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30 Giugno 2009

Pino Maniaci assolto


Il direttore di Telejato, Pino Maniaci, non ha mai richiesto l'iscrizione nell'albo dei giornalisti. Il 30 marzo 2009 è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista, nonostante il 10 luglio 2008 fosse già stato assolto con formula piena in un altro processo per la stessa accusa, perché il fatto non sussisteva.

Chi vuole colpire la liberta' di stampa, in verita' vuole colpire al cuore la democrazia; perche' una democrazia per sopravvivere ha bisogno di una stampa indipendente e autorevole. Pino Maniaci e' un uomo libero e un giornalista con la schiena dritta che non obbedisce a padrini o a padroni, un giornalista che non ha timidezze o cautele nel raccontare i fatti. A Pino esprimo tutta la mia solidarieta' e mi auguro che prosegua serenamente, ed indisturbato, il suo prezioso lavoro di denuncia delle connivenze e delle collusioni tra criminalità organizzata e tessuto economico e politico.

Faccio solo notare che, così come è accaduto a Gioacchino Genchi, anche Pino Maniaci è stato ostacolato e screditato con l’unico scopo di intralciare il suo operato. Chi pagherà per le violente accuse e la denigrazione di Genchi? Perché tanta attenzione da parte del Copasir, o meglio del suo presidente Francesco Rutelli? Chi ha denunciato Pino Maniaci che ha collezionato più di 200 querele, un numero decisamente maggiore delle attestazioni di stima ricevute dalle istituzioni siciliane e nazionali?


flash2.jpg "PARANOIE"
Silvio Berlusconi contestato e fischiato a Napoli offre la sua spiegazione: comunisti! Ad ogni angolo una paranoia, un complotto, un giornale canaglia, un disoccupato comunista, un pessimista porta jella, un catastrofista estremista. Quando sei costretto a sorvolare una città distrutta dal terremoto, invece che scendere tra i senza tetto e toccare con mano le condizioni dei cittadini che rappresenti, allora è ora di togliere il disturbo.
Carlo Costantini



27 Giugno 2009

Minzolini, come rendere privato il servizio pubblico


Rendere privato il servizio pubblico. Questo obbiettivo domina la scena quando il monopolista della televisione privata può controllare la televisione pubblica dal vertice del potere politico. C'è chi si adatta alla servitù volontaria, e chi no.

Quando Minzolini così scriveva in un suo articolo su Repubblica del 29 ottobre 1994: "Oggi penso che, se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici, forse non saremmo arrivati a tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure andarsene. Non è stato un buon servizio il nostro fair play: abbiamo semplicemente peccato di ipocrisia... La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico."

Da bravo dialettico, nei suoi primi giorni di esperienza alla direzione del Tg1, si cimenta ora nella confutazione pratica della regola allora enunciata. Di più: con la scusa di non invadere la vita privata del presidente del consiglio ha nascosto la notizia sul giro di donne a pagamento nelle abitazioni del capo del governo, che tutti gli organi di stampa italiani e internazionali davano con grande rilievo, e su cui perfino il Tg5 di Mediaset rinunciava a esercitare una completa censura.

Poi, non contento, ha risposto ai rilievi del presidente Rai, usando in modo improprio lo spazio del telegiornale da lui stesso diretto, per ribadire la necessità del suo silenzio stampa.
Incurante della contraddizione logica: sosteneva trattarsi solo di chiacchiericcio ma dava largo spazio alla polemica nata dal chiacchiericcio perché questa permetteva di coinvolgere nel polverone altri politici.

Così la polemica nata sulla base della notizia vera ma nascosta diventava a sua volta notizia principale. Ha poi toccato il colmo quando ha dato larghissimo spazio alla smentita che Berlusconi ha messo in scena sul suo settimanale "Chi". Per gli ascoltatori del solo Tg1 del tutto incomprensibile perché smentiva una notizia che il Tg1 non aveva voluto mai dare.
A tanto porta l'abnegazione della servitù volontaria: rendere privato il servizio pubblico, a vantaggio di una sola persona.



24 Giugno 2009

Sultanato a reti unificate


Riporto una mia intervista, rilasciata a "Altronline.it", sul "caso Minzolini" e sul tema dell'informazione.

Altronline: Giulietti, i silenzi dei tg “amici” di Berlusconi diventano un caso politico. L'informazione, dice l'opposizione, è drogata dal potere del Cavaliere. Qual è la novità?
Beppe Giulietti: Nessuna, questo è il problema. Non c'è nessuna novità, si tratta della riproposizione integrale dello schema che Berlusconi prima e Dell'Utri avevano già messo a punto dettagliatamente. Il premier disse: “È ora di finirla con programmi e tg che mandano in onda notizie ansiogene”. Via i servizi e gli approfondimenti su povertà, crisi economica e sociale, tutto ciò che dimostra che la realtà è diversa dalla finzione...

Altronline: Negli ultimi giorni però si è passato il segno. Il direttore del Tg1 è apparso in prima serata davanti agli italiani per giustificare la scelta di “basso profilo” sul Bari-gate. Era mai successo prima?
Beppe Giulietti: No, a mia memoria mai. È la prima volta che il direttore di un telegiornale firma un editoriale per spiegare agli italiani perché non ha dato una notizia. È vero che ha il direttore ha il potere di decidere la linea editoriale e di valutare quali notizie dare e quali no, ma quando scoppia un caso che finisce su tutti i giornali nazionali e internazionali, questi margini di discrezionalità decadono. Si tratta di un giornalista che non ha mai fatto mistero della sua simpatia per l'uomo più potente d'Italia.

Altronline: Non è un mistero neppure che le nomine Rai siano politiche. Perché ci si scandalizza soltanto ora?
Beppe Giulietti: È un'obiezione giusta che però non regge di fronte alla vera anomalia. La scelta di piazzare Minzolini al Tg1 è il frutto di un accordo fatto direttamente nella casa del presidente del Consiglio, quel Palazzo Grazioli oggi noto per altre ragioni. Non si tratta di un uomo qualsiasi, ma del proprietario delle reti televisive concorrenti.

Altronline: Garimberti ha convocato Minzolini per chiedere chiarimenti. Ma a giudizio di molti il presidente della Rai sembra avere le mani legate. È così?
Beppe Giulietti: Bisogna innanzitutto che qualcuno ci spieghi cosa mai si siano detti, visto che dopo l'incontro Minzolini si è alzato e ha fatto quell'editoriale. Quello che manca sono proprio le voci degli organismi predisposti al corretto funzionamento del servizio pubblico. Sono il presidente della Rai Garimberti e il direttore generale Masi, in qualità di uomini di garanzia, che dovrebbero convocare una riunione e discutere di una violazione delle regole senza precedenti, editoriale e deontologica.

Altronline: È d'accordo con chi chiede la testa del direttore?
Beppe Giulietti: Non mi appassiona il coro di personaggi politici che invocano licenziamenti e provvedimenti disciplinari. A me interessa la lotta sociale, professionale, sindacale. Perché qui è in atto una mistificazione, si sta facendo finta di non vedere qual è il vero problema, altro che Minzolini...

Altronline: Qual è il vero problema?
Beppe Giulietti: In Italia si sta portando avanti la costruzione di un sultanato a reti unificate, si sta procedendo a sottrarre ai cittadini le informazioni quotidiane, non se so è chiaro. Il problema sono i silenzi dell'autorità di garanzia, il girarsi dall'altra parte di chi avrebbe il dovere di intervenire. Ma c'è dell'altro.

Altronline: Cosa?
Beppe Giulietti: Questi episodi avvengono in un momento in cui il parlamento sta per varare la legge bavaglio sulle intercettazioni. Nel nostro paese c'è un'emergenza democratica, mi preoccupa che su questo tema le opposizioni procedano in ordine sparso.

Altronline: Che può fare l'opposizione?
Beppe Giulietti: Bisogna chiamare a raccolta tutti, organizzare davanti al Senato un manifestazione nazionale durante le votazioni sulla legge bavaglio. Per lanciare questo allarme le opposizioni devono essere unite, parlare con una voce sola. Serve un incontro immediato di tutte le forze politiche e sociali per mettere in piedi un'iniziativa comune.


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15 Giugno 2009

Vietato dissentire


Il presidente del consiglio, nonchè editore, ha pensato bene parlando ai giovani industriali, tra una facezia e l'altra, di invitarli a non acquistare pubblicità su quei giornali che si ostinanao a fare del catastrofismo, che tradotto in italiano sarebbero quei pochi giornali che ancora fanno qualche inchiesta e osano persino rivolgere una decina di domande all'imperatore. Si tratta di una vera e propria minaccia perchè scagliata dal presidente del consiglio, da un boss della raccolta pubblicitaria, da colui che ormai controlla i destini del polo Raiset. Naturalmente, dopo qualche ora, è arrivata una finta smentita che indicava in Franceschini il bersaglio della invettiva. Naturalmente non esiste nesso logico tra le due cose, ma il coro muto dei servi sciocchi e degli ignavi ha finto di tirare un sospiro di sollievo.

In realtà Berlusconi ha ripetuto quanto aveva già detto e quanto era stato ribadito dal fidatissimo Marcello Dell'Utri e cioè che non è possibile tollerare la esistenza di giornali e giornalisti che scrivono di temi "ansiogeni". Per non lasciare nulla di inespresso furono anche indicate le trasmissioni da colpire: Annozero, Ballarò, Che tempo che fa, il Tg3, Blob, la satira di Gene Gnocchi, di Serana Dandini, di Enrico Bertolino, di Maurizio Crozza, e qui fermiamoci... Adesso il regolamento dei conti si allarga a tutti quei giornali che hanno osato alzare la voce contro la legge bavaglio.

"Mi avete rotto le scatole,attenti a voi....", sembra dire il Berlusconi in versione editto bulgaro.

L'avvertimento sarà probabilmente seguito dalla ormai prossima conquista integrale della Rai e dalla spietata guerra scatenata contro Sky, diventata emittente ostile, mandante del complotto comunista mondiale.

A questo delirio si potrebbe rispondere con una battuta e ricordando le preoccupazioni espresse dalla signora Veronica sullo stato di salute del marito.

Al di là della ironia resta la gravità di una pubblica minaccia rivolta contro la libera informazione o meglio contro quel poco che ancora resiste.

Per queste ragioni ci permettiamo di chiedere, per l'ennesima volta, alle autorità di garanzia, se tutto questo possa essere considerato normale. Può l'autorità antitrust fingere di non avere sentito?

Non si tratta forse di una turbativa di mercato? Può un presidente editore consentirsi queste insolenze che comunque produrranno effetti perversi? Ricordano le autorità la stagione nella quale alcuni investitori ritirarono la pubblicità dalla Rai?

Quanto meno vogliono far sentire la loro voce e richiamare l'imperatore a comportamenti più consoni?

Il presidente Napolitano, il giorno dopo l'approvazione della legge bavaglio, ha sentito il bisogno di richiamare il valore della libertà di informaziome e del pluralismo editoriale, dalle autorità di garanzia continua a non arrivare il più flebile respiro sulla materia.

Probabilmente hanno deciso di autodimettersi, se non altro avranno finalmente deciso qualcosa.


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13 Giugno 2009

Il bavaglio colpisce anche la Rete


Tutti uniti contro Berlusconi, avevamo scritto: dopo i risultati elettorali. Invece non basta più, bisognerà essere davvero uniti ma per riaffermare i valori costituzionali, non si tratta più di contrastare il delirio di una persona, ma di riaffermare i principi medesimi della legalità repubblicana. Quanto è accaduto nelle aule della Camera dei deputati non è solo l'ennesima legge ad personam e neppure una delle tante puntate della berlusconeide, si tratta invece di un passaggio chiave nella realizzazione di quel sultanato a reti unificate.

Non bastava il controllo assoluto dell’informazione radiotelevisiva ma era necessario colpire anche la Rete. Le recenti elezioni hanno dimostrato come Internet sia oramai rimasto il solo strumento utile per accedere ad una libera informazione, priva di controllo o censura, anche sui temi della politica. Evidentemente il Governo ha ritenuto di dover intervenire per reprimere anche l’ultimo spazio di democrazia attraverso un provvedimento che, pur non riguardando affatto la Rete, imbriglia e censura la libertà di opinione e di accesso alle informazioni, tutelata dalla Costituzione. Altro che conflitto di interessi.
Sotto il profilo giuridico, se ci riferiamo all’attività di informazione svolta dai mezzi di informazione tradizionali, la disciplina dell’accountability delle informazioni in vigore è già molto rigida ed ampiamente disciplinata poiché i giornalisti sono soggetti alla legge sull’ordinamento della professione di giornalista (legge n. 69/1963) e alla Carta dei doveri del giornalista e alla vigilanza da parte dell’Ordine.
La tutela dell’informazione in ambito comunitario arriva al punto che la stessa Corte europea ha dato risalto all’interesse generale alla divulgazione dei documenti nonostante la loro provenienza illecita.
Per quanto riguarda invece i siti di informazione “non tradizionali” costituiti perlopiù da semplici utenti (blogger amatoriali) va evidenziato che:

1. La norma proposta è in violazione di uno dei principi fondamentali espressi dalla nostra carta costituzionale (art. 21 Cost.) che autorizza la libera manifestazione di pensiero in tutte le sue forme salvo che non si tratti di attività contrarie al buon costume.
2. In caso di informazione veicolata attraverso siti informatici “non tradizionali”, la norma in vigore (art. 16, D.Lgs. 70/2003) dichiara che il prestatore del servizio (hoster) non è responsabile dei contenuti memorizzati salvo che non sia a conoscenza dell’illiceità dell’informazione. Con “informazione illecita” si intende una informazione contraria alla legge: le informazioni non veritiere o lesive della persona non sono sempre illecite.
3. L’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali sancisce, infatti, che il diritto alla libertà di espressione, tra cui si menziona la libertà di ricevere informazioni (dalle fonti della notizia), è tutelato senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche.

Ulteriore criticità è la concreta applicazione della norma proposta relativamente a:

1. La definizione e identificazione di siti di informazione, poiché la norma stessa risulterebbe di difficile applicazione nel caso di piattaforme che tipicamente ospitano contenuti realizzati da utenti terzi, perlopiù non identificabili direttamente ma tramite un indirizzo e-mail, come Youtube, Facebook, ecc.
2. La vigilanza per il rispetto del dettato normativo, soggetta ad eccessiva discrezionalità, o che rischierebbe di creare facili discriminazioni tra alcuni siti, probabilmente i più diffusi o gestiti da utenti “scomodi” rispetto all’intero universo dei blogger presenti in rete.

Tra l’altro giova portare a conforto di tale considerazione, il dibattito in corso a livello internazionale:
1) negli Stati Uniti, l’accountability dell’informazione fornita da siti di informazione “non tradizionali” o non di stampo giornalistico viene demandata alla capacità di discernimento della stessa utenza, con il risultato di perdita di utenti/credibilità di fronte ad una costante veicolazione di informazioni ritenute non veritiere;
2) in Francia, la Corte Costituzionale ha censurato proprio ieri la discussa legge su Internet, ribadendo la validità dei diritti fondamentali della libertà di espressione e comunicazione (che può essere limitata solo dall’Autorità giudiziaria) e confermando – al contrario di quanto sostenuto dal Ministro della Cultura francese - che Internet è un diritto fondamentale.

In queste ore tutti questi temi sono rimasti in ombra e le informazioni sostanziali non sono neppure arrivate ai diretti interessati. Le norme relative alla rete costituiscono un altro aspetto della aggressione in atto nei confronti del pluralismo editoriale già, profondamente sfigurato dai conflitti di interesse e dalle concentrazioni della proprietà e delle reti in pochissime mani.

In ogni caso non possiamo aspettare l'aiuto di una divinità e ancora meno di qualche pentito della maggioranza. Adesso è davvero giunto il momento di chiamare a raccolta e di unire quanti hanno davvero a cuore la Costituzione e in particolare l'articolo21 della Costituzione.
Contro questa legge è necessario attivare tutte le iniziative individuali e collettive possibile: dall'obiezione di coscienza alla costituzione di appositi siti per garantire ogni informazione di rilevanza sociale, dall'assistenza legale alla presentazione di denunce ed esposti alle competenti autorità internazionali e nazionali.


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11 Giugno 2009

Ci dissociamo


Ieri Beppe Grillo ha discusso la legge di iniziativa popolare in Commissione affari costituzionali di cui è presidente il senatore Carlo Vizzini (Pdl), lo stesso senatore che oggi compare sulle prime pagine di tutti i giornali al fianco di Cuffaro, Cintola e Romano (Udc) per aver ricevuto mazzette da parte di Ciancimino.

Beppe ha utilizzato un linguaggio semplice, ruvido ma comune, nulla di scandaloso, magari alcuni passi meno condivisibili di altri. Il suo discorso ed il video sono sul suo blog, potete leggerlo ed ascoltarlo senza intermediari parziali. Nel suo discorso ha rivolto appellativi ai politici e ai Parlamentari dicendo che “sei persone hanno deciso i nomi di chi doveva diventare deputato e senatore, hanno scelto 993 amici, avvocati e scusate il termine, qualche zoccola, e li hanno eletti.” e per questo le “donne di Palazzo Madama, compatte”, scrivono i giornali, lo hanno querelato.

Le parlamentari dell’Italia dei Valori non aderiranno a questa querela, primo perché condividono larga parte del discorso di Grillo, secondo perché non sappiamo se ci sia “qualche zoccola” in Parlamento, terzo perché ci riteniamo fuori da quel “qualche” che molto onestamente lascia spazio ad un distinguo.

Auguri Beppe per la proposta di legge popolare di cui ci faremo garanti dell’iter sia in Commissione che in Parlamento.


flash2.jpg "Delinquenti in libertà, blogger in galera"
"Il Ddl intercettazioni è un regalo alla mafia ed alla criminalità. Assassini, ladri, corruttori, violentatori, e delinquenti in genere ringraziano sentitamente il Pdl. Mentre i delinquenti resteranno impuniti, i blogger finiranno in galera ed ogni sito internet sarà equiparato ad una testata giornalistica. In un colpo solo si mette il bavaglio alla stampa ed alla rete. Siamo di fronte ad una norma vergognosa che premia i delinquenti, diminuisce la sicurezza, mette il bavaglio all’informazione e limita la libertà d’espressione. Abbiamo presentato un ordine del giorno per evitare il bavaglio alla rete, ma chiaramente il centrodestra lo ha bocciato. Non ci daremo per vinti ed offriremo tutto il supporto ai blogger ed agli utenti di internet attraverso i nostri siti perché non accettiamo limitazioni alla libertà di espressione".
Massimo Donadi


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27 Maggio 2009

Teleregime


In Italia c'è un regime, o almeno c'è un regime mediatico. Per alcuni no, per altri qualche rischio ci potrebbe essere. Agli scettici e ai cinici vorremmo proporre la cronaca di una giornata qualunque e vi giuriamo che non faremo neppure cenno al conflitto di interessi, anche per non turbare il riposo di quegli esponenti del centro sinistra che non sopportano questa orribile parolaccia.

Ebbene tra domenica sera e lunedì si sono consumati i seguenti episodi.

Le cronache sportive in tv, soprattutto sugli schermi della Rai, ci hanno deliziato con tutte le immagini possibili da San Siro in occasione di Milan Roma. Abbiamo saputo tutto sui fischi riservati da un gruppo di ultrà a Paolo Maldini, nel giorno del suo addio. Peccato che nello steso stadio altri firschi e beffardi striscioni dedicati alle veline fossero stati indirizzati nei confronti del Presidente del Consiglio, nonchè proprietario del polo unico Raiset, nonchè patron del Milan medesimo. Forse per non disturbare il riposo e la serenità dell'imperatore, alcune trassmissioni hanno deciso di non farne cenno. Eppure lunedì mattina la rosea, la Gazzetta dello sport, ha ritenuto di dedicare alla clamorosa contestazione una grande foto notizia con tanto di striscione.

Nelle stesse ore il servizio d'ordine mediatico di re Silvio ha sferrato una offensiva di rara violenza contro la trasmissione Report di Milena Gabbanelli, accusta di ogni nefandezza per aver osato mettere il naso nelle vicende delle frequenze tv, negli sprechi di Catania, nelle tante truffe quotidiane che travagliano la vita di milioni di italiani. La puntata, altro titolo di demerito, ha raggiunto punte record negli ascolti, un reato gravissimo per chi è Presidente del Consiglio e proprietario della concorrenza. Il ministro Bondi e Gasparri, per citare solo qualche nome si sono esibiti nell'abituale repertorio.

In realtà si tratta di un avviso diretto al direttore generale affinchè provveda, quanto prima, a rimettere in riga Rai Tre e il Tg3, buttando fuori dal video gli autori e i temi sgraditi al capo e indicati con grande precisione dal fedelissimo Marcello Dell'Utri in alcune interviste.

Come se non bastasse, il ministro La Russa ci ha fatto sapere che l'Unità assomiglia sempre più a Novella 2000 perchè continua ad occuparsi del caso Mills e di Noemi. La stessa sorte è stata riservata a Repubblica che ha osato solo pensare di poter porre domande all'attenzione del sovrano. Il ministro La Russa non apparve così indignato neppure quando alcuni giornali di famiglia, famiglia Berlusconi si intende, si dedicarono alla vita privata di Gianfranco Fini, con tanto di foto e di salaci commenti. Le vicende che riguardavano Fini non erano neppure lontanamente parogonabili a quelle di questi giorni, ma la cosa non suscitò grande emozione. Evidentemente anche a Fini poteva essere riservato qualche energico "massaggio mediatico". Per non parlare di quanto è stato detto, scritto e pubblicato sulla signora Veronica che, ricordiamolo, è stata la rpima a denunciare in modo circostanziato le stranezze del marito presidente, e non ci risulta che abbia ritrattato alcunchè.

Per completare il quadro basterà ricordare che quasi tutti i Tg ci stanno facendo ascoltare lo sdegno di Berlusconi e della sua corte, ma quasi nessuno ci ha letto qualche riga della sentenza Mills o i passi salienti delle accuse di Veronica o di Gino, il primo fidanzato di Noemi.

Chiunque continui a negare l'esistenza di un regime mediatico non può neache più implorare il beneficio della buona fede.

Per questo hanno fatto benissimo i sindacati dei giornalisti a convocare per giovedì prossimo a Roma al cinema Capranichetta, davanti alla Camera dei deputati, una manifestazione nazionale contro l'assalto in atto contro l'articolo21 della Costituzione e per radere al suolo quel poco che ancora resta della autonomia della Rai. Per questo vi invitiamo tutti a essere presenti.

I candidati rispondono
commentavideo1.jpg Giovedi 28 maggio dalle ore 11:30, diretta streaming con i candidati Niccolò Rinaldi, Cristina Scaletti, Carlo Rossetti e Milito Pagliara.

Pubblica la tua domanda come commento al video su Youtube. Le 10 domande più votate verranno poste in diretta ai nostri candidati.


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25 Maggio 2009

Recuperiamo l'informazione


Informazione: questo è il punto da cui partire. Non per massimalismo, ma perché se andiamo a guardare l'informazione nel nostro Paese è sempre peggio e sempre meno. Se n'è accorta anche un'organizzazione americana, non politica ed indipendente, che ha il curioso nome di “Casa della libertà”, fondata tra l'altro da Eleonora Roosevelt, moglie del presidente Roosevelt. Ai tempi non esistevano molti dei fenomeni di cui si parla ora, ma nel 2009 questa Freedom House ha stilato una classifica, prendendo atto che 3 paesi, molto diversi tra di loro ma forse con alcuni punti in comune, Iran, Israele e Italia sono scesi di classifica.

L'Italia arriva al 76° posto, considerato quindi tra i paesi “parzialmente liberi”. Perché “parzialmente liberi”? Penserete che la Freedom House si basa su impressioni del momento, ma l'organizzazione si basa su dati di fatto, strutturali, e dice che l'Italia precipita al 76° posto per due ragioni molto pratiche e concrete. La prima riguarda una proprietà esorbitante, classica di un conflitto d'interessi gigantesco, del Presidente del Consiglio rispetto al sistema televisivo.

Quando si trattò di mandare avanti il disegno di legge Gentiloni sul sistema televisivo il centro sinistra si squagliava. Proprio ieri ho visto Gentiloni, e dicevamo che effettivamente il centro sinistra non volle opporre alla legge Gasparri una nuova legge che limitava la pubblicità nel sistema televisivo e che creava una fondazione che avrebbe dovuto governare la Rai.

L'altra ragione strutturale per cui l'Italia precipita tra i paesi parzialmente liberi è molto concreta. Le associazioni mafiose nel nostro Paese sono cosi forti e presenti nelle relazioni sociali che molti non raccontano le cose che dovrebbero raccontare perché hanno paura, direttamente o indirettamente.

Mi capita spesso di essere intervistato da giornali della destra italiana, e la cosa divertente è che tutte le volte che mi intervistano fanno delle interviste abbastanza pulite però inzeppano sempre qualcosa che non ho mai detto. Un esempio è l'ultima intervista rilasciata a Il Giornale dove viene scritto che Di Pietro non mi entusiasma. E già, “sono scemo, se Di Pietro non mi entusiasma perché dovrei aderire al progetto dell'Italia dei Valori per cambiare questo Paese”, sarebbe assurdo, ma loro la devono dire questa cosa perché altrimenti i loro padroni protestano.

Abbiamo un'informazione malata e non in grado di andare avanti, d'altra parte i dati sono strutturali. Quando di 6 canali televisivi il Presidente del Consiglio ne è proprietario e controllore è già un dato. Andando a guardare i quotidiani, che oggi sono diffusi meno di quanto lo erano nel 1936, alba dell'Impero italiano, e c'era un numero altissimo di analfabeti, le ricerche dei linguistici dicono che almeno il 60% della popolazione non è in grado di legge e comprendere i giornali. Questi giornali hanno un'altra caratteristica, ossia che sono di proprietà di gruppi industriali che hanno tutti interessi con il governo in carica, quindi non possono dare fastidio al manovratore.

Questo è un Paese senza informazione. Certo, ci sono alcuni blog come quello di Beppe Grillo e Antonio Di Pietro, o come Articolo21 e Antimafia2000 che mi piacciono tanto, ma hanno un numero di lettori troppo bassi rispetto a quello della carta stampata e della televisione.

Non esiste una situazione simile in Europa. E' vero che in tutto il pianeta c'è una concentrazione notevole dei media che costituisce un difetto per una democrazia effettiva, ma rispetto alla Francia, agli Stati Uniti, alla Germania, noi siamo ad un livello di sotto sviluppo. L'Italia è un Paese che in tanti momenti ha avuto una cultura capace di parlare agli italiani, agli europei e ai paesi occidentali, ma che oggi è un Paese gravemente malato sul piano dell'informazione. Parlare oggi del conflitto d'interessi gigantesco, che non ha soltanto il Presidente del Consiglio ma anche tanti altri uomini politici, non si può fare, come non si può parlare di questa asfissia informativa. Molte notizie non le sappiamo.

Durante una discussione di Articolo21 è intervenuta la Presidente della provincia de L'Aquila, la quale ha raccontato che il modo in cui la televisione parlò del terremoto e di come vivono i terremotati non corrisponde al “film” che lei vive sul campo. Aveva detto che la Commissione grandi rischi era andata a L'Aquila qualche giorno prima dicendo a tutti di stare tranquilli, tanto è vero che alla prima scossa delle 11 nessuno si era mosso perché la Commissione aveva detto che non c'era pericolo, ma nella seconda scossa è saltato tutto per aria. Però, dopo che la Presidente della provincia de L'Aquila ha detto tutto ciò in una trasmissione televisiva non l'hanno più invitata da nessuna parte perché diceva la verità, e la verità è una merce che non si può portare in giro in questo Paese.

Mi chiedo: se questo è il sistema dell'informazione, è possibile che tutti gli italiani lo accettino tranquillamente? Possibile che salvo 4 gatti, che siamo noi, nessuno faccia qualcosa per andare contro a questa situazione che non è quella di un Paese civile? Devo sempre ricordare che mi ha intervistato la televisione sud coreana perché preoccupata che il modello Berlusconi si instaurasse anche nella Corea del Sud, un Paese non europeo. La situazione è questa e peggiora sempre.

Un gruppo come quello de l'Espresso, che qualche anno fa era in una posizione di critica del sistema di potere dominante, ora lo vediamo molto più tranquillo, meno conflittuale, “bisogna andare d'accordo”. Ma con chi dobbiamo essere d'accordo? Con il grande monopolista delle televisioni? Ma è possibile pensare ad un accordo con un sistema pre-capitalistico? Questo non è un sistema capitalistico, è molto più feudale che capitalistico.

Sento un grande interesse ai discorsi che fa Luisa Capelli sulla Rete, dove anche io trovo qualche spazio maggiore. Però devo sottolineare che Rete e mezzi d'informazione hanno un loro legame. Infatti, si sentono attacchi contro i blog, che stanno dando fastidio in un sistema cosi blindato e organizzato in maniera corazzata.

Un Paese senza informazione non respira, non fa circolare la cultura. Un Paese come questo fa si che non si possano comunicare progetti culturali.

Non sono, nonostante questo, del tutto pessimista, però ritengo che il problema non sia soltanto di chi fa politica attiva, ma di tutti gli italiani. Che si rendano conto di questa situazione e facciano qualcosa insieme a noi per cercare di modificare le cose. La legge Gasparri sulle televisioni che il centro sinistra non ha messo in discussione e modificare è una legge abnorme.

Se uno legge il testo della legge Gasparri vede che la sua preoccupazione non è di porre i limiti antitrust, ma quello di allargare lo spazio che i duopolisti possono aggiungere alle loro trasmissioni,. Scrivere un legge di questo tipo significa non uscire dall'idea dell'abolizione di ogni effettiva concorrenza all'informazione, ma di trovare aggiustamenti all'interno dell'oligopolio.

Non bisogna disturbare John Neville Keynes o John Robbins per parlare contro gli oligopoli, basta leggere tutta la letteratura anche del governo precedente per rendersi conto che un Paese senza concorrenza e libertà informativa rischia di morire.


Postato da Nicola Tranfaglia in | Commenti (45) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

19 Maggio 2009

I fatti separati dalle opinioni


La democrazia effettiva può poggiare solo sulla conoscenza perché solo il cittadino consapevole può prendere decisioni responsabili. Al contrario, il cittadino inconsapevole è facile preda della manipolazione.
Per garantire i vantaggi assicurati dalla conoscenza è necessario che i cittadini possano attingere a un'informazione il più possibile rispettosa della verità e aliena dalla falsificazione.
Poiché non esiste giudizio certo e indiscutibile per garantire la verità dell'informazione, è fondamentale che le sue fonti siano molteplici e di diverso orientamento. Ma ancora di più sarebbe necessaria l'indipendenza dal potere politico. E' davvero possibile?
Il dettato classico dell'informazione pura è: i fatti separati dalle opinioni. Facile a dirsi, meno a farsi. Gli editori e i direttori degli organi di informazione vivono nel mondo reale, avviluppati in una rete di rapporti economici, sociali, politici e quindi possono esprimere opinioni proprie, farsi liberamente portavoce di opinioni altrui, o possono appoggiare interessi contrapposti ad altri interessi.
Per questo, nel nostro paese, dove spesso prevale l'opacità, sarebbe essenziale la trasparenza.
In Italia l'informazione vive in una condizione infelice, per sé stessa e per i cittadini perché il potere politico coincide con il possesso dei più potenti strumenti d'informazione. Le sue possibilità di manipolazione sono vaste e profonde.
I cittadini consapevoli ogni giorno, di fronte all'ultima notizia, possono nutrire il legittimo sospetto: tutto ciò che credo di sapere potrebbe non essere vero.
Perciò è necessario lottare per un'informazione libera e indipendente dal potere politico.
Ne discuteremo domani 20 maggio, a Milano, presso il Circolo della Stampa, con il Presidente Antonio Di Pietro e i candidati alle europee Sonia Alfano, Luigi de Magistris e Carlo Vulpio.

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18 Maggio 2009

Diaz, una ferita ancora aperta


Ci troviamo davanti alla scuola Diaz di Genova, alla quale ho dedicato una ricostruzione dei fatti del G8: un fumetto.
La ricostruzione si basa sul documento della Procura della Repubblica, la memoria illustrativa, che un amico Avvocato mi ha affidato dicendomi: devi assolutamente fanne uno spettacolo teatrale, perché le persone devono assolutamente sapere
Ho cominciato a leggere questo documento e in breve sono stata assolutamente concorde con l’amico. Sì, le persone devono sapere, solo che lo spettacolo teatrale mi è sembrato poco. Ho voluto cercare un mezzo che fosse capace di diffondersi maggiormente, quindi sono arrivata all’idea del fumetto. Un lavoro basato tutto su documenti, e a questo ci tengo molto: non c’è una parola di mio, riprendo i verbali, riprendo i documenti, c’è solamente il commento di un agente che fa osservazioni di buonsenso, ma è molto riconoscibile e identificabile. 
E’ un fatto, questo della Diaz, che porta ancora una ferita aperta per Genova e per l’Italia. Ne va molto della credibilità del nostro Paese. Teniamo conto che la maggior parte di questi ragazzi, che si trovavano presso la scuola Pertini perché era stata assegnata loro come dormitorio, erano in molti di loro addormentati e colti nel sonno, pestati in maniera sanguinaria: questo nessuno assolutamente lo nega. 
Di fronte alla scuola Pertini abbiamo la scuola Pascoli, quella che di fatti si chiama scuola Diaz e che si compone di questi due edifici scolastici. Come si può vedere, dalla scuola Pascoli si può osservare quello che avviene alla scuola Pertini. La scuola Pascoli era stata assegnata dal Comune di Genova in maniera del tutto ufficiale al Genoa Ligal Forum e Genoa Social Forum che vi avevano posto i personal computer, le ricerche, la sala degli Avvocati, dove ricostruivano e raccoglievano le testimonianze di quanto era avvenuto durante quei giorni, dagli gli assalti della polizia e le vittime degli stessi. 
Cos’è accaduto a questo punto? Che prima ancora, o contemporaneamente, all’incursione fatta alla scuola Pertini, la Polizia Municipale si era recata nella scuola Pascoli, sequestrando tutto il materiale con cui era possibile riprendere ciò che avveniva di fronte: telefoni cellulare, videocamere, macchine fotografiche. Inoltre, erano entrati nell’aula degli Avvocati distruggendo i personal computer, per cui c’è anche un aspetto di peculato perché sono stati distrutti personal computer che erano di proprietà del comune, quindi proprietà di noi tutti, rimuovendone le memorie e portate via in sacchi neri tipici della spazzatura.
Questo perché? In base a cosa? Una perquisizione del tutto arbitraria. Quello che sconvolge sono le spiegazioni: “Abbiamo sbagliato edificio, non dovevamo andare lì, ma non conoscevamo i luoghi e quindi…”. Uno sbaglio abbastanza articolato se si va con sacchi di plastica, si distruggono i personal computer e si rimuovono le memorie. Qualcuno, però, è riuscito a fuggire sui tetti, continuando la ripresa di quanto avveniva nella scuola Pertini. Questa ripresa ha costituito una testimonianza che ha costretto la polizia a cambiare le versioni dei fatti che avevano fornito in prima istanza: le versioni sono state cambiate e spesso ci si appellava a voci fantomatiche.
Cos’è accaduto? “Qualcuno aveva detto che succedevano alcune cose”. Chi l’ha detto? “Beh, chi l’ha detto non si sa, c’era confusione e quindi non è stato possibile poi risalire alla fonte di queste false notizie”. Ma false notizie sulla base delle quali la Polizia, che dovrebbe tutelarci, ha fatto veramente, lo sappiamo, una carneficina, sulla base di un qualcosa di assolutamente non ricostruibile. 
L’incursione era stata consentita perché si sospettava vi fossero armi da guerra, che non sono state trovate per quanto la perquisizione abbia poi raccattato materiale di edilizia, assolutamente non sono confondibili con armi di nessun tipo, tanto meno da guerra. Per cui, a un certo punto, sono spuntate le fatidiche molotov, in realtà trovate durante il pomeriggio, in altro luogo, e sono state portate sui luoghi per creare la prova che in realtà non c’era
Chi ha portato le molotov è stato poi condannato nel processo, ma chi le ha portate materialmente? I vertici della Polizia che le hanno utilizzate, riconosciute come prove, hanno invece detto: “Mah, a noi è stato detto che erano state trovate lì”. Da chi? “Mah, non si sa, c’era confusione e noi abbiamo pensato che se qualcuno ce le dava lì, queste erano state trovate lì”. 
Sappiamo che anche questa prova si è volatilizzata e non l’abbiamo più a disposizione. Una cosa sconcertante è stata la difesa dei vertici della Polizia, perché non posso, io cittadina, accettare che le persone a cui affido la tutela della mia sicurezza poi producano cose come queste. Vi faccio vedere un verbale di arresto mendace, chiaro ed evidente, da nessuno smentito, firmato da 15 persone. Un documento di questa portata viene generalmente firmato con nome e cognome riconoscibili, stampati e poi accanto la firma. No, questo è firmato con una serie di scarabocchi indecifrabili, tanto che l’identificazione dei sottoscrittori ha richiesto un’indagine da parte della squadra mobile, e quindi, in realtà, da colleghi. 
Tra tutte queste firme è molto visibile un punto interrogativo: c'è una firma che tutt’oggi rimane indecifrata. Vorrei far riflettere sull’assurdo: un atto pubblico anonimo è una contraddizione in termini e la Procura l’ha stigmatizzato. Nessuno si fa avanti e si assume la responsabilità di avere sottoscritto questo atto. 
Bisogna essere per forza antimilitaristi per condannare l’operato dei vertici della Polizia in questo episodio? E' la domanda che ho fatto a Nando Dalla Chiesa, prefattore del fumetto, un uomo di sicura fede democratica ma anche figlio di un militare, il quale ha risposto: “No, non bisogna essere antimilitaristi, ma bisogna anzi  amare le forze dell’ordine e la loro funzione, per essere i primi a ribellarsi di fronte a quanto è accaduto e quanto è stato fatto”. 
I vertici della Polizia non sono stati chiamati a rispondere del loro operato, ma solamente chi ha ubbidito poi di fatto ha subito condanne, non chi ha comandato. Questo credo sia gravissimo, perché quando le forze dell’ordine agiscono in maniera così fortemente sovversiva è un fatto che dovrebbe coinvolgere veramente tutti. Non si può parlare di legalità e di garanzia se non c’è la responsabilità. Chi può agire, chi ha le armi in pugno, chi ha il manganello, deve essere più responsabile di qualsiasi altro del proprio operato, altrimenti nessuno di noi assolutamente è garantito! 
Quello che ho voluto fare con questo fumetto è proprio fare arrivare ai fatti, non a chi su questi fatti aveva già una convinzione, ma a chi tutto sommato poteva essere esitante: coloro che portano con se valori che vanno nella direzione di una difesa delle forze dell’ordine, ebbene, dovrebbero essere veramente i primi a ribellarsi a quanto è accaduto. 
Hanno agito in quale modo? Hanno agito certi di una copertura politica, certi dell’impunità. Questo è l’aspetto che dovrebbe veramente preoccuparci di più. Queste persone non solo non sono state chiamate a rispondere, ma sono state promosse. Sul fatto Diaz bisogna assolutamente ritornare, non possiamo andare avanti come se nulla fosse, portandoci dietro una ferita e un’immagine del nostro paese che veramente ci offende, che ci preoccupa. 
In una delle pagine di questo fumetto abbiamo un esame comparativo dei certificati medici: da una parte i certificati che riguardano la Polizia, con 17 referti refertati in casa, dall'altra quelli che riguardano invece le vittime, 62 referti refertati in struttura ospedaliera. 
Il documento della Polizia riporta: “spiegazione della dinamica lesiva da parte degli offesi: nessuna. Contusioni, distorsioni, stiramenti e una escoriazione. Presumibile causa accidentalità nel corso dell’operazione, in alcuni casi ammessa dagli agenti, difficile pensare a colluttazioni. Tempo di guarigione massimo 10 giorni”.
Il documento della struttura ospedaliera riporta: “spiegazione della dinamica lesiva da parte degli offesi: dettagliata. Traumi cranici e fratture agli arti superiori, ferite nella quasi totalità dei casi. Presumibile causa colpi ricevuti da soggetto a terra in posizione di difesa. 28 ricoveri di cui 3 in prognosi riservata”. 
La domenica successiva in Questura c’è stata la conferenza stampa e durante la quale la portavoce del Dott. Sgalla, che è l’addetto alla comunicazione del capo ufficio stampa della Polizia, dichiara letteralmente questo: “Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite”. 
La Polizia ci viene a dire che questi 62 giovani che hanno presentato ferite già le avevano. Vedendo quale era la gravità delle contusioni e delle ferite, questi giovani si sono, come minimo, trascinati moribondi alla scuola Diaz. Possiamo accettare che la Polizia ci dia una versione dei fatti di questo tipo? Credo proprio di no.
Torniamo in Europa ricostruendo la nostra immagine, la nostra credibilità, riportandoci allo stato di Paese dignitoso, democratico, sicuro, e non come Paese canaglia. Lo stato di diritto è stato compromesso, ma non possiamo lasciare aperta questa ferita: la dobbiamo risanare in maniera convincente per tornare in Europa dignitosamente.



15 Maggio 2009

Informare per resistere


Stanno fagocitando il nostro paese. Razziando ogni risorsa disponibile. Indebitando noi ed i nostri figli. Ripristinando le leggi razziali. E nessuno né da notizia. Giornali e televisioni continuano a riportare le farneticanti menzogne di destra e sinistra mentre Freedom House bolla l'Italia come “parzialmente libera” in quanto a libertà d'informazione.

Bisogna resistere e per resistere è necessario conoscere. Ed è proprio per informare su quello che ci sta accadendo intorno, per dire a gran voce tutto quel che ci viene sapientemente nascosto, che oggi alle 21 sarò a Palermo, al Giardino Inglese, insieme a Beppe Grillo, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi.

L'informazione libera è il perno centrale della democrazia e quando diviene “parzialmente libera” vuol dire una sola cosa: regime.

L'Europa è l'unica arma che ci resta contro il regime ed è per questo che mi candido al Parlamento Europeo.
Lo sto facendo nelle liste di Italia dei Valori rispondendo ad un progetto di straordinaria importanza come quello che Antonio Di Pietro sta attuando aprendo il proprio partito a persone come me, Carlo Vulpio, Luigi De Magistris e dunque alla società civile.

In Europa non sarò sola. Sarò in compagnia di tutte le persone del Movimento Grillo e di tuytte le persone che condividono i nostri stessi ideali, perchè è con loro che ho iniziato il mio percorso ed è al loro fianco che vorrò continuare a resistere. Andiamo in Europa, tutti insieme, per impedire ai nostri politici di rubare i fondi europei stanziati per l'Italia, per fermare l'ascesa delle mafie nell'economia dei paesi membri ma sopratutto per difendere la Democrazia e la Costituzione in memoria della quale migliaia di italiani hanno donato la propria vita. La resistenza riparte da Palermo, le cui strade odorano ancora del sangue di migliaia di persone morte in difesa della democrazia.



12 Maggio 2009

Verso una Societa' della conoscenza


La Cultura e l’Europa - Verso una Società della conoscenza” è il convegno organizzato da Italia dei valori, oggi alle 11 a Roma, nella sala Capranichetta dell’hotel Nazionale, e in diretta streaming da questo sito

Il convegno/dibattito vedrà a confronto quattro euro candidati dell’Italia dei Valori, esponenti illustri della cultura italiana, impegnati sui temi della libertà, della cultura, dell’informazione, dell’università e della ricerca, in Italia e in Europa.

Partirà Luisa Capelli, che da anni si occupa delle libertà e dei diritti connessi alla diffusione delle tecnologie digitali, col tema: ‘Libertà di conoscenza: diritto all'accesso e alla condivisione’.

Seguirà poi l’intervento di Giorgio Pressburger, regista, scrittore, drammaturgo e giornalista, con ‘La cultura in vendita - Arte, società, spettacolo’.

Nicola Tranfaglia, deputato al Parlamento italiano e componente della Commissione cultura, scienze, istruzione e della Commissione per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, svilupperà invece l’argomento ‘Un paese senza informazione’.

E per finire Gianni Vattimo, filosofo e politico, già membro della Commissione temporanea sul sistema d’intercettazione satellitare “Echelon”, parlerà di ‘Università e ricerca: no al mito americano’.

A moderare l’incontro il senatore dell’Idv Pancho Pardi che affiderà le conclusioni ad Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori.



8 Maggio 2009

La morale al tempo di Porta a porta


E’ sempre colpa della sinistra! A prescindere, avrebbe aggiunto Totò.

Per la prima volta, nel lessico del Premier, scompare il sostantivo comunista, utilizzato ogni qual volta c’è stata necessità di lanciare accuse di remare contro, per far posto a un più generico la sinistra. Che fa perfettamente il paio con la signora, termine con il quale Berlusconi ha liquidato la propria consorte all’inizio della prima botta e risposta tra i due dopo l’esternazione pubblica di Veronica Lario contro il ‘ciarpame senza pudore’, riferendosi alla prevista presenza delle veline nelle liste Pdl per le elezioni europee. Anche in questo caso è stata colpa della sinistra che avrebbe sobillato e riempito la testa di strane idee controrivoluzionarie la propria consorte, come se la questione della qualità delle candidate non fosse stata posta in primis dalla Fondazione FareFuturo del Presidente Fini rivendicando, appunto, di aver posto un problema culturale e politico, non di aver fatto gossip.

E non è certo di gossip che voglio parlare ma certamente una riflessione tra ciò che è pubblico e ciò che è privato è necessaria. Fin dagli anni ’70 si è sviluppato un dibattito su questa questione e la sintesi tra le due contrapposizioni si concretizzò nel famoso “il personale è politico”. Il nostro Presidente del Consiglio, dalla dirompente discesa in campo nel 1994 a oggi, ha scelto di vivere una vita pubblica la cui apoteosi fu ben rappresentata da quella pubblicazione fatta avere a milioni di italiani nel 2001 e che raccontava, anche per immagini intime e familiari, il suo percorso imprenditoriale e politico. Questa scelta, tutta politica appunto, gli ha procurato il consenso e la popolarità che con sapienza, e insipienza della sinistra, ha rafforzato in questi anni anche con l’accondiscendenza di una stampa ben addomesticata (la stessa stampa che si è poi scagliata, come si fa con una muta di cani, volgarmente e ignobilmente contro la Lario, sprezzantemente definita velina ingrata, e probabilmente quella che ci fa meritare di essere classificati, in quanto a libertà di stampa, dietro al Benin).

L’ultimo episodio giornalistico è proprio l’apparizione del Premier alla recente puntata di Porta a porta, palcoscenico ideale per i suoi accessi narcisistici e per quelli di Bruno Vespa, senza contraddittorio, con giornalisti fin troppo benevoli e per di più in palese violazione della par condicio. Quello che colpisce molto in questa vicenda è l’assenza di commenti della maggioranza politica che lo sostiene, ben nascosta dietro il “Non possiamo interloquire, sono fatti privati tra moglie e marito”, soprattutto con riferimento alla grave e reiterata accusa della, si può dire, ex moglie sui rapporti tenuti in passato da Berlusconi con una ragazza oggi diciottenne, che lo definisce "Papi".

Non è più una vicenda privata quella che si sta dipanando tra il Cavaliere e la Lario in virtù del fatto che proprio quest’ultima ha pubblicamente denunciato (l’aveva già fatto due anni fa sempre su Repubblica) la discutibile etica politica, la superficialità nei comportamenti e, aggiungo, le esternazioni che in questi anni hanno fatto il giro del mondo, di Berlusconi. Quando si giunge, e poi lo si rafforza e lo si coltiva con cura, al degrado politico e morale cui Berlusconi sta abituando una buona fetta di italiani e allora, senza esagerazione, mala tempora currunt.


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7 Maggio 2009

Lotta per l'informazione, lotta per la sopravvivenza


Siamo stati così abituati, dalla nostra educazione moralistica, a distinguere l’informazione dalla “formazione”, che non ci viene più nemmeno in mente di mettere in dubbio che sia così. Sarebbe ora di cominciare a dubitare che la "formazione”, cioè l’educazione che tocca profondamente la personalità, che la struttura in vista dell’assunzione i responsabilità sociali ed etiche, sia qualcosa di veramente distinto dalla informazione. Chi ha sempre sostenuto la distinzione sono quelle agenzie educative che si presentano come depositarie di un nucleo di verità – sull’uomo, l’esistenza, la vita e persino l’al di là – indipendente dalla casualità delle vicende storiche. I maestri di spiritualità, per lo più nella nostra tradizione i cristiani, hanno sempre messo in guardia dalla "curiositas" – o, come anche l’hanno talvolta chiamata,il “prurito di udire”. Dimenticando che lo stesso Vangelo è, anzitutto, lieta novella, cioè informazione, notizia.

Si può cominciare di qui una riflessione sul tema “cultura e informazione”, anzitutto per sottolineare l’importanza che l’informazione ha nella costruzione di una cultura, intesa come quel patrimonio stabile di convinzioni, credenze, valutazioni, che stanno alla base di una personalità e che sono anche il nocciolo di una “cultura” in senso antropologico, quella intelaiatura di idee, ideali, valori che distinguono una società da un’altra e che sono, in tanti sensi, la “sostanza” su cui noi tutti ci reggiamo. Il diritto a un’informazione non manipolata è dunque un diritto umano fondamentale, senza di cui non si costruisce nessuna personalità capace di sussistere nel mondo con una propria continuità e dunque anche con una capacità di progettarsi la vita.

La lotta per l’informazione è una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Di qui la centralità che, per un programma politico, non può non avere la libertà dei flussi di informazione, la molteplicità delle voci, la lotta contro ogni monopolio informativo e contro le pretese di una verità di stato. Un politica rispettosa della cultura e del diritto all’informazione non può che essere una politica “babelica”; cioè consapevole che il modo migliore per dire e conoscere la verità è rifiutarsi di identificarla con una qualche espressione unica e definitiva. Non ci sono “fatti” ultimi su cui si possa verificare la verità di una proposizione. Possiamo solo difendere la possibilità che ci siano molte e libere interpretazioni Sarà un po’ più faticoso che aspettare che qualcuno – papi, governi, comitati centrali, scienziati – ci dica la verità. Ma senza Babele non saremmo più nemmeno umani.

Comunicazione IDV Staffconvegnobanner.jpg
Martedi 12 maggio a Roma alle ore 11:00, presso la Sala Capranichetta in P.zza Montecitorio 125, si terrà il convegno "Torniamo in Europa - Verso una Società della conoscenza", organizzato dall'Italia dei Valori al quale parteciperanno illustri candidati al Parlamento Europeo come Luisa Capelli, Giorgio Pressburger, Nicola Tranfaglia e Gianni Vattimo, il senatore Pancho Pardi nei panni del moderatore ed il Presidente dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro.



5 Maggio 2009

Acqua pubblica, anche a Torino


Pubblico una mia video intervista, realizzata dal nostro inviato, in merito alla delibera della fusione Iride-ENIA e la privatizzazione dell'acqua a Torino.

Inviato IDV: Raffaele Petrarulo cosa è successo negli ultimi due giorni a Torino in tema di acqua?
R.Petrarulo: E' successo che è passata una delibera della fusione Iride-ENIA, che contemplava anche la privatizzazione dell'acqua. Noi, come Italia dei Valori abbiamo presentato un emendamento molto importante: che l'acqua rimanga in mano pubblica. C'è stato negato, nonostante questo a Genova fosse avvenuto. Naturalmente il voto dell'Italia dei Valori, senza se e senza ma, è contro la privatizzazione dell'acqua in maniera pubblica, le reti devono essere pubbliche a garanzia dei cittadini e a garanzia di tutte quelle persone che non possono pagare delle tariffe non concorrenziali.

Inviato IDV: Avendo votato contro poi cosa è successo?
R.Petrarulo: C'è stata la dichiarazione del sindaco Chiamparino che ha detto che siamo fuori dala giunta. Noi abbiamo risposto che non ci ha mai fatto entrare in giunta. Sicuramente non accetteremo nessuna imposizione perché sui temi della privatizzazione dell'acqua la posizione del presidente Antonio Di Pietro è chiara: no alla privatizzazione, l'acqua deve restare in mano pubblica. Avremo dei chiarimenti col sindaco da lunedì in avanti. Sicuramente noi siamo alleati per il programma con il Pd, ma non accettiamo imposizioni per quanto riguarda reti pubbliche, acqua, idriche e termiche.

Inviato IDV: Se passerà cosa succederà poi nei fatti?
R.Petrarulo: Noi abbiamo dei problemi a livello nazionale perché se il controllo dell'acqua non verrà dato effettivamente in mano pubblica, come quell'emendamento che noi volevamo bloccare del 51%, sicuramente dovremo fare dei lavori, sia a livello nazionale che locali, affinché questa maggioranza sia finalmente pubblica, o che ci sia una maggioranza pubblica che poi nei fatti diventa privata.

Inviato IDV: Nei fatti cosa accadrebbe? Ci sarebbe un aumento delle bollette e del costo dell'acqua a carico dei cittadini? E quanti sarebbero i cittadini coinvolti?
R.Petrarulo: Bèh, lei pensi questo: nei fatti tutto questo può essere opinabile, ma sicuramente in mano pubblica i consigli comunali hanno il dovere e il diritto di poter incidere sulle tariffe perché vengono sancite anche dai consigli comunali.
In mano privata, mi permetto di dire, decidono i Cda, e i Cda non sempre sono l'espressione dei cittadini che hanno votato i partiti politici. Che sia la politica pubblica a dare quei segnali seri di pubblicità per quello che riguarda l'acqua a livello globale. E si ricordi che qui non stiamo parlando di diecimila persone, ma parlamo di milioni di persone che verrebbero investite da questa grande area di fusione, che Iride-ENIA, quindi Torino Genova, con tutte le reti che poi ne saranno conseguenti.

Inviato IDV: Chi ci guadagnerebbe da questa operazione?
R.Petrarulo: Se viene fatta in una maniera opulata e seria possono guadagnarci tutti, è naturale che se noi non abbiamo un controllo, di fatto, dalla partenza, non potremo sapere chi alla fine ci va a guadagnare. Vi assicuro che se c'è il pubblico, il pubblico decide e può fare tariffe. Se c'è un privato, nessun privato, che io conosca come professionista, va a fare un lavoro in perdita per garantire qualcun altro.

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3 Maggio 2009

L'Italia non e' un Paese libero


Nel rapporto 2009 di Freedom House (organizzazione non-profit e indipendente fondata negli Stati Uniti nel 1941 per la difesa della democrazia e la libertà nel mondo) l’Italia viene retrocessa per la prima volta da Paese 'libero' (free) a 'parzialmente libero' (partly free), unico caso nell'Europa Occidentale insieme alla Turchia.

Un declino che dimostra come anche democrazie consolidate e con media tradizionalmente aperti non sono immuni da restrizioni alla libertà. Su un punteggio in scala a 100 (i meno liberi), l’Italia ottiene 32 : è l’unico Paese occidentale con una pagella così bassa. I migliori restano le nazioni del Nord Europa e scandinave: Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia.

Secondo Karin Karlekar, la ricercatrice che ha diretto lo studio, il “problema principale dell’Italia è Berlusconi, poiché il suo ritorno nel 2008 ha risvegliato i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida”, sostiene. “La libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e a causa dell'eccessiva concentrazione della proprietà dei media".

Poco più di un terzo dei 195 Paesi esaminati garantiscono attualmente la libertà di stampa: sono classificati 'free' solo 70 Stati, il 36% del campione. Sessantuno (il 31%) sono 'parzialmente liberi' e 64 (il 33%) sono 'non liberi'. Secondo l'indagine, solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi che godono di una stampa libera.


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19 Aprile 2009

Normalizzazione informativa di governo


E’ proprio così, o si fa parte del coro unanime plaudente alla magnifica opera di soccorso, alla superba e tempestiva efficienza dei soccorsi ai terremotati dell’Abruzzo da parte di Governo e Protezione civile (che, va detto, pure ci sono stati), o altrimenti si finisce per essere accusati di remare contro l’azione governativa e sottostare agli strali della furia censoria che mal tollera quanti si rifiutano di fare da pilastro al pensiero unico, all’unanimismo dal sapore fortemente anti-democratico.

Naturalmente i portatori d’acqua al Governo non mancano mai, soprattutto nell’informazione, e nel caso della trasmissione di Annozero dedicata al terremoto, quella dello scandalo e delle offese, si sono visti più che mai all’opera con accuse di indecenza, faziosità e sciacallaggio rivolte al conduttore. Si può legittimamente dissentire da quello che pensa Santoro o da come conduce la sua trasmissione, ma le accuse appaiono francamente pretestuose, segnale evidente di irritazione e intolleranza per quel giornalismo non accomodato che fa un apprezzabile sforzo per districare le notizie dalla melassa delle immagini e commenti stucchevoli di dolore e rovina.

Dove è allora lo sciacallaggio? Nel preferire di far vedere quei volti di giovani sopravvissuti al crollo della Casa dello studente, arrabbiati per non essere stati ascoltati? Nel mostrare quei pilastri sottodimensionati, confezionati con sabbia, questa sì indecente? Oppure, mostrare con solerzia e dovizia le passerelle elettorali di ministri e funzionari nei paesi distrutti? La qual cosa, si apprende, ha anche provocato il risentimento del Premier, il quale ha ribadito che sul luogo del terremoto ci si deve andare solo per fare. Ma, occorre purtroppo rilevare che ormai lo scontro sulla ‘corretta’ informazione in questo Paese sembra alzare sempre più il tiro e questo appare in linea con la richiesta di una puntata ‘riparatrice’ di Annozero a favore della Protezione civile, tanto ‘bistrattata’ nel corso della prima puntata dedicata al disastroso terremoto in Abruzzo (disastroso, va detto, non per la magnitudo del sisma, giudicato di grado medio, ma da come sono state costruite le case e dalla sottovalutazione di alcuni allarmi inascoltati che lo hanno preceduto).

La censura al vignettista Vauro, sospeso dalla trasmissione, è stata poi la conclusione ingloriosa di questa vicenda che speriamo non rappresenti l’inizio di una normalizzazione informativa che stabilisce d’imperio ciò che è ‘indecente e disgustoso’ e ciò che non lo è. Ma su questo c’è da dubitare molto se, a quanto pare, a rischio è anche la trasmissione condotta dalla tenace Milena Gabanelli che con il suo Report sembra aver ultimamente recato palese fastidio al titolare dell’economia, Tremonti, la sera in cui ha mandato in onda un servizio giornalistico, molto efficace e documentato, sulla reale situazione della distribuzione della cosiddetta social card.

Come dire: al peggio non c’è mai fine.


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16 Aprile 2009

Abruzzo: io non mi pento


Io comprendo le difficoltà che sta vivendo il Presidente della Regione, che sono poi le difficoltà che sto vivendo anch'io e che sta vivendo tutta la popolazione abruzzese, in particolare i nostri fratelli aquilani. Tuttavia non posso esimermi dall'esprimere la mia contrarietà rispetto ad una serie di dichiarazioni che si stanno accumulando giorno dopo giorno e che credo possano raggiungere un risultato inverso al risultato che tutti gli abruzzesi vogliono raggiungere.

Anzitutto la fiducia. C'è bisogno di restituire, recuperare, alimentare la fiducia dei cittadini aquilani, delle classi dirigenti, degli amministratori locali. Bisogna infondere la convinzione che l'Abruzzo portà farcela, e in un'occasione come questa per Gianni Chiodi dichiarare che se avesse saputo del terremoto non si sarebbe mai candidato alla Presidenza della Regione costituisce una specie di ammissione alla fuga, una sorta di disimpegno francamente inaccettabile. Dal mio punto di vista sono invece felicissimo di avere invece rinunciato alla carica di deputato, e di avere avuto l'opportunità straordinaria di essere nel Consiglio Regionale, qui in Abruzzo, al fianco degli abruzzesi. Non si può dire quindi "abbiate fiducia" e al tempo stesso annunciare che se avesse saputo di questa disgrazia avrebbe evitato di candidarsi a questo ruolo. E' un ruolo che gli abruzzesi gli hanno assegnato ed è un ruolo che deve continuare ad esercitare fino in fondo.

C'è poi un'altra dichiarazione imbarazzante, pericolosa, ed è la dichiarazione che tende a sottovalutare il rischio di infiltrazioni criminali, mafiose nella gestione degli aiuti. Non è un rischio paventato da cittadini comuni. E' un rischio al quale ha fatto riferimento il procuratore nazionale antimafia. E' un rischio al quale ha fatto riferimento il procuratore della Repubblica dell'Aquila. E' falso affermare che in Abruzzo non esiste questo pericolo. Ci sono quindici immobili sequestrati alla mafia soltanto nella provincia dell'Aquila negli ultimi mesi. E quindi se in condizioni normali la popolazione abruzzese ha vissuto il tentativo di infiltrazione della mafia, figuriamoci in un contesto che vedrà riversare sul nostro territorio una quantità elevatissima di investimenti. Ieri si parlava di 12 miliardi di euro. Io quindi sono invece preoccupatissimo dal rischio che la criminalità organizzata guardi all'Abruzzo come a una grande opportunità. Tutti dobbiamo essere preoccupati. Questa preoccupazione evidentemente deve servire a stimolare la voglia di controllare, la voglia di sapere, la voglia di seguire le procedure, e la voglia di fare in modo che questo pericolo resti un pericolo e non si consumi realmente nel nostro territorio.

C'è poi un altro aspetto che non ho condiviso, e devo necessariamente dirlo. Si parla dell'elevazione dell'aliquota IRPEF sui redditi molto alti, per costruire la cassa per trovare le risorse necessarie alla ricostruzione. Oggi il Presidente della Regione ha dichiarato di non essere d'accordo e di preferire lo scudo fiscale. Praticamente il rientro dei capitali di provenienza illecita, dall'estero, dovrebbe essere l'occasione per rilanciare la ricostruzione in Abruzzo. Io credo che questa proposta sia semplicemente folle. E' inaccettabile che il terremoto dell'Abruzzo e le difficoltà che gli abruzzesi stanno vivendo diventino un'occasione, uno spunto, la scusa per consentire a chi ha evaso il fisco accumulando capitali ingenti portandoli all'estero attraverso attività illecite di fare rientrare capitali sporchi. Molto più trasparente, molto più accettabile per noi abruzzesi una tassa sull'IRPEF riferita ai redditi medioalti.

In questi giorni dovrò continuare a sottolineare il mio dissenso fortissimo rispetto ad una serie di prese di posizione che vanno nella direzione esattamente contraria rispetto a quella che dobbiamo mettere in campo. C'è bisogno di fiducia, ma per dare fiducia agli abruzzesi dobbiamo essere noi i primi a credere in noi stessi. C'è bisogno di legalità, ma per affermare la legalità in un momento difficile come questo bisogna bandire, eliminare, cancellare la prospettiva che la ricostruzione debba passare per l'approvazione di uno scudo fiscale e per la legalizzazione del rientro di capitali illeciti dall'estero. C'è bisogno di tanta consapevolezza rispetto al rischio che questa quantità enorme di denaro che arriverà in Abruzzo possa stimolare le attenzioni e gli interessi economici della criminialità organizzata.

Sono convinto di queste cose. Continuerò a dirle in futuro, così come continuerò ad esercitare quella funzione di controllo spietata della quale ci sarà bisogno nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.


Postato da Carlo Costantini in | Commenti (101) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

15 Aprile 2009

Santoro ha riportato realta'


Che su Michele Santoro si abbattano pesanti critiche politiche non è una novità ma, mai come nel caso della puntata di Annozero sul terremoto in Abruzzo, queste sono assolutamente ingiuste e ingiustificate.

Il giorno di Pasqua mi è capitato di vedere un servizio del Tg 1 che aveva per protagonista una signora abruzzese a cui il premier aveva promesso di fare avere in tempi brevi la dentierà che aveva perso nella notte del terremoto. E il servizio dava conto del mantenimento della promessa, con l’invio di una speciale equipe di un ospedale romano specializzato nelle cure ortodontiche.

Se giustamente il più importante Tg della Rai ha ritenuto di dover seguire e dare conto a milioni di italiani di un caso così particolare, ma che poteva costituire una nota di ottimismo e speranza in tanto disastro, perché nessuno avrebbe dovuto dare voce alle persone che si trovavano in luoghi dove i soccorsi non sono arrivati, o a coloro che ponevano interrogativi su una mancata prevenzione anche a seguito di denunce e avvertimenti?

Personalmente come ritengo giusto aver mandato in onda quel servizio del Tg 1, ritengo assolutamente ineccepibile la trasmissione di Santoro e trovo incredibile che si possano prendere in considerazione l’applicazione di sanzioni. Il compito dell’informazione è dare conto della realtà in ogni suo aspetto, sia delle cose positive che di quelle purtroppo negative.

I primi atti della nuova Rai ed in particolare del suo direttore generale sono molto preoccupanti soprattutto per quanto attiene la libertà di informazione. La decisione di sospendere Vauro lascia sconcertati perché in primo luogo non spettava al direttore generale comminarla, ma al Cda, ed in secondo luogo perché tappa la bocca ad una voce caustica e scomoda per molti.

Ci rifiutiamo di pensare che il terremoto in Abruzzo sia stato il pretesto per far pagare a Vauro le tante vignette che in passato hanno suscitato l’ira di esponenti di governo, maggioranza e non solo, ma l’atto posto in essere dal direttore generale è talmente enorme da meritare una risposta altrettanto netta e chiara, come la dissociazione forte da parte di tutti i membri del Cda espressi dall’opposizione e dello stesso presidente della Rai.

Quando un atto ha una chiara motivazione politica deve essere evidente a tutti chi è contro e chi è a favore.



14 Aprile 2009

Intolleranza al pensiero libero


Purtroppo non è la prima volta che il Presidente Fini interviene per censurare Annozero - testimonianza di un'informazione libera e pluralista - sintomo di un'evidente intolleranza alla manifestazione del pensiero quando sgradita al Potere.
Io sono vicino al popolo abruzzese, ai tanti soccorritori - vigili del fuoco, appartenenti alle forze dell'ordine, militari, medici, infermieri, protezione civile e volontari - che ci fanno sentire orgogliosi di essere italiani.

Spero che Fini e Berlusconi, invece di attaccare l'informazione libera di questo Paese, facciano ogni sforzo al fine di contribuire ad individuare politici, persone delle istituzioni, professionisti ed imprenditori che hanno realizzato costruzioni o che non le hanno messe in sicurezza che si sono frantumate come castelli di sabbia e si impegnino concretamente affinchè nel futuro - visto che loro non sono affatto estranei ad un "sistema politico" che governa da anni ed anni il nostro Paese - non succeda più quello di evitabile che è accaduto in Abruzzo.


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5 Aprile 2009

Incensurato di Rete


Pubblico il video ed il testo di una mia intervista, realizzata dal nostro inviato, in tema di informazione.

D. M: Carlo Vulpio giornalista del Corriere balzato agli onori della cronaca suo malgrado perché abbiamo saputo di questa vicenda di Why not che ti è stata tolta. E' cambiato il tuo lavoro da quel momento o no?
Carlo Vulpio: Beh, diciamo che alcune cose sono cambiate, è ovvio che dovesse essere così perché quando ti tolgono una inchiesta di cui ti stai occupando, senza voler fare un paragone così alto è come se a un magistrato togliessero un fascicolo dell'inchiesta di cui si sta occupando insomma, è sempre una cosa negativa e grave.
Ci sono però anche, come sempre accade, delle ripercussioni, quelle come l'onda di uno stagno. Una volta che vi si getta un sasso dentro si allargano anche altre questioni ad altri fatti. Voglio dire che se ti tolgono un'inchiesta come Why not, Toghe lucane o come Poseidone, ti tolgono anche la possibilità di occuparti di cose che somigliano a quelle. Diciamo di tutte quelle cose che sono all'incrocio fra la politica e la giustizia, per le quali, magari perché hai lavorato bene, sei visto un po' come un pericolo.
Devo dire che io essendo uno di quelli che scrive sulla carta stampata per lungo tempo potesse essere solo quello lo strumento per arrivare a tutti, poi anche, e nonostante le vicende che mi hanno toccato in prima persona, ho sperimentato positivamente le capacità e le virtù della rete, per cui mi sono trovato ad esserne beneficiato pur essendo all'inizio uno di quelli che non aveva ancora capito bene l'enorme potenzialità.
Mi sono accorto che è uno strumento formidabile, anch'io a quel punto ho aperto un blog carlovulpio.it e su quel blog ho potuto anche scrivere, comunicare con quel pubblico al quale arrivavo con la carta stampata per quelle questioni che sulla carta stampata non mi vengono fatte fare più.
Quini non solo ritengo che lo strumento della rete sia molto positivo, ma ritengo di aver potuto addirittura allargare il pubblico che mi seguiva sul giornale, pur ritenendo che carta stampata e rete non siano due mezzi in conflitto, due mezzi alternativi, ma che possono benissimo completare l'uno o l'altro.

D. M: Mi sembra quasi scontata allora, la risposta, se dovessi chiederti un parere su questi emendamenti, leggi e leggine delle varie Carlucci, D'Alia, Levi Prodi eccetera.
Carlo Vulpio: Bè, io sorrido perché voglio dire: ci aveva provato il governo Prodi con il suo sottosegretario alla presidenza Levi, che fra l'altro è un giornalista che veniva pure dal Corriere della sera, e fatto da un giornalista insomma... ci ha provato Masi che ha coperto la stessa carica col governo Berlusconi, e poi D'Alia, Carlucci, come dire ormai è un elenco sterminato. E tutti quanti dicono la stessa, inutile e oserei dire eversiva cosa, cioè quella di imbavagliare i blogger, imbavagliare la rete, tutta questa voglia di controllo che hanno è in realtà una paura che ci deve rendere felici. Cioè hanno capito che sulla rete si forma una opinione pubblica che non c'era più, che non esisteva più e questo fa paura a loro. Non fa paura a chi, invece, ritiene che il sale della democrazia (dirò cose banali e ripetute ma sono fondamentali) è proprio questo: cioè la possibilità non so lo di informare, ma di essere informati da parte di gente che oggi da un sistema radiotelevisivo e di carta stampata non lo è più come dovrebbe essere. Questo è sotto gli occhi di tutti!
Anche qui, non è che diciamo cose sovversive, anzi quasi mi vergogno a dire cose così normali.

D. M: L'articolo 21 della Costituzione, infatti, dice che la stampa non può essere sottoposta a censura. Il Decreto ormai imminente, per non dire ormai passato, sulle intercettazioni va contro questo articolo.
Dal tuo punto di vista come cambierà l'informazione quando passerà questo decreto?

Carlo Vulpio: Mah io ritengo che fin quando non passa una cosa dobbiamo sempre dire "se passerà" poi se si vorrà fare una prova di forza non diamo per scontato che sia passato.
La cambierà l'informazione, la sta già cambiando. Intanto per un atteggiamento di tutta quella che, dico io, dovrebbe essere la categoria dei giornalisti, che avrebbe dovuto ribellarsi come un sol uomo di fronte a questo problema, perché il problema non è, diciamolo ancora una volta, quello delle intercettazioni non pertinenti ai reati o coperte ancora da segreto, e quindi quelle intercettazioni che riguardano la sfera privata. Questo nessuno vuole che siano pubblicate. Il problema però è che si usa questo argomento per ostacolare le intercettazioni come strumento di indagine, che sono le intercettazioni pertinenti ai reati, che riguardano una fase del procedimento non più coperto da segreto, e quindi la gente deve conoscere perché non deve conoscere "babbo morto" gli effetti di una scalata bancaria illegale perché quella è una scalata bancaria che danneggia ad esempio i piccoli risparmiatori. Se i pi ccoli risparmiatori non sanno cosa sta succedendo sono bell'e truffati nel momento in cui il fatto è compiuto.
Allora il punto è: non soltanto le intercettazioni come strumento d'indagine per la loro durata, che siano pertinenti ai reati, che non siano più coperte da segreto ma anche ma anche il momento della pubblicazione! Su questo poche persone spiegano. Il momento della pubblicazione è importante, quando non sono più coperte da segreto. Perché il momento della pubblicazione consente che alcuni reati in corso vengano sventati.
Quindi che serve dire: "aspettiamo la fine del processo o aspettiamo il rinvio a giudizio" serve semplicemente a occultare ancora una volta, a non far sapere. Questo è il vero dibattito sulle intercettazioni! Se permetti detto da uno che se ne intende perché è stato intercettato illegalmente su fatti non pertinenti a reati, non trova nessuna Bergamini che proponga il carcere per chi lo ha fatto, carcere al quale io sono comunque contrario su questo tipo di reati, allora, come dire, tutto ciò ci deve suggerire che c'è più di uno conto che non torna.



28 Marzo 2009

Informazione calpestata


Pubblichiamo il video ed il testo dell'intervista, realizzata dal nostro inviato, a Gianni Lanneso, giornalista de La Stampa, picchiato dal sindaco di Orta Nova per aver fatto il suo dovere: informare i cittadini.

Testo dell'intervista

Gianni Lannes è un cronista de La Stampa picchiato dal sindaco di Orta Nova FG, che si è visto chiedere la documentazione sulla situazione di ben 4 edifici scolastici pericolanti, senza nessuna certificazione, che ospitano 2 mila studenti, oltre agli insegnanti e al corpo non docente. Ad Orta Nova sono arrivati 2 milioni di euro per sistemare queste scuole; ma la giunta non ha speso un solo euro.

D.Martinelli: "Gianni Lannes è collega giornalista de "La Stampa" che si occupa anche di cronaca giudiziaria nella zona dell'alta Puglia, recentemente hai pubblicato alcuni articoli che non sono piaciuti al sindaco di Orta Nova che ti ha aggredito fisicamente vero?"
G.Lannes: "La questione è in questi termini: ai primi di gennaio, avendo ricevuto una segnalazione da genitori molto preoccupati, mi sono recato ad Orta Nova, in provincia di Foggia, un paese che ha problemi con addirittura quattro scuole pubbliche, la scuola media Pertini che è crollata parzialmente la notte del cinque gennaio due giorni prima della riapertura dalle vacanze natalizie, poi una scuola elementare, un liceo classico e l'istituto tecnico Olivetti.
Mi sono recato, ovviamente, in comune per richiedere la documentazione su queste scuole, che mi era stata promessa al mattino, invece dopo un'attesa durata l'intera giornata, alle 17:30 dell'otto gennaio, è giunto in comune il sindaco di Alleanza nazionale, Giuseppe Moscarella, primo cittadino dal '94, al terzo mandato, al quale ho chiesto della gravissima situazione di pericolo che metteva a rischio la vita di quasi duemila studenti, insegnanti e personale non docente.
Come ha documentato il filmato che avevo, poiché portavo con me una telecamera, questo signore mi ha insultato, mi ha strappato la telecamera, mi ha colpito la mano ed è scappato via protetto da un vigile urbano.
Sono rimasto per mezz'ora, durante la quale ho perso i sensi, ho perso sangue, non mi ha soccorso nessuno, pensate, in un municipio, e poi un ragazzo ha chiamato il 118, sono stato portato con un'ambulanza in ospedale e lì poi sono stato soccorso. Ho rimediato una frattura ad una mano, una lesione allo scafoide guarita in quaranta giorni.
Poi, ovviamente, quando sono rientrato al lavoro, ho ripreso in mano la questione e ho scoperto che in questo comune sono addirittura arrivati quasi due milioni di euro di finanziamenti per ristrutturare queste scuole, di cui il sindaco non ha speso un solo euro.
E' stata presentata un'interpellanza da Leoluca Orlando il 28 gennaio al presidente del Consiglio Berlusconi, al ministro Gelmini e al ministro delle infrastrutture Matteoli e a tutt'oggi, verificato anche stamattina (13 marzo 2009 n.d.r.) non è ancora giunta alcuna risposta.
Faccio presente che c'è un pericolo gravissimo perché la scuola media. Pertini è già i n parte crollata, ci sono 749 alunni oltre agli insegnanti e il personale non docente, così come per le altre scuole.
I vigili del fuoco hanno scoperto che queste scuole non sono mai state collaudate, sono prive di certificazione antincendio, praticamente sono totalmente illegali eppure sono aperte.
Per cui, fare domande indiscrete, alla fine, dà questi risultati. Ho portato questo caso in televisione, al Tg3 nazionale il 27 febbraio scorso e poi anche La7 ha ripreso questa vicenda.
In quella realtà mi ero occupato di rifiuti già l'anno precedente, perché c'era un'immensa discarica di rifiuti tossico nocivi provenienti dall'estero, che avrebbe dovuto ospitare un milione di tonnellate di rifiuti, il procedimento era illegale e infatti la delibera della provincia di Foggia è stata annullata grazie al movimento popolare, che ha occupato la discarica e intentato una battaglia legale che i cittadini hanno vinto. C'era un precedente, in effetti.
Questo sindaco è una persona che detesta la democrazia, i metodi democratici, ha pure una delega da assessore provinciale a Foggia quindi si occupa di agricoltura ma soltanto sulla carta, in sostanza."


D.Martinelli: "Fare informazione nella realtà provinciale del Sud com'è?"
G.Lannes: "Mah, io solo raramente mi sono occupato di vicende legate a quella provincia perché lavoro spesso all'estero per occuparmi di traffico di armi, di rifiuti, di esseri umani, di mafie e di ecomafie, poi toccare questi problemi in una realtà provinciale e approfondirli è molto complicato perché, non solo per difficoltà burocratiche, io ho chiesto della documentazione nel rispetto di una legge sulla trasparenza, la 241 del 1990, per cui qualunque cittadino potrebbe fare accesso immediatamente.
Invece è molto difficile proprio perché c'è una disattenzione. E' assai complicato.
"



21 Marzo 2009

I veleni della Campania


Pubblichiamo il video ed il testo dell'intervista, realizzata dal nostro inviato, ad Alessandro De Pascale, giornalista del settimanale "Left", dove illustra la situazione ambientale, disastrosa, tra le provincie di Napoli e Caserta.

Testo dell'intervista

D.Martinelli: Qui siamo sull'asse mediano che da Napoli porta verso Caserta.
A.De Pascale: Sì, è una superstrada che taglia in due le province di Caserta e di Napoli. Questa superstrada è una pattumiera. Da come si può vedere è totalmente sopraelevata, questo fa sì che ogni notte, da questa superstrada vengano scaricati milioni di metri cubi di rifiuti. Rifiuti ingombranti, tossici, solidi urbani, insomma di tutto.
Ci sono tre sistemi con i quali vengono scaricati illecitamente: il primo è quello di invadere una piazzola di sosta. Passa un camioncino, scarica sulla piazzola di sosta e venti minuti dopo passa un'altra persona che dà fuoco a quei rifiuti, in modo che il giorno dopo si sarà liberato lo spazio, e quindi si riprende a scaricare. Un altro sistema, con dei camioncini a sponda laterale, quindi i rifiuti si ribaltano lateralmente, da una piazzola di sosta viene segato il guard rail, e a quel punto il camioncino può scaricare i rifiuti lungo il dorso dei cavalcavia dell'asse mediano.
In Campania ci sono 2.557 siti potenzialmente inquinanti. Nonostante siano stati censiti, per alcuni di essi è stata effettuata la caratterizzazione. Significa che sono state fatte analisi per stabilire che tipo di rifiuti, e soprattutto per stabilire quali interventi di bonifica devono essere fatti. In realtà si parla da almeno dieci anni del progetto di bonifica regionale. Sono stati spesi centinaia di milioni di euro, allo stato attuale è stato bonificato lo 0,1%. Ai siti censiti bisogna poi aggiungere tutti quelli che nascono come funghi e che ancora non sono stati recensiti dalle autorità.

D.Martinelli: Per quanto riguarda i controlli, Berlusconi quando venne a Napoli disse che la città sarebbe stata ripulita.
A.De Pascale: Berlusconi tutte le volte che è venuto a Napoli non si è mai allontanato dal centro della città, e soprattutto nel primo periodo in cui veniva, il centro di Napoli veniva ripulito apposta. Questo lo possono confermare tutti i napoletani. Berlusconi della situazione critica dei rifiuti che c'è nelle province di Napoli ma soprattutto in quella di Caserta, non ha la minima idea di che cosa ci sia. La situazione a livello sanitario in Campania è degenarata perché dobbiamo tenere presente che gli effetti diretti sulla popolazione si vedono a distanza di cinque, dieci anni. Attualmente, praticamente in ogni famiglia c'è un malato di tumore, qualcuno che muore e gli esperti concordano sul fatto che siamo solo all'inizio.

D.Martinelli: Laggiù cosa c'è?
A. De Pascale: Quelle due ciminiere fanno parte dell'ormai famoso cantiere dell'inceneritore di Acerra, l'unico attualmente cantierizzato in Campania, per il quale l'attivazione della prima linea di smalitimento è prevista nei prossimi mesi.

D. Martinelli: E qua dietro ci sono coltivazioni?
A. De Pascale: Sì. Tutt'intorno agli inceneritori ci sono coltivazioni. Teniamo presente che l'unico essere umano morto a causa dell'inquinamento è di qui. Era un pastore che pascolava le pecore a fianco del cantiere dell'inceneritore. Perché dobbiamo tenere presente che a fianco del cantiere dell'inceneritore c'è ormai la tristemente famosa fabbrica della morte, la Montefibre. I suoi dirigenti sono tutti sotto inchiesta, ed è una fabbrica che ha prodotto un inquinamento spaventoso nella zona. I bidoni sono vuoti perché la raccolta dei rifiuti solidi urbani, anche quelli della differenziata viene fatta. Dato che molte discariche sono in costruzione a risolvere l'emergenza rifiuti in pochi giorni ci ha pensato l'esercito italiano. I rifiuti vengono raccolti dai bidoni, inviati ai cdr, che non fanno altro che incelofanarli trasformandoli in ecoballe. A quel punto le ecoballe sono state stoccate nella caserma di Persano (Sa) dell'esercito italiano, in un'area riservata alla Protezione civile che ci teneva le roulotte di emergenza in caso di calamità naturali. Al posto di quelle roulotte, le foto satellitari lo dimostrano, sono state accatastate le ecoballe. Per quanto riguarda la vicenda dei siti di trasferenza temporanea bisogna aprire una parentesi: nel momento in cui vengono create le discariche si fa tutta un'opera di coibentazione dei terreni per evitare che il micidiale percolato, possa inquinare le falde acquifere. Nel caso dei siti di trasferenza temporanei in nome della cosiddetta emergenza, teniamo presente che in italiano il termine emergenza indica una situazione temporanea, qui in Campania si parla di emergenza da ormai 14 anni, chiusa parentesi, ebbene in nome dell'emergenza e dell'urgenza questi siti non hanno subito nessuna coibentazione. Motivo per cui evitano accuratamente di far entrare i giornalisti.
Non dobbiamo dimenticare che con Decreto del governo Berlusconi, a presidiare tutti gli impianti del ciclo di trattamento dei rifiuti ci sono i militari dell'esercito. La cosa scandalosa è che non permettono l'ingresso nemmeno ai comitati cittadini, alle associazioni come Legambiente...
Ora, voglio dire, se le cose vengono fatte alla luce del sole, a norma e soprattutto se si realizzano impianti di qualità, non vedo perché la società civile organizzata non possa controllare impianti che magari vengono realizzati dietro la propria casa.



18 Marzo 2009

L'aziendalizzazione del sapere


Ronde xenofobe e manganelli fascisti: questi sono gli unici strumenti che il Governo conosce per affrontare i problemi del Paese. La protesta degli studenti e del movimento dell'onda, che in questi giorni sta manifestando nelle università, andrebbe ascoltata e non repressa.

Le ragioni della protesta degli studenti sono sacrosante. Questo Governo taglia i finanziamenti all’istruzione e alla ricerca, trasforma le università in fondazioni e, con il disegno di legge Aprea, in discussione in Commissione, vuole trasformare i consigli di istituto in consigli di amministrazione e imporre l’assunzione diretta degli insegnanti da parte dei presidi.

La nostra Costituzione stabilisce che tutti i cittadini hanno diritto alla migliore istruzione pubblica. L’aziendalizzazione del sapere che ha in testa il Governo è inaccettabile perché tradisce il dettato costituzionale.


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9 Marzo 2009

Falsa generosita' e teatrino di partito


Quella di Presidente della Rai è di fatto una carica priva di poteri reali. E’ una poltrona molto comoda e prestigiosa, certamente ben pagata, ma niente di più. Non potrebbe essere altrimenti dal momento che il Presidente è ostaggio di un Cda in cui è in minoranza.

Per questo Silvio Berlusconi, che come è noto non fa mai niente per niente, si mostra generoso e chiede apertamente al Pd di proporgli un nome che lui sarà lieto di far eleggere. Dario Franceschini si sorprende di tanta grazia e annuncia di avere molte idee. E’ il solito teatrino che periodicamente i partiti mettono in scena quando c’è da spartirsi la Rai, con buona pace della libera informazione.

Italia dei Valori è troppo impegnata a svolgere ogni giorno il ruolo di vera opposizione, in parlamento e nelle piazze, e per questo si è tirata fuori da molto tempo dalle pastette e dai bizantinismi dai quali scaturiscono le nomine Rai.

Italia dei Valori ha offerto il suo contributo al cambiamento, quello vero, con la candidatura di Leoluca Orlando alla Presidenza di Vigilanza Rai. Una volta respinta quella candidatura che, evidentemente, faceva troppa paura, abbiamo detto arrivederci e grazie abbiamo cose più importanti di cui occuparci nell’interesse dei cittadini.

Però davanti a questo minuetto sulla presidenza della Rai un consiglio spassionato e a titolo personale mi sento di darlo agli amici del Pd. Franceschini vuole smascherare la generosità pelosa di Silvio Berlusconi? Vuole dimostrare con i fatti che anche il Pd, come l’Italia dei Valori, si sottrae agli inciuci? Bene avanzi due o tre nomi di rottura che diano un chiaro segnale di cambiamento.

Chi meglio di un premio nobel come Dario Fo, che fu anche uno dei primi artisti a subire la censura della tv di stato. Oppure un giornalista davvero indipendente come Marco Travaglio che non fa sconti a destra e sinistra. Penso anche ad un giornalista-coraggio come Pino Maniaci che ogni giorno rischia la pelle per sfidare la mafia. Di nomi giusti ce ne sono tanti, i tre proposti sono solo un esempio e mi scuso con loro per averli citati, basta avere la volontà e il coraggio di avanzarli.



6 Marzo 2009

Gelmini: per strada insegnanti e bambini


La riforma della scuola elementare del ministro Gelmini e' un vero e proprio capolavoro di insipienza. Con un colpo solo, e' riuscita nel difficile intento di buttare sulla strada insegnanti e bambini.

Secondo i calcoli del mensile “Tuttoscuola”, basati sulle pre-iscrizioni alla prima elementare, nel 2009 saranno circa 500 mila i bambini che inizieranno il primo ciclo scolastico. Secondo un sondaggio ministeriale il 90% delle famiglie ha chiesto il tempo “lungo” o “prolungato”. Il Ministro aveva garantito che le richieste delle famiglie sarebbero state accolte. Ora invece, secondo “Tuttoscuola”, basandosi sugli organici previsti dal Ministero, 300 mila famiglie non potranno usufruire dell’offerta richiesta e cioè di un orario di 30 ore settimanali. Per molte di esse si aprirà la scelta drammatica di dover lasciare i bambini soli o per strada, se non possono permettersi di sostenere i costi di una baby sitter.

Nel frattempo circa 30 mila insegnanti precari della scuola saranno licenziati. Come avevamo osservato al momento del varo della riforma in realtà questa legge aveva solo lo scopo di “fare cassa”. Eppure basterebbe poco per rispondere ai bisogni delle famiglie. Il Ministro “Tremonti sul viale del tramonto” non è ancora stato capace di recuperare 5 miliardi di euro dagli evasori che si erano autodenunciati con il suo condono del 2003. Basterebbe rendere esecutive le somme autodenunciate e decaduti tutti coloro che hanno pagato una o poche rate di quel condono, agendo immediatamente con il sequestro dei loro beni ed in sede penale. Si potrebbero già licenziare meno precari ed accontentare tante famiglie.

Il Ministro Gelmini va iscritto di diritto alla “Lista dei furbetti” di questa nostra povera Italia per essersi recata a Reggio Calabria a fare l’esame di stato per diventare avvocato. Non ha ancora risposto alle nostre richieste di indicarci quale fosse la sua residenza a Reggio (obbligatoria per legge), poiché è evidente che se questa fosse inesistente (notoriamente vi era un fiorente commercio di residenze false), passerebbe dalla “Lista dei furbetti” alla “Lista degli indagati”. Nel frattempo compia almeno un ravvedimento operoso, ammetta di aver sbagliato e si faccia dare un po’ di soldi da Tremonti per rispettare gli impegni assunti con i cittadini.


Postato da Antonio Borghesi in | Commenti (101) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

1 Marzo 2009

Condannati al silenzio


Nei giorni scorsi, riprendendo le denunce di Marco Travaglio e di Pancho Pardi, abbiamo raccontato il quasi tombale silenzio Raiset in merito alla condanna per corruzione dell’avvocato Mills. Di quella condanna non si doveva parlare perché non doveva essere pronunciato il nome del compare. In questo caso specifico non si è neppure atteso il lodo Alfano bis sulle intercettazioni per procedere al sequestro dell’articolo 21 della Costituzione. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato.

In queste stesse ore, sulla vicenda delle centrali nucleari, si sta ripetendo lo stesso copione. Qualsiasi punto di vista critico, divergente dal pensiero unico nuclearista, è stato cancellato. Gli scienziati, i ricercatori, i rappresentanti dei comitati che promossero il referendum sono stati condannati al silenzio o alla marginalità, fatte salve naturalmente alcune lodevoli eccezioni che ancora resistono sulle poche piazza mediatiche non ancora occupate dalle truppe berlusconiane.

La condanna al silenzio riguarda anche il passato, e coinvolge anche la vita e le opere di alcuni grandi italiani che hanno letteralmente sacrificato la loro esistenza al bene comune e alla lotta contro le mafie e i loro mandanti. Ci riferiamo, in questo caso, al giudice Borsellino e alla sua misteriosa agenda rossa, zeppa di annotazioni e mai più ritrovata. Qualche giorno fa questa vicenda è stata archiviata, nell'indifferenza quasi totale, perché anche questa è considerata una pagina da strappare dal libro della nuova vecchissima Italia di Berlusconi, Dell’Utri e Mangano.

Da Palermo, un vecchio amico giornalista che per tante ragioni preferisce non firmarsi, ci ha inviato una lettera angosciata e indignata che ci permettiamo di pubblicare e di dedicare alla memoria del giudice Borsellino e degli altri eroi che hanno perso la vita per garantire davvero a tutti noi il diritto alla legalità e alla sicurezza.

Via d'Amelio: quella sentenza coperta dal silenzio
Colpo di spugna su uno dei più grandi misteri delle stragi mafiose del '92. L'agenda rossa di Paolo Borsellino, vista in via d'Amelio, scompare per sempre per una sentenza e nella disattenzione dei media. Palermo, 19 luglio 1992. Un uomo in abiti civili si allontana, a passo svelto, dall’inferno di fiamme di via D’Amelio. Tiene stretta una borsa di pelle. E’ quella del giudice Paolo Borsellino, appena trucidato insieme agli agenti della scorta. Dentro la borsa c’è l’agenda rossa dalla quale il magistrato non si separava mai. Quelle immagini riprese dalle telecamere dei primi reporter giunti sul posto, hanno rappresentato, in questi lunghi 17 anni, la speranza di giungere a una verità superiore, di capire quali interessi esterni alla mafia abbiano scatenato, due mesi dopo l’eliminazione di Giovanni Falcone, i macellai di Cosa nostra.
Ebbene, quella verità non la conosceremo mai. Con una sentenza passata nel silenzio, praticamente ignorata da giornali e TG, con gli italiani, forse ipnotizzati dal festival di Sanremo o impegnati a sbirciare nel buco della serratura del Grande Fratello, la Corte di Cassazione ha passato il definitivo colpo di spugna sulle stragi che hanno cambiato il volto dell’Italia.
L’uomo che sottrasse dall’auto blindata di Borsellino quella borsa era il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, oggi colonnello. La suprema corte ha respinto il ricorso della Procura della Repubblica di Caltanissetta contro il proscioglimento dell’ufficiale. Non ci sarà un processo. Dunque, quelle immagini è come se non fossero mai esistite. E perciò l’agenda rossa sulla quale Borsellino annotava riflessioni, intuizioni, notizie, è un’invenzione.
Arcangioli si è sempre difeso sostenendo di non aver mai preso l’agenda e che la borsa fu consegnata subito dopo. Un fatto è certo però: l’agenda non è mai stata ritrovata.
Carico di rabbia e di amarezza il commento di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, un uomo coraggioso che ha speso questi 17 anni, alla ricerca della verità. “La giustizia è morta – dice – e ogni volta che viene negata si rinnova quel massacro. E ci sono giudici che in questi anni sono stati eliminati senza bisogno di tritolo, quando hanno osato avvicinarsi ai fili scoperti della corruzione”.
Paolo Borsellino era a un passo dall’aprire la porta dei “santuari” della mafia, quel terzo livello su cui si era rotto la testa prima di lui Giovanni Falcone.
Con la sentenza della Cassazione è stata messa la pietra tombale sulla stagione delle stragi. E Borsellino è sparito dall’agenda della nostra italietta.


Il 21 marzo prossimo a Napoli Libera, la gloriosa associazione fondata da Don Ciotti, terrà a Napoli la consueta giornata della memoria e del rispetto dedicata alle vittime della mafia e della camorra.
Quest’anno ci sarà un motivo in più per esserci e per ribellarsi al tentativo di oscurare persino i ricordi “scomodi".


Postato da Giuseppe Giulietti in | Commenti (102) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

22 Febbraio 2009

Fenomeni di autocensura


L'annunciata legge sulle intercettazioni è oscurantista e illiberale, anzi una vera e propria pietra tombale sul diritto di cronaca come hanno scritto congiuntamente gli editori e i giornalisti.

Condividiamo integralmente questo giudizio, ma ci permettiamo di segnalare che anche i fenomeni di autocensura e di auto imbavagliamento sono una pietra tombale sull’Art21 della Costituzione. Qualche giorno fa, sempre su questo blog, Marco Travaglio e Pancho Pardi hanno descritto il silenzio e la sciatteria che hanno circondato la sentenza sul caso Berlusconi Mills.

In particolare Rai e Mediaset hanno affrontato la vicenda con reticenza, imbarazzo, in taluni casi nascondendo o cancellando la notizia, che, comunque la si giudichi, era clamorosa, talmente clamorosa che in altri paesi ci sarebbero state le contestuali dimissioni del presidente del consiglio. Il senatore Pardi, molto civilmente, ha chiesto spiegazioni almeno alla Rai.

Nessuno ha ritenuto di rispondere in modo formale.
Allora proviamo a farlo noi, attraverso una ricostruzione assai vicina alla realtà.
Nessuno aveva voglia di prendere in mano questa patata bollente, alla vigilia della completa berlusconizzazione della Rai. La gestione della sentenza è stata relegata alla sede regionale.

Nessun inviato è stato spedito dai tg nazionali. Carlo Casoli, il coraggioso cronista di Milano che seguiva questi processi, è da tempo confinato nell’ufficio stampa. La sua storia è stata raccontata da Marco Travaglio e da Loris Mazzetti.

La sentenza è stata ritenuta talmente importante che all’atto conclusivo c’erano molti inviati e molte telecamere estere, ma la Rai era rappresentata da un appalto esterno. Quelle immagini sono poi state riversate e ciascun tg ha costruito o non costruito il pezzo. Per esempio il tg3 nazionale ha realizzato il servizio e ha messo nei titoli la notizia. In qualsiasi altro paese civile sarebbe stata l'apertura dei Tg pubblici e privati, poi sarebbero seguiti i commenti e persino qualche editoriale sdegnato contro i giudici comunisti. Qui si è scelta la strada della omissione, della cancellazione, della sottovalutazione, della espulsione dalla agenda mediatica.

Il dibattito sulle ronde padane gode di una copertura superiore alla notizia che il premier si è salvato solo perché si è appena fatto approvare una legge su misura chiamata lodo Alfano.
Quanto è accaduto non ha nulla a che vedere con la legge sulle intercettazioni, ma è un esempio classico di autocensura, di auto imbavagliamento, di subalternità allo spirito dei tempi.
Non osiamo pensare a quanto accadrà quando, tra qualche settimana, Berlusconi avrà completato la presa di possesso di tutte le principali piazze mediatiche.
Per queste ragioni non ci è sembrato giusto lasciar cadere le denunce formulate da Pardi, da Travaglio, riprese da Stille su Repubblica.

Sarebbe ora e tempo che la Rai fornisse una risposta non tanto a noi, quanto a quella parte della comunità nazionale che non intende accettare di vivere bendata, assordata, accecata.

Siamo sicuri che tutte le associazioni sindacali e professionali (che per fortuna hanno immediatamente fatto sentire la loro voce a Milano) vogliano accendere tutti i riflettori non solo sul singolo episodio, ma sul più complessivo piano, già in fase di realizzazione, di arrivare a realizzare un polo unico integrato Raiset. Non vorremmo apparire fuori dal tempo e un po’ fissati, ma di questo piano parlava già Licio Gelli, e molti dei suoi allevi hanno oggi in mano buona parte del potere politico e mediatico.


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20 Febbraio 2009

Regime Raiset


Abbiamo letto su qualche quotidiano che è stato condannato per corruzione l'avvocato inglese Mills, a 4 anni e sei mesi per aver percepito 600 mila dollari. Chi lo aveva corrotto? A sentire la confessione di Mills è stato Berlusconi, ma del Presidente del Consiglio nessuno ha parlato, e quando la sentenza è stata letta a riprendere non c'era neppure la Rai, il servizio pubblico, se non Telelombardia ed un inviato dell'Italia dei Valori.

Insomma, l'informazione in Italia è sempre più oppressa. Qual'è il dato rilevante? Che se fosse successo in America o in altre parti del mondo non ci sarebbero stati dubbi: a casa il corrotto ed il corruttore, Mills e Berlusconi. Invece cosa è successo? Che il signor Berlusconi, Presidente del consiglio, si è fatto approvare dal Parlamento una legge ad hoc, il lodo Alfano, per non farsi processare, e quindi condannare, dal Tribunale di Milano. Questa non è una democrazia reale, ma un regime che cerca di salvaguardare i potenti, in questo caso Silvio Berlusconi.

Il Presidente Di Pietro, i capigruppo di Camera e Senato e il portavoce dell'Italia dei Valori, hanno tenuto una conferenza stampa su quanto è successo ieri: c'è stata una spartizione partitocratica dei posti del Cda Rai. E' importante spartirsi i posti, nominare un direttore di rete e di testata, ma nessuno è stato presente alla lettura della sentenza contro Mills. Anche la Rai fa informazione distorta, vi è un inciucio sotterraneo, una Raiset che corre il rischio di annebbiare i nostri occhi, di chiudere le orecchie, di tappare la bocca. E' su questo che dobbiamo stare attenti. Dobbiamo ribellarci, gli italiani devono ribellarsi perché non meritano questo sistema informativo.

L'Italia dei Valori ha denunciato e continuerà a denunciare in tutte le sedi questa anomalia del sistema Italia, un'anomalia che oggi sta affogando l'informazione. La Rai non c'era. C'era la stampa estera, le televisioni estere, ma non c'era il servizio pubblico radiotelevisivo italiano: i cittadini non devono sapere. I cittadini devono avere le orecchie tappate dal Grande Fratello o da altre trasmissioni di questo livello.

L'Italia dei Valori terrà alta la bandiera dell'informazione e lo farà con l'unico mezzo, che pure qualcuno cercherà di bloccare nei prossimi mesi: la Rete, un mezzo potentissimo per far circolare le idee, le proteste e per aggregare tutti gli spiriti liberi che ci sono in Italia.

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17 Febbraio 2009

I parlamentari disobbediscano


Prendiamo atto che il governo vuole introdurre la censura. Con la nuova legge sulle intercettazioni telefoniche il governo attacca direttamente gli editori, li minaccia di pene e di multe salate se oseranno pubblicare ciò che finora era possibile pubblicare in base al diritto di cronaca. Un solo esempio: con questo sistema non avremmo saputo nulla dell’affare Parmalat e dei danni a decine di migliaia di piccoli risparmiatori.

Gli esperti di diritto si eserciteranno nell’analisi e nella spiegazione di questa nuova trovata del centrodestra. Ma è fin da subito facile tirare una conclusione: per impedire che l’attività dei potenti venga conosciuta dall’opinione pubblica, il governo è pronto a minare alla radice le possibilità di indagine e conoscenza su tutti i reati. I giornalisti non potranno più dare informazioni sui processi, né potranno nominare i magistrati e gli imputati fino che tutta l’udienza preliminare non sarà conclusa. Passeranno anni. E quando si saprà sarà sempre troppo tardi.

E nella nuova legge di controriforma della giustizia si prepara una perla per impedire che l’eventuale condanna di Mills per corruzione si traduca in pubblico riconoscimento del ruolo di chi l’ha corrotto. Indovinate chi.

A questo punto si deve inventare qualcosa di più della mobilitazione classica. Opposizione parlamentare e manifestazioni di piazza sono obbligatorie. Ma ci vuole un’iniziativa speciale. Se in Italia gli editori diventano punibili perché pubblicano ciò che nel resto del mondo si continuerà a pubblicare, è necessario organizzare un nuovo tipo di disobbedienza civile.

I parlamentari che non vogliono condividere questa infamia si mettano a disposizione nell’esercizio delle loro funzioni per diffondere pubblicamente ciò che non si dovrà più sapere. Chi si intende della materia provi a immaginare soluzioni creative e a proporre suggerimenti in merito. Chi non lotta si consegna inerme al dominio di un potere incontrollabile.



13 Febbraio 2009

Assalto alla Rete


In questi giorni è stato votato al Senato della Repubblica un emendamento presentato dal senatore D'Alia dell'UDC che sembra affermare una cosa buona, ma che in realtà buona non è. Parte dalla constatazione, in parte vera, che talora su siti internet, Blog e vari forum che si aprono nella Rete, vi sono affermazioni o gruppi che portano avanti idee da condannare da parte della coscienza civile e che possono in taluni casi costituire un apologia di reato.

Dicevo che questo emendamento sembra buono, ma che buono non è. E' evidente che se si trattasse di affermare un principio di legalità, di rispetto e di valori che per molti cittadini italiani sono sacri che appartengono alla nostra storia e coscienza, come il contrasto alla mafia e la condanna del fascismo, non potremo che essere tutti d'accordo. Il punto è che ancora una volta, o meglio ormai continuamente, questi politici del centrodestra, e l'UDC che tutto sommato continua a stare con il cuore più dalla loro parte che tra le fila dell'opposizione, impugnano e sventolano una bandiera facendo credere ai cittadini italiani che sia quello l'obiettivo e invece si persegue tutt'altro.

Questa norma da un potere non corretto, non giusto, totalmente arbitrario al ministro dell'Interno di oscurare immediatamente un sito, un Blog, un forum di discussione su internet anche su semplici segnalazioni e senza alcuna verifica di carattere giudiziario, solo perché si ritiene che vi possa essere (e non necessariamente provato) un'attività di questo genere.

Crediamo che ancora una volta dietro le buone intenzioni si nasconda una cattiva volontà: vogliono fermare Internet, fermare la Rete, che oggi in questo Paese è l'unica libera e vera forma di informazione, l'unico modo in cui i cittadini liberi possono capire cosa sta succedendo in questo Paese. Ancora una volta si vogliono spegnere, come tante lampadine una dopo l'altra, queste poche luci che ancora illuminano il panorama tetro e desolante dell'informazione nel nostro Paese e toglierci ancora uno spazio di libertà.

Anche questa sarà una battaglia che con determinazione, e forti delle nostre ragioni, combatteremo all'interno del Parlamento.



30 Gennaio 2009

L'informazione e' morta. La Rete e' viva


Repubblica.it: "Una parte dell'Idv difende Napoletano"; La Stampa: "I colonnelli dell'Idv scaricano Di Pietro"; Il Giornale: "Di Pietro spacca l'Idv"; Corriere.it: "I dipietristi si spaccano su Napolitano".

Travisazioni e falsità orchestrate per arginare un successo che le prime stime attestano intorno ai 200 mila utenti collegati allo streaming di Piazza Farnese. L’informazione è morta. La Rete è viva.

Non c'e' nessuna spaccatura nell'Italia dei Valori, come riportato dai giornali che ci sognano, insieme ai nostri avversari politici, deboli, divisi, litigiosi, manettari, estremisti, populisti.

Questa è solo disinformazione, della più becera. E’ “l’arma di distruzione di massa” nelle mani dei partiti di cui accennava oggi Antonio Di Pietro. Condividiamo questa definizione dei media del Paese e li paragoniamo anzi ad un'arma chimica che paralizza le coscienze, un gas nervino.

Noi non ci allineiamo al sistema, ci allineiamo ai cittadini.
Confermiamo il sostegno ad Antonio Di Pietro, e il massimo rispetto nei confronti del Capo dello Stato.


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18 Gennaio 2009

Contraddittorio si, contraddittorio no


Da qualche tempo i cosiddetti liberali della destra del conflitto di interessi non perdono occasione per chiedere la testa di questo o quel conduttore sgradito al capo supremo. Una volta chiedono la testa di Fabio Fazio perchè ha osato dare la parola al papà di Eluana Englaro, un’altra volta berciano contro Lucarelli che si è occupato della mafia e dei suoi protettori, un’altra volta urlano contro Santoro per non aver garantito il diritto al contraddittorio... Magari si dimenticano di dire che, pur invitati, hanno preferito non mettere piede nelle trasmissioni dove le domande non si concordano prima e dove le risposte bisogna saperle dare.

Quelli che chiedono la testa dei giornalisti sgraditi e invocano il diritto al contraddittorio non hanno ritenuto, invece, di far sentire la propria voce al termine della elegiaca puntata dedicata da Bruno Vespa a Giulio Andreotti. Alla trasmissione hanno partecipato, tra gli altri, il presidente Cossiga, il presidente Casini, il presidente Pisanu, e tanto per non sbagliare, anche la presidente della commisione giustizia della camera, nonchè avvocato di Giulio Andreotti, Giulia Bongiorno, con loro anche Emanuele Macaluso e il giornalista del Corriere Massimo Franco.

Nel corso della puntata dedicata al “divo Giulio” non sono mancati i prevedibili attacchi ai giudici di Palermo, a Giancarlo Caselli, indicati come i responsabili di ogni male, persone indegne di portare le toghe... ci mancava solo che qualcuno invitasse i cittadini a prenderli a calci nel sedere. Per l'ennesima volta si è parlato della completa assoluzione di Andreotti, di demolizione dell’impianto dell'accusa.

Un turista avrebbe pensato di trovarsi di fronte un santo scampato ad un complotto di un gruppo di forsennati, forse di terroristi. Nè al conduttore, nè agli altri ospiti è venuto in mente di ricordare che sia la Corte d’appello sia la Cassazione hanno scritto pagine inquietanti sul rapporto tra mafia e poltica e sullo stesso Andreotti. Nessuno ha ricordato che il presidente Andreotti medesimo ha ritenuto di avvalersi della prescrizione per alcuni dei reati contestati, a nessuno è venuto in mente che in qualsiasi altro paese la descrizione dei rapporti tra poltica e mafia, prima del 1980, avrebbero assunto il sapore di una pietra tombale sulla futura attività politica.
A nessuno è venuto in mente di ricordare che Giancarlo Caselli e i suoi collaboratori erano stati in prima linea contro il terrorismo e contro la criminalità. Quando molti scappavano, furono quei magistrati ad accettare la sfida e a rappresentare la parte migliore dello stato.

In ogni caso, al di là di simili considerazioni che si possono condividere o meno, resta la domanda: perchè non è stato previsto un contraddittorio? Perchè non si è pensato di dare la parola a quei giudici e al giudice Caselli? Perchè i censori dei Fazio e dei Santoro non hanno aperto bocca? Perchè il massacro dela dignità di Giancarlo Caselli e di tanti altri servitori dello stato deve, invece, essere accettata in silenzio, senza la minima reazione?
A differenza di quelli che vogliono la testa dei giornalisti sgraditi, a noi non interessa in alcun modo la via disciplinare al giornalismo, nei confronti di chiunque, fosse pure il nostro più acerrimo avversario.
Quello che non si può accettare, invece, è lo stravolgimento della realtà, la fucilazione mediatica degli assenti.

Dalla Rai, dal suo presidente, dal suo direttore generale, vorrei solo sapere quando, come e in quale trasmissione sarà consentito al dottor Caselli e altri magistrati di replicare alla sequela di ingiurie scagliate nei loro confronti. Se proprio non volessero dare loro il diritto di replica o di rettifica potrebbero chiedere al Tg1 delle 20 di leggere in diretta le ultime 30 righe della sentenza della corte d’appello, relative proprio al processo Andreotti.

La lettura di 30 righe, secondo i ritmi televisivi, non dovrebbe occupare uno spazio superiore ai due minuti. Dal momento che il presidente Andreotti, stando a quanto abbiamo sentito, ne sarebbe uscito pulito quasi come un giglio, non dovrebbe esserci alcuna difficoltà ad accogliere questa richiesta, consentendo così finalmente a milioni di italiani di sapere cosa abbia davvero scritto la corte d’appello a proposito degli intrecci tra mafia e poltica e sulle relazioni pericolose che hanno pesantemente inquinato e condizionato la storia di questo mezzo secolo.


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16 Gennaio 2009

Non e' un Paese normale


Ieri è stata una giornata importante di cui sono orgoglioso come cittadino, come parlamentare e come leader dell’Italia dei Valori.

Mi sono recato spontaneamente alla Procura della Repubblica di Napoli per dare il mio contributo e la mia testimonianza per consentire ai giudici di ricostruire al meglio i fatti su cui i magistrati stanno indagando (e soprattutto il ruolo dell’ex provveditore alle opere pubbliche di Napoli, Mario Mautone, che era ed è un dirigente del ministero delle Infrastrutture ove fui ministro per due anni). Appena gli atti saranno depositati, alla fine dell’indagine, richiederò copia della mia testimonianza e la renderò pubblica su questo sito.

In un Paese civile la mia collaborazione sarebbe considerata opera doverosa e meritoria. Gli stessi magistrati, come riportano le agenzie, hanno giudicato il mio colloquio “molto soddisfacente”. In Italia però, che non è un Paese normale sotto molti aspetti, men che meno quello dell’informazione, questa mattina giornali, tg e commentatori di professione, offrivano interpretazioni completamente e vergognosamente distorte dell’intera vicenda.

Non tutti, per dire il vero, tra questi un’intervista pubblicata oggi su La Stampa di Marco Travaglio offre al lettore un’interpretazione più vicina alla realtà di quanto sta accadendo. La riporto.



“Ma non confondiamo mazzette e favori”

La Stampa: Travaglio, allora, nessun imbarazzo per il Di Pietro che frequenta i tribunali?
Marco Travaglio: No... e perché? Mica è uscito e ha cominciato a inveire. Non mi risulta che abbia chiesto leggi “ad personam”.

La Stampa: No, dice di indagare a tutto campo. Figli e amici compresi.
Marco Travaglio: Appunto. Mi sembra un comportamento di grande coerenza. Mi felicito con lui. Anche perché non si ripara nella questione del penalmente rilevante. Ecco, almeno Di Pietro lascia che siano i magistrati a decidere che cosa è penalmente rilevante.

La Stampa: Sembra quasi di capire, Travaglio, che lei vede Di Pietro persino rafforzato da questa brutta storia.
Marco Travaglio: Guardi, premesso che non so niente di questa inchiesta, e che quindi non ho proprio idea di chi sia indagato e chi no, noto che Di Pietro non fa eccezioni per nessuno. Non era scontato. Le persone vanno messe alla prova dei fatti.

La Stampa: Resta il fatto che l'inchiesta ha tirato fuori una bruttissima storia.
Marco Travaglio: Lui dice che il suo partito è in grande espansione. E che ovviamente entra di tutto. Ecco, questo è un limite. Lo è per tutti i partiti, ma nel suo caso la questione è più grave. Perché da Di Pietro non ce lo si aspetta. Ci vorrebbero dei buttafuori all'entrata. E poi ci vorrebbe un serio collegio dei probiviri.

La Stampa: A essere davvero severi, però, pure Di Pietro dovrebbe cancellare mezzo partito.
Marco Travaglio: Ma almeno, quando gli segnalano una mela marcia, lui la caccia. Gli altri mica lo fanno. Quel Mautone, ad esempio: quando gli sono arrivate certe chiacchiere all'orecchio, l'ha fatto ruotare. E' una buona regola, visto che certi funzionari non li puoi licenziare. Poi naturalmente vedo che gli accollano pure questo...

La Stampa: La questione più delicata, e dolorosa, riguarda il figlio Cristiano.
Marco Travaglio: Mi pare giusto che sia dimesso dal partito. Ora, io non confondo chi prende mazzette, che è un reato, con una semplice raccomandazione. E allora, fermo restando che le raccomandazioni non si fanno, è chiaro che sono due cose di peso diverso.


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12 Gennaio 2009

Sei risposte a Libero


Pubblico le mie risposte (più una) a questo colloquio a distanza tra il direttore di Libero, Feltri, ed il sottoscritto. Lo faccio soprattutto per voi lettori e per l’opinione pubblica che ha il diritto di conoscere i fatti. Fatti e circostanze che invece vengono ogni giorno travisati e strumentalizzati da quelli de “Il Giornale” su ordine e mandato del loro padrone. Ad essi mi rivolgerò nelle sedi giudiziarie proprie, ove sono stati da me chiamati a rispondere per le gravi diffamazioni che sto subendo. A voi la valutazione di quanto di seguito riporto.

Per facilitare la lettura delle mie risposte, riporto di seguito i link alle domande:

1) "Come potè acquistare la casa di Bergamo all’Inail se la legge glielo impediva?"
2) "Come spiega la doppiezza fra l’associazione IDV e il Movimento politico IDV?"
3) "Come spiega la gestione dei contributi elettorali al partito? Chi li ha incassati?"
4) "Come spiega che fosse lui, Di Pietro, ad approvare i rendiconti IDV, senza altri controlli?"
5) "Come spiega il giallo dell’IDV che pagava l’affitto della sede di Roma alla famiglia Di Pietro?"
6) "Come spiega che Di Pietro seppe in anticipo che Mario Mautone, Provveditore alle opere pubbliche in Campania, era sotto inchiesta a Napoli?"
7) "Mi riferisco all’ultima “perla” de “Il Giornale” secondo cui avrei dato o comunque mi sarei interessato a far avere all’avv. Ascione di Brescia una consulenza da una società autostradale."

La lettera
"Caro Direttore, eccomi ancora qui a rispondere alle altre domande che domenica scorsa Lei mi ha pubblicamente formulato. Come ha detto Lei, “abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”. Anzi, giacché ci siamo, facciamo “trentadue”, visto che nel frattempo quelli de “Il Giornale” mi hanno sparato altra melma addosso (miei presunti favoritismi da Ministro). Eccomi, dunque, pronto a rispondere alle sei domande che mi ha posto (più una) carte e documenti alla mano che, ovviamente, le metto a disposizione come ho già fatto la volta scorsa.

Prima domanda: "Come potè acquistare la casa di Bergamo all’Inail se la legge glielo impediva?"

Risposta: E chi l’ha detto che la legge me lo impediva? Ah sì, sempre quelli de “Il Giornale”, ma sono frottole. Ricostruiamo i fatti. Il 10 novembre del 2004 ho partecipato ad un’asta pubblica, indetta dalla SCIP per conto dell’INAIL. Fra tanti altri immobili messi in vendita c’era anche un appartamento a Bergamo in via Locatelli 29. Trattavasi di una gara indetta per la seconda volta perché la prima era andata addirittura deserta (si vede che all’epoca nessuno lo voleva a quel prezzo). Il prezzo a base d’asta era di 204.085,00 euro. Io feci un’offerta di euro 261.661,00 che risultò essere la più alta. Il secondo in graduatoria offrì 245.000,00 euro. L’ufficiale rogante però assegnò inizialmente l’asta al secondo in graduatoria perché ritenne non sufficiente la documentazione da me fatta produrre. Feci ricorso e sia il TAR che il Consiglio di Stato mi dettero totalmente ragione. Fu così che finalmente il giorno 16 marzo 2006 sottoscrissi davanti al notaio Santangelo di Bergamo il relativo atto notarile di compravendita, subito dopo il verbale di aggiudicazione. Tutto qui. Cosa mai c’è di illegale o di sbagliato in tutto questo? Ah sì, secondo quelli de Il Giornale ci sarebbe che io non avrei potuto partecipare a quella gara in quanto “pubblico amministratore” e quindi “la legge me lo impediva”. Ma non è vero che io all’epoca fossi un pubblico amministratore. Non lo ero né alla data in cui è avvenuta la gara (10 novembre 2004) né alla data in cui è avvenuto il rogito notarile (16 marzo 2006). Come a tutti noto, divenni Ministro della Repubblica – e cioè Pubblico amministratore - il giorno 17 maggio 2006! Peraltro all’epoca (nel 2004 e fino al 10 aprile 2006) non ero nemmeno parlamentare italiano. Ero sì parlamentare europeo ma dove sta scritto che un parlamentare europeo (o italiano che sia) per ciò solo non possa partecipare ad una gara? Nessuna legge lo vieta in quanto appunto gli eletti non sono per ciò solo anche pubblici amministratori. Pure le pietre sanno che sono Pubblici Amministratori i Ministri e gli assessori comunali, provinciali e regionali in carica ma non anche i consiglieri comunali, provinciali o regionali e nemmeno i semplici parlamentari. Sempre con riguardo a questa vicenda, mi è stato pure contestato che io mi sarei servito di un “prestanome”, ma nemmeno questo è vero. In gergo tecnico - ed ancor più in quello comune e giornalistico - per “prestanome” si intende un “uomo di paglia” una “testa di legno”, una persona insomma che viene messa a capo di una qualche attività imprenditoriale o di una proprietà immobiliare per occultare chi ne è il reale beneficiario o proprietario. Invece nel caso di specie il “disciplinare d’asta pubblica” ed il relativo “modulo di partecipazione” predisposti della SCIP prevedevano la possibilità di avvalersi, ai sensi del’art. 1401 e segg. c.c., dell’ istituto del “contratto per persona da nominare” per l’espletamento delle formalità preliminari e solo per il tempo necessario ad esse: da nominare appunto, e non da nascondere, occultare, rendere inconoscibile. Ho allora incaricato Claudio Belotti a partecipare alla gara per mio conto (e solo per queste preliminari formalità). Poi al momento dell’aggiudicazione (nello stesso giorno) ho provveduto, come prevede la legge, anche ad indicare la mia persona come acquirente ed infatti l’atto di compravendita è stato fatto esclusivamente e direttamente a mio nome (come da atto notarile che le invio). Non vi è mai stato fatto quindi alcun acquisto per interposta persona o per “prestanome” che dir si voglia.


Seconda domanda: "Come spiega la doppiezza fra l’associazione IDV e il Movimento politico IDV?"

Risposta: Ma non vi è alcuna doppiezza. Sono la stessa cosa. Come potrà anche Lei riscontrare dalla documentazione che Le metto a disposizione, essi hanno un unico codice fiscale ed unica partita IVA; una unicità dei conti corrente ove sono stati fatti affluire i rimborsi elettorali e da cui sono state effettuate le relative spese elettorali e di gestione; una unicità dei bilanci presentati agli Organi di controllo (Camera dei Deputati e Corte dei Conti); una unicità dei rendiconti presentati con riferimento alle spese elettorali sostenute nelle varie campagne elettorali; una unicità di documentazione con la quale la Tesoriera ha depositato i rendiconti ed i bilanci agli Uffici della Camera dei Deputati; una ed una sola sede sociale, Milano (mentre quella di Roma, alla pari di tante altre sparse in giro per Italia è solo una sede politica e di rappresentanza). Al di là dei documenti formali, sul piano sostanziale aggiungo che – se avessi voluto davvero trasferire ad altre associazioni i rimborsi elettorali ricevuti – ne avevo pure lo strumento legislativo a cui ovviamente non ho fatto mai – dico mai – ricorso. Il comma 4 dell’art. 39 quaterdecies del D.L. 30.12.2005 n. 273 convertito con modificazioni dalla legge 23.02.2006 n. 51 permette, infatti, ai partiti politici di poter cedere i propri crediti anche ad altre realtà politiche e culturali (a proposito, ma perchè qualcuno in Parlamento nel febbraio 2006, pensò di emanare una norma del genere?). Faccio anche notare che tutti gli organi amministrativi e di controllo hanno sempre riscontrato la legittimità dello Statuto di IDV così come adottato e la correttezza delle appostazioni di bilancio e della rendicontazione presentata. In particolare, lo Statuto e l’atto costitutivo sono stati consegnati al Ministero dell’Interno a cui è stato depositato in occasione del deposito del simbolo e della presentazione delle liste; alla Camera dei Deputati,a cui sono stati depositati sia in sede di richiesta di rimborso che di presentazione di rendiconto delle spese sostenute ed ancora più in generale ogni anno in occasione della presentazione periodica dei bilanci annuali. E’ stata la stessa Camera dei Deputati, investita formalmente della questione, ad affermare con deliberazione n. 35 del 29 luglio 2008 (che ovviamente pure Le invio) che “l’asserita distinzione soggettiva tra Associazione e Movimento Italia dei Valori non risulta allo stato rilevante ai fini del soggetto elettorale avente titolo ai rimborsi (e cioè la lista elettorale “Italia dei Valori – Lista Di Pietro”) e delle persone fisiche titolate a ricevere i rimborsi per conto di detta lista”. Insomma per noi di IDV il partito e l’associazione sono sempre stati la stessa cosa, un solo e medesimo soggetto giuridico. In sostanza, l’Italia dei Valori si è comportato alla stessa stregua di tanti altri partiti, prevedendo clausole statutarie di garanzia per metterlo al riparo dai tanti soggetti strani che girovagano di partito in partito alla ricerca di occasioni propizie per spillare qualche quattrino (come appunto si è cercato di fare da parte di alcuni anche ai danni di IDV). Confronti, la prego, gli Statuti degli altri e riscontrerà che – specie nella fase iniziale della loro nascita – hanno sempre previsto clausole di garanzia. Anche nello Statuto di IDV vigente fino all’altro ieri c’erano clausole di garanzia a maglie molto strette ma mi pare normale che ciò possa avvenire almeno all’inizio di un’avventura politica così complessa, qual è indubbiamente la costituzione ed il decollo di un partito ad aspirazione nazionale. Peraltro, ora che l’Italia dei Valori è finalmente diventato maggiorenne, mi è parso giusto modificare lo Statuto in quella parte in cui riservava ai soci fondatori specifiche ed esclusive clausole di salvaguardia (tra cui la tesoreria). Il nuovo Statuto, emanato anche grazie ai Suoi apprezzati consigli, è consultabile ora sul sito ufficiale del partito.

Terza domanda: "Come spiega la gestione dei contributi elettorali al partito? Chi li ha incassati?"

Risposta: I contributi elettorali ricevuti sono stati sempre, solo ed esclusivamente incassati dal partito dell’Italia dei Valori . Ribadisco quanto ho già avuto modo di precisarLe e documentarle la volta scorsa: i contributi pubblici incassati da IDV a tutto il 2007 sono stati pari a 19.908.596 euro e sono stati incamerati nei suoi specifici conti corrente (e precisamente il c/c n.ro 10633 aperto presso la Banca S. Paolo di Napoli – ag. 1 Montecitorio ed il c/c n.ro 29695 presso il Credito Bergamasco di Bergamo). Sempre sugli stessi conti sono stati incassati a tutto il 2007 ulteriori 761.909,00 euro a titolo di interessi attivi e per contributi degli aderenti ed eletti del partito. Da questi medesimi conti corrente è anche uscito il denaro per pagare tutte le spese (che ad oggi, come pure Le ho specificato nella precedente mia lettera, ammontano a tutto il 2007 ad euro 16.233.853 (come da copia dei bilanci che pure le ho già messo a disposizione). Ovviamente la differenza attiva, pari a euro 4.436.652, trovasi tuttora depositata presso le due banche predette, sempre, solo ed esclusivamente su conti di IVD, come può rilevarsi dai relativi estratti conto.

Quarta domanda: "Come spiega che fosse lui, Di Pietro, ad approvare i rendiconti IDV, senza altri controlli?"

Risposta: Eh no! Non è così. Una cosa sono le clausole statutarie restrittive a suo tempo inserite in via cautelativa, altra cosa è il sistema dei controlli. Questi ci sono stati eccome, a iosa, come posso dimostrare e documentare. Vediamo innanzitutto cosa prescrive la legge al riguardo. L’art 8 legge 2/1992 e art. 1 legge 157/99 prescrive che il Tesoriere ogni anno deve predisporre il relativo “Rendiconto di esercizio” e annesse “Relazione della gestione” e “Nota integrativa al rendiconto”. Questi documenti devono essere poi sottoposti al vaglio di un “Collegio dei Revisori dei Conti”, scelti da appositi elenchi pubblici, ai quali compete per legge il controllo formale e sostanziale della veridicità del bilancio e della correttezza della relazione predisposta dal Tesoriere. Dopo la loro positiva verifica, il Rendiconto (o bilancio che dir si voglia) deve essere pubblicato su due quotidiani, di cui almeno uno a tiratura nazionale (evidentemente allo scopo di rendere noto a qualsiasi associato ed a tutta la collettività la gestione economica del partito). Poi la documentazione, unitamente alla relazione dei Revisori dei Conti va trasmessa alla Camera dei Deputati per il successivo controllo pubblico. Controllo che viene effettuato dall’apposito “Collegio parlamentare per il controllo dei rendiconti dei partiti” previsto dal predetto art. 8, comma 14 legge 2/97. Infine le decisioni del Collegio vengono resi di dominio pubblico (anche nei siti della Camera e del Senato). Per quanto riguarda le spese che i partiti sostengono in occasione delle campagne elettorali, esse vengono analiticamente valutate dalla “Corte dei Conti – Collegio di controllo sulle spese elettorali”. Ebbene, nel caso specifico dell’Italia dei Valori, il Tesoriere del partito (on.le Silvana Mura) ha sempre adempiuto ai predetti adempimenti ed ha sempre reso noto a tutti gli iscritti e simpatizzanti – e tutti i cittadini – il contenuto della predetta documentazione attraverso la pubblicazione sul sito internet del partito (italiadeivalori.it) ove e’ presente una apposita sezione denominata “Bilancio e Finanze”. Le metto a disposizione al riguardo, gentile Direttore, copia della relazione del “Collegio dei revisori” per la gestione finanziaria relativa agli anni dal 2001 al 2007, ove si dà conto di tutti i controlli da loro effettuati (anche sui conti bancari e le relative corrispondenze) e del loro giudizio favorevole. Le invio anche la certificazione della Camera dei Deputati per gli anni dal 2001 al 2006, in cui il Collegio parlamentare di controllo certifica le regolarità dei nostri bilanci. Trasmetto infine il Referto del “Collegio di controllo sulle spese elettorali della Corte dei Conti” che pure conclude, dopo approfondita analisi e verifica dei conti, sulla bontà e regolarità di quelli dell’Italia dei Valori (a proposito, ma lo sa che, con riferimento ad altri partiti, in tutti questi anni ci sono stati e ci sono vari problemi?). Infine mi preme far rilevare che – quantunque l’originario Statuto di IDV prevedesse norme restrittive per l’approvazione dei bilanci - in realtà io, in tutti questi anni, ho sempre condiviso tale responsabilità con le strutture nazionali del partito (di fatto quindi, sperando le stesse clausole statutarie), come può rilevarsi esemplificativamente proprio con riferimento al bilancio 2004 approvato dall’Esecutivo nazionale IDV con delibera del 18/6/2005, che metto a sua disposizione. Come può constatare, Direttore, gli organi del partito sono sempre stati informati ed i controlli ci sono stati eccome – anche da soggetti terzi, con cui non ho né ho mai avuto alcun rapporto personale – ed essi hanno sempre certificato la correttezza della contabilità di IDV.

Quinta domanda: "Come spiega il giallo dell’IDV che pagava l’affitto della sede di Roma alla famiglia Di Pietro?"

Risposta: Nessun giallo. Tutto alla luce del sole e tutto regolare. Anzi, con vantaggi proprio per IDV e senza alcun fine speculativo da parte mia (che anzi mi sono fatto pure carico per i primi anni di vita del partito, di sostenerlo economicamente, anche fornendo gratis le relative sedi, come per esempio avvenne all’epoca in cui la sede di IDV era a Busto Arsizio). Nel merito, è successo che nel 2005 il partito – che in quel periodo era in affitto a Roma in via dei Prefetti 19 – dovette provvisoriamente ed in via di urgenza trovare un’altra sistemazione in quanto il proprietario dell’immobile aveva dei problemi con la giustizia legati proprio a quella proprietà. Siccome io nel frattempo avevo acquistato – tramite la società ANTOCRI a me facente capo – un appartamento a Roma in via Principe Eugenio ho provveduto conseguentemente a metterla temporaneamente a disposizione del partito. La locazione è durata meno di due anni ed infatti dall’estate 2007 il partito ha trasferito la propria sede in via di S. Maria 12, sempre a Roma. L’affitto è avvenuto alla luce del sole, con ratei semestrali sempre regolarmente fatturati e per importi che ho volutamente tenere al di sotto di quelli di mercato, proprio per evitare critiche. L’Italia dei Valori non ha ricevuto alcun nocumento da tali affittanze. Ne è riprova il fatto che la locazione del nuovo ufficio ove IDV si è successivamente trasferita ed ove trovasi tuttora (in zona sì più centrale ma molto più piccolo) prevede un canone annuo di 78.000 euro, a fronte dei 54.000 euro che invece pagava prima (come da contratti e ricevute che le invio). Come può constatare la locazione di ANTOCRI ad IDV non era una speculazione finanziaria, come qualcuno ha voluto surrettiziamente insinuare. D’altronde, se non avessi affittato a IDV, ben avrei potuto affittare ad altri, quanto meno alle stesse condizioni.

Sesta domanda: "Come spiega che Di Pietro seppe in anticipo che Mario Mautone, Provveditore alle opere pubbliche in Campania, era sotto inchiesta a Napoli?"

Risposta: Nessuno mi ha mai detto che Mautone era sotto inchiesta a Napoli e men che meno che era sotto intercettazione (almeno fino a quando non furono proprio alcuni giornali e agenzie a darne illecitamente notizia) . E’ semplicemente successo che, quando divenni Ministro delle Infrastrutture, il Ministero era stato diviso in due (l’altro, quello dei Trasporti, venne affidato al collega Bianchi) e quindi bisognava ridefinire gli organici. Io, allora, utilizzai l’occasione per prendere una nutrita serie di provvedimenti di “rotazione” e “trasferimenti” di dirigenti ministeriali della cui opportunità nel frattempo mi ero reso conto (alcuni perché da troppo tempo rivestivano lo stesso incarico, altri – specie nel “delicato Sud” - perché erano da troppo tempo nello stesso posto, altri perché destinatari di inchieste interne, segnalazioni ed esposti, altri ancora per scadenza del mandato ed altri infine perché ritenuti più adatti a rivestire certi ruoli o certi uffici (non tutti possono fare tutto, giacchè c’è chi è più portato a fare una cosa e chi un’altra). Ho preso tali decisioni in assoluta autonomia e nell’ambito delle responsabilità istituzionali che mi competevano proprio in quanto Ministro (magari facessero tutti così!). D’altronde in alcuni Ministeri (come per gli Interni, la Difesa e l’Economia) le “rotazioni” e i “trasferimenti” sono da sempre una prassi codificata (i questori, i prefetti e gli Ufficiali superiori dei Carabinieri e della Guardia di Finanza ne sanno qualcosa, con tutti i traslochi che devono sopportare). Nell’ambito di questa complessa e complessiva operazione (riguardante decine di casi) ho provveduto a spostare anche l’ing. Mario Mautone che, da Capo del Provveditorato di Napoli (incarico che egli già rivestiva allorchè io divenni Ministro), è così passato a Capo della Direzione edilizia statale del Ministero e quindi con la stessa qualifica e con funzioni dirigenziali analoghe (d’altronde non averi potuto fare diversamente giacchè egli è un funzionario pubblico e la legge, i TAR ed il Consglio di Stato impongono che chi ha una certa qualifica debba occupare la relativa funzione). Le ragioni personali riguardanti l’inserimento anche dell’ing. Mautone nella “rotazione” non avevano nulla di trascendentale e riguardavano all’epoca solo apprezzamenti di opportunità rispetto a notizie e segnalazioni che erano pervenute al Ministero (peraltro anche di minore rilevanza rispetto a talune segnalazioni riguardanti altri dipendenti). Di esse, comunque, nello specifico renderò testimonianza alla magistratura se me ne farà richiesta, trattandosi (come Lei capirà bene) di atti interni d’ufficio, peraltro in costanza di attività giudiziaria ancora coperta da segreto istruttorio. Ribadisco, infine, che non ci sono mai stati rapporti – né personali né politici – tra me e Mautone. C’è stato solo e sempre un reciproco, doveroso e corretto rapporto istituzionale in relazione ai ruoli ed agli incarichi che ciascuno di noi rivestiva. E’ falso quindi che io l’abbia nominato in una Commissione di collaudo per favorirlo. Egli era un Dirigente del Ministero (anche tecnicamente qualificato ed esperto) e dovendo io formare tante Commissioni di collaudo – ho dato un incarico anche a lui che ne aveva anche meno degli altri. Provi a chiedere ai Sindacati di categoria interni al Ministero e avrà la riprova della trasparenza che riportai nel settore. Altrettanto stucchevole e denigratoria è l’affermazione – pure riportata da quelli de Il Giornale - secondo cui la prova Mautone “sarebbe un mio uomo” deriverebbe dal fatto che egli era presente ad una cerimonia pubblica a Montenero di Bisaccia per presentare i lavori di restauro di un’antica torre saracena diroccata. E chi altro del Ministero doveva esserci se non il funzionario competente, e cioè il Direttore dell’edilizia statale? E chi altri dovevo portarmi appresso, come Ministro, se non il funzionario Mautone che da Provveditore aveva programmato le fasi ed il progetto di restauro?

Settima domanda: mi riferisco all’ultima “perla” de “Il Giornale” secondo cui avrei dato o comunque mi sarei interessato a far avere all’avv. Ascione di Brescia una consulenza da una società autostradale.

Risposta: Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Questa circostanza è già stata smentita in tutte le sedi. Ribadisco che non ho dato mai alcuna consulenza ministeriale ad Ascione, né mi sono mai interessato a fargliene avere da qualcuno. Ed infatti egli non ha avuto mai alcun incarico dal Ministero. Egli ha avuto un incarico dalla “società concessionaria autostradale Brescia-Padova” (che col Ministero non c’entra nulla) per assisterla nelle questioni legali che la vedevano contrapposta alla Commissione Europea ed all’Anas e, tramite essa, anche ai Ministeri delle Infrastrutture, dell’Economia ed al CIPE. L’avv. Ascione è un ex magistrato, ora noto ed affermato legale che esercita nel Veneto e che non aveva e non ha certamente bisogno di me per le sue relazioni. E’ illogico ed offende il senso comune solo pensare che tutti coloro che – avendo avuto, come Ascione, oramai quindici anni fa, rapporti con me da magistrato - ora se fanno un’altra cosa, questa debba dipendere da me. Altro non so e non posso dire proprio perché non ho avuto alcun ruolo ed alcun rapporto al riguardo e mi dispiace davvero per le umiliazioni a cui vengono sottoposte terze persone che non c’entrano nulla, solo per attaccarmi. Fin qui la parte che riguarda me. Attendo ora quella che riguarda gli altri. Potrei fare mille esempi ma ne cito uno solo una a cui LIBERO potrebbe dare risalto: ma le pare giusto che il Parlamento abbia varato una legge che permette l’erogazione dei rimborsi elettorale per tutti e cinque gli anni della legislatura anche quando questa nel frattempo si è interrotta e ne è subentrata un’altra? I partiti, oggi, dopo la caduta del Governo Prodi, stanno prendendo i rimborsi elettorali sia per la vecchia legislatura che per la nuova. L’Italia dei Valori si impegna a fare in Parlamento una specifica battaglia politica per l’eliminazione di questo iniquo balzello.

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9 Gennaio 2009

Calunnie, solo calunnie


Riporto di seguito la mia risposta alla lettera del direttore di Libero, Vittorio Feltri, e pubblicata oggi dal suo quotidiano.

Ho diviso la mia risposta in capitoli, per facilitare la lettura delle mie risposte alle calunnie mosse nei miei confronti in questi giorni da stampa e politici:

- Gestione dei finanziamenti
- Rimborsi elettorali
- Tutti gli immobili
- La società Antocri
- Conclusioni: la formichina

La lettera:

"Gestione dei finanziamenti

Caro direttore, eccomi.
Ieri Lei dalla pagina di Libero mi ha chiesto due spiegazioni e mi ha dato un consiglio. Cominciamo dal consiglio che era il seguente: “Le sollecito a darci prova della sua trasparenza e affidare i milioni del finanziamento ad un collegio di ragionieri eletti nel suo partito”. Mi pare proprio un buon consiglio, la ringrazio e mi attivo immediatamente. Ho oggi stesso disposto la modifica dello Statuto che ora prevede che tutte le finanze del partito e tutti i contributi elettorali (sia futuri che pregressi beninteso), siano gestiti non più dai soci originari che hanno dato vita al partito ma dall'intero Ufficio di Presidenza dell'Italia dei Valori che è composto da 7 persone, individuato non nominatamente ma – pro tempore – per il loro ruolo, la loro funzione e la loro elezione: il Presidente del partito, il Capogruppo della Camera, il Capogruppo al Senato, il Portavoce nazionale del partito, il Tesoriere, un rappresentante degli eletti nelle Regioni (da loro nominato) ed un esperto contabile nominato dall'Ufficio di Presidenza stessa (su proposta dell'Esecutivo nazionale di Idv che è il massimo organo assembleare del partito). Provi a visionare gli Statuti degli altri partiti e vedrà che tutti hanno adottato – specie all'inizio della propria attività – misure di cautela per evitare l'assalto alla diligenza (come peraltro “Libero” ne ha dato atto proprio ieri, informandoci delle beghe interne fra Margherita e Ds per la suddivisione dei rispettivi fondi e beni). Ho già preso appuntamento per domani da un notaio di Bergamo (che conosce pure Lei) per la relativa statura notarile. Appena sottoscritto Le invierò in anteprima copia del nuovo Statuto di Idv: se ha qualche ulteriore consiglio da darci le sarei davvero grato e provvederà di conseguenza.
E veniamo, caro direttore, alle domande che mi ha posto e che possono essere cosi riassunte: come sono stati gestiti i contributi ricevuti finora da Italia dei Valori e come “è la storia dei 10 appartamenti” che avrei acquistato. Rispondo subito, inviandole a parte la relativa documentazione per le verifiche che riterrà opportune effettuare.


Rimborsi elettorali

Idv non riceve finanziamenti da imprenditori o sponsor che sia (da noi non troverà i Romeo di turno). Riceveremo invece – come tutti gli altri partiti che hanno rappresentanza parlamentare – i finanziamenti pubblici previsti dalla legge. Sono tanti. Per noi e per gli altri (ed infatti nella scorsa finanziaria abbiamo chiesto inutilmente al Parlamento di dirottarli a favore degli ammortizzatori sociali). Essi vengono introitati da Idv tutti ed esclusivamente sui 2 conti correnti della tesoreria dell'Italia dei Valori e da questa utilizzati solo ed esclusivamente per esigenze del partito e della sua azione politica (come, da ultimo è avvenuto per la raccolta delle firme per promuovere il referendum contro il Lodo Alfano). Inoltre riceviamo le quote di partecipazione dai nostri iscritti, dai nostri parlamentari e dai nostri eletti e amministratori. Infine riceviamo gli interessi attivi del denaro che rimane parcheggiato in banca fino al suo utilizzo. Più in concreto finora abbiamo incassato – dal giorno in cui ci siamo presentati alle elezioni la prima volta nel 2001 e fino a tutto il 2007 – contributi pubblici per 19'908'596 euro, a cui si devono aggiungere ulteriori 761'909,00 euro a titolo di interessi attivi e per contributi degli aderenti ed eletti del partito. Di converso, abbiamo speso a tutto il 2007 euro 16'233'853. Il nostro partito, quindi, non solo non ha debiti ma è in attivo di euro 4'436'652, somma che trovasi depositata presso le due banche predette, sempre, solo ed esclusivamente sui conti di Idv, come può rilevarsi dai relativi estratti conto. Per l'anno 2008 appena trascorso, la stesura del bilancio è in corso (per noi come per qualsiasi altro partito o ente o azienda) e verrà pure reso pubblico nelle forme e nei tempi previsti dalla legge. Come noto, infatti, tutti i bilanci dei partiti devono essere regolarmente pubblicati in giornali a tiratura nazionale. Quelli di Idv, peraltro, sono sempre stati (e lo sono ancora) visionabili alla voce “Bilanci e Finanze” sul sito del partito Italiadeivalori.it. Comunque – e ad ogni buon conto – glie ne invio copia (specificandole fin d'ora che quest'anno chiederò di pubblicare proprio su Libero il bilancio 2008, come previsto per legge, se Lei me lo permetterà). Specifico che i bilanci annuali dell'Italia dei Valori sono sempre stati tutti regolarmente approvati dall'Organo di controllo del Parlamento, come rilevasi esemplificativamente dalle attestazioni del Presidente della Camera dei Deputati per gli anni 2001-2002-2003-2004-2005-2006-2007 che le invio a parte. Specifico anche che la Corte dei Conti - a cui spetta per legge approvare i Conti consuntivi delle spese elettorali dei partiti - nel referto trasmesso al Presidente della Camera sui consuntivi presentati dalle formazioni politiche ha finora sempre approvato i rendiconti presentati dall'Italia dei Valori.

Tutti gli immobili

E veniamo alla "storia dei 10 appartamenti" (che poi non sono dieci, perché se ne vendi uno per comprarne un altro con i soldi del primo, non ne hai due ma sempre uno). È vero che qualcuno negli anni passati ha alluso ad un utilizzo indebito da parte mia dei rimborsi elettorali, ma - come potrà prendere atto leggendo il decreto dei Gip di Roma n.4620/07 del 14.03.2008 che le invio integralmente - non solo è stata disposta nei miei confronti - su conforme richiesta del pm - l'archiviazione perché il fatto non sussiste ma addirittura sono stati rimessi gli atti alla Procura per la valutatone circa il reato di calunnia nei confronti del denunciante.
Ma, potrebbe obiettare lei e giustamente: d'accordo, la gestione della tesoreria di Italia dei Valori sarà pure corretta ma i soldi per gli appartamenti dove li hai presi? Ecco, allora, l'elenco delle mie proprietà, il loro valore di acquisto e la provenienza dei relativi fondi. A Montenero di Bisaccia sono proprietario di una azienda agricola (lasciatami in eredità da mio padre e mia madre) con circa 15 ettari di terreno e casa colonica annessa (che ho ben ri­strutturato a mie spese, con i fondi (e le pietre) provenienti proprio dall'azienda: produco in proprio, infatti dalla morte di mio padre (1987) soprattutto, olio e grano (quest'anno oltre 400 quintali). A Curno, in provincia di Bergamo ho una villetta a schiera in via Lungobrembo 62, acquistata alla fine degli anni '80 e quindi per definizione con soldi non del partito (che, come noto è stato fondato ne! 2000 ed a cui i primi contributi sono cominciati ad affluire nell'autunno del 2001). Sempre a Curno, in via Lungobrembo 64 (contigua alla precedente) vi è una vecchia casa con giardino, di proprietà di mia moglie che l'ha comprata nel 1985 per 38 milioni di vecchie lire e che e stata dalla stessa (e con il mio contributo, anche manuale) ristrutturata nel 1986 (e quindi in epoca anch'essa non sospetta). È il luogo dove siamo andati a vivere dopo sposati. A Bruxelless sono comproprietario di un piccolo appartamento in via Scarabee 3, acquistato nel 1999 per 204 milioni di vecchie lire (di cui la metà con prestito bancario della Bbl di Bruxelless, sede del Parlamento europeo) quand'ero parlamentare europeo (ed a tal fine). Anche questo immobile è stato acquistato in epoca precedente alla costituzione di Idv. A Bergamo sono proprietario di un appartamento in via Locateli, da me acquistato, a seguito di gara pubblica, ad un'asta indetta dalla Scip per conto dell'Inail in data 10 novembre 2004 (rogito 16.03.2006) per euro 261'661,00 oltre spese e tasse. Non sono invece proprietario di alcun altro immobile in tale città, come invece pure era stato scritto. Vi sono invero lo studio e la casa di mia moglie (che, come Lei sa, fa l'avvocato da una vita e fa pane di una famiglia benestante di avvocati e prima di notai che Lei, gentile direttore, essendo di Bergamo, credo conosca molto bene).

La società Antocri

A Milano ho comprato nel 2004 (tramite la società Antocri) un appartamento in via F. Casati 1/a, per euro 614'500,00, di cui 300'000,00 con mutuo Bnl ed il resto con parte dei fondi provenienti dalla vendita di due appartamenti di mia proprietà che avevo a Busto Arsizio (acquistati nel 1999 - e quindi sempre in epoca antecedente alla costituzione di Idv - per lire 845'166'000 e rivenduti nel 2004 per 655'533,46 euro). Gli atti notarili sono a sua disposizione. Quanto alla provenienza dei fondi per acquistare gli appartamenti di Busto Arsizio, non me ne voglia ma lei dovrebbe ricordarla bene essendo stata una delle persone che vi hanno in qualche modo contribuito (ricorda i 400 milioni di lire che l'editore de "II Giornale" (ove egli faceva all'epoca il direttore responsabile) mi versò, a titolo di risarcimento danni con assegno circolare? All'epoca peraltro furono in molti a versarmi denaro per risarcirmi dei danni provenienti da articoli di giornali ritenuti diffamatori dai giudici o comunque, in via di transazione bonaria). L'altra parte dei soldi provenienti dalla predetta compravendita li ho usati per acquistare (tramite la società Antocri) a Roma nel 2005 un appartamento in via Principe Eugenio per euro 1'045'000,00 (il resto della provvista è stato reperito da un mutuo bancario Bnl di 400'000,00 euro e dai miei risparmi di cui in appresso). Tale immobile è stato rivenduto nel 2007 a 1'115'000,00 e con la relativa provvista, una volta estinto il mutuo, ho comprato l'anno scorso una casa ai miei due figli più piccoli a Milano, in zona Bovisa, per studiare. Ho anche aiutato mio figlio maggiore, con donazioni in denaro (per un totale di circa 80 mila euro) in parte quando si è sposato ed in parte quando sono nati i suoi tre figli trigemini. Soldi che egli, coscienziosamente ha utilizzato per pagare l’ anticipo di una casa a Curno quando abitava li e che poi ha rivenduto ricomprandosi, a minor prezzo, casa a Montenero, quando si è trasferito al paese natio. Sempre a Roma, sono attualmente proprietario dell’appartamento di via Merulana, ove abito quando mi reco li per ragioni legate al mio lavoro parlamentare. L’ho comprata, nel 2001 - e quindi ancora una volta prima dei rimborsi elettorali confluiti in questi ultimi anni al partito - per 800 milioni di vecchie lire ( di cui, come al solito, parte in mutuo) Queste sono,- o sono stata- le mie proprietà. Mi si dirà. D’accordo hai fatto delle compravendite ed hai stipulato dei mutui, ma per il resto dove hai preso i soldi? Ebbene, i miei redditi pubblici e che possono essere consultati presso il sito della camera dei Deputati e del senato ammontano dal 1996 ad oggi ad oltre 1'000'000,00 di euro ( al netto tasse), come da tabella riepilogativa che le invio a parte. A tutto ciò devono aggiungersi ulteriori rinvenienze attive, tra cui una donazione mobiliare per circa 300 milioni di vecchie lire ricevuta nel 1996 dalla contessa Borletti ( i fatti sono notori in quanto hanno riguardato come beneficiari anche altri personaggi pubblici) e come detto plurimi risarcimenti danni ricevuti ( da me e dai miei familiari) per circa 700'000,00 euro negli anni in relazione alle varie diffamazioni subite nel tempo nonché i frutti dell’agenzia agricola e dei relativi cespiti immobiliari lasciatimi in eredità dai miei genitori dopo la loro morte.

Conclusioni: la formichina

Tutto qui. Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse e altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno insegnato i miei genitori, risparmiando ed investendo i guadagni in immobili( almeno questi nono ti mandano sul lastrico, come è successo per le azioni e le speculazioni in borsa!). Mi scuso per la prolissità e se necessario sono ancora e sempre pronto a fornire tutte le risposte che riterrà necessarie. Con Lei, caro direttore lo faccio volentieri per tre ragioni: primo perché sono certo della sua buona fede e del suo sacrosanto diritto di pormi le domande che mi ha posto; secondo perché sono convinto che ogni personaggio pubblico deve rispondere nel merito alla pubblica opinione (ed agli organi di informazione indipendenti come “Libero”); terzo, perché è cominciato il nuovo anno e voglio avvicinarmi alla terza età nel migliore dei modi. Buon anno a lei ed ai suoi lettori.
"


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8 Gennaio 2009

Riforma universitaria: Governo di baroni


Sono passati solo pochi mesi dal ddl Gelmini sulla riforma scolastica e ci ritroviamo nelle stesse condizioni iniziali: uno spot elettorale. Il lupo perde il pelo ma non il vizio! Questo Governo continua a manifestare con i fatti l’espressione più ampia della libertà dell’uomo: l’incoerenza! Questa riforma universitaria l’hanno definita un passo avanti verso la meritocrazia. Ma in che maniera può esserlo, se l’unico cambiamento in materia universitaria è quello di portare da tre a cinque i membri della commissione esaminatrice per i concorsi di prima fascia? Se ci fosse stata davvero la volontà di dare un’innovazione autentica all’università italiana, che langue sui bassi fondi delle classifiche europee, avrebbero dovuto prevedere i concorsi su base nazionale e non locale; avrebbero dovuto riformare il criterio della valutazione dei titoli ed inficiare le pubblicazioni con 10/20 nomi che servono solo a traghettare persone estranee alla ricerca nell’Olimpo dei più famosi scrittori. Bamboccioni onniscienti che spaziano nelle più svariate discipline, risultando sempre presenti in ogni lavoro. La riforma non prevede alcuna verifica che attesti che gli studi siano avvenuti realmente, né quale sia il contributo di ciascun autore. Non è prevista l’abolizione dei profili professionali di comodo, quelli che in gergo universitario vengono definiti “medaglioni” cuciti su misura sui candidati destinati a vincere i concorsi. Persiste l’eccessiva frammentazione dei settori scientifico disciplinari che conferiscono autonomia e potere a comunità piccolissime di studiosi, altro che i “macro-settori” da noi auspicati! La nuova normativa ignora totalmente gli studiosi europei esperti e scienziati nel settore per la valutazione dei candidati, limita la selezione oggettiva del candidato e conferisce uno strapotere tutto italiano ai professori di prima fascia che, nel giro di tre o quattro concorsi ritornano ad essere i giudici indiscussi di tutte le competizioni che avvengono nei nostri Atenei: "questa volta ti sistemo il figlio di Tizio, la prossima volta mi fai vincere il figlio di Caio!"
Queste sono solo alcune delle modifiche sostanziali necessarie a cambiare in meglio la nostra università che ci saremmo aspettati, e quella dell’Idv, non è una critica pregiudiziale al provvedimento di questo Governo che, anche nel campo dell’università e della ricerca ha inteso per la nona volta porre la fiducia.
È necessario convincersi che bisogna per prima cosa stroncare il fenomeno del nepotismo, se vogliamo davvero aprire le nostre università ai più virtuosi ed intercettare il merito. Nelle università italiane si perpetuano da anni sempre gli stessi cognomi e si effettuano le programmazioni concorsuali ad hoc, prima ancora che il rampollo di turno giunga alla laurea. Da più parti d’Italia ci segnalano che già durante la scuola di specializzazione i figli della baronia al potere vincono il concorso per ricercatore. Discenti e docenti allo stesso tempo! È qualcosa di incredibile! Sarebbe bastato inserire un solo articolo nel provvedimento, che ora si è trasformato in legge attraverso la fiducia, per vietare l’accesso al ruolo di ricercatore a chiunque non abbia effettuato un dottorato post-specializzazione. Ma purtroppo questo non è stato fatto e ancora oggi dovremo assistere al fenomeno, solo italiano, che gli specializzandi-ricercatori di chirurgia insegnino chirurgia nelle nostre facoltà di medicina pur non avendo nessuna esperienza chirurgica. Oppure, sarebbe bastato impedire, con un altro articolo, la partecipazione ai concorsi nelle università ai candidati che hanno un parente stretto che riveste un ruolo apicale in quell’ateneo . Ma nulla di fatto! Ancora oggi, dopo l’approvazione di questo decreto legge, i trucchi per vincere i concorsi universitari sono tutti possibili: il predestinato vincitore, non appena laureato, viene inserito in tutte le pubblicazioni scientifiche, gli si fortifica il curriculum e quando le carte sono a posto gli viene bandito il concorso. Un concorrente per un solo posto!
Non è questa la strada per intercettare il merito, cari signori del Pdl, e quello della riforma universitaria appare più un mero spot elettorale che una reale volontà di cambiare le cose da parte di questo Governo… di baroni!


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6 Gennaio 2009

I veri giornalisti non hanno padroni


Su una cosa ha davvero ragione il direttore de Il Giornale, Mario Giordano. Nel suo caso, non è possibile parlare di paranoia. La paranoia prevede infatti che chi ne è afflitto creda davvero in quello che dice.
Nel nostro caso, invece, siamo difronte a qualcosa di molto più subdolo e pericoloso. Siamo di fronte a mezzi di informazione che, abbandonata ogni autonomia e libertà di pensiero, trasformano se stessi in armi improprie per perseguire fini che con il giornalismo e con l’informazione non hanno nulla a che vedere. In un’epoca in cui tutto è mosso e condizionato dalla comunicazione di massa nulla, infatti, fa male e ferisce come le parole pronunciate in una televisione o scritte su un giornale. Ed ecco allora che, secondo uno schema non molto dissimile da quello del ventennio mussoliniano, se qualcuno dissente da pensiero del leader maximo, se qualcuno osa criticare, o, cosa ancor più odiosa, dire la verità, scatta impietosa la repressione che non è più fatta di manganelli e olio di ricino, ma di attacchi, insinuazioni, calunnie, denigrazione che tendono a distruggere l’avversario.
E quindi, più che giornali, sono fogli di regime di stampo sovietico all’insegna del principio che il modo migliore per distruggere il nemico è quello di denigrarlo, delegittimarlo e distruggerne la reputazione e la credibilità. Questa è l’azione che, con metodo certosino, il Giornale svolge quotidianamente. Un’azione della quale già hanno pagato il prezzo sia gli alleati, ne sanno qualcosa Fini e Casini, quando hanno osato mettere in discussione il potere del padrone, sia oggi con una violenza che non conosce precedenti chi, come Italia dei Valori e Antonio Di Pietro, ha il coraggio di dire agli italiani che il Re è nudo.
Per questo è paradossale e grottesco che a parlare di atti di squadrismo sia proprio Mario Giordano lui che, da direttore de il Giornale, è stato ed è regista di veri e propri attacchi politici agli avversari del suo padrone che con il giornalismo ci sembrano davvero aver poco a che vedere.
Oggi più che mai capiamo le ragioni che spinsero Indro Montanelli al gran rifiuto. Montanelli aveva un’idea precisa del giornalismo e sapeva che i giornalisti, quelli veri, non hanno padroni.



3 Gennaio 2009

Il paranoico direttore


Ho riflettuto sulla paranoia e ho cercato di documentarmi consultando un buon manuale di psichiatria. La paranoia è «un’anomalia costituzionale che rimane latente in gioventù e si manifesta col maturare degli anni rivestendo la forma di un delirio a lenta evoluzione, coerente e fanatico (…) L’intransigenza nei giudizi, la critica velenosa, la superbia smodata, la tendenza ai litigi e alla ritorsione giganteggiano, alimentando alla base il delirio di persecuzione o di rivendicazione».

La paranoia è un’infermità mentale caratterizzata da «quadri di delirio sistematizzato». In psichiatria forense, la paranoia esclude «la capacità, se non di intendere, certo di volere: perché la volizione e quindi l’azione del malato sono coartate dall’idea delirante che prevale». Insomma i paranoici sono persone abbastanza pericolose per sé e per gli altri.

Si racconta in giro, infatti, che il direttore de Il Giornale, Mario Giordano, abbia sofferto moltissimo la festività del Capodanno, a causa della quale i giornali non sono usciti. Si racconta che il suddetto direttore Giordano, volesse stamparsi, solo per sé, una speciale edizione del Giornale per il primo dell’anno, quando le edicole erano chiuse, interamente dedicata ad Antonio Di Pietro. Avrebbe infatti molto sofferto per la disumana costrizione d’astinenza determinata dalla festività.

Ci dispiace. Il sapere che un uomo soffre, mentre il mondo gioisce, turba umanamente. Si racconta pure che, avendo appreso che Silvio Berlusconi aveva offerto ai suoi ospiti di Villa Certosa, ben mezz’ora di fuochi d’artificio, tali da “illuminare il cielo della Costa Smeralda”, il direttore Mario Giordano sia andato in furiosa escandescenza (al punto da rischiare di diventare lui stesso un gioco pirotecnico), urlando odio e disappunto per feste e festaioli. Fortunatamente per lui, il 2 gennaio, le edicole sono state riaperte e così, per il decimo giorno, il paranoico direttore, ha potuto dedicare il titolo a tutta prima pagina, ad Antonio Di Pietro.

Siamo preoccupati anche dalla notizia che i giornalisti, prime vittime del direttore, sarebbero stati colti, pur se a gerarchie invertite, dalla sindrome che ben venne descritta nei films della Pantera Rosa e che colpiva l’ispettore capo Dreyfus a causa delle azioni dell’ispettore Jacques Clouseau. Comunque, tolta l’umana comprensione per il malato, ci stiamo divertendo moltissimo. Possiamo, felici, dire anche noi “domani è un altro giorno”. Per favore direttore Giordano, non ci deluda.



28 Dicembre 2008

Liberiamo la Rai dai partiti


Per giorni e giorni Re Silvio Berlusconiha brandito la questione morale contro i suoi avversari, invitando tutti a fare pulizia e a mettere fuori dal cesto le mele marce.
”Elezioni, elezioni” ha tuonato invitando gli amministatori napoletani del centro sinistra a lasciare il posto. Come si fa a non condividere questo appello e magari ad estenderlo anche a Marcello Dell’Utri? Per qualche istante ci eravamo davvero illusi che il vecchio sire avesse deciso di concludere la carriera con una improvvisa quanto commovente conversione.

L’illusione si è dissolta durante la conferenza stampa di sabato dove è tornato alla ribalta il vecchio ingiustizialista di sempre.
La giornalista Natalia Lombardo, del quotidiano l’Unità, gli ha chiesto notizie sul sottosegretario Casentino accusato da 5 attendibilissimi pentiti di essere vicino al clan dei Casalesi. Allo stesso modo ha sollecitato una sua riflessione sulla questione morale e sulle ipotesi di soluzione.
Il Sire, con il consueto garbo, ha definito provocatoria la domanda e provocatrice la giornalista. Non contento il sovrano ha anche aggiunto che sulla questione morale decide lui. Dei giudici e delle sentenze non gliene frega un bel nulla!

Quando uno dei suoi fedelissimi è inquisito o addirittura condannato per associazione mafiosa spetta a Lui e a Lui solo convocare il condannato e accertare la verità, secondo criteri che non vogliamo neppure immaginare. L’unto dal Signore ha potere di vita e di morte sui sudditi.

In questo contesto la funzione delle opposizioni, dei magistati, di quei giornalisti che ancora vorrebbero fare il loro mestiere è davvero superflua.
Il sovrano sogna una bella repubblica presidenziale a reti unificate. A nessuno, proprio a nessuno è neppure venuto in mente di ricordargli il conflitto di interessi, dal momento che non esiste al mondo una repubblica presidenziale nella quale il presidente potrebbe aspirare a mettere insieme potere, affari e media e, contestualmente, annunciare l’intenzione di ridurre il ruolo e l’autonomia dei poteri di controllo.

Berlusconi lo ha fatto, nella medesima conferenza stampa, con chiarezza esemplare.
Alla domanda sulle sorti di Riccardo Villari, eletto presidente della vigilanza dalle truppe del medesimo Berlusconi, il signore di Arcore ha risposto che questa situazione comincia a infastidirlo perché è davvero giunto il momento di mettere le mani sulla Rai e ripulire l’azienda da quelle brutte trasmissioni che gli fanno venire l’ansia, tra queste il posto d’onore spetta a "Annozero" dove Santoro e Travaglio si ostinano a non obbedire ai voleri del presidente editore.

Nelle prossime settimane, dunque, la destra liberale si dedicherà non a risolvere il caso Villari, come qualche anima bella si illude, ma assai più concretamente tenterà di convincere il centro sinistra a compartecipare alle spartizioni future, riservando qualche strapuntino in sala mensa o nelle cantine di viale Mazzini.
Invece di continuare a fare appelli a Villari e soci, sarebbe forse il caso di lanciare una vera e propria offensiva politica capace di schiacciare la destra sul fronte della peggiore partitocrazia e della conservazione di ogni conflitto di interesse. Villari o non Villari le opposizioni unite potrebbero chiedere una nuova legge capace di allontanare governi e partiti dal consiglio di amministrazione.

Qualora la maggioranza dovesse impedire qualsiasi riforma, sarà doveroso raccogliere la proposta di Giovanni Valentini che dalle colonne di Repubblica, ha invitato i segretari dei partiti del centro sinistra a riunirsi e a indicare per il consiglio di amministrazione una rosa di nomi di prestigio assoluto, donne e uomini immediatamente riconoscibili per le loro biografie e per le le loro competenze e magari anche per il loro impegno civile.
Di nomi simili ne esistono dentro e fuori la Rai, dentro e fuori gli attuali gruppi dirigenti.
Nei giorni scorsi Veltroni ha chiesto a Roberto Saviano di partecipare e magari dirigere la scuola di formazione del Pd. Perchè non chiedergli di portare la sua forza morale, il suo coraggio, la sua creatività dentro il servizio pubblico? Sarebbe un segnale forte, darebbe un messaggio di speranza a milioni di persone, sarebbe un colpo di piccone alla società chiuse, ai clan consolidati. Forse Saviano non accetterà, ma la ricerca dovrà continuare in questa direzione.

Potremmo citare Sandra Bonsanti, coraggiosa giornalista e animatrice di Giustizia e Libertà, Tana De Zulueta, Miriam Mafai, Don Luigi Ciotti, Dacia Maraini, una scrittrice come Margherita Mazzantini, una grand artista come Carla Fracci, giornalisti coraggiosi quali Lirio Abbate, Rosaria Capacchione, Peter Gomez, Massimo Fini, Oliviero Beha, Marco Travaglio, Giovanni Valentini, Curzio Maltese, Michele Serra, Antonio Padellaro, autori senza padrini come Diego Cugia, imprenditori capaci e combattivi come Ivan Lo Bello e Tano Grasso, giuristi stimati in sede internazionale e nazionale come Alessandro Pace, Stefano Rodotà, Giuseppe Tesauro, Domenico d’Amati, Antonio Cassese, Nicola Lipari, Lorenza Carlassare... Questi sono solo alcuni esempi.

Li abbiamo scelti scelti anziani e giovani, donne e uomini, moderati e radicali, cristiani e non credenti, ma tutti uniti da una biografia caratterizzata dal grande amore per la qualità della comunicazione e da una forte passione civile. Sicuramente esistono centinaia di candidature simili, ma allora perché non aprire una discussione pubblica? Perche non promuovere delle primarie on line? Perchè non proporre e non utilizzare un metodo nuovo, davvero innovativo, capace di segnare quella discontinuità tanto invocata e assai poco praticata? Si poterbbe cominciare dalla Rai e poi proseguire con le aziende sanitarie e con tutti gli enti e le associazioni dove i partiti possono esercitare un diritto di nomina.
Non sarà la panacea, ma segnerà uno spartiaque tra diverse concezioni della politica e dell’etica.

Il nostro impegno sarà quello di animare la discussione, di raccogliere le indicazioni, di consegnarle ai risposabili delle forze politiche e di promuovere una campagna nazionale affinché non prevalgano le logge di ogni tipo e i signori degli appalti, veri e incontrasti dominatori di questa stagione politica e mediatica.


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22 Dicembre 2008

Vigilanza Rai: lacrime di coccodrillo


Lo squallore delle posizioni e delle scelte assunte dal centrodestra sulla Commissione di Vigilanza Rai emerge con sempre maggiore nitore. I capi di quell'operazione imbrogliona, costellata di tante bugie e di proposte indecenti, di incontri segreti con il Presidente del Consiglio, sono caduti nella trappola del loro stesso imbroglio. Il Presidente del Senato, piuttosto che l'On. Bocchino, e altri ancora hanno lavorato per violentare le regole elementari della buona democrazia e adesso piangono lacrime di coccodrillo.

Il Presidente del gruppo dell'IdV al Senato, Felice Belisario, non parteciperà alla Giunta per il Regolamento del Senato riunita per esprimere parere sulla revoca del Presidente della Commissione di Vigilanza sulla Rai Riccardo Villari. Italia dei Valori non vuole assecondare l'oscenità istituzionale prodotta dai protagonisti dell'imbroglio sulla Vigilanza, anzi considera che si stiano profilando rimedi peggiori del male creato.

l'Italia dei Valori non solo continuerà a non partecipare ai lavori di una Commissione che ha delegittimato il servizio pubblico radiotelevisivo per asservirlo agli appetiti di 'Mediaset-Premier', ma continuerà a denunciare l'avidità di potere che spinge la maggioranza di governo alla spartizione dei posti di comando dell'azienda.



4 Dicembre 2008

Osservanza di comodo


Pubblico il video ed il testo del mio intervento di ieri, alla trasmissione "Transatlantico" su RaiNews24, dove ho risposto alla domanda del giornalista in merito alle dichiarazioni di Silvio Berlusconi sul contenuto del provvedimento che colpisce gli abbonamenti Sky.

Transatlantico: Berlusconi è soddisfatto. Dice: “Avete visto. Ho ragione io. Mi avete accusato di fare gli interessi miei, e invece alla fine mi sono comportato da uomo di stato e in coerenza con ciò che prevede la normativa europea. Lei che cosa ha da aggiungere?
Antonio Borghesi: Naturalmente non condivido. Che strano, le regole dell'Unione Europea valgono quando fa comodo. Quando c'è da mandare Rete4 sul satellite, con una sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, allora non si applica. E' davvero strano, cosi com'è strano che, al momento in cui si doveva decidere quale percentuale di Iva dare, allora erano in gioco ancora gli interessi del Presidente Berlusconi, che pretendeva il 4%. Tanto che il 10% fu, a quel punto, una mediazione. A me pare che, guarda caso, non sbagliano mai contro Mediaset. Sbagliano sempre a favore. Questo la dice lunga sull'eventuale buona fede in questa materia.


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21 Novembre 2008

Orgogliosi della nostra lotta


Riporto una mia intervista rilasciata oggi a "l'Unità".

l'Unità: Onorevole Di Pietro, la storia della vigilanza, in pillole e come se dovesse spiegarlo a un bambino. Soprattutto, perché è significativa non solo politicamente.
Antonio Di Pietro: L'Italia dei Valori, 43 parlamentari eletti e rappresentanza completa a Camera e Senato, cosa che ad esempio non ha l'Udc, ha avuto un consenso elettorale tale per cui ha maturato il diritto di partecipare a ruoli e incarichi istituzionali e parlamentari. Come vuole la consuetudine e le prassi. Dopo il voto, però, ci è stato notificato che non era esattamente cosi. Ad esempio all'Idv non poteva andare una delle vicepresidenze della Camera. E noi abbiamo detto "vabbè, lasciamo stare". In cambio ci hanno offerto la Vigilanza, una commissione di garanzia importante, ci fu detto, anche per dare un messaggio a Berlusconi. Erano tutti d'accordo, Pd e anche Udc.

l'Unità: Cosi nasce la candidatura di Orlando.
Antonio Di Pietro: Quando abbiamo fatto il suo nome hanno gioito tutti, la sua storia come ex sindaco di Parlermo parla per lui. Questo lo dico per dire che è stata una candidatura dell'opposizione, tutta.

l'Unità: E qui, siamo a giugno, cominciano subito le barricate, le votazioni a vuoto, la maggioranza che fa mancare il numero legale.
Antonio Di Pietro: A dimostrazione che il problema non era Orlando ma l'Italia dei Valori. Non è vero che Berlusconi non vuole Orlando, Berlusconi non vuole l'Italia dei Valori. Una volta chiarito questo si capisce perché abbiamo tenuto la posizione e la candidatura di Orlando fino in fondo: è una questione di principio e di dignità politica, non gliela si può dare vinta.. Berlusconi non può fare il controllore e il controllato, non può scegliere lui chi dirige un organo di garanzia che per prassi istituzionale tocca all'opposizione. Per tutti questi motivi, a cui aggiungo il rispetto della dignità politica del partito e personale di Orlando, abbiamo scelto di non cedere.

l'Unità: Avete tenuto il punto. Nelle opposizioni tutti d'accordo?
Antonio Di Pietro: Tutti, lo dico con soddisfazione e con orgoglio.

l'Unità: Beh, ogni tanto qualcuno si è alzato per dire la sua...
Antonio Di Pietro: Sono stati casi singoli di mal di pancia. Io dico sempre che ci sono due categorie di persone: i protagonisti e quelli che parlano dei protagonisti per diventare protagonisti.

Leggi l'intervista completa >>



P.s. Pubblico un video-appello di Ivan Rota, deputato dell'Italia dei Valori, sulla raccolta firme contro il Lodo Alfano.

lodoalfano_rota.jpg


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15 Novembre 2008

Vigilanza Rai: il vizio originario


La storia recente della Commissione parlamentare di vigilanza sulle telecomunicazioni è esemplare. Intanto quasi tutti la chiamano Vigilanza Rai. Non solo per brevità, ma perché pensano che solo quello debba fare. Invece la Commissione deve vigilare sulle telecomunicazioni: quindi anche su Mediaset e le altre emittenti minori. So che affermo l’esistenza di un compito impossibile, almeno nei confronti di Mediaset, ma l’impossibilità ne esalta la necessità.
Dall’inizio della legislatura la Commissione si è riunita per eleggere il presidente e i segretari. Una consuetudine istituzionale mai negata dà all’opposizione la presidenza delle commissioni cosiddette di controllo. L’opposizione attuale ha indicato in Leoluca Orlando, deputato di IdV, il proprio candidato per la Vigilanza. Ma Orlando non è stato eletto.
Infatti per circa quarantacinque volte in Commissione è mancato il numero legale. Lo faceva mancare con monotona regolarità l’assenza della maggioranza. Lo scopo era dichiarato: impedire la nomina del candidato alla presidenza indicato dall’opposizione e imporre invece un candidato, sempre scelto nell’opposizione, ma gradito alla maggioranza.
E’ un vizio originario di Berlusconi: la pretesa di volere un’opposizione diversa da quella reale. Il ritornello “con questa sinistra non si può dialogare” lascia intendere che se lasciassero fare a lui saprebbe ben fare una vera sinistra, naturalmente “moderna” e all’altezza della situazione. La pretesa reale è di essere allo stesso tempo maggioranza e opposizione.
Ma, per quanto desiderata, l’ubiquità politica è impossibile anche per lui. Dunque per porre rimedio la maggioranza ha fissato una regola di scambio tra la nomina del membro mancante, da più di due anni, in Corte Costituzionale e quella del presidente nella Vigilanza. Regola del tutto priva di fondamento: la prima carica è di assoluto rilievo costituzionale, mentre la seconda ha semmai rilievo istituzionale e, ancora di più, politico. Sono entità incommensurabili.
Il candidato della maggioranza per la Corte era Pecorella, avvocato di Berlusconi e deputato, specializzato nel difendere il suo cliente dai processi e soprattutto nel costruire leggi a sua favore in Parlamento. E’ stato a lungo addirittura presidente della Commissione Giustizia: monumento scultoreo al Conflitto d’Interessi, secondo solo a quello del suo datore di lavoro. Per di più Pecorella aveva, ed ha ancora, un procedimento a suo carico. Era immaginabile che un soggetto gravato da un procedimento giudiziario diventasse membro della Corte Costituzionale? Se ne sono viste di cotte e di crude, ma questa era veramente troppo. Non solo per l’opposizione ma soprattutto per la Consulta stessa.
Pecorella è stato poi affondato dalla stessa maggioranza, che gli ha fatto mancare un centinaio di voti, ed è stato così eletto l’avvocato Frigo, anche con i voti dell’opposizione. Dunque l’opposizione ha dato dimostrazione di serietà istituzionale. Ma la maggioranza ha continuato imperterrita a far mancare il numero legale per la Vigilanza.
Solo l’altro ieri si è decisa a comparire e a garantire il numero legale. Con perfetta faccia di bronzo ha perfino vantato il proprio comportamento come atto di responsabilità. Ma la sua comparsa non ha significato rinuncia al disegno di scegliere nell’opposizione il candidato da imporre. Dopo breve schermaglia di schede bianche, ha gettato la maschera concentrando i suoi voti su Villari, senatore campano del PD. Ci si può chiedere il perché della scelta. Forse aiuta la sua stessa biografia politica: ha fatto parte della corrente di Buttiglione, è passato a Mastella (che lo giudica “intelligente ma sfaticato”), è stato per un momento il candidato di De Mita per la carica di sindaco a Napoli, è entrato nella Margherita e da quella è approdato al PD.
Dunque la maggioranza ha interrotto una mai violata consuetudine istituzionale e ha imposto il proprio candidato alla Vigilanza. Qui si apre il sipario sulle debolezze dell’opposizione. Dal momento in cui c’è stato il numero legale questa non ha mai assicurato il pieno dei suoi voti: ci sono state alcune assenze e, peggio ancora, voti dispersi e schede bianche o nulle. Nel momento chiave sono mancati a Orlando cinque voti. L’opposizione non ha dunque mostrato la fermezza minima necessaria per sostenere il suo unico candidato.
Dentro le sue debolezze si annidano forse manovre che ancora è difficile decifrare. Qualsiasi candidato dell’opposizione votato in massa dalla maggioranza avrebbe avuto il dovere di dimettersi immediatamente. Invece Villari ha dichiarato che riferirà ai presidenti delle Camere e poi si rimetterà alla decisione dei gruppi parlamentari del suo partito.
Se ne deduce che non esclude una propria accettazione di quel voto del tutto anomalo. Nella repubblica dell’anomalia istituzionale sistematica, fondata non sul lavoro ma sul conflitto d’interessi, una scelta simile può essere perfino vantata come comportamento da uomo delle istituzioni.



1 Novembre 2008

Riforma Gelmini: macelleria scolastica


L’approvazione del decreto Gelmini non chiude la questione della scuola. Italia dei Valori è andata in piazza, giovedi 30 ottobre, accanto agli studenti, ai professori, ai genitori e agli operatori della scuola, per protestare contro le pseudo riforme e i tagli indiscriminati attuati da questo governo arrogante, che dimostra sempre di piu' la volonta' di alimentare un clima di tensione per nascondere gli effetti devastanti delle proprie azioni.
Pubblico il video ed il testo del mio intervento, della senatrice Giulana Carlino e del senatore Stefano Pedica, durante la manifestazione a Roma di giovedi 30 ottobre.


Giuliana Carlino: Oggi purtroppo è passata la riforma Gelmini. Diciamo “riforma”, ma per noi è una pseudo-riforma fatta senza sentire gli studenti, gli insegnanti e i genitori. Ci siamo battuti fino all'ultimo, non ci siamo riusciti, però andremo avanti e saremo sempre accanto al mondo della scuola.
E' soltanto una legge di tagli che non rispetta la scuola, anzi, la riporta indietro di 30 anni, al conservatorismo degli anni 60-70. Vogliamo una scuola di qualità e ci batteremo perché questo avvenga.


Domanda: Perché il governo parte dai tagli sulla scuola e non dai tagli alle province?
Giuliana Carlino: L'abbiamo sempre chiesto. Gli sprechi nella pubblica amministrazione sono tanti, non possiamo però tagliare sui futuri cittadini. Cominciamo proprio dalle province e dagli enti inutili, cosi da trovare le risorse per investire invece nel mondo della scuola e nel mondo della ricerca, che sono il futuro dei nostri ragazzi.

Carlo Monai: Siamo in piazza con gli studenti, gli insegnanti e i sindacati, per trasportare questa battaglia che abbiamo fatto in Parlamento nelle piazze. E' a dir poco sconcertante che il governo, di fronte a tutta questa mobilitazione che abbraccia il nord e il sud, al di là del federalismo, ma in una unità nazionale ritrovata, faccia orecchie da mercante e continui in questa politica dissennata che attacca proprio i fondamenti di una collettività che vuole crescere. La scuola, l'istruzione e l'università non si può riformare con l'accetta. Bisognava sedersi ad un tavolo, con i sindacati e con le forze di opposizione, che sono sempre disponibili al dialogo, per ragionare in che modo portare delle risorse aggiuntive o ridimensionamenti di spesa senza fare macelleria scolastica. Siamo contrari a questo tipo di politica, e ci auguriamo che il governo abbia un momento di rimeditazione. C'è la finanziaria alle porte, e ci auguriamo che questa battaglia sia un segnale importante per il governo affinché le nostre richieste, che sono le richieste di questa gente e di queste piazze, siano ascoltate.

Stefano Pedica: Questi tre giorni al Senato sono state giornate di tensione. Hanno cercato di spaccare il popolo dei giovani. Attraverso il decreto Gelmini, l'istruzione, l'informazione e la scuola verranno portati verso la distruzione, che noi, insieme al popolo di piazza Navona e dei giovani, abbiamo cercato di contrastare in tutti i modi. Non ci siamo riusciti, ma insieme a loro creeremo la grande battaglia del referendum. E' iniziata insieme a loro, a questi ragazzi, una grande battaglia per cancellare un decreto che sta uccidendo la scuola. Noi questa riforma non la vogliamo, i giovani non la vogliono. L'Italia dei Valori condurrà una battaglia insieme a loro, insieme alle famiglie e a tutti quelli che dicono no a 8 miliardi di tagli e no a quei 5 miliardi dati alla Libia togliendoli alla scuola: questa è una cosa che dobbiamo denunciare.



29 Ottobre 2008

Non abbandoneremo la scuola


Da giorni stiamo combattendo contro il decreto Gelmini. Purtroppo una maggioranza prepotente, cieca e sorda alle richieste del Paese, ha deciso che la scuola deve morire. Per questo l'Italia dei Valori cercherà con tutti i mezzi previsti dalla Costituzione di ribaltare la decisione del Governo: se servirà, anche con un referendum abrogativo.

Studenti, siamo con voi, con le vostre famiglie, con le forze sane del Paese che chiedono di non distruggere il futuro. La riforma taglia fondi e risorse umane, ci riporta indietro di vent'anni. L'Italia dei Valori vuole ricostruire quello che Berlusconi, Tremonti e la Gelmini stanno distruggendo.

Pubblico il mio intervento di questa mattina al Senato, dove ho illustrato la dichiarazione di voto dell'Italia dei Valori al decreto Gelmini.

"Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli senatori, intervengo a conclusione di un deludente dibattito sulla conversione in legge del decreto n. 137, ormai purtroppo noto come decreto Gelmini per lasciare agli atti del Parlamento ed alla considerazione della pubblica opinione il rammarico e le preoccupazioni dell'Italia dei valori; dibattito deludente dicevo perché abbiamo assistito all'arroccamento su questo decreto da parte sua e del Presidente del Consiglio, sottraendo al Parlamento, non dico alla mia parte politica ma al Parlamento, la possibilità di un confronto propositivo, magari duro negli accenti ma con la possibilità di introdurre modifiche e miglioramenti.

Ma questo è il metodo del Governo e della maggioranza che lo sostiene, insensibile ad ogni volontà pur mantenendo marcate le differenze di fare da davvero il bene del nostro Paese. Ma tant'è! Ma deve stare tranquillo il signor Presidente del Consiglio che continua a sfuggire il confronto parlamentare; tranquillo! Partecipi alle conferenze-stampa in tutte le parti del mondo ma, contrariamente a quanto egli si augura, l'Italia dei Valori non si abituerà alle sue spocchiose provocazioni né al tentativo di ridurre i due rami del Parlamento ad esecutori acefali dei dictat dell'Esecutivo.

Abbiamo provato a comprendere le ragioni e le esigenze del Governo di prevedere per decreto il pastrocchio che poi è arrivato al nostro esame. Ma mi creda, ministro Gelmini: per tutti gli sforzi che abbiamo fatto non ci siamo riusciti. Una norma entrata in vigore ad anno scolastico ormai avviato e quindi senza la necessaria valutazione di impatto, la mancanza di ogni confronto con le parti interessate, ma soprattutto la grave volontà di indebolire la scuola pubblica con un testo di legge banale, sgangherato e inutile.

Vedete, colleghi di maggioranza: non è in discussione la libertà di insegnamento né la possibilità di dare vita ad una scuola o ad una università private. La Costituzione, che pur va rispettata nella sua integrità, in proposito parla chiaro ma state cercando di indebolire la scuola pubblica. Questo ormai è evidente, che è scuola democratica per definizione, che ha - come ricordava il più volte citato, a volte anche abusato Calamandrei - un carattere unitario: e la scuola di tutti crea cittadini e non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti né liberali, né nordisti, né sudisti.

Dicevo all'inizio del mio intervento che vi era nel mio Gruppo tutta la delusione per un decreto scritto in via XX settembre e che ella, Ministro, ha intestato al suo Dicastero per obbligo burocratico.

Sono state sventolate come innovazione e vere svolte la reintroduzione del grembiulino, il voto in condotta, come deterrente per combattere il bullismo, il ritorno ai voti. Comprenderà bene, signora Ministro, la pochezza di queste novità. Non siamo contrari in via di principio a queste note di colore, che tali restano, ma pensa davvero che basti il grembiule per livellare le differenze sociali? Ed è veramente convinta che mettendo voti ma omettendo una puntuale valutazione dello studente si migliorano le sue capacità di apprendimento?

Quanto poi al bullismo, è un fenomeno che non appartiene alla scuola in quanto tale ma ormai sta diventando un deprecabile fenomeno sociale, come la violenza negli stadi, per intenderci, e più in genere ogni forma di aggressione insensata alle regole di convivenza. Non basta quindi il voto in condotta che mira di fatto solo ad espellere gli studenti inquieti dalla scuola stessa ma è importante una parallela opera per il loro coinvolgimento nelle attività del gruppo. Voglio qui ricordare lo statuto delle studentesse e degli studenti approvato con decreto del Presidente della Repubblica n. 249 del 1998, che tende a sottolineare la funzione educativa della sanzione disciplinare, rafforzando la possibilità di recupero dello studente attraverso attività di natura sociale e culturale, in generale a vantaggio della comunità scolastica.

Sul maestro unico poi avete detto una serie di ovvietà senza pari. Negli ultimi vent'anni le ricerche di psicologia applicata dello sviluppo hanno illustrato la complessità e la ricchezza dei processi mentali ed emozionali del bambino, ma, invece di favorire più figure pedagogiche che si relazionassero con lui per un insegnamento plurimo e specializzato, in ragione della forte evoluzione della comunicazione delle forme di apprendimento, si ritorna al maestro tuttologo. Annullare le ore di compresenza significa quindi offrire minori opportunità di diversificazione della proposta educativa.

Vede, signora Ministro, questo è un decreto che in pratica, lo diceva l'oratore che mi ha preceduto, si allinea alla politica dei tagli alla quale dall'inizio di legislatura il Governo cui lei appartiene uniforma tutta la sua manovra. Infatti - ovviamente con un'informazione data da lei e dal Presidente del Consiglio assolutamente deviata - si dice: se si fa la riforma delle elementari, che c'entra la protesta delle università? Evidentemente tutti i provvedimenti vanno collegati e letti in sequela e certamente non in forma dissociata.

Pensiamo, per esempio, alla legge n. 133 dell'agosto del 2008, al blocco del turnover nelle università, che determinerà l'impossibilità di accesso ai giovani ricercatori e l'innalzamento dell'età media dei docenti a cinquantacinque anni, la possibilità di trasformare le università in fondazioni private, che causerà l'annullamento dei princìpi costituzionali sul diritto allo studio, l'accesso ai finanziamenti privati, con il rischio di limitare la libertà di ricerca.

Ecco allora che noi la invitiamo a restituire alla scuola la sua natura, la sua mission: organo centrale della democrazia per risolvere i problemi fondamentali della democrazia. Investendo nella scuola noi miglioriamo le future generazioni.

Infine, voglio fare un accenno alla tecnica informativa del «dai e vai», "ringraziando" anche le Forze dell'ordine per l'attenzione con cui hanno gestito questa situazione delicata, e che il Governo, mi creda Ministro, ha cercato di incendiare. Non è una protesta né sessantottina, tutta ideologica, né del 1977, ancora densa di richiami alle ideologie.

Questa è una protesta pacifica, una protesta che parte dal basso, una protesta orizzontale che non è controllata da nessuna formazione politica perché gli studenti, le famiglie, i docenti sono cittadini italiani e, in quanto tali, hanno il sacrosanto diritto di chiedere, insieme a noi e insieme al Parlamento tutto, una scuola migliore.

Per questo ieri eravamo profondamente delusi, eravamo profondamente arrabbiati, eravamo profondamente distaccati da quanto avveniva in quest'Aula, perché ritenevamo il Parlamento distinto e distante da quanto avviene nella società italiana. Io mi appello al Parlamento perché faccia sentire la propria voce, maggioranza e minoranza insieme, per richiamare il Governo alle proprie responsabilità su questi temi.

Sia chiaro, noi non abbandoneremo la scuola, l'Italia dei Valori continuerà, come ha fatto nei giorni scorsi, a schierarsi nelle piazze accanto agli studenti, ai docenti e alle famiglie anche dopo la deprecabile approvazione di questo decreto. Invitiamo il Parlamento, in un momento davvero d'orgoglio, a riflettere nell'interesse del Paese. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
"


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28 Ottobre 2008

L'istruzione costa? Provate con l'ignoranza


I giovani no si possono fermare né con l’esercito né con le forze dell’ordine. Nessun poliziotto colpirà mai un ragazzo perché quel ragazzo potrebbe essere suo figlio. Il governo smetta con questa pantomima putiniana e faccia un passo indietro. Non si taglia il futuro, questa strada non è praticabile. Se non ci sono più i soldi si cominci da altre sacche enormi di sprechi, ma giù le mani dal futuro dei nostri ragazzi.
Pubblico il mio intervento di questa sera al Senato, dove il mio discorso è stato accompagnato dall’esibizione di cartelli di protesta da parte dell’Italia dei Valori.

Resoconto stenografico

Signor Presidente, sono rimasto un po' perplesso quando lei, in apertura di seduta, ci ha rammentato i tempi che dobbiamo rispettare per l'approvazione di questo decreto-legge. Non vorrei che a lei sfuggisse che la società italiana vive un momento particolare e se la scuola è un tema centrale della vita di questo Paese, probabilmente una riflessione che possa portare anche ad una calendarizzazione notturna dei nostri lavori, se serve ad approfondire e a ragionare sull'argomento, ce la deve consentire, senza voler cadere in tattiche ostruzionistiche che pure, come lei sa, sono ammissibili e possibili.
Vorrei ricordare, a me per primo, che il rapporto che passa tra la società e il Parlamento non si esaurisce soltanto nel giorno delle elezioni. La società italiana, e la società in genere, è in evoluzione continua nella sua complessità, va ascoltata, seguita, non solo accantonata, bisogna capirne fino in fondo le drammatiche vicissitudini. Il Paese, infatti, protesta dal Nord, al Sud, al Centro: non si tratta di poche persone, e anche se lo fossero meriterebbero di essere ascoltate comunque perché sono una componente di questa società. Ho l'impressione, invece, che noi tendiamo a trasferire il meccanismo maggioritario anche nei fenomeni complessi aggregativi e associativi della società. (Applausi dal Gruppo IdV).
Noi parliamo di fenomeni in evoluzione e li dobbiamo seguire. Per questo chiediamo al ministro Gelmini di soprassedere. Non ci è venuta neppure l'idea di trasformare il decreto‑legge in itinere in un disegno di legge che potesse avere dei tempi più lunghi per essere approfondito? No! Abbiamo davanti la chiusura, direi quasi l'incivile arroganza della maggioranza che si trincera dietro i numeri e la necessità di approvare il decreto. (Commenti dai Gruppi PdL e LNP).
Per quanto riguarda la conservazione e l'innovazione, nessuno di noi pensa che la scuola non meriti interventi, ma le abbiamo chiesto e le chiediamo ancora, signor Ministro, che riconosca la necessità di consultare preventivamente i soggetti in campo, senza prenderli in giro e incontrarli nel momento in cui è stato già avviato un percorso accelerato. Lei deve avere la voglia del confronto, la voglia di essere messa anche in discussione dai ragazzi, dagli studenti e dalle famiglie, senza trincerarsi dietro ai numeri, ed è per questo che l'Italia dei Valori chiede, come hanno chiesto i Presidenti dei Gruppi che mi hanno preceduto, una riflessione ulteriore. Noi non abbiamo intenzione di arroccarci ma di migliorare un provvedimento che per noi è assolutamente inaccettabile. Le chiediamo un atto, mi consenta, di ravvedimento operoso, cercando di trovare un punto d'intesa che possa favorire e tranquillizzare famiglie studenti e docenti. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).


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17 Ottobre 2008

Beni pubblici, raggiri privati


Europa 7 ha vinto nel 1999 la gara per l’assegnazione della frequenza sulla quale trasmette oggi Rete 4 e ne ha diritto. Già nel novembre del 2002 la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 466, stabiliva che Rete 4 doveva dismettere definitivamente le trasmissioni terrestri entro il 31 dicembre 2003.
Tale sentenza è stata ripetutamente disattesa, prima con il decreto legge “salva Rete 4” del 24 dicembre 2003, successivamente con l’approvazione nel 2004 della legge Gasparri, e, infine, con la mancata approvazione nel corso della XV legislatura di una legge che affermasse in Italia il pluralismo dell’informazione.

Secondo la Corte di Giustizia Europea il regime di assegnazione delle frequenze in Italia non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati. Per questo ha condannato l’Italia al pagamento di una multa di 127.000 euro al mese, con la sentenza dello scorso 31 gennaio 2008 nella causa che opponeva l’emittente privata Europa 7 al Ministero delle Comunicazioni.
Nel giugno scorso Berlusconi ha tentato di inserire in un decreto legge un emendamento salva Rete 4, che ha poi dovuto ritirare grazie alla ferma opposizione di Italia dei Valori.

Ora la fervida mente del Presidente del Consiglio ha partorito una nuova idea a danno degli italiani, prendendo in giro ancora una volta i principi di legalità, E lo potrà fare perché oggi è il padrone non solo delle reti Mediaset ma anche di quelle pubbliche. In poche parole la Rai, spendendo soldi dei contribuenti, riorganizzerà i suoi impianti in modo da far utilizzare le sue frequenze anche ad Europa 7. E così, facendo a pezzi la legalità, formalmente sarà applicata la sentenza della Corte Europea e Rete 4 continuerà a trasmettere indisturbata su frequenze che occupa illegalmente.

Diciamo “no” a questo ennesima beffa alla giustizia ed agli Italiani. Se la Rai libererà delle frequenze esse dovranno essere messe all’asta, un’asta alla quale anche Rete 4 potrà partecipare. Ma Europa 7 ha diritto di utilizzare quelle occupate da Rete 4, che deve intanto trasferirsi sul satellite.


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12 Ottobre 2008

Intercettazioni e giustizia: doppio bavaglio


Berlusconi dice che alla presidenza della Commissione parlamentare di Vigilanza sulle telecomunicazioni (ricordiamo: deve vigilare non solo su Rai ma anche su Mediaset) non ci vuole Leoluca Orlando. Incurante dell'inammissibilità di ciò che dice si premura perfino di spiegare: non lo stima perché è giustizialista. Per la verità Orlando ha appena ricevuto in Germania il premio Adenauer che non è esattamente un premio per assatanati.
Ma non basta. Aggiunge: datemi una rosa, basta che non ci sia incluso Beppe Giulietti. Allora ecco una rosa possibile: Gasparri, Buonaiuti, Romani. Faccia lui, la scelta sarà sempre la migliore. In nome del dialogo può chiedere all'opposizione di approvarla.

Non sia motivo di stupore la sua pretesa di stabilire il candidato dell'opposizione. Da quando ha scoperto che la sinistra non è all'altezza delle sue aspirazioni e dei suoi meriti (non della sinistra, di lui stesso), ritiene di farsi carico anche di rappresentare la sinistra, convinto di essere meglio anche lì. Sarà per questo motivo che taglia i finanziamenti alla stampa meno ricca di risorse. Non è per ostilità che pone le condizioni per la chiusura del Manifesto e di Liberazione, ma per magnanima aspirazione a dare degna espressione a chi non sa garantirsela. Se i poveri non ce la fanno ci penserà il ricco. Se poi ci vanno di mezzo alcuni giornali di centrodestra, poco male: quel lato è già tutto coperto da lui in persona.

Stona in questo quadro di armonie prestabilite l'inchiesta de L'Espresso a partire dalle confessioni di Gaetano Vassallo. Il camorrista pentito rivela di aver appestato la sua regione anche con la complicità dei poteri locali e fa i nomi di Landolfi e Cosentino. Il primo, esponente di An in Vigilanza Telecomunicazioni nella legislatura precedente si difende in modo toccante: mi sono sporcato le mani ma non l'anima. Il secondo, nel governo attuale sottosegretario a Economia e Finanze (l'uomo giusto al posto giusto), sta zitto. Ma lo conforterà sapere che ai giornalisti dell'Espresso sono stati perquisite case, auto e scooter, e requisiti gli hard disk dei computer. Perquisita anche la redazione del settimanale. I giornalisti, accusati anche di aver favorito la camorra casalese, devono pur misurarsi con le difficoltà delle inchieste. Così si tempra la professionalità.
A questo proposito riporterò qui domani sentenze della Corte di Strasburgo su perquisizioni e libertà di stampa.

Ma sarebbe troppo semplice se tutto si fermasse alla presa sull'informazione. Regge sempre il principio essenziale che il bavaglio all'informazione deve essere completato col bavaglio alla giustizia. Così si prepara il divieto all'uso delle intercettazioni (vada per mafia e terrorismo ma mai per corruzione).
E siccome alla fine, dall'alto, su tutto veglia la Corte Costituzionale, si deve mettere la mani sulla Consulta. Un giudice manca da tempo, e per questo Pannella fa lo sciopero della sete, ma tra poco ne scadrà un altro che andrà rinnovato. Candidati Pecorella e Violante. Da quel giorno la Consulta potrebbe non essere più la stessa.



25 Settembre 2008

Gorizia trasparente


Lo scorso 19 settembre Antonio Di Pietro ha lanciato dal suo Blog l'iniziativa "Comuni trasparenti", invitando i consiglieri, gli assessori e i sindaci dell'Italia dei Valori a favorire la partecipazione dei cittadini ai consigli comunali, agevolando ed autorizzando la ripresa diretta delle sedute.
Tra le segnalazioni ricevute dagli utenti, riportiamo i video di Donatella Gironcoli, consigliere comunale del comune di Gorizia. A seguire l'articolo pubblicato sul suo Blog dove riporta una breve descrizione della seduta del 21 luglio scorso.

"Acceso confronto in consiglio comunale di Gorizia sul progetto di accorpamento ed esternalizzazione delle mense scolastiche, promosso dal sindaco Romoli. I genitori, che hanno raccolto 2.700 firme per contrastarne l'attuazione, chiedono la revoca della delibera e sono pronti al referendum. La minoranza li sostiene, contro la logica dell'esternalizzazione selvaggia e a favore della qualità della vita, in primis dei nostri bambini. Ormai in molti dubitano dei vecchi dogmi di una certa economia, a cui si rifanno i nostri amministratori, che spesso ha portato solo aumenti dei costi, peggioramento dei servizi, sfruttamento del lavoro e affari per i soliti furbi.
La mozione per fermare l'accorpamento delle mense non passa: 23 contrari. Tutta la maggioranza, eccetto l'assessore Pettarin (assente) e il consigliere Hassek, fuori dall'aula
".



8 Settembre 2008

Il governo e' la televisione


Ottavo spot di Berlusconi a Napoli. Ma la regione resta invasa e inquinata da un reticolo di discariche occasionali dove i fuochi bruciano notte e giorno, come dimostrano le foto e i video di denuncia di decine di cittadini. La solita scena azzurra con il logo cerchiato della presidenza del consiglio e dentro il cerchio la scritta “Ottava visita del Presidente del Consiglio a Napoli”. L’esibizionismo puerile si riveste di oggettività televisiva.

Il governo è la televisione. Ciò che si vede c’è, ciò che non si vede non c’è.
La ripulitura del centro viene continuamente rappresentata e nella messa in scena scompaiono i suoi caratteri approssimativi. E pur vedendone l’aspetto precario, gli elettori di centrosinistra non possono non riconoscerla e allo stesso tempo devono ammettere la disastrosa insufficienza della classe dirigente di centrosinistra che ha lasciato marcire la situazione oltre ogni limite immaginabile per poi consegnare al mago la possibilità di usare la sua bacchetta magica. Se ha senso ora collaborare col governo perché non l’hanno fatto prima quando il governo era nostro? Perché hanno rinviato a dopo ciò che dovevano fare subito?

Ora viene messa in scena la pulizia napoletana ma la regione resta invasa e inquinata. Discariche aperte d’autorità e militarizzate accolgono la spazzatura urbana e non si sa quanto ciò possa durare. Altre discariche vengono aperte nei luoghi meno densi di popolazione, meno problematici dal punto di vista del consenso elettorale, ma proprio perciò pregiati come riserve di spazio e di silenzio.
La città invia la sua spazzatura lontano da sé e inquina luoghi che da sé non avrebbero mai saputo e voluto inquinarsi. L’Irpinia orientale deve subire gli effetti peggiori di una metropoli che non ha mai saputo trovare la misura per autoregolarsi.

Gruppi spontanei testimoniano la realtà incombente della terra dei fuochi. L’area metropolitana è segnata da un reticolo di discariche occasionali, non estinguibili e di continuo rinnovate, dove i fuochi bruciano notte e giorno. I ritratti da satellite forniti da Google lo dimostrano. Vi si brucia di tutto, anche in immediata prossimità di insediamenti e colture. Sotto gli occhi dei tutori dell’ordine, nella piena consapevolezza delle popolazioni circostanti.

Il Tg3 vi ha gettato un rapido sguardo. Gliene rendiamo merito, ma si può scommettere che la coltre dell’indifferenza organizzata cercherà di far dimenticare. A maggior ragione va sostenuta l’azione di chi, prima di tutto, esercita il diritto costituzionale all’informazione. Prima ancora di giudicare: raccontare e far vedere. Il compito del cronista indipendente dai poteri resta garanzia fondativa della democrazia. Non ha alle spalle il logo “Centesima visita nella terra dei fuochi” ma fa del suo meglio per mostrare la verità.
Chi è interessato vada a vedere www.laterradeifuochi.it.



20 Agosto 2008

Vento di censura


Il tribunale di Milano ha respinto la richiesta del sequestro del libro di Marco Travaglio e Peter Gomez "Se li conosci li eviti" presentata dal deputato leghista Matteo Brigandì che aveva chiesto di far sparire il volume per il suo "contenuto diffamatorio". Una decisione giusta e assolutamente inevitabile.

Quello di Travaglio e Gomez è un libro documentatissimo scritto da due autori che tra l'altro vincono tutte lo loro cause per la serietà con cui compiono la verifica delle fonti. Sarebbe stato davvero singolare se si fosse arrivati al sequestro.

Tuttavia, il solo fatto che qualcuno arrivi a chiederlo ci fa capire qual è lo spirito dei tempi e che il vento di intolleranza che si è abbattuto contro Famiglia Cristiana e tanti altri dimostra che non è una vento passeggero ma che è destinato a soffiare ancora più forte nel prossimo autunno.

Per quanto ci riguarda continueremo a contrastare con la massima durezza tutti i tentativi di questo genere.


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25 Luglio 2008

Servi silenziosi


E' iniziato, in commissione giustizia alla Camera, l'esame del disegno di legge Berlusconi sulle intercettazioni.

In questi tre mesi abbiamo avuto le aule parlamentari intasate dai problemi del Presidente del Consiglio. Prima la “blocca processi”, che avrebbe bloccato 100 mila processi per reati gravissimi solo per bloccare un processo, quello che interessa il Presidente del Consiglio. E poi il "Lodo Alfano" che di lodo non ha assolutamente nulla perché è una legge dello stato che impedisce che il Presidente del Consiglio venga processato. Se non avessimo avuto le aule parlamentari intasati dai problemi del Premier probabilmente il disegno di legge sulle intercettazioni sarebbe già legge dello Stato.

Per farvi comprendere cosa accadrà, se e quando questo disegno di legge diventerà legge dello Stato, posso farvi un riferimento specifico al caso Abruzzo.
Nel caso in cui, al momento dell'arresto del Presidente della Regione, questa legge fosse già stata approvata i cittadini abruzzesi saprebbero dell'arresto del Presidente ma non potrebbero conoscere le ragioni. Alternativamente, se qualche giornalista avesse avuto il coraggio di informare l'opinione pubblica sarebbe in galera agli arresti anche lui.
I procuratori della Repubblica Nicola Trifuoggi e i sostituti Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli sarebbero esautorati dalle indagini, e l'indagine sarebbe probabilmente morta perché sarebbe scaduto il termine improrogabile dei tre mesi previsto dalle intercettazioni.

Non sto facendo riferimenti generici a situazioni generiche. Sto facendo riferimenti specifici e puntuali al disegno di legge Berlusconi in esame alla Camera.

L'opinione pubblica non saprebbe nulla perché all'articolo due è previsto il divieto della pubblicazione su qualsiasi organo di stampa degli atti delle indagini. Il Presidente è in galera e gli abruzzesi impossibilitati di sapere il perché.

Perché dico che i giornalisti che avrebbero sentito forte il diritto ed il dovere d'informare l'opinione pubblica sarebbero agli arresti? Perché l'articolo 13 prevede e punisce con l'arresto il giornalista che viola questo divieto.

Perché dico che il procuratore della Repubblica e tutti i magistrati che stanno indagando sarebbero esautorati dalle indagini? Perché l'articolo 1 di questo stesso disegno di legge prevede l'obbligo di astensione da qualunque atto da parte dei magistrati che vogliono informare l'opinione pubblica. Il procuratore della Repubblica ha informato l'opinione pubblica e ha reagito agli attacchi e insulti che gli sono piovuti addosso dalle massime cariche dello Stato, e mi riferisco a Silvio Berlusconi.

E' una situazione francamente inaccettabile. Il Paese al quale pensa Berlusconi è un Paese fatto di servi silenziosi, di magistrati impossibilitati ad esercitare la loro funzione giurisdizionale e di giornalisti imbavagliati, privati del loro diritto e dovere d'informare, di far sapere ai cittadini e all'opinione pubblica. Le cose di cui vi ho parlato sono i fatti. Solo ed esclusivamente i fatti, che probabilmente non riuscirete ad apprendere dagli organi d'informazione di regime.

Sono i fatti, tutto il resto è solo ed esclusivamente propaganda di regime.


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21 Giugno 2008

Stampa canaglia


Pubblico un articolo dal mio blog, un articolo che riporta alla luce un tema prioritario per questo Paese, l'informazione, che in nessun caso puo' esimersi dal dovere di essere imparziale nei suoi giudizi, soprattutto nei confronti di un uomo integerrimo come Peppino Basile.

"Cari amici,

in un sistema davvero democratico il ruolo della stampa rappresenta la garanzia per i cittadini di controllo sul potere giudiziario e su quello esecutivo. Perché questo ruolo si possa esprimere appieno, la stampa deve essere autonoma e indipendente.

Nel caso dell’omicidio del nostro amico Peppino Basile la stampa non sta cercando la verità, ma sta riportando una delle verità: la più conveniente, la meno scabrosa, la più comoda.

La stampa, la quasi totalità, di fronte all’omicidio di un rappresentante delle istituzioni come Basile piuttosto che indignarsi ha preferito scavare nel gossip dei debiti, delle femmine facili di Peppino solo e separato, arrivando persino ad infangarne la dignità di uomo con la notizia di frequentare le minorenni.

Il Messaggero, che ci riserviamo di querelare, riportava così il 19 giugno scorso: “sembra discretamente chiaro – anche se la realtà è sempre fatta per smentirci – che Basile sia stato vittima di una vendetta personale, che bisogna dragare fra le sue notti di conquistatore impenitente per scoprire la verità, fra minorenni straniere e mature scuci-soldi di provincia”.

Insomma come nel caso degli omicidio di Renata Fonte, di Peppino Impastato o di Mauro Rostagno la stampa ha preferito soffermarsi alla vita privata.

L’omicidio di Renata Fonte inizialmente considerato il gesto di un folle si scoprì essere l’intreccio perverso tra affari, politica e criminalità organizzata. Peppino Impastato fu ucciso dalla mafia con l’esplosivo, in realtà per mesi la stampa definì Impastato un terrorista. Mauro Rostagno fondatore della comunità Samman fu assassinato dalla mafia perché ostacolava gli interessi sul traffico di stupefacenti, in realtà fu dipinto come un pericoloso trafficante di droga.

Per Peppino Basile rivediamo lo stesso film. La stampa insieme al sindaco di Ugento vogliono fare passare l’idea che l’omicidio di Peppino sia da cercare nel vizio delle femmine, tra i debiti di gioco o nella migliore delle ipotesi per la pazzia del consigliere provinciale.

Eppure Peppino è stato minacciato di morte direttamente dai muri della sua città e nessuno delle istituzioni ha pensato di cancellarle quelle scritte infamanti, mentre i vigili hanno provveduto con solerzia a rimuovere un innocente striscione che Peppino durante l’ultima campagna elettorale aveva appeso al suo comitato.

Questa azione denigratoria nei confronti di Peppino continua ormai imperterrita da giorni nonostante sia trascorsa una settimana dal delitto e il colpevole sia ancora libero e impunito.

Pierfelice Zazzera"

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27 Maggio 2008

Noi non ci stiamo




Oggi alla Camera siamo intervenuti compatti contro questa manovra da regime dittatoriale che vuol salvare Rete4 alle spalle di Europa7, degli italiani ed in barba alla sentenza della Corte di Giustizia europea. Non possono oscurarci tutti, siamo in Parlamento e rappresentiamo milioni di italiani in questa battaglia.

La minaccia di Cicchitto di non votare Orlando alla presidenza per la vigilanza Rai non ci intimorisce. Non ci interessa una poltrona se per ottenerla dobbiamo tradire i nostri elettori. Questa pratica la lasciamo ad altri partiti.

Guarda gli interventi dei deputati dell'Italia dei Valori:

Massimo Donadi - resoconto stenografico
Carlo Costantini - resoconto stenografico
Antonio Borghesi - resoconto stenografico
Leoluca Orlando - resoconto stenografico
Jean-Leonard Touadi - resoconto stenografico
Ivan Rota - resoconto stenografico
Ignazio Messina - resoconto stenografico
Fabio Evangelisti - resoconto stenografico
Massimo Donadi - resoconto stenografico
Carlo Costantini - resoconto stenografico
Giuseppe Giulietti - resoconto stenografico
Carlo Monai - resoconto stenografico
Francesco Barbato - resoconto stenografico
Fabio Evangelisti - resoconto stenografico
Giuseppe Giulietti - resoconto stenografico
Carlo Costantini - resoconto stenografico
Fabio Evangelisti - resoconto stenografico
Renato Cambursano - resoconto stenografico
Antonio Borghesi - resoconto stenografico
Fabio Evangelisti - resoconto stenografico
Carlo Costantini - resoconto stenografico
Ivan Rota - resoconto stenografico

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22 Maggio 2008

Il Governo delle leggi ad personam




Con l’emendamento presentato oggi il Governo si fa carta straccia di sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia europea e dice che, a dispetto di tutto e di tutti, anche se in un regime d’illegalità, Rete4 deve continuare a trasmettere, e chi ha vinto gare dello Stato, e da dieci anni attende di poter mandare in onda i suoi programmi, non ha nessun diritto, perché questo non è uno Stato liberale, ma uno Stato dove vince il più forte, e oggi gli si da la pugnalata definitiva e si dice che la libertà d’impresa in Italia non esiste.

Guarda gli interventi dei deputati dell'Italia dei Valori alla Camera:

Federico Palomba - resoconto stenografico
Renato Cambursano - resoconto stenografico
Carlo Costantini - resoconto stenografico
Massimo Donadi - resoconto stenografico
Fabio Evangelisti - resoconto stenografico
David Favia - resoconto stenografico
Americo Porfidia - resoconto stenografico
Carlo Monai - resoconto stenografico
Fabio Evangelisti - resoconto stenografico

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21 Maggio 2008

IdV: diciamo basta alle censure




Di carne sul fuoco della politica ce n’è molta. Le polemiche sul caso Santoro, Travaglio, l’intervista di Fazio, il caso Forleo, la raccolta di firme dell’8 settembre e del 25 aprile degli amici di Beppe Grillo, la prima per una proposta di legge d’iniziativa popolare e la seconda per referendum abrogativi, e ancora tante altre cose. Il tutto condito da un pre-inciucio, che il Popolo delle Libertà propone senza neppure nascondersi al Partito Democratico. L’Italia dei Valori vuole continuare a parlare chiaro.

L’informazione deve essere libera, ognuno ne risponde davanti ai cittadini, e se sbaglia ne risponde nelle sedi giudiziarie, e se giornalista nelle sedi dell’ordine dei giornalisti. Ma ne Travaglio, ne Santoro, ne Fazio ne altri possono essere oggetto di provvedimenti disciplinari dell’Autorità Garante delle Comunicazioni. Ve la ricordate l’autorità garante? Quando Antonio Di Pietro si lamentava che l’informazione in campagna elettorale era contro l’Italia dei Valori, che veniva quasi sempre oscurata: il tempo passava e nessuno rispondeva. Ci volle un intervento forte dell’Italia dei Valori per avere una risposta che quantomeno risarcisse questo oscuramento. Invece, per sanzionare Travaglio, Fazio e Santoro si è mossa subito, e a valanga, l’Autorità Garante.

Noi diciamo basta alle censure. Una democrazia moderna deve essere una democrazia che parla in piazza, che mette i cittadini nelle condizioni di conoscere per deliberare, perché, se non si conosce, anche le elezioni corrono il rischio di prendere una china non positiva. L’Italia dei Valori ritiene che tutte le personalità che fanno informazione libera vadano salvaguardate, e vadano salvaguardate soprattutto dal servizio pubblico. Non capiamo che le reti del Presidente del Consiglio possano emarginare ora uno, ora l’altro, ora tutti, ma la Rai deve fare informazione, perché non può essere ne di destra, ne di centro, ne di sinistra. La Rai si nutre con il canone dei cittadini e deve dare ai cittadini l’informazione.

Il caso Forleo: anche qui i potenti si sono sentiti offesi o quantomeno scalfiti, e quindi la Forleo viene allontanata come un giudice riottoso, che non si piega, e allora via da Milano, dove lavorava. Non va bene: è in pericolo la democrazia, perché ognuno di noi deve essere soggetto solo e sempre alla legge, e non ad altri, ne alle lobby ne alla politica.

Questo ci preoccupa, come ci preoccupa che nonostante le 400 mila firme la Casta non si sia ricordata di attivare la richiesta di legge d’iniziativa popolare avanzata da Grillo e dai Meetup: no ai condannati in Parlamento, un massimo di due legislature e preferenza diretta, cioè i cittadini che scelgono chi mandare in Parlamento. Noi dell’Italia dei Valori riproporremo queste battaglie di civiltà, battaglie che fanno riconciliare i cittadini con la politica, come non possiamo mandare in silenzio il milione e 400 mila firme che sono state raccolte proprio per la libera informazione, per evitare che anche la Casta dell’ordine dei giornalisti faccia pressione e controlli a quei giornalisti che non si piegano.

Noi dell’Italia dei Valori le vogliamo fare queste battaglie, le continueremo a fare in Parlamento perché siamo l’unico partito senza condannati, ne in primo, ne in secondo ne tampoco in terzo grado, persone pulite, con facce e mani pulite, e soprattutto con voglia di fare, con la passione che Antonio Di Pietro ci ha trasmesso e che questi anni di lavoro duro possano continuare al servizio di tutti voi.

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19 Maggio 2008

Romani: peggio dell'editto bulgaro




Le dichiarazioni del sottosegretario Romani sono peggio dell’editto bulgaro di Berlusconi. Sulla questione Travaglio si vuole togliere il diritto di parlare a chi ha il coraggio di raccontare fatti anche quando essi sono scomodi alla politica. E’ nelle intenzioni di questo Governo lasciare la libertà di parola al solo portavoce o a quanti parlano per nome e per conto suo. Una limitazione grave e inconcepibile della libertà di parola per un Paese democratico.

Ci chiediamo a questo punto: a quando la chiusura di internet come è stato deciso in Birmania? Su Saccà poi è incomprensibile la posizione del sottosegretario alle telecomunicazioni. Da un lato si dice di voler tenere fuori la politica dalla televisione di Stato, mentre dall’altro si sceglie anche chi deve lavorarci e chi non ne ha diritto. Il fatto che Saccà abbia spiegato a Romani come effettivamente stiano i fatti che hanno determinato il provvedimento della sua sospensione, la dice lunga su quale vuole essere l’atteggiamento che l’Esecutivo avrà sulla RAI e verso chiunque sia persona a esso gradita.

Un altro scivolone del sottosegretario è sulla sentenza della Corte di Giustizia Europea. Romani prende in giro i cittadini quando afferma che, con l’avvento del digitale terrestre, non è più il caso che Rete4 vada sul satellite e che quindi la legittima richiesta di Europa7, alla quale spettano di diritto le frequenze per essersele aggiudicate, non avrebbe più alcun senso. Evita accuratamente, il rappresentante del Governo, di fare qualsiasi riferimento alle sentenze della Corte Costituzionale italiana e della Corte Europea che hanno dato torto a Mediaset. In ogni altro Paese, in cui vige il principio del diritto, esse sarebbero state immediatamente rese esecutive. Inoltre si deve ancora ricordare a Romani che le sentenze arrivano prima del digitale terrestre e pertanto tale giustificazione è di fatto poggiata sul nulla.

Per un Governo, infine, che controlla l’informazione privata e quella pubblica è facile parlare di eliminazione della par condicio. Ci troveremo così a fare i conti con un’affermazione del pensiero unico. Effetti devastanti di un conflitto d’interessi che non si vuole risolvere e che ha prodotto, produce e produrrà anomalie irreparabili, tutte italiane.

Leggi le dichiarazioni di Paolo Romani.

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16 Maggio 2008

Informazione per disinformare




Usano l’informazione per disinformare: questa tecnica che ha consentito a Berlusconi a convincere una larga parte d’italiani che la sua discesa in campo in politica sia funzionale a risolvere i problemi del paese e non i propri interessi è la stessa tecnica che hanno utilizzato in campagna elettorale e che stanno usando in questi giorni per convincere gli italiani del fatto che Bossi, Fini e Berlusconi non c’entrino nulla con i problemi dell’immigrazione clandestina e non c’entrino nulla con i problemi della sicurezza.

Utilizzando questa tecnica stanno consentendo a larga parte dei mezzi d’informazione di recepire alcune dichiarazioni ma di nasconderne altre. Per esempio, di questi giorni, la dichiarazione di Maroni, che intende abolire dal suo vocabolario la parola sanatoria, ma i mezzi d’informazione non riportano il fatto che l’unica vera sanatoria d’immigrati clandestini è stata fatta nel 2003 e nel 2004 quando erano ministri Bossi e Fini.

Il ministro Maroni intende dichiarare guerra all’immigrazione clandestina, ma i mezzi d’informazione non riportano che quasi un milione di presenze d’immigrati clandestini sul territorio dello Stato sono stati prodotti da una legge fatta dal centrodestra, la Bossi-Fini.

Il ministro Maroni dichiara che intende rivedere i rapporti con la Romania in ambito UE, ma omette di considerare e precisare che la gestione dell’ingresso della Romania nell’Unione Europea è stata un’operazione gestita in prima persona dal Presidente del Consiglio Berlusconi e dall’allora ministro degli esteri Gianfranco Fini.
Il ministro Maroni dice che i rapporti con gli immigrati comunitari devono essere gestiti seguendo le indicazioni di una direttiva comunitaria che stabilisce il principio che il soggiorno di stranieri comunitari per un periodo superiore a tre mesi deve essere interrotto qualora non ci siano le condizioni di dimostrare i mezzi di sostentamento. Anche in questo caso il ministro Maroni omette di ricordare, e con lui i mezzi d’informazione, che la legge di recepimento di questa direttiva, che è del 2004, non risale ne al 2004, ne al 2005 ne al 2006, quando al Governo c’era Berlusconi, ma è stata fatta nel 2007 dal Governo Prodi.

Il ministro Maroni dichiara di voler introdurre il reato d’immigrazione clandestina, ma il ministro e i mezzi d’informazione non fanno sapere agli italiani con quali strumenti, con quali risorse finanziarie, con quali aule di giustizia, con quali magistrati, con quali collaboratori di cancelleria intendono gestire queste migliaia di processi che andrebbero ad ingolfare il sistema giudiziario che già non funziona. Nemmeno ci dicono se quest’ondata di processi, che andrebbero ad intasare le aule di giustizia, non sia pericolosa per la celebrazione d’altri processi, come quelli contro la mafia, contro l’ndrangheta, quelli contro i furbetti del quartiere, del crack Cirio e del crack Parmalat.

Il ministro Maroni dichiara di voler inasprire le pene per i reati di scippo, di furti e di rapine, ma non spiega a che cosa serve inasprire le pene in un Paese dove le pene non le sconta più nessuno, grazie alle leggi votate dal centrodestra come la legge Simeoni, che ha inciso sul principio dell’effettività della pena, e la Ex-Cirielli, che ha inciso sui termini di prescrizioni, in Italia le pene non le sconta più nessuno.
Davvero risulta incomprensibile per quale ragione si voglia approfondire il tema dell’inasprimento della pena piuttosto che quello della certezza della pena e dell’effettività della pena.

Dietro le loro comunicazioni c’è sempre un trucco, ed ecco perché non ci fidiamo di loro. Non ci fidiamo della loro mano tesa, non ci fidiamo della loro disponibilità al dialogo, ma intendiamo leggere una, dieci, cento volte i loro provvedimenti prima di dare una disponibilità al dialogo e di offrire loro un’apertura di credito.

Colgo l’occasione anche per ringraziare gli amici dell’Italia dei Valori che mi scrivono sul nostro sito, e voglio assicurare loro del fatto che continuerò ad interloquire con lo stesso strumento, con il massimo della tempestività e spero anche con il massimo della soddisfazione per tutti.

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15 Maggio 2008

Una stranezza inaccettabile




Riporto una mia intervista, rilasciata durante la trasmissione televisiva Omnibus lo scorso 14 maggio.

Omnibus: Dicevamo la battuta di Di Pietro, “il lupo che porge la zampa all’agnello”. E’ davvero in questi termini o non si può prendere atto che la situazione sia politica che del Paese sia cambiata all’inizio di questa quarta era Berlusconi?
Pancho Pardi: La situazione è cambiata perchè la classe dirigente di centrosinistra è stata totalmente incapace di fronteggiare, nell’insieme, un’anomalia istituzionale che è totalmente sconosciuta in qualsiasi altro paese democratico europeo. Non c’è un altro caso di monopolista televisivo che arriva al potere, che cambia le leggi per uscire dai processi, che si ritaglia su misura personale tutta la configurazione politica. Questa resta un’anomalia. Lui sarà anche buono e gentile, ma resta una figura che in una democrazia moderna non avrebbe nemmeno la possibilità di accedere al sistema politico. Non si può dimenticare questa cosa.
Poi tutti si consolano dicendo che lui è stato votato, ma lui non aveva il diritto di essere votato, e quindi per noi continua ad essere una stranezza inaccettabile.

Omnibus: C’è il peccato originale che non si dimentica con il buonismo.
Pancho Pardi: Sulla bontà dei toni, secondo me, bisogna essere un po' diffidenti. Il lavoro sporco lo ha fatto nelle legislature precedenti, è inutile ritornare sul passato, ma ce l’abbiamo tutti ben presente. E’ stato veramente un lavoro sporco, e i toni sono stati adeguati al lavoro sporco: se c’è stato qualcuno che ha alterato i toni della politica è stato lui, non gli altri. In più c’è il fatto che a questo punto, dato che i suoi problemi passati sono stati sistemati, si può permettere di avere questi toni così ecumenici, ma penso che ci sia un motivo sostanziale per cui lo fa: punta al Quirinale.
Penso che sia intollerabile che un individuo che ha cercato di modificare la Costituzione a propria immagine e somiglianza diventi il custode della Costituzione. Uno che è uscito dai processi di corruzione alla magistratura perché ha cambiato la legge. Uno che si vanta di non andare alle feste del 25 aprile perché non sopporta la resistenza da cui la Repubblica è nata. Francamente, una persona cosi al Quirinale è veramente fuori posto.
Non capisco perché "La Repubblica", nel senso del giornale, con le sue migliori pene negli ultimi giorni sta facendo dei peana su questa cosa, gli apre le porte e gli da il via libera dicendo che può arrivarci. Lo trovo francamente intollerabile.

Omnibus: Può arrivarci forse è un dato di fatto.
Pancho Pardi: Un cosa è il dire che può arrivarci e un’altra è dire di essere contenti che lo faccia.

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12 Maggio 2008

Noi stiamo con Marco




La bagarre scatenata contro Marco Travaglio per le sue affermazioni a proposito di Renato Schifani nella trasmissione di Fazio può apparire stupefacente.

Il giornalista si era limitato a ricordare ciò che Lirio Abbate e Peter Gomez avevano scritto su rapporti intrattenuti dall’attuale presidente del Senato con soggetti mafiosi: ad esempio la società Sicula Brokers aveva tra i suoi soci fondatori Enrico La Loggia, Renato Schifani e Antonino Mandalà, poi individuato come influente boss di Villabate. Fatti noti, registrati anche in altre varie pubblicazioni. La cui diffusione a stampa non ha prodotto querele nei confronti degli autori.

Storie narrate da giornalisti abili nella ricerca e lette da cittadini interessati a capire quanto possa essere opaca la società politica. Storie che finché restano confinate nell’ambito della stampa cartacea producono uno scandalo relativo. L’importante è che non vadano in televisione, in particolare sui canali nazionali e nelle trasmissioni di maggiore ascolto. Se ci arrivano, comincia allora il fuoco di sbarramento. Il potere sa bene che oggi la lettura attiva pesa meno dell’ascolto passivo. Che i pochi lettori sappiano non preoccupa troppo. Decisivo è che i molti spettatori televisivi vengano mantenuti in uno stato di imbambolata inconsapevolezza.

Meno stupefacente è che soggetti importanti del centrosinistra partecipino all’offensiva contro il giornalista e impongano l’atto di contrizione alla trasmissione ospite. Alti dirigenti del PD si esercitano nella consueta retorica: “Atteggiamenti come quelli di Travaglio e Santoro ci fanno perdere”. Sarà il caso di avvertirli che anche senza quelli, con una campagna elettorale dolce, abbiamo già perso, e male.

C’è una strana aria oggi nel centrosinistra. Sembra che non dobbiamo dolerci troppo della sconfitta perché l’avversario non c’è più. Uno schieramento che ha stabilito un duo-monopolio sull’informazione, confuso sistematicamente l’interesse privato con l’interesse pubblico, cambiato la legge per sgravare pochi potenti dei loro processi, provato a sfregiare la Costituzione, risulta definitivamente risanato dalla nuova vittoria elettorale, ottenuta peraltro con una legge che ha distorto in profondità il rapporto tra voto popolare e rappresentanza politica.

Non c’è più l'avversario. C’è solo un interlocutore con cui discutere. Per fare le cose che vuole lui?

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8 Maggio 2008

Un segnale preoccupante


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Sparisce il ministero per le Comunicazioni, assorbito, a quanto si apprende, dal dicastero dello Sviluppo Economico, che sarà guidato da Claudio Scajola. Questa è la novità più inquietante di questo Berlusconi IV. Non è un caso e non rientra, così come sicuramente vorranno lasciarci intendere, nel piano di contenimento del numero dei dicasteri imposto dall’ultima Finanziaria del governo Prodi, visto che sono stati creati ministeri quantomeno originali come quello per la delegificazione che sarà guidato da Calderoli.

E’ un segnale preoccupante che non lascia presagire nulla di buono riguardo alla strategia del futuro Governo Berlusconi in materia di conflitto di interessi e di libera informazione. Non vogliamo arrivare a facili equazioni ma se il buongiorno si vede dal mattino, questioni dirimenti come il conflitto di interessi che Berlusconi premier continua a portare in dote, unico caso non solo in Europa ma nel mondo, e la libera informazione, condizioni essenziali per la vita democratica di un Paese, nella migliore delle ipotesi, saranno declassate a questioni poco significative e marginali.

Se così sarà, Italia dei Valori si impegnerà fino in fondo perché nel Parlamento e nel Paese si riportino al centro del dibattito queste due questioni fondamentali. Sono i cittadini a chiedercelo.

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5 Maggio 2008

Una domanda ingenua




La comunicazione in Italia è malata all’origine. La malattia classica era la lottizzazione della Rai. Ma è stata surclassata dal monopolio della televisione commerciale nelle mani di un solo operatore dominante, per merito di Craxi e Amato.
Se le due malattie sono temporaneamente separate c’è il duopolio Rai-Mediaset. Quando invece il massimo operatore privato governa c’è il monopolio MediaRai nelle sue mani: tutto ciò che ne sfugge è solo l’effetto della sua grazia. Infatti non manca di ricordarcelo, e secondo lui dovremmo addirittura essergli grati.

Ora siamo in un breve interregno. Per modo di dire: le testate giornalistiche Rai avevano già fiutato il vento (Riotta l’aveva già fiutato due anni fa e non aveva nemmeno cambiato i mezzibusti del Tg; senza offesa per i pochissimi indipendenti che non aveva potuto escludere...).

Il casino nei confronti di Santoro per via di Grillo ha un fondamento capzioso. Tutti avevamo già visto e sentito per intero Grillo su LA7. Non dava scandalo perché LA7 la vedono in pochi.
Dà invece scandalo che Grillo compaia sulla TV pubblica che tutti vedono. E’ un tema a lungo sviscerato da Furio Colombo: puoi trasmettere ciò che vuoi purché nessuno ti veda, ma se ti vedono, soprattutto sulla Tv pubblica, allora si scatena la bagarre.

Petruccioli, che dovrebbe vergognarsi per come ha condotto (si fa per dire) la Commissione di vigilanza Rai durante il precedente governo di Berlusconi, riesce a vergognarsi, autentica mammoletta, per l’apparizione di Grillo ad Anno Zero. Vedremo se si vergognerà per i prossimi capolavori del monopolio. L’aspettiamo alla prova.

Se un rimprovero si può fare a Santoro è piuttosto il contrario: dà spazio solo a Grillo. Il suo acume di giornalista forse potrebbe applicarsi a far sentire le molteplici voci che la società produce e che nessuno fa sentire. Se si riducono i protagonisti pubblici a soggetti unici non è un cedimento allo schema dominante che vuole ormai la cancellazione del molteplice a vantaggio dell’uno che svetta su tutto?

E’ anche abbastanza curioso, ma non troppo, che quasi nessuno abbia trovato parole per la mirabile performance di Sgarbi. Forse è passato oramai il criterio che loro «possono».
Il monopolista televisivo può giocare spudoratamente con l’Alitalia prima ancora di averne l’autorità e può mitragliare la giornalista russa perché «lui è fatto così, che cosa volete farci?». Sgarbi può dare in escandescenze per lo stesso motivo.

La domanda è ingenua: chi non è stronzo non può?

Tratto da www.panchopardi.it

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3 Maggio 2008

Indignazione di parte




Riportiamo un comunicato di Giuseppe Giulietti, deputato dell'Italia dei Valori, pubblicato da Articolo 21, associazione per la libertà d'informazione.

"Il gruppo dirigente della Rai ha parlato di uso arbitrario e indecente della tv pubblica a proposito della trasmissione Anno Zero in cui sono stati trasmessi brani dell'intervento del comico Beppe Grillo al secondo V-day. Per quanto ci riguarda i toni e i modi di Grillo non sono i nostri e sono assai distanti dalla sensibilità di Articolo21. Così come non condiviamo i ripetuti attacchi rivolti al presidente della Repubblica, uno dei pochi garanti rimasti della Costituzione. Tuttavia condividiamo ancora meno che si faccia finta di non sapere che quelle parole e quelle espressioni sono condivise da non pochi italiani, che giornali e tv di tutto il mondo hanno riportano le opinioni di Grillo e che nessuno può pensare di oscurare. Anzi ci saremmo aspettati dal gruppo dirigente di Viale Mazzini che rivendicasse il fatto che, in quanto servizio pubblico la Rai è il luogo dove le espressioni anche piu critiche si possono esprimere. Per quali ragioni la Rai può ospitare a reti unificate aggressioni contro i giudici o appelli per i fucili padani e manifestare indignazione in altri casi?
Ci saremmo infine aspettati che il gruppo dirigente Rai, oltre a indignarsi per alcune delle espressioni di Grillo avesse manifestato pari indignazione nei confronti dell'aggressione condotta da Sgarbi nei confronti della memoria di Enzo Biagi, una persona che non può neanche più difendersi e replicare, e che è stato tanta parte della memoria della Rai e del nostro Paese."

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Postato da Giuseppe Giulietti in | Commenti (2071) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif