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20 Dicembre 2010

L’ombra sinistra del fascismo


A sentire le dichiarazioni del senatore Maurizio Gasparri, che non è un passante qualsiasi ma addirittura il capogruppo dei senatori di Berlusconi, c’è da provare un brivido alla schiena. Ed è impossibile non ricordare (come è capitato a me, da storico) che è stato il regime fascista di Benito Mussolini a parlare di arresti preventivi per chi voleva manifestare il proprio dissenso.
La Costituzione repubblicana sancisce invece, all’art. 21, che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Non bastasse l'articolo 21, gli altri principi contenuti nella carta del 1948 riaffermano ad ogni passo questa e le altre libertà fondamentali che sono alla base di una democrazia moderna.
E allora come fa il senatore Gasparri, che ha giurato sulla Costituzione, a dire una così grande e pericolosa sciocchezza? Forse bisognerebbe chiederlo all’esperto politico almeno con un’apposita interrogazione.
Se neppure i parlamentari osservano la costituzione, come fanno a fare il loro mestiere e addirittura a voler riscrivere le regole costituzionali?
Insomma le domande si affollano di fronte a questa come ad altre sortite di questi giorni.
Non sarà il caso di rimandare a scuola (o a casa) molti esponenti della maggioranza berlusconiana, a cominciare dal loro capo carismatico?

Postato da Nicola Tranfaglia in | Commenti (40) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Se canti "Silvio c'è" la Brambilla ti premia


“Pur essendo a libro paga del ministero del Turismo, avrebbero svolto attività di partito”. Questo, nero su bianco, il verdetto della Corte dei Conti di Roma che, dopo la denuncia de il Fatto quotidiano, ha aperto un’istruttoria sull’attività del ministro Michela Brambilla e sul ministero del Turismo. L’ipotesi in campo è danno erariale per utilizzo di risorse pubbliche per lo svolgimento di attività diverse da quelle oggetto delle consulenze. Cosa avrebbe fatto il ministro Brambilla? Secondo quanto riportato dal quotidiano il Fatto, avrebbe affidato consulenze per rilanciare l’immagine dell’Italia ad una decina di persone di varia estrazione professionale ma con un minimo comun denominatore: avrebbero lavorato tutti nel settore dello spettacolo, nelle televisioni Mediaset e svolto attività presso i Circoli delle libertà di Silvio Berlusconi. Ovviamente, come era d’altronde immaginabile, lei si è difesa da ogni accusa, in piena retorica berlusconiana: sono addebiti infondati e strumentali nel tentativo di gettare discredito sull’azione di governo. I contenuti di tali articoli, ha poi ribadito la ministra, sono assolutamente privi di fondamento e volti unicamente a strumentalizzare fatti e circostanze di tutt'altra portata, come troppo spesso accade in Italia. Manco a dirlo si è scatenato tutto lo stato maggiore di governo e della maggioranza a sfoderare per la signora ministra la più arguta e sentita difesa d’ufficio. L’immancabile ministro Gianfranco Rotondi: è corretta, chiarirà tutto. E’ arrivata anche la difesa accorata di Ignazio La Russa, un po’ interessata per la verità visto che, dalla denuncia della trasmissione Report, il figlio Geronimo si sarebbe aggiudicato una consulenza all’Aci grazie alla signora dei salmoni. Si è scomodato persino l’ineffabile presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto che, per l’occasione, ha fatto sfodero di cultura del giallo, citando i dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Non sono riusciti a far fuori Berlusconi, ora ci provano con i ministri uno ad uno. E, infine, Sandro Bondi, quello che ha rivolto un appello accorato ai compagni a ritirare la mozione di sfiducia che pende anche sulla sua testa per il disastro di Pompei. Desidero esprimere la mia piena solidarietà al ministro Brambilla per la solita brutale, infondata e completamente inventata campagna di denigrazione che scatta ormai come una caccia all'uomo da parte della sinistra: queste le parole del ministro dei Mali Culturali. Infondata campagna, innocente ministra, sarà. Noi, come d’altronde il ministro, attendiamo sereni e pazienti i risultati dell’istruttoria della Corte dei Conti con un “ma” grande come una casa. Se la Corte dei Conti dimostrerà in maniera incontrovertibile che gli addebiti a lei contestati risultano veri, un istante dopo chiederemo al ministro del Turismo di dimettersi. Saremo degli inguaribili romantici delle istituzioni, ma un ministro che avrebbe usato il suo dicastero come ufficio di collocamento di supporters di partito e i soldi pubblici per pagare i sostenitori dei Circoli della Libertà del suo capo partito, ha una sola strada davanti: quella delle immediate dimissioni

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19 Dicembre 2010

Ocse: cresce la disoccupazione giovanile, Italia penultima


Il 2010 sta per concludersi ed è tempo di bilanci. Purtroppo non sono affatto rassicuranti. Cattive notizie giungono da oltralpe, l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico) ha denunciato un drammatico scenario per l’occupazione giovanile: nel terzo trimestre del 2010, nei 33 Paesi aderenti all’organizzazione ci sono 3,5 milioni di giovani disoccupati in più rispetto allo stesso periodo del 2007 e almeno 16,7 milioni di ragazzi identificati come “neet” (Not in education, employment or training), ovvero i ragazzi che non studiano, non lavorano né cercano un impiego. La situazione italiana è anche peggiore: siamo penultimi nell’area Ocse per l’occupazione di ragazzi tra i 15/16 e 24 anni, pari soltanto al 21,7%, ben al di sotto della media degli altri Stati che è del 40,2%. Dietro di noi, magra consolazione, c’è soltanto l’Ungheria con il 18,1% di giovani occupati. Un vero e proprio crollo, se si pensa che nel 1999, il 27,3 dei giovani aveva un posto di lavoro.
In un periodo così nero, coloro che hanno trovato un impiego sono considerati privilegiati, ma la loro condizione non è certo invidiabile. Sempre l’Ocse, infatti, denuncia che il 44,4% di chi ha un lavoro è precario e il 18,8% ha contratti part-time. Il dato più sconfortante è quel 15,9% di ragazzi che non studiano né lavorano: 16,7 milioni di persone che vivono senza far nulla, loro malgrado. Secondo l’Ocse 6,7 milioni di questo gruppo sono alla ricerca di un posto di lavoro ma altri 10 milioni hanno addirittura smesso di cercare perché scoraggiati dalla situazione. Sono ragazzi che non credono più in un futuro migliore, ai quali sono stati tolti anche i sogni e la possibilità di fare progetti.
Questo quadro sconfortante è confermato anche dal Centro studi di Confindustria che in una ricerca parla di una diminuzione, dal primo trimestre 2008 al terzo trimestre 2010, del numero di occupati in Italia pari a 540mila persone, alle quali si aggiungono le ore di Cassa integrazione guadagni che hanno un impatto pari a 480mila unità di lavoro. Il numero dei disoccupati a ottobre 2010 era di 2,167 milioni, più del doppio rispetto ad aprile 2007. Confindustria non lascia spazio a previsioni ottimistiche nemmeno per il prossimo anno, stimando che “il numero delle persone occupate continuerà a diminuire nel 2011”, con un calo atteso dello 0,4%. Il tasso di disoccupazione toccherà il 9% nel quarto trimestre 2011 e “inizierà a scendere molto gradualmente nel corso del 2012”.
L’Italia fotografata nel pieno della sua crisi economica sembra essere diversa da quella della quale parla Silvio Berlusconi. Il governo vive rinchiuso nel Palazzo ignorando l’insofferenza che regna in tutti gli strati sociali, dagli studenti delle superiori che non sanno se verrà tolto loro il diritto di studiare in università pubbliche ai neolaureati che continuano a mandare curricula senza ricevere alcuna risposta, passando per i precari a 800 euro al mese, per coloro ai quali il Capodanno coinciderà con lo scadere del contratto e per le migliaia di operai in cassa integrazione. I ministri preferiscono sminuire le manifestazioni, bloccare i cortei e attribuire le rivolte a pochi facinorosi. È più facile dire che il problema non esiste piuttosto che affrontarlo con proposte concrete.
L’Italia dei Valori continuerà, ora più che mai, a difendere il diritto al lavoro dei cittadini e soprattutto dei ragazzi, facendo proprio l’invito dell’Ocse rivolto a tutti gli Stati affinché “vengano lanciati programmi d’intervento che forniscano un’efficace assistenza alla ricerca di lavoro per i diversi gruppi di giovani”. Tra gli 11 punti del programma Idv c’è una seria riforma dello stato sociale che prevede nuovi e più adeguati ammortizzatori sociali e misure di stimolo all’occupazione, come ad esempio l’abbattimento del costo del lavoro per favorire le assunzioni a tempo indeterminato, un salario minimo d’ingresso per i giovani pari ad almeno mille euro al mese, la copertura dei periodi di assenza per maternità, malattia e infortunio per le partite Iva con un reddito inferiore a 20.000 euro l’anno.

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Lazio: con nuove commissioni speciali, più controlli e trasparenza


Incidenti sul lavoro, infiltrazioni mafiose, federalismo fiscale e Roma Capitale. Sono solo alcuni dei temi di stretta attualità che avranno un'attenzione maggiore e un controllo più puntuale e stringente, grazie ad una proposta di legge, istitutiva di alcune commissioni speciali, approvata dal Consiglio regionale del Lazio lo scorso 13 dicembre.
La proposta, passata con il solo voto contrario del Partito radicale, è stata votata anche dal gruppo consiliare dell'Italia dei valori d'intesa con il centro sinistra, e rafforzerà il ruolo dell'opposizione assegnandole un potere ispettivo e di controllo maggiore. Inoltre, grazie all'Idv, si è riusciti ad inserire importanti correttivi.
Tra le commissioni speciali previste dalla proposta di legge, quella per la sicurezza sul lavoro, avanzata dal consigliere Idv, Claudio Bucci, è particolarmente importante, perché il Lazio è la seconda regione italiana per incidenti e morti bianche; una vera e propria piaga sociale sulla quale già nella scorsa legislatura è iniziato un percorso di iniziative e finanziamenti, che senza nuovi impulsi rischierebbe di interrompersi.
Urgente è anche la Commissione d'Indagine sulle infiltrazioni mafiose. Prova ne è lo scioglimento per mafia di diversi comuni laziali come Nettuno. Mentre altri, vedi Fondi ma non solo, dove l'Idv ha svolto un'importante azione politica, sono in odore di infiltrazioni malavitose. A Roma, inoltre, sono stati accertati ingenti investimenti da parte della criminalità organizzata e la magistratura ha sequestrato attività commerciali usate dalla 'ndrangheta per riciclare i proventi di traffici illeciti. Il quadro preoccupa l'Italia dei valori che da tempo denuncia il fenomeno, a differenza della destra laziale che ha sempre cercato di minimizzarlo. L'istituzione di questa commissione, quindi, insieme a quella sul federalismo fiscale e Roma Capitale, è un importante dato politico che l'Italia dei valori rivendica. Per Roma Capitale, soprattutto, siamo alla vigilia di un cambiamento normativo che riguarda tutta la Regione e sono molti i problemi ancora da risolvere, soprattutto di carattere normativo. Esiste, infatti, il rischio che vengano escluse dalla riforma aree del territorio della provincia di Roma, con ripercussioni negative sul loro sviluppo economico.
E' importante sottolineare che l'istituzione di queste nuove commissioni non peserà sul bilancio del Consiglio e non ricadrà sulle spalle dei cittadini. Grazie all'impegno trasparente e puntuale del gruppo Idv, infatti, è stato approvato un articolo secondo il quale i costi di queste commissioni saranno coperti riducendo i contributi ai gruppi politici presenti in Consiglio regionale. Quindi togliendo fondi alla partitocrazia per restituirli al ruolo delle Istituzioni. Un segnale importante in un momento così difficile per il nostro Paese.

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18 Dicembre 2010

Privatizzazioni contro parentopoli e scarsa efficienza


Il centrodestra si era presentato all’Italia come una coalizione attenta al mercato e alla concorrenza. In realtà, però, in questi anni il governo Berlusconi ha fermato il processo di liberalizzazione dei mercati e di privatizzazione delle aziende pubbliche, in particolare ha bloccato l’apertura dei servizi – penso alle professioni – e la liberalizzazione di quelli pubblici locali che svolgono varie funzioni legate ai cittadini e alle imprese economiche (energie, trasporti, smaltimento dei rifiuti…). Il fatto che queste prestazioni locali siano in gran parte, in quasi tutte le città italiane, affidate ai Comuni, spesso in regime di semimonopolio, ha diminuito i vantaggi che i cittadini avrebbero potuto ricevere dalle liberalizzazioni avviate dal governo Prodi e dai precedenti esecutivi del centrosinistra.
Quindi si è creato un collo di bottiglia: le liberalizzazioni fatte a livello centrale si sono bloccate a quello locale perché incontrano dei monopoli gestiti da enti pubblici. Su questo fronte c’erano diverse proposte di legge mai portate avanti.
Noi dell’Italia dei Valori siamo convinti che sia importante riprendere il processo di apertura di questi servizi, non perché crediamo in assoluto che il privato sia meglio del pubblico ma perché in concreto pensiamo sia necessario rimuovere i monopoli che di fatto riducono i benefici dei cittadini, mantengono prezzi più alti per i servizi erogati, offrono una qualità più bassa rispetto a quella che si avrebbe se fossero offerti in regime di concorrenza. C’è un altro fattore che bisogna tenere in considerazione: in questi giorni a Roma è stato scoperto che in molte aziende municipalizzate, che offrono servizi pubblici locali, sono state assunte decine e decine di persone vicine al centrodestra e in particolare all’ex Alleanza Nazionale (il partito del sindaco Gianni Alemanno). Questa commistione tra politica e economia è uno dei fattori che ci fa ritenere che sia necessario dare la gestione di questi servizi ai privati perché probabilmente sarebbero molto più attenti alle assunzioni. Abbiamo scoperto che sono stati assunti parenti, amici, segretari, spesso privi di titoli di studio e curricula pertinenti, di competenze adeguate per ricoprire le funzioni a loro assegnate; tutto questo in un momento storico in cui migliaia e migliaia di persone perdono il loro posto di lavoro, tantissimi giovani vivono in una situazione di precariato lavorativo. Ecco, proprio quando le persone “normali”, senza parentele importanti, sono costrette a cercare lavoro con grande fatica, gli amici degli amici di chi governa la capitale vengono assunti con estrema facilità nelle aziende municipalizzate.
Noi dell’Idv non siamo in astratto contro le aziende pubbliche ma siamo contro l’abuso che si fa di queste aziende, perciò pensiamo che sia importante avviare la liberalizzazione delle imprese pubbliche locali per garantire ai cittadini una migliore qualità dei servizi, tariffe più basse, innovazione tecnologica e per evitare che tali aziende diventino una riserva di privilegi per coloro che governano gli enti locali.

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17 Dicembre 2010

AGGIUNGI UN POSTO ALL'ATAC


Il primo capitolo di quella che tutti definiscono “la parentopoli romana” si è aperto con il caso Atac, l’azienda dei trasporti pubblici della Capitale. La storia è riassumibile con il numero di assunzioni a chiamata diretta negli ultimi due anni, 854, per un costo di circa 50 milioni di euro l’anno che in due anni equivalgono al deficit che sta portando al fallimento l’azienda. Nella lista ci sono tutti: congiunti dei dirigenti Atac, amministratori vicini politicamente all'ex a.d. Adalberto Bertucci (che prima di lasciare il suo posto si è auto assegnato una consulenza di oltre 200mila euro), parenti degli assessori, persino una cubista promossa alla segreteria della direzione industriale. E ancora: Francesco Bianco, ex Nar, e Gianluca Ponzio, già Terza Posizione, con alle spalle processi per rapina e omicidio; un esercito di mogli, cugini, fratelli, figli. Tutti assunti senza selezione e con retribuzioni elevate. Tutto questo mentre emergevano i dati del numero elevatissimo di corse che ogni anno saltano, con buona pace dei passeggeri che aspettano alle fermate, e un inquietante caso di appalti gonfiati sulle forniture di pezzi di ricambio delle vetture.
Un insulto a tutti i romani, coloro che usufruiscono di mezzi pubblici sempre più scadenti, quelli che hanno figli in cerca di occupazione, chi passa la vita a studiare e si vede scavalcare nella ricerca di un impiego da persone che possono mettere nel curriculum solo le famigerate "conoscenze". Uno scandalo che non concede margini di difesa.
Il secondo capitolo, con le stesse modalità ma con dimensioni se possibile maggiori si è aperto su Ama, l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti, della manutenzione dei giardini e di numerosi altri servizi. Ancora una volta i numeri parlano chiaro: 1400 assunzioni, a chiamata diretta, in due anni e mezzo, in un'azienda che ha in tutto 7mila dipendenti. Sono state così pagate tutte le cambiali elettorali di Alemanno e dei suoi seguaci, e qualche assunzione è servita pure per accontentare gli alleati. Gli effetti concreti di queste nuove assunzioni in ogni caso ai cittadini non sono pervenuti: la città è sempre più sporca.
Ora si sta per aprire il terzo capitolo, quello che riguarda Acea, l’azienda quotata in borsa ma a maggioranza pubblica, che si occupa di energia e acqua. Ma non mancano altre segnalazioni di assunzioni sospette nelle altre aziende della galassia capitolina.
Alemanno si è difeso dicendo di essere all’oscuro di tutto. Salvo poi accettare le dimissioni del suo capo scorta, al quale ha sistemato entrambi i figli nelle due municipalizzate. Il sindaco ha anche ammesso una carenza di controllo e ha annunciato un “segno di discontinuità” rispetto al passato. Parole che non significano niente e alle quali proviamo noi a dare un senso, sotto forma di consiglio: le dimissioni.

Postato da Vincenzo Maruccio in | Commenti (39) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Successo Idv in Europa: Kessler presidente dell'Olaf


Arriva da Strasburgo, in questa fine 2010 una buona notizia, la nomina di Giovanni Kessler alla direzione dell'Olaf, l'Ufficio antifrodi dell'Unione europea, un organo molto importante che vigila con poteri ispettivi diretti sul buon utilizzo dei fondi europei che spesso, e soprattutto nel nostro paese, sono utilizzati per altri fini che non quelli istituzionali.
Si tratta di una vittoria importante per l'Italia, dopo molti schiaffi ricevuti soprattutto durante la fase si nomina dei vari ambasciatori dell'Unione europea che ha penalizzato pesantemente il nostro paese. Una vittoria, quindi, anche del sistema italiano che ha fatto in buona parte quadrato intorno alla candidatura di Giovanni Kessler ma, devo dire, soprattutto una vittoria per l'Italia dei valori.
La Commissione del controllo dei bilanci che ha atteso, come dire, la regia di questa nomina, presieduta da Luigi De Magistris, ha infatti avuto un ruolo determinante in questa nomina. E credo che abbiamo fatto bene, l'anno scorso, neoeletti al Parlamento europeo, a negoziare in una trattativa che all'epoca non fu assolutamente facile per noi dell'Idv, la presidenza della Commissione del controllo dei bilanci, per una persona come De Magistris che abbina le capacità politiche alle sue straordinarie conoscenze come magistrato, soprattutto e non solo, nel campo delle frodi comunitarie.
Si tratta quindi di una grande soddisfazione perché quella di Kessler era una candidatura tutt'altro che scontata; c'erano dei concorrenti assai agguerriti, appoggiati da Stati che hanno un peso specifico nelle trattative europee assai pregnante e anche candidati interni all'organizzazione, o comunque appoggiati dall'Olaf stessa, oppure candidati dietro ai quali si poteva intuire forse la presenza di qualche potere forte come la Massoneria.
L'Olaf, infatti, ripeto, ha un ruolo cruciale; ha bisogno anche di un nuovo slancio e di qualche riforma e noi crediamo che Kessler sia la persona giusta: ha avuto un'esperienza come politico, come magistrato, si è occupato molto anche di supervisione elettorale, ha quindi quel tipo di capacità multidisciplinare che, abbinata peraltro alla sua ottima conoscenza linguistica (si tratta del resto di un cittadino italiano di minoranza linguistica tedesca) , fa si che con lui penso, l'Europa avrà la persona giusta in un settore estremamente cruciale. Ripeto, anche se c'è stato un concorso generale per questa nomina che era tutt'altro che scontata, credo che l'Italia dei valori possa giustamente e, in particolar modo Luigi De Magistris come presidente della Commissione controllo bilanci, vantarne il merito principale.


16 Dicembre 2010

Parte da Bergamo il tour Idv per i diritti dei lavoratori dello sport


Parte domani, venerdì 17 dicembre, da Bergamo, il tour per l'Italia dell'Idv, per promuovere una nuova cultura dello sport e per sollecitare una legge quadro che ponga fine alle discriminazioni e alla mancanza di diritti di cui soffrono le atlete italiane. Decine di migliaia di professioniste che si ritrovano ogni giorno sui campi da gioco di calcio, pallacanestro, volley, nelle piscine ecc. e che subiscono vergognose discriminazioni di genere. Rispetto ai colleghi maschi, non hanno tutele previdenziali né contrattuali e sono pagate mediamente meno. A denunciare questo stato di cose è stata l'Italia dei valori, con l'obiettivo di dotare di risorse certe il settore, sensibilizzare l'opinione pubblica verso questo problema, coinvolgendo le scuole e chiedendo trasparenza nella gestione dei soldi pubblici per gli impianti sportivi. L'Idv si sta fattivamente impegnando, insieme con il Pd, in una battaglia politica volta a mettere fine a quella che viene definita una “vergognosa discriminazione” subita dalle professioniste rispetto ai colleghi uomini. Il leader dell'IdV Antonio Di Pietro è più volte intervenuto in proposito, denunciando le mancanze legislative, come quella che interessa i professionisti senza tutele come le donne. “Il fatto che in Italia la maggior parte degli atleti non abbia diritto di accedere a una legge dello Stato, ossia quella sul professionismo sportivo, ha semplicemente dell'incredibile - ha dichiarato Di Pietro -. Dobbiamo combattere questo stato di cose e far cessare le ingiustizie subite dalla donne anche nello sport. Oltretutto le atlete non possono godere di tutele nemmeno nelle sei discipline sportive dove gli uomini sono professionisti. Rimediare a questa sperequazione è una nostra priorità”. Dopo l'appuntamento di domani a Bergamo, il tour per l'Italia dell'Idv proseguirà con tappe a Padova, Bari, Palermo, Civitanova Marche e altre città; per arrivare a Roma a marzo del 2011 con un evento internazionale.
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Processo Thyssen, una sentenza contro la 'mattanza'


Al processo di Torino per la strage sul lavoro della Thyssen krupp del 7 dicembre 2007, in cui persero la vita sette operai, l’accusa ha chiesto la condanna a 16 anni e mezzo per l’ad Herald Espenahan, a 13 anni e mezzo per altri quattro dirigenti e a nove anni per un quinto dirigente.
La sentenza sarà di grandissima importanza non a fini di vendetta ma per la possibile instaurazione di un principio giuridico fondamentale. Per la prima volta al principale imputato è stato contestato infatti il reato di omicidio volontario con dolo eventuale, mentre per gli altri imputati l’accusa è di omicidio colposo.
Se la sentenza confermerà l’impianto accusatorio, si stabilirà quindi che trascurare la sicurezza sul lavoro per moltiplicare il profitto è un reato di prima grandezza, che si configura a tutti gli effetti come un omicidio volontario.
Inoltre, elemento altrettanto centrale, a essere messo sotto accusa, è direttamente l’amministratore delegato dell’azienda e non uno dei suoi tanti sottoposti. Viene così incrinato il meccanismo ideato dal ministro Sacconi per cui la responsabilità, in caso di infortuni sul lavoro, non può mai risalire ai vertici aziendali, con tutto quel che ne consegue in termini di impunità garantita per gli stessi.
Si tratterà di un concreto passo avanti sia sulla strada della difesa di una legalità non a uso esclusivo di pochi privilegiati sia su quello della sicurezza sul lavoro.
Viviamo in un paese in cui la tutela della vita e della salute dei lavoratori è considerato spesso un impaccio da aggirare con ogni mezzo, quando non da ignorare come se non esistesse. Le leggi in materia esistono, ma sono sistematicamente trasgredite dal momento che i colpevoli sono sicuri di cavarsela sempre a poco prezzo.
Il risultato è una mattanza di proporzioni raggelanti. Nel 2009 gli infortuni sul lavoro sono stati 790mila e hanno provocato 1050 morti. Una strage. Quest’anno il bilancio è già più sanguinoso. All’inizio di dicembre la percentuale di morti sul lavoro era superiore a quella dell’anno precedente dell’1,5%.
Con impressionante cinismo c’è chi si è rallegrato di queste cifre, segnalando che nel 2009 c’erano stati 85 morti sul lavoro in meno rispetto al 2008 e che gli incidenti erano diminuiti di quasi il 10%. Purtroppo le cose non stanno così. Le statistiche, che comunque sarebbero inaccettabili in un paese civile, non tengono infatti conto di tutto l’immenso continente del lavoro sommerso, milioni di lavoratori che sono di solito costretti a lavorare in condizioni di sicurezza inesistenti e che non figurano tra gli “incidenti sul lavoro” semplicemente perché nessuno ne sa niente.
Le statistiche, infine, non contano le malattie, che sono invece la principale causa di mortalità sul lavoro. I tumori provocati dall’esposizione ad agenti cancerogeni sono, secondo i dati dell’Istituto pubblico di ricerca sulla sicurezza sul lavoro, circa seimila l’anno.
La conclusione è evidente. Se c’è oggi un fronte in cui la lotta per i diritti del lavoro, quella per la costruzione di una democrazia sostanziale e quella per la difesa della legalità si intrecciano è proprio quello che riguarda la sicurezza sul lavoro. Per questo l’esito del processo per la strage della Thyssen Krupp è così importante per la civiltà di questo paese.

Postato da Maurizio Zipponi in | Commenti (9) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

15 Dicembre 2010

14 DICEMBRE: UNA GIORNATA DIFFICILE, TRA GUERRIGLIA URBANA E MANIFESTANTI IN PIAZZA


Ieri nel centro di Roma si è respirata atmosfera da guerriglia urbana. In mattinata gli studenti universitari e medi si sono dati appuntamento in più piazze della capitale per dar vita a diversi cortei e continuare la loro protesta contro i tagli del governo alla Scuola e all’Università. Molte altre città d’Italia hanno visto le loro piazze e le loro strade gremite di studenti. Sì, perché sono mesi oramai che il mondo della scuola e dell’università con modalità più o meno discutibili, come occupazioni, autogestioni, scioperi o lezioni in piazza, sta cercando di smuovere l’opinione pubblica e sensibilizzare il governo sugli effetti devastanti che i tagli al sistema dell'istruzione stanno producendo al diritto allo studio e alla ricchezza culturale del nostro Paese. Ma a manifestare il loro profondo disagio ieri in piazza non c’erano solo studenti; si sono formati altri cortei composti dalle persone più disparate: i cittadini dell’Aquila che, a più di un anno e mezzo dal disastroso terremoto, lamentano gli interventi inefficaci e tardivi del governo; gli abitanti di Terzigno e altri comuni campani, su cui incombe lo spettro delle discariche e degli inceneritori, preoccupati per la loro salute e quella dei loro figli; operai e lavoratori, precari e non, di diversi settori che vedono progressivamente erosi i loro diritti lavorativi, dalle magrissime pensioni al “collegato lavoro”, al furto del TFR maturato. Insomma semplici cittadini accomunati dalla stessa amarezza di fronte alla sordità del governo rispetto ai problemi veri del Paese.
I cortei procedono tranquillamente per tutta la mattinata; è nel primo pomeriggio che si scatena l’inferno: gruppi di facinorosi infiltrati tra i manifestanti si scontrano con le forze dell’ordine e devastano il centro storico di Roma assaltando banche, negozi incendiando automobili, cassonetti in diversi punti della città. Chi è presente rivive con angoscia gli istanti drammatici del G8 di Genova. Il bilancio è sconvolgente: si parla finora di 90 feriti, tra manifestanti e forze dell’ordine; 41 le persone in stato di fermo con accuse di violenza, resistenza, devastazione e uso di armi improprie.
Quello che a nostro avviso manca o è mancato nel corso della lunga giornata del 14 Dicembre è stata un’attenta riflessione sulle motivazioni che hanno portato in piazza decine di migliaia di studenti e cittadini che volevano manifestare pacificamente ma che si sono trovati, loro malgrado, coinvolti nei disordini a causa della violenza e della stupidità di pochi. Su di loro è finalmente ora di concentrare la nostra attenzione se vogliamo capire a fondo quello che sta succedendo nel nostro Paese, in Europa e altrove.
Noi la vediamo così. Si è formata e si sta allargando a macchia d’olio, da parte delle fasce più deboli della società, giovani in testa, la consapevolezza di trovarsi a vivere in una società che si professa moderna, ma non è più in grado di garantire benessere diffuso e livelli di vita qualitativamente alti ai suoi cittadini. I tagli alla sanità e alla scuola impongono la necessità di provvedere primamente, attingendo ai propri risparmi, per ottenere ciò che lo Stato non è più in grado di garantire: cure adeguate e un’istruzione di qualità. Bisogna adattarsi a ritmi di lavoro insostenibili senza avere tempo libero da passare in una famiglia sempre più trascurata. L’aria che respiriamo nelle nostre città è malsana; i prodotti della nostra terra sono contaminati, l’acqua che esce da molti rubinetti contiene quantità troppo elevate di arsenico a causa dell’inquinamento delle falde acquifere.
La nostra condanna nei confronti degli atti vandalici e della violenza di ieri è ferma e decisa, e con la stessa fermezza e decisione esprimiamo la nostra solidarietà nei confronti di chi, ieri, è sceso in piazza per denunciare il proprio malessere e la propria disapprovazione nei confronti di scelte politiche che non lasciano intravedere alcuna speranza per il futuro e non rispondono minimamente alle legittime aspettative dei cittadini italiani. Gli effetti devastanti di un modo di far politica cieco e dissennato ricadono prima di tutto sulle classi sociali più deboli, mentre chi ci governa è troppo impegnato a salvaguardare gli interessi e i privilegi dei pochi cittadini fortunati che, in questo modo, non pagheranno mai, sulla loro pelle, le conseguenze di nessuna crisi economica, ma anzi ne usciranno sempre più forti e sempre più ricchi.

M. Letizia Bosco

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14 Dicembre 2010

Vittoria di cartapesta


L’esito del voto di oggi non cambia le carte in tavola. L'esiguo margine col quale il Governo ha ottenuto la fiducia alla Camera, sottolinea ancor di più la debolezza di un esecutivo appeso, ora, agli starnuti di uno o due parlamentari. La storia insegna: il centro sinistra non riuscì a governare nel 2006, avendo in Senato tre voti di vantaggio e tra i senatori un solo esponente di governo, il ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Il governo Berlusconi ha circa 40, 50 tra ministri, viceministri e sottosegretari che sono anche parlamentari e quindi non assicurerebbero la loro presenza in Aula per le votazioni. Già nei mesi scorsi il governo pendeva non di 4 o 5 voti, ma di 40, 50. Quindi, indipendentemente da ciò che è accaduto oggi, il governo è destinato comunque a cadere.
Ma il voto della Camera ha segnato la clamorosa sconfitta politica di Fini e di chi lavorava all’ipotesi, giusta o sbagliata che fosse, di dar vita ad un governo di larghe intese senza Berlusconi. Da domani, infatti, sarà ancora il Cavaliere a decidere se e quando salire al Quirinale, a decidere se chiedere il rimpasto. In questo caso il Presidente della Repubblica non avrebbe altra scelta che concederglielo, visto che non esistono altre maggioranze in Parlamento.
Cosa farà Berlusconi domani? Si aprono sostanzialmente tre ipotesi. Una prima nella quale cercherà di tessere la tela di un allargamento della maggioranza all’Udc e forse anche a Fli o ad una parte di Fli. Sicuramente giocherà il tutto per tutto per riuscire a chiudere questa trattativa. Una seconda fase, che si aprirà se la prima gli lascia qualche spiraglio positivo, lo vedrà recarsi dal Capo dello Stato e, dopo aver rassegnato le dimissioni, chiedere che gli venga affidato il reincarico. A questo punto Berlusconi cercherà di stringere un’intesa con tutta una parte del terzo polo, mettendo sul piatto un bel numero di ministri, viceministri e sottosegretari. Seguirà la fase più difficile di questo passaggio, ossia far digerire a Bossi e alla Lega la presenza di un nuovo alleato come l’Udc, così ostile al federalismo. Sicuramente Bossi non accetterà senza garanzie ben precise. La terza ipotesi, che si apre nel caso la prima e la seconda fallissero, vede le elezioni a Marzo, con un Berlusconi che confiderà nel fatto che le opposizioni all’asse Pdl-Lega si presenteranno divise. Sicuramente si tratta di scenari, tutti, poco lusinghieri, ma, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, quest’ultima ipotesi vedrebbe una svolta decisiva: per lo meno, sarebbe la volta in cui si farebbe definitivamente chiarezza sulla collocazione dell’Udc ed in cui finalmente il Pd sarebbe costretto a smetterla di inseguire alchimie di palazzo e sterili tatticismi parlamentari, rompendo gli indugi e dando finalmente vita, assieme a Idv e Sel, non tanto a nuove coalizioni, quanto ad un progetto radicalmente innovativo di modernizzazione del Paese. E’ di questo che l’Italia ha bisogno, in questo momento, di un governo stabile e con un progetto vero e di ampio respiro. Non certo di un esecutivo appeso ad un pallottoliere, che è un morto che cammina.

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Antonio Ingroia non si tocca!


E’ incredibile come in un paese devastato dalla corruzione, da parentopoli e da puttanopoli si sprechi tanto inchiostro per la partecipazione (tramite video messaggio) di Antonio Ingroia ad uno spettacolo, anche se di partito, come “Il dittatore del Bunga bunga” che si è svolto venerdì scorso a Bologna.
Cosa volete? Che restiamo tutti zitti a guardare la deriva di questo paese e ad osservare coloro che fanno della “moderazione” un vanto, tanto il loro stipendio a fine mese arriva da quei giornali che con la stessa “moderazione” hanno lasciato libera la casta di radere al suolo la vita e le aspettative di intere generazioni?
Vorrei entrare nel merito di questo grande scandalo italiano:
Ingroia è un magistrato che si sta occupando di inchieste delicatissime riguardanti i rapporti di collusione fra pezzi dello Stato, politica e criminalità organizzata.
L’utilizzo criminale del denaro pubblico da parte del sistema di casta, realizzato da troppi politici, criminali e detentori di incarichi pubblici in generale, ha messo in ginocchio Scuola, Università, Lavoro, Ambiente e Giustizia. A proposito di Giustizia, questo governo ha impoverito le forze dell’ordine e vorrebbe togliere ai magistrati gli strumenti per esercitare in modo autonomo, efficace e indipendente il proprio ruolo istituzionale volto a garantire l'applicazione dei fondamentali principi di Uguaglianza, Legalità e Giustizia.
Il capo di questo governo ed altri suoi esponenti hanno grossi guai giudiziari che toccano le questioni che hanno rovinato il paese: mafia, corruzione, utilizzo illecito di denaro pubblico.
Grazie ad Antonio Ingroia e altri pochi magistrati, nonché giornalisti e gente comune, si è riusciti a fare un minimo di informazione su questi gravissimi casi che investono la nazione: sono stati loro la vera informazione in questo paese.
Quasi tutte le leggi vergogna di questa legislatura sono state approvate o hanno rischiato di esserlo nel quasi totale silenzio dei mezzi di informazione, troppo impegnati con il gossip politico che puntualmente finisce in prima pagina. Questo tipo di “moderazione”, richiesta oggi dai giornalisti del Bunga Bunga, è ovviamente avulsa dal contesto e dannosa per il paese. Il vero giornalismo è coraggio e ricerca della verità nei fatti.
Mi verrebbe da chiedere… quale moderata strategia di comunicazione è stata applicata da detti giornalisti quando in Parlamento di discuteva della legge “ammazza” Giustizia del Lavoro? Per caso proprio in questo periodo si sprecavano fiumi di inchiostro sulla casa a Montecarlo di Fini? Questa parte della legge è talmente devastante per i lavoratori e per la società in generale che avrebbe dovuto occupare le prime pagine dei giornali per mesi! \ La ragazza che durante lo spettacolo ha fatto informazione su come difendersi da questa legge ha posto questioni antiberlusconiane oppure ha agito per arginare il danno prodotto dal vergognoso silenzio della stampa su questo argomento?
Tornando alla partecipazione del giudice Ingroia, anche accettando la “moderazione” dei giornalisti dei nostri tempi, non si può non notare che esso interviene trattando genericamente quei temi di interesse collettivo che, ripeto, stanno dilaniando l’Italia. E sostenere che il suo intervento sia riconducibile ad un atteggiamento antiberlusconiano significa ammettere che i problemi da lui denunciati, confermati d’altronde dalla stampa, siano riconducibili alla condotta del premier. Chissà come mai nessuno dei giornalisti del Bunga Bunga ha scritto sulle dichiarazioni del giudice circa il ruolo svolto da quell’Italia fatta di gente comune che resiste allo smantellamento dello Stato di Diritto. Infine, mi pare anche superfluo sottolineare che Ingroia ha chiarito la sua posizione rispetto alla politica, sottolineando che partecipa ad incontri organizzati anche da altri partiti. Ingroia ha lanciato messaggi di Giustizia, Democrazia e Uguaglianza, ed è questo quello che si aspettavano i 7000 spettatori in piazza a Bologna e le migliaia di persone che incontra lungo il suo cammino in tutta Italia. Il popolo italiano ringrazia Antonio Ingroia per avere ancora la forza di resistere con coraggio e determinazione.

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13 Dicembre 2010

Solite bugie del premier ma in versione natalizia


Il premier ha ripetuto le stesse bugie che ascoltiamo ormai da 16 anni e, dato il clima natalizio, le ha decorate con nastri e paillettes: ha cercato di blandire tutti con una lezioncina di educazione civica di quart’ordine, ma l’inconsistenza del suo intervento ha confermato che è ormai al crepuscolo.
Deve lasciare Palazzo Chigi perché l’inefficienza del governo non può più essere subita da una società in piena emergenza. Se Berlusconi non si decide a farlo è solo perché sa che dovrà rispondere da imputato davanti ad un organo – il Tribunale di Milano – i cui componenti non sono in vendita come qualche parlamentare d’accatto.
Per questo bisogna aumentare il livello e la qualità del fare opposizione. L’Italia dei Valori sarà compatta nello sfiduciare il pericoloso premier-barzelletta e sarebbe da irresponsabili fare diversamente. Berlusconi è, infatti, già sfiduciato da un Paese in sciopero generale: studenti e docenti, magistrati e avvocati, giornalisti, operai, cassintegrati, forze dell’ordine, precari e famiglie sempre più povere e da ultimo, oggi, gli agenti della polizia. È evidente che la crisi è irreversibile, ottenere un voto in più con il mercato delle vacche non garantirà la governabilità del Paese, ma certificherà anzi la debolezza politica di un centrodestra che ha fallito indecorosamente. L’Italia dei Valori è vera forza di opposizione, ma se ci sono altri partiti, anche al di fuori dello schieramento di centrosinistra, che responsabilmente intendono mandare a casa Berlusconi ben vengano. Però vogliamo vederli alla prova, bisogna dimostrare con i fatti che si sta in Parlamento per il bene del Paese. Noi continueremo a lavorare per offrire all’Italia un’alternativa di governo che operi nell’interesse esclusivo dei cittadini.

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Vacche che volano: a Montecitorio va in scena la protesta Idv


Oggi pomeriggio, in piazza Montecitorio, parlamentari e senatori dell’Italia dei Valori hanno organizzato il “mercato delle vacche”. Si è trattato di una manifestazione simbolica, con palloncini a forma di mucche, per denunciare la deplorevole compravendita di parlamentari che si sta svolgendo da alcuni giorni in Parlamento in vista del voto di fiducia di domani. Commentando il discorso del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, al Senato, il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ha detto che è la dimostrazione che “il premier se la fa sotto dalla paura, perché se non dovesse rimanere a palazzo Chigi dovrebbe presentarsi davanti alla procura di Milano e non più a Montecitorio. Il suo è un discorso disconnesso dalla realtà, proprio mentre in piazza manifestano gli agenti di polizia, i vigili del fuoco e le guardie forestali e nei giorni scorsi hanno protestato studenti, ricercatori, costruttori e tante altre categorie”. “Qualsiasi cosa accada – aggiunge Di Pietro - ormai è certificato il fallimento della maggioranza”.

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PISA. CARO BONDI, LE NAVI ROMANE FARANNO LA FINE DI POMPEI?


Questa mattina il quotidiano La Repubblica dedica un’intera pagina (23) a uno dei patrimoni storico/archeologici più importanti del nostro Paese, le Navi Romane di Pisa, titolando “Rischio collasso per la Pompei del Mare”.
L’ennesima dimostrazione di come il sistema Bondi stia contagiando e immarcescendo tutto il patrimonio storico, archeologico e culturale del Paese. Angolo che giri, vaso di Pandora che trovi e che rivela tutta l’ignavia e i metodi amical-familistici del Ministro della Cultura, scampato alla sfiducia della Camera grazie alla generosa chiusura di Montecitorio da parte della Capigruppo (che ha voluto anche permettere a  B. e al suo morente Governo una proficua compravendita di parlamentari in vista del 14 dicembre). Ne è incresciosa testimonianza la situazione in cui versano le 'Navi Romane' di Pisa, a proposito della quale il 10 dicembre ho depositato un’interrogazione a risposta scritta allo stesso Bondi. Le Navi di Pisa potrebbero essere, o avrebbero potuto essere, un modello esemplare di come la scienza archeologica debba investigare sul passato di un territorio, unendo organicamente le esigenze di ricerca scientifica con quelle della salvaguardia del patrimonio, della musealizzazione a scopo conservativo e didattico, della valorizzazione di un bene culturale fino a raggiungere obiettivi di promozione economica e turistica.
Nel dicembre del 1998, durante i lavori per la costruzione di uno snodo ferroviario presso la stazione di Pisa San Rossore, iniziarono a emergere dagli scavi sotterranei tracce di materiale archeologico. La scoperta si rivelò presto ben più importante del previsto, trattandosi di un sito di grande importanza; inizialmente, infatti, si riteneva si trattasse di uno scalo portuale, ma ben presto, identificando la vera natura del deposito, si comprese che si trattava del punto di incrocio di un canale della centuriazione pisana con il corso del fiume Serchio (l'antico "Auser"), dove, a seguito di una serie di disastrose alluvioni (ne sono state identificate almeno sette, dal II secolo a.C. al VII secolo d.C.), erano affondate almeno trenta imbarcazioni.
Il cantiere, oggi, data la grande complessità della situazione stratigrafica, è stato reso stabile e trasformato in un cantiere scuola. Attualmente, a distanza di quasi un decennio, lo scavo è bloccato da mesi, le condizioni di giacitura dei reperti sono in pericolo a causa delle condizioni meteo e di una mancanza di protezione efficace, mentre il museo non è ancora completato e mancano i fondi per terminare i lavori.
Nel 1998, la scoperta eccezionale aveva subito fatto parlare di una Pompei in versione marittima. Il paragone, di questi tempi, purtroppo, rischia di essere infelice, alla luce dell’evidente disastro causato dalla non-gestione del sito campano da parte del Ministro. Da qui, la mia interrogazione alla Camera, nata grazie alla segnalazione dei ragazzi della Giovanile Idv di Pisa. Per scongiurare il parallelismo con la Domus dei Gladiatori, dunque, è urgente che Bondi spieghi al Paese perché lo scavo, che sorge in un contesto delicatissimo che andrebbe trattato con un occhio di riguardo in più rispetto ad altri depositi archeologici, si trovi in questa incomprensibile empasse e quali interventi urgenti intenda adottare per consentire il prosieguo dell’opera conservativa di tale patrimonio culturale e artistico e per quale ragione non ritenga di sostenerne e valorizzarne l’importanza. Vorremmo sapere dal Ministro come mai non si sia ancora deciso a sostenere l’attività del Comitato promotore dell’inserimento di tale patrimonio tra quelli in elenco all’Unesco e, più specificamente, perché si è proceduto alla ricopertura degli scafi con il famigerato "sudario" di vetroresina, dando fiducia a una tecnica di restauro che non ha portato ad alcun risultato, invece di coinvolgere almeno un archeologo navale nel cantiere (anche se ne sarebbe servito uno per nave) e un esperto di imbarcazioni antiche per la documentazione degli scafi.

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12 Dicembre 2010

PARENTOPOLI COME TANGENTOPOLI, NESSUNA OMERTA’ SUL CLIENTELISMO


Come e più di tangentopoli, lo scandalo di parentopoli sta travolgendo l’Italia. Oggi i reati che infestano la politica non sono le mazzette e i finanziamenti illegali ai partiti, ma sono le assunzioni facili, dirette e senza alcun criterio di merito, dei figli, delle amanti, dei nipoti e dei conoscenti. Parentopoli non è solo un problema giudiziario, sul quale la magistratura sta indagando per scoprire eventuali danni erariali o abusi d’ufficio, ma è anche un problema civile al quale la politica deve rispondere con trasparenza e con una nuova “Mani pulite” se vuole evitare il lancio di monetine, come è avvenuto 20 anni fa. Lo scandalo di parentopoli nasce a Roma ma si allarga a tutta l’Italia. Il caso è quello dell’ATAC, l’azienda municipale dei trasporti del Comune di Roma, nella quale sono state fatte oltre 850 assunzioni senza concorso, 400 delle quali solo per autisti. Il meccanismo della chiamata diretta, senza una selezione pubblica basata su titoli ed esami, ha portato ad assumere anche persone controverse: due condannati per fatti di terrorismo nero, come Francesco Bianco dei Nar e Gianluca Ponzio di Terza Posizione, coinvolti nel giro di Fioravanti e di Mokbel per intenderci; una cubista come Giulia Pellegrino, segretaria del direttore industriale di Atac Marco Coletti; gente raccomandata da Alemanno, come il figlio del capo scorta del sindaco; ancora donne e uomini sponsorizzati dal sindacato, come la figlia e il genero di Alberto Chiricozzi, segretario regionale della Cisl; oltre a tutta una sfilza di parenti e amici.
E dopo l’Atac è arrivata l’Ama, l’azienda municipalizzata sempre del Comune di Roma che si occupa di ambiente. Anche qui i posti di lavoro sono stati assegnati senza concorso (75 “impiegati” e oltre 800 netturbini) a numerosi figlioli prodighi: Ilaria Marinelli (figlia del caposcorta del sindaco Alemanno), Stefano Andrini (l’ex estremista di destra implicato anche nell’inchiesta Mockbel che Panzironi aveva promosso amministratore delegato di Ama Servizi), Armando Appetito (che subito dopo l’assunzione in Ama ha sposato la figlia di Panzironi) e Fabio Magrone (assistente dell’europarlamentare del Pdl Roberta Angelilli).
Dopo l’Ama arriverà l’ora degli altri enti controllati da Comune, Provincia e Regione. Così, mentre i raccomandati di parentopoli prendono lauti stipendi pagati dai cittadini non in base ai meriti ma alle conoscenze, le aziende pubbliche hanno pesanti debiti di bilancio: quello dell’Atac ammonta a 120 milioni di euro l’anno, quello dell’Ama a 23 milioni di passivo. Questi buchi non permettono alle aziende di ammodernare il parco dei mezzi pubblici, assumere più autisti, intensificare la raccolta dei rifiuti.
I cittadini insomma ci rimettono due volte: prima perché non riescono a trovare lavoro perché i concorsi non vengono banditi e i posti occupati tramite un sistema clientelare, poi perché subiscono i disagi di autobus e metro e vedono le tariffe rifiuti innalzano ogni anno di più.
Questo sistema clientelare nega al nostro Paese un futuro con una classe dirigente preparata, con servizi pubblici gestiti da persone competenti, con opportunità di lavoro. Blocca lo sviluppo e distrugge l’idea democratica sulla quale i nostri padri costituenti hanno cercato di costruire l’Italia. Parentopoli è la negazione dell’uguaglianza stabilita dall’articolo 3 della Costituzione ed è la morte del diritto al lavoro sancito dagli articoli 35 e 36 della Carta. Di fronte a questa ondata di illegalità, che sta travolgendo il sistema politico e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni,  la magistratura e la politica devono far chiarezza e rompere questa rete che crea cittadini di serie A e cittadini di serie B. Anche i cittadini possono fare la loro parte segnalando queste irregolarità. Inoltre, come Italia dei Valori, invieremo una sollecitazione a tutti i ministri, i presidenti di Regione e di Provincia, i sindaci, i dirigenti delle aziende pubbliche perché contribuiscano alla trasparenza, dando pubblicazione dell’elenco dei consiglieri, dei consulenti, degli esperti e dei dipendenti assunti con chiamata diretta negli ultimi cinque anni. La peggiore connivenza con parentopoli è il silenzio e l’omertà.

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11 Dicembre 2010

Ecco come funziona il mercato delle vacche


Vi spiego come funziona il mercato dei parlamentari. Un deputato che è stato contattato, mi ha raccontato il metodo utilizzato dagli emissari del Pdl. Il primo passaggio è un contatto informale, che sfrutta i rapporti amicali, di conoscenza, personali. Il parlamentare viene “agganciato” da una persona che gli mette la pulce nell’orecchio. Gli fa sapere che ha presunte informazioni sulla possibilità che non venga ricandidato, sulla scarsa considerazione che hanno di lui nel partito e altre cose simpatiche di questo genere. Il secondo passaggio è più allettante e riguarda le possibilità future: la ricandidatura e tutti gli strumenti per accrescere la propria carriera politica. Se dopo questo secondo step il parlamentare “abbocca” allora si passa ad una fase più concreta. Viene, presumibilmente, organizzato un incontro in cui si tratta sul serio con gli emissari autorizzati a condurre concretamente la trattativa. L’ultimo passaggio è la firma dell’accordo davanti a Berlusconi in persona. Mi sembra evidente che in tutto questo non ci sia neanche l'ombra di una libera dialettica parlamentare. Si tratta di un reato, né più né meno di un illecito su cui è doveroso l'intervento della procura. Questo è il motivo dell'esposto che noi dell’Italia dei Valori abbiamo presentato alla procura di Roma. La gravità degli episodi di cui siamo a conoscenza, mi ha, inoltre, fatto sentire in dovere di avvisare il presidente della Repubblica e l'ho fatto in una lettera aperta che potete leggere di seguito. Era giusto che il capo dello Stato fosse reso partecipe di quanto sta accadendo, del fatto che gli interessi di alcuni parlamentari siano ormai circoscritti al proprio personale futuro, agli sviluppo della propria carriera, al maturare della propria pensione. Consideriamo tutto questo aberrante e riteniamo necessario fare di tutto per evitare che il declino di una stagione politica si traduca nella fine inesorabile del decoro che essa deve avere. È, insomma, per questo, in base alle informazioni che abbiamo avuto, per le dichiarazioni di Calearo sul prezzo dei parlamentari (dai 350.000 ai 500.000 euro), per le interviste dei mesi scorsi di Razzi, nelle quali aveva denunciato il tentativo di corruzione subìto, che abbiamo presentato l’esposto alla procura della Repubblica. Corruzione, almeno morale, c’è stata. E’ anche per questi motivi che ho inviato questa lettera aperta al Presidente della Repubblica.


Ill.mo Presidente della Repubblica,
Le scrivo in qualità di presidente di gruppo parlamentare perché preoccupato dalla gravità di quanto sta avvenendo, sicuro della Sua sensibilità istituzionale e del Suo rigore morale. Circa un mese fa, fummo tra le forze politiche che accolsero il suo appello affinché prima del voto sulla mozione di sfiducia ci fosse una moratoria per permettere l’approvazione della legge di Stabilità. Nella difficile situazione economica che l’Italia sta attraversando, la richiesta di questa ‘moratoria’ è stato un gesto di straordinario interesse per il Paese, accolto da tutti i capigruppo. Un tempo che alcune forze politiche della maggioranza, però, hanno utilizzato per dar vita ad una squallida campagna acquisti di parlamentari dell’opposizione. Tanto squallida da spingere un deputato, anch’egli coinvolto in un passaggio, ad affermare che il prezzo di un parlamentare varia dai 350.000 ai 500.000 euro. Questo mercanteggiare indegno mina la credibilità delle istituzioni e trascina il Paese verso il degrado politico, sancendo una generalizzata e diffusa perdita di fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Rischia anche di provocare una frattura tra il corpo sociale ed i rappresentanti politici, molto pericolosa perché coincidente con una pesante crisi economica dagli effetti particolarmente duri per i lavoratori, le imprese e le famiglie. Senza volerLa coinvolgere nell’aspro dibattito politico, mi rivolgo a Lei come garante e custode della vita democratica italiana, affinché faccia sentire la Sua voce alta ed autorevole in difesa della dignità del Parlamento, ma anche del governo e delle istituzioni tutte, per evitare che la fine di una stagione politica porti con sé il crollo delle regole democratiche. Certo dell’attenzione con cui sempre segue le vicende del Paese, Le porgo i più cordiali saluti. Massimo Donadi

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Quanto è importante nascere con la camicia


Di recente la Banca d'Italia ha pubblicato uno studio sul ruolo delle famiglie nell'economia italiana che dimostra come la famiglia rappresenti, nel nostro Paese, l'unità fondamentale nella quale si sommano e si ripartiscono le risorse economiche tra i membri appartenenti al nucleo familiare stesso.
Questi dati sono interessanti perché ci mostrano, ad esempio, che nel 2009 il 15% delle famiglie italiane aveva zero membri occupati, questo dato è in aumento di dieci punti rispetto all'anno precedente. Nel mezzogiorno, in particolare, le famiglie con zero occupati erano il 27%, quindi dieci punti in più rispetto al centro-nord; un dato impressionante. Nel 2009, invece, quasi la metà delle famiglie italiane (il 48,1%), aveva un solo reddito. Con un aumento del 2,2% rispetto all'anno precedente.
Quello che viene fuori, quindi, è che la famiglia è l'unità fondamentale del sistema e svolge sempre di più un ruolo di vero ammortizzatore sociale. Cioè, di fronte a situazioni di disoccupazione, di incertezza, perdita del lavoro, penso soprattutto ai giovani, è la famiglia che fornisce reddito addizionale.
La domanda che ci poniamo come Italia dei valori è: “Quanto a lungo, ancora, le famiglie in Italia potranno svolgere questa funzione, e in che misura un modello di ammortizzatori sociali fondati sulla famiglia è un modello equo?”. Penso al fatto che ogni nucleo familiare ha caratteristiche di reddito, di ricchezza diverse dall'altro, quindi un sistema fondato sulla famiglia finisce per creare delle forti discriminazioni sulla base dell'origine; in sostanza chi è figlio di operai si troverà in una situazione di svantaggio rispetto a chi ha un padre o una madre medico, notaio o imprenditore. E' facile capire, allora, che un sistema di questo tipo perpetua nel tempo divaricazioni e diversità di reddito e di opportunità che invece dovrebbero essere ridotte e attenuate dalle politiche sociali.
Ecco che studi di questo tipo sono molto importanti perché ci fanno capire che un sistema di welfare così squilibrato come quello italiano è anche molto iniquo. Penso soprattutto ai giovani che rischiano di dover fare gli stessi percorsi dei propri genitori.
Noi dell'Italia dei valori ci battiamo per cambiare questo sistema e vorremmo introdurre delle forme di tutela che siano universali e che riducano le disuguaglianze tra i punti di partenza.

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10 Dicembre 2010

Approvati tutti i referendum Idv: la parola torna ai cittadini


Le firme ci sono e sono ben più di quelle necessarie: quasi due milioni. La Corte di Cassazione ha ammesso i tre referendum promossi, nel maggio scorso, dall’Italia dei Valori. Grazie ai primi due quesiti, di qui a pochi mesi i cittadini potranno decidere su due nodi che riguardano direttamente la loro vita: il ritorno al nucleare e la privatizzazione dell’acqua.
Inoltre, se la Corte Costituzionale, in gennaio, giudicherà costituzionale la legge sul legittimo impedimento che Berlusconi ha fatto varare solo per mettersi al riparo dai processi e dalle sentenze che lo aspettano, saranno gli stessi cittadini ad avere finalmente l’ultima parola su una legge che tutela un uomo solo, Silvio Berlusconi, ma che tira in ballo la dignità dell’intero Paese e dalla cui cancellazione dipende la sopravvivenza di un principio fondamentale della civiltà, ovvero l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Il ritorno al nucleare sarebbe una iattura non compensata da nessun elemento positivo. Non è affatto vero che il nucleare sia ormai sicuro e che Chenobyl appartenga alla preistoria. In Francia gli incidenti si contano a decine e nessuno sa cosa fare delle micidiali scorie nucleari. Passare all’energia nucleare significherebbe ritrovarsi domani con i problemi che oggi pone lo stoccaggio dei rifiuti, moltiplicati per mille in quantità e pericolosità. Anche perché i cittadini non avrebbero alcuna voce in capitolo sulla collocazione delle centrali. Le deciderà il governo e dovranno accettare quel che ordina il padrone.
Non è vero che, in compenso, le bollette verranno abbassate. Al contrario: dal momento che sarà necessario un massiccio finanziamento pubblico a supporto dei privati, le bollette finiranno per diventare più care.
Anche la promessa di rendere l’Italia energeticamente autosufficiente grazie alle centrali nucleari è una balla. Le centrali previste coprirebbero solo l’8% del fabbisogno, dunque continueremmo a essere dipendenti dalle forniture di altri Paesi. In più, le centrali per funzionare hanno bisogno dell’uranio che in Italia non c’è. Dunque dovremmo importare anche quello: altro che autosufficienza.
Il progetto di privatizzazione dell’acqua, infine, è osceno e inaccettabile, tanto sul piano etico e dei valori quanto su quello della vita quotidiana degli italiani. L’acqua è il primo bene comune. La sola idea di trasformarla in fonte di profitto per i privati è scandalosa, o dovrebbe esserlo. Basti pensare che con la privatizzazione intere zone del Paese potrebbero restare a corto d’acqua se rifornirle dovesse apparire diseconomico alle aziende o che un ritardo nel pagamento della bolletta potrebbe lasciare alcune famiglie senz’acqua per giorni e settimane.
Anche in questo caso la promessa di vantaggi per i cittadini è una bugia. Le tariffe, come prova il caso della Toscana dove la privatizzazione dell’acqua già c’è, sarebbero più alte e non più basse. Quelle della Toscana sono le più alte d’Italia.
In un’Italia dove i cittadini contano e decidono sempre meno, e sempre più vengono espropriati della sostanza della democrazia, poter tornare a decidere su questioni di vitale importanza per tutti è un raggio di luce nell’oscurità che ci circonda.

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9 Dicembre 2010

Il Caimano senza erede e la sindrome da "poltronite"


Berlusconi ha una sindrome da cui va curato: la poltronite! Per questo non esiterà, ancora una volta, a dispiegare tutti i mezzi di cui dispone per dipingersi come un cavaliere senza macchia e senza paura, baluardo dei cittadini ma vittima di un sistema fatto di comunisti e traditori che tenta sempre di schiacciarlo. Farà di tutto per tenersi stretta la poltrona di Palazzo Chigi: il Caimano non ha eredi perché è lui quello da salvare, e non può passare il testimone delle propria difficoltà. Chiunque, nella sua posizione politica, avrebbe rassegnato da tempo le dimissioni, ma Berlusconi non lascia perché può dirsi al sicuro solo barricato in un Governo che egli utilizza per cancellare tutti i suoi guai. Per questo fantastica di avere la fiducia e di ripresentarsi ancora alle prossime elezioni e, perché no, anche a quelle successive, magari con una riforma in senso presidenzialista delle istituzioni. Racconterà che ha bisogno di tempo, che la sua opera non è compiuta, che qualcosa o qualcuno gli ha impedito di realizzare quel miracolo italiano promesso nel 1994.

Il ‘ddl stabilità’, che una volta si chiamava finanziaria, ieri è stato approvato definitivamente in un Senato che il Governo ha di fatto commissariato impedendogli di correggere una manovra disastrosa. La prossima settimana sarà la volta di un altro voto decisivo, quello sulla fiducia al Governo Berlusconi, e stavolta dovrà essere inevitabile sfiduciare chi sta provando a sbriciolare le fondamenta del Paese.

Difficile elencare in modo sintetico i gravissimi tagli di risorse decisi dalla Legge di stabilità: scuola, ambiente, beni culturali, sicurezza, 5 per mille, Fondi per le Aree Sottoutilizzate, sostegno all’economia reale, ambiente, sanità, innovazione scientifica, pubblica amministrazione, Stato sociale. Siamo tutti d’accordo nel razionalizzare e ottimizzare la spesa pubblica, ma questo è un vero e proprio scempio, anche perché mancano invece i provvedimenti più importanti.

Manca una riforma del fisco, perché l’Italia è al primo posto nel mondo per la tassazione alle imprese e gli italiani ormai usano la tredicesima per pagare i tributi arretrati. Manca una politica di contrasto alla disoccupazione, che ha raggiunto ormai la soglia del 12%, in grado di stabilizzare il lavoro e aumentare la produttività. Manca il riordino della spesa pubblica tale da eliminare sprechi, corruzioni e inutili carrozzoni burocratici investendo invece risorse per edilizia pubblica, servizi ai cittadini, amministrazione efficiente e garanzia della legalità. Manca un assetto più equo degli investimenti statali, per favorire la ripresa delle zone più svantaggiate e ammodernare le aree produttive esistenti. Manca un piano nazionale per le infrastrutture, che si basi anzitutto sulle opere utili a tutti e sulle più urgenti carenze del settore, per favorire commercio e mobilità sociale.

Ad un esecutivo degno di questo nome il lavoro non mancherebbe. Eppure quest’anno il Parlamento si è riunito appena un centinaio di volte, approvando neanche 80 provvedimenti: togliendo una ventina di decreti legge (quindi atti meramente governativi) e altrettante relative leggi di conversione, una ventina di ratifiche di trattati internazionali (atti dovuti ma non direttamente prodotti) e leggi ‘ad personam’ come il legittimo impedimento o la sanatoria delle liste elettorali del Lazio (che hanno di certo giovato ai giovani, alle famiglie in difficoltà e ai pensionati…), restano appena una decina di leggi, di cui quelle dall’indubbio spessore sociale si contano sul palmo di una mano. Questo è il risultato di un anno di lavoro: la politica italiana è paralizzata da un utilizzo strumentale delle istituzioni, rese inutili e dannose per i cittadini. Un esempio? Sul tema della legalità, la maggioranza ha parcheggiato alla Camera un provvedimento antiusura già approvato dal Senato; così come il ddl anticorruzione è sepolto nei cassetti di Palazzo Madama.
Insomma, è questo il Governo del fare: un Governo di cui fare volentieri a meno.

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I “CAMPIONI” DELLA POLITICA LAVORANO AD UN ''BERLUSCONI BIS''


Anche se il Parlamento è chiuso, sotto le ceneri la politica cova, trama, s'infiamma, si “compra” e si “vende” in vista del 14 dicembre, giorno della fiducia/sfiducia al Governo. In un quadro che vede, in particolare, finiani e berlusconiani gli uni contro gli altri armati, spuntano spiragli di trattativa tra Silvio Berlusconi e il cosiddetto Terzo polo (Udc-Fli-Api) che ha depositato alla Camera una mozione di sfiducia firmata da 85 deputati. Dietro le polemiche mediatiche, in realtà, i soliti maneggioni starebbero cercando una soluzione alla probabile crisi di governo che serva ad evitare sia le elezioni anticipate, sia una nuova maggioranza senza Pdl e Lega. In pratica un Berlusconi bis.
Il Cavaliere, secondo questa ipotesi, con il consenso di Bossi, accoglierebbe le condizioni di Casini e Fini per un nuovo governo allargato all'Udc. E il “giochetto” è fatto. Punto e a capo. Di questo si starebbe discutendo nelle riunioni riservate e nelle ambasciate delle colombe di partito che ultimamente lavorano senza sosta. E nonostante il ministro Maroni continui a ripetere, almeno ufficialmente, che in caso di mancata fiducia l'unica soluzione possibile sarebbe ridare la parola al popolo sovrano, in realtà il Carroccio sa che andare al voto in queste condizioni rappresenterebbe un'incognita anche per la Lega, perché aprirebbe scenari difficilmente governabili.
Del resto l'ipotesi di un Berlusconi bis troverebbe conferma anche in alcune dichiarazioni di Casini e nelle posizioni sempre più ondivaghe di Fini. Il leader Udc, in particolare, ha infatti detto che ''nessuno vuole escludere nessun altro, tutt'al più - ha sottolineato - è Berlusconi che si autoesclude. Il ribaltone è la volontà di escludere qualcuno ma un governo di responsabilità è una cosa diversa: è l'idea, in un momento di difficoltà per il paese, di ampliare e rafforzare le convergenze possibili per governare meglio e con più efficacia il nostro paese''. I finiani, invece, in queste ultime ore pare stiano trattando con il premier le sue dimissioni e un reincarico che porti ad un nuovo governo Berlusconi che faccia una nuova legge elettorale.
Tuttavia il Cavaliere teme un'imboscata: se si dimettesse prima del voto di fiducia – è il suo ragionamento – non avrebbe la garanzia di riottenere l'incarico. Anche per questo, in collegamento con la manifestazione del Pdl a Modena, ha mostrato la sua maschera più indomita: ''E' nostro dovere - ha detto - continuare a lavorare e a governare per garantire stabilità al paese”. E sembra voglia portare Fini davanti ad un notaio per avere la garanzia che il presidente della Camera lo appoggi a palazzo Chigi subito dopo le dimissioni.
Come si vede la via che porta ad un paese normale è ancora lunga e irta di ostacoli, i vizi e le abitudini della vecchia politica pronta all'intrigo pur di guadagnare prebende e mantenere privilegi ai danni dei cittadini, duri a morire. Di fronte al solito teatrino, ai tanti personaggi che fino a ieri sono stati collusi con il regime e ora tentano l'assalto alla diligenza per arraffare il più possibile, l'Italia dei valori ribadisce la sua posizione e invita tutte le forze dell'opposizione a rompere gli indugi, a votare compatte la sfiducia al governo per mandare a casa Berlusconi e ridare all'Italia un futuro migliore.

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8 Dicembre 2010

Più donne nei posti dirigenziali


Lunedì 6 dicembre, presso la sede nazionale dell’Italia dei Valori, il presidente Antonio Di Pietro ha incontrato le coordinatrici regionali delle Donne dell’Idv per sentire le loro proposte e analizzare insieme la situazione politica nelle varie regioni d’Italia. “La chiusura della Camera in questa settimana è un insulto nei confronti degli italiani – ha detto Di Pietro -. Mentre il Paese è piegato da una grave crisi economica, le famiglie non arrivano alla fine del mese, tantissimi lavoratori si ritrovano in cassintegrazione e molti giovani e meno giovani sono senza lavoro, i deputati si prendono una pausa festiva in attesa del 14 dicembre. L’irresponsabilità di questa maggioranza cade sulle spalle dei cittadini. Per contrastare questi fannulloni, l’Italia dei Valori per tutta la settimana ha convocato degli incontri dipartimentali presso la sede del partito. Vogliamo continuare a lavorare per questo Paese e già oggi siamo riuniti con le donne dell’IdV per dare un contributo alle politiche per le pari opportunità. L’Italia ha bisogno di più donne ai posti dirigenziali, di misure volte ad abbattere il divario di genere in materia di pensioni e salari, di tutelare realmente la maternità con disposizioni che garantiscano l’accesso al mondo del lavoro come avviene negli altri Paesi europei, di reali pari opportunità per evitare che le donne siano costrette a scegliere tra famiglia e lavoro”. Il leader dell’Italia dei valori ha poi concluso dicendo che “alcune delle proposte” emerse da questi incontri saranno portate sul “tavolo della coalizione”.
Nel video gli interventi delle responsabili regionali Idv Donne

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PER I LAVORATORI EX EUTELIA ARRIVA ANCHE LA BEFFA


Di seguito il testo della lettera che ieri, in chiusura di seduta dell'Aula del Senato, ho letto e consegnato al Ministro Sacconi, sulla situazione paradossale che stanno vivendo i lavoratori di Agile s.r.l. costretti a pagare le addizionali regionali e comunali senza essere retribuiti regolarmente, ma ricevendo compensi "a singhiozzo".

On. Ministro Sacconi,
i lavoratori dell'Agile s.r.l. ex Eutelia, le cui drammatiche vicende sono ben note a tutti, hanno subito in questi giorni un ulteriore scandaloso aggravio della loro situazione.
L'amministrazione straordinaria di Agile s.r.l. ha fatto recapitare loro una lettera con la quale comunica che dovranno "provvedere autonomamente al pagamento delle addizionali regionali e comunali, calcolate sui redditi del 2009, e dell'anticipo dell'addizionale comunale 2010".
Siamo indignati davanti all'ulteriore beffa a carico di lavoratori che per mesi hanno ricevuto lo stipendio a singhiozzo e che ora si vedono comunicare dai commissari che "trattandosi di imposte relative al reddito 2009 sono comunque dovute indipendentemente dall'avvenuto pagamento delle retribuzioni del 2010".
I lavoratori, dunque, non solo non vengono retribuiti regolarmente, ma sono anche costretti a coprire, con i loro esigui introiti, le inadempienze della Società che, in quanto sostituto d'imposta avrebbe dovuto provvedere automaticamente al pagamento delle addizionali. Mi consenta di dire che una cosa del genere può accadere solo in un Paese che non vuol bene ai suoi cittadini.
Appare veramente paradossale quanto scritto dai commissari straordinari secondo cui "nel 2010, per effetto della mancata corresponsione di alcune mensilità comprese tra gennaio e il 19 aprile e della collocazione in CIGS con pagamento diretto da parte dell'INPS, sia la società Agile che l'INPS non sono nelle condizioni oggettive di versare tali tributi".Le chiedo, dunque, di intervenire tempestivamente per fare fronte a questo ennesimo affronto alla dignità dei lavoratori che già troppo hanno subito e che non possono continuare a essere presi in giro.

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7 Dicembre 2010

CHI NON VOTA LA SFIDUCIA E’ UN GIUDA CHE SI VENDE PER TRENTA DENARI


Da più parti in questi ultimi giorni mi sono arrivate indiscrezioni circa il rischio che l’onorevole Scilipoti possa votare il prossimo 14 dicembre in difformità dal gruppo di Italia dei Valori. Dopo che, nella giornata di oggi, lo stesso si è rifiutato di avere un chiarimento con il presidente Di Pietro l’ho contattato telefonicamente per chiedergli, come sto facendo ormai da più giorni, un incontro nel quale poter chiarire se da parte sua ci siano problemi con il partito.
Data la sua indisponibilità a fissare un incontro, ho fatto presente all’onorevole Scilipoti che qualunque parlamentare non dovesse partecipare alla votazione sulla sfiducia, non solo, e ovviamente, sarà fuori dal partito, ma ci obbligherà altresì a difendere con ogni mezzo il buon nome e l’onorabilità di Idv.
Faremo sapere con chiarezza agli italiani che c’è qualcuno che, dopo essersi fatto eleggere per contrastare la sempre più pericolosa deriva del berlusconismo, come il peggiore Giuda, tradisce il partito, i suoi elettori, e si vende, politicamente, per trenta denari.
Spero ancora di sbagliarmi e che con Scilipoti ci sia stato solo un malinteso. Qualora, tuttavia, già nelle prossime ore, non dovessero intervenire da parte sua prese di posizioni chiare ed univoche e comportamenti conseguenti, avvieremo il primo passo, ovvero il deferimento al collegio di garanzia del partito.

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Non vedo l’ora di riferire in Consiglio regionale


Il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni della Lega, minaccia di querelarmi per le dichiarazioni su mafia e politica nella regione che ho rilasciato ieri sera durante la trasmissione 'L'infedele' in onda su La7. In televisione ho detto nulla di più di quello che tutte le inchieste svolte negli ultimi tempi confermano, e cioè che in Lombardia consiglieri regionali sarebbero stati eletti con i voti della 'ndrangheta. Un'affermazione che il presidente Boni ritiene lesiva dell'immagine del Consiglio regionale.
Boni, tra l'altro, generalizza un concetto ben più chiaro e preciso: ovvero che in Lombardia uomini della 'ndrangheta abbiano puntato su alcuni candidati (più o meno consapevoli, questo lo deciderà la magistratura) nelle amministrazioni locali e nel Consiglio Regionale. Evidentemente sono ritenuti diffamatori i dati, sempre più allarmanti, diffusi dalla Commissione Antimafia e confermati, nel corso della trasmissione televisiva di ieri, dall’On. Angela Napoli (che, addirittura, parla di un'assemblea che “meriterebbe lo scioglimento)”.
Che la ‘ndrangheta abbia deciso di puntare su alcune persone all’interno del Consiglio regionale non lo dico io, ma è scritto negli atti giudiziari degli ultimi cinque anni e in quelli dell’Operazione Infinito del luglio scorso. Il Presidente Boni mi invita a fare i nomi e i cognomi, bene, sono gli stessi che continuo a fare nella mia attività extra politica, in particolare in quella teatrale di denuncia contro la mafia. Quindi, se il presidente ritiene che io li debba fare in Aula, il copione è già pronto. Mi sorprende, però, che Boni si chieda come faccio a rimanere in Aula “vicino - dice - a persone che considera eletti con i voti della ‘ndrangheta”. Caro presidente, non credo di dover essere io a lasciare il mio posto in Aula, forse dovrebbe farlo chi siede lì grazie ai voti della ‘ndrangheta.

Postato da Giulio Cavalli in | Commenti (7) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

FINI-TA


Fini alla Camera vota la riforma dell’università – “la migliore delle riforme della legislatura”, ha osservato – e la riforma passa. Naturalmente, ciò non impedisce a Fli di votare la sfiducia al governo, dopo un’estate rovente di attacchi indecenti allo stesso Fini, e di presentarsi quale nuovo campione della legalità, della sobrietà, della giustizia. Apprendiamo che Fli valuta l’astensione sulla riforma della giustizia. E anche ciò non impedirà di votare la sfiducia. Chi non la vota è fuori, tuona Granata. Immaginiamo le risate dall’estero: i corrispondenti non avranno, temiamo, la pazienza di ripercorrere tutti i distinguo, le posizioni sfumate, gli interessi taciuti che animano questa travagliata stagione del centrodestra.
Abbiamo tutti intravisto nell’agire di Fini, nei mesi passati, un’occasione propizia per denunciare gli intollerabili soprusi di un governo solo fintamente democratico. E forse alcuni di noi si sono persino illusi che Fini rappresentasse, seppure in discontinuità con il passato recente (ma meglio tardi che mai, come spiega sempre Travaglio), una ventata di ossigeno nello smog generale creato da B. Sono tanti i motivi per i quali Fini garantisce il suo sostegno alla riforma dell’università. Alcuni solo ipotetici: è probabile, ad esempio (mi stupirei del contrario), che l’ex leader dell’Msi non capisca quasi nulla in materia. E forse non ne capiscono nulla nemmeno i FLIniani che sono saliti sui tetti. È altrettanto probabile che Fini si senta in dovere di non contraddire Confindustria, accanita sostenitrice della riforma. È però pressoché impossibile che Fini possa dichiarare con sincerità che si tratta della migliore riforma della legislatura. Delle due l’una: Fini sa che si tratta dell’unica vera riforma finora approvata; l’argomento è tautologico. Oppure, Fini sa quali interessi sta difendendo nel promuovere la riforma (tutti tranne quello pubblico, per dirla brevemente; e tra quei tutti, i più beceri in particolare), e soffre di quello stesso sdoppiamento della personalità di cui ha dato prova con le sue recenti posizioni in materia di diritti civili e sociali, in netto contrasto con le due leggi alle quali ha apposto il suo nome (immigrazione, droga).
Siamo certi che, nel giro di poco tempo, Fini si accorgerà dell’assurdità della decisione presa. Questa volta, però, non potremo dirgli “meglio tardi che mai”. Anche perché una novità positiva di questi, recentissimi, tempi, è rappresentata dagli studenti che hanno occupato i principali monumenti italiani e dai ricercatori saliti sui tetti degli atenei. Gli studenti veri, quelli che non sono rimasti a casa a studiare; quelli che hanno capito che in una democrazia bloccata, occorre una certa misura di “sovversivismo democratico”; quelli che vedendosi bloccato il futuro, come hanno scritto alcuni di loro, hanno bloccato le città. Per una volta, l’Italia si è ringiovanita. Andiamo avanti, con un ambiguo “alleato” in meno e un forte esempio da coltivare e imitare.

Postato da Gianni Vattimo in | Commenti (5) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

6 Dicembre 2010

I manganelli contro la “cultura”


Venerdì ho sentito un’altra verità, triste, violenta, repressiva, una verità che mette in discussione molte dichiarazioni della stampa e dei mezzi di informazione, una verità dichiarata dai lavoratori del San Carlo, che sicuramente non sono sovversivi comunisti, una verità che parla di cariche contro chi, pacificamente, e sottolineo pacificamente, manifestava contro i tagli alla cultura e cercava, pacificamente, la solidarietà delle maestranze di una delle più ragguardevoli istituzioni culturali napoletane e del mondo: il teatro San Carlo.
Gli artisti del San Carlo, infatti, indignati per tanta violenza, dichiarano che la notizia diffusa da alcuni mass-media secondo la quale c’era stato un tentativo di invasione degli studenti, è assolutamente falsa, anzi, essi stessi non avevano chiamato le forze dell’ordine, ma avevano sospeso volontariamente le prove della “Tosca” per dialogare con gli studenti ed esprimere la loro solidarietà alla protesta.
Anche il vetro di cui si parla non è stato rotto durante il fantomatico e pretestuoso tentativo di invasione degli studenti, ma durante l’accerchiamento e le spinte della polizia, a cui si sono aggiunti i carabinieri, che hanno caricato improvvisamente, violentemente e senza alcuna ragione valida, studenti ed artisti.
Manganellate ed insulti gratuiti sulle scale dell’ingresso principale, sotto il colonnato e fin quasi alla Galleria Umberto I, ai danni degli uni e degli altri, rappresentanti inermi della cultura italiana, in grave crisi e difficoltà per i tagli inferti e per la scarsissima attenzione del governo, sono una vergogna per le istituzioni e per lo Stato Italiano, così come vergognose sono le bugie impietose, che provano a nascondere la realtà. Quella fatta di voci, di indignazione, di immagini e filmati, di un violinista che non potrà partecipare alla rappresentazione per una manganellata alla spalla sinistra, che denunciano più di qualsiasi altra cosa la vile violenza della “carica”.
Un attacco gratuito e vergognoso alla cultura che riporta a quello di un giornalista del Giornale ad Anno Zero, nei giorni in cui erano in atto le proteste in tutte le fondazioni lirico sinfoniche per il decreto di "urgenza" sulla riforma di tali fondazioni, voluto dal ministro dei beni culturali Bondi, che diffondeva, tra l’altro, notizie false sulle buste paga dei musicisti, dichiarando che percepivano stipendi annui di ben 70.000€ lavorando soltanto 12/16 ore a settimana.
Ed allora mi chiedo, perché parlare di artisti qualificati che guadagnano nella realtà appena 38.000/42.000 euro LORDI/anno, cioè circa 2.000€/mese (con strumenti musicali comprati in proprio), a fronte di un monte ore ben superiore a quello riportato, e non mettere, invece, un tetto massimo accettabile per i direttori di orchestra, i cantanti, i registi, uniformato alle grandi orchestre europee, come avviene ad esempio a Berlino, Vienna e Londra? Perché non prevedere tempi di erogazione e fondi certi per la cultura così da consentire la giusta organizzazione? Perché non proporre Corsi di Formazione all’interno dei Teatri, che troverebbero l’accordo di tutti gli artisti? Perché non fare un disegno di legge che preveda la totale deducibilità dei contributi privati erogati a enti e fondazioni da parte dei privati?
La verità è che la politica ha rovinato anche i teatri che sono diventati “la discarica” degli incarichi, delle consulenze e dei favori, merce di scambio di voti e promesse, in cui i ruoli talora vengono rivestiti senza alcuna competenza specifica e senza un titolo di studio idoneo.
La verità è che un governo senza cultura, considera la cultura un costo e non un investimento, infatti gli altri paesi investono in cultura almeno tre volte quello che prevede l’Italia.
La verità è che il Piano di Rinascita di Licio Gelli è in pieno svolgimento.
La verità è che la politica deve togliere immediatamente le mani dalla cultura e dalla musica, prima che sia troppo tardi per poter tornare ai vecchi fasti, ai tempi in cui Leopold Mozart, il papà del celeberrimo musicista, in una lettera sottolineava l’onore di essere chiamato a Napoli, culla mondiale di cultura!


Caterina Pace, Coordinatrice Regionale Donne IdV Capogruppo Idv Provincia di Napoli

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5 Dicembre 2010

IL DITTATORE DEL BUNGA BUNGA, A BOLOGNA IL 10 DICEMBRE


Il 10 dicembre al Paladozza di Bologna alle ore 20:30 andrà in onda “Il Dittatore del Bunga Bunga. Lui va io resto...” una serata di informazione e spettacolo condotta dal giornalista David PARENZO, alla quale parteciperanno il Presidente dell’Italia dei Valori Antonio DI PIETRO, la penna più irriverente della politica italiana, Marco TRAVAGLIO, i magistrati Antonio INGROIA (video messaggio registrato) e Bruno TINTI con il loro rigore e la testimonianza di giustizia, l’intransigente Gioacchino GENCHI e Sergio RIZZO, che per primo ha denunciato gli inaccettabili privilegi della Casta sulle pagine del Corriere della Sera.
Interverranno inoltre il premio Nobel Dario FO, Antonio CORNACCHIONE con la sua ironia pungente e canzonatoria, Andrea MINGARDI con la sua musica resistente ad ogni moda e, infine, VAURO Senesi con la satira impietosa delle sue vignette.
“Il Dittatore del Bunga Bunga. Lui va, io resto…” è un evento in cui si ripercorreranno gli ultimi quindici anni della storia italiana per analizzare il degrado morale ed etico del quale il nostro Paese è stato vittima. Al centro del dibattito il rapporto soldi-politica-questione morale e l’analisi dello strumento principe della
corruzione, la tangente, che in questi anni purtroppo non è affatto scomparsa ma ha solo cambiato forma adeguandosi ai tempi, passando dalle vecchie valigette piene di bigliettoni agli appartamenti regalati, agli appalti pubblici, ed assumendo infine forma umana attraverso le escort sempre disponibili per cene e festini a base, appunto, di bunga bunga.
Solo riflettendo sul passato sarà possibile capire come è stato possibile arrivare ad un presente come quello al quale tutti noi siamo costretti ad assistere, in cui la demarcazione netta tra legalità e illegalità, giusto o sbagliato, ammesso o vietato riguarda solo la gente comune, mentre per chi ha in mano le leve del potere tutto è possibile e tutto è giustificabile.
In questa Italia che non è mai caduta così in basso nella considerazione internazionale, noi abbiamo deciso di restare, perché sarà lui, il Dittatore, a dover andare via. E mentre “lui va, noi restiamo”! I perché e i come ce li diremo il 10 dicembre al Paladozza, insieme ai nostri ospiti. Se anche tu hai deciso di restare e lottare per il nostro Paese, vieni al Paladozza!


Per chi volesse iscriversi all’evento su Facebook: clicca qui


4 Dicembre 2010

RAPPORTO MOLTO CONFIDENZIALE: PUTIN & BERLUSCONI


Dal vertice italo-russo di ieri a Sochi, sul mar Nero, sono emersi certamente accordi economici riguardanti co-produzioni e collaborazioni tra i due Paesi, accanto alla definizione di strategie internazionali comuni anche in vista dell’imminente vertice tra Russia e Unione Europea. Purtroppo, però, temo che emergeranno anche accordi personali, ambigui e pericolosi, tra i premier di due nazioni importanti come la Federazione Russa e la Repubblica italiana: tra ‘alpha dog’, cioè ‘maschio dominante’, come viene definito Putin, e il suo ‘portavoce’, Berlusconi, che nella conferenza stampa di ieri ha ovviamente cercato di placare tutto e tutti. Ma restano ancora molti dubbi.
Dai cablogrammi diffusi da Wikileaks risulta che il tema principale del rapporto personale tra i due premier, in cui si risolve la diplomazia italo-russa, sia l’energia: una questione esplosiva.
Sembra infatti che gli accordi per le forniture dalla Russia prevedano che l’Italia accetti compromessi sui temi di politica estera; viene paventata la possibilità che il nostro Paese sostenga attivamente gli sforzi russi nel diluire gli interessi di sicurezza americani in Europa; si parla addirittura di percentuali promesse a Berlusconi per ogni gasdotto costruito da Gazprom.
Quindi da Wikileaks arrivano rivelazioni importantissime, non tanto per il pettegolezzo intorno ai festini di Berlusconi, che pure inficia la sua adeguatezza nel rivestire il ruolo che ha, ma soprattutto perché alimentano il sospetto che il premier utilizzi le istituzioni solo per un proprio tornaconto personale. Si tratta di informazioni che emergono da scambi di email tra funzionari diplomatici ed è doveroso valutarle in modo equilibrato. Allora proviamo a non fermarci alle parole e guardiamo ai fatti: è un dato che Berlusconi ha compiuto sforzi, spesso discutibili, per legittimare la Russia come nazione moderna e democratica anche durante il conflitto in Georgia; è un fatto che, in collaborazione con l’Eni, sono stati costruiti numerosi gasdotti che portano energia in Italia e arricchiscono la Russia; che l’inedito feeling tra Mosca e Roma su politica estera, energia, strategie militari, logistica e accordi economici sia stato inaugurato nel 1994 proprio da Berlusconi è una realtà.
Tanto basta per rendere necessario che il Presidente del Consiglio riferisca dettagliatamente al Parlamento della vicenda. È in gioco il sistema economico italiano, il nostro approvvigionamento energetico, la sicurezza della Repubblica e la credibilità dell’Italia nel mondo: se Berlusconi non fornirà risposte sufficienti, come credo, è doveroso che tutte le forze politiche si attivino responsabilmente per l’istituzione di una commissione di inchiesta.
Elementi tali da legittimare sospetti sul rapporto che il Governo Berlusconi ha creato con la Russia di Putin ci sono sempre stati: io stesso ho presentato nel 2008, quindi in tempi non sospetti, un’interrogazione parlamentare al Ministro Scajola su un progetto di stoccaggio di gas nella Val Basento, lacunoso e poco trasparente, presentato dalla società a capitali russi Geaogastock. Ho considerato già allora che il via libera alla realizzazione della centrale di compressione, dall’inaccettabile impatto sul territorio e sulla salute pubblica, potesse contare sulla complicità personale tra il Cavaliere e l’ex dirigente del Kgb. L’allora Ministro Scajola evitò di rispondermi: forse, ovviamente a sua insaputa, nessuno gli recapitò la mia interrogazione. Eppure, cosa c’è dietro i rapporti molto confidenziali tra Putin e Berlusconi i cittadini hanno tutto il diritto di saperlo.


Nomine Autorità di settore, tra abusi e conflitto d'interesse


In queste settimane si discute delle nomine per le Autorità di settore, di regolazione. Stiamo parlando delle autorità garanti della concorrenza e del mercato, la cosiddetta Antitrust, dell'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas, e così via. Questi organismi, in un paese avanzato, in un'economia di mercato, svolgono una funzione molto importante: l'Autorità Antitrust si occupa di tutelare la concorrenza e, in parte, anche i consumatori dagli abusi delle imprese dominanti; cerca di contrastare le pratiche collusive tra le aziende, ecc. Quindi svolge un controllo molto importante soprattutto in un paese come l'Italia nel quale la concorrenza è così poco diffusa in molti settori. L'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas, ha un ruolo fondamentale, perché fissa le tariffe, regolamenta il settore elettrico, del gas e così via.
In queste settimane sui giornali si è scritto molto sul fatto che il Governo è intenzionato a spostare il presidente dell'Antitrust alla presidenza dell'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas, e a nominare nuovo presidente Antitrust uno dei commissari attualmente in carica, Antonio Pilati.



Ecco, una prima questione importante da sollevare è proprio questa pratica di spostare commissari da una posizione ad un'altra; non credo sia una cosa buona e, soprattutto, non è detto che sia auspicabile che si diventi commissari a vita, per cui ci si sposta da una parte all'altra, come se le competenze necessarie per lavorare presso un'Autorità, siano automaticamente spendibili in un'altra.
La seconda questione, molto più delicata, fa riferimento alle attuali procedure di nomina. Cominciamo a dubitare che garantiscano l'effettiva autonomia dei commissari e dei presidenti di queste autorità, visto che il Governo manda le direttive e, sistematicamente, i Presidenti di Camera e Senato rischiano di adottarle senza metterle in discussione.
Molto delicato, come dicevo, il fatto che si voglia nominare presidente dell'Autorità Antitrust Pilati, che in passato è stato membro dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, e uno degli autori del piano tecnico sulla base del quale è stata poi definita la legge Gasparri.
La legge Gasparri è quella che ha consentito, di fatto, di mantenere immutato il sistema televisivo e che quindi ha permesso a Berlusconi e al gruppo Mediaset di mantenere tutti i canali a disposizione, nonostante ci fossero azioni antitrust che volevano aumentare la concorrenza in questo settore. Venne definito il cosiddetto SIC (Sistema Integrato delle Comunicazione), che è un parametro molto ampio, in base al quale si considera non solo la diffusione di notizie televisive, radiofoniche ecc. ma anche la raccolta pubblicitaria. Il risultato finale è che la quota di mercato dei principali operatoti, Rai e Mediaset, è stata diluita, a tutto vantaggio di Mediaset, che così rientra nei limiti della raccolta pubblicitaria stabiliti dalla legge.
La domanda che ci poniamo è se, appunto, è sensato, ragionevole, auspicabile, che venga nominato presidente dell'autorità Antitrust, una persona che, di fatto, ha lavorato ad un progetto di legge che è servito al presidente del Consiglio. Quindi anche in questo campo vediamo un conflitto d'interesse.
E' importante che l'opposizione, che i partiti in Parlamento, seguano queste vicende e denuncino questi scambi di favori tra un premier che ha interessi coinvolti che vanno a scapito dei cittadini consumatori e dei settori regolamentati.

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3 Dicembre 2010

MARIA STELLA NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE


Oggi m’improvviso cuoco come Brunetta. La ricetta del potere berlusconiano: prendete delle menzogne e spargetene in quantità nello studio televisivo; naturalmente assicurandovi prima la presenza di un conduttore compiacente, ribaltate la realtà, impedite agli interlocutori di dire verità scomode et voilà, il gioco è fatto. Semplice no? La puntata di ieri sera di porta a Porta (guarda il video), in cui mi confrontavo con Maria Stella Gelmini, è esemplificativa. Il ministro dell’Istruzione (mah…), che per cultura e competenza non potrebbe neanche insegnare in una scuola, è invece una vera campionessa nell’arte della mistificazione. Di fronte alle critiche puntuali sulla riforma universitaria e alla valutazione politica di quanto pubblicato da WikiLeaks ha reagito mentendo con una disinvoltura straordinaria. Veramente in maniera imbarazzante. Ha descritto una realtà che non esiste, manco fosse Alice nel paese delle meraviglie. In maniera ammirevole ha cercato di negare l’evidenza, parlando con slogan e frasi fatte (scritte chissà da chi) e con tono monocorde ha illustrato i pregi di una riforma universitaria pessima che riporta il Paese a trent’anni fa. L’ha descritta come una legge contro i baroni e gli sprechi. E perché, noi per caso siamo favorevoli a baroni e sprechi? Ha screditato le rivelazioni di wikileaks affermando che erano false, dette da funzionari di terz’ordine sfigati, repressi e magari pure un po’ invidiosi. Peggio di un Capezzone qualunque ha impedito una discussione sullo stato di salute del premier e sulla scarsa considerazione che hanno di lui gli altri paesi. Insomma il ministro ha agito come un automa messo lì a fare la testa di legno. Io non penso che lei possa davvero credere a quello che dice. A meno di voler pensare che sia completamente incapace di intendere e di volere, sa benissimo cos’è la sua riforma, perché è stata fatta e quali gravi conseguenze ha sull’università e la ricerca. Ha recitato una parte. E’ evidente che il governo ha paura e che non vuole che si parli di certe cose, neanche nei talk show. Forse è un segno che siamo già in campagna elettorale e questo è stato solo un assaggio. Se è così, dovremo prendere provvedimenti affinché la competizione elettorale si svolga nel rispetto delle regole democratiche, perché una vittoria di Berlusconi consegnerebbe il Paese al declino e all’ingovernabilità.

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LA GIORNATA SULLA DISABILITA’: OLTRE IL RITO LA QUOTIDIANITA’


Oggi si celebra la giornata internazionale ed europea sulla disabilità istituita nel 1993. Un momento di riflessione, di dibattito e di confronto sulle tematiche che riguardano una larga parte della popolazione italiana: sono 4 milioni e 100.000 le persone con disabilità nel nostro Paese, pari al 6,7% della popolazione secondo l’ultimo rapporto del Censis. Eppure di handicap si parla pochissimo e forse, è proprio questo il significato della giornata celebrativa, parlare e far conoscere una realtà che molti ignorano, vissuta nell’immaginario collettivo ancora con modelli preconfezionati al limite del pregiudizio. Quindi, andando oltre le raccolte di fondi, le piantine e i fiocchetti distintivi, questa giornata è per il mondo della disabilità la conquista di anni di battaglie e di lotte per i diritti che hanno portato all’adozione della convenzione sui diritti delle persone con disabilità approvata dalle Nazioni Unite nel 2006. Una grande conquista che deve fare i conti con le difficoltà quotidiane che si vivono nel nostro Paese, una realtà ben lontana dai diritti contenuti nella convenzione. Troviamo falle ovunque, dal diritto allo studio a quello della salute e assistenza, dal diritto all’autodeterminazione a quello al lavoro, il nostro Paese fa acqua da tutte le parti, in barba alle conquiste raggiunte in anni di battaglie. Uno dei più feroci attacchi ha riguardato la scuola. Con la nuova riforma approvata alla Camera dei Deputati e in attesa di essere votata al Senato, si riducono, infatti, drasticamente le ore di sostegno per gli alunni con disabilità e parallelamente a questo abbiamo visto il tentativo di reintrodurre sotto mentite spoglie le classi differenziate attraverso programmi scolastici che, invece di andare verso l’inclusione sociale vanno nella direzione opposta. Anche dal punto di vista del lavoro e delle previdenze le cose non vanno molto meglio, la legge 68 che prevede il collocamento mirato al lavoro delle persone con disabilità è disattesa da anni così il disabile non solo non è inserito nel contesto lavorativo e quindi sociale, ma grava sulle casse dello Stato. Su questo argomento è arrivato anche il rapporto Ocse che accusa l’Italia di far niente o poco per far si che le persone disabili possano lavorare e lancia l’allarme dicendo che se non ci sarà un’inversione di tendenza le persone che beneficiano di pensioni di malattia o di disabilità andranno ben oltre il 6% odierno. Questo, tuttavia, pare non interessare il Governo che invece di attuare politiche rivolte al lavoro alleggerendo così gli istituti di assistenza ritiene che il problema dell’Italia sia il falso invalido e per questo è iniziata da qualche mese la caccia alle streghe che sta pesantemente penalizzando i disabili veri, costretti alle vie crucis dell’Inps, a doppi e tripli controlli, un’operazione propagandistica che da una parte sta penalizzando le famiglie con a carico un disabile, e dall’altra sta costando molto di più di quanto si pensa di ottenere trovando il falso invalido; è da sottolineare che la giusta battaglia contro i falsi invalidi ancora non ha prodotto nessuna denuncia verso medici e commissioni che almeno in teoria sarebbero stati compiacenti nell’attribuire l’invalidità a chi non ha diritto. Infine sorvolando sul taglio al fondo per la non autosufficienza, e anche sulla miseria delle pensioni adesso, tanto per gradire, si è deciso di ridurre il fondo stanziato per il 5X1000 del 75% così anche l’universo del volontariato e dell'associazionismo non troverà nelle sue casse i soldi che i cittadini italiani hanno versato esprimendo una precisa volontà e i disabili e le loro famiglie non potranno più contare neanche sul volontariato. Se pensiamo che tutto questo è prodotto da un attacco culturale a cui si aggiungono fatti di cronaca, in cui i disabili sono vessati o maltrattati, l’arretratezza in tema di abbattimento delle barriere architettoniche e sensoriali, la mancanza di progetti per il Dopo di Noi, la solitudine che in Italia si sta creando intorno ai disabili, alle loro famiglie e agli operatori del settore, non possiamo non vedere, come Italia dei Valori, la ritualità dei riflettori accesi in una giornata commemorativa che si scontra con le difficoltà della realtà quotidiana quando i riflettori sono puntati altrove.

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2 Dicembre 2010

TESTIMONI DI GIUSTIZIA LASCIATI SOLI CONTRO LA MAFIA


“Lo Stato ci ha abbandonato”. Valeria Grasso e Ignazio Cutrò, due testimoni di giustizia, si sono incatenati da questa mattina davanti al Viminale, sede del ministero dell'Interno a Roma. Chiedono risposte al ministro Maroni e al Governo. “Non vogliamo denaro - spiegano -, ma garanzie per tornare a lavorare in sicurezza e dare un futuro alle le nostre famiglie”. Con loro L'onorevole Sonia Alfano, responsabile Nazionale Idv dipartimento contro la mafia, che segue la loro vicenda da mesi, il deputato dell'Italia dei valori, Franco Barbato e il Consigliere regionale Idv della Lombardia, Giulio Cavalli.



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Una riforma della giustizia dalla parte dei cittadini


Oggi, nella sede nazionale dell’Italia dei Valori, si è tenuta una conferenza stampa sul tema della giustizia. Sono intervenuti il presidente Antonio Di Pietro e il responsabile del Dipartimento Giustizia, Luigi De Magistris.





Antonio Di Pietro: “Dopo la caduta del regime restano le macerie, è una cosa risaputa, ed è per questo che noi dell’Italia dei Valori oggi sentiamo il bisogno per individuare le basi per la ricostruzione dalle rovine per essere pronti quando cadrà il governo Berlusconi. Da alcune settimane stiamo presentando disegni di leggi e mozioni che rientreranno nel programma che l’Idv intende proporre alla futura coalizione per costruire un’alternativa a Berlusconi, il governo che verrà. Un’epoca sta per finire - speriamo che avvenga il 14 dicembre - e bisogna pensare al futuro. Abbiamo presentato disegni di legge riguardanti il lavoro, l’economia, la trasparenza del sistema bancario, il modello d’istruzione, di ricerca e di cultura, attraverso i referendum abbiamo indicato la nostra idea in materia di difesa del territorio, dell’ambiente e della salute. Oggi insieme al responsabile del Dipartimento Giustizia, Luigi De Magistris, vogliamo avanzare le nostre proposte in materia, che sottoporremo all’attenzione dei nostri futuri alleati, affinché siano le cose da affrontare nella prossima legislatura. Noi dell’Italia dei Valori siamo convinti che sia necessaria una buona riforma della giustizia, se è vero com’è vero che i processi sono troppo lunghi e che ci sono cose che vanno cambiate per migliorarne la funzionalità. La politica giudiziaria portata avanti in questi anni è stata deleteria perché si è preoccupata solo di garantire l’impunità a ogni costo a Berlusconi e ai suoi amici, ha soltanto criminalizzato la magistratura, impedendole di svolgere le sue funzioni in assoluta indipendenza”.


Luigi De Magistris: “Oggi anziché ribadire le criticità del governo Berlusconi, che noi combattiamo e denunciamo ogni giorno, voglio parlare di quello che intende fare l’Italia dei Valori nel campo della giustizia perché credo che il compito di un partito che si propone come alternativa di governo è quello di avanzare nuove idee. Ho fatto tesoro della mia esperienza come presidente della Commissione controllo Bilanci al Parlamento europeo e ho formulato alcuni progetti per dare una dimensione transnazionale al sistema di lotta alla corruzione, alle frodi europee e alle mafie. Con il mio Dipartimento ho elaborato il primo studio in campo Ue per realizzare il Procuratore europeo, così come previsto dal Trattato di Lisbona. È importantissimo perché significa istituire un ufficio del pubblico ministero con sede a Bruxelles per la tutela degli interessi finanziari in Europa e la lotta al crimine organizzato. Un pm che non deve avere solo funzioni di coordinamento ma anche di esercizio dell’azione penale. Abbiamo anche realizzato un articolato Testo Unico anticorruzione. Ancora, a Bruxelles, il 9 dicembre, presenteremo insieme a “Flare” di Libera un’iniziativa per coordinare il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi a livello internazionale; e vorremmo introdurre a livello europeo il delitto di associazione mafiosa.
Innanzitutto il futuro governo, senza spendere nemmeno del denaro, dovrà eliminare le “leggi vergogna”, sarebbe il primo passo per progettare una vera riforma della giustizia. Siamo convinti che il Consiglio Superiore della Magistratura vada migliorato, non come vuole fare il centrodestra che tende a rafforzare la componente partitocratica, ma riducendo le influenze delle correnti politiche, riformando l’elezione dei suoi componenti secondo i principi di meritocrazia.
Vogliamo, inoltre, presentare un progetto sull’immigrazione che non va affrontato in termini di repressione criminale ma di inclusione e di rispetto dei diritti. Ancora, abbiamo intenzione di valorizzare la polizia giudiziaria ma nell’ambito delle sue prerogative, dandole più mezzi, più risorse, più qualità, ma sempre alle dipendenze dell’autorità giudiziaria. Al contrario, il governo Berlusconi vorrebbe dare la prerogativa della notizia di reato alla polizia giudiziaria che dipende dal potere esecutivo.
Un altro tema attuale, di cui ha parlato Saviano, è lo scambio di voti che, in base all’articolo 416 ter del codice penale, può essere punito solo se c’è trasferimento di soldi. Noi vogliamo, invece, che possa essere punita la concessione di una preferenza elettorale in cambio di qualsiasi utilità (posto di lavoro, mandato parlamentare, consulenza…).
Vogliamo, insomma, riformare la giustizia in campo penale, civile, in tema di lavoro e di immigrazione, ispirandoci al principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, della solidarietà e della tutela dei più deboli. Non siamo forcaioli, vogliamo l’osservanza della legge ma sempre con il massimo rispetto per la dignità umana”.


Leggi la sintesi delle proposte Idv sulla Giustizia

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MALATI DI MINIMA COSCIENZA, POLVERINI DI MASSIMA INCOSCIENZA


Il diritto alla salute, da assoluto, è diventato relativo, a causa di tagli indiscriminati alla sanità che, tanto per cambiare, si abbattono sui più deboli. Secondo il Presidente del Lazio, Renata Polverini, la sanità della regione avrebbe dovuto essere risanata tagliando gli sprechi e non gli ospedali, ma la realtà dei fatti è molto diversa: 3.068 posti letti in meno, ridimensionamento dell’assistenza, stop ai finanziamenti alla cliniche private che, a costo zero per il malato, sostituivano gli ospedali quando questi non avevano capacità di allettamento nel percorsi di lunga degenza.
I tagli della Polvernini hanno ricadute su persone reali, con nome e cognome, con una storia clinica che necessita intervento.
Ci hanno segnalato un caso che, per drammaticità e urgenza, necessitava un nostro intervento: 9 pazienti in stato di minima coscienza stanno rischiando di essere abbandonati senza cure dalla sanità del Lazio.
Per conoscerli mi sono recato alla casa di Cura S.Giuseppe, dove il reparto di riabilitazione cod.75 (ex Rai), che al momento ospita i 9 pazienti sta chiudendo.
I pazienti in questione rappresentano una delicata e particolare tipologia clinico-assistenziale in quanto alcuni versano in condizioni di stato vegetativo e di minima coscienza, altri hanno bisogno di un percorso riabilitativo adeguato e continuativo post traumatico. Queste nove persone sono state salvate dalla morte e rianimate dal coma, ma, poiché non ci sono risorse per fornirgli fisioterapia e riabilitazione, non possono essere restituiti alla vita normale, non può essere ridata loro la parola, la capacità di movimento, l’autonomia.
In data 13 ottobre 2009, il Decreto del Presidente Polverini, in qualità di Commissario ad acta, ha disposto la cessazione del reparto di Neuro Riabilitazione di alta specialità cod. 75 (exRAI) entro il 31 marzo 2010, senza però prevedere alcun piano di trasferimento dei pazienti.
Una serie di proroghe ha permesso alla Regione Lazio di rimandare il momento fatale dell’abbandono o del difficile spostamento in altre strutture, ma l'ultima è scaduta il 30 settembre scorso, e adesso questi pazienti “fantasma” non hanno un posto assegnato.
La Regione ha paventato di mandarli in strutture che non hanno adeguati standard o addirittura di trasferirli a Velletri, cosa che renderebbe di fatto impossibile per i familiari poterli assistere.
Lo scorso primo ottobre la Casa di Cura ha diffidato la Regione Lazio per la sua perdurante inerzia e ha comunicato l'intenzione di interrompere il servizio per mancanza dei necessari titoli autorizzativi.
I familiari sono mesi che chiedono un incontro con la Regione, perché, senza assistenza, i loro malati stanno regredendo e vanificando tutto il lavoro di riabilitazione fatto negli anni, ma la Polverini non ha dato alcuna risposta. Eppure queste persone stanno soltanto cercando di tutelare il diritto alla dignità e alla continuità riabilitativa di queste persone speciali, per mantenere la promessa di vita che la nostra società ha fatto loro permettendo l'utilizzo di avanzatissime tecniche di rianimazione.
A causa dei tagli indiscriminati, senza attenzione alle tipologie di malati e alle loro necessità, i più deboli rimangono schiacciati nel meccanismo finanziario.
Per questo ho voluto incontrare i malati ed i loro familiari e denunciare alla stampa la grave situazione che sono costretti a vivere, per dare un volto a coloro che in questa logica sono solo “9 posti letto in meno”.
Dopo la mia visita in clinica, grazie alla tenacia dei familiari, e alla denuncia del Corriere della Sera, il Sub Commissario alla Regione Mario Morlacco, ha promesso una proroga dell’assistenza al San Giuseppe fino a gennaio 2011, nonché, dopo la conversione del reparto cod. 75 in RSA R1 (con una assistenza insufficiente cioè per questo tipo di malati), di dare, fuori regime, dell’assistenza aggiuntiva.
Tuttavia queste promesse devono diventare decreti scritti, e a firmarli dovrà essere il Presidente della Regione Polverini. Per questo continueremo a vigilare, a dare un nome e un volto a questi malati, a pretendere che a loro e ai loro familiari sia assicurato un futuro. La sanità non è fatta di numeri, ma di persone. E come Italia dei valori ci batteremo perché queste persone abbiano riconosciuto il diritto alla salute sancito dalla nostra bella Costituzione.

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1 Dicembre 2010

Io sono con Gioacchino Genchi


Stamattina ho partecipato al sit-in a Roma, organizzato dalle Agende Rosse e dal popolo della rete, per sostenere Gioacchino Genchi perché credo fermamente che il tentativo di destituirlo dalla Polizia di Stato sia un grave atto intimidatorio nei confronti di un onesto e capace servitore dello Stato. È evidente che la partecipazione al Congresso nazionale dell'Italia dei Valori non può essere considerata un capo di imputazione, a meno che l'Italia non sia destinata a diventare uno Stato militarizzato - come forse vorrebbe il ministro Maroni - dove la stampa è imbavagliata, le forze dell'ordine relegate a obbedire a politici mediocri e i cittadini tenuti all'oscuro degli ignobili giochi che avvengono nei Palazzi della politica, del potere e dell'economia. Ma la cosa più paradossale è che il Consiglio centrale di Disciplina del Ministero dell'Interno deciderà oggi per la procedura di destituzione di Genchi dalla Polizia di Stato basandosi su una presunta offesa al prestigio di Berlusconi, come se il capo del governo non provvedesse da solo, a suon di festini e di amicizie "pericolose", a far precipitare la sua reputazione e quella dell'Italia, come del resto dimostrano anche le rivelazioni di Wikileaks. C'è inoltre un altro punto gravissimo, che Genchi denuncia nel suo blog sul Fatto quotidiano, e cioè che tutte le istanze di accesso e le richieste difensive sono state respinte. Insomma, Genchi, come fosse stato processato dalla Stasi ai tempi della Germania Est, non ha nemmeno il diritto di difendersi. In pratica il suo destino, cioè la sua destituzione, è già segnata.

Postato da Felice Belisario in | Commenti (9) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

La Riforma Gelmini non riforma


Il provvedimento che ridisciplina la governance degli atenei, lo stato giuridico ed il reclutamento del personale, e delega il Governo ad adottare incentivi per la qualità del sistema universitario, approvato ieri dalla Camera dei deputati, è inutile poiché vuoto di contenuti. Sotto la falsa promessa di una riforma si nasconde, in realtà, una leggina di facciata che non rinnova, anzi peggiora un settore, quello dell’università italiana, che sta già affrontando un momento difficilissimo perché vittima di tagli sproporzionati e ingiustificati.
Valorizzare il merito, era la parola d’ordine con la quale la Gelmini aveva mosso i suoi primi passi nel formulare la riforma universitaria che avrebbe portato il suo nome. E come si fa a non essere d’accordo con un obiettivo del genere? Eppure, nei fatti e nei contenuti, nulla è stato fatto: solo parole, ripensamenti e imbarazzanti dietrofront su un provvedimento che non è stato sostenuto dal ministro dell’economia Tremonti. L’Università italiana è ultima in Europa: nel nostro Paese il rapporto tra il numero degli studenti e quello dei docenti è di 21 a uno, contro il 16 a uno della media europea. L’Italia investe solo l’1% del Pil nazionale nella ricerca, a differenza di Francia e Germania, che ne investono il triplo. La nostra classe docente è la più vecchia d’Europa, con il 54% dei professori di ruolo che supera i 50 anni di età, contro il 29% della Germania e il 30% del Regno Unito. Da questi dati si comprende che un rinnovamento dell’università era più che necessario, ma richiedeva un atto di coraggio e responsabilità che questo Governo non ha avuto.
Una vera riforma, avrebbe dovuto avere come principio ispiratore e come primo obiettivo la selezione trasparente e imparziale del personale docente, per garantire il futuro dell’università e dare speranza ai più meritevoli. Inoltre, avrebbe dovuto lottare contro le baronie universitarie che da anni perpetuano un familismo, un nepotismo e un amantismo - mi sia consentito il neologismo- in grado di soffocare le aspettative dei nostri ragazzi e dei nostri figli; una lobby di anzianotti seduti comodamente sul proprio trono da decenni, invalutati e invalutabili, praticamente intoccabili che condizionano – come vediamo da questo testo di legge – perfino le decisioni dei Governi.
Infine, ma non certo per importanza, una vera riforma universitaria avrebbe dovuto investire nella ricerca. Ed invece nulla di tutto ciò è stato fatto dal ministro dell’Istruzione. Questa pseudoriforma mantiene le cosiddette responsabilità locali e cioè i concorsi, le valutazioni dei candidati, nelle varie sedi universitarie, introducendo soltanto l’abilitazione nazionale, che è cosa diversa da quella graduatoria unica nazionale che avremmo tanto auspicato e dalla quale tutti gli atenei avrebbero dovuto necessariamente attingere per colmare i posti resisi vacanti. È stata, di fatto, soppressa la comparazione dei candidati, come avviene nel resto del mondo. Sono stati cancellati – poiché al momento manca la copertura finanziaria – i concorsi per professori associati, gli scatti di anzianità per i ricercatori, le borse di studio e i finanziamenti per gli alloggi destinati agli studenti meno abbienti.
Il ministro Gelmini è un “ministro azzoppato”, come ha detto il presidente Di Pietro, poiché ha messo il futuro degli atenei nelle mani del Ministro dell’economia, che di fatto ha commissariato l’Istruzione, oltre alla Sanità. Si è attribuita una riforma epocale, ma non è intervenuta neanche sulle modifiche più elementari, quelle a costo zero, come la messa in quiescenza dei professori universitari che avremmo auspicato all’età di 65 anni. Invece, rimarrà intatto il vetusto sistema gerontocratico dei settantenni che soffocherà l’inserimento dei giovani talenti, costretti a fuggire all’estero. Il Ministro dell’Istruzione, dopo il suo assordante stalking mediatico, ha partorito un provvedimento malformato.
Noi dell’Italia dei Valori riteniamo che i ricercatori più qualificati, per i quali lo stato ha investito fior di quattrini, che sono i veri nostri ambasciatori della cultura, che danno lustro al nostro Paese all’estero, debbano almeno avere il giusto e meritato riconoscimento del lavoro svolto. Non chiediamo per loro alcun privilegio, ma soltanto giustizia.

Postato da Antonio Palagiano in | Commenti (12) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Adro, una sentenza a difesa della civiltà e della democrazia


Ci sono sentenze il cui valore politico e culturale va molto al di là della scelta a favore di una parte o dell’altra. Sono quelle che per la profondità e l’acume delle loro motivazioni, non meno che per la delicatezza del tema in questione, sono destinate a incidere non solo sulla giurisprudenza ma sulla definizione stessa del senso comune, sulla cultura di una Paese. Una di queste è la sentenza con cui il Tribunale civile di Brescia ha condannato il comune di Adro, guidato dal sindaco leghista Oscar Lencini, per aver esposto centinaia di simboli leghisti nella scuola elementare del paese.
Non si trattava però di stabilire se il sindaco avesse o meno il diritto di esporre quei simboli, tra l’altro, come accerta la sentenza, senza l’assenso dei dirigenti scolastici e anzi senza averli neppure informati. Il ricorso intentato dalla Camera del Lavoro di Brescia e dalla Flc Cgil accusava, infatti, il sindaco e l’amministrazione comunale di atteggiamento discriminatorio “nei confronti dei lavoratori operanti presso il polo scolastico onnicomprensivo di Adro”. La vicenda era quindi molto più sottile ma anche molto più importante di un semplice pronunciamento sul diritto o meno del sindaco di riempire una scuola pubblica con i simboli del suo partito.
Il Comune si era difeso negando che il simbolo del “Sole delle Alpi” contenesse un riferimento alla Lega Nord, sostenendo che si trattava di un simbolo tipico della zona di Adro. La sentenza dimostra che, invece, non esiste alcun legame tra il simbolo e quell’area geografica mentre ne esistono a volontà con il partito in cui milita il primo cittadino. Viene, tra l’altro, anche citata l’affermazione, mai smentita, della ex consigliere comunale leghista Rossana Sapori, secondo la quale quel simbolo sarebbe oggi proprietà di Silvio Berlusconi, che lo avrebbe ottenuto in cambio del salvataggio della banca leghista Credieuronord.
Il punto centrale era però quelle relativo alla discriminazione. “Saturare” un ambiente con simboli politici, riconoscono infatti i giudici, non vuol dire di per sé limitare le libertà di chi in quell’ambente opera, né condizionarne le opinioni che, trattandosi di adulti, si ritengono ovviamente già formate e neppure violarne la dignità o costringer loro a vivere in un clima di intimidazione.
Non si potrebbe, dunque, parlare di comportamenti discriminatori o di limitazioni della libertà se non fosse che i lavoratori in questione sono insegnanti ed educatori, una categoria specifica e particolare. tra i cui diritti figura in primissimo piano la libertà di insegnamento diretta “a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”. È il diritto a questo “confronto aperto” che viene negato, attraverso l’imposizione agli occhi degli allievi di una identificazione tra la loro scuola e la simbologia di partito.
Il Tribunale ha, dunque, stabilito non solo che i bambini devono essere protetti da campagne politico-mediatiche pervasive e invasive, tanto più se queste vengono allestite nell’ambiente “sacro” della scuola pubblica, ma anche che esercitare un simile condizionamento sugli allievi lede il diritto di esercitare un insegnamento libero e laico dei docenti, e dunque costituisce un comportamento di fatto discriminatorio.
Si tratterebbe di un pronunciamento di enorme importanza, in termini di civiltà e di difesa della democrazia sostanziale. Lo diventa ancora di più quando ci si trova di fronte a partiti come la Lega, che punta proprio su questo metodico e illecito condizionamento per stravolgere le basi fondanti della cultura democratica.


Scarica la sentenza in formato pdf

Postato da Maurizio Zipponi in | Commenti (4) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif


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