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2 Dicembre 2010

Una riforma della giustizia dalla parte dei cittadini


Oggi, nella sede nazionale dell’Italia dei Valori, si è tenuta una conferenza stampa sul tema della giustizia. Sono intervenuti il presidente Antonio Di Pietro e il responsabile del Dipartimento Giustizia, Luigi De Magistris.





Antonio Di Pietro: “Dopo la caduta del regime restano le macerie, è una cosa risaputa, ed è per questo che noi dell’Italia dei Valori oggi sentiamo il bisogno per individuare le basi per la ricostruzione dalle rovine per essere pronti quando cadrà il governo Berlusconi. Da alcune settimane stiamo presentando disegni di leggi e mozioni che rientreranno nel programma che l’Idv intende proporre alla futura coalizione per costruire un’alternativa a Berlusconi, il governo che verrà. Un’epoca sta per finire - speriamo che avvenga il 14 dicembre - e bisogna pensare al futuro. Abbiamo presentato disegni di legge riguardanti il lavoro, l’economia, la trasparenza del sistema bancario, il modello d’istruzione, di ricerca e di cultura, attraverso i referendum abbiamo indicato la nostra idea in materia di difesa del territorio, dell’ambiente e della salute. Oggi insieme al responsabile del Dipartimento Giustizia, Luigi De Magistris, vogliamo avanzare le nostre proposte in materia, che sottoporremo all’attenzione dei nostri futuri alleati, affinché siano le cose da affrontare nella prossima legislatura. Noi dell’Italia dei Valori siamo convinti che sia necessaria una buona riforma della giustizia, se è vero com’è vero che i processi sono troppo lunghi e che ci sono cose che vanno cambiate per migliorarne la funzionalità. La politica giudiziaria portata avanti in questi anni è stata deleteria perché si è preoccupata solo di garantire l’impunità a ogni costo a Berlusconi e ai suoi amici, ha soltanto criminalizzato la magistratura, impedendole di svolgere le sue funzioni in assoluta indipendenza”.


Luigi De Magistris: “Oggi anziché ribadire le criticità del governo Berlusconi, che noi combattiamo e denunciamo ogni giorno, voglio parlare di quello che intende fare l’Italia dei Valori nel campo della giustizia perché credo che il compito di un partito che si propone come alternativa di governo è quello di avanzare nuove idee. Ho fatto tesoro della mia esperienza come presidente della Commissione controllo Bilanci al Parlamento europeo e ho formulato alcuni progetti per dare una dimensione transnazionale al sistema di lotta alla corruzione, alle frodi europee e alle mafie. Con il mio Dipartimento ho elaborato il primo studio in campo Ue per realizzare il Procuratore europeo, così come previsto dal Trattato di Lisbona. È importantissimo perché significa istituire un ufficio del pubblico ministero con sede a Bruxelles per la tutela degli interessi finanziari in Europa e la lotta al crimine organizzato. Un pm che non deve avere solo funzioni di coordinamento ma anche di esercizio dell’azione penale. Abbiamo anche realizzato un articolato Testo Unico anticorruzione. Ancora, a Bruxelles, il 9 dicembre, presenteremo insieme a “Flare” di Libera un’iniziativa per coordinare il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi a livello internazionale; e vorremmo introdurre a livello europeo il delitto di associazione mafiosa.
Innanzitutto il futuro governo, senza spendere nemmeno del denaro, dovrà eliminare le “leggi vergogna”, sarebbe il primo passo per progettare una vera riforma della giustizia. Siamo convinti che il Consiglio Superiore della Magistratura vada migliorato, non come vuole fare il centrodestra che tende a rafforzare la componente partitocratica, ma riducendo le influenze delle correnti politiche, riformando l’elezione dei suoi componenti secondo i principi di meritocrazia.
Vogliamo, inoltre, presentare un progetto sull’immigrazione che non va affrontato in termini di repressione criminale ma di inclusione e di rispetto dei diritti. Ancora, abbiamo intenzione di valorizzare la polizia giudiziaria ma nell’ambito delle sue prerogative, dandole più mezzi, più risorse, più qualità, ma sempre alle dipendenze dell’autorità giudiziaria. Al contrario, il governo Berlusconi vorrebbe dare la prerogativa della notizia di reato alla polizia giudiziaria che dipende dal potere esecutivo.
Un altro tema attuale, di cui ha parlato Saviano, è lo scambio di voti che, in base all’articolo 416 ter del codice penale, può essere punito solo se c’è trasferimento di soldi. Noi vogliamo, invece, che possa essere punita la concessione di una preferenza elettorale in cambio di qualsiasi utilità (posto di lavoro, mandato parlamentare, consulenza…).
Vogliamo, insomma, riformare la giustizia in campo penale, civile, in tema di lavoro e di immigrazione, ispirandoci al principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, della solidarietà e della tutela dei più deboli. Non siamo forcaioli, vogliamo l’osservanza della legge ma sempre con il massimo rispetto per la dignità umana”.


Leggi la sintesi delle proposte Idv sulla Giustizia


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1 Dicembre 2010

Io sono con Gioacchino Genchi


Stamattina ho partecipato al sit-in a Roma, organizzato dalle Agende Rosse e dal popolo della rete, per sostenere Gioacchino Genchi perché credo fermamente che il tentativo di destituirlo dalla Polizia di Stato sia un grave atto intimidatorio nei confronti di un onesto e capace servitore dello Stato. È evidente che la partecipazione al Congresso nazionale dell'Italia dei Valori non può essere considerata un capo di imputazione, a meno che l'Italia non sia destinata a diventare uno Stato militarizzato - come forse vorrebbe il ministro Maroni - dove la stampa è imbavagliata, le forze dell'ordine relegate a obbedire a politici mediocri e i cittadini tenuti all'oscuro degli ignobili giochi che avvengono nei Palazzi della politica, del potere e dell'economia. Ma la cosa più paradossale è che il Consiglio centrale di Disciplina del Ministero dell'Interno deciderà oggi per la procedura di destituzione di Genchi dalla Polizia di Stato basandosi su una presunta offesa al prestigio di Berlusconi, come se il capo del governo non provvedesse da solo, a suon di festini e di amicizie "pericolose", a far precipitare la sua reputazione e quella dell'Italia, come del resto dimostrano anche le rivelazioni di Wikileaks. C'è inoltre un altro punto gravissimo, che Genchi denuncia nel suo blog sul Fatto quotidiano, e cioè che tutte le istanze di accesso e le richieste difensive sono state respinte. Insomma, Genchi, come fosse stato processato dalla Stasi ai tempi della Germania Est, non ha nemmeno il diritto di difendersi. In pratica il suo destino, cioè la sua destituzione, è già segnata.


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24 Ottobre 2010

IGNAZIO CUTRO’, DA SOLO CONTRO LA MAFIA


Ho incontrato Ignazio Cutrò qualche giorno fa a Palermo. Un nome che ai più non dice niente, nemmeno agli “addetti ai lavori”, a quelli che si occupano di mafia ogni giorno. Cutrò è un “imprenditore piccolo piccolo”, parafrasando il celebre film di Mario Monicelli. Un imprenditore che dopo 10 anni di angherie mafiose ha deciso di denunciare i suoi estorsori; grazie alla sua collaborazione è partito ad Agrigento uno dei più grossi processi a cosa nostra, “Face Off”, e grazie ad Ignazio, la cupola mafiosa di Bivona (AG) è stata decapitata.

Ignazio è entrato nel “vortice” della Giustizia quando gli inquirenti, intercettando alcune telefonate, scoprono che è costretto a sottostare allo scacco mafioso. Da lì la proposta di collaborare alle indagini, ma in assoluto segreto: nessuno saprà che lui sta parlando con gli inquirenti. Poco dopo c'è una fuga di notizie e la sua collaborazione diventa di pubblico dominio. Anche durante il successivo dibattimento, per paura delle ritorsioni, Ignazio nega alcuni aspetti che riguardano la sua collaborazione, arrivando perfino ad essere indagato per falsa testimonianza. E' lì che decide di abbandonare ogni cautela e di raccontare tutto, sia delle vessazioni mafiose, sia della vicenda giudiziaria che lo vede protagonista. In pochi giorni diventa l'imprenditore “coraggio”, viene intervistato e invitato dalle associazioni e dalle scuole di mezza Italia. Parallelamente, però, le sue parole danneggiano le forze dell'ordine che avevano gestito la sua collaborazione, perchè mettono a nudo un bizzarro modus operandi che porta, tempo dopo, un capitano dei carabinieri a scrivergli un vero e proprio pizzino dal testo inequivocabile, durante una discussione sulla fuga di notizie che aveva messo a repentaglio la vita di Ignazio e dei suoi familiari: “la parola migliore è quella che non si dice”. Perfino chi lo deve tutelare gli volta le spalle.

Ignazio rimane solo ed isolato, il lavoro si dilegua, non riceve più commesse dai privati né tantomeno, ovviamente aggiungo io, dal pubblico. La sua sicurezza oscilla dall'auto di scorta blindata con due uomini armati ad una semplice utilitaria di “latta”. Il Confidi, il consorzio di garanzia collettiva dei fidi della Confindustria, che svolge attività di prestazione di garanzie per agevolare le imprese nell’accesso ai finanziamenti, nega la propria garanzia presso il Banco di Sicilia ad Ignazio, ridotto sul lastrico proprio a causa delle sue denunce antiracket. Citando quel diniego, il Banco di Sicilia a sua volta nega l'accesso al credito ad Ignazio, condannandolo al fallimento e addirittura al rischio di perdere anche la sua abitazione. A tutto ciò si aggiunge quella voce insistente quanto purtroppo attendibile, che ai piani alti della cosca abbiano già decretato l'omicidio di Ignazio. E, esperienza mi dice, che rimane pochissimo tempo prima che qualcuno esegua l'ordine di morte.

Di fronte a tutto questo, di fronte ad una morte annunciata, esattamente come nel romanzo di Gabriel García Márquez, in cui tutti sapevano che di lì a poco si sarebbe consumato l'orrendo omicidio di Santiago Nasar ma nessuno pensa di intervenire; anche a Bivona e ad Agrigento tutto tace. In Prefettura, ai piani alti dell'Arma, nei sindacati, in Confindustria. Silenzio.

Il dipartimento Antimafia dell'Italia dei Valori fa propria la battaglia di Ignazio Cutrò, e come responsabile gli do la mia parola che non lo lasceremo da solo. Ieri ho inviato una lettera al presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia e al presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, chiedendo loro di mobilitarsi urgentemente per salvare non solo l'azienda di Ignazio, ormai clinicamente morta, ma anche la vita di un uomo che dopo essersi affidato allo Stato, dopo aver contribuito ad assestare un colpo micidiale alla mafia, è stato abbandonato da tutti. Attendo risposta. L'Italia dei Valori e il dipartimento Antimafia, senza troppi clamori e senza l'affannosa ricerca delle prime pagine, porterà fino in fondo questa storia, affinchè Ignazio torni ad una vita normale e dignitosa e affinchè la sua vicenda non sia l'esempio della sconfitta dello Stato ma sia lo stimolo per gli altri imprenditori a “saltare il fosso” e affrontare cosa nostra. Come ripete sempre lui, “quando attraverserò lo Stretto per lasciare la Sicilia non sarò io ad aver perso, ma lo Stato”.


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20 Ottobre 2010

BERLUSCONI IN FUGA DAI SUOI GIUDICI NATURALI


C’è qualcuno che ancora in Italia ha dubbi sulla fuga indecente che Silvio Berlusconi sta tentando da anni di fronte ai suoi giudici naturali? Sembra di sì a sentire le dichiarazioni di ministri e parlamentari del PDL, inclusi anche i seguaci del presidente della Camera Fini che pure sono in imbarazzo.


La commissione Affari Costituzionali del Senato ha approvato, con un improvviso blitz della maggioranza, una norma del Lodo Alfano costituzionale che fissa la retroattività dell’immunità del presidente del Consiglio come del Presidente della repubblica (che nulla aveva chiesto, è ormai chiaro).
Sicchè, con una simile norma contraria alle regole proprie della legge penale che non può mai essere retroattiva, secondo i principi del nostro ordinamento giuridico, si cerca di evitare che possano nascere problemi sul passato del Cavaliere, gravemente indiziato nei processi siciliani di rapporti con Cosa Nostra prima di scendere in politica e, nello stesso tempo, si ripropone l’immunità completa per tutti gli anni di carica in modo (come si è detto) di lasciarlo tranquillo a governare.


Un governo del Paese che ormai, anche nel PDL, riconoscono poco efficace, o addirittura rovinoso, in settori fondamentali della società italiana: dalla politica estera legata all’amicizia con Gheddafi e Putin, all’economia e al lavoro che vedono l’Italia fanalino di coda della ripresa economica occidentale per non parlare dei tagli enormi praticati in tutto il settore dell’istruzione che è l’aspetto fondamentale per le speranze delle nuove generazioni di italiani. L’emendamento è stato definito vergognoso dal segretario del PD Bersani e l’on. Di Pietro lo ha definito l’ espediente chiaro di un regime che sta finendo.
E’ quello che si augurano tutti quelli che al populismo autoritario di Berlusconi vogliono sostituire il ritorno al più presto allo Stato di diritto sancito nella Costituzione repubblicana e alle regole di una democrazia parlamentare scelta dai cittadini in una lotta politica pacifica ed espressa con metodi democratici. Se le elezioni anticipate sono necessarie per raggiungere questo obbiettivo siamo pronti ad affrontarle tanto più che il Parlamento della sedicesima legislatura sembra quasi completamente esautorato dall’esecutivo, si lavora da tempo non più di due giorni alla settimana e si accantonano i problemi essenziali della società italiana e delle nuove generazioni. In questa situazione le elezioni appaiono l’unica via di uscita a questo stanco autoritarismo.


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11 Ottobre 2010

LODO ALFANO, UN MOSTRO GIURIDICO E COSTITUZIONALE


In questi giorni in Commissione Affari Costituzionali del Senato abbiamo ripreso l'esame del cosiddetto Lodo Alfano costituzionale alla sospensione dei processi per Berlusconi. Ovviamente l'IdV farà la sua opposizione presentando gli emendamenti ma questo provvedimento cosi come proposto presenta almeno tre enormi profili di incostituzionalità. Su uno di questi profili noi ci pronunceremo evidenziandolo. Sugli altri due ci riserveremo di farlo al momento opportuno perché non vogliamo dare nessun aiuto a questa maggioranza per modificare il testo. Noi vogliamo contrastarlo, questo testo, quindi suggerimenti non ne daremo.
Uno è talmente macroscopico che non riesco a capire come facciano continuamente a sbagliare. Fin dal 2004, quando la Corte Costituzionale bocciò il Lodo Schifani, si evidenziò che non era possibile prevedere una sospensione del processo senza limite di tempo, ossia "reiterabile".
Invece hanno proposto una norma reiterabile, ossia uno può passare da Presidente del Consiglio a Capo dello Stato e rifare la richiesta di sospensione del processo; quindi otterremmo una sospensione del processo e poi un'altra sospensione cambiando carica.
É francamente un'immunità perpetua e non é più la sospensione del processo; sarebbe un'immunità perpetua che la Cassazione ha detto che non si può fare, anche se si tratta di difendere e garantire la serenità dello svolgimento delle funzioni, però finito di svolgere la funzione, basta! Si deve riprendere a fare il processo; e invece loro propongono la possibilità di reiterare queste sospensioni.
Noi ci batteremo perché questa legge venga ostacolata in tutti i modi in maniera che il Capo dello Stato, che dovrà verificarne in prima battuta la tenuta costituzionale, potrà adeguatamente intervenire rimandando al Parlamento una norma che per altro sicuramente sarà sottoposta al giudizio dei cittadini in quanto, essendo una riforma di legge costituzionale, ha bisogno di una particolare procedura e se non viene votata dai due terzi del parlamento scatta la possibilità del referendum confermativo dei cittadini. Quindi il popolo verrà chiamato a giudicare questa norma che é un mostro giuridico e costituzionale.


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7 Settembre 2010

PANORAMA GIUSTIZIA


L’approccio insofferente che il centrodestra ha con la Giustizia non è antico, essendosi manifestato in misura marcata solo nell’ultimo decennio. Ci sono fattori di influenza dell’insofferenza (a volte ostilità) che hanno interferito pesantemente. Ossia:
1. la posizione personale di Berlusconi, comprensibilmente rancoroso verso il mondo della giustizia che ha messo il naso nei suoi affari, evidenziandone deviazioni illecite. Il rancore si è tradotto e si traduce nella ricerca di contromisure e nel tentativo (spesso riuscito) di modificare la legislazione vigente per depotenziare o annullare l’iniziativa giudiziaria. Berlusconi appare convinto (ed ha convinto molti) d’essere vittima di una aggressione da parte della magistratura. In molte occasioni, la sua convinzione è sincera. Siffatta convinzione è una categoria psicologica frequente nel “popolo” dei soggetti di indagine e di processi. Nella vicenda Berlusconi, alla condizione psicologica, si è accompagnata la possibilità di dare concretezza alla propria convinta autoassoluzione e giustificazione di condotte, con l’uso del potere mediatico e legislativo. La condizione psicologica frustrata, porta il “popolo” delle sedicenti “vittime”, a solidarizzare con la “vittima” che, invece, riesce a concretizzare, una forma fattiva di reazione alla “giustizia”).
Siffatto modello solidaristico è, peraltro, inevitabilmente connotato da reciprocità: la sedicente “vittima” della “giustizia”, è destinatario della istintiva solidarietà di chi si pone nella medesima condizione antagonista alla giustizia. Tornando alla fattispecie concreta, è conseguenziale che Berlusconi si venga a collocare in quel popolo, omologato e omologante, di antagonisti alla giustizia, a prescindere dalla specificità delle singole condotte illecite generatrici della condizione psicologica autoassolutrice e ammortizzatrice.
Non è, quindi, umanamente giustificabile la pretesa di volere affrancare Berlusconi dalla sua posizione antagonista alla giustizia: non è possibile interferire positivamente, mutandone l’indirizzo, con uno status psicologico che, in quanto tale, è frutto di sedimentazione.
Il raziocinio e la psiche, obbediscono a criteri e forze diversi, non sempre (se non difficilmente) coincidenti. Gli stati psicologici sedimentati diventano, anzi, un filtro dell’attività raziocinante.
Siffatta condizione, sin qui descritta, coinvolge adesivamente l’ulteriore popolo attratto per “simpatia” che, proprio per non essere soggetto di condotte necessitanti di processi autoassolutori o ammortizzatori, ancora più facilmente (superata la condizione psicologica di avversità ed entrato, quindi, nella sfera “simpatica”) sarà sodale, non per omologazione di status antagonista alla giustizia, ma per gli effetti della sedimentazione della “simpatia”.
Le forme di “ostilità” e le occasioni, sono le più disparate (ma tutte riconducibili alla medesima sedimentazione psicologica di “avversione”), spaziando da Cogne, a Perugia, a Garlasco, ai processi di mafia, ai processi Andreotti e Contrada, alle inchieste sulle cricche, alla sentenza Reggiani (con concessione delle attenuanti agli assassini, pur decise da una Corte presieduta da un magistrato vicino al PDL, il dott. Gargani, fratello del responsabile della giustizia del PDL al parlamento europeo ed, egli stesso, stretto collaboratore del Ministro Alfano), ai collaboratori di giustizia, etc.
L’essere, cioè, “anti” tutto ciò che è estrinsecazione dell’attività indagatrice, inquisitoria e decisionale della funzione giurisdizionale.
In ciò avendo una utile sponda contrapposta, nelle posizioni definibili di “gretto, approssimativo e rozzo giustizialismo”.
Affiancata a siffatta pregiudiziale, si sviluppa una tecnica di bilanciamento, sforzando al massimo il dato dei buoni risultati ottenuti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine nella lotta alla criminalità organizzata, appropriandosene come se le confische ed i sequestri non fossero il risultato dell’attività giurisdizionale, ma invece riconducibili alla iniziativa del governo.
La norma introdotta che consente il sequestro dei beni, prescindendosi dalla misura di prevenzione personale, è stata recepita dal nostro disegno di legge presentato a giugno 2008, così come l’inasprimento del 41 bis.
E addirittura autocelebrandosi per gli arresti di mafiosi, frutto di anni e anni di ricerche. Lo slogan è “mai come noi nella lotta alla mafia”, dimenticando che dal 1992 al 1996, vennero arrestati centinaia di mafiosi (e, tra essi, i capi Riina, i fratelli Graviano, Bagarella, Brusca, Aglieri, Greco, Troia, Ganci, Cangemi, etc, ossia il ghota di Cosa Nostra), incidendo profondamente sulla solidità e operatività dell’ala militare dell’organizzazione criminale e, sorvolando, sui casi Dell’Utri, Cosentino, Fondi e dell’“eroe” Mangano.
2. L’altro fattore di insofferenza con la Giustizia, è nel fatto che la sinistra si è trovata nel campo adesivo dell’iniziativa giurisdizionale, così rendendo difficile la coabitazione, nello stesso campo, con il centrodestra. La contrapposizione politica ha determinato un effetto trascinamento.
C’è, senza dubbio, un processo di rimozione del pregiudizio ideologico nella scelta di collocazione nel campo dell’antagonismo o dell’adesività alla Giustizia. È, però, un processo lento e difficile, drenato dall’inevitabile (ma non positiva) degenerazione del radicalismo.
In questo quadro di insofferenza, si collocano le annunciate ulteriori iniziative di modifica legislativa avanzate dal governo:
a) rendere più complessa la qualità della prova penale, ove rappresentata da dichiarazioni di coimputati o coindagati (anche se non nello stesso processo ma in altro collegato). Insomma la “parola” del complice dovrà valere di meno.
b) Rendere più complessa la sintesi del giudicare, attraverso la insopprimibilità delle prove proposte da una parte processuale con l’evidente incentivo alla patologia della proposizione di mezzi di prova sovrabbondanti e ripetitivi, a fini chiaramente dilatori, non più contenibile attraverso l’esercizio del potere di sindacato e conferenza e, quindi, dell’ammissibilità della prova proposta.
c) Impedire che l’accertamento di un fatto possa essere il risultato di una attività consacrata in una sentenza emessa in un altro processo, ma pretendere l’autonomia assoluta di ogni processo e la impermeabilità degli accertamenti da acquisire, rispetto a quelli già acquisiti in diverso processo.
All’evidenza, le tre annunciate proposte (già pendenti ma, al momento, accantonate) vanno tutte nella direzione di interferenza con il processo Mills (avvocato inglese, teste corrotto da Berlusconi), ossia:
a) allungare a dismisura i tempi del processo, nell’ottica della prescrizione del reato, con l’impossibilità per il giudice di valutare l’ammissibilità delle prove proposte e limitare, quindi, il ricorso abusante ad esse;
b) impedire che le dichiarazioni accusatorie di Mills (rese più volte, prima della ritrattazione) possano essere valutate nel processo al coimputato Berlusconi;
c) impedire che la sentenza definitiva Mills che ha accertato specifici fatti, possa essere acquisita ed utilizzata nel processo al coimputato Berlusconi (processo che era unico ma, poi, separato a causa della legge – dichiarata successivamente incostituzionale – che porta il nome “lodo-Alfano”).
Questo lo scenario.
L’IDV marcherà la propria netta opposizione, avendo, in materia di giustizia, presentate oltre 25 proposte di legge di riforma strutturale (ufficio per il processo e riqualificazione del personale amministrativo), di riforma di sistema (procedura penale, procedura civile, penale sostanziale, diritto societario e fallimentare, diritto processuale del lavoro, normativa antimafia e di prevenzione), di interventi settoriali (banca dati del DNA, ratifica delle convenzioni sulla corruzione e modifica dei delitti contro la pubblica amministrazione, ratifica della convenzione sul terrorismo internazionale e razzismo con modifiche all’ordinamento interno, istituzione delle squadre investigative sovranazionali).
Alcune delle proposte di legge dell’IDV sono diventate legge (banca dati DNA e prelievi coatti, ratifica della convenzione sul terrorismo, parte delle proposte di intervento sul codice processuale civile, parte delle proposte in materia di prevenzione antimafia e alcune di procedura penale), altre sono in via di approvazione.
Il nostro voto contrario, in sede parlamentare, è dipeso dal rilievo che l’estrapolazione di alcune nostre proposte (recepite nelle proposte del governo e della maggioranza) hanno comportato una compromissione di riforma organica a tutto campo, risolvendosi in una soluzione rattoppatrice, di fatto disarmonica ed inefficace.
Sul nostro sito le nostre proposte sono consultabili (è sufficiente cliccare, nella prima pagina del sito, su “Senato”, quindi sul nome Li Gotti, aprire la scheda e, nella scheda, sulla voce “iniziative legislative”) nel testo articolato e in quello esplicativo nonché nella discussione svoltasi o in fase di svolgimento.
Chiunque potrà interloquire e, dopo averne esaminato il contenuto, offrire contributi integrativi e modificativi.
Abbiamo la consapevolezza della nostra limitatezza comunicativa e divulgativa del fatto che l’IDV offra un’ampia articolazione di proposte per la Giustizia.
È però ben possibile (e facile) sapere tutto attraverso la conoscenza offerta dal nostro sito e, così, coprendo, una non modesta platea di possibili interessati.
Di fatto, tutta l’attività parlamentare dell’IDV (e siamo, in assoluto, il primo partito in materia di iniziativa parlamentare) è conoscibile sin nelle virgole. Basta consultare con semplici operazioni, non essendo del pari giustificabile che, addirittura, ruoli strutturati del partito possano, a volte, sconoscere, il nostro “prodotto” e farsi propugnatori di promesse di intervento su materie sulle quali, anche da oltre due anni, si è già intervenuti.
È nostro dovere fare, conoscere e divulgare la conoscenza: è il solo metodo per supplire alla oggettiva limitatezza mediatica.
La propaganda deve divenire militanza della propaganda ottimizzando gli strumenti che abbiamo.
Abbiamo, in definitiva, una linea ben tracciata, articolata, esplicitata sull’intero panorama della Giustizia e, lungo questa direttrice, continueremo ad operare.


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3 Settembre 2010

GIUSTIZIA, UN PROGETTO PER LA SICUREZZA DI TUTTI I CITTADINI


Nel nostro Paese non vi è mai stata una politica per la giustizia e per la sicurezza. In nome della giustizia il potere politico ha cercato di ridimensionare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura come scolpita in Costituzione. Obiettivo prioritario è la sottoposizione del pubblico ministero al governo. Non vi è mai stato un impiego adeguato di risorse e mezzi che consentisse la realizzazione di una giustizia, al tempo stesso, rapida, efficiente e giusta e che garantisse alle forze dell’ordine strumenti per prevenire e reprimere reati. Il cattivo funzionamento della giustizia e della sicurezza è servente anche per realizzare progetti che conducono alla loro privatizzazione: stravolgimento dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, arbitrati, camere di conciliazione, esternalizzazione di servizi (come le intercettazioni), ronde.
Nei governi eversivi guidati dal sultano di Arcore si è assistito al progressivo dissolvimento della giustizia quale realizzazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la giustizia come tutela e garanzia dei diritti di tutti. Si sono adottati provvedimenti punitivi nei confronti della magistratura per evitare che potesse continuare ad agire in modo costituzionalmente orientato. Si sta assistendo ad una escalation criminogena tesa ad approvare norme che garantiscano l’impunità del presidente del consiglio e delle cricche a lui sodali: dalla legge bavaglio allo scudo fiscale, dal processo breve al legittimo impedimento, dal lodo Alfano alla riforma della legge sui collaboratori di giustizia, dalla depenalizzazione del falso in bilancio alla sottrazione al PM del potere-dovere di indagare di propria iniziativa subordinando la sua azione alle informative di polizia giudiziaria. La sicurezza non viene vista come lotta alla criminalità in tutte le sue articolazioni, bensì come propaganda per la realizzazione di azioni repressive nei riguardi dei soggetti sociali deboli: immigrati clandestini, dissenzienti al pensiero unico dominante, emarginati. IDV presenterà, invece, un progetto per la Giustizia e per la Sicurezza nell’esclusivo interesse dei cittadini. La spesa pubblica non va tagliata in questi settori vitali per la democrazia di un Paese nei quali, invece, si deve investire in termini di persone e mezzi. Abolizione delle leggi ad personam e ad personas. La modifica dell’ordinamento giudiziario per impedire interferenze del governo attraverso la clava dei procedimenti disciplinari. Creazione dell’ufficio del magistrato valorizzando le professionalità presenti nel personale amministrativo. Consolidamento dell’autonomia dei singoli magistrati anche all’interno dell’ordine giudiziario per scongiurare interferenze interne. Semplificazione del processo civile e del processo penale eliminando formalismi inutili senza pregiudicare le garanzie delle parti processuali. Depenalizzazione cospicua dei reati a favore di sanzioni alternative al carcere. Ineleggibilità dei condannati per reati gravi. Rafforzamento del coordinamento delle forze di polizia e consolidamento della democratizzazione interna alle forze dell’ordine. Superamento delle leggi razziste ed eliminazione di ogni forma di criminalizzazione del dissenso. Un Paese è davvero democratico se garantisce la legge uguale per tutti e la sicurezza a tutti coloro che dimorano nel territorio nazionale. Il nostro obiettivo è quello di consolidare i principi sanciti in Costituzione e rafforzare i diritti di tutti.


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26 Agosto 2010

UN RINNOVATO IMPEGNO PER IL CONTRASTO ALLE MAFIE


Da settembre un'altra sfida ci attende sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Subito dopo l'estate, infatti, inizieremo a lavorare ai programmi e alla struttura per lanciare con la massima incisività le attività del dipartimento Antimafia dell'Italia dei Valori che ho l'onore e la responsabilità di dirigere e in cui profonderò l'impegno maturato in anni di militanza nella società civile. L’istituzione di questo organismo all’interno di un partito politico, in un clima così teso ed avvelenato da vicende legate alla cosiddetta “legalità”, testimonia l’impegno vero e sincero di Antonio Di Pietro e dell’Italia dei Valori in un ottica di rinnovamento e pulizia della politica italiana.
Le linee direttrici del dipartimento sono però già segnate e su queste ci misureremo e non faremo sconti a nessuno: punteremo molto sull'informazione e sull'analisi dei fenomeni mafiosi nazionali ed internazionali, quest’ultima sviluppata anche grazie all'attività condotta al Parlamento Europeo. Le nostre attenzioni saranno rivolte ovviamente all'ala militare delle mafie ma con l'intenzione di concentrarci e portare alla luce tutte quelle collusioni politico-istituzionali che dalla strage di Portella della Ginestra in poi non hanno mai smesso di tramare e che hanno portato l'Italia ad essere una nazione fondata su sangue, segreti e menzogne di Stato.
Per far questo abbiamo bisogno però della collaborazione attiva di referenti da ogni parte d'Italia, che ci supportino nella denuncia dei misfatti locali e che riceveranno massima attenzione da parte del dipartimento e del partito. In questo senso il nostro invito alla collaborazione va a tutte le associazioni, i movimenti che da anni si battono sui temi dell'antimafia e di cui abbiamo bisogno per essere maggiormente incisivi; quegli uomini e quelle donne saranno per noi alleati di primaria importanza da cui imparare con umiltà, riconoscendo loro l’importanza dell’indipendenza che rispetteremo in ogni sede.
Non faremo sconti a nessuno, né in virtù di alleanze né di coalizioni, tantomeno per ragioni di Stato o di partito, convinti che la linea dura sulla lotta alla mafia fortifichi istituzioni e soggetti politici; la mia storia personale è garanzia che mai il dipartimento tacerà su fatti raccapriccianti, anche se interni o vicini politicamente.
Produrremo dossier e documenti di denuncia e ci faremo ora portavoce, ora stimolo per la magistratura in modo che le nostre attività abbiano anche uno sbocco giudiziario e non siano percepite solo come spot elettorali.
Inutile fingere, le elezioni politiche sono alle porte. Il dipartimento si impegnerà in un controllo più che minuzioso delle liste di candidati, sia quelle dell’IDV che quelle degli altri partiti che si presenteranno al confronto elettorale. Quest’attività risulta di fondamentale importanza specie alla luce del fatto che la legge vigente (il “porcellum”) non prevede la possibilità per i cittadini di esprimere preferenze.
Sfruttando tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione proveremo a scongiurare per tempo la presenza di condannati e di personaggi le cui zone d’ombra consigliano percorsi diversi da quello di rappresentare i cittadini in Parlamento.
Siamo pronti per questa nuova trincea di legalità dalla quale cercheremo in tutti i modi di restituire verità e giustizia a questa nazione disgraziata e dare all'opinione pubblica nomi, fatti e circostanze che devono essere cacciati dall'ambiente politico istituzionale; i vari Dell'Utri, Cosentino, Cuffaro e affini non avranno pace e faremo di tutto per far diventare l’Italia dei Valori “il” partito dell’Antimafia.



24 Agosto 2010

Le intimidazioni di Fininvest, la verità sulle stragi mafiose


Il viscerale odio di Berlusconi per i magistrati in genere e per quelli che hanno indagato su di lui in particolare, oltre ad essere espresso a parole, si traduce quando possibile in atti intimidatori, che di per sé dimostrano l’evidente ed insopprimibile conflitto d’interessi di un Presidente del Consiglio, già condannato per aver testimoniato il falso, e pluri indagato per vicende gravissime di corruzione, falsi in bilancio, ed anche per favoreggiamento alla mafia. Non potendo colpire direttamente i magistrati, che la Costituzione difende quando sono nell’esercizio della loro attività, cerca di colpirli in modo trasversale, quando come nel caso di Tescaroli, scrivono libri nei quali descrivono le loro indagini. Luca Tescaroli ne ha scritti tre: Perché fu ucciso Giovanni Falcone; Le faide mafiose nei misteri della Sicilia e Colletti sporchi (2008, con Ferruccio Pinotti).
Per quest’ultimo libro la Fininvest, come scrive 'Il Corriere della Sera', chiede il risarcimento a Tescaroli "per gli ingentissimi danni non patrimoniali" procurati con la sua pubblicazione. Il libro ripercorre, tra le altre cose, la vecchia indagine antimafia su 'Alfa' e 'Beta', nomi in codice per indicare Silvio Berlusconi e Marcello dell'Utri. Un fascicolo che è stato archiviato tempo fa. Il magistrato, che ha già subito un tentativo di omicidio, ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a scriverlo: "Innanzitutto volevo spiegare la pericolosità e le insidie di Cosa nostra, e in particolare dei cosiddetti 'Colletti bianchi' attraverso l'esperienza personale che ho maturato negli ultimi anni. Quindi, ho voluto anche rendere omaggio a tante, troppe vittime della mafia". Tescaroli fa riferimento (fra le altre) alla figura del pentito Salvatore Cancemi: fu lui a rivelare che Riina, prima di Capaci, aveva incontrato il premier e il senatore, e disse pure che il Gruppo Fininvest «versava periodicamente 200 milioni di lire a titolo di contributo a Cosa Nostra». «Singolare che il dottor Tescaroli non spieghi ai lettori che Cancemi è stato ritenuto inattendibile», obiettano i legali del Gruppo. Risponde Tescaroli: «Non ho mai detto che le dichiarazioni di Cancemi sono valide in assoluto. Le ho solo richiamate assieme all'esito di quel processo. E non bisogna dimenticare che Cancemi è reo confesso della strage di Capaci, fu uno degli autori».
Luca Tescaroli è il magistrato che ha fatto condannare all’ergastolo gli autori materiali della strage di Capaci, nella quale furono assassinati Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta. E’ sempre Tescaroli che, lavorando alla procura di Caltanissetta, ha scritto la requisitoria del processo di appello della strage medesima. Ha lasciato volontariamente quella procura poco dopo la richiesta d’archiviazione per Berlusconi e Dell’Utri, tra l’altro basata sul fatto che le dichiarazioni di Giovanni Brusca sarebbero in contraddizione con quelle di Salvatore Cancemi. Come si legge in un articolo del Corriere della Sera del 2001, tuttavia, Tescaroli contesta il fatto e ritiene che le dichiarazioni di Cancemi, Brusca e di un altro pentito, Maurizio Avola, «consentono di inquadrare le ipotesi di trattative coltivate, e gli attentati eseguiti e programmati, nell' azione volta a creare le condizioni per l'affermazione di una nuova formazione politica (ndr. Forza Italia)». Altro «pezzo forte» della richiesta di archiviazione proposta a Caltanissetta sono le deposizioni dell'ex-presidente della Repubblica Cossiga, che fissa la decisione di Berlusconi di entrare in politica «due-tre mesi prima delle elezioni del 1994». E pur non volendo commentare il valore di queste dichiarazioni, Tescaroli ricorda che «al processo d'appello per Capaci sono stati forniti elementi di prova che vanno in segno contrario», in particolare una sorta di atto di fondazione di Forza Italia datato luglio 1993.
Dunque le "persone importanti" che, secondo Cancemi, avrebbero incontrato Riina incoraggiandolo nella sua strategia volta a scalzare i vecchi partiti e a favorire la nascita di nuovi soggetti politici che diventassero referenti più credibili e utili per Cosa nostra, sarebbero Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi fa i loro nomi - dicendo di averli appresi dalla bocca dello stesso Riina - soltanto al processo di appello per la strage di Capaci. Dove racconta anche la sua missione presso Mangano, per convincerlo a lasciare a Riina la gestione dei rapporti, coltivati per vent'anni, con Berlusconi e Dell'Utri.
Nell'udienza del 22 ottobre 1999, il pm Tescaroli domanda a Cancemi: "Senta, lei ha fatto riferimento - per quanto attiene l'individuazione dell'epoca in cui eseguire la strage di Capaci - a questi accordi, a questi contatti intercorsi tra queste "persone importanti" e Riina. Chi sono queste persone importanti?". Cancemi risponde con un filo di imbarazzo: quella è la prima volta che ne fa i nomi e i cognomi, e lo fa - chissà perché - proprio in un momento in cui i carabinieri non sono più i suoi esclusivi "angeli custodi":
"Ma io quando... quando me l'ha detto il Ganci lui non me l'ha fatti i nomi, quando stavamo andando... indietro... a Capaci. Mi disse solo "4 persone importanti": `U zu' Totuccio si incontrò con persone importanti. Poi, io, più avanti, l'ho saputo da Totò Riina: e parlava di Dell'Utri e Berlusconi". Poi ritorna sul tema delle presunte tangenti Fininvest a Cosa nostra (la storia dei 200 milioni): "Riina diceva che era un contributo che arrivava da parte di Dell'Utri e Berlusconi a Cosa nostra. Mi disse che loro avevano delle antenne, ripetitori diciamo, nella zona che Ganci Raffaele me l'ha fatto vedere una volta passando di là [ ... I. Posso dire pure che Riina mi disse che loro, intendo sempre quelle due persone, erano interessate a comprare la zona vecchia di Palermo". Tescaroli pone un'altra domanda precisa: "Allora, lei sa se queste persone siano state correlate, accostate alle possibili conseguenze derivanti dalla strategia stragista?". E Cancemi: "Ma guardi, io le posso dire con assoluta certezza che il Riina non aveva nessun timore, nessuna paura, aveva una franchezza enorme. Non spiegava che ci potevano essere dubbi [...], anzi sollecitava, aveva una certa premura di fare questa strage. Specialmente quella di Borsellino".
“Un dato deve altresì considerarsi assolutamente certo: i vertici dell'organizzazione [Cosa nostra], subito dopo la strage di Capaci (secondo il racconto di De Donno) o dopo il 25 giugno (alla stregua delle indicazioni del generale Mori) ricevettero un segnale istituzionale che, nella loro prospettiva, suonava come una riprova dell'idoneità dell'azione stragista a raggiungere l'obiettivo di aprire nuovi canali relazionali, capaci di individuare nuovi referenti politico-istituzionali.”
"Il Cancemi ha posto in rilievo che Riina aveva esposto, nel corso di una riunione, che si stava accingendo a inoltrare una serie di richieste (il cui contenuto è in larga misura coincidente con quanto costituiva oggetto della trattativa, di cui ha riferito il Brusca) nei confronti di soggetti esterni all'organizzazione, che ha individuato negli onorevoli Berlusconi e Dell'Utri. Orbene: dette indicazioni suscitano una serie di interrogativi."
"A prescindere dalla verifica investigativa tuttora in corso, nell'ambito di separato procedimento penale, per individuare quale ipotesi sia aderente al vero e concretamente riscontrabile [...], possiamo affermare con assoluta certezza che il disegno criminale nel suo complesso, e la strage del 23 maggio 1992, in particolare, si è mosso correlativamente al procedere di trattative volte a incidere sui poteri politici e istituzionali, e sull'azione degli stessi, per ottenere vantaggi per gli adepti dell'accolita". Cioè per gli affiliati a Cosa nostra. Le conclusioni del discorso portano, ancora una volta, ai tre fatidici nomi di Mangano, Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi e Brusca "hanno riferito la loro porzione conoscitiva, che rappresenta una parte di una realtà più complessa, da nessuno dei due conosciuta nell'integralità. Invero Cancemi era in condizione privilegiata rispetto al Brusca, per poter conoscere del rapporto, o comunque dei contatti con le "persone importanti" dallo stesso menzionate [Berlusconi e Dell'Utri], posto che Vittorio Mangano, che nel passato aveva coltivato quelle relazioni, è uomo d'onore del suo mandamento [Porta Nuova] e che lo stesso Cancemi era intervenuto per far mettere in disparte il predetto Mangano nel mantenimento dei rapporti con quei soggetti, onde consentire al Riina la gestione diretta del rapporto.
"V'è, poi, un dato obiettivo che emerge dalla realtà fenomenica istituzionale: effettivamente, anche per l'azione dirompente prodotta dalle indagini su Tangentopoli, venivano soppiantati da altre realtà Politiche, nel corso degli anni 1992, 1993 e 1994, i partiti della Dc e del Psi, che, prima dell'inizio dell'attuazione del disegno strategico, rappresentavano la roccaforte del potere nel paese.”
"Possiamo affermare con certezza che l'organizzazione denominata Cosa nostra è un soggetto criminale che, particolarmente a partire dagli anni 1991-92, ha recitato un ruolo non marginale nel quadro politico-istituzionale della nazione. Cosa nostra si proponeva dunque di "incidere sugli assetti di potere esistenti e di creare le premesse per la formazione di nuovi aggregati politici".
“Si continuerà a lavorare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria di Falcone, è la coscienza critica e morale della società civile che impone questo dovere: senza verità non c'è giustizia. E ci auguriamo […] di trovare il filo conduttore che ci faccia risalire a questi mandanti esterni, per poter esercitare l'azione penale nei loro confronti ed evitare che questa realtà, per ora solo intravista, vada ad accrescere i molti misteri che avvolgono lo stragismo nel nostro paese."
Appena Tescaroli è partito da Caltanissetta, quella Procura ha annunciato di aver chiesto l'archiviazione dell'inchiesta sui mandanti occulti, nella quale erano indagati Berlusconi, Dell'Utri e altri. Archiviazione per proseguire le indagini, o per mettervi la parola fine?
Così ne parla il diretto interessato, Tescaroli: "Fu una vera e propria cospirazione politica, mutando atteggiamento nei confronti dello Stato rispetto al passato, in quanto ha realizzato non più una strategia selettiva diretta a colpire persone determinate, che avevano creato nocumento all'organizzazione, in vista del mantenimento dell'equilibrio istituzionale mafioso che dal dopoguerra si era venuto a creare tra i sodali e rappresentanti delle istituzioni; ma una rottura creativa di nuovi equilibri, attraverso una concentrazione di azioni eclatanti e destabilizzanti in un breve lasso temporale. Nuovi rapporti da consolidare e/o creare ex novo sfruttando per un verso quei canali economico-finanziari dei quali l'organizzazione poteva disporre sulla base dei pregressi rapporti, e per l'altro verso, ponendo i presupposti per goderne di nuovi".
Il fascicolo fu poi archiviato ma le intuizioni di Tescaroli oggi sono coltivate da altri colleghi di Caltanissetta che lavorano per cercare i mandanti esterni delle stragi.


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18 Agosto 2010

VERDINI, LA P3 E “L’ALLEGRA” GESTIONE DEL CREDITO COOPERATIVO FIORENTINO


Denis Verdini, coordinatore del Popolo della libertà (PdL), è già rimasto coinvolto, nei mesi scorsi, nello scandalo P3, ovvero nel clan affaristico-politico che sembra aver lucrato sugli appalti per la costruzione di pale eoliche in Sardegna.
Denis Verdini è stato fino a pochi giorni fa anche presidente del Credito cooperativo fiorentino (CCF), una banca toscana.
Nei giorni scorsi è stato reso pubblico il rapporto conclusivo dell’ispezione condotta dalla Banca d’Italia presso il CCF, da febbraio a maggio, con la delibera del 20 luglio 2010 firmata dal Governatore Draghi e inviata (come di prassi) al Ministro Tremonti e al CICR (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio). Gli ispettori della Banca d’Italia hanno riscontrato “gravi violazioni normative e irregolarità amministrative” e hanno pertanto suggerito il commissariamento della CCF. Il 27 luglio il Ministro Tremonti ha dovuto pertanto disporre la sospensione di Verdini dalle cariche societarie e il commissariamento del CCF.
Il quadro che emerge dall’ispezione della Banca d’Italia è davvero preoccupante. Verdini gestiva in modo totalmente accentrato la banca e adottava politiche creditizie in frequente conflitto di interessi. Una banca cooperativa dovrebbe perseguire finalità mutualistiche (aiutare ad esempio i soci nelle loro attività lavorative) mentre nel caso della CCF parte rilevante dei fondi venivano dirottati verso pochi grandi clienti e verso iniziative riconducibili allo stesso gruppo famigliare di Verdini. La governance della banca era data da un esecutivo costituito da pochi soggetti di limitata autorevolezza e da un collegio sindacale scarsamente indipendente. Questo consentiva a Verdini di esercitare un potere quasi totale sul Credito cooperativo fiorentino. Il 60 per cento del patrimonio di vigilanza della CCF era stato prestato al gruppo costruttore Fusi-Bartolomei, secondo criteri che non tenevano conto dei principi prudenziali e per importi al di sopra dei limiti previsti dalla normativa sulla concentrazione dei rischi. Verdini risulta legato al gruppo Fusi-Bartolomei da legami d’affari personali. La CCF aveva inoltre concesso mutui a dieci soggetti, legati da relazioni di lavoro o affari con il gruppo Fusi-Bartolomei, per l’acquisto di due case a testa, senza tener conto degli standard ortodossi.
Complessivamente nel CCF le “partite anomale” (incagli, sofferenze e perdite stimate su crediti) sono cresciute nel corso del 2009 del 130 per cento e hanno raggiunto il 30 per cento dei 400 milioni impiegati.
Il CCF avrebbe non solo finanziato una ristretta cerchia di amici e affaristi legati a Verdini, ma anche organi di stampa vicini al centrodestra come, ad esempio, “il Giornale di Toscana”. Sembra inoltre che la banca in questione venisse utilizzata da Flavio Carboni per versare fondi di oscura provenienza. Cosa si cela dietro quei bonifici?
E’ molto importante quello che stiamo scoprendo grazie all’azione della Banca d’Italia e della magistratura. Emerge un sistema di potere che non ha eguali nei paesi democratici avanzati. Il PdL risulta essere guidato da personaggi dalle molteplici attività affaristiche. Una vera e propria banda organizzata sembra aver gestito e accumulato decine di milioni di euro, stringendo alleanze con faccendieri, costruttori, società che si ingrassano con gli appalti pubblici.
Il conflitto di interessi è uno degli elementi pervasivi di questo modello di relazione tra politica ed economia che va combattuto con tutta la forza possibile.
Un sistema nel quale chi fa politica continua a gestire società, banche e aziende varie, è necessariamente incline alla corruzione e alla commistione tra interessi privati e azione di governo.
E’ chiaro che di fronte a fatti come quelli che stanno venendo alla luce in queste settimane gli investitori internazionali decidono di restare alla larga da un paese corrotto come l’Italia, e ciò significa minori opportunità di lavoro e di sviluppo per il nostro paese. La concorrenza tra le imprese, del resto, è falsata se ci sono aziende che ricevono finanziamenti bancari senza rispetto per le norme di vigilanza, ma solo grazie alle relazioni privilegiate che hanno costruito con un partito o con un gruppo politico.
IDV pone la questione morale al centro della propria azione politica non solo per ragioni di civiltà, ma anche perché solo eliminando la corruzione e i conflitti di interesse si può consentire all’economia italiana di svilupparsi in maniera sana e completa.


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16 Agosto 2010

MONDADORI INDIGESTA, MA NON TROPPO, PER BERLUSCONI


Certo che la Mondadori rischia di risultare parecchio indigesta al Cavaliere. Non bastava, a suo tempo, la non ortodossa procedura di assegnazione della società che avvantaggiò la Finivest, o la sentenza contro il corrotto Mills al quale non si contrappone però la figura di un corruttore. Adesso per salvare le casse della Mondadori, affidata alle cure della figlia Marina, Berlusconi ha tirato fuori dal cilindro una norma cancella tributi.

Con un colpo di mano riuscito grazie all’appoggio della sua maggioranza ancora non incrinata dalla defezione di Fini e dei futuristi liberali, il premier è riuscito infatti a far inserire in un provvedimento che non c’entrava niente (il cosiddetto decreto incentivi) una norma ad hoc per risparmiare un bel po’ di soldini. A nulla è valso il grido di allarme e la dura lotta intrapresa dall’IdV in Parlamento per impedire questo ennesimo sconcio. Il decreto purtroppo è stato approvato e, grazie all’artificio in esso contenuto, il nostro premier può continuare a dormire sonni tranquilli.

Ma di che si tratta? Semplice: evidentemente non soddisfatto dalla sola possibilità di cancellare con un colpo di spugna il reato di falso in bilancio (altro provvedimento pro domo sua) di cui ha abbondantemente usufruito, Berlusconi ha voluto sistemare un suo vecchio (della Mondadori) contenzioso con il fisco facendo approvare un codicillo per cui chi ha avuto due sentenze a favore in un procedimento che lo vede contrapposto all’erario per tasse non pagate, può risolvere la questione con una transazione pari al 5 per cento delle somme dovute.

Esattamente il caso che vede Marina Berlusconi e la Mondadori in lotta con il ministero delle Finanze che contesta alla casa editrice controllata dalla Fininvest il mancato pagamento di 173 milioni sulle plusvalenze realizzate nel 1991 quando ci fu la fusione tra l’Amef e la Arnoldo Mondadori. La società ha vinto in due gradi di giudizio la causa contro il fisco, per cui ricorrendo (guarda caso!) tutte le fattispecie previste dalla legge, si è affrettata a definire la questione pagando solo 8,5 milioni di euro.

Insomma la famiglia Berlusconi, utilizzando una legge fatta dal Governo Berlusconi e approvata dalla maggioranza parlamentare di Berlusconi, ha risparmiato in un botto qualcosa come 164 milioni di euro (per non parlare degli interessi, ma quelli non contano…). Milioni che il fisco non incasserà più e che, tanto per pareggiare i conti, dovranno essere sborsati da tutti i contribuenti italiani (quelli onesti che pagano le tasse, ovviamente). Alla faccia della lotta all’evasione fiscale e ai “furbetti” tanto sbandierata dal ministro Tremonti.


Postato da Felice Belisario in | Commenti (14) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

11 Agosto 2010

MAFIA: DA BERLUSCONI SOLDI A PROVENZANO? I MAGISTRATI ACCERTINO LA VERITà


Ancora una volta siamo in attesa che si faccia verità sui rapporti perversi fra politica e mafia. In particolare, attendiamo che i magistrati accertino la gravissima circostanza dei presunti rapporti tra Silvio Berlusconi e il capo dei capi della mafia, Bernardo Provenzano, al quale, secondo fonti giornalistiche, in occasione delle elezioni politiche del 2001, avrebbe dato cento milioni di lire, come risulterebbe dal contenuto del pizzino denunciato davanti ai giudici di Palermo. Sarebbero gravissimi, se accertati dalla magistratura competente, questi collegamenti finanziari, personali ed elettorali.

L’Italia non dimentica che nel 2001, in Sicilia, la coalizione berlusconiana con Forza Italia totalizzò, nell’arco di un mese, 61 seggi su 61 alla camera e al Senato e ottenne, nel mese successivo, l’elezione a presidente della Regione siciliana di Salvatore Cuffaro, già condannato in secondo grado per reati di mafia. Berlusconi cercherà di farsi fare un’altra legge vergogna, non ci aspettiamo che si difenda nei processi. Chiediamo, invece, con forza che il ministro Maroni batta un colpo dando un segnale di sostegno e garantendo la sicurezza di magistrati, minacciati anche recentemente, testimoni e collaboratori di giustizia che da tempo ormai cercano di dare un contributo per evitare che la mafia abbia il volto dello Stato e lo stato quello della mafia. Il silenzio di Maroni è inquietante.


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9 Agosto 2010

Antonio Scopelliti esempio di legalità


L’omicidio del giudice Antonio Scopelliti, magistrato calabrese di altissimo rigore morale e professionale, ha costituito uno degli attacchi più alti della criminalità organizzata nei confronti delle istituzioni e del regolare funzionamento dell’ordinamento giudiziario. Scopelliti, servitore dello Stato ed esempio di legalità, venne ucciso poco dopo la sua nomina a Pubblico Ministero nel maxi processo contro i boss di Cosa Nostra in Cassazione. In questo modo, gli fu impedito di esercitare le sue funzioni e di sostenere con intransigenza e rispetto della legge l’intero impianto accusatorio. La barbara uccisione del giudice e la sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992, che confermò l’impianto accusatorio e le pesanti condanne nei confronti dei più violenti capi di Cosa Nostra, annunciarono drammaticamente la stagione delle stragi del ’92-‘93. Una pagina buia della nostra storia che ancora oggi attende verità e giustizia.

Scopelliti fu ucciso a 51 anni il 9 agosto 1991 lungo la strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro. Senza scorta, Scopelliti viene intercettato dai suoi assassini, appostati lungo la strada. Secondo i pentiti della 'Ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, l’uccisione del giudice sarebbe stato un “favore” della mafia calabrese a Cosa Nostra, visto che Scopelliti avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo contro i boss siciliani. Nell'abitazione del padre di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, fu trovato il fascicolo del processo alla ''Cupola'' di Cosa nostra.

Alla fine di una serie di processi, con condanne ed assoluzioni, nel 2001 la Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè e Benenetto Santapaola dall'accusa di essere stati i mandanti dell’omicidio Scopelliti, che rimane quindi impunito.


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8 Agosto 2010

Serve verità per rendere l'Italia civile e moderna


Da tre anni (12 ottobre 2007) è in vigore una legge discutibile che dà al capo del governo italiano la competenza, di fatto esclusiva, per “l’apposizione e la tutela del segreto di Stato.”
L’ascesa al potere per la terza volta di Silvio Berlusconi nell’aprile 2008 ha segnato per gli italiani la chiusura totale d’ogni speranza di togliere il segreto di Stato sulla stagione dei terrorismi e delle stragi che hanno insanguinato la storia dell’ Italia repubblicana in 70 anni di storia, provocando centinaia di morti e migliaia di feriti.

Dall’eccidio di Portella della Ginestra all’assassinio di Aldo Moro, dalla strage di Bologna a quella di piazza della Loggia Brescia.

Qualche giorno fa Berlusconi non ha voluto neppure essere presente, né ha inviato uno dei suoi ministri a Bologna, dove pure migliaia di italiani, venuti da tutto il paese, hanno ricordato gli 85 morti di quel 2 agosto 1980.

E’ un chiaro segnale, per un capo del governo che qualcuno ha definito ormai “un morto che cammina”, di indifferenza e di disprezzo per tutte le vittime e rivela l’atteggiamento ambiguo di un politico che ha sempre preferito le logge massoniche e le cricche di affari ai confronti fatti alla luce del sole, in parlamento o nelle piazze.

Ma, per fortuna degli italiani, sta ormai arrivando la fine del dominio politico e culturale del leader populista. La maggioranza parlamentare, assai ampia dopo le elezioni poliche del 2008, si è ormai dissolta e il governo dovrà fare i conti ogni giorno con la scissione di Fini e con l’opposizione di centro-sinistra che ha nell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro la sua punta di diamante.

L’Italia è l’unico paese democratico in cui il segreto di Stato nasconde ancora vicende che hanno caratterizzato a lungo la nostra storia e che devono essere chiarite per mettere in luce le responsabilità di classi dirigenti che si sono opposte, e che ancora si oppongono, ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana del 1948. Cioè alle libertà politiche, civili ed economiche, all’eguaglianza tra i cittadini, alla giustizia sociale.

Negli Stati Uniti, per una decisione della presidenza Clinton, ormai da oltre un decennio ogni quattro anni vengono desecretati materiali scottanti che si riferiscono al comportamento dei governi negli anni settanta, ottanta e novanta del Novecento.

In Italia non sappiamo ancora chi ha sparato a Portella della Ginestra nè chi è stato il mandantedella bomba alla stazione di Bologna. Dobbiamo far di tutto affinchè Berlusconi finisca di governare, coprendo gli assassini, e che chi andrà al governo si impegni a togliere il segreto sulle stragi e i terrorismi del Novecento e restituisca agli italiani la legalità, dando ai parenti delle vittime la giustizia cui hanno diritto.

E’ una speranza importante per chi crede ancora nella possibilità di cambiare l’Italia e di farla diventare un paese civile e moderno.


Postato da Nicola Tranfaglia in | Commenti (60) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

5 Agosto 2010

Spatuzza abbandonato


La semplice osservazione della realtà fa capire come gli apparati governativi temano le verità che stanno emergendo dalle indagini di varie procure sul biennio stragista di Cosa Nostra 1992/93 e si adoperino per metterci una pietra sopra.

Quanto avvenuto in danno del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza è scandaloso, prima ancora che inedito. Per dire ciò, bastano i dati oggettivi.

Spatuzza ha consentito alla Procura di Caltanissetta di scardinare il depistaggio di Stato sulla strage di via D’Amelio, costruito per evitare che le indagini toccassero livelli troppo alti, soprattutto gli ambienti politici e istituzionali con cui interloquivano al tempo i capimafia di Spatuzza, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Spatuzza ha fornito alla Procure di Firenze e Milano ulteriori importanti elementi per iniziare a colmare i vuoti rimasti sulle stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma, vuoti che riguardano prima di tutto i mandanti esterni a Cosa Nostra. Spatuzza, infine, ha offerto alla Procura di Palermo le circostanze a sua conoscenza sulla criminosa trattativa fra Stato e Cosa Nostra da cui è nata la cosiddetta seconda Repubblica e, come riconosciuto da ultimo dal Tribunale di Palermo, anche sul sequestro e sul feroce assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Tutto questo Spatuzza ha fatto anche sotto la supervisione della Procura nazionale antimafia e in ragione di ciò tutti quegli uffici giudiziari hanno chiesto per Spatuzza il programma di protezione, in quanto collaboratore di giustizia attendibile e quindi esposto (insieme a tutti i suoi familiari che accettassero la protezione) ad altissimo rischio.

Ma il governo ha detto no. Lo ha fatto per bocca dell’on. Alfredo Mantovano, che è presidente dell’apposita Commissione centrale (prevista dall’art. 10 della legge 82 del 1991) presso il Ministero dell’Interno. Non era mai capitato che davanti alla richiesta convinta e unanime di tre procure distrettuali antimafia e della Procura nazionale antimafia la Commissione centrale negasse il programma di protezione ad un pentito. Non era mai accaduto, prima del caso di Spatuzza, nemmeno a questa Commissione centrale diretta da Mantovano.

Della Commissione centrale fanno parte due magistrati antimafia ed entrambi hanno votato a favore del programma di protezione per Spatuzza. Ne fanno, poi, parte l’on. Mantovano e funzionari e ufficiali delle forze di polizia e tutti costoro hanno seguito l’ordine della maggioranza di governo e hanno bocciato la proposta delle Procure antimafia. Quel che è peggio, lo hanno fatto in base a una loro interpretazione della legge, difforme da quella data da tutti i magistrati che si sono occupati di Spatuzza. Cosicché oggi dovremmo credere che l’interpretazione delle leggi non è più materia del potere giudiziario ma del governo, con buona pace della separazione dei poteri.

Spatuzza, in effetti, una colpa ce l’ha. Ha fatto due nomi dei personaggi finora a volto coperto che avrebbero guidato l’azione stragista dei fratelli Graviano. I due nomi sono, come si sa, quelli di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri, cioè del capo del governo e del fondatore del principale partito di governo, del quale oggi Mantovano è ortodosso rappresentante. È di plastica evidenza il conflitto d’interessi violato con la propria decisione da Mantovano e dagli altri componenti della Commissione centrale: hanno negato la protezione a Spatuzza che aveva accusato il vertice del governo, del loro governo. Spatuzza aveva accusato il loro capo e quindi doveva pagare dazio.

E doveva essere un messaggio che servisse anche ad altri possibili interessati. Negata la protezione a Spatuzza, oggi i fratelli Graviano sanno cosa li aspetterebbe se decidessero di collaborare con la giustizia. Per questo la decisione della Commissione presieduta dall’on. Mantovano ha l’intollerabile sapore di una vendetta e di una minaccia. Manifestazioni terribili, quando si parla di mafia. Tanto più quando a porle in essere è un organo dello Stato.



22 Luglio 2010

Caliendo: dalla P2 alla P3. Se ne vada!


Ieri ho illustrato in aula una interrogazione a risposta immediata al Ministro della Giustizia in ordine alla vicenda del Sottosegretario Giacomo Caliendo, ex magistrato, coinvolto nella vicenda Carboni-Verdini-Lombardi-Dell'Utri, nota come associazione segreta P3. Ve ne dò conto nel seguito.

L'INTERROGAZIONE.
ANTONIO BORGHESI. Signor Presidente, signor Ministro, il sottosegretario alla giustizia e senatore, Giacomo Caliendo, risulta coinvolto in una vicenda che il grande pubblico conosce ormai come P3. In un'ordinanza, emessa il 6 luglio, nei confronti di Carboni, Lombardi e Martino, il senatore Caliendo viene citato per aver partecipato, con essi, ad una riunione, nell'abitazione del parlamentare Verdini, presenti anche Marcello Dell'Utri e i magistrati Martone e Miller, nella quale si sarebbe tentato di fare pressione per far modificare il giudizio della Corte Costituzionale sul cosiddetto lodo Alfano. Inoltre, il sottosegretario viene citato per altre vicende relative anche alla questione dell'esclusione della lista «Per la Lombardia» nelle elezioni regionali lombarde. Le chiediamo se, alla luce di queste vicende, indipendentemente dalle responsabilità penali, non ritenga che sia necessaria una sua azione volta a far dimettere il sottosegretario.

LA RISPOSTA
ANGELINO ALFANO. Ministro della giustizia. Signor Presidente, onorevoli colleghi, leggendo il vostro atto di sindacato ispettivo rilevo che esso è una sorta di copia-incolla dell'ordinanza di custodia cautelare che ha riguardato i tre soggetti da voi citati, con una conclusione evidentemente sganciata dalla premessa poiché, a fronte del copioso uso dei contenuti dell'ordinanza, si conclude, prescindendo da essa e chiedendo che iniziative il Governo intenda adottare in merito alla posizione del sottosegretario, il senatore Giacomo Caliendo, a prescindere - siete voi a scriverlo - dalle sue responsabilità penali. L'indagine era ampiamente nota alle cronache Pag. 53giudiziarie grazie ad una serie di anticipazioni giornalistiche. I dettagli dell'inchiesta sono emersi da giornali e dai siti Internet dai quali voi stessi dite di avere attinto le vostre informazioni ed il quadro è stato, infine, completato da una sobria e pacata intervista rilasciata dal procuratore aggiunto della Procura di Roma, il dottor Giancarlo Capaldo, a la Repubblica il 17 luglio scorso, dal titolo: «Una società occulta devastante che condizionava le istituzioni». Intervista, invero, dallo stesso procuratore parzialmente smentita il giorno successivo e che faceva seguito, sul piano logico, ad altra, non meno continente intervista concessa dal medesimo procuratore aggiunto al quotidiano Libero, il 15 maggio 2010, dal titolo: «Cricca: è una faida nel PdL». Tale mia premessa per dire che tutto è noto dell'inchiesta, niente è noto, invece, di ciò che il sottosegretario Caliendo avrebbe materialmente fatto, agendo illecitamente o in direzione contraria ai doveri dell'ufficio che ricopre. Intendo ribadire in quest'Aula, dunque, la piena correttezza di comportamento del sottosegretario Caliendo nei due anni di intenso e proficuo lavoro al Ministero della giustizia. Per ovvia conseguenza logica, non prendiamo neanche in considerazione l'ipotesi, richiesta nell'atto di sindacato ispettivo, ed inopportunamente avanzata anche ieri in Commissione giustizia, che il senatore Caliendo non si occupi più della materia delle intercettazioni in rappresentanza del Governo, a maggior ragione dopo che, proprio ieri, il senatore Caliendo ha presentato l'emendamento del Governo che, in buona parte, recepisce indicazioni provenienti dai soggetti istituzionali auditi in Commissione e anche da alcune opposizioni.
In ultimo, in riferimento al vostro quesito circa le iniziative che il Governo intende adottare al fine di salvaguardare - così chiedete - il Paese e le sue istituzioni nel loro prestigio e nella loro dignità, la mia risposta è semplice e chiara: il Governo intende adottare tutte le iniziative previste dal programma approvato da milioni di elettori per rendere più efficiente e funzionale la giustizia italiana come già fatto per la riforma del processo civile e per le leggi antimafia. Ciò nella consapevolezza della grande differenza che esiste tra noi e voi.
Per voi questione morale è andare dietro ad ogni inchiesta. Per noi è morale perseguire gli autori dei reati senza inseguire fantasmi, dare certezza della pena ai colpevoli, ristoro alle vittime dei loro reati, garanzie degne di uno Stato liberale ai cittadini innocenti sottoposti a processo

LA REPLICA
ANTONIO BORGHESI. Signor Ministro, non sono soddisfatto: etica e codice penale sono due questioni assolutamente diverse che vanno affrontate su piani diversi. Lei ha dato una risposta sostanzialmente burocratica che è del tutto simile a quella che una settimana fa il Ministro per i rapporti con il Parlamento aveva dato circa l'onorevole Cosentino, poi dimessosi; a quella che lo stesso Ministro aveva dovuto dare due settimane fa sul Ministro Brancher, poi dimessosi; a quella che un paio di mesi fa era stata data dallo stesso Ministro sulla questione del Ministro Scajola, poi dimessosi. Anche lì ci si limitava a dire che non era indagato, ma il tema evidentemente non è e non può essere questo.
In quell'inchiesta si parla di contestazione, per chi è indagato, ovviamente, di reati di associazione a delinquere semplice e violazione della legge Anselmi per aver costituito una vera e propria associazione segreta finalizzata ad influenzare decisioni politiche, appalti, processi e a pilotare le nomine nelle cariche istituzionali di rilievo. In quelle riunioni si parlava di questi temi e anche il sottosegretario Caliendo ha partecipato a quelle riunioni.
Poiché si parla di P3 non vorrei dimenticare che c'è un filo rosso tra la P3 e la P2 poiché non posso dimenticare che la relazione della Commissione Anselmi del 1981 parla ancora dell'allora magistrato Caliendo e ne parla in questi termini: era il messaggero di alcuni giudici in rapporto con la loggia P2 per esercitare pressioni affinché la procura milanese restituisse il passaporto a Roberto Calvi, il numero uno del Banco Ambrosiano al quale era stato negato l'espatrio.
Vorrei ricordare che il Governo non può, non poteva non conoscere questa vicenda poiché la relazione di minoranza in cui si parla ancora del sottosegretario attuale Caliendo, allora magistrato, era firmata da un autorevole Ministro di questo Governo, cioè dal Ministro per le infrastrutture Matteoli. Pertanto, la verità è che il fatto che questo sottosegretario abbia una delega alle intercettazioni o abbia avuto una delega alle intercettazioni è evidentemente un conflitto di interesse insanabile.


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21 Luglio 2010

Afghanistan: l'Idv non si macchia le mani


Oggi l’Italia dei Valori ha votato contro il rifinanziamento delle missioni internazionali. Avevamo chiesto al Governo di ritirare la missione in Afghanistan, ma il Governo ha detto di no, così la nostra bocciatura è stata senza appello. Tra l’altro più della metà del budget del decreto finisce in questa cosiddetta “missione” in Afghanistan.
Noi riteniamo sbagliata la nostra permanenza su quel territorio. Siamo andati lì perché parlavano di guerra al terrorismo ma oggi la motivazione non è più così nobile. Adesso c’è in atto una guerra guerreggiata sostenuta dai signori dell’oppio. E quarantadue Paesi, con altrettanti eserciti, sostengono il governo di Karzai che, a sua volta, si appoggia ai trafficanti di droga. In questi ultimi anni, in Afghanistan la produzione dell’oppio è lievitata vertiginosamente e chiaramente la presenza di forze straniere ha solo rassicurato e rafforzato il governo locale su questi traffici nelle strade della morte. Il decreto ha ridotto fortemente i fondi per la cooperazione allo sviluppo, diminuendo la natura umanitaria di queste missioni e rafforzandone il carattere militare. Basti pensare che il contingente italiano presente in quel Paese, al momento, è composto da 3790 unità, che con questo decreto diverranno 3970.

Mi chiedo: non sono bastati tutti questi morti sul campo di guerra afghano? Quante altri ne dobbiamo avere sulla coscienza? Abbiamo perso il conto del numero delle vittime civili e militari di tutte le Nazioni. Eppure, per quanto riguarda il nostro impegno, la Costituzione italiana parla in modo chiaro, all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. In quei territori c’è una vera e propria guerra e le Camere non hanno mai dato il via libera alla partecipazione dei nostri soldati. Tra l’altro, da un anno a questa parte il Governo, in più occasioni, ha riconosciuto la necessità una exit strategy. Sono state persino snocciolate le date per il rientro: prima si è parlato di un anno, poi del 2011. Ma oggi tutto tace, exit strategy è l’ennesimo termine vuoto. Dove sono finiti quegli ipocriti, pronti ad urlare la propria rabbia davanti ad una bara? Oggi sono silenti, consapevoli che tanto in Italia tutto si dimentica. Esprimo solidarietà e vicinanza ai militari italiani impegnati in tutte le missioni internazionali e riconosco l’importante contributo che hanno dato e continuano a dare. Dico loro: siete l’orgoglio del nostro Paese. Ma al Governo dico: noi dell’Italia dei Valori siamo una forza coerente e responsabile e non vogliamo macchiarci le mani per il crimine in atto in Afghanistan e soprattutto vogliamo che il nostro esercito serva per difendere il nostro Paese da offensiva esterna e non per portare la morte in altri.


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20 Luglio 2010

Caliendo deve dimettersi


Come ‘pensionato sfigato’ - la definizione è di Berlusconi - il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo si dava parecchio da fare. Tra un pranzo e una cena, era sempre pronto a dare una mano al comitato d’affari che si riuniva a casa Verdini: che ci fosse da fare pressioni sulla Corte Costituzionale perché approvasse il Lodo Alfano, che si trattasse di attivarsi per far nominare il giudice Alfonso Marra alla corte d’appello di Milano o che ci fosse da intervenire per far accogliere il ricorso di Formigoni contro l'esclusione della sua lista alle elezioni regionali, lui era sempre disponibile. Le carte processuali descrivono un quadro inquietante, da cui emergono fatti gravissimi che imporrebbbero dimissioni immediate.
Quello che è certo è che il sottosegretario alla Giustizia non può restare al suo posto, per questo l’Italia dei Valori ha presentato una mozione di sfiducia nei suoi confronti (Scarica il Pdf - 86 Kb). Una mozione che deve essere discussa prima della pausa estiva perché è evidente che Caliendo, quantomeno per ragioni di opportunità, non è in grado di svolgere con serenità il suo delicato lavoro, per il quale deve occuparsi, tra l'altro, di intercettazioni e di riforma della giustizia. Io al suo al posto avrei già fatto le valigie e lasciato via Arenula, lui non l’ha fatto e non sembra intenzionato a farlo, per questo la mozione di sfiducia è un atto dovuto.
L’auspicio è che, nell’interesse del Paese, sia sostenuta da tutte le forze d’opposizione: c’è un problema da risolvere e bisogna farlo subito


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19 Luglio 2010

Ora qualcuno chieda scusa


Adesso qualcuno deve chiedere scusa. Non bastano i comunicati, non contano le facce contrite davanti alle telecamere per dire che anche la Lombardia è caduta nel mercimonio politico mafioso che infesta tutto il Paese, da nord a sud, in un’unità d’Italia fatta di mala politica prostituita alla mafia. Trecento arresti sono uno schiaffo alla ‘ndrangheta calabrese lombardizzata ma non solo; trecento arresti sono cinque dita in piena faccia di chi come il sindaco Moratti ha giocato per una vita a sottovalutare, minimizzare, negare e coltivare indifferenza. Trecento arresti sono una sberla a tutti quei sindachetti e polituncoli padani che hanno tranquillizzato tutti per anni dicendo che il fenomeno non esisteva, che al massimo era “una cosa loro”, che le cittadine lombarde sono “immuni dalla mafia”, appoggiati da rappresentanti delle istituzioni che sfoggiano una pavidità e un’ignoranza utili ad una pacifica e tranquillizzante carriera. Trecento arresti oggi fanno sentire l’odore acre della lombardia. E non bastano più i “deodoranti” della Lega e del Pdl. Non funzionano più i convegni buoni per fare l’antimafia da souvenir per la fiera della Milano da bere. Scrivevamo un anno fa io e Gianni Barbacetto in A CENTO PASSI DAL DUOMO:
“L’impunità dentro le teste (oltre alle tasche) dei capibastone ‘ndranghetisti o dei prestanome camorristi o dei ragionieri di Cosa Nostra in Lombardia è una responsabilità politica. Risolvibile semplicemente con la voglia e l’onestà di volere dare al di là di tutto un segnale. Per restituire dignità anche nella forma. Una regione che controlla la carta d’identità di un mojito e cammina su fiumi di cocaina. Una regione che s’abbuffa alle conferenze stampa delle grandi opere e che inciampa al primo gradino del primo subappalto. Una regione che convoca gli stati generali dell’antimafia per ribadire di stare tranquilli. Una regione che ci convince di aver risolto tutto spostando i soldatini del Risiko con la scioltezza di un tiro di dadi. Una regione che se il fenomeno criminale non emerge allora non esiste. Una regione che mette i moniti dei procuratori antimafia nei faldoni di “costume e società”. E intanto ride. Nel riflesso degli eroi diventati onorevoli che “la mafia l’hanno debellata decenni fa” e se così non fosse è semplicemente perchè non l’hanno mai trovata. Una regione che è sacerdotessa della clandestinità diventata finalmente illegale e intanto finge di non sapere che l’illegalità pascola clandestina. Nel gioco dei segnali così caro alla pochezza criminale, se esistesse un santo dell’estetica contro il diavolo della politica per comunicati stampa, da domani partirebbero le ronde della legalità nei crani dei politici a cercare con il lumicino la responsabilità della dignità.”
Insieme a Gaetano Liguori siamo andati ad urlarlo in giro per l’Italia. Mi sono meritato qualche chilo di minacce, qualche accusa di allarmismo, sorrisini da “professionista dell’antimafia” e i rimbrotti di qualche maresciallo che ha dovuto fingere di credermi. Adesso si alzano le voci di chi sapeva e si sprecano le lettere di vicinanza. Addirittura spuntano democratici esperti dell’ultima ora. Tutti pronti a cavalcare; tanto hanno già pagato gli altri, nel bene e nel male.
Oggi ai cittadini qualcuno dovrebbe chiedere scusa.


Ai lettori

L'abbraccio alla legalità
L'Italia dei Valori è da sempre attiva nella lotta alla criminalità organizzata. E per questo sta organizzando un evento, al quale parteciperà anche il Presidente dell'Idv Antonio Di Pietro, per giovedì prossimo (22 luglio alle 17:30) nel centro "Falcone e Borsellino" di Paderno Dugnano, dove i boss della 'ndrangheta lombarda tenevano le loro riunioni. Sarà un abbraccio alla legalità.


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18 Luglio 2010

Paolo, il giudice che fa ancora paura


Borsellino fa ancora paura a molti anche a personaggi del mondo della politica. E l’ignobile episodio di eri ne è la conferma. E anche le coraggiose inchieste dei magistrati siciliani sulle stragi degli anni ’92 e 93’ non fanno dormire sonni tranquilli ai mandanti politici il cui nome e cognome ancora non è stato accertato processualmente. Ma si arriverà alla verità è sempre più vicina e noi dell’Italia dei Valori ci batteremo fino all’ultimo per farla emergere. Per noi e per tutti cittadini onesti Borsellino ed i suoi agenti della scorta, saltati in aria insieme a lui, sono degli eroi e non il pluripregiudicato Mangano, lo stalliere di Arcore, come afferma il senatore dell’Utri, condannato in Appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Chi non si dissocia dalla parole del senatore del Pdl e cofondatore di Forza Italia, chi rimane in silenzio e non prova imbarazzo a sedersi accanto a lui in Parlamento, è certamente almeno
complice di quella stessa cultura che, solo a parole, dice di voler combattere.
Borsellino è stato ucciso perché aveva scoperto la trattativa fra lo Stato e la mafia e perche vi si oppose fermamente e quanto emerge oggi da notizie di stampa sul contenuto di una lettera inedita di Vito Ciancimino, è un’ulteriore conferma di questa realtà. Pezzi deviati dello Stato si adoperarono per far sparire documenti importantissimi e per depistare le indagini.
Domani, insieme al presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, all’europedutato Luigi De Magistris, all’on. Ignazio Messina, al coordinatore regionale, senatore Fabio Giambrone ed altri esponenti dell’Idv, parteciperemo, a Palermo, alle iniziative in memoria del giudice Paolo Borsellino e dei suoi agenti della scorta, barbaramente trucidati in via D’Amelio.


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14 Luglio 2010

Un romanzo criminale


AGGIORNAMENTO ORE 18:50

Non c’è due senza tre! Cosentino si è appena dimesso da sottosegretario. Conserva il suo ruolo di coordinatore del Pdl campano. Ognuno ha la classe dirigente politica che si merita. Ma le sue dimissioni da sottosegretario sono una grande vittoria di Italia dei Valori e della determinazione con la quale anche questa volta ha scelto di percorrere la via della mozione di sfiducia. Resta la profonda amarezza che ancora una volta, come nel caso di Brancher, questo governo senza vergogna non abbia sentito il bisogno per rispetto delle istituzioni e dei cittadini elettori di fare pulizia da solo ed abbia atteso la spada di Damocle del voto di sfiducia. Non ci stancheremo mai di ripetere che la legalita' e la tutela dell'onorabilita' delle istituzioni democratiche sono per noi valori imprescindibili e non negoziabili.



Oggi pomeriggio, durante il Question Time in programma alla Camera dei Deputati, l'Italia dei Valori ha posto un'interrogazione al Governo circa la posizione di Nicola Cosentino, sottosegretario in forza al Pdl sul quale pendono gravi capi d'accusa, come il concorso esterno in associazione camorristica (approfondisci l'argomento a questo link).
Di seguito (e in video) pubblico il resoconto del Question Time e l'ennesima non risposta del Governo.

L'INTERROGAZIONE.
MASSIMO DONADI: Signor Presidente, signor Ministro, torniamo sullo stesso tema, perché non può pensare di cavarsela così, raccontando agli italiani due frottole su una vicenda che è grande come una casa.
Vorrei parafrasare un'espressione usata da un suo stesso collega di partito per dire che la storia recente del vostro Governo sembra tratta dalle pagine di «Romanzo criminale». Ma vi rendete conto? Parliamo degli ultimi due mesi: il Ministro Scajola si è dimesso, perché non si era accorto di chi gli avesse pagato la casa. In questi giorni, scopriamo che non si era accorto neanche di chi gli avesse pagato i lavori di restauro (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)! Il Ministro Brancher è stato nominato solo in quanto indagato, per poter evitare, in questo modo, una volta diventato Ministro, grazie al legittimo impedimento, di dover rispondere davanti al magistrato in ordine a quanto faceva. Con riferimento al sottosegretario Cosentino, signor Ministro, ma quali notizie di stampa? Vi è un ordine di arresto, ratificato anche dalla Cassazione! Voi non potete imbrogliare così, non potete declassare una sentenza della Cassazione a notizia di stampa! Ed oggi, lo stesso sottosegretario Cosentino, insieme al sottosegretario Caliendo, risulta coinvolto anche nella vicenda di un'associazione segreta che, per definizione, è costituita ai danni dello Stato. Come affrontate questa questione morale?


LA RISPOSTA.
ELIO VITO Ministro per i rapporti con il Parlamento: Signor Presidente, anche nel caso dell'interrogazione dell'onorevole Donadi - a cui, credo, replicherà, in seguito, l'onorevole Di Pietro - rilevo innanzitutto che la Presidenza del Consiglio ritiene che essa si basi esclusivamente su notizie di stampa e che la Presidenza non è in possesso di alcuna documentazione né, ovviamente, è stato possibile esperire alcun approfondimento documentale, essendo le indagini in corso. Pertanto, nessuna decisione può essere responsabilmente assunta prima di poter conoscere i fatti, che sono tutti da acclarare. Inoltre, onorevole Donadi, trova applicazione il principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza (Commenti dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori). Tale imprescindibile dettame opera non soltanto per l'imputato condannato in primo grado o in giudizio d'appello, ma ancor più, per chi sia stato iscritto nel registro degli indagati, o il cui nominativo compaia negli atti di indagine, senza tuttavia avere assunto la veste di indagato, ovvero aver acquisito alcuna connotazione di natura processuale.

LA REPLICA.
ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, signor Ministro, almeno lei si arrenda, lo deve alla sua dignità personale! Non può, anche lei, chiamarsi correo politico di un'associazione segreta; non può, anche lei, chiamarsi correo politico di persone che sono accusate di far parte di un'associazione camorristica.
Chiedo al Presidente della Camera - visto che il Governo non ne dispone - di trasmettere una copia della misura cautelare nei confronti del sottosegretario Cosentino. Noi ce l'abbiamo: almeno noi diamogliela, visto che fanno finta di non sapere! Signor Ministro, ricordo a lei di riferire al Ministro della giustizia che ha il dovere di chiedere copia degli atti se non li ha, e di non limitarsi a dire di guardare soltanto la rassegna stampa! È un Governo che fa esattamente quello che fa una associazione segreta: fa finta di non vedere, non sentire e di tramare sottobanco. Quel che noi chiediamo, la settimana prossima, non sono soltanto le dimissioni di Cosentino, ma le dimissioni di questo Governo, perché questo Governo, nel suo insieme, non ha più credibilità. È un Governo che continua ad utilizzare le istituzioni per farsi leggi, per non farsi processare nel suo gruppo, fare leggi che servono per assicurare l'impunità, fare leggi che servono semplicemente a una parte del Paese.
Quello che chiediamo a questo Governo è di rendersi conto che non può continuare a tirare la corda perché mentre il Paese brucia, continua a ridere, a sorridere e a far finta che nulla sia accaduto, nulla stia accadendo. In realtà, in questo Paese vi è un solo vero correo morale di tutto quello che sta accadendo e si chiama Silvio Berlusconi: il vero capo di questa nuova P2, anzi, è sempre la stessa persona che ha fatto parte e fa parte della P2. Per questo noi chiediamo, attraverso le dimissioni di Cosentino, che l'intero Governo vada a casa prima di continuare a distruggere il Paese.


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13 Luglio 2010

Pdl: "Carboni" ardenti e sorci "Verdini"


Condividi la Vir@l Card Idv



La vicenda è nota. - Flavio Carboni, uomo delle trame, già condannato a 8 anni nell’ambito dell’inchiesta per il crac del Banco Ambrosiano, il giudice tributario Pasquale Lombardi, e l'imprenditore napoletano Arcangelo Martino, sono finiti in carcere per aver costituito, dice la Procura di Roma, un'associazione a delinquere che con la corruzione, l'abuso d'ufficio, la diffamazione e la violenza privata mirava a condizionare "il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale" nonché di "apparati della pubblica amministrazione dello Stato e degli enti locali". Era "una realtà organizzata del tutto corrispondente alla cosiddetta legge della Loggia P2". Più in piccolo, perciò “Sotto Loggia P2” del 2010.
Della quale faceva parte anche il deputato e coordinatore del Popolo della Libertà Denis Verdini. Verdini «si pone, per la qualità e rilevanza del ruolo, per il suo ripetuto e diretto intervento in reciproco vincolo di solidarietà, per la condivisione d’interessi, come soggetto interno al sodalizio». Avevano organizzato una rete di contatti, larga e profonda, che consentiva a persone vicine al gruppo di essere collocate "in posizioni di rilievo in enti pubblici e apparati dello Stato" ed ottenere "appalti pubblici, provvedimenti giudiziari e amministrativi favorevoli". Il "gruppo di potere occulto" ha mosso a fini corruttivi 4 milioni di euro ed è stato intercettato al telefono con diversi parlamentari. Tra settembre e ottobre 2009 i tre tentarono l'avvicinamento di alcuni giudici della Corte costituzionale per influire sul giudizio del lodo Alfano (la sospensione del processo penale per le alte cariche dello Stato, in realtà poi bocciato dalla Consulta). Il "clou" dell'attività del gruppo si realizzò il 23 settembre con una riunione - se ne contano sei, prima e dopo - nella splendida casa romana alle pendici del Campidoglio di Denis Verdini, coordinatore del Pdl, già indagato per l'eolico, il filone toscano dell'inchiesta sulla Protezione civile e la ricostruzione all'Aquila. Oltre a Carboni, Lombardi e Martino, quel giorno parteciparono Marcello Dell'Utri (onnipresente quando c’è del losco), il sottosegretario alla Giustizia (e magistrato) Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller, capo degli Ispettori del Ministero della Giustizia. La contropartita chiesta per tale attività di lobby è la candidatura di Nicola Cosentino alla Regione Campania, come esplicitato in una telefonata di Lombardi allo stesso sottosegretario (‘Stammi a senti’… io mi so’ fatto portare l’olio e te lo porto domani mattina (…) Ci vediamo in Cassazione e facciamo il trasbordo”. Ndr Si parla di “olio” ma si legge “regalo” o “tangente”.) Gli altri episodi contestati sono: il tentativo, a partire da luglio del 2009, di accaparrarsi appalti per la produzione di energia eolica in Sardegna ( il presidente della Sardegna Ugo Cappellacci nomina Ignazio Farris a presidente dell´Agenzia Regionale per l´ambiente nell'isola, così come era nei desiderata di Carboni e Farris, appena nominato, telefona a Carboni e si mette a disposizione: “Adesso bisognerà rimboccarsi le maniche”), attività di interferenza nei confronti di componenti del Consiglio superiore della magistratura per la nomina, ad alcune cariche direttive, di magistrati graditi al sodalizio, tra cui Alfonso Marra, aspirante alla carica di presidente della Corte di Appello di Milano; attività per influire sull'esito del ricorso presentato dalla lista «Per la Lombardia» del presidente Roberto Formigoni contro l'esclusione dalle regionali.
L’Associazione Magistrati protesta ("Non vogliamo magistrati contigui al potente di turno e vicini ai comitati d'affari - hanno dichiarato il presidente dell'Anm Luca Palamara e il segretario generale Giuseppe Cascini, commentando gli ultimi sviluppi dell'inchiesta della procura di Roma per associazione per delinquere -. Vogliamo, invece, magistrati indipendenti e integri la cui attività si affermi nelle aule di giustizia e non nei salotti".). Ma non sarebbe ora che anche il Consiglio Superiore della Magistratura iniziasse a fare piazza pulita di tanti magistrati dai comportamenti sospetti e riprovevoli? Quando saranno cacciati magistrati come Martone e Miller? Cosa fa Mancino? Dorme?
Bocchino (cioè Fini) chiede la dimissioni di Verdini e dice: “Io penso che Verdini sarà costretto a dimettersi: sarà quello che verrà fuori che lo porterà a dimettersi. Noi abbiamo visto finora solo una parte delle intercettazioni, quella relativa alle responsabilità addebitate agli altri indagati. Ma quando emergeranno le intercettazioni che hanno portato a indagare lo stesso Verdini, è difficile che riesca a resistere”.
Parole che infiammano il partito e vengono definite “sciacallaggio politico” da ex aennini come Amedeo Laboccetta ed Edmondo Cirielli, che chiedono piuttosto la cacciata di Bocchino dal partito, “avendo lui l'unico obiettivo di distruggere l'immagine del Pdl”.

“La cultura del Pdl non è il giustizialismo, nè la condanna preventiva emessa sui mezzi di comunicazione, ma il rispetto della dignità di ogni persona”, dicono Sandro Bondi e Ignazio La Russa, ministri e coordinatori del Pdl insieme a Verdini. Maria Stella Gelmini protesta invece contro i resoconti giornalistici che parlano di un attacco a Verdini nella convention di Liberamente. Ed anche il ministro Michela Brambilla osserva che “in certi casi è sempre più dignitoso e serio tacere che esprimere giudizi affrettati ed ergersi a rappresentanti di metodi giustizialisti. Gettare fango su Verdini è stato un comportamento grave, strumentale e sospetto”. "La dichiarazione dell'onorevole Bocchino di essere a conoscenza dei verbali di intercettazioni riguardanti indagini giudiziarie in corso, che secondo lui saranno pubblicate a breve sui mezzi di comunicazione, secondo il mal costume in voga nel nostro Paese, è di una gravità inaudita". E' quanto dicono in una nota congiunta Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, e Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl alla Camera.
E Bocchino precisa: mi riferivo semplicemente all'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carboni e soci, documento in possesso di tutte le redazioni dei giornali". "A pagina 50 - spiega invece Bocchino - si parla di un'informativa dei carabinieri di duemila pagine con allegate altre 4000 pagine di atti e documenti, gran parte intercettazioni. Sempre a pagina 50 c'e' scritto che il pm allo stato ha formalizzato richieste solo per il reato associativo e non per i delitti-fine quali corruzione, abuso d'ufficio e altro, chiarendo a pagina quattro di aver utilizzato soltanto le telefonate con parlamentari necessarie a sostenere la misura nei confronti degli altri indagati. Tutto chiaro e limpido pertanto, senza alcun mistero".

Ma il Pdl non era il “partito dell’amore”?

Ultima notazione: con la nuova legge sulle "intercettazioni" anche di questa vicenda non avremmo saputo nulla!

fonte: www.antonioborghesi.it


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28 Giugno 2010

Cronaca di uno strano impedimento


Con il “ministero ad personam” dato a Brancher, per consentirgli di sottrarsi al processo Antonveneta, questo paese è a serio rischio di dittatura. E’ il vergognoso epilogo della nostra democrazia, perché nella Prima Repubblica se un Ministro veniva indagato, o peggio rinviato a giudizio, si dimetteva, nella seconda accade esattamente l’opposto: se sei sotto processo diventi Ministro.
L’Italia dei Valori ha denunciato l’inganno sin dalla nomina di Brancher: un quarto ministro per il federalismo non serviva, e non a caso il primo atto ufficiale del neo ministro è stato quello usare il legittimo impedimento per non farsi giudicare al pari di tutti i cittadini.
Come Italia dei Valori abbiamo voluto verificare se Brancher avesse avuto almeno la decenza di presentarsi in ufficio il giorno dell’udienza per “studiare le riforme”, visto che ha usato tale scusa proprio per sottrarsi alla legge. Per questo sabato scorso, il giorno dell’udienza, ho passato tutta la giornata sotto l’ufficio di Brancher, per attenderlo al varco e verificare che effettivamente si recasse a lavorare.
La mattina alle 10 ho iniziato il “piantonamento della verità” ma del “ministro senza impegni e senza portafoglio” nessuna traccia.
Per tutto il giorno il telefonino di Brancher ha suonato sempre a vuoto. Solo la sua segretaria si affacciava dalla terza finestra a sinistra sopra Galleria Colonna, nel palazzo della Presidenza del Consiglio per guardare giù.
“Il ministro è qui, sta lavorando”, mi ha provato a spiegare la segretaria “Se non ci credete lo faccio affacciare”. Ma nuovamente l’attesa è stata vana. Il ministro, ovviamente, non si è fatto vedere e non è nemmeno mai uscito dall’ingresso principale del ministero. Alle 18 gli uomini della sicurezza si sono fatti sfuggire un “da mo’ che se n’è andato, saranno tre ore”, quando invece avrebbe dovuto essere “legittimamente impedito” fino alle 18. E la stessa segretaria, all’ennesima telefonata, ha rettificato: “Ma no, è ancora qui, in riunione”, affrettandosi ad aprire un’altra finestra e accendere una luce fino ad allora spenta. Alle 19.30 è un altro membro della segreteria ad avvertire che “il ministro è andato via da pochi minuti”, anche se nessuno l’ha visto uscire.
La conclusione è davvero amara: o il ministro è un mago nello sfuggire ai nostri controlli oppure più che organizzare il suo ufficio i veri legittimi impedimenti che l’hanno costretto a non presentarsi al processo sono stati il sole, qualche bella spiaggia romana e soprattutto la paura di vedersi applicare la legge come ogni comune cittadino.
Adesso Brancher promette che il 5 luglio sarà in aula, anche dopo i tuoni del Presidente Napolitano, ma come Italia dei Valori non ci fermiamo: questi tentativi tardivi di nascondere il danno alla legge e la beffa agli italiani non ci bastano. Mercoledì, prima della riunione del Consiglio dei Ministri, sarò nuovamente sotto l’ufficio di Brancher per accompagnarlo a Palazzo Chigi e sapere, una buona volta, che cosa ha fatto durante la “giornata particolare” di sabato scorso.


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12 Giugno 2010

Silenzio di Stato, impunita' per legge


Come uno zar, come Putin, come un tiranno. Silenziando il Parlamento e trascurando il grido d’allarme democratico che si alza da tutto il Paese, sceso in campo per difendere il diritto a conoscere e a vivere nella legalità. Il ddl intercettazioni, tra occupazioni e aventini dei senatori dell’opposizione, è stato approvato a Palazzo Madama con l’ennesimo voto di fiducia, blindato così dai possibili ipocriti franchi tiratori. Già quei finiani che avevano annunciato battaglia e invocato autonomia, che si sono riempiti la bocca fino all’ultimo di parole come “indipendenza”, “lotta al crimine”, “libertà di informazione”. Gli stessi che ieri hanno risposto prontamente “obbedisco” all’imperativo categorico di Arcore, tradendo tutte le promesse fatte con quella naturalezza servile che Berlusconi ha ormai imposto al SUO partito. Il PdL si conferma infatti la piccola prateria personale dove re Silvio può esercitare indisturbato il potere senza trovare un vero argine di contrasto, nemmeno in quel Gianfranco Fini che, solo pochi mesi fa, gli puntava l’indice accusatorio in un esecutivo più simile ad una seduta di psicanalisi collettiva che ad un dibattito di partito. Lo stesso che attraverso i suoi luogotenenti gioca ora la parte di salvatore della patria: “meglio di così non si poteva fare, ci batteremo alla Camera”, dicono Bocchino&co. Ma la promessa, vista la cronaca recente, non è che vana: figli e nipoti di Almirante sanno già che la prossima tappa consiste nel loro prossimo tradimento a Montecitorio, dove il ddl approderà presto rischiando di non subire modifiche e di restare ciò che è sempre stato, cioè un pugno allo stomaco per la democrazia e la legalità. Tradiscono, questi falsi crociati del bene, il Paese intero. Perché da ieri protestano e protesteranno tutti: i giornalisti che annunciano uno sciopero dell’informazione il 9 luglio, i direttori dei media, i magistrati, le forze dell’ordine, il sindacato, la società civile. Manifestazioni e veglie, sit in e iniziative in tutta Italia da parte di tutti i protagonisti della società civile, mondo della cultura e dello spettacolo compreso. Ma niente da fare: lo zar, il Putin italiano, il tiranno non ha ceduto e non vuole cedere. Primum tutelare se stesso dall’occhio pubblico e dalle inchieste, primum far morire la cronaca giudiziaria e legare le mani alla magistratura, primum punire i media e favorire le mafie, soprattutto dei colletti bianchi e della politica. Deinde? Deinde tutto il resto, cioè la democrazia, ovvero la libertà di informazione e la lotta al crimine, l’articolo 21 e la guerra alle mafie, il rispetto verso una tradizione di giornalisti trucidati e di giudici assassinati. La nostra prima speranza risiede nella società civile e nella mobilitazione pacifica, nel suo impegno magari verso un referendum che ristabilisca il diritto. La nostra speranza è anche nel Capo dello Stato: Signor Presidente, non è vero che La invochiamo a vanvera o La tiriamo per la giacchetta, semplicemente Le chiediamo, come il suo ruolo richiede, di difendere la nostra Costituzione dallo svuotamento per legge ordinaria che questo Governo sta portando avanti da tanto, troppo tempo. A chi dobbiamo appellarci, Signor Presidente? Forse alla speranza che i rapporti fra il premier e il co-fondatore degenerino fino al punto che il secondo sia spinto -più per ripicca e per la corsa alla leadership interna che per convincimento democratico- ad affossare alla Camera questo scellerato ddl? Abbiamo e ci meritiamo speranza più “alte”, perché più “alta” è la posta in gioco. Vogliamo continuare in futuro a conoscere le intenzioni infami di chi lucra sul terremoto, vedere la foto del giovane Cucchi che solleva l’indignazione umana generale e ci porta a chiedere giustizia insieme ai suoi familiari, vogliamo che i magistrati continuino ad intercettare i boss mentre dentro casa si spartiscono gli appalti sanitari, vogliamo che le donne abusate da mariti e compagni possano registrarli e avvalersi, contro di loro, di quelle registrazioni, vogliamo che i pm e le forze dell’ordine non siano vittime di rallentamenti burocratici come il cappio delle 75 ore impone, vogliamo che non sia abrogato l’art.13 della legge che porta il nome di Giovanni Falcone. E’ chiedere troppo? No, è chiedere il rispetto dei nostri diritti.


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28 Maggio 2010

In Europa contro il Ddl Intercettazioni


Preoccupati per le conseguenze nefaste che una legge come quella sulle intercettazioni potrebbe procurare all’Italia, io, Sophie In’t Veld e Luigi de Magistris, abbiamo presentato un’interrogazione scritta alla Commissione.

Il Ministro Alfano non fa che ripetere che l’abolizione (di questo si tratta, in sostanza!) delle intercettazioni non influirà sulle indagini di mafia, pur essendo perfettamente consapevole che per arrivare a scovare un reato mafioso spesso e volentieri si parte da indagini satellite per le quali, ovviamente, saranno vietate le intercettazioni.
Le conseguenze saranno disastrose anche in termini di libertà di informazione.
In passato, quando un giornalista "dava fastidio" al potere, lo si metteva a tacere con i colpi di pistola. Oggi, invece, molto più semplicemente, si prova a metterlo a tacere con leggi liberticide.
Secondo l’ultimo rapporto di Freedom House, organizzazione indipendente Usa fondata nel 1941, l’Italia si trova al settantaduesimo posto, in scala mondiale, nella classifica per la libertà di stampa, definita nel nostro Paese ‘parzialmente libera‘: come in Sudafrica, Filippine, Congo, Thailandia, Nepal. Il dato che più potrebbe far scattare il campanello d’allarme, però, è quello europeo. L’Italia è penultima, dietro di noi soltanto la Turchia. Italia e Turchia sono gli unici due Paesi dell’Ovest europeo a trovarsi nella condizione di ‘stampa parzialmente libera‘. Tutto questo quando ancora il disegno non è diventato legge! Provate a pensare cosa accadrebbe qualora lo diventasse…

Abbiamo informato la Commissione su come è stato strutturato il ddl, esplicitando quale sia il regime per le intercettazioni auspicato dal governo italiano: criteri e procedure per l’autorizzazione, tipi di reato coperti, intercettazioni ambientali, durata dell’autorizzazione, utilizzazione delle intercettazioni per altri processi ed eccezioni per sacerdoti e parlamentari.

Riteniamo fosse utile portare a conoscenza della Commissione che non siamo gli unici scandalizzati e preoccupati dal tentativo del governo e che anche l’ANM, la Federazione Italiana Editori Giornali, la FNSI e l’Ordine dei Giornalisti hanno lungamente protestato, senza però ottenere assolutamente nulla. Qualche giorno fa anche le autorità americane, attraverso il vice Ministro della Giustizia Lanny Breuer, hanno espresso la loro preoccupazione per le modifiche proposte.

Per tutti questi motivi abbiamo sentito la necessità di rivolgerci alla Commissione europea per chiedere se ritiene che tali norme siano proporzionate e conformi agli standard europei in materia di libertà d’informazione dei media ed il diritto dei cittadini a conoscere, come garantite dall’articolo 11 della Carta dei Diritti fondamentali e dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e relativa giurisprudenza, e se ritiene che la modifica del regime delle intercettazioni sia conforme agli obiettivi dell’Unione di lotta alla criminalità in Italia e nell’Unione europea, nella speranza che la Commissione voglia prendere iniziative affinchè possano essere assicurate la libertà d’informazione, d’espressione e di stampa e affinchè la lotta alla criminalità organizzata in Italia ed Europa possa essere efficace.

fonte: www.soniaalfano.it



27 Maggio 2010

Il piano di rinascita del Governo


Con la legge sulle intercettazioni il Governo e la maggioranza servile che lo sostiene approvano l’ennesimo provvedimento che mira, scientemente, a consolidare la borghesia mafiosa della quale sono referenti oggettivi e garanti.
Una delle più grandi menzogne di Stato degli ultimi mesi – pompata ad arte anche dalla propaganda di regime di Minzolini & C. – è quella relativa al fatto che questo Governo sia stato il migliore nel contrasto al crimine organizzato. Il dato oggettivo è di segno diametralmente opposto. Questo Governo, con le architravi centrali di Berlusconi e Lega, è quello che più di ogni altro si adopera per rafforzare un sistema intriso di corruzione e mafia. Come? Attraverso l’approvazione di leggi che non consentono alla magistratura ed alle forze dell’ordine di esercitare il controllo di legalità e che privano la stampa di adempiere al diritto-dovere di cronaca.
L’elenco di provvedimenti è davvero lungo, tanto che il piano propaganda2 di Licio Gelli sembra quasi un puzzle da dilettanti. Ecco alcune leggi volute da Berlusconi e dai poteri forti ed occulti dei quali è propaggine e garante e che sono avallate dalla Lega che, ormai, è divenuto partito architrave del sistema.
La legge sullo scudo fiscale che introduce il riciclaggio di stato praticato da evasori, mafiosi, corrotti, truffatori. Il soldi delle cricche che ritornano dall’estero puliti dal Governo. Il Parlamento divenuto lavanderia internazionale del denaro sporco.
La legge che prevede la vendita all’asta dei beni confiscati alle mafie. Consente ai mafiosi di ritornare – attraverso prestanomi – nella disponibilità di immobili che hanno un altissimo valore simbolico in termine di predominio del territorio.
La legge sul processo breve che cestina migliaia di procedimenti penali nei confronti dei colletti bianchi. Un’immunità generale per il premier e le cricche che in lui vedono il salvatore dal maglio inesorabile della Giustizia.
La legge sul legittimo impedimento, servente al Presidente del Consiglio per allontanarsi, come un mariuolo, dalle aule dei tribunali in barba all’art. 3 della Costituzione che sancisce che TUTTI i cittadini sono uguali davanti alla legge.
La legge sulle intercettazioni che impedisce ai magistrati di utilizzare un mezzo di ricerca della prova fondamentale nel contrasto al crimine. Un provvedimento che vieta, inoltre, ai mezzi di comunicazione di pubblicare e raccontare i fatti oggetto delle conversazioni. Con questa legge non avremmo saputo nulla della cricca di Anemone & C., di Berlusconi che tramava per censurare Annozero, della D’Addario, di calciopoli, dei pedofili, di Marrazzo, dei furbetti del quartierino, delle cliniche degli orrori. Nulla di nulla. Un Paese normalizzato nell’ignoranza dei fatti. I corrotti e mafiosi sempre più su a scalare le istituzioni.
La legge che toglie al pubblico ministero il potere di indagare di propria iniziativa, costringendolo ad essere vincolato alle informative d’iniziativa della polizia giudiziaria e, quindi, del governo. Si attua, in tal modo, la dipendenza del pm dal potere esecutivo.
La legge che modifica la legge sui cd. pentiti prevedendo che riscontri alle dichiarazioni di un collaboratore non potranno essere propalazioni di altri collaboratori. Non solo. Si stabilisce che se una sola parte, anche infinitesimale, delle dichiarazioni non viene riscontrata cade tutto. Una probatio diabolica. Con questa legge tutti i maxiprocessi alle mafie non si sarebbero mai potuti celebrare. Addio inchieste sui rapporti tra mafia e politica, tra mafia ed economia, tra mafia ed istituzioni. Del resto, tutto naturale, come diceva Benigni, nel film Johnny Stecchino, in Sicilia il problema è il traffico.
Le leggi di bilancio che sottraggono fondi alle forze dell’ordine ed al servizio giustizia, umiliando il personale addetto. In tal modo si delegittimano sicurezza e giustizia preparando il terreno alla loro privatizzazione selvaggia.
L’elenco è ancora lungo, per non parlare, poi, dei provvedimenti amministrativi che consolidano corruzione e mafie.
Un vero e proprio piano di rinascita che stravolge lo Stato di Diritto sovvertendo i valori costituzionali.
Eppure il Governo proclama che arresta latitanti e sequestra beni. Mentendo, in quanto è merito di magistratura e forze dell’ordine che, nonostante tutto, lavorano ogni giorno in ossequio alla Costituzione; a breve anche tutto questo diverrà vano in quanto senza intercettazioni i latitanti non si arresteranno e con la vendita all’asta si riconsegneranno i beni ripuliti. Un po’ come lo scudo fiscale.
Credo sia venuta proprio l’ora di cacciare la mafia dallo Stato.

già pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 27 maggio


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21 Maggio 2010

Intercettazioni: no all'omerta' di Stato


Oggi pomeriggio, davanti a Montecitorio, la società civile s'è data appuntamento per manifestare contro il bavaglio che questo Governo vuole imporre alla stampa.

Lo stesso Governo che dice di voler lottare contro la corruzione, propone una legge che impedisce l'uso dello strumento migliore che esiste in questa lotta: le intercettazioni.

Se passerà la legge sulle intercettazioni l'opinione pubblica non potrà sapere più niente. Ci sarà il silenzio e l'oscurità.
Fatti concussivi e corruttivi di grandissima importanza, che coinvolgono il mondo della politica, rimarranno nascosti e nessuno ne saprà nulla. Solo alla fine del processo ne sapremo qualcosa, quando ormai saperlo non ha quasi più senso.

Si sta preparando una lunga fase di censura ai danni del giornalismo. Questa legge comporta tendenzialmente una formidabile stretta sulla libertà di stampa.
I giornalisti non potranno più fare riferimenti a procedimenti in corso e gli editori saranno multati se pubblicheranno le notizie.

Noi parlamentari di Idv abbiamo già anticipato quale sarà la nostra linea: la disobbedienza civile. Leggeremo i testi proibiti in aula, in modo che il giorno dopo possano essere pubblicati (poiché già sul resoconto stenografico di Camera o Senato) da ogni giornale senza rischio per giornalisti ed editori.
Così interromperemo la censura che questo Governo vuole imporre. Un bavaglio che questo Paese non può accettare.

E' bene che tutti i cittadini sappiano che si sta preparando un'enorme manovra per determinare una perfetta omertà di Stato. Una minaccia reale, da prendere sul serio.

Serve l'impegno di tutti.



15 Maggio 2010

Appello ad Alfano


Aggiornamento
La lettera che ieri, con i familiari dei sette ragazzi, abbiamo scritto al Ministro Alfano affinché faccia quanto in suo potere per avere giustizia, ha avuto un primo effetto: la disposizione degli arresti domiciliari per i due studenti abruzzesi, che questa notte sono tornati nel loro paese. Questo è sicuramente un altro passo avanti verso la risoluzione dei gravi errori commessi la notte della finale di Coppa Italia fra Roma e Inter. Ma non basta. Ne rimangono 5 dentro e ingiustamente. Serve la scarcerazione immediata di questi ragazzi che stanno pagando con il carcere un qualcosa che non hanno mai commesso. Hanno già subito troppo, violenza fisica o morale che sia, adesso devono tornare alle loro famiglie. Auspichiamo che il Tribunale del riesame, mercoledì prossimo, possa permettere a tutti di tornare dalle loro famiglie, e non con la disposizione dei domiciliari ma davvero liberi
Non dobbiamo far calare la tensione dopo la scarcerazione di Stefano Gugliotta, anzi, ora ancora di più dobbiamo far quadrato e stringerci attorno a tutti i ragazzi incensurati che sono finiti in carcere dopo la finale di Coppa Italia Roma-Inter e ai loro parenti. Non hanno mai avuto a che fare con la giustizia e ogni giorno si chiedono perchè sono ancora in carcere.
Io non riesco a capire se è stata fatta una retata di incensurati o c'era bisogno di far numero, prenderne dieci, venti. I fatti, però, dicono, che chi ha lanciato i sassi sta fuori e poi, tutti sono a conoscenza del fatto che le forze dell'ordine conoscono benissimo gli ultras. Questi ragazzi sono in galera da otto giorni e non vengono scarcerati perchè c'è il rischio di inquinamento delle prove: questo mi indigna.
Sono cittadini italiani che non hanno niente a vedere con i disordini e gli scontri della sera del 5 maggio. Ho presentato oggi in una conferenza stampa al Senato un disegno di legge che introduce l'Ufficio Matricola presso gli uffici di polizia giudiziaria, così come individuati dall'articolo 57 del Codice di Procedura Penale. Il ddl istituisce, inoltre, la cartella personale dell'arrestato, fermato, detenuto, e provvede alla installazione di un sistema di videosorveglianza presso gli uffici di polizia giudiziaria, gli istituti penitenziari e gli ospedali psichiatrici giudiziari. Credo che individuare i responsabili di comportamenti corretti e punirli è un'affermazione del diritto, ma anche, se non soprattutto, alla luce dei fatti di questi giorni, una difesa dell'onorabilità di tutti coloro che agiscono anche in condizioni assai difficili nella legalità e nel rispetto dell'individuo. E a maggior ragione lo dico oggi, giornata della Festa della polizia, perchè è giusto e doveroso sottolineare l'impegno e la correttezza delle forze dell'ordine. Mai fare di tutt'erba un fascio, ma è giusto puntare il dito contro le mele marce. Vado tutti i giorni a trovare i ragazzi in carcere. Sono demotivati, sfiduciati ed è per questo che ho deciso di organizzare, se mi verrà dato il permesso, una speciale partita di calcetto tra i sette ragazzi incensurati e la Polizia penitenziaria. Ovviamente, mi auguro che questa partita si possa fare non dentro Regina Coeli ma fuori, lontano dalle sbarre, dalle celle, da questa terribile esperienza da dimenticare. Richiamo l'impegno di tutti, parlamentari, media, cittadini, a non abbandonare le sorti dei ragazzi che lo ricordo per l'ennessima volta, si trovano ancora detenuti da vari giorni in carcere, senza sapere della loro sorte, e a causa di una burocrazia allucinante, con la sola imputazione di oltraggio a pubblico ufficiale.

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LEGGI L'APPELLO (espandi | comprimi)
Onorevole Ministro Alfano,
dal giorno 6 maggio al carcere di Regina Coeli, a Roma, sono rinchiusi sette innocenti, la cui unica colpa è di essersi trovati fuori dallo stadio Olimpico la sera della partita di Coppa Italia Roma-Inter.
I loro nomi sono Antonello Cori , Emiliano Giacomobono, Alessio Amicone, Emanuele Pecorone, Emanuele De Gregorio, Stefano Carnesale, Luca Danieli.

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14 Maggio 2010

Basta manganellate allo stadio


In questi giorni si è parlato tanto di un problema che ha riguardato tutta la nazione. Mi riferisco agli arresti dopo la partita di Coppa Italia, Roma-Inter.
Alcuni ragazzi sono stati arrestati perché si cercava una persona con una maglietta rossa. Un'indicazione così generica è servita per fare di tutte le erbe un fascio. E in manette sono finiti anche degli innocenti.
Noi siamo andati in carcere, abbiamo chiesto spiegazioni al Ministro degli Interni rispetto a questa situazione. E siamo riusciti a raggiungere un primo risultato. Nelle ultime ore, infatti, è stato scarcerato il primo innocente. Il ragazzo reso celebre dal filmato che ha visto tutt'Italia.
Un ragazzo che è stato malmenato da alcuni poliziotti che non rappresentano le forze dell'ordine. Perché le forze dell'ordine, nelle quali noi crediamo, sono quelle che mantengono la tranquillità e il senso dello Stato. Sono quelle che ottengono i risultati eccellenti nella lotta alla Mafia e alla Camorra, nonostante i tagli del Governo Berlusconi che poi ha anche il coraggio di prendersi i meriti.
Ma quelle due o tre persone che hanno dato le manganellate a Stefano Gugliotta non appartengono a questa categoria di forze dell'ordine.
Stefano, dopo sette giorni di pressioni al Gip e al pm (ai quali abbiamo fatto vedere ripetutamente questi filmati) è stato scarcerato.
Rimangono, adesso, altri due diciannovenni arrestati ingiustamente e ancora in carcere. Sono stati loro stessi a chiedere alla Polizia che strada percorrere per evitare gli scontri. Lungo il tragitto, poi, hanno trovato una canna in plastica abbandonata e l'hanno raccolta in vista dei mondiali: ci avrebbero messo la bandiera della Nazionale. Un'azione che li ha portati in carcere, in questa retata generale.
Questi due ragazzi devono uscire al più presto. Devono ridare loro la libertà che ha contraddistinto fin qui la loro vita da cittadini italiani e studenti che non hanno commesso alcun tipo di reato. Per loro è una tragedia, che comporterà sicuramente un aspetto psicologico da curare.
Occorre fare una riflessione, anche a livello parlamentare affinché queste cose non accadano. Perché alcuni elementi della Polizia, le cosiddette "mele marce", devono riflettere su come arrestare una persona: si chiedono i documenti, ma non si danno manganellate.


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5 Maggio 2010

Quanti altri oltre a Scajola?


Oltre a Scajola, chi? E’ questa la domanda che da stamattina mi frulla in testa. Fino a ieri, come la maggior parte degli italiani, pensavo che Anemone&Co, la cricca di costruttori spregiudicati e disonesti, che, in cambio di soldi e sesso, avevano corrotto funzionari pubblici, come Balducci, il gran commis delle opere pubbliche, riguardasse solo la partita delle protezione civile, della opere pubbliche e che, al massimo vi potesse essere coinvolto Bertolaso.
La vicenda Scajola dimostra, invece, che il marcio è molto più esteso e che risale indietro nel tempo, almeno al 2004. E’ da allora, infatti, che Anemone è su piazza. E’ da allora che il costruttore senza scrupoli agisce. E’ da allora che il suo “benevolo interessamento” si è rivolto anche ai piani alti dei ministeri.
Se, oggi, scopriamo che il costruttore Anemone, nel 2004, ha comprato la benevolenza dell’allora ministro degli Interni Scajola, uno dei più ministri più potenti, a quanti altri ha fatto favori, considerando che ogni ministero concede appalti? La domanda è devastante e, se fossimo in un paese normale, dovrebbe ossessionare tutti, giornalisti e politici compresi.
Non siamo più di fronte alla cricca dell’Aquila ma ad una sistema organizzato che agisce da anni e che da tempo concede “attenzioni particolari” ai potenti di turno in cambio di favori.
Allora, chi e quali sono i gangli fondamentali dello stato che sono stati “oggetto di attenzione” da parte di questa banda di furbetti senza scrupoli? Se dovessimo scoprire che le metastasi della corruzione fossero molto più estese di quanto pensiamo, verrebbe meno non solo questa maggioranza e questo governo ma il senso stesso dello stato.
E’ per questo che ieri ho pensato di proporre una commissione parlamentare d’inchiesta che abbia gli stessi poteri della magistratura e che indaghi a tappeto sulle rendite patrimoniali, bancarie e finanziarie di tutti i ministri che si sono succeduti dal 2001 ad oggi. Poi ho riso tra me e me, pensando all’ostilità che tale proposta troverebbe sul suo cammino, tanto a destra quanto a sinistra. Così ho deciso di rivolgermi a voi.
Premesso che la commissione parlamentare d’inchiesta sarebbe l’unico strumento per fare chiarezza, per capire fino a che punto le metastasi della corruzione si è estesa, pensate sia meglio lasciar perdere o che comunque valga la pena portare la proposta in Aula? Io credo che ne valga la pena, se non altro per ascoltare, divertiti, le motivazioni con le quali arrampicandosi sugli specchi direbbero tutti di no. Io credo che varrebbe la pena farlo, se non altro per vedere l’effetto che fa.

fonte: www.massimodonadi.it


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4 Maggio 2010

Dimissioni Scajola: un atto dovuto e tardivo


Oggi il ministro Scajola si è dimesso. Qualche giorno fa era venuta a galla la notizia secondo la quale avrebbe intascato circa un milione di euro in nero dal costruttore Anemone (quello della cricca del cemento...) per comprare una casa a Roma. Stamattina abbiamo registrato le sue dimissioni.
Un atto dovuto e tardivo che ripropone una questione ormai vecchia a causa di questo Governo: quella morale.
Di seguito la trascrizione dei video interventi odierni di Leoluca Orlando (portavoce di Italia dei Valori) e Massimo Donadi (Capogruppo alla Camera di Italia dei Valori)

LEOLUCA ORLANDO: La casta non può essere intoccabile. Occorre che ciascuno si assuma le proprie responsabilità e occorre che l'inchiesta proceda per accertare ogni responsabilità, anche penale, del ministro Scajola.
Avremmo preferito che questi otto giorni non registrassero, come hanno registrato, una mortificazione delle istituzioni. Bene avrebbe fatto il ministro Scajola a dimettersi subito.
Il Governo, adesso, deve riferire in Parlamento e i magistrati devono procedere nell'inchiesta nei confronti del ministro Scajola.


MASSIMO DONADI: Dopo giorni passati ad arrampicarsi sugli specchi, le dimissioni Scajola sono un atto dovuto ma tardivo. Speriamo che adesso il Governo, se davvero vuole fare le riforme, parta da una serie di norme vere e incisive contro la corruzione che nel nostro paese dilaga.
Norme contro la corruzione le chiedono la stragrande maggioranza dei cittadini Italiani, per cui siamo pronti a votarle, chiunque le proponga.
Questa maggioranza è allo sbando. Le divisioni sono ogni giorno più profonde. Sono tenuti insieme solo dal potere e dalla voglia di stare aggrappati al Governo. Quanto questo possa durare è impossibile dirlo.
Sicuramente la compattezza delle opposizioni ha inciso molto nelle dimissioni di Scajola. E questa è la dimostrazione che se l'opposizione fosse sempre più determinata e più incisiva nel rivendicare la non negoziabilità dei valori etici, di trasparenza, di legalità, di onesta, potrebbe farsi valere molto di più in Parlamento.
Questo è un esecutivo che ormai sbanda palesemente: non ha un'idea della politica economica, non ha idea delle riforme. Finora quello che ha fatto è stato solo difendere Berlusconi e tutti i ministri che di volta in volta ne hanno avuto bisogno, dalle accuse che piombano loro sul capo.
Queste dimissioni riaprono il capitolo della questione morale. Un capitolo che si arricchisce, purtroppo, ogni mese di nuovi episodi. Ci sono state le dimissioni di Scajola per la sua insostenibilità di permanenza al Governo ma ci sono casi gravissimi, come le mancate dimissioni di Fitto e Cosentino.



3 Maggio 2010

Inchiesta G8: Scajola deve dimettersi


Non credo a Scajola. Non sono io a dirlo, sarebbe scontato, ma il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, che proprio ostile ostile a questo governo non è…
Ora, se persino il vice di Feltri dice che le parole del ministro, (ho comprato l’appartamento a costo di mercato) sono un ‘insulto all’intelligenza’, non si comprende per quale motivo questo signore debba restare al suo posto.
Il Giornale che una volta fu di Montanelli e che oggi di quel grandissimo giornalista non ha proprio più niente, è abituato a difendere l’indifendibile. Se stavolta non ce la fa, significa che è proprio troppo, che il limite è stato superato. Ogni minuto che Scajola passa seduto su quella poltrona è un insulto all’intelligenza dei cittadini. Il quadro che emerge dai giornali è sempre più inquietante.
Non voglio entrare nel merito, ci penserà molto meglio di me la magistratura, ma è chiaro che le responsabilità politiche sono enormi.
Per questo abbiamo presentato una mozione di sfiducia, a prima firma Di Pietro-Donadi.
E’ un’occasione per tutta l’opposizione, ma non solo, lo è anche per chi, nel centrodestra, è ancora sensibile ai valori della legalità e dell’etica politica. E’ l’occasione per far saltare i meccanismi di casta e dare finalmente un segnale: non c’è impunità per i politici ed i potenti.
Naturalmente sarebbe un primo passo perché anche in caso di dimissioni o di approvazione della mozione della sfiducia, il problema della legalità in politica sarebbe ben lungi dall’essere risolto. Ma ogni cammino inizia con un primo passo.

fonte: www.massimodonadi.it


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24 Marzo 2010

Intercettazioni ad personam


Berlusconi vuole vietare le intercettazioni per farle solo lui. Con i “fido bau” Alfano, Schifani, Minzolini…La vergognosa vicenda delle18 telefonate fatte da Berlusconi all’Autorità per le comunicazioni, allo scopo di interferire nelle competenze della medesima per ottenere la chiusura del programma di Santoro, come è noto è venuta alla luce grazie alle intercettazioni telefoniche.La cosa ha fatto irritare Berlusconi ed i suoi scagnozzi(Bonaiuti, Bondi, Cicchitto, e compagnia) che hanno nuovamente dichiarato che:
1. Bisogna far approvare la legge sulle intercettazioni, che più che “sulle” è “contro” e di fatto le impedirà 2. Che c’è sempre il solito complotto dei magistrati che permettono le fughe delle notizie per le quali mai nessuno pagaIl “fido bau” Schifani ha subito detto: 'Sarebbe opportuno che si faccia luce al più presto su questa preoccupante fuga di notizie'. . 'Ormai il segreto istruttorio, con la pubblicazione delle intercettazioni, credo non esista più. Credo occorra dare risposta con indagini chiare ed efficaci che finalmente vengano a scoprire dov'è il marcio.” Cioè una dichiarazione esilarante ( forse era in preda ai fumi dell’alcol come il Questore di Roma quando diceva che in piazza erano solo 150 mila!) tenuto conto di ciò che è emerso e cioè che il primo a violare il segreto istruttorio è stato l’altro “fido bau” Minzolini, subito dopo essere stato interrogato. A parte che è di una gravità inaudita il fatto che  la seconda carica dello Stato (aiuto!) si preoccupi di chi ha fatto uscire la notizia invece che della gravità del contenuto di quelle telefonate. Il “fido bau” Alfano, da parte sua, ha subito mandato gli ispettori a Trani. Chissà se li manderà anche a Milano (sono certo di no) dove ora viene alla luce un’altra storia di violazione delle regole ben più grave, di cui è stato parte il solito Berlusconi. In poche parole il 24 dicembre 2005 (era ancora Presidente del Consiglio) l’amministratore delegato (tale Roberto Raffaelli) di una azienda(la Rcs-Research control system) incaricata dalla procura di intercettare il presidente di Unipol, Consorte,gli fa sentire, in anteprima ed in violazione dei doveri di riservatezza, penalmente sanciti, la nota telefonata con Fassino (“allora, abbiamo una banca?”). Incurante di avere di fronte un farabutto che stava violando la legge il Presidente del ConsiglioBerlusconi non solo non lo scaccia ma gli dice : "La famiglia ve ne sarà grata per l'eternità", secondo il racconto di uno dei soggetti coinvolti. Già l’uso della parola famiglia appare un richiamo diretto a termini propri del vocabolario della mafia. In più, terminato il faccia a faccia, i personaggi coinvolti nella vicenda avrebbero spedito, in un pacchetto anonimo, l'intercettazione a il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi. E dopo sette giorni il quotidiano ha pubblicato in esclusiva il contenuto dell'intercettazione. Morale della favola. Berlusconi non è un solo un capopolo, come sostiene Bersani, bensì un vero e proprio capobanda, che come tutti i banditi è pronto a dire tutto e il contrario di tutto a seconda dell’interesse suo e dei suoi amici. Ed è evidente che vuole la legge sulle intercettazioni in realtà perché non si facciano più, salvo che non sia lui a ordinarle per attaccare i suoi oppositori politici.


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16 Marzo 2010

Tendenza Angelino


E cosi il peggior ministro della giustizia degli ultimi anni, Angelino Alfano, con l'invio degli ispettori a Trani, e' riuscito a superare l'ingegner Castelli in quanto a cialtronaggine. Nibbio Alfano, più bravaccio di manzoniana memoria che ministro, ha seguito pedissequamente il copione berlusconiano: tutto va gestito mediaticamente, soprattutto se di mezzo c'e' il presidente del Consiglio piu' inquisito della storia.

L'invio degli ispettori, infatti, non e' solo un atto indecente, e tra l’altro illegittimo, ma e' un preciso strumento di comunicazione messo in campo per far credere che i magistrati di quella procura abbiano agito o fatto qualcosa di male. Cosi arriva l’ispettore nazionale che, in realtà, non ha nessun tipo di potere o controllo sulle indagini, ma può solo e soltanto vigilare sulla buona organizzazione della procura, sull’amministrazione e gestione del personale. Insomma, l'ispettore non può visionare ma nemmeno guardare da lontano le carte dell’inchiesta. Puo' solo controllare, ed eventualmente mettere becco, sull'organizzazione interna della procura, se un tal magistrato va bene in quel ruolo, se la produttività della procura è regolare, se il personale è numericamente adeguato, o meno.

Questo, ovviamente, non si dice ai cittadini. Si preferisce ingannarli, lasciandoli pensare che se il governo manda l’ispettore è perché c’è da strigliare qualcuno a dovere. Che se il ministro in persona ha inviato gli ispettori è perché magistrati comunisti cialtroni ci covano e vanno ripresi e, all’occorrenza, puniti a dovere. Ma l’invio degli ispettori non è solo strumento sottile per manipolare la credibilità popolare e persuadere la massa che c’è del marcio in Danimarca. E’ un’arma affilata e penetrante per esercitare sulla malcapitata procura di turno una pressione intimidatoria di stampo mafioso e condizionarne le scelte qualora non intendano piegarsi alla volontà politica.

Cosa c’è di nuovo sotto il sole? Ahimè, nulla. E’ evidente, infatti, che quando il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha pensato a chi dovesse ricoprire il ruolo di ministro della Giustizia nel suo governo, scartato Griso-Ghedini, che ha preferito nel ruolo di amanuense delle sue leggi ad personam, ha optato per Nibbio- Angelino, pensando non tanto alle sue fini doti giuridiche, che sono quelle che sono, ma alla sua precipua tendenza caratteriale ad essere uomo “avvezzo ad obbedire tacendo”. Tendenza- Angelino, potremmo chiamarla, quel non so che per il quale tanti anni fa lo scelse come fido e solerte segretario…


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11 Marzo 2010

Legittimo impedimento: il barbaro declino del Paese


Ieri si è consumato al Senato l’ennesimo voto di fiducia. Quest’ultimo riguardo il legittimo impedimento, disegno di legge che pone un gruppo di cittadini, il Premier e i suoi ministri, al di sopra della legge. Italia dei Valori ha manifestato in aula con un sit-in (GUARDA IL VIDEO).

In questo articolo riporto il video ed il resoconto stenografico della mia dichiarazione di voto in aula.

Resoconto stenografico:

Signor Presidente, il Presidente della Repubblica ha ricordato, appena due giorni fa, che esiste uno straordinario complesso di valori e principi condiviso dal popolo e racchiuso nella nostra Costituzione. C'è però una linea di discrimine tra chi condivide tale complesso di valori e principi e chi invece è insofferente ad esso: si avverte, infatti, il segno profondo dello sfarinamento della legge e dello sgretolamento dell'architettura del nostro Stato. La legge, da espressione applicata della democrazia, viene retrocessa ad orpello ingombrante da rimuovere ogni qual volta sia di ostacolo, non al riconoscimento pieno di un diritto bensì al soddisfacimento di un interesse.

Sappiamo benissimo che tanti sono gli uomini probi chiamati in quest'Aula a svolgere l'importante e delicata funzione di legiferare: ora ci si vuole costringere a rinunziare a tale altissima funzione; ne esce umiliato il Parlamento e ferita la Costituzione. Fino a quando, voi tanti uomini probi, accetterete di piegarvi all'interesse di un singolo? Qual è il limite della vostra sopportazione? Quando si riuscirà a recuperare la probità che vi appartiene?

Oggi si è approvata una legge temporanea, in attesa dell'entrata in vigore di una legge costituzionale che ancora non esiste. Oggi, quindi, si è fatto ciò che non poteva essere fatto e chi l'ha chiesto ne è talmente consapevole da scrivere nella stessa legge che ciò è fatto per 18 mesi, perché poi la medesima materia dovrà essere regolata da una legge costituzionale. Sicché noi, investiti dalla Costituzione della nostra funzione, rinneghiamo per 18 mesi i principi costituzionali e mettiamo in quarantena la Costituzione: con una legge ordinaria abbiamo rinviato ad una costituzionale, ossia sovraordinata, che non esiste e non possiamo sapere né se o quando verrà approvata, né come sarà concepita e articolata. Gli uomini probi non possono non avvertire la gravità dell'insulto normativo e costituzionale compiuto: spero quindi che riflettano e si rendano conto che è stata ferita non solo la nostra funzione costituzionale di legislatori, ma anche la nostra dignità di cittadini uguali dinanzi alla legge; né la forza dei numeri potrà santificare il disprezzo della legge.

Dobbiamo invero purtroppo constatare che massicce dosi di veleno sono ormai state instillate nel tessuto del quotidiano vivere degli italiani, essendosi altresì diffusi gli effetti del rancoroso e pericoloso crepuscolo di Silvio Berlusconi. Questo è un momento che tanto, forse più di noi suoi avversari, potrebbero fare gli uomini probi che non gli sono ostili. Agli uomini probi, non attaccati dal tarlo della corruzione delle coscienze, noi guardiamo con rispetto; non bisogna però troppo attardarsi nell'indulgenza: i cittadini sono stanchi della violenza delle parole e dei fatti. Vorremmo ritrovare la difficile serenità nell'affrontare, senza odiose contrapposizioni, i problemi del Paese e dei più sfortunati dei nostri concittadini.

Ai tanti problemi se ne aggiunge uno ulteriore molto pesante: la crisi della democrazia, con la crescita di insane oligarchie, terreno fertile per l'autoritarismo. Vorremmo poterci liberare dalla infezione della mala politica, delle squalificate cortigianerie, degli approfittatori furbi di regime, dei nati servi. Vorremmo poter tornare ad essere un Paese normale, senza che tutto debba per forza essere eccessivo, e ritrovare la capacità, l'ingegno e la tenacia che hanno fatto grande e nobile un'Italia al contempo inadeguata. Compete a voi, uomini probi, ascoltare le vostre coscienze senza sottrarvi al dovere morale di assumervi le responsabilità dinanzi al Paese, perché noi non siamo un Paese normale.

Il Presidente del Consiglio è orgoglioso del suo massimo esponente in Campania, lo tiene stretto come Sottosegretario all'economia e presidente del Comitato interministeriale per la programmazione economica; la stessa persona su cui pende un mandato di cattura confermato dal tribunale del riesame e dalla cassazione per collusione mafiosa con il sanguinario clan dei Casalesi. La magistratura arresta i mafiosi, il Governo se ne intesta il merito e il presidente Berlusconi li coccola, li protegge, se li prende in casa, da Mangano in avanti! Bel messaggio agli onesti e alle forze dell'ordine, al senso del dovere dei tanti servitori dello Stato! Vi sembra normale ciò?

Il Consiglio dei ministri, mortificando uno stordito ministro Maroni, non ha sciolto per infiltrazione mafiosa il Comune di Fondi e oggi 14 esponenti politici che non potevano essere candidati sono invece presenti nelle liste del PdL e collegate. Vi sembra normale ciò? Il Presidente del Consiglio ha una parossistica ossessione per la giustizia, ma se non fosse stato per le leggi ad personam sarebbe oggi un condannato a vari anni di carcere. È un Paese normale questo?. Il Presidente del Consiglio ha affermato che il primo male dell'Italia sono i giudici - ora anche quelli del TAR - non la criminalità organizzata, non la corruzione, non la disperazione dei disoccupati e dei precari, non l'evasione fiscale, non lo sfascio idrogeologico e ambientale, non la crisi economica devastante per tantissime famiglie e imprese. No, il primo male dell'Italia sono i giudici. È un Paese normale questo? Applauditevi, siete complici!

Ora il Presidente del Consiglio ha chiesto una nuova fiducia per questi suoi smisurati meriti che voi condividete, per la sua protezione ai malfattori, per difendere se stesso da infamanti accuse, quale quella di aver costituito fondi neri per centinaia di milioni di euro e di aver corrotto un testimone. È un Paese normale questo? Berlusconi ha voluto la fiducia e sappiamo alcune cose che ancora farà: indebolire lo strumento delle intercettazioni telefoniche così da proteggere i malfattori, modificare alcune mirate norme del codice di procedura penale per limitare le indagini e le acquisizioni delle prove nei processi, far scarcerare alcune migliaia di imputati di gravissimi reati con la legge, alla quale non rinunzia, sul cosiddetto processo breve, ossia per decretare la morte di 100.000 processi.

No, non è un Paese normale il nostro! L'Italia ha bisogno di governanti onesti, rispettosi della legge, determinati e convinti nella lotta al crimine, insospettabili, rispettosi dei diritti, accorti e attenti ai bisogni dei più deboli e sfortunati: tutto ciò che non è Berlusconi.

L'Italia dei Valori crede nei valori sani - senatori Boscetto e D'Alia - e dice no all'arroganza, alla prepotenza, alla disonestà, sempre e non a corrente alternata. Noi non siamo il partito di Cosentino, di Cuffaro, di Dell'Utri, di Di Girolamo. Sì alla democrazia. Sì alla giustizia. Sì alla democrazia che è anche popolo e piazza. Sì alla Costituzione e anche gli uomini probi e dignitosi...

...agli uomini e alle donne dovrebbero stare a cuore questi valori e principi. Li tutelino con il loro voto. Fermino questa oscura e pericolosa deriva; fermino la rancorosa prepotenza di chi non ha alcun senso dello Stato, delle leggi e delle istituzioni. Si arresti questo barbaro declino per la nostra Italia in nome della nostra Costituzione , per la quale il Gruppo dell'Italia dei Valori ha voluto oggi - e sempre lo farà - esprimere fedeltà, rispetto e affetto, perché l'amiamo. Viva la nostra Costituzione! Fuori i barbari e i ladri di civiltà giuridica e di moralità, nel nome dei tantissimi italiani che faticano, lavorano e producono nel rispetto dell'onestà e delle leggi!


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10 Febbraio 2010

Ciancimino conferma quanto gia' a tutti e' noto


Le dichiarazioni rese, in un processo in corso sui rapporti e trattative mafia-istituzioni, da Massimo Ciancimino sono al centro di polemiche che rischiano di creare grande confusione.
Tre diversi aspetti vanno sottolineati e separatamente analizzati:

1. Il figlio di Vito Ciancimino, esponente politico condannato per mafia e personaggio certamente protagonista e conoscitore di fatti e misfatti della mafia, cita fatti, presenta atti ed esprime valutazioni che spetta alla Magistratura accertare, sanzionando ogni eventuale ipotesi di reato. L’importanza di tale accertamento è straordinaria perché riferita a terribili stragi e alle relazioni concrete fra politica e mafia, e alla trattativa Stato-Mafia sulle quali è non tollerabile il tentativo di porre ostacoli all’accertamento di ogni responsabilità, a qualsiasi livello istituzionale.

2. Esponenti di Forza Italia sono stati imputati in processi per mafia; taluni già condannati; il sen. Marcello Dell’Utri, considerato il Cofondatore del Partito, in particolare, è stato già condannato per reati di mafia con sentenza ancora non definitiva.
Anche in questo caso occorre attendere - senza frapporre ostacoli – che i processi abbiano la loro conclusione.

3. Il terzo aspetto è riferito a valutazioni politiche.
Dato incontrovertibile è che sin dal suo nascere Forza Italia si è presentata come un partito in polemica con l’operato della magistratura, alla quale non sono mai state risparmiate attacchi e insulti; come il partito dei condoni, delle sanatorie, delle leggi di impunità.

Un soggetto politico siffatto, a prescindere da responsabilità penali, è certamente ed esattamente quello che piace e serve a quanti violano le leggi e provano “fastidio” per legalità e giustizia.

E la mafia certamente prova “fastidio” assai forte per legalità e giustizia.

La mafia, ieri come oggi, non ha bisogno di politici che facciano i pali o che commettano omicidi: i pali ed i killer la mafia sa dove trovarli, li trova, di regola, fuori dalla politica.

La mafia, ieri come oggi, ha bisogno di presenza nelle istituzioni che aggrediscono e ostacolano il lavoro della magistratura e compromettono i principi di responsabilità e legalità.

Sotto questo aspetto Massimo Ciancimimo conferma quanto già a tutti è noto.


Postato da Leoluca Orlando in | Commenti (145) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

4 Febbraio 2010

Illegittimo impedimento


Riporto il video e il testo dell'intervista rilasciata a RepubblicaTv, oggi 4 febbraio 2010, dove rispondo alle domande degli spettatori in tema di "legittimo impedimento".

Testo dell'intervista

RepubblicaTV: Quali sarebbero, secondo lei, i motivi per i quali si potrebbe dichiarare incostituzionale il legittimo impedimento?
Antonio Di Pietro: Perchè sostanzialmente è un'amnistia e perchè il legittimo impedimento già c'è. Se si viene chiamati dal giudice, e in quel momento si è ammalati in ospedale, si è fatto un incidente, o è morta la moglie, il figlio, c'è un legittimo impedimento, è già previsto. Questa norma cosa dice? Che per il fatto che sei Ministro o Presidente del Consiglio non puoi andare. Avrà il tempo per andare al bagno, o no? Avrà un po di tempo per andare a sciare, o no? Avrà un po di tempo per andare con la sua Noemi, o no? Avrà un po di tempo per “escortare” a destra e a sinistra, o no? E un pochettino di tempo per andare a spiegare se quell'operazione “strana strana” l'ha fatta lui ce l'ha o no? Potevamo fare una norma in cui si deve concordare con la magistratura che, per esempio, nei quindici giorni successivi si troverà del tempo per rispondere alla domanda. La verità è che hanno usato questo stratagemma non per dire che si è impediti e non possono presentarsi, ma per dire che non possono venire mai siccome sono al governo.

RepubblicaTV: Su questa questione del legittimo impedimento c'è un altro aspetto molto importante che chiama in causa il Presidente della Repubblica. Ieri c'è stato un incontro al Quirinale tra il Capo dello Stato e il Ministro della giustizia Alfano. Da quello che siamo riusciti a capire, sembra che da parte di Napolitano ci sia stata una sostanziale apertura sul provvedimento relativo al legittimo impedimento, il che lascia pensare che, con ogni probabilità, il Capo dello Stato firmerà questa legge quando sarà poi ratificata anche dal Senato. Ricordiamo che ora è stata approvata solo da un ramo del Parlamento. Lei, in più di un'occasione non è stato, come dire, tenero con Napolitano. In questa vicenda cosa si sente di dire?
Antonio Di Pietro: Dai retta a me! Hai capito come funziona l'informazione? Hai capito come funziona la disinformazione? Se accusiamo il Governo e la maggioranza parlamentare di usare le istituzioni per farsi le leggi ad personam, per una persona sola, è un fatto gravissimo. Se dovessimo intercalare citando anche il Capo dello Stato, siamo noi ad essere attaccati, facendo passare in secondo piano l'affermazione principale. Non parlo del Capo dello Stato, faccia quello che deve fare e quello che crederà di fare. La Corte costituzionale, se è chiamata a verificare su questo punto, faccia quello che deve fare. Noi dell'Italia dei Valori vogliamo informare voi cittadini, perchè se quelli stanno in Parlamento a fare le leggi a loro piacimento qualcuno ce li ha mandati. Una o due volte si può essere raggirati, la terza volta si diventa complici.

RepubblicaTV: La posizione di Casini, che tra l'altro si è astenuto su questo voto, dice: "è meglio il male minore, è meglio il legittimo impedimento per un ristretto numero di politici, piuttosto che il processo breve che invece ammazza migliaia di processi importantissimi”.
Antonio Di Pietro: Infatti ho detto: si diventa complici. La complicità fa male, ma sapesse quanto fa più male e dà fastidio essere Ponzio Pilato. Loro non hanno votato, noi diciamo che il legittimo impedimento è una norma criminogena, immorale e incostituzionale. Casini dice: “io non dico”. D'accordo. Ponzio Pilato ha detto: “io non prendo posizione”, ma la giustizia è stata ammazzata.

RepubblicaTV: Ricordiamo che sono stati loro i primi a proporre il legittimo impedimento come provvedimento che serviva alla cosiddetta riduzione del danno, no?
Antonio Di Pietro: Si può accettare la regola in cui poichè questi non vogliono essere processati, e poichè noi dobbiamo fare i processi agli altri, non processiamo loro e processiamo gli altri? E' uno Stato di diritto o è uno Stato delle banane?


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1 Febbraio 2010

Legittimo impedimento: truffa legislativa


Il legislatore sta preparando la soluzione finale con tre provvedimenti, servendosi del gioco delle tre carte. La prima carta è il processo breve. Berlusconi non vuole essere processato nella vicenda Mills ed allora, con una norma retroattiva, cancella il processo.

La seconda carta è il legittimo impedimento: se il premier è impegnato politicamente è legittimato a non partecipare ai processi e, quindi, devono essere rinviati. Siccome lui è sempre impegnato, si realizza l'impunità permanente attraverso legge ordinaria.

Terza carta? La modifica dell'articolo 3 della Costituzione. Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, tranne uno. Indovinate chi?

Quella che è stata la culla del diritto è divenuta ormai la bara del diritto. Anzi, la terra dei bari del diritto, dei giocatori delle tre carte. Per favore almeno, non invocate l'Europa. Assumetevi la responsabilità di voler essere servi di un padrone che invece di perseguire gli interessi degli italiani piega le norme a suo uso e consumo.

Testo dell'intervista:

Giornalista: Come giudica la protesta dei magistrati?
Luigi de Magistris: La giudico legittima. E' un governo che sta massacrando la Costituzione, l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, che fa passare il processo breve come una riforma della giustizia, quando invece è un provvedimento che interessa una sola persona. Che poi questo provvedimento crei un effetto collaterale, producendo l'azzeramento di centinaia di migliaia di processi dove a pagarne le conseguenze saranno le persone offese e le vittime di reato, questo non interessa al governo. E' una protesta giusta, legittima, pacifica e rispettosa delle istituzioni, ma in questo momento c'è bisogno di questo tipo di proteste.

Giornalista: Come giudica il legittimo impedimento? C'è chi ha un apertura su questo provvedimento.
Luigi de Magistris: E' una truffa legislativa, perché si dice che se uno ha attività politiche non può andare davanti al giudice. Siccome il Presidente del Consiglio considera come attività politica ogni cosa che fa, anche un viaggio in Costa Smeralda, non ci sarà mai nessun processo.
Ecco perché non è sufficiente il processo breve, che lo salva solo dai processi Mills e Mediaset, mentre il legittimo impedimento non consentirà di celebrare gli altri processi. Qualora ci sarà un magistrato che non consideri legittimo impedimento alcune attività del Presidente del Consiglio ci sarà, dopo il lodo Schifani e il lodo Alfano, il terzo lodo, uno scudo personale e definitivo a Berlusconi che non sarà più processato: verrà modificato l'articolo 3 della Costituzione, “la legge è uguale per tutti tranne che per il Presidente del Consiglio”.


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21 Gennaio 2010

Processo breve: terrorismo istituzionale


Siamo alla diciannovesima legge ad personam: una legge, quella approvata ieri dal Senato, per consentire al premier di difendersi dal processo e non, come diritto dovere di ogni cittadino, di difendersi nel processo.

Adesso, spetta alla Camera dei Deputati, al Presidente della Repubblica, alla Corte Costituzionale, ciascuno per la propria competenza, il compito di impedire che si consumi un atto di stravolgimento eversivo dell’equilibrio tra poteri e funzioni dello Stato, e un ennesimo atto di palese violazione della carta costituzionale.

Ove questa legge venisse approvata, finirà per essere violata ancora una volta l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, con la configurazione di norme processuali e condizioni di punibilità arbitrariamente differenziate, e finirebbero per essere disattesi il diritto alle verità delle vittime dei reati; verranno inoltre prescritte decine di migliaia di processi penali e anche azioni di responsabilità per danno erariale di politici e pubblici funzionari, come potranno altresì prescriversi anche processi di omicidi aggravati, mafia e terrorismo.

La retroattività della norma è, inoltre, un abito su misura per l’immunità di Silvio Berlusconi, e con lui delle centinaia di imputati per reati gravissimi (Mills, Mediaset, Cirio, ma anche processi per errori sanitari); alla Camera spetta ora il compito di bloccare questa legge vergogna; e ove la legge venisse approvata, al Capo dello Stato e alla Corte Costituzionale di valutare l’effetto destabilizzante e le macroscopiche illegittimità costituzionali.

In un ordinamento costituzionale e democratico ognuno deve fare la propria parte e il nostro partito continuerà alla Camera dei Deputati a fare la propria, e svolgerà con intransigenza il compito di forza di opposizione e di difesa dei principi di responsabilità e di eguaglianza di tutti i cittadini, indipendenza e autonomia della magistratura, di affermazione di una cultura della legalità, da contrapporre alla cultura dell’illegalità e dell’impunità dei criminali.

Di fronte a un esempio emblematico di eversione e di terrorismo istituzionale, l’Italia dei valori continuerà a svolgere la propria resistenza istituzionale.


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Giustizia: aprite gli occhi


Riporto il video e il testo del mio intervento di oggi alla Camera dei Deputati, in risposta all'intervento del Ministro della Giustizia Alfano sull'amministrazione della giustizia.

Testo dell'intervento

Signor Presidente, signor Ministro, svolgerò nella seconda parte dell'intervento le considerazioni di carattere tecnico, ma adesso è il momento di occuparsi degli aspetti politici, dei rapporti tra politica e giustizia. Ebbene, signor Ministro, dopo la sua relazione, constato che non ci siamo. Sono passati due anni e la politica della giustizia che la sua maggioranza, il Presidente del Consiglio e i consiglieri del Premier le hanno imposto non è quella che interessa ai cittadini e probabilmente non è quella che lei vorrebbe. Forse, anche lei sente la delusione dello scarto tra ciò che vorrebbe fare e ciò che è costretto a fare o non fare.
Noi non troviamo nella politica della giustizia di questa destra italiana alcuna idea di come risolvere i gravi problemi che riguardano i cittadini. Ne abbiamo un chiaro esempio nella sua imbarazzata relazione, che contiene l'elencazione di poche cose fatte, ma che, al contrario, a parte le omissioni sulle leggi ad personam, contiene proclami, alcuni senza contenuto, come sulle riforme ordinamentali e strutturali, e altri che incombono minacciosamente per i contenuti detti non nella relazione, ma nelle infuocate e devastanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio e dei suoi ripetitori di provocazioni, come a proposito delle riforme costituzionali sulla giustizia.
Ma se anche la sua relazione fosse un miracolo di precisione, dovremmo pur sempre partire dall'abc della giustizia, che significa uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e rispetto per una delle tre funzioni sovrane, qual è la giustizia.
La magistratura è sì un ordine, perché è sorretta da norme ordinamentali, ma è indipendente e autonoma dagli altri poteri dello Stato, come afferma l'articolo 104 della Costituzione, che voi vorreste stravolgere e travolgere. Non si può parlare di riforme quando il Premier ha una sola idea fissa in testa: demolire la giustizia, delegittimare chi la esercita, intimidire i magistrati direttamente o a mezzo di lacchè, giornalisti o altri, possibilmente sterminare chi la pensa diversamente con dossieraggi a orologeria.
Sarà pure lecito qui specularmente ribaltare sul Presidente del Consiglio le espressioni che egli usa rovesciare sui magistrati, fedeli servitori dello Stato. Li definisce eversivi, ma, allo stesso modo, dobbiamo dire che, in realtà, è lui un eversore dell'ordine costituito.
Per lavare le sue macchie, non esita a rovesciare fiumi di insulti e di calunnie sui magistrati e sui pubblici ministeri, soprattutto. Una volta li ha definiti non sani di menti, anzi, meglio, geneticamente tarati - io ho fatto per quarant'anni il magistrato, così come è un magistrato il sottosegretario Caliendo: non ce ne siamo mai accorti, ma se lo dice lui - e un'altra volta li definisce plotoni di esecuzione, come indecentemente ha detto ieri, con il contorno degli attacchi insensati a tutte le istituzioni di garanzia, Presidente della Repubblica e Corte costituzionale inclusi.
È ormai gigantesco il dossier del CSM a difesa dei giudici contro gli attacchi del premier. La demolizione del senso comunitario e del rispetto delle regole che lo governano è talmente profonda che ci vorranno decenni per ripristinare il senso della legalità e del rispetto delle istituzioni, senza i quali una società organizzata si trasforma in un aggregato fondato sulla legge del più forte.
Il Capo del Governo è insofferente dinanzi ad ogni controllo; chi è troppo pieno di sé o ha cose da nascondere vuole comandare solo lui. Il Parlamento è già svuotato di compiti e poteri, esclusi quelli semplicemente notarili di cose che non possono non passare per esso; per le altre, si decide fuori.
Vorrebbe pure piegare ai suoi voleri la superstite istituzione di controllo, la magistratura, ma siccome non ci riesce, né con la minaccia né con la lusinga, pensa a stravolgerla con riforme costituzionali, il cui obiettivo finale è quello di controllare l'azione penale dei pubblici ministeri, sottoponendoli al controllo dell'Esecutivo insieme al CSM, affinché sia sempre e solo lui a governare, a decidere le leggi, ad interpretarle e ad applicarle, a fare le sentenze.
Un unico ed assoluto padrone di tutto: così sì che la politica sarebbe politicizzata nel senso letterale del suo controllo da parte della politica, ma se ai cittadini si chiedesse se vogliono una giustizia controllata e diretta dai politici di turno o una giustizia indipendente, magari imperfetta, non ho dubbi che, al 100 per cento, preferirebbero la seconda, perché la selvaggia delegittimazione operata dal Capo del Governo avrà pure indebolito il consenso dell'istituzione giudiziaria, ma i politici sono infinitamente indietro nella considerazione sociale, all'ultimo posto, perché la politica viene vista come lo strumento per fare gli affari propri e sfuggire la giustizia.
Ci rivolgiamo con rispetto e fiducia al Capo dello Stato e gli chiediamo di esercitare il massimo controllo, e se necessario di bloccarli, su quei provvedimenti che stravolgono l'ordine costituzionale, deprimono uno dei poteri dello Stato ed esaltano l'arroganza dell'uomo al comando.
Ma diciamo anche ai cittadini: aprite gli occhi, perché il «capo supremo» vuole anche una giustizia fatta da lui e sotto il suo controllo, come era al tempo del Medioevo e prima dello Stato di diritto.
Signor Ministro, vi sono 5 milioni e mezzo di cause civili pendenti: i cittadini penserebbero che bisogna ridurre i tempi di queste cause, e che per ottenere tale risultato ci vogliono più magistrati, più personale di cancelleria, più risorse finanziarie, norme più agili e stringenti che evitino l'ostruzionismo processuale. Ma la destra al Governo non la pensa così: è abile nel cavalcare questo bisogno di giustizia civile e di processi più rapidi per dire che questa giustizia non va, ma al solo scopo di rispondere con leggi ad personam che hanno l'unico obiettivo di evitare al Primo Ministro di dover partecipare alle udienze penali che lo riguardano, come fanno tutti i cittadini. E così il Parlamento, con una batteria impressionante messa in campo, è ingessato, non per risolvere i drammatici problemi che la crisi economica scarica su tante famiglie, e neanche per consentire alla giustizia di funzionare meglio: l'unica riforma che la destra introduce è «ammazzare» 100 mila processi per far morire i due che riguardano il Presidente del Consiglio, applicando retroattivamente le disposizioni calibrate sulle sue esigenze.
Si dice che non si vuole concedere una nuova amnistia per svuotare le carceri, ma di fatto la si concede, «uccidendo» un'enorme quantità di processi. Così facendo, si distrugge la difesa sociale nei confronti dei criminali, alla faccia della sbandierata volontà di garantire la sicurezza. Ma dove sono finiti i proclami di rispetto della legalità e di lotta alla criminalità di quanti un tempo facevano parte di Alleanza Nazionale? Niente: si deve soccombere alla «legge del capo», a costo di lasciare liberi centinaia di migliaia di delinquenti. E dove sono finiti i proclami leghisti, che a parole affermano di voler contrastare la criminalità, ma poi lasciano passare ogni legge che salva i delinquenti pur di mantenere il patto con «Roma ladrona», che garantisce loro privilegi ed enorme potere? E riguardo alla giustizia penale, ci si accorge che i processi sono lunghi solo quando li si deve «uccidere» per salvare il Premier, altrimenti nessuno se ne sarebbe occupato; allora, invece, i cervelli si «strizzano», e vengono fuori tutte le idee di salvataggio.
La Camera è bloccata, non da interventi a favore delle famiglie o delle imprese che stanno morendo, malgrado la propaganda in una televisione, anche pubblica, ormai asservita alla maggioranza, non da interventi organici per la giustizia, ma da una fantasiosa definizione del legittimo impedimento a comparire in udienze, come necessariamente conseguente al fatto di essere Premier o ministro: per 18 mesi si pretende che egli sia sottratto alla giustizia italiana, che è fatta per tutti i cittadini. In tal modo, si inventa con una legge ordinaria una prerogativa per i politici, che può essere introdotta solo con legge costituzionale. L'ha ripetutamente detto la Corte costituzionale che non si può fare, quando ha annullato il cosiddetto lodo Alfano, approvato nel tempo record di 72 ore; l'hanno ripetuto gli illustri studiosi che la Commissione ha sentito; e lo sanno benissimo anche le tante persone oneste della maggioranza, ma a loro non importa. E sapete perché? Hanno fissato il tempo di validità della legge in 18 mesi, perché è quello prima del quale la Corte costituzionale non potrebbe ancora una volta spazzare via questa legge illegittima, ed è il tempo entro il quale la maggioranza spera di far approvare con legge costituzionale il cosiddetto lodo Alfano ed il ripristino dell'immunità parlamentare. Questo è cinismo! Intanto approviamo lo scudo, quando sarà caduto ne avremo già altri. Questa è l'idea di giustizia che le impongono, signor Ministro: come evitare la giustizia ai potenti, gli altri si arrangino; se sono cittadini normali, non importa niente a nessuno.
Ma agli italiani non dovrebbe interessare sapere se chi li governa è un lestofante o un'immacolata persona prima, e non dopo che abbia governato? E se poi risultasse un delinquente? Sapete che soddisfazione saperlo a cose fatte, oltre il danno anche la beffa! Chi è inquisito per gravi reati non dovrebbe potersi neppure candidare: prima si faccia giudicare, se sarà assolto potrà farsi eleggere ed eventualmente assumere responsabilità di Governo.
C'è un che di perverso nel ragionamento del Capo del Governo... (Commenti). Mannino è stato assolto da un giudice, da altri giudici! C'è un che di perverso nel ragionamento del Capo del Governo, che dice che il consenso di cui afferma di godere lo mette al riparo da tutto. È proprio sicuro che gli italiani attribuiscano un salvacondotto a chi hanno eletto, e che può fare tutto? Forse che non gli hanno dato il consenso per governare la cosa pubblica, e non per fare affari personali?
Mai il livello di aggressione della politica sulla magistratura era stato così infuocato, determinando quel clima di odio e di isolamento che in altri tempi è stato il terreno di coltura delle stragi di mafia: Livatino, Chinnici, Ciaccio Montalto, Falcone, Borsellino, oltre che fedeli servitori della Polizia e dei carabinieri (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
L'attentato agli uffici della procura di Reggio Calabria è un segnale gravissimo, il richiamo ai plotoni di esecuzione evoca purtroppo anche tutto questo e chi compie questo richiamo si assume una pesantissima responsabilità per quello che potrebbe accadere. Ministro, non ho parlato di giustizia perché ne parlerò dopo, ma è certo che il suo capo non fa altro che delegittimare i giudici della Repubblica italiana e la giustizia amministrata nel nome di quello stesso popolo italiano al quale il Premier si appella per dire che vale di più la funzione di Governo di quella dei giudici.
Il Premier governa per il consenso del popolo, ma il giudice amministra la giustizia rendendo le proprie decisioni nel nome dello stesso popolo italiano. Negli Stati Uniti i processi sono promossi dallo Stato, e quindi dal suo popolo, nei confronti dell'imputato: quale popolo vale di più, quello al quale lui si appella per sottrarsi alla giustizia o quello che dovrebbe giudicarlo per accertare se è colpevole o innocente? Il Premier la smetta con questa inutile, stucchevole pantomima: gli italiani non si lasceranno ingannare (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Congratulazioni).


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20 Gennaio 2010

Processo breve: il Paese dei barbari


Pubblico il video e il testo del mio discorso sulla dichiarazione di voto sul disegno di legge "Processo breve" presentato oggi al Senato e passato con 163 voti favorevoli, 130 contrari e 2 astenuti.

La battaglia si trasferisce alla Camera: oggi al Senato è il giorno della vergogna.

Testo dell'intervento

Signor Presidente, l'Italia dei Valori annuncia un deciso no a questa sciagurata legge stessa. Senatori della maggioranza, rappresentanti del Governo: corruttori e corrotti, malversatori, autori di violenza o minaccia a pubblici ufficiali, autori di turbative d'asta, calunniatori, favoreggiatori, istigatori, contraffattori e diffusori di sostanze nocive, falsificatori, sequestratori, omicidi, violentatori, intercettatori abusivi di conversazioni telefoniche, ladri, ladri di appartamento, truffatori, ricettatori, vi ringraziano. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).

Alcune decine di migliaia di delinquenti, anche recidivi e socialmente pericolosi, vengono graziati. Viene cancellato il processo. Viene cancellato il reato e potranno tornare all'opera. Oltre e molto di più di un indulto.

Con l'indulto si cancellava una parte della pena ad un condannato definitivo; con l'estinzione del processo si cancella il processo, si cancellano le condanne non definitive, anche se giunte in cassazione, anche se il giudice è nel momento di emettere la sentenza. È un'amnistia per reati puniti con la pena sino a 10 anni. Mai accaduta una cosa del genere!

Decine di migliaia di vittime vengono beffate dallo Stato. Dopo aver cercato giustizia per anni, le vittime avranno dallo Stato la porta sbattuta in faccia. Aiuterete invece i delinquenti, aiuterete coloro che rendono insicuro il nostro Paese, aiuterete coloro che hanno commesso torti a tante vittime. Dite di fare ciò nel nome della civiltà e nel rispetto di tempi certi del processo penale. Le vostre cattive coscienze hanno un disperato bisogno di un alibi per ingannare voi stessi e i cittadini. Basta con la patetica ipocrisia.

Per far durare meno i processi ci vogliono norme per aggiustare la macchina del processo. Vi siete rifiutati di farlo, vi siete rifiutati di considerare tutte le nostre proposte di legge che dormono in Commissione. Avete detto no a tutti gli emendamenti necessari per contenere l'affanno della giustizia. Voi non volete migliorare la giustizia, non avete questo interesse, non vi interessa la giustizia. Invocate l'Europa e fate una legge che l'Europa non conosce. Voi volete la morte di 100.000 processi per salvare Silvio Berlusconi dai suoi processi e affrancarlo dalle sue responsabilità criminose. Voi stupirete l'Europa e il mondo.

Per fare ciò farete un danno enorme al Paese e ai cittadini. Fate pagare un costo senza precedenti; fate una norma che non esiste in nessuna parte del mondo. Applicate ai processi in corso una tempistica che incide sull'attività processuale già esaurita, norma processuale retroattiva per fatti non da compiere ma per fatti già compiuti. L'Italia, detta culla del diritto, rinnega il diritto, rinnega princìpi millenari, diventa un Paese con leggi, nell'accezione storica, barbare.

Vi siete chiesti la ragione per cui il Consiglio superiore della magistratura, il Consiglio nazionale forense, le camere penali e l'Associazione nazionale magistrati sono contro questa legge? È questa la settima legge ad personam. Dopo la limitazione delle rogatorie internazionali, la depenalizzazione del falso in bilancio, il legittimo sospetto, il dimezzamento dei termini di prescrizione del reato, il lodo Schifani e il lodo Alfano, ecco la settima legge per salvare un accusato di gravi ed infamanti delitti. Su di essi si erge però il più grave dei delitti, quello di sottomettere le istituzioni ai propri interessi, con il Parlamento smarrito ed asservito.

Ci disgusta l'insensibilità alla morale, all'etica, alla giustizia. Avete smarrito l'idea del bene comune e non sapete più cosa significhi l'interesse collettivo e il buon governo per il Paese. La vostra visione crepuscolare dei diritti si accompagna al decadimento della morale, alla sovversione dei valori, alla protezione del male. Arriverà la fine del crepuscolo e l'Italia e gli italiani si vergogneranno di questa deriva nefasta.

Il mondo guarderà e leggerà le leggi del nostro Paese e capirà come la democrazia possa essere ridotta ad un involucro, svuotata dal suo interno. Vi assumerete la responsabilità e la paternità del tarlo della democrazia, del diritto, della giustizia.

Molti di voi della maggioranza lo confidano: hanno consapevolezza che questa è la peggiore legge che si potesse fare. Molti di voi della maggioranza, e lo confidano, dicono che fra qualche mese bisognerà cancellare questa legge. Non si recupererà, però, l'immenso danno provocato.

E farete anche finta di indignarvi per le nostre accuse e rivendicherete la bestemmia della pretesa profondità garantista delle vostre leggi. Alzerete i toni, strepiterete, ma solo per trovare l'alibi di cui avete bisogno. Ma sarà solo arroganza, ubriacatura di potere e basso impero.

Forse un giorno, ma in ritardo, chiederete scusa ai cittadini. Nella storia sarete una parentesi, simbolo del degrado, dell'asservimento ad una oligarchia e della democrazia ferita.

Ieri, in quest'Aula, mentre si citava il gravissimo fatto del programmato attentato distruttivo ordito contro alcuni magistrati che combattono la mafia, una parte di quest'Assemblea ha irriso all'evocazione dei nomi delle possibili vittime. Ho provato vergogna. Sapevamo dei mafiosi che brindarono alla morte di Giovanni Falcone. (Applausi dai Gruppi IdV e PD). Sapevamo della felicità dei mafiosi in carcere e del boato di giubilo quando la radio diffuse la notizia della morte di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino. Eravamo a questo. Eravamo a questa torbida conoscenza. Oggi abbiamo qualcosa di altro: una parte dell'Aula del Senato, ieri, ha fatto un coretto di irrisione alla pronuncia del nome di Antonio Ingroia, di un magistrato che la mafia vuole uccidere e di cui organizza l'eliminazione fisica. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).

L'Italia maltrattata dalla prepotenza, l'Italia del diritto calpestato troverà la forza e ritroverà la ragione. L'Italia dei Valori continuerà la sua battaglia a fianco degli italiani onesti, con i mezzi della sana democrazia, nel Parlamento e nel Paese, contro i ladri del diritto, della giustizia, dell'uguaglianza, della Costituzione, nel ricordo dei Padri costituenti e dei servitori dello Stato, caduti per la legge. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).


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9 Dicembre 2009

No Corruption Day


Dal 2003, dopo la firma a Merida in Messico della Convenzione Onu contro la Corruzione, si celebra - ogni 9 dicembre - la Giornata contro la Corruzione. Quest'anno l'Organizzazione delle Nazioni Unite ha invitato me ad essere relatore e testimonial a Bogotà della Giornata Anticorruzione.

Tale scelta cade nel decimo anniversario della nascita e teorizzazione, a Palermo negli anni della mia sindacatura, della Cultura ed Economia della Legalità, in occasione di un grande Incontro internazionale organizzato dal Comune di Palermo e che vide, tra gli altri, la partecipazione di Hillary Rodham Clinton, Romano Prodi e Balthazar Garcon.

Tale scelta fa riferimento, altresì, alla firma a Palermo, nel dicembre del 2000, della prima Convenzione mondiale per il contrasto alla criminalità organizzata. La Convenzione ONU di Palermo, appunto.
Tutto si tiene e torna utile ed attuale.

Nella lettera del Segretario Generale ONU, quest'anno, si fa riferimento, infatti, allo stretto rapporto tra corruzione e criminalità organizzata. Si afferma che la corruzione ruba le elezioni, mina la legalità, intacca la sicurezza e produce -come è cronaca di questi mesi- crisi finanziarie internazionali.

Torna, nelle posizioni del Segretario Generale, il cuore della Cultura ed Economia della Legalità: la convinzione, cioè, che la legalità è giusta e conveniente, sì conveniente.
In un sistema nel quale, ovviamente, la convenienza deve essere la libertà che non degenera in prepotenza, la convenienza è la competizione che non viene pervertita in monopolio, la convenienza è lo sviluppo, l'utilizzo armonico delle risorse e non famelico accaparramento di esse.

Al di là delle comode semplificazioni, vi è un filo che lega l'impegno ONU contro la Criminalità organizzata e contro la Corruzione e il No Berlusconi Day : entrambi sono stati convocati, uno dalla Assemblea delle Nazioni Unite e l’altro da cittadini e organizzazioni della società civile, per affermare un bisogno di legalità, per testimoniare che la legalità è conveniente e per dire, però, NO, ad una legislazione e ad una pratica di governo:


  • che viola il principio di eguaglianza, impedendo che i cittadini siano tutti eguali davanti la legge;

  • che consente e promuove i conflitti di interesse con devastante confusione tra pubblico e privato, tra Stato e mercato, tra controllore e controllato, tra venditore e compratore;

  • che con lo Scudo fiscale fa regali a mafiosi, corruttori ed evasori fiscali;

  • che elimina il reato di falso in bilancio, aprendo spazi illimitati a riciclaggio di denaro sporco e a finanziamenti illeciti;

  • che con provvedimenti, comportamenti e insulti mortifica i Magistrati e attenta alla autonomia e indipendenza della Magistratura;

  • che , con il pretesto di processi brevi , si avvia a distruggere il lavoro di Magistrati e Forze dell'ordine e a impedire - decretandone la morte per prescrizione - processi anche contro mafiosi e terroristi.


Il Presidente del Consiglio cerca, facendosi leggi su misura, di non rispondere davanti ai giudici di fatti gravissimi e, anche,di fatti per i quali sono stati condannati personaggi che tali reati avrebbero commesso su disposizione dello stesso Berlusconi.

Quale che sarà l'esito dei processi penali contro Silvio Berlusconi, non si può celebrare il No Corruption Day senza sollecitare la rimozione di ostacoli che impediscono il regolare corso dei processi penali, di tutti i processi penali, per qualunque reato e per qualunque imputato.

L'Organizzazione delle Nazioni Unite, proprio alcune settimane fa, a Doha ha convenuto che gli Stati dovranno rispondere delle concrete misure poste in essere contro la corruzione.
L'Italia, in questi ultimi tempi, tutto al contrario, ha posto in essere misure, concrete, che di fatto favoriscono impunità e vantaggi proprio per criminali organizzati, mafiosi e corrotti.

Vi è un filo allora che lega lotta alla mafia e lotta alla corruzione, che lega Cultura ed Economia della Legalità a libertà, competizione, sviluppo; vi è un filo che lega Italia e Colombia e questo filo non è, per fortuna, soltanto quello del narcotraffico.
E' il filo che lega, anche, le centinaia e centinaia di migliaia in piazza San Giovanni a Roma e le decisioni della Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Se non si coglie questo nesso non si coglie il perché di una opinione pubblica internazionale stupita e impaurita per i pericoli di “cultura ed economia della illegalità” che dall'Italia possono contagiare altri paesi.
Se non si coglie questo nesso non si comprende che l'impegno per Cultura ed Economia della Legalità trova, e può trovare, sostegni internazionali vastissimi e significativi.


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3 Dicembre 2009

Domani diretta streaming: parla Spatuzza


Noi dell'Italia dei Valori domani saremo presenti a Torino, nella "maxiaula 1", una delle tre strutture sotterranee del tribunale utilizzate per i superprocessi, dove testimoniera' Gaspare Spatuzza, il pentito che ha fatto il nome del Presidente del Consiglio come referente della mafia negli anni '90.

Trasmetteremo dal blog la diretta audio, insieme a frequenti aggiornamenti Twitter, e a video-riprese flash che saranno pubblicate in tempo reale su You Tube e sul mio profilo Facebook, tramite tecnologia mobile. Al termine del processo verrà pubblicato sul blog il servizio sull’udienza, come sempre avviene per i processi che seguiamo da tempo come quello Impregilo-Bassolino, Mills, Dell’Utri e quello Mediaset.

Domani in aula ci saranno oltre duecento giornalisti stranieri, televisioni francesi, tedesche, inglesi e l’Italia farà una pessima figura in mondovisione. E il giorno dopo leggeremo su El Pais, Le Monde, The Guardian o Der Spiegel: "il Premier Berlusconi, il Premier amico della Mafia".

L'Italia dei Valori ha avviato dal settembre 2008, con il processo Impregilo-Bassolino, l’iniziativa “Li seguiamo per te”, con lo scopo di tenere accesi, almeno in Rete, i riflettori dell’informazione.

Dopo Bassolino, sono arrivati altri processi trasmessi dal blog, nel corso dei quali il nostro inviato aveva al suo fianco in aula solo gli avvocati, il pm e, forse, talvolta un giornalista locale. E delle televisioni nazionali nessuna traccia!

Abbiamo deciso di seguire i processi dal blog perché on line i cittadini ci chiedevano: “che fine farà la vicenda degli appalti per i rifiuti della giunta Bassolino?”. “Come posso seguire il processo al senatore Dell’Utri?”.

Non voglio insegnare il mestiere a nessuno, ma invito tutti i giornalisti a fare informazione cercando di andare oltre lo spettacolo, il gossip e il doppio fine politico.


Postato da Antonio Di Pietro in | Commenti (160) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

14 Novembre 2009

Il caso Fondi e la cultura dell'illegalita'


Quello di Fondi e' stato un sopruso, un atto di illegalita' sostanziale. Si e' fatta passare per dimissioni una decisione stabilita dalla legge per infiltrazione mafiosa: la necessita' di sciogliere il comune. Direttamente o indirettamente, alle prossime elezioni si presenteranno gli stessi soggetti e chissa' se ritroveranno un altro prefetto Frattasi. Noi presenteremo una lista per la legalita' contro la lista dell'illegalita' e chiediamo ai cittadini di fare una scelta di campo.

Pubblico il video e il testo degli interventi di Stefano Pedica e Leoluca Orlando durante il convegno "Politica e legalita': problemi e prospettive nella Pubblica amministrazione" tenutosi giovedi 12 novembre a Roma.

Stefano Pedica: Come sapete, ci siamo riferiti esclusivamente con questa tavola rotonda al problema del caso Fondi, un caso nazionale che riguarda la criminalità organizzata che si sta radicando nel territorio laziale. Abbiamo segnali forti di presenza nel viterbese, dove ci sono costruzioni importanti, tra cui gli aeroporti delle provincie, e nel Mercato Ortofrutticolo di Fondi.
C'è chi dice che il MOF non abbia rapporti con la criminalità organizzata, a noi invece risulta che sia gestito dalla criminalità organizzata. C'è un presidente, del PD, ma è un presidente ombra, a cui abbiamo chiesto le dimissioni, come gesto di responsabilità, per far luce da un commissario, possibilmente da un magistrato esterno alla procura.
Ci siamo indignati perché la nostra battaglia ha portato ad un successo a metà, un bicchiere mezzo vuoto: lo scioglimento del comune per dimissioni dei consiglieri comunali porta solo ad alimentare la criminalità organizzata a Fondi. Abbiamo chiesto lo scioglimento per infiltrazioni mafiose, ma a farlo per primo è stato il prefetto Frattasi, che merita un applauso per il coraggio dimostrato. Il governo ha tempo 90 giorni, che scadono il 9 dicembre, per accogliere la richiesta di scioglimento del prefetto. Sono due le cose: o ha detto bugie, o nel palazzo del governo c'è qualcuno che rappresenta la criminalità organizzata che viene ascoltata e riesce a cambiare il parere di un ministro dell'Interno, che pochi mesi prima aveva dichiarato di voler sciogliere il comune per infiltrazione mafiosa e poi ci ripensa dopo pochi giorni. Lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose comportava una cosa: quei consiglieri comunali non potevano più candidarsi. Questo doveva avvenire un anno fa, il sindaco Parisella non sarebbe stato candidato alle provinciali e sarebbe andato a casa direttamente. Invece, è andato a casa come sindaco ma è rimasto consigliere provinciale. Si parla addirittura della sua candidatura alle regionali. E' una sfida allo Stato che stanno lanciando, e noi dobbiamo combatterla.


Leoluca Orlando: C'è ancora qualcuno che pensa che il papello tra lo Stato e la Mafia si fa in qualche stalla di Corleone o in qualche scantinato della periferia di Palermo tra ufficiali infedeli dello Stato e Boss mafiosi? Questa è archeologia.
La legge che si accinge ad approvare sui processi brevi, cosi come lo scudo fiscale, sono dei papelli tra Stato e Mafia che vengono realizzati con leggi dello Stato in Parlamento, e non in uno scantinato o in una stalla di Corleone. Normalmente la Mafia non chiede al politico di sparare, di fare il palo, o tanto meno di trasportare la refurtiva dalla banca in macchina durante una rapina. La criminalità organizzata chiede che lo Stato parli con il linguaggio di questo Governo, attraverso lo scudo fiscale e attraverso la legge dei processi brevi, perché passi il messaggio della cultura dell'illegalità, contrapposta alla cultura della legalità.
Credo che sia il caso di denunciare in questi termini questo provvedimento, un atto criminale, ricordando che la vera violenza, nella storia, non si fa contro la legge ma con la legge. E' una ragione per la quale, noi che siamo i sostenitori della cultura della legalità, abbiamo ritenuto di raccogliere un milione di firme per eliminare quella legge vergogna, il lodo Alfano.
Le uniche speranze che abbiamo nel nostro Paese per evitare la morte della democrazia si chiamano Europa e Corte Costituzionale. Se non ci fossero la democrazia in Italia sarebbe già morta.
Con queste leggi, se l'Italia fosse nella condizione di essere candidata ad entrare nell'Unione Europea non verrebbe ammessa. Altro che Turchia.


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10 Novembre 2009

Un nuovo revisionismo storico


Augusto Minzolini può dire quello che vuole, ma non mentire al pubblico. Quella che è andata in onda ieri, oltre ad essere una colossale farneticazione storica e costituzionale, è stata soprattutto una ignobile fesseria. Il direttore del Tg1 ha affermato, infatti, che 'l'immunità è stata cancellata dalla nostra Carta Costituzionale': questa è una sciocchezza, perché l'immunità parlamentare è viva e vegeta, tant'è che, come ha dimostrato il caso Mattioli, e come dimostrerà il caso del sottosegretario Cosentino, la magistratura ha richiesto alla Camera dei Deputati l'autorizzazione a procedere, che potrà essere concessa o negata con un voto. La ricostruzione storica minzoliniana, poi, tocca la meschinità quando definisce tangentopoli un''operazione mediatica' che sottomise il parlamento alla magistratura, a quanto pare il direttore del tg1, e chi lo ha messo dov’è, rimpiangono i bei fasti della corruzione dei partiti.
Ritengo che gli italiani siano più tranquilli nel sapere che i parlamentari non godono di un odioso privilegio, ma che sono tutelati nell'esercizio delle loro funzioni e per tutto il resto sottoposti al giudizio della magistratura come tutti i cittadini.
Ritengo che gli organi preposti al controllo e alla tutela dell’azienda pubblica, dal CdA alla Commissione di Vigilanza Rai, di cui faccio parte, debbano intervenire dopo questo ennesimo indecente esempio di parzialità e di revisionismo storico deviato offerto dal direttore del Tg1 per rimuoverlo dall’incarico. Non vedo altra soluzione che un provvedimento che porti al suo allontanamento dato che le sue esternazioni vanno esclusivamente in una direzione, con l’utilizzo della menzogna e ledono irreparabilmente la credibilità ed i bilanci di un servizio di pubblica utilità ma anche di pubblico finanziamento.

A breve pubblicherò una lettera rivolta alla dirigenza degli organi sopra nominati.



3 Novembre 2009

La lettera di Ilaria Cucchi al Senato


Riporto il video ed il testo del mio intervento di oggi al Senato in seguito all'informativa del Ministro della Giustizia sul decesso di Stefano Cucchi. Avrei potuto leggere ad Alfano le domande che avevo preparato come Italia dei Valori ma ho preferito esporre quelle passatemi da Ilaria Cucchi e dalla sua famiglia poichè a loro, per primi, e poi alla comunità, queste istituzioni devono una spiegazione.

Testo dell'intervento

Signor Presidente, il Governo è in prima linea per accertare la verità: sono queste le sue prime parole, signor Ministro, che accolgo con soddisfazione, ma questa seduta, oggi in quest'Aula, non avrebbe mai dovuto aver luogo; se però questa tragedia si è consumata ed è arrivata fin qui, mi conforta pensare che tutto questo possa avere un senso. Tutti noi, colleghi, dobbiamo sentirci in dovere di chiedere che la verità sia certa e rapida e che la giustizia sia avvertita chiara, giusta e tangibile da parte delle vittime e del Paese: sono sicuro infatti che quello che il Paese soprattutto chiede e vuole da noi è di poter continuare a fidarsi dello Stato e della giustizia.

È davvero triste, infatti, al di là dell'umana compassione, constatare che in questo caso è lo Stato - e lo Stato di diritto - ad uscirne sconfitto: si è sconfitti quando viene tradito il dovere della sanità pubblica di curare e guarire; si è sconfitti quando viene infranto il dovere delle forze dell'ordine di proteggere e tutelare dalla violenza tutti, nessuno escluso; si è sconfitti quando viene ignorato il dovere del Governo di perseguire il bene pubblico di tutti i cittadini, che si realizza anche attraverso l'accertamento della verità; si è sconfitti quando lo stesso Governo, nella persona di un Ministro, assolve acriticamente alcuni membri di un'Arma senza che la giustizia abbia fatto il proprio doveroso corso.

Tutto ciò è stato commesso, signor Ministro, nei confronti di Stefano Cucchi: ecco perché sento il dovere di non porle tutte le domande che vorrei, le quali non vengono dalla lettura dei quotidiani, ma sono nate dalle mie personali visite in carcere e nelle caserme e dai quesiti che ho potuto rivolgere direttamente alle persone coinvolte in questi giorni. Proprio perché ho toccato con mano e visto con i miei occhi la fine dello Stato di diritto, signor Ministro, io ed il mio partito sentiamo il dovere di leggerle non le nostre domande, ma quelle che le pongono Ilaria Cucchi e la sua famiglia. Forse sono le stesse domande che Ilaria avrebbe voluto rivolgere a suo fratello, ma le è stato impedito, ai medici dell'ospedale dov'era ricoverato, che però si sono sottratti, e alle guardie penitenziarie, ma le è stata chiusa la porta in faccia.

In queste due paginette che ho in pugno, scritte a mano dalla famiglia e da Ilaria, che è qui in Aula che ci ascolta e la sta osservando, signor Ministro, si dice: «Premesso che in un Paese civile e democratico come l'Italia non deve e non può succedere che un uomo venga consegnato sotto la tutela dello Stato in normali condizioni fisiche e psicologiche e dallo Stato venga poi restituito dopo soli sei giorni morto e in condizioni di un'atrocità disumana; in quali circostanze esatte mio fratello, Stefano Cucchi, si sarebbe procurato quelle molteplici lesioni? Perché la famiglia di Stefano ha saputo della sua morte solo ore dopo il suo decesso e soprattutto tramite il decreto del pubblico ministero di nomina del medico legale per l'autopsia? Perché viene dichiarato che Stefano era senza fissa dimora? Perché non è stato chiamato l'avvocato che Stefano aveva richiesto assegnandogli invece l'avvocato d'ufficio? A Stefano, profondamente religioso, è stata data l'estrema unzione?».

Queste domande non hanno avuto risposta per la famiglia. Ne seguono altre, di domande, che deposito e che saranno oggetto di interrogazione parlamentare.

Risponda lei, alla famiglia, a Ilaria che è qui presente, signor Ministro, e così facendo risponda a tutti i cittadini. Ci chiarisca una storia ancora oscura, e lo faccia non ripetendo la formula che ha usato il 27 ottobre, ossia «una caduta accidentale», perché non possiamo accettarla, signor Ministro, ma aiuti l'emergere della verità utilizzando ogni strumento a sua disposizione per il compiersi rapido di una giustizia che in Italia è stata veloce spesso solo per assolvere chi aveva potere e sempre lenta per condannare chi era protetto dal potere.

La storia di Stefano è una storia fatta di orari che non tornano, come quello dell'arresto: è avvenuto alle ore 22 come si legge nel verbale di convalida dell'arresto inoltrato al tribunale o alle ore 23,30 come sostengono i Carabinieri?

È una storia di lividi che appaiono sul viso, sul collo e dietro la nuca e che si vedono chiaramente nelle foto scattate all'arrivo di Stefano nel carcere di Regina Coeli, che io stesso ho visto con i miei occhi, ma che non c'erano quando lui è uscito di casa 18 ore prima.

E' una storia di malasanità, che assegna il codice verde, quello per le non urgenze, all'accettazione di Stefano in ospedale ed è poi costretta ad assegnare il codice "nero" all'uscita dall'ospedale 5 giorni dopo. Io sono convinto che alla base di questo fallimento dello Stato ci sia la paura, la paura delle istituzioni nei confronti dei cittadini, tanto che vengono chiuse loro le porte. E la paura dei cittadini nei confronti delle istituzioni, che sempre più appaiono capaci di fare ciò che sono invece chiamate a contrastare.

La paura, signor Ministro, nasce dall'ignoranza, e quindi solo con la verità la paura può essere dissipata. Ecco perché chiedo a lei, signor Ministro, di farsi carico che la verità giunga subito; sono passati venti giorni. Ma la paura può essere fugata anche da leggi giuste, ecco perché chiedo a voi colleghi di impegnarvi per far sì che queste leggi giuste vengano introdotte nel nostro ordinamento. Penso alla legge che istituisce il reato di tortura e lo punisce severamente, non dovendo così obbligare la giustizia a procedere per omicidio preterintenzionale. Penso anche ad una legge che permetta di superare le difficoltà burocratiche che si frappongono all'umano incontro fra famiglia e il detenuto in condizioni critiche.

Fino alle condanne definitive della magistratura, non è in nostro potere né in nostro diritto esprimere dei giudizi su quanto compiuto da chi ne è responsabile. La giustizia deve fare il suo corso, e per farlo velocemente non può venire delegittimata ogni giorno. La nostra condanna per ora si può limitare solo a quanto non è stato fatto, perché è chiaro che Stefano Cucchi è morto e ciò che doveva essere fatto dalle istituzioni che lo avevano in custodia ed in cura è stato disatteso.

Ma si può morire così? In Italia si può morire di malattia ma non si può morire di carcere o di malasanìtà.

Ecco, allora, che mi chiedo e le chiedo: se scopo essenziale tra quelli dello Stato è assicurare l'incolumità ai cittadini (non certo agire per infrangere questo diritto) quello di Stefano Cucchi è ancora Stato, signor Ministro?

La verità vera... o la dite oggi o la cercheremo noi per Stefano e per tutti quelli che da oggi dubitano della verità non vera che sta uscendo. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).


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2 Novembre 2009

Cucchi, la verita' e' un dovere


Le immagini di quell'esile e giovane corpo, pestato e tumefatto, sono talmente eloquenti e drammatiche che ogni commento risulta retorico (guarda le foto).

Ma il sentimento di pietà, misto al dolore e alla rabbia che mi hanno suscitato, non posso proprio tacerlo. Lo dico da ex pm che crede non solo nella giustizia ma nel prezioso lavoro delle Forze dell'Ordine.

Eppure alcuni, fra quanti sono preposti alla sicurezza dei cittadini, sembrerebbe si siano macchiati - purtroppo non per la prima volta - della violenza e dell'abuso più intollerabile perché compiuto proprio da chi è delegato ad un compito delicato e importante: proteggere e vigilare sul rispetto della legge. Su questo, da democratici e sostenitori della giustizia, non possiamo restare in silenzio.

E la richiesta di verità che viene avanzata dalla famiglia Cucchi, perché sia chiarita la causa della morte del giovane Stefano e individuati i responsabili, deve essere anche nostra.

Si deve far luce su come sia stato possibile che un giovane consegnato alla tutela dello Stato sia potuto morire mentre era appunto in regime di detenzione, nel tempo di una settimana, senza che i suoi familiari lo abbiano potuto incontrare o parlare con gli operatori sanitari che lo hanno avuto in cura.

Si deve sapere il perché e soprattutto chi ha ridotto il suo corpo così come ci appare dalle foto pubblicate sui giornali. La morte di Stefano oggi, quella di Federico Aldovrandi ieri: la ricerca della verità è un dovere primario verso le famiglie, ma anche nei confronti del Paese.

Il carcere non può diventare una terra di nessuno dove si sospende lo Stato di diritto, perché è soprattutto in carcere che lo Stato di diritto deve essere garantito: ne va del senso democratico di una nazione. Di fronte a questa urgenza di chiarezza, la caduta accidentale dalle scale di cui ha parlato il ministro Alfano (rispondendo mercoledì ad un'interrogazione presentata alla Camera e rifacendosi al referto del medico carcerario) appare quasi offensiva. Aspettiamo comunque domani di ascoltare cosa dirà il Guardasigilli al Senato nella speranza che ci siano forniti elementi che consentano di far luce su una vicenda preoccupante.

La procura di Roma ha aperto un'indagine, i carabinieri hanno avviato un'inchiesta amministrativa interna e il Garante dei detenuti ha presentato un esposto. L'unica cosa che ci aspettiamo è di sapere. Come sempre ci siamo aspettati di sapere cosa accadde nel 2001 a Genova nella caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz, così come a Napoli nella caserma Raniero, convinti che lo Stato non debba avere paura di se stesso, delle forze anche deviate e insane che possono annidarsi al suo interno, come organismi interni ma parassitari che vanno non solo allontanati ma, appurate le loro responsabilità, anche perseguiti.

Perseguiti per mezzo di quella giustizia e di quella legge che hanno cercato di infangare, gettando nel dolore famiglie intere senza rispetto per la storia coraggiosa del corpo a cui appartengono.

flash2.jpg"Stefano Pedica:
il caso Cucchi al Senato"
Appuntamento domani in diretta streaming dal Senato della Repubblica, dalle ore 12:45, dove interverrò durante l'informativa del Ministro della giustizia sul decesso di Stefano Cucchi.

Stefano Pedica


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23 Ottobre 2009

La trattativa dello Stato con Cosa Nostra


Ormai è certo che a partire dalla prima metà del 1992 (e sicuramente prima della strage di via D’Amelio) rappresentanti dello Stato trattarono con Cosa Nostra. Per molti anni, però, la trattativa fu seppellita dal silenzio omertoso dei protagonisti, mentre Cosa Nostra spargeva il sangue di vittime innocenti in Sicilia e poi nel resto d’Italia. A rompere il silenzio fu un mafioso, Giovanni Brusca. Solo dopo le sue rivelazioni, Mario Mori e Giuseppe Di Donno, ufficiali del R.o.s., ammisero davanti alla Corte d’assise di Firenze (nel processo per le stragi del 1993) di aver trattato con Vito Ciancimino, emissario di Cosa Nostra. Con la sentenza che inflisse molti ergastoli ai mafiosi responsabili delle stragi di Firenze, Milano e Roma, la Corte d’assise di Firenze spiegò che la trattativa fra il R.o.s. e Cosa Nostra aveva rafforzato la scelta stragista della mafia, come non si stanca di ricordare a tutti Giovanna Maggiani Chelli, presidente del comitato dei familiari delle vittime di via dei Georgofili.

Gli ufficiali del R.o.s., però, furono reticenti sugli obiettivi di quella trattativa e su chi fosse a conoscenza della loro scellerata attività. L’unico nome fatto al riguardo da Mario Mori è quello del generale Antonio Subranni, allora capo del R.o.s.. Si tratta dello stesso alto ufficiale che è ancora indagato per favoreggiamento di Bernardo Provenzano (per la mancata cattura del boss corleonese a Mezzojuso nel 1995) e che, secondo la vedova di Paolo Borsellino, era sospettato di contiguità mafiose dal magistrato ucciso il 19 luglio 1992. Purtroppo è anche il padre della portavoce ufficiale del Ministro della Giustizia Angelino Alfano, il quale ancora si ostina a fingere distrazione, come se sia impossibilitato a farsi rappresentare da persona diversa dalla figlia di un possibile favoreggiatore di Bernardo Provenzano.

Le ragioni della trattativa sono emerse solo nell’ultimo anno, con le rivelazioni di Massimo Ciancimino alle Procure di Palermo e Caltanissetta. Cosa Nostra pretendeva la revisione delle condanne ai mafiosi, l’abrogazione delle leggi in materia di confisca dei beni e di collaboratori di giustizia, modifiche del processo penale, abolizione del 41 bis e chiusura delle carceri di massima sicurezza. Praticamente, il programma politico in materia di giustizia dell’attuale maggioranza di governo. Nell’accordo portato avanti con l’emissario di Bernardo Provenzano rientrava un ultimo punto: la cattura (consegna) di Totò Riina e la libertà di movimento del latitante Provenzano. È noto che Riina fu catturato dal R.o.s. (e il pentito Antonino Giuffrè ha confermato la tesi di Massimo Ciancimino: fu realmente Provenzano il regista della cattura di Riina) e che lo stesso Mario Mori ed il colonnello Mauro Obinu sono oggi imputati per la mancata cattura di Provenzano.

A fronte di tutto questo non può più farsi finta di niente: da una parte abbiamo numerose personalità politiche (alcune ancora in auge, come Nicola Mancino, vicepresidente del CSM) che perpetuano la loro smemoratezza su quel biennio infausto; dall’altro un organismo investigativo, il R.o.s. dei Carabinieri, che palesemente è stato coinvolto in attività ingiustificabili (e che è guidato ancora oggi dal generale Ganzer, imputato di gravissimi delitti innanzi al Tribunale di Milano); dall’altro, ancora, un Ministro della Giustizia (compagno di partito di Marcello Dell’Utri ed esponente di un partito che dei punti programmatici della trattativa si è fatto portatore in apposite proposte legislative) che si fa rappresentare dalla figlia di un protagonista della trattativa sospettato di collusioni con il principale artefice della strategia di accordi di Cosa Nostra con le istituzioni deviate.

È necessario che sia garantito ai magistrati delle Procure competenti alle indagini di poter procedere in totale autonomia e indipendenza perché individuino tutte le responsabilità degli scellerati protagonisti della trattativa. Ma ancor prima è necessario che la parte sana della politica e la società civile facciano sentire la loro voce perché tutti coloro che hanno avuto qualunque ruolo nel biennio stragista e trattativista di Cosa Nostra siano immediatamente allontanati dalla Istituzioni, in tutti i settori: politici, giudiziari o investigativi.



5 Ottobre 2009

Due scudi per garantire l'impunita'


Ormai il quadro e' chiaro a tutti. L'Italia è fuori dal sistema giuridico europeo. E se non fosse già dentro ,e dovesse superare l'esame di ammissione , nella Unione Europea non sarebbe ammessa.

Il macroscopico conflitto di interessi nel settore dell'informazione, già sanzionato formalmente con decisioni della Corte Europea, si somma alla impunità garantita a responsabili di reati che rivestissero cariche di vertice costituzionale (Lodo Alfano) e al riciclaggio di Stato realizzato con legge imposta dalla maggioranza e blindata con il ricorso al voto di fiducia : sono elementi di un regime oggettivamente eversivo del quadro costituzionale , che ha peraltro distrutto ogni differenza tra pubblico e privato e tra Stato e mercato.

Al centro di questo sistema di illegalità sta il cittadino Silvio Berlusconi che da capo della maggioranza e Presidente del Consiglio dei Ministri ha provveduto a garantirsi intangibilità per la attività di corruttore ed evasore fiscale, notoriamente accertata nei riguardi di soggetti indicati come suoi complici (citare il caso Mills e il caso Mondadori è citare fatti e atti formali,confermativi di quella attività illegale).

Una tale situazione di privilegio non si fonda sul comportamento segreto di infedeli servitori dello Stato, ma su una legge formale ( il lodo Alfano ) approvata dal Parlamento della Repubblica.

E quella legge formale è stata promulgata dal Presidente della Repubblica ed è adesso sottoposta all'esame di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale.

Italia dei Valori ha chiesto e si chiede perché il Capo dello Stato ha promulgato il c.d.lodo Alfano.

Sappiamo che non spetta al Capo dello Stato il giudizio definitivo di incostituzionalità, rimesso alla Corte Costituzionale, ma sappiamo altresì che spetta al Capo dello Stato, garante supremo dell'equilibrio costituzionale, esprimere un giudizio su armonia tra una legge e il quadro costituzionale.

Proprio tale valutazione di armonia e il giudizio – non definitivo - di incostituzionalità spiega il potere presidenziale di rinvio della legge alle Camere, la possibilità cioè delle Camere di confermare o rimuovere disarmonie e profili di incostituzionalità e l'obbligo del Capo dello Stato di promulgare il testo di legge eventualmente riapprovato dalle Camere a seguito di quel rinvio.

E allora torna la domanda : perché il Presidente non ha fatto ricorso al potere di rinvio previsto dalla Costituzione ?

Che il lodo Alfano turbi la armonia istituzionale, ad avviso di molti giuristi e di Italia dei Valori,è confermato da una posizione di privilegio in sede penale dei Presidenti di Camera, Senato e Consiglio dei Ministri la cui posizione penale quale prevista in Costituzione non può essere diversa da quella del singolo deputato, del singolo senatore e del singolo ministro. Una disarmonia che si riferisce anche alla violazione del principio della separazione tra i poteri e ai principi di autonomia e indipendenza della Magistratura e al principio di obbligatorietà della azione penale.

Che poi tale legge violi il generale principio di eguaglianza (art.3) anche nei riguardi di tutti gli altri cittadini è altro motivo di possibile incostituzionalità.

Italia dei Valori , mentre attende la decisione della Corte Costituzionale cui spetta il giudizio definitivo di incostituzionalità, ha già raccolto un milione di firme per ottenere la abrogazione di questa legge certamente fonte di disarmonia , di sostanziale ingiustificato privilegio.

Identica analisi e identica richiesta ha avanzato Italia dei Valori al Capo dello Stato con riferimento allo scudo fiscale.

Lo scudo fiscale presenta profili di incostituzionalità : ancora una volta , prospettata violazione del principio di eguaglianza di cui all'art.3 Costituzione e violazione del fondamentale criterio della “progressività “ e “capacità contributiva” quale fondamento di imposizione fiscale (art.53 Cost.).

Oltre quei profili di incostituzionalità, il c.d.scudo fiscale realizza un oggettivo privilegio , rispetto ai cittadini che regolarmente assolvono all'obbligo fiscale, di detentori all'estero di denaro sporco (nato sporco perché frutto di corruzione, estorsione, narcotraffico, falso in bilancio e attività criminali mafiose o divenuto sporco per evasione fiscale protratta per anni).

Quell'oggettivo privilegio ha fatto parlare di oggettivo nuovo “papello” Stato- mafie; un accordo, un “papello” non più ordito in uno scantinato o in una stalla in Corleone o in Casal di Principe o San Luca da funzionari infedeli dello Stato e da singoli politici collusi, ma ordito e realizzato con decreto legge del Governo Berlusconi e convertito da un Parlamento nominato e blindato per il ricorso al voto di fiducia.

Quell'oggettivo privilegio è reso odioso dalla previsione di anonimato e dal pagamento di un 5%, che costituisce somma anche decine di volte inferiore a quella è stata evasa , rispetto alla somma che nello stesso periodo hanno pagato i contribuenti che non hanno portato all'estero il proprio denaro .

Gli scudi fiscali sono strumenti da utilizzare solo per disperazione : è quanto ha dichiarato Marek Belka, non uno “stravagante eversivo”, ma il Capo Dipartimento Europeo del Fondo Monetario Internazionale. No comment !

La ricorrenza di possibili profili di incostituzionalità e di indubitabili privilegi e inique disarmonie é la ragione che ci ha spinto a chiedere e a ritenere fisiologico il ricorso al rinvio, anche di questa brutta legge, alle Camere.

Il Capo dello Stato ha deciso diversamente ; e in diretta televisiva , ad un cittadino che protestava per quel mancato rinvio chiedendo “Presidente , non firmi...lo faccia per le persone oneste “, ha risposto “Se non firmo oggi il Parlamento rivota un'altra volta la stessa legge ed è scritto nella Costituzione che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete ? Se mi dite non firmare, non significa niente.”

Ritengo che, in un sistema costituzionale ,è normale attendersi che ognuno faccia la propria parte e ogni organo si assuma le proprie responsabilità, non escludendo che vi possa essere un ravvedimento da parte di altri organi,da parte del Parlamento. Comunicare la convinzione che il Parlamento non possa correggere, a seguito di rinvio del supremo garante costituzionale, propri errori comunica una immagine di Parlamento prigioniero di logiche irrazionali e motivazioni e interessi , finanche extraistituzionali.

Se è consentito, la motivazione del mancato rinvio è tanto grave quanto il mancato rinvio.

Noi di Italia dei valori denunciamo, infine, polemiche strumentali in nostro danno che rischiano di creare polveroni che impediscono di cogliere la gravità dei rischi che corre la tenuta del sistema costituzionale del nostro Paese.


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23 Settembre 2009

Scudo fiscale: legge antitaliana


Il Senato ha approvato nella seduta del 23 settembre lo scudo fiscale.
Questa legge è gravemente immorale, dannosa e pericolosa per il nostro Paese.

Tre sono gli aspetti più gravi:

1) I disonesti sono premiati e pagheranno l'1% annuo sul denaro illegalmente portato all'estero e per un massimo di 5 anni. Ossia mentre gli italiani onesti, i lavoratori subordinati e le imprese leali pagano le tasse con aliquote che possono arrivare al 43%, i disonesti pagheranno al massimo il 5%. I disonesti vengono premiati ulteriormente. Infatti non sono punibili, con il pagamento dell' 1% (massimo 5%) i reati di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti, dichiarazione infedele, omessa dichiarazione, dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, occultamento o distruzione di documenti contabili, falsità materiale commessa dal privato, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, falsità in registri e notificazioni, falsità in scrittura privata , uso di atto falso, soppressione , distruzione o occultamento di atti veri, falsità in documenti informatici e copie autentiche in luogo di originali mancanti, false comunicazioni sociali, false comunicazioni in danno della società, dei soci o dei creditori e falso in prospetto. Questo è un indulto. Ma la nostra Costituzione all'articolo 79, prevede che l'indulto debba essere votato dai due terzi del Parlamento. La legge approvata dal Senato è, oltre che immorale, anche incostituzionale.

2) E' stato abolito l'obbligo di segnalazione di cui all'articolo 41 del decreto legislativo 21 novembre 2007 n. 231. Tale decreto ha attuato la direttiva europea "concernente la prevenzione dell'utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo". In virtù del decreto ora non obbligatorio, si era obbligati a denunziare le operazioni sospette di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo ( articolo 41 del decreto suddetto). Il voto del senato consentirà alle organizzazioni criminali, anche a quelle terroristiche, di costituire liquidità nel nostro Paese per finanziare ulteriori operazioni criminali o azioni terroristiche. Invero, in questo modo il denaro sporco e quello destinato ad attività terroristiche, viene ripulito con Legge dello Stato. La legge votata dal Senato è quindi gravemente dannosa per il nostro Paese, è pericolosa, è in violazione di una direttiva europea di contrasto alle organizzazioni criminali e terroristiche. Il provvedimento aiuta la mafia, le organizzazioni criminali e quelle terroristiche, e in cambio lo Stato si fa pagare l' 1% annuo del denaro sporco e illecitamente depositato all'estero.

3) Si stabilisce che la procura della Corte dei Conti potrà iniziare le indagini per danno erariale solo "a fronte di specifica e concreta notizia di danno" con la conseguenza ulteriore che anche in grado di appello potrà annullarsi l'esito di un accertamento di grave danno erariale sostenendosi che l'inizio delle indagini non era relativo ad una notizia "specifica e concreta", anche se le indagini hanno portato all'evidenza di un gravissimo, specifico e concreto danno erariale. Questo prevede la legge.

Il giudizio che l'Italia dei Valori da di questo provvedimento è che esso si caratterizza per essere contro gli italiani onesti, a favore della immoralità, permissivo con il terrorismo e con la mafia: è una legge anti italiana.


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22 Settembre 2009

Non fu guerra tra procure


Dal provvedimento del GIP di Perugia si può trarre la conclusione che magistrati di Catanzaro -destinatari di una legittima attività d'indagine da parte della Procura di Salerno- indebitamente indagarono me e gli stessi magistrati di Salerno, producendo un mostro giuridico che non si è mai visto neanche nei Paesi in cui vige il codice militare di guerra.

Quella operazione illecita serviva per delegittimare e fermare le inchieste di un pool di magistrati che aveva il solo torto di ricercare la verità. I magistrati di Catanzaro indagati per fatti gravissimi - alcuni dei quali ancora al loro posto grazie ad un CSM che si dimostra molto zelante nel trasferire i magistrati onesti - addirittura ipotizzarono una sorta di complotto della Procura di Salerno del quale io sarei stato l'ispiratore, semplicemente perchè da uomo delle istituzioni mi sono recato a testimoniare in un ufficio giudiziario.

L'operazione era chiaramente strumentale per fermare le indagini di Salerno. Di fronte ad uno scempio giuridico di questa specie le Istituzioni competenti – CSM in testa - sarebbero dovuti intervenire per consentire ai magistrati di Salerno di lavorare serenamente e sanzionare le abnormi condotte dei magistrati indagati; la stampa di cui oggi difendiamo libertà e pluralismo fece passare il messaggio - tranne quei giornalisti che raccontarono con onestà e professionalità la verità - che era in atto una guerra tra procure (addirittura avallando letture che facessero intendere che vi fosse chi sa quale legame tra me e la Procura di Salerno); per non parlare della condotta dei vertici istituzionali sulla vicenda.

Questa archiviazione (leggi il documento) non fa altro che confermare che le indagini di Salerno erano doverose. Questo mostro giuridico fu creato per fermare i magistrati di Salerno che stavano arrivando ad una verità sconvolgente - obiettivo raggiunto con evidenti complicità istituzionali - ed attraverso una strumentale fuga di notizie, quando il fascicolo si trovava presso la Procura di Roma , fu data notizia che ero indagato poche ore dopo che era stata resa nota la mia candidatura al Parlamento Europeo.

Le menti raffinatissime che ancora operano nelle Istituzioni - la cui vicenda Boffo è quasi una barzelletta rispetto a quello che dall'interno delle Istituzioni si è fatto e si fa per colpire servitori onesti dello Stato - hanno tentato anche di inquinare la mia campagna elettorale: in ogni trasmissione, in ogni luogo, in ogni dibattito mi si chiedeva conto del fatto che ero indagato insieme ai magistrati di Salerno.

Per questi fatti, per queste condotte (attive ed omissive) esterne ed interne alle Istituzioni, ci sono magistrati che sono stati esautorati dalle loro funzioni, addirittura il Procuratore della Repubblica di Salerno è stato sospeso. Una vergogna di cui il Paese dovrebbe chiedere conto a chi, dall'interno delle Istituzioni, ha consentito tale delitto.

Il provvedimento di Perugia disvela la polpetta avvelenata. I magistrati onesti che ancora si stanno occupando di queste vicende, se andranno a fondo, vedranno quali opacità contraddistinguono pezzi delle Istituzioni e magistrati che hanno agito ed ancora agiscono per inquinare ed impedire che siano rese pubbliche vicende nelle quali si evince un intreccio mortale tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni avvinte dalla forza eversiva di poteri occulti.


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26 Agosto 2009

Le verita' nascoste


Riporto una mia intervista rilasciata a Il Crotonese sulle verità nascoste che ora stanno riafforando riguardo le stragi di mafia dei primi anni Novanta, da quelle di via Capaci e via D’Amelio a quelle di Roma e Firenze, che passarono per la presunta ‘trattativa’ tra gli uomini di Cosa nostra e lo Stato.



Intervista:


Giornalista: Quali sono questi nuovi scenari?
Li Gotti: “La Commissione parlamentare antimafia ha deciso di avviare un’indagine sul periodo stragista della mafia, sulle possibili deviazioni, sull’ipotizzabile coinvolgimento di uomini delle istituzioni. Ovviamente si avrà l’accortezza di non pregiudicare e interferire con l’attività della magistratura”.


Giornalista: L’indagine avviata dall’Antimafia e quelle che già da tempo sta svolgendo la magistratura possono portare a dei risultati di conoscenze ulteriori rispetto a ciò che è scritto nelle sentenze?
Li Gotti: “Le indagini potrebbero dare alcune risposte agli interrogativi più inquietanti, ma c’è il rischio che si faccia confusione e che un polverone scentificamente provocato, possa portare al risultato di lasciare tutto a livello delle conoscenze attuali”.


Giornalista: Quali sono le pagine ancora oscure?
Li Gotti: “A mio parere le pagine, ed è ciò che ho detto in Commissione, ancora oscure sono: il ruolo di Paolo Bellini nella trattativa avviata da Nino Gioè (l’uomo morto suicida a Rebibbia nel 1993 e che era al fianco di Giovanni Brusca quando venne azionato il telecomando che provocò l’esplosione a Capaci). Bellini conobbe Gioè alcuni anni prima delle stragi, durante una comune detenzione nel carcere di Trapani. All’epoca Bellini agiva sotto copertura dei servizi segreti, essendo in possesso di documentazione di identità riferibile a tale Da Silva Josè. Proprio con questo nome venne tratto in arresto e conobbe Nino Gioè”.


Giornalista: Che successe dopo?
Li Gotti: “Alcuni anni dopo Bellini ritorna in Sicilia (fine 1991 inizi 1992) e prende contatto con Gioè, sollecitandolo ad aiutare il Nucleo del patrimonio artistico a recuperare alcune opere d’arte trafugate alla pinacoteca di Modena. Bellini agiva per conto del maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta e fornì al Gioè le fotografie delle opere da ritrovare. In cambio Gioè chiese un trattamento di favore per cinque capimafia detenuti. Bellini consegnò l’elenco con i cinque nomi al maresciallo Tempesta che, a sua volta, le consegnò al colonnello Mario Mori del Ros dei carabinieri. Sino a questo punto i fatti sono riscontrati con buona tranquillità”.


Giornalista: E quali sono allora i misteri ulteriori?
Li Gotti: “Bellini e Tempesta riferirono di progetti di Cosa Nostra di attentati al patrimonio artistico italiano (si parlò, da parte di Gioè, della Torre di Pisa). Tempesta ha dichiarato di averne riferito a Mori ma questi lo escluse. È comunque oggettivo il fatto che nel 1993 Cosa Nostra colpì il patrimonio artistico oltre a provocare morte (attentato a Firenze in via dei Georgofili e alla chiesa del Velabro a Roma). È un mistero chi fosse Bellini ed il ruolo che effettivamente svolse”.


Giornalista: Quali sono le altre pagine oscure?
Li Gotti: “L’incontro in carcere, in Inghilterra, del mafioso (poi diventato collaboratore di giustizia) Franco Di Carlo con misteriosi uomini dei servizi segreti, che chiedevano di sapere quale mafioso sarebbe stato in grado di compiere attentati di alto livello. Di Carlo fece il nome di suo cugino, ossia Nino Gioè. Le stragi non si erano ancora verificate. La vicenda rimane misteriosa”.


Giornalista: Dopo la strage di Capaci, a distanza di meno di due mesi, Cosa Nostra uccise Paolo Borsellino.
Li Gotti: “Ci si interroga sul perché di quella che è sembrata un’accelerazione. La risposta a questa domanda è estremamente difficile. È certo che fosse in preparazione l’attentato per la uccisione di Calogero Mannino, Totò Riina bloccò l’azione, essendo diventata urgente l’azione per eliminare Paolo Borsellino”.


Giornalista: Quale fu e se ci fu una “trattativa” tra lo Stato e Cosa Nostra?
Li Gotti: “Ci furono dei contatti tra Vito Ciancimino e il colonnello Mario Mori. Un punto oscuro è quello dell’inizio della trattativa. Prima della strage di via D’Amelio e dopo Capaci (così secondo alcune fonti probatorie) o dopo le due stragi (secondo il colonnello Mario Mori)? Non è da escludere che la morte di Borsellino possa essere collegata proprio alla ‘trattativa’”.


Giornalista: Ci sono altri interrogativi che attendono risposte?
Li Gotti: “La misteriosa scomparsa dell’agenda rossa che Borsellino teneva sempre con sé e che utilizzava per annotare sue valutazioni o accertamenti o sospetti; l’origine del misterioso foglietto, rinvenuto dopo la strage, in via D’Amelio con annotato un numero telefonico riconducibile ai servizi segreti; l’approfondimento dello studio del traffico telefonico già esaminato dal consulente Genchi e i contatti con Castello Utveggio e uomini di Cosa Nostra.
Quale era la struttura che era collocata in Castello Utveggio in Palermo? Il cambio improvviso del ministro dell’Interno (sino al 30 giugno 1992 era Vincenzo Scotti; dal 1° luglio 1992, diviene Nicola Mancino). Scotti, a una mia domanda durante il processo per la strage, disse di ignorare l’esistenza di trattative e di non sapersi spiegare la ragione del suo allontanamento dal ministero dell’Interno. Senonché, in questi ultimi giorni, Claudio Martelli, all’epoca delle stragi ministro della Giustizia, ha dichiarato, in un’intervista, che addirittura ci sarebbe stata una spaccatura nel governo tra i duri (tra essi egli stesso e Scotti) e i propensi alla trattativa. Scotti sarebbe stato sostituito, perché contrario alla trattativa. Per altro, se così fosse, la trattativa sarebbe precedente il cambio di governo (30 giugno 1992) e, quindi, precedente la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992). Ma il colonnello Mario Mori, colloca invece l’inizio della trattativa (e il suo incontro con Vito Ciancimino) il 5 agosto 1992”.


Giornalista: Si trattò di un’unica trattativa o di più trattative?
Li Gotti: “In verità Martelli ha dichiarato di più contatti cercati da Cosa Nostra con lo Stato. Rimane l’ombra sull’incontro di Borsellino con il nuovo ministro dell’Interno, Mancino, il 1° luglio 1992. Mancino non lo ricorda e non ricorda di trattative. Il suo non ricordo risale a quegli anni (dichiarazioni rese nel 1997). Non è un cattivo non ricordo di oggi. Ma l’incontro è un fatto certo, perché riferito da chi accompagnò Borsellino sino all’anticamera del Ministro”.


Giornalista: Le indagini della Magistratura aprono nuovi scenari?
Li Gotti: “Sicuramente il nuovo scenario è rappresentato dal ruolo centrale svolto dalla famiglia mafiosa di Brancaccio (dichiarazioni del nuovo collaboratore Gaspare Spatuzza, ritenuto attendibile dalla magistratura e reo confesso del furto dell’autovettura imbottita d’esplosivo). Di tale furto si era accusato Vincenzo Scarantino, condannato definitivamente”.


Giornalista: Cosa significa ciò?
Li Gotti: “La responsabilità di Spatuzza significa diretto coinvolgimento della famiglia di Brancaccio, ossia dei capi mafiosi, i fratelli Graviano. Cioè i più attivi nel tessere alleanze politiche, in specie con le nuove realtà politiche che si affacciavano nel Paese. Nel quartiere Brancaccio (presso l’Hotel S. Paolo) fu costituito il primo e più importante circolo di Forza Italia, poi sciolto perché manifestamente infiltrato da mafiosi. Rimane per me un interrogativo da sciogliere la possibile incidenza sulla strage dell’intervista di Borsellino, resa il 22 maggio 1992 e in cui parlò dello ‘stalliere’ Mangano, di Dell’Utri e di Berlusconi. Così come rimane un interrogativo che merita risposte quali fossero le indagini che, dopo Capaci, Borsellino voleva segretamente avviare traendo spunto dal dossier mafia-appalti. Ne ha riferito Mori. Bisogna saperne di più”.


Giornalista: Ma il quadro che viene fuori potrebbe evidenziare, più che una trattativa, una collusione?
Li Gotti: “Non bisogna banalizzare e fare confusione. Bisogna tenere sempre a mente che il generale Mario Mori e gli uomini del Ros hanno catturato Salvatore Riina, il capo dei capi, e che, nel volgere di tre anni, le forze dell’ordine (Carabinieri e Polizia) sono riuscite a catturare i maggiori capi di Cosa Nostra. L’unica domanda che potrebbe farsi è: vi è stata una rigenerazione di Cosa Nostra, con la chiusura della stagione stragista, l’arresto dei capi corleonesi e l’avvento di una nuova mafia alleata del nuovo ceto politico? Ossia c’è stata anche una ‘seconda repubblica’ per Cosa Nostra, speculare a quella della politica?”


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16 Agosto 2009

Ferragosto in carcere


Come altri miei colleghi, ho raccolto l’invito dei Radicali a passare il “Ferragosto in carcere”. Così, venerdì, ho visitato la struttura di Sollicciano a Firenze e l’attiguo Istituto per minori, dedicato alla memoria di Mario Gozzini (padre della riforma carceraria, scomparso giusto dieci anni fa), conosciuto dai più come Solliccianino. Sabato, invece, sono entrato nel penitenziario di Massa, la mia città.

Dico subito che, mentre al ‘Gozzini’ e a Massa ho trovato sì problemi, ma anche occasioni di lavoro, impegno culturale e ambienti vivibili, son rimasto impressionato del degrado e anche del disfacimento fisico del più grande carcere di Firenze. Qui oltre al sovraffollamento, che caratterizza l’intero sistema carcerario italiano ed alla carenza del personale, è ormai venuta meno ogni parvenza di umanizzazione della pena, è scomparsa la filosofia del recupero e del reinserimento del detenuto, ogni progetto scolastico, formativo e lavorativo. Gli stessi agenti di custodia rischiano l’abbruttimento. La presenza, infine, ben oltre il 50%, di stranieri, lascia ormai spazio soltanto all’azione dei mediatori culturali.

Del resto, l’idea di questa visite era (è) proprio quella di approfondire la conoscenza e denunciare, portare all’esterno la triste realtà che ogni giorno vive quella che io chiamo un’umanità dolente. Ma anche per vedere come operano (ed in quali condizioni) non solo gli agenti, ma anche i medici, gli infermieri, gli psicologi, gli educatori e come favorire il rispetto dei valori sanciti dall’art. 27 della Costituzione per il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Intorno a questa ‘giornata particolare’ ho raccolto apprezzamenti, ma anche scherno e qualche battuta pesante. Su Facebook un’amica mi ha scritto “per carità...ammirevole iniziativa...ma prima di Caino...c'è Abele da tutelare...e non mi sembra che in Italia questo succeda sempre...”. Pur trovando in questo messaggio la conferma di quanto mi aveva confidato (”la pietà sta scomparendo”) Don Mario Bigali che ha accompagnato me e Severino Saccardi , Consigliere Regionale del Pd, nella visita tra le celle fiorentine, mi interrogo e cerco di capire perché molte persone, non necessariamente di destra e forcaiole, pensano che per chi delinque l’unica soluzione sia “buttare la chiave”.

Me lo spiego soltanto con il clima di paura che si è alimentato in questi anni nel Paese. Con l’impatto che si ha di fronte a chi sentiamo diverso da noi. Per l’ignoranza che si ha della situazione carceraria, dove dentro - insieme a fior di delinquenti - ci sono per lo più disgraziati e ladri di polli. A Massa, ad esempio, c’è un povero cristo (è proprio il caso di dirlo), solo al mondo, senza fissa dimora, che per aver rubato una decina di euro dalla cassetta delle elemosine s’è beccato 9 mesi di reclusione.

Ricordo, anni fa, un direttore che mi diceva: “Il carcere non è un posto per ricchi”. Aveva (ha) tragicamente ragione. I furbetti del quartierino, gli Agnelli che nascondono due miliardi di euro nelle banche svizzere, la mafia dei colletti bianchi, gli imprenditori senza scrupoli (i Tanzi, i Cragnotti, i Consorte) trovano sempre un buon avvocato che fa cadere in prescrizione i loro reati. E, forse, anche più d’uno fra gli uomini politici.

I dati che abbiamo raccolto sono drammatici. In Toscana siamo tornati al sovraffollamento del preindulto: 4.243 detenuti in 18 istituti (compreso l’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino) costruiti o ristrutturati per ospitarne 3.060. A Sollicciano ci sono 932 (di cui 98 donne) in una struttura pensata per ospitarne 458. A Massa 239 a fronte di 115 posti letto regolamentari. Ho visto celle di pochi metri quadrati in cui sono stipati ora 4, ora 5,a volte anche 6 detenuti. Letti a castello e letti a scomparsa. Gabinetti e docce in cui ciascuno di noi si rifiuterebbe persino di entrare. E’ vero. Hanno sbagliato. Devono pagare. Ma gli interessi che applichiamo loro sono spesso insostenibili. Roba da suicidio. E, infatti, sono molti, troppi quelli che non reggono. Suicidi e morti sospette. Fra i carcerati, ma anche fra gli agenti penitenziari. Anch’essi parte dell’umanità dolente. Seppur a part-time.

A Massa, un gruppo di detenuti mi ha consegnato una lettera che pesa in tasca come un sasso: “Onorevole, vorrebbe farsi portavoce del fatto che i detenuti non chiedono la luna, ma solo coerenza con leggi che, per definizione, non dovrebbero commettere crimini peggiori di quelli commessi dalle persone? E’ molto chiedere il rispetto minimo della dignità? E degli affetti?”.

Ne sono uscito con un senso di impotenza. A livello nazionale, a luglio 2006 (prima dell’indulto) c’erano 60.710 carcerati. A dicembre erano scesi a 39.005. Oggi siamo oltre quota 63.000. Molti di quelli usciti sono tornati dietro le sbarre. Senza alcun progetto di reinserimento anche chi è a fine pena sa che la libertà durerà poco. Aggiungiamo che da una settimana è reato anche la clandestinità. Basterà, quindi, arrestare i primi diecimila di quel milione e mezzo di clandestini che stima la Caritas per immaginare il disastro prossimo venturo.

Noi potremo anche ‘buttare la chiave’, ma non servirà a salvarci dalla marea che sta montando.


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15 Agosto 2009

Cosa Nostra nello Stato


Cento passi alla verità sulla stagione politico-criminale delle stragi di mafia degli anni 1992-1993. La trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, la strage di Capaci e di via D’Amelio, la strategia della tensione degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Si intravede lo spiraglio di luce,grazie ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Questo spiraglio è rincorso dalla società civile impegnata in prima linea nell’antimafia. Per la verità e la giustizia lottiamo in tanti, uno dei protagonisti di questa resistenza che ha come pilastro la sconfitta delle mafie è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.

La forza di quest’uomo protesa in direzione di questo spiraglio è il termometro della sete di giustizia che la parte migliore del Paese pretende dallo Stato. Non consentiremo che non si persegua l’obiettivo fino in fondo, che ancora una volta rimanga la rabbia di chi procede in direzione ostinata e contraria verso la ricerca della verità che farà bene all’Italia. Potrà consentire un nuovo patto sociale tra le forze sane.

Si tratta di ricostruire un periodo criminale, mafioso, intriso di politica,con il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni. Cosa Nostra negli anni che hanno preceduto la stagione stragista ha fondato la sua politica criminale in una duplice direzione: avvicinare persone all’interno delle istituzioni ed attuare la strategia militare contro i servitori dello Stato incorruttibili.

In questo periodo – che è quello a cavallo della sentenza del maxiprocesso che ha confermato l’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino– si innestano anche gli omicidi dei cugini Salvo e di Lima, da un lato, e, dall’altro lato, quello del magistrato Scopelliti che doveva rappresentare l’accusa in Cassazione. La mafia che aveva garanzie dalla politica, con gli omicidi politici colpisce la corrente andreottiana della DC in Sicilia. Manda un segnale chiaro a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso sino al 1980 da una sentenza definitiva).

Pensare che gli omicidi Falcone e Borsellino siano vendetta di Cosa Nostra per l’esito del maxiprocesso è offrire una lettura che ridimensiona il ruolo politico della mafia. La strage di Capaci –di tipo libanese– interrompe la probabile ascesa al Quirinale di Giulio Andreotti. Il segnale è chiaro: la stagione dei pacta sunt servanda che ha caratterizzato per decenni il rapporto mafia-politica è saltato. Capaci è stata una strage politica,soprattutto per gli effetti politici che doveva determinare.

Credo che la strage di mafia di via D’Amelio abbia,in parte,una matrice diversa. Vi sia un maggiore coinvolgimento di pezzi deviati delle Istituzioni. Borsellino forse aveva scoperto che accadeva e doveva essere ucciso subito in quanto avrebbe ostacolato la nuova strategia criminale,penso avesse individuato i percorsi iniziali della nuova politica di Cosa Nostra: trattare con lo Stato per poi penetrarlo nelle sue articolazioni tanto da divenire un cancro istituzionale; mafiosi direttamente nello Stato.

E’ questa la politica di Cosa Nostra che passa anche attraverso il progetto di golpe con la nascita di liste autonomiste-separatiste per giungere,poi,al sorgere del partito di Forza Italia di cui una delle colonne, il sen. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia. Servizi segreti deviati (Bruno Contrada docet) colludevano con Cosa Nostra;pezzi del ROS dei Carabinieri avrebbero iniziato una trattativa con la mafia; la politica pare sia stata coinvolta ad altissimi livelli istituzionali. La mafia con la stagione stragista ha dimostrato che poteva mettere in ginocchio il Paese manu militari. Dal 1993 ha dismesso la strategia militare ed ha iniziato a governare il Paese dall’interno delle Istituzioni.

Che cosa è avvenuto tra il “92 ed il “93? Come è possibile che il Generale Mori (ai vertici del ROS e del SISDE) –già imputato in vicende processuali per fatti di mafia attinenti l’omessa perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano- possa oggi essere nominato consulente dal Presidente Formigoni quale esperto per le infiltrazioni della criminalità per l’Expo? Che cosa aveva scoperto Borsellino? Perché è stata sottratta l’agenda rossa? Perché Mancino (all’epoca Ministro dell’interno, poi Presidente del Senato e poi vicepresidente del CSM) non ricorda di aver incontrato Borsellino? Perché Violante (già Presidente della Commissione Antimafia e Presidente della Camera) solo oggi dice di aver saputo della trattativa,di Mori e di Ciancimino?

Con la trattativa con lo Stato, Cosa Nostra è penetrata nelle Istituzioni, ha consolidato il suo ruolo nell’economia, ha corroso le fondamenta della democrazia. Con gli anni si è istituzionalizzata. Non è più necessario ricorrere all’uso delle armi per eliminare i servitori dello Stato. La parte sana del Paese pretende che lo spiraglio diventi sole. La magistratura sia libera di lavorare in assoluta indipendenza. Il Paese è pronto per la verità e per un futuro migliore che si deve alle vittime delle mafie.


Postato da Luigi de Magistris in | Commenti (118) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

14 Agosto 2009

Mafia: non ignorare la verita' storica


Desta certamente stupore nell'articolo di Giorgio Bocca, oggi pubblicato su L'Espresso, il mancato riferimento a uomini di Chiesa e ad esponenti delle forze dell'ordine che alla mafia si sono coerentemente opposti, pagando anche con la vita il proprio impegno di legalità e di civiltà. Desta, però, non minore stupore - e costituisce mancanza di rispetto per quanti hanno fatto e fanno il proprio dovere - il reagire all'articolo di Giorgio Bocca con una difesa di ufficio tutti e di ciascuno.

Giorgio Bocca ha espresso, in maniera chiara e radicale, una verità storica: la mafia in Sicilia si è avvalsa di lacune ed omissioni di uomini di Chiesa e di esponenti delle forze dell'ordine, non soltanto di Carabinieri. Talora uomini di Chiesa ed esponenti delle forze dell'ordine hanno varcato la soglia della legalità, configurando ipotesi di vera e propria complicità, quale risulta, peraltro, da numerosi riscontri in sede giudiziaria e in atti di Commissioni di inchiesta. In questo campo,dovremmo forse prendere lezioni dalla Chiesa che, pur avendo espresso coraggiose posizioni sino alla condanna della mafia quale "struttura di peccato", si è astenuta, e speriamo si asterrà, da poco credibili difese di tutti e di ciascuno.

In tanti esprimiamo ammirazione e gratitudine alle forze dell'ordine e, in particolare, ai Carabinieri per il fondamentale, difficile e rischioso impegno di difesa della legalità (dal vice questore Boris Giuliano al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, per citare soltanto alcuni dei tanti caduti nell'esercizio coerente delle loro funzioni). In tanti esprimiamo ammirazione e gratitudine anche a uomini di Chiesa, dal Pastore Valdese Panascia al Cardinale Salvatore Pappalardo, da don Pino Puglisi a don Giuseppe Diana, sino a Sua Santità Giovanni Paolo II per il suo indimenticabile magistero espresso con forza, e anche nel corso di sue visite pastorali in Sicilia.

Proprio quella gratitudine e quella ammirazione rendono, però, doveroso non ignorare la verità storica, quella che vuole la mafia essere non soltanto una organizzazione criminale contro lo Stato,contro la Chiesa, contro la società civile ma anche un sistema di potere che si infiltra "dentro" lo Stato, "dentro" la Chiesa, "dentro" la società civile.


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8 Agosto 2009

Pecorella vattene


Vorrei fare una domanda ed un appello rivolte alle forze dell'ordine. Non voglio essere polemica, ma desidero sapere se in questo Paese le forze di polizia sono indipendenti ed autonome rispetto ai politici, anche a quelli che ricoprono incarichi governativi.
Perché questa domanda? Perché nei giorni scorsi è accaduto un episodio davvero imbarazzante, che potrebbe indurci a pensare che viviamo veramente in una dittatura, qualcuno dice soft ma sempre dittatura è.
Il 20 luglio, negli studi privati di una televisione c'era come ospite l'avvocato Pecorella, deputato del PDL. La trasmissione parlava di lotta alla mafia. Tra il pubblico c'erano due ragazzi, che ad un certo punto hanno chiesto all'avvocato Pecorella se fosse stato corretto rispetto ad alcune sue osservazioni su Don Diana, dove affermava che non era proprio una vittima innocente della mafia e che le carte processuali avrebbero dato la possibilità di un'altra chiave di lettura. Al che quei ragazzi hanno legittimamente chiesto quello che avrebbe chiesto un qualsiasi cittadino onesto, e soprattutto sveglio: “Scusi, ma visto che lei era il difensore di Nunzio De Falco, mandante dell'omicidio di Don Peppino Diana, ed era contemporaneamente Presidente della commissione Giustizia, le due cose non erano un po incompatibili?”. Lui rispose che non c'era niente di male.
Successivamente gli hanno fatto notare che fa parte dello stesso partito di Marcello Dell'Utri, cofondatore di Forza Italia, che aveva rapporti con un pregiudicato per mafia come Vittorio Mangano, e davanti a questa domanda ha risposto che non significava nulla, e che Marcello Dell'Utri è stato eletto dal popolo e quindi non c'è nulla di male.
Gli fanno di nuovo notare se era necessario difendere Nunzio De Falco, condannato in via definitiva per l'omicidio di Don Diana. Lui si arrabbia, domandando a sua volta se Nunzio De Falco non aveva il diritto di essere difeso. Al di là del problema etico-morale che a volte sfugge a molti politici nel nostro Paese, questi ragazzi hanno continuato e cercato di confrontarsi con l'avvocato Pecorella, il quale si è immediatamente agitato e infastidito.
Questi due ragazzi, Dario Parazzoli ed Alessandro Didoni, ad un certo punto gli hanno chiesto di ribadire il concetto rispetto a Don Diana. Pecorella ha risposto che lo stavano infastidendo e che stavano violando la privacy. A quel punto è intervenuta anche la moglie di Pecorella, insultando i ragazzi. A quanto pare in quella famiglia sono tutti votati al ruolo di avvocato difensore, ma la cosa più imbarazzante è che ad un certo punto l'avvocato Pecorella ha prima insultato questi ragazzi e poi dato una manata alla telecamera, per poi andarsene.
Il giorno dopo, martedi 21 luglio, probabilmente Pecorella è andato a sporgere querela, tanto che giovedi alle 6:30 del mattino la polizia si presenta davanti a casa di Dario, che sequestra la telecamera, mentre Alessandro viene convocato in commissariato. Entrambi accusati di aver violato la privacy dell'avvocato Pecorella.
Vorrei capire i tempi. Capisco e mi fa piacere apprendere che la giustizia in Italia abbia tempi cosi veloci e che ci sia stato un magistrato cosi solerte, ma vorrei capire quale privacy hanno violato questi ragazzi. Hanno fatto delle semplici domande, ma se non è lecito fare domande ad un politico non capisco cosa ci stiamo a fare in Italia.
Mi chiedo, Pecorella ha fatto la denuncia martedì mattina, probabilmente lunedì sera, e giovedi mattina alle 6:30 i poliziotti erano già a casa di questi ragazzi. Come mai a casa di Totò Riina i carabinieri sono arrivati una settimana dopo, consentendo ai picciotti di Riina di pulire casa, avendo il tempo sufficiente per effettuare il trasloco e di dipingere i muri. Non vorrei che passasse sempre lo stesso messaggio, dove la giustizia è potente con i deboli e servile con i potenti.
Tra le altre cose, Pecorella mi ricorda che era stato accusato di favoreggiamento per la strage di Piazza Loggia, ha difeso appunto personaggi del calibro di Nunzio De Falco, ed è persino Presidente della commissione d'inchiesta sui cicli di rifiuti in Campania. E' notorio che i cicli di rifiuti è gestito, ed è il cuore degli affari, dal clan dei Casalesi. Nunzio De Falco era un boss dei Casalesi. Ma non c'è un minimo di incompatibilità? Lui difende il suo assistito e poi dovrebbe indagare contro il suo assistito?
Mi chiedo, e lo chiederò anche al Parlamento Europeo, se in Italia le cose possono andare avanti in questa maniera e se è normale che uno che difende un boss possa indagarlo? Non credo che l'avvocato Pecorella abbia il titolo, dal punto di vista etico e dal punto di vista morale, possa ricoprire quell'incarico, e soprattutto penso che debba scomparire dalla faccia politica italiana. Sono stata la prima a chiedere che Pecorella scrivesse una lettera di scusa ai genitori, ma questo non basta. Certi personaggi, quando difendono boss mafiosi, dovrebbero capire che devono stare fuori dalle istituzioni.
Mi chiedo che titolarità hanno certi personaggi, e mi chiedo ancora se le forze dell'ordine da personaggi come Pecorella o intendono rivendicare una loro autonomia ed indipendenza, anche perché questo rischia di buttare fumo sul lavoro dei tanti servitori dello Stato, onesti, che non vorrebbero avere nulla a che fare con l'avvocato Pecorella, difensore del boss Nunzio De Falco.



3 Agosto 2009

Antimafia a parole


Il fatto di aver espletato per circa quindici anni le funzioni di Pubblico Ministero in territori caratterizzati da una radicata e forte presenza della criminalità organizzata mi pone come osservatore privilegiato tanto da poter giungere alla conclusione che solo una parte dello Stato intende effettivamente lottare contro le mafie.

La mafia, dopo la stagione delle stragi politico-mafiose degli anni 1992-1993, ha deciso di adottare la strategia politico-criminale tipica della ’ndrangheta, ossia quella di evitare il conflitto armato con esponenti delle Istituzioni e di penetrare, invece, in modo capillare, nel tessuto economico-finanziario ed in quello politico-istituzionale.

L’infiltrazione nell’economia e nella finanza è talmente diffusa in tutto il territorio nazionale che le mafie contribuiscono ormai, in buona parte, al prodotto interno lordo del nostro Paese tanto da far sì che non si possa più distinguere tra economia legale ed economia illegale. Le mafie hanno enormi capitali da investire che rappresentano il provento della gestione del traffico internazionale di droga. Il riciclaggio avviene nel settore immobiliare, nelle finanziarie, nelle banche, nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso ed al minuto, nelle società di calcio, nelle società che si occupano di ambiente, nella sanità, nei lavori pubblici; insomma, dove c’è denaro, dove c’è business, le mafie sono interessate.

E quando si controllano, illegalmente, settori nevralgici dell’economia nessun cittadino può dire che si tratta di problematiche a lui estranee, che non lo riguardano direttamente: difatti, se la criminalità organizzata controlla parte del ciclo dell’edilizia si comprende perché gli edifici si frantumano alla prima scossa di terremoto; se la criminalità organizzata gestisce i traffici di rifiuti tossico-nocivi si capisce perché in Italia c’è un’emergenza ambientale e sanitaria senza uguali nell’Unione Europea. La mafia, quindi, non è un problema solo di alcune regioni del Paese, non è un fatto per addetti ai lavori. E’ un’emergenza nazionale: criminale, politica, economica, sociale e culturale.

Attraverso, poi, la gestione illegale della spesa pubblica, il controllo dei finanziamenti pubblici (anche dell’Unione Europea), le mafie, in questi ultimi 17 anni in particolar modo, sono penetrate, in modo articolato e pervasivo, nella politica e nelle Istituzioni. Quando si riesce a controllare parte significativa della spesa pubblica - e mi riferisco soprattutto, in questo caso, alle regioni del Sud Italia, ma non solo - si condizionano appalti e sub-appalti in tutti i settori (ambiente, sanità, infrastrutture, informatica, formazione professionale, ecc.), si decide a chi affidare opere e lavori, quali progetti debbono essere approvati, si condiziona il mercato del lavoro decidendo insieme - criminalità organizzata, politica ed imprenditoria collusa - quali persone assumere ed alla fine si condiziona pesantemente la democrazia attraverso il voto di scambio che trova linfa con il vincolo delle appartenenze.

È nella gestione illegale della spesa pubblica, soprattutto attraverso la creazione di una miriade di società miste pubblico-private, che si realizzano anche le nuove forme di corruzione: non ci sono più, infatti, le valigette dei tempi di Chiesa e Poggiolini, ma le consulenze, i progetti, i posti nelle compagini delle società miste, le assunzioni, gli incarichi. E’ anche qui che avviene l’intreccio criminale tra controllori e controllati, è in questi segmenti che si radica il rapporto collusivo tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni: politici - che hanno realizzato anche le nuove modalità di finanziamento illecito dei partiti - funzionari e dirigenti di enti pubblici, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Spesso il collante di questi segmenti deviati - non residuali, purtroppo - delle Istituzioni sono centri di potere molto influenti: logge massoniche coperte, lobby, comitati d’affari, club di servizi, strutture talvolta con ampie radici nel mondo ecclesiastico.

Di fronte ad un cancro di tali dimensioni la lotta alle mafie a 360 gradi viene svolta da irriducibili: taluni magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, singoli politici, esponenti della società civile. Siamo ancora troppo pochi e sotto assedio dei poteri forti e di quelli criminali. Lo Stato, nel suo complesso, invece, si accontenta del contrasto solo ad un certo «livello» di mafia: le estorsioni, il traffico di droga, gli omicidi. Quando si affronta, invece, il nodo fondamentale - quello che rappresenta la linfa vitale del sistema mafioso - i rapporti mafia-politica, mafia-economia e mafia-istituzioni, si rimane isolati: non è più lo Stato che agisce, ma servitori dello Stato.

E’ su questi temi che la storia d’Italia ha conosciuto la stagione degli omicidi politico-mafiosi, è su tali intrecci criminali che si stanno consolidando quelle che si possono chiamare le morti professionali di servitori dello Stato da parte di articolazioni dello Stato stesso: si tratta delle tecniche raffinatissime di neutralizzazione dei servitori dello Stato scomodi, ingombranti, deviati ed antropologicamente diversi per il sistema mafioso. Quello che è più grave è che tali nuove strategie - per nulla estemporanee - avvengono nel silenzio e, in taluni casi, anche con il contributo di chi dovrebbe essere tra i principali alleati di coloro i quali contrastano - non con chiacchiere o passerelle politico-istituzionali - le forme più pericolose ed insidiose delle mafie: quella dei colletti bianchi del terzo millennio.

Ed è su questi temi che ho trovato importanti le immediate prese di posizione congiunte, con riferimento alla lotta alle mafie, al Parlamento Europeo - nelle prime riunioni - tra parlamentari di Italia dei Valori e Partito democratico. Ed è per questo che tutte le forze democratiche del Paese debbono vigilare affinché le indagini in corso presso le Procure di Palermo e di Caltanissetta non subiscano interferenze che possono provenire non solo dalla politica, ma anche dall’interno dello stesso ordine giudiziario: non posso non ricordare che, in epoca assai recente, indagini giudiziarie molto rilevanti proprio sulla criminalità organizzata dei colletti bianchi non sono state fermate dalla mano militare dei Riina e Provenzano di ultima generazione ma dalla carta bollata del Consiglio Superiore della Magistratura che ha trovato convergenze parallele con la politica ed i poteri forti.


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31 Luglio 2009

Fondi: la mafia ringrazia


Anche oggi abbiamo subito l'ennesima bugia di questo governo. Si era impegnato, nel passato Consiglio dei ministri, per dare una risposta per il comune di Fondi, dove il prefetto Frattasi, il primo cittadino della legalità, ci aveva informato con 500 cartelle che quel comune era un intreccio tra Camorra, N'drangheta, Mafia e tutte le persone che erano colluse con la criminalità organizzata, i consiglieri comunali, il sindaco, funzionari comunali e tante persone della famiglia Tripodo, che governa ancora oggi all'interno di questo comune.

Non dimentichiamoci che a Fondi c'è il MOF, il mercato ortofrutticolo più grande d'Europa, dove la criminalità organizzata è presente e si sta organizzando sul territorio. Questo è un mercato dove c'è una commissione tra politica locale, nazionale e la criminalità organizzata. Su questo stiamo facendo una battaglia, perché Fondi è un esempio di criminalità che si allarga in tutta Europa con il MOF, e con questa entratura lenta dal basso Lazio, da Latina a Fondi, arriva fino al nord, quella che dichiariamo come la nuova criminalità organizzata, quella fatta dai politici, dai colletti bianchi, quella che il Lodo Alfano ha salvato, quella che attraverso la non risposta del Consiglio dei ministri sta dando vita a questa nuova criminalità. Fatta da chi? Dai soliti noti: da un governo irresponsabile che non ha ancora dato una risposta ai cittadini di Fondi e all'Italia intera, fatta da quei personaggi, da quei ministri, che guarda caso sono consapevoli perché non dando una riposta danno una mano alla criminalità organizzata. Questo per noi dell'Italia dei Valori vuol dire “restare in silenzio”, e voi tutti sapete che per noi il silenzio è mafioso.

Continueremo la protesta. La prima settimana ero da solo, oggi eravamo 5 parlamentari, siamo andati dentro la sala stampa del Consiglio dei ministri, non ci hanno fatto entrare, hanno cambiato la sala stampa e noi, simbolicamente, abbiamo occupato quella principale. Il Presidente del Consiglio, perché aveva vergogna di dire che ancora oggi non era stato deciso su una cosa di cui tutti siamo a conoscenza, 17 arresti, 500 cartelle del prefetto Frattasi, ha rimandato tutto al prossimo Consiglio dei ministri. La Mafia ringrazia, che può prendere spunto: “seguiamo il modello Fondi perché si può delinquere, il Consiglio dei ministri, non sciogliendoci, vuol dirci che stiamo perorando una causa buona, quella della criminalità organizzata”.

Ricordatevi, la criminalità organizzata non ha colore politico, e noi lo stiamo dimostrando, mentre il governo dimostra di avere un colore politico, quello di aiutare con il silenzio quella criminalità che noi tutti stiamo combattendo. Ecco perché saremo ancora presenti. Settimana scorsa ero da solo, oggi eravamo in cinque, e saremo sempre più parlamentari a chiedere a questo governo bugiardo, a questo governo che aiuta la criminalità organizzata, a dirci se sta con l'illegalità o con la legalità. Noi tutti siamo dalla parte della legalità.

Oggi erano seduti 24 ministri, ed io, ironicamente, ho detto: “C'è un 25° ministro, quello della criminalità”. Questo non lo vogliamo, continueremo a combatterlo, e al prossimo Consiglio dei ministri saremo più numerosi come parlamentari e come cittadini.


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29 Luglio 2009

Why Not e' morta


Le dimissioni del procuratore Luigi Apicella dalla magistratura ci hanno lasciati sgomenti. Ancora una volta, abbiamo dovuto constatare come i poteri forti riescano a tirare i fili e a condurre il gioco, in spregio a tutte le regole democratiche. Per questo, mi preme segnalarvi una riflessione di un bravo pubblico ministero che ha seguito, in prima persona, l’inchiesta Why Not: Gabriella Nuzzi. La sua considerazione è amara, ma veritiera.

Tra l’altro è bene ricordare che Gabriella Nuzzi è stata un pubblico ministero di Salerno, trasferita dal suo ufficio dal Csm, su richiesta del ministro Alfano, proprio per aver osato indagare sul malaffare giudiziario di Catanzaro.

Anche a lei va la nostra solidarietà per il coraggio dimostrato allora nel fare il suo dovere e per quello di oggi nel rivendicarlo.


"L’addio del Procuratore Apicella alla magistratura è un gesto che desta profonda amarezza e sconcerto, che non può e non deve essere “liquidato” nelle brevi, laconiche parole pronunciate dal Presidente dell’A.N.M.

Occorre riflettere a fondo sulle ragioni di questa “scelta” obbligata.

L’opinione pubblica e le forze sane interne delle istituzioni hanno il diritto di conoscere la verità, del perché un intero apparato istituzionale, sulla base di un’inaccettabile menzogna (l’inscenata “guerra tra Procure”) e con tanta unanimità di intenti, abbia attaccato così violentemente dei servitori dello Stato, tolto loro le funzioni inquirenti, bloccato le indagini nelle quali erano impegnati, messo in atto una meticolosa opera di distruzione della loro reputazione personale e professionale.

Siamo stati lasciati soli, nel silenzio e nella indifferenza di chi, per dovere istituzionale oltre che morale, avrebbe dovuto accertare i fatti e tutelarci, in balia di attacchi di ogni genere, senza alcuna possibilità di difesa, senza diritto alcuno (per quanto mi riguarda, neppure quello ad essere madre), folli artefici di un disastro istituzionale o, piuttosto, testimoni scomodi di una verità devastante, in attesa che, lenta e silente, giunga finalmente la nostra eliminazione, la quieti ritorni e la normalizzazione del “sistema” sia definitivamente compiuta.

Stiamo pagando un prezzo altissimo per quella verità ed è in nome di essa che è necessario fare al più presto chiarezza su quanto è accaduto e sta accadendo, perchè nessun magistrato sia più costretto a lasciare, per il proprio onore, il lavoro che ama.

Dott.ssa Gabriella Nuzzi
"


Postato da Antonio Di Pietro in | Commenti (132) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

26 Luglio 2009

Omicidio Basile: un anno dopo nulla di fatto


Nella notte fra il 14 e il 15 giugno Peppino Basile, consigliere comunale a Ugento e consigliere provinciale dell'Italia dei Valori nella provincia di Lecce, è stato assassinato con 19 coltellate. Le prime reazioni di quell'omicidio furono immediatamente di dire che eravamo di fronte a un omicidio di tipo passionale e che ci fossero dietro moventi di natura personale e familiare.

Per la verità la prima voce che venne alla luce fu quella del sindaco. Noi non abbiamo mai creduto che dietro l'omicidio Basile ci fosse il movente passionale. In realtà Basile ha sempre denunciato quello che chiamava "il sistema" in una realtà come quella del Salento, che vedeva insieme l'illegalità di alcuni esponenti della Pubblica Amministrazione, gli interessi criminali e gli interessi dell'imprenditoria a discapito del territorio, della gente e dei cittadini ugentini.
Lo ha fatto denunciando le discariche, gli interessi della Erg intorno alla costruzione di un grande parco eolico nei pressi di Ugento. Lo ha fatto rispetto ad un mega villaggio che è stato costruito all'interno di un parco naturale.

A un anno di distanza stiamo ancora brancolando nel buio: non ci sono arresti, non ci sono indagati, non se ne conosce il movente. Sappiamo solo che 3 giovani sono stati fermati dalla Polizia. Interrogati e rilasciati, sono gli autori materiali delle scritte sui muri che per 2 anni hanno accompagnato la vita di Peppino Basile, che lo minacciavano di morte. Questi 3 giovani, sappiamo per loro stessa ammissione apparsa sui giornali locali, sono 3 esponenti di Alleanza Nazionale. Uno di questi è persino nipote del sindaco.

Per aver denunciato questa vicenda sono stato anche querelato dal sottosegretario Mantovano, che ha considerato in una sua intervista un omicidio dalla rapida soluzione.
A oltre un anno di distanza questa rapida soluzione ancora non c'è. Malgrado l'impegno di tante persone per bene. A cominciare da Don Stefano Rocca, il parroco di Ugento che insieme a noi con la sua capacità e la voglia di rompere il sistema di omertà che accompagna questo omicidio irrisolto, sta cercando di squarciare il velo. Cominciano a venir fuori anche le voci discordanti, le voci dissonanti, il dissenso rispetto a tutto questo. Compreso la pubblicazione di un libro che si chiama "Il sistema" dove sono raccolte le battaglie di Peppino Basile.

Peppino Basile non è morto perché qualcuno si è alzato di notte e ha deciso di ucciderlo, come disse il giornale "Il Messaggero", perché andava con le minorenni. Peppino Basile è un pubblico amministratore, è un consigliere comunale e provinciale eletto dai cittadini che faceva semplicemente il proprio dovere. Cioè quello di chiedere che la Pubblica Amministrazione fosse amministrata in maniera trasparente, legale. Che prima di tutto ci fosse il bene comune della collettività.


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25 Luglio 2009

Condono mafioso


Riporto il video ed il testo del mio intervento di giovedi 23 luglio alla Camera dei Deputati sul vergognoso condono mafioso che si appresta ad approvare questo governo in aiuto della criminalita' organizzata.

Testo dell'intervento

"Signor Presidente, nell'illustrare il complesso degli emendamenti, voglio subito ricordare l'articolo 13-bis, ovvero quello riferito allo scudo fiscale. Lo abbiamo visto in questi giorni che siamo stati a Palermo per ricordare e commemorare Paolo Borsellino: stanno uscendo fuori, con il papello di Ciancimino junior, di Riina e di tanti pentiti, le trattative che una parte dello Stato voleva avviare con la mafia ed è questo, forse, il motivo vero per cui sono stati ammazzati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, perché non volevano che vi fossero mai contatti o trattative tra lo Stato, con la «S» maiuscola, e qualsiasi tipo di mafia. Invece, oggi dobbiamo purtroppo rilevare che, ancora una volta, questo Governo sta ammazzando Paolo Borsellino e Giovanni Falcone (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Una volta le trattative almeno erano segrete e non si conoscevano, invece oggi questo Governo, con lo scudo fiscale, non fa altro che dare una possibilità a quanti in modo clandestino hanno portato soldi all'estero.
Immagino che i soldi all'estero in modo clandestino non li portino i contribuenti onesti, le imprese oneste e le persone perbene, ma quelli che li hanno prodotti illecitamente o evadendo il fisco o ricavando denaro con attività mafiose, con la camorra, con la 'ndrangheta. Infatti, ormai, dagli accertamenti che sta facendo la magistratura registriamo sempre di più che la criminalità organizzata non opera più nei suoi territori di origine, ma su tutto il territorio nazionale e soprattutto all'estero.
Pensate che in Italia la quarta regione nella quale sono confiscati beni alle mafie è la Lombardia e che la 'ndrangheta investe tantissimo in Germania. Persino nei Paesi scandinavi la criminalità organizzata ha rilevato strutture sanitarie e cliniche, per non parlare della Spagna, dove ha investito il clan dei casalesi, dove ha investito la camorra nella Costa del Sol, come in Venezuela o in Brasile. Dunque, in questo modo si sta facendo una cortesia a tutti questi mafiosi e a tutti questi criminali che hanno portato capitali e patrimoni all'estero.
Ecco che lo Stato sta diventando una lavatrice, perché si sta facendo riciclaggio. Lo Stato ovvero il Governo Berlusconi sta sostituendo e facendo concorrenza alla mafia, perché consente ai criminali di riportare in Italia, con un modesto 5 per cento, i capitali provenienti da attività criminali della camorra, della mafia, della 'ndrangheta, della sacra corona unita.
È questo il motivo più grave per cui con quei giovani, con i quali sabato e domenica commemoravamo Paolo Borsellino, urlavamo: «Fuori la mafia dalle istituzioni! Paolo vive ancora! Giovanni Falcone vive ancora!». Noi vogliamo dirlo ancora qui in Parlamento, perché vogliamo continuare a rappresentare quegli italiani onesti, quegli italiani per bene, quei contribuenti per bene, quei cittadini che vogliono fare solo il loro lavoro e che non vogliono questo tipo di Italia berlusconiana, dove addirittura troviamo un'intesa con la mafia per far portare i capitali esteri qui in Italia. Infatti, questo è lo scudo fiscale: lo scudo fiscale non solo è un'operazione di condono mascherato, non solo è un'operazione con la quale si premiano come al solito i furbetti, i disonesti, gli imbroglioni, ma addirittura si fanno ritornare in Italia quelli che hanno portato clandestinamente i soldi anche della criminalità organizzata.
Allora, se sono stati confiscati al clan dei casalesi 139 milioni di euro in un anno e 50 milioni la settimana scorsa, ebbene i casalesi non avranno più necessità di nascondere il denaro, anzi da ora in avanti per le attività che hanno all'estero possono avvalersi tranquillamente dello scudo fiscale che questo Governo filomafioso sta mettendo in campo e che consentirà ai casalesi e a tutti i criminali e mafiosi di riportare il denaro in Italia, con il pagamento di un modesto 5 per cento (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
Sto parlando della criminalità organizzata che viene aiutata dal Governo Berlusconi. Sto parlando dell'attività alla luce del sole che per la verità questo Governo, in modo molto coerente, non solo dimostra all'esterno con atteggiamenti del Premier «papi» e di tutti i suoi uomini, ma anche con atti istituzionali, parlamentari e governativi. Infatti, lo scudo fiscale è un modo per favorire le mafie, per aiutare la criminalità organizzata, per riportare in Italia i capitali che provengono da attività illecite e criminali.
Forse vi dispiace sentirlo, ma purtroppo, è la verità. È questo il ruolo che noi dell'opposizione dobbiamo svolgere, perché dobbiamo controllarvi, evitando, soprattutto, che continuiate ad ammazzare ogni giorno Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, ad alimentare e a tenere la mafia nelle istituzioni. Infatti, le mafie si aiutano con questi provvedimenti, ormai, alla luce del sole (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
Allo stesso modo, accade con l'articolo 24 del provvedimento in discussione, con il quale prorogate l'attività di controllo del territorio delle Forze armate. Se si vuole davvero distruggere la criminalità organizzata, non è necessario smantellare le forze di polizia, come avete fatto con i vostri precedenti provvedimenti; non è necessario togliere 3 miliardi di euro alle forze di polizia, ai carabinieri e alla Guardia di finanza (ad oggi, per effetto dei vostri tagli, nell'organico delle forze di polizia già vi sono 40 mila unità in meno); e, soprattutto, non serve finanziare le ronde per contrastare la criminalità organizzata, perché questa è solo una buffonata. Con le ronde, infatti, non si risolve la lotta alla camorra, alla mafia, alla 'ndrangheta. Sono necessarie, invece, iniziative serie.
Concludo signor Presidente. Non vogliamo più aiuti per il sud, vogliamo semplicemente qualità. Riguardo al turismo, non c'è bisogno di costruire industrie o capannoni, poiché esistono già le bellezze paesaggistiche ed architettoniche.
Concludo, caro Presidente, ringraziando il Governo, che ha ammazzato ancora una volta Paolo Borsellino e Giovanni Falcone (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
"


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20 Luglio 2009

Stagione stragista: la politica ebbe un ruolo


Nel momento in cui le indagini dell’autorità giudiziaria sembrano essere arrivate a una svolta per fare luce sulla stagione stragista di Cosa nostra, Totò Riina interviene pesantemente per tentare di depistare le indagini. E’ passato quasi un ventennio da quella stagione stragista. In quella tragica storia anche la politica ebbe un ruolo. Come lo ebbero, probabilmente, anche pezzi delle istituzioni. E’ il tempo ormai che anche da questi mondi arrivino testimonianze di verità.

Riporto di seguito una mia intervista rilasciata al quotidiano "La Stampa":

La Stampa: Avvocato Li Gotti, partiamo da Riina e dalle sue esternazioni: la trattativa e il papello.
Luigi Li Gotti: «Riina sostiene di essere stato l’agnello sacrificale di questa trattativa. Il primo problema gravissimo che dobbiamo ancora risolvere è la collocazione temporale di questa trattativa. Abbiamo due fonti diverse che ci offrono due scenari diversi. La prima è rappresentata dal generale dei carabinieri, Mario Mori, che colloca il primo incontro con Vito Ciancimino il 5 agosto del 1992, cioè dopo le stragi Falcone e Borsellino. In aula, a Caltanissetta, Mori ha sostenuto che Borsellino non gli ha mai parlato di una trattativa. E che dopo Capaci, strinse con lui un rapporto privilegiato. Mori e il capitano De Donno furono convocati, il 26 giugno di quell’anno, alla caserma Carini dei carabinieri. E, in quell’occasione, Borsellino, secondo quanto riferito da Mori, disse loro che bisognava riprendere in mano il rapporto del Ros su “mafia e appalti"».

La Stampa: L’altra fonte colloca a prima della strage di via D’Amelio l’inizio della trattativa.
Luigi Li Gotti: «Fu lo stesso capitano De Donno a dirlo in Aula, a Firenze. Se la trattativa effettivamente fu avviata tra le stragi Falcone e Borsellino, allora si può ipotizzare che Borsellino fu eliminato perché si opponeva alla trattativa».

La Stampa: E se invece fosse iniziata dopo le due stragi?
Luigi Li Gotti: «Quale sarebbe stato l’oggetto di questa trattativa? La cattura di Riina? In cambio magari della mancata perquisizione della casa di via Bernini? Oppure la fine dello stragismo? Sappiamo però che le stragi continuarono».

La Stampa: Avvocato Li Gotti, quella stagione fu solo farina del sacco dei Corleonesi?
Luigi Li Gotti: «E’ fuori discussione che su Falcone e Borsellino pendesse da tempo la condanna a morte del tribunale di Cosa nostra. Ciò che porta a ipotizzare la presenza di soggetti esterni alla mafia è l’introduzione di una metodologia stragista nel portare avanti la carneficina».

La Stampa: Quali sono state le motivazioni di questa presenza esterna a Cosa nostra?
Luigi Li Gotti: «Intanto la necessità di neutralizzare una minaccia incombente rappresentata dalla volontà di Borsellino di riprendere le indagini del Ros sui rapporti mafia e appalti. Attenzione, di quel rapporto si conosceva solo la versione spurgata dei nomi dei politici, non quella completa».

La Stampa: Un po’ riduttiva questa interpretazione.
Luigi Li Gotti: «Ho parlato di neutralizzazione di una minaccia. Paolo Borsellino, nella sua ultima intervista parlò di nuovi soggetti che emergevano. Parlò dello stalliere di Arcore, Vittorio Mangano, di Marcello Dell’Utri. Il paese, intanto, stava marciando spedito a un ricambio di assetto politico. Di un nuovo soggetto politico già si parlava in quel tragico 1992».


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7 Luglio 2009

Lettera aperta al Capo dello Stato


On. Presidente,

per parecchi anni mi sono battuta, da semplice cittadina, nel denunciare le collusioni di apparati del potere ufficiale con il gruppo mafioso dominante a Barcellona Pozzo di Gotto, città nella quale mio padre l’8 gennaio 1993 venne ucciso affinché non infastidisse più con il suo impegno giornalistico le dinamiche criminali di alto livello che trovavano sede o sponda in quel territorio.

In particolare, ho denunciato le notorie contiguità che hanno legato importanti magistrati di quella città ad esponenti apicali della criminalità organizzata. Ciò facevo già prima del 2 ottobre 2008. In quella data arrivò, poi, la tragica morte del prof. Adolfo Parmaliana, che con l’ultima lettera lasciataci prima del suo suicidio urlò al paese intero la sua riprovazione per le pratiche criminali di certa “magistratura barcellonese/messinese”. Signor Presidente, Adolfo Parmaliana era un militante politico, del Suo stesso partito, che aveva assunto il sacro rispetto della legalità quale stella polare del proprio impegno pubblico.

Per effetto della sua morte, sono stati avviati, dal Consiglio Superiore della Magistratura e dall’Autorità giudiziaria competente, i doverosi approfondimenti su alcuni magistrati del distretto di Messina. Uno di questi, il dr. Olindo Canali, fin dal 1992 in servizio alla Procura della Repubblica di Barcellona P.G., è oggi indagato (come ufficializzato, nel silenzio censorio degli organi di stampa, da numerosi siti internet e blog) dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per falsa testimonianza e per favoreggiamento del capomafia barcellonese Giuseppe Gullotti. Entrambe le contestazioni a carico del dr. Canali sono aggravate dal fine di aver agevolato l’associazione mafiosa operante a Barcellona P.G..

Il dr. Canali è anche oggetto di una procedura del Consiglio Superiore della Magistratura, ancora in fase preliminare, di incompatibilità ambientale e funzionale. Sennonché, si è da ultimo appreso che egli, al fine di porre nel nulla il procedimento paradisciplinare a suo carico, abbia avanzato al CSM domanda di trasferimento volontario presso altra Procura della Repubblica siciliana: in particolare, addirittura, avrebbe espresso gradimento per due Procure distrettuali, come Catania e Caltanissetta; una sorta di promozione per meriti sul campo. Se ciò davvero accadesse, cioè se il dr. Canali venisse trasferito su sua richiesta ad altra Procura della Repubblica, il CSM da Lei presieduto, Signor Presidente, scriverebbe l’ennesima pagina nera della sua pur non sempre commendevole storia.

Negli ultimi anni ho contestato pubblicamente l’operato di questo Consiglio Superiore della Magistratura, responsabile di aver operato una rappresaglia contro magistrati responsabili solo di aver fatto il proprio dovere (Forleo, De Magistris, Apicella, Nuzzi e Verasani) e di aver deliberato nomine poco decorose ad importanti vertici giudiziari (la peggiore, senz’altro, quella del barcellonese Antonio Franco Cassata quale Procuratore generale a Messina). A fronte della cacciata sommaria deliberata contro alcuni magistrati integerrimi, però, se il Consiglio Superiore della Magistratura omettesse di decidere per il dr. Olindo Canali il trasferimento d’ufficio ed il cambio di funzioni assesterebbe un intollerabile sfregio alla memoria di mio padre, Beppe Alfano, e di Adolfo Parmaliana, oltre che al decoro dell’ordine giudiziario.

Perché ciò non accada, allora, mi rivolgo a Lei, Signor Presidente, perché un’ipotesi così indecente non diventi realtà. Dopo aver lottato per anni da comune cittadina, mi sentirei alla stregua di un disertore se, oggi che ho la responsabilità di rappresentare l’Italia al Parlamento europeo, sulla scorta del voto di decine e decine di migliaia di cittadini, non mantenessi alta l’attenzione su un blocco giudiziario filomafioso che continua a imperversare nella mia Barcellona Pozzo di Gotto.



5 Luglio 2009

I cortigiani di Re Silvio


La vicenda della cena tra massimi esponenti politici del governo e della maggioranza con due giudici costituzionali assume toni da farsa. Mentre gli esperti di bon ton istituzionale raccomandano di affrontare la situazione "con passo felpato", il giudice Mazzella, nella cui casa si è svolto il convivio, applica il consiglio a modo suo: rompe gli indugi e rivendica il diritto di invitare il "caro Silvio" tutte le volte che vuole e vorrà.

Lo fa con un proclama in cui sostiene che solo un dominio totalitario potrebbe impedirgli questa libertà personale. Il giudice Mazzella non avrà letto l'articolo su Europa in cui Federico Orlando ricorda che da bambino nelle passeggiate col padre sulla via della stazione incontrava un signore che scambiava al massimo con chiunque un breve saluto di convenienza. Alla sua richiesta di spiegazioni il padre rispose che era il procuratore del Regno e non poteva parlare con nessuno senza ledere l'immagine di imparzialità della giustizia. Qui giunge opportuna la precisazione di Tania Groppi su l'Unità: in Germania la Corte Costituzionale risiede a Karlsruhe, lontana dalla capitale.

Alcuni commentatori hanno sostenuto che Di Pietro, con la sua richiesta di dimissioni dei due giudici, avrebbe invaso l'autonomia della Corte Costituzionale. Curiosa logica: se la Corte deve essere autonoma non si capisce come due giudici costituzionali possano comprometterla esponendola al sospetto che possa essere condizionata proprio dalla loro fisica partecipazione a un irrituale incontro con esponenti dei poteri esecutivo e legislativo.

La questione non è solo teorica. Tra breve la Corte dovrà pronunciarsi sul Lodo Alfano (ministro presente alla cena) con cui il presidente del consiglio viene sollevato da tutti i numerosi e infamanti provvedimenti giudiziari a sua carico. Il cittadino preoccupato potrebbe temere che la decisione della Corte possa essere influenzata da contiguità che non avrebbero mai dovuto verificarsi. Ma in un certo senso la lettera di Mazzella fa involontariamente chiarezza e rende evidente che i due giudici presenti alla cena non possono più partecipare alla decisione sul Lodo Alfano. E si potrebbe aggiungere: se vogliono andare a cena col presidente del consiglio sono liberi di farlo ma liberino la Consulta del loro ingombro. Da parte sua la Corte Costituzionale saprà esercitare la sua autonomia.



28 Giugno 2009

L'ombra di un nuovo indulto


In Commissione Giustizia, nella qualità di capogruppo Italia dei Valori, ho posto un problema fondamentale per la democrazia e per i lavori parlamentari.

I disegni di legge presentati dall'intero gruppo Italia dei Valori, che a termine di regolamento dovrebbero essere fissati nel calendario dei lavori della commissione entro due mesi, a distanza di circa un anno non sono stati ancora fissati, e le nostre numerose interrogazioni parlamentari, atti ispettivi formulati al governo, non hanno ancora ricevuto risposta.

In Commissione Giustizia ho posto delle richieste di informativa, termine di regolamento al governo e al ministro della Giustizia, sul problema dell'edilizia penitenziaria e sul problema delle risorse finanziarie. Questo sistema di ignorare il lavoro dei parlamentare, di impedire che i disegni di legge vadano avanti e che vengano esaminati, ci ha veramente stancato. Ecco perché ho voluto porre il problema.

Abbiamo dei disegni di legge di estrema importanza, come il testo unico sulle misure di prevenzione antimafia, presentato il 16 maggio dello scorso anno, tredici mesi fa, dove è stato nominato il relatore che dal mese di ottobre non ha ancora iniziato a svolgere la relazione.

Abbiamo il disegno di legge sull'ufficio per il processo e per la riqualificazione del personale giudiziario. E' iniziata la relazione nel settembre dello scorso anno e poi non se ne è più parlato.

Non accettiamo che i regolamenti vengano calpestati in questo modo. La democrazia vive di istituzioni. Le istituzioni vivono di regolamenti e di diritti che possono essere esercitati. Tra i diritti fondamentali del Parlamento e dei parlamentari c'è quello di formulare atti ispettivi e di presentare disegni di legge, ma la maggioranza ed il governo non vogliono che ciò accada, pretendono che sono i disegni di legge dello stesso governo vadano avanti.

A questo stato di cose ci siamo ribellati, e la nostra protesta è stata condivisa da tutta l'opposizione e anche da alcuni parlamentari della stessa maggioranza che ritengono assurdo il silenzio del governo su temi di cosi grande importanza.

Non vorremo trovarci con un problema carcerario, che sta nuovamente esplodendo, e quindi con un nuovo indulto. Chiediamo al governo di sapere che cosa sta facendo in materia carceraria, considerando che alcune carceri appena costruite, che abbiamo visitato lo scorso giugno, che non sono state ancora aperte nonostante i lavori sono stati completati da anni, come il carcere di Reggio Calabria.


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25 Giugno 2009

La tassa occulta della corruzione


Il costo annuo della corruzione è pari a 50/60 miliardi di euro. La denunzia viene dalla requisitoria del Procuratore Generale presso la Corte dei Conti. Si tratta di una somma impressionante che, costituisce il livello, ormai insostenibile del degrado del paese.

Giustamente il Procuratore Generale presso la Corte dei Conti, ha definito il costo della corruzione una “tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini”. L’analisi e il giudizio sulla corruzione, porta però oltre. Con la corruzione, si verifica l’alterazione del mercato, della libera concorrenza, della sana competitività. Le conseguenze della corruzione, non sono solo una “tassa immorale” diretta per il corruttore ed un lucro per il corrotto, ma elimina dal mercato le imprese oneste, oltraggia il sacrificio e il lavoro.

Dobbiamo liberarci di questa malattia che infetta l’intero paese, l’economia, la burocrazia, lo Stato. Servono valori morali alti, senso della giustizia, rispetto per le istituzioni. Tutto ciò, oggi, è pesantemente pregiudicato in Italia. L’immoralità e l’amoralità hanno preso il sopravvento.

In questa direzione si pone il recente Disegno di legge sulle intercettazioni presentato dal Governo e già approvato dalla Camera dei deputati ( al Senato verrà esaminato verso metà luglio). Infatti il Governo e la maggioranza escludono, nel loro disegno di legge, la possibilità di procedere ad intercettazioni per il reato di corruzione per atto d’ufficio ( art. 318 codice penale), ossia proprio il caso della “tassa immorale”. Sono ammesse le intercettazioni per il reato di corruzione per atto contrario dei doveri d’ufficio ( art.319 ) solo se esistono “evidenti indizi di colpevolezza” e per un massimo di 60 giorni. Insomma si potrà intercettare ( ma solo per il reato previsto dal 319 ) se esistono già prove di colpevolezza del corrotto, quando cioè le intercettazioni non servono più.

Possiamo dire che alla denunzia pesantissima fatta dal Procuratore Generale presso la Corte dei Conti, il Governo e la maggioranza rispondono con leggi per facilitare la corruzione e non per combatterla. Questa è la misura dell’immoralità e della amoralità della politica che ci governa.


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17 Giugno 2009

Il Presidente della Repubblica puo' rifiutare


Riporto il video ed il testo dell'intervista rilasciata ad Affaritaliani.it in tema di intercettazioni.

Testo dell'intervento

Affaritaliani: Napolitano potrebbe respingere il Ddl sulle intercettazioni perché ravvisa profili di incostituzionalità.
Luigi de Magistris: Ci sono alcuni profili di incostituzionalità a mio avviso indiscutibili. Il disegno di legge sulle intercettazioni intacca un fondamentale mezzo di ricerca della prova. Mina l'indipendenza della Magistatura e il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, principi previsti dalla Costituzione. Infine, entra in contrasto con l'art. 21 della Carta repubblicana, quello che garantisce la libertà di pensiero e il diritto di cronaca dei giornalisti.

Affaritaliani: Un ddl che sembra creare più grattacapi al centrosinistra che al Pdl. Il voto segreto alla Camera, più che la maggioranza, ha spaccato l'opposizione, che ora deve fare i conti con 17 franchi tiratori. Pd e Italia dei Valori si presentano con la stesso tipo di opposizione a questo disegno di legge?
Luigi de Magistris: Italia dei Valori si presenta in maniera assolutamente ferma e compatta. Non mi meraviglia che parte dell'opposizione abbiano votato a favore della legge. Non dimentichiamoci che il disegno di legge Alfano è in continuità con il ddl Mastella, la riforma sull'uso delle intercettazioni approvata nel 2007 dal governo di centrosinistra, molto simile a quella che ora è all'esame in Parlamento. C'è una spinta trasversale che non vuol far lavorare la magistratura e che non vuole una libera informazione.

Affaritaliani: Più di qualcuno ti indica come il successore di Antonio Di Pietro alla segreteria di Italia dei Valori. Se dovesse arrivarti domani la proposta che faresti? Resti in Europa o accetti?
Luigi de Magistris: E' una cosa che non sta proprio sul tappeto. Il leader è Antonio Di Pietro. Con lui e con altri personaggi del partito stiamo portando avanti questo progetto. C'è grande entusiasmo, siamo una grande squadra. Non si pone proprio il problema, e questa è una grande vittoria di Antonio Di Pietro.


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11 Giugno 2009

Vergogna


Riporto il video ed il testo della dichiarazione di voto dell'Italia dei Valori al disegno di legge sulle intercettazioni.

Testo dell'intervento

"Signor Presidente, oggi una maggioranza irresponsabile e cinica sta per approvare una legge vergognosa, una legge che getta due macigni contro due pilastri del nostro Stato democratico.

Il primo è il macigno contro la libertà di stampa, quel poco, quei brandelli di libertà di stampa che ancora nel nostro Paese esistevano. Con l'approvazione del provvedimento in esame i reati che riguardano la politica, la finanza, l'industria, i reati insomma dei ricchi, dei forti, dei prepotenti e degli arroganti non potranno più nemmeno essere conosciuti dagli italiani. Non sarà più possibile per i giornali, neppure se fosse arrestato un parlamentare, un sindaco o un amministratore, nemmeno parlarne, nemmeno raccontare quali sono le ragioni e i fatti che hanno portato a tale arresto cautelare. Questo è il bavaglio finale su una stampa che già oggi era la meno libera d'Europa.

Il secondo macigno terribile che voi lanciate contro un altro pilastro della democrazia nel nostro Paese è quello con il quale cancellate le intercettazioni telefoniche. È inutile fare tanti giri di parole: voi le cancellate, perché quando si prevede che la condizione per fare intercettazioni telefoniche nel nostro Paese sia quella di aver già scoperto chi è il colpevole e di usare le intercettazioni per averne conferma, di fatto le si sono abolite.

Voi, abolendo le intercettazioni, abolite un pezzo, forse il più importante oggi, tra gli strumenti di indagine di cui la nostra magistratura dispone per contrastare il crimine in Italia, per arrestare i delinquenti, per fermare i malfattori. Voi disarmate lo Stato con questa legge infame!

Con questa legge d'ora in avanti creerete degli impedimenti con riferimento ad una molteplicità di reati. Soltanto per ricordarne alcuni che hanno particolarmente scosso la coscienza degli italiani in questi ultimi anni: da quelli orrendi della clinica Santa Rita, la clinica degli errori, ai tanti stupri commessi e scoperti solo grazie alle intercettazioni, per passare ai tanti atti di violenza, a quella tratta di uomini scoperta grazie alle intercettazioni e della quale ieri, non anno fa, il Ministro Maroni portava pubblico vanto, proprio per aver scoperto, grazie alle intercettazioni telefoniche, una rete che tra l'Italia e l'estero faceva tratta di schiavi, di uomini.

Tutto questo voi lo distruggete. Ciò che fate è qualcosa di più di una brutta legge, è togliere, pezzo dopo pezzo, la libertà agli italiani in ogni sua forma: la libertà personale, perché non vi è libertà in un Paese in cui voi cancellate la sicurezza personale; la libertà di informazione, perché non vi sarà più una stampa intesa come stampa libera capace di informare; la libertà fatta di conoscenza e consapevolezza, perché voi volete che gli italiani non sappiano che intorno a loro vi è solo il silenzio, un silenzio che, sempre più, sembra omertà.

Pertanto, questa - lo ribadisco - non è una brutta legge: è un vero e proprio atto eversivo. State compiendo un atto eversivo della Costituzione italiana. Voi siete un Governo che dovrebbe rispondere - semmai vi fosse un tribunale deputato a questo - della violazione, nella forma più profonda, dei valori e dei principi della nostra Costituzione.

Anche se questo disegno di legge è pronto da quattro mesi, non avete avuto il coraggio di portarlo in Aula prima delle elezioni, perché vi vergognate di ciò che state facendo. Sapete che nessun italiano vi avrebbe capito né giustificato. Con questa legge, infatti, amputate, in modo forse mortale, quella parte dell'organizzazione dello Stato che è deputata al contrasto della criminalità, a individuare i colpevoli, ad assicurarli alla giustizia, ad impedire che nuovi reati vengano commessi. Stabilite per legge l'impunità ai peggiori criminali e delinquenti in questo Paese e togliete garanzie di sicurezza ai cittadini. Questo state facendo.

Voi oggi tradite il Paese, tradite l'Italia, tradite gli italiani. State abbandonando gli italiani al loro destino, soli e non più difesi contro il crimine. Da oggi, gli italiani dovranno avere paura, non sono più sicuri in nessun luogo. Dovranno avere paura nelle loro case, dovranno avere paura nelle strade, dovranno avere paura nei luoghi in cui lavorano, perché lo Stato li ha abbandonati e la criminalità organizzata sa che, da oggi, può affondare il colpo con garanzia di impunità. Ladri, stupratori, assassini, mafiosi, camorristi sanno che, da oggi, voi - voi di questa maggioranza, voi di questo Governo - avete disarmato lo Stato. Questo avete fatto.

In questo momento, è addirittura impossibile prevedere la vastità e l'enormità della devastazione che avete arrecato all'ordinamento dello Stato. È impossibile anche solo prevedere ed immaginare: si sa solo che saranno tanti, tantissimi, saranno migliaia, i reati che non sarà più possibile scoprire né identificare e i criminali che la faranno franca e che potranno, imperterriti, continuare ad imperversare con le loro azioni delittuose a danno degli italiani.

Ministro Alfano, mi rivolgo a lei con grande forza e con grande chiarezza: ogni morte che resterà impunita in questo Paese per colpa di questa legge, lei la porterà sulla coscienza.

Ogni ladro che resterà impunito in questo Paese per colpa della sua legge, lei lo porterà per sempre sulla sua coscienza! Ogni stupro di cui sarà vittima una donna italiana e che resterà impunito per colpa della sua legge, lei lo porterà per sempre sulla sua coscienza. E insieme a lei lo porterà anche la Lega, che, per mesi, ha ingannato gli italiani, raccontandogli frottole sulle ronde e quant'altro e che, poi, per un piatto di lenticchie - cioè, la promessa di Berlusconi di affossare il referendum - ha venduto la sicurezza degli italiani. Come avete potuto scambiare per questo l'interesse, la sicurezza, la vita di tanti milioni di italiani?

Ma insieme a voi risponderà anche il Presidente del Consiglio. Risponderà non certo la sua coscienza, questo non lo chiediamo e non ce lo aspettiamo, ma risponderà la storia. Egli, finalmente, ha vinto la sua battaglia contro la giustizia ed ormai è impune a tutto, a ogni processo, a ogni indagine, anche alle possibili intercettazioni e, soprattutto, è sopra la legge, è sopra la morale, è sopra l'etica di questo Paese, ma lo fa a costo di aver distrutto la giustizia e di governare in un Paese coperto di macerie. Di questo risponderà e risponderete tutti voi davanti alla storia.

Non serve a niente quel velo di menzogne e di bugie che state stendendo, da anni, sopra il Paese, un velo fatto di controllo dell'informazione, di controllo delle televisioni, di bugie e di menzogne sistematiche. La verità prevarrà: questo velo verrà squarciato e la verità vi travolgerà.

La verità travolgerà questo Presidente del Consiglio che, alla fine, entrerà sì nei libri di storia, ma con poche righe, tutte scritte con il colore rosso, il colore rosso della vergogna.

flash2.jpg "GHEDDAFI LAUREATO"


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"Quanto accaduto in questi giorni nei palazzi del potere è gravissimo. Il fatto che il colonnello Gheddafi sia stato ospitato, riverito e ossequiato dalle più alte autorità dello Stato offende la nostra democrazia e tutti i cittadini. Non ho sentito nessuna parola sui diritti umani, gravemente calpestati dal dittatore, sul suo passato di finanziatore di terroristi, sulle stragi commissionate e sulle torture e violenze perpetrate nei suoi campi di concentramento. E’ chiaro che dietro tutta questa messinscena, questa accoglienza calorosa, questa forzatura nei confronti delle Istituzioni ci sono dei fortissimi interessi economici e rapporti affaristici che sfuggono al Parlamento e ai cittadini. Italia dei Valori non si accoda al coro unanime di chi ha voluto ignorare le azioni scellerate del leader libico: dal cruento e sanguinoso colpo di Stato del 1969 ai numerosi attentati di cui è stato il mandante, dalla sua feroce dittatura alle torture e violenze perpetrate quotidianamente ai suoi numerosi ricatti nei confronti del nostro Paese".
Antonio Di Pietro

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9 Giugno 2009

Ennesima fiducia: non se ne parla


Oggi il governo ha chiesto l'ennesima fiducia su provvedimenti che riguardano il bavaglio alle intercettazioni e alla libertà di stampa. Anche domani non si parlerà di economia, ma di giustizia, di problemi legati al governo e di come rendere il sistema del malaffare blindato e sicuro, lontano dal pericolo di essere sventato da chi per mestiere è designato a combattere la criminalità.

Domani si aggiungerà un altro tassello alla cristallizzazione della corruzione, argomento che il governo si è occupato di agevolare fin dal primo giorno del suo insediamento.

Riporto di seguito il mio intervento in aula che preannuncia, anche questa volta, il voto contrario alla fiducia.

Testo dell'intervento

"Signor Presidente, sia pure in modo irrituale mi pare che sia come se il Governo abbia chiesto la fiducia, anche se formalmente non si è ancora alzato il Ministro a chiederla. Il primo sentimento che io provo è un sentimento di costernazione poiché voglio ricordare che sono passati solo tre giorni dalle elezioni per le quali il Presidente del Consiglio ha chiesto al popolo italiano la fiducia, chiedendo di votare, perlomeno per il 40 per cento, a suo favore; invece il popolo italiano ha detto di no, perché gli ha dato molto meno.
Allora questa ennesima fiducia è un pugno in faccia agli italiani. Il Presidente non è il padrone dell'Italia come vorrebbe, gli italiani hanno detto «no» tre giorni fa a quella sua richiesta di plebiscito, ma ancora una volta, nonostante questo, continuiamo a vilipendere il Parlamento che su una questione delicata come quella delle intercettazioni viene ancora una volta messo nell'impossibilità di discutere. Trovo che tutto questo sia vergognoso nei confronti del popolo che ha votato, solo tre giorni fa, in un certo modo (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
"


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4 Giugno 2009

Intercettazioni: un triste risveglio


Il governo delle menzogne sta preparando un nuovo inganno per i cittadini italiani. Ci hanno fatto credere di avere a cuore la sicurezza di questo Paese, che sarebbe una cosa buona e giusta. Lo hanno fatto soltanto con spot, in modo demagogico con le ronde e i militari per le strade che non servono a niente. Il provvedimento vero, quello che conta, arriva adesso, ed è un vero e proprio schiaffo nella faccia dei cittadini italiani, che renderà di fatto impossibili le intercettazioni nel nostro Paese, una legge che consentirà a decine di migliaia di criminali, mafiosi e terroristi, di farla franca ogni anno. Non sarà più possibile, nel nostro Paese, scoprire un gran numero di reati, e tutto questo alla faccia della sicurezza. Oggi le intercettazioni sono lo strumento più importante, diffuso ed efficace che ha la magistratura per combattere sia la criminalità diffusa, la microcriminalità spesso legata all'immigrazione clandestina, sia quella della grande criminalità, quella delle mafie, della camorra e della N'drangheta. Con questa legge, che forse ci aiuta a capire perché a due giorni dalle elezioni il nostro Presidente del Consiglio disse che lui aveva un eroe e che questo eroe era Mangano, il famoso stalliere di casa Arcore riconosciuto pluriomicida di mafia, il Presidente del Consiglio oggi paga un prezzo e fa un disegno di legge che rende disarmato il Paese davanti alla criminalità. I magistrati non potranno più avviare gran parte delle indagini per mafia perché, se è vero che dal punto di vista astratto questa legge salva la possibilità di fare le intercettazioni per i reati di mafia e terrorismo, nella stragrande maggioranza dei casi se non possono disporne dall'inizio non potranno capire se dietro ad un reato, come l'omicidio o un incendio premeditato, si nasconda la criminalità comune o la mafia. Le intercettazioni servivano proprio a questo, cioè capire il tipo di reato. E' un provvedimento che rende il Paese più debole, e gli unici a festeggiare domani saranno i criminali e i mafiosi. Non si era mai fatto, in nessun Paese democratico al mondo, un favore come questo alla criminalità organizzata. L'Italia dei Valori si opporrà con tutte le sue forze a questo provvedimento e soprattutto a questo colossale inganno di un governo che non ha il coraggio di dire in campagna elettorale quello che sta per fare, che chiede il consenso sulla base di menzogne, e una volta ottenuto il voto degli italiani il giorno dopo commette l'ennesima truffa provandoli, questa volta in maniera pesante e definitiva, di una parte importante della loro sicurezza. Abbiamo ancora modo di fermarli, opponiamoci a questo provvedimento, opponiamoci a questa maggioranza, un voto per l'Italia dei Valori è un voto per la libertà.

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Stampa e porta con te all'urna l'elenco dei candidati IdV della tua circoscrizione.
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2 Maggio 2009

Clementina Forleo disinnescata


Siamo un Paese meraviglioso, una delle più riuscite costruzioni geopolitiche alla rovescia. Solo da noi, per dirne una, è possibile, che tolgano la scorta al giudice Clementina Forleo e la mantengono ad Emilio Fede. In Italia, che per magistrati ammazzati è seconda soltanto alla Colombia, Forleo non ha la scorta, e nemmeno la più attenuata forma di protezione che si chiama tutela, mentre Fede ce l'ha.

Forleo e tanti altri magistrati a rischio, perché fanno bene e con onestà il proprio lavoro, non hanno nessuno che li protegge, mentre tanti altri magistrati e politici, a cui non serve, esibiscono questa forma di protezione come status symbol, come segno del potere.

Voi tutti sapete che Clementina Forleo è il giudice che si era occupata, quando era giudice per le indagini preliminari a Milano, delle scalate bancarie dei furbetti del quartierino Ricucci, Coppola, Fiorani, con la complicità dell'ex governatore della banca d'Italia Fazio, mentre Consorte, Latorre, Fassino e D'Alema da sinistra, Comincioli, Cicu e Grillo da destra.

Voi tutti sapete che in seguito a tutte queste vicende la Forleo è stata ingiustamente trasferita da Milano a Cremona. Ma non sapete però, e nessun giornale o TV ve lo ha raccontato e probabilmente non ve lo racconterà, che la presunta incompatibilità ambientale che le è costata il trasferimento, con una decisione del CSM che non ha nulla di giuridico ma sembra un referto medico visto che dice che la Forleo era emotiva, nasce il 6 giugno 2007 in una riunione “segreta” tenuta nella stanza di Anna Finocchiaro in Parlamento. In quella circostanza, testimonianza resa dall'ex parlamentare e magistrato di Cassazione Fernando Imposimato, si sono visti la stessa Finocchiaro, Mastella, Latorre, Guido Calvi (ex parlamentare e avvocato di D'Alema) e altre persone. Tra queste persone la più prudente sembrava essere Mastella, perché in quella circostanza si discuteva se predisporre o meno un'ispezione al Palazzo di Giustizia di Milano, ovviamente un'ispezione che avesse come obiettivo la Forleo, visto che certe telefonate che iniziavano ad essere trascritte preoccupavano diverse persone. Mastella è stato più prudente degli altri perché di fronte all'idea di predisporre un'ispezione avrebbe detto che era giusto attendere le determinazioni di altre e più alte cariche dello Stato. Tradotto dal politichese significava che Mastella riteneva che si potesse procedere soltanto con l'appoggio di altre figure istituzionali, un appello che non si è fatto attendere perché nella stessa giornata, 6 giugno 2007, è immediatamente arrivata una lettera, a firma del Presidente della Camera Bertinotti e del Presidente Senato Marini, che esprimeva la preoccupazione del Parlamento per queste telefonate sulle scalate bancarie.

L'ispezione poi viene eseguita e sappiamo tutti com'è andata a finire, ma in quell'estate caldissima del 2007 succedono altre cose: alla Forleo arrivano minacce, proiettili calibro 38, viene incendiato il raccolto dell'azienda agricola di famiglia in Puglia, e soprattutto che venga preannunciata la morte con una lettera anonima di entrambi i genitori della Forleo, cosa che avviene in uno strano incidente stradale nel quale i suoi genitori muoiono e il marito della stessa Forleo finisce addirittura in coma. Nello stesso periodo, la Forleo viene denunciata da un tenente dei carabinieri di Francavilla Fontana, comune popoloso della provincia di Brindisi in cui la Forleo è nata, per presunte offese nei confronti di questo tenente incaricato delle indagini sulla morte dei genitori del giudice. In questa vicenda accade un'altra cosa strana: a denunciarla, insieme al tenente dei carabinieri, è anche Alberto Santacaterina, pm della procura di Brindisi, che oggi, per questa vicenda, a sua volta denunciato dalla Forleo, è stato rinviato a giudizio a Potenza per abuso d'ufficio e falso ideologico.

Nonostante tutto questo e nonostante sia chiaro a tutti che con la Forleo sono in tanti a dover chiudere i conti, nonostante sia chiaro a tutti che sia stata disinnescata sul piano giudiziario adesso si vorrebbe annichilirla sul piano umano e personale, il 25 aprile arriva una telefonata da un maresciallo dei carabinieri che la informa di due provvedimenti. Non solo non si fa una notifica, come chiede la legge, personalmente nelle mani della Forleo, ma con una telefonata le si comunicano due cose: un provvedimento, a firma del prefetto di Milano Gianvalerio Lombardi, con il quale si revoca la tutela alla Forleo e si mantiene invece un servizio di vigilanza radiocomandata con l'abitazione di Milano; un altro provvedimento, che sembra contraddire il primo, con la quale il prefetto di Cremona, Bruno di Clarafond, comunica che non soltanto viene revocata la tutela ma viene mantenuto soltanto il servizio di sorveglianza radiocollegato con il tribunale di Cremona.

Tutto questo cosa significa? Che Clementina Forleo viene lasciata completamente sola, viene oscurata ogni informazione su ciò che la riguarda, oscurata ogni informazione su ciò che lega la necessaria protezione di questo magistrato, e abrogata ogni memoria recente e meno recente su tutte queste vicende che invece stanno producendo delle conseguenze incredibili e pericolose.

Perché non scriviamo al ministro dell'Interno Maroni, inondando il Ministero dell'Interno di mail, e chiediamo al ministro se non sia il caso di togliere la scorta a Vespa, a Fede, e a quei magistrati e politici a cui la scorta non serve assolutamente, e venga mantenuto il servizio di protezione per un magistrato come Clementina Forleo, soprattutto quando esce dal tribunale di Cremona e va in giro per l'Italia e magari torna nella sua Puglia nella quale sono diversi a non amarla e avere con lei dei conti in sospeso?

Poniamo questo semplice quesito, che possa valere anche per tutti quei magistrati e per tutte quelle persone che sono in prima linea e rischiano davvero senza alcuna scorta ne protezione da esibire come status symbol e segni del potere.



24 Aprile 2009

Una bufala al contrario


Riporto un'intervista telefonica rilasciata oggi in merito alle dimissioni del Procuratore capo di Reggio Emilia, Italo Materia.

Inviato Idv: "Sonia Alfano, si è dimesso il Procuratore capo di Reggio Emilia, Italo Materia, attribuendo la responsabilità ai tuoi attacchi in un recente convegno a Reggio Emilia. Qual'è la tua posizione al riguardo?"

Sonia Alfano: "Io credo che questo sia soltanto un pretesto, probabilmente o per sottrarsi all'azione del CSM, o per uscire un po' da vittima in questa vicenda. Ritengo assolutamente infondati i suoi pretesti. Il dott. Materia non ha reputato opportuno chiarire la sua posizione rispetto alla vicenda della quale portai a conoscenza la cittadinanza reggiana. Non ho fatto attacchi, non ho fatto allusioni, nulla di tutto questo. Io mi sono limitata a fare informazione, e nella fattispecie a leggere un verbale di deposizione dello stesso Italo Materia nell'ambito del processo Lembo. In quella deposizione, Materia dichiara tranquillamente e serenamente che era stato a pranzo con un falso pentito, Luigi Sparacio, in favore del quale aveva rilasciato una relazione che è servita per far continuare ad avere a questa persona dei benefici di legge che non gli spettavano perchè è stato poi ritenuto appunto un falso pentito. Poichè dal punto di vista morale ed etico non reputo corretto che un magistrato abbia questa condotta, in virtù anche del fatto che magistrati di tutt'altra pasta, come Clementina Forleo, sono stati invece messi al bando per aver cercato di attaccare i poteri forti, allora ho semplicemente portato a conoscenza della cittadinanza e anche degli organi di stampa questa vicenda. Lui si è urtato, mi ha insultato su tutte le pagine dei giornali, dicendo che io ero un corvo, che ero arrivata là su commissione.
Io ho riletto i verbali, ho chiesto a Italo Materia un confronto, gli ho chiesto di motivare se per lui fosse normale essere andato a pranzo con un falso pentito. C'è stato solo il silenzio, silenzio che si è invece infranto qualche ora fa, quando ha inviato alla stampa una lettera di dimissioni, dicendo che era colpa mia. Se bastasse questo per far dimettere un magistrato, allora da domani ci metteremmo al lavoro per far dimettere magistrati dal passato molto nebuloso e poco trasparente. Ritengo invece che forse abbia pensato che la sua promozione a Procuratore capo della Repubblica di Bologna potesse essere messa in discussione, e allora per non assumersi le proprie responsabilità, correndo forse anche il rischio di essere oggetto di indagine, abbia cercato di trovare una via d'uscita alternativa
."



3 Aprile 2009

Per l'autonomia della Magistratura


La Magistratura, come la Costituzione italiana prevede, è indipendente e autonoma da ogni altro potere. Dobbiamo difendere con fermezza l'indipendenza e l'autonomia della Magistratura, che non è un privilegio di una casta o di una corporazione di categoria professionale, ma una garanzia per tutti i cittadini. L'articolo 3 della Costituzione sancisce che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Questo è un principio fondamentale, ma per dargli sostanza bisogna far si che la magistratura sia autonoma e indipendente.

Se la Magistratura non è indipendente non si può avere una legge uguale per tutti. Il rischio, nel caso la Magistratura dipendesse dal potere politico, sarebbe avere una giustizia forte con i deboli e debole con i forti. Questo in parte in Italia già avviene, dove abbiamo processi rapidi e celeri nei confronti delle persone più deboli e processi lunghissimi, che spesso terminano con la prescrizione, nei confronti dei colletti bianchi e dei poteri forti.

Ci sono poi, e su questo bisogna vigilare, una serie di tentativi per svuotare e depotenziare questo principio costituzionale attraverso la legge ordinaria. Ad esempio, in Parlamento si discute in questi giorni un disegno di legge molto pericoloso, che vuole impedire che la Magistratura possa investigare di propria iniziativa. Questo è un principio importante, introdotto nel codice nella fine degli anni '80 e voluto da Giovanni Falcone, pubblico ministero titolare delle indagini preliminari, il Dominus delle indagini, e quindi di propria iniziativa, proprio perché è un organo indipendente da ogni altro potere, poter investigare senza avere condizionamenti da parte di nessuno.

Questo disegno di legge prevede che il pubblico ministero possa muoversi solo nel caso di segnalazioni da parte della polizia giudiziaria. Perché è pericoloso? Non perché la polizia giudiziaria non abbia professionalità e capacità, anzi, la mia esperienza di magistrato mi insegna che Magistratura e polizia giudiziaria lavorano assieme per la ricerca della verità e per le esigenze di giustizia, però la polizia ha anche una dipendenza dal potere esecutivo. C'è il rischio che il potere esecutivo decida su quali reati investigare e quali no. E' intuibile che indagini di corruzione, sul malaffare politico e indagini sulla criminalità dei colletti bianchi, non ci possano essere più in questo Paese.

In Europa è importante vigilare affinché i processi non durino tantissimo come in Italia e che ci sia la certezza della pena. Questo è un tema importante, che va consolidato e che può avvenire soltanto con una Magistratura autonoma ed indipendente.

E' importante che questa nuova politica che cerchiamo di rappresentare noi esponenti della società civile, insieme ad Antonio Di Pietro e l'Italia dei Valori, stia vicino ai giudici e ai magistrati impegnati in prima linea. In questi anni abbiamo assistito spesso ad una politica che interviene per ostacolare le attività giudiziarie o, in qualche modo, per cercare di impedirne il naturale decorso. La politica deve stare vicino ai magistrati in prima linea, non solo fornendo loro mezzi e risorse, ma evitando di approvare leggi che ostacolano il funzionamento della giustizia e soprattutto evitando delegittimazioni improprie della Magistratura, cosi come anche tentativi di interferenza nelle attività giudiziarie come sta avvenendo in questi giorni attraverso l'ispezione che il ministro Alfano ha disposto presso la Magistratura barese, che sta facendo indagini importanti in materia di pubblica amministrazione.

Bisogna invertire la rotta: non una politica contro i giudici, ma una politica a favore dei magistrati impegnati in prima linea, e mi riferisco in particolare a quei magistrati che operano in realtà molto difficili come quelle dell'Italia meridionale, la Sicilia, la Calabria e la Campania in particolare.


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31 Marzo 2009

In difesa di Gioacchino Genchi


Sabato 28 marzo ho partecipato, insieme a Salvatore Borsellino e Benny Calasanzio, alla manifestazione nazionale in difesa di Gioacchino Genchi. Pubblico il video ed il testo della mia video testimonianza.

Testo dell'intervento

"Oggi siamo a Roma non soltanto per manifestare la nostra vicinanza e il nostro affetto nei confronti di un servitore fedele dello Stato come Gioacchino Genchi e non come Contrada.

Ma non siamo qui soltanto per dare il nostro affetto e la nostra vicinanza, siamo qui soprattutto per dimostrare a uno Stato che non ha voluto proteggere i propri uomini, li ha mandati a morire e che adesso cerca di far passare attraverso i casi Forleo, De Magistris, e adesso il caso Genchi, di far passare questo paese nel letargo più assoluto.

Genchi è stato descritto come un mostro, Genchi è stato descritto come la persona che ha origliato le telefonate di tutta Italia.

Questo solo ed esclusivamente perché ai poteri e alla casta serviva annientare moralmente questa persona.

Noi vogliamo dimostrare ai poteri forti, a questo sistema criminale, che non soltanto Genchi non è solo, ma che una parte dell'Italia, quella sana, si è svegliata, e che ha già cominciato a presidiare questo Paese, affinché nessuno possa più arrogarsi il diritto di far passare delle leggi o dei decreti criminali e che possa arrogarsi il diritto di parlare in nome di un popolo italiano, che no riconosce, in questo momento, alcune delle più alte cariche dello Stato.

Questo è un momento di assoluta emergenza democratica ed è opportuno, proprio per questo, che tutti gli italiani si sveglino, escano da questa forma di letargo, e che capiscano che sono stati cloroformizzati per troppo tempo.

Questo Paese è veramente in un momento molto particolare. Questo è uno Stato che dopo aver mandato a morire il giudice Paolo Borsellino, di tutti i suoi uomini e centinaia di agenti delle forze dell'ordine, di magistrati, di giornalisti e di cittadini comuni, non solo li ha mandati a morire ma adesso li priva addirittura della giustizia e della verità.

Noi siamo qui soltanto per dire che non ci stiamo, che non staremo zitti, e che questo è soltanto l'inizio di una forte resistenza."



23 Marzo 2009

Caso Parmalat: bastava saper leggere


Beppe Grillo ha ragione da vendere. Sul caso Parmalat ha detto cose con anni di anticipo e solo l'Italia dei Valori lo ha preso sul serio. Non c'era bisogno della palla di vetro per capire che Parmalat avrebbe fatto quella fine. Bastava saper leggere. E' triste che in Italia possa essere solo un comico a lanciare queste denunce mentre le autorità di controllo dormono se non sono addirittura conniventi.

"In quella azienda invece di fare il latte si facevano altre cose", ha detto Grillo questa mattina al processo Parmalat, riferendo inoltre di aver detto ai giudici di una confidenza che gli aveva fatto nel 2001 l'ex manager della Parmalat Barili: "Mi racconto' nel 2001 che debiti di Parmalat erano tali che in un regime di economia normale l'azienda sarebbe fallita l'indomani. Insomma, per il crac Parmalat, bisognerebbe risarcire almeno le mucche".

La cifra del debito, 13.000 miliardi di lire, ha sottolineato Beppe Grillo, erano sul sito della Banca d'Italia ed erano quindi accessibili a tutti, tanto è vero che "quando ho riportato le cifre nei miei spettacoli l'azienda non ha mai protestato".

E' una vergogna. Ma ci sono anche altri dati scandalosi: l'indulto, votato sia da Berlusconi che dal centrosinistra ma non dall'Italia dei Valori, non manderà in galera i bancarottieri truffatori, e i cittadini truffati non potranno neanche esercitare la class action perché il governo continua a rinviarne l'approvazione.


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16 Marzo 2009

L'alba di un nuovo indulto


L'allarme lanciato dal Ministro Alfano, in merito al sovraffolamento carcerario, impone immediatamente una riflessione evidente come il sole: l’indulto è stato un provvedimento inutile per risolvere il problema, ma quanto mai dannoso per la sicurezza dei cittadini. Dunque, ancora una volta, viene confermato che l’Italia dei Valori aveva avuto ragione ad organizzare un strenua opposizione a tale misura.

Alla luce di ciò le parole del ministro Alfano vanno inserite d’ufficio nella categoria lacrime di coccodrillo, dal momento che il suo partito fu uno tra i più strenui sostenitori dell’indulto e contribuì in maniera determinante ad approvarlo con il voto in parlamento.

Poiché il piano carceri è irrealizzabile per mancanza di fondi e per la lunghezza dei tempi di realizzazione, le tante carceri che già esistono rimangono vuoti perché manca il personale per consentire di aprirle, ci domandiamo con preoccupazione se l’allarme di Alfano non voglia preparare il terreno ad un altro indulto.

Certamente va riconosciuto che il governo si sta già dando da fare per ridurre considerevolmente gli arresti. Infatti, se la formula "ne intercetto 10 e ne salvo 90" verrà introdotta nella legge sulle intercettazioni, si farà un passo avanti molto importante in questa direzione.



19 Febbraio 2009

Il referendum fara' giustizia


Da martedi sappiamo che l’avvocato Mills è stato corrotto per rendere falsa testimonianza in due processi che riguardavano Berlusconi e la Fininvest. Questa sentenza ha un convitato di pietra perché per la prima volta nella storia del nostro paese abbiamo la condanna di un corrotto senza avere un corruttore.

La procura di Milano il corruttore l’aveva individuato, proprio in colui che di queste false testimonianze si sarebbe giovato: Silvio Berlusconi. Ma una legge truffaldina varata da un ministro ad hoc, messo lì solo per far questo, ha impedito che si facesse piena giustizia.

Grazie alla Rete la verità si sta diffondendo. Il referendum promosso dall’Italia dei Valori farà giustizia.


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4 Febbraio 2009

Immigrati clandestini: numeri da circo


Il Governo continua a dare i numeri! Per far tornare i conti, dopo che Schifani ha chiesto alla Commissione Bilancio di chiarire quale fosse effettivamente la copertura finanziaria necessaria per il nuovo reato di ingresso e soggiorno illegale, l'Esecutivo dichiara ufficialmente che gli irregolari presenti nel nostro Paese sono 3'660.

E' un'assurdità: o il problema delle presenze irregolari non esiste, o il Governo, come detto, dà letteralmente i numeri. Nell'ultima relazione del ministero degli Interni sulla immigrazione, infatti, è scritto che al 31 luglio 2007 gli irregolari in Italia erano 760'000. Che fine hanno fatto?

La realtà è molto più semplice: siccome il costo per celebrare i processi per il nuovo reato sarà di oltre 400 milioni di euro, mentre la copertura prevista dal Governo è di soli 34 milioni, si è solo tentato di addomesticare i numeri.


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2 Febbraio 2009

Dalla parte di Grechi


Sabato 31 gennaio nelle corti d’appello di tutta Italia si è svolta l’inaugurazione dell’anno Giudiziario. Nel corso della sua relazione il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giuseppe Grechi, ha fatto cenno anche alla vicenda di Eluana Englaro, dal momento che è stata proprio una sentenza della Corte d’Appello di Milano che ha riconosciuto il diritto della famiglia Englaro di interrompere l’alimentazione artificiale somministrata ad Eluana, e con essa a porre fine allo stato vegetativo nel quale la donna versa ormai da 17 anni.

Grechi ha sostenuto che la sentenza della Corte d’Appello non ha invaso il territorio altrui, perché in uno stato di diritto il giudice non può rifiutare una risposta ad una domanda di giustizia che gli viene rivolta. Poiché è la stessa Costituzione che impone la separazione tra poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, le sentenze definitive non possono essere poste nel nulla né dal potere legislativo, né tanto meno dal potere esecutivo.

Questi semplici concetti, che in un paese normale sarebbero considerati un’ovvietà, hanno scatenato la violenta reazione di Maurizio Gasparri.

Gasparri ha accusato il presidente Grechi di attentato alla Costituzione, di essere un eversivo, un nemico del diritto e della democrazia. E chiaramente ha sostenuto che è una vergogna che una persona così ricopra il ruolo di presidente di Corte d’appello.

Esprimo piena e convinta solidarietà al presidente della Corte d'Appello di Milano dottor Grechi per il violento e ingiustificato attacco che gli ha rivolto il Senatore Maurizio Gasparri. Evidentemente Gasparri considera eversive anche la Corte di Cassazione, la Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia Europea, dal momento che tutti questi organi si sono pronunciati a favore della sentenza della corte d'appello di Milano dando torto ai tanti soggetti che hanno sollevato ricorso, e tra questi anche la Camera e il Senato, nei confronti della sentenza su Eluana Englaro.

E' grave che il presidente di un gruppo parlamentare del Senato si rivolga accuse così pesanti e, soprattutto, così evidentemente ingiustificate ad un presidente di corte d'Appello, ma del resto è nota la veemenza di Gasparri, che definì "cloaca" il Csm.



28 Gennaio 2009

L'Alfano smemorato


Riporto il video e il resoconto stenografico del mio intervento alla Camera dei Deputati di ieri, martedi 27 gennaio, in merito alla relazione del ministro della Giustizia dei suoi primi mesi di governo, dove si è dimenticato di citare il primo provvedimento da lui emanato e che porta il suo nome: il "lodo Alfano".
Forse si è vergognato pure lui di quello che ha fatto.

Testo dell'intervento:

"Signor Ministro, ho ascoltato attentamente la sua relazione e proprio per questo non ho preparato preventivamente una risposta, proprio per non essere prevenuto nei suoi confronti.
Debbo innanzitutto complimentarmi con lei per la sua umiltà: ci ha fatto un elenco di provvedimenti di cui si è fatto promotore, ma ne ha dimenticato qualcuno di veramente importante, a cominciare dal primo provvedimento che lei ha emanato e che porta il suo nome, il «lodo Alfano».
Credo bisogna essere orgogliosi di quel che ha fatto: un milione di cittadini non sono d'accordo e hanno proposto un referendum abrogativo; i magistrati che stanno indagando e svolgendo i processi non sono d'accordo e hanno rimesso gli atti alla Corte costituzionale.
Credo che un Ministro che fa una legge che porta il suo nome, abbia tutto il diritto di dire in Parlamento che la rivendica; diversamente agisce, ne prendo atto, una persona che invece vorrebbe che ce ne dimenticassimo: ho voluto ricordarglielo.
Vorrei anche ricordare un'altra norma che lei, molto umilmente, ha dimenticato di riferire: la «salva-manager». Infatti, con la questione Alitalia, è stata introdotta anche quella norma in base alla quale, in questo periodo transitorio, si può fare tutto ciò che si vuole. In questi giorni, in queste ore, apprendiamo che decine di migliaia di persone, di cittadini piccoli risparmiatori che hanno buttato tutti i loro risparmi a mare, non possono prendersela con nessuno, nemmeno con quelle operazioni da insider trading compiute anche da qualche esponente di Governo che, ogni mattina, a seconda che si trovasse in Germania o in Francia, dava in vendita Alitalia a questo o a quell'altro e che, soprattutto, ha continuato a dire che Alitalia era viva quando, invece, è stata dichiarata fallita.
Credo che lei, che ha anche una competenza specifica su questa materia, dovrebbe fare una nota sul fallimento sostanziale di Alitalia perché, credo che lei lo sappia meglio di me, i libri sono al tribunale fallimentare di Roma, non altrove, e il commissario Fantozzi è un curatore che ha, a tutti gli effetti, le stesse responsabilità del curatore fallimentare, salvo quella penale.
Mi dispiace anche (anzi non mi dispiace, ma ne prendo atto) della sua umiltà di non aver ricordato neanche la norma cosiddetta «salva ministri», quel lodo Consolo che stiamo portando avanti in Commissione giustizia tutti giorni, e credo che il suo parere ci interessi molto.
Ci interessa, infatti, sapere se, anche con riferimento a questo provvedimento, vuole andare avanti e mettere la sua firma. Ci sono molti Ministri che si sono sentiti offesi: «Perché a lui sì ed a noi no? Perché a lui il lodo Alfano ed a noi no il lodo Consolo (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)»?
Vorrei anche ricordare - ed allo stesso tempo vorrei complimentarmi ancora una volta per la sua umiltà - che lei, ancora oggi, ha detto che vuole presentare un altro provvedimento sulle intercettazioni su cui si sta discutendo. Ci sentiamo un po' presi in giro, in realtà, perché in Commissione giustizia ne stiamo già discutendo uno. Mentre discutiamo un provvedimento voi ci annunciate che ne presenterete un altro: allora, che stiamo facendo lì, stiamo giocando? Quel provvedimento all'esame della Commissione giustizia non va bene perché è troppo «pro-magistrati» e lo volete annacquare ancora di più?
Allora, è bene che glielo ricordi, signor Ministro, proprio perché possa apporre il suo nome a quel nuovo provvedimento sulle intercettazioni che vuol presentare, salvo che non lo voglia lasciare direttamente alla Presidenza del Consiglio (perché forse a «lui» interessa di più). È bene che le ricordi che questo provvedimento sulle intercettazioni non ha affatto contenuti di poco conto: esso prevede un tempo e una durata massima per le intercettazioni, sicché ogni latitante d'ora in poi saprà che dopo 15 giorni, grazie a Dio, potrà telefonare e ordinare al ristorante il piatto prelibato, in quanto sarà sicuro di non essere più intercettato.
Lo stesso vale per ogni persona che commette uno dei tanti reati, purché la pena prevista per gli stessi non sia superiore a dieci anni e, quindi, per la maggior parte dei reati.
«Lo so bene», lei ha affermato, «ma noi vogliamo combattere le associazioni mafiose e camorristiche». Ma se non volete neanche intercettarle (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
«Lo so bene», voi dite, «ma per quelle associazioni le intercettazioni sono possibili».
No, signor Ministro, non è possibile intercettarle, perché chi ha un po' di conoscenza delle tecniche investigative sa che un'investigazione non nasce sull'associazione, ma sul reato concreto il quale, sommato ad altri reati e moltiplicato per le persone che li commettono, una volta individuata l'identità del progetto criminoso, solo alla fine, fa scoprire l'associazione.
Allora, non prendiamoci in giro: voi non volete sconfiggere le associazioni criminali, non volete neanche scoprirle, perché non volete dare ai magistrati neanche il permesso di utilizzare le intercettazioni!
Addirittura siete arrivati al punto in cui le intercettazioni ambientali non si possono fare più se non per il caso concreto e specifico di un'attività criminosa in corso, non solo quando avvengono presso l'abitazione (e questo è comprensibile), ma anche quando avvengono al bar, quando avvengono in strada o quando avvengono in piazza. Insomma, le intercettazioni ambientali «non s'hanno da fare» perché se uno parla, anche per strada, non può esser ascoltato.
Allora, come si scoprono i reati? Questi sono i reati che si scoprono il giorno dopo, quando non è più possibile scoprirli.
Le dico ciò, signor Ministro, perché la sua relazione è una fotografia, è una fotografia della situazione di assoluta impossibilità per la giustizia di funzionare. Tuttavia, in concreto lei non ci ha offerto una proposta di soluzione; o, meglio, ha affermato che farà un esperimento sull'informatica con i fondi FAS, i fondi infrastrutturali.
Paradossalmente, i fondi veri, quelli che dovrebbero servire per la giustizia sono quelli provenienti dai reati. Non so se lo ricorda, signor Ministro, in quanto lo ha detto, ma l'ha fatto en passant. Lei ha affermato che quelle risorse serviranno per costituire il fondo giustizia. Peccato, però, che poi abbiamo approvato una serie di norme in cui si è affermato che tali fondi non sono destinati solo alla giustizia, ma anche a molte altre finalità e alla fine, visto mai che dovesse avanzare qualcosa per la giustizia, lo si destina a tale fine, salvo che il Ministro per l'economia e le finanze non ritenga di doverlo destinare ad ulteriori interventi.
Allora non ci prenda in giro! Allo stesso modo ci sentiamo presi in giro quando dice di aver affidato a un commissario il compito di costruire nuove carceri e di sistemare quelle esistenti: ma ci avete messo una lira? Con quali soldi lo farete? Ci avete messo una lira? Oggi lei questo ci doveva dire: se ci ha messo i soldi e dove ha preso i soldi, e non che farà appalti più svelti. Li può fare svelti quanto vuole, ma se non vengono pagati non li faranno i lavori (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
Signor Ministro, vorremmo ricordarle che, per far funzionare la giustizia, queste sono le nostre proposte; gliele facciamo noi, signor Ministro, hai visto mai! Lei ci ha detto che ha fatto qualche disegno di legge che giace (salvo il lodo Alfano, il lodo Consolo, il provvedimento sulle intercettazioni, il lodo salva-manager) e si discute in Parlamento. Noi le abbiamo preparato ventuno disegni di legge ed io le ho anche scritto una lettera personale per poterne discutere insieme. Abbiamo avanzato una serie di proposte ben chiare. Se volete far funzionare la giustizia ci vogliono, innanzitutto, le risorse finanziarie e queste ultime, signor Ministro (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania), a differenza del Governo precedente, sono state ridotte in bilancio del 27 per cento!
Non potete fare funzionare meglio la giustizia se riducete i fondi per far funzionare la giustizia: questa è logica matematica! Dovevate fare una proposta per risistemare l'organizzazione territoriale delle circoscrizioni giudiziarie. Ci sono un mare di tribunali piccoli (almeno un centinaio) che spendono tanti soldi soltanto perché devono sistemare l'urgenza e l'emergenza, ma non sono in grado di funzionare. Meno male che la criminalità organizzata non scopre ancora che si può sistemare territorialmente nei luoghi dove funziona il tribunale piccolo. Dite che ci sono la DDA e la DIA, ma solo dopo che si è scoperta la criminalità organizzata, perché fino a quando non si scopre deve procedere il tribunale piccolo il quale non ha, non dico quello che gli occorre per intercettare, ma nemmeno la benzina per la macchina, ma che dico, manco la carta da scrivere, ma che dico, manco la carta del cesso (Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)!
Ecco perché le risorse finanziarie sono necessarie, signor Ministro, così come (non l'ho detto io, ma i magistrati di Venezia, i quali si sono lamentati di questo per cui vi potete arrabbiare quanto vi pare) ci vuole un aumento delle risorse del personale.
Lei ha accennato che sistemerete anche le magistrature onorarie. Ma non è più urgente sistemare le magistrature onorarie piuttosto che i lodi salva-questo e salva quell'altro? Non possiamo pensare a vedere come agire per fare in modo che magistrati, magari bravissimi, come quelli militari possano servire a qualche cosa, visto che adesso non esiste più la naia?
Riteniamo che i fondi provenienti da reato debbano essere tutti destinati al fondo giustizia, che l'ufficio del processo debba essere un ufficio fondamentale, che la riduzione dei gradi di giudizio sia un passo che dobbiamo compiere il più presto possibile.
Riteniamo, certo, importante che le strutture penitenziarie possano e debbano aumentare e vi daremo il nostro sostegno se vi decidete a farle e al più presto, mettendoci i soldi, per l'appunto.
Ecco perché dico che la sua relazione è la fotografia dello stato dell'essere. Abbiamo bisogno di un Ministro della giustizia, invece, che ci indichi come fare per far funzionare meglio la macchina della giustizia.
Lei ci ha detto, all'inizio del suo discorso, che nel rapporto tra il Ministro e la magistratura al Ministro spetta la responsabilità dell'organizzazione. Ha rivendicato il ruolo di responsabile dell'organizzazione ed ha ragione, ma lo eserciti! Finora, si è esercitato molto nelle attività di inchiesta disciplinare nei confronti dei magistrati facendo di tutta l'erba un fascio. Credo sia necessario che si impegni anche per far funzionare l'organizzazione della giustizia e la macchina ordinaria della giustizia.
Per questi motivi, siamo delusi dal suo discorso. Infatti, si tratta di un discorso che semplicemente spiega come sta la giustizia e, alla fine, sostiene che si vorrebbe che la giustizia funzionasse (non abbiamo capito per chi). Lei, addirittura, ha indicato una serie di successi dell'articolo 416-bis nei confronti delle associazioni criminali.
Noi riteniamo che abbia fatto bene a restringere le possibilità di dialogo dei detenuti criminali mafiosi con il mondo esterno, ma non possiamo condividere l'idea per la quale si fa una norma e se, quando il magistrato la applica, la norma non convince, si prende di mira il magistrato e non la norma.
Ecco perché rispondiamo positivamente al suo appello «miglioriamo la giustizia per migliorare l'Italia». Il problema di fondo è che mi pare che, fino ad ora, l'attività di questo Governo (e anche i provvedimenti presi) non hanno migliorato né la giustizia, né l'Italia e, ogni volta che la giustizia cerca di fare qualcosa in più per scoprire come stanno in realtà le cose, si impedisce e si mette la museruola ai magistrati.
Guardi, per esempio, cosa ha fatto da ultimo con riferimento alle sedi disagiate. Non condividiamo questa idea sulla base della quale nelle sedi disagiate con attività monocratiche ci debbano andare soltanto i magistrati che abbiano un'esperienza passata (come se questo sia l'unico elemento di valutazione) e non i magistrati di prima nomina.
Citando Beccaria, lei ha detto che il processo è già una pena. Le ricordo, senza scomodare Beccaria, che la prima pena la subisce la vittima del reato e a questa dobbiamo pensare insieme all'imputato (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
"


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21 Gennaio 2009

Da Piazza Navona a Piazza Farnese


Why not non s’ha da fare.

E’ toccato al pm Luigi De Magistris, a cui fu avocata l’indagine e poi trasferito. E’ toccato al procuratore capo di Salerno Luigi Apicella con sospensione dalle funzioni e dallo stipendio. E’ toccato infine, con un trasferimento cautelare, ai due pm di Salerno, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, che indagavano sulle ragioni per cui era stato impedito da De Magistris di fare il suo lavoro.

Quello che sta avvenendo sa dell’incredibile, e quella su Apicella è una decisione senza precedenti. il Consiglio Superiore della Magistratura che ha eseguito gli ordini del ministro dell’Ingiustizia Angelino Alfano.

Le ragioni della richiesta di sospensione per bocca di Alfano sono “gli atti abnormi – riferendosi al decreto di perquisizione e sequestro disposto dai pm di Salerno gli atti dell’indagine Why Not, atti mai rilasciati alla Procura di Salerno da quella di Catanzaro – nell'ottica di una acritica difesa del De Magistris con l'intento di ricelebrare i processi a lui avocati”. Parole senza senso, che un uomo di legge, quale lui dovrebbe essere, non avrebbe mai pronunciato.

In sostanza Angelino Alfano ha messo in discussione il contenuto di un atto, la perquisizione e il sequestro chiesti dal Procuratore capo di Salerno Luigi Apicella, invece di lasciarlo impugnare davanti al Riesame o davanti alla Cassazione dagli indagati perquisiti. Atto (decreto di perquisizione e sequestro) che per lo più, successivamente, il tribunale del Riesame di Salerno, nel silenzio mediatico più assordante, ha ritenuto legittimo. Quanto accaduto è un fatto gravissimo. Unico nella storia della nostra democrazia.

Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 Italia dei Valori ed io personalmente parteciperemo unitamente all’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia, ad altre associazioni e ai cittadini alla manifestazione in Piazza Farnese a Roma a sostegno del Procuratore Capo di Salerno, Luigi Apicella. Chi ci vuole stare batta un colpo.

Iscrivetevi alla Manifestazione su Facebook (link).


diretta.gifPer chi non sarà presente, invito a seguire la giornata in diretta streaming dal Blog o dal sito www.italiadeivalori.it.


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7 Gennaio 2009

L'amarezza degli ulivisti


Riportiamo una notizia d'agenzia che esprime il pensiero di Arturo Parisi sull'iniziativa di referendum dell'Italia dei Valori contro il Lodo Alfano. Come molti di voi sapranno, oggi una delegazione dell'Italia dei Valori ha depositato in Cassazione (guarda il video: referendum, un dovere civile) le firme per il referendum. Firme raccolte in tutta Italia. Firme per la libertà. Firme per la democrazia. Firme per rendere "tutti uguali di fronte alla legge".
Il pensiero di Parisi ci lusinga e ne condividiamo gran parte delle parole che sono espressione degli italiani che appartengono al popolo della democrazia.

Testo agenzia:

"Dobbiamo rinnovare purtroppo la nostra amarezza per la decisione dei dirigenti del Pd di non prendere parte all’iniziativa" per promuovere un referendum contro il Lodo Alfano. Lo scrive Arturo Parisi in un articolo che sara' pubblicato domani sul Riformista. Parisi sottolinea che oggi Di Pietro ha consegnato in Cassazione "le firme di più di un milione di cittadini che chiedono l'indizione di un referendum per l'abrogazione del Lodo Alfano. Questo risultato - aggiunge - premia certamente l'impegno politico e la capacità organizzativa dell'Italia dei Valori che di questo referendum e' stato da subito il primo promotore. Di questa iniziativa gli ulivisti che all'interno del Pd si battono da "Democratici per la Democrazia" hanno condiviso da subito lo spirito e l'idea. Ad essa hanno partecipato con convinzione incoraggiando i democratici a prender parte ai comitati che si sono costituiti nei diversi territori, promuovendo essi stessi la raccolta delle firme, e ancor più sottoscrivendo la richiesta senza alcun riguardo alla connotazione partitica degli organizzatori".
"I cittadini hanno risposto - continua l'ex ministro - e tra essi in prima fila gli elettori democratici. Il risultato di oggi e' perciò per noi già di per sé una vittoria della democrazia".
"Mentre condividiamo con Idv e con le altre forze che a questo fine si sono spese la soddisfazione per questo risultato - prosegue Parisi - dobbiamo rinnovare purtroppo la nostra amarezza per la decisione dei dirigenti del Pd di non prendere parte alla iniziativa. Non si può riconoscere nella uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge un principio inderogabile della nostra Costituzione e rifiutare una iniziativa con l'argomento della possibile sconfitta.


Rifiutare di battersi e' già di per sé una sconfitta. Rifiutare di continuare la lotta su una questione che in Parlamento abbiamo denunciato con parole quanto mai severe, equivale a trasformare una sconfitta provvisoria in una sconfitta definitiva
".


"Come dicemmo fin dall'inizio - aggiunge Parisi - anche a proposito della discutibile e discussa iniziativa di Piazza Navona, non si può alimentare l'indignazione per le forzature e la torsione antidemocratica impressa da Berlusconi al nostro sistema politico e poi non dar seguito a questo con una azione adeguata all'interno delle istituzioni. Non si possono spingere i nostri elettori nelle piazze e avanti ai banchetti e lasciarli poi da soli o in mani altrui. Se una domanda non trova risposta nelle istituzioni, prima o poi la cerca fuori di esse. L'istituto referendario e' stato pensato dai nostri costituenti appunto per questo. Per questo il risultato di oggi - conclude - e' una vittoria della democrazia".



6 Gennaio 2009

Giustizia: vaniloquio di governo


Quando qualcosa non funziona o funziona male, chi ha la responsabilità non può limitarsi a ripetere che le cose non funzionano o funzionano male. Chi ha responsabilità di governo deve, invece, proporre soluzioni e discuterle. Quello che avviene per la Giustizia è esattamente una sterile denuncia arcinota da anni. Il governo non propone, limitandosi a partecipare al lamento.

L’Italia dei Valori, sin dal 16 maggio 2008, ha presentato numerose proposte di legge per migliorare il sistema giustizia. Le nostre proposte di legge (in numero di 21) sono facilmente consultabili sul nostro sito. La ricerca ha la seguente procedura: cliccate sulla vice “i 42 parlamentari IDV”, poi cliccate sul mio nome, poi cliccate sulla voce “iniziativa legislativa” (i numeri dei disegni sono: 579, 580, 581, 582, 583, 584, 586, 838, 1004, oltre altri disegni su materie più specifiche. Potrete, disegno per disegno, leggere la relazione, l’articolato e lo stato di lavoro). I disegni di legge sono tra l’altro sulla modifica del processo penale, sul processo civile, sul processo del lavoro, sul processo fallimentare, sull’istituzione dell’ufficio per il processo e la riorganizzazione delle cancellerie, sul testo unico per le misure di prevenzione antimafia, etc.

Sono state già approvate dal Senato (lo scorso 22 dicembre) le nostre proposte di legge per l’istituzione della banca dati del DNA (n. 586) e per disciplinare il prelievo per l’estrazione del profilo del DNA (n. 580), nonché il DDL 853. L’esame dei nostri disegni di legge sulla riforma del processo penale, sull’ufficio per il processo e la riorganizzazione delle cancellerie e sul testo unico per le misure di prevenzione antimafia, è già iniziato (da ottobre) in Commissione Giustizia del Senato. Peraltro, proprio su mia richiesta, il Presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha sollecitato il Governo a presentare le sue proposte. Ha fatto il sollecito a ottobre 2008, ma il Governo non ha ancora risposto. A fronte della concretezza delle nostre proposte di legge, il Governo, la maggioranza e il PD discutono se sia o meno possibile discutere insieme sulle riforme della giustizia e sulla forma del tavolo. È un teatrino. Ma di cosa dovrebbero discutere, se ancora non sono state presentate proposte, ossia disegni di legge? È veramente una situazione surreale.

Il luogo ove si discutono le riforme legislative, è il Parlamento. In Parlamento ci sono le proposte di legge dell’Italia dei Valori, ma la maggioranza (e il governo) cercano tavoli per discutere del niente col PD. Proprio del niente, perché non esistono altre proposte di legge, oltre quelle dell’Italia dei Valori.

Il problema è, però, molto più complesso. Partiamo da una considerazione: non esistono riforme che possano farsi a costo zero. Il governo e la maggioranza hanno, con la finanziaria, tagliato le risorse per la Giustizia nella misura del 20% per il 2009, del 30% per il 2010 e del 40,5% per il 2011. Poi il Governo ha tagliato il personale della giustizia del 10%. Nel nostro paese pendono circa 10 milioni di processi (Spagna, Francia e Inghilterra hanno, tutte insieme, lo stesso numero di processi) e i magistrati togati sono 8000 (meno di un terzo di quanti ne hanno la Spagna, la Francia e l’Inghilterra, messe insieme).

La cruda realtà dei numeri, imporrebbe serietà di analisi e di proposte, oltre che di risorse. Alcune cose possono però farsi senza risorse (ad esempio le notifiche – per il difetto di notifica saltano il 13% dei processi – con la posta elettronica certificata). Nel nostro disegno di legge n. 584 (perché ci vuole una legge) questo si prevede e disciplina.

Noi siamo il partito del fare, con umiltà e pronti al confronto e ai contributi migliorativi. Ma loro parlano, parlano, parlano. Sono parole al vento. Sono una presa in giro dei cittadini. Un vaniloquio irrispettoso.


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26 Dicembre 2008

Siamo eversori, ma ci copiano


Ancora una volta, come per la quasi totalità delle norme sulla sicurezza e di quelle per la riforma del processo civile, il governo ricalca pedissequamente i disegni di legge presentati dall'Italia dei Valori: è accaduto anche per il ddl approvato lunedì 22 dicembre e relativo all'istituzione della banca dati del DNA.

Esprimo la mia soddisfazione per il varo del provvedimento che rappresenta uno strumento di enorme interesse per le forze dell'ordine, la magistratura e, quindi, per i cittadini.

La prassi della ricopiatura dei nostri disegni di legge da parte del Governo è destinata ad incrementarsi. Ricordo come il ddl, presentato dall'Italia dei Valori lo scorso 16 maggio, sia stato condiviso dal Governo (che ne ha presentato a luglio un testo "fotocopia") e da altri parlamentari proponenti.

La verità è che il Governo e la maggioranza non possono prescindere dalle proposte del nostro partito in materia di Giustizia. Il voto di lunedi è la più manifesta dimostrazione della strumentalità dell'accusa di eversione che ci viene fatta.

Insomma, siamo eversori, ma ci copiano!


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20 Dicembre 2008

Class Action: l'ennesimo slittamento


Italia dei Valori e' stanca di assistere alla politica scriteriata di un esecutivo che ha a cuore solo gli interessi del proprio presidente e quelli di chi commette illeciti finanziari. L'ulteriore slittamento della class action, appena stabilito dal consiglio dei ministri, ne da' conferma.

Non bastava la restrizione del campo d'azione per l'azione collettiva che introdurranno con un emendamento che, con la forte limitazione alla retroattivita', vietera' il ricorso collettivo sulle note vicende che hanno colpito i risparmiatori, quali Cirio, Parmalat e altre. Adesso arriva anche un nuovo slittamento.

Lo scandaloso rinvio della class action risulta ancora piu' grave alla luce della condanna a 10 anni di Tanzi e di un'altra ventina di persone, che pone un primo punto fermo su un furto da 14 miliardi di euro a danno di 40.000 piccoli risparmiatori che hanno perso tutto.

I truffatori ora sono chiamati a pagare il loro conto con la giustizia, ma non quello con i risparmiatori truffati. La nostra impressione, sempre piu' fondata, e' che il governo si stia impegnando con una serie di mosse strategiche per salvare i furbi e danneggiare gli onesti cittadini, aiutare i forti e calpestare i deboli.

Di fronte ad una vicenda cosi' grave la maggioranza che governa il nostro paese risponde con il rinvio della class action, unica speranza per i risparmiatori ed il tentativo, mai sopito, di salvare Tanzi, come i 'boiardi' delle aziende pubbliche, Alitalia e Cirio in testa.

Italia dei Valori non ci sta e fara' tutto quanto e' in suo potere a livello parlamentare per bloccare questa ennesima porcata.


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19 Dicembre 2008

La Casta non puo' difendersi


Chiedono all'Italia dei Valori perché preme sempre l'acceleratore sulla questione morale. Vedete amici, per far politica bisogna essere capaci e trasparenti, innanzitutto persone per bene con una forte professionalità.

E' una fase difficile per il nostro Paese, sotto il profilo economico, sotto il profilo politico e sotto il profilo etico. Scandali che coinvolgono ormai trasversalmente tutte le formazioni politiche, tranne l'Italia dei Valori, che fa di questa sua battaglia sulla trasparenza e sull'impegno delle regole la sua battaglia di civiltà.

La politica deve rigenerarsi. Non si può pensare di riformare la politica mantenendo in piedi le stesse facce. Se ci sono persone indagate, o rinviate a giudizio, i partiti abbiano il coraggio di metterle da parte, ed impongano ai loro sindaci, ai presidenti di provincia e di regione di dimettersi, perché se non ripartiamo da un bagno di umiltà non salveremo questo Paese.

E mentre la magistratura scopre scandali e corruzione, in Toscana piuttosto che in Liguria, in Basilicata piuttosto che in Campania, o in Abruzzo, cosa pensa di fare la politica in questo momento? La riforma della Giustizia, per mettere sotto i tacchi del potere esecutivo innanzitutto, e delle forze politiche, l'intero sistema giudiziario.

Noi facciamo un appello al Presidente Napolitano: non è questa la riforma della Giustizia che i cittadini chiedono. I cittadini vogliono processi più veloci, la certezza della pena, e recuperare i loro crediti in tempo reale.

L'Italia dei Valori ha presentato la sua riforma della Giustizia in Parlamento, ma non gioca sulla riforma del CSM ne sul controllo del Pubblico ministero. Noi chiediamo di abbreviare i tempi processuali, di evitare che gli avvocati e gli imputati allunghino i tempi fino a far prescrivere i reati. Vogliamo quindi più personale nella magistratura, nelle cancellerie, e più investimenti nelle tecnologie. In questa maniera, i tempi si abbreviano, e invece questo governo taglia i fondi per la Giustizia, taglia i fondi sul personale e pretende di fare la riforma perché ha paura che la classe politica venga messa sotto la lente d'ingrandimento. L'Italia dei Valori non ha queste perplessità.

L'Italia dei Valori chiede al Presidente Napolitano di essere garante delle istituzioni, garante delle separazioni dei poteri, ma soprattutto garante dei cittadini, che non capirebbero una riforma della Giustizia fatta contro i magistrati. I cittadini vogliono una legge uguale per tutti, e per questo l'Italia dei Valori si è impegnata per il referendum abrogativo contro il Lodo Alfano. Ne le quattro più alte cariche dello Stato, ne i ministri, ne i parlamentari, possono essere sciolti dal rispetto delle leggi. La gente queste cose le capisce, e non è possibile che le consideri e metta tutti sullo stesso piano. L'Italia dei Valori continuerà questa battaglia, che sarà durissima.

Questo fascicolo è stato presentato davanti alla Giunta per l'autorizzazione a procedere della Camera. Tutto questo pacchetto è stato licenziato in 24 ore, dopo mesi e mesi di indagini. La Casta non può difendersi: se vi è un'indagine giudiziaria su un parlamentare, il parlamentare, come tutti i cittadini, deve difendersi nelle aule giudiziarie e non contro i magistrati. Riteniamo che i processi si devono fare, e ci sono i gradi di giudizio che garantiscono agli imputati di difendersi. Il Presidente Di Pietro ha fatto un passo indietro, quando era Ministro della Repubblica, perché sottoposto ad una serie di indagini, tutte pilotate, da cui si è difeso, cosi che i cittadini italiani hanno capito che l'Italia dei Valori, il suo leader e i suoi parlamentari lavorano nell'interesse della gente. E' questo il nostro impegno. Per questo chiediamo al Presidente della Repubblica di guardare con attenzione a ciò che succede nel Paese.


Postato da Felice Belisario in | Commenti (77) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

18 Dicembre 2008

Margiotta: un solo si a procedere


La Giunta per le autorizzazioni è un organismo che scaturisce dalla vecchia previsione costituzionale dell'impossibilità di arresto dei parlamentari, poi sostituita con l'introduzione dell'autorizzazione a procedere, che la Camera deve dare.

Il legislatore aveva previsto che i parlamentari non potessero essere arrestati, quindi sottratti al loro lavoro di parlamentari, per garantire che non vi fosse un'alterazione tra il risultato elettorale e le rappresentanze del corpo elettorale. Se c'è una maggioranza, per esempio, di tre parlamentari, eletti dal popolo italiano, e questa maggioranza, per fatti non fondati, potesse vedere arrestati 5 parlamentari: in quel caso la maggioranza diventerebbe minoranza. Qual'era lo scopo del legislatore? Mettere in condizione i parlamentari di non poter essere arrestati per non poter essere alterato il rapporto che deriva dal mandato elettorale. Questo era in origine la previsione, poi vi è stata la riforma secondo la quale, in presenza di determinate fattispecie, occorre l'autorizzazione della Camera di competenza per procedere.

Noi abbiamo sostenuto due tesi in Giunta. Nella prima, la Giunta doveva soltanto verificare che non vi fossero interventi che limitassero la libertà personale tendenti ad alterare il rapporto che ne usciva dal corpo elettorale, senza entrare nel merito delle contestazioni mosse al soggetto. Le prove e/o le ipotesi di reato appartengono esclusivamente ai magistrati che procedono, e la Camera non può diventare un altro giudice in più rispetto ai giudici che la Costituzione ha previsto. La verifica che deve fare, in questa occasione, è se vi è o meno l'infondatezza totale del provvedimento che limita la libertà personale ai fini della notifica degli equilibri cosi come sono usciti dal corpo elettorale. E' abbastanza agevole capire che, in questa situazione dei numeri del Parlamento, la privazione di un voto, o anche se fossero dieci, per la minoranza non altera il rapporto che il corpo elettorale ha determinato, e quindi non si verifica la preoccupazione che il legislatore si era posto.

Nella Giunta per le autorizzazioni di stamattina, c'era da parte di un magistrato, procedente nei confronti dell'On. Margiotta, una richiesta di custodia cautelare domiciliare per le motivazioni che egli ritiene di aver sviluppato nel corso delle indagini e nel corso del provvedimento con il qualche ha chiesto alla Camera l'autorizzazione.
Ferma restante che la necessità che l'On. Margiotta dimostri in tutte le sedi la sua estraneità ai fatti contestati, e considerando il fatto che la sottrazione di un numero rispetto agli attuali equilibri di forza nel Parlamento non si altera il rapporto che il popolo ha fissato con le elezioni, abbiamo ritenuto di non ostacolare la richiesta del magistrato, e quindi consentire alla magistratura di svolgere il suo lavoro in quanto organo autonomo rispetto a quello politico.

A breve il resto dell'intervento


Postato da Aniello Formisano in | Commenti (57) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

11 Dicembre 2008

Una lezione dagli Usa


Chi in Italia sproloquia sulla necessità di riformare la giustizia con il fine unico di sterilizzare i poteri della magistratura, ma soprattutto chi ancora pensa di poter dialogare su questo tema, farebbe bene a prendere esempio dagli Usa.

Il governatore dell’Illinois ha provato a mettere all’asta il seggio senatoriale di Obama in cambio di tangenti, e l’FBI in un batter d’occhio prima ha scoperto il tentativo con le intercettazioni e poi l’ha sbattuto in carcere ed ora rischia una condanna a venti anni.

Soprattutto, non c’è stato un Democratico dell’Illinois, ad iniziare da Obama, che si sia azzardato a criticare l’operato delle polizia federale e della magistratura.

Dagli Usa, ancora una volta, il nostro paese e i garantisti pelosi hanno molto da imparare, non per quanto riguarda la corruzione, che esiste forse in misura maggiore che in Italia, ma per come si combatte e, soprattutto, per come si fa rispettare la legge.

Da noi tra Lodo Alfano, autorizzazioni a procedere e immunità varie il buon Blagojevic avrebbe incassato la sua mega mazzetta e avrebbe vissuto felice e contento.



5 Dicembre 2008

Why Not deve andare avanti


Nel tentativo di spargere fango, in modo che non si distingua l’erba buona da quella cattiva, oggi alcune agenzie stampa hanno riportato quanto segue:

DE MAGISTRIS: SALADINO, HO AVUTO RAPPORTI ANCHE CON DI PIETRO
…In effetti anche con l'On. Di Pietro ho avuto pregressi rapporti fino alla data in cui non mi e' stato notificato il primo avviso di garanzia, ragion per cui ho comunicato ad un soggetto attualmente vicino a Di Pietro come fosse inopportuno l'incontro precedentemente fissato, proprio per non creare imbarazzo all'On. Di Pietro". Lo afferma Antonio Saladino, imprenditore ed ex presidente della Compagnia delle Opere in Calabria, principale indagato dell'inchiesta Why Not…”


Si vuol fare di tutta l’erba un fascio, al fine di confondere le idee, e buttare all’aria tutta l’inchiesta? Tra l’altro, queste notizie circolavano già in rete da parecchi mesi e non mi sembra che abbiano mai avuto chissà quale rilievo. Non so se Saladino abbia commesso qualcosa di penalmente rilevante e mi auguro, per lui e per il Paese, che non sia così. Certo è che i miei rapporti con lui non sono stati né opachi né illeciti. Non sono solo io a dirlo. Ecco, infatti, cosa hanno riportato alcune agenzie on line all’epoca, circa i miei sporadici, e solo per fini elettorali, incontri con lui:

“…Il nome di Di Pietro compare sull’agenda di Saladino, le cui copie circolano nella redazione di un grande settimanale della sinistra italiana. In esse sono annotati tre incontri: un primo avvenuto durante la prima campagna elettorale (2001) del leader del neonato partito dell’Italia dei Valori. Di Pietro e Saladino si incontrarono all’aeroporto di Lamezia Terme e viaggiarono insieme fino all’hotel Capo Suvero di Gizzeria (Catanzaro). Si discuteva di politica e Di Pietro propose a Saladino un accordo di tipo elettorale. La cosa, però, non andò a buon fine e non se ne fece nulla. Un secondo contatto avvenne invece in occasione della campagna per le politiche del 2006, e i due si ritrovarono a Roma. Era presente all’incontro anche un aspirante candidato nelle liste di Di Pietro e il leader dell’Italia dei Valori chiese di nuovo a Saladino se fosse interessato ad accordi di tipo politico. Ma, anche questa volta, la proposta non sortì effetti. Un terzo abboccamento avrebbe dovuto svolgersi invece nel marzo dell’anno scorso, quando già era scoppiato il caso Why not. Un intermediario, che lavorava nella segreteria di Nicola Mancino, si fece avanti con Saladino per chiedere un incontro. Ma fu lo stesso imprenditore a suggerire di rimandare a tempi migliori, anche per evitare imbarazzi all’onorevole Di Pietro…”


Tutto qui. Nient’altro che incontri elettorali, senza alcun altro fine. Ed allora ribadisco che è estremamente necessario ricostruire fatti e rapporti di persone citate nell’inchiesta. Chi, come me, non ha nulla da nascondere non può che auspicare che ‘Why Not’ vada avanti. Anzi, buon senso vorrebbe che a proseguire le indagini fosse proprio De Magistris, il magistrato che, avendo iniziato l’indagine, conosce a menadito tutte le carte ed ogni risvolto processuale. E’ un’inchiesta che non deve essere lasciata nel limbo perché, ogni giorno, vengono tirate in ballo centinaia di persone, a volte a proposito, ma tante altre a sproposito.
Solo la magistratura può dipanare la matassa tra rapporti leciti e illeciti. Se non può più farlo De Magistris lo si lasci fare alla Procura della Repubblica di Salerno che ha dimostrato con i fatti di non aver timore reverenziale per nessuno.


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26 Novembre 2008

Parliamo di Camorra


Durante un dibattito alla Camera dei Deputati, ho formulato una precisa richiesta al Presidente della Camera Gianfranco Fini, ovvero di convocare una seduta monotematica che trattasse esclusivamente dei rapporti tra Camorra e politica.

Da quindici giorni non ho avuto alcuna risposta. Non so perché, non vogliono portare davvero l'attenzione, alla Camera dei Deputati, sul problema della Camorra e della criminalità organizzata in Campania e nel Mezzogiorno in Italia. Probabilmente per com'è invischiato il Pdl con la Camorra e la criminalità organizzata, si cerca di non portare i riflettori della politica e delle istituzioni su questi temi che sono la vera emergenza della Campania e del Sud.

Sabato scorso sono stato invitato ad un convegno a Crispano, in provincia di Napoli, dal tema “Sicurezza e legalità”, dove ho avviato un iniziativa che proporrò in tutti i comuni della Campania: convocare dei consigli comunali con all'ordine del giorno il tema dei rapporti tra Camorra e politica.

In Italia, di Camorra ne ha parlato soltanto Roberto Saviano, che ha riportato i riflettori e l'attenzione della società su questo grande problema che flagella soprattutto il Mezzogiorno. E' una vergogna che di queste cose ne debba parlare solo un giornalista, mentre le istituzioni, e chi ne ha il dovere di parlarne non ne parla, se ne infischia.

Come vogliono fare davvero la lotta alla Camorra, al N'drangheta , alla Mafia, e alla criminalità organizzata, se non parte da qui, dal Parlamento, l'esempio? Che cosa si vuole fare? Questa gente bisogna buttarla fuori, ai criminali e camorristi non bisogna neanche stringere la mano, figuriamoci un caffè. Mentre noi, in Campania, abbiamo visto vertici del Pdl, nelle persone di Mario Landolfi, di Paolo Russo, di Cosentino, invischiati e compromessi in indagini nella direzione distrettuale Antimafia. Probabilmente, per questi rapporti e questa promiscuità che c'è tra la politica e la Camorra, non se ne vuole parlare perché fa comodo mantenere ancora il rapporto.

Cominciamo dal basso. Se non ne vogliono parlare in Parlamento cominciamo dai consigli comunali, dandoci delle regole comportamentali, a dire come bisogna fare la politica.

Sono d'accordo e solidale con il Procuratore Antimafia di Napoli, Roberti, che lamentava una carenza di normativa sui beni confiscati alla Camorra. Occorre un'agenzia ad hoc per poter velocizzare e rendere immediata ed efficace la lotta alla Camorra con il sequestro dei beni confiscati alla Camorra stessa. Presenterò una proposta di legge in tal senso, come pure per le infiltrazioni nei consigli comunali. Questo è un altro problema, dove la Camorra e la criminalità organizzata si annida all'interno delle istituzioni.

Nel mio territorio, nel Nolano, due consigli comunali, di San Paolo Bel Sito e Tufino, dove c'era la famosa discarica, sono stati sciolti alcuni anni fa per infiltrazioni camorristiche. Dopo qualche anno sono tornati gli stessi sindaci e le stesse amministrazioni che erano state sciolte. A che gioco vogliamo giocare? Vogliamo rendere ancora la Campania invivibile, dove la gente vuole scappare via?

Hanno incendiato quindici macchine a Napoli, nel rione Sanità, perché chiedono il pizzo per i cittadini che parcheggiano l'autovettura sotto casa propria. Si può vivere cosi?
In Campania c'è davvero una situazione drammatica, Napoli non è più vivibile perché c'è una presenza opprimente e asfissiante della Camorra, ma la responsabilità è della politica, perché spesso “la politica è la Camorra”.

Facciamo davvero iniziative concrete: cominciamo dal basso, dai consigli comunali, visto che in Parlamento non ne vogliono parlare.


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31 Ottobre 2008

Norma Salva-manager: ci riprovano


La norma Salva-manager, sparita dal decreto Alitalia dopo le prese di distanza del ministro Tremonti, torna in modo ancora più deflagrante in un altro provvedimento, questa volta presentato alla Camera dallo stesso Governo.

Nel disegno di legge la norma Salva-manager c’è, eccome! E questo nonostante le diverse affermazioni del ministro Scajola.Nella proposta, infatti, si prevede che l’equiparazione della dichiarazione dello stato di insolvenza alla dichiarazione di fallimento è limitata al caso “in cui si riscontri la falsità dei presupposti per l’ammissione alla procedura”.

Tale condotta non riguarda il commissario straordinario, in quanto non ancora nominato nella fase di verifica dei presupposti, bensì i manager, ossia gli unici che possono commettere la falsità.

Con questa modifica il governo cancella con un colpo di spugna tutte le diverse altre condotte illecite che hanno determinato lo stato di insolvenza in quanto tutte le altre condotte illecite non varrebbero per l’equiparazione dello stato di insolvenza alla dichiarazione di fallimento.

La norma proposta dal governo è di una chiarezza sconcertante e solo la coda di paglia può far dire che non esiste alcuna norma Salva-manager.


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15 Ottobre 2008

I giovani della Sardegna


Domani Antonio Di Pietro sarà a Cagliari, seconda tappa dopo Piazza Navona per la raccolta firme contro il Lodo-Alfano. saremo in piazza fin dalle ore 11:00 della mattina (leggi agenda)

La violenza nelle istituzioni e nella società, ormai radicata nella nostra Sardegna, è la principale responsabile dell´arretratezza economica e sociale. Incendi dolosi che devastano il nostro prezioso patrimonio ambientale, attentati e intimidazioni agli amministratori locali, speculazione edilizia e cementificazione delle coste, sono solo pochi esempi dell´illegalità pervasiva e del conseguente degrado che opera in tutti gli ambiti.
La ricerca della legalità, per cui il nostro partito viene continuamente accusato di essere "manettaro", è un elemento irrinunciabile, il primo presupposto per favorire lo sviluppo economico e, soprattutto, per dare una speranza ai giovani sardi che sempre più numerosi lasciano l´isola in cerca di lavoro. Senza legalità vengono meno tutte le regole del vivere civile.
All’interno dei valori della "Giornata nazionale della legalità" a Cagliari, domani 16 ottobre, Antonio Di Pietro incontrerà i cittadini e tra questi la nostra speranza per il presente e per il futuro, i giovani e gli studenti, che rappresentano la speranza del territorio, ma con poche opportunità di occupazione.
Sarà un invito a non lasciarsi andare, a combattere le arroganze e le scelte di una classe politica che non riesce più a difendere la costituzione, a non lasciarsi condizionare da una terra che per colpa di pochi sembra offrire oggi poche speranze ai giovani se non l'esodo.
Sarà un invito a lottare, insieme e compatti, per rivendicare i propri diritti.


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29 Settembre 2008

Lodo Alfano: la voce dei cittadini


Il processo Mills, per corruzione in atti giudiziari, ci aveva fatto dimenticare il processo Mediaset, in cui Berlusconi è accusato, insieme ad alcuni manager della sua azienda e alcuni dirigenti di grandi imprese americane, di aver gonfiato i prezzi dei diritti televisivi allo scopo di creare fondi neri.
Il tribunale in cui si celebra questo processo ha accolto la richiesta del pubblico ministero di chiedere alla Corte Costituzionale il suo giudizio sulla costituzionalità del Lodo Alfano.

Analoga richiesta sarà presentata nella prossima udienza del processo Mills. E’ assai probabile che anche qui la corte accolga. Così una doppia richiesta spingerà il Diktat Berlusconi alla verifica della Consulta.
Qualcuno potrà pensare che ciò renderà insignificante la raccolta delle firme per il referendum contro il Lodo. Dato che se ne occuperà la Corte Costituzionale perché darsi tanto da fare? La domanda è legittima e merita una risposta non retorica.

I custodi formali della Costituzione sono il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale.
Il Presidente non ha potere per stabilire la costituzionalità delle leggi. Questo potere lo ha solo la Corte. Ma la sovranità appartiene al popolo. Dunque il popolo è anch’esso custode della Costituzione.
Impegnarsi per la raccolta delle firme significa garantire al popolo il suo ruolo di custode. Se vorrà lo svolgerà ma è essenziale che la raccolta delle firme per il referendum gliene dia la possibilità.

Una raccolta massiccia di firme esprime una ferma richiesta da parte di una vasta opinione pubblica. In un mondo dove ormai si dà per scontato che questa sia interpretata attraverso i sondaggi, la richiesta delle firme è la forma più attiva e responsabile per affermare la propria opinione.
Per nessuna ragione al mondo si può rinunciarvi. E’ giusto che la Corte Costituzionale decida il destino della legge. Ma i cittadini hanno il loro strumento per far sentire la loro voce.



27 Settembre 2008

Verso la magistratura ''dipendente''


Si legge oggi sul Sole 24 ore: Angelino Alfano dichiara che nel nuovo Consiglio Superiore della Magistratura “certamente la magistratura sarà in minoranza”.

Si rilegge pensando di aver letto male ma invece è proprio così. L’angelo del dialogo sulla giustizia, l’avvocato siciliano miracolato da Berlusconi, non contento, aggiunge che la polizia giudiziaria sarà più indipendente di prima dal controllo del pubblico ministero.

Allora ci si ricorda che la prima idea pare sia stata proposta la prima volta da Violante. E anche la seconda idea l’ex magistrato del PD ha approvato con vigore, spiegandone i fondamenti dottrinari.

Tengo in serbo questo secondo punto per successivi approfondimenti. Voglio solo accettare la logica del primo e trarne logiche conseguenze.

E’ presto detto. Se la magistratura deve essere in minoranza nell’organo costituzionale del suo autogoverno, in Parlamento senatori e deputati dovrebbero lasciare il potere decisionale, poniamo, ai funzionari. E volendo estendere il principio, gli industriali dovrebbero essere in minoranza nel direttivo nazionale, se si chiama così, della Confindustria, dove la decisione sarebbe affidata agli operai.

Se ne potrebbe discutere in un bel seminario, con introduzione di Alfano e Violante.



23 Settembre 2008

L'eredita' di Peppino Impastato


Peppino Impastato è un giovane siciliano ucciso dalla mafia.
Questa scarna informazione sarebbe più che sufficiente per rendere doverosa oggi la memoria di una vita, di un impegno, di un terribile delitto.

Peppino Impastato esprime, ancora dopo trenta anni, in modo emblematico le tragedie della Sicilia, le tragedie di tanti giovani uccisi anche – e non solo – fisicamente dalla mafia.
Peppino, giovane e siciliano, ha trovato la forza di rompere, in anni di paura e di convivenza, la palude del silenzio e la rete di complicità dei propri coetanei, così come dei suoi stessi familiari.
Peppino è stato prima deriso, poi emarginato, infine ucciso: secondo una sequela tragicamente ricorrente nella strategia mafiosa.
Deridere, emarginare, uccidere. E, poi, depistare.
La mafia (il sistema di potere politico affaristico mafioso) non si ferma davanti al corpo inanimato delle proprie vittime. Con complicità attive e silenzi compiacenti di organi dello Stato, della politica, dell’informazione si è tentato di far apparire Peppino come un sovversivo, un terrorista vittima dello scoppio accidentale di una bomba che dallo stesso sarebbe stata preparata per compiere un attentato lungo la linea ferroviaria.

Con complicità attive e silenzi compiacenti si è sottoposta la verità ad una colossale operazione di depistaggio, sottoponendo - con pretesti infamanti - a sequestri e perquisizioni la sede della piccola radio e la abitazione di Peppino. Quelle complicità attive e quei silenzi compiacenti hanno utilizzato anche il clamore del ritrovamento del cadavere dell’On. Aldo Moro per nascondere e depistare le vere ragioni della uccisione di Peppino, consumata nello stesso giorno del ritrovamento del corpo dello statista democristiano.
Quelle complicità e quei silenzi sono stati da anni e per anni oggetto di denuncia da parte dei compagni così come della madre e del fratello di Peppino che hanno sfidato a viso aperto Gaetano Badalamenti e tanti altri mafiosi, senza curarsi né di rapporti di parentela né di rapporti di pericoloso vicinato.

Quelle complicità e quei silenzi hanno per anni avuto la meglio su verità e giustizia.
Quelle complicità e quei silenzi sono stati per la prima volta formalmente indicati, in atti giudiziari, dall’indimenticabile Consigliere istruttore Antonino Caponnetto.
Quelle complicità e quei silenzi sono stati resi noti nello splendido film “Cento passi” ancor più e prima che potesse formalmente del tutto concludersi in via definitiva il processo degli assassini di Peppino.
Un film diffuso in tutto il mondo, più tempestivo di un troppo lungo processo penale, così come la piccola Radio di Peppino - diffusa in un piccolo territorio della provincia siciliana – colpiva criminali che le istituzioni non volevano o non sapevano colpire.

Legalità e informazione: due parole, una drammatica emergenza ieri come oggi.
I criminali mafiosi uccidono con le armi da fuoco esseri umani, giovani coraggiosi; le complicità e i silenzi uccidono libertà, verità, giustizia.
E’ questa la terribile miscela che impedisce nel nostro paese una democrazia compiuta.
Non potrò mai dimenticare, a conferma e testimonianza di questa micidiale miscela, un comizio in piazza a Cinisi nel maggio 1978, all’indomani dell’uccisione di Aldo Moro e di Peppino Impastato.

Piersanti Mattarella, che ad Aldo Moro era come tanti di noi fortemente legato, si recò a Cinisi per gridare speranza e progetto di rinnovamento della politica.
Piersanti venne aspramente contestato dai compagni di Peppino che vedevano in quel giovane Presidente della Regione appena eletto il simbolo di una democrazia cristiana che, per colpa di taluni suoi potenti esponenti, era e appariva compromessa con la mafia.
Piersanti tenne egualmente e terminò il suo comizio e, a me, che lo accompagnavo, a voce bassa, quasi con pudore ma con determinazione, sussurrò: “Non sanno, i compagni di Peppino, che siamo nella stessa barca, combattiamo la stessa battaglia, corriamo gli stessi rischi”!
Mi sono ricordato di quelle parole quando nell’Epifania del 1980 mi sono trovato davanti al corpo senza vita di Piersanti ucciso da mafiosi che avevano nel suo stesso partito consiglieri e complici.

In memoria di Peppino Impastato, vi invitiamo a partecipare all'evento che si terrà a Pieve Emanuele (Milano), il prossimo 3 ottobre alle ore 17:00, presso la piazza a lui dedicata (guarda la locandina dell'evento).


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15 Settembre 2008

Difendiamo la liberta' di informare


Daniele Martinelli è un giornalista, libero ed indipendente, che ha seguito per l'Italia dei Valori, e per il Blog del Presidente Antonio Di Pietro, processi importanti come il processo Spartacus ed il processo Mills. Ci fornisce e segue notizie in assoluta libertà, come piace all'Italia dei Valori.

Si è rivolto a noi perché coinvolto in una vicenda in cui la libertà d'informazione viene calpestata. E' andato in una città pugliese, a Bitonto, chiedendo alla pubblica amministrazione e al sindaco con una videocamera, registrando in assoluta libertà, perché mai in un comune italiano e pugliese come Bitonto a capo dei vigili urbani è stato promosso un comandante inquisito per truffa, falso e peculato.

Il sindaco, invece di dare spiegazioni a Daniele per quale motivo avesse assunto una persona inquisita per falso, peculato e truffa ha preferito querelare il giornalista indipendente e autonomo.

Daniele si è rivolto a noi all'interno dell'iniziativa “Arrestateci tutti”, un iniziativa che Antonio Di Pietro ha voluto prendere in difesa dei blogger, e della libertà d'informazione indipendente ed autonoma, assicurando coloro che con il mezzo di una semplice videocamera raccontano la libertà sul nostro Paese. L'Italia dei Valori ed Antonio Di Pietro assicurerà a questi ragazzi che vogliono dare libertà d'informare assicurerà assistenza legale, caricandosi anche le spese che evidentemente questi ragazzi non possono sostenere.

L'Italia dei Valori assicurerà assistenza legale a Daniele affinché possa continuare a fornirci informazione libera ed indipendente.


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9 Settembre 2008

Basile: contribuiamo alle indagini


Stiamo registrando alcuni episodi come per la Notte della Taranta, dove per un eccesso di zelo è stato rimosso uno striscione che ricordava Basile. Qualche giorno fa durante la visita del prefetto di Lecce a Ugento, sono stati tolti due striscioni assolutamente non violenti e che invitavano i cittadini a chiedere verità e giustizia. Sono solo alcuni episodi, ma abbiamo il dovere di chiedere agli abitanti di Ugento di collaborare e soprattutto di rassicurate tutti che le istituzioni sono dalla loro parte e non da quella dei criminali.

Ho inteso incontrare il questore Rochira soprattutto per conoscerlo di persona e poi per manifestare l’apprezzamento da parte del nostro partito per il lavoro che la polizia sta svolgendo, ma anche per incitare le forze dell’ordine ad andare avanti, senza guardare in faccia nessuno, perché a tre mesi dall’omicidio che non ci sia ancora un indagato è una cosa che deve preoccupare tutti.

Ecco perché indipendentemente dalle collocazioni politiche, tutti dovrebbero invece contribuire alla svolta delle indagini: Basile non era solo un appartenente all’Italia dei Valori, ma era un cittadino eletto democraticamente a far parte del Consiglio comunale di Ugento.


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3 Settembre 2008

Indulto: lacrime di coccodrillo


L'indulto si avvia a non avere più padri responsabili. Perfino il ministro Alfano, dopo averlo votato insieme con Forza Italia che ne è stata la più accanita sostenitrice, si dice pentito ed ora piange lacrime di coccodrillo. Egli viene dopo altri illustri pentiti, da Amato, Fassino a D'Alema, ma mai un esponente di alto rango di FI si era pronunciato in tale direzione.

L'affermazione è importante perché proviene da un partito dedito al più bieco perdonismo ed al condonismo, come dimostrano le 26 leggi clemenziali prodotte nella legislatura presieduta da Berlusconi in ogni materia, fiscale ed ambientale, penale e finanziaria.

Siccome non credo ad un radicale pentimento culturale in materia, debbo pensare che sia un altro il motivo del pentimento: forse respingere la responsabilità per carceri di nuovo piene a poca distanza dall'indulto, come Italia dei Valori aveva ampiamente denunciato in occasione del fiero ostruzionismo contro quella legge, iniqua e detestata da due terzi dell'opinione pubblica. Troppo comodo piangere sul latte versato.


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1 Settembre 2008

Intercettazioni: la trappola che emerge


Italia dei Valori condurrà una irriducibile opposizione contro il disegno di legge di Berlusconi palesemente finalizzato ad imbrigliare i giudici e la stampa quasi facendo scomparire le intercettazioni.

Ci batteremo perché sia aumentata la platea di reati per i quali sono ammesse, per allungare i tempi e per consentire la pubblicazione, anche prima dell'udienza preliminare, degli atti venuti a conoscenza delle parti nel corso delle indagini. E ci impegneremo fortemente perché cada la pericolosa restrizione delle intercettazioni ambientali.

Siamo invece disponibili a ricercare un meccanismo più stringente di garanzia della privacy per quanto riguarda le intercettazioni a contenuto inutile per le indagini.

Se anche a Berlusconi interessa che non si pubblichino intercettazioni inutili cominci col sollevare dall'incarico il direttore di Panorama Maurizio Belpietro, che questo ha fatto. Se non lo fa, emerge chiaramente la trappola che ha voluto tendere: cercare solidarietà sulle intercettazioni inutili ma al solo scopo di eliminare quelle utili alle indagini.


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19 Agosto 2008

Sceriffi da operetta


Siamo proprio conciati male. Da un lato Berlusconi e la sua dittatura dolce, il mito dell' "uomo solo al comando", ma che in realtà appare agli occhi del mondo come un dittatore da parodia, con Tremonti che fa il suo portaborse. Dall’altro, grazie al celodurismo leghista di Maroni, sindaci che si travestono da sceriffi, ma che con i loro provvedimenti appaiono sempre più agli occhi del mondo come "sceriffi da operetta".

Il decreto legge n. 92, effettivo dal 5 agosto, ha dato più poteri ai sindaci, che in passato potevano emanare «atti che gli sono attribuiti dalle leggi e dai regolamenti in maniera di ordine e sicurezza pubblica», mentre ora sono incaricati della vigilanza «su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l'ordine pubblico, informandone preventivamente il prefetto».
Ecco uno spaccato del Paese Italia, dopo i primi decreti emanati da molti sindaci: a Forte dei Marmi è vietato tagliare l'erba nel weekend o nelle ore pomeridiane, ad Eraclea è vietato fare castelli di sabbia e scavare buche in spiaggia, a Novara è vietato sostare in più di due persone nei giardini pubblici dopo le 23.30, mentre a Eboli è vietato persino baciarsi in automobile, dove si può arrivare fino ai 500 euro di sanzione.

Vi sono anche sindaci che hanno emanato provvedimenti in larga parte condivisibili, come, ad esempio, il divieto di danneggiare o rubare i cartelli che recano messaggi di divieto, vendere abusivamente qualsiasi merce sulle spiagge, il divieto di imbrattare pareti di edifici o monumenti e il divieto di prostituirsi con multe anche ai clienti. Premesso che in molti casi si tratta di regole di buona educazione, per le quali non si dovrebbe ricorrere a decreti dei sindaci, non sarebbe meglio in questi casi che il Ministro degli Interni emanasse un provvedimento valido su tutto il territorio nazionale?

Tuttavia merita di essere sottolineato che i provvedimenti dei sindaci assumono connotati grotteschi. Ciò che essi hanno in comune è il fatto di avere effetti meramente propagandistici, privi di qualunque efficacia sul piano pratico. Sotto il profilo penale, infatti, chi si ritrova a fare i conti con una denuncia ha ben poco da temere. Ad esempio, prendiamo i clienti delle prostitute: per loro, salvo che non siano colti durante l’atto sessuale, non è configurabile alcun reato, e dunque alcuna condanna o punizione. Lo stesso dicasi per i vandali o "writers": in tali casi il reato previsto è quello di "deturpamento" (art. 639 del cp) e le pene vanno da 5 a 103 euro o da 5 a 1.032 euro, se il bene colpito è "pubblico". Di fatto le inchieste si concludono sempre con decreti penali da 50 euro, nei casi peggiori, o con l’archiviazione, se manca la querela di parte.

Ancora peggio è l’effetto che i provvedimenti producono sul turismo e all’estero, come dimostra un recente articolo del giornale inglese Independent, dal titolo "Turisti attenti: se una cosa è divertente, l'Italia ha una legge che lo vieta", dove viene commentata la "tempesta di nuove regole e regolamenti che rischiano di trasformare il bel paese nel più grande stato-babysitter". Gli stranieri inconsapevoli rischiano pesanti multe se fanno cose che sono perfettamente legali da qualsiasi altra parte del mondo, eccetto in quella città o paese dove si trovano.

Una nuova occasione di dileggio dell’Italia, il cui prestigio a livello internazionale sta scendendo sempre più giù a causa delle politiche da burletta che questo governo pone in essere.
Ma anche a voler essere "nazionalisti", ci chiediamo come farà il semplice cittadino italiano a districarsi in questa sequela di divieti e di multe, quando si muove per turismo o lavoro sul territorio nazionale. A meno che l’uso delle forze armate nelle città non preluda all’istituzione di posti blocco all’ingresso di ogni agglomerato urbano per informare chi arriva delle regole valide solo per quel territorio.


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14 Agosto 2008

Vasto: la politica dei diritti


Anche quest'anno l'Italia dei Valori organizza l'incontro con i cittadini e con il partito dedicando tre giorni a temi di attualità e sviluppando dibattiti.
Saranno tre giorni particolarmente intensi. E quest'anno per la prima volta vorremmo coinvolgere il maggior numero di cittadini sui temi che proponiamo.

Uno dei temi di grande attualità ed interesse è quello della “legge uguale per tutti” e della “informazione uguale per tutti”, temi messi in discussione specialmente in questi ultimi mesi da interventi normativi che stanno facendo discutere.
Su questi temi vorremmo provocare il dibattito e l'interlocuzione con il maggior numero di persone, e quindi abbiamo previsto questa iniziativa invitando voi cittadini a mandarci attraverso Youtube interventi con i vostri quesiti, osservazioni, critiche e le vostre sollecitazioni. Trasmetteremo gli interventi da voi realizzati e cercheremo di rispondere al maggior numero di persone nel corso dei tre giorni.

I temi che affronteremo saranno quelli che riguardano la politica economica, la politica giovanile, la politica delle donne e la politica dei diritti. Su questo ultimo tema organizzeremo una tavola rotonda con degli ospiti, e in questa occasione ci sarà questa finestra dove ci saranno le risposte ai quesiti che ci invierete.
Parleremo delle nostre iniziative legislative, perché si può parlare di giustizia ma se non si traducono le idee in progetti di legge è come non parlarne. Per esempio, stiamo assistendo a questi primi mesi di governo Berlusconi ad interventi sulla giustizia con la proposizione di leggi ad personam, ancora una volta, ma sui grandi temi di riforma di giustizia e di garanzia dei diritti l'annuncio è che se ne parlerà in autunno.

Noi abbiamo già fatto le nostre proposte, su cui tutti dovranno confrontarsi. Siamo intervenuti con proposte di riforma di sistema e strutturali. La giustizia si cambia modificando le norme sbagliate e individuando le risorse per far funzionare il sistema, perché senza non c'è riforma che si possa fare. Ci siamo mossi presentando disegni di leggi per la riforma del processo penale, del processo civile, del processo del lavoro e del processo fallimentare. Poi abbiamo proposto l'istituzione dell'ufficio per il processo, un modulo organizzativo nuovo per il sistema giustizia che prevede l'informatizzazione e la riqualificazione del personale.

Abbiamo presentato interventi specifici come il disegno di legge per la creazione della banca dati del DNA, uno strumento necessario che negli altri paesi europei sono già stati realizzati e con grossi risultati. Siamo in ritardo di anni, e dopo aver presentato il disegno di legge il 16 maggio 2008 due mesi dopo il governo lo ha presentato uguale al nostro anche nelle virgole. Ci chiamano forcaioli e giustizialisti ma poi ci copiano. E nonostante ci abbiano copiato sono stati capaci di commettere tre errori, messi in evidenza dagli uffici legislativi del Senato.

Poi altri disegni di legge su argomenti specifici in materia di prescrizione, di minima offensività dei reati, in materia di violenza alle donne, in materia di omofobia e discriminazione razziale. Un pacchetto di disegni di legge sui quali dobbiamo confrontarci.

Siamo disponibili ad accettare anche le critiche più feroci, però vogliamo discutere dei problemi, perché attraverso la discussione anche dallo scontro polemico si può costruire qualcosa di positivo. Ci crediamo fortemente.


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29 Luglio 2008

Responsabilita' politiche del G8 di Genova


Diversi nostri lettori ci hanno chiesto le ragioni per cui l’Italia dei valori ha votato contro la costituzione di una Commissione di inchiesta sulle violenze del G8 di Genova.

Assicuro che noi dell’Italia dei Valori abbiamo sempre sostenuto la necessita’ di fare piena luce sui fatti verificatisi in occasione del G8 di Genova e soprattutto di ben individuare le responsabilità a tutti i livelli di quanto è accaduto. Noi pretendiamo e continueremo a pretendere la verità sulle responsabilità politiche. Lo pretendiamo per le vittime di un vero e proprio massacro, ma lo pretendiamo anche per restituire dignità ad uno Stato uscito umiliato a livello internazionale dalle violenze di Genova.

Ciò che ci ha lasciato a suo tempo perplessi è che ad accertare fatti penalmente rilevanti potesse essere un organo parlamentare quale la “Commissione di inchiesta”, che per definizione è di parte e dipende dalla maggioranza numerica del momento, e non invece la Magistratura, che essendo terza garantisce migliore obiettività circa il risultato, a cui poi poteva e ben può affiancarsi una “Commissione di indagine”.

A questo punto, però, è bene fare chiarezza sulla distinzione concettuale che noi abbiamo posto tra una “Commissione parlamentare di inchiesta”, su cui all’epoca abbiamo espresso riserve, e una “Commissione parlamentare di indagine”, verso cui noi invece propendevamo e che ancora oggi siamo disposti a sostenere. La Commissione parlamentare di inchiesta e’ titolare di poteri analoghi a quelli della Magistratura, compresi gli interrogatori, le perquisizioni e quant’altro di investigativamente rilevante, e sull'attività della Magistratura può interferire, pur essendo, spesso, del tutto priva della necessaria autonomia ed indipendenza, in quanto espressione dei partiti e di maggioranze politiche, variabili per definizione.

Oggi, a distanza di solo pochi mesi, possiamo dire che i fatti hanno dimostrato che le nostre preoccupazioni erano fondate. La magistratura ha processato e sta processando i responsabili mentre la Commissione di inchiesta sul G8 di Genova, se costituita, sarebbe oggi nelle mani blindate di chi nel 2001 aveva la responsabilità dell’ordine pubblico, di chi avrebbe interesse personale a fare emergere verità diverse da quelle che comunque cominciano ad emergere dai processi, di chi avrebbe addirittura la possibilità di interferire con la stessa attività dei Giudici.

La Commissione parlamentare di indagine che noi auspichiamo, invece, avrebbe compiti di sola valutazione politica sulla base dei risultati di indagini acquisite dalla magistratura senza interferenze e nel rispetto della diversità dei ruoli. A nostro avviso questa soluzione sarebbe lo strumento più efficace per accertare responsabilità politiche ormai quasi inequivocabili, anche grazie a quanto continua ad emergere dai processi. La verità non e’ certo emersa dall’indagine conoscitiva “farsa” messa in campo dal precedente governo Berlusconi. Ma la verità non sarebbe emersa neppure da una attività di inchiesta contrapposta a quella dei Giudici e pilotata di volta in volta dai Partiti al potere.

Forse abbiamo fatto bene, forse abbiamo sbagliato. Ma l’abbiamo fatto con totale buona fede e concreto spirito costruttivo.


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24 Luglio 2008

No alla Banca del Mezzogiorno


Riporto il video ed il resoconto stenografico del mio intervento alla Camera dei Deputati, di martedi 22 luglio, sull'istituzione di una "Banca del Mezzogiorno".

"Signor Presidente, l'ordine del giorno in esame riguarda un tema caro al Governo, perché lo stesso Ministro Tremonti lo aveva già proposto nel 2004, con esito fallimentare, con l'istituzione della banca del Mezzogiorno. Premessa la contrarietà del nostro gruppo all'istituzione di una banca del Mezzogiorno, considerata la sua inutilità, bisogna evidenziare alcune questioni.
Innanzitutto i precedenti: banche del Mezzogiorno ne abbiamo avute molte, molte e con esiti fallimentari. Partiamo dal Banco di Napoli, salvato in extremis, dal Banco di Sicilia, acquisito dal gruppo Unicredit, dalla Sicilcassa, già in liquidazione, e chi più ne ha più ne metta (ricordo le più grandi, ma vi sono anche le piccole).
Quindi, creare una nuova banca di questo tipo non si capisce quale utile e quale vantaggio possa costituire per il Mezzogiorno, anziché intervenire su questioni serie per il Mezzogiorno, come le infrastrutture, che invece sono state sottratte togliendo i fondi proprio alla Sicilia, alla Calabria e alle regioni del sud.
Premesso ciò, anche il tipo di banca pensata non ha veramente senso: si parla di 5 milioni di euro per la sua istituzione. I dati della Banca d'Italia prevedono che per istituire una banca di credito cooperativo con uno sportello unico occorrono almeno due milioni di euro di capitale sottoscritto: con cinque milioni ci facciamo due sportelli e mezzo in tutto il sud.
Poi guardiamo la situazione, per esempio, della Sicilia - sono sempre dati della Banca d'Italia - per capire se serve una nuova banca. In questo momento, in Sicilia sono operanti 79 banche, con 1.788 sportelli, che coprono 337 comuni. Banche di credito cooperativo ce ne sono invece 30 e sono quelle più radicate sul territorio, con 147 sportelli e coprono 119 comuni. Pensare a una nuova «bancarella», francamente non sappiamo a cosa serva.
Non solo: consideriamo la compagine sociale. Pensare che i soci siano gli enti locali (regioni, province e comuni) è anche questa una grande forzatura: da un lato gli enti locali non riescono a garantire i servizi essenziali, anche per colpa dell'attuale Governo, che ha sottratto loro i fondi e dall'altro lato li facciamo diventare i soci di una banca.
La vera finalità credo sia indicata nella norma istitutiva del Governo: acquisire rami secchi di banche meridionali e insulari. Vorremmo anche capire quali sono, forse l'unica che è rimasta è la Sicilcassa, gli altri sono chiusi o acquisiti già da altri.
Non solo: l'altra finalità probabilmente è nominare tre nuovi soggetti, tre nuovi posti di sottogoverno in una nuova banca (infatti si parla di un comitato promotore di tre soggetti). Ci avessero almeno detto come si chiamano, quanto meno sapremmo chi sono gli interlocutori e con chi parlare.
Cosa serve, invece, al sud? Serve una nuova politica finanziaria su cui il Governo non intervenga assolutamente. Serve una politica finanziaria che consenta al sud pari opportunità di accesso al credito: non una nuova banca, ma trattare con le banche che esistono per garantire tale pari opportunità.
Mi avvio a concludere senza, signor Presidente, che lei mi segnali che il tempo a mia disposizione sia terminato.
Il senso dell'ordine del giorno a mia firma è quello di salvare il salvabile. In altre parole, visto che in questo momento una banca inutile serve a poco (solo ad «occupare» cinque milioni di euro), è necessario provvedere immediatamente alla privatizzazione dell'intero capitale sociale, considerato che è stato prelevato, in egual misura, dal Ministero per i beni e le attività culturali per due milioni e mezzo di euro, e dal Ministero della salute per altri due milioni e mezzo di euro. Pertanto, si privatizzi immediatamente, per fare in modo che questi cinque milioni di euro, per pochi che sono, rientrino e vengano destinati alle finalità originarie, perché il sud non ha bisogno di nuove banche con trovate che garantiscano nuovi posti di sottogoverno, ma di una nuova politica che lo rilanci (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Congratulazioni).


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23 Luglio 2008

Lodo Alfano: aborto giuridico e politico


Riporto il video ed il resoconto stenografico della dichiarazione di voto dell'Italia dei Valori al Senato sul lodo Alfano.

Felice Belisario: Signor Presidente, signor Ministro della giustizia, colleghe e colleghi, dopo lo spiegamento di forze messo in atto dalla maggioranza per giustificare, legittimare e addirittura esaltare lo scudo giudiziario reso al Presidente del Consiglio, provo un certo imbarazzo nel prendere la parola, perché il provvedimento che è stato inventato, ma forse è meglio dire copiato, dal precedente lodo Schifani, blindato e difeso secondo un copione imparato ormai a memoria, è talmente insopportabile politicamente e brutto giuridicamente da ingenerare vergogna e preoccupazione. Si tratta di una norma confezionata a dovere per rendere sempre più profondo il solco tra il Paese reale e il Palazzo.
Io non so se nelle vostre coscienze, colleghi di maggioranza, vi sia stato lo spazio per un approfondimento sereno ed obiettivo, se davvero siete tutti convinti che il cosiddetto salva-Berlusconi sia una norma che fa onore al nostro ordinamento giuridico. Infatti, al di là delle dichiarazioni di stile, un principio simile, quello di salvaguardia del Presidente del Consiglio, è ignoto alle democrazie occidentali e, anche per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, lo ritroviamo scarsamente applicato nella Costituzione greca, in quella portoghese e in quella francese. Per la Gran Bretagna e per la Spagna si tratta di immunità assoluta perché si parla di sovrani. In Germania, invece, il Cancelliere e i Ministri sono considerati titolari di una funzione pubblica e ad essi si applica la disciplina generale dei funzionari del pubblico impiego.
L'Italia dei Valori ha denunciato ovunque questa bruttura che voi, colleghi di maggioranza, vi accingete ad approvare e per questo tutti noi, perché lo abbiamo detto anche nelle piazze, siamo stati additati come espressione dell'antipolitica e come forze giustizialiste, anche questa mattina qualcuno lo ha detto. Ma a chi è ipocritamente bugiardo intendo restituire l'espressione "giustizialista" che non mi offende ma non mi appartiene e non appartiene neppure al mio partito (Applausi dal Gruppo IdV), a meno che a dire la verità, opporsi strenuamente alle leggi vergogna, chiedere di governare con trasparenza e sempre nel rispetto della legalità sia oggi sinonimo di giustizialismo. Inoltre, a coloro che sono pieni di orticaria perché l'Italia dei Valori è presente sullo scenario politico italiano, difendendo quei principi elementari di libertà ed uguaglianza voluti dai nostri costituenti e che migliaia di nostri eroi hanno difeso con la vita, diciamo di non farsi affliggere dalla disperazione ma di curarsi con pillole di democrazia, di rispetto di tutti gli organi costituzionali a cominciare dal Parlamento e soprattutto di eliminare il macroscopico conflitto d'interessi, vera metastasi di un Paese occidentale che non risolve i problemi della gente, ma solo quelli del Capo, padrone, Presidente. (Applausi dal Gruppo IdV).
Signor Presidente del Senato, onorevoli colleghi, l'Italia dei Valori ha dato prova in questi mesi di sapersi confrontare in queste Aule sui contenuti dei provvedimenti, coerente con i suoi princìpi e con il suo programma. E come emerso nel dibattito anche di questo provvedimento, abbiamo avuto la perseveranza e la determinazione di voler lavorare insieme ai colleghi del Partito democratico, mantenendo un rapporto leale e con la volontà - spero comune - di costruire una credibile alternativa di Governo con il coinvolgimento delle energie vive della società italiana.
Pur nelle reciproche differenze e con quelle criticità che sono emerse ad inizio legislatura, è questo il dato politico che emerge nel dibattito e che fa dispiacere a qualcuno e che anche l'informazione non ha sufficientemente e proficuamente sottolineato.
Ma veniamo a noi, signor Presidente del Consiglio, che dopo le belle e finte parole pronunciate al suo insediamento si è abilmente nascosto, forse arrossendo un pochino per la norma che lei non ha voluto, che hanno scritto i suoi parlamentari legali e che il ministro Alfano ha solo avuto l'onere di marchiare con il proprio nome.
Signor Presidente del Consiglio, o - se preferisce - signor numero 1816 della Loggia P2... ( Applausi dai banchi dell'opposizione. Vivaci commenti dei banchi da maggioranza).

Presidente: Colleghi, per cortesia, lasciamo completare l'intervento del senatore Belisario.

Felice Belisario: Riporto solo dati che ormai sono alla storia e agli atti parlamentari.
...o - se preferisce - signor numero... (Commenti del senatore Asciutti) ...signor numero 1816 della Loggia P2, il disegno del suo ispiratore si sta compiendo: impunità a vita, magistratura insultata e chiamata dai suoi mentori con il gentile appellativo di fogna; l'informazione a suo completo servizio e presto con il bavaglio; l'immunità alle porte per la classe parlamentare; intercettazioni legali da eliminare, mandando in galera chi le ordina e chi le fa conoscere alla pubblica opinione, anche quando fanno emergere il marcio che esiste nella nostra società. Altro che chiacchiere!
Questi sono oscurantismo e nebbia che cercano di avvolgere per far deviare le nostre coscienze. Questa norma è un errore. Continueremo a sottolinearlo; un errore marchiato, compiuto perché la sua megalomania, signor Presidente del Consiglio, la porta ad essere primo anche nelle smargiassate politico-istituzionali. E' una norma-privilegio quella per cui il Parlamento è stato di fatto sequestrato perché bisognava fare presto, perché lei aveva ed ha paura di essere giudicato.
Lei, signor Presidente del Consiglio, non passerà mai alla storia come statista, ma verrà riportato nel guinness dei primati per l'abilità con cui da slalomista provetto è riuscito ad evitare tutti i processi in cui è stato coinvolto.
L'anomalia italiana sta tutta qui, nel presentare al mondo un Presidente del Consiglio sempre più assente dalle Aule parlamentari perché indaffarato ad evitare quelle giudiziarie che, dopo la Cirami, la Cirielli, l'abolizione del falso in bilancio, il lodo Schifani, la bloccaprocessi, adesso ha configurato questa nuova norma firmata Alfano.
Signor Ministro della giustizia, lei ci ha anticipato in qualche sua battuta che in autunno il PdL farà la riforma della giustizia. Ma quale, quella che vuole introdurre l'immunità per la casta rendendo deputati e senatori sciolti da ogni vincolo di legge e che vuole mettere la mordacchia ai giudici separandone le carriere, oppure quella che pensa alle elezioni popolari dei giudici? Ed è possibile parlare di riforme, signor Ministro, di quella della giustizia o di quella sul federalismo, se il Ministro delle riforme è stato condannato per avere prima oltraggiato la bandiera e, l'altro ieri, persino l'inno nazionale? (Commenti dai Gruppi PdL e LNP).
Mi chiedo e chiedo a voi, senatori di maggioranza, con chi e su che cosa...

Presidente: Senatore Belisario, si avvii a concludere, mancano venti secondi al termine del tempo a sua disposizione. (Commenti dai Gruppi PdL e LNP). Colleghi, per cortesia, lasciamo concludere il senatore Belisario.

Felice Belisario: Con chi e su che cosa dovremo dialogare? Pensate davvero, come una Penelope al contrario, che si possa scucire di giorno con la proposta Alfano e tessere di notte sulle riforme? Riteniamo che ciò non sia possibile. Per questo diremo convintamente il nostro no a questo aborto giuridico e politico. (Vivaci commenti dei Gruppi PdL e LNP).

Voce dai banchi della maggioranza: Ma cosa dici? (Commenti dei senatori Collino e Asciutti).
Gramazio (PdL): Bravo!

Presidente: Per cortesia, colleghi, il senatore Belisario sta concludendo il proprio intervento, lasciamolo finire.

Felice Belisario: Diremo il nostro no convinto a questo aborto giuridico e politico, lo faremo in Parlamento, utilizzeremo i mezzi referendari che la Costituzione repubblicana ci mette a disposizione e scenderemo nelle piazze, una, cento o mille se servirà (vivaci commenti dai Gruppi PdL e LNP), per continuare il nostro dialogo con la gente, lasciando voi a rimanere casta. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).


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19 Luglio 2008

Mi autotasso


Devolverò una somma pari a una mia indennità mensile alle forze dell'ordine della zona nolana, in provincia di Napoli, per contribuire, nel mio piccolo, ad aiutare i commissariati e le caserme più impegnate contro la criminalità a superare le enormi difficoltà economiche che sono costretti ad affrontare a causa dei tagli di bilancio operati dal governo.

Mai si era vista una mobilitazione così ampia di tutte le rappresentanze delle forze di polizia, a dimostrazione della gravissima riduzione di risorse al comparto attuata dal governo di centrodestra, che con una mano difende la Casta riproponendo l'immunità parlamentare e con l'altra mette in ginocchio le forze dell'ordine. Mi sembra quindi doveroso aiutare i poliziotti, i carabinieri e i finanzieri che ogni giorno combattono la criminalità, ma che spesso non ricevono i fondi necessari nemmeno per comprare la benzina, pagare gli straordinari, riparare le auto e acquistare materiale di cancelleria per gli uffici.

Nei prossimi giorni, quindi, andrò a effettuare una donazione al ministero dell'Interno, al comando generale dell'Arma e della Guardia di Finanza, chiedendo che venga indirizzata ai presidi di polizia del mio territorio. Sarebbe quantomai utile che anche altri parlamentari provvedano a loro volta ad autotassarsi per sostenere, con un gesto concreto, l'attività di poliziotti, finanzieri e carabinieri e garantire davvero più sicurezza ai cittadini.


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16 Luglio 2008

Via libera alla criminalita'


Riporto il video e il resoconto stenografico dell'interrogazione parlamentare rivolta al Ministro per il rapporti con il Parlamento Elio Vito.

L'interrogazione (guarda il video)

Fabio Evangelisti: Signor Presidente, noi abbiamo presentato l'interrogazione a risposta immediata in esame perché come Italia dei Valori siamo preoccupati per l'attività legislativa del Parlamento che ci sembra vieppiù sacrificata dall'iniziativa legislativa del Governo che procede, tra l'altro, a colpi di fiducia. Ne abbiamo appena parlato poco fa in Conferenza dei capigruppo. Basta ricordare il voto di fiducia della scorsa settimana, quello della settimana in corso e un altro è già preannunciato in ordine alla manovra economica e finanziaria.
Si tratta, per lo più, da parte del Governo di leggi ad personam, «leggi pernacchio», «leggi vergogna», dolo piuttosto che lodo, norme «salva Premier» e via dicendo. Queste, tra l'altro, sono solo una minima parte delle etichette che giustamente sono state assegnate ai provvedimenti voluti da questa maggioranza e dal suo datore di lavoro, l'amministratore delegato Silvio Berlusconi. Perciò affermiamo - lo facciamo dinanzi al Paese - che state espropriando l'Aula di Montecitorio.
Poco fa l'onorevole Volpi ha parlato del cosiddetto «decreto-legge sicurezza». Mi riservo di esporre in fase di replica cosa ne penso, ma siamo di fronte ad un decreto-legge che potremmo ribattezzare «decreto via libera alla criminalità».

Presidente: Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, Elio Vito, ha facoltà di rispondere.

La risposta (guarda il video)

Elio Vito: Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, non si può negare che il decreto-legge, come strumento normativo di natura eccezionale utilizzabile solo in casi straordinari di necessità e urgenza, abbia visto, nelle ultime legislature, un largo ricorso.
D'altra parte, la significativa presenza della decretazione d'urgenza è ormai un sintomo costante, onorevole Evangelisti, di tutte le legislature più recenti come emerge dal raffronto dei dati dalla XIII legislatura alla XIV alla XV sino ad arrivare alla legislatura in corso.
Anzi, è un sintomo anche dell'avvio di legislatura, un ricorso particolarmente frequente alla procedura d'urgenza, proprio per fare fronte alla necessità di risolvere ed affrontare i problemi che non hanno trovato risposta dai precedenti Governi.
È il caso della necessità che il Governo Berlusconi ha dovuto affrontare per avviare a soluzione i problemi dell'emergenza rifiuti in Campania e l'emergenza sicurezza (per la quale si è fatto ricorso alla decretazione di urgenza) oltre all'esigenza di abolire l'ICI, la cui rata di pagamento era in scadenza.
D'altra parte, se si raffronta l'attività in questi primi mesi del Governo Berlusconi con quella del Governo precedente emerge che il Governo Berlusconi ha fatto ricorso a dieci decreti-legge, di cui un numero minore è stato portato alla conversione da parte delle Camere, a fronte di quattordici disegni di legge. Il Governo Prodi, nello stesso periodo, aveva adottato, invece, sei decreti-legge e cinque disegni di legge. Era stato fatto, nello stesso periodo, un ricorso maggiore al voto di fiducia, ma soprattutto, onorevole Evangelisti, in un quadro corretto di collaborazione tra Governo, maggioranza e Parlamento l'ampio ricorso per ragioni obiettive alla decretazione d'urgenza, pur minore di quello della legislatura precedente, non ha leso i diritti dell'opposizione e della minoranza parlamentare per quanto attiene al calendario dei lavori. Emerge, dai dati pubblici della Camera, infatti, che è stata non solo rispettata la quota prevista dai Regolamenti parlamentari, ma che tale quota è addirittura superiore al 30 per cento.
Non vi è stata, quindi, alcuna lesione delle prerogative parlamentari. Pertanto, comunque il Governo conviene che sePag. 144si realizzasse, nel corretto rapporto di collaborazione tra maggioranza, opposizione e Governo, quel regime di riconoscimento che l'indirizzo politico è fondato sul consenso si potrebbe fare un minore ricorso a procedure che comunque riducono l'attività legislativa delle Camere. Inoltre, l'attività parlamentare può essere improntata a una procedura dialettica fra maggioranza e opposizione che è in grado di raggiungere risultati positivi quando è fondata su un atteggiamento di sostanziale collaborazione, quanto meno nel diritto del Governo di affrontare temi essenziali per il Paese.

Presidente: L'onorevole Evangelisti ha facoltà di replicare.

La replica (guarda il video)

Fabio Evangelisti: Signor Presidente, ringrazio il Ministro Vito per la sua risposta. Onorevole Vito, lei è stato tanti anni sui banchi dell'opposizione; i precedenti che lei deprecava sempre sono tuttora deprecabili e, nonostante, i toni garbati che lei ha voluto utilizzare per rispondere, non dimentichi che lei gode, insieme al suo Governo, della maggioranza più ampia che la storia repubblicana ricordi.
Allora non può venire qui e riproporsi esattamente come si propone il suo Presidente del Consiglio che dice: «sì al il dialogo, se si fa come dico io». Noi dell'Italia dei Valori, così come spero qualsiasi altra formazione politica responsabile, non possiamo che opporci. Non cadiamo in tentazione od ammiccamenti: non abbiamo alcuna difficoltà ad affrontare a muso duro i diktat, gli aut aut e i colpi di spugna da qualunque parte vengano.
Però, volevo tornare un attimo al fatto che poco fa è stata illustrata un'interrogazione rivolta al Ministro Maroni nella quale si esaltava il decreto-legge sulla sicurezza che è stato imposto grazie all'ennesima furbata, all'ennesimo coupe de theatre, a quella che forse è stata la peggiore e più irresponsabile azione della maggioranza che ha preferito imporre al Parlamento e al Paese un preciso e becero ricatto: o accettare il «lodo Alfano» oppure, pur di salvare Berlusconi, sarebbero stati bloccati 100 mila processi.
Ora, qualcuno forse si congratula, come abbiamo sentito, perché non siamo più di fronte ad un provvedimento «blocca processi», ma la realtà è che ora siamo di fronte ad unPag. 145decreto-legge che potremmo ribattezzare «decreto-legge via libera alla criminalità», aggravato dal fatto che il ministro Tremonti, che domani verrà qui in Aula ad annunciarlo, ha tagliato tre miliardi di euro per quanto riguarda le dotazioni alle forze di polizia e di sicurezza (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).


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11 Luglio 2008

La triste cordata Lodo Alfano


Con prepotenza, arroganza, prevaricazione, sottomissione del Parlamento Italiano ai suoi voleri, ancora una volta ce la ha fatta. Da ieri Berlusconi e fino a che sarà Presidente del Consiglio non è più perseguibile per i processi in corso.Non un "lodo" dunque (che sarebbe una cosa buona) ma un "dolo" (cioè una colpa grave), che marchierà per sempre l’immagine di questo Ministro della Giustizia (che bacia i mafiosi).

Da quindici anni questo signore, spergiuro poiché è provato che già in passato aveva dichiarato il falso ai giudici che lo interrogavano sulla sua appartenenza alla P2, sfugge ai tribunali ed ai suoi processi, anche attraverso parecchie legge fatte a suo uso e consumo, e falsifica la realtà sostenendo che viene sempre assolto. In realtà finora se la è sempre cavata grazie agli ostacoli frapposti a chi indagava su di lui (come con gli impedimenti alle rogatorie internazionali), a svariati meccanismi che costringevano a rinviare le udienze dei suoi processi (come il fatto che non potesse essere presente perché impegnato in attività di governo), al gioco delle prescrizioni (da lui perfezionato dimezzandole).

E’ triste vedere l’intera classe politica della sua maggioranza ridotta ad una accolita di domestici pronti a qualunque cosa per accondiscendere al padrone di casa.
E’ triste vedere Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa ( e tutta Alleanza Nazionale) ridotti a fare i servitori di casa Berlusconi, mentre nel 1993 inneggiavano a Di Pietro ed alle sue inchieste e firmavano la legge che toglieva l’immunità ai membri del Parlamento, dichiarando che “L'uso dell'immunità e soprattutto l'abuso del diniego dell'autorizzazione a procedere vengono visti ...come uno strumento per sottrarsi al corso necessario della giustizia".

E’ triste vedere Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Castelli (e tutti i leghisti) ridotti oggi a fare i servitori di casa Berlusconi, mentre nel 1993 inneggiavano a Di Pietro ed alle sue inchieste e firmavano la legge che toglieva l’immunità ai membri del Parlamento, dichiarando la “inaccettabile degenerazione nell'applicazione dell'immunità parlamentare trasformata in immotivato e ingiustificato privilegio" con "conseguenze inaccettabili e aberranti" che vanno "eliminate" al più presto.

E’ triste vedere Pier Ferdinando Casini, ridotto oggi a fare il mendicante che bussa all’uscio di casa Berlusconi, mentre nel 1993 fu relatore della legge che abrogava l'immunità dichiarando che "Il principio del princeps legibus solutus (cioè il principe non è soggetto alla legge) è medievale e quindi superato. Se vi è istanza di eguaglianza, quindi, essa deve riguardare in primo luogo gli autori della legge".


Postato da Antonio Borghesi in | Commenti (275) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

10 Luglio 2008

Chi siede in Parlamento


Oggi in Parlamento si sono susseguiti molti interventi della maggioranza che tentavano di spiegare la ragionevolezza della lodo Alfano. Ragionevolezza che non esiste. Tra gli interventi che mi hanno preceduto particolarmente provocatoria è stata la difesa del provvedimento da parte di Mario Landolfi. A questa persona io ho risposto duramente perché non è possibile accettare spiegazioni da personaggi che mi vergogno di chiamare colleghi. Riporto il video e il resoconto stenografico dell'acceso dibattito con questo "parlamentare".

Mario Landolfi: Signor Presidente, è indubbio che ci troviamo di fronte ad uno snodo importante della legislatura: è qui, oggi, in questa sede, in queste ore, che connoteremo il prosieguo dell'attività della Camera; stabiliremo adesso, cioè, se sarà possibile intraprendere e percorrere in questa legislatura un cammino riformista o riformatore. Il campo è pieno di macerie; lo è per responsabilità della politica e della magistratura. Ma oggi non dobbiamo chiederci a chi tocchi scagliare la prima pietra, piuttosto, a chi tocchi rimuoverla, sapendo che quella che ci accingiamo ad approvare oggi è una soluzione, non è la soluzione. Lo ha spiegato l'onorevole D'Alema: non ho alcun mistero o imbarazzo a dirmi d'accordo con lui su questa tesi. Anzi, ne apprezzo e ne colgo l'apertura.
Possiamo e dobbiamo ragionare sulle anomalie del caso italiano; ce ne sono tante e di diverso segno. È sicuramente un'anomalia l'onorevole Di Pietro, che oggi, da politico, fa opposizione a quell'uomo che, da pubblico ministero, voleva «sfasciare»; è un'anomalia un Consiglio superiore della magistratura che disattende platealmente le indicazioni del Capo dello Stato; è un'anomalia il triplice «resistere, resistere, resistere» lanciato da un procuratore generale in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, che istigava i cittadini a resistere contro le decisioni assunte da poteri legittimamente e costituzionalmente garantiti.
Il problema oggi, onorevole D'Alema e colleghi, non è quello di dividerci tra garantisti e giustizialisti. Nessuno di noi ha talmente a cuore le esigenze della sicurezza da sottovalutare quelle delle garanzie in un processo, e nessuno di noi è talmente garantista da nascondersi le sacrosante esigenze della sicurezza dei cittadini. Il problema è un altro: la riaffermazione del primato della politica, che deve trovare in se stessa la capacità di riformarsi, di emendarsi, ma che deve essere consapevole del proprio ruolo.
La politica ha infatti un primato, non perché sia più bella ma perché è un potere che risponde, è un potere che si confronta con i cittadini, che dà conto ai cittadini, a differenza di altri poteri che non rispondono: non rispondono le banche, non rispondono i giornali, non risponde la magistratura, perché è giusto che sia così. Risponde la politica.
Il Presidente Berlusconi fu indebolito nel 1994 quando fu raggiunto da un avviso di garanzia in cui veniva ipotizzato un reato di corruzione nel momento in cui presiedeva una Conferenza mondiale sulla corruzione. È capitato a noi nel 1994, ma è capitato a voi nel 2008, quando il Ministro Guardasigilli è stato costretto a dimettersi perché nel giorno in cui veniva a relazionare al Parlamento gli fu arrestata la moglie! La sua Commissione bicamerale, onorevole D'Alema, non cadde per i capricci del Presidente Berlusconi, ma perché fu impallinata da un plotone d'esecuzione che trovò culmine e sfogo in un'intervista di un pubblico ministero di Milano: questa è la verità! E allora dobbiamo oggi decidere qui se consentire alla politica di riappropriarsi del proprio primato, sapendo che è una strada lunga, è una stata in salita, è una strada faticosa, ma ci dobbiamo provare; altrimenti non siamo degni né di stare qui né di esercitare la nostra funzione di legislatori. Questo è il dato!
E allora io ho apprezzato, e come me tanti, le aperture che oggi sono arrivate dall'intervento dell'onorevole D'Alema, che ha voluto isolare le pulsioni estremistiche, che si è detto disponibile a confrontarsi su strumenti che meglio di questo possono rappresentare la soluzione per riequilibrare finalmente i poteri tra politica e magistratura, e questo è l'inizio. Ma oggi ragioniamo in uno stato di eccezione. Oggi dobbiamo sgombrare il campo dalle macerie, e ci accingiamo a farlo anche col provvedimento in esame (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).

Presidente - Rosy Bindi: Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Barbato. Ne ha facoltà (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Colleghi, scusate, non mi sembra il vostro il vostro incipit un modo per chiedere all'onorevole Barbato...

Francesco Barbato: In queste condizioni...

Presidente - Rosy Bindi: ...toni pacati e sereni (Applausi di deputati del gruppo Popolo della Libertà).

Francesco Barbato: Signor Presidente, onorevoli colleghi, cercherò di essere buono al massimo, e quindi farò una proposta molto concreta, vista la direzione verso la quale ci state portando: estendete il lodo Alfano anche all'onorevole Landolfi, visto che ho letto la settimana scorsa su alcuni giornali (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)... Ho letto su Il Mattino che è stato eletto con i voti della camorra. Tre pentiti hanno detto che è stato eletto con i voti della camorra (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Allora, estendiamolo anche all'onorevole Landolfi (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). E allora...

Presidente - Rosy Bindi: Onorevole Barbato, un attimo (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)! Scusate, abbiate pazienza! Colleghi, scusate, l'onorevole Landolfi avrà tutta la possibilità di intervenire, alla fine della seduta, per fatti personali (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Colleghi, abbiate pazienza, l'onorevole Barbato termina l'intervento (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
Onorevole Barbato, continui il suo intervento (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Colleghi, no (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)! Dopo, dopo...

Francesco Barbato: Nel 2007, la Corte dei conti ha stabilito che ha recuperato (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)... Ma non si può fare così, signor Presidente (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)! Nel 2007 la Corte dei conti ha detto che l'Italia ha recuperato il maggior (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)...

Presidente - Rosy Bindi: Onorevole Barbato, il suo intervento resta comunque agli atti. Lei lo svolga, quando terminano i cinque minuti le tolgo la parola...

Francesco Barbato: No, no!

Presidente - Rosy Bindi: ...e gli altri intervengono.

Francesco Barbato: Non potete togliermi la parola! Il Parlamento non può togliermi la parola (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)!

Presidente - Rosy Bindi: Ha cinque minuti, le ho detto! Ha cinque minuti (Vivi commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)! Prego, onorevole Barbato.

Francesco Barbato: Onorevoli colleghi, non un giornalino di paese o l'inciucio di piazza, ma la Corte dei conti ci ha detto che il 2007 è l'anno in cui si è avuto il maggior recupero di capitali e soldi sequestrati alle mafie. Nel 2007: sotto il Governo Prodi. Quando vi sono governi seri e persone che dicono e fanno le cose serie, come Romano Prodi, abbiamo dato risultati all'Italia (Proteste dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania). Noi dell'Italia dei Valori riconosciamo che bisogna fare una politica di sicurezza per i cittadini: non una politica per gli interessi del nostro Premier. Bisogna smetterla con queste leggi canaglia, con queste leggi ad personam, con queste leggi ad aziendam, con queste leggi ad vergognam che ci stanno propinando in questo Parlamento (Proteste dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)! Io con piacere sono stato l'altro giorno in piazza proprio per intercettare il bisogno e l'esigenza dei cittadini, che vogliono un Governo diverso, che vogliono una politica diversa e una sicurezza vera per i cittadini (Proteste dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)...

Nicolò Cristaldi: Vergogna! Vergogna!

[Intervento di un deputato non riportato dal resoconto stenografico al minuto 9:34 del video: "Extracomunitario!"]

Presidente - Rosy Bindi: Onorevole Barbato, prosegua per favore: ha ancora un minuto (Proteste dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
Onorevole Barbato, la prego: continui.

Antonio Di Pietro: Deve dargliene la possibilità!

Presidente - Rosy Bindi: Onorevole Di Pietro, la possibilità all'onorevole Barbato è stata data: se però lancia accuse così pesanti ai colleghi, non può aspettarsi che non vi sia la reazione (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania). Onorevole Barbato, termini l'intervento: resta agli atti e poi procediamo. Ha ancora un minuto.

Francesco Barbato: Con il Governo Prodi abbiamo avuto risultati concreti: ecco perché io ritengo, caro Veltroni, che bisogna resistere, resistere, resistere. Perché ci piacciono persone come te, che dicono e fanno cose serie: abbiamo detto cose serie e abbiamo fatto cose serie. In questo momento bisogna solamente resistere. Walter, ha da passa' 'a nuttata! e dopo che sarà passata questa nottata, il tempo, che è galantuomo, ci darà ragione e andremo avanti davvero dalla parte dei cittadini.

Mario Landolfi: Chiedo di parlare.

Presidente - Rosy Bindi: Ne ha facoltà...

Mario Landolfi: Presidente...

Presidente - Rosy Bindi: Lei sa, onorevole Landolfi che per Regolamento posso riservarmi la possibilità di... ma le do la parola subito.

Mario Landolfi: Ne sono consapevole, signor Presidente, e proprio per ciò la ringraziavo. Vorrei anzitutto che venisse tutelato, al pari degli altri, il mio diritto a poter intervenire alla Camera senza che un cane rabbioso, come ha dimostrato di essere in più occasioni (Proteste dei deputati del gruppo Italia dei Valori) - Poi mi risponderete! - l'onorevole Barbato. Perché la polemica mi piace e mi piacciono le interruzioni: faccio politica da troppo tempo perché non riesco a capire queste cose (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Naturalmente, annuncio in quest'Aula, e sono contento di farlo, che l'onorevole Barbato risponderà in tribunale delle sue accuse, con ampia facoltà di prova (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
Mi dispiace, onorevole Barbato, ma lei non sa leggere, evidentemente. Perché se lei avesse letto o saputo leggere o avesse frequentato delle scuole, nelle quali avrebbe imparato come si sfoglia un giornale o un libro, si sarebbe reso conto del fatto che proprio quelle affermazioni che lei oggi utilizza per accusare me sono la formidabile prova - a mio discarico - della mia assoluta onestà, della mia assoluta trasparenza e del mio impegno di sempre in favore della legalità, contro la camorra e contro tutti questi fenomeni degenerativi (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Non so lei da dove viene, qual è il suo percorso: da dove è uscito, insomma. Però, onorevole Barbato, una cosa gliela posso raccomandare: impari a leggere, perché lei non sa leggere neppure un giornale (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)!


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6 Luglio 2008

La norma dell'ipocrisia


Che la norma blocca processi fosse disastrosa e scandalosa era evidente, un sondaggio pubblicato oggi dalla Demos, però, ci dice che fa schifo anche al 73% degli italiani.

Davanti a questo dato incoraggiante, che il governo ignorerà perché troppo impegnato a difendere gli interessi personali del suo premier, forse giova aggiungere che la blocca processi è anche una norma profondamente ipocrita. Ipocrisia che le deriva da uno dei suoi due presentatori.

Mi riferisco al Senatore Filippo Berselli che nell'ormai lontano aprile 1993, quando era deputato del MSI-DN, fu tra quelli che nell'aula di Montecitorio svolse un lungo e appassionato intervento per chiedere che l'autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi venisse concessa.

Berselli all'epoca spiegò al leader del PSI che ci si difende nei processi e non dai processi. Appunto. E in tutta coerenza con quella posizione di allora a quindici anni di distanza è uno dei due firmatari di una norma che di processi ne blocca 100.000 per impedirne uno solo. Forse è un altro miracolo di San Silvio Martire della giustizia.



4 Luglio 2008

Voglio essere intercettato


La Casta si difende, si chiude: c'era la richiesta dei magistrati che dovevano seguire indagini che riguardano la mafia e avevano bisogno di acquisire dei tabulati. La Camera, ieri, ha rigettato questa richiesta della magistratura, ieri la Casta ha fatto squadra. Proprio rispetto a queste questioni che sono davvero intollerabili, dove cittadini non sono cittadini, ma sono Casta, ho fatto la mia prima riforma che mi sono approvato da solo in Parlamento. Non utilizzo come tutti gli altri queste immunità, questi favori, queste opportunità che si hanno dentro il Parlamento, ovvero di non essere cittadini normali e di non poter utilizzare le mie intercettazioni.

Ho fatto la mia riforma: ho ancora il mio numero di telefonino che è intestato alla mia società, che non ho cambiato e che non ho intestato a me come parlamentare, perché in quel caso avrei avuto i privilegi della Casta. Invece io voglio essere intercettato come tutti i cittadini, perché io non sono un deputato: sono un cittadino e come tutti devo avere gli stessi diritti e gli stessi doveri. Gli uomini politici non sono tutti uguali, io perciò cerco di non essere uguale, di non essere la Casta.

Bisogna smontare la Casta, tutti devono essere uguali di fronte alla legge. C'è una dittatura strisciante in Parlamento, e per queste ragioni vediamoci martedi a Piazza Navona per questa grande e importante manifestazione con la quale dobbiamo riportare democrazia e legalità, altrimenti il Caimano continuerà a lavorare in Italia contro gli italiani.

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2 Luglio 2008

De Luca: un altro intoccabile


Oggi la Camera nega l'acquisizione dei tabulati telefonici del deputato del Pdl, Francesco De Luca, indagato per concorso in tentata corruzione. L’Italia dei Valori è favorevole all’acquisizione dei tabulati (il voto no) ed il sottoscritto puntualizza la posizione del partito relativa al fatto che nessuno può sostituirsi alla magistratura nei processi.
Chiaramente, per non creare precedenti che un domani potrebbero trovare nella situazione del pidiellino De Luca altri deputati, il Parlamento vota compatto la non autorizzazione a fornire i tabulati (il voto sì), o non si pronuncia, lasciando spazio a una votazione da risultati scontati.
Per essere certi di ottenere il risultato atteso e per evitare che qualcuno possa confondersi il Presidente Fini ricorda che: “chi intende votare per la concessione dell'autorizzazione deve esprimere un voto contrario (ossia no) , mentre chi intende votare per il diniego dell'autorizzazione deve esprimere un voto favorevole (ossia si). Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla proposta della Giunta di negare l'autorizzazione all'acquisizione dei tabulati telefonici del deputato De Luca.

Il risultato:

Presenti 537
Astenuti 152
Votanti 385
   Hanno votato sì 341
   Hanno votato no 44

Da oggi i deputati hanno aggiunto un altro tassello alla loro intoccabilità, tassello tolto dalle fondamenta della democrazia.

Riporto il resoconto stenografico del mio intervento:

"Signor Presidente, intervengo soltanto su un punto, e cioè quello del corretto rapporto tra poteri costituzionali. La Giunta per le autorizzazioni - e il Parlamento, quindi - non possono sostituire la magistratura nel fare i processi e nell'emettere le sentenze. Il punto su cui la Giunta e il Parlamento sono chiamati ad intervenire è soltanto quello della verifica se vi sia o meno fumus persecutionis, e cioè, ad esempio, l'eventualità in cui i fatti addebitati siano totalmente al di fuori di una qualunque ipotesi di contestazione di reato. Ma la Giunta e il Parlamento non possono sostituirsi al giudice nel valutare la rilevanza della prova e nell'emettere le sentenze. Non mi pare che a questo principio costituzionale di corretto rapporto tra i poteri dello Stato si sia attenuta la Giunta, come risulta dalla relazione. Ne leggo solo alcuni passi salienti: «concludendo sul punto, non appare verosimile configurare un tentativo di corruzione per il tramite dell'articolo 56 del codice penale; men che meno può configurarsi il tentativo di istigazione (...)» (e questa è già una sentenza bella e buona); in secondo caso, «non è prova alcuna che un contatto o una proposta sia stata (...) neanche rivolta al giudice (...)»; «in sostanza, gli elementi contenuti nella documentazione pervenuta rivelano solo preliminari e forse non autentici scambi di intese tra soggetti vari (...)».
In questo modo la Giunta - e quindi l'Aula - oggi si arroga il potere di emettere una sentenza in sostituzione del potere che, per Costituzione, è deputato ad emettere sentenze e a formulare giudizi, e cioè la magistratura. Il potere politico si lamenta delle invasioni di campo della magistratura, a mio giudizio ingiustificatamente, ma poi è esso a entrare a piedi giunti e a piedi uniti, in maniera molto pesante, sulle attività della magistratura, arrogandosi il potere di decidere al posto di essa. Questo, signor Presidente, è un punto fondamentale che credo dovrebbe essere sempre tenuto presente nei corretti rapporti tra istituzioni dello Stato, in modo particolare tra poteri costituzionalmente rilevanti e garantiti. Per questa ragione, signor Presidente, per evitare anche in futuro, oggi e in avvenire, che vi siano invasioni di campo, è necessario riaffermare che i giudici devono fare i giudici e i politici devono fare i politici. Per questa ragione, signor Presidente, per il rispetto dei rapporti tra poteri costituzionali Italia dei Valori voterà contro la proposta della Giunta
(Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)."


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La tolleranza alla corruzione


Il Governo, con il decreto legge sulla manovra, sopprime l’Alto Commissario per la prevenzione ed il contrasto della corruzione ed altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione.

Il fatto è gravissimo, e risulta perfettamente in linea con la totale assenza di volontà da parte della maggioranza di stigmatizzare e punire la corruzione, derubricando la cancellazione come "riduzione di organismi collegiali".

La cancellazione è il segnale dell’endemica tolleranza e convivenza con la corruzione, che ha caratterizzato la vita politica dei governi Berlusconi. Dalla depenalizzazione del falso in bilancio ai due emendamenti salva-premier, assistiamo sconcertati all’abuso delle leggi ad-personam: questa volta le due astuzie condurranno il Presidente del Consiglio alla prescrizione, sospendendo i processi per reati ritenuti, solo dal governo, "minori" quali estorsione, associazione per delinquere, bancarotta fraudolenta, frodi fiscali, falsificazione di documenti pubblici, corruzione, corruzione in atti giudiziari, abuso d'ufficio, peculato, rivelazione di segreto d'ufficio, truffa comunitaria.

Per manifestare contro queste leggi-vergogna, scenderemo l’ 8 luglio alle 18:00 in Piazza Navona.



30 Giugno 2008

Grazie Clementina


La notizia che il CSM ha assolto in questi giorni la GIP Clementina Forleo dall’accusa di comportamenti illeciti nell’uso delle intercettazioni telefoniche su UNIPOL dimostra che chi non ha nulla da temere perché lavora con serietà e onestà non può che alla fine avere ragione. Esprimo soddisfazione per il pronunciamento del CSM che mi auguro ponga fine ad accuse denigratorie nei confronti di un servitore dello Stato.

Invece di ringraziare la dott.ssa Forleo per l’operato svolto e per aver scoperto i furbetti del quartierino mentre scalavano la finanza italiana e il più grande giornale del nostro paese si sono spesi fiumi di inchiostro per denigrarne l’operato con accuse infamanti e gossip personale. Si è dipinto un magistrato della Repubblica Italiana come una persona socialmente pericolosa tale da richiedere la tutela.

Di fronte ad una sentenza come quella del CSM qualcuno dovrà cospargersi il capo di cenere, mentre dobbiamo ringraziare chi continua ad assolvere al proprio dovere di servitore dello Stato a testa alta.


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20 Giugno 2008

Schizofrenia del legislatore


Riportor il video ed il resoconto stenografico del mio intervento al Senato della Repubblica di mercoledi 18 giugno in tema di giustizia.

"Signor Presidente, come lei aveva già da ieri garantito, questo è il momento in cui possono essere sollevate le questioni di inammissibilità, ai sensi del comma 1 dell'articolo 97 del Regolamento.

Mi richiamo all'intervento del senatore Casson abusando anch'io della lettura del precedente che sul caso specifico ha visto la pronuncia della Giunta per il Regolamento, ossia l'affermazione del principio che nel momento in cui si esamina un decreto assistito dall'urgenza prevista dall'articolo 77 della Costituzione debba esserci la garanzia per un tragitto che non consenta di far passare ipotesi normative del tutto svincolate dalla necessità e dall'urgenza che giustificarono l'emanazione del decreto-legge.

La Giunta per il Regolamento aggiunge: «In sede di conversione la norma del primo comma dell'articolo 97 deve essere interpretata in modo particolarmente rigoroso, che tenga conto anche dell'indispensabile preservazione dei caratteri di necessità e di urgenza già verificati con la procedura prevista dall'articolo 78».

Richiamo ora il preambolo del decreto-legge firmato dal Presidente della Repubblica, che recita come segue: «Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre disposizioni volte ad apprestare un quadro normativo più efficiente per contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati alla immigrazione illegale e alla criminalità organizzata, nonché norme dirette a tutelare la sicurezza della circolazione stradale in relazione all'incremento degli incidenti stradali e delle relative vittime».

Nella relazione al disegno di legge, e quindi al decreto in conversione, alla pagina 4 del fascicolo è scritto da parte del Governo quanto segue: «Con le modifiche introdotte dalle lettere c), d) ed e) dell'articolo 1 vengono introdotte alcune significative modifiche alle vigenti disposizioni concernenti uno dei fenomeni criminosi che più profondamente hanno minato, negli ultimi tempi, la sicurezza dei cittadini. Si allude ai delitti di omicidio e lesioni colpose commessi con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale». Si dice poi: «L'inquietante, quotidiano moltiplicarsi di tali delitti, in tutte le zone del Paese e ad opera di soggetti di ogni condizione ed estrazione sociale, induce a ritenere che le attuali risposte sanzionatorie siano sostanzialmente prive di adeguata efficacia deterrente e che pertanto si renda indispensabile un loro inasprimento».

Ebbene, ieri abbiamo approvato alcune norme che inaspriscono le pene per queste condotte criminose, per le quali si è ritenuto di intervenire con decretazione d'urgenza. Ieri abbiamo aggravato le pene per il reato di omicidio colposo e di lesioni colpose con violazione delle norme sulla circolazione stradale. Ma è mai pensabile che nel medesimo decreto che affronta questo tema, inasprendo le sanzioni, sia contenuta un'altra norma che sospende i processi per l'omicidio colposo per oltre un anno? Mi chiedo dove sia la coerenza del decreto d'urgenza se, da una parte, si inaspriscono le pene e si ritiene che si debba intervenire con risposte urgenti rispetto a fenomeni allarmanti e, dall'altra, si inserisce con decretazione d'urgenza la sospensione per un anno ed oltre degli stessi processi.

Quello al nostro esame è un decreto incoerente e schizofrenico, perché afferma con decretazione d'urgenza due principi contrari e contrastanti! Non vi è armonia. Non è pensabile ritenere che si risponda all'esigenza dei cittadini sospendendo i processi proprio per quei reati che ieri, invece, abbiamo ritenuto di aggravare nelle previsioni sanzionatorie.

Allora, rispetto a questo conflitto logico, giuridico e mentale (perché questa è schizofrenia del legislatore), signor Presidente, dichiari inammissibile l'emendamento 2.0.800, che è contrario a quanto è scritto nel preambolo del decreto o quantomeno, ai sensi dell'articolo 100, comma 11, del Regolamento, affidi alle Commissioni competenti l'approfondimento della materia in modo che si possa risolvere questo incredibile conflitto.

Noi ai cittadini dobbiamo dare risposte chiare e non risposte equivoche e strabiche, perché questo è ciò che stiamo facendo. (Applausi dai Gruppi IdV e PD)."

Leggi anche l'elenco riportato da La Repubblica nel quale sono indicati tutti i reati per i quali i processi saranno bloccati, tra cui figurano il traffico di rifiuti e l'adulterazione di sostanze alimentari.

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19 Giugno 2008

Oscuro utilizzo della Giustizia


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Riportortiamo i video ed i resoconti stenografici degli interventi dei deputati dell'Italia dei Valori, Antonio Borghesi e Fabio Evangelisti, in tema di giustizia e delle conseguenze dell'emendamento "salva-Premier" approvato ieri al Senato.

Antonio Borghesi: "Signor Presidente, intendo solo far osservare all'onorevole Brigandì, visto che parliamo di giustizia, che, grazie a quanto approvato ieri al Senato, tra uno straniero irregolare che violenta una studentessa e uno studente che cede una dose di hashish, il primo processo per il momento non si farà, ma si farà il secondo; tra due zingare che rapiscono un bambino e due zingare che rubano un pezzo di formaggio, il primo processo non si farà, mentre si farà secondo. Tutto questo per permettere la sospensione del processo nei confronti del Presidente del Consiglio Berlusconi: questo è il senso della giustizia dell'attuale maggioranza (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori. Proteste dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)!"

Fabio Evangelisti: "Signor Presidente, vorrei rivolgere un ringraziamento all'onorevole Contento, perché oggi abbiamo scoperto di chi è la responsabilità dei rifiuti sulle strade di Napoli: della magistratura, naturalmente (Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)!
Intendo richiamare l'attenzione del Governo su un articolo apparso oggi sul quotidiano la Repubblica [Leggi l'articolo], nel quale sono indicati tutti i reati per i quali i processi saranno bloccati, tra cui figurano il traffico di rifiuti e l'adulterazione di sostanze alimentari. Lo ha già detto molto bene il collega Borghesi: sappiamo bene che quella approvata ieri è una norma «salva-Premier». Tuttavia, siamo davvero curiosi di conoscere dal Governo la verità dietro questa norma e dietro questo utilizzo ad personam della giustizia. Infatti, a cosa serve creare con la mano destra una superprocura, un tribunale speciale sui rifiuti per affrontare la crisi, se poi con la mano sinistra si bloccano i processi relativi al traffico dei rifiuti?"

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16 Giugno 2008

Norme doppiamente criminogene


Ci dicano subito quale è il processo che si deve fermare. E' quello Mills? Oppure quale altro processo? Lo dicano al Paese e al Parlamento. Faremmo prima. Sarebbe più trasparente dire: la legge è uguale per tutti tranne che per il Presidente Berlusconi e qualche altro amico.

Ogni giorno una nuova perla. Oggi al Senato sono state presentate due norme doppiamente criminogene, come per altro la maggior parte delle disposizioni del Governo Berlusconi in materia di giustizia. Con il primo emendamento che impone ai giudici quali processi fare prima e quali dopo, si viola il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, stabilito dalla Costituzione. Poiché è evidente che tutti i processi che non rientrano nell'elenco, contenuto nell'emendamento, sono destinati a prescrizione sicura, grazie alla cosiddetta legge "Cirielli". Mentre con il secondo emendamento si sospendono i procedimenti penali relativi a fatti commessi fino al 30 giugno 2002 anche se il dibattimento di primo grado non si è ancora concluso. Ed inoltre, viene consentito all'imputato di chiedere l'applicazione della pena su richiesta delle parti.

E' chiaro che questa norma porta nome e cognome di chi, ancora una volta, vuole utilizzare la legge per sottrarsi al processo. Insomma una norma per la solita "casta".

Tra l'altro, vorremmo capire, cosa c'entrano queste proposte con la sicurezza dei cittadini?

Basile: un nastro giallo per ricordarlo


Ciao Peppino, ti hanno ucciso vigliaccamente, non ha neppure potuto lottare, so che avresti voluto farlo. Mi hai ripetuto più volte che per fermarti avrebbero dovuto ammazzarti.
Qualche mese fa, alle soglie della campagna elettorale siamo stati a cena insieme mi spiegavi, tra pietanze aromatiche e vino del posto, che a Ugento vige un sistema consolidato da scardinare. Ricordo che mi presentasti quel nostro candidato, comandante dei Carabinieri, trasferito a Fragagnano perché, a tuo dire, aveva ficcato il naso nel sistema di Ugento. Tu che quel sistema hai tentato di scardinare contro la destra e la sinistra.
Ciao Peppino. Voglio ricordarti per l’ultima volta con il colore giallo, giallo come il sole del Salento, giallo come la luce che trasmettevano i tuoi occhi scuri. Giallo come il nastro che vi invito a indossare per ricordare il guerriero della Legalità, Peppino Basile.


Pierfelice Zazzera

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14 Giugno 2008

Giustizia in malafede


Il governo sul numero degli intercettati ha raccontato un sacco di frottole agli italiani. In Italia gli intercettati non sono ogni anno piu' di 20-25.000 e l'80% riguarda i reati delle associazioni mafiose che gli altri paesi, per fortuna, non hanno.

Il ministro Alfano in commissione Giustizia, nel suo primo atto ufficiale in Parlamento, ha raccontato bugie. Ha detto che un terzo delle spese per la giustizia se ne vanno per le intercettazioni, mentre e' il 2,5%; dice che gli italiani intercettati sono milioni, mentre non sono piu' di 20.000. Evidentemente era la preparazione di una campagna mediatica di delegittimazione del lavoro di giornalisti e magistrati, e che ha come ultimo obiettivo, da perseguire con questo disegno di legge, quello di garantire sempre piu' ampi spazi di impunita' in questo paese ai reati dei colletti bianchi. E anche la camorra ringrazia perche' scompaiono anche tutti i reati legati alle eco-mafie. Insomma un grave colpo allo stato di diritto in questo Paese.

Le indagini sulla clinica degli orrori sono iniziate quali semplici indagini per 'colpe mediche' ovvero 'per lesioni personali colpose', tutti reati che sono ben al di sotto del limite di 10 anni. Le imputazioni piu' gravi sono scattate solo a seguito delle intercettazioni. Questa e' la dimostrazione che in questa materia il Governo e la maggioranza si sta muovendo o con assoluta incompetenza o con assoluta malafede.

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12 Giugno 2008

Uso privatistico delle istituzioni


Quanto scrive oggi Repubblica è inquietante, ovvero che a Palazzo Chigi si starebbe lavorando alla riedizione del lodo Schifani per bloccare i processi che vedono imputato il Presidente del Consiglio (leggi l'articolo di Repubblica).
Un’indiscrezione che, se confermata, sarebbe molto grave perché testimonierebbe un uso privatistico delle istituzioni assolutamente inaccettabile in uno stato democratico e di diritto. Ci auguriamo che da Palazzo Chigi arrivi una secca smentita, perché gli episodi che si sono susseguiti fino ad oggi, il tentativo di inserire una norma blocca processi nel decreto sicurezza e il teatrino di ieri sul decreto non decreto per le intercettazioni, hanno creato più di un dubbio.

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10 Giugno 2008

PD: opposizione ombra


Vignetta tratta dal Corriere della Sera

Cinque anni di galera uguali per tutti: per chi intercetta e chi pubblica le intercettazioni. Esclusi solo mafia e terrorismo. Così Berlusconi a Santa Margherita Ligure. Gli autori di tutti gli altri reati possono stare tranquilli.

E' una depenalizzazione di fatto che instaurerà un silenzio ovattato anche su tutti i reati di natura finanziaria ed economica, in particolare su corruzione e concussione. Aveva cominciato con la legalizzazione dell'illegalità, ma la macchina della giustizia non si era adeguata abbastanza. Ora prova a far sparire l'illegalità.

Le intercettazioni sono un tema così scottante che il Partito Democratico dialogherà anche su questo? O non è invece il momento di interrompere il clima dolciastro nei rapporti tra maggioranza e opposizione?

Veltroni lascerà alla sola Italia dei Valori il compito dell'ostruzionismo più convinto o vorrà promuovere una "giornata per la giustizia" insieme a tutti i soggetti della società civile che in questi anni da soli hanno fatto barriera contro l'ingiustizia?

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8 Giugno 2008

Sporcarsi le mani non è obbligatorio


Riporto una mia intervista rilasciata ad Aprile Online, lo scorso 6 giugno, sui fatti accaduti durante questa settimana presso la Camera dei Deputati.

Aprile Online: "La mattina a Montecitorio, la sera ad armeggiare con i camorristi". Onorevole Barbato, con Landolfi ci è andato giù pesante...
Francesco Barbato: Non mi pare proprio, perché ho soltanto chiamato le cose con il loro vero nome, citando fatti pubblici, e parlando non solo di Landolfi.

Aprile Online: E chi altri?
Francesco Barbato: Per esempio il deputato Paolo Russo, che commissionava a un camorrista di Poggio Reale di cambiare i connotati a un cittadino che non lo aveva votato. Ma queste sono tutte cose che ho già detto anche nella dibattito sulla fiducia al nuovo governo Berlusconi, del quale Russo è stato nominato presidente della Commissione Agricoltura.

Aprile Online: Però è stato proprio l'onorevole Russo che, in un'intervista per "Repubblica", ha dato ragione a Napolitano, e indirettamente anche a lei, parlando dell'Italia come di un imbuto, dove i rifiuti del Nord defluiscono verso il Sud.
Francesco Barbato: Molto strano, e allora mi chiedo: dov'era Russo quando nel precedente governo Berlusconi era presidente della Commissione bicamerale rifiuti, alla quale erano stati concessi anche poteri inquirenti? Per questo ritengo che lo stesso Russo, almeno in quegl'anni, abbia responsabilità ancor più superiori a quelle di Bassolino. La commissione di controllo sull'emergenza rifiuti, con a capo Berlusconi, era guidata da Russo. Punto.

Aprile Online: La deposizione dell'imprenditore Michele Orsi ai pm di Napoli ha portato a far recapitare avvisi di garanzia a Landolfi e Cosentino, neo sottosegretario all'economia. Michele Orsi è stato ucciso domenica scorsa con 18 colpi di pistola. Coincidenze?
Francesco Barbato: Guardi, commento così: ci sono due modi di fare politica in Campania, quello di Landolfi, che rivendica pubblicamente di "sporcarsi le mani", e che risulta indagato per corruzione. Poi c'è chi prova a fare politica onestamente, senza sporcarsi le mani. Io sono stato sindaco in provincia di Napoli, e non ho mai avuto bisogno di trovare il posto a qualcuno, mi sono semplicemente messo al servizio dei cittadini. In questo modo è difficile sporcarsi le mani.

Aprile Online: Buoni e cattivi, insomma...
Francesco Barbato: Non dico questo. Dico che oggi in Campania assistiamo al risultato prodotto dalla convivenza dell'operato di Bassolino, responsabile per ragioni politiche, e di un centrodestra guidato da Berlusconi, che in 14 anni di emergenza rifiuti ha partecipato senza vergogna a questo immondo banchetto, costato due miliardi di euro ai cittadini, tra assunzioni finalizzate a scopi elettorali, incarichi di vario tipo e molto altro. Noi dell'Italia dei Valori semplicemente cerchiamo di contrastare questo tipo di impostazione di gestione del potere.

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2 Giugno 2008

Il collasso della Giustizia


La giustizia italiana è in crisi, in particolare per quanto riguarda la durata dei processi, a causa della mancanza di mezzi e risorse umane che le impediscono di funzionare come dovrebbe. La pubblicazione su Repubblica, di domenica 1 giugno, di una relazione interna al Ministro della Giustizia certifica ufficialmente quello che già si sapeva.

A fronte di questa preoccupante emergenza il governo ha assunto un provvedimento irrazionale che va nella direzione opposta, come quello di aver rimandato per altri sei mesi la riduzione del numero dei tribunali militari e la destinazione dei giudici che operano in questi tribunali alla giustizia ordinaria. Provvedimento ancora più incomprensibile se si considera il basso volume di lavoro che queste strutture sono chiamate a svolgere e gli alti costi che producono. Una misura già adottata dal governo Prodi e che sarebbe entrata in vigore dal primo di luglio se venerdi scorso il governo non avesse varato con decreto un ulteriore rinvio di sei mesi. Una scelta grave che il governo dovrà spiegare ai tanti cittadini che da anni attendono di ottenere una sentenza.

Per ottenere tale risposta presenterò un'interrogazione nella quale al ministro della Giustizia verrà richiesto cosa intenda fare per recuperare la montagna di crediti che lo Stato vanta per pene pecuniarie e sanzioni processuali, che per il solo 2007 ammontano a mezzo miliardo di euro.

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21 Aprile 2008

Condannato con indulto




L'ex ministro della Sanità del governo Berlusconi,Girolamo Sirchia, è stato condannato a tre anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici, come pena accessoria, nell’ambito di un processo per tangenti nel mondo della sanità milanese. Sirchia è stato condannato insieme ad altre sette persone e ad una società, accusati a vario titolo di corruzione, turbativa d'asta e appropriazione indebita. Ma nessuno abbia timore: Sirchia non farà un solo giorno di prigione.

Per tre imputati la condanna è coperta da indulto. Anche i tre capi di imputazione per cui Sirchia è stato condannato non sono lontani dalla prescrizione, per cui può darsi che non si arrivi nemmeno al processo di appello. Assistiamo all’ennesimo caso di un "potente" colto con le mani nel sacco, che, come già in passato si è verificato per altri, non pagherà il suo debito con la giustizia, grazie all’indulto voluto da Berlusconi e da una larga parte dell’Unione.

La morale tuttavia è che l’episodio di un ex ministro del Centro-Destra condannato per accuse infamanti, spiacevole di per sé, rappresenta un’ulteriore dimostrazione del fatto che dietro le sbarre rimangono, o ci sono tornati, i ladri di polli, mentre finanzieri di assalto, evasori fiscali, politici e potenti in genere restano in libertà grazie a questo assurdo provvedimento di condono della pena.

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4 Aprile 2008

Per la cultura della legalità




Sono Francesco Ennio, candidato alla Camera con l’Italia dei Valori nella circoscrizione Veneto 1. Ho una bambina molto piccola, ha un anno e mezzo, e non posso rassegnarmi all’idea di doverla educare dicendole: “guarda, non ti devi fidare di nessuno”. Il nostro Paese ha il sacrosanto dovere e deve trovare la forza per ripartire dalle nuove generazioni, per rimettere insieme il patto sociale che lo lega. La nostra Italia è come una bellissima casa, antica, molto bella, piena di decorazioni e di storia. Però questa casa ha umidità, spifferi e qualche crepa e, in alcuni casi, rischia anche di crollare. Non possiamo perciò porci il problema di vedere se possiamo mettere un condizionatore o un divano nuovo o la nuova lavastoviglie. Il problema oggi è quello di ristrutturare questa casa, ristrutturare questo nostro Paese.

Dobbiamo farlo, prima di tutto, partendo da un messaggio culturale, da una risposta culturale molto forte. In un Paese come la Norvegia, una persona fa cento chilometri in autostrada, arriva a un casello dove non c’è nessuno e l’unica cosa che deve fare è mettere delle monetine in un cesto, a seconda dei chilometri che ha percorso. Ecco, questo Paese si può permettere il lusso, proprio perché culturalmente fatto così, di spendere poco dal punto di vista della gestione dello Stato. Non ha praticamente polizia in giro se non le guardie reali, e questo solo perché questa è la sua cultura. L’indole di quelle persone le ha portate a non aver bisogno di eccessivi controlli e di un’eccessiva burocrazia. Per questo penso che prima di tutto noi dobbiamo partire dalla formazione dei giovani, per creare punti d’eccellenza e questa cultura della legalità deve diventare una cultura diffusa, capace di formare le persone perché s’impegnino e diano il massimo di sé, non solo nel campo professionale, ma anche nella vita di tutti i giorni, negli impegni della famiglia e del sociale.

Il Veneto è una regione ricca. È ricca di dedizione, di persone che iniziano molto presto a lavorare e terminano molto tardi. Però hanno bisogno di vivere in uno Stato più leggero. Non abbiamo bisogno di aggiungere altre leggi. Abbiamo bisogno probabilmente di migliorarle e sicuramente di tirarne via molte, perché abbiamo bisogno di poter leggere con semplicità i nostri doveri e i nostri obblighi verso lo Stato. Ma abbiamo bisogno di uno Stato che si concentri su di noi e ci faccia capire che ci è vicino. Ecco perché deve assolutamente trovare attuazione il Titolo V della Costituzione, in particolare in questa parte del Paese. Ecco perché deve arrivare assolutamente una nuova contrattazione delle competenze e deve arrivare qui, in questa parte d’Italia, una maggiore capacità di occuparsi di se stessa. Deve arrivare il federalismo fiscale.

Io penso a queste cose, una lotta per le nuove generazioni, penso semplicemente al fatto che gli anziani oggi stanno male con le loro pensioni e che domani i nostri ragazzi avranno metà della pensione dei nostri anziani d’oggi. Sono tutte sfide estremamente importanti e nelle quali ci dobbiamo calare con il massimo impegno, perché ne va sicuramente del futuro del nostro Paese. Un futuro che dipenderà molto dalla prossima legislatura. Se sarà un legislatura costituente nella quale si potranno fare delle riforme, e l’Italia dei Valori è un partito assolutamente riformista, noi avremo delle carte importanti da giocare e, siccome siamo persone serie, preparate e competenti, penso che gli elettori terranno presente prima di tutto che noi poniamo il nostro onore nel meritare la loro fiducia.

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26 Marzo 2008

Per la sicurezza e la legalità




Sono Patrizia Bugnano, sono una avvocato, e ho avuto l’opportunità di essere candidata capolista al Senato per la regione Piemonte.
La mia esperienza è quella di una professionista: ho sempre e solo esercitato la professione di avvocato, e solo negli ultimi anni ho sentito l’esigenza di impegnarmi in politica, sin da subito, sempre e solo con l’Italia dei Valori.

La mia esperienza professionale mi ha portato recentemente a far parte del collegio di difesa dei famigliari delle vittime della Thiessen Krupp, in seguito al tragico incidente sul lavoro che abbiamo avuto negli scorsi mesi a Torino. Quello della sicurezza sul lavoro è uno dei temi su cui io mi vorrò impegnare in Parlamento. Quest’esperienza professionale mi ha fatto avvicinare ad un mondo che non conoscevo molto bene e che, però, mi ha fatto capire quanto ci sia ancora da fare perché i lavoratori possano lavorare serenamente ed in sicurezza nei luoghi di lavoro. Questo è un impegno che mi voglio prendere in prima persona, che porterò avanti in Parlamento e nel Governo.

Un altro tema su cui mi voglio impegnare, che deriva sempre dalla mia esperienza professionale, è il tema della giustizia. Vivo quotidianamente i disservizi della giustizia, legati non certo al fatto che i magistrati non lavorino alacremente, così come il personale di cancelleria e la polizia giudiziaria, ma legati semplicemente al fatto che mancano le risorse. Spesso nei tribunali manca anche la carta per scrivere le sentenze. Quindi, il tema della Giustizia e quello dell’incremento delle risorse di cui ha bisogno saranno altri temi su cui mi vorrò fortemente impegnare in Parlamento.

In ultimo, ma non per importanza, c’è un altro tema che mi è caro e deriva da una recente esperienza, dato che sono stata eletta presidente del Coni provinciale di Torino: il mondo dello sport. Voglio portare in Parlamento un’iniziativa politica che sostenga il mondo dello sport, perché lo merita, dato che fa crescere i nostri giovani, permettendo loro di fare attività fisica, consentendo loro di crescere in modo sano, riconoscendo e portando avanti quei valori che l’Italia dei Valori ha nel suo Dna: la legalità, il rispetto degli altri, il rispetto delle regole. Il mondo dello sport è impregnato di questi valori, e credo che un candidato come me, capolista al Senato in Piemonte, debba farsi portatore, in un mondo come quello dello sport che merita tantissimo.

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24 Marzo 2008

Una questione di giustizia




Riporto una mia intervista rilasciata alla stampa estera in tema di giustizia.

Se potesse diventare Ministro della Giustizia, come risolverebbe i tanti problemi della giustizia in Italia? I processi che durano troppo tempo, i carceri che sono troppo pochi, e la certezza della pena?
Antonio Di Pietro: La giustizia ha la necessità d’interventi ordinari ed efficaci, e non di discussioni meta-giuridici che non hanno a che vedere con la quotidianità. In questi anni si è discusso di grandi temi, come la separazione delle carriere, il ruolo del Csm, l'ordinamento giudiziario, ma cito quattro punti, come indice, di cui la giustizia ha bisogno: un aumento del 30% delle risorse finanziarie a favore del comparto giustizia; un aumento del personale ausiliario del magistrato, sia civile che penale, che oggi è sotto del 30%, ma con riferimento all'organico di venti anni fa, nonostante siano aumentate le competenze; una riaggregazione dei tribunali e delle corti d'appello, soprattutto i tribunali, dove alcuni sono sovraccarichi e altri poco lavoro, in modo da ottimizzare il lavoro dei magistrati e del personale ausiliario; una ridefinizione del ruolo e delle attività del personale di polizia giudiziaria, carabinieri, polizia e guardia di finanza soprattutto, affinché possano svolgere le loro attività soltanto in materia di polizia giudiziaria e sicurezza, e non anche compiti amministrativi, tipo scorte o altre attività che possono essere svolte da altre realtà. Sul piano processuale intendo intervenire sulla riduzione dei tempi processuali, innanzi tutto eliminando la legge sulla riduzione dei tempi della prescrizione, fatta dal governo Berlusconi con una legge ad personam. In secondo luogo, riducendo i gradi di giudizio da tre a due, eliminando un grado di giudizio d’appello perchè siamo in un processo accusatorio e non inquisitorio. In terzo luogo, facendo una norma che interrompe la prescrizione con il rinvio al giudizio, evitando cosi i mille codicilli degli avvocati. Sul piano sostanziale, una riduzione importante delle tipologie di reato: i cosiddetti reati bagatellari devono essere depenalizzati a favore della lotta contro la grande criminalità.

Rispetto alle riforme sulla giustizia, avete molti galeotti fuori e mancano le carceri. Ha toccato un'altra questione, ma sembra che lo stato italiano abolisca i reati.
Antonio Di Pietro: Sono convinto, e per questo mi sono sempre opposto ad ogni forma d’indulto e d’amnistia, che vi deve essere la certezza della pena, perché uno deve sapere che il delitto non paga. Per questa ragione mi sono beccato molte volte del forcaiolo e del giustizialista: non sono né uno, né l’altro, ma rivendico il fatto che il delinquente deve stare in galera se non riesce a capire e a risocializzare in un mondo normale. Ciò premesso, affinché sia chiaro che non sono solo parole le mie, voglio riferire qui cosa è successo in occasione dell’ultima finanziaria del 2008, quando negli ultimi minuti della discussione del Consiglio dei Ministri ho preso atto che ancora una volta non era stata messa alcuna somma per l’implementazione delle strutture carcerarie, e dopo aver chiesto più volte al collega della giustizia che insistesse su questo tema, ma parlavano tutti di grandi temi, ho richiesto personalmente ed ottenuto che fosse fatto un capitolo del bilancio al Ministero delle Infrastrutture, che non dovrei azzeccarci niente perché mi occupo di strade e ferrovie, ma considerando come infrastrutture anche le carceri, perché almeno 80 milioni di euro che vengono dati a disposizione del ministero vengano usati per le infrastrutture carcerarie. In parole povere, dal 2008 ci sono i soldi per implementare le carceri addossandomi le spese come Ministero delle Infrastrutture, facendo passare per infrastrutture quello che dovrebbe essere un qualcosa di diverso: la sicurezza.

Lei ha le idee molto chiare sulla giustizia. Se le offrissero di fare il Ministro della Giustizia, accetterebbe?
Antonio Di Pietro: Rispondo senza infingimenti: vorrei carta scritta con le possibilità che mi danno per fare quelle cose che vi ho appena detto, perché fare la bella statuina senza le risorse finanziarie, senza possibilità operativa e mettere la faccia sul non fare, non sono disponibile.

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22 Marzo 2008

G8: accertare i mandanti politici




Noi dell’Italia dei Valori riteniamo che, in quei giorni del G8, ci furono una serie d’illegalità, una più grave dell’altra. La prima fu quella dei facinorosi che, mischiati ai legittimi manifestanti, con caschi e materiale contundente, hanno aggredito forze di polizia, commercianti e cittadini inermi. Su quei fatti la magistratura sta facendo chiarezza, avendo già chiesto giudizi e condanne.

Si è verificato un altro fatto ancora, a Bolzaneto e alla Diaz. Si sono cioè verificati comportamenti da parte di alcuni esponenti delle forze dell’ordine che, non per legittima difesa, ma per ritorsioni, hanno aggredito alcuni cittadini, quando questi non erano o non erano più in condizione di offendere. Questo fatto è ancora più grave perché non è stato commesso da un cittadino normale, ma da un cittadino con la divisa e, anche per questo fatto, la magistratura sta procedendo. Come Italia dei Valori riteniamo che dobbiamo lasciare alla magistratura il compito di accertare i fatti penalmente rilevanti.

Ma questi esponenti delle forze di polizia che hanno usato violenza lo hanno fatto perché sono impazziti improvvisamente, o perché eccitati, indotti, indottrinati da una classe politica che voleva mostrare il pugno di ferro attraverso la repressione postuma? In questo senso, chi era quella persona, appartenente alla classe politica allora al governo, che stava dentro le caserme a dare le disposizioni per l’ordine? Credo che una verifica politica su questo tema sia doveroso farla, per una questione di lealtà, chiarezza e di verità.

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1 Marzo 2008

L'ipocrisia delle democrazie occidentali




La vicenda dei fondi riservati e occulti scoperti a Vaduz in Liechtenstein, rilancia un tema, da sempre presente nelle moderne democrazie di mercato, e che ne rappresenta anche la vera malattia. Un virus che si potrebbe sconfiggere, se solo la comunità internazionale lo volesse. Questo perché è impensabile che piccoli Stati come, per esempio, il Liechtenstein, le Bahamas, le Virgin Island, e quella marea di microscopiche identità territoriali possano esistere e prosperare se non grazie al grande potere che acquisiscono attraverso i tanti capitali finanziari che arrivano nelle loro casse.

Diciamo quindi la verità: siamo in presenza di Stati canaglie che fanno da casseforti occulte di manovre speculative finanziarie. Cosiddetti paradisi fiscali i quali, con opportuna legislazione interna, consentono di effettuare operazioni non trasparenti. Ma tutto ciò è possibile in quanto è la stessa comunità internazionale a permetterlo. Il problema, quindi, non è l’individuazione dei nomi di coloro che hanno depositato fondi a Vaduz ma la risposta che la comunità internazionale, a cominciare dall’Unione Europea, deve dare, e cioè l’embargo economico, finanziario e commerciale per quei paesi che consentono tali manovre. Una misura contro realtà come il Liechtenstein e gli altri Stati canaglia che rappresentano la valvola di sfogo per le illegalità di personaggi, di un mondo economico-finanziario corsaro, che aggirano in questo modo le regole e i controlli dei Paesi in cui vivono.

C’è una ipocrisia di fondo in queste moderne democrazie occidentali come l’Italia, la Germania e tante altre, per la sottomissione del potere politico a quello economico. Paesi in cui le leggi finiscono con l’incidere solo sui tanti poveri cittadini; mentre i potenti, i furbi, e gli spregiudicati affaristi trovano, come sempre, la strada per farla franca, a volte appena varcato il confine.

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26 Febbraio 2008

Pedofilia: le proposte di legge ci sono gia'




Veltroni interviene oggi sul problema della pedofilia, un tema sul quale nessuno deve abbassare la guardia. Desidererei pero' che Veltroni prendesse buona nota che nel giugno scorso fu approvata dalla Camera una mozione, la numero 1-00194 , che tra gli impegni per il Governo prevedeva quello di 'esercitare ogni azione affinche' l'Onu riconosca i reati di pedofilia come crimine contro l'umanita', o ancora nel luglio 2007 veniva depositata la proposta di legge sulla pedofilia numero 2941 a prima firma del sottoscritto, che inasprisce e garantisce la certezza della pena per i pedofili, o ancora la proposta di legge 3310 del dicembre 2007, sempre a mia firma, che integra il codice penale introducendo il reato di sequestro di minori. Entrambe le proposte di legge prevedono l'imprescrittibilita' del reato di violenza sui minori o la prescrittibilita' a decorrere dalla maggiore eta' della vittima. Queste due Proposte di Legge sono sul sito della Camera e chiunque puo' constatarne il progresso dell'iter parlamentare. Volendo su un tema come quello della lotta alla pedofilia che riguarda tutta la societa', si potrebbe chiedere una convergenza unanime, se pur a Camere sciolte, anche perche' i pedofili o chi compie violenza contro i minori puo' colpire in qualsiasi momento.

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19 Febbraio 2008

Mettere mano alle leggi vergogna




Dopo i grandi campioni dei motori, Rossi e Fisichella, ora anche uno dei big della finanza italiana finisce nel mirino della lotta all’evasione. Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, è stato condannato a pagare più di 20 milioni di euro per evasione fiscale per un disinvolto ricorso a società estero vestite.
Il fatto che anche personalità così in vista siano colpite dal fisco ha sicuramente un effetto educativo, anche se bisogna considerare gli effetti negativi dalla riduzione delle sanzioni prevista dalla legge.

Nel caso di Valentino Rossi,ad esempio, che doveva al fisco ben 112 milioni di euro, si è arrivati ad un accordo dove il campione delle due ruote dovrà pagare 35 milioni di euro in dodici rate trimestrali ognuna da 1,57 milioni.
All’evento dell'accordo è stato dato risalto, con una conferenza stampa, che ha portato all'esaltazione del personaggio come esempio da imitare. La verità è che gli altri 77 milioni che il campione dovrebbe allo Stato non verranno mai versati, soldi che potevano essere usati per risolvere il problema dei dipendenti dell'Agenzia delle entrate che hanno svolto l'accertamento su Rossi, attualmente senza contratto.

Un altro fatto su cui bisogna riflettere sono i dati ufficiali del casellario giudiziario, che evidenziano un crollo, dal 1996 al 2006, dell'80-90 per cento delle condanne definitive per corruzione, concussione, peculato e abuso d'ufficio, situazione in netto contrasto con quanto risulta da altre fonti,. La verità è che tali reati sono difficilmente perseguibili a causa di due leggi, quella sull'abuso d'ufficio e, soprattutto, la ex Cirielli.

E’ compito prioritario, dunque del nuovo governo e del nuovo parlamento intervenire per la modifica immediata di quelle leggi.
Per estirpare il fenomeno bisogna colpire gli evasori e i corruttori, come chiede anche l'Unione Europea.

L’Italia dei Valori ha posto al terzo punto del suo programma elettorale la questione della Legalità, prevedendo l'inasprimento delle pene per reati economici e di falso in bilancio, l'eliminazione del conflitto di interessi e l'efficienza della macchina della Giustizia.

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7 Febbraio 2008

La tutela dei risparmiatori




Abbiamo avuto in questi mesi dei casi molto gravi di dirigenti e amministratori del settore bancario che sono stati condannati con sentenze, seppur di primo grado, per concorso in bancarotta fraudolenta, in vicende in cui le banche erano state in qualche modo protagoniste, pensiamo ai casi della Banca Popolare di Lodi, Fiorani, e altre ancora. In tutti questi casi bisogna dire che c’è una legge che prevede che gli amministratori delle banche e delle intermediarie finanziarie abbiano e mantengano dei requisiti d’onorabilità, tra cui il non essere condannati per reati finanziari e contro la pubblica amministrazione.

La legge, un regolamento della Banca d’Italia, prevede che in questi casi, e finché la sentenza non sia definitiva, ci sia una sospensione degli amministratori e la convocazione dell’assemblea. Se la banca e l’assemblea li rinomina, queste persone possono tornare tranquillamente al loro lavoro, cosi com’è avvenuto all’amministratore delegato di Capitalia, Geronzi, per l’ex amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, Gronchi. In questo modo, di fatto, persone che sono state condannate per gravi reati di natura finanziaria, in questioni che hanno causato tanti danni ai risparmiatori, continuano a gestire il credito nel nostro paese come se nulla fosse.

L’Italia dei Valori, che ha posto sempre la difesa dei risparmiatori e dei consumatori in generale tra i suoi obiettivi, non poteva stare ferma di fronte a questi fatti. Li abbiamo denunciati più volte, ma abbiamo anche presentato qualche mese fa una proposta di legge, che vede me come primo firmatario assieme ad altri colleghi del partito, perché non riteniamo possibile che un amministratore condannato per quel tipo di reati possa continuare a mantenere la sua posizione, anche se gli azionisti della banca lo rinominano.

C’è chi sostiene che se gli azionisti lo rinominano ha, di fatto, diritto a rimanere al suo posto: credo che il problema non sia la tutela degli azionisti della banca, ma la tutela dei risparmiatori. Crediamo che tanto nel settore bancario, quanto nel settore dell’intermediatore finanziario e nel settore assicurativo, sia opportuno, proprio per gli importanti riflessi che ci sono nei confronti del risparmio pubblico e della tutela dei risparmiatori, che queste persone siano obbligate a non esercitare più il loro lavoro fino alla sentenza definitiva.

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28 Gennaio 2008

Comune di Vittoria: no al pizzo


Riportiamo l'intervista a Leoluca Orlando, portavoce e deputato dell'Italia dei Valori, in tema di mafia e provvedimenti lotta contro il pizzo.

orlando_racket.jpg

Per la quarta volta, nella realtà siciliana, la polizia e le forze dell’ordine con azione meritoria hanno scoperto i pizzini: gli elenchi di operatori economici e commerciandi che erano costretti a pagare il pizzo ai mafiosi. E’ la conferma che la mafia non si arresta ma continua, la conferma che c’è bisogno di continuare in questa azione di repressione, da parte della magistratura e delle forze dell’ordine, ma che occorre anche introdurre delle misure che servano a giovare questo lavoro delle forze dell’ordine.

In una terra come la nostra, nella quale un presidente della regione, condannato a 5 anni ed interdizione dai pubblici uffici per avere favorito boss mafiosi, ha l’arroganza di voler restare in carica e festeggiare con i cannoli, c’è anche una Confindustria Sicilia che dice “non può far parte dell’organizzazione degli imprenditori chi ha comunque rapporti con mafiosi, anche se non commette reati”.

C’è una società civile che cerca di ribellarsi, c’è Addiopizzo, ci sono commercianti che coraggiosamente pubblicano nomi, ci sono cittadini che dichiarano di far la spesa soltanto da imprenditori che dichiaratamente sono contro il pizzo e collaborano con la polizia per scoprire gli estortori.

Di fronte a questo la politica non può rimanere ferma, ecco la ragione per la quale abbiamo pensato di proporre alcune disposizioni per inasprire le pene nei confronti di chi non collabora con le forze dell’ordine, di chi eventualmente potrebbe utilizzare queste disposizioni in maniera fraudolenta, ma al tempo stesso esse rispondano rispetto al piccolo imprenditore, al piccolo operatore economico, all’artigiano, al commerciante con meno di 15 dipendenti e a chi ha meno di un milione di fatturato, perché il grande imprenditore, la grossa impresa, trova i sistemi di difesa e ha compreso che pagare il pizzo non è conveniente, perché rischia di appesantire i costi di produzione tanto da dover essere più competitiva con imprese che invece il pizzo lo pagano, e quindi lo fanno nell’etica della convenienza, ma il piccolo commerciante, il fruttivendolo, il piccolo bar, pensa a sopravvivere, e quindi bisogna dargli una sponda, per quelli che il pizzo non l’hanno mai pagato e per quelli che, avendolo pagato, collaborano per scoprire gli estortori e per bloccare questo fenomeno.

Nelle disposizioni sono previsti sgravi fiscali per tre anni, sono previsti sgravi dei tributi locali, per esempio l’esenzione dal pagamento dell’occupazione del suolo, prevede la riduzione degli oneri contributivi per i propri dipendenti, che è anche un modo per metterli in regola. Perché per un periodo di tre anni? Perchè i piccoli imprenditori, quando collaborano, i loro negozi, i loro bar, i loro ristoranti, non vengono più frequentati, e allora bisogna accompagnare in qualche modo coloro che hanno dato la loro utile collaborazione perché possano continuare la loro attività superando un momento di sbandamento nel quale rischiano di essere isolati per opera della criminalità organizzata.

Queste disposizioni sono previste accanto ad un sistema rigoroso di controllo sul territorio, accanto ad un sistema di videosorveglianza, accanto ad un sistema di presidio del territorio per evitare che questi piccoli operatori economici non rimangano da soli non solo in Sicilia, non in Calabria o in Puglia, ma in tutta Italia. La cronaca di ogni giorno ci dice come questi criminali si stanno diffondendo in tutta Italia, e a Rovigo come a Siracusa si è esposti a questo rischio.

Diamo sponda a chi non vuole pagare, diamo sponda a chi vuole collaborare, stabiliamo sistemi di controllo del territorio, inaspriamo le pene, ma accompagniamoli a superare la fase critica che segue alla collaborazione con le forze dell’ordine. Credo che sia un modo concreto perché la politica faccia la propria parte in una terra nella quale il volume di affari collegati a questa ignobile attività è enorme, e l’appesantimento rispetto allo sviluppo delle piccole e medie imprese è certamente insostenibile.

Siamo convinti che questo esperimento possa servire ad avere dati, indicazioni ed informazioni migliori, e possa anche far comprendere che collaborare con la giustizia può comportare qualche rischio, ma che può essere conveniente.
conveniente.

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17 Gennaio 2008

Soli per la legalità


Riportiamo l'intervento dell'On. Massimo Donadi, tratto dai resoconti stenografati alla Camera, a dimostrazione di come l’Italia dei Valori è isolata nella difesa della magistratura e della legalità.

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Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, abbiamo apprezzato il richiamo contenuto nel suo intervento all'autonomia e all'indipendenza della magistratura. Tuttavia, signor Presidente del Consiglio, noi crediamo che governare significhi, sempre e innanzitutto, assumersi fino in fondo la responsabilità di dare risposte concrete alle necessità e ai bisogni del Paese. Ebbene, noi riteniamo che oggi il Paese abbia bisogno di sapere dal Presidente del Consiglio se sia vero o non sia vero che in questo Paese vi sono frange di magistratura che tentano di abbattere i loro avversari politici (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).Il Paese ha bisogno di sapere se...

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12 Gennaio 2008

Contrastiamo il racket


Pubblico una lettera inviata al nostro Presidente Idv, Antonio Di Pietro, sulla proposta di legge presentata per contrastare il fenomeno del racket.

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"Caro Presidente,

come a Te ben noto, abbiamo predisposto una proposta di disposizioni per il contrasto del fenomeno dell’estorsione e di sostegno alle vittime esercenti attività economiche.

Tale proposta, della quale Ti invio ulteriore copia, dovrà essere confrontata con forze politiche e associazioni di categorie e ha già costituito parte significativa dell’odierna riunione di maggioranza tenutasi a Palazzo Chigi sui temi dello sviluppo economico e dell’equità sociale.
La politica deve sostenere autorevolmente, anche con provvedimenti legislativi organici, la lotta al racket e alla criminalità organizzata, che sta realizzando buoni risultati.

Dopo le inchieste giudiziarie e le operazioni delle forze dell’ordine, a seguito di importanti iniziative di associazioni di cittadini e della forte presa di posizione di Confindustria e di altre categorie, la politica non ha ancora fatto sentire la sua voce.
Non possiamo consentire che la politica resti inerte e appaia quasi in imbarazzo nel constatare la capillarità del fenomeno estorsivo in alcune realtà del nostro paese. Questo fenomeno tende sempre più a diffondersi sul tutto il territorio nazionale e pone a rischio ogni operatore economico del paese.

E’ inaccettabile che su questo tipo di dramma sociale ed economico la politica si affidi alla pur meritoria azione giudiziaria, o si limiti a plaudire ad iniziative di imprenditori singoli o associati. Proprio per questo vogliamo rendere per legge conveniente collaborare nella lotta all’estorsione.

L’estorsione si configura ormai come una vera e propria “fiscalità criminale” alla quale occorre contrapporre una serie di benefici e agevolazioni per quanti forniscono “utile collaborazione” ad individuare estortori e accertare responsabilità. La proposta prevede, infatti, significativi sgravi fiscali e contributivi,nonché totale copertura dei danni subiti e garanzia dello Stato per ottenimento dei crediti necessari a seguito di danneggiamenti criminali.

Destinatari di tale benefici sono imprenditori, commercianti, artigiani e liberi professionisti iscritti in albi previsti per legge, con meno di 15 dipendenti o con meno di un milione di euro di fatturato annuo. Sono queste categorie che costituiscono una significativa parte del nostro sistema economico, sono le piccole e medie attività economiche maggiormente esposte ed indifese rispetto al fenomeno criminale delle estorsioni.
La proposta è destinata ad avere efficacia per un anno; al termine del quale potranno prendersi in considerazione, alla luce dell’esperienza e dei risultati conseguiti, estensioni temporali e modificazioni.

E’ questo un ulteriore contributo di Italia dei Valori al consolidamento di una etica della responsabilità individuale e collettiva, resa non solo necessaria ma conveniente.

In tale prospettiva, la proposta prevede il rafforzamento dei sistemi di sicurezza, anche come video-sorveglianza, e il rafforzamento della presenza sul territorio delle forze dell’ordine. Prevede, altresì, tra le pene accessorie, per quanti non collaborino o utilizzino fraudolentemente le disposizioni della legge, la possibilità di sospendere le attività economiche-professionali per un periodo da tre mesi o a un anno.

E’ importante ricevere indicazioni e proposte di modifiche, al fine di pervenire a un testo definitivo.

Un cordiale saluto

Leoluca Orlando"

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16 Dicembre 2007

L'autonomia della Guardia di Finanza


Riportiamo l'intervista pubblicata dal Corriere della Sera al Ministro Antonio Di Pietro sul caso del generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale.

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ADP: Il governo deve prendere atto che ha fatto un errore, ma prendersela con il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa, sarebbe fuori luogo. Non può diventare lui il capro espiatorio di una decisione che fu presa da tutto il consiglio dei ministri, con un solo voto contrario: il mio.

CdS: Quella di destituire il comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale?
ADP: Esatto. Fu una decisione inopportuna e illegittima. Speciale aveva difeso l'indipendenza del Gdf dalle pressione politiche di chie voleva togliere dalla procura di Milano l'ufficiale scomodo.

CdS: Il vice ministro Vincenzo Visco?
ADP: Come Idv chiedemmo e ottenemmo che a Visco fosse tolta la delega della Guardia di Finanza. La cosa sarebbe dovuta finire lì, invece, il consiglio dei ministri volle rimuovere anche Speciale, facendo appunto un errore. Ma dire oggi che io lo avevo detto è inutile.

CdS: L'opposizione reclama le dimissioni di Padoa Schioppa.
ADP: Non sono d'accordo ed ho già detto perché.

CdS: Nel mirino della polemica politica c'è anche Visco.
ADP: Per noi la questione si è chiusa con il ritiro della delega e il ritorno della stessa in capo al ministro Padoa Schioppa. Non c'è quindi bisogno delle dimissioni di Visco che tra l'altro sta facendo un ottimo lavoro contro l'evasione fiscale ed è bene che continui a farlo.

CdS: quindi la pronuncia del Tar che ha annullato la rimozione dei Speciale, non avrà conseguenze pratiche?
ADP: La sentenza riafferma l'autonomia della Guardia di Finanza dalla politica, che era stata difesa da Speciale. Quanto al governo, questo rimane un errore che finirà nel bilancio di cose positive e negative che abbiamo fatto sul quale il corpo elettorale ci giudicherà.

Articoli precedenti del Ministro Antonio Di Pietro:
Visco, un passo indietro - 24 Settembre 2007
La credibilità dell’esecutivo - 12 Giugno 2007
Consiglio dei Ministri. Le deleghe di Visco- 2 Giugno 2007
Consiglio dei Ministri. Il caso Visco - 24 Maggio 2007



12 Dicembre 2007

Class Action - Giro di vite


La Class Action all'italiana, se non verrà modificata, sarà l'ennesima legge truffa. Se vogliamo inserire davvero la Class Action in Italia, il risarcimento dovrà essere automatico e conseguente alla vittoria della causa.


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Stiamo parlando di una legge fondamentale per la tutela dei cittadini, e come gia' gli ultimi paladini della Class Action all'italiana hanno riconosciuto dopo aver dovuto ritornare su molti loro passi, dev'essere garantito che la legittimazione ad adire un'azione risarcitoria collettiva sia allargata a tutti i soggetti costituiti da una pluralita' di offesi che ricorrono in giudizio per lo stesso reato contro lo stesso convenuto.


Anche se, comunque ritengo che il provvedimento doveva continuare a essere discusso nella commissione parlamentare di competenza, non imposto in fretta e furia nei tempi stretti e blindati di una legge Finanziaria, chiedo, per questi motivi, a tutti i colleghi Deputati, che siano approvati dall'assemblea gli emendamenti e i sub-emendamenti alla Class Action proposti da Italia dei Valori.


Inoltre, e parlo in questo caso a titolo assolutamente personale, senza intenzione alcuna di rappresentare le decisioni del gruppo di Italia dei Valori, nel caso fosse chiesta sul provvedimento dell'intera Finanziaria la fiducia, mi troverei seriamente in imbarazzo nell'esprimere una volontà, perchè a mio avviso, il provvedimento sulla Class Action che, così, non è nient'altro che un'arma spuntata e inservibile, un regalo ai truffatori.


Se tutto restasse così, mi farò promotore di una campagna referendaria per cambiare questa Class Action e ridarla ai cittadini.


Articoli precedenti:
Per una vera Class Action
Class Action Day
Proposta di legge - Class Action


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10 Dicembre 2007

Break the mafia:rompere il silenzio


Riportiamo quanto scritto dal Ministro Antonio Di Pietro, in vista dell'incontro di domani al Teatro Carcano dal titolo "Break the mafia".


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Domani alle ore 21 saro' a Milano al convegno Break the mafia presso il Teatro Carcano in corso di Porta Romana 63.


L’evento e' stato organizzato da un gruppo di “liberi cittadine e cittadini” che vogliono “rompere il silenzio, per abbattere il muro sempre più alto dell’indifferenza, ma anche per smuovere le coscienze, per informare senza filtri mediatici, per risvegliare il senso civico”(dal sito www.breakthemafia.it).


Io sarò presente all'incontro. Dovrebbero partecipare i magistrati Luigi De Magistris e Clementina Forleo impegnati, purtroppo non si sa ancora per quanto, nelle inchieste “Why Not” e Unipol.
Voglio offrire il mio appoggio pubblico come ministro e come presidente di Italia dei Valori a due persone coraggiose che promuovono i valori del senso civico e della moralità pubblica, fondamentali per il futuro di questo Paese.
Parte dell’intervento sarà ripreso in diretta, in streaming, su questo blog, sul portale italiadeivalori.it e antenneattive.org.


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2 Dicembre 2007

Magistratura indipendente


Pubblichiamo la video intervista all'On.Costantini da parte dei Giovani dell'Italia dei Valori della Regione Abruzzo, legata al tema "Magistratura indipendente" ed in seguito alla raccolta di firme della petizione popolare promossa a favore del sostituto procuratore Luigi De Magistris.


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Mancinelli: Tiene banco da diverse settimane la vicenda che vede coinvolto il sostituto procuratore della Repubblica Luigi De Magistris, di cui il Ministro della Giustizia Clemente Mastella ne ha chiesto il trasferimento. Si è ancora in attesa della delibera del CSM, tuttavia l’inchiesta “Why Not”, che vede coinvolti numerosi esponenti del mondo imprenditoriale e politico, è già stata sottratta. C’è una situazione di non chiarezza. Cosa ne pensa?


On.Costantini: Innanzitutto ringrazio voi Giovani dell'Italia dei Valori per la petizione che state portando avanti a livello nazionale. E' una iniziativa molto importante perchè tiene viva l'attenzione delle persone per bene, rispetto ad un vero e proprio scandalo. Io non credo che l'interesse debba essere concentrato sulle questioni che hanno determinato una presunta situazione di incompatibilità ambientale. Queste situazioni saranno valutate e giudicate dall'organo di  autogoverno della CSM. La gravità è nel fatto che il Ministro Mastella era direttamente o indirettamente coinvolto in indagini che il sostituto procuratore  De Magistris stava portando avanti, e abbia assunto l'iniziativa di promuovere il trasferimento. Il grave è questo. Questo è un residuato della riforma dell'ordinamento giudiziario fatta dal Ministro Castelli, che noi colpevolmente fino ad oggi non abbiamo eliminato. Ripeto, è grave il fatto  che un Ministro, in palese conflitto di interessi perchè coinvolto nelle indagini penali che il magistrato sta portando avanti in Calabria, abbia deciso per via d'urgenza e per via cautelare il trasferimento del magistrato. Devo dire che è una situazione, per certi versi, in linea con il degrado morale che stiamo vivendo nel Paese. In questi giorni si parla dello scandalo dei rapporti trasversali tra RAI e Mediaset durante la campagna elettorale, e quindi sta tornado di attualità  in questo momento, il conflitto di interessi, che pensavamo essere solo del centrodestra. Purtroppo questo è un caso forse ancor più grave, di conflitto di  interessi, che non si era mai visto nella storia della Repubblica, dove un Ministro della Giustizia chiede il trasferimento di un magistrato che stava  indagando su di lui. Io credo che questo aspetto sia molto più importante del merito e del merito fortunatamente se ne occuperanno i magistrati del CSM.


M: L'osservazione che lei ha fatto mi portano al secondo quesito che mi ero proposto di chiederle, in quanto questa inchiesta vede coinvolti personaggi di spicco, soprattutto trasversali, del mondo politico: Lorenzo Cesa (segretario dell'UDC), Fabio Schettini (già segretario dell'ex ministro forzista Franco Frattini e attualmente commissario europeo alla giustizia e vice presidente della commissione europea), Giuseppe Chiaravalloti (ex governatore della Calabria), l'ex assessore regionale all'ambiente Domenico Basile di AN, l'ex presidente dell'ANAS Vincenzo Pozzi, Piero Fassino, Giovan Battista Papello (copriva incarichi amministrativi all'interno della Regione Calabria), per finire addirittura ad un personaggio delle forze dell'ordine, il generale Walter Cretella Lombardo, comandante della scuola di polizia tributaria di Ostia della GdF e consigliere di Franco Frattini. In un quadro così inquietante, lei vede una via di uscita?


On.C: Una via di uscita dobbiamo trovarla. La quantità e la consistenza dei personaggi coinvolti in questa inchiesta, ed il fatto che questa inchiesta sia stata già sottratta al sostituto procuratore che la stava portando avanti tra mille difficoltà, è indicativa di una condizione di difficoltà che vive il rapporto tra politica e magistratura. E'  in atto un tentativo di minare e di ledere il principio dell'autonomia della magistratura, un principio che la nostra carta costituzionale ha stabilito in maniera chiara in maniera chiara e rigorosissima proprio per assicurare la separatezza delle funzioni tra due poteri dello stato altrettanto importanti: il potere legislativo ed esecutivo di chiara responsabilità di guida politica del paese, ed il potere giudiziario di chi ha la responsabilità del controllo della legalità. Questo attacco alla magistratura va ad incidere negativamente su questo importantissimo principio costituzionale, una via di uscita la dobbiamo assolutamente trovare. E difficile, molto difficile perchè queste situazioni di continuità tra politica, affari e criminalità organizzata e anche pezzi della magistratura è una situazione che coinvolge degli spezzoni del centrodestra e del centrosinistra e quindi ci sono trasversalismi che molto spesso non emergono, non riusciamo ad accertare, e ci accorgiamo di questa situazione solo quando esplode uno scandalo come quello di De Magistris, ma purtroppo io credo che in Italia ci siano molte altre situazioni come queste. Respiro un clima molto simile come quello che abbiamo respirato negli anni 92-93, quando c'è stata Mani Pulite. Nelle pubblica amministrazione il rispetto delle regole è diventato un optional, gli amministratori improvvisano, violano le leggi, chi controlla in troppi casi è nominato dal controllato, c'è una situazione di conflitto che non consente a nessuno di capire chi ha le responsabilità di agire e chi ha le responsabilità di controllare.


M: Giustamente lei ha ricordato gli anni di Tangentopoli, i primi anni 90. In quegli anni, dopo ogni scandalo, c'era molto movimento popolare, di rabbia, di rivalsa. Oggi cosa succede? I giovani, soprattutto, sono rassegnati?


On.C: Forse sei troppo giovane per ricordare, però in quei anni ci fu una spinta dell'opinione pubblica e soprattutto una condivisione di quello che stava avvenendo intorno alla magistratura e che stava mettendo in campo da parte degli organi di informazione che oggi non c'è nemmeno lontanamente. Oggi gli organi  di informazione sono quasi completamente nelle mani degli imprenditori, che partecipano ai banchetti, e dei politici che si rendono responsabili di operazioni come quella di cui abbiamo parlato prima. L'informazione non è libera, l'informazione è totalmente asservita al potere. La nostra speranza è la rete, e voi dei Giovani dell’Italia dei Valori avete investito molto su questo, così come il nostro presidente ed il nostro partito. La nostra scommessa è nel futuro della rete, nella capacità  dei cittadini, ormai già presente, ma destinata a svilupparsi ulteriormente, e di non subire più l'informazione di regime, ma la possibilità di andare alla ricerca dell'informazione, di costruire una verità vera, perchè la verità che rappresentano quasi tutti gli organi di informazione è una verità di parte. E per costruire  una verità vera, che poi è una sola, io credo che la rete sia lo strumento migliore. Confido molto nella rete, del resto il successo del Blog di Grillo, il successo del Blog del nostro presidente Antonio Di Pietro, dimostrano come la gente abbia voglia di sapere. Purtroppo, anche per una questione di arretratezza culturale, lo strumento della rete non è ancora molto diffuso, però è solo un problema di tempo, i risultati arriveranno.


M: Speriamo bene, e che finisca questa situazione di sopimento.


On.C: Per questo dovremo impegnarci ad impedire che il disegno di legge di Levi venga approvato, quello che prevede una serie di balzelli e di adempimenti tipo la nomina del direttore editoriale del Blog. La rete deve essere libera. Non possiamo costruire delle condizioni di accesso all'informazione. Sarebbe gravissimo, e siamo impegnati in Parlamento perchè questa iniziativa legislativa non giunga a buon fine.



29 Novembre 2007

L'affidamento condiviso dei figli


In tema di affidamento condiviso dei figli, l'On. Silvana Mura e l'On. Carlo Costantini rispondono ai rappresentanti delle associazioni dei padri separati, i quali avevano espresso la loro preoccupazione in seguito alla proposta di la legge sulle molestie insistenti.


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On. Silvana Mura (deputata dell'Italia dei Valori):


"Il testo della legge contro le molestie insistenti, nato dall’unione di diverse proposte di legge, tra le quali la mia, sarà approvato a breve dalla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati.


Non possiamo certo ignorare la gravità delle conseguenze fisiche e psicologiche che le molestie producono sulle persone. Considerata appunto la gravità sociale di questo fenomeno, in Parlamento si è creato un vasto consenso tra forze politiche, di maggioranza e opposizione, sulla necessità di approvare al più presto una legge in grado di contrastare e punire questo reato che vede le donne come le vittime principali.

La molestia insistente infatti limita la libertà personale di chi la subisce, costringendo la vittima a vivere in uno stato di timore per la propria sicurezza o per quella di una persona cara. Per questo che la legge che nascerà, come del resto tutte le leggi dello stato, ha come fine ultimo l’interesse generale di tutti i cittadini, in particolare dei più deboli.


Alcuni rappresentanti di associazioni dei padri separati hanno espresso la preoccupazione che la legge sulle molestie insistenti possa trasformarsi un uno strumento in grado di penalizzare ancora di più quei genitori a cui viene impedito di vedere il proprio figlio.

E’ evidente che la molestia insistente è un comportamento profondamente diverso dai conflitti tra genitori separati, che nulla ha che vedere con le vicende relative all’affidamento dei minori.


Per quanto riguarda l’affido condiviso, crediamo che la legge, nell’interesse dei minori, debba garantire entrambi i genitori nel loro diritto di esercitare il loro ruolo di padri e di madri. Le discriminazioni che spesso subiscono i padri devono essere superati migliorando la legge esistente.


Noi dell’Italia dei Valori ci battiamo per una giustizia giusta, che sappia valutare in modo equo i comportamenti di entrambi i genitori. L’affido condiviso deve tutelare anzitutto i bambini, nel loro diritto di ricevere amore da entrambi i genitori indipendentemente dalle loro beghe coniugali: una sana crescita necessita del ruolo fondamentale paritario del padre e della madre nell’educazione dei figli.


Poiché nei tribunali italiani non si è ancora affermata concretamente la prassi dell’affidamento condiviso, insieme al collega Carlo Costantini abbiamo depositato una proposta di legge, n. 2231 nel febbraio del 2007, che tende superare i limiti dell’attuale normativa. La nostra proposta di legge vuole garantire pari opportunità ad entrambi i genitori, contrariamente a quanto accade finora dove il ruolo dei padri è spesso purtroppo penalizzato."




On. Carlo Costantini (deputato dell'Italia dei Valori):


"L’Italia è uno dei pochi paesi occidentali che per anni ha negato il diritto della bigenitorialità ai bambini figli di genitori separati. Per anni i tribunali hanno fatto ricorso all’affidamento esclusivo dei bambini ad uno o all’altro genitore, partendo dalla considerazione errata che questa sia la soluzione migliore per il bambino. In realtà l’affidamento esclusivo è stato utilizzato per compensare i conflitti tra i coniugi, pensando molto più ai genitori che agli interessi e al diritto del bambino. Anche l’assegno di mantenimento, solitamente attribuito al genitore affidatario, è stato utilizzato per anni per compensare conflitti di natura economica tra i genitori, non pensando affatto ai bisogni veri del bambino.


Finalmente nel febbraio 2006 in Italia è stata approvata una legge che ha reso il nostro ordinamento conforme e coerente a quello dei paesi civili e sviluppati dell’occidente. Parlo della legge sull’affidamento condiviso, una legge che ha introdotto un principio fondamentale, anche in caso di dissidi e conflitti tra i genitori, al centro deve esserci sempre il diritto del bambino, del minore, a conservare un rapporto pieno con tutti e due i genitori.


Questo è un principio fondamentale, affermato da questa legge, insieme alla previsione del superamento dell’assegno di mantenimento, un assegno consegnato ad un coniuge perché provveda ai bisogni del bambino. Questo assegno è stato troppo spesso utilizzato per compensare conflitti di carattere economico tra i coniugi e non ha avuto mai riflessi positivi rispetto ai bisogni reali del bambino.


Questa legge, entrata in vigore ormai da 18 mesi, è troppo poco applicata. In moltissimi tribunali del paese si continua a far ricorso all’affidamento esclusivo e si continua ad assegnare l’assegno di mantenimento al coniuge affidatario. Per questa ragione noi dell’Italia dei Valori abbiamo presentato da qualche mese un disegno di legge di modifica della legge sull’affidamento condiviso, teso soprattutto a rafforzare due principi: il giudice non può più valutare discrezionalmente se procedere o non procedere all’affidamento condiviso, ma deve procedere con l’affidamento condiviso perché deve salvaguardare in primo luogo il diritto dei bambini alla bigenitorialità. L’affidamento esclusivo deve restare uno strumento residuale, eccezionale, praticabile solo nel caso in cui la presenza stabile di un genitore costituisca un grave pericolo e una minaccia per il bambino.


In questo stesso disegno di legge abbiamo rafforzato la previsione del mantenimento diretto, per far si che tutti e due i genitori si facciano carico dei bisogni del bambino. Per esempio: la mamma penserà alla piscina, ai libri di scuola, alle ripetizioni, mentre il padre penserà alle vacanze e ad altri bisogni, ma devono essere loro a farsi carico delle esigenze del bambino, non solo per superare i conflitti che questo aspetto di natura economica nel passato ha generato, ma anche per mantenere vivo e forte, direi quasi quotidiano, il rapporto con i figli minori.
C’è un altro aspetto che abbiamo cercato di affrontare, ma che troppo spesso è stato trascurato: quello dei nonni, che rappresentano forse la parte debole, senza tutele, nei rapporti con i figli dei genitori separati. Li hanno cresciuti, hanno vissuto con loro giorni, settimane, mesi, e da un giorno all’altro vedono interrotto, a causa di una separazione o di un divorzio, il loro rapporto con i minori, e fino ad oggi non hanno avuto strumenti di tutela di nessun genere. Per questo abbiamo previsto, nel nostro disegno di legge, la possibilità per i nonni di rivolgersi al giudice per stabilire le modalità di continuazione del rapporto con i loro nipotini.


Queste iniziative inizieranno l’iter legislativo della Commissione Giustizia della Camera nei primi mesi del prossimo anno. Noi continueremo a lavorare perché finalmente si affermi in Italia il diritto alla bigenitorialità dei figli dei genitori separati."



Articoli correlati:

- Contro la violenza sessuale e le molestie

- Approvato il testo base contro la violenza sulle donne



24 Novembre 2007

Per una vera Class Action


Continuiamo la nostra strada verso questa Class Action, che dovrebbe portare il cittadino ad essere veramente tutelato. Come abbiamo letto sui giornali, la Class Action è passata con un emendamento al Senato e ora è arrivata alla Camera.


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Questa Class Action, presentata da Manzione e da Bordon, parla di una tutela al cittadino non ancora completa, non quella che vogliamo tutti noi che abbiamo portato avanti l’iniziativa, la mia proposta di legge, le proposte di legge dei colleghi del centrosinistra che sono state assorbite con la mia. Che cosa è uscito fuori da questo emendamento della Finanziaria? E’ uscito fuori tutto quello che noi sollecitavamo. Una delle tre richieste per rendere veramente un’azione risarcitoria collettiva non all’italiana, ma all’americana, cioè quella che tutela veramente il cittadino.


La prima battaglia vinta è quella che recitava la Class Action all’italiana, che gli illeciti erano solo contrattuali. Noi abbiamo portato anche agli illeciti extracontrattuali, perché non c’è solo lo scandalo della Parmalat e della Cirio, ma ci sono anche gli scandali sulla sanità, ci sono gli scandali per la FIAT, un azione risarcitoria che si può chiedere per quei danni che non sono stati contrattualizzati. Questa è una grossa vittoria per voi, è una grossa vittoria che l’Italia dei Valori sta portando avanti per tutelare veramente il cittadino. Perciò questi illeciti contrattuali sono stati portati avanti per renderli non solo contrattuali, ma tutti gli illeciti che possono aver penalizzato il cittadino. E’ passato al Senato, ora è passato alla Camera dove adesso dobbiamo modificare altre due cose.


La cosa più importante è quella dell’azione risarcitoria all’italiana, quella che recita anche questo emendamento che è passato al Senato, la quale dice che il truffato viene tutelato dall’avvocato che inizia l’azione risarcitoria e gli garantisce o gli smentisce la truffa, che un’azione collettiva, di tanti cittadini che si sentono truffati, denunciano il danno attraverso un’associazione di categoria e un avvocato che li rappresenta. Confermato il danno dicono “Si, hai ragione, sei stato truffato, ora  vatti a cercare un avvocato per chiedere i soldi”.
Questa è la Class Action all’italiana che è passata con l’emendamento al Senato. Noi dobbiamo fare una battaglia, quella di portare la Class Action all’americana per quanto riguarda la parte legale, cioè quando l’avvocato prende in mano l’azione risarcitoria e lavora fino al risarcimento del danno. Il cittadino truffato non paga una lira per chiedere il risarcimento, ma lo ottiene dallo stesso avvocato che intenta l’azione risarcitoria, capisce che c’è e dichiara la truffa e poi va a tutelare il cittadino fino alla restituzione del danno.


L’ultima parte è quella delle categorie. Abbiamo esteso non solo a quelle quindici categorie, che erano i poteri forti, che erano l’assegnazione delle categorie già stabilite dallo Stato, ma le abbiamo allargate e vogliamo chiedere l’ufficializzazione di questo allargamento per tutte le categorie che qualsiasi cittadino può mettere in piedi per chiedere una giusta causa per una truffa che ha subito o pure no.


Questi tre punti una volta centrati, ci rivedremo sicuramente da qui a brevissimo siccome si voterà la Finanziaria entro questo mese, porteremo questa iniziativa dicendo quello che è stato fatto, e se non è stato fatto raccoglieremo quelle firme per portare avanti questa azione, che è quella di liberare il cittadino da questa truffa e tutelarlo, con un Referendum. Ma speriamo che prevalga più il senso di responsabilità di questa politica.


Questa è una cosa che noi stiamo portando avanti. L’Italia dei Valori, tutti gli amici, tutte le sollecitazioni che abbiamo dato come Meetup, tutti gli amici degli altri partiti che hanno capito l’importanza di questa Class Action, hanno portato avanti questa iniziativa, che a brevissimo, stiamo discutendo appunto la Finanziaria in Senato, porteremo queste modifiche a farle votare, e se le voteremo ve lo diremo sempre attraverso il nostro mezzo d’interazione, che è un mezzo che tutelerà voi per dimostrare come noi dell’Italia dei Valori pensiamo alla parte del cittadino, quella parte del cittadino che è il nostro paese, il nostro futuro.


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14 Novembre 2007

Approvato il testo base contro la violenza sulle donne


E' stato approvata in Commissione Giustizia della Camera, nonostante i voti contrari di Alleanza Nazionale e Lega Nord e l'astensione di Forza Italia, la Proposta di Legge contro la violenza sulle donne riguardante le molestie gravi, dette "stalking", e i reati in nome dell'omofobia.


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Oggi la Commissione Giustizia ha compiuto un passo in avanti decisivo verso l'approvazione del provvedimento relativo alle misure contro le molestie insistenti e la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale. Abbiamo infatti approvato il testo base cui saranno apportati gli emendamenti che i colleghi della Commissione potranno presentare fino a mercoledì prossimo.


Mi auguro che il testo possa essere approvato dalla Commissione entro il 24 novembre, giornata dedicata proprio alla lotta contro le violenze sulle donne: sarebbe un gesto significativo di attenzione e impegno da parte del Legislatore nei confronti di un allarme sociale che non possiamo continuare a ignorare.


Il testo approvato colma finalmente un vuoto normativo che finora non ci metteva nelle condizioni di reprimere e punire adeguatamente quei comportamenti persecutori che nella maggior parte dei casi si sono rivelati l’anticamera della violenza sessuale vera e propria. Introducendo nel nostro codice penale il reato di molestia insistente, punito con la reclusione da 4 mesi a sei anni, diamo alle donne una possibilità in più per difendersi e prevenire atti di aggressione ben più gravi ed efferati.



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Raccolte oltre 3800 firme
Diffondi l'iniziativa, firma anche tu!


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9 Novembre 2007

Magistratura indipendente dalla politica


Quanto sta accadendo in questi giorni e in queste ore, con la minaccia di querela alla dott.ssa Forleo da parte di un Ministro del Governo, deve destare grande preoccupazione in tutti noi.


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Pensavamo di esserci liberati di un Governo, quello di centrodestra, che ha fatto dello scontro con la magistratura il proprio vessillo, e oggi ci troviamo ancora una volta a discutere di scontro tra politica e magistratura, di una politica che tenta di mettere il bavaglio ai magistrati.Un film purtroppo già visto!


Gli attacchi al pm di Catanzaro, dott. Luigi De Magistris, e al GIP di Milano, dott.ssa Clementina Forleo, allontanano i cittadini dalle istituzioni, mentre passa il messaggio di una politica che vuole sfuggire al giudizio di legalità.

A sostegno del principio costituzionale di indipendenza della magistratura e per una democrazia forte e rappresentativa, l’Italia dei Valori della Regione Puglia, su iniziativa del Dipartimento Regionale Giustizia coordinato dall’avv. Anna Spinelli, ha promosso una giornata di grande mobilitazione del partito per sensibilizzare l’opinione pubblica e per raccogliere le firme a sostegno dei due magistrati.


Domenica 11 e lunedì 12 novembre saremo in oltre 30 piazze della Puglia con i nostri attivisti davanti alle sedi dei tribunali pugliesi. Domenica mattina, a partire dalle ore 10, sarò a Francavilla Fontana, la città natele della dott.ssa Forleo, in Viale Vincenzo Lilla per fare fronte comune contro chi vuole “tenere in ostaggio lo Stato”, non assicurando alla magistratura strumenti e autonomia necessari.


A tutti i cittadini, pugliesi e non, chiediamo di sottoscrivere l’appello per l’indipendenza della magistratura, per dire NO al trasferimento “coatto” del pm De Magistris, per esprimere solidarietà al GIP Clementina Forleo. Dal nostro sito della regione Puglia potrete scaricare la modulistica per la raccolta firme oppure sottoscrivere la petizione popolare direttamente da casa, compilando l'apposito modulo per la firma singola e spedendola via fax alla nostra sede regionale: 080.80.84.78.


Ci rivolgiamo a chi ritiene insopportabile l’arroganza di una classe politica che tenta di distogliere lo sguardo dalle inchieste indipendenti della magistratura, a chi teme l’indebolimento delle istituzioni, a chi vorrebbe una magistratura autonoma dal potere politico perché il reato, confermato dai vari gradi di giudizio, rimane tale a prescindere da chi lo compie. A tutti i cittadini di buona volontà chiediamo pertanto di raggiungerci nei punti di raccolta, di mobilitarsi, di non restare indifferenti e di mettere una firma “di libertà”.


pdf.jpg Volantino   pdf.jpg Modulo 25 firme  pdf.jpg Modulo per firma singola


Postato da Pierfelice Zazzera in | Commenti (16) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

30 Ottobre 2007

Nessuno stop all'inchiesta sul G8


L’Italia dei Valori non ha votato né con la Cdl né con l’Udeur, ma con la propria testa e senso di responsabilità.

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Foto di Orianomada

Una Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8 di Genova risulterebbe oggi del tutto inutile e rischia di sovrapporsi all'azione della Magistratura. Darebbe anzi vita a condanne, assoluzioni e strumentalizzazioni di carattere politico.

Nutriamo piena fiducia nell’operato della Magistratura, che sino ad oggi non ha conosciuto soste nell'opera di accertamento delle gravissime responsabilità di chi si sarebbe reso tra le forze dell'ordine protagonista di abusi e lesioni ai danni dei manifestanti.

Anche in dichiarazione di voto, abbiamo manifestato la nostra disponibilità al dialogo, a condizione che l’attività della Commissione d’inchiesta sul G8 venisse estesa alle azioni violente di alcuni manifestanti. L’intento dell’Italia dei Valori è quello di stabilire una verità a 360 gradi, da un'indagine parziale non puo’ che scaturire una verità parziale.

Di fronte all'indisponibilità dei colleghi di maggioranza ad accettare questa condizione abbiamo confermato la nostra contrarietà al testo ed al mandato del relatore, sollecitando nel contempo che le inchieste sugli eventuali abusi delle forze dell'ordine, giungano al più presto a compimento ed i colpevoli vengano puniti.

Solo in questo modo sarà possibile tutelare la dignità delle forze dell'ordine e punire anche sul piano disciplinare i singoli responsabili di eventuali abusi.


Postato da Carlo Costantini in | Commenti (216) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif



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