Stamattina ho partecipato al sit-in a Roma, organizzato dalle Agende Rosse e dal popolo della rete, per sostenere Gioacchino Genchi perché credo fermamente che il tentativo di destituirlo dalla Polizia di Stato sia un grave atto intimidatorio nei confronti di un onesto e capace servitore dello Stato. È evidente che la partecipazione al Congresso nazionale dell'Italia dei Valori non può essere considerata un capo di imputazione, a meno che l'Italia non sia destinata a diventare uno Stato militarizzato - come forse vorrebbe il ministro Maroni - dove la stampa è imbavagliata, le forze dell'ordine relegate a obbedire a politici mediocri e i cittadini tenuti all'oscuro degli ignobili giochi che avvengono nei Palazzi della politica, del potere e dell'economia. Ma la cosa più paradossale è che il Consiglio centrale di Disciplina del Ministero dell'Interno deciderà oggi per la procedura di destituzione di Genchi dalla Polizia di Stato basandosi su una presunta offesa al prestigio di Berlusconi, come se il capo del governo non provvedesse da solo, a suon di festini e di amicizie "pericolose", a far precipitare la sua reputazione e quella dell'Italia, come del resto dimostrano anche le rivelazioni di Wikileaks. C'è inoltre un altro punto gravissimo, che Genchi denuncia nel suo blog sul Fatto quotidiano, e cioè che tutte le istanze di accesso e le richieste difensive sono state respinte. Insomma, Genchi, come fosse stato processato dalla Stasi ai tempi della Germania Est, non ha nemmeno il diritto di difendersi. In pratica il suo destino, cioè la sua destituzione, è già segnata.