quello degli alligatori dei cartoni della Disney), e lanciare altre vuote promesse sarebbe una colossale inaccettabile presa in giro per le famiglie italiane sulla base delle politiche non realizzate in questi anni.

Postato da Silvana Mura in | Commenti (39) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

L’Aquila, i conti sul Progetto C.A.S.E. non tornano


Se la matematica non è un’opinione, o gli alloggi del Progetto C.A.S.E. sono costati il 30% in più di quello che dichiara la Protezione Civile, o non si ritrovano i 350milioni di euro donati dall’Unione Europea e destinati al progetto.
Il 7 ottobre Bertolaso ha dichiarato in Senato che la spesa complessiva per il Progetto C.A.S.E. alla “data odierna” (con i lavori ultimati da quasi 9 mesi) é stata di circa 809milioni di euro; la stessa cifra dichiarata sul sito della Protezione Civile.
809 milioni per 4.449 alloggi, vuol dire 182mila euro per ogni unità abitativa di circa 60 mq.
Il problema é che se anche la spesa finale – milione di euro in più o milione di euro in meno – dovesse risultare di 820milioni, comunque non si capirebbe che fine hanno fatto i 350 milioni donati dall’Unione Europea per la realizzazione del Progetto C.A.S.E.
Di questi 820milioni, infatti, 700 sono stati presi dallo stanziamento statale operato sul “decreto Abruzzo” e circa 40 dai proventi delle donazioni, mentre il residuo di circa 80milioni di euro dovrebbe essere stato prelevato dai 350 donati dall’Unione Europea.
E gli altri 270milioni che fine hanno fatto?
O sono finiti altrove (ed in tal caso qualcuno dovrà dire dove) o sono serviti a coprire costi del Progetto C.A.S.E. non resi pubblici dalla Protezione Civile (ed in tal caso qualcuno dovrà dire perché); maggiori costi che in tale seconda eventualità eleverebbero la spesa per la realizzazione di ciascun alloggio di 60 mq. a circa 250mila euro.
Una somma che, messa direttamente in tasca ad ognuna delle circa 7.000 famiglie aquilane che occupano gli alloggi del Progetto C.A.S.E. ed aggiunta alle somme che lo Stato dovrà comunque erogare alle famiglie per riparare le loro abitazioni dai danni del terremoto, avrebbe reso ricca per sempre un’intera Città.
Una città che è, invece, molto più povera (e più brutta) di prima, quando oltre un miliardo di euro è stato già speso. Questo si che è stato un vero “miracolo italiano”!

Postato da Carlo Costantini in | Commenti (34) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

4 Novembre 2010

Dal dopoguerra ad oggi, i mali cronici del nostro Paese


Nel 1949 il giornalista Giovanni De Maria scriveva: “Il livello della disoccupazione in Italia è il più elevato del mondo. Per quanto non esistano statistiche precise, si sa in via di massima che alla metà del 1948 i disoccupati erano 2 milioni 283 mila, comprese 720 mila donne. Negli altri paesi, la disoccupazione è in grandezza assoluta ben minore”, e riportava le conclusioni di un Congresso che indicava tra le cause, “l'eccesso di popolazione in rapporto agli altri fattori produttivi, l'insufficiente incremento della produzione, le limitazioni al movimento dei beni, dei capitali e delle persone”. Tra i rimedi proposti per combatterla, “la necessità di favorire l'afflusso dei capitali stranieri e del risparmio nazionale alle imprese; necessità delle trasformazioni fondiarie, dello sviluppo degli scambi internazionali e delle migrazioni; necessità di sollevare le aree depresse con un'acconcia politica fiscale e creditizia, con i lavori pubblici. Comunque – sottolineava De Maria -, nei presenti al Congresso è rimasta l’impressione che poco si sia fatto per curare la disoccupazione e la sensazione è quella che nelle alte cerchie governative siano in troppi perché si possa decidere con coerenza e siano troppe le volte che i problemi vengano accantonati per timore di portare apertamente alla ribalta pubblica gli inevitabili contrasti…”
Questo nel 1949. Il 28 Ottobre 2010 il Governatore della Banca d’Italia Draghi afferma: “Il problema «centrale» per lo sviluppo in Italia, che quest’anno e il prossimo non si allontanerà da una crescita dell’1%, resta la disoccupazione: genera «diffusa incertezza sul futuro», con i redditi reali al palo e i consumi che «ristagnano». Fra il secondo trimestre del 2008 e il quarto del 2009 si sono persi 560.000 occupati che la «debole ripresa» di quest’anno (+40.000) non riesce a riassorbire”.
Draghi lancia un allarme: il Paese è fermo da quasi 10 anni.
La domanda ora è : Quale eredità ci stanno lasciando i nostri governatori?
Purtroppo questi due articoli disegnano i tratti di un Paese che in due momenti storici profondamente diversi, continuano a perseverare nel perseguimento di scelte sbagliate o quantomeno discutibili.
L’Italia si distinse negativamente anche per la gestione dei fondi del Piano Marshall, che venne duramente criticato dagli Stati Uniti stessi "per gli sprechi che il Governo ne sta facendo". Il rapporto Hoffman parla di scelte scellerate e cattivo impiego delle risorse messe a disposizione: "Rivoli di denaro che vanno in tasca ai boiari".
In sostanza i problemi del nostro Paese non sono cambiati molto dal 1949:
1) il clientelismo rimane ancora un tratto distintivo del nostro Paese che continua a servirsene con modalità' nemmeno troppo diverse;
2) la disoccupazione rimane il problema principale che oggi come allora dimostra l'incapacità e l'impossibilita del sistema produttivo di assorbire in modo adeguato i lavoratori a disposizione;
3) siamo di fronte ad incapacità' e/o scarsa volontà dello Stato di investire nell'innovazione e nella ricerca per garantire una possibilità concorrenziale al nostro Paese;
4) vi è il ritorno a una tendenza che porta a favorire gli interessi dei grandi gruppi industriali ai quali vengono dati pieno appoggio da parte del governo a discapito di una contrattazione sindacale che si avvia alla fine;
5) gli stipendi sono sempre più bassi a fronte di grandi profitti, che ci riportano verso un divario sociale in cui la classe media tende a sparire;
6) vi è una ripresa dell’immigrazione che coinvolge non solo il sud ma i giovani in maniera pressoché omogenea di tutto il Paese verso l'estero.
La riflessione che nasce spontanea è quella che mi porta a chiedere se questa situazione sia vittima di una crisi che ha riacceso quel retaggio culturale che ha fatto tanta parte della storia del nostro Paese fino alla seconda Repubblica, facendoci retrocedere in un passato cupo, o se la crisi abbia colpito una Nazione che economicamente era ferma da 10 anni, ma culturalmente e socialmente non era mai cambiata.
Dal 2000 ad oggi, infatti, la caduta è stata inesorabile. Per 8 anni su 10, ha governato una forza politica di centro destra che, con la sua ingordigia, è riuscita a far andare a rotoli una grande parte onesta del Paese, a favore di quella protetta e corrotta che al contrario ha guadagnato potere e autonomia. Una “casta” abile nell’emanare leggi ad personam che andassero bene, appunto, solo ad una ristretta cerchia di cittadini.

Postato da Maruska Piredda in | Commenti (43) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

BRASILE, DILMA VANA ROUSSEFF PRIMO PREMIER DONNA DEL PAESE


Il Brasile elegge per la prima volta un Premier donna. Quest'elezione rappresenta un primo colpo ferale al noto "machismo" latino-americano e lascia spazio ad una riflessione su come i modelli economico e di welfare latino-americani abbiano potuto incidere sulla rappresentanza politica al femminile.
In Paesi come quelli dell'America latina una donna al potere rappresenta un vero e proprio cambio di passo, cosa che non può essere codificata allo stesso modo in un Paese europeo come la Svezia, dove la donna in politica non simboleggia una trasformazione del modo di fare politica e di guardare alla politica. In America latina il fattore "D" come donna in politica incarna una vera e propria rivoluzione copernicana, perché materializza un nuovo modello di relazione tra uomo e donna, conferisce uno status diverso alla donna che non è più relegata al ruolo di padrona del focolare domestico, tanto caro a popolazioni cultrici della famiglia, e assegna alla donna una voce fuori dal coro.
Rousseff ama parafrasare Obama nel suo "Yes, we can" con il suo "Sì, la donna può" e, in effetti, Rousseff ha dimostrato che volere è potere, soprattutto in politica.
L'Europa, invece di interrogarsi sulla vittoria di Rousseff, sembra stupita, incredula. Il Vecchio continente non tiene conto del fatto che il Brasile, uno dei tre Paesi emergenti BIC (Brasile, India, Cina) abbia saputo interpretare, oltre ai trend economici positivi, anche le istanze di profondo rinnovamento sociale e culturale della sua popolazione. L'elezione di una donna a Premier non può che incarnare la necessità di un'esigenza profonda di cambiamento dei modelli sociali e culturali che fino a pochi mesi fa non conferivano dignità e valore alla donna e le negavano altri possibili ruoli nella società. Oggi in Brasile essere donna non significa solo essere madre o danzatrice al Carnevale di Rio come nell'immaginario collettivo, ma significa essere al centro di un processo politico, economico, culturale e sociale.
Il Brasile ha raccolto una sfida di cambiamento di fronte alla quale l'Europa non può rimanere a guardare passivamente, sperando in una fantomatica emulazione oltreoceano. A questa riflessione se ne aggiunge un'altra: l'Europa non può ambire ad un Premier donna a tutti i costi, ricorrendo a dubbi criteri di selezione della classe politica. Le donne "grechine", come le definirebbe Lorella Zanardo, le donne oggetto, le donne come elementi decorativi, "riempispazio" in politica non vanno in direzione della svolta culturale che il Brasile ha intrapreso. Le parole chiave per una vera rappresentanza politica al femminile sono competenza, rigore e spirito d'innovazione. Adelante con Rousseff!


3 Novembre 2010

Fini: cosa aspetti a staccare la spina?


Dobbiamo staccare la spina al governo Berlusconi, è la condizione indispensabile per riportare il nostro Paese a una situazione di normalità e democrazia. Noi dell’Italia dei Valori lo diciamo dal primo giorno, dalla manifestazione di piazza Navona del 2008, dopo la vittoria di Berlusconi. Abbiamo aperto gli occhi ai cittadini sul fatto che questo signore si è messo in politica per coprire tutto ciò che ha commesso come imprenditore e privato. Oggi, i fatti, purtroppo, ci stanno dando ragione, ma la ragione è dei fessi se non si passa all’azione.

È, dunque, prioritario, per ridare al Paese un governo, un Parlamento e delle istituzioni che si occupino dei cittadini, liberare Palazzo Chigi da un personaggio che si è appropriato della democrazia per sistemare i propri affari. Come possiamo fare? Nell’unico modo democratico: sfiduciarlo in Parlamento, trovare una maggioranza parlamentare che sia disposta a dire “basta” e a mandarlo a casa. Come si può creare questa maggioranza parlamentare? Trasformando, come si dice, anche la domenica in giorni feriali.

Mi rivolgo direttamente a Gianfranco Fini: è dal tuo intervento a Mirabello che stai dicendo che a Palazzo Chigi c’è una questione morale grande quanto una casa. Perché poi non stacchi la spina? Perché sei disposto a votare il Lodo Alfano e assicurargli l’impunità, permettendogli di continuare a governare? Questa tua ambiguità si sta trasformando in complicità, perché è complice chi non rimuove gli ostacoli istituzionali che impediscono al nostro Paese di avere un governo sereno e trasparente.

Noi dell’Italia dei Valori chiediamo che prima venga sfiduciato Silvio Berlusconi e poi si vada a votare. Vogliamo una nuova legge elettorale, ma non capiamo chi sostiene che sia necessario passare per un governo tecnico.

In realtà la legge si potrebbe fare subito in Parlamento, se solo i membri di Futuro e Libertà e tutta l’opposizione fossero d’accordo. Perché allora aspettare che Berlusconi lasci la presidenza del Consiglio? Mettiamo all’ordine del giorno in Parlamento la nuova legge elettorale già domani mattina, così da dare l’opportunità ai cittadini di scegliere chi deve governare e chi deve starsene a casa. Così, quando cadrà il governo Berlusconi, potremo andare a votare.

Noi dell’Italia dei Valori vogliamo smascherare il giochino del governo tecnico: lo appoggeremo dall’esterno soltanto se servirà davvero a fare la nuova legge elettorale in 90 giorni. Scaduto questo termine, bisognerà andare alle urne e non accetteremo nessun tipo di tentennamento.

Sono i cittadini ad avere il diritto e il dovere di scegliere chi deve occupare le sedie del Parlamento, senza gioco delle tre carte.

Sulla vita privata di Berlusconi dico che non mi interessa, non mi importa cosa fa a letto di notte, ma si dovrebbe render conto che un presidente del Consiglio non può comportarsi in questo modo. Non può discriminare nessuno, né su base etnica, razziale, religiosa e neppure, come ha fatto ieri con amara ironia, su base dell’orientamento sessuale, adottando un comportamento goliardico da osteria.

Gli orientamenti sessuali possono essere diversi, ma le persone sono tutte uguali.

Per questo motivo, non ha titolo morale per governare. È il momento di pensare ai cittadini, di mettere in condizione le istituzioni di occuparsi dei giovani che non hanno lavoro, degli anziani che non hanno assistenza, delle infrastrutture mancanti, di risolvere una situazione economica fatta a pezzi da molti furbi che non pagano le tasse ma che questo governo privilegia a scapito della maggioranza dei contribuenti che versano regolarmente le imposte.

L’Italia dei Valori si batte e si batterà, fuori e dentro il Parlamento, per avere un’alternativa di governo che si occupi realmente del Paese e non soltanto all’impunità del premier.

Postato da Antonio Di Pietro in | Commenti (41) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Disabili, Falsi invalidi e controlli: dalla crociata alla via Crucis


E’ allarmante il silenzio dei grandi mezzi d’informazione sul problema delle verifiche attuate dalle nuove misure di Governo (DM 2 agosto 2007) portate avanti dall’Inps, sulla condizione di disabilità dei cittadini portatori di handicap, che usufruiscono dell’indennità di accompagnamento e della pensione di invalidità.
Per comprendere i disagi e le umiliazioni alle quali sono sottoposti in questi giorni i disabili, è sufficiente recarsi presso le sedi INPS, dove si svolge la loro via Crucis con famiglie al seguito. Le segnalazioni di disagi provenienti dalle associazioni e dai familiari di persone disabili sono innumerevoli: lettere recapitate nei mesi di luglio e agosto con termine ultimo di 15 giorni, tempo utile concesso dall’ INPS per certificare lo stato di handicap attuale, che nel 50% dei casi risulta aggravato dalla progressione della patologia o semplicemente dall’avanzare dell’età. In parole povere i drammi di decenni di vita da certificare in 15 giorni. Per non parlare del telefono e fax dell’ INPS andato in tilt, con imbarazzo degli operatori di un call-center, che non sanno a quale santo votarsi per rispondere all’utenza.
Altro nodo dolente, alla Commissione INPS non sono stati ammessi associazioni e sindacati a tutela della controparte, è solo concesso farsi accompagnare da un medico legale, a spese del disabile. Per ironia della sorte alcuni disabili sono venuti a conoscenza che tutti devono essere sottoposti a visita come da DM 2 agosto 2007, quindi c’è da chiedersi: cosa accadrà a chi è riuscito ad inviare un fax con il certificato di invalidità antecedente al 2/8/2007? L’INPS risponde che concede il ricorso, l’ennesimo danno con relativa beffa ai danni delle persone con handicap.
E’ di pochi giorni fa la notizia di un cittadino siciliano in stato vegetativo al quale è arrivata la richiesta di verifica da parte dell’Inps nonostante la sua inconfutabile situazione di disabilità avrebbe dovuto escluderlo da altri controlli. Non solo, stanno arrivando delle segnalazioni di persone chiamate a dar conto entro 15 giorni dal ricevimento della comunicazione, della documentazione necessaria per continuare a ricevere la pensione o l’indennità di accompagnamento o entrambe, e sono molti i cittadini chiamati a sottoporsi a doppia visita prima dall’ASL e poi dall’INPS per constare la condizione di disabilità. A che serve allora un membro permanente di medici INPS all’interno delle commissioni della ASL se tanto poi ci si ritroverà a dover effettuare un secondo controllo?
Nessuno contesta il diritto teorico di verificare la persistenza dei requisiti che hanno portato, negli anni passati, una regolare commissione medica, onesta fino a prova contraria, a certificare una percentuale di invalidità tale da comportare l’attribuzione di un beneficio economico: pensione, assegno, o indennità di accompagnamento. Ma questo controllo, va ricordato, è finalizzato esclusivamente a smascherare falsi invalidi, ossia persone che stanno truffando lo Stato perché sono state aiutate, in questo, da medici compiacenti o collusi, o corrotti. Non abbiamo ancora notizia di una sola denuncia nei confronti di medici di questo tipo.
I controlli stanno arrivando a tutti, dai malati di SLA a poliomielitici di vecchia data, persone allettate, paraplegici, tetraplegici e via discorrendo; tutti chiamati a presentarsi davanti alle commissioni. Sarebbe interessante sapere adesso, dopo tre mesi di controlli, quali effetti stanno producendo alle casse dello Stato, visto che quelli sui disabili e le loro famiglie sono sotto gli occhi di tutti. Come mai la grande stampa che prima ha fatto titoloni sulla task force contro il falso invalido, ora si dimentica di verificare effetti e modalità d’intervento?

Postato da Mario De Luca in | Commenti (17) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

2 Novembre 2010

EMERGENZA RIFIUTI, IDV DENUNCIA SITUAZIONE AL LIMITE


Siamo andati, con il deputato dell’Italia dei Valori, Francesco Barbato in Campania, nelle zone interessate dall’emergenza rifiuti. Barbato, dopo un sopralluogo effettuato nei giorni scorsi alla discarica di Taverna del Re, nel comune di Giugliano, ha deciso di presentare una denuncia alla Procura della Repubblica di Napoli. L’area, infatti, è interessata da una situazione non più sostenibile, con rifiuti anche pericolosi, a cielo aperto che rappresentano un pericolo costante per la salute pubblica. Per questo gli abitanti dei comuni della zona chiedono interventi immediati e protestano contro il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi che si era personalmente impegnato a bonificare le discariche.

Nel video l’intervista a Francesco Barbato.

Postato da La Redazione in | Commenti (12) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Le parole sono pietre


Mio padre, da buon contadino, mi ha sempre insegnato che le parole, se non sono seguite dai fatti, non valgono nulla. Che ci faccio con un bracciante che mi promette di raccogliere le mele se a fine serata non ho i cesti pieni da portare al mercato la mattina dopo?
Dico questo perché sono passati più di due mesi da quando Gianfranco Fini, a Mirabello, si è scatenato contro i “tagli lineari indiscriminati” fatti da Berlusconi ed ha sollevato la questione morale. Poi, non contento, ha chiesto il rispetto della Costituzione e delle istituzioni dello Stato e infine, sul garantismo, ha spiegato che "mai e poi mai può essere considerato una sorta di impunità permanente". Tante voci si sono levate per sottolineare la rottura e la nuova scelta di campo del Presidente della Camera. Più prosaicamente io avevo chiesto che alle parole seguissero poi fatti concreti.
Non mi sbagliavo. Perché in questi mesi tante parole sono state ancora spese da Fini, ma di azioni coerenti con quanto detto, niente.
I finiani hanno votato il Lodo Alfano retroattivo per Berlusconi, hanno espresso voto contrario all'autorizzazione a procedere per l'ex ministro del Pdl Pietro Lunardi, hanno sostenuto tutti i provvedimenti dei ministri Gelmini e Tremonti con i tagli alla scuola pubblica e all'Università, hanno sostenuto Berlusconi nella demolizione di ogni regola del diritto, nelle iniziative contro la libertà d’informazione e per la censura della Rete e nelle sue esternazioni volte a limitare l’indipendenza della Magistratura.
Anche nei giorni scorsi Fini ha proseguito nella sua enunciazione di principi, pure condivisibili, al punto che, a volte, si ha il dubbio che li abbia copiati dal programma dell'Italia dei Valori.
C'è ancora chi gli crede? Visto che siamo al capolinea della democrazia, credo che sia necessario consentire a chi vuole scendere di poterlo fare. E l'occasione, l'ultima ormai, Fini ed i finiani l'avranno alla riapertura del Parlamento, quando nel prossimo question time, sollecitato dall'Italia dei Valori, interpelleremo il ministro dell’Interno Maroni in merito alla telefonata arrivata alla questura di Milano da parte di Palazzo Chigi con riferimento alla ragazza minorenne Ruby. Vogliamo sapere se vi sia stato da parte del presidente del Consiglio, o di persone da lui incaricate, un vero e proprio abuso della sua funzione governativa, aggravato dall’aver fornito alla Questura false informazioni circa le generalità della ragazza stessa.
Se le risposte non ci convinceranno, presenteremo una mozione di sfiducia nei confronti di Berlusconi. Per farlo avremo bisogno della firma di altri parlamentari: in quest'occasione peseremo le parole pronunciate da Fini. Se lui ed il suo gruppo si tireranno indietro, dimostreranno, ancora una volta, la loro incoerenza.
Se invece ci sarà la sfiducia, l'Italia dei Valori, dopo la caduta di Berlusconi, darà la disponibilità ad un eventuale governo tecnico, che abbia come primo e unico obiettivo quello di ridare la parola ai cittadini con una nuova legge elettorale. Insomma, l’importante è che il nuovo esecutivo non sia la solita furbata da prima Repubblica.

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1 Novembre 2010

Immigrati, l’Italia dimostri di essere un Paese moderno


La Caritas comunica che gli immigrati regolarmente soggiornanti in Italia sono quasi cinque milioni. Per l’esattezza 4.919.000. Circa 700mila in più di quelli che ci dà l’Istat, e questo è un dato che continua ad aumentare.
La crescita degli immigrati ci pone di fronte a tanti problemi: certamente un aumento dei costi, dei servizi che dobbiamo rendere, dell’istruzione. ma sappiamo perfettamente che gli immigrati per integrarsi nel nostro Paese devono poter essere considerati alla pari di noi altri che su questo territorio siamo nati e che abbiamo consolidato le nostre tradizioni e la nostra cultura.
Ecco, serve la politica dell’ascolto, dell’accoglienza e non la politica dell’egoismo, della separatezza, la politica dell’esclusione. Caritas ci dice questo, la Cei lo ha detto nella settimana sociale dei cattolici che si è svolta a Reggio Calabria: aprire i nostri confini nei confronti degli ultimi, di coloro i quali vengono in Italia per fame, per persecuzioni, per dare ai propri figli un destino migliore.
Certo, ci sono problemi, non è tutto facile, ma l’Italia, che è un Paese moderno, memore di quello che i nostri connazionali hanno dovuto subire all’inizio del secolo ventesimo, deve dimostrare che vi è carità, umanità, accoglienza, voglia di essere uguale a chi viene da noi per migliorare.

Postato da Felice Belisario in | Commenti (68) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif


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