“Nel grave momento che stiamo attraversando serve la massima responsabilità in primis da parte di chi ha l’onore e l’onere di governare e deve onorare questo impegno attraverso l’agenda di governo. Vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà”.
E’ lui, Gianfranco Fini. Chi se lo sarebbe mai aspettato? Alcuni ormai lo vedevano come il Che Guevara della destra. Altri come il Che Guevara della sinistra. Altri ancora come un grande equilibrista del circo Orfei. Ecco, io appartengo a quest’ultima categoria. Il percorso dei finiani è tortuoso: pare che molte cose siano cambiate da quando a Perugia Gianfranco Fini chiedeva a gran voce le dimissioni del premier. Ieri infatti, mentre si trovava in corsia di sorpasso, ha piantato una brusca frenata che ha ovviamente causato un tamponamento a catena. A fare i rilievi del disastro politico di Fli, travolta dalle proteste dei suoi militanti (che non accennano a placarsi nonostante molti deputati e senatori stiano tentando di nascondere la polvere sotto il tappeto), è Umberto Bossi, che dice di essere sicuro che il Governo Berlusconi andrà avanti ma dice anche che preferirebbe le elezioni: qualcuno gli spieghi cosa succederà il 14 dicembre prossimo, perché pare non averlo capito.
Fini, basco con la stellina in testa, qualche giorno fa ha ritirato la delegazione al Governo. Atto politico che sigilla la fine totale di ogni possibilità di dialogo con Berlusconi. Poi auspica “responsabilità” da parte del premier e cita la cosiddetta “agenda di governo”, che dovrebbe basarsi su quelli che lui stesso, con fare stizzito, ha definito “punticini” durante la convention in Umbria. Un colpo al cerchio e uno alla botte, in nome dei punti percentuali.
E gli italiani che fanno? Buona parte di loro fa i conti per capire se questo mese riusciranno a pagare le bollette, perchè in inverno c’è anche il riscaldamento. Altri stanno chiedendo un aiuto alle banche per la loro piccola azienda in crisi e ora magari travolta dal fango. Altri cercano un lavoro, molti altri non lo cercano più e altrettanti hanno la valigia socchiusa e il biglietto low cost nel cassetto.
Gli italiani vivono, piangono e gioiscono, soffrono e si riprendono. Vivono, già, ma una vita reale, lontana anni luce da un’empasse politica causata solo da interessi personali e calcoli statistici. Gli italiani sanno che a Fini, Bossi e Berlusconi frega nulla della loro vita reale, e che per andare alle elezioni ognuno di loro aspetta sondaggi favorevoli o offerte che “non si possono rifiutare”. Berlusconi e Bossi, visti i sondaggi che ora li danno perdenti, rallentano. E mentre loro contano, mediano e calcolano, un operaio viene schiacciato da una pressa e i lavoratori immigrati che protestano vengono espulsi in virtù del motto di Governo “punirne uno per educarne cento”. E, all’orizzonte, si intravede un’altra triste realtà: dopo l’Irlanda il prossimo sistema economico a tremare sul serio sarà il nostro. E allora tutto finirà, la vita reale così come quella politica.
Ci sono due paesi, due mondi, tra cui esiste una incomunicabilità cronica: da una parte la gente “normale”, dall’altra i professionisti della politica. Da una parte si sopravvive, dall’altra si supervive. Non serve un governo di unità o solidarietà nazionale, serve un elettorato di solidarietà nazionale che punisca uno per uno i protagonisti di questo pantano, di questo Vietnam della politica italiana da cui usciremo tutti devastati.