UN RINNOVATO IMPEGNO PER IL CONTRASTO ALLE MAFIE
Da settembre un'altra sfida ci attende sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Subito dopo l'estate, infatti, inizieremo a lavorare ai programmi e alla struttura per lanciare con la massima incisività le attività del dipartimento Antimafia dell'Italia dei Valori che ho l'onore e la responsabilità di dirigere e in cui profonderò l'impegno maturato in anni di militanza nella società civile. L’istituzione di questo organismo all’interno di un partito politico, in un clima così teso ed avvelenato da vicende legate alla cosiddetta “legalità”, testimonia l’impegno vero e sincero di Antonio Di Pietro e dell’Italia dei Valori in un ottica di rinnovamento e pulizia della politica italiana.
Le linee direttrici del dipartimento sono però già segnate e su queste ci misureremo e non faremo sconti a nessuno: punteremo molto sull'informazione e sull'analisi dei fenomeni mafiosi nazionali ed internazionali, quest’ultima sviluppata anche grazie all'attività condotta al Parlamento Europeo. Le nostre attenzioni saranno rivolte ovviamente all'ala militare delle mafie ma con l'intenzione di concentrarci e portare alla luce tutte quelle collusioni politico-istituzionali che dalla strage di Portella della Ginestra in poi non hanno mai smesso di tramare e che hanno portato l'Italia ad essere una nazione fondata su sangue, segreti e menzogne di Stato.
Per far questo abbiamo bisogno però della collaborazione attiva di referenti da ogni parte d'Italia, che ci supportino nella denuncia dei misfatti locali e che riceveranno massima attenzione da parte del dipartimento e del partito. In questo senso il nostro invito alla collaborazione va a tutte le associazioni, i movimenti che da anni si battono sui temi dell'antimafia e di cui abbiamo bisogno per essere maggiormente incisivi; quegli uomini e quelle donne saranno per noi alleati di primaria importanza da cui imparare con umiltà, riconoscendo loro l’importanza dell’indipendenza che rispetteremo in ogni sede.
Non faremo sconti a nessuno, né in virtù di alleanze né di coalizioni, tantomeno per ragioni di Stato o di partito, convinti che la linea dura sulla lotta alla mafia fortifichi istituzioni e soggetti politici; la mia storia personale è garanzia che mai il dipartimento tacerà su fatti raccapriccianti, anche se interni o vicini politicamente.
Produrremo dossier e documenti di denuncia e ci faremo ora portavoce, ora stimolo per la magistratura in modo che le nostre attività abbiano anche uno sbocco giudiziario e non siano percepite solo come spot elettorali.
Inutile fingere, le elezioni politiche sono alle porte. Il dipartimento si impegnerà in un controllo più che minuzioso delle liste di candidati, sia quelle dell’IDV che quelle degli altri partiti che si presenteranno al confronto elettorale. Quest’attività risulta di fondamentale importanza specie alla luce del fatto che la legge vigente (il “porcellum”) non prevede la possibilità per i cittadini di esprimere preferenze.
Sfruttando tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione proveremo a scongiurare per tempo la presenza di condannati e di personaggi le cui zone d’ombra consigliano percorsi diversi da quello di rappresentare i cittadini in Parlamento.
Siamo pronti per questa nuova trincea di legalità dalla quale cercheremo in tutti i modi di restituire verità e giustizia a questa nazione disgraziata e dare all'opinione pubblica nomi, fatti e circostanze che devono essere cacciati dall'ambiente politico istituzionale; i vari Dell'Utri, Cosentino, Cuffaro e affini non avranno pace e faremo di tutto per far diventare l’Italia dei Valori “il” partito dell’Antimafia.
Le intimidazioni di Fininvest, la verità sulle stragi mafiose
Il viscerale odio di Berlusconi per i magistrati in genere e per quelli che hanno indagato su di lui in particolare, oltre ad essere espresso a parole, si traduce quando possibile in atti intimidatori, che di per sé dimostrano l’evidente ed insopprimibile conflitto d’interessi di un Presidente del Consiglio, già condannato per aver testimoniato il falso, e pluri indagato per vicende gravissime di corruzione, falsi in bilancio, ed anche per favoreggiamento alla mafia. Non potendo colpire direttamente i magistrati, che la Costituzione difende quando sono nell’esercizio della loro attività, cerca di colpirli in modo trasversale, quando come nel caso di Tescaroli, scrivono libri nei quali descrivono le loro indagini. Luca Tescaroli ne ha scritti tre: Perché fu ucciso Giovanni Falcone; Le faide mafiose nei misteri della Sicilia e Colletti sporchi (2008, con Ferruccio Pinotti).
Per quest’ultimo libro la Fininvest, come scrive 'Il Corriere della Sera', chiede il risarcimento a Tescaroli "per gli ingentissimi danni non patrimoniali" procurati con la sua pubblicazione. Il libro ripercorre, tra le altre cose, la vecchia indagine antimafia su 'Alfa' e 'Beta', nomi in codice per indicare Silvio Berlusconi e Marcello dell'Utri. Un fascicolo che è stato archiviato tempo fa. Il magistrato, che ha già subito un tentativo di omicidio, ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a scriverlo: "Innanzitutto volevo spiegare la pericolosità e le insidie di Cosa nostra, e in particolare dei cosiddetti 'Colletti bianchi' attraverso l'esperienza personale che ho maturato negli ultimi anni. Quindi, ho voluto anche rendere omaggio a tante, troppe vittime della mafia". Tescaroli fa riferimento (fra le altre) alla figura del pentito Salvatore Cancemi: fu lui a rivelare che Riina, prima di Capaci, aveva incontrato il premier e il senatore, e disse pure che il Gruppo Fininvest «versava periodicamente 200 milioni di lire a titolo di contributo a Cosa Nostra». «Singolare che il dottor Tescaroli non spieghi ai lettori che Cancemi è stato ritenuto inattendibile», obiettano i legali del Gruppo. Risponde Tescaroli: «Non ho mai detto che le dichiarazioni di Cancemi sono valide in assoluto. Le ho solo richiamate assieme all'esito di quel processo. E non bisogna dimenticare che Cancemi è reo confesso della strage di Capaci, fu uno degli autori».
Luca Tescaroli è il magistrato che ha fatto condannare all’ergastolo gli autori materiali della strage di Capaci, nella quale furono assassinati Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta. E’ sempre Tescaroli che, lavorando alla procura di Caltanissetta, ha scritto la requisitoria del processo di appello della strage medesima. Ha lasciato volontariamente quella procura poco dopo la richiesta d’archiviazione per Berlusconi e Dell’Utri, tra l’altro basata sul fatto che le dichiarazioni di Giovanni Brusca sarebbero in contraddizione con quelle di Salvatore Cancemi. Come si legge in un articolo del Corriere della Sera del 2001, tuttavia, Tescaroli contesta il fatto e ritiene che le dichiarazioni di Cancemi, Brusca e di un altro pentito, Maurizio Avola, «consentono di inquadrare le ipotesi di trattative coltivate, e gli attentati eseguiti e programmati, nell' azione volta a creare le condizioni per l'affermazione di una nuova formazione politica (ndr. Forza Italia)». Altro «pezzo forte» della richiesta di archiviazione proposta a Caltanissetta sono le deposizioni dell'ex-presidente della Repubblica Cossiga, che fissa la decisione di Berlusconi di entrare in politica «due-tre mesi prima delle elezioni del 1994». E pur non volendo commentare il valore di queste dichiarazioni, Tescaroli ricorda che «al processo d'appello per Capaci sono stati forniti elementi di prova che vanno in segno contrario», in particolare una sorta di atto di fondazione di Forza Italia datato luglio 1993.
Dunque le "persone importanti" che, secondo Cancemi, avrebbero incontrato Riina incoraggiandolo nella sua strategia volta a scalzare i vecchi partiti e a favorire la nascita di nuovi soggetti politici che diventassero referenti più credibili e utili per Cosa nostra, sarebbero Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi fa i loro nomi - dicendo di averli appresi dalla bocca dello stesso Riina - soltanto al processo di appello per la strage di Capaci. Dove racconta anche la sua missione presso Mangano, per convincerlo a lasciare a Riina la gestione dei rapporti, coltivati per vent'anni, con Berlusconi e Dell'Utri.
Nell'udienza del 22 ottobre 1999, il pm Tescaroli domanda a Cancemi: "Senta, lei ha fatto riferimento - per quanto attiene l'individuazione dell'epoca in cui eseguire la strage di Capaci - a questi accordi, a questi contatti intercorsi tra queste "persone importanti" e Riina. Chi sono queste persone importanti?". Cancemi risponde con un filo di imbarazzo: quella è la prima volta che ne fa i nomi e i cognomi, e lo fa - chissà perché - proprio in un momento in cui i carabinieri non sono più i suoi esclusivi "angeli custodi":
"Ma io quando... quando me l'ha detto il Ganci lui non me l'ha fatti i nomi, quando stavamo andando... indietro... a Capaci. Mi disse solo "4 persone importanti": `U zu' Totuccio si incontrò con persone importanti. Poi, io, più avanti, l'ho saputo da Totò Riina: e parlava di Dell'Utri e Berlusconi". Poi ritorna sul tema delle presunte tangenti Fininvest a Cosa nostra (la storia dei 200 milioni): "Riina diceva che era un contributo che arrivava da parte di Dell'Utri e Berlusconi a Cosa nostra. Mi disse che loro avevano delle antenne, ripetitori diciamo, nella zona che Ganci Raffaele me l'ha fatto vedere una volta passando di là [ ... I. Posso dire pure che Riina mi disse che loro, intendo sempre quelle due persone, erano interessate a comprare la zona vecchia di Palermo". Tescaroli pone un'altra domanda precisa: "Allora, lei sa se queste persone siano state correlate, accostate alle possibili conseguenze derivanti dalla strategia stragista?". E Cancemi: "Ma guardi, io le posso dire con assoluta certezza che il Riina non aveva nessun timore, nessuna paura, aveva una franchezza enorme. Non spiegava che ci potevano essere dubbi [...], anzi sollecitava, aveva una certa premura di fare questa strage. Specialmente quella di Borsellino".
“Un dato deve altresì considerarsi assolutamente certo: i vertici dell'organizzazione [Cosa nostra], subito dopo la strage di Capaci (secondo il racconto di De Donno) o dopo il 25 giugno (alla stregua delle indicazioni del generale Mori) ricevettero un segnale istituzionale che, nella loro prospettiva, suonava come una riprova dell'idoneità dell'azione stragista a raggiungere l'obiettivo di aprire nuovi canali relazionali, capaci di individuare nuovi referenti politico-istituzionali.”
"Il Cancemi ha posto in rilievo che Riina aveva esposto, nel corso di una riunione, che si stava accingendo a inoltrare una serie di richieste (il cui contenuto è in larga misura coincidente con quanto costituiva oggetto della trattativa, di cui ha riferito il Brusca) nei confronti di soggetti esterni all'organizzazione, che ha individuato negli onorevoli Berlusconi e Dell'Utri. Orbene: dette indicazioni suscitano una serie di interrogativi."
"A prescindere dalla verifica investigativa tuttora in corso, nell'ambito di separato procedimento penale, per individuare quale ipotesi sia aderente al vero e concretamente riscontrabile [...], possiamo affermare con assoluta certezza che il disegno criminale nel suo complesso, e la strage del 23 maggio 1992, in particolare, si è mosso correlativamente al procedere di trattative volte a incidere sui poteri politici e istituzionali, e sull'azione degli stessi, per ottenere vantaggi per gli adepti dell'accolita". Cioè per gli affiliati a Cosa nostra. Le conclusioni del discorso portano, ancora una volta, ai tre fatidici nomi di Mangano, Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi e Brusca "hanno riferito la loro porzione conoscitiva, che rappresenta una parte di una realtà più complessa, da nessuno dei due conosciuta nell'integralità. Invero Cancemi era in condizione privilegiata rispetto al Brusca, per poter conoscere del rapporto, o comunque dei contatti con le "persone importanti" dallo stesso menzionate [Berlusconi e Dell'Utri], posto che Vittorio Mangano, che nel passato aveva coltivato quelle relazioni, è uomo d'onore del suo mandamento [Porta Nuova] e che lo stesso Cancemi era intervenuto per far mettere in disparte il predetto Mangano nel mantenimento dei rapporti con quei soggetti, onde consentire al Riina la gestione diretta del rapporto.
"V'è, poi, un dato obiettivo che emerge dalla realtà fenomenica istituzionale: effettivamente, anche per l'azione dirompente prodotta dalle indagini su Tangentopoli, venivano soppiantati da altre realtà Politiche, nel corso degli anni 1992, 1993 e 1994, i partiti della Dc e del Psi, che, prima dell'inizio dell'attuazione del disegno strategico, rappresentavano la roccaforte del potere nel paese.”
"Possiamo affermare con certezza che l'organizzazione denominata Cosa nostra è un soggetto criminale che, particolarmente a partire dagli anni 1991-92, ha recitato un ruolo non marginale nel quadro politico-istituzionale della nazione. Cosa nostra si proponeva dunque di "incidere sugli assetti di potere esistenti e di creare le premesse per la formazione di nuovi aggregati politici".
“Si continuerà a lavorare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria di Falcone, è la coscienza critica e morale della società civile che impone questo dovere: senza verità non c'è giustizia. E ci auguriamo […] di trovare il filo conduttore che ci faccia risalire a questi mandanti esterni, per poter esercitare l'azione penale nei loro confronti ed evitare che questa realtà, per ora solo intravista, vada ad accrescere i molti misteri che avvolgono lo stragismo nel nostro paese."
Appena Tescaroli è partito da Caltanissetta, quella Procura ha annunciato di aver chiesto l'archiviazione dell'inchiesta sui mandanti occulti, nella quale erano indagati Berlusconi, Dell'Utri e altri. Archiviazione per proseguire le indagini, o per mettervi la parola fine?
Così ne parla il diretto interessato, Tescaroli: "Fu una vera e propria cospirazione politica, mutando atteggiamento nei confronti dello Stato rispetto al passato, in quanto ha realizzato non più una strategia selettiva diretta a colpire persone determinate, che avevano creato nocumento all'organizzazione, in vista del mantenimento dell'equilibrio istituzionale mafioso che dal dopoguerra si era venuto a creare tra i sodali e rappresentanti delle istituzioni; ma una rottura creativa di nuovi equilibri, attraverso una concentrazione di azioni eclatanti e destabilizzanti in un breve lasso temporale. Nuovi rapporti da consolidare e/o creare ex novo sfruttando per un verso quei canali economico-finanziari dei quali l'organizzazione poteva disporre sulla base dei pregressi rapporti, e per l'altro verso, ponendo i presupposti per goderne di nuovi".
Il fascicolo fu poi archiviato ma le intuizioni di Tescaroli oggi sono coltivate da altri colleghi di Caltanissetta che lavorano per cercare i mandanti esterni delle stragi.
VERDINI, LA P3 E “L’ALLEGRA” GESTIONE DEL CREDITO COOPERATIVO FIORENTINO
Denis Verdini, coordinatore del Popolo della libertà (PdL), è già rimasto coinvolto, nei mesi scorsi, nello scandalo P3, ovvero nel clan affaristico-politico che sembra aver lucrato sugli appalti per la costruzione di pale eoliche in Sardegna.
Denis Verdini è stato fino a pochi giorni fa anche presidente del Credito cooperativo fiorentino (CCF), una banca toscana.
Nei giorni scorsi è stato reso pubblico il rapporto conclusivo dell’ispezione condotta dalla Banca d’Italia presso il CCF, da febbraio a maggio, con la delibera del 20 luglio 2010 firmata dal Governatore Draghi e inviata (come di prassi) al Ministro Tremonti e al CICR (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio). Gli ispettori della Banca d’Italia hanno riscontrato “gravi violazioni normative e irregolarità amministrative” e hanno pertanto suggerito il commissariamento della CCF. Il 27 luglio il Ministro Tremonti ha dovuto pertanto disporre la sospensione di Verdini dalle cariche societarie e il commissariamento del CCF.
Il quadro che emerge dall’ispezione della Banca d’Italia è davvero preoccupante. Verdini gestiva in modo totalmente accentrato la banca e adottava politiche creditizie in frequente conflitto di interessi. Una banca cooperativa dovrebbe perseguire finalità mutualistiche (aiutare ad esempio i soci nelle loro attività lavorative) mentre nel caso della CCF parte rilevante dei fondi venivano dirottati verso pochi grandi clienti e verso iniziative riconducibili allo stesso gruppo famigliare di Verdini. La governance della banca era data da un esecutivo costituito da pochi soggetti di limitata autorevolezza e da un collegio sindacale scarsamente indipendente. Questo consentiva a Verdini di esercitare un potere quasi totale sul Credito cooperativo fiorentino. Il 60 per cento del patrimonio di vigilanza della CCF era stato prestato al gruppo costruttore Fusi-Bartolomei, secondo criteri che non tenevano conto dei principi prudenziali e per importi al di sopra dei limiti previsti dalla normativa sulla concentrazione dei rischi. Verdini risulta legato al gruppo Fusi-Bartolomei da legami d’affari personali. La CCF aveva inoltre concesso mutui a dieci soggetti, legati da relazioni di lavoro o affari con il gruppo Fusi-Bartolomei, per l’acquisto di due case a testa, senza tener conto degli standard ortodossi.
Complessivamente nel CCF le “partite anomale” (incagli, sofferenze e perdite stimate su crediti) sono cresciute nel corso del 2009 del 130 per cento e hanno raggiunto il 30 per cento dei 400 milioni impiegati.
Il CCF avrebbe non solo finanziato una ristretta cerchia di amici e affaristi legati a Verdini, ma anche organi di stampa vicini al centrodestra come, ad esempio, “il Giornale di Toscana”. Sembra inoltre che la banca in questione venisse utilizzata da Flavio Carboni per versare fondi di oscura provenienza. Cosa si cela dietro quei bonifici?
E’ molto importante quello che stiamo scoprendo grazie all’azione della Banca d’Italia e della magistratura. Emerge un sistema di potere che non ha eguali nei paesi democratici avanzati. Il PdL risulta essere guidato da personaggi dalle molteplici attività affaristiche. Una vera e propria banda organizzata sembra aver gestito e accumulato decine di milioni di euro, stringendo alleanze con faccendieri, costruttori, società che si ingrassano con gli appalti pubblici.
Il conflitto di interessi è uno degli elementi pervasivi di questo modello di relazione tra politica ed economia che va combattuto con tutta la forza possibile.
Un sistema nel quale chi fa politica continua a gestire società, banche e aziende varie, è necessariamente incline alla corruzione e alla commistione tra interessi privati e azione di governo.
E’ chiaro che di fronte a fatti come quelli che stanno venendo alla luce in queste settimane gli investitori internazionali decidono di restare alla larga da un paese corrotto come l’Italia, e ciò significa minori opportunità di lavoro e di sviluppo per il nostro paese. La concorrenza tra le imprese, del resto, è falsata se ci sono aziende che ricevono finanziamenti bancari senza rispetto per le norme di vigilanza, ma solo grazie alle relazioni privilegiate che hanno costruito con un partito o con un gruppo politico.
IDV pone la questione morale al centro della propria azione politica non solo per ragioni di civiltà, ma anche perché solo eliminando la corruzione e i conflitti di interesse si può consentire all’economia italiana di svilupparsi in maniera sana e completa.
MONDADORI INDIGESTA, MA NON TROPPO, PER BERLUSCONI
Certo che la Mondadori rischia di risultare parecchio indigesta al Cavaliere. Non bastava, a suo tempo, la non ortodossa procedura di assegnazione della società che avvantaggiò la Finivest, o la sentenza contro il corrotto Mills al quale non si contrappone però la figura di un corruttore. Adesso per salvare le casse della Mondadori, affidata alle cure della figlia Marina, Berlusconi ha tirato fuori dal cilindro una norma cancella tributi.
Con un colpo di mano riuscito grazie all’appoggio della sua maggioranza ancora non incrinata dalla defezione di Fini e dei futuristi liberali, il premier è riuscito infatti a far inserire in un provvedimento che non c’entrava niente (il cosiddetto decreto incentivi) una norma ad hoc per risparmiare un bel po’ di soldini. A nulla è valso il grido di allarme e la dura lotta intrapresa dall’IdV in Parlamento per impedire questo ennesimo sconcio. Il decreto purtroppo è stato approvato e, grazie all’artificio in esso contenuto, il nostro premier può continuare a dormire sonni tranquilli.
Ma di che si tratta? Semplice: evidentemente non soddisfatto dalla sola possibilità di cancellare con un colpo di spugna il reato di falso in bilancio (altro provvedimento pro domo sua) di cui ha abbondantemente usufruito, Berlusconi ha voluto sistemare un suo vecchio (della Mondadori) contenzioso con il fisco facendo approvare un codicillo per cui chi ha avuto due sentenze a favore in un procedimento che lo vede contrapposto all’erario per tasse non pagate, può risolvere la questione con una transazione pari al 5 per cento delle somme dovute.
Esattamente il caso che vede Marina Berlusconi e la Mondadori in lotta con il ministero delle Finanze che contesta alla casa editrice controllata dalla Fininvest il mancato pagamento di 173 milioni sulle plusvalenze realizzate nel 1991 quando ci fu la fusione tra l’Amef e la Arnoldo Mondadori. La società ha vinto in due gradi di giudizio la causa contro il fisco, per cui ricorrendo (guarda caso!) tutte le fattispecie previste dalla legge, si è affrettata a definire la questione pagando solo 8,5 milioni di euro.
Insomma la famiglia Berlusconi, utilizzando una legge fatta dal Governo Berlusconi e approvata dalla maggioranza parlamentare di Berlusconi, ha risparmiato in un botto qualcosa come 164 milioni di euro (per non parlare degli interessi, ma quelli non contano…). Milioni che il fisco non incasserà più e che, tanto per pareggiare i conti, dovranno essere sborsati da tutti i contribuenti italiani (quelli onesti che pagano le tasse, ovviamente). Alla faccia della lotta all’evasione fiscale e ai “furbetti” tanto sbandierata dal ministro Tremonti.
MAFIA: DA BERLUSCONI SOLDI A PROVENZANO? I MAGISTRATI ACCERTINO LA VERITà
Ancora una volta siamo in attesa che si faccia verità sui rapporti perversi fra politica e mafia. In particolare, attendiamo che i magistrati accertino la gravissima circostanza dei presunti rapporti tra Silvio Berlusconi e il capo dei capi della mafia, Bernardo Provenzano, al quale, secondo fonti giornalistiche, in occasione delle elezioni politiche del 2001, avrebbe dato cento milioni di lire, come risulterebbe dal contenuto del pizzino denunciato davanti ai giudici di Palermo. Sarebbero gravissimi, se accertati dalla magistratura competente, questi collegamenti finanziari, personali ed elettorali.
L’Italia non dimentica che nel 2001, in Sicilia, la coalizione berlusconiana con Forza Italia totalizzò, nell’arco di un mese, 61 seggi su 61 alla camera e al Senato e ottenne, nel mese successivo, l’elezione a presidente della Regione siciliana di Salvatore Cuffaro, già condannato in secondo grado per reati di mafia. Berlusconi cercherà di farsi fare un’altra legge vergogna, non ci aspettiamo che si difenda nei processi. Chiediamo, invece, con forza che il ministro Maroni batta un colpo dando un segnale di sostegno e garantendo la sicurezza di magistrati, minacciati anche recentemente, testimoni e collaboratori di giustizia che da tempo ormai cercano di dare un contributo per evitare che la mafia abbia il volto dello Stato e lo stato quello della mafia. Il silenzio di Maroni è inquietante.
Antonio Scopelliti esempio di legalità
L’omicidio del giudice Antonio Scopelliti, magistrato calabrese di altissimo rigore morale e professionale, ha costituito uno degli attacchi più alti della criminalità organizzata nei confronti delle istituzioni e del regolare funzionamento dell’ordinamento giudiziario. Scopelliti, servitore dello Stato ed esempio di legalità, venne ucciso poco dopo la sua nomina a Pubblico Ministero nel maxi processo contro i boss di Cosa Nostra in Cassazione. In questo modo, gli fu impedito di esercitare le sue funzioni e di sostenere con intransigenza e rispetto della legge l’intero impianto accusatorio. La barbara uccisione del giudice e la sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992, che confermò l’impianto accusatorio e le pesanti condanne nei confronti dei più violenti capi di Cosa Nostra, annunciarono drammaticamente la stagione delle stragi del ’92-‘93. Una pagina buia della nostra storia che ancora oggi attende verità e giustizia.
Scopelliti fu ucciso a 51 anni il 9 agosto 1991 lungo la strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro. Senza scorta, Scopelliti viene intercettato dai suoi assassini, appostati lungo la strada. Secondo i pentiti della 'Ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, l’uccisione del giudice sarebbe stato un “favore” della mafia calabrese a Cosa Nostra, visto che Scopelliti avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo contro i boss siciliani. Nell'abitazione del padre di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, fu trovato il fascicolo del processo alla ''Cupola'' di Cosa nostra.
Alla fine di una serie di processi, con condanne ed assoluzioni, nel 2001 la Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè e Benenetto Santapaola dall'accusa di essere stati i mandanti dell’omicidio Scopelliti, che rimane quindi impunito.
Serve verità per rendere l'Italia civile e moderna
Da tre anni (12 ottobre 2007) è in vigore una legge discutibile che dà al capo del governo italiano la competenza, di fatto esclusiva, per “l’apposizione e la tutela del segreto di Stato.”
L’ascesa al potere per la terza volta di Silvio Berlusconi nell’aprile 2008 ha segnato per gli italiani la chiusura totale d’ogni speranza di togliere il segreto di Stato sulla stagione dei terrorismi e delle stragi che hanno insanguinato la storia dell’ Italia repubblicana in 70 anni di storia, provocando centinaia di morti e migliaia di feriti.
Dall’eccidio di Portella della Ginestra all’assassinio di Aldo Moro, dalla strage di Bologna a quella di piazza della Loggia Brescia.
Qualche giorno fa Berlusconi non ha voluto neppure essere presente, né ha inviato uno dei suoi ministri a Bologna, dove pure migliaia di italiani, venuti da tutto il paese, hanno ricordato gli 85 morti di quel 2 agosto 1980.
E’ un chiaro segnale, per un capo del governo che qualcuno ha definito ormai “un morto che cammina”, di indifferenza e di disprezzo per tutte le vittime e rivela l’atteggiamento ambiguo di un politico che ha sempre preferito le logge massoniche e le cricche di affari ai confronti fatti alla luce del sole, in parlamento o nelle piazze.
Ma, per fortuna degli italiani, sta ormai arrivando la fine del dominio politico e culturale del leader populista. La maggioranza parlamentare, assai ampia dopo le elezioni poliche del 2008, si è ormai dissolta e il governo dovrà fare i conti ogni giorno con la scissione di Fini e con l’opposizione di centro-sinistra che ha nell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro la sua punta di diamante.
L’Italia è l’unico paese democratico in cui il segreto di Stato nasconde ancora vicende che hanno caratterizzato a lungo la nostra storia e che devono essere chiarite per mettere in luce le responsabilità di classi dirigenti che si sono opposte, e che ancora si oppongono, ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana del 1948. Cioè alle libertà politiche, civili ed economiche, all’eguaglianza tra i cittadini, alla giustizia sociale.
Negli Stati Uniti, per una decisione della presidenza Clinton, ormai da oltre un decennio ogni quattro anni vengono desecretati materiali scottanti che si riferiscono al comportamento dei governi negli anni settanta, ottanta e novanta del Novecento.
In Italia non sappiamo ancora chi ha sparato a Portella della Ginestra nè chi è stato il mandantedella bomba alla stazione di Bologna. Dobbiamo far di tutto affinchè Berlusconi finisca di governare, coprendo gli assassini, e che chi andrà al governo si impegni a togliere il segreto sulle stragi e i terrorismi del Novecento e restituisca agli italiani la legalità, dando ai parenti delle vittime la giustizia cui hanno diritto.
E’ una speranza importante per chi crede ancora nella possibilità di cambiare l’Italia e di farla diventare un paese civile e moderno.
Spatuzza abbandonato
La semplice osservazione della realtà fa capire come gli apparati governativi temano le verità che stanno emergendo dalle indagini di varie procure sul biennio stragista di Cosa Nostra 1992/93 e si adoperino per metterci una pietra sopra.
Quanto avvenuto in danno del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza è scandaloso, prima ancora che inedito. Per dire ciò, bastano i dati oggettivi.
Spatuzza ha consentito alla Procura di Caltanissetta di scardinare il depistaggio di Stato sulla strage di via D’Amelio, costruito per evitare che le indagini toccassero livelli troppo alti, soprattutto gli ambienti politici e istituzionali con cui interloquivano al tempo i capimafia di Spatuzza, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Spatuzza ha fornito alla Procure di Firenze e Milano ulteriori importanti elementi per iniziare a colmare i vuoti rimasti sulle stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma, vuoti che riguardano prima di tutto i mandanti esterni a Cosa Nostra. Spatuzza, infine, ha offerto alla Procura di Palermo le circostanze a sua conoscenza sulla criminosa trattativa fra Stato e Cosa Nostra da cui è nata la cosiddetta seconda Repubblica e, come riconosciuto da ultimo dal Tribunale di Palermo, anche sul sequestro e sul feroce assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Tutto questo Spatuzza ha fatto anche sotto la supervisione della Procura nazionale antimafia e in ragione di ciò tutti quegli uffici giudiziari hanno chiesto per Spatuzza il programma di protezione, in quanto collaboratore di giustizia attendibile e quindi esposto (insieme a tutti i suoi familiari che accettassero la protezione) ad altissimo rischio.
Ma il governo ha detto no. Lo ha fatto per bocca dell’on. Alfredo Mantovano, che è presidente dell’apposita Commissione centrale (prevista dall’art. 10 della legge 82 del 1991) presso il Ministero dell’Interno. Non era mai capitato che davanti alla richiesta convinta e unanime di tre procure distrettuali antimafia e della Procura nazionale antimafia la Commissione centrale negasse il programma di protezione ad un pentito. Non era mai accaduto, prima del caso di Spatuzza, nemmeno a questa Commissione centrale diretta da Mantovano.
Della Commissione centrale fanno parte due magistrati antimafia ed entrambi hanno votato a favore del programma di protezione per Spatuzza. Ne fanno, poi, parte l’on. Mantovano e funzionari e ufficiali delle forze di polizia e tutti costoro hanno seguito l’ordine della maggioranza di governo e hanno bocciato la proposta delle Procure antimafia. Quel che è peggio, lo hanno fatto in base a una loro interpretazione della legge, difforme da quella data da tutti i magistrati che si sono occupati di Spatuzza. Cosicché oggi dovremmo credere che l’interpretazione delle leggi non è più materia del potere giudiziario ma del governo, con buona pace della separazione dei poteri.
Spatuzza, in effetti, una colpa ce l’ha. Ha fatto due nomi dei personaggi finora a volto coperto che avrebbero guidato l’azione stragista dei fratelli Graviano. I due nomi sono, come si sa, quelli di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri, cioè del capo del governo e del fondatore del principale partito di governo, del quale oggi Mantovano è ortodosso rappresentante. È di plastica evidenza il conflitto d’interessi violato con la propria decisione da Mantovano e dagli altri componenti della Commissione centrale: hanno negato la protezione a Spatuzza che aveva accusato il vertice del governo, del loro governo. Spatuzza aveva accusato il loro capo e quindi doveva pagare dazio.
E doveva essere un messaggio che servisse anche ad altri possibili interessati. Negata la protezione a Spatuzza, oggi i fratelli Graviano sanno cosa li aspetterebbe se decidessero di collaborare con la giustizia. Per questo la decisione della Commissione presieduta dall’on. Mantovano ha l’intollerabile sapore di una vendetta e di una minaccia. Manifestazioni terribili, quando si parla di mafia. Tanto più quando a porle in essere è un organo dello Stato.
Caliendo: dalla P2 alla P3. Se ne vada!
Ieri ho illustrato in aula una interrogazione a risposta immediata al Ministro della Giustizia in ordine alla vicenda del Sottosegretario Giacomo Caliendo, ex magistrato, coinvolto nella vicenda Carboni-Verdini-Lombardi-Dell'Utri, nota come associazione segreta P3. Ve ne dò conto nel seguito.
L'INTERROGAZIONE.
ANTONIO BORGHESI. Signor Presidente, signor Ministro, il sottosegretario alla giustizia e senatore, Giacomo Caliendo, risulta coinvolto in una vicenda che il grande pubblico conosce ormai come P3. In un'ordinanza, emessa il 6 luglio, nei confronti di Carboni, Lombardi e Martino, il senatore Caliendo viene citato per aver partecipato, con essi, ad una riunione, nell'abitazione del parlamentare Verdini, presenti anche Marcello Dell'Utri e i magistrati Martone e Miller, nella quale si sarebbe tentato di fare pressione per far modificare il giudizio della Corte Costituzionale sul cosiddetto lodo Alfano. Inoltre, il sottosegretario viene citato per altre vicende relative anche alla questione dell'esclusione della lista «Per la Lombardia» nelle elezioni regionali lombarde. Le chiediamo se, alla luce di queste vicende, indipendentemente dalle responsabilità penali, non ritenga che sia necessaria una sua azione volta a far dimettere il sottosegretario.
LA RISPOSTA
ANGELINO ALFANO. Ministro della giustizia. Signor Presidente, onorevoli colleghi, leggendo il vostro atto di sindacato ispettivo rilevo che esso è una sorta di copia-incolla dell'ordinanza di custodia cautelare che ha riguardato i tre soggetti da voi citati, con una conclusione evidentemente sganciata dalla premessa poiché, a fronte del copioso uso dei contenuti dell'ordinanza, si conclude, prescindendo da essa e chiedendo che iniziative il Governo intenda adottare in merito alla posizione del sottosegretario, il senatore Giacomo Caliendo, a prescindere - siete voi a scriverlo - dalle sue responsabilità penali. L'indagine era ampiamente nota alle cronache Pag. 53giudiziarie grazie ad una serie di anticipazioni giornalistiche. I dettagli dell'inchiesta sono emersi da giornali e dai siti Internet dai quali voi stessi dite di avere attinto le vostre informazioni ed il quadro è stato, infine, completato da una sobria e pacata intervista rilasciata dal procuratore aggiunto della Procura di Roma, il dottor Giancarlo Capaldo, a la Repubblica il 17 luglio scorso, dal titolo: «Una società occulta devastante che condizionava le istituzioni». Intervista, invero, dallo stesso procuratore parzialmente smentita il giorno successivo e che faceva seguito, sul piano logico, ad altra, non meno continente intervista concessa dal medesimo procuratore aggiunto al quotidiano Libero, il 15 maggio 2010, dal titolo: «Cricca: è una faida nel PdL». Tale mia premessa per dire che tutto è noto dell'inchiesta, niente è noto, invece, di ciò che il sottosegretario Caliendo avrebbe materialmente fatto, agendo illecitamente o in direzione contraria ai doveri dell'ufficio che ricopre. Intendo ribadire in quest'Aula, dunque, la piena correttezza di comportamento del sottosegretario Caliendo nei due anni di intenso e proficuo lavoro al Ministero della giustizia. Per ovvia conseguenza logica, non prendiamo neanche in considerazione l'ipotesi, richiesta nell'atto di sindacato ispettivo, ed inopportunamente avanzata anche ieri in Commissione giustizia, che il senatore Caliendo non si occupi più della materia delle intercettazioni in rappresentanza del Governo, a maggior ragione dopo che, proprio ieri, il senatore Caliendo ha presentato l'emendamento del Governo che, in buona parte, recepisce indicazioni provenienti dai soggetti istituzionali auditi in Commissione e anche da alcune opposizioni.
In ultimo, in riferimento al vostro quesito circa le iniziative che il Governo intende adottare al fine di salvaguardare - così chiedete - il Paese e le sue istituzioni nel loro prestigio e nella loro dignità, la mia risposta è semplice e chiara: il Governo intende adottare tutte le iniziative previste dal programma approvato da milioni di elettori per rendere più efficiente e funzionale la giustizia italiana come già fatto per la riforma del processo civile e per le leggi antimafia. Ciò nella consapevolezza della grande differenza che esiste tra noi e voi.
Per voi questione morale è andare dietro ad ogni inchiesta. Per noi è morale perseguire gli autori dei reati senza inseguire fantasmi, dare certezza della pena ai colpevoli, ristoro alle vittime dei loro reati, garanzie degne di uno Stato liberale ai cittadini innocenti sottoposti a processo
LA REPLICA
ANTONIO BORGHESI. Signor Ministro, non sono soddisfatto: etica e codice penale sono due questioni assolutamente diverse che vanno affrontate su piani diversi. Lei ha dato una risposta sostanzialmente burocratica che è del tutto simile a quella che una settimana fa il Ministro per i rapporti con il Parlamento aveva dato circa l'onorevole Cosentino, poi dimessosi; a quella che lo stesso Ministro aveva dovuto dare due settimane fa sul Ministro Brancher, poi dimessosi; a quella che un paio di mesi fa era stata data dallo stesso Ministro sulla questione del Ministro Scajola, poi dimessosi. Anche lì ci si limitava a dire che non era indagato, ma il tema evidentemente non è e non può essere questo.
In quell'inchiesta si parla di contestazione, per chi è indagato, ovviamente, di reati di associazione a delinquere semplice e violazione della legge Anselmi per aver costituito una vera e propria associazione segreta finalizzata ad influenzare decisioni politiche, appalti, processi e a pilotare le nomine nelle cariche istituzionali di rilievo. In quelle riunioni si parlava di questi temi e anche il sottosegretario Caliendo ha partecipato a quelle riunioni.
Poiché si parla di P3 non vorrei dimenticare che c'è un filo rosso tra la P3 e la P2 poiché non posso dimenticare che la relazione della Commissione Anselmi del 1981 parla ancora dell'allora magistrato Caliendo e ne parla in questi termini: era il messaggero di alcuni giudici in rapporto con la loggia P2 per esercitare pressioni affinché la procura milanese restituisse il passaporto a Roberto Calvi, il numero uno del Banco Ambrosiano al quale era stato negato l'espatrio.
Vorrei ricordare che il Governo non può, non poteva non conoscere questa vicenda poiché la relazione di minoranza in cui si parla ancora del sottosegretario attuale Caliendo, allora magistrato, era firmata da un autorevole Ministro di questo Governo, cioè dal Ministro per le infrastrutture Matteoli. Pertanto, la verità è che il fatto che questo sottosegretario abbia una delega alle intercettazioni o abbia avuto una delega alle intercettazioni è evidentemente un conflitto di interesse insanabile.
Afghanistan: l'Idv non si macchia le mani
Oggi l’Italia dei Valori ha votato contro il rifinanziamento delle missioni internazionali. Avevamo chiesto al Governo di ritirare la missione in Afghanistan, ma il Governo ha detto di no, così la nostra bocciatura è stata senza appello. Tra l’altro più della metà del budget del decreto finisce in questa cosiddetta “missione” in Afghanistan.
Noi riteniamo sbagliata la nostra permanenza su quel territorio. Siamo andati lì perché parlavano di guerra al terrorismo ma oggi la motivazione non è più così nobile. Adesso c’è in atto una guerra guerreggiata sostenuta dai signori dell’oppio. E quarantadue Paesi, con altrettanti eserciti, sostengono il governo di Karzai che, a sua volta, si appoggia ai trafficanti di droga. In questi ultimi anni, in Afghanistan la produzione dell’oppio è lievitata vertiginosamente e chiaramente la presenza di forze straniere ha solo rassicurato e rafforzato il governo locale su questi traffici nelle strade della morte. Il decreto ha ridotto fortemente i fondi per la cooperazione allo sviluppo, diminuendo la natura umanitaria di queste missioni e rafforzandone il carattere militare. Basti pensare che il contingente italiano presente in quel Paese, al momento, è composto da 3790 unità, che con questo decreto diverranno 3970.
Mi chiedo: non sono bastati tutti questi morti sul campo di guerra afghano? Quante altri ne dobbiamo avere sulla coscienza? Abbiamo perso il conto del numero delle vittime civili e militari di tutte le Nazioni. Eppure, per quanto riguarda il nostro impegno, la Costituzione italiana parla in modo chiaro, all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. In quei territori c’è una vera e propria guerra e le Camere non hanno mai dato il via libera alla partecipazione dei nostri soldati. Tra l’altro, da un anno a questa parte il Governo, in più occasioni, ha riconosciuto la necessità una exit strategy. Sono state persino snocciolate le date per il rientro: prima si è parlato di un anno, poi del 2011. Ma oggi tutto tace, exit strategy è l’ennesimo termine vuoto. Dove sono finiti quegli ipocriti, pronti ad urlare la propria rabbia davanti ad una bara? Oggi sono silenti, consapevoli che tanto in Italia tutto si dimentica. Esprimo solidarietà e vicinanza ai militari italiani impegnati in tutte le missioni internazionali e riconosco l’importante contributo che hanno dato e continuano a dare. Dico loro: siete l’orgoglio del nostro Paese. Ma al Governo dico: noi dell’Italia dei Valori siamo una forza coerente e responsabile e non vogliamo macchiarci le mani per il crimine in atto in Afghanistan e soprattutto vogliamo che il nostro esercito serva per difendere il nostro Paese da offensiva esterna e non per portare la morte in altri.
Caliendo deve dimettersi
Come ‘pensionato sfigato’ - la definizione è di Berlusconi - il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo si dava parecchio da fare. Tra un pranzo e una cena, era sempre pronto a dare una mano al comitato d’affari che si riuniva a casa Verdini: che ci fosse da fare pressioni sulla Corte Costituzionale perché approvasse il Lodo Alfano, che si trattasse di attivarsi per far nominare il giudice Alfonso Marra alla corte d’appello di Milano o che ci fosse da intervenire per far accogliere il ricorso di Formigoni contro l'esclusione della sua lista alle elezioni regionali, lui era sempre disponibile. Le carte processuali descrivono un quadro inquietante, da cui emergono fatti gravissimi che imporrebbbero dimissioni immediate.
Quello che è certo è che il sottosegretario alla Giustizia non può restare al suo posto, per questo l’Italia dei Valori ha presentato una mozione di sfiducia nei suoi confronti (Scarica il Pdf - 86 Kb). Una mozione che deve essere discussa prima della pausa estiva perché è evidente che Caliendo, quantomeno per ragioni di opportunità, non è in grado di svolgere con serenità il suo delicato lavoro, per il quale deve occuparsi, tra l'altro, di intercettazioni e di riforma della giustizia. Io al suo al posto avrei già fatto le valigie e lasciato via Arenula, lui non l’ha fatto e non sembra intenzionato a farlo, per questo la mozione di sfiducia è un atto dovuto.
L’auspicio è che, nell’interesse del Paese, sia sostenuta da tutte le forze d’opposizione: c’è un problema da risolvere e bisogna farlo subito
Ora qualcuno chieda scusa
Adesso qualcuno deve chiedere scusa. Non bastano i comunicati, non contano le facce contrite davanti alle telecamere per dire che anche la Lombardia è caduta nel mercimonio politico mafioso che infesta tutto il Paese, da nord a sud, in un’unità d’Italia fatta di mala politica prostituita alla mafia. Trecento arresti sono uno schiaffo alla ‘ndrangheta calabrese lombardizzata ma non solo; trecento arresti sono cinque dita in piena faccia di chi come il sindaco Moratti ha giocato per una vita a sottovalutare, minimizzare, negare e coltivare indifferenza. Trecento arresti sono una sberla a tutti quei sindachetti e polituncoli padani che hanno tranquillizzato tutti per anni dicendo che il fenomeno non esisteva, che al massimo era “una cosa loro”, che le cittadine lombarde sono “immuni dalla mafia”, appoggiati da rappresentanti delle istituzioni che sfoggiano una pavidità e un’ignoranza utili ad una pacifica e tranquillizzante carriera. Trecento arresti oggi fanno sentire l’odore acre della lombardia. E non bastano più i “deodoranti” della Lega e del Pdl. Non funzionano più i convegni buoni per fare l’antimafia da souvenir per la fiera della Milano da bere. Scrivevamo un anno fa io e Gianni Barbacetto in A CENTO PASSI DAL DUOMO:
“L’impunità dentro le teste (oltre alle tasche) dei capibastone ‘ndranghetisti o dei prestanome camorristi o dei ragionieri di Cosa Nostra in Lombardia è una responsabilità politica. Risolvibile semplicemente con la voglia e l’onestà di volere dare al di là di tutto un segnale. Per restituire dignità anche nella forma. Una regione che controlla la carta d’identità di un mojito e cammina su fiumi di cocaina. Una regione che s’abbuffa alle conferenze stampa delle grandi opere e che inciampa al primo gradino del primo subappalto. Una regione che convoca gli stati generali dell’antimafia per ribadire di stare tranquilli. Una regione che ci convince di aver risolto tutto spostando i soldatini del Risiko con la scioltezza di un tiro di dadi. Una regione che se il fenomeno criminale non emerge allora non esiste. Una regione che mette i moniti dei procuratori antimafia nei faldoni di “costume e società”. E intanto ride. Nel riflesso degli eroi diventati onorevoli che “la mafia l’hanno debellata decenni fa” e se così non fosse è semplicemente perchè non l’hanno mai trovata. Una regione che è sacerdotessa della clandestinità diventata finalmente illegale e intanto finge di non sapere che l’illegalità pascola clandestina. Nel gioco dei segnali così caro alla pochezza criminale, se esistesse un santo dell’estetica contro il diavolo della politica per comunicati stampa, da domani partirebbero le ronde della legalità nei crani dei politici a cercare con il lumicino la responsabilità della dignità.”
Insieme a Gaetano Liguori siamo andati ad urlarlo in giro per l’Italia. Mi sono meritato qualche chilo di minacce, qualche accusa di allarmismo, sorrisini da “professionista dell’antimafia” e i rimbrotti di qualche maresciallo che ha dovuto fingere di credermi. Adesso si alzano le voci di chi sapeva e si sprecano le lettere di vicinanza. Addirittura spuntano democratici esperti dell’ultima ora. Tutti pronti a cavalcare; tanto hanno già pagato gli altri, nel bene e nel male.
Oggi ai cittadini qualcuno dovrebbe chiedere scusa.
Ai lettori
L'abbraccio alla legalità
L'Italia dei Valori è da sempre attiva nella lotta alla criminalità organizzata. E per questo sta organizzando un evento, al quale parteciperà anche il Presidente dell'Idv Antonio Di Pietro, per giovedì prossimo (22 luglio alle 17:30) nel centro "Falcone e Borsellino" di Paderno Dugnano, dove i boss della 'ndrangheta lombarda tenevano le loro riunioni. Sarà un abbraccio alla legalità.
Paolo, il giudice che fa ancora paura
Borsellino fa ancora paura a molti anche a personaggi del mondo della politica. E l’ignobile episodio di eri ne è la conferma. E anche le coraggiose inchieste dei magistrati siciliani sulle stragi degli anni ’92 e 93’ non fanno dormire sonni tranquilli ai mandanti politici il cui nome e cognome ancora non è stato accertato processualmente. Ma si arriverà alla verità è sempre più vicina e noi dell’Italia dei Valori ci batteremo fino all’ultimo per farla emergere. Per noi e per tutti cittadini onesti Borsellino ed i suoi agenti della scorta, saltati in aria insieme a lui, sono degli eroi e non il pluripregiudicato Mangano, lo stalliere di Arcore, come afferma il senatore dell’Utri, condannato in Appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Chi non si dissocia dalla parole del senatore del Pdl e cofondatore di Forza Italia, chi rimane in silenzio e non prova imbarazzo a sedersi accanto a lui in Parlamento, è certamente almeno
complice di quella stessa cultura che, solo a parole, dice di voler combattere.
Borsellino è stato ucciso perché aveva scoperto la trattativa fra lo Stato e la mafia e perche vi si oppose fermamente e quanto emerge oggi da notizie di stampa sul contenuto di una lettera inedita di Vito Ciancimino, è un’ulteriore conferma di questa realtà. Pezzi deviati dello Stato si adoperarono per far sparire documenti importantissimi e per depistare le indagini.
Domani, insieme al presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, all’europedutato Luigi De Magistris, all’on. Ignazio Messina, al coordinatore regionale, senatore Fabio Giambrone ed altri esponenti dell’Idv, parteciperemo, a Palermo, alle iniziative in memoria del giudice Paolo Borsellino e dei suoi agenti della scorta, barbaramente trucidati in via D’Amelio.
Un romanzo criminale
AGGIORNAMENTO ORE 18:50
Non c’è due senza tre! Cosentino si è appena dimesso da sottosegretario. Conserva il suo ruolo di coordinatore del Pdl campano. Ognuno ha la classe dirigente politica che si merita. Ma le sue dimissioni da sottosegretario sono una grande vittoria di Italia dei Valori e della determinazione con la quale anche questa volta ha scelto di percorrere la via della mozione di sfiducia. Resta la profonda amarezza che ancora una volta, come nel caso di Brancher, questo governo senza vergogna non abbia sentito il bisogno per rispetto delle istituzioni e dei cittadini elettori di fare pulizia da solo ed abbia atteso la spada di Damocle del voto di sfiducia. Non ci stancheremo mai di ripetere che la legalita' e la tutela dell'onorabilita' delle istituzioni democratiche sono per noi valori imprescindibili e non negoziabili.
Oggi pomeriggio, durante il Question Time in programma alla Camera dei Deputati, l'Italia dei Valori ha posto un'interrogazione al Governo circa la posizione di Nicola Cosentino, sottosegretario in forza al Pdl sul quale pendono gravi capi d'accusa, come il concorso esterno in associazione camorristica (approfondisci l'argomento a questo link).
Di seguito (e in video) pubblico il resoconto del Question Time e l'ennesima non risposta del Governo.
L'INTERROGAZIONE.
MASSIMO DONADI: Signor Presidente, signor Ministro, torniamo sullo stesso tema, perché non può pensare di cavarsela così, raccontando agli italiani due frottole su una vicenda che è grande come una casa.
Vorrei parafrasare un'espressione usata da un suo stesso collega di partito per dire che la storia recente del vostro Governo sembra tratta dalle pagine di «Romanzo criminale». Ma vi rendete conto? Parliamo degli ultimi due mesi: il Ministro Scajola si è dimesso, perché non si era accorto di chi gli avesse pagato la casa. In questi giorni, scopriamo che non si era accorto neanche di chi gli avesse pagato i lavori di restauro (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)! Il Ministro Brancher è stato nominato solo in quanto indagato, per poter evitare, in questo modo, una volta diventato Ministro, grazie al legittimo impedimento, di dover rispondere davanti al magistrato in ordine a quanto faceva. Con riferimento al sottosegretario Cosentino, signor Ministro, ma quali notizie di stampa? Vi è un ordine di arresto, ratificato anche dalla Cassazione! Voi non potete imbrogliare così, non potete declassare una sentenza della Cassazione a notizia di stampa! Ed oggi, lo stesso sottosegretario Cosentino, insieme al sottosegretario Caliendo, risulta coinvolto anche nella vicenda di un'associazione segreta che, per definizione, è costituita ai danni dello Stato. Come affrontate questa questione morale?
LA RISPOSTA.
ELIO VITO Ministro per i rapporti con il Parlamento: Signor Presidente, anche nel caso dell'interrogazione dell'onorevole Donadi - a cui, credo, replicherà, in seguito, l'onorevole Di Pietro - rilevo innanzitutto che la Presidenza del Consiglio ritiene che essa si basi esclusivamente su notizie di stampa e che la Presidenza non è in possesso di alcuna documentazione né, ovviamente, è stato possibile esperire alcun approfondimento documentale, essendo le indagini in corso. Pertanto, nessuna decisione può essere responsabilmente assunta prima di poter conoscere i fatti, che sono tutti da acclarare. Inoltre, onorevole Donadi, trova applicazione il principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza (Commenti dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori). Tale imprescindibile dettame opera non soltanto per l'imputato condannato in primo grado o in giudizio d'appello, ma ancor più, per chi sia stato iscritto nel registro degli indagati, o il cui nominativo compaia negli atti di indagine, senza tuttavia avere assunto la veste di indagato, ovvero aver acquisito alcuna connotazione di natura processuale.
LA REPLICA.
ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, signor Ministro, almeno lei si arrenda, lo deve alla sua dignità personale! Non può, anche lei, chiamarsi correo politico di un'associazione segreta; non può, anche lei, chiamarsi correo politico di persone che sono accusate di far parte di un'associazione camorristica.
Chiedo al Presidente della Camera - visto che il Governo non ne dispone - di trasmettere una copia della misura cautelare nei confronti del sottosegretario Cosentino. Noi ce l'abbiamo: almeno noi diamogliela, visto che fanno finta di non sapere! Signor Ministro, ricordo a lei di riferire al Ministro della giustizia che ha il dovere di chiedere copia degli atti se non li ha, e di non limitarsi a dire di guardare soltanto la rassegna stampa! È un Governo che fa esattamente quello che fa una associazione segreta: fa finta di non vedere, non sentire e di tramare sottobanco. Quel che noi chiediamo, la settimana prossima, non sono soltanto le dimissioni di Cosentino, ma le dimissioni di questo Governo, perché questo Governo, nel suo insieme, non ha più credibilità. È un Governo che continua ad utilizzare le istituzioni per farsi leggi, per non farsi processare nel suo gruppo, fare leggi che servono per assicurare l'impunità, fare leggi che servono semplicemente a una parte del Paese.
Quello che chiediamo a questo Governo è di rendersi conto che non può continuare a tirare la corda perché mentre il Paese brucia, continua a ridere, a sorridere e a far finta che nulla sia accaduto, nulla stia accadendo. In realtà, in questo Paese vi è un solo vero correo morale di tutto quello che sta accadendo e si chiama Silvio Berlusconi: il vero capo di questa nuova P2, anzi, è sempre la stessa persona che ha fatto parte e fa parte della P2. Per questo noi chiediamo, attraverso le dimissioni di Cosentino, che l'intero Governo vada a casa prima di continuare a distruggere il Paese.
Pdl: "Carboni" ardenti e sorci "Verdini"
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La vicenda è nota. - Flavio Carboni, uomo delle trame, già condannato a 8 anni nell’ambito dell’inchiesta per il crac del Banco Ambrosiano, il giudice tributario Pasquale Lombardi, e l'imprenditore napoletano Arcangelo Martino, sono finiti in carcere per aver costituito, dice la Procura di Roma, un'associazione a delinquere che con la corruzione, l'abuso d'ufficio, la diffamazione e la violenza privata mirava a condizionare "il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale" nonché di "apparati della pubblica amministrazione dello Stato e degli enti locali". Era "una realtà organizzata del tutto corrispondente alla cosiddetta legge della Loggia P2". Più in piccolo, perciò “Sotto Loggia P2” del 2010.
Della quale faceva parte anche il deputato e coordinatore del Popolo della Libertà Denis Verdini. Verdini «si pone, per la qualità e rilevanza del ruolo, per il suo ripetuto e diretto intervento in reciproco vincolo di solidarietà, per la condivisione d’interessi, come soggetto interno al sodalizio». Avevano organizzato una rete di contatti, larga e profonda, che consentiva a persone vicine al gruppo di essere collocate "in posizioni di rilievo in enti pubblici e apparati dello Stato" ed ottenere "appalti pubblici, provvedimenti giudiziari e amministrativi favorevoli". Il "gruppo di potere occulto" ha mosso a fini corruttivi 4 milioni di euro ed è stato intercettato al telefono con diversi parlamentari. Tra settembre e ottobre 2009 i tre tentarono l'avvicinamento di alcuni giudici della Corte costituzionale per influire sul giudizio del lodo Alfano (la sospensione del processo penale per le alte cariche dello Stato, in realtà poi bocciato dalla Consulta). Il "clou" dell'attività del gruppo si realizzò il 23 settembre con una riunione - se ne contano sei, prima e dopo - nella splendida casa romana alle pendici del Campidoglio di Denis Verdini, coordinatore del Pdl, già indagato per l'eolico, il filone toscano dell'inchiesta sulla Protezione civile e la ricostruzione all'Aquila. Oltre a Carboni, Lombardi e Martino, quel giorno parteciparono Marcello Dell'Utri (onnipresente quando c’è del losco), il sottosegretario alla Giustizia (e magistrato) Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller, capo degli Ispettori del Ministero della Giustizia. La contropartita chiesta per tale attività di lobby è la candidatura di Nicola Cosentino alla Regione Campania, come esplicitato in una telefonata di Lombardi allo stesso sottosegretario (‘Stammi a senti’… io mi so’ fatto portare l’olio e te lo porto domani mattina (…) Ci vediamo in Cassazione e facciamo il trasbordo”. Ndr Si parla di “olio” ma si legge “regalo” o “tangente”.) Gli altri episodi contestati sono: il tentativo, a partire da luglio del 2009, di accaparrarsi appalti per la produzione di energia eolica in Sardegna ( il presidente della Sardegna Ugo Cappellacci nomina Ignazio Farris a presidente dell´Agenzia Regionale per l´ambiente nell'isola, così come era nei desiderata di Carboni e Farris, appena nominato, telefona a Carboni e si mette a disposizione: “Adesso bisognerà rimboccarsi le maniche”), attività di interferenza nei confronti di componenti del Consiglio superiore della magistratura per la nomina, ad alcune cariche direttive, di magistrati graditi al sodalizio, tra cui Alfonso Marra, aspirante alla carica di presidente della Corte di Appello di Milano; attività per influire sull'esito del ricorso presentato dalla lista «Per la Lombardia» del presidente Roberto Formigoni contro l'esclusione dalle regionali.
L’Associazione Magistrati protesta ("Non vogliamo magistrati contigui al potente di turno e vicini ai comitati d'affari - hanno dichiarato il presidente dell'Anm Luca Palamara e il segretario generale Giuseppe Cascini, commentando gli ultimi sviluppi dell'inchiesta della procura di Roma per associazione per delinquere -. Vogliamo, invece, magistrati indipendenti e integri la cui attività si affermi nelle aule di giustizia e non nei salotti".). Ma non sarebbe ora che anche il Consiglio Superiore della Magistratura iniziasse a fare piazza pulita di tanti magistrati dai comportamenti sospetti e riprovevoli? Quando saranno cacciati magistrati come Martone e Miller? Cosa fa Mancino? Dorme?
Bocchino (cioè Fini) chiede la dimissioni di Verdini e dice: “Io penso che Verdini sarà costretto a dimettersi: sarà quello che verrà fuori che lo porterà a dimettersi. Noi abbiamo visto finora solo una parte delle intercettazioni, quella relativa alle responsabilità addebitate agli altri indagati. Ma quando emergeranno le intercettazioni che hanno portato a indagare lo stesso Verdini, è difficile che riesca a resistere”.
Parole che infiammano il partito e vengono definite “sciacallaggio politico” da ex aennini come Amedeo Laboccetta ed Edmondo Cirielli, che chiedono piuttosto la cacciata di Bocchino dal partito, “avendo lui l'unico obiettivo di distruggere l'immagine del Pdl”.
“La cultura del Pdl non è il giustizialismo, nè la condanna preventiva emessa sui mezzi di comunicazione, ma il rispetto della dignità di ogni persona”, dicono Sandro Bondi e Ignazio La Russa, ministri e coordinatori del Pdl insieme a Verdini. Maria Stella Gelmini protesta invece contro i resoconti giornalistici che parlano di un attacco a Verdini nella convention di Liberamente. Ed anche il ministro Michela Brambilla osserva che “in certi casi è sempre più dignitoso e serio tacere che esprimere giudizi affrettati ed ergersi a rappresentanti di metodi giustizialisti. Gettare fango su Verdini è stato un comportamento grave, strumentale e sospetto”. "La dichiarazione dell'onorevole Bocchino di essere a conoscenza dei verbali di intercettazioni riguardanti indagini giudiziarie in corso, che secondo lui saranno pubblicate a breve sui mezzi di comunicazione, secondo il mal costume in voga nel nostro Paese, è di una gravità inaudita". E' quanto dicono in una nota congiunta Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, e Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl alla Camera.
E Bocchino precisa: mi riferivo semplicemente all'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carboni e soci, documento in possesso di tutte le redazioni dei giornali". "A pagina 50 - spiega invece Bocchino - si parla di un'informativa dei carabinieri di duemila pagine con allegate altre 4000 pagine di atti e documenti, gran parte intercettazioni. Sempre a pagina 50 c'e' scritto che il pm allo stato ha formalizzato richieste solo per il reato associativo e non per i delitti-fine quali corruzione, abuso d'ufficio e altro, chiarendo a pagina quattro di aver utilizzato soltanto le telefonate con parlamentari necessarie a sostenere la misura nei confronti degli altri indagati. Tutto chiaro e limpido pertanto, senza alcun mistero".
Ma il Pdl non era il “partito dell’amore”?
Ultima notazione: con la nuova legge sulle "intercettazioni" anche di questa vicenda non avremmo saputo nulla!
fonte: www.antonioborghesi.it
Cronaca di uno strano impedimento
Con il “ministero ad personam” dato a Brancher, per consentirgli di sottrarsi al processo Antonveneta, questo paese è a serio rischio di dittatura. E’ il vergognoso epilogo della nostra democrazia, perché nella Prima Repubblica se un Ministro veniva indagato, o peggio rinviato a giudizio, si dimetteva, nella seconda accade esattamente l’opposto: se sei sotto processo diventi Ministro.
L’Italia dei Valori ha denunciato l’inganno sin dalla nomina di Brancher: un quarto ministro per il federalismo non serviva, e non a caso il primo atto ufficiale del neo ministro è stato quello usare il legittimo impedimento per non farsi giudicare al pari di tutti i cittadini.
Come Italia dei Valori abbiamo voluto verificare se Brancher avesse avuto almeno la decenza di presentarsi in ufficio il giorno dell’udienza per “studiare le riforme”, visto che ha usato tale scusa proprio per sottrarsi alla legge. Per questo sabato scorso, il giorno dell’udienza, ho passato tutta la giornata sotto l’ufficio di Brancher, per attenderlo al varco e verificare che effettivamente si recasse a lavorare.
La mattina alle 10 ho iniziato il “piantonamento della verità” ma del “ministro senza impegni e senza portafoglio” nessuna traccia.
Per tutto il giorno il telefonino di Brancher ha suonato sempre a vuoto. Solo la sua segretaria si affacciava dalla terza finestra a sinistra sopra Galleria Colonna, nel palazzo della Presidenza del Consiglio per guardare giù.
“Il ministro è qui, sta lavorando”, mi ha provato a spiegare la segretaria “Se non ci credete lo faccio affacciare”. Ma nuovamente l’attesa è stata vana. Il ministro, ovviamente, non si è fatto vedere e non è nemmeno mai uscito dall’ingresso principale del ministero. Alle 18 gli uomini della sicurezza si sono fatti sfuggire un “da mo’ che se n’è andato, saranno tre ore”, quando invece avrebbe dovuto essere “legittimamente impedito” fino alle 18. E la stessa segretaria, all’ennesima telefonata, ha rettificato: “Ma no, è ancora qui, in riunione”, affrettandosi ad aprire un’altra finestra e accendere una luce fino ad allora spenta. Alle 19.30 è un altro membro della segreteria ad avvertire che “il ministro è andato via da pochi minuti”, anche se nessuno l’ha visto uscire.
La conclusione è davvero amara: o il ministro è un mago nello sfuggire ai nostri controlli oppure più che organizzare il suo ufficio i veri legittimi impedimenti che l’hanno costretto a non presentarsi al processo sono stati il sole, qualche bella spiaggia romana e soprattutto la paura di vedersi applicare la legge come ogni comune cittadino.
Adesso Brancher promette che il 5 luglio sarà in aula, anche dopo i tuoni del Presidente Napolitano, ma come Italia dei Valori non ci fermiamo: questi tentativi tardivi di nascondere il danno alla legge e la beffa agli italiani non ci bastano. Mercoledì, prima della riunione del Consiglio dei Ministri, sarò nuovamente sotto l’ufficio di Brancher per accompagnarlo a Palazzo Chigi e sapere, una buona volta, che cosa ha fatto durante la “giornata particolare” di sabato scorso.
Silenzio di Stato, impunita' per legge
Come uno zar, come Putin, come un tiranno. Silenziando il Parlamento e trascurando il grido d’allarme democratico che si alza da tutto il Paese, sceso in campo per difendere il diritto a conoscere e a vivere nella legalità. Il ddl intercettazioni, tra occupazioni e aventini dei senatori dell’opposizione, è stato approvato a Palazzo Madama con l’ennesimo voto di fiducia, blindato così dai possibili ipocriti franchi tiratori. Già quei finiani che avevano annunciato battaglia e invocato autonomia, che si sono riempiti la bocca fino all’ultimo di parole come “indipendenza”, “lotta al crimine”, “libertà di informazione”. Gli stessi che ieri hanno risposto prontamente “obbedisco” all’imperativo categorico di Arcore, tradendo tutte le promesse fatte con quella naturalezza servile che Berlusconi ha ormai imposto al SUO partito. Il PdL si conferma infatti la piccola prateria personale dove re Silvio può esercitare indisturbato il potere senza trovare un vero argine di contrasto, nemmeno in quel Gianfranco Fini che, solo pochi mesi fa, gli puntava l’indice accusatorio in un esecutivo più simile ad una seduta di psicanalisi collettiva che ad un dibattito di partito. Lo stesso che attraverso i suoi luogotenenti gioca ora la parte di salvatore della patria: “meglio di così non si poteva fare, ci batteremo alla Camera”, dicono Bocchino&co. Ma la promessa, vista la cronaca recente, non è che vana: figli e nipoti di Almirante sanno già che la prossima tappa consiste nel loro prossimo tradimento a Montecitorio, dove il ddl approderà presto rischiando di non subire modifiche e di restare ciò che è sempre stato, cioè un pugno allo stomaco per la democrazia e la legalità. Tradiscono, questi falsi crociati del bene, il Paese intero. Perché da ieri protestano e protesteranno tutti: i giornalisti che annunciano uno sciopero dell’informazione il 9 luglio, i direttori dei media, i magistrati, le forze dell’ordine, il sindacato, la società civile. Manifestazioni e veglie, sit in e iniziative in tutta Italia da parte di tutti i protagonisti della società civile, mondo della cultura e dello spettacolo compreso. Ma niente da fare: lo zar, il Putin italiano, il tiranno non ha ceduto e non vuole cedere. Primum tutelare se stesso dall’occhio pubblico e dalle inchieste, primum far morire la cronaca giudiziaria e legare le mani alla magistratura, primum punire i media e favorire le mafie, soprattutto dei colletti bianchi e della politica. Deinde? Deinde tutto il resto, cioè la democrazia, ovvero la libertà di informazione e la lotta al crimine, l’articolo 21 e la guerra alle mafie, il rispetto verso una tradizione di giornalisti trucidati e di giudici assassinati. La nostra prima speranza risiede nella società civile e nella mobilitazione pacifica, nel suo impegno magari verso un referendum che ristabilisca il diritto. La nostra speranza è anche nel Capo dello Stato: Signor Presidente, non è vero che La invochiamo a vanvera o La tiriamo per la giacchetta, semplicemente Le chiediamo, come il suo ruolo richiede, di difendere la nostra Costituzione dallo svuotamento per legge ordinaria che questo Governo sta portando avanti da tanto, troppo tempo. A chi dobbiamo appellarci, Signor Presidente? Forse alla speranza che i rapporti fra il premier e il co-fondatore degenerino fino al punto che il secondo sia spinto -più per ripicca e per la corsa alla leadership interna che per convincimento democratico- ad affossare alla Camera questo scellerato ddl? Abbiamo e ci meritiamo speranza più “alte”, perché più “alta” è la posta in gioco. Vogliamo continuare in futuro a conoscere le intenzioni infami di chi lucra sul terremoto, vedere la foto del giovane Cucchi che solleva l’indignazione umana generale e ci porta a chiedere giustizia insieme ai suoi familiari, vogliamo che i magistrati continuino ad intercettare i boss mentre dentro casa si spartiscono gli appalti sanitari, vogliamo che le donne abusate da mariti e compagni possano registrarli e avvalersi, contro di loro, di quelle registrazioni, vogliamo che i pm e le forze dell’ordine non siano vittime di rallentamenti burocratici come il cappio delle 75 ore impone, vogliamo che non sia abrogato l’art.13 della legge che porta il nome di Giovanni Falcone. E’ chiedere troppo? No, è chiedere il rispetto dei nostri diritti.
In Europa contro il Ddl Intercettazioni
Preoccupati per le conseguenze nefaste che una legge come quella sulle intercettazioni potrebbe procurare all’Italia, io, Sophie In’t Veld e Luigi de Magistris, abbiamo presentato un’interrogazione scritta alla Commissione.
Il Ministro Alfano non fa che ripetere che l’abolizione (di questo si tratta, in sostanza!) delle intercettazioni non influirà sulle indagini di mafia, pur essendo perfettamente consapevole che per arrivare a scovare un reato mafioso spesso e volentieri si parte da indagini satellite per le quali, ovviamente, saranno vietate le intercettazioni.
Le conseguenze saranno disastrose anche in termini di libertà di informazione.
In passato, quando un giornalista "dava fastidio" al potere, lo si metteva a tacere con i colpi di pistola. Oggi, invece, molto più semplicemente, si prova a metterlo a tacere con leggi liberticide.
Secondo l’ultimo rapporto di Freedom House, organizzazione indipendente Usa fondata nel 1941, l’Italia si trova al settantaduesimo posto, in scala mondiale, nella classifica per la libertà di stampa, definita nel nostro Paese ‘parzialmente libera‘: come in Sudafrica, Filippine, Congo, Thailandia, Nepal. Il dato che più potrebbe far scattare il campanello d’allarme, però, è quello europeo. L’Italia è penultima, dietro di noi soltanto la Turchia. Italia e Turchia sono gli unici due Paesi dell’Ovest europeo a trovarsi nella condizione di ‘stampa parzialmente libera‘. Tutto questo quando ancora il disegno non è diventato legge! Provate a pensare cosa accadrebbe qualora lo diventasse…
Abbiamo informato la Commissione su come è stato strutturato il ddl, esplicitando quale sia il regime per le intercettazioni auspicato dal governo italiano: criteri e procedure per l’autorizzazione, tipi di reato coperti, intercettazioni ambientali, durata dell’autorizzazione, utilizzazione delle intercettazioni per altri processi ed eccezioni per sacerdoti e parlamentari.
Riteniamo fosse utile portare a conoscenza della Commissione che non siamo gli unici scandalizzati e preoccupati dal tentativo del governo e che anche l’ANM, la Federazione Italiana Editori Giornali, la FNSI e l’Ordine dei Giornalisti hanno lungamente protestato, senza però ottenere assolutamente nulla. Qualche giorno fa anche le autorità americane, attraverso il vice Ministro della Giustizia Lanny Breuer, hanno espresso la loro preoccupazione per le modifiche proposte.
Per tutti questi motivi abbiamo sentito la necessità di rivolgerci alla Commissione europea per chiedere se ritiene che tali norme siano proporzionate e conformi agli standard europei in materia di libertà d’informazione dei media ed il diritto dei cittadini a conoscere, come garantite dall’articolo 11 della Carta dei Diritti fondamentali e dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e relativa giurisprudenza, e se ritiene che la modifica del regime delle intercettazioni sia conforme agli obiettivi dell’Unione di lotta alla criminalità in Italia e nell’Unione europea, nella speranza che la Commissione voglia prendere iniziative affinchè possano essere assicurate la libertà d’informazione, d’espressione e di stampa e affinchè la lotta alla criminalità organizzata in Italia ed Europa possa essere efficace.
fonte: www.soniaalfano.it
Il piano di rinascita del Governo
Con la legge sulle intercettazioni il Governo e la maggioranza servile che lo sostiene approvano l’ennesimo provvedimento che mira, scientemente, a consolidare la borghesia mafiosa della quale sono referenti oggettivi e garanti.
Una delle più grandi menzogne di Stato degli ultimi mesi – pompata ad arte anche dalla propaganda di regime di Minzolini & C. – è quella relativa al fatto che questo Governo sia stato il migliore nel contrasto al crimine organizzato. Il dato oggettivo è di segno diametralmente opposto. Questo Governo, con le architravi centrali di Berlusconi e Lega, è quello che più di ogni altro si adopera per rafforzare un sistema intriso di corruzione e mafia. Come? Attraverso l’approvazione di leggi che non consentono alla magistratura ed alle forze dell’ordine di esercitare il controllo di legalità e che privano la stampa di adempiere al diritto-dovere di cronaca.
L’elenco di provvedimenti è davvero lungo, tanto che il piano propaganda2 di Licio Gelli sembra quasi un puzzle da dilettanti. Ecco alcune leggi volute da Berlusconi e dai poteri forti ed occulti dei quali è propaggine e garante e che sono avallate dalla Lega che, ormai, è divenuto partito architrave del sistema.
La legge sullo scudo fiscale che introduce il riciclaggio di stato praticato da evasori, mafiosi, corrotti, truffatori. Il soldi delle cricche che ritornano dall’estero puliti dal Governo. Il Parlamento divenuto lavanderia internazionale del denaro sporco.
La legge che prevede la vendita all’asta dei beni confiscati alle mafie. Consente ai mafiosi di ritornare – attraverso prestanomi – nella disponibilità di immobili che hanno un altissimo valore simbolico in termine di predominio del territorio.
La legge sul processo breve che cestina migliaia di procedimenti penali nei confronti dei colletti bianchi. Un’immunità generale per il premier e le cricche che in lui vedono il salvatore dal maglio inesorabile della Giustizia.
La legge sul legittimo impedimento, servente al Presidente del Consiglio per allontanarsi, come un mariuolo, dalle aule dei tribunali in barba all’art. 3 della Costituzione che sancisce che TUTTI i cittadini sono uguali davanti alla legge.
La legge sulle intercettazioni che impedisce ai magistrati di utilizzare un mezzo di ricerca della prova fondamentale nel contrasto al crimine. Un provvedimento che vieta, inoltre, ai mezzi di comunicazione di pubblicare e raccontare i fatti oggetto delle conversazioni. Con questa legge non avremmo saputo nulla della cricca di Anemone & C., di Berlusconi che tramava per censurare Annozero, della D’Addario, di calciopoli, dei pedofili, di Marrazzo, dei furbetti del quartierino, delle cliniche degli orrori. Nulla di nulla. Un Paese normalizzato nell’ignoranza dei fatti. I corrotti e mafiosi sempre più su a scalare le istituzioni.
La legge che toglie al pubblico ministero il potere di indagare di propria iniziativa, costringendolo ad essere vincolato alle informative d’iniziativa della polizia giudiziaria e, quindi, del governo. Si attua, in tal modo, la dipendenza del pm dal potere esecutivo.
La legge che modifica la legge sui cd. pentiti prevedendo che riscontri alle dichiarazioni di un collaboratore non potranno essere propalazioni di altri collaboratori. Non solo. Si stabilisce che se una sola parte, anche infinitesimale, delle dichiarazioni non viene riscontrata cade tutto. Una probatio diabolica. Con questa legge tutti i maxiprocessi alle mafie non si sarebbero mai potuti celebrare. Addio inchieste sui rapporti tra mafia e politica, tra mafia ed economia, tra mafia ed istituzioni. Del resto, tutto naturale, come diceva Benigni, nel film Johnny Stecchino, in Sicilia il problema è il traffico.
Le leggi di bilancio che sottraggono fondi alle forze dell’ordine ed al servizio giustizia, umiliando il personale addetto. In tal modo si delegittimano sicurezza e giustizia preparando il terreno alla loro privatizzazione selvaggia.
L’elenco è ancora lungo, per non parlare, poi, dei provvedimenti amministrativi che consolidano corruzione e mafie.
Un vero e proprio piano di rinascita che stravolge lo Stato di Diritto sovvertendo i valori costituzionali.
Eppure il Governo proclama che arresta latitanti e sequestra beni. Mentendo, in quanto è merito di magistratura e forze dell’ordine che, nonostante tutto, lavorano ogni giorno in ossequio alla Costituzione; a breve anche tutto questo diverrà vano in quanto senza intercettazioni i latitanti non si arresteranno e con la vendita all’asta si riconsegneranno i beni ripuliti. Un po’ come lo scudo fiscale.
Credo sia venuta proprio l’ora di cacciare la mafia dallo Stato.
già pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 27 maggio
Intercettazioni: no all'omerta' di Stato
Oggi pomeriggio, davanti a Montecitorio, la società civile s'è data appuntamento per manifestare contro il bavaglio che questo Governo vuole imporre alla stampa.
Lo stesso Governo che dice di voler lottare contro la corruzione, propone una legge che impedisce l'uso dello strumento migliore che esiste in questa lotta: le intercettazioni.
Se passerà la legge sulle intercettazioni l'opinione pubblica non potrà sapere più niente. Ci sarà il silenzio e l'oscurità.
Fatti concussivi e corruttivi di grandissima importanza, che coinvolgono il mondo della politica, rimarranno nascosti e nessuno ne saprà nulla. Solo alla fine del processo ne sapremo qualcosa, quando ormai saperlo non ha quasi più senso.
Si sta preparando una lunga fase di censura ai danni del giornalismo. Questa legge comporta tendenzialmente una formidabile stretta sulla libertà di stampa.
I giornalisti non potranno più fare riferimenti a procedimenti in corso e gli editori saranno multati se pubblicheranno le notizie.
Noi parlamentari di Idv abbiamo già anticipato quale sarà la nostra linea: la disobbedienza civile. Leggeremo i testi proibiti in aula, in modo che il giorno dopo possano essere pubblicati (poiché già sul resoconto stenografico di Camera o Senato) da ogni giornale senza rischio per giornalisti ed editori.
Così interromperemo la censura che questo Governo vuole imporre. Un bavaglio che questo Paese non può accettare.
E' bene che tutti i cittadini sappiano che si sta preparando un'enorme manovra per determinare una perfetta omertà di Stato. Una minaccia reale, da prendere sul serio.
Serve l'impegno di tutti.
Appello ad Alfano
La lettera che ieri, con i familiari dei sette ragazzi, abbiamo scritto al Ministro Alfano affinché faccia quanto in suo potere per avere giustizia, ha avuto un primo effetto: la disposizione degli arresti domiciliari per i due studenti abruzzesi, che questa notte sono tornati nel loro paese. Questo è sicuramente un altro passo avanti verso la risoluzione dei gravi errori commessi la notte della finale di Coppa Italia fra Roma e Inter. Ma non basta. Ne rimangono 5 dentro e ingiustamente. Serve la scarcerazione immediata di questi ragazzi che stanno pagando con il carcere un qualcosa che non hanno mai commesso. Hanno già subito troppo, violenza fisica o morale che sia, adesso devono tornare alle loro famiglie. Auspichiamo che il Tribunale del riesame, mercoledì prossimo, possa permettere a tutti di tornare dalle loro famiglie, e non con la disposizione dei domiciliari ma davvero liberi
Io non riesco a capire se è stata fatta una retata di incensurati o c'era bisogno di far numero, prenderne dieci, venti. I fatti, però, dicono, che chi ha lanciato i sassi sta fuori e poi, tutti sono a conoscenza del fatto che le forze dell'ordine conoscono benissimo gli ultras. Questi ragazzi sono in galera da otto giorni e non vengono scarcerati perchè c'è il rischio di inquinamento delle prove: questo mi indigna.
Sono cittadini italiani che non hanno niente a vedere con i disordini e gli scontri della sera del 5 maggio. Ho presentato oggi in una conferenza stampa al Senato un disegno di legge che introduce l'Ufficio Matricola presso gli uffici di polizia giudiziaria, così come individuati dall'articolo 57 del Codice di Procedura Penale. Il ddl istituisce, inoltre, la cartella personale dell'arrestato, fermato, detenuto, e provvede alla installazione di un sistema di videosorveglianza presso gli uffici di polizia giudiziaria, gli istituti penitenziari e gli ospedali psichiatrici giudiziari. Credo che individuare i responsabili di comportamenti corretti e punirli è un'affermazione del diritto, ma anche, se non soprattutto, alla luce dei fatti di questi giorni, una difesa dell'onorabilità di tutti coloro che agiscono anche in condizioni assai difficili nella legalità e nel rispetto dell'individuo. E a maggior ragione lo dico oggi, giornata della Festa della polizia, perchè è giusto e doveroso sottolineare l'impegno e la correttezza delle forze dell'ordine. Mai fare di tutt'erba un fascio, ma è giusto puntare il dito contro le mele marce. Vado tutti i giorni a trovare i ragazzi in carcere. Sono demotivati, sfiduciati ed è per questo che ho deciso di organizzare, se mi verrà dato il permesso, una speciale partita di calcetto tra i sette ragazzi incensurati e la Polizia penitenziaria. Ovviamente, mi auguro che questa partita si possa fare non dentro Regina Coeli ma fuori, lontano dalle sbarre, dalle celle, da questa terribile esperienza da dimenticare. Richiamo l'impegno di tutti, parlamentari, media, cittadini, a non abbandonare le sorti dei ragazzi che lo ricordo per l'ennessima volta, si trovano ancora detenuti da vari giorni in carcere, senza sapere della loro sorte, e a causa di una burocrazia allucinante, con la sola imputazione di oltraggio a pubblico ufficiale.
dal giorno 6 maggio al carcere di Regina Coeli, a Roma, sono rinchiusi sette innocenti, la cui unica colpa è di essersi trovati fuori dallo stadio Olimpico la sera della partita di Coppa Italia Roma-Inter.
I loro nomi sono Antonello Cori , Emiliano Giacomobono, Alessio Amicone, Emanuele Pecorone, Emanuele De Gregorio, Stefano Carnesale, Luca Danieli.
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Basta manganellate allo stadio
In questi giorni si è parlato tanto di un problema che ha riguardato tutta la nazione. Mi riferisco agli arresti dopo la partita di Coppa Italia, Roma-Inter.
Alcuni ragazzi sono stati arrestati perché si cercava una persona con una maglietta rossa. Un'indicazione così generica è servita per fare di tutte le erbe un fascio. E in manette sono finiti anche degli innocenti.
Noi siamo andati in carcere, abbiamo chiesto spiegazioni al Ministro degli Interni rispetto a questa situazione. E siamo riusciti a raggiungere un primo risultato. Nelle ultime ore, infatti, è stato scarcerato il primo innocente. Il ragazzo reso celebre dal filmato che ha visto tutt'Italia.
Un ragazzo che è stato malmenato da alcuni poliziotti che non rappresentano le forze dell'ordine. Perché le forze dell'ordine, nelle quali noi crediamo, sono quelle che mantengono la tranquillità e il senso dello Stato. Sono quelle che ottengono i risultati eccellenti nella lotta alla Mafia e alla Camorra, nonostante i tagli del Governo Berlusconi che poi ha anche il coraggio di prendersi i meriti.
Ma quelle due o tre persone che hanno dato le manganellate a Stefano Gugliotta non appartengono a questa categoria di forze dell'ordine.
Stefano, dopo sette giorni di pressioni al Gip e al pm (ai quali abbiamo fatto vedere ripetutamente questi filmati) è stato scarcerato.
Rimangono, adesso, altri due diciannovenni arrestati ingiustamente e ancora in carcere. Sono stati loro stessi a chiedere alla Polizia che strada percorrere per evitare gli scontri. Lungo il tragitto, poi, hanno trovato una canna in plastica abbandonata e l'hanno raccolta in vista dei mondiali: ci avrebbero messo la bandiera della Nazionale. Un'azione che li ha portati in carcere, in questa retata generale.
Questi due ragazzi devono uscire al più presto. Devono ridare loro la libertà che ha contraddistinto fin qui la loro vita da cittadini italiani e studenti che non hanno commesso alcun tipo di reato. Per loro è una tragedia, che comporterà sicuramente un aspetto psicologico da curare.
Occorre fare una riflessione, anche a livello parlamentare affinché queste cose non accadano. Perché alcuni elementi della Polizia, le cosiddette "mele marce", devono riflettere su come arrestare una persona: si chiedono i documenti, ma non si danno manganellate.
Quanti altri oltre a Scajola?
Oltre a Scajola, chi? E’ questa la domanda che da stamattina mi frulla in testa. Fino a ieri, come la maggior parte degli italiani, pensavo che Anemone&Co, la cricca di costruttori spregiudicati e disonesti, che, in cambio di soldi e sesso, avevano corrotto funzionari pubblici, come Balducci, il gran commis delle opere pubbliche, riguardasse solo la partita delle protezione civile, della opere pubbliche e che, al massimo vi potesse essere coinvolto Bertolaso.
La vicenda Scajola dimostra, invece, che il marcio è molto più esteso e che risale indietro nel tempo, almeno al 2004. E’ da allora, infatti, che Anemone è su piazza. E’ da allora che il costruttore senza scrupoli agisce. E’ da allora che il suo “benevolo interessamento” si è rivolto anche ai piani alti dei ministeri.
Se, oggi, scopriamo che il costruttore Anemone, nel 2004, ha comprato la benevolenza dell’allora ministro degli Interni Scajola, uno dei più ministri più potenti, a quanti altri ha fatto favori, considerando che ogni ministero concede appalti? La domanda è devastante e, se fossimo in un paese normale, dovrebbe ossessionare tutti, giornalisti e politici compresi.
Non siamo più di fronte alla cricca dell’Aquila ma ad una sistema organizzato che agisce da anni e che da tempo concede “attenzioni particolari” ai potenti di turno in cambio di favori.
Allora, chi e quali sono i gangli fondamentali dello stato che sono stati “oggetto di attenzione” da parte di questa banda di furbetti senza scrupoli? Se dovessimo scoprire che le metastasi della corruzione fossero molto più estese di quanto pensiamo, verrebbe meno non solo questa maggioranza e questo governo ma il senso stesso dello stato.
E’ per questo che ieri ho pensato di proporre una commissione parlamentare d’inchiesta che abbia gli stessi poteri della magistratura e che indaghi a tappeto sulle rendite patrimoniali, bancarie e finanziarie di tutti i ministri che si sono succeduti dal 2001 ad oggi. Poi ho riso tra me e me, pensando all’ostilità che tale proposta troverebbe sul suo cammino, tanto a destra quanto a sinistra. Così ho deciso di rivolgermi a voi.
Premesso che la commissione parlamentare d’inchiesta sarebbe l’unico strumento per fare chiarezza, per capire fino a che punto le metastasi della corruzione si è estesa, pensate sia meglio lasciar perdere o che comunque valga la pena portare la proposta in Aula? Io credo che ne valga la pena, se non altro per ascoltare, divertiti, le motivazioni con le quali arrampicandosi sugli specchi direbbero tutti di no. Io credo che varrebbe la pena farlo, se non altro per vedere l’effetto che fa.
fonte: www.massimodonadi.it
Dimissioni Scajola: un atto dovuto e tardivo
Oggi il ministro Scajola si è dimesso. Qualche giorno fa era venuta a galla la notizia secondo la quale avrebbe intascato circa un milione di euro in nero dal costruttore Anemone (quello della cricca del cemento...) per comprare una casa a Roma. Stamattina abbiamo registrato le sue dimissioni.
Un atto dovuto e tardivo che ripropone una questione ormai vecchia a causa di questo Governo: quella morale.
Di seguito la trascrizione dei video interventi odierni di Leoluca Orlando (portavoce di Italia dei Valori) e Massimo Donadi (Capogruppo alla Camera di Italia dei Valori)
LEOLUCA ORLANDO: La casta non può essere intoccabile. Occorre che ciascuno si assuma le proprie responsabilità e occorre che l'inchiesta proceda per accertare ogni responsabilità, anche penale, del ministro Scajola.
Avremmo preferito che questi otto giorni non registrassero, come hanno registrato, una mortificazione delle istituzioni. Bene avrebbe fatto il ministro Scajola a dimettersi subito.
Il Governo, adesso, deve riferire in Parlamento e i magistrati devono procedere nell'inchiesta nei confronti del ministro Scajola.
MASSIMO DONADI: Dopo giorni passati ad arrampicarsi sugli specchi, le dimissioni Scajola sono un atto dovuto ma tardivo. Speriamo che adesso il Governo, se davvero vuole fare le riforme, parta da una serie di norme vere e incisive contro la corruzione che nel nostro paese dilaga.
Norme contro la corruzione le chiedono la stragrande maggioranza dei cittadini Italiani, per cui siamo pronti a votarle, chiunque le proponga.
Questa maggioranza è allo sbando. Le divisioni sono ogni giorno più profonde. Sono tenuti insieme solo dal potere e dalla voglia di stare aggrappati al Governo. Quanto questo possa durare è impossibile dirlo.
Sicuramente la compattezza delle opposizioni ha inciso molto nelle dimissioni di Scajola. E questa è la dimostrazione che se l'opposizione fosse sempre più determinata e più incisiva nel rivendicare la non negoziabilità dei valori etici, di trasparenza, di legalità, di onesta, potrebbe farsi valere molto di più in Parlamento.
Questo è un esecutivo che ormai sbanda palesemente: non ha un'idea della politica economica, non ha idea delle riforme. Finora quello che ha fatto è stato solo difendere Berlusconi e tutti i ministri che di volta in volta ne hanno avuto bisogno, dalle accuse che piombano loro sul capo.
Queste dimissioni riaprono il capitolo della questione morale. Un capitolo che si arricchisce, purtroppo, ogni mese di nuovi episodi. Ci sono state le dimissioni di Scajola per la sua insostenibilità di permanenza al Governo ma ci sono casi gravissimi, come le mancate dimissioni di Fitto e Cosentino.
Inchiesta G8: Scajola deve dimettersi
Non credo a Scajola. Non sono io a dirlo, sarebbe scontato, ma il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, che proprio ostile ostile a questo governo non è…
Ora, se persino il vice di Feltri dice che le parole del ministro, (ho comprato l’appartamento a costo di mercato) sono un ‘insulto all’intelligenza’, non si comprende per quale motivo questo signore debba restare al suo posto.
Il Giornale che una volta fu di Montanelli e che oggi di quel grandissimo giornalista non ha proprio più niente, è abituato a difendere l’indifendibile. Se stavolta non ce la fa, significa che è proprio troppo, che il limite è stato superato. Ogni minuto che Scajola passa seduto su quella poltrona è un insulto all’intelligenza dei cittadini. Il quadro che emerge dai giornali è sempre più inquietante.
Non voglio entrare nel merito, ci penserà molto meglio di me la magistratura, ma è chiaro che le responsabilità politiche sono enormi.
Per questo abbiamo presentato una mozione di sfiducia, a prima firma Di Pietro-Donadi.
E’ un’occasione per tutta l’opposizione, ma non solo, lo è anche per chi, nel centrodestra, è ancora sensibile ai valori della legalità e dell’etica politica. E’ l’occasione per far saltare i meccanismi di casta e dare finalmente un segnale: non c’è impunità per i politici ed i potenti.
Naturalmente sarebbe un primo passo perché anche in caso di dimissioni o di approvazione della mozione della sfiducia, il problema della legalità in politica sarebbe ben lungi dall’essere risolto. Ma ogni cammino inizia con un primo passo.
fonte: www.massimodonadi.it
Intercettazioni ad personam
Berlusconi vuole vietare le intercettazioni per farle solo lui. Con i “fido bau” Alfano, Schifani, Minzolini…La vergognosa vicenda delle18 telefonate fatte da Berlusconi all’Autorità per le comunicazioni, allo scopo di interferire nelle competenze della medesima per ottenere la chiusura del programma di Santoro, come è noto è venuta alla luce grazie alle intercettazioni telefoniche.La cosa ha fatto irritare Berlusconi ed i suoi scagnozzi(Bonaiuti, Bondi, Cicchitto, e compagnia) che hanno nuovamente dichiarato che:
1. Bisogna far approvare la legge sulle intercettazioni, che più che “sulle” è “contro” e di fatto le impedirà 2. Che c’è sempre il solito complotto dei magistrati che permettono le fughe delle notizie per le quali mai nessuno paga. Il “fido bau” Schifani ha subito detto: 'Sarebbe opportuno che si faccia luce al più presto su questa preoccupante fuga di notizie'. . 'Ormai il segreto istruttorio, con la pubblicazione delle intercettazioni, credo non esista più. Credo occorra dare risposta con indagini chiare ed efficaci che finalmente vengano a scoprire dov'è il marcio.” Cioè una dichiarazione esilarante ( forse era in preda ai fumi dell’alcol come il Questore di Roma quando diceva che in piazza erano solo 150 mila!) tenuto conto di ciò che è emerso e cioè che il primo a violare il segreto istruttorio è stato l’altro “fido bau” Minzolini, subito dopo essere stato interrogato. A parte che è di una gravità inaudita il fatto che la seconda carica dello Stato (aiuto!) si preoccupi di chi ha fatto uscire la notizia invece che della gravità del contenuto di quelle telefonate. Il “fido bau” Alfano, da parte sua, ha subito mandato gli ispettori a Trani. Chissà se li manderà anche a Milano (sono certo di no) dove ora viene alla luce un’altra storia di violazione delle regole ben più grave, di cui è stato parte il solito Berlusconi. In poche parole il 24 dicembre 2005 (era ancora Presidente del Consiglio) l’amministratore delegato (tale Roberto Raffaelli) di una azienda(la Rcs-Research control system) incaricata dalla procura di intercettare il presidente di Unipol, Consorte,gli fa sentire, in anteprima ed in violazione dei doveri di riservatezza, penalmente sanciti, la nota telefonata con Fassino (“allora, abbiamo una banca?”). Incurante di avere di fronte un farabutto che stava violando la legge il Presidente del ConsiglioBerlusconi non solo non lo scaccia ma gli dice : "La famiglia ve ne sarà grata per l'eternità", secondo il racconto di uno dei soggetti coinvolti. Già l’uso della parola famiglia appare un richiamo diretto a termini propri del vocabolario della mafia. In più, terminato il faccia a faccia, i personaggi coinvolti nella vicenda avrebbero spedito, in un pacchetto anonimo, l'intercettazione a il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi. E dopo sette giorni il quotidiano ha pubblicato in esclusiva il contenuto dell'intercettazione. Morale della favola. Berlusconi non è un solo un capopolo, come sostiene Bersani, bensì un vero e proprio capobanda, che come tutti i banditi è pronto a dire tutto e il contrario di tutto a seconda dell’interesse suo e dei suoi amici. Ed è evidente che vuole la legge sulle intercettazioni in realtà perché non si facciano più, salvo che non sia lui a ordinarle per attaccare i suoi oppositori politici.
Tendenza Angelino
E cosi il peggior ministro della giustizia degli ultimi anni, Angelino Alfano, con l'invio degli ispettori a Trani, e' riuscito a superare l'ingegner Castelli in quanto a cialtronaggine. Nibbio Alfano, più bravaccio di manzoniana memoria che ministro, ha seguito pedissequamente il copione berlusconiano: tutto va gestito mediaticamente, soprattutto se di mezzo c'e' il presidente del Consiglio piu' inquisito della storia.
L'invio degli ispettori, infatti, non e' solo un atto indecente, e tra l’altro illegittimo, ma e' un preciso strumento di comunicazione messo in campo per far credere che i magistrati di quella procura abbiano agito o fatto qualcosa di male. Cosi arriva l’ispettore nazionale che, in realtà, non ha nessun tipo di potere o controllo sulle indagini, ma può solo e soltanto vigilare sulla buona organizzazione della procura, sull’amministrazione e gestione del personale. Insomma, l'ispettore non può visionare ma nemmeno guardare da lontano le carte dell’inchiesta. Puo' solo controllare, ed eventualmente mettere becco, sull'organizzazione interna della procura, se un tal magistrato va bene in quel ruolo, se la produttività della procura è regolare, se il personale è numericamente adeguato, o meno.
Questo, ovviamente, non si dice ai cittadini. Si preferisce ingannarli, lasciandoli pensare che se il governo manda l’ispettore è perché c’è da strigliare qualcuno a dovere. Che se il ministro in persona ha inviato gli ispettori è perché magistrati comunisti cialtroni ci covano e vanno ripresi e, all’occorrenza, puniti a dovere. Ma l’invio degli ispettori non è solo strumento sottile per manipolare la credibilità popolare e persuadere la massa che c’è del marcio in Danimarca. E’ un’arma affilata e penetrante per esercitare sulla malcapitata procura di turno una pressione intimidatoria di stampo mafioso e condizionarne le scelte qualora non intendano piegarsi alla volontà politica.
Cosa c’è di nuovo sotto il sole? Ahimè, nulla. E’ evidente, infatti, che quando il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha pensato a chi dovesse ricoprire il ruolo di ministro della Giustizia nel suo governo, scartato Griso-Ghedini, che ha preferito nel ruolo di amanuense delle sue leggi ad personam, ha optato per Nibbio- Angelino, pensando non tanto alle sue fini doti giuridiche, che sono quelle che sono, ma alla sua precipua tendenza caratteriale ad essere uomo “avvezzo ad obbedire tacendo”. Tendenza- Angelino, potremmo chiamarla, quel non so che per il quale tanti anni fa lo scelse come fido e solerte segretario…
Legittimo impedimento: il barbaro declino del Paese
Ieri si è consumato al Senato l’ennesimo voto di fiducia. Quest’ultimo riguardo il legittimo impedimento, disegno di legge che pone un gruppo di cittadini, il Premier e i suoi ministri, al di sopra della legge. Italia dei Valori ha manifestato in aula con un sit-in (GUARDA IL VIDEO).
In questo articolo riporto il video ed il resoconto stenografico della mia dichiarazione di voto in aula.
Resoconto stenografico:
Signor Presidente, il Presidente della Repubblica ha ricordato, appena due giorni fa, che esiste uno straordinario complesso di valori e principi condiviso dal popolo e racchiuso nella nostra Costituzione. C'è però una linea di discrimine tra chi condivide tale complesso di valori e principi e chi invece è insofferente ad esso: si avverte, infatti, il segno profondo dello sfarinamento della legge e dello sgretolamento dell'architettura del nostro Stato. La legge, da espressione applicata della democrazia, viene retrocessa ad orpello ingombrante da rimuovere ogni qual volta sia di ostacolo, non al riconoscimento pieno di un diritto bensì al soddisfacimento di un interesse.
Sappiamo benissimo che tanti sono gli uomini probi chiamati in quest'Aula a svolgere l'importante e delicata funzione di legiferare: ora ci si vuole costringere a rinunziare a tale altissima funzione; ne esce umiliato il Parlamento e ferita la Costituzione. Fino a quando, voi tanti uomini probi, accetterete di piegarvi all'interesse di un singolo? Qual è il limite della vostra sopportazione? Quando si riuscirà a recuperare la probità che vi appartiene?
Oggi si è approvata una legge temporanea, in attesa dell'entrata in vigore di una legge costituzionale che ancora non esiste. Oggi, quindi, si è fatto ciò che non poteva essere fatto e chi l'ha chiesto ne è talmente consapevole da scrivere nella stessa legge che ciò è fatto per 18 mesi, perché poi la medesima materia dovrà essere regolata da una legge costituzionale. Sicché noi, investiti dalla Costituzione della nostra funzione, rinneghiamo per 18 mesi i principi costituzionali e mettiamo in quarantena la Costituzione: con una legge ordinaria abbiamo rinviato ad una costituzionale, ossia sovraordinata, che non esiste e non possiamo sapere né se o quando verrà approvata, né come sarà concepita e articolata. Gli uomini probi non possono non avvertire la gravità dell'insulto normativo e costituzionale compiuto: spero quindi che riflettano e si rendano conto che è stata ferita non solo la nostra funzione costituzionale di legislatori, ma anche la nostra dignità di cittadini uguali dinanzi alla legge; né la forza dei numeri potrà santificare il disprezzo della legge.
Dobbiamo invero purtroppo constatare che massicce dosi di veleno sono ormai state instillate nel tessuto del quotidiano vivere degli italiani, essendosi altresì diffusi gli effetti del rancoroso e pericoloso crepuscolo di Silvio Berlusconi. Questo è un momento che tanto, forse più di noi suoi avversari, potrebbero fare gli uomini probi che non gli sono ostili. Agli uomini probi, non attaccati dal tarlo della corruzione delle coscienze, noi guardiamo con rispetto; non bisogna però troppo attardarsi nell'indulgenza: i cittadini sono stanchi della violenza delle parole e dei fatti. Vorremmo ritrovare la difficile serenità nell'affrontare, senza odiose contrapposizioni, i problemi del Paese e dei più sfortunati dei nostri concittadini.
Ai tanti problemi se ne aggiunge uno ulteriore molto pesante: la crisi della democrazia, con la crescita di insane oligarchie, terreno fertile per l'autoritarismo. Vorremmo poterci liberare dalla infezione della mala politica, delle squalificate cortigianerie, degli approfittatori furbi di regime, dei nati servi. Vorremmo poter tornare ad essere un Paese normale, senza che tutto debba per forza essere eccessivo, e ritrovare la capacità, l'ingegno e la tenacia che hanno fatto grande e nobile un'Italia al contempo inadeguata. Compete a voi, uomini probi, ascoltare le vostre coscienze senza sottrarvi al dovere morale di assumervi le responsabilità dinanzi al Paese, perché noi non siamo un Paese normale.
Il Presidente del Consiglio è orgoglioso del suo massimo esponente in Campania, lo tiene stretto come Sottosegretario all'economia e presidente del Comitato interministeriale per la programmazione economica; la stessa persona su cui pende un mandato di cattura confermato dal tribunale del riesame e dalla cassazione per collusione mafiosa con il sanguinario clan dei Casalesi. La magistratura arresta i mafiosi, il Governo se ne intesta il merito e il presidente Berlusconi li coccola, li protegge, se li prende in casa, da Mangano in avanti! Bel messaggio agli onesti e alle forze dell'ordine, al senso del dovere dei tanti servitori dello Stato! Vi sembra normale ciò?
Il Consiglio dei ministri, mortificando uno stordito ministro Maroni, non ha sciolto per infiltrazione mafiosa il Comune di Fondi e oggi 14 esponenti politici che non potevano essere candidati sono invece presenti nelle liste del PdL e collegate. Vi sembra normale ciò? Il Presidente del Consiglio ha una parossistica ossessione per la giustizia, ma se non fosse stato per le leggi ad personam sarebbe oggi un condannato a vari anni di carcere. È un Paese normale questo?. Il Presidente del Consiglio ha affermato che il primo male dell'Italia sono i giudici - ora anche quelli del TAR - non la criminalità organizzata, non la corruzione, non la disperazione dei disoccupati e dei precari, non l'evasione fiscale, non lo sfascio idrogeologico e ambientale, non la crisi economica devastante per tantissime famiglie e imprese. No, il primo male dell'Italia sono i giudici. È un Paese normale questo? Applauditevi, siete complici!
Ora il Presidente del Consiglio ha chiesto una nuova fiducia per questi suoi smisurati meriti che voi condividete, per la sua protezione ai malfattori, per difendere se stesso da infamanti accuse, quale quella di aver costituito fondi neri per centinaia di milioni di euro e di aver corrotto un testimone. È un Paese normale questo? Berlusconi ha voluto la fiducia e sappiamo alcune cose che ancora farà: indebolire lo strumento delle intercettazioni telefoniche così da proteggere i malfattori, modificare alcune mirate norme del codice di procedura penale per limitare le indagini e le acquisizioni delle prove nei processi, far scarcerare alcune migliaia di imputati di gravissimi reati con la legge, alla quale non rinunzia, sul cosiddetto processo breve, ossia per decretare la morte di 100.000 processi.
No, non è un Paese normale il nostro! L'Italia ha bisogno di governanti onesti, rispettosi della legge, determinati e convinti nella lotta al crimine, insospettabili, rispettosi dei diritti, accorti e attenti ai bisogni dei più deboli e sfortunati: tutto ciò che non è Berlusconi.
L'Italia dei Valori crede nei valori sani - senatori Boscetto e D'Alia - e dice no all'arroganza, alla prepotenza, alla disonestà, sempre e non a corrente alternata. Noi non siamo il partito di Cosentino, di Cuffaro, di Dell'Utri, di Di Girolamo. Sì alla democrazia. Sì alla giustizia. Sì alla democrazia che è anche popolo e piazza. Sì alla Costituzione e anche gli uomini probi e dignitosi...
...agli uomini e alle donne dovrebbero stare a cuore questi valori e principi. Li tutelino con il loro voto. Fermino questa oscura e pericolosa deriva; fermino la rancorosa prepotenza di chi non ha alcun senso dello Stato, delle leggi e delle istituzioni. Si arresti questo barbaro declino per la nostra Italia in nome della nostra Costituzione , per la quale il Gruppo dell'Italia dei Valori ha voluto oggi - e sempre lo farà - esprimere fedeltà, rispetto e affetto, perché l'amiamo. Viva la nostra Costituzione! Fuori i barbari e i ladri di civiltà giuridica e di moralità, nel nome dei tantissimi italiani che faticano, lavorano e producono nel rispetto dell'onestà e delle leggi!
Ciancimino conferma quanto gia' a tutti e' noto
Le dichiarazioni rese, in un processo in corso sui rapporti e trattative mafia-istituzioni, da Massimo Ciancimino sono al centro di polemiche che rischiano di creare grande confusione.
Tre diversi aspetti vanno sottolineati e separatamente analizzati:
1. Il figlio di Vito Ciancimino, esponente politico condannato per mafia e personaggio certamente protagonista e conoscitore di fatti e misfatti della mafia, cita fatti, presenta atti ed esprime valutazioni che spetta alla Magistratura accertare, sanzionando ogni eventuale ipotesi di reato. L’importanza di tale accertamento è straordinaria perché riferita a terribili stragi e alle relazioni concrete fra politica e mafia, e alla trattativa Stato-Mafia sulle quali è non tollerabile il tentativo di porre ostacoli all’accertamento di ogni responsabilità, a qualsiasi livello istituzionale.
2. Esponenti di Forza Italia sono stati imputati in processi per mafia; taluni già condannati; il sen. Marcello Dell’Utri, considerato il Cofondatore del Partito, in particolare, è stato già condannato per reati di mafia con sentenza ancora non definitiva.
Anche in questo caso occorre attendere - senza frapporre ostacoli – che i processi abbiano la loro conclusione.
3. Il terzo aspetto è riferito a valutazioni politiche.
Dato incontrovertibile è che sin dal suo nascere Forza Italia si è presentata come un partito in polemica con l’operato della magistratura, alla quale non sono mai state risparmiate attacchi e insulti; come il partito dei condoni, delle sanatorie, delle leggi di impunità.
Un soggetto politico siffatto, a prescindere da responsabilità penali, è certamente ed esattamente quello che piace e serve a quanti violano le leggi e provano “fastidio” per legalità e giustizia.
E la mafia certamente prova “fastidio” assai forte per legalità e giustizia.
La mafia, ieri come oggi, non ha bisogno di politici che facciano i pali o che commettano omicidi: i pali ed i killer la mafia sa dove trovarli, li trova, di regola, fuori dalla politica.
La mafia, ieri come oggi, ha bisogno di presenza nelle istituzioni che aggrediscono e ostacolano il lavoro della magistratura e compromettono i principi di responsabilità e legalità.
Sotto questo aspetto Massimo Ciancimimo conferma quanto già a tutti è noto.
Illegittimo impedimento
Riporto il video e il testo dell'intervista rilasciata a RepubblicaTv, oggi 4 febbraio 2010, dove rispondo alle domande degli spettatori in tema di "legittimo impedimento".
Testo dell'intervista
RepubblicaTV: Quali sarebbero, secondo lei, i motivi per i quali si potrebbe dichiarare incostituzionale il legittimo impedimento?
Antonio Di Pietro: Perchè sostanzialmente è un'amnistia e perchè il legittimo impedimento già c'è. Se si viene chiamati dal giudice, e in quel momento si è ammalati in ospedale, si è fatto un incidente, o è morta la moglie, il figlio, c'è un legittimo impedimento, è già previsto. Questa norma cosa dice? Che per il fatto che sei Ministro o Presidente del Consiglio non puoi andare. Avrà il tempo per andare al bagno, o no? Avrà un po di tempo per andare a sciare, o no? Avrà un po di tempo per andare con la sua Noemi, o no? Avrà un po di tempo per “escortare” a destra e a sinistra, o no? E un pochettino di tempo per andare a spiegare se quell'operazione “strana strana” l'ha fatta lui ce l'ha o no? Potevamo fare una norma in cui si deve concordare con la magistratura che, per esempio, nei quindici giorni successivi si troverà del tempo per rispondere alla domanda. La verità è che hanno usato questo stratagemma non per dire che si è impediti e non possono presentarsi, ma per dire che non possono venire mai siccome sono al governo.
RepubblicaTV: Su questa questione del legittimo impedimento c'è un altro aspetto molto importante che chiama in causa il Presidente della Repubblica. Ieri c'è stato un incontro al Quirinale tra il Capo dello Stato e il Ministro della giustizia Alfano. Da quello che siamo riusciti a capire, sembra che da parte di Napolitano ci sia stata una sostanziale apertura sul provvedimento relativo al legittimo impedimento, il che lascia pensare che, con ogni probabilità, il Capo dello Stato firmerà questa legge quando sarà poi ratificata anche dal Senato. Ricordiamo che ora è stata approvata solo da un ramo del Parlamento. Lei, in più di un'occasione non è stato, come dire, tenero con Napolitano. In questa vicenda cosa si sente di dire?
Antonio Di Pietro: Dai retta a me! Hai capito come funziona l'informazione? Hai capito come funziona la disinformazione? Se accusiamo il Governo e la maggioranza parlamentare di usare le istituzioni per farsi le leggi ad personam, per una persona sola, è un fatto gravissimo. Se dovessimo intercalare citando anche il Capo dello Stato, siamo noi ad essere attaccati, facendo passare in secondo piano l'affermazione principale. Non parlo del Capo dello Stato, faccia quello che deve fare e quello che crederà di fare. La Corte costituzionale, se è chiamata a verificare su questo punto, faccia quello che deve fare. Noi dell'Italia dei Valori vogliamo informare voi cittadini, perchè se quelli stanno in Parlamento a fare le leggi a loro piacimento qualcuno ce li ha mandati. Una o due volte si può essere raggirati, la terza volta si diventa complici.
RepubblicaTV: La posizione di Casini, che tra l'altro si è astenuto su questo voto, dice: "è meglio il male minore, è meglio il legittimo impedimento per un ristretto numero di politici, piuttosto che il processo breve che invece ammazza migliaia di processi importantissimi”.
Antonio Di Pietro: Infatti ho detto: si diventa complici. La complicità fa male, ma sapesse quanto fa più male e dà fastidio essere Ponzio Pilato. Loro non hanno votato, noi diciamo che il legittimo impedimento è una norma criminogena, immorale e incostituzionale. Casini dice: “io non dico”. D'accordo. Ponzio Pilato ha detto: “io non prendo posizione”, ma la giustizia è stata ammazzata.
RepubblicaTV: Ricordiamo che sono stati loro i primi a proporre il legittimo impedimento come provvedimento che serviva alla cosiddetta riduzione del danno, no?
Antonio Di Pietro: Si può accettare la regola in cui poichè questi non vogliono essere processati, e poichè noi dobbiamo fare i processi agli altri, non processiamo loro e processiamo gli altri? E' uno Stato di diritto o è uno Stato delle banane?
Legittimo impedimento: truffa legislativa
Il legislatore sta preparando la soluzione finale con tre provvedimenti, servendosi del gioco delle tre carte. La prima carta è il processo breve. Berlusconi non vuole essere processato nella vicenda Mills ed allora, con una norma retroattiva, cancella il processo.
La seconda carta è il legittimo impedimento: se il premier è impegnato politicamente è legittimato a non partecipare ai processi e, quindi, devono essere rinviati. Siccome lui è sempre impegnato, si realizza l'impunità permanente attraverso legge ordinaria.
Terza carta? La modifica dell'articolo 3 della Costituzione. Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, tranne uno. Indovinate chi?
Quella che è stata la culla del diritto è divenuta ormai la bara del diritto. Anzi, la terra dei bari del diritto, dei giocatori delle tre carte. Per favore almeno, non invocate l'Europa. Assumetevi la responsabilità di voler essere servi di un padrone che invece di perseguire gli interessi degli italiani piega le norme a suo uso e consumo.
Testo dell'intervista:
Giornalista: Come giudica la protesta dei magistrati?
Luigi de Magistris: La giudico legittima. E' un governo che sta massacrando la Costituzione, l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, che fa passare il processo breve come una riforma della giustizia, quando invece è un provvedimento che interessa una sola persona. Che poi questo provvedimento crei un effetto collaterale, producendo l'azzeramento di centinaia di migliaia di processi dove a pagarne le conseguenze saranno le persone offese e le vittime di reato, questo non interessa al governo. E' una protesta giusta, legittima, pacifica e rispettosa delle istituzioni, ma in questo momento c'è bisogno di questo tipo di proteste.
Giornalista: Come giudica il legittimo impedimento? C'è chi ha un apertura su questo provvedimento.
Luigi de Magistris: E' una truffa legislativa, perché si dice che se uno ha attività politiche non può andare davanti al giudice. Siccome il Presidente del Consiglio considera come attività politica ogni cosa che fa, anche un viaggio in Costa Smeralda, non ci sarà mai nessun processo.
Ecco perché non è sufficiente il processo breve, che lo salva solo dai processi Mills e Mediaset, mentre il legittimo impedimento non consentirà di celebrare gli altri processi. Qualora ci sarà un magistrato che non consideri legittimo impedimento alcune attività del Presidente del Consiglio ci sarà, dopo il lodo Schifani e il lodo Alfano, il terzo lodo, uno scudo personale e definitivo a Berlusconi che non sarà più processato: verrà modificato l'articolo 3 della Costituzione, “la legge è uguale per tutti tranne che per il Presidente del Consiglio”.
Processo breve: terrorismo istituzionale
Siamo alla diciannovesima legge ad personam: una legge, quella approvata ieri dal Senato, per consentire al premier di difendersi dal processo e non, come diritto dovere di ogni cittadino, di difendersi nel processo.
Adesso, spetta alla Camera dei Deputati, al Presidente della Repubblica, alla Corte Costituzionale, ciascuno per la propria competenza, il compito di impedire che si consumi un atto di stravolgimento eversivo dell’equilibrio tra poteri e funzioni dello Stato, e un ennesimo atto di palese violazione della carta costituzionale.
Ove questa legge venisse approvata, finirà per essere violata ancora una volta l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, con la configurazione di norme processuali e condizioni di punibilità arbitrariamente differenziate, e finirebbero per essere disattesi il diritto alle verità delle vittime dei reati; verranno inoltre prescritte decine di migliaia di processi penali e anche azioni di responsabilità per danno erariale di politici e pubblici funzionari, come potranno altresì prescriversi anche processi di omicidi aggravati, mafia e terrorismo.
La retroattività della norma è, inoltre, un abito su misura per l’immunità di Silvio Berlusconi, e con lui delle centinaia di imputati per reati gravissimi (Mills, Mediaset, Cirio, ma anche processi per errori sanitari); alla Camera spetta ora il compito di bloccare questa legge vergogna; e ove la legge venisse approvata, al Capo dello Stato e alla Corte Costituzionale di valutare l’effetto destabilizzante e le macroscopiche illegittimità costituzionali.
In un ordinamento costituzionale e democratico ognuno deve fare la propria parte e il nostro partito continuerà alla Camera dei Deputati a fare la propria, e svolgerà con intransigenza il compito di forza di opposizione e di difesa dei principi di responsabilità e di eguaglianza di tutti i cittadini, indipendenza e autonomia della magistratura, di affermazione di una cultura della legalità, da contrapporre alla cultura dell’illegalità e dell’impunità dei criminali.
Di fronte a un esempio emblematico di eversione e di terrorismo istituzionale, l’Italia dei valori continuerà a svolgere la propria resistenza istituzionale.
Giustizia: aprite gli occhi
Riporto il video e il testo del mio intervento di oggi alla Camera dei Deputati, in risposta all'intervento del Ministro della Giustizia Alfano sull'amministrazione della giustizia.
Testo dell'intervento
Signor Presidente, signor Ministro, svolgerò nella seconda parte dell'intervento le considerazioni di carattere tecnico, ma adesso è il momento di occuparsi degli aspetti politici, dei rapporti tra politica e giustizia. Ebbene, signor Ministro, dopo la sua relazione, constato che non ci siamo. Sono passati due anni e la politica della giustizia che la sua maggioranza, il Presidente del Consiglio e i consiglieri del Premier le hanno imposto non è quella che interessa ai cittadini e probabilmente non è quella che lei vorrebbe. Forse, anche lei sente la delusione dello scarto tra ciò che vorrebbe fare e ciò che è costretto a fare o non fare.
Noi non troviamo nella politica della giustizia di questa destra italiana alcuna idea di come risolvere i gravi problemi che riguardano i cittadini. Ne abbiamo un chiaro esempio nella sua imbarazzata relazione, che contiene l'elencazione di poche cose fatte, ma che, al contrario, a parte le omissioni sulle leggi ad personam, contiene proclami, alcuni senza contenuto, come sulle riforme ordinamentali e strutturali, e altri che incombono minacciosamente per i contenuti detti non nella relazione, ma nelle infuocate e devastanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio e dei suoi ripetitori di provocazioni, come a proposito delle riforme costituzionali sulla giustizia.
Ma se anche la sua relazione fosse un miracolo di precisione, dovremmo pur sempre partire dall'abc della giustizia, che significa uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e rispetto per una delle tre funzioni sovrane, qual è la giustizia.
La magistratura è sì un ordine, perché è sorretta da norme ordinamentali, ma è indipendente e autonoma dagli altri poteri dello Stato, come afferma l'articolo 104 della Costituzione, che voi vorreste stravolgere e travolgere. Non si può parlare di riforme quando il Premier ha una sola idea fissa in testa: demolire la giustizia, delegittimare chi la esercita, intimidire i magistrati direttamente o a mezzo di lacchè, giornalisti o altri, possibilmente sterminare chi la pensa diversamente con dossieraggi a orologeria.
Sarà pure lecito qui specularmente ribaltare sul Presidente del Consiglio le espressioni che egli usa rovesciare sui magistrati, fedeli servitori dello Stato. Li definisce eversivi, ma, allo stesso modo, dobbiamo dire che, in realtà, è lui un eversore dell'ordine costituito.
Per lavare le sue macchie, non esita a rovesciare fiumi di insulti e di calunnie sui magistrati e sui pubblici ministeri, soprattutto. Una volta li ha definiti non sani di menti, anzi, meglio, geneticamente tarati - io ho fatto per quarant'anni il magistrato, così come è un magistrato il sottosegretario Caliendo: non ce ne siamo mai accorti, ma se lo dice lui - e un'altra volta li definisce plotoni di esecuzione, come indecentemente ha detto ieri, con il contorno degli attacchi insensati a tutte le istituzioni di garanzia, Presidente della Repubblica e Corte costituzionale inclusi.
È ormai gigantesco il dossier del CSM a difesa dei giudici contro gli attacchi del premier. La demolizione del senso comunitario e del rispetto delle regole che lo governano è talmente profonda che ci vorranno decenni per ripristinare il senso della legalità e del rispetto delle istituzioni, senza i quali una società organizzata si trasforma in un aggregato fondato sulla legge del più forte.
Il Capo del Governo è insofferente dinanzi ad ogni controllo; chi è troppo pieno di sé o ha cose da nascondere vuole comandare solo lui. Il Parlamento è già svuotato di compiti e poteri, esclusi quelli semplicemente notarili di cose che non possono non passare per esso; per le altre, si decide fuori.
Vorrebbe pure piegare ai suoi voleri la superstite istituzione di controllo, la magistratura, ma siccome non ci riesce, né con la minaccia né con la lusinga, pensa a stravolgerla con riforme costituzionali, il cui obiettivo finale è quello di controllare l'azione penale dei pubblici ministeri, sottoponendoli al controllo dell'Esecutivo insieme al CSM, affinché sia sempre e solo lui a governare, a decidere le leggi, ad interpretarle e ad applicarle, a fare le sentenze.
Un unico ed assoluto padrone di tutto: così sì che la politica sarebbe politicizzata nel senso letterale del suo controllo da parte della politica, ma se ai cittadini si chiedesse se vogliono una giustizia controllata e diretta dai politici di turno o una giustizia indipendente, magari imperfetta, non ho dubbi che, al 100 per cento, preferirebbero la seconda, perché la selvaggia delegittimazione operata dal Capo del Governo avrà pure indebolito il consenso dell'istituzione giudiziaria, ma i politici sono infinitamente indietro nella considerazione sociale, all'ultimo posto, perché la politica viene vista come lo strumento per fare gli affari propri e sfuggire la giustizia.
Ci rivolgiamo con rispetto e fiducia al Capo dello Stato e gli chiediamo di esercitare il massimo controllo, e se necessario di bloccarli, su quei provvedimenti che stravolgono l'ordine costituzionale, deprimono uno dei poteri dello Stato ed esaltano l'arroganza dell'uomo al comando.
Ma diciamo anche ai cittadini: aprite gli occhi, perché il «capo supremo» vuole anche una giustizia fatta da lui e sotto il suo controllo, come era al tempo del Medioevo e prima dello Stato di diritto.
Signor Ministro, vi sono 5 milioni e mezzo di cause civili pendenti: i cittadini penserebbero che bisogna ridurre i tempi di queste cause, e che per ottenere tale risultato ci vogliono più magistrati, più personale di cancelleria, più risorse finanziarie, norme più agili e stringenti che evitino l'ostruzionismo processuale. Ma la destra al Governo non la pensa così: è abile nel cavalcare questo bisogno di giustizia civile e di processi più rapidi per dire che questa giustizia non va, ma al solo scopo di rispondere con leggi ad personam che hanno l'unico obiettivo di evitare al Primo Ministro di dover partecipare alle udienze penali che lo riguardano, come fanno tutti i cittadini. E così il Parlamento, con una batteria impressionante messa in campo, è ingessato, non per risolvere i drammatici problemi che la crisi economica scarica su tante famiglie, e neanche per consentire alla giustizia di funzionare meglio: l'unica riforma che la destra introduce è «ammazzare» 100 mila processi per far morire i due che riguardano il Presidente del Consiglio, applicando retroattivamente le disposizioni calibrate sulle sue esigenze.
Si dice che non si vuole concedere una nuova amnistia per svuotare le carceri, ma di fatto la si concede, «uccidendo» un'enorme quantità di processi. Così facendo, si distrugge la difesa sociale nei confronti dei criminali, alla faccia della sbandierata volontà di garantire la sicurezza. Ma dove sono finiti i proclami di rispetto della legalità e di lotta alla criminalità di quanti un tempo facevano parte di Alleanza Nazionale? Niente: si deve soccombere alla «legge del capo», a costo di lasciare liberi centinaia di migliaia di delinquenti. E dove sono finiti i proclami leghisti, che a parole affermano di voler contrastare la criminalità, ma poi lasciano passare ogni legge che salva i delinquenti pur di mantenere il patto con «Roma ladrona», che garantisce loro privilegi ed enorme potere? E riguardo alla giustizia penale, ci si accorge che i processi sono lunghi solo quando li si deve «uccidere» per salvare il Premier, altrimenti nessuno se ne sarebbe occupato; allora, invece, i cervelli si «strizzano», e vengono fuori tutte le idee di salvataggio.
La Camera è bloccata, non da interventi a favore delle famiglie o delle imprese che stanno morendo, malgrado la propaganda in una televisione, anche pubblica, ormai asservita alla maggioranza, non da interventi organici per la giustizia, ma da una fantasiosa definizione del legittimo impedimento a comparire in udienze, come necessariamente conseguente al fatto di essere Premier o ministro: per 18 mesi si pretende che egli sia sottratto alla giustizia italiana, che è fatta per tutti i cittadini. In tal modo, si inventa con una legge ordinaria una prerogativa per i politici, che può essere introdotta solo con legge costituzionale. L'ha ripetutamente detto la Corte costituzionale che non si può fare, quando ha annullato il cosiddetto lodo Alfano, approvato nel tempo record di 72 ore; l'hanno ripetuto gli illustri studiosi che la Commissione ha sentito; e lo sanno benissimo anche le tante persone oneste della maggioranza, ma a loro non importa. E sapete perché? Hanno fissato il tempo di validità della legge in 18 mesi, perché è quello prima del quale la Corte costituzionale non potrebbe ancora una volta spazzare via questa legge illegittima, ed è il tempo entro il quale la maggioranza spera di far approvare con legge costituzionale il cosiddetto lodo Alfano ed il ripristino dell'immunità parlamentare. Questo è cinismo! Intanto approviamo lo scudo, quando sarà caduto ne avremo già altri. Questa è l'idea di giustizia che le impongono, signor Ministro: come evitare la giustizia ai potenti, gli altri si arrangino; se sono cittadini normali, non importa niente a nessuno.
Ma agli italiani non dovrebbe interessare sapere se chi li governa è un lestofante o un'immacolata persona prima, e non dopo che abbia governato? E se poi risultasse un delinquente? Sapete che soddisfazione saperlo a cose fatte, oltre il danno anche la beffa! Chi è inquisito per gravi reati non dovrebbe potersi neppure candidare: prima si faccia giudicare, se sarà assolto potrà farsi eleggere ed eventualmente assumere responsabilità di Governo.
C'è un che di perverso nel ragionamento del Capo del Governo... (Commenti). Mannino è stato assolto da un giudice, da altri giudici! C'è un che di perverso nel ragionamento del Capo del Governo, che dice che il consenso di cui afferma di godere lo mette al riparo da tutto. È proprio sicuro che gli italiani attribuiscano un salvacondotto a chi hanno eletto, e che può fare tutto? Forse che non gli hanno dato il consenso per governare la cosa pubblica, e non per fare affari personali?
Mai il livello di aggressione della politica sulla magistratura era stato così infuocato, determinando quel clima di odio e di isolamento che in altri tempi è stato il terreno di coltura delle stragi di mafia: Livatino, Chinnici, Ciaccio Montalto, Falcone, Borsellino, oltre che fedeli servitori della Polizia e dei carabinieri (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!
L'attentato agli uffici della procura di Reggio Calabria è un segnale gravissimo, il richiamo ai plotoni di esecuzione evoca purtroppo anche tutto questo e chi compie questo richiamo si assume una pesantissima responsabilità per quello che potrebbe accadere. Ministro, non ho parlato di giustizia perché ne parlerò dopo, ma è certo che il suo capo non fa altro che delegittimare i giudici della Repubblica italiana e la giustizia amministrata nel nome di quello stesso popolo italiano al quale il Premier si appella per dire che vale di più la funzione di Governo di quella dei giudici.
Il Premier governa per il consenso del popolo, ma il giudice amministra la giustizia rendendo le proprie decisioni nel nome dello stesso popolo italiano. Negli Stati Uniti i processi sono promossi dallo Stato, e quindi dal suo popolo, nei confronti dell'imputato: quale popolo vale di più, quello al quale lui si appella per sottrarsi alla giustizia o quello che dovrebbe giudicarlo per accertare se è colpevole o innocente? Il Premier la smetta con questa inutile, stucchevole pantomima: gli italiani non si lasceranno ingannare (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori - Congratulazioni).
Processo breve: il Paese dei barbari
Pubblico il video e il testo del mio discorso sulla dichiarazione di voto sul disegno di legge "Processo breve" presentato oggi al Senato e passato con 163 voti favorevoli, 130 contrari e 2 astenuti.
La battaglia si trasferisce alla Camera: oggi al Senato è il giorno della vergogna.
Testo dell'intervento
Signor Presidente, l'Italia dei Valori annuncia un deciso no a questa sciagurata legge stessa. Senatori della maggioranza, rappresentanti del Governo: corruttori e corrotti, malversatori, autori di violenza o minaccia a pubblici ufficiali, autori di turbative d'asta, calunniatori, favoreggiatori, istigatori, contraffattori e diffusori di sostanze nocive, falsificatori, sequestratori, omicidi, violentatori, intercettatori abusivi di conversazioni telefoniche, ladri, ladri di appartamento, truffatori, ricettatori, vi ringraziano. (Applausi dai Gruppi PD e IdV).
Alcune decine di migliaia di delinquenti, anche recidivi e socialmente pericolosi, vengono graziati. Viene cancellato il processo. Viene cancellato il reato e potranno tornare all'opera. Oltre e molto di più di un indulto.
Con l'indulto si cancellava una parte della pena ad un condannato definitivo; con l'estinzione del processo si cancella il processo, si cancellano le condanne non definitive, anche se giunte in cassazione, anche se il giudice è nel momento di emettere la sentenza. È un'amnistia per reati puniti con la pena sino a 10 anni. Mai accaduta una cosa del genere!
Decine di migliaia di vittime vengono beffate dallo Stato. Dopo aver cercato giustizia per anni, le vittime avranno dallo Stato la porta sbattuta in faccia. Aiuterete invece i delinquenti, aiuterete coloro che rendono insicuro il nostro Paese, aiuterete coloro che hanno commesso torti a tante vittime. Dite di fare ciò nel nome della civiltà e nel rispetto di tempi certi del processo penale. Le vostre cattive coscienze hanno un disperato bisogno di un alibi per ingannare voi stessi e i cittadini. Basta con la patetica ipocrisia.
Per far durare meno i processi ci vogliono norme per aggiustare la macchina del processo. Vi siete rifiutati di farlo, vi siete rifiutati di considerare tutte le nostre proposte di legge che dormono in Commissione. Avete detto no a tutti gli emendamenti necessari per contenere l'affanno della giustizia. Voi non volete migliorare la giustizia, non avete questo interesse, non vi interessa la giustizia. Invocate l'Europa e fate una legge che l'Europa non conosce. Voi volete la morte di 100.000 processi per salvare Silvio Berlusconi dai suoi processi e affrancarlo dalle sue responsabilità criminose. Voi stupirete l'Europa e il mondo.
Per fare ciò farete un danno enorme al Paese e ai cittadini. Fate pagare un costo senza precedenti; fate una norma che non esiste in nessuna parte del mondo. Applicate ai processi in corso una tempistica che incide sull'attività processuale già esaurita, norma processuale retroattiva per fatti non da compiere ma per fatti già compiuti. L'Italia, detta culla del diritto, rinnega il diritto, rinnega princìpi millenari, diventa un Paese con leggi, nell'accezione storica, barbare.
Vi siete chiesti la ragione per cui il Consiglio superiore della magistratura, il Consiglio nazionale forense, le camere penali e l'Associazione nazionale magistrati sono contro questa legge? È questa la settima legge ad personam. Dopo la limitazione delle rogatorie internazionali, la depenalizzazione del falso in bilancio, il legittimo sospetto, il dimezzamento dei termini di prescrizione del reato, il lodo Schifani e il lodo Alfano, ecco la settima legge per salvare un accusato di gravi ed infamanti delitti. Su di essi si erge però il più grave dei delitti, quello di sottomettere le istituzioni ai propri interessi, con il Parlamento smarrito ed asservito.
Ci disgusta l'insensibilità alla morale, all'etica, alla giustizia. Avete smarrito l'idea del bene comune e non sapete più cosa significhi l'interesse collettivo e il buon governo per il Paese. La vostra visione crepuscolare dei diritti si accompagna al decadimento della morale, alla sovversione dei valori, alla protezione del male. Arriverà la fine del crepuscolo e l'Italia e gli italiani si vergogneranno di questa deriva nefasta.
Il mondo guarderà e leggerà le leggi del nostro Paese e capirà come la democrazia possa essere ridotta ad un involucro, svuotata dal suo interno. Vi assumerete la responsabilità e la paternità del tarlo della democrazia, del diritto, della giustizia.
Molti di voi della maggioranza lo confidano: hanno consapevolezza che questa è la peggiore legge che si potesse fare. Molti di voi della maggioranza, e lo confidano, dicono che fra qualche mese bisognerà cancellare questa legge. Non si recupererà, però, l'immenso danno provocato.
E farete anche finta di indignarvi per le nostre accuse e rivendicherete la bestemmia della pretesa profondità garantista delle vostre leggi. Alzerete i toni, strepiterete, ma solo per trovare l'alibi di cui avete bisogno. Ma sarà solo arroganza, ubriacatura di potere e basso impero.
Forse un giorno, ma in ritardo, chiederete scusa ai cittadini. Nella storia sarete una parentesi, simbolo del degrado, dell'asservimento ad una oligarchia e della democrazia ferita.
Ieri, in quest'Aula, mentre si citava il gravissimo fatto del programmato attentato distruttivo ordito contro alcuni magistrati che combattono la mafia, una parte di quest'Assemblea ha irriso all'evocazione dei nomi delle possibili vittime. Ho provato vergogna. Sapevamo dei mafiosi che brindarono alla morte di Giovanni Falcone. (Applausi dai Gruppi IdV e PD). Sapevamo della felicità dei mafiosi in carcere e del boato di giubilo quando la radio diffuse la notizia della morte di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino. Eravamo a questo. Eravamo a questa torbida conoscenza. Oggi abbiamo qualcosa di altro: una parte dell'Aula del Senato, ieri, ha fatto un coretto di irrisione alla pronuncia del nome di Antonio Ingroia, di un magistrato che la mafia vuole uccidere e di cui organizza l'eliminazione fisica. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
L'Italia maltrattata dalla prepotenza, l'Italia del diritto calpestato troverà la forza e ritroverà la ragione. L'Italia dei Valori continuerà la sua battaglia a fianco degli italiani onesti, con i mezzi della sana democrazia, nel Parlamento e nel Paese, contro i ladri del diritto, della giustizia, dell'uguaglianza, della Costituzione, nel ricordo dei Padri costituenti e dei servitori dello Stato, caduti per la legge. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).
No Corruption Day
Dal 2003, dopo la firma a Merida in Messico della Convenzione Onu contro la Corruzione, si celebra - ogni 9 dicembre - la Giornata contro la Corruzione. Quest'anno l'Organizzazione delle Nazioni Unite ha invitato me ad essere relatore e testimonial a Bogotà della Giornata Anticorruzione.
Tale scelta cade nel decimo anniversario della nascita e teorizzazione, a Palermo negli anni della mia sindacatura, della Cultura ed Economia della Legalità, in occasione di un grande Incontro internazionale organizzato dal Comune di Palermo e che vide, tra gli altri, la partecipazione di Hillary Rodham Clinton, Romano Prodi e Balthazar Garcon.
Tale scelta fa riferimento, altresì, alla firma a Palermo, nel dicembre del 2000, della prima Convenzione mondiale per il contrasto alla criminalità organizzata. La Convenzione ONU di Palermo, appunto.
Tutto si tiene e torna utile ed attuale.
Nella lettera del Segretario Generale ONU, quest'anno, si fa riferimento, infatti, allo stretto rapporto tra corruzione e criminalità organizzata. Si afferma che la corruzione ruba le elezioni, mina la legalità, intacca la sicurezza e produce -come è cronaca di questi mesi- crisi finanziarie internazionali.
Torna, nelle posizioni del Segretario Generale, il cuore della Cultura ed Economia della Legalità: la convinzione, cioè, che la legalità è giusta e conveniente, sì conveniente.
In un sistema nel quale, ovviamente, la convenienza deve essere la libertà che non degenera in prepotenza, la convenienza è la competizione che non viene pervertita in monopolio, la convenienza è lo sviluppo, l'utilizzo armonico delle risorse e non famelico accaparramento di esse.
Al di là delle comode semplificazioni, vi è un filo che lega l'impegno ONU contro la Criminalità organizzata e contro la Corruzione e il No Berlusconi Day : entrambi sono stati convocati, uno dalla Assemblea delle Nazioni Unite e l’altro da cittadini e organizzazioni della società civile, per affermare un bisogno di legalità, per testimoniare che la legalità è conveniente e per dire, però, NO, ad una legislazione e ad una pratica di governo:
- che viola il principio di eguaglianza, impedendo che i cittadini siano tutti eguali davanti la legge;
- che consente e promuove i conflitti di interesse con devastante confusione tra pubblico e privato, tra Stato e mercato, tra controllore e controllato, tra venditore e compratore;
- che con lo Scudo fiscale fa regali a mafiosi, corruttori ed evasori fiscali;
- che elimina il reato di falso in bilancio, aprendo spazi illimitati a riciclaggio di denaro sporco e a finanziamenti illeciti;
- che con provvedimenti, comportamenti e insulti mortifica i Magistrati e attenta alla autonomia e indipendenza della Magistratura;
- che , con il pretesto di processi brevi , si avvia a distruggere il lavoro di Magistrati e Forze dell'ordine e a impedire - decretandone la morte per prescrizione - processi anche contro mafiosi e terroristi.
Il Presidente del Consiglio cerca, facendosi leggi su misura, di non rispondere davanti ai giudici di fatti gravissimi e, anche,di fatti per i quali sono stati condannati personaggi che tali reati avrebbero commesso su disposizione dello stesso Berlusconi.
Quale che sarà l'esito dei processi penali contro Silvio Berlusconi, non si può celebrare il No Corruption Day senza sollecitare la rimozione di ostacoli che impediscono il regolare corso dei processi penali, di tutti i processi penali, per qualunque reato e per qualunque imputato.
L'Organizzazione delle Nazioni Unite, proprio alcune settimane fa, a Doha ha convenuto che gli Stati dovranno rispondere delle concrete misure poste in essere contro la corruzione.
L'Italia, in questi ultimi tempi, tutto al contrario, ha posto in essere misure, concrete, che di fatto favoriscono impunità e vantaggi proprio per criminali organizzati, mafiosi e corrotti.
Vi è un filo allora che lega lotta alla mafia e lotta alla corruzione, che lega Cultura ed Economia della Legalità a libertà, competizione, sviluppo; vi è un filo che lega Italia e Colombia e questo filo non è, per fortuna, soltanto quello del narcotraffico.
E' il filo che lega, anche, le centinaia e centinaia di migliaia in piazza San Giovanni a Roma e le decisioni della Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Se non si coglie questo nesso non si coglie il perché di una opinione pubblica internazionale stupita e impaurita per i pericoli di “cultura ed economia della illegalità” che dall'Italia possono contagiare altri paesi.
Se non si coglie questo nesso non si comprende che l'impegno per Cultura ed Economia della Legalità trova, e può trovare, sostegni internazionali vastissimi e significativi.
Domani diretta streaming: parla Spatuzza
Noi dell'Italia dei Valori domani saremo presenti a Torino, nella "maxiaula 1", una delle tre strutture sotterranee del tribunale utilizzate per i superprocessi, dove testimoniera' Gaspare Spatuzza, il pentito che ha fatto il nome del Presidente del Consiglio come referente della mafia negli anni '90.
Trasmetteremo dal blog la diretta audio, insieme a frequenti aggiornamenti Twitter, e a video-riprese flash che saranno pubblicate in tempo reale su You Tube e sul mio profilo Facebook, tramite tecnologia mobile. Al termine del processo verrà pubblicato sul blog il servizio sull’udienza, come sempre avviene per i processi che seguiamo da tempo come quello Impregilo-Bassolino, Mills, Dell’Utri e quello Mediaset.
Domani in aula ci saranno oltre duecento giornalisti stranieri, televisioni francesi, tedesche, inglesi e l’Italia farà una pessima figura in mondovisione. E il giorno dopo leggeremo su El Pais, Le Monde, The Guardian o Der Spiegel: "il Premier Berlusconi, il Premier amico della Mafia".
L'Italia dei Valori ha avviato dal settembre 2008, con il processo Impregilo-Bassolino, l’iniziativa “Li seguiamo per te”, con lo scopo di tenere accesi, almeno in Rete, i riflettori dell’informazione.
Dopo Bassolino, sono arrivati altri processi trasmessi dal blog, nel corso dei quali il nostro inviato aveva al suo fianco in aula solo gli avvocati, il pm e, forse, talvolta un giornalista locale. E delle televisioni nazionali nessuna traccia!
Abbiamo deciso di seguire i processi dal blog perché on line i cittadini ci chiedevano: “che fine farà la vicenda degli appalti per i rifiuti della giunta Bassolino?”. “Come posso seguire il processo al senatore Dell’Utri?”.
Non voglio insegnare il mestiere a nessuno, ma invito tutti i giornalisti a fare informazione cercando di andare oltre lo spettacolo, il gossip e il doppio fine politico.
Il caso Fondi e la cultura dell'illegalita'
Quello di Fondi e' stato un sopruso, un atto di illegalita' sostanziale. Si e' fatta passare per dimissioni una decisione stabilita dalla legge per infiltrazione mafiosa: la necessita' di sciogliere il comune. Direttamente o indirettamente, alle prossime elezioni si presenteranno gli stessi soggetti e chissa' se ritroveranno un altro prefetto Frattasi. Noi presenteremo una lista per la legalita' contro la lista dell'illegalita' e chiediamo ai cittadini di fare una scelta di campo.
Pubblico il video e il testo degli interventi di Stefano Pedica e Leoluca Orlando durante il convegno "Politica e legalita': problemi e prospettive nella Pubblica amministrazione" tenutosi giovedi 12 novembre a Roma.
Stefano Pedica: Come sapete, ci siamo riferiti esclusivamente con questa tavola rotonda al problema del caso Fondi, un caso nazionale che riguarda la criminalità organizzata che si sta radicando nel territorio laziale. Abbiamo segnali forti di presenza nel viterbese, dove ci sono costruzioni importanti, tra cui gli aeroporti delle provincie, e nel Mercato Ortofrutticolo di Fondi.
C'è chi dice che il MOF non abbia rapporti con la criminalità organizzata, a noi invece risulta che sia gestito dalla criminalità organizzata. C'è un presidente, del PD, ma è un presidente ombra, a cui abbiamo chiesto le dimissioni, come gesto di responsabilità, per far luce da un commissario, possibilmente da un magistrato esterno alla procura.
Ci siamo indignati perché la nostra battaglia ha portato ad un successo a metà, un bicchiere mezzo vuoto: lo scioglimento del comune per dimissioni dei consiglieri comunali porta solo ad alimentare la criminalità organizzata a Fondi. Abbiamo chiesto lo scioglimento per infiltrazioni mafiose, ma a farlo per primo è stato il prefetto Frattasi, che merita un applauso per il coraggio dimostrato. Il governo ha tempo 90 giorni, che scadono il 9 dicembre, per accogliere la richiesta di scioglimento del prefetto. Sono due le cose: o ha detto bugie, o nel palazzo del governo c'è qualcuno che rappresenta la criminalità organizzata che viene ascoltata e riesce a cambiare il parere di un ministro dell'Interno, che pochi mesi prima aveva dichiarato di voler sciogliere il comune per infiltrazione mafiosa e poi ci ripensa dopo pochi giorni. Lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose comportava una cosa: quei consiglieri comunali non potevano più candidarsi. Questo doveva avvenire un anno fa, il sindaco Parisella non sarebbe stato candidato alle provinciali e sarebbe andato a casa direttamente. Invece, è andato a casa come sindaco ma è rimasto consigliere provinciale. Si parla addirittura della sua candidatura alle regionali. E' una sfida allo Stato che stanno lanciando, e noi dobbiamo combatterla.
Leoluca Orlando: C'è ancora qualcuno che pensa che il papello tra lo Stato e la Mafia si fa in qualche stalla di Corleone o in qualche scantinato della periferia di Palermo tra ufficiali infedeli dello Stato e Boss mafiosi? Questa è archeologia.
La legge che si accinge ad approvare sui processi brevi, cosi come lo scudo fiscale, sono dei papelli tra Stato e Mafia che vengono realizzati con leggi dello Stato in Parlamento, e non in uno scantinato o in una stalla di Corleone. Normalmente la Mafia non chiede al politico di sparare, di fare il palo, o tanto meno di trasportare la refurtiva dalla banca in macchina durante una rapina. La criminalità organizzata chiede che lo Stato parli con il linguaggio di questo Governo, attraverso lo scudo fiscale e attraverso la legge dei processi brevi, perché passi il messaggio della cultura dell'illegalità, contrapposta alla cultura della legalità.
Credo che sia il caso di denunciare in questi termini questo provvedimento, un atto criminale, ricordando che la vera violenza, nella storia, non si fa contro la legge ma con la legge. E' una ragione per la quale, noi che siamo i sostenitori della cultura della legalità, abbiamo ritenuto di raccogliere un milione di firme per eliminare quella legge vergogna, il lodo Alfano.
Le uniche speranze che abbiamo nel nostro Paese per evitare la morte della democrazia si chiamano Europa e Corte Costituzionale. Se non ci fossero la democrazia in Italia sarebbe già morta.
Con queste leggi, se l'Italia fosse nella condizione di essere candidata ad entrare nell'Unione Europea non verrebbe ammessa. Altro che Turchia.
Un nuovo revisionismo storico
Augusto Minzolini può dire quello che vuole, ma non mentire al pubblico. Quella che è andata in onda ieri, oltre ad essere una colossale farneticazione storica e costituzionale, è stata soprattutto una ignobile fesseria. Il direttore del Tg1 ha affermato, infatti, che 'l'immunità è stata cancellata dalla nostra Carta Costituzionale': questa è una sciocchezza, perché l'immunità parlamentare è viva e vegeta, tant'è che, come ha dimostrato il caso Mattioli, e come dimostrerà il caso del sottosegretario Cosentino, la magistratura ha richiesto alla Camera dei Deputati l'autorizzazione a procedere, che potrà essere concessa o negata con un voto. La ricostruzione storica minzoliniana, poi, tocca la meschinità quando definisce tangentopoli un''operazione mediatica' che sottomise il parlamento alla magistratura, a quanto pare il direttore del tg1, e chi lo ha messo dov’è, rimpiangono i bei fasti della corruzione dei partiti.
Ritengo che gli italiani siano più tranquilli nel sapere che i parlamentari non godono di un odioso privilegio, ma che sono tutelati nell'esercizio delle loro funzioni e per tutto il resto sottoposti al giudizio della magistratura come tutti i cittadini.
Ritengo che gli organi preposti al controllo e alla tutela dell’azienda pubblica, dal CdA alla Commissione di Vigilanza Rai, di cui faccio parte, debbano intervenire dopo questo ennesimo indecente esempio di parzialità e di revisionismo storico deviato offerto dal direttore del Tg1 per rimuoverlo dall’incarico. Non vedo altra soluzione che un provvedimento che porti al suo allontanamento dato che le sue esternazioni vanno esclusivamente in una direzione, con l’utilizzo della menzogna e ledono irreparabilmente la credibilità ed i bilanci di un servizio di pubblica utilità ma anche di pubblico finanziamento.
A breve pubblicherò una lettera rivolta alla dirigenza degli organi sopra nominati.
La lettera di Ilaria Cucchi al Senato
Riporto il video ed il testo del mio intervento di oggi al Senato in seguito all'informativa del Ministro della Giustizia sul decesso di Stefano Cucchi. Avrei potuto leggere ad Alfano le domande che avevo preparato come Italia dei Valori ma ho preferito esporre quelle passatemi da Ilaria Cucchi e dalla sua famiglia poichè a loro, per primi, e poi alla comunità, queste istituzioni devono una spiegazione.
Testo dell'intervento
Signor Presidente, il Governo è in prima linea per accertare la verità: sono queste le sue prime parole, signor Ministro, che accolgo con soddisfazione, ma questa seduta, oggi in quest'Aula, non avrebbe mai dovuto aver luogo; se però questa tragedia si è consumata ed è arrivata fin qui, mi conforta pensare che tutto questo possa avere un senso. Tutti noi, colleghi, dobbiamo sentirci in dovere di chiedere che la verità sia certa e rapida e che la giustizia sia avvertita chiara, giusta e tangibile da parte delle vittime e del Paese: sono sicuro infatti che quello che il Paese soprattutto chiede e vuole da noi è di poter continuare a fidarsi dello Stato e della giustizia.
È davvero triste, infatti, al di là dell'umana compassione, constatare che in questo caso è lo Stato - e lo Stato di diritto - ad uscirne sconfitto: si è sconfitti quando viene tradito il dovere della sanità pubblica di curare e guarire; si è sconfitti quando viene infranto il dovere delle forze dell'ordine di proteggere e tutelare dalla violenza tutti, nessuno escluso; si è sconfitti quando viene ignorato il dovere del Governo di perseguire il bene pubblico di tutti i cittadini, che si realizza anche attraverso l'accertamento della verità; si è sconfitti quando lo stesso Governo, nella persona di un Ministro, assolve acriticamente alcuni membri di un'Arma senza che la giustizia abbia fatto il proprio doveroso corso.
Tutto ciò è stato commesso, signor Ministro, nei confronti di Stefano Cucchi: ecco perché sento il dovere di non porle tutte le domande che vorrei, le quali non vengono dalla lettura dei quotidiani, ma sono nate dalle mie personali visite in carcere e nelle caserme e dai quesiti che ho potuto rivolgere direttamente alle persone coinvolte in questi giorni. Proprio perché ho toccato con mano e visto con i miei occhi la fine dello Stato di diritto, signor Ministro, io ed il mio partito sentiamo il dovere di leggerle non le nostre domande, ma quelle che le pongono Ilaria Cucchi e la sua famiglia. Forse sono le stesse domande che Ilaria avrebbe voluto rivolgere a suo fratello, ma le è stato impedito, ai medici dell'ospedale dov'era ricoverato, che però si sono sottratti, e alle guardie penitenziarie, ma le è stata chiusa la porta in faccia.
In queste due paginette che ho in pugno, scritte a mano dalla famiglia e da Ilaria, che è qui in Aula che ci ascolta e la sta osservando, signor Ministro, si dice: «Premesso che in un Paese civile e democratico come l'Italia non deve e non può succedere che un uomo venga consegnato sotto la tutela dello Stato in normali condizioni fisiche e psicologiche e dallo Stato venga poi restituito dopo soli sei giorni morto e in condizioni di un'atrocità disumana; in quali circostanze esatte mio fratello, Stefano Cucchi, si sarebbe procurato quelle molteplici lesioni? Perché la famiglia di Stefano ha saputo della sua morte solo ore dopo il suo decesso e soprattutto tramite il decreto del pubblico ministero di nomina del medico legale per l'autopsia? Perché viene dichiarato che Stefano era senza fissa dimora? Perché non è stato chiamato l'avvocato che Stefano aveva richiesto assegnandogli invece l'avvocato d'ufficio? A Stefano, profondamente religioso, è stata data l'estrema unzione?».
Queste domande non hanno avuto risposta per la famiglia. Ne seguono altre, di domande, che deposito e che saranno oggetto di interrogazione parlamentare.
Risponda lei, alla famiglia, a Ilaria che è qui presente, signor Ministro, e così facendo risponda a tutti i cittadini. Ci chiarisca una storia ancora oscura, e lo faccia non ripetendo la formula che ha usato il 27 ottobre, ossia «una caduta accidentale», perché non possiamo accettarla, signor Ministro, ma aiuti l'emergere della verità utilizzando ogni strumento a sua disposizione per il compiersi rapido di una giustizia che in Italia è stata veloce spesso solo per assolvere chi aveva potere e sempre lenta per condannare chi era protetto dal potere.
La storia di Stefano è una storia fatta di orari che non tornano, come quello dell'arresto: è avvenuto alle ore 22 come si legge nel verbale di convalida dell'arresto inoltrato al tribunale o alle ore 23,30 come sostengono i Carabinieri?
È una storia di lividi che appaiono sul viso, sul collo e dietro la nuca e che si vedono chiaramente nelle foto scattate all'arrivo di Stefano nel carcere di Regina Coeli, che io stesso ho visto con i miei occhi, ma che non c'erano quando lui è uscito di casa 18 ore prima.
E' una storia di malasanità, che assegna il codice verde, quello per le non urgenze, all'accettazione di Stefano in ospedale ed è poi costretta ad assegnare il codice "nero" all'uscita dall'ospedale 5 giorni dopo. Io sono convinto che alla base di questo fallimento dello Stato ci sia la paura, la paura delle istituzioni nei confronti dei cittadini, tanto che vengono chiuse loro le porte. E la paura dei cittadini nei confronti delle istituzioni, che sempre più appaiono capaci di fare ciò che sono invece chiamate a contrastare.
La paura, signor Ministro, nasce dall'ignoranza, e quindi solo con la verità la paura può essere dissipata. Ecco perché chiedo a lei, signor Ministro, di farsi carico che la verità giunga subito; sono passati venti giorni. Ma la paura può essere fugata anche da leggi giuste, ecco perché chiedo a voi colleghi di impegnarvi per far sì che queste leggi giuste vengano introdotte nel nostro ordinamento. Penso alla legge che istituisce il reato di tortura e lo punisce severamente, non dovendo così obbligare la giustizia a procedere per omicidio preterintenzionale. Penso anche ad una legge che permetta di superare le difficoltà burocratiche che si frappongono all'umano incontro fra famiglia e il detenuto in condizioni critiche.
Fino alle condanne definitive della magistratura, non è in nostro potere né in nostro diritto esprimere dei giudizi su quanto compiuto da chi ne è responsabile. La giustizia deve fare il suo corso, e per farlo velocemente non può venire delegittimata ogni giorno. La nostra condanna per ora si può limitare solo a quanto non è stato fatto, perché è chiaro che Stefano Cucchi è morto e ciò che doveva essere fatto dalle istituzioni che lo avevano in custodia ed in cura è stato disatteso.
Ma si può morire così? In Italia si può morire di malattia ma non si può morire di carcere o di malasanìtà.
Ecco, allora, che mi chiedo e le chiedo: se scopo essenziale tra quelli dello Stato è assicurare l'incolumità ai cittadini (non certo agire per infrangere questo diritto) quello di Stefano Cucchi è ancora Stato, signor Ministro?
La verità vera... o la dite oggi o la cercheremo noi per Stefano e per tutti quelli che da oggi dubitano della verità non vera che sta uscendo. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
Cucchi, la verita' e' un dovere
Le immagini di quell'esile e giovane corpo, pestato e tumefatto, sono talmente eloquenti e drammatiche che ogni commento risulta retorico (guarda le foto).
Ma il sentimento di pietà, misto al dolore e alla rabbia che mi hanno suscitato, non posso proprio tacerlo. Lo dico da ex pm che crede non solo nella giustizia ma nel prezioso lavoro delle Forze dell'Ordine.
Eppure alcuni, fra quanti sono preposti alla sicurezza dei cittadini, sembrerebbe si siano macchiati - purtroppo non per la prima volta - della violenza e dell'abuso più intollerabile perché compiuto proprio da chi è delegato ad un compito delicato e importante: proteggere e vigilare sul rispetto della legge. Su questo, da democratici e sostenitori della giustizia, non possiamo restare in silenzio.
E la richiesta di verità che viene avanzata dalla famiglia Cucchi, perché sia chiarita la causa della morte del giovane Stefano e individuati i responsabili, deve essere anche nostra.
Si deve far luce su come sia stato possibile che un giovane consegnato alla tutela dello Stato sia potuto morire mentre era appunto in regime di detenzione, nel tempo di una settimana, senza che i suoi familiari lo abbiano potuto incontrare o parlare con gli operatori sanitari che lo hanno avuto in cura.
Si deve sapere il perché e soprattutto chi ha ridotto il suo corpo così come ci appare dalle foto pubblicate sui giornali. La morte di Stefano oggi, quella di Federico Aldovrandi ieri: la ricerca della verità è un dovere primario verso le famiglie, ma anche nei confronti del Paese.
Il carcere non può diventare una terra di nessuno dove si sospende lo Stato di diritto, perché è soprattutto in carcere che lo Stato di diritto deve essere garantito: ne va del senso democratico di una nazione. Di fronte a questa urgenza di chiarezza, la caduta accidentale dalle scale di cui ha parlato il ministro Alfano (rispondendo mercoledì ad un'interrogazione presentata alla Camera e rifacendosi al referto del medico carcerario) appare quasi offensiva. Aspettiamo comunque domani di ascoltare cosa dirà il Guardasigilli al Senato nella speranza che ci siano forniti elementi che consentano di far luce su una vicenda preoccupante.
La procura di Roma ha aperto un'indagine, i carabinieri hanno avviato un'inchiesta amministrativa interna e il Garante dei detenuti ha presentato un esposto. L'unica cosa che ci aspettiamo è di sapere. Come sempre ci siamo aspettati di sapere cosa accadde nel 2001 a Genova nella caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz, così come a Napoli nella caserma Raniero, convinti che lo Stato non debba avere paura di se stesso, delle forze anche deviate e insane che possono annidarsi al suo interno, come organismi interni ma parassitari che vanno non solo allontanati ma, appurate le loro responsabilità, anche perseguiti.
Perseguiti per mezzo di quella giustizia e di quella legge che hanno cercato di infangare, gettando nel dolore famiglie intere senza rispetto per la storia coraggiosa del corpo a cui appartengono.
![]() | "Stefano Pedica: il caso Cucchi al Senato" | |
| Appuntamento domani in diretta streaming dal Senato della Repubblica, dalle ore 12:45, dove interverrò durante l'informativa del Ministro della giustizia sul decesso di Stefano Cucchi. Stefano Pedica | ||
La trattativa dello Stato con Cosa Nostra
Ormai è certo che a partire dalla prima metà del 1992 (e sicuramente prima della strage di via D’Amelio) rappresentanti dello Stato trattarono con Cosa Nostra. Per molti anni, però, la trattativa fu seppellita dal silenzio omertoso dei protagonisti, mentre Cosa Nostra spargeva il sangue di vittime innocenti in Sicilia e poi nel resto d’Italia. A rompere il silenzio fu un mafioso, Giovanni Brusca. Solo dopo le sue rivelazioni, Mario Mori e Giuseppe Di Donno, ufficiali del R.o.s., ammisero davanti alla Corte d’assise di Firenze (nel processo per le stragi del 1993) di aver trattato con Vito Ciancimino, emissario di Cosa Nostra. Con la sentenza che inflisse molti ergastoli ai mafiosi responsabili delle stragi di Firenze, Milano e Roma, la Corte d’assise di Firenze spiegò che la trattativa fra il R.o.s. e Cosa Nostra aveva rafforzato la scelta stragista della mafia, come non si stanca di ricordare a tutti Giovanna Maggiani Chelli, presidente del comitato dei familiari delle vittime di via dei Georgofili.
Gli ufficiali del R.o.s., però, furono reticenti sugli obiettivi di quella trattativa e su chi fosse a conoscenza della loro scellerata attività. L’unico nome fatto al riguardo da Mario Mori è quello del generale Antonio Subranni, allora capo del R.o.s.. Si tratta dello stesso alto ufficiale che è ancora indagato per favoreggiamento di Bernardo Provenzano (per la mancata cattura del boss corleonese a Mezzojuso nel 1995) e che, secondo la vedova di Paolo Borsellino, era sospettato di contiguità mafiose dal magistrato ucciso il 19 luglio 1992. Purtroppo è anche il padre della portavoce ufficiale del Ministro della Giustizia Angelino Alfano, il quale ancora si ostina a fingere distrazione, come se sia impossibilitato a farsi rappresentare da persona diversa dalla figlia di un possibile favoreggiatore di Bernardo Provenzano.
Le ragioni della trattativa sono emerse solo nell’ultimo anno, con le rivelazioni di Massimo Ciancimino alle Procure di Palermo e Caltanissetta. Cosa Nostra pretendeva la revisione delle condanne ai mafiosi, l’abrogazione delle leggi in materia di confisca dei beni e di collaboratori di giustizia, modifiche del processo penale, abolizione del 41 bis e chiusura delle carceri di massima sicurezza. Praticamente, il programma politico in materia di giustizia dell’attuale maggioranza di governo. Nell’accordo portato avanti con l’emissario di Bernardo Provenzano rientrava un ultimo punto: la cattura (consegna) di Totò Riina e la libertà di movimento del latitante Provenzano. È noto che Riina fu catturato dal R.o.s. (e il pentito Antonino Giuffrè ha confermato la tesi di Massimo Ciancimino: fu realmente Provenzano il regista della cattura di Riina) e che lo stesso Mario Mori ed il colonnello Mauro Obinu sono oggi imputati per la mancata cattura di Provenzano.
A fronte di tutto questo non può più farsi finta di niente: da una parte abbiamo numerose personalità politiche (alcune ancora in auge, come Nicola Mancino, vicepresidente del CSM) che perpetuano la loro smemoratezza su quel biennio infausto; dall’altro un organismo investigativo, il R.o.s. dei Carabinieri, che palesemente è stato coinvolto in attività ingiustificabili (e che è guidato ancora oggi dal generale Ganzer, imputato di gravissimi delitti innanzi al Tribunale di Milano); dall’altro, ancora, un Ministro della Giustizia (compagno di partito di Marcello Dell’Utri ed esponente di un partito che dei punti programmatici della trattativa si è fatto portatore in apposite proposte legislative) che si fa rappresentare dalla figlia di un protagonista della trattativa sospettato di collusioni con il principale artefice della strategia di accordi di Cosa Nostra con le istituzioni deviate.
È necessario che sia garantito ai magistrati delle Procure competenti alle indagini di poter procedere in totale autonomia e indipendenza perché individuino tutte le responsabilità degli scellerati protagonisti della trattativa. Ma ancor prima è necessario che la parte sana della politica e la società civile facciano sentire la loro voce perché tutti coloro che hanno avuto qualunque ruolo nel biennio stragista e trattativista di Cosa Nostra siano immediatamente allontanati dalla Istituzioni, in tutti i settori: politici, giudiziari o investigativi.
Due scudi per garantire l'impunita'
Ormai il quadro e' chiaro a tutti. L'Italia è fuori dal sistema giuridico europeo. E se non fosse già dentro ,e dovesse superare l'esame di ammissione , nella Unione Europea non sarebbe ammessa.
Il macroscopico conflitto di interessi nel settore dell'informazione, già sanzionato formalmente con decisioni della Corte Europea, si somma alla impunità garantita a responsabili di reati che rivestissero cariche di vertice costituzionale (Lodo Alfano) e al riciclaggio di Stato realizzato con legge imposta dalla maggioranza e blindata con il ricorso al voto di fiducia : sono elementi di un regime oggettivamente eversivo del quadro costituzionale , che ha peraltro distrutto ogni differenza tra pubblico e privato e tra Stato e mercato.
Al centro di questo sistema di illegalità sta il cittadino Silvio Berlusconi che da capo della maggioranza e Presidente del Consiglio dei Ministri ha provveduto a garantirsi intangibilità per la attività di corruttore ed evasore fiscale, notoriamente accertata nei riguardi di soggetti indicati come suoi complici (citare il caso Mills e il caso Mondadori è citare fatti e atti formali,confermativi di quella attività illegale).
Una tale situazione di privilegio non si fonda sul comportamento segreto di infedeli servitori dello Stato, ma su una legge formale ( il lodo Alfano ) approvata dal Parlamento della Repubblica.
E quella legge formale è stata promulgata dal Presidente della Repubblica ed è adesso sottoposta all'esame di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale.
Italia dei Valori ha chiesto e si chiede perché il Capo dello Stato ha promulgato il c.d.lodo Alfano.
Sappiamo che non spetta al Capo dello Stato il giudizio definitivo di incostituzionalità, rimesso alla Corte Costituzionale, ma sappiamo altresì che spetta al Capo dello Stato, garante supremo dell'equilibrio costituzionale, esprimere un giudizio su armonia tra una legge e il quadro costituzionale.
Proprio tale valutazione di armonia e il giudizio – non definitivo - di incostituzionalità spiega il potere presidenziale di rinvio della legge alle Camere, la possibilità cioè delle Camere di confermare o rimuovere disarmonie e profili di incostituzionalità e l'obbligo del Capo dello Stato di promulgare il testo di legge eventualmente riapprovato dalle Camere a seguito di quel rinvio.
E allora torna la domanda : perché il Presidente non ha fatto ricorso al potere di rinvio previsto dalla Costituzione ?
Che il lodo Alfano turbi la armonia istituzionale, ad avviso di molti giuristi e di Italia dei Valori,è confermato da una posizione di privilegio in sede penale dei Presidenti di Camera, Senato e Consiglio dei Ministri la cui posizione penale quale prevista in Costituzione non può essere diversa da quella del singolo deputato, del singolo senatore e del singolo ministro. Una disarmonia che si riferisce anche alla violazione del principio della separazione tra i poteri e ai principi di autonomia e indipendenza della Magistratura e al principio di obbligatorietà della azione penale.
Che poi tale legge violi il generale principio di eguaglianza (art.3) anche nei riguardi di tutti gli altri cittadini è altro motivo di possibile incostituzionalità.
Italia dei Valori , mentre attende la decisione della Corte Costituzionale cui spetta il giudizio definitivo di incostituzionalità, ha già raccolto un milione di firme per ottenere la abrogazione di questa legge certamente fonte di disarmonia , di sostanziale ingiustificato privilegio.
Identica analisi e identica richiesta ha avanzato Italia dei Valori al Capo dello Stato con riferimento allo scudo fiscale.
Lo scudo fiscale presenta profili di incostituzionalità : ancora una volta , prospettata violazione del principio di eguaglianza di cui all'art.3 Costituzione e violazione del fondamentale criterio della “progressività “ e “capacità contributiva” quale fondamento di imposizione fiscale (art.53 Cost.).
Oltre quei profili di incostituzionalità, il c.d.scudo fiscale realizza un oggettivo privilegio , rispetto ai cittadini che regolarmente assolvono all'obbligo fiscale, di detentori all'estero di denaro sporco (nato sporco perché frutto di corruzione, estorsione, narcotraffico, falso in bilancio e attività criminali mafiose o divenuto sporco per evasione fiscale protratta per anni).
Quell'oggettivo privilegio ha fatto parlare di oggettivo nuovo “papello” Stato- mafie; un accordo, un “papello” non più ordito in uno scantinato o in una stalla in Corleone o in Casal di Principe o San Luca da funzionari infedeli dello Stato e da singoli politici collusi, ma ordito e realizzato con decreto legge del Governo Berlusconi e convertito da un Parlamento nominato e blindato per il ricorso al voto di fiducia.
Quell'oggettivo privilegio è reso odioso dalla previsione di anonimato e dal pagamento di un 5%, che costituisce somma anche decine di volte inferiore a quella è stata evasa , rispetto alla somma che nello stesso periodo hanno pagato i contribuenti che non hanno portato all'estero il proprio denaro .
Gli scudi fiscali sono strumenti da utilizzare solo per disperazione : è quanto ha dichiarato Marek Belka, non uno “stravagante eversivo”, ma il Capo Dipartimento Europeo del Fondo Monetario Internazionale. No comment !
La ricorrenza di possibili profili di incostituzionalità e di indubitabili privilegi e inique disarmonie é la ragione che ci ha spinto a chiedere e a ritenere fisiologico il ricorso al rinvio, anche di questa brutta legge, alle Camere.
Il Capo dello Stato ha deciso diversamente ; e in diretta televisiva , ad un cittadino che protestava per quel mancato rinvio chiedendo “Presidente , non firmi...lo faccia per le persone oneste “, ha risposto “Se non firmo oggi il Parlamento rivota un'altra volta la stessa legge ed è scritto nella Costituzione che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete ? Se mi dite non firmare, non significa niente.”
Ritengo che, in un sistema costituzionale ,è normale attendersi che ognuno faccia la propria parte e ogni organo si assuma le proprie responsabilità, non escludendo che vi possa essere un ravvedimento da parte di altri organi,da parte del Parlamento. Comunicare la convinzione che il Parlamento non possa correggere, a seguito di rinvio del supremo garante costituzionale, propri errori comunica una immagine di Parlamento prigioniero di logiche irrazionali e motivazioni e interessi , finanche extraistituzionali.
Se è consentito, la motivazione del mancato rinvio è tanto grave quanto il mancato rinvio.
Noi di Italia dei valori denunciamo, infine, polemiche strumentali in nostro danno che rischiano di creare polveroni che impediscono di cogliere la gravità dei rischi che corre la tenuta del sistema costituzionale del nostro Paese.
Scudo fiscale: legge antitaliana
Il Senato ha approvato nella seduta del 23 settembre lo scudo fiscale.
Questa legge è gravemente immorale, dannosa e pericolosa per il nostro Paese.
Tre sono gli aspetti più gravi:
1) I disonesti sono premiati e pagheranno l'1% annuo sul denaro illegalmente portato all'estero e per un massimo di 5 anni. Ossia mentre gli italiani onesti, i lavoratori subordinati e le imprese leali pagano le tasse con aliquote che possono arrivare al 43%, i disonesti pagheranno al massimo il 5%. I disonesti vengono premiati ulteriormente. Infatti non sono punibili, con il pagamento dell' 1% (massimo 5%) i reati di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti, dichiarazione infedele, omessa dichiarazione, dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, occultamento o distruzione di documenti contabili, falsità materiale commessa dal privato, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, falsità in registri e notificazioni, falsità in scrittura privata , uso di atto falso, soppressione , distruzione o occultamento di atti veri, falsità in documenti informatici e copie autentiche in luogo di originali mancanti, false comunicazioni sociali, false comunicazioni in danno della società, dei soci o dei creditori e falso in prospetto. Questo è un indulto. Ma la nostra Costituzione all'articolo 79, prevede che l'indulto debba essere votato dai due terzi del Parlamento. La legge approvata dal Senato è, oltre che immorale, anche incostituzionale.
2) E' stato abolito l'obbligo di segnalazione di cui all'articolo 41 del decreto legislativo 21 novembre 2007 n. 231. Tale decreto ha attuato la direttiva europea "concernente la prevenzione dell'utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo". In virtù del decreto ora non obbligatorio, si era obbligati a denunziare le operazioni sospette di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo ( articolo 41 del decreto suddetto). Il voto del senato consentirà alle organizzazioni criminali, anche a quelle terroristiche, di costituire liquidità nel nostro Paese per finanziare ulteriori operazioni criminali o azioni terroristiche. Invero, in questo modo il denaro sporco e quello destinato ad attività terroristiche, viene ripulito con Legge dello Stato. La legge votata dal Senato è quindi gravemente dannosa per il nostro Paese, è pericolosa, è in violazione di una direttiva europea di contrasto alle organizzazioni criminali e terroristiche. Il provvedimento aiuta la mafia, le organizzazioni criminali e quelle terroristiche, e in cambio lo Stato si fa pagare l' 1% annuo del denaro sporco e illecitamente depositato all'estero.
3) Si stabilisce che la procura della Corte dei Conti potrà iniziare le indagini per danno erariale solo "a fronte di specifica e concreta notizia di danno" con la conseguenza ulteriore che anche in grado di appello potrà annullarsi l'esito di un accertamento di grave danno erariale sostenendosi che l'inizio delle indagini non era relativo ad una notizia "specifica e concreta", anche se le indagini hanno portato all'evidenza di un gravissimo, specifico e concreto danno erariale. Questo prevede la legge.
Il giudizio che l'Italia dei Valori da di questo provvedimento è che esso si caratterizza per essere contro gli italiani onesti, a favore della immoralità, permissivo con il terrorismo e con la mafia: è una legge anti italiana.
Non fu guerra tra procure
Dal provvedimento del GIP di Perugia si può trarre la conclusione che magistrati di Catanzaro -destinatari di una legittima attività d'indagine da parte della Procura di Salerno- indebitamente indagarono me e gli stessi magistrati di Salerno, producendo un mostro giuridico che non si è mai visto neanche nei Paesi in cui vige il codice militare di guerra.
Quella operazione illecita serviva per delegittimare e fermare le inchieste di un pool di magistrati che aveva il solo torto di ricercare la verità. I magistrati di Catanzaro indagati per fatti gravissimi - alcuni dei quali ancora al loro posto grazie ad un CSM che si dimostra molto zelante nel trasferire i magistrati onesti - addirittura ipotizzarono una sorta di complotto della Procura di Salerno del quale io sarei stato l'ispiratore, semplicemente perchè da uomo delle istituzioni mi sono recato a testimoniare in un ufficio giudiziario.
L'operazione era chiaramente strumentale per fermare le indagini di Salerno. Di fronte ad uno scempio giuridico di questa specie le Istituzioni competenti – CSM in testa - sarebbero dovuti intervenire per consentire ai magistrati di Salerno di lavorare serenamente e sanzionare le abnormi condotte dei magistrati indagati; la stampa di cui oggi difendiamo libertà e pluralismo fece passare il messaggio - tranne quei giornalisti che raccontarono con onestà e professionalità la verità - che era in atto una guerra tra procure (addirittura avallando letture che facessero intendere che vi fosse chi sa quale legame tra me e la Procura di Salerno); per non parlare della condotta dei vertici istituzionali sulla vicenda.
Questa archiviazione (leggi il documento) non fa altro che confermare che le indagini di Salerno erano doverose. Questo mostro giuridico fu creato per fermare i magistrati di Salerno che stavano arrivando ad una verità sconvolgente - obiettivo raggiunto con evidenti complicità istituzionali - ed attraverso una strumentale fuga di notizie, quando il fascicolo si trovava presso la Procura di Roma , fu data notizia che ero indagato poche ore dopo che era stata resa nota la mia candidatura al Parlamento Europeo.
Le menti raffinatissime che ancora operano nelle Istituzioni - la cui vicenda Boffo è quasi una barzelletta rispetto a quello che dall'interno delle Istituzioni si è fatto e si fa per colpire servitori onesti dello Stato - hanno tentato anche di inquinare la mia campagna elettorale: in ogni trasmissione, in ogni luogo, in ogni dibattito mi si chiedeva conto del fatto che ero indagato insieme ai magistrati di Salerno.
Per questi fatti, per queste condotte (attive ed omissive) esterne ed interne alle Istituzioni, ci sono magistrati che sono stati esautorati dalle loro funzioni, addirittura il Procuratore della Repubblica di Salerno è stato sospeso. Una vergogna di cui il Paese dovrebbe chiedere conto a chi, dall'interno delle Istituzioni, ha consentito tale delitto.
Il provvedimento di Perugia disvela la polpetta avvelenata. I magistrati onesti che ancora si stanno occupando di queste vicende, se andranno a fondo, vedranno quali opacità contraddistinguono pezzi delle Istituzioni e magistrati che hanno agito ed ancora agiscono per inquinare ed impedire che siano rese pubbliche vicende nelle quali si evince un intreccio mortale tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni avvinte dalla forza eversiva di poteri occulti.
Le verita' nascoste
Riporto una mia intervista rilasciata a Il Crotonese sulle verità nascoste che ora stanno riafforando riguardo le stragi di mafia dei primi anni Novanta, da quelle di via Capaci e via D’Amelio a quelle di Roma e Firenze, che passarono per la presunta ‘trattativa’ tra gli uomini di Cosa nostra e lo Stato.
Intervista:
Giornalista: Quali sono questi nuovi scenari?
Li Gotti: “La Commissione parlamentare antimafia ha deciso di avviare un’indagine sul periodo stragista della mafia, sulle possibili deviazioni, sull’ipotizzabile coinvolgimento di uomini delle istituzioni. Ovviamente si avrà l’accortezza di non pregiudicare e interferire con l’attività della magistratura”.
Giornalista: L’indagine avviata dall’Antimafia e quelle che già da tempo sta svolgendo la magistratura possono portare a dei risultati di conoscenze ulteriori rispetto a ciò che è scritto nelle sentenze?
Li Gotti: “Le indagini potrebbero dare alcune risposte agli interrogativi più inquietanti, ma c’è il rischio che si faccia confusione e che un polverone scentificamente provocato, possa portare al risultato di lasciare tutto a livello delle conoscenze attuali”.
Giornalista: Quali sono le pagine ancora oscure?
Li Gotti: “A mio parere le pagine, ed è ciò che ho detto in Commissione, ancora oscure sono: il ruolo di Paolo Bellini nella trattativa avviata da Nino Gioè (l’uomo morto suicida a Rebibbia nel 1993 e che era al fianco di Giovanni Brusca quando venne azionato il telecomando che provocò l’esplosione a Capaci). Bellini conobbe Gioè alcuni anni prima delle stragi, durante una comune detenzione nel carcere di Trapani. All’epoca Bellini agiva sotto copertura dei servizi segreti, essendo in possesso di documentazione di identità riferibile a tale Da Silva Josè. Proprio con questo nome venne tratto in arresto e conobbe Nino Gioè”.
Giornalista: Che successe dopo?
Li Gotti: “Alcuni anni dopo Bellini ritorna in Sicilia (fine 1991 inizi 1992) e prende contatto con Gioè, sollecitandolo ad aiutare il Nucleo del patrimonio artistico a recuperare alcune opere d’arte trafugate alla pinacoteca di Modena. Bellini agiva per conto del maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta e fornì al Gioè le fotografie delle opere da ritrovare. In cambio Gioè chiese un trattamento di favore per cinque capimafia detenuti. Bellini consegnò l’elenco con i cinque nomi al maresciallo Tempesta che, a sua volta, le consegnò al colonnello Mario Mori del Ros dei carabinieri. Sino a questo punto i fatti sono riscontrati con buona tranquillità”.
Giornalista: E quali sono allora i misteri ulteriori?
Li Gotti: “Bellini e Tempesta riferirono di progetti di Cosa Nostra di attentati al patrimonio artistico italiano (si parlò, da parte di Gioè, della Torre di Pisa). Tempesta ha dichiarato di averne riferito a Mori ma questi lo escluse. È comunque oggettivo il fatto che nel 1993 Cosa Nostra colpì il patrimonio artistico oltre a provocare morte (attentato a Firenze in via dei Georgofili e alla chiesa del Velabro a Roma). È un mistero chi fosse Bellini ed il ruolo che effettivamente svolse”.
Giornalista: Quali sono le altre pagine oscure?
Li Gotti: “L’incontro in carcere, in Inghilterra, del mafioso (poi diventato collaboratore di giustizia) Franco Di Carlo con misteriosi uomini dei servizi segreti, che chiedevano di sapere quale mafioso sarebbe stato in grado di compiere attentati di alto livello. Di Carlo fece il nome di suo cugino, ossia Nino Gioè. Le stragi non si erano ancora verificate. La vicenda rimane misteriosa”.
Giornalista: Dopo la strage di Capaci, a distanza di meno di due mesi, Cosa Nostra uccise Paolo Borsellino.
Li Gotti: “Ci si interroga sul perché di quella che è sembrata un’accelerazione. La risposta a questa domanda è estremamente difficile. È certo che fosse in preparazione l’attentato per la uccisione di Calogero Mannino, Totò Riina bloccò l’azione, essendo diventata urgente l’azione per eliminare Paolo Borsellino”.
Giornalista: Quale fu e se ci fu una “trattativa” tra lo Stato e Cosa Nostra?
Li Gotti: “Ci furono dei contatti tra Vito Ciancimino e il colonnello Mario Mori. Un punto oscuro è quello dell’inizio della trattativa. Prima della strage di via D’Amelio e dopo Capaci (così secondo alcune fonti probatorie) o dopo le due stragi (secondo il colonnello Mario Mori)? Non è da escludere che la morte di Borsellino possa essere collegata proprio alla ‘trattativa’”.
Giornalista: Ci sono altri interrogativi che attendono risposte?
Li Gotti: “La misteriosa scomparsa dell’agenda rossa che Borsellino teneva sempre con sé e che utilizzava per annotare sue valutazioni o accertamenti o sospetti; l’origine del misterioso foglietto, rinvenuto dopo la strage, in via D’Amelio con annotato un numero telefonico riconducibile ai servizi segreti; l’approfondimento dello studio del traffico telefonico già esaminato dal consulente Genchi e i contatti con Castello Utveggio e uomini di Cosa Nostra.
Quale era la struttura che era collocata in Castello Utveggio in Palermo? Il cambio improvviso del ministro dell’Interno (sino al 30 giugno 1992 era Vincenzo Scotti; dal 1° luglio 1992, diviene Nicola Mancino). Scotti, a una mia domanda durante il processo per la strage, disse di ignorare l’esistenza di trattative e di non sapersi spiegare la ragione del suo allontanamento dal ministero dell’Interno. Senonché, in questi ultimi giorni, Claudio Martelli, all’epoca delle stragi ministro della Giustizia, ha dichiarato, in un’intervista, che addirittura ci sarebbe stata una spaccatura nel governo tra i duri (tra essi egli stesso e Scotti) e i propensi alla trattativa. Scotti sarebbe stato sostituito, perché contrario alla trattativa. Per altro, se così fosse, la trattativa sarebbe precedente il cambio di governo (30 giugno 1992) e, quindi, precedente la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992). Ma il colonnello Mario Mori, colloca invece l’inizio della trattativa (e il suo incontro con Vito Ciancimino) il 5 agosto 1992”.
Giornalista: Si trattò di un’unica trattativa o di più trattative?
Li Gotti: “In verità Martelli ha dichiarato di più contatti cercati da Cosa Nostra con lo Stato. Rimane l’ombra sull’incontro di Borsellino con il nuovo ministro dell’Interno, Mancino, il 1° luglio 1992. Mancino non lo ricorda e non ricorda di trattative. Il suo non ricordo risale a quegli anni (dichiarazioni rese nel 1997). Non è un cattivo non ricordo di oggi. Ma l’incontro è un fatto certo, perché riferito da chi accompagnò Borsellino sino all’anticamera del Ministro”.
Giornalista: Le indagini della Magistratura aprono nuovi scenari?
Li Gotti: “Sicuramente il nuovo scenario è rappresentato dal ruolo centrale svolto dalla famiglia mafiosa di Brancaccio (dichiarazioni del nuovo collaboratore Gaspare Spatuzza, ritenuto attendibile dalla magistratura e reo confesso del furto dell’autovettura imbottita d’esplosivo). Di tale furto si era accusato Vincenzo Scarantino, condannato definitivamente”.
Giornalista: Cosa significa ciò?
Li Gotti: “La responsabilità di Spatuzza significa diretto coinvolgimento della famiglia di Brancaccio, ossia dei capi mafiosi, i fratelli Graviano. Cioè i più attivi nel tessere alleanze politiche, in specie con le nuove realtà politiche che si affacciavano nel Paese. Nel quartiere Brancaccio (presso l’Hotel S. Paolo) fu costituito il primo e più importante circolo di Forza Italia, poi sciolto perché manifestamente infiltrato da mafiosi. Rimane per me un interrogativo da sciogliere la possibile incidenza sulla strage dell’intervista di Borsellino, resa il 22 maggio 1992 e in cui parlò dello ‘stalliere’ Mangano, di Dell’Utri e di Berlusconi. Così come rimane un interrogativo che merita risposte quali fossero le indagini che, dopo Capaci, Borsellino voleva segretamente avviare traendo spunto dal dossier mafia-appalti. Ne ha riferito Mori. Bisogna saperne di più”.
Giornalista: Ma il quadro che viene fuori potrebbe evidenziare, più che una trattativa, una collusione?
Li Gotti: “Non bisogna banalizzare e fare confusione. Bisogna tenere sempre a mente che il generale Mario Mori e gli uomini del Ros hanno catturato Salvatore Riina, il capo dei capi, e che, nel volgere di tre anni, le forze dell’ordine (Carabinieri e Polizia) sono riuscite a catturare i maggiori capi di Cosa Nostra. L’unica domanda che potrebbe farsi è: vi è stata una rigenerazione di Cosa Nostra, con la chiusura della stagione stragista, l’arresto dei capi corleonesi e l’avvento di una nuova mafia alleata del nuovo ceto politico? Ossia c’è stata anche una ‘seconda repubblica’ per Cosa Nostra, speculare a quella della politica?”
Ferragosto in carcere
Come altri miei colleghi, ho raccolto l’invito dei Radicali a passare il “Ferragosto in carcere”. Così, venerdì, ho visitato la struttura di Sollicciano a Firenze e l’attiguo Istituto per minori, dedicato alla memoria di Mario Gozzini (padre della riforma carceraria, scomparso giusto dieci anni fa), conosciuto dai più come Solliccianino. Sabato, invece, sono entrato nel penitenziario di Massa, la mia città.
Dico subito che, mentre al ‘Gozzini’ e a Massa ho trovato sì problemi, ma anche occasioni di lavoro, impegno culturale e ambienti vivibili, son rimasto impressionato del degrado e anche del disfacimento fisico del più grande carcere di Firenze. Qui oltre al sovraffollamento, che caratterizza l’intero sistema carcerario italiano ed alla carenza del personale, è ormai venuta meno ogni parvenza di umanizzazione della pena, è scomparsa la filosofia del recupero e del reinserimento del detenuto, ogni progetto scolastico, formativo e lavorativo. Gli stessi agenti di custodia rischiano l’abbruttimento. La presenza, infine, ben oltre il 50%, di stranieri, lascia ormai spazio soltanto all’azione dei mediatori culturali.
Del resto, l’idea di questa visite era (è) proprio quella di approfondire la conoscenza e denunciare, portare all’esterno la triste realtà che ogni giorno vive quella che io chiamo un’umanità dolente. Ma anche per vedere come operano (ed in quali condizioni) non solo gli agenti, ma anche i medici, gli infermieri, gli psicologi, gli educatori e come favorire il rispetto dei valori sanciti dall’art. 27 della Costituzione per il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Intorno a questa ‘giornata particolare’ ho raccolto apprezzamenti, ma anche scherno e qualche battuta pesante. Su Facebook un’amica mi ha scritto “per carità...ammirevole iniziativa...ma prima di Caino...c'è Abele da tutelare...e non mi sembra che in Italia questo succeda sempre...”. Pur trovando in questo messaggio la conferma di quanto mi aveva confidato (”la pietà sta scomparendo”) Don Mario Bigali che ha accompagnato me e Severino Saccardi , Consigliere Regionale del Pd, nella visita tra le celle fiorentine, mi interrogo e cerco di capire perché molte persone, non necessariamente di destra e forcaiole, pensano che per chi delinque l’unica soluzione sia “buttare la chiave”.
Me lo spiego soltanto con il clima di paura che si è alimentato in questi anni nel Paese. Con l’impatto che si ha di fronte a chi sentiamo diverso da noi. Per l’ignoranza che si ha della situazione carceraria, dove dentro - insieme a fior di delinquenti - ci sono per lo più disgraziati e ladri di polli. A Massa, ad esempio, c’è un povero cristo (è proprio il caso di dirlo), solo al mondo, senza fissa dimora, che per aver rubato una decina di euro dalla cassetta delle elemosine s’è beccato 9 mesi di reclusione.
Ricordo, anni fa, un direttore che mi diceva: “Il carcere non è un posto per ricchi”. Aveva (ha) tragicamente ragione. I furbetti del quartierino, gli Agnelli che nascondono due miliardi di euro nelle banche svizzere, la mafia dei colletti bianchi, gli imprenditori senza scrupoli (i Tanzi, i Cragnotti, i Consorte) trovano sempre un buon avvocato che fa cadere in prescrizione i loro reati. E, forse, anche più d’uno fra gli uomini politici.
I dati che abbiamo raccolto sono drammatici. In Toscana siamo tornati al sovraffollamento del preindulto: 4.243 detenuti in 18 istituti (compreso l’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino) costruiti o ristrutturati per ospitarne 3.060. A Sollicciano ci sono 932 (di cui 98 donne) in una struttura pensata per ospitarne 458. A Massa 239 a fronte di 115 posti letto regolamentari. Ho visto celle di pochi metri quadrati in cui sono stipati ora 4, ora 5,a volte anche 6 detenuti. Letti a castello e letti a scomparsa. Gabinetti e docce in cui ciascuno di noi si rifiuterebbe persino di entrare. E’ vero. Hanno sbagliato. Devono pagare. Ma gli interessi che applichiamo loro sono spesso insostenibili. Roba da suicidio. E, infatti, sono molti, troppi quelli che non reggono. Suicidi e morti sospette. Fra i carcerati, ma anche fra gli agenti penitenziari. Anch’essi parte dell’umanità dolente. Seppur a part-time.
A Massa, un gruppo di detenuti mi ha consegnato una lettera che pesa in tasca come un sasso: “Onorevole, vorrebbe farsi portavoce del fatto che i detenuti non chiedono la luna, ma solo coerenza con leggi che, per definizione, non dovrebbero commettere crimini peggiori di quelli commessi dalle persone? E’ molto chiedere il rispetto minimo della dignità? E degli affetti?”.
Ne sono uscito con un senso di impotenza. A livello nazionale, a luglio 2006 (prima dell’indulto) c’erano 60.710 carcerati. A dicembre erano scesi a 39.005. Oggi siamo oltre quota 63.000. Molti di quelli usciti sono tornati dietro le sbarre. Senza alcun progetto di reinserimento anche chi è a fine pena sa che la libertà durerà poco. Aggiungiamo che da una settimana è reato anche la clandestinità. Basterà, quindi, arrestare i primi diecimila di quel milione e mezzo di clandestini che stima la Caritas per immaginare il disastro prossimo venturo.
Noi potremo anche ‘buttare la chiave’, ma non servirà a salvarci dalla marea che sta montando.
Cosa Nostra nello Stato
Cento passi alla verità sulla stagione politico-criminale delle stragi di mafia degli anni 1992-1993. La trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, la strage di Capaci e di via D’Amelio, la strategia della tensione degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Si intravede lo spiraglio di luce,grazie ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Questo spiraglio è rincorso dalla società civile impegnata in prima linea nell’antimafia. Per la verità e la giustizia lottiamo in tanti, uno dei protagonisti di questa resistenza che ha come pilastro la sconfitta delle mafie è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.
La forza di quest’uomo protesa in direzione di questo spiraglio è il termometro della sete di giustizia che la parte migliore del Paese pretende dallo Stato. Non consentiremo che non si persegua l’obiettivo fino in fondo, che ancora una volta rimanga la rabbia di chi procede in direzione ostinata e contraria verso la ricerca della verità che farà bene all’Italia. Potrà consentire un nuovo patto sociale tra le forze sane.
Si tratta di ricostruire un periodo criminale, mafioso, intriso di politica,con il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni. Cosa Nostra negli anni che hanno preceduto la stagione stragista ha fondato la sua politica criminale in una duplice direzione: avvicinare persone all’interno delle istituzioni ed attuare la strategia militare contro i servitori dello Stato incorruttibili.
In questo periodo – che è quello a cavallo della sentenza del maxiprocesso che ha confermato l’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino– si innestano anche gli omicidi dei cugini Salvo e di Lima, da un lato, e, dall’altro lato, quello del magistrato Scopelliti che doveva rappresentare l’accusa in Cassazione. La mafia che aveva garanzie dalla politica, con gli omicidi politici colpisce la corrente andreottiana della DC in Sicilia. Manda un segnale chiaro a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso sino al 1980 da una sentenza definitiva).
Pensare che gli omicidi Falcone e Borsellino siano vendetta di Cosa Nostra per l’esito del maxiprocesso è offrire una lettura che ridimensiona il ruolo politico della mafia. La strage di Capaci –di tipo libanese– interrompe la probabile ascesa al Quirinale di Giulio Andreotti. Il segnale è chiaro: la stagione dei pacta sunt servanda che ha caratterizzato per decenni il rapporto mafia-politica è saltato. Capaci è stata una strage politica,soprattutto per gli effetti politici che doveva determinare.
Credo che la strage di mafia di via D’Amelio abbia,in parte,una matrice diversa. Vi sia un maggiore coinvolgimento di pezzi deviati delle Istituzioni. Borsellino forse aveva scoperto che accadeva e doveva essere ucciso subito in quanto avrebbe ostacolato la nuova strategia criminale,penso avesse individuato i percorsi iniziali della nuova politica di Cosa Nostra: trattare con lo Stato per poi penetrarlo nelle sue articolazioni tanto da divenire un cancro istituzionale; mafiosi direttamente nello Stato.
E’ questa la politica di Cosa Nostra che passa anche attraverso il progetto di golpe con la nascita di liste autonomiste-separatiste per giungere,poi,al sorgere del partito di Forza Italia di cui una delle colonne, il sen. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia. Servizi segreti deviati (Bruno Contrada docet) colludevano con Cosa Nostra;pezzi del ROS dei Carabinieri avrebbero iniziato una trattativa con la mafia; la politica pare sia stata coinvolta ad altissimi livelli istituzionali. La mafia con la stagione stragista ha dimostrato che poteva mettere in ginocchio il Paese manu militari. Dal 1993 ha dismesso la strategia militare ed ha iniziato a governare il Paese dall’interno delle Istituzioni.
Che cosa è avvenuto tra il “92 ed il “93? Come è possibile che il Generale Mori (ai vertici del ROS e del SISDE) –già imputato in vicende processuali per fatti di mafia attinenti l’omessa perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano- possa oggi essere nominato consulente dal Presidente Formigoni quale esperto per le infiltrazioni della criminalità per l’Expo? Che cosa aveva scoperto Borsellino? Perché è stata sottratta l’agenda rossa? Perché Mancino (all’epoca Ministro dell’interno, poi Presidente del Senato e poi vicepresidente del CSM) non ricorda di aver incontrato Borsellino? Perché Violante (già Presidente della Commissione Antimafia e Presidente della Camera) solo oggi dice di aver saputo della trattativa,di Mori e di Ciancimino?
Con la trattativa con lo Stato, Cosa Nostra è penetrata nelle Istituzioni, ha consolidato il suo ruolo nell’economia, ha corroso le fondamenta della democrazia. Con gli anni si è istituzionalizzata. Non è più necessario ricorrere all’uso delle armi per eliminare i servitori dello Stato. La parte sana del Paese pretende che lo spiraglio diventi sole. La magistratura sia libera di lavorare in assoluta indipendenza. Il Paese è pronto per la verità e per un futuro migliore che si deve alle vittime delle mafie.
Mafia: non ignorare la verita' storica
Desta certamente stupore nell'articolo di Giorgio Bocca, oggi pubblicato su L'Espresso, il mancato riferimento a uomini di Chiesa e ad esponenti delle forze dell'ordine che alla mafia si sono coerentemente opposti, pagando anche con la vita il proprio impegno di legalità e di civiltà. Desta, però, non minore stupore - e costituisce mancanza di rispetto per quanti hanno fatto e fanno il proprio dovere - il reagire all'articolo di Giorgio Bocca con una difesa di ufficio tutti e di ciascuno.
Giorgio Bocca ha espresso, in maniera chiara e radicale, una verità storica: la mafia in Sicilia si è avvalsa di lacune ed omissioni di uomini di Chiesa e di esponenti delle forze dell'ordine, non soltanto di Carabinieri. Talora uomini di Chiesa ed esponenti delle forze dell'ordine hanno varcato la soglia della legalità, configurando ipotesi di vera e propria complicità, quale risulta, peraltro, da numerosi riscontri in sede giudiziaria e in atti di Commissioni di inchiesta. In questo campo,dovremmo forse prendere lezioni dalla Chiesa che, pur avendo espresso coraggiose posizioni sino alla condanna della mafia quale "struttura di peccato", si è astenuta, e speriamo si asterrà, da poco credibili difese di tutti e di ciascuno.
In tanti esprimiamo ammirazione e gratitudine alle forze dell'ordine e, in particolare, ai Carabinieri per il fondamentale, difficile e rischioso impegno di difesa della legalità (dal vice questore Boris Giuliano al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, per citare soltanto alcuni dei tanti caduti nell'esercizio coerente delle loro funzioni). In tanti esprimiamo ammirazione e gratitudine anche a uomini di Chiesa, dal Pastore Valdese Panascia al Cardinale Salvatore Pappalardo, da don Pino Puglisi a don Giuseppe Diana, sino a Sua Santità Giovanni Paolo II per il suo indimenticabile magistero espresso con forza, e anche nel corso di sue visite pastorali in Sicilia.
Proprio quella gratitudine e quella ammirazione rendono, però, doveroso non ignorare la verità storica, quella che vuole la mafia essere non soltanto una organizzazione criminale contro lo Stato,contro la Chiesa, contro la società civile ma anche un sistema di potere che si infiltra "dentro" lo Stato, "dentro" la Chiesa, "dentro" la società civile.
Pecorella vattene
Vorrei fare una domanda ed un appello rivolte alle forze dell'ordine. Non voglio essere polemica, ma desidero sapere se in questo Paese le forze di polizia sono indipendenti ed autonome rispetto ai politici, anche a quelli che ricoprono incarichi governativi.
Perché questa domanda? Perché nei giorni scorsi è accaduto un episodio davvero imbarazzante, che potrebbe indurci a pensare che viviamo veramente in una dittatura, qualcuno dice soft ma sempre dittatura è.
Il 20 luglio, negli studi privati di una televisione c'era come ospite l'avvocato Pecorella, deputato del PDL. La trasmissione parlava di lotta alla mafia. Tra il pubblico c'erano due ragazzi, che ad un certo punto hanno chiesto all'avvocato Pecorella se fosse stato corretto rispetto ad alcune sue osservazioni su Don Diana, dove affermava che non era proprio una vittima innocente della mafia e che le carte processuali avrebbero dato la possibilità di un'altra chiave di lettura. Al che quei ragazzi hanno legittimamente chiesto quello che avrebbe chiesto un qualsiasi cittadino onesto, e soprattutto sveglio: “Scusi, ma visto che lei era il difensore di Nunzio De Falco, mandante dell'omicidio di Don Peppino Diana, ed era contemporaneamente Presidente della commissione Giustizia, le due cose non erano un po incompatibili?”. Lui rispose che non c'era niente di male.
Successivamente gli hanno fatto notare che fa parte dello stesso partito di Marcello Dell'Utri, cofondatore di Forza Italia, che aveva rapporti con un pregiudicato per mafia come Vittorio Mangano, e davanti a questa domanda ha risposto che non significava nulla, e che Marcello Dell'Utri è stato eletto dal popolo e quindi non c'è nulla di male.
Gli fanno di nuovo notare se era necessario difendere Nunzio De Falco, condannato in via definitiva per l'omicidio di Don Diana. Lui si arrabbia, domandando a sua volta se Nunzio De Falco non aveva il diritto di essere difeso. Al di là del problema etico-morale che a volte sfugge a molti politici nel nostro Paese, questi ragazzi hanno continuato e cercato di confrontarsi con l'avvocato Pecorella, il quale si è immediatamente agitato e infastidito.
Questi due ragazzi, Dario Parazzoli ed Alessandro Didoni, ad un certo punto gli hanno chiesto di ribadire il concetto rispetto a Don Diana. Pecorella ha risposto che lo stavano infastidendo e che stavano violando la privacy. A quel punto è intervenuta anche la moglie di Pecorella, insultando i ragazzi. A quanto pare in quella famiglia sono tutti votati al ruolo di avvocato difensore, ma la cosa più imbarazzante è che ad un certo punto l'avvocato Pecorella ha prima insultato questi ragazzi e poi dato una manata alla telecamera, per poi andarsene.
Il giorno dopo, martedi 21 luglio, probabilmente Pecorella è andato a sporgere querela, tanto che giovedi alle 6:30 del mattino la polizia si presenta davanti a casa di Dario, che sequestra la telecamera, mentre Alessandro viene convocato in commissariato. Entrambi accusati di aver violato la privacy dell'avvocato Pecorella.
Vorrei capire i tempi. Capisco e mi fa piacere apprendere che la giustizia in Italia abbia tempi cosi veloci e che ci sia stato un magistrato cosi solerte, ma vorrei capire quale privacy hanno violato questi ragazzi. Hanno fatto delle semplici domande, ma se non è lecito fare domande ad un politico non capisco cosa ci stiamo a fare in Italia.
Mi chiedo, Pecorella ha fatto la denuncia martedì mattina, probabilmente lunedì sera, e giovedi mattina alle 6:30 i poliziotti erano già a casa di questi ragazzi. Come mai a casa di Totò Riina i carabinieri sono arrivati una settimana dopo, consentendo ai picciotti di Riina di pulire casa, avendo il tempo sufficiente per effettuare il trasloco e di dipingere i muri. Non vorrei che passasse sempre lo stesso messaggio, dove la giustizia è potente con i deboli e servile con i potenti.
Tra le altre cose, Pecorella mi ricorda che era stato accusato di favoreggiamento per la strage di Piazza Loggia, ha difeso appunto personaggi del calibro di Nunzio De Falco, ed è persino Presidente della commissione d'inchiesta sui cicli di rifiuti in Campania. E' notorio che i cicli di rifiuti è gestito, ed è il cuore degli affari, dal clan dei Casalesi. Nunzio De Falco era un boss dei Casalesi. Ma non c'è un minimo di incompatibilità? Lui difende il suo assistito e poi dovrebbe indagare contro il suo assistito?
Mi chiedo, e lo chiederò anche al Parlamento Europeo, se in Italia le cose possono andare avanti in questa maniera e se è normale che uno che difende un boss possa indagarlo? Non credo che l'avvocato Pecorella abbia il titolo, dal punto di vista etico e dal punto di vista morale, possa ricoprire quell'incarico, e soprattutto penso che debba scomparire dalla faccia politica italiana. Sono stata la prima a chiedere che Pecorella scrivesse una lettera di scusa ai genitori, ma questo non basta. Certi personaggi, quando difendono boss mafiosi, dovrebbero capire che devono stare fuori dalle istituzioni.
Mi chiedo che titolarità hanno certi personaggi, e mi chiedo ancora se le forze dell'ordine da personaggi come Pecorella o intendono rivendicare una loro autonomia ed indipendenza, anche perché questo rischia di buttare fumo sul lavoro dei tanti servitori dello Stato, onesti, che non vorrebbero avere nulla a che fare con l'avvocato Pecorella, difensore del boss Nunzio De Falco.
Antimafia a parole
Il fatto di aver espletato per circa quindici anni le funzioni di Pubblico Ministero in territori caratterizzati da una radicata e forte presenza della criminalità organizzata mi pone come osservatore privilegiato tanto da poter giungere alla conclusione che solo una parte dello Stato intende effettivamente lottare contro le mafie.
La mafia, dopo la stagione delle stragi politico-mafiose degli anni 1992-1993, ha deciso di adottare la strategia politico-criminale tipica della ’ndrangheta, ossia quella di evitare il conflitto armato con esponenti delle Istituzioni e di penetrare, invece, in modo capillare, nel tessuto economico-finanziario ed in quello politico-istituzionale.
L’infiltrazione nell’economia e nella finanza è talmente diffusa in tutto il territorio nazionale che le mafie contribuiscono ormai, in buona parte, al prodotto interno lordo del nostro Paese tanto da far sì che non si possa più distinguere tra economia legale ed economia illegale. Le mafie hanno enormi capitali da investire che rappresentano il provento della gestione del traffico internazionale di droga. Il riciclaggio avviene nel settore immobiliare, nelle finanziarie, nelle banche, nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso ed al minuto, nelle società di calcio, nelle società che si occupano di ambiente, nella sanità, nei lavori pubblici; insomma, dove c’è denaro, dove c’è business, le mafie sono interessate.
E quando si controllano, illegalmente, settori nevralgici dell’economia nessun cittadino può dire che si tratta di problematiche a lui estranee, che non lo riguardano direttamente: difatti, se la criminalità organizzata controlla parte del ciclo dell’edilizia si comprende perché gli edifici si frantumano alla prima scossa di terremoto; se la criminalità organizzata gestisce i traffici di rifiuti tossico-nocivi si capisce perché in Italia c’è un’emergenza ambientale e sanitaria senza uguali nell’Unione Europea. La mafia, quindi, non è un problema solo di alcune regioni del Paese, non è un fatto per addetti ai lavori. E’ un’emergenza nazionale: criminale, politica, economica, sociale e culturale.
Attraverso, poi, la gestione illegale della spesa pubblica, il controllo dei finanziamenti pubblici (anche dell’Unione Europea), le mafie, in questi ultimi 17 anni in particolar modo, sono penetrate, in modo articolato e pervasivo, nella politica e nelle Istituzioni. Quando si riesce a controllare parte significativa della spesa pubblica - e mi riferisco soprattutto, in questo caso, alle regioni del Sud Italia, ma non solo - si condizionano appalti e sub-appalti in tutti i settori (ambiente, sanità, infrastrutture, informatica, formazione professionale, ecc.), si decide a chi affidare opere e lavori, quali progetti debbono essere approvati, si condiziona il mercato del lavoro decidendo insieme - criminalità organizzata, politica ed imprenditoria collusa - quali persone assumere ed alla fine si condiziona pesantemente la democrazia attraverso il voto di scambio che trova linfa con il vincolo delle appartenenze.
È nella gestione illegale della spesa pubblica, soprattutto attraverso la creazione di una miriade di società miste pubblico-private, che si realizzano anche le nuove forme di corruzione: non ci sono più, infatti, le valigette dei tempi di Chiesa e Poggiolini, ma le consulenze, i progetti, i posti nelle compagini delle società miste, le assunzioni, gli incarichi. E’ anche qui che avviene l’intreccio criminale tra controllori e controllati, è in questi segmenti che si radica il rapporto collusivo tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni: politici - che hanno realizzato anche le nuove modalità di finanziamento illecito dei partiti - funzionari e dirigenti di enti pubblici, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Spesso il collante di questi segmenti deviati - non residuali, purtroppo - delle Istituzioni sono centri di potere molto influenti: logge massoniche coperte, lobby, comitati d’affari, club di servizi, strutture talvolta con ampie radici nel mondo ecclesiastico.
Di fronte ad un cancro di tali dimensioni la lotta alle mafie a 360 gradi viene svolta da irriducibili: taluni magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, singoli politici, esponenti della società civile. Siamo ancora troppo pochi e sotto assedio dei poteri forti e di quelli criminali. Lo Stato, nel suo complesso, invece, si accontenta del contrasto solo ad un certo «livello» di mafia: le estorsioni, il traffico di droga, gli omicidi. Quando si affronta, invece, il nodo fondamentale - quello che rappresenta la linfa vitale del sistema mafioso - i rapporti mafia-politica, mafia-economia e mafia-istituzioni, si rimane isolati: non è più lo Stato che agisce, ma servitori dello Stato.
E’ su questi temi che la storia d’Italia ha conosciuto la stagione degli omicidi politico-mafiosi, è su tali intrecci criminali che si stanno consolidando quelle che si possono chiamare le morti professionali di servitori dello Stato da parte di articolazioni dello Stato stesso: si tratta delle tecniche raffinatissime di neutralizzazione dei servitori dello Stato scomodi, ingombranti, deviati ed antropologicamente diversi per il sistema mafioso. Quello che è più grave è che tali nuove strategie - per nulla estemporanee - avvengono nel silenzio e, in taluni casi, anche con il contributo di chi dovrebbe essere tra i principali alleati di coloro i quali contrastano - non con chiacchiere o passerelle politico-istituzionali - le forme più pericolose ed insidiose delle mafie: quella dei colletti bianchi del terzo millennio.
Ed è su questi temi che ho trovato importanti le immediate prese di posizione congiunte, con riferimento alla lotta alle mafie, al Parlamento Europeo - nelle prime riunioni - tra parlamentari di Italia dei Valori e Partito democratico. Ed è per questo che tutte le forze democratiche del Paese debbono vigilare affinché le indagini in corso presso le Procure di Palermo e di Caltanissetta non subiscano interferenze che possono provenire non solo dalla politica, ma anche dall’interno dello stesso ordine giudiziario: non posso non ricordare che, in epoca assai recente, indagini giudiziarie molto rilevanti proprio sulla criminalità organizzata dei colletti bianchi non sono state fermate dalla mano militare dei Riina e Provenzano di ultima generazione ma dalla carta bollata del Consiglio Superiore della Magistratura che ha trovato convergenze parallele con la politica ed i poteri forti.
Fondi: la mafia ringrazia
Anche oggi abbiamo subito l'ennesima bugia di questo governo. Si era impegnato, nel passato Consiglio dei ministri, per dare una risposta per il comune di Fondi, dove il prefetto Frattasi, il primo cittadino della legalità, ci aveva informato con 500 cartelle che quel comune era un intreccio tra Camorra, N'drangheta, Mafia e tutte le persone che erano colluse con la criminalità organizzata, i consiglieri comunali, il sindaco, funzionari comunali e tante persone della famiglia Tripodo, che governa ancora oggi all'interno di questo comune.
Non dimentichiamoci che a Fondi c'è il MOF, il mercato ortofrutticolo più grande d'Europa, dove la criminalità organizzata è presente e si sta organizzando sul territorio. Questo è un mercato dove c'è una commissione tra politica locale, nazionale e la criminalità organizzata. Su questo stiamo facendo una battaglia, perché Fondi è un esempio di criminalità che si allarga in tutta Europa con il MOF, e con questa entratura lenta dal basso Lazio, da Latina a Fondi, arriva fino al nord, quella che dichiariamo come la nuova criminalità organizzata, quella fatta dai politici, dai colletti bianchi, quella che il Lodo Alfano ha salvato, quella che attraverso la non risposta del Consiglio dei ministri sta dando vita a questa nuova criminalità. Fatta da chi? Dai soliti noti: da un governo irresponsabile che non ha ancora dato una risposta ai cittadini di Fondi e all'Italia intera, fatta da quei personaggi, da quei ministri, che guarda caso sono consapevoli perché non dando una riposta danno una mano alla criminalità organizzata. Questo per noi dell'Italia dei Valori vuol dire “restare in silenzio”, e voi tutti sapete che per noi il silenzio è mafioso.
Continueremo la protesta. La prima settimana ero da solo, oggi eravamo 5 parlamentari, siamo andati dentro la sala stampa del Consiglio dei ministri, non ci hanno fatto entrare, hanno cambiato la sala stampa e noi, simbolicamente, abbiamo occupato quella principale. Il Presidente del Consiglio, perché aveva vergogna di dire che ancora oggi non era stato deciso su una cosa di cui tutti siamo a conoscenza, 17 arresti, 500 cartelle del prefetto Frattasi, ha rimandato tutto al prossimo Consiglio dei ministri. La Mafia ringrazia, che può prendere spunto: “seguiamo il modello Fondi perché si può delinquere, il Consiglio dei ministri, non sciogliendoci, vuol dirci che stiamo perorando una causa buona, quella della criminalità organizzata”.
Ricordatevi, la criminalità organizzata non ha colore politico, e noi lo stiamo dimostrando, mentre il governo dimostra di avere un colore politico, quello di aiutare con il silenzio quella criminalità che noi tutti stiamo combattendo. Ecco perché saremo ancora presenti. Settimana scorsa ero da solo, oggi eravamo in cinque, e saremo sempre più parlamentari a chiedere a questo governo bugiardo, a questo governo che aiuta la criminalità organizzata, a dirci se sta con l'illegalità o con la legalità. Noi tutti siamo dalla parte della legalità.
Oggi erano seduti 24 ministri, ed io, ironicamente, ho detto: “C'è un 25° ministro, quello della criminalità”. Questo non lo vogliamo, continueremo a combatterlo, e al prossimo Consiglio dei ministri saremo più numerosi come parlamentari e come cittadini.
Why Not e' morta
Le dimissioni del procuratore Luigi Apicella dalla magistratura ci hanno lasciati sgomenti. Ancora una volta, abbiamo dovuto constatare come i poteri forti riescano a tirare i fili e a condurre il gioco, in spregio a tutte le regole democratiche. Per questo, mi preme segnalarvi una riflessione di un bravo pubblico ministero che ha seguito, in prima persona, l’inchiesta Why Not: Gabriella Nuzzi. La sua considerazione è amara, ma veritiera.
Tra l’altro è bene ricordare che Gabriella Nuzzi è stata un pubblico ministero di Salerno, trasferita dal suo ufficio dal Csm, su richiesta del ministro Alfano, proprio per aver osato indagare sul malaffare giudiziario di Catanzaro.
Anche a lei va la nostra solidarietà per il coraggio dimostrato allora nel fare il suo dovere e per quello di oggi nel rivendicarlo.
"L’addio del Procuratore Apicella alla magistratura è un gesto che desta profonda amarezza e sconcerto, che non può e non deve essere “liquidato” nelle brevi, laconiche parole pronunciate dal Presidente dell’A.N.M.
Occorre riflettere a fondo sulle ragioni di questa “scelta” obbligata.
L’opinione pubblica e le forze sane interne delle istituzioni hanno il diritto di conoscere la verità, del perché un intero apparato istituzionale, sulla base di un’inaccettabile menzogna (l’inscenata “guerra tra Procure”) e con tanta unanimità di intenti, abbia attaccato così violentemente dei servitori dello Stato, tolto loro le funzioni inquirenti, bloccato le indagini nelle quali erano impegnati, messo in atto una meticolosa opera di distruzione della loro reputazione personale e professionale.
Siamo stati lasciati soli, nel silenzio e nella indifferenza di chi, per dovere istituzionale oltre che morale, avrebbe dovuto accertare i fatti e tutelarci, in balia di attacchi di ogni genere, senza alcuna possibilità di difesa, senza diritto alcuno (per quanto mi riguarda, neppure quello ad essere madre), folli artefici di un disastro istituzionale o, piuttosto, testimoni scomodi di una verità devastante, in attesa che, lenta e silente, giunga finalmente la nostra eliminazione, la quieti ritorni e la normalizzazione del “sistema” sia definitivamente compiuta.
Stiamo pagando un prezzo altissimo per quella verità ed è in nome di essa che è necessario fare al più presto chiarezza su quanto è accaduto e sta accadendo, perchè nessun magistrato sia più costretto a lasciare, per il proprio onore, il lavoro che ama.
Dott.ssa Gabriella Nuzzi"
Omicidio Basile: un anno dopo nulla di fatto
Nella notte fra il 14 e il 15 giugno Peppino Basile, consigliere comunale a Ugento e consigliere provinciale dell'Italia dei Valori nella provincia di Lecce, è stato assassinato con 19 coltellate. Le prime reazioni di quell'omicidio furono immediatamente di dire che eravamo di fronte a un omicidio di tipo passionale e che ci fossero dietro moventi di natura personale e familiare.
Per la verità la prima voce che venne alla luce fu quella del sindaco. Noi non abbiamo mai creduto che dietro l'omicidio Basile ci fosse il movente passionale. In realtà Basile ha sempre denunciato quello che chiamava "il sistema" in una realtà come quella del Salento, che vedeva insieme l'illegalità di alcuni esponenti della Pubblica Amministrazione, gli interessi criminali e gli interessi dell'imprenditoria a discapito del territorio, della gente e dei cittadini ugentini.
Lo ha fatto denunciando le discariche, gli interessi della Erg intorno alla costruzione di un grande parco eolico nei pressi di Ugento. Lo ha fatto rispetto ad un mega villaggio che è stato costruito all'interno di un parco naturale.
A un anno di distanza stiamo ancora brancolando nel buio: non ci sono arresti, non ci sono indagati, non se ne conosce il movente. Sappiamo solo che 3 giovani sono stati fermati dalla Polizia. Interrogati e rilasciati, sono gli autori materiali delle scritte sui muri che per 2 anni hanno accompagnato la vita di Peppino Basile, che lo minacciavano di morte. Questi 3 giovani, sappiamo per loro stessa ammissione apparsa sui giornali locali, sono 3 esponenti di Alleanza Nazionale. Uno di questi è persino nipote del sindaco.
Per aver denunciato questa vicenda sono stato anche querelato dal sottosegretario Mantovano, che ha considerato in una sua intervista un omicidio dalla rapida soluzione.
A oltre un anno di distanza questa rapida soluzione ancora non c'è. Malgrado l'impegno di tante persone per bene. A cominciare da Don Stefano Rocca, il parroco di Ugento che insieme a noi con la sua capacità e la voglia di rompere il sistema di omertà che accompagna questo omicidio irrisolto, sta cercando di squarciare il velo. Cominciano a venir fuori anche le voci discordanti, le voci dissonanti, il dissenso rispetto a tutto questo. Compreso la pubblicazione di un libro che si chiama "Il sistema" dove sono raccolte le battaglie di Peppino Basile.
Peppino Basile non è morto perché qualcuno si è alzato di notte e ha deciso di ucciderlo, come disse il giornale "Il Messaggero", perché andava con le minorenni. Peppino Basile è un pubblico amministratore, è un consigliere comunale e provinciale eletto dai cittadini che faceva semplicemente il proprio dovere. Cioè quello di chiedere che la Pubblica Amministrazione fosse amministrata in maniera trasparente, legale. Che prima di tutto ci fosse il bene comune della collettività.
Condono mafioso
Riporto il video ed il testo del mio intervento di giovedi 23 luglio alla Camera dei Deputati sul vergognoso condono mafioso che si appresta ad approvare questo governo in aiuto della criminalita' organizzata.
Testo dell'intervento
"Signor Presidente, nell'illustrare il complesso degli emendamenti, voglio subito ricordare l'articolo 13-bis, ovvero quello riferito allo scudo fiscale. Lo abbiamo visto in questi giorni che siamo stati a Palermo per ricordare e commemorare Paolo Borsellino: stanno uscendo fuori, con il papello di Ciancimino junior, di Riina e di tanti pentiti, le trattative che una parte dello Stato voleva avviare con la mafia ed è questo, forse, il motivo vero per cui sono stati ammazzati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, perché non volevano che vi fossero mai contatti o trattative tra lo Stato, con la «S» maiuscola, e qualsiasi tipo di mafia. Invece, oggi dobbiamo purtroppo rilevare che, ancora una volta, questo Governo sta ammazzando Paolo Borsellino e Giovanni Falcone (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Una volta le trattative almeno erano segrete e non si conoscevano, invece oggi questo Governo, con lo scudo fiscale, non fa altro che dare una possibilità a quanti in modo clandestino hanno portato soldi all'estero.
Immagino che i soldi all'estero in modo clandestino non li portino i contribuenti onesti, le imprese oneste e le persone perbene, ma quelli che li hanno prodotti illecitamente o evadendo il fisco o ricavando denaro con attività mafiose, con la camorra, con la 'ndrangheta. Infatti, ormai, dagli accertamenti che sta facendo la magistratura registriamo sempre di più che la criminalità organizzata non opera più nei suoi territori di origine, ma su tutto il territorio nazionale e soprattutto all'estero.
Pensate che in Italia la quarta regione nella quale sono confiscati beni alle mafie è la Lombardia e che la 'ndrangheta investe tantissimo in Germania. Persino nei Paesi scandinavi la criminalità organizzata ha rilevato strutture sanitarie e cliniche, per non parlare della Spagna, dove ha investito il clan dei casalesi, dove ha investito la camorra nella Costa del Sol, come in Venezuela o in Brasile. Dunque, in questo modo si sta facendo una cortesia a tutti questi mafiosi e a tutti questi criminali che hanno portato capitali e patrimoni all'estero.
Ecco che lo Stato sta diventando una lavatrice, perché si sta facendo riciclaggio. Lo Stato ovvero il Governo Berlusconi sta sostituendo e facendo concorrenza alla mafia, perché consente ai criminali di riportare in Italia, con un modesto 5 per cento, i capitali provenienti da attività criminali della camorra, della mafia, della 'ndrangheta, della sacra corona unita.
È questo il motivo più grave per cui con quei giovani, con i quali sabato e domenica commemoravamo Paolo Borsellino, urlavamo: «Fuori la mafia dalle istituzioni! Paolo vive ancora! Giovanni Falcone vive ancora!». Noi vogliamo dirlo ancora qui in Parlamento, perché vogliamo continuare a rappresentare quegli italiani onesti, quegli italiani per bene, quei contribuenti per bene, quei cittadini che vogliono fare solo il loro lavoro e che non vogliono questo tipo di Italia berlusconiana, dove addirittura troviamo un'intesa con la mafia per far portare i capitali esteri qui in Italia. Infatti, questo è lo scudo fiscale: lo scudo fiscale non solo è un'operazione di condono mascherato, non solo è un'operazione con la quale si premiano come al solito i furbetti, i disonesti, gli imbroglioni, ma addirittura si fanno ritornare in Italia quelli che hanno portato clandestinamente i soldi anche della criminalità organizzata.
Allora, se sono stati confiscati al clan dei casalesi 139 milioni di euro in un anno e 50 milioni la settimana scorsa, ebbene i casalesi non avranno più necessità di nascondere il denaro, anzi da ora in avanti per le attività che hanno all'estero possono avvalersi tranquillamente dello scudo fiscale che questo Governo filomafioso sta mettendo in campo e che consentirà ai casalesi e a tutti i criminali e mafiosi di riportare il denaro in Italia, con il pagamento di un modesto 5 per cento (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
Sto parlando della criminalità organizzata che viene aiutata dal Governo Berlusconi. Sto parlando dell'attività alla luce del sole che per la verità questo Governo, in modo molto coerente, non solo dimostra all'esterno con atteggiamenti del Premier «papi» e di tutti i suoi uomini, ma anche con atti istituzionali, parlamentari e governativi. Infatti, lo scudo fiscale è un modo per favorire le mafie, per aiutare la criminalità organizzata, per riportare in Italia i capitali che provengono da attività illecite e criminali.
Forse vi dispiace sentirlo, ma purtroppo, è la verità. È questo il ruolo che noi dell'opposizione dobbiamo svolgere, perché dobbiamo controllarvi, evitando, soprattutto, che continuiate ad ammazzare ogni giorno Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, ad alimentare e a tenere la mafia nelle istituzioni. Infatti, le mafie si aiutano con questi provvedimenti, ormai, alla luce del sole (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
Allo stesso modo, accade con l'articolo 24 del provvedimento in discussione, con il quale prorogate l'attività di controllo del territorio delle Forze armate. Se si vuole davvero distruggere la criminalità organizzata, non è necessario smantellare le forze di polizia, come avete fatto con i vostri precedenti provvedimenti; non è necessario togliere 3 miliardi di euro alle forze di polizia, ai carabinieri e alla Guardia di finanza (ad oggi, per effetto dei vostri tagli, nell'organico delle forze di polizia già vi sono 40 mila unità in meno); e, soprattutto, non serve finanziare le ronde per contrastare la criminalità organizzata, perché questa è solo una buffonata. Con le ronde, infatti, non si risolve la lotta alla camorra, alla mafia, alla 'ndrangheta. Sono necessarie, invece, iniziative serie.
Concludo signor Presidente. Non vogliamo più aiuti per il sud, vogliamo semplicemente qualità. Riguardo al turismo, non c'è bisogno di costruire industrie o capannoni, poiché esistono già le bellezze paesaggistiche ed architettoniche.
Concludo, caro Presidente, ringraziando il Governo, che ha ammazzato ancora una volta Paolo Borsellino e Giovanni Falcone (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)."
Stagione stragista: la politica ebbe un ruolo
Nel momento in cui le indagini dell’autorità giudiziaria sembrano essere arrivate a una svolta per fare luce sulla stagione stragista di Cosa nostra, Totò Riina interviene pesantemente per tentare di depistare le indagini. E’ passato quasi un ventennio da quella stagione stragista. In quella tragica storia anche la politica ebbe un ruolo. Come lo ebbero, probabilmente, anche pezzi delle istituzioni. E’ il tempo ormai che anche da questi mondi arrivino testimonianze di verità.
Riporto di seguito una mia intervista rilasciata al quotidiano "La Stampa":
La Stampa: Avvocato Li Gotti, partiamo da Riina e dalle sue esternazioni: la trattativa e il papello.
Luigi Li Gotti: «Riina sostiene di essere stato l’agnello sacrificale di questa trattativa. Il primo problema gravissimo che dobbiamo ancora risolvere è la collocazione temporale di questa trattativa. Abbiamo due fonti diverse che ci offrono due scenari diversi. La prima è rappresentata dal generale dei carabinieri, Mario Mori, che colloca il primo incontro con Vito Ciancimino il 5 agosto del 1992, cioè dopo le stragi Falcone e Borsellino. In aula, a Caltanissetta, Mori ha sostenuto che Borsellino non gli ha mai parlato di una trattativa. E che dopo Capaci, strinse con lui un rapporto privilegiato. Mori e il capitano De Donno furono convocati, il 26 giugno di quell’anno, alla caserma Carini dei carabinieri. E, in quell’occasione, Borsellino, secondo quanto riferito da Mori, disse loro che bisognava riprendere in mano il rapporto del Ros su “mafia e appalti"».
La Stampa: L’altra fonte colloca a prima della strage di via D’Amelio l’inizio della trattativa.
Luigi Li Gotti: «Fu lo stesso capitano De Donno a dirlo in Aula, a Firenze. Se la trattativa effettivamente fu avviata tra le stragi Falcone e Borsellino, allora si può ipotizzare che Borsellino fu eliminato perché si opponeva alla trattativa».
La Stampa: E se invece fosse iniziata dopo le due stragi?
Luigi Li Gotti: «Quale sarebbe stato l’oggetto di questa trattativa? La cattura di Riina? In cambio magari della mancata perquisizione della casa di via Bernini? Oppure la fine dello stragismo? Sappiamo però che le stragi continuarono».
La Stampa: Avvocato Li Gotti, quella stagione fu solo farina del sacco dei Corleonesi?
Luigi Li Gotti: «E’ fuori discussione che su Falcone e Borsellino pendesse da tempo la condanna a morte del tribunale di Cosa nostra. Ciò che porta a ipotizzare la presenza di soggetti esterni alla mafia è l’introduzione di una metodologia stragista nel portare avanti la carneficina».
La Stampa: Quali sono state le motivazioni di questa presenza esterna a Cosa nostra?
Luigi Li Gotti: «Intanto la necessità di neutralizzare una minaccia incombente rappresentata dalla volontà di Borsellino di riprendere le indagini del Ros sui rapporti mafia e appalti. Attenzione, di quel rapporto si conosceva solo la versione spurgata dei nomi dei politici, non quella completa».
La Stampa: Un po’ riduttiva questa interpretazione.
Luigi Li Gotti: «Ho parlato di neutralizzazione di una minaccia. Paolo Borsellino, nella sua ultima intervista parlò di nuovi soggetti che emergevano. Parlò dello stalliere di Arcore, Vittorio Mangano, di Marcello Dell’Utri. Il paese, intanto, stava marciando spedito a un ricambio di assetto politico. Di un nuovo soggetto politico già si parlava in quel tragico 1992».
Lettera aperta al Capo dello Stato
On. Presidente,
per parecchi anni mi sono battuta, da semplice cittadina, nel denunciare le collusioni di apparati del potere ufficiale con il gruppo mafioso dominante a Barcellona Pozzo di Gotto, città nella quale mio padre l’8 gennaio 1993 venne ucciso affinché non infastidisse più con il suo impegno giornalistico le dinamiche criminali di alto livello che trovavano sede o sponda in quel territorio.
In particolare, ho denunciato le notorie contiguità che hanno legato importanti magistrati di quella città ad esponenti apicali della criminalità organizzata. Ciò facevo già prima del 2 ottobre 2008. In quella data arrivò, poi, la tragica morte del prof. Adolfo Parmaliana, che con l’ultima lettera lasciataci prima del suo suicidio urlò al paese intero la sua riprovazione per le pratiche criminali di certa “magistratura barcellonese/messinese”. Signor Presidente, Adolfo Parmaliana era un militante politico, del Suo stesso partito, che aveva assunto il sacro rispetto della legalità quale stella polare del proprio impegno pubblico.
Per effetto della sua morte, sono stati avviati, dal Consiglio Superiore della Magistratura e dall’Autorità giudiziaria competente, i doverosi approfondimenti su alcuni magistrati del distretto di Messina. Uno di questi, il dr. Olindo Canali, fin dal 1992 in servizio alla Procura della Repubblica di Barcellona P.G., è oggi indagato (come ufficializzato, nel silenzio censorio degli organi di stampa, da numerosi siti internet e blog) dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per falsa testimonianza e per favoreggiamento del capomafia barcellonese Giuseppe Gullotti. Entrambe le contestazioni a carico del dr. Canali sono aggravate dal fine di aver agevolato l’associazione mafiosa operante a Barcellona P.G..
Il dr. Canali è anche oggetto di una procedura del Consiglio Superiore della Magistratura, ancora in fase preliminare, di incompatibilità ambientale e funzionale. Sennonché, si è da ultimo appreso che egli, al fine di porre nel nulla il procedimento paradisciplinare a suo carico, abbia avanzato al CSM domanda di trasferimento volontario presso altra Procura della Repubblica siciliana: in particolare, addirittura, avrebbe espresso gradimento per due Procure distrettuali, come Catania e Caltanissetta; una sorta di promozione per meriti sul campo. Se ciò davvero accadesse, cioè se il dr. Canali venisse trasferito su sua richiesta ad altra Procura della Repubblica, il CSM da Lei presieduto, Signor Presidente, scriverebbe l’ennesima pagina nera della sua pur non sempre commendevole storia.
Negli ultimi anni ho contestato pubblicamente l’operato di questo Consiglio Superiore della Magistratura, responsabile di aver operato una rappresaglia contro magistrati responsabili solo di aver fatto il proprio dovere (Forleo, De Magistris, Apicella, Nuzzi e Verasani) e di aver deliberato nomine poco decorose ad importanti vertici giudiziari (la peggiore, senz’altro, quella del barcellonese Antonio Franco Cassata quale Procuratore generale a Messina). A fronte della cacciata sommaria deliberata contro alcuni magistrati integerrimi, però, se il Consiglio Superiore della Magistratura omettesse di decidere per il dr. Olindo Canali il trasferimento d’ufficio ed il cambio di funzioni assesterebbe un intollerabile sfregio alla memoria di mio padre, Beppe Alfano, e di Adolfo Parmaliana, oltre che al decoro dell’ordine giudiziario.
Perché ciò non accada, allora, mi rivolgo a Lei, Signor Presidente, perché un’ipotesi così indecente non diventi realtà. Dopo aver lottato per anni da comune cittadina, mi sentirei alla stregua di un disertore se, oggi che ho la responsabilità di rappresentare l’Italia al Parlamento europeo, sulla scorta del voto di decine e decine di migliaia di cittadini, non mantenessi alta l’attenzione su un blocco giudiziario filomafioso che continua a imperversare nella mia Barcellona Pozzo di Gotto.
I cortigiani di Re Silvio
La vicenda della cena tra massimi esponenti politici del governo e della maggioranza con due giudici costituzionali assume toni da farsa. Mentre gli esperti di bon ton istituzionale raccomandano di affrontare la situazione "con passo felpato", il giudice Mazzella, nella cui casa si è svolto il convivio, applica il consiglio a modo suo: rompe gli indugi e rivendica il diritto di invitare il "caro Silvio" tutte le volte che vuole e vorrà.
Lo fa con un proclama in cui sostiene che solo un dominio totalitario potrebbe impedirgli questa libertà personale. Il giudice Mazzella non avrà letto l'articolo su Europa in cui Federico Orlando ricorda che da bambino nelle passeggiate col padre sulla via della stazione incontrava un signore che scambiava al massimo con chiunque un breve saluto di convenienza. Alla sua richiesta di spiegazioni il padre rispose che era il procuratore del Regno e non poteva parlare con nessuno senza ledere l'immagine di imparzialità della giustizia. Qui giunge opportuna la precisazione di Tania Groppi su l'Unità: in Germania la Corte Costituzionale risiede a Karlsruhe, lontana dalla capitale.
Alcuni commentatori hanno sostenuto che Di Pietro, con la sua richiesta di dimissioni dei due giudici, avrebbe invaso l'autonomia della Corte Costituzionale. Curiosa logica: se la Corte deve essere autonoma non si capisce come due giudici costituzionali possano comprometterla esponendola al sospetto che possa essere condizionata proprio dalla loro fisica partecipazione a un irrituale incontro con esponenti dei poteri esecutivo e legislativo.
La questione non è solo teorica. Tra breve la Corte dovrà pronunciarsi sul Lodo Alfano (ministro presente alla cena) con cui il presidente del consiglio viene sollevato da tutti i numerosi e infamanti provvedimenti giudiziari a sua carico. Il cittadino preoccupato potrebbe temere che la decisione della Corte possa essere influenzata da contiguità che non avrebbero mai dovuto verificarsi. Ma in un certo senso la lettera di Mazzella fa involontariamente chiarezza e rende evidente che i due giudici presenti alla cena non possono più partecipare alla decisione sul Lodo Alfano. E si potrebbe aggiungere: se vogliono andare a cena col presidente del consiglio sono liberi di farlo ma liberino la Consulta del loro ingombro. Da parte sua la Corte Costituzionale saprà esercitare la sua autonomia.
L'ombra di un nuovo indulto
In Commissione Giustizia, nella qualità di capogruppo Italia dei Valori, ho posto un problema fondamentale per la democrazia e per i lavori parlamentari.
I disegni di legge presentati dall'intero gruppo Italia dei Valori, che a termine di regolamento dovrebbero essere fissati nel calendario dei lavori della commissione entro due mesi, a distanza di circa un anno non sono stati ancora fissati, e le nostre numerose interrogazioni parlamentari, atti ispettivi formulati al governo, non hanno ancora ricevuto risposta.
In Commissione Giustizia ho posto delle richieste di informativa, termine di regolamento al governo e al ministro della Giustizia, sul problema dell'edilizia penitenziaria e sul problema delle risorse finanziarie. Questo sistema di ignorare il lavoro dei parlamentare, di impedire che i disegni di legge vadano avanti e che vengano esaminati, ci ha veramente stancato. Ecco perché ho voluto porre il problema.
Abbiamo dei disegni di legge di estrema importanza, come il testo unico sulle misure di prevenzione antimafia, presentato il 16 maggio dello scorso anno, tredici mesi fa, dove è stato nominato il relatore che dal mese di ottobre non ha ancora iniziato a svolgere la relazione.
Abbiamo il disegno di legge sull'ufficio per il processo e per la riqualificazione del personale giudiziario. E' iniziata la relazione nel settembre dello scorso anno e poi non se ne è più parlato.
Non accettiamo che i regolamenti vengano calpestati in questo modo. La democrazia vive di istituzioni. Le istituzioni vivono di regolamenti e di diritti che possono essere esercitati. Tra i diritti fondamentali del Parlamento e dei parlamentari c'è quello di formulare atti ispettivi e di presentare disegni di legge, ma la maggioranza ed il governo non vogliono che ciò accada, pretendono che sono i disegni di legge dello stesso governo vadano avanti.
A questo stato di cose ci siamo ribellati, e la nostra protesta è stata condivisa da tutta l'opposizione e anche da alcuni parlamentari della stessa maggioranza che ritengono assurdo il silenzio del governo su temi di cosi grande importanza.
Non vorremo trovarci con un problema carcerario, che sta nuovamente esplodendo, e quindi con un nuovo indulto. Chiediamo al governo di sapere che cosa sta facendo in materia carceraria, considerando che alcune carceri appena costruite, che abbiamo visitato lo scorso giugno, che non sono state ancora aperte nonostante i lavori sono stati completati da anni, come il carcere di Reggio Calabria.
La tassa occulta della corruzione
Il costo annuo della corruzione è pari a 50/60 miliardi di euro. La denunzia viene dalla requisitoria del Procuratore Generale presso la Corte dei Conti. Si tratta di una somma impressionante che, costituisce il livello, ormai insostenibile del degrado del paese.
Giustamente il Procuratore Generale presso la Corte dei Conti, ha definito il costo della corruzione una “tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini”. L’analisi e il giudizio sulla corruzione, porta però oltre. Con la corruzione, si verifica l’alterazione del mercato, della libera concorrenza, della sana competitività. Le conseguenze della corruzione, non sono solo una “tassa immorale” diretta per il corruttore ed un lucro per il corrotto, ma elimina dal mercato le imprese oneste, oltraggia il sacrificio e il lavoro.
Dobbiamo liberarci di questa malattia che infetta l’intero paese, l’economia, la burocrazia, lo Stato. Servono valori morali alti, senso della giustizia, rispetto per le istituzioni. Tutto ciò, oggi, è pesantemente pregiudicato in Italia. L’immoralità e l’amoralità hanno preso il sopravvento.
In questa direzione si pone il recente Disegno di legge sulle intercettazioni presentato dal Governo e già approvato dalla Camera dei deputati ( al Senato verrà esaminato verso metà luglio). Infatti il Governo e la maggioranza escludono, nel loro disegno di legge, la possibilità di procedere ad intercettazioni per il reato di corruzione per atto d’ufficio ( art. 318 codice penale), ossia proprio il caso della “tassa immorale”. Sono ammesse le intercettazioni per il reato di corruzione per atto contrario dei doveri d’ufficio ( art.319 ) solo se esistono “evidenti indizi di colpevolezza” e per un massimo di 60 giorni. Insomma si potrà intercettare ( ma solo per il reato previsto dal 319 ) se esistono già prove di colpevolezza del corrotto, quando cioè le intercettazioni non servono più.
Possiamo dire che alla denunzia pesantissima fatta dal Procuratore Generale presso la Corte dei Conti, il Governo e la maggioranza rispondono con leggi per facilitare la corruzione e non per combatterla. Questa è la misura dell’immoralità e della amoralità della politica che ci governa.
Il Presidente della Repubblica puo' rifiutare
Riporto il video ed il testo dell'intervista rilasciata ad Affaritaliani.it in tema di intercettazioni.
Testo dell'intervento
Affaritaliani: Napolitano potrebbe respingere il Ddl sulle intercettazioni perché ravvisa profili di incostituzionalità.
Luigi de Magistris: Ci sono alcuni profili di incostituzionalità a mio avviso indiscutibili. Il disegno di legge sulle intercettazioni intacca un fondamentale mezzo di ricerca della prova. Mina l'indipendenza della Magistatura e il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, principi previsti dalla Costituzione. Infine, entra in contrasto con l'art. 21 della Carta repubblicana, quello che garantisce la libertà di pensiero e il diritto di cronaca dei giornalisti.
Affaritaliani: Un ddl che sembra creare più grattacapi al centrosinistra che al Pdl. Il voto segreto alla Camera, più che la maggioranza, ha spaccato l'opposizione, che ora deve fare i conti con 17 franchi tiratori. Pd e Italia dei Valori si presentano con la stesso tipo di opposizione a questo disegno di legge?
Luigi de Magistris: Italia dei Valori si presenta in maniera assolutamente ferma e compatta. Non mi meraviglia che parte dell'opposizione abbiano votato a favore della legge. Non dimentichiamoci che il disegno di legge Alfano è in continuità con il ddl Mastella, la riforma sull'uso delle intercettazioni approvata nel 2007 dal governo di centrosinistra, molto simile a quella che ora è all'esame in Parlamento. C'è una spinta trasversale che non vuol far lavorare la magistratura e che non vuole una libera informazione.
Affaritaliani: Più di qualcuno ti indica come il successore di Antonio Di Pietro alla segreteria di Italia dei Valori. Se dovesse arrivarti domani la proposta che faresti? Resti in Europa o accetti?
Luigi de Magistris: E' una cosa che non sta proprio sul tappeto. Il leader è Antonio Di Pietro. Con lui e con altri personaggi del partito stiamo portando avanti questo progetto. C'è grande entusiasmo, siamo una grande squadra. Non si pone proprio il problema, e questa è una grande vittoria di Antonio Di Pietro.
Vergogna
Riporto il video ed il testo della dichiarazione di voto dell'Italia dei Valori al disegno di legge sulle intercettazioni.
Testo dell'intervento
"Signor Presidente, oggi una maggioranza irresponsabile e cinica sta per approvare una legge vergognosa, una legge che getta due macigni contro due pilastri del nostro Stato democratico.
Il primo è il macigno contro la libertà di stampa, quel poco, quei brandelli di libertà di stampa che ancora nel nostro Paese esistevano. Con l'approvazione del provvedimento in esame i reati che riguardano la politica, la finanza, l'industria, i reati insomma dei ricchi, dei forti, dei prepotenti e degli arroganti non potranno più nemmeno essere conosciuti dagli italiani. Non sarà più possibile per i giornali, neppure se fosse arrestato un parlamentare, un sindaco o un amministratore, nemmeno parlarne, nemmeno raccontare quali sono le ragioni e i fatti che hanno portato a tale arresto cautelare. Questo è il bavaglio finale su una stampa che già oggi era la meno libera d'Europa.
Il secondo macigno terribile che voi lanciate contro un altro pilastro della democrazia nel nostro Paese è quello con il quale cancellate le intercettazioni telefoniche. È inutile fare tanti giri di parole: voi le cancellate, perché quando si prevede che la condizione per fare intercettazioni telefoniche nel nostro Paese sia quella di aver già scoperto chi è il colpevole e di usare le intercettazioni per averne conferma, di fatto le si sono abolite.
Voi, abolendo le intercettazioni, abolite un pezzo, forse il più importante oggi, tra gli strumenti di indagine di cui la nostra magistratura dispone per contrastare il crimine in Italia, per arrestare i delinquenti, per fermare i malfattori. Voi disarmate lo Stato con questa legge infame!
Con questa legge d'ora in avanti creerete degli impedimenti con riferimento ad una molteplicità di reati. Soltanto per ricordarne alcuni che hanno particolarmente scosso la coscienza degli italiani in questi ultimi anni: da quelli orrendi della clinica Santa Rita, la clinica degli errori, ai tanti stupri commessi e scoperti solo grazie alle intercettazioni, per passare ai tanti atti di violenza, a quella tratta di uomini scoperta grazie alle intercettazioni e della quale ieri, non anno fa, il Ministro Maroni portava pubblico vanto, proprio per aver scoperto, grazie alle intercettazioni telefoniche, una rete che tra l'Italia e l'estero faceva tratta di schiavi, di uomini.
Tutto questo voi lo distruggete. Ciò che fate è qualcosa di più di una brutta legge, è togliere, pezzo dopo pezzo, la libertà agli italiani in ogni sua forma: la libertà personale, perché non vi è libertà in un Paese in cui voi cancellate la sicurezza personale; la libertà di informazione, perché non vi sarà più una stampa intesa come stampa libera capace di informare; la libertà fatta di conoscenza e consapevolezza, perché voi volete che gli italiani non sappiano che intorno a loro vi è solo il silenzio, un silenzio che, sempre più, sembra omertà.
Pertanto, questa - lo ribadisco - non è una brutta legge: è un vero e proprio atto eversivo. State compiendo un atto eversivo della Costituzione italiana. Voi siete un Governo che dovrebbe rispondere - semmai vi fosse un tribunale deputato a questo - della violazione, nella forma più profonda, dei valori e dei principi della nostra Costituzione.
Anche se questo disegno di legge è pronto da quattro mesi, non avete avuto il coraggio di portarlo in Aula prima delle elezioni, perché vi vergognate di ciò che state facendo. Sapete che nessun italiano vi avrebbe capito né giustificato. Con questa legge, infatti, amputate, in modo forse mortale, quella parte dell'organizzazione dello Stato che è deputata al contrasto della criminalità, a individuare i colpevoli, ad assicurarli alla giustizia, ad impedire che nuovi reati vengano commessi. Stabilite per legge l'impunità ai peggiori criminali e delinquenti in questo Paese e togliete garanzie di sicurezza ai cittadini. Questo state facendo.
Voi oggi tradite il Paese, tradite l'Italia, tradite gli italiani. State abbandonando gli italiani al loro destino, soli e non più difesi contro il crimine. Da oggi, gli italiani dovranno avere paura, non sono più sicuri in nessun luogo. Dovranno avere paura nelle loro case, dovranno avere paura nelle strade, dovranno avere paura nei luoghi in cui lavorano, perché lo Stato li ha abbandonati e la criminalità organizzata sa che, da oggi, può affondare il colpo con garanzia di impunità. Ladri, stupratori, assassini, mafiosi, camorristi sanno che, da oggi, voi - voi di questa maggioranza, voi di questo Governo - avete disarmato lo Stato. Questo avete fatto.
In questo momento, è addirittura impossibile prevedere la vastità e l'enormità della devastazione che avete arrecato all'ordinamento dello Stato. È impossibile anche solo prevedere ed immaginare: si sa solo che saranno tanti, tantissimi, saranno migliaia, i reati che non sarà più possibile scoprire né identificare e i criminali che la faranno franca e che potranno, imperterriti, continuare ad imperversare con le loro azioni delittuose a danno degli italiani.
Ministro Alfano, mi rivolgo a lei con grande forza e con grande chiarezza: ogni morte che resterà impunita in questo Paese per colpa di questa legge, lei la porterà sulla coscienza.
Ogni ladro che resterà impunito in questo Paese per colpa della sua legge, lei lo porterà per sempre sulla sua coscienza! Ogni stupro di cui sarà vittima una donna italiana e che resterà impunito per colpa della sua legge, lei lo porterà per sempre sulla sua coscienza. E insieme a lei lo porterà anche la Lega, che, per mesi, ha ingannato gli italiani, raccontandogli frottole sulle ronde e quant'altro e che, poi, per un piatto di lenticchie - cioè, la promessa di Berlusconi di affossare il referendum - ha venduto la sicurezza degli italiani. Come avete potuto scambiare per questo l'interesse, la sicurezza, la vita di tanti milioni di italiani?
Ma insieme a voi risponderà anche il Presidente del Consiglio. Risponderà non certo la sua coscienza, questo non lo chiediamo e non ce lo aspettiamo, ma risponderà la storia. Egli, finalmente, ha vinto la sua battaglia contro la giustizia ed ormai è impune a tutto, a ogni processo, a ogni indagine, anche alle possibili intercettazioni e, soprattutto, è sopra la legge, è sopra la morale, è sopra l'etica di questo Paese, ma lo fa a costo di aver distrutto la giustizia e di governare in un Paese coperto di macerie. Di questo risponderà e risponderete tutti voi davanti alla storia.
Non serve a niente quel velo di menzogne e di bugie che state stendendo, da anni, sopra il Paese, un velo fatto di controllo dell'informazione, di controllo delle televisioni, di bugie e di menzogne sistematiche. La verità prevarrà: questo velo verrà squarciato e la verità vi travolgerà.
La verità travolgerà questo Presidente del Consiglio che, alla fine, entrerà sì nei libri di storia, ma con poche righe, tutte scritte con il colore rosso, il colore rosso della vergogna.
Ennesima fiducia: non se ne parla
Oggi il governo ha chiesto l'ennesima fiducia su provvedimenti che riguardano il bavaglio alle intercettazioni e alla libertà di stampa. Anche domani non si parlerà di economia, ma di giustizia, di problemi legati al governo e di come rendere il sistema del malaffare blindato e sicuro, lontano dal pericolo di essere sventato da chi per mestiere è designato a combattere la criminalità.
Domani si aggiungerà un altro tassello alla cristallizzazione della corruzione, argomento che il governo si è occupato di agevolare fin dal primo giorno del suo insediamento.
Riporto di seguito il mio intervento in aula che preannuncia, anche questa volta, il voto contrario alla fiducia.
Testo dell'intervento
"Signor Presidente, sia pure in modo irrituale mi pare che sia come se il Governo abbia chiesto la fiducia, anche se formalmente non si è ancora alzato il Ministro a chiederla. Il primo sentimento che io provo è un sentimento di costernazione poiché voglio ricordare che sono passati solo tre giorni dalle elezioni per le quali il Presidente del Consiglio ha chiesto al popolo italiano la fiducia, chiedendo di votare, perlomeno per il 40 per cento, a suo favore; invece il popolo italiano ha detto di no, perché gli ha dato molto meno.
Allora questa ennesima fiducia è un pugno in faccia agli italiani. Il Presidente non è il padrone dell'Italia come vorrebbe, gli italiani hanno detto «no» tre giorni fa a quella sua richiesta di plebiscito, ma ancora una volta, nonostante questo, continuiamo a vilipendere il Parlamento che su una questione delicata come quella delle intercettazioni viene ancora una volta messo nell'impossibilità di discutere. Trovo che tutto questo sia vergognoso nei confronti del popolo che ha votato, solo tre giorni fa, in un certo modo (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)."

