TRENI, IL GOVERNO TAGLIA I FONDI: SICUREZZA SEMPRE PIU’ A RISCHIO
Il morto e i 58 feriti del deragliamento del treno della Circumvesuviana avvenuto venerdì nella zona di Gianturco, alla periferia orientale di Napoli allungano la lista delle vittime involontarie della politica scellerata di questo governo in tema di infrastrutture.
Vale la pena ricordare solo alcuni degli incidenti avvenuti negli ultimi mesi: a maggio, in Puglia, 35 persone rimangono ferite nello scontro tra un treno e un'autocisterna al passaggio a livello di Bitonto-Santo Spirito. In aprile sono 70 i feriti nel tamponamento di due convogli alle porte di Roma, mentre a Merano perdono la vita 9 persone: il treno sul quale viaggiavano viene travolto da una frana causata dalla rottura di un impianto di irrigazione; la sciagura provoca anche 28 feriti. Sempre in aprile in Liguria il deragliamento di un carrello per la manutenzione della massicciata ferroviaria provoca il ferimento di 5 operai nei pressi della stazione di Recco. Tredici mesi fa l’incidente più grave, a Viareggio: è il 29 giugno 2009 quando il treno merci 50325 deraglia in seguito all’esplosione causata dalla fuoriuscita di Gpl da una cisterna, provocando morte e distruzione tutto intorno. Un vero inferno: due palazzine distrutte, altre tre evacuate, centinaia di sfollati. 31 le persone decedute a causa del disastro, undici morte nell'esplosione e nell’incendio che ne è seguito, altre venti per le ustioni nei mesi successivi. Ad oggi nessuno è stato ancora rinviato a giudizio per quei fatti.
Questi sono solo alcuni degli episodi più gravi, ma nel corso del 2009 in Italia si sono verificati oltre 50 incidenti. Uno a settimana. Tutto questo non avviene per caso, come vorrebbero fare intendere il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli e l’Ad di FS Mauro Moretti, ma è il matematico risultato di una politica della sicurezza sempre più latitante. Di tagli criminali ai fondi per la formazione del personale, per la manutenzione delle tratte ferroviarie, per l’acquisto di nuovi e più sicuri convogli.
Mentre il governo spende miliardi di euro nell’alta velocità, in opere faraoniche come il ponte sullo Stretto, o nelle centrali nucleari, le linee ferroviarie ordinarie vengono lasciate al loro destino. L’Italia, dove il 15 per cento dei pendolari si muove in treno, ha i convogli regionali e locali più disastrati dell'Unione europea. A differenza di paesi come Germania e Francia che investono oltre un miliardo di euro l’anno in infrastrutture e materiale rotabile, il nostro governo ha cancellato anche i 300 milioni previsti inizialmente nel disegno di legge per il riordino dell'agenzia nazionale per la Sicurezza ferroviaria. Esattamente il contrario di ciò che bisogna fare. Noi dell’Italia dei valori pretendiamo che proprio la sicurezza torni al ad essere al centro di tutte le priorità.
Intercettazioni rimandate a settembre
Nel pomeriggio arriverà la comunicazione ufficiale ma vi anticipo già da ora la grande novità dell’estate e ve lo annuncio con un gran senso di soddisfazione e di orgoglio: il ddl intercettazioni sarà rinviato a settembre. Ci possiamo concedere il lusso di cantare vittoria, anche se, come diceva qualcuno, abbiamo vinto la prima battaglia e non la guerra ma è già uno straordinario segnale. E’ la dimostrazione che quando di fronte a noi c’è una grande battaglia di democrazia ci dobbiamo credere fino in fondo, perché le buone ragioni dell’opposizione, anche se minoritarie, sono sempre vincenti. E’ la prova che, quando l’opposizione, la società civile, i sindacati, le associazioni uniti in piazza ai semplici cittadini, fanno fronte comune e gridano forte, ad una voce sola, il rifiuto ad ogni forma di autoritarismo mascherato, ad ogni prevaricazione subdola e strisciante, ad ogni atto di arroganza becero del potente di turno per coprire le sue malefatte e la sua spregiudicatezza politica e morale, si deve combattere. E’ la prova che quando in gioco c’è la difesa delle più elementari libertà dell’uomo che sono sacre e inviolabili, si può vincere. Non è finita qui. Per ora, abbiamo portato a casa un risultato straordinario che ci rende orgogliosi e soddisfatti. Abbiamo vinto la prima grande battaglia di democrazia, costringendo il governo ad una clamorosa sconfitta. Siamo ad un passo dalla Caporetto del Governo, alla Waterloo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sconfitto e umiliato, che subisce l’onta di dover rinviare il provvedimento sulle intercettazioni, che voleva tanto e subito, costretto ad ingoiare un rospo gigante, circostanza per lui inusuale. Con il ddl intercettazioni, che rimane quello che è, ovvero una colossale, gigantesca, enorme porcata – ricordo qui solo per inciso la vergognosa abolizione della norma Falcone e quella antiweb che fanno inorridire – ci rivediamo a settembre, augurandomi con tutto il cuore che il rinvio di oggi sia il primo passo verso l’archiviazione definitiva di questo ennesima legge scellerata del Governo.
fonte: www.massimodonadi.it
Giu' le mani dal web
Loro, i finiani, dicono di aver lavorato per la riduzione del danno ma che la legge sulle intercettazioni sia ora una legge accettabile è una colossale balla. Ci sono aspetti talmente odiosi in questo provvedimento che lo rendono del tutto inaccettabile e non c’è passo avanti o indietro che tenga.
Il ddl intercettazioni è un gigantesco ed inesorabile passo indietro che ci riporta al paleolitico dell’informazione e al pleistocene della libertà. Ecco due nefandezze su tutte, per rispedirlo così come è al mittente: hanno mantenuto l’abrogazione dell’articolo 13 della cosiddetta legge Falcone, depotenziando la lotta alla criminalità organizzata e, con il comma 29 dell’articolo 1, hanno imposto una nefasta limitazione alla libertà del web, mai pensata prima e che non esiste in nessun altro paese del mondo. Il comma in questione, infatti, sottopone qualsiasi pagina web, che sia quella facente capo ad un grande gruppo editoriale o al blogger Mario Rossi di Gallarate, alle stesse regole dei giornali: le rettifiche andranno pubblicate entro 48 ore, con la stessa evidenza della notizia originale. Chi non lo fa, rischia una sanzione salatissima, fino a 12.500 euro che se per il gruppo Espresso spa, per fare un esempio sono bazzecole, per Mario Rossi sono un incubo. Tradotto, in parole povere: la libera circolazione di idee e notizie sensibili non solo saranno vietate sui mezzi di comunicazione del padrone, leggi Mediaset, o asservite al padrone, leggi Rai, ma non potranno più circolare sul web, libero spazio per libere menti. Di questo passo e con questo governo, pensieri, riflessioni, idee, denunce rimarranno li dove sono nel cassetto dei sogni e delle buone intenzioni.
Ogni canale di comunicazione sarà inesorabilmente chiuso. Stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger rischia più di un giornalista ma ha meno libertà. Pretendere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta, esattamente come se fosse un giornalista, sotto la minaccia di una pesantissima sanzione pecunaria, significa infatti dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili che sputtanano i poteri forti, politici ed economici. Di cosa, dunque, dovrei gioire o essere soddisfatto proprio non lo capisco. Dovrei forse gioire del fatto che la criminalità potrà continuare a compiere crimini? Oppure che questo governo di irresponsabili ha deciso di farsi beffa della sicurezza degli italiani? O del fatto che stanno compiendo un vero e proprio scempio, che imbavaglierà per sempre le nostre bocche, fino ad addormentare le nostre coscienze? Per questo, appoggio la lettera appello che alcuni dei più importanti giornalisti operanti anche su internet hanno rivolto alla presidente Giulia Bongiorno. L’accesso alla Rete sta diventando in centinaia di paesi al mondo un diritto fondamentale dell’uomo. Sarebbe paradossale che proprio l’Italia debba rinunciarvi per sempre.
fonte: www.massimodonadi.it
Le candele di Bebelplatz contro il bavaglio
Oggi, a partire dalle 19,30, in Bebelplatz, a Berlino, verranno accese tremila candele per dire ‘No’ alla ‘legge bavaglio’ che, se verrà approvata, sara' la consacrazione ufficiale della nascita in Italia, in un Paese Europeo della area Schengen, di una dittatura del terzo millennio. A Bebelplatz il nazionalsocialismo, nel 1933, bruciò migliaia di libri per esprimere, con drammatica chiarezza e violenza, la fine della libertà e il disprezzo per la cultura. Oggi, 25 luglio, associazioni e movimenti della società civile europea, partiti politici europei, tedeschi e italiani, hanno promosso questa iniziativa per tenere alta l'attenzione contro un progetto eversivo che il governo Berlusconi persegue con arroganza, al fine di garantire l’impunità a criminali di ogni specie, per mortificare la libertà di informazione e i principi democratici della nostra Carta Costituzionale. Il disegno di legge sulle intercettazioni, infatti, lega le mani ai magistrati, impedisce ai cittadini di ottenere giustizia, e, oltre a voler imbavagliare i giornalisti, tenta di censurare anche il web. L’IdV, proprio perché consapevole dell’importanza della Rete, ha portato avanti in Parlamento, sin dal primo momento, una dura battaglia contro il bavaglio al web e l’obbligo di rettifica entro quarantotto ore per i blogger. A conferma di ciò, al Senato, l’Italia dei Valori è stata l’unica forza politica a votare contro l’emendamento presentato dal governo che tentava di imbavagliare il web. Oggi, siamo tra le forze presenti a Berlino poiché convinti che l'Europa non debba essere soltanto un’Unione finanziaria e di banchieri, ma debba essere sempre più l'Unione della legalità dei diritti di tutti e di ciascuno, anche contro e nonostante le leggi ingiuste di singoli Stati.
A Berlino contro il bavaglio
Italia dei Valori sarà a Berlino presente contro la "legge bavaglio", insieme con altre formazioni politiche europee e tedesche e insieme con la società civile tedesca, italiana, europea.
Sarà una occasione per sensibilizzare, ulteriormente, l'opinione pubblica tedesca ed europea sulla gravità della situazione italiana. La data (25 luglio) ricorda la tragedia della dittatura fascista in Italia. Il luogo (Bebelplatz) ricorda il rogo dei libri da parte dei nazisti, atto terribile di disprezzo per la libertà e per la cultura. Con 3000 candeline verrà disegnata sulla piazza la sagoma dell'Italia. Tale manifestazione sarà un altro contributo per contrastare il progetto eversivo e piduista in atto nel nostro Paese. La presenza dell'Italia nell'Unione Europea è, per noi italiani, motivo di speranza, per gli altri popoli europei motivo di paura; sì, paura di contaminazione all'intero continente di tratti negativi, oggi così presenti in Italia. La approvazione della legge bavaglio rischia di essere l'atto formale di nascita di una dittatura da terzo millennio. Sì, dittatura europea da terzo millennio. Una dittatura da terzo millennio all'interno della Unione europea, dentro i confini di Schengen, non si presenta, di certo, con la camicia nera e il saluto romano di Benito Mussolini, né con ll passo militare e la camicia grigia di Adolf Hitler. La stessa legge prevede una forte limitazione alle attività di investigazione di magistrati e forze dell'ordine, costituendo un ennesimo colpo allo Stato di diritto e un ennesimo regalo dell'attuale governo alla criminalità di ogni specie, garantendo impunità e privilegi a corruttori e corrotti, a pedofili e mafiosi.
Saremo in tanti, noi di Italia dei Valori, in Bebelplatz ad esprimere la forte resistenza nei riguardi di un gravissimo attentato alla democrazia italiana ed europea, in un luogo simbolo di un precedente, terribile attentato alla democrazia tedesca ed europea.
Odore di 'ndrangheta in Liguria
Bordighera, in Liguria, rischia di fare la fine di Fondi. Da tempo si registrano incendi a locali pubblici, auto e furgoni. I carabinieri hanno scritto una relazione al prefetto in cui chiedono di sciogliere il consiglio comunale per infiltrazioni mafiose.
Nei giorni scorsi ci sono stati 8 arresti su ordine della procura di Sanremo per minacce a un assessore (intervistato nel video) ma anche per reati legati al mondo della prostituzione, del mercato delle slot machine e degli immobili in cui nascondere i latitanti. Tra gli arrestati anche Michele Pellegrino, fotografato assieme al deputato del Pdl Eugenio Minasso all'epoca dell'elezione nel consiglio regionale della Liguria nel 2005.
Questa sera a Sanremo ci sarà una fiaccolata contro la mafia. Domani sera, invece, a Bordighera è in programma un consiglio comunale con all'ordine del giorno le dimissioni di 4 consiglieri di maggioranza del Pdl.
Contro il bavaglio della P2
Licio Gelli tempo fa è rimasto stupito per come l’allievo sia riuscito a superare il Maestro.
E si riferiva alla bravura di Berlusconi nell’attuare il Programma di Rinascita Democratica della P2. I ragazzi di oggi conoscono poco di questo piano, ma sicuramente sanno che il progetto del Venerabile è diametralmente opposto ai principi tracciati nella Costituzione.
La P2 era ed è una loggia massonica segreta, nata con evidenti fini di sovversione dell'assetto socio-politico-istituzionale che opera solo per tutelare e rafforzare gli interessi di un gruppo di persone. Oggi, molti dei suoi affiliati, tra i quali l’attuale Presidente del Consiglio, ricoprono ruoli di primo piano: stanno al Governo e in Parlamento. Queste affermazioni, purtroppo, non sono parte di una spy story, ma la verità. Infatti, è stato lo stesso Gelli a confermarlo in un’intervista rilasciata qualche mese fa. E la prova è sotto gli occhi di tutti: piano, piano, goccia a goccia, tutto quanto era inciso nel documento ritrovato a Villa Wanda si sta realizzando. Il percorso è lento perché i nostri padri costituenti, consapevoli delle insidie che avrebbero potuto esserci in uno Stato democratico, hanno ben pensato di porre una serie di pesi e contrappesi nella Carta, volti a ostacolare certe tentazioni eversive. Ma, dopo due anni di Governo Berlusconi, il puzzle sta per essere completato: controllo dei media, assoggettamento del potere giudiziario. Quest’ultimo punto farebbe venir meno la separazione dei tre poteri e, quindi, per questa modifica occorrerebbe una riforma costituzionale e ben altri numeri. Insomma, il Governo ha ben pensato di aggirare l’ostacolo, svuotando le funzioni della magistratura e togliendole le risorse necessarie.
E’ in questo scenario che rientra il disegno di legge sulle intercettazioni. Un provvedimento che, rispondendo a un preciso disegno eversivo, è palesemente contrario ai concetti di legalità e di giustizia.
Infatti, oltre a imbavagliare la libera informazione e a zittire la Rete, priva i magistrati di uno strumento indispensabile per le indagini e viola palesemente il diritto costituzionale di essere informati e di ottenere giustizia.
Quelle contenute all’interno del disegno di legge sono norme criminogene che, se dovessero essere approvate, rappresenterebbero uno sfregio, un colpo durissimo all’intero sistema della giustizia e dell’informazione.
COSA CAMBIA PER I GIORNALISTI:
(espandi | comprimi)
Diciamo ‘no’ a questo provvedimento scellerato e per manifestare la nostra indignazione alla cosiddetta ‘legge bavaglio’ oggi abbiamo aderito con convinzione alla giornata del silenzio, promossa dalla Fnsi.
L’Italia dei Valori proseguirà, senza se e senza ma, la sua battaglia in difesa della libera informazione e farà di tutto per evitare che a prevalere sia la strategia dei mattinali e delle veline tipica del regime di vecchia memoria.
E’ una battaglia per la democrazia, a difesa dello stato di diritto e di quei principi che i nostri padri costituenti hanno tracciato nella Carta. Inoltre, se il ddl dovesse diventare legge, non ci arrenderemo e promuoveremo un nuovo referendum dimostrando a Berlusconi che sono milioni i cittadini che hanno capito che questo provvedimento blocca le indagini, copre gli affari di mafiosi e truffatori, imbavaglia la stampa calpestando palesemente il diritto di informare ed essere informati.
Troppe bugie sul Cinema
Il Giornale del 7 luglio 2010 ha pubblicato un articolo a firma Gian Maria De Francesco dal titolo “Così Marrazzo ha buttato 5 milioni per film mai visti”, sommario: “L’ex governatore del Lazio finanziava anche pellicole fantasma come “La polvere del tempo”, “Zenzano” e “La voce”. Scarica il pdf (750 Kb)
L’articolo presenta una serie di affermazioni e di imprecisioni che meritano una risposta puntuale e documentata. Desidero innanzitutto ricordare che, con più di 2mila imprese di settore e circa 50mila addetti, il cinema e l’audiovisivo costituiscono il primo comparto produttivo del Lazio. E’ vero, e ne sono orgogliosa, che la Regione vi ha investito rilevanti risorse pubbliche, costruendo per la prima volta una politica regionale di settore, attenta finalmente anche alle coproduzioni internazionali. E’ invece inesatto che il cinema sia competenza dello Stato, come sostiene invece il quotidiano di Berlusconi: la riforma del titolo V della Costituzione ha definito lo spettacolo materia concorrente tra Stato e Regioni.
Per quanto concerne gli strumenti con cui la Regione Lazio ha sostenuto e mi auguro sosterrà il cinema, informo il Giornale che, contrariamente a quanto scritto, dal 2007 nel Lazio esiste una Film Commission.
Preciso inoltre che durante il mio mandato di assessore, non ho mai presieduto alcun organo che avesse facoltà d’esame su progetti presentati alla Regione, né nel cinema né in altre materie. Il nucleo di valutazione di cui parla il Giornale è composto da dirigenti regionali ed eventuali soggetti esterni in qualità di esperti, e fa capo alla Legge Regionale 2/1985, che non eroga finanziamenti a fondo perduto, né a tasso agevolato, bensì partecipa alle opere con contratti di associazione in partecipazione, che prevedono il rimborso della partecipazione in prima posizione rispetto al produttore. La L.R. 2/1985 è una normativa di sostegno per piccole e medie imprese del Lazio che versano in stato di crisi: nel Lazio lavora il 27% degli occupati italiani del comparto nazionale dell’audiovisivo, le nostre aziende hanno dunque meritato pienamente l’inclusione nei benefici di questa normativa, avvenuta nel 2006 con legge regionale. Dall’attivazione di questo fondo, sono arrivate 144 richieste: di 84 deliberate, 42 (il 50%) sono state positive. Sono stati deliberati, al netto dei disimpegni, 7,99 milioni. Erogati 4,96 milioni. Da erogare, 3,02 milioni. Non è detto che verranno erogati: i beneficiari devono rispettare determinate condizioni. Queste partecipazioni finanziarie sono “capitale di rischio” e ci si aspetta che, al termine del ciclo di sfruttamento dei film attraverso i vari canali (sale cinematografiche, home video, pay tv, free tv, estero, ecc.), il finanziamento venga recuperato e produca un utile, da reinvestire rotativamente. Il contratto stipulato con le società di produzione prevede anche diverse forme di garanzia e di eventuale “uscita” dalle operazioni.
Alcuni dei film sostenuti non sono ancora usciti semplicemente perché i tempi del ciclo cinematografico sono lunghi, in media tre anni. Abbiamo scelto investimenti di medio-lungo periodo, con benefici per il settore anche oltre il mandato legislativo. Abbiamo scelto il futuro rispetto anche a possibili convenienze del presente.
Il cinema, per natura e per tradizione, è uno dei luoghi d’elezione del pluralismo culturale e della libertà d’espressione. E, dai dati in mio possesso, mi risulta che la Regione Lazio, riscontrandovi i requisiti tecnici, abbia correttamente finanziato anche un’opera di Pasquale Squitieri, autore di destra.
“Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” è tratto da un libro di successo: il rapporto finanziamento regionale-incasso non è di 15 volte ma, ad oggi, di 5,7. Informo il Giornale che, a fronte del finanziamento regionale, “Colpo d’occhio” ha incassato 2,6 milioni, “Milano Palermo” 4 milioni. Per il film di Moretti non c’è ancora stata erogazione e, credo che il Giornale ne converrà, è un autore conosciuto a livello internazionale. Quanto ai film che devono ancora essere distribuiti, “La Polvere del tempo” di Theo Angelopoulos, è una coproduzione internazionale: la Regione Lazio ha partecipato a un progetto che coinvolge greci, tedeschi, fondi regionali di altre nazioni, il fondo del Consiglio d’Europa Eurimages, il MiBAC. Il film non è ancora uscito perché il distributore che lo aveva acquisito, Mikado, ha cambiato gestione; non vuol dire che non uscirà. “Zenzano”, film di animazione, è ancora in produzione. “La voce” deve ancora uscire e non è detto che non uscirà. Di fatto, la Regione prevede per contratto la restituzione degli importi erogati qualora il film non esca. “Il prossimo tuo” è uscito in sala con meno copie del previsto in quanto il distributore ha voluto puntare a una uscita più selettiva. In ogni caso, sia questo film che “La polvere del tempo” sono stati presentati a festival importanti (rispettivamente Roma e Berlino). La società della Regione preposta alla gestione di questi fondi effettua un monitoraggio degli investimenti, vincolati a contratti che, se non vengono onorati dai produttori, prevedono la restituzione dell’investimento. Le produzioni “Ti ho cercato in tutti i necrologi” e “Venti sigarette” hanno sommato ai fondi della Pisana anche il contributo del MiBAC: è un frazionamento del rischio decisamente positivo, il film ha convinto più enti. Dov’è lo scandalo?
Il cinema è un investimento rischioso ma decisivo per il nostro territorio. Ha bisogno di un sostegno pubblico intelligente, come ha fatto il Lazio e come fanno tutti i Paesi civili. Anzi dovremmo intervenire anche per sostenere la distribuzione, troppo spesso bloccata dagli interessi forti. Altrimenti non ci resta che far “piovere sul bagnato”, come ha fatto a lungo il MiBAC, sostenendo cinepanettoni e grandi gruppi.
Terremoto: le carriole contro la cricca
Vogliamo scaricare le infamie della cricca sotto la casa di Bertolaso. Per questo stamattina mi sono recato con una carriola contenente macerie e delle piccole scatole, che rappresentano simbolicamente dei mattoni (sulle quali è scritto 'cricca'), a Piazza Navona per essere vicino alle istituzioni abruzzesi e assistere al consiglio straordinario del comune dell'Aquila.
In corteo abbiamo sfilato fino a via Ulpiano, di fronte alla sede della Protezione Civile, dove abbiamo rovesciato le macerie e i mattoni della cricca.
Appalti, subappalti e collegate si parla di 123 società su cui sta indagando la Prefettura e la Procura antimafia, che si sono spartite una torta da 169 milioni di appalti e che hanno lasciato i cittadini dell’Aquila senza l’abitazione promessa. L'elenco completo lo ha Bertolaso in quanto a lui è stato conferito il potere di assegnare appalti con procedura negoziata, senza bando di gara, nonché‚ la possibilità di subappaltare fino al 50% delle opere. Tutto in deroga alle norme del codice sugli appalti.
Come Italia dei Valori abbiamo presentato interrogazioni al governo per avere quell’elenco ma sinora nessuno a risposto. Dobbiamo far sapere agli aquilani, che ancora spettano la promessa ricostruzione e che il 30 giugno in 30mila verranno sfrattati dagli alberghi che sinora li hanno ospitati, a quali imprenditori disonesti il governo Berlusconi ha affidato il loro futuro e la loro dignità.


Dieci domande a Masi
Pubblico di seguito le dieci domande che ho posto al direttore generale della Rai, Mauro Masi, il quale di recente ha difeso con forza la capacità di difesa dalla concorrenza della rete pubblica nei confronti di Mediaset. Ma Masi dimentica il problema vero: la Rai. è vero, può concorrere efficacemente. Il direttore, tuttavia, dimentica che sotto la sua direzione la tv di Stato non svolge più un servizio pubblico ma un servizio privato a disposizione del Governo e del Presidente del Consiglio.
1. E' vero che Vieniviaconme, il programma di Fazio e Saviano potrebbe essere collocato in palinsesto in concomitanza della Champions League? Non ritiene che sarebbe un boicottaggio?
2. Parliamo dei disastri del tg1. Lei ritiene che gli attuali ascolti, ben al di sotto dello storico 30%, siano un buon dato oppure ritiene che siamo di fronte ad un crollo? Perchè secondo Lei Tiziana Ferrario Paolo Di Giannantonio Piero Damosso e Massimo De Stroebel sono stati sospesi dalle conduzioni e dalla redazione? Di cosa si occupano ora? Non pensa si tratti di un demansionamento? Ritiene che la mimica facciale sia una buona ragione per allontanare dal video un conduttore com'è accaduo per Maria Luisa Busi? E ritiene corretto che Minzolini abbia redarguito la stessa Busi per l'intervista rilasciata a Repubblica?
3. Che fine farà Annozero? Lei ritiene che le pressioni politiche sull'AGCOM e sul CdA siano roba da stato africano?
4. Caso Ruffini/Di Bella: Qual è la sua opinione in merito alla gestione dell'avvicendamento imposto a Ruffini e Di Bella? Sempre in tema di azioni sgangherate del CDA, a seguito dell'interruzione dei talk show nel periodo di vigenza della par-condicio sono state registrate perdite economiche legate alle raccolta pubblicitaria? Di quanto si sono abbassati gli indici d'ascolto senza i talk show nelle serate normalmente dedicate ad Annozero, Ballarò e L'ultima parola?
5. Quando sarà chiarito il futuro di Rainews? Perchè la redazione è costretta a lavorare con sempre meno mezzi? Perché il segnale non è visibile in tutta Italia come testimonia l'invasione di mail di protesta per l'assenza di segnale? Per quale ragione Rainews è stato privato del numero 24, che contraddistingue le testate allnews in tutta Europa?
6. Salvatore Lo Giudice, è stato nominato direttore degli affari legali e societari RAI. L'avvocato Lo Giudice risulta però a disposizione di Palazzo Chigi come "esperto giuridico del dipartimento editoria e supporto al segretario generale". Parrebbe essere anche uno dei legali che si occupano delle cause in cui sono coinvolti i giornalisti del quotidiano "il Giornale". Lo Giudice sarebbe anche nel consiglio d'amministrazione e nel comitato d'amministratore della gestione separata dell'INPGI, l'istituto di previdenza dei giornalisti. Non si profila un clamoroso caso di conflitto d'interessi? Lei dice che Lo Giudice si è dimesso da tutti gli incarichi, ma il sito web dell'INPGI lo colloca ancora nel consiglio d'amministrazione come rappresentante designato della presidenza del Consiglio dei Ministri. Come si spiega?
7. Il 28 maggio scorso l’agenzia il Velino ha riportato questa notizia: per lavorare al nuovo sito web del Tg1 sono stati effettuati colloqui ai soli studenti delle scuole di giornalismo. Perché, per il servizio pubblico Rai, non è stata effettuata una selezione più ampia e pluralista? I professionisti ancora precari che collaborano da anni per l’Azienda, non possono rappresentare una preziosa risorsa? E perché ai colloqui sono stati chiamati solo studenti di tre scuole romane?
8. I dati dell’Osservatorio di Pavia dimostrano chiaramente che la presenza nei tg dell’Idv è molto bassa, quasi inesistente in certi periodi, comunque molto al di sotto di quanto dovrebbe toccare alla seconda forza dell’opposizione. Lei ci assicura che questa costante assenza dell’Idv dai tg non derivi dalle richieste del premier, evidenziate dalle intercettazioni pubblicate, di far sparire Di Pietro dai palinsesti della televisione pubblica?
9. Pubblicità. Quanto ha incassato la Rai in pubblicità nell’ultima stagione? Quanto in quella precedente? Lei ha affermato che con la raccolta pubblicitaria di quest'anno SIPRA, la concessionaria della Rai delegata alla pubblicità, saranno recuperati i denari che Sky offriva per tenere il bouquet Rai sulla sua piattaforma. Può dimostrarcelo? Delle due l'una: o lei sta dicendo una palese bugia, oppure il dirigente che ha trattato con Sky è un incapace da licenziare in tronco, perchè trattava su cifre irrisorie.
10. Trasparenza. Non è il caso di rendere pubblici, oltre agli stipendi di giornalisti e dirigenti, tutto sommato parametrati, anche i contratti di consulenza? E’ in grado di dirci quali sono i contratti di consulenza di Cda, ufficio relazioni istituzionali, reti, programmi, testate, direzione generale, a quali nomi rispondono e qual è il loro importo? Trincerarsi dietro il segreto industriale non è omertoso e magari utile a coprire eventuali rapporti poco chiari tra l’azienda e la politica? A tal proposito, Lei conferma la notizia che le riprese della parata del 2 giugno sarebbero state affidate ad un'azienda esterna? Era la Eurovision di casa Berlusconi? E' vero che le telecamere RAI sarebbero rimaste fuori, a girare immagini esterne?
Giornalisti poco onorevoli
Giornalisti poco onorevoli. Giornalisti che votano la legge bavaglio. Giornalisti che mettono la loro firma su una legge che limita la libertà di stampa. Al Senato, la scorsa settimana, si è verificato anche questo. Sappiamo tutti che il Ddl intercettazioni non è solo un’aggressione alla sicurezza dello Stato, ma anche un’intollerabile limitazione all’esercizio della professione giornalistica, come denunciato con forza dall’Fnsi. Per questo motivo ci chiediamo se l’Ordine Nazionale dei Giornalisti intenda o no intervenire e prendere provvedimenti nei confronti dei senatori che hanno votato a favore della legge bavaglio. Questi senatori con in tasca il tesserino da giornalisti non solo hanno violato il codice deontologico della professione, ma probabilmente hanno anche commesso illeciti disciplinari. Come si può contemporaneamente votare il bavaglio e la censura ed essere giornalisti? Credo non sia possibile. La legge bavaglio rende impossibile raccontare i fatti e nasconde ai cittadini i misfatti e le responsabilità di politici e personalità pubbliche. E’ un attacco all’art.21 della nostra Costituzione portato avanti dalle truppe cammellate del premier Berlusconi, che ha paura delle intercettazioni. Anche di quelle riguardanti qualche suo amico evidentemente. Il bavaglio colpisca anche i blog: se un blogger non pubblica una rettifica nel giro di 48 ore rischia una multa da 7.746 a 12.911 euro. Inconcepibile. Hanno paura del web, del popolo della rete e della condivisione della conoscenza e delle informazioni. Tra i senatori iscritti all’albo dei giornalisti professionisti o pubblicisti spiccano i nomi del capogruppo Gasparri, del suo vice Quagliarello, della moglie di Emilio Fede, Diana De Feo. C’è addirittura un editore, quel Giuseppe Ciarrapico già condannato in via definitiva per il crack del Banco Ambrosiano, per finanziamento illecito ai partiti ed attualmente indagato per ‘stalking a mezzo stampa’, reato talmente insolito da aver attirato l’attenzione dei ricercatori dell’università di Cambridge e per truffa aggravata.
fonte: www.massimodonadi.it
Intercettazioni: resistenza al Senato
Prosegue la protesta dell'Italia dei Valori contro il ddl intercettazioni. Dopo aver passato la notte in aula abbiamo occupato questa mattina i banchi riservati al governo. La nostra intenzione è fare di tutto per impedire che passi questa schifezza. I filmati della nostra occupazione stanno facendo il giro del mondo perché tutti, soprattutto all'estero, possano capire che questo sta diventando un Paese a sovranità limitata.
Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha espulso dall'aula i senatori dell'Italia dei Valori che occupavano per protesta i banchi del governo. Nessun cronista o fotografo ha potuto seguire la scena perché le tribune stampa sono state chiuse alla fine della seduta e, quindi, prima che i commessi entrassero in azione per lo sgombero.
L'espulsione è certamente un atto molto forte. Noi protestavamo perché riteniamo che il Parlamento sia stato preso in giro, lo abbiamo fatto in forma garbata, ma ferma, e ci è stato risposto che dovevamo essere cacciati dall'aula.


Il telecomando come uno scettro
Con la più inverosimile faccia di bronzo, Berlusconi sostiene che la Rai è faziosa, e in effetti lo è: ormai imbottita di dirigenti Mediaset, svolge da anni un vero e proprio servizio privato a vantaggio del Presidente del Consiglio, con l'eccezione lodevole di alcuni programmi indipendenti, che però non possono a controbilanciare l'impero proprietario esercitato sulla rete pubblica. Senza contare le vessazioni che quotidianamente subiscono i programmi "invisi al premier": mi riferisco ad Annozero, che nel corso dell'anno è stato oggetto di contestazioni politiche e interne all'azienda, Parla con me, Glob, e il progetto di lavoro di Fabio Fazio e Roberto Saviano "Vieni via con me". La sola proposta dei contenuti deve aver messo in preallarme i piani alti di Viale Mazzini, tanto da prevederne la decapitazione ex nunc. Come a far capire da subito chi comanda e vigila sulla libertà d'espressione.
Berlusconi rappresentava già un' anomalia con il suo conflitto di interessi - stranoto dal suo primo governo e malamente affrontato nel corso dei sedici anni in cui si è dedicato all' "azienda Italia" - ma la minaccia di non siglare il contratto di servizio aggiunge qualcosa in più. Con le dimissioni di Scajola, Berlusconi ha assunto l'interim del Ministero dello Sviluppo Economico, attribuendosi quindi anche delicatissime competenze in materia di comunicazioni, tra queste, anche la sigla del contratto di servizio con la Rai, cioè la base dei rapporti tra l'azienda e il ministero. E' una fotografia impietosa, che denuncia un colossale ed eclatante controllo sull'informazione e sui media. Tutti i media: il solo pensiero che da ministro dello sviluppo economico, Berlusconi dovrà occuparsi dell'eventuale sbarco di Sky sul digitale terrestre fa presagire l'esito della vicenda.
Come ha svelato l'inchiesta l'inchiesta di Trani con le sue sacrosante intercettazioni: il Premier usa il telecomando come uno scettro: quando cambia programma lo fa davvero: telefona al Direttore Generale della Rai, ai commissari dell'Agcom, ai membri della Commissione di Vigilanza, e tutti obbediscono pedissequamente. Nemmeno nello Zimbawe, per citare il direttore Masi.
Oggi, con le sue dichiarazioni presto smentite da Bonaiuti, Berlusconi ha fatto un passo avanti: dall'intimità delle telefonate alla luce del sole. Non chiede al telefono, ma candidamente dispone: quello che non gli piace e non lo vezzeggia va eliminato. Manu militari. Per uscire dalla farsa, il Premier ha una sola possibilità: lasciare l'interim del ministero e trovare una nuovo ministro, che svolga il ruolo con serietà. Tuttavia, sappiamo bene che è impossibile; entrerà nell'Esecutivo l'ennesimo servo, che eseguirà gli ordini del capo.
La soluzione definitiva è solo una: fuori Berlusconi dalla Rai, fuori i partiti dalla Rai.
C'era una volta l'articolo 21
Sul ddl intercettazioni stiamo assistendo a un'operazione di maquillage che l'Italia dei Valori denuncia con forza. Il nostro dissenso verso questa legge vergogna rimane netto e senza tentennamenti. E' un no di principio. E' un no alla difficoltà ad intercettare che questo Governo vuole imporre alla magistratura. E' un no al bavaglio che Berlusconi e i suoi fedelissimi vogliono imporre alla stampa.
Nell'ultimo periodo mi chiedo spesso se l'articolo 21 della Costituzione, quello che definisce la stampa non soggetta a censure, esista ancora oppure no.
E' un dubbio sempre più consistente, considerato che la libertà di informare ed essere informati, purtroppo per il nostro Paese, è sempre più sottoposta a lacci e laccioli.
Adesso il Governo cerca di indorare la pillola sul Ddl Alfano stralciando la norma sugli 007. Ma è un gioco che non ci convince. Prima lanciano la bomba. Poi, dopo aver fatto tanti feriti, se ne escono dicendo: "La seconda bomba non la lanciamo più".
In realtà le mosse di questo Governo sono ormai chiare a tutti. Non sorprende, ad esempio, l'ultimo caso relativo alle trasmissioni in Rai di Roberto Saviano.
La Rai è ormai diventata la stalla di Arcore, e il direttore della Rai è il suo stalliere. Si rivela nel direttore generale una preoccupante perdita di autorevolezza e credibilità. Chiediamo al ministro delle Comunicazioni se ritenga di farsi promotore di una modifica del contratto di servizio con la Rai per poter in futuro consentire la rimozione del direttore generale quando si rivelino palesi atti d’insufficiente competenza e autorevolezza.
E' vergognoso chiedere di oscurare uno com Roberto Saviano, pensando che possa offendere l'Italia andando in tv. Mentre nessuno chiede di oscurare gente come il presidente del Consiglio, che offende il Paese quotidianamente.
IDV NON FA AFFARI CON LA CRICCA
Una cosa che ho sempre trovato assolutamente rivoltante sono “le difese d’ufficio” che i politici dei più svariati partiti, ad ogni inchiesta o indagine della magistratura, si sentono sempre in dovere di fare, verso i loro colleghi inquisiti o indagati. Parlo di gente che nulla sa dei fatti di cui si indaga, ma che solo per vincolo di colleganza politica si sente in dovere di parlare di inchiesta politica, di giudici mascalzoni, di teoremi assurdi e via discorrendo.
Oggi voglio parlare del presunto scandalo legato ai due appartamenti di proprietà di Propaganda Fide che, secondo l’architetto Zampolini, sarebbero stati trovati grazie all’intercessione di Balducci, restaurati da Anemone e dati poi in affitto ad Antonio Di Pietro, uno per sua figlia, l’altro per aprirvi la sede del giornale di IDV.
Voglio intervenire su questa vicenda per difendere con passione e veemenza sia Antonio Di Pietro che Silvana Mura, non perché, come quei politici rivoltanti di cui parlavo prima, a questo mi spinga la colleganza di partito. Personalmente mi attengo sempre alla stessa regola etica. Quando non so taccio e quando parlo è solo perché sono cose che conosco per averle vissute in prima persona. Partirò dalla vicenda che riguarda l’appartamento che avrebbe ospitato la sede del giornale di IDV.
Chiarisco subito una cosa: né Di Pietro, né Italia dei Valori, né nessun altro in qualche modo collegato a lui o al partito, ha affittato quell’immobile per metterci la sede del giornale di IDV. Le cose stanno così. Avevamo deciso, come ufficio di presidenza del partito, di dar vita ad un nostro giornale, utilizzando il finanziamento pubblico specificamente previsto. La decisione era stata tutt’altro che facile per noi, visto che non ci entusiasmava ricorrere a quei fondi pubblici che sempre abbiamo criticato. Il punto era che ci sentivamo accerchiati. Allora (come oggi) i giornali ci ignoravano o quando parlavano di noi era per parlarne male. Sentivamo la necessità di un giornale che desse il nostro punto di vista. Poiché non avevamo né i mezzi nè le competenze né il know how, ci rivolgemmo ad un editore con il quale stipulammo un contratto per un giornale “chiavi in mano”.
In pratica, a fronte del pagamento di un corrispettivo, questo editore avrebbe messo in piedi una piccola redazione, stampato il giornale e provveduto alla sua distribuzione nelle edicole.
L’ufficio di cui oggi si parla era già allora la sede di questo editore e rimase la sua sede anche quando, dopo poco più di un anno, decidemmo di chiudere il giornale (sul blog di Di Pietro vi sono anche tutti i documenti che comprovano queste circostanze). L’affermazione di Zampolini che l’ufficio venne procurato per Di Pietro da parte di Balducci e restaurato da Anemone è quindi clamorosamente un patacca. L’affitto non era nostro. Ci stava da anni una casa editrice con la quale noi abbiamo avuto soltanto un breve rapporto commerciale. Per quanto riguarda l’altro appartamento, quello dove vive l’amica e collega Silvana Mura (sul suo blog Silvana Mura racconta come stanno le cose), ero lì quando tutto si svolse.
Eravamo tutti seduti vicini nei banchi alla Camera. E ricordo che Di Pietro aveva chiesto una mano a Pedica, l’unico romano di noi, per trovare una casa a sua figlia che si sarebbe trasferita a Roma per ragioni di studio. Ricordo anche quando alcune settimane dopo Di Pietro disse a Stefano di lasciar stare perché sua figlia aveva cambiato idea e si era iscritta alla Bocconi a Milano. Proprio in quei giorni Silvana Mura aveva subito un’esperienza terribile. Nell’appartamento dove stava erano entrati i ladri con lei dentro casa. Ricordo che era ancora sotto choc e che non aveva più voluto mettere piede in quella casa da quel giorno. Ascoltando Di Pietro e Pedica parlare disse che l’avrebbe preso volentieri lei quell’appartamento visto che non voleva più tornare nell’altro. E così fu fatto. Tra l’altro, appena si trasferì, la andai a trovare nell’appartamento in questione. Era un appartamento di quelli tipici per affitti brevi dove il proprietario vuole ottenere il massimo risultato con la minima spesa. L’appartamento era arredato, con mobili dozzinali. Ritinteggiato, ma con finiture scadenti. Ricordo che c’era il linoleum per terra. Ci tengo a dire queste cose per onore di verità.
E qui emerge la seconda patacca di Zampolini. L’appartamento non fu mai affittato da Di Pietro ma direttamente da Silvana Mura. Il tutto fu frutto della più assoluta casualità. Altro che cricca, altro che restauri eseguiti da Anemone. La morale di tutto questo è chiara. Zampolini non è un santo. E’ quello che, modello “spallone”, girava mezza Roma, per conto di Anemone, con le bustarelle di contanti con i quali pagava gli affitti o gli acquisti di immobili ai politici coinvolti nella cricca del suo datore di lavoro.
E’ evidente che quella cricca della quale fa parte fino al collo oggi stia cercando di coprire i propri mandanti politici e di far passare il concetto che tutta la politica è uguale, e che viviamo nella notte nera in cui tutte le vacche sono nere. Ma non è così, e la verità, per le persone onorabili, si afferma con una forza irrefrenabile. Peccato che ai giornali questa verità non interessi.
fonte: www.massimodonadi.it
Sull'argomento leggi anche:
- il blog di Antonio Di Pietro
- il blog di Silvana Mura
La cricca non c'entra niente
In merito alle dichiarazioni dell’architetto Zampolini e alle notizie di stampa pubblicate nelle ultime ore circa l’appartamento di via Quattro Fontane non ho alcun problema a dichiarare di essere la persona che vi abita.
Per vivere in questa casa, di due stanze, bagno e cucina, pago un canone di locazione mensile di 1.800 euro al mese piu’ spese condominiali per un importo totale di oltre 2.000 euro mensili, come previsto da regolare contratto stipulato nel novembre del 2006 con la Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, proprietaria dell’immobile, dal sig. Claudio Belotti, padre di mio figlio.
Non conosco ne’ ho mai avuto alcun rapporto con i signori Balducci e Anemone, ma per tutto quello che attiene al mio appartamento ho sempre avuto come unico referente l’ente proprietario dell’immobile.
Non corrisponde dunque al vero che l’on. Antonio Di Pietro sia mai stato affittuario di questo appartamento, ne’ che me lo abbia ceduto sotto alcuna forma.
Come tesoriera del partito Italia dei Valori, dichiaro inoltre, che e’ destituita di ogni fondamento la notizia secondo cui il partito Italia dei Valori avrebbe preso in locazione un appartamento in via della Vite.
Poiche’ personalmente, e come tante altre persone che abitano in appartamenti di proprieta’ della Congregazione per l’evangelizzazione dei Popoli, non ho mai avuto nulla a che fare con la cosi’ detta ‘cricca’, ma mi trovo invece destinataria dell’ennesima “crocchetta” avvelenata, poiche’ si ritiene che colpendo me si possa in qualche modo colpire Antonio Di Pietro, ho dato mandato ai miei legali di vagliare attentamente le notizie pubblicate oggi sul mio conto e di assumere tutte le iniziative necessarie contro coloro che si sono resi e si renderanno autori di dichiarazioni lesive della verita’ e della mia dignita’ personale.
fonte: www.silvanamura.it
Sull'argomento leggi anche:
- il blog di Antonio Di Pietro
- il blog di Massimo Donadi
Stop alla cultura
Il decreto Tremonti che il Capo dello Stato ha firmato, con qualche aggiustamento delle ultime ore, dà un colpo decisivo a tutte le istituzioni culturali del paese.
In maniera indiscriminata, dopo la legge sulle fondazioni liriche e musicali, anche gli istituti che organizzano, gli studi geografici, storici e filosofici sono costretti alla chiusura, salvo il raro intervento di un mecenate privato.
Si precisa il disegno piduista. Per destinare ad altro circa cinque milioni di euro, si taglia. Non conta l’orientamento culturale e politico di quegli istituti, dalla Quadriennale di Roma al Centro Sperimentale di Cinematografia, Occorre fare in modo che nessuno pensi e rifletta sul passato, sul presente e sull’avvenire.
E’ necessario togliere una buona volta agli italiani la possibilità di uscire dal pensiero unico del populismo autoritario. L’Italia deve diventare un deserto culturale, privo di luci accese a Roma come a Napoli, Torino e Milano.
Dobbiamo pensare che le proteste del ministro Bondi, che non è andato a Cannes per non vedere Daqruila di Sabina Guzzanti, salvino qualche istituto sommergendo tutti gli altri? E’ possibile ma non cambia la situazione di oppressione generalizzata.
L’Italia, senza le sue istituzioni culturali che attraggono gli stranieri e fanno del nostro paese un orizzonte vivo e colorato, spegne la luce. Milioni di persone e migliaia di famiglie non possono più lavorare, né fruire di quei servizi. Ma Berlusconi forse sarà più tranquillo.
Italia senza bavaglio
La legge sulle intercettazioni disegnata da questo Governo è un insulto alla democrazia. E' un passo indietro disastroso per la storia del nostro Paese.
Per questo continuiamo, imperterriti, a gridare il nostro dissenso. Senza intercettazioni la giustizia sarà messa in ginocchio. Le inchieste subiranno un rallentamento determinante. E la gente rimarrà all'oscuro degli scandali.
Ieri pomeriggio abbiamo manifestato, davanti a Montecitorio, insieme alla società civile. Un sit-in simbolico, durante il quale abbiamo indossato il bavaglio. Il bavaglio che Berlusconi e i suoi fedelissimi vorrebbero imporre alla stampa.
Una legge vergogna confezionata a misura di corruttori. Una legge che non fa gli interessi del Paese, al quale servirebbe, piuttosto, una legge che smascheri i faccendieri e i furbetti del quartiere.
Questo Governo ha un solo scopo: mantenere i corrotti ed evitare che le verità vengano a galla. E vuole farlo mettendo il bavaglio alla stampa, ledendo i diritti dei cittadini.
Ci batteremo facendo tutto il possibile per difendere la libera stampa e per tutelare l'informazione.
Senza intercettazioni gli italiani non avrebbero mai conosciuto l'esistenza della cricca che s'è avventata sul business del dopo-terremoto a l'Aquila.
Questo Governo deve vergognarsi. Noi faremo tutto il possibile e ci auguriamo che questa maggioranza ritiri questo decreto bavaglio, ricordando, però, che alla fine la sovranità è del popolo. Perché saranno i cittadini a ribellarsi contro questo assalto alla democrazia. Contro questo Governo che pensa esclusivamente agli affari suoi dimenticando i problemi della gente.
Vogliono zittire una voce libera
A Palermo c'è una radio che dà fastidio. Come dà fastidio il ricordo di molte vittime di mafia, tra queste Peppino Impastato. Come davano fastidio la sua ribellione alla mafia e la sua radio. A Palermo, Radio 100 passi, subisce gli attacchi dei vigliacchi.
Questa nota è stata scritta da un componente dello staff della radio il giorno in cui la stessa avrebbe dovuto cominciare le trasmissioni:
Nella notte tra domenica e lunedi un duro colpo veniva sferrato nei confronti di Radio 100 passi.
Tutta l'attrezzatura che avevamo comprato in questi mesi e che serviva ad iniziare le trasmissioni era stata rubata. Tutta, ma propio tutta, dai pc al modem della fastweb dal mixer ai telefoni fino alle ciabatte porta spine. Rubate pure le attrezzature di lavoro degli artigiani che prestavano gratuitamente la loro opera nell'allestimento dei locali della radio.
"Ci siamo" ho subito pensato tra me e me dopo avere ascoltato la telefonata del coordinatore che mi annunciava con voce rotta dallo sconforto l'avvenuto depredamento degli strumenti che servivano a diffondere in rete un progetto di legalità, "sono arrivati" - "vogliono chiuderci la bocca" pensavo mentre coprivo il tragitto da casa mia fino alla radio, Questo e tanti altri pensieri si accavallavano nella mia mente, mentre la rabbia montava dentro, cresceva a più non posso, nei confronti di questa città che forse merita ciò che gli viene riservato. Non posso chiedermi neanche il perchè di questo vile colpo, conoscendo bene il modo di agire della cultura mafiosa. Giunto sul posto la scena che si presentava era sconfortante. Tutto il lavoro fatto in tante giornate sottratte alle nostre famiglie era stato vanificato.
La sala di regia completamente svuotata di tutto, i fili penzoloni e due monitor vecchiotti rendevano lo stato delle cose veramente sconfortante, quasi da abbandono.
"Ma chi me lo fa fare?" "Ma perchè mi sono messo in questa storia?" "non ci guadagno niente, anzi ci sto rimettendo in denari ed in salute" "Perchè devo avere di queste preoccupazioni?" "Perche devo darle anche alla mia famiglia?".
Queste riflessioni facevo guardando lo striscione della radio appeso al muro e ciò che c'era scritto sopra. "RADIO 100 PASSI il microfono dei siciliani onesti. Ho voglia di andarmene, di abbandonare, lasciare tutto come si trova in questa terra irredimibile. Ma poi penso a personaggi che hanno lasciato la loro vita in questa lotta e per questa terra, personaggi come Falcone, Borsellino, La Torre, penso ai giudici, ai polizziotti,ai giornalisti, penso alle loro famiglie che sono state private del loro bene più prezioso, violentate nel loro amore propio, penso a loro ed alla offesa che hanno subito e che con dolore e dignità lottano per una giustizia ed una società migliore.
Certo il mio dispiacere è niente in confronto a tutto questo, ma la radio è il mezzo per diffondere il pensiero di questi grandi uomini - eroi, ma allora non mi devo fermare, devo continuare nel mio piccolo anche per costoro e per le loro famiglie.
Un giro di telefonate con gli altri collaboratori ed amici di questo percorso per sondare i loro umori: NOI NON CI FERMEREMO è quello che ognuno di noi mette sul piatto di questa bilancia, consci del ruolo che abbiamo e dell'obiettivo che ci siamo prefissati con radio 100 passi, mentre da una vecchia foto il nostro amico Peppino Impastato mi guarda sornione e sorride.
A seguito di quanto accaduto, Radio 100 passi ha chiesto l'aiuto degli ascoltatori e di quanti credono nella cultura antimafiosa, organizzando una festa per raccogliere i fondi necessari per l'acquisto delle attrezzature necessarie, ma purtroppo non è bastato.
Negli ultimi giorni un altro vile gesto è stato compiuto in quella che doveva/dovrebbe essere la nuova sede della radio, l'attuale sede di 'Ubuntu', asilo interculturale.
Poichè io credo profondamente del progetto di Radio 100 passi, vi chiedo di sostenere il suo staff.
Sono state previste varie modalità per contribuire:
Carta di credito e carte prepagate:
- on-line con il metodo sicuro PayPal (che trovate cliccando qui)
- Bonifico o RID:
a favore di: Associazione 100 Passi network, Via Guglielmo Marconi, 2/a – 90141 Palermo
conto n°4155 Credito Siciliano ag.1
IBAN: IT 72 Y0301904612000000004155
Vaglia postale:
da tutti gli uffici postali compilando l’apposito modulo, o comodamente da casa tua collegandoti al sito: www.poste.it/bancoposta/vagliapostale/index.shtml
Inviandolo a: Associazione 100 passi network, Via Guglielmo Marconi, 2/a – 90141 Palermo
Versamento sul c/c bancario:
n°4155 Credito Siciliano ag.1 intestato a: Associazione cento passi network, via Guglielmo Marconi, 2/a – 90141 Palermo.
Progetto scuola: investimento sul futuro
Se c’e’ oggi un problema attuale e importante per gli italiani, questo è legato all’avvenire delle nuove generazioni che saranno nei prossimi anni chiamate a costruire l’Italia del futuro.
E un gran posto sarà occupato in questo progetto dalla scuola che è l’istituzione fondamentale di un paese che voglia crescere democraticamente e raggiungere obbiettivi coerenti con la costituzione democratica.
Da questo punto di vista l’Italia dei Valori ritiene centrale nel suo programma di governo il problema dell’istruzione. Nella scuola come nell’ Università e nella ricerca.
E con questi obbiettivi collabora al lavoro che da lungo tempo un sindacato di lavoratori come è l’Unicobas che da tempo si oppone alla politica di tagli e di smantellamento della scuola che conduce il governo Berlusconi su ogni piano.
Il convegno che si svolgerà il 12 maggio prossimo a Roma presso l’Aula Magna dell’IISS” Armando Diaz” in via Taranto 59 e che vedrà anche la partecipazione dell’on. Antonio Di Pietro, presidente dell’Italia dei Valori, sarà una tappa importante di un dibattito e di una riflessione che tendono a costruire una seria alternativa di governo all’attuale politica per l’aumento degli investimenti sulla scuola pubblica, la promozione degli alunni stranieri e la messa in sicurezza degli edifici scolastici.
Banda larga vuol dire libertà di informazione
Ho votato positivamente questa risoluzione del Parlamento perché ritengo che garantire l’accesso facile ed economico alla banda larga a tutta la popolazione debba rappresentare una priorità strategica per l’Unione Europea.
Diffondere l’utilizzo della rete significa ampliare e sviluppare la libertà di espressione dei cittadini, favorire la partecipazione alla vita democratica, permettere la diffusione della conoscenza e delle innovazioni. Ma ciò che mi preme sottolineare è che la diffusione della banda larga in Europa garantirebbe una ben più ampia libertà di informazione. Non dobbiamo dimenticarci, come ci segnala l’EUROSTAT, che anche per ciò che riguarda la diffusione di internet esiste un'Europa a due, forse a tre velocità.
E l’Italia, specie in alcune sue regioni, così come la Grecia, la Romania, la Bulgaria, il Portogallo rappresentano gli Stati ancora meno sviluppati in tal senso. E non è un caso che nella classifica sulla libertà di stampa relativa al 2009 stilata dalla Freedom House l’Italia sia indicata tra gli stati parzialmente liberi, ultima nell’Europa occidentale insieme alla Turchia, 72esimi al mondo insieme al Benin e all’India e preceduti dalle Isole Tonga.
Mi auguro inoltre che, anche grazie a questa risoluzione e ai principi che vi sono indicati, il governo italiano si decida a sbloccare quanto prima l’investimento di 800 milioni di euro che era stato previsto per abbattere il digital divide in Italia e che, per dichiarazione del sottosegretario alla presidenza del consiglio Letta, non risulta al momento prioritario. Segnalo infatti che, secondo un recente studio dell'osservatorio banda larga, la qualità del servizio in italia è insufficiente per le necessità odierne e da anni le associazioni dei consumatori denunciano che i costi di accesso risultano essere tra i meno competitivi d'Europa.
fonte: www.soniaalfano.it
Scuola di formazione politica
Come Dipartimento Cultura e Istruzione dell'Italia dei Valori abbiamo organizzato con la collaborazione dei Giovani dell’IDV un Corso di formazione politica e culturale per giovani studenti dai diciotto ai 30 anni.
Il corso di formazione politica nasce dall’esigenza dei giovani di conoscere e approfondire le problematiche attuali e dell’età contemporanea e di confrontarsi su di esse al fine di offrire quei contenuti necessari per un’adeguata formazione su tutti gli ambiti che preparano una formazione la politica. Per questi motivi il corso sarà riproposto in molte altre regioni italiane per offrire ad un pubblico il più vasto possibile questa opportunità.
Si sono iscritti più di cinquanta giovani provenienti per la maggior parte da Roma e dal Lazio. All’iniziativa parteciperanno personalità del mondo della politica ed esperti e studiosi delle maggiori università italiane. Il corso è partito il 19 aprile e durerà fino al 7 giugno 2010, tutti i lunedì e giovedì dalle ore 18.30 alle ore 20.00 nella sede nazionale di Via Santa Maria in Via 12, Roma (scarica e stampa il programma dell'iniziativa). Per maggiori informazioni potete scrivere a: giovaniidvlazio@gmail.com
Supplenze: garantiamo l'istruzione ai nostri ragazzi
Riporto di seguito il video ed il testo dell'interrogazione parlamentare, presentata oggi presso la Camera dei Deputati, in merito ai finanziamenti alle scuole e in particolare alle supplenze temporanee del personale docente.
La domanda
Anita Di Giuseppe: Signor Presidente, signor Ministro, di solito quando ci si pone un obiettivo bisogna anche decidere qual è la strategia e qual è la strada da percorrere per raggiungerlo. Dico questo perché il Ministero ha emanato delle note ministeriali: la n. 3545 del 29 aprile del 2009, relativa ai finanziamenti alle scuole, la nota del 6 ottobre 2009, riguardante le supplenze temporanee del personale docente e la nota del 14 dicembre del 2009, n. 9537, inerente le indicazioni riepilogative per il programma annuale 2010. Non si riesce a capire quale sia l'obiettivo che il Ministro vuole raggiungere. Da un lato, si vuole salvaguardare il diritto allo studio con la nomina di personale che vada a sostituire i docenti assenti, anche per garantire le attività didattiche agli alunni e, dall'altro, si stabilisce (proprio con la nota n. 9537) che le istituzioni scolastiche non possono iscrivere ulteriori importi a carico del Ministero.
Noi del gruppo dell'Italia dei Valori chiediamo se il Ministero intenda ritirare proprio questa nota, che non permette ai dirigenti scolastici di garantire l'attività didattica agli alunni e, nel contempo, non fa neanche rispettare le norme di sicurezza, perché i dirigenti scolastici sono costretti a suddividere gli alunni nelle classi.
La risposta
Elio Vito (Ministro per i rapporti con il Parlamento): Signor Presidente, mi auguro di fornire i chiarimenti richiesti dall'onorevole Di Giuseppe. È impegno del Governo conciliare, da una parte, l'esigenza di tenere sotto controllo i conti pubblici, eliminando sprechi ed inefficienze, e, dall'altra però, sicuramente garantire il diritto allo studio mediante l'ordinato svolgimento delle attività di istruzione.
Con la nota n. 9537 del 14 dicembre 2009, che è stata correttamente richiamata dalla interrogante, sono state fornite alle istituzioni scolastiche le indicazioni necessarie per consentire una programmazione certa con riferimento alla dotazione finanziaria comunicata. In particolare, per le supplenze brevi e saltuarie a ciascuna scuola è assicurata una risorsa complessiva annuale sulla base di criteri e parametri stabiliti.
Con tale procedura si è inteso favorire una maggiore flessibilità nell'autorizzazione delle risorse, consentendo di far fronte con immediatezza alle esigenze prioritarie che si determinino di volta in volta nell'autonomia gestionale delle varie scuole. Infatti, il citato decreto ha previsto che le risorse finanziarie per le supplenze brevi e saltuarie sono determinate in funzione degli importi e delle unità di personale in servizio presso ciascuna istituzione scolastica e che ad eventuali integrazioni si procede a seguito di appositi monitoraggi.
Infatti, come già avvenuto negli anni scolastici precedenti, il Ministero effettua periodicamente tale monitoraggio delle spese ritenute, quali quelle riferite alle supplenze brevi per conoscere le maggiori esigenze delle varie scuole e, previa verifica, poterle soddisfare. L'ulteriore fabbisogno per le supplenze brevi non era infatti quantificabile a dicembre 2009 (quando è stata emanata la nota), tenuto conto dell'estrema variabilità nel corso del tempo.
Tra l'altro, in relazione alle effettive situazioni di necessità finanziaria per il 2009, con la successiva legge di assestamento del bilancio, la spesa per le supplenze temporanee è stata incrementata di ben 150 milioni di euro. Inoltre, il tasso medio di assenza citato nella nota non costituisce un limite per l'assegnazione delle risorse finanziarie, ma è semplicemente un indicatore. I chiarimenti in tal senso sono stati forniti alle scuole dal Ministero dell'istruzione in data 22 febbraio e 10 marzo.
Infine, quanto alle modalità di sostituzione dei docenti nella scuola secondaria, il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca precisa che si può ricorrere a personale in servizio qualora il medesimo sia disponibile ad effettuare ore aggiuntive. Compete comunque al dirigente scolastico - appena comunicata l'assenza del docente - assicurare da subito il diritto allo studio, assumendo le iniziative organizzative ritenute al momento più idonee e ferma restando la necessità di rispettare la capienza delle aule ai fini della sicurezza degli allievi.
La replica
Antonio Di Pietro: Signor Presidente, signor Ministro, innanzitutto la prego di far modificare la nota ministeriale n. 9537 del 14 dicembre 2009, dove pone come termine di riferimento per individuare la possibilità di spendere ulteriore importo per le supplenze brevi il tasso di «assenteismo» (non di «assenza», come lei ha detto), in ciò dimostrando il preconcetto verso gli insegnanti che hanno questo Governo e questo Ministro dell'istruzione.
Nel merito, vorrei far presente una questione: alla fine del 2009 può darsi che non sapevamo esattamente quanto denaro occorresse per fare fronte a questa esigenza, ma adesso lo sappiamo certamente ed una cosa è certa: come ci dicono tutti gli insegnanti, i presidi, gli alunni e le famiglie, mancano i fondi per far fronte alle supplenze brevi. Ciò comporta due conseguenze, due necessità, due violazioni della legge necessitata che compiono i presidi: quelle di affidare gli alunni in più classi, causando problemi di sicurezza, e quello di utilizzare gli insegnanti di sostegno togliendoli a chi ne ha bisogno, proprio perché deve garantire il diritto allo studio. Ma se lo studio è un diritto da garantire ad ogni costo, non si può dire: ti garantisco, però metto un limite al denaro da spendere.
Delle due l'una: o si dice che le supplenze brevi non vanno coperte, ma se si dice che le supplenze brevi debbono essere necessariamente coperte, a questo punto automaticamente bisogna dare al preside e al dirigente dell'istituto la possibilità di pagare la supplenza breve. Infatti, se non ha i soldi e non glieli dai prima, ma gli dici che glieli dai dopo e se ce l'hai, il preside non può assumere un supplente breve per fare il lavoro.
Il risultato è che il diritto allo studio viene vanificato e il preside deve fare una scelta tra un'illegittimità che deve compiere subito per garantire il diritto allo studio o far rinunciare agli studenti la possibilità di esercitare il diritto allo studio.
Per questa ragione, contestiamo formalmente a questo Governo di aver voluto porre in essere una norma che di fatto impedisce ai ragazzi di avere l'accesso effettivo a questo diritto e mette in condizione gli insegnanti e i presidi di violare la legge (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Intercettazioni: omerta' di Stato
Il governo vuole imporre l'omertà di Stato. Vuole rendere di fatto impossibile l'uso delle intercettazioni e costringere al silenzio il giornalismo investigativo. Il nostro impegno deve evitare questa disfatta con l’opposizione più dura e intransigente in Parlamento e con l’iniziativa pubblica a fianco dei cittadini che non vogliono subire gli effetti della disinformazione di governo: falsificazione e occultamento di notizie.
A questa deriva i parlamentari dell'Italia dei Valori rispondono con la Costituzione in mano. Riaffermiamo il principio della libertà d'informazione e della centralità del Parlamento. Perciò siamo decisi a leggere nelle aule del Parlamento quanto i giornalisti non potranno più scrivere se l’omertà coatta diventerà legge dello stato. Daremo lettura delle intercettazioni regolarmente depositate e a disposizione delle parti. Parleremo nell'esercizio delle nostre funzioni, come recita l'articolo 68 della Costituzione. Ciò che diremo sarà stampato e reso pubblico nei resoconti parlamentari quotidiani.
A questi, sempre accessibili e pubblicati su internet, i cittadini potranno rivolgersi per avere tutte le informazioni che vorranno. Gli stessi giornalisti potranno riprendere dai resoconti l’informazione in origine loro negata ma ora disponibile perché divenuta pubblica. Così sarà scongiurato il silenzio imposto dal delirio del presidente del consiglio, monopolista della disinformazione. La disobbedienza civile - dentro e fuori il parlamento - creerà un sano cortocircuito per salvaguardare il diritto alla conoscenza e alla consapevolezza civile, condizione prima e incancellabile della democrazia.
Scuola: un favore reso alla Lega
Regionalizzare le graduatorie? Un semplice favore reso alla Lega. Soprattutto all’indomani dei rapporti più che mai incrinati tra il Presidente della Camera Gianfranco Fini e il Premier Silvio Berlusconi, i leghisti non perdono tempo e continuano a battere cassa.
Il Ministro alla Pubblica Istruzione, durante la prima uscita pubblica, a pochi giorni dal parto, annuncia che dal 2011, verranno istituite graduatorie regionali.
Una dichiarazione questa che dimostra quanto la Gelmini abbia poca autonomia di pensiero e lungimiranza.
La Ministra ci ha abituati ormai da tempo, solo a drastiche riduzioni di organici per accondiscendere ad una logica perversa di tagli indiscriminati imposti da Giulio Tremonti.
Adesso al danno si aggiunge la beffa, si trova un modo infatti, per blindare gli insegnanti nella propria terra evitando le migrazioni da Sud verso Nord.
Un’idea raccapricciante, incostituzionale, che creerebbe sistemi scolastici diversi da una regione ad un’altra. E ancor più raccapricciante la motivazione addotta: regionalizzare le graduatorie per garantire la continuità didattica.
Perché invece non pensare da subito ad assicurare la stabilità degli organici? Un mezzo questo, senza dubbio più attuale dell’antidiluviano isolamento tra luogo di residenza e di lavoro.
La scuola pubblica e statale, laica e solidale sta morendo per mano di interventi privati, ghettizzazioni dell’offerta formativa e risparmi a favore dello Stato.
Eppure basterebbe che la Gelmini facesse riemergere la propria cultura costituzionale, ormai credo sopita da tempo, a ricordarle che al Governo, della scuola non interessa nulla perché non produce ricchezza effimera e che tra i Paesi più sviluppati, siamo fanalino di coda nella spesa per l’istruzione pubblica. Il sistema scolastico reclama robusti investimenti e non tagli e federalismi isolazionisti!
Rai: siamo ormai al Regime
Il quotidiano 'Il Giornale' di oggi pubblica la notizia della sanzione ricevuta dalla giornalista Rai, Maria Luisa Busi (che ne avrà conoscenza dalle pagine del quotidiano), per la sua intervista a 'Repubblica' nella quale la famosa giornalista denunciava il clima di militarizzazione della redazione del tg1 (leggi l'intervista), all'indomani della cacciata di Massimo De Stroebel, storico caporedattore, Tiziana Ferrario, Paolo di Giannantonio e Piero Damosso, tutti rei di non aver sottoscritto un documento "proMinzolini".
La lettera inviata dai vertici della redazione alla storica mezzobusto farebbe riferimento a presunti comportamenti lesivi per l'azienda. Ma come nel caso di Loris Mazzetti, dirigente RAI redarguito e sospeso per aver denunciato sul Fatto Quotidiano una serie di sprechi, si tratta dell'ennesima intimidazione contro quei giornalisti che non hanno voluto piegare la schiena di fronte ad eventi gravissimi, da ultima l' "assoluzione" dell'avvocato Mills.
Non ci sono dubbi: siamo ormai al Regime. La Rai, dopo aver rimosso dirigenti scomodi, è arrivata addirittura a sanzionare la giornalista del Tg1 Maria Luisa Busi, peraltro consigliere nazionale Fnsi, per aver espresso su altri media una propria libera opinione.
L'accusa mossa a Maria Luisa Busi è quella di aver leso l'immagine dell'azienda, ma in realtà se c'è qualcuno che lo fa quotidianamente è propria la stessa direzione Rai che ha ridotto il servizio pubblico a megafono esclusivo del Presidente del Consiglio e del suo clan.
Anzi il parziale successo elettorale del centrodestra, ottenuto grazie ad un uso monopolistico dei mezzi di comunicazione, ha addirittura aumentato l'arroganza dei cultori della servitù volontaria e il senso di impunità di questi signori, che dimenticano come nelle vere democrazie la stampa sia al servizio del cittadino, quale strumento di controllo del potere.
Vota IDV per farla fuori dal vaso
Ieri è stata scritta una straordinaria pagina dilibertà che difficilmente dimenticheremo.Raiperunanotte è uno di quegli eventi da iscrivere di diritto nella storia della nostra vita. Quando soffochi un paese, quando gli togli il fiato, quando minacci il futuro dei suoi figli, prima o poi, la reazione arriva. Da ieri sera, la faremo tutti un po’ fuori dal vaso, a cominciare da queste elezioni regionali! Ieri Berlusconi ha perso e di brutto. Ha perso la sua retorica dell’amore che vince sull’odio, uno spot melenso e ridicolo, più adatto a festeggiare il cinquantenario del Cornetto Algida che a guidare la riscossa di una compagnia dell’anello ridotta a quattro gatti spelacchiati, rissosi, lacerati e divisi in bande. Ha perso la sua arroganza, quella con la quale ha piegato le istituzioni riducendole ad appendici dello studio legale Ghedini. Ha perso la sua spocchia, quella di credersi il padrone di questo Paese, che urla, chiama, strepita e inveisce contro chi non si genuflette a lui e ai suoi sodali e chiede il rispetto delle regole. Ha perso la sua tracotanza, quella con la quale si presenta ad ogni appuntamento elettorale ringhiando contro i giudici, mentre sfugge al giudizio dei tribunali. Ha perso la sua sfacciataggine, quella con la quale dice di avere fatto tanto per la crisi economica mentre Mediaset è l’unica azienda italiana che vede crescere i suoi profitti. Ha perso la sua faccia tosta, quella con la quale insolentisce i giornalisti scomodi, quelli che hanno ancora il vizietto di fare le domande. Da Raiperunanotte arriva una bella sberla in faccia a Berlusconi: quando il Paese sente puzza di censura si ribella e non fa sconti. La libera circolazione di idee fa bene al cuore e all’anima. Ci voleva un evento così e di questo ringraziamo Santoro, Floris, Lerner , Vauro e Luttazzi che hanno parlato di libertà con libertà, ognuno a modo suo, offrendoci spunti nuovi di riflessione, comiche situazioni e grotteschi presagi. Da oggi, c’è più forza e coraggio a credere che cambiare si può, che c’è ancora un futuro possibile e sostenibile per questo Paese. Ieri chi era in piazza, collegato in rete o davanti alla tv, ha capito quello che Italia dei Valori denuncia con forza e rabbia da quindici anni a questa parte. Il berlusconismo non solo fa male ma distorce la democrazia, la deforma, la piega ai voleri e alle esigenze processuali e finanziarie di un uomo solo, colui che oggi, disperato e solo, brama il Quirinale dopo aver vilipeso e umiliato la Costituzione. Altro che Colle! E’ tempo di mandarlo a casa, ne ha tante può scegliere. E’ tempo che affronti le aule dei tribunali e risponda alle domande dei giudici. E’ tempo che si ritiri in buon ordine e che si dedichi ai suoi guai giudiziari senza inguaiare ancora di più l’Italia. E’ tempo che vada in pensione, ne ha pure l’età, e la smetta di inquinare la democrazia con il suo gigantesco conflitto di interessi. Fai girare la voce, convinci un tuo amico: un voto a Italia dei Valori è l’antidoto al berlusconismo. Vota e fai votare Italia dei Valori “per farla fuori dal vaso”!
Scuola: un'Italia ignorante da plasmare
Un’Italia ignorante, da plasmare a proprio piacimento: ecco il disegno della maggioranza, che si staglia purtroppo sempre più chiaramente, nel totale buio in cui va precipitando la scuola pubblica. Il grande Pietro Calamandrei, in un convegno sulla scuola pubblica a cui prese parte nel lontano 1950, avendo ancora fresca la memoria del fascismo, disse che, ove mai si fosse ripresentata nel nostro paese una forma di autoritarismo, non avrebbe certo fatto ricorso al manganello o all’olio di ricino, ma avrebbe piuttosto operato sul piano della cultura, della formazione del pensiero e quindi sull’orientamento dell’opinione pubblica e della classe dirigente del Paese. Per questa ragione, riteneva Calamandrei, un ipotetico “partito dominante” avrebbe progressivamente impoverito la scuola pubblica fino a lasciarla morire di inedia e avrebbe contestualmente investito sulle scuole private che sarebbero diventate lo strumento di diffusione della sua “cultura”. Calamandrei non poteva certo immaginare, nel 1950, che per creare una propria visione culturale al cosiddetto “partito dominante”, non sarebbe stato necessario dar vita a una rete di scuole private, in quanto a questo avrebbe ampiamente pensato la televisione. Sta di fatto, comunque, che, come tutti i grandi uomini, ha saputo vedere lontano. I 7 miliardi di euro tagliati alla scuola pubblica, i quasi 100 mila insegnanti e operatori licenziati, l’impoverimento della didattica, la diminuzione del numero di ore di insegnamento, serve sicuramente a creare un popolo sempre meno attrezzato culturalmente e sempre più facilmente plasmabile con messaggi televisivi. Ormai le scuole pubbliche sono alla fame, dalla città di Crema, passando per Roma e per finire a Catania, gli istituti devono chiedere contributi alle famiglie dei ragazzi per comprare carta igienica, saponi, piatti e bicchieri di carta. A Catania una scuola ha dovuto chiedere un contributo di 100 euro alle famiglie per banchi, lavagne e cattedre. A Milano una scuola media ha dovuto chiedere un contributo di 40 euro per garantire lezioni pomeridiane. E l’elenco non avrebbe mai fine. Ma, a rendere veramente inquietante la situazione, è il fatto che non solo si sta cercando di lasciar morire di fame e inedia la scuola pubblica, ma che, addirittura, è ormai la cultura dei disvalori propagandati da questa maggioranza di destra che sta facendo breccia nella stessa istruzione. Una scuola pubblica di Pordenone ha organizzato una gita scolastica degli allievi sulla base del loro reddito: i benestanti a Londra in buon albergo, i più poveri a Monaco in una pensione con i pidocchi. In un comune del Vicentino, due giorni fa, alla scuola materna il sindaco e l’assessore, entrambi giovani donne, hanno deciso di lasciare a digiuno 9 bimbi dell’asilo nido perché i genitori non avevano ancora pagato la retta. Ma cosa ci sta succedendo? Stiamo assistendo al calpestamento di ogni sensibilità e del significato stesso di scuola pubblica e, come dice oggi Massimo Gramellini sulla Stampa, “spaventa il pensiero di come cresceranno i discriminati di Vicenza e di Pordenone. Ma spaventa ancora di più come cresceranno i privilegiati: privi dei vincoli minimi di solidarietà, per insegnare i quali la scuola pubblica era nata”.
VOGLIONO FARVI VOTARE DISINFORMATI
L’articolo cinque del Codice Etico dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, stabilisce che i componenti dell’AGCOM “operano con imparzialità, assumono le proprie decisioni nella massima trasparenza e respingono indebite pressioni”.
Giancarlo Innocenzi, componente del Consiglio dell’Autorità, ha fatto il contrario del suo dovere: non è stato né imparziale né trasparente, non ha respinto le indebite pressioni di Silvio Berlusconi che gli chiedeva di trovare il modo di cancellare il programma di Santoro “Annozero” e di non fargli più vedere in TV la faccia di Antonio Di Pietro.
A renderlo chiaro non sono state solo le indiscrezioni pubblicate da “Il Fatto” sull’indagine condotta dalla Procura di Trani.
E’ stato Berlusconi in persona che, non potendo negare la realtà dei fatti emersi dalle intercettazioni, ha rabbiosamente rivendicato come giuste e doverose le azioni da lui compiute per cancellare dalla televisione pubblica le voci a lui sgradite.
Berlusconi ha affermato che è del tutto normale fare pressioni su un membro dell’Autorità e concordare con lui una specifica azione di censura se quella persona è del suo stesso partito ed è stata nominata a quell’incarico su indicazione del partito.
Ipocriti, secondo Berlusconi, sono, invece, quelli che denunciano la gravità di un tale comportamento perché fanno finta di non sapere che i membri dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni sono nominati dal Parlamento su indicazione dei partiti e che, quindi, è normale che essi intrattengano rapporti “privati” con chi li ha nominati.
Per l’uomo di Arcore vale meno di zero il fatto che ancorché eletti su indicazione dei partiti, i membri dell’Autorità siano tenuti a rispettare le leggi, i codici etici e i regolamenti.
Il fatto di essere membri di un partito o di una congrega di potere politico, mediatico o finanziario non da loro il diritto di collocarsi al di sopra della legge.
Non possiamo accettare che l’ipocrisia di quelli che “predicano bene e razzolano male”, sia sostituita dall’arroganza di chi, come Berlusconi, “predica male e razzola male”.
Al di là degli aspetti giudiziari e dei reati commessi su cui sarà la Magistratura a fare luce, nella vicenda Innocenzi-Berlusconi emerge una concezione aberrante e piduista dell’esercizio del potere.
E’ l’idea di un potere incontrollato, non sottoposto alla potestà della legge, un potere che elargisce favori agli amici e che cancella i diritti dei cittadini trasformandoli in “clientes”, un potere privo dei contrappesi necessari che impediscono a una democrazia di degenerare in una dittatura.
Il presidente del Consiglio che ha il pieno controllo del Governo e del Parlamento, che controlla direttamente o indirettamente la quasi totalità del sistema radiotelevisivo, che dispone di una larga fetta dell’informazione scritta, non riesce a sopportare che ci siano voci fuori dal coro come quelle di leader politici come Antonio Di Pietro o di conduttori televisivi come Michele Santoro.
Per questo violando leggi, codici, regolamenti e consuetudini, Berlusconi non ha esitato a utilizzare tutto il suo potere per mettere a tacere ogni voce di dissenso, per spegnere ogni voce libera, per impedire che la gente possa formarsi una opinione liberamente.
Non si era mai vista una campagna elettorale nella quale la televisione pubblica contravvenendo alle sue finalità e in spregio al canone pagato da tutti i cittadini, decidesse, grazie alla maggioranza berlusconiana che controlla il Consiglio di Amministrazione della RAI, di cancellare tutte le trasmissioni di approfondimento giornalistico facendo un grave danno a se stessa e un danno ancor più grande al pluralismo dell’informazione.
Non si vuole che i cittadini possano votare informati.
Berlusconi non vuole che si parli delle leggi “ad personam” per sottrarsi ai processi e alle aule di giustizia, non vuole che si parli della crisi economica e delle centinaia di migliaia di disoccupati che non hanno ricevuto dal governo nessuna risposta seria, non vuole che si faccia vedere in televisione la protesta dei terremotati aquilani per un lavoro di rimozione delle macerie e di ricostruzione dell’Aquila che non è mai iniziato, non vuole che si parli del precariato che è diventato la condizione normale di lavoro di un’intera generazione.
Non vuole, in sostanza, che ci sia un’informazione libera capace di svelare il vero volto del potere berlusconiano.
La diretta streaming “votare informati” sul sito dell’Italia dei Valori è un tassello importante di quella diffusa azione di resistenza che sta montando nel Paese.
Una resistenza che ha nelle elezioni regionali prossime un appuntamento importante.
Il successo della lista Di Pietro-Italia dei Valori e delle coalizioni di cui essa fa parte è la garanzia che la deriva antidemocratica e plebiscitaria del berlusconismo può essere fermata.
Informazione: Berlusconi ha confessato
Berlusconi ha confessato. Per lui è normale cancellare le voci libere nel mondo dell’informazione. Continua a comportarsi come un vero e proprio dittatore e ammette, senza vergogna, di aver fatto pressioni indebite sull’Agcom, cioè su un’autorità pubblica, posta a garanzia delle comunicazioni, e non a garanzia del capo del Governo.
Il Presidente del Consiglio che nomina dirigenti e direttori della Rai dal suo salotto di palazzo Grazioli, nonché capo della concorrente Mediaset, ritiene normale ciò che è illegale: cancellare trasmissioni a lui sgradite facendo violente pressioni ad organi di controllo. I magistrati di Trani lo hanno indagato proprio per questa ragione. Oltre ad avere occupato la Rai, sta cercando di mettere il bavaglio alle poche voci libere che sono rimaste nell’azienda pubblica, con grave danno economico e d’immagine della stessa. Non contento, attacca anche i magistrati che ‘osano’ indagare su di lui.
Ormai da tempo Berlusconi ha gettato la maschera vuole assoggettare a sé tutti gli organi costituzionali e tutti coloro che lo ostacolano, magistrati, giornalisti, politici, nel suo disegno criminoso. Occorre contrastare in tutti i modi democratici questo grave pericolo per la democrazia.
Noi dell’Italia dei Valori continueremo ad esserci: in piazza e in Parlamento. Siamo certi che i cittadini puniranno questo arrogante, illegale e antidemocratico atteggiamento nel segreto delle urne. Gli italiani sono stanchi un dittatore da terzo millennio. Ha sempre negato la crisi ma le famiglie non arrivano alla fine del mese. Gli italiani sono stanchi di un governo che negli ultimi due anni ha fatto registrare venti miliardi in meno di Iva, a conferma di una crescente evasione fiscale e di una grave crisi produttiva. Gli italiani sono stanchi dell’aumento di quasi 2 miliardi del debito pubblico, del taglio di otto miliardi di euro nel prossimo triennio per la scuola, di un governo che si disinteressa della crisi di aziende e di imprenditori non amici e del futuro di disoccupati, precari e giovani in cerca del primo lavoro.
Gli italiani sono stanchi di un governo che, nel 2010, ha ridotto di ulteriori nove miliardi, rispetto al 2009, le spese per gli investimenti. Piuttosto che continuare a raccontare bugie, Berlusconi si presenti in Parlamento e dai magistrati per difendersi da tutte le accuse, come ogni cittadino e soprattutto lui, come uomo di governo, avrebbe il di dovere di fare. Gli italiani sono stanchi che i Fondi europei destinati alle aree sottoutilizzate siano distratti al Mezzogiorno e sottratti alle aree più svantaggiate. Gli italiani sono stanchi di Berlusconi.
CDA Rai: vietato informare
Cda e Vigilanza fanno il gioco dei due compari: a turno uno bara e l'altro fa il palo. Del resto entrambi gli organismi sono a maggioranza di centrodestra e dunque obbediscono ad ordini precisi, come è stato rilevato anche dalle intercettazioni dei giorni scorsi.
Siamo nella situazione paradossale per cui le televisioni private, tra cui quelle del presidente del consiglio, hanno il diritto di informare, le tivù pubbliche, pagate con i soldi dei cittadini, no. Un altro elemento assai paradossale è la manfrina con cui i colonnelli del premier dicono che tutto questo dipende dalla legge sulla par condicio. Ogni legge, anche la migliore, può essere rovinata se chi la deve interpretare lo fa in totale malafede.
La par condicio non è la migliore delle leggi possibili, ma la destra di governo sta facendo di tutto per ridicolizzarla raggiungendo così un duplice scopo: impedire gli approfondimenti politici sulla Rai nell'immediato e subito dopo cancellare la legge e non avere più regole. Nella giungla ad avere vantaggi sarebbe come al solito il presidente del Consiglio.
Le intercettazioni di questi giorni potranno anche non avere rilevanza penale ma fotografano una realtà che vede il premier considerare i commissari dell'Agcom e il direttore del Tg1 come sgherri al suo servizio.
Berlusconi e la strategia alla 'mago Do Nascimento'
La strategia di Silvio Berlusconi, per questa campagna elettorale, appare sempre più chiara: possiamo chiamarla “alla mago Do Nascimento”, il compare di Vanna Marchi, quello delle truffe nelle televendite. Visto che la stima del governo, ormai da un anno e mezzo a questa parte, è soltanto una collezione ininterrotta di disastri, con un economia che va sempre peggio, centinaia di migliaia di persone che hanno perso il posto di lavoro, i giovani con il più alto tasso di disoccupazione degli ultimi vent'anni, e via via sempre più famiglia che sprofondano nella povertà, aziende che chiudono, imprenditori che si tolgono la vita per non affrontare la tragedia delle loro aziende che non ce la fanno ad andare avanti. Di fronte a tutto questo era evidente che Berlusconi non poteva affrontare una campagna elettorale normale, fatta di confronto, fatta di pluralismo, fatta di idee e contenuti. Ecco allora che parte la strategia alla “mago Do Nascimento”.
Berlusconi, lo sappiamo, ha un controllo quasi totale dei mezzi d'informazione televisivi, ed ecco allora che partono le mosse strategiche: la “mordacchia” definitiva a quel poco di libera informazione che ancora esiste in Rai, chiudendo con un provvedimento ingiusto, probabilmente illegale e incostituzionale, i talk show televisivi. Provvedimento che poi verrà esteso anche alle tv private, ma è evidente che i più importanti e seguiti sono tutti in Rai. La seconda operazione, che si affianca a questa, è che l'unica informazione di comunicazione politica che a quel punto resta nelle televisioni è quella dei telegiornali, ormai quasi tutti interamente di informazione di regime. Guarda caso proprio oggi l'Agcom, che diffonde i dati sulla presenza delle forze politiche nei vari Tg nazionali, ci dice che nei Tg di Mediaset il governo e la maggioranza dilagano letteralmente con percentuali che arrivano oltre il 90%, con le opposizioni ridotte a percentuali da prefisso telefonico: 1-2%. In Rai non va molto meglio. Al Tg1 tutta l'opposizione insieme occupa appena il 18%, il resto va tutto alla maggioranza e al governo. Si chiude qui la strategia alla “mago Do Nascimento”, Berlusconi può andare in televisione a raccontare un sacco di bugie, ricostruendo la sua personale narrazione delle cose, falsa e bugiarda, che non ha nulla a che fare con la realtà ma che, come diceva il tristemente famoso Joseph Goebbels, ministro della propaganda di Hitler, a cui probabilmente Berlusconi si ispira: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà verità”. Questa è la strategia alla “mago Do Nascimento” di Berlusconi.
Purtroppo per lui, in questo Paese c'è ancora un istituzione di garanzia che funziona, l'unica: la magistratura, che ci ha dato in queste settimane gli ultimi sprazzi, le ultime speranze, di una democrazia che ancora regge, prima facendo giustizia di quel tentativo indegno del centrodestra che con una norma illegale e incostituzionale ha cercato di ripescare le proprie liste all'ultimo momento, poi sospendendo il provvedimento dell'autorità garante delle comunicazioni che applicava anche alle televisioni private quel regolamento, dato dalla vigilanza Rai e poi applicato in modo ancora più estensivo dal CDA Rai, che impediva la trasmissione dei programmi di approfondimento politico durante la campagna elettorale. La prima decisione arriva da una commissione parlamentare, composta da deputati e senatori, che decide che i talk show televisivi di carattere politico in campagna elettorale o si trasformano in tribune politiche oppure non possono andare in onda. Successivamente il CDA Rai, andando addirittura oltre la decisione di questa commissione parlamentare di vigilanza, decide non di trasformare i talk show in tribune politiche, ma di cancellarli del tutto. A quel punto, un'altra autorità garante, l'AGCOM, decide che per una questione di equità questa norma vada estesa anche alle TV private. Oggi, il Tar, nell'ambito della sua competenza sugli atti amministrativi, sentenzia che questa scelta è stata una decisione illegale e sbagliata, dando alle televisioni private la possibilità di fare anche in campagna elettorale i talk show. Il Tar però deve alzare le braccia sulla decisione della commissione di vigilanza parlamentare, proprio perché è un atto di un organismo sovrano. A questo punto il rischio è che il Tar, pur avendo fatto giustizia, può imporre solo alle tv private di far ripartire i talk show, producendo un paradosso: le televisioni private, in particolare Mediaset, potranno già da questa sera fare talk show politici, ma l'unica a non poterlo fare rimarrebbe la Rai.
Noi crediamo che sia particolarmente importante l'iniziativa che abbiamo avviato in questi giorni, un'iniziativa di grande successo chiamata “Una mail per riaccendere l'informazione” e che già oggi ha portato a più di 7000 mail inviate al direttore generale della Rai per chiedergli di riaccendere l'informazione libera in questo Paese. Iniziativa che abbiamo proseguito nei giorni più recenti avviando un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale verso il direttore generale della Rai e gli amministratori del centrodestra per una decisione che, non solo priva i cittadini italiani di uno spazio di libertà , ma danneggia anche le casse della Rai. Ma non è finita qui. La cosa che oggi dobbiamo impedire è che si produca questo paradosso, dove Mediaset è autorizzata a trasmettere i talk show televisivi mentre soltanto la Rai resta ammutolita.
Oggi, fortunatamente, il Presidente del CDA Rai, Zavoli, ha convocato per lunedì un consiglio straordinario. Il Presidente, però, è solo un organo di garanzia, e non ha nessun potere su quel Cda che è composto da esponenti messi dalla maggioranza di centrodestra. Per questo chiediamo a tutti i cittadini una nuova mobilitazione: da lunedì a mezzogiorno, momento della convocazione del CDA Rai, faremo partire un presidio ininterrotto davanti alla Rai, perché oggi stiamo assistendo al tentativo di questi “Al Capini”, perché ladri di informazione, ladri di libertà e ladri di democrazia, di spegnere giorno dopo giorno un pezzo della libertà del nostro Paese. Saremo davanti alla sede generale della Rai, in via Mazzini, per testimoniare che c'è una parte del Paese che di fronte alla violenza e all'arroganza di questo regime non china la testa.
Ladri di liberta' e d'informazione
Fuori Annozero, Ballarò, Porta a porta. Ora a rischio anche Report. Il bavaglio sull’informazione diventa sempre più pesante, ma fortunatamente non ha ancora chiuso la bocca alla comunicazione on line e speriamo non possa mai farlo. E’ per questo che non mi stanco di denunciare quanto sta accadendo in questi giorni. Stiamo vivendo una sorte di notte della Repubblica, la democrazia si sgretola di fronte ai nostri occhi attoniti e disgustati. Il governo vara un decreto non solo anticostituzionale, ma illegale, mentre mette una nuova, vergognosa fiducia per blindare una legge ad personam che permetterà a Berlusconi di continuare a godere dell’assurda prerogativa di stare alla larga dalle aule dei tribunali. E intanto, per la prima volta nella storia, con un atteggiamento che sta a metà strada tra il grottesco e l’inquietante, il presidente del Consiglio, fuori di sé, annuncia la piazza, non si capisce su che basi e contro chi, forse contro se stesso, o magari contro i dirigenti del suo partito. Ma tanto Berlusconi e la sua maggioranza sanno che, per quante ne combinino, per quanto siano travolti dalla corruzione, dai loro errori e da una crisi economica senza precedenti, alla fine il prezzo che pagheranno sarà minimo, perché la gran parte degli italiani, quella che si informa solo dalla tv, grazie al giogo berlusconiano sull’informazione, non ne saprà nulla o quasi. Ecco perché dobbiamo tenere accesa l’attenzione sulla libera informazione. Ecco perché dobbiamo portare avanti la battaglia nata con la campagna “Una mail per riaccendere l’informazione”, che ieri si è arricchita di una nuova iniziativa, con il deposito da parte di IdV di un esposto alla Procura della Corte dei Conti per danno erariale, nei confronti dei consiglieri di amministrazione di maggioranza della Rai e del direttore generale e di un'interrogazione parlamentare. E’ solo un piccolo passo. Non sarà certo questo a risolvere il vulnus democratico rappresentato dalla censura all’informazione. Ma chissà, forse, come tanti anni fa la giustizia riuscì ad incastrare Al Capone, arrestandolo solo per evasione fiscale, magari anche noi riusciremo a mettere all’angolo i tanti “al capini” del governo e dell’informazione (ladri di libertà, d’informazione e di democrazia) che ogni giorno la fanno franca nelle sale del potere, nei palazzi della televisione italiana e del governo. (post pubblicato anche su www.massimodonadi.it )
Rai: stavolta paga chi sbaglia
Via Annozero, largo alla carica dei 101. Cui seguiranno i 102…Risultato? Spettatori dimezzati. Bel colpo per la Rai, complimenti alla maggioranza di centrodestra del Cda ed al direttore generale Mauro Masi. In un sol colpo hanno spento l’informazione politica ed hanno provocato un danno economico consistente all’azienda. Cioè a tutti noi, perché la Rai è pubblica e si regge con il nostro canone. E non naviga in buone acque, visto che è stata gestita come fosse una dependance da una certa politica. Nani, ballerine, amici, amici degli amici, e degli amici degli amici. E i risultati si vedono, sono sotto gli occhi di tutti. Informazione anestetizzata, programmi trash, montagne di spese. Però stavolta non possono passarla liscia. L’hanno combinata grossa. Troppo grossa e gli sta arrivando il conto. Per questo domani presenteremo un’interrogazione parlamentare per chiedere a quanto ammonta il danno erariale. La censura costa e non solo in termini di mancata informazione. La Rai ha perso molti soldi per la mancata messa in onda di Annozero, ma anche di Ballarò, Porta a Porta, In Mezz’Ora e l’Ultima Parola. A quanto ammontano i mancati introiti pubblicitari e quanto è stato speso per i programmi sostitutivi. E’ pronto l’esposto alla Corte dei Conti per danno erariale nei confronti del direttore generale e dei consiglieri del Cda che hanno votato per la sospensione del programma. Domani in conferenza stampa con Antonio Di Pietro e Felice Belisario presenterò l’esposto e un’interrogazione parlamentare. L'appuntamento è per domani alle 16, nella sala del Mappamondo della Camera dei Deputati. Chi sbaglia paga e stavolta a pagare non saranno i cittadini. Infine voglio ringraziarvi tutti per il grande contributo che avete dato all'iniziativa partita proprio da questo blog "Un fax e una mail per riaccendere l'Informazione". Il gruppo su Facebook ha raggiunto quota 5000 iscritti e al nostro caro direttore generale sono arrivate 6000 mail. Grazie a tutti!
Una mail per riaccendere l'informazione
L’informazione politica è stata spenta, mentre le tv rimangono accese a propinare agli italiani le verità di comodo di questo governo. Il Cda della Rai ha deciso così, probabilmente per obbedire ad ordini superiori. Una decisione molto grave che non ha precedenti nella storia italiana. Non si era mai visto che in campagna elettorale fossero spenti i programmi d’approfondimento politico, i talk show ed i dibattiti. Proprio quando cresce la voglia e la necessità d’informazione i programmi politici vengono cancellati in nome di una bizzarra applicazione della par condicio. Questo vulnus alla democrazia ha un nome e cognome: Silvio Berlusconi. Non è riuscito a cancellare la legge sulla par condicio ed allora ha deciso di interpretarla liberamente. Molto liberamente, un po’ troppo, tanto da provocare proteste anche da parte di chi, come Bruno Vespa, non fa mistero di essere su posizioni governative. Questa decisione provocherà anche un danno erariale dovuto al calo di ascolti e di pubblicità che non sarà inferiore, stando ai primi calcoli, a tre milioni di euro. Insomma, per compiacere il padrone l’azienda si è tagliata volontariamente ed autonomamente gli attributi. L’informazione politica sarà dunque appannaggio esclusivo di noiosissime tribune che nessuno vede e dei telegiornali di regime. E’ facile comprendere che si tratta di una situazione inaccettabile. Non ci sarà nessuno ad approfondire temi scottanti dell’attualità, gli scandali saranno taciuti e la verità in alcuni casi addirittura capovolta. Facciamo un esempio, il principale telegiornale italiano dice che Mills è stato assolto e non che il reato è stato accertato ma prescritto. Chi ha come unica (o quasi) fonte d’informazione quel telegiornale, che idea avrà della realtà italiana? Della politica? Completamente deformata, crederà di vivere nel paese dei balocchi, governato dai migliori. Continuerà a pensare che Bertolaso è un eroe e che ci sono un sacco di veterinari amorevoli che si prendono cura di graziosi cuccioli. Siamo a un passo dal regime. Mediaticamente siamo già in una dittatura. Ora abbiamo due strade da poter percorrere: accettare supinamente la decisione di spegnere l’informazione o batterci per riaccenderla. Io scelgo la seconda e invito voi a fare altrettanto. Inondiamo di mail e di fax il direttore generale della Rai chiedendo di riaccendere l’informazione. Credo sia il momento di ribellarci. Per questo ho dato vita a un gruppo su Facebook dal nome Un fax e una mail per riaccendere l'Informazione (link). Fate girare il più possibile la notizia e inondiamo la Rai di Fax e mail. Compila la sottoscrizione qui sotto. Essere informati è un nostro diritto, informare (correttamente) un loro dovere.
Par condicio: idea proprietaria della democrazia
La cancellazione dei talk show sulla Rai decisa settimana scorsa in commissione di Vigilanza è un'indecenza a cui bisogna immediatamente porre rimedio.
Nessuna delle trasmissioni colpite dalla censura, negli anni scorsi, ha avuto problemi di par condicio in campagna elettorale. Inoltre non si possono sottoporre le regole dell'informazione a quelle della comunicazione politica che sono separate per legge. Siamo all'ennesimo vulnus della democrazia e delle garanzie costituzionali.
Ancora una volta la censura alla libera informazione andrà a tutto vantaggio di Berlusconi e dell'intero centrodestra visto che le trasmissioni di approfondimento politico potranno continuare su Mediaset, di proprieta' del presidente del consiglio, fino all'ultimo giorno di campagna elettorale. Il padrone della politica e dell'informazione garantisce solo per se stesso la piena liberta' di espressione.
Sappiamo da tempo che Berlusconi ha un'idea proprietaria della democrazia quindi non ci meravigliamo più pur continuando a indignarci per ogni sua dichiarazione. E la sua volontà di modificare la par condicio perché danneggia una parte politica è, ancora una volta, un'idea proprietaria della democrazia e ci indigna.
La par condicio ha come ragione sociale proprio quella di mettere tutti i soggetti politici sullo stesso piano. Il presidente del Consiglio dimentica che, se la legge fosse modificata come vorrebbe, la sua Forza Italia sulla Rai, che allora non controllava ancora militarmente, nel '94 non avrebbe avuto neanche un minuto di spazio non essendo rappresentata in alcuna istituzione.
In qualsiasi caso una legge che disciplina regole di democrazia non si modifica con una prova di forza perché ci si sente penalizzati. Lo scopo di una legge è quella di regolare una materia erga omnes, non di privilegiare pochi.
Infine, per quanto riguarda la presenza di Di Pietro, il premier dimentica di essere il più citato, nel bene e nel male, in ogni trasmissione sia di intrattenimento che di approfondimento per non dire di alcuni tg, come quello del fedele Minzolini, in cui gode di una presenza costante impensabile per ogni altro essere umano.
Minzolini: giornalismo alla Voce del Padrone
Ci mancava la beatificazione in diretta tv per Bettino Craxi, ma adesso è arrivata grazie a Minzolini e al suo editoriale serale. Siamo proprio alla definitiva occupazione mediatica per scopi piduistici.
Ancora una volta l'ineffabile direttore del TG1 ci ha ammannito una pagina di autentico giornalismo alla Voce del Padrone, arrivando a paragonare l'ex segretario del Psi, condannato, a personaggi che hanno segnato in positivo la storia del secolo scorso, come Papa Woytila. Il tutto per poter attaccare nuovamente la magistratura, rea di compiere il proprio dovere, e quanti tra i magistrati hanno intrapreso la carriera politica. Il motivo è chiaro: poiché Berlusconi è il frutto avvelenato di Craxi, rivalutare quest'ultimo ha uno scopo preciso a favore del premier.
A questo punto chiediamo al direttore generale della RAI di mettere a disposizione di un vero giornalista indipendente, sul TG1, lo stesso spazio di Minzolini così da riequilibrare la inverosimile faziosità del suo direttore.
Quando le parole cambiano significato
Quando le parole cambiano significato o, peggio, quando si svuotano del loro senso autentico, stare fermi a guardare è da irresponsabili.
Abbiamo un partito, con la maggioranza di seggi alla Camera ed al Senato, che abusa, quotidianamente, della parola libertà. Ne hanno fatto un simbolo, loro, che in realtà la praticano e difendono solo in un senso. La libertà di fare quello che gli pare. E di giocare con i diritti dei cittadini.
Il popolo della libertà, bisognerebbe aggiungere, sottratta al prossimo. A chi non è allineato, a chi la pensa diversamente, a chi alza un dito soltanto per dire che forse così non va.
Oggi tocca alla Rete.
Hanno capito, ma lo sapevano già, che cittadini informati hanno idee più robuste di quelle che giornali di partito e tv del "padrone unico" contribuiscono a formare.
Quindi ogni pretesto diventa buono per demonizzare lo strumento.
Internet è questo. Uno strumento che milioni di persone, malgrado questo Governo pensi ai problemi di uno solo, usano ogni giorno per lavorare, fare acquisti, scambiarsi informazioni.
In poche parole Internet rappresenta, per questo paese alla deriva, una delle poche risorse rimaste per una ripresa economica di cui c'è disperato bisogno.
Per questo motivo siamo scesi in piazza per fare sentire la nostra voce contro quelle "manine" che sfruttano ogni occasione per restringere quei pochi spazi di libertà rimasti.
Sindaci che vietano ai giovani di chiacchierare nelle piazze con una birra in mano, altri ancora che vogliono decidere cosa si può mangiare oltre una certa ora. Ministri che non sanno usare la posta elettronica, ma parlano di facebook e di social network solo per proporne la chiusura.
Come se da domani al primo squilibrato che ferisce un passante con un cacciavite, si decidesse di proibirne la vendita in ferramenta.
Internet è un contenitore dove ci sta dentro di tutto. Le leggi per tutelare la dignità delle persone dalla diffamazione, dalle calunnie; per reprimere l'istigazione a delinquere o l'apologia di reato esistono già e la Cassazione, negli anno, ha dimostrato di sapere uniformare le interpretazioni dei primi giudici pur evidenziando vuoti normativi che vanno certamente colmati.
Non certo sopprimendo la libertà della Rete.
L'idiozia della museruola ai social network
Da quando, il 5 dicembre, una manifestazione convocata in Rete ha sorprendentemente riempito Piazza San Giovanni in maniera straordinaria, ed anche straordinariamente pacifica, il Governo e la maggioranza hanno gli occhi puntati contro la Rete.
Evidentemente il Governo pensa di dovere avere il dominio assoluto dell'informazione, poiché l'unica cosa che sfugge alla sua presa, diciamo anche aldilà del monopolio privato - singolare - di Berlusconi, è la rete, sono i social network, adesso utilizzando in modo ipocrita la stupidissima aggressione in Piazza del Duomo (a Milano), loro vogliono mettere la museruola alla rete.
E lo fanno con un disegno di legge che, purtroppo, è stato presentato dal collega Lauro che considero una persona equilibrata, e che ricorre all'artificio di individuare nella comunicazione in rete il veicolo fondamentale dell'istigazione a delinquere contro la persona e l'aggressione, il ferimento, diretto alle persone.
Qui c'è un equivoco fondamentale: la Rete è come un enorme piazza in cui tutti parlano. Tutti, in parte, si parlano addosso. In parte comunicano molto intensamente. Non è possibile addossare alla Rete la responsabilità di qualche eventuale sciocchezza che possa essere detta all'interno del mezzo.
Del resto, quando uno dice sciocchezze, si presta - diciamo così - anche alla critica sociale. Ciò che ha detto verrà letto o sentito da molte persone ed è facile immaginare che una sciocchezza venga identificata come tale.
Ma pretendere, partendo da un fatto di cronaca limitato di bloccare l'autonomia della rete per poter, poi, impedire una libera comunicazione sociale, questo sì è davvero un delitto contro la libera comunicazione.
L'articolo 21 della Costituzione riconosci a tutti la libertà di esprimere liberamente il proprio pensiero. Se il Governo e la maggioranza vogliono continuare in questa iniziativa si dovranno misurare con la più determinata delle opposizioni non solo parlamentare, ma anche sociale.
"Giù le mani dalla rete!" - bisogna dire - nella maniera più chiara perché questa è una cosa che anche il cittadino non tollererà.
Inviato: "Hanno capito che qualcosa sta cambiando…"
Temono la libera comunicazione. Loro pensano che il Governo e la maggioranza devono avere il controllo totalitario sulla comunicazione.
Siccome la comunicazione in rete gli sfugge, perché non è predeterminabile a priori una possibilità di controllo, loro hanno il modo per cominciare a metterlo, un controllo sulla rete.
Ma questa è una cosa inaccettabile. Inaccettabile nel modo più totale.
Doppio appuntamento su Torino e Napoli
Domani venerdì 18 dicembre vogliamo segnalarvi due eventi organizzati da Italia dei Valori. Uno a Torino dal titolo "Casa Europa", l'altro a Napoli: "Chi ha paura della Rete".
Quello di Torino, "Casa Europa: verso un nuovo modello di coinvivenza tra solidatierà e libertà"(ore 15:00 - Palazzo Lascaris, Via Alfieri 15), organizzato dall'eurodeputato Idv Gianni Vattimo, sarà un incontro di due giorni (18-19 dicembre) in cui parteciperanno, oltre allo stesso Vattimo, Antonio Di Pietro (Presidente dell’Italia dei Valori), Umberto Morelli (Docente di Storia dell’integrazione europea, Università di Torino), Luciano Gallino (Sociologo, Università di Torino), Sonia Alfano (Deputato al Parlamento europeo; diretta streaming), Giorgio Schultze (Portavoce europeo della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, Movimento Umanista), Mariacristina Spinosa (Consigliera Regionale del Piemonte),
Leoluca Orlando (Vicepresidente ELDR, Deputato al Parlamento italiano), Gianni Vattimo (Filosofo, Deputato al Parlamento europeo), Fernando Savater (Filosofo, Università dei Paesi Baschi), Coordina Federico Vercellone (Filosofo, Università di Torino).
Vi alleghiamo il dettaglio degli interventi dei relatori ed una lettera di presentazione dell'evento di Gianni Vattimo. Ulteriori dettagli li troverete nel suo blog giannivattimo.blogspot.com.
Quello di Napoli, "Chi ha paura della Rete" (ore 17:30 - Teatro Mediterraneo), organizzato dai Meetup di Napoli e dall'europarlamentare Luigi de Magistris vedrà gli interventi di Nicola Conenna (fisico e presidente di Europe Conservation e fondatore dello European Blu Network), Roberto Fico del Meetup di Napoli, Gianni Lannes (giornalista e direttore di Terranostra), Guido Scorza (promotore della Carta dei 100), Riccardo Luna (rivista Wired), Gianfranco Mascia del NBD, Andrea D'Ambra (presidente di Generazione Attiva), Nicola Izzo (Wikimedia), Claudio Messora (byoblu.com), Dino Bartolotto (Presidente Assoprovider), Andrea Violetti (Presidente Associazione Informatici Professionisti), la community "Informare per Resistere", ed altri ancora.
A seguire, dalle 20:30 circa, performance teatrale di Giulio Cavalli e le performance musicali di Eugenio Bennato e Giovanni Block.
Oltre la diretta streaming da questo sito (ORE 17:30) è prevista la diretta web con scambio interattivo attraverso un forum e collegamenti con le webcam degli utenti sintonizzati anche da altri paesi lontani dall'Italia.
La stupida guerra sul corpo delle donne
Sono, indignato, deluso, amareggiato. La decisione della maggioranza, Pdl e Lega, di bloccare l’utilizzo della pillola abortiva RU486 è insensata, sciocca, stupida per una serie infinita di ragioni. Indigna innanzitutto la motivazione “pseudoscientifica” che è alla base del respingimento, ovvero, perché non garantirebbe la salute delle donne. Prima colossale sciocchezza. La pillola RU 486 è stata approvata dall’Oms, dall’Ente europeo per il controllo dei farmaci e dall’Aifa e quindi introdotta progressivamente in quasi tutti i paesi europei, fatta eccezione per l’Irlanda ed il Portogallo. In Francia, dove è in uso da più di 20 anni, il numero degli aborti è diminuito.L’aborto per via farmacologia evita alla donna una serie di rischi per la salute che la strada chirurgica non le risparmia, per non parlare dell’aspetto psicologico. Ed arriviamo alla seconda ragione della mia indignazione profonda. Ancora una volta, la politica sceglie di non servire i cittadini ma altri padroni, quelli che stanno Oltretevere. Ancora un volta rinnega i suoi doveri di laicità e pianta bandierine ideologiche sul corpo delle donne le cui esigenze, bisogni, necessità e volontà vengono come sempre calpestate.Chi, come alcuni illustri esponenti di Governo, dice che la decisione parte dall’esigenza di tutelare la salute delle donne mente. La verità è che delle donne non gliene frega niente. Per loro, lanciare segnali antiabortisti a chi li attende è più importante di qualunque altra cosa ed è l’unica vera esigenza.Io credo che nessuna donna affronti con leggerezza un aborto e chi nega questo o è uno sciocco o non conosce le donne. Io credo che promuovere l’utilizzo di una tecnica alternativa di interruzione di gravidanza, ampiamente riconosciuta nella farmacologia dei paesi più avanzati, significhi rimettere alle donne e ai medici ogni decisione. Io credo che non sia mio dovere di legislatore passare al microscopio i sentimenti o le ragioni di chi si trova nella tragica necessità di dover abortire. Io credo che la tutela della salute dei cittadini attenga alla sfera del rapporto tra medico e paziente e che noi, come legislatori, abbiamo l’unico dovere di fornire ai cittadini gli strumenti più adeguati che la scienza mette a disposizione per le loro cure.Garantire l’uso della RU486 non significa promuovere l’aborto. Significa fare bene il proprio mestiere di legislatore al servizio dei cittadini, capace di mettere da parte i suoi valori e i suoi principi anche più profondi, ed indossare l’unica veste appropriata, quella della laicità.
10 domande a Minzolini
Nella seduta della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai dello scorso 14 ottobre era presente in audizione il direttore del Tg1 Augusto Minzolini. L'audizione è uno strumento utilissimo per porre domande, il dovere dell'audito è di rispondere. Nei tre minuti a mia disposizione ho posto al direttore 10 domande, che pubblico di seguito, quattro sull'assenza dell'Italia dei valori nei suoi tg, sei di interesse generale. Non ho ricevuto alcuna risposta.
1) Da quando è arrivato lei al Tg1 sono sparite le dichiarazioni in voce di tutti gli esponenti dell’Italia dei Valori. L'ordine è partito da lei o da qualcun altro? Le sembra deontologicamente corretto?
2) I tg rai seguono le convention dei partiti, è stato fatto con tutti tranne che con l’Italia dei Valori. Non solo non c’era un inviato alla nostra festa di Vasto, ma non c’è stato neanche un servizio dal suo tg. Perché? Chi ha dato l’ordine?
3) Da quando abbiamo presentato un esposto all’Agenzia per le Comunicazioni e informato la Vigilanza, al suo tg è apparsa qualche dichiarazione dell’Italia dei Valori, ma le percentuali delle nostre presenze restano al di sotto dell’1 per cento mentre, ricordo, alle Europee l'Idv ha avuto l'8 per cento dei voti. Come intende risolvere la questione?
4) La settimana successiva alla segnalazione fatta all’Agcom, il Tg1 avete mandato in onda le dichiarazioni di due parlamentari dell'IdV, una di queste non era in linea con la posizione del partito. Di Pietro è l’unico leader tra i partiti presenti in Parlamento sistematicamente escluso dalla pagina politica del suo tg. Perché?
Le sei domande di interesse generale
5) TERREMOTO - Per quale ragione la manifestazione di protesta dei terremotati dell'Aquila del 16 giugno davanti a Montecitorio è scomparsa dal Tg1 quando era presente su tutti gli altri tg?
6) PRIMO EDITORIALE - Inchiesta di Bari, festini a palazzo Grazioli e Villa Certosa. Perché la notizia è stata trafugata, manipolata e giudicata pettegolezzo, di fatto ignorata, quando la stampa internazionale ne parlava già apertamente?
7) SECONDO EDITORIALE - libertà di stampa. Qual è la fonte del dato da lei citato sulle 430 querele dei politici negli ultimi dieci anni, di cui il 68% presentato dal centro sinistra? A noi non risultano questi dati.
8) LODO MONDADORI - La notizia della sentenza su Fininvest era la prima su tutte le testate on line e in tutti i Tg. Nell'edizione delle 13.30 del 5 ottobre, la prima utile, il Tg1 la collocava al settimo posto senza alcun richiamo nei titoli di testa. Perché?
9) GUERRA DEI GIORNALI, - Ritiene eticamente corretto il servizio andato in onda il 12 ottobre contro l'editoriale di Scalfari con tre interviste a direttori di quotidiani senza diritto di replica a Repubblica? E' giusto paragonare gli scontri di Blair e Zapatero con i mass media a quelli di Berlusconi, sapendo che egli è proprietario della metà del sistema televisivo e che i primi due non hanno mai querelato nessuno?
10) PRIVACY - La Bbc, televisione pubblica della Gran Bretagna ed esempio di giornalismo sano e corretto in tutto il mondo, ha chiesto in diretta tv al premier Gordon Brown se facesse uso di psicofarmaci e Brown ha risposto alla domanda. Perché non ha posto a Berlusconi domande sulla sua privacy?
Libero accesso al sapere
Il libero accesso al sapere, per chi ne ha voglia e capacità, è un diritto costituzionalmente garantito. L’espressione più alta della libertà è rappresentata dalla possibilità per chiunque di accedere alla cultura. E’ nel rigoroso rispetto di tali principi che deve muoversi qualsiasi normativa che si proponga di regolamentare la selezione di quanti intendono intraprendere un determinato percorso di apprendimento. Ciò è valido per tutti i gradi dell’istruzione, ma in particolare per quella universitaria.
In tale logica non è giusto programmare il numero dei laureati in una certa disciplina in funzione della capacità occupazionale offerta dal mercato del lavoro. Non si può negare un’istruzione universitaria a chi, per cultura personale o per esigenze di lavoro, voglia seguire un piano di studio sistematico e completo che solo l’università può offrire. Penso ad un imprenditore che necessita della laurea per meglio condurre la sua azienda, un dipendente che voglia migliorare la sua posizione lavorativa o uno scrittore che per sua completezza culturale desideri laurearsi in psicologia. E’ difficile capire perché costoro non debbano avere libero accesso all’università. Eppure la loro posizione è svincolata dal mondo del lavoro.
Ancora un’altra considerazione viene spontanea: se il fine del numero chiuso è il contenimento dei laureati entro i limiti del fabbisogno nazionale, è evidente che tale obiettivo non è stato raggiunto data la elevata disoccupazione intellettuale presente nel nostro paese. Se poi il numero chiuso è dettato dalle esigenze dei singoli atenei, che non possono permettersi un numero maggiore di iscritti, si pone una questione di principio: sono le istituzioni pubbliche, quindi anche l’università, a dover venire incontro ai bisogni dei cittadini e non viceversa. Se c’è richiesta di cultura, è lo stato che deve trovare il modo di soddisfarla, non di negarla. Non sta ai cittadini indicare in quale maniera ciò sia possibile, ma qualunque cosa è migliore di un’istituzione negata.
Quanto sopra non deve indurre a fare confusione tra accesso libero all’università e laurea a chiunque. Il tentativo di laurearsi deve essere permesso a tutti, la selezione, che è cosa diversa, è necessaria e deve essere fatta non con il blocco, ma ispirandosi a criteri di giusta valorizzazione del merito.
La nostra libertà di stampa
Pubblico il video ed il testo del mio intervento di oggi al Parlamento europeo sulla libertà di stampa.
Testo dell'intervento
"Grazie Presidente.
Io vorrei innanzitutto rivolgermi alla commissaria.
La commissaria ha detto che non è compito di questo Parlamento risolvere alcune questioni; io, invece, ricordo che è compito di questo Parlamento far rispettare il Trattato e le Costituzioni dei Paesi membri.
È di qualche mesi fa una dichiarazione del ministro della giustizia italiana, che ha detto che avrebbe provveduto in poco tempo a chiudere alcuni canali di youtube e la rete; vi ricordo che solo in Cina accadono queste cose.
L'articolo 21 della Costituzione italiana dice che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Come già detto da altri colleghi l'Italia è l'unico Paese in cui il capo del governo detiene il monopolio delle tv private e adesso anche pubbliche, e sta passando purtroppo una legge che impedirà di fatto ai cittadini di pubblicare persino cronache giudiziarie; questo perché probabilmente consentirebbe agli italiani di conoscere le responsabilità dello stesso Berlusconi rispetto alle stragi del '92, stragi mafiose, nei quali morirono Falcone e Borsellino."
Come ci vedono da Londra
L'Italia e' quel bellissimo Paese "sole e pizza" in cui i nostri connazionali, dopo una breve esperienza all’estero, non vorrebbero però tornare: perche'? C’è tutto in Italia, terra culla delle civilta': il clima e' fantastico, le regole valgono ma non sempre, la gente è sorridente da una parte, dall’altra l’italiano medio alla fine è profondamente esterofilo quasi a sottolineare una mancanza di fiducia nelle istituzioni ed una profonda convinzione che un individualismo congenito dei cittadini impedisca il rispetto a fasi alterne delle regole di comune convivenza. Quello che accade oggi intorno all’informazione ha alimentato forse irrimediabilmente la distanza tra italiani e nostri connazionali all’estero e tra l’Europa ed il nostro Paese. Oggi gli europei dell’Italia conoscono soltanto le gaffe e le distorsioni del nostro impresentabile governo.
Il 2 ottobre assieme ad altri partiti, associazioni ed alla società civile hanno manifestato a Londra davanti la BBC aderendo alla manifestazione della Fnsi per la libertà di stampa. A Londra c’erano centinaia di persone, italiani e non, molti inglesi hanno partecipato senza comprendere bene i motivi di un’agitazione su un tema per loro così scontato: la libertà di informazione.
Per i londinesi dire che l’informazione deve essere “indipendente” è come sostenere che il cielo è azzurro, un’ovvietà. Eppure hanno notato che in Italia l’informazione è pura strumentalizzazione e concordano con noi dell’Italia dei Valori che la nostra, quella italiana, è un’anomalia colossale nel sistema occidentale.
Mentre nel Belpaese i sondaggi dell’Ispo rivelano che il 52% degli italiani non vedono questa “mancata indipendenza dei media” all’estero non hanno alcun dubbio, l’Italia è vittima di un gigantesco Truman show mediatico dettato dal più grande conflitto d’interessi del pianeta e chi lo nega è completamente imbevuto di minzolinismo.
La domanda che abbiamo posto ai partecipanti alla manifestazione: perchè secondo lei l’Italia è il fanalino di cosa per la libertà d’informazione in Europa? La domanda non è faziosa perché se avessimo chiesto qual è il Paese meno libero in Europa in tema di informazione il 100% del campione avrebbe risposto: “Italy of corse!”
Liberta' di informazione: le testimonianze
Pubblico le testimonianze video di Luigi De Magistris, Franco Siddi, Giuseppe Lo Bianco e di Maurizio Mannoni, durante la manifestazione a difesa della libertà di stampa di ieri, sabato 3 ottobre.
Finalmente in piazza centinaia di migliaia di italiani hanno denunciato il golpe dell’informazione realizzato da un Presidente del consiglio che protegge gli interessi criminali della mafia, non scioglie il consiglio comunale di Fondi, realizza con lo scudo fiscale il nuovo papello Stato-mafia, ricorrendo ad un decreto legge e ad un voto di fiducia.
Questi e altri comportamenti criminali e criminogeni hanno bisogno di una informazione imbavagliata. Adesso anche gli stupidi hanno capito che il veto posto alla presidenza della Commissione di vigilanza Rai per un rappresentante di Italia dei Valori non è stato un incidente di percorso, ma espressione della volontà piduista di mettere a tacere le voci scomode anche in politica, di ingrassare le proprie aziende private mortificando il ruolo del servizio pubblico e realizzando un regime liberticida che rischia di far uscire anche formalmente l’Italia dall’Europa.
Con questa mortificazione del diritto fondamentale all’informazione e con questo coacervo di interessi criminali e di conflitto di interessi l’Italia non potrebbe essere ammessa a far parte dell’Europa. Per fortuna l’Italia è già parte dell’Europa. Spetta a noi dell’opposizione impedire che l’Europa ci cacci per mancato rispetto dei diritti fondamentali di libertà e di legalità.
Via il canone e via l'un per cento
Se Annozero e Parla con me "portano voti" al governo allora il Presidente del Consiglio li lasci andare in onda e ritiri i suoi cani da guardia, e visto che c’è si riprenda il cavallo di Troia che ha piazzato alla concorrenza delle aziende di famiglia.
Anzi lui, che è al governo, aggiunga: "Via il canone Rai e via l’1% dei diritti delle concessioni per le frequenze di Stato a Mediaset che devono essere adeguate ad un congruo 30% del fatturato".
Se è vero che la Rai, con questa dirigenza oscurantista, non merita il canone dei cittadini è altrettanto vero che le reti Mediaset non possono saccheggiare l’erario retrocedendogli quattro spiccioli del fatturato di una società minore dell’impero mediatico Berlusconi, RTI, facendo passare un fiume di miliardi di euro di Pubblitalia senza pagare un cent.
Lo abbiamo scritto nel nostro programma e senza questa “svista” dell’1%, da parte dei vecchi governi di sinistra, oggi il Paese non sarebbe in mano alla parodia della parodia de “il Grande Dittatore”.
Mi chiedo come si possa aver appaltato il 50% del sistema radiotelevisivo nazionale in mano a uomini del calibro di Confalonieri e Berlusconi. Un comodato praticamente gratuito, stipulato dal sodale Craxi, ma siglato dai governi per decenni, che ha consentito ad una sola famiglia di controllare una nazione e cumulare immense ricchezze alle spalle dei cittadini.
Poi con calma dovremo tornare ad occuparci anche dei contributi pubblici all’editoria, perché anche quelli, con un’informazione supina, come quella della stampa attuale, sono del tutto ingiustificati.
Puzza di regime
Le intimidazioni del governo a Santoro puzzano di regime.
Annozero ha avuto il merito, prima trasmissione in Italia, di parlare di cose che fanno il giro, da mesi, di tutte le televisioni del mondo. Ora arriva l’ennesima intimidazione di Berlusconi, palesemente illegittima, che ha incaricato Scajola di convocare i vertici della Rai.
Scajola si occupi piuttosto delle aziende in difficoltà visto che non si ricorda un suo solo provvedimento per fronteggiare la crisi.
C’è una differenza sostanziale tra chi come noi rispetta l’autonomia dei giornalisti e chi vuole mettergli il bavaglio. Nonostante le aspre critiche e nonostante la minaccia di Vespa di non invitare più esponenti dell’Idv, non abbiamo mai pensato di chiedere la chiusura di Porta a porta.E’ questa la differenza tra noi e Berlusconi.
La libertà di stampa e l’indipendenza dei giornalisti sono in pericolo.
Rai: i fantasmi dell’informazione
"Costretti ad andare davanti alla Rai perché dentro la Rai non ci stiamo più": Si potrebbe sintetizzare così la manifestazione che abbiamo organizzato davanti alla sede della Commissione di Vigilanza Rai a palazzo San Macuto, pochi istanti prima dell'audizione del direttore generale della Rai, Mauro Masi.
Abbiamo denunciato una verità drammatica: l'Idv e' sistematicamente oscurata da molti mesi dalla Rai, in particolare dalle edizioni principali di Tg1 e Tg2. Un partito dell'8 per cento ha il diritto di far sapere ai propri elettori e ai propri simpatizzanti il proprio punto di vista, ma la Rai, che e' servizio pubblico, ignora puntualmente le nostre posizioni.
Siamo presenti nella vita politica del nostro paese, facendo in Parlamento una opposizione dura e onesta, governando nelle realtà locali per mantenere gli impegni elettorali presi con i cittadini, e proponendo, in una proiezione futura, il nostro programma fatto di proposte valide e concrete per un’alternativa di governo.
Siamo presenti nella vita economica del nostro paese, manifestando accanto ai lavoratori e aiutandoli nelle vertenze ministeriali, lottando per difendere i consumatori e denunciando gli abusi degli affaristi.
Siamo presenti nella vita culturale del nostro paese, sia quando siamo con i precari della scuola che questa maggioranza sta lasciando senza speranze di futuro, sia quando teniamo conferenze tematiche di approfondimento su temi fondamentali come la parità, i diritti civili o il nucleare.
Siamo presenti, insomma, nella vita vera degli italiani.
Ma non siamo presenti nella vita mediatica del paese.
Noi siamo i fantasmi dell’informazione, e per questo davanti alla rai abbiamo protestato indossando dei lenzuoli bianchi.
Le nostre iniziative, la nostra linea politica, la nostra versione dei fatti non sono rappresentate dal servizio radiotelevisivo che dovrebbe essere pubblico ma che agisce solo su logiche privatistiche come portavoce del governo padre-padrone.
Ecco perché siamo dovuti andare davanti alla Vigilanza Rai che ospitava il Direttore Generale della TV: per denunciare che il servizio televisivo ed i telegiornali non riportano la realtà.
Una realtà in cui l’Italia dei Valori agisce come attore di primo piano e non come controfigura, quando invece in tre mesi sono andati in onda sul Tg1 soltanto due sonori dedicati a Italia dei Valori, e alla festa del partito a Vasto, in Abruzzo, non e' stata inviata nemmeno una telecamera.
Ma come fanno i cittadini a sapere cosa fa e cosa dice l’Italia dei Valori se la oscurano sistematicamente al fine di trovare lo spazio per le trasmissioni di Silvio Vespa e Bruno Berlusconi?
Per questo abbiamo sfidato Masi a dare prova che esiste il pluralismo, dandogli tempo un mese per dimostrare che ancora si può parlare di libertà di stampa.
Nella nostra protesta, inoltre, siamo partiti dall’ingiustizia che sperimentiamo quotidianamente per fare un discorso generale sul sistema-informazione italiano, che ogni classifica mette all’ultimo posto fra gli stati democratici.
Il problema dell’Italia dei Valori infatti è soltanto uno degli aspetti di questa informazione da regime, che toglie agli italiani il diritto sancito dall’articolo 21 della Costituzione.
Pensiamo alla vicenda 'Travaglio - Anno Zero', ancora in attesa di contratto, o ancora a quella di Report, a cui è stata negata la copertura legale per i suoi giornalisti, o infine alle mancate nomine dei direttori di Rai 3 e Rainews24.
Insomma, se sommiamo tutto, è facile capire che non solo di violata informazione si tratta, ma di asservimento della democrazia agli interessi di pochi, poiché ogni voce fuori dal coro, la nostra come quella dei programmi che fanno vero giornalismo di inchiesta, viene messa a tacere, grazie al controllo editoriale-dittatoriale di un gruppo di persone, dalla dirigenza al Cda ai direttori dei telegiornali, che sono indicate direttamente dal sistema dei Partiti, nella quasi totalità del centro-destra.
Dopo la nostra protesta Masi ha affermato: “io non sono un normalizzatore, verificherò il caso Idv e semmai rimedierò”.
Caro Direttore Generale, verificheremo se davvero saprai ristabilire la “parcondicio-sinequanon”!
Due giornate da politico, vero
Dopo la passerella politica fischiata al presidio organizzato sul terrazzo del provveditorato agli studi di Benevento i precari della scuola hanno lanciato un appello:
i politici che vogliono davvero stare al nostro fianco diano un segnale concreto di solidarietà trascorrendo una notte all’addiaccio con noi.
Dopo un’ora dall'appello, alle 18,00 di giovedì 3 settembre ero su quel terrazzo,divenuto il simbolo della lotta degli insegnanti-precari. Sono arrivato senza tv al seguito, senza fare comunicati stampa e partecipando,in modo anonimo, ad un'assemblea in corso. Quando i precari mi hanno riconosciuto mi hanno chiesto se volessi seguire il copione dei politicanti da passarella o condividere le loro esigenze senza megafoni armato solo di serie intenzioni per comprendere e farmi portavoce del loro disagio nelle istituzioni. Ho replicato chiedendo semplicemente se c’era uno spazio per passare la notte tra loro,non tralasciando di offrire il mio contributo di proposte e di idee per dare esito positivo alla protesta.
Ho spiegato loro che i politici non sono tutti uguali, e nemmeno i partiti e glie lo stavo dimostrando. Trascorse la notte. Al risveglio di venerdì fui tentato di lasciare il presidio per impegni di partito nella mia regione, la Campania, ma sono rimasto nella convinzione che la politica sia credibile se onora gli impegni, se rispetta con i fatti i cittadini, nel tempo. Altrove avrei potuto dare il mio appoggio in quella giornata ai lavoratori della Fincantieri a Castellammare o agli operatori e ai pazienti del dell’ospedale Cardarelli, ma concentrandomi sul buon risultato di Benevento, e sapendo che i miei colleghi, Antonio Di Pietro in primis, avrebbero dato appoggio alle altre due situazioni, ho ritenuto di fare la cosa migliore.
Sono rimasto anche la notte successiva utilizzando la mia macchina come giaciglio. Il sabato mattina al risveglio ho preso parte ad un corteo che, partendo da quel terrazzo sarebbe arrivato alla prefettura. Ero provato, come loro, ma c’erano in gioco il futuro di 700 cittadini della mia città, una piccola, ma importante parte degli 8000 precari della scuola in Campania, e dei 120.000 in tutt'Italia.
In questa partita contro la scellerata riforma Gelmini della scuola sono a rischio le strutture pubbliche, la cultura ed il futuro, non solo dei docenti, ma degli alunni, dei nostri ragazzi, perchè sono soprattutto loro ad aver bisogno di istruzione per non finire risucchiati dalla legge della strada e della criminalità.
Ritengo che il ruolo di un politico e di un partito come Italia dei Valori, ora all’opposizione, quella vera, non debba mai scostarsi dal fianco dei cittadini e delle loro ansie, dei loro bisogni. Io non l’ho mai fatto da quando ho iniziato il mio percorso politico e, se dovesse capitare, non avrei esitazione ad uscire di scena.
L'Europa tutela la liberta' di espressione
La difesa dell’informazione come difesa della libertà in quanto tale. E’ ormai evidente che il regime di Berlusconi, come ogni regime che si rispetti, sta procedendo ad una aggressione della stampa e dei media che travalica le Alpi.
Dopo la crociata interna, ora lo sguardo del premier, politicamente barcollante, si rivolge all’estero, e la crociata diventa transnazionale. Così oltre a La Repubblica e L’Unità, i nemici si chiamano anche The Times, Le Figaro, The Guardian ma soprattutto, stando alle dichiarazioni del suo fido avvocato Ghedini, Le Nouvel Observateur ed El Pais. Una virulenza tale da interessare ormai tutto il Vecchio Continente.
Non a caso proprio il portavoce della Commissione Ue, Leitenberger, in riferimento alle denunce del presidente del Consiglio verso la stampa estera, ha ricordato (e ammonito) che l’Europa tutela la libertà di espressione. In un clima di guerra ormai aperta a tutta l’informazione, le istituzioni comunitarie non possono non reagire restando in silenzio.
Per questo ho informato la Commissione Cultura e Istruzione, per mezzo di una lettera (leggi) indirizzata alla sua presidente, l’On. Doris Pack, dell’appello pubblicato su La Repubblica e promosso dai tre giuristi Cordero, Rodotà e Zagrebelsky, già sottoscritto da migliaia di cittadini e cittadine, esponenti politici, uomini e donne della cultura e dello spettacolo, personalità pubbliche.
Nel mio intervento odierno alla Commissione Cultura, nel quadro della presentazione del programma della presidenza svedese, ho fatto riferimento alle famose 10 domande che il quotidiano diretto da Mauro ha avanzato al presidente del Consiglio, pagando per questo il prezzo della denuncia da parte di Sua Emittenza, e ho suscitato l’interesse della presidenza svedese stessa, che per tramite dei suoi ministri ha definito l’anomalia italiana un problema che merita di essere discusso e del quale si discuterà.
La minaccia alla libertà, quella primaria di sapere ed essere informati, è ormai un’emergenza non solo italiana. Per questo il Parlamento europeo deve essere pienamente a conoscenza di quanto sta accadendo per poter intervenire. Si è celebrato nelle scorse ore l’anniversario della II Guerra mondiale, che chiama in causa anche quella politica dell’appeasement che l’Europa adottò verso l’allora nascituro nazismo.
Oggi l’Europa è in dovere di non ripetere la debolezza passata e di non sottovalutare i semi che, in Italia, potrebbero far germogliare l’insana pianta del regime. Sotto altre vesti, forse, ma non meno dannosa e tragica.
Solidarietà a Repubblica
Esprimo a nome mio e dell'Italia dei Valori piena solidarietà al direttore de 'La Repubblica', Ezio Mauro, la cui unica colpa è stata quella di aver rivolto, attraverso le pagine del suo quotidiano, delle domande libere e per questo evidentemente scomode al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Se un diritto fondamentale per un Paese democratico come quello della libertà di stampa viene meno è chiaro che viviamo oramai in un regime dittatoriale nel quale chi dissente dal Duce viene messo a tacere.
Difendere con forza i principi della libertà di stampa e d'informazione è diventata una vera e propria missione. Missione che da sempre l'Italia dei Valori porta avanti e che, per questo, non può non vederci in prima linea uniti nell'aderire all'appello di Franco Cordero, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky per la libertà di stampa, diritto che, ribadisco, dovrebbe essere alla base di un Paese democratico
Teleregime con i soldi di tutti
La vicenda della Rai sta mostrando in maniera sempre più efficace e scoperta quali sono le intenzioni di Berlusconi dal punto di vista dell'informazione. Nomina lui direttamente i direttori di testata, e lo dice in maniera sfacciata durante una conferenza stampa: “Siete contenti? Come vi trovate con i direttori che ho nominato io?”. Bisognerebbe dire “non c'avevamo pensato”.
In realtà, dal punto di vista ufficiale, i direttori di testata dovrebbero essere nominati dal Cda Rai con la promozione diretta del suo direttore generale Mauro Masi, che non va dimenticato che proviene dalla segreteria generale di Palazzo Chigi, alle dipendenze di Berlusconi fino a poco tempo fa, e con l'approvazione del Presidente Garimberti. Insomma, le nomine dovrebbero appartenere al mondo interno della Rai.
Il Presidente del Consiglio, con la sua classica faccia di bronzo e con la sfacciataggine più colossale del mondo, prende la posizione più ferrea contro l'unico telegiornale che continua a dare notizie, il Tg3.
Questa è la realtà oggi in Italia. Il Tg1 ha sistematicamente nascosto, per volontà del suo direttore Minzolini, le notizie riguardanti il giro di donne a pagamento nelle residenze del Presidente del Consiglio. Il Tg1 ha smesso di dare notizie, il Tg2 si barcamena ma è molto più vicino alla linea del Tg1, mentre il Tg3 non fa "niente di speciale": si limita a dare le notizie.
Siccome il Tg3 si limita a dare le notizie, per esempio quelle sulla crisi economica, il Presidente del Consiglio si arrabbia, perché la sua intenzione è di avere un'informazione che dica soltanto quello che vuole lui.
Mettere le mani su tutto, lasciare alla dialettica democratica il meno possibile e costringere la Rai a lavorare per Mediaset. La questione di Sky è più che efficace per spiegare la faccenda.
La Rai esce da Sky, nonostante la cosa gli costi una quantità enorme di quattrini: deficit del canone, deficit della raccolta pubblicitaria e in aggiunta il deficit del mancato guadagno per il pagamento da parte di Sky. Tutto questo la Rai lo deve fare perché cosi permette a Mediaset, con cui condividerà una futura piattaforma digitale e satellitare, di fare concorrenza a Sky sulle Pay Tv.
In pratica la Rai, la televisione pubblica italiana, è diventata lo strumento per far lavorare meglio Mediaset.
Questa è la situazione dal punto di vista dell'informazione in Italia.
Il Partito Democratico di queste cose se ne rende conto assai poco. Tende ad annebbiare la questione, non vuole prendere la consapevolezza del fatto che andando avanti di questo passo ci troveremo con una democrazia che in realtà è una pura parvenza. Sarebbe ora che ci pensassero e che se ne rendessero conto, e noi faremo tutto il possibile perché ciò avvenga.
Libidine antidemocratica
Il caldo di agosto fa evaporare le residue illusioni di una Commissione parlamentare realmente di vigilanza e di garanzia e di un consiglio di amministrazione Rai realmente in grado di fare scelte aziendali autonome.
Con buona pace di Sergio Zavoli e di Paolo Garimberti, esperti professionisti ridotti al ruolo di "re travicello", la Rai ormai è un'azienda eterodiretta e ciò grazie ad un vergognoso conflitto di interessi che vede in una stessa persona sommarsi i ruoli di capo del governo, rappresentante della proprietà del servizio pubblico e proprietario dell'azienda televisiva privata più grande d’Italia.
Non contenti, dopo avere mortificato la Commissione parlamentare di vigilanza e dopo aver di fatto commissariato il consiglio di amministrazione della Rai, il più grande imprenditore televisivo privato, sfruttando il suo ruolo di capo del governo e dalla sede ufficiale di palazzo Chigi, minaccia e attacca singoli giornalisti e intere redazioni giornalistiche del servizio pubblico.
Siamo in presenza di una vera e propria escalation di atti di libidine istituzionale e di continui episodi di delirio di onnipotenza, che umiliano la libertà di informazione, la professionalità dei giornalisti e il diritto costituzionalmente garantito dei cittadini di essere informati.
Non consentiremo che, approfittando delle pause estive, si metta in atto un autentico golpe democratico, e si realizzi quel piano eversivo antidemocratico che Licio Gelli e la P2 avevano teorizzato e che Silvio Berlusconi sta concretamente attuando.
Una Rai sempre piu' servile
L'informazione in Rai sta diventando sempre piu' servile: con le nomine effettuate ieri l’azienda pubblica si delinea infatti un organismo tagliato e confezionato su misura di Berlusconi e della sua maggioranza. Anche per la radiofonia le nomine sono il frutto di una lottizzazione a senso unico che continua a determinare una moltiplicazione di poltrone e quindi di sprechi.
Come Italia dei Valori apprezziamo la levata di scudi del presidente Garimberti, che sembra finalmente ricordarsi della necessità di salvaguardare le professionalità interne e di garantire il pluralismo dell’informazione. Così come condividiamo le preoccupazioni del Presidente della Repubblica dopo la rinuncia Rai alla piattaforma satellitare di Sky, decisione che testimonia in maniera chiara il macroscopico conflitto d’interessi di Berlusconi che sta inquinando la vita del Paese.
L’unica soluzione a questo stato di cose, che come IdV porteremo avanti con determinazione, è la denuncia continua, quotidiana, della faziosità e dell’ipocrisia degli attuali vertici di viale Mazzini, perché siamo convinti che i cittadini siano in grado di giudicare e di capovolgere quanto prima questa assurda dittatura e il suo monopolio dell’informazione.
Il nuovo mostro: LaRaiSet
Avremmo dovuto capirlo nel 2006 quale sarebbe stata l'evoluzione del conflitto di interessi, quando il governo Berlusconi finanziò con fondi pubblici l'acquisto di decoder (di produzione della Solaris, proprietario del fratello Paolo) per la diffusione del digitale terrestre.
All'alba dello spegnimento del sistema televisivo analogico, il presidente del consiglio non ha più remore: il digitale terrestre è diventato terreno di conquista dell'etere con l'obiettivo di annichilire la concorrenza, rappresentata non più dalla Rai ormai piegata da anni di corrosione negli acidi berlusconiani, ma da Sky, azienda di Rupert Murdoch, magnate del satellitare.
Archiviati i manierismi, si è arrivati alla prima bordata a novembre quando il primo pacchetto anticrisi del governo ha imposto l'aumento dell'Iva al 20% per le tv satellitari, proprio quando il governo Brown, per arginare la crisi, la diminuiva. A settembre sarebbe previsto un secondo intervento del governo a favore di Mediaset, per risollevare le sorti dell'azienda proprio lì dove risulta da tempo carente: un provvedimento del Viceministro Romani che diminuisca il tetto pubblicitario per le tv con canone (Rai) o abbonamento (Sky). Questo è solo l'inizio.
Infatti, la vera genialità del pubblicitario che alberga nel premier si esprime nella neonata Tivùsat.
Si tratta di una nuova cordata che nasce dall'unione di Rai (48%) Mediaset (48%) e Telecom media (La7) (4%) che ha come obiettivo la conquista del mercato satellitare.
C'è da riflettere: quelli che nel mercato della tv analogica sono concorrenti, si uniscono per dominare un nuovo mercato con l'intento - nemmeno tanto celato - di affondare Sky.
A margine della nascita del "mostro digitale" c'è la trattativa Rai-Sky, per definire la permanenza o l'uscita della Rai dal pacchetto Sky, contravvenendo peraltro al principio della neutralità tecnologica, per cui i canali pubblici dovrebbero essere presenti in chiaro in ogni settore.
Quello che stiamo vendendo nascere è un conflitto di interessi all'ennesima potenza: una piattaforma satellitare dominata dal padrone di Mediaset, Presidente del Consiglio e controllore dell'emittente pubblica.
Inutile chiedersi dove finiranno la libertà di stampa e di espressione, la garanzia del pluralismo dell'informazione.
Tutto schiacciato sotto gli affari privati di Silvio Berlusconi, che ancora una volta utilizza la tv pubblica, stavolta come testa d'ariete, per affossare il concorrente dell'azienda di casa e contemporaneamente assumere il controllo capillare del nuovo panorama digitale dal primo di agosto.
Gli indizi a favore della tesi appena esposta sono molteplici.
Il direttore di Tivùsat è Alberto Sigismondi, ex direttore dei contenuti digitali di Mediaset.
Davide Bogi, proveniente dal settore Marketing di Mediaset è direttore marketing di Tivù.
L'associazione DGTVi, che ha lo scopo di promuovere la transizione da analogico a digitale, e ha come soci Rai, Mediaset, Telecom, Aeranti Corallo, ha per presidente Andrea Ambrogetti, già Direttore delle relazioni istituzionali Italia Mediaset.
Con il digitale terrestre si libererà un corposo numero di frequenze, che potrebbero essere utilizzate per la banda larga, direzione intrapresa da tutta Europa, ma per ora l'Italia ha deciso di non investire in questo senso, dando tutte le frequenze alle sole tv.
A sancirlo è una delibera dell'AGCOM, che destato perplessità nel commissario Nicola D'Angelo, che ha infatti dichiarato all'Espresso: "Io e Sebastiano Sortino siamo stati i soli ad aver votato contro. Siamo contrari perché si stabilisce che ci sarà una gara, non un'asta vera e propria, per assegnare le frequenze liberate, inquadrate in cinque multiplex, e perché potranno parteciparvi solo le tv. Di conseguenza, non resta nessuna frequenza libera per i servizi innovativi in banda larga e si lasciano intatti gli attuali rapporti di forza televisivi, senza spazio per il nuovo".
Come se tutto questo non bastasse, l'ultimo atto della vicenda Rete4 - Europa7 si è consumato ai danni di Rai uno, che ha dovuto cedere le proprie frequenze per fare spazio al canale di Di Stefano, che ovviamente non potrà accettare di entrare nel mercato analogico in vista del suo prossimo tramonto.
Di fronte al rischio della "strategia della tenaglia" che Berlusconi ha escogitato ai danni di Sky, pensando di poter utilizzare la Rai come se fosse a sua esclusiva disposizione, è stata presentata dal sottoscritto, capogruppo in Vigilanza Rai di Idv, una risoluzione in cui la commissione invia degli "indirizzi" alla Rai.
I punti cardine sono elementari: via i partiti dalla Rai. Via le appendici di Mediaset. No all'utilizzo della Rai per la costruzione di un mostro oligopolista. No agli sprechi per il passaggio al digitale.
Raiset: informazione di convenienza
"The Guardian e' un oscuro giornale della provincia inglese", come ci ha raccontato qualche giorno fa il "presidente editore", oppure e' un prestigioso quotidiano inglese che non guarda in faccia ai potenti e racconta senza remore le loro malefatte? La domanda sorge spontanea dopo aver visto il diverso trattamento che tanta parte della stampa italiana e del polo Raiset hanno dedicato agli ultimi due scoop del giornale inglese.
Qualche giorno fa infatti "The Guardian" aveva preso di mira Berlusconi, aveva raccontato le sue vicende private e politiche e aveva dato fiato all' insoddisfazione dei governi europei nei confronti del presidente italiano.
L'odiosa censura e' ormai stata superata. Da ieri "The Guardian" non e' piu' un oscuro giornale inglese, ma uno dei fari della libera stampa nel mondo. Il miracolo e' accaduto un minuto dopo la pubblicazione sul medesimo quotidiano di una rigorosa e documentata inchiesta sulle malefatte di Murdoch e sull'utilizzo di spie per delegittimare gli avversari e tutelare i suoi conflitti di interesse.
Resta inevasa la domanda iniziale: per quale ragione "The Guardian" e' un oscuro giornale inglese quando si occupa di Berlusconi e diventa, invece, un grande giornale da esibire in diretta tv quando prende di mira quello che oggi viene considerato il suo nemico giurato?
Dal momento che non vogliamo credere che si tratti di una altra manifestazione del conflitto di interessi, restiamo in trepida attesa di vedere come sara' raccontata agli italiani la prossima inchiesta che il giornale inglese dedichera' alla Italia e al suo governo.
Boicottiamo il Tg1 di Minzolini
La stampa estera si sta occupando dell’Italia, per fortuna, altrimenti la cortina di ferro issata dai media che ovatta la vera informazione nel Belpaese ci getterebbe in una dimensione parallela, completamente astratta dalla realtà. E non esagero quando lo sostengo anche in questo video. Basta guardare cosa abbiamo in casa: tralasciamo le reti Mediaset, quelle per definizione, e proprietà, sappiamo che tipo di informazione prediligono, ma se guardiamo alla Rai, da qualche tempo le cose non sembrano diverse.
Dicono che il nuovo direttore del Tg1, Augusto Minzolini, abbia inventato uno stile, il cosiddetto minzolinismo, ovvero quella forma di giornalismo che si basa sulla raccolta di dichiarazioni anche informali di uomini politici, senza alcuna verifica delle affermazioni raccolte.
Quando il prode Augusto non era ancora approdato alla corte di Re Silvio, nell’ormai lontanissimo 1994, scriveva su la Repubblica questa perla di saggezza: “La distinzione fra pubblico e privato è manichea: un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico”. Una perla di saggezza del prode Minzolini, finita nella rete, quel fantastico occhio sul mondo che qualche volta fa da ufficio delle cose smarrite. Era bravo il nostro, uno squalo tra tanti tonni, come lo definì il suo maestro.
Dal quel lontano 1994, molto è cambiato. Oggi Augusto Minzolini, colui che scriveva che ogni aspetto della vita di un politico è pubblico, ha trasformato il Tg1 nel megafono del Governo, mettendolo al servizio del padrone, come neanche il Tg4 di Emilio Fede è mai riuscito a fare. Il neo-direttore del Tg1, nasconde, manipola, cancella ogni notizia e ogni voce scomoda al Governo. Ha bandito la verità e la notizia. Passa solo ciò che serve ed è utile al sovrano. Con un colpo solo, ha cancellato la voce dell’opposizione.
Vi sarete chiesti perché, dal giorno dopo le Europee non avete più visto o sentito un volto o una voce di Italia dei Valori parlare ai microfoni del Tg1. Italia dei Valori, forza politica dell’8 per cento, premiata dal voto di 2 milioni e mezzo di cittadini alle elezioni europee, è sparita d’incanto dai servizi politici del Tg1. Ma quel che è più grave è che si tratta del principale telegiornale del servizio pubblico nazionale e, come tale, avrebbe l’obbligo di dare voce anche alle forze di opposizione.
Nascondere, manipolare, oscurare, cancellare voci e notizie scomode. Questo è il nuovo corso del Tg1 del prode Minzolini. Ed è per questo che lancio un appello dal mio blog: boicottiamo il Tg1. Facciamolo anche per quei giornalisti rigorosi e seri che vogliono ancora fare il loro mestiere correttamente.
La politica, men che meno l’opposizione, non ha strumenti validi per combattere questo nuovo corso. Voi cittadini e spettatori sì. Avete uno strumento in mano straordinario, il telecomando. A tutto può resistere un direttore di telegiornale, per quanto asservito al padrone, tranne che al crollo degli ascolti. Già siamo un pezzo avanti. Gli ascolti del Tg1 sono in calo. Facciamoli crollare. Solo così facendo, il prode Minzolini dovrà cedere di fronte al potere della vostra scelta.
Questo è il nuovo corso di Italia dei Valori per combattere chi nasconde, manipola, oscura, cancella la verità. Fai girare la voce. Diventi un tam tam: boicottiamo il Tg1. Non guardiamo più chi nasconde, manipola, oscura, cancella la verità.
Londra, andata e ritorno
Politica, giustizia, legalità e informazione. Di questo ho discusso a Londra, pochi giorni fa, in una serie di appuntamenti che mi hanno dato conferma dell’attenzione che, anche fuori dall’Italia, suscitano questi temi.
Incontri intensi, alla presenza di moltissimi giovani come al King’s college, a cui si sono affiancate l’intervista alla Bbc Radio e la conferenza stampa. Sono state occasioni importanti, di conferma appunto di quanto il progetto per un Paese diverso, più giusto e trasparente, susciti attenzione oltre Manica. Non ci sono infatti confini geografici che possano nascondere agli occhi del mondo esterno lo squallore, politico ed etico, che investe l’Italia del "sovrano" in decadenza.
Non sfugge allo sguardo extra-italico l’attacco, ormai consolidato, all’informazione libera e alla magistratura di cui questo esecutivo è promotore, ogni giorno in modo sempre più virulento. Ma parallelamente, tra i nostri connazionali all’estero e non solo, cresce e si fa più forte la speranza e il convincimento che un riscatto è possibile e va inseguito ad ogni costo.
Senza tentennare, senza timore, soltanto animati dalla certezza che non c’è realismo più grande di un sogno da realizzare.
Pino Maniaci assolto
Il direttore di Telejato, Pino Maniaci, non ha mai richiesto l'iscrizione nell'albo dei giornalisti. Il 30 marzo 2009 è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista, nonostante il 10 luglio 2008 fosse già stato assolto con formula piena in un altro processo per la stessa accusa, perché il fatto non sussisteva.
Chi vuole colpire la liberta' di stampa, in verita' vuole colpire al cuore la democrazia; perche' una democrazia per sopravvivere ha bisogno di una stampa indipendente e autorevole. Pino Maniaci e' un uomo libero e un giornalista con la schiena dritta che non obbedisce a padrini o a padroni, un giornalista che non ha timidezze o cautele nel raccontare i fatti. A Pino esprimo tutta la mia solidarieta' e mi auguro che prosegua serenamente, ed indisturbato, il suo prezioso lavoro di denuncia delle connivenze e delle collusioni tra criminalità organizzata e tessuto economico e politico.
Faccio solo notare che, così come è accaduto a Gioacchino Genchi, anche Pino Maniaci è stato ostacolato e screditato con l’unico scopo di intralciare il suo operato. Chi pagherà per le violente accuse e la denigrazione di Genchi? Perché tanta attenzione da parte del Copasir, o meglio del suo presidente Francesco Rutelli? Chi ha denunciato Pino Maniaci che ha collezionato più di 200 querele, un numero decisamente maggiore delle attestazioni di stima ricevute dalle istituzioni siciliane e nazionali?
![]() | "PARANOIE" | |
| Silvio Berlusconi contestato e fischiato a Napoli offre la sua spiegazione: comunisti! Ad ogni angolo una paranoia, un complotto, un giornale canaglia, un disoccupato comunista, un pessimista porta jella, un catastrofista estremista. Quando sei costretto a sorvolare una città distrutta dal terremoto, invece che scendere tra i senza tetto e toccare con mano le condizioni dei cittadini che rappresenti, allora è ora di togliere il disturbo. | ||
| Carlo Costantini | ||
Minzolini, come rendere privato il servizio pubblico
Rendere privato il servizio pubblico. Questo obbiettivo domina la scena quando il monopolista della televisione privata può controllare la televisione pubblica dal vertice del potere politico. C'è chi si adatta alla servitù volontaria, e chi no.
Quando Minzolini così scriveva in un suo articolo su Repubblica del 29 ottobre 1994: "Oggi penso che, se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici, forse non saremmo arrivati a tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure andarsene. Non è stato un buon servizio il nostro fair play: abbiamo semplicemente peccato di ipocrisia... La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico."
Da bravo dialettico, nei suoi primi giorni di esperienza alla direzione del Tg1, si cimenta ora nella confutazione pratica della regola allora enunciata. Di più: con la scusa di non invadere la vita privata del presidente del consiglio ha nascosto la notizia sul giro di donne a pagamento nelle abitazioni del capo del governo, che tutti gli organi di stampa italiani e internazionali davano con grande rilievo, e su cui perfino il Tg5 di Mediaset rinunciava a esercitare una completa censura.
Poi, non contento, ha risposto ai rilievi del presidente Rai, usando in modo improprio lo spazio del telegiornale da lui stesso diretto, per ribadire la necessità del suo silenzio stampa.
Incurante della contraddizione logica: sosteneva trattarsi solo di chiacchiericcio ma dava largo spazio alla polemica nata dal chiacchiericcio perché questa permetteva di coinvolgere nel polverone altri politici.
Così la polemica nata sulla base della notizia vera ma nascosta diventava a sua volta notizia principale. Ha poi toccato il colmo quando ha dato larghissimo spazio alla smentita che Berlusconi ha messo in scena sul suo settimanale "Chi". Per gli ascoltatori del solo Tg1 del tutto incomprensibile perché smentiva una notizia che il Tg1 non aveva voluto mai dare.
A tanto porta l'abnegazione della servitù volontaria: rendere privato il servizio pubblico, a vantaggio di una sola persona.
Sultanato a reti unificate
Riporto una mia intervista, rilasciata a "Altronline.it", sul "caso Minzolini" e sul tema dell'informazione.
Altronline: Giulietti, i silenzi dei tg “amici” di Berlusconi diventano un caso politico. L'informazione, dice l'opposizione, è drogata dal potere del Cavaliere. Qual è la novità?
Beppe Giulietti: Nessuna, questo è il problema. Non c'è nessuna novità, si tratta della riproposizione integrale dello schema che Berlusconi prima e Dell'Utri avevano già messo a punto dettagliatamente. Il premier disse: “È ora di finirla con programmi e tg che mandano in onda notizie ansiogene”. Via i servizi e gli approfondimenti su povertà, crisi economica e sociale, tutto ciò che dimostra che la realtà è diversa dalla finzione...
Altronline: Negli ultimi giorni però si è passato il segno. Il direttore del Tg1 è apparso in prima serata davanti agli italiani per giustificare la scelta di “basso profilo” sul Bari-gate. Era mai successo prima?
Beppe Giulietti: No, a mia memoria mai. È la prima volta che il direttore di un telegiornale firma un editoriale per spiegare agli italiani perché non ha dato una notizia. È vero che ha il direttore ha il potere di decidere la linea editoriale e di valutare quali notizie dare e quali no, ma quando scoppia un caso che finisce su tutti i giornali nazionali e internazionali, questi margini di discrezionalità decadono. Si tratta di un giornalista che non ha mai fatto mistero della sua simpatia per l'uomo più potente d'Italia.
Altronline: Non è un mistero neppure che le nomine Rai siano politiche. Perché ci si scandalizza soltanto ora?
Beppe Giulietti: È un'obiezione giusta che però non regge di fronte alla vera anomalia. La scelta di piazzare Minzolini al Tg1 è il frutto di un accordo fatto direttamente nella casa del presidente del Consiglio, quel Palazzo Grazioli oggi noto per altre ragioni. Non si tratta di un uomo qualsiasi, ma del proprietario delle reti televisive concorrenti.
Altronline: Garimberti ha convocato Minzolini per chiedere chiarimenti. Ma a giudizio di molti il presidente della Rai sembra avere le mani legate. È così?
Beppe Giulietti: Bisogna innanzitutto che qualcuno ci spieghi cosa mai si siano detti, visto che dopo l'incontro Minzolini si è alzato e ha fatto quell'editoriale. Quello che manca sono proprio le voci degli organismi predisposti al corretto funzionamento del servizio pubblico. Sono il presidente della Rai Garimberti e il direttore generale Masi, in qualità di uomini di garanzia, che dovrebbero convocare una riunione e discutere di una violazione delle regole senza precedenti, editoriale e deontologica.
Altronline: È d'accordo con chi chiede la testa del direttore?
Beppe Giulietti: Non mi appassiona il coro di personaggi politici che invocano licenziamenti e provvedimenti disciplinari. A me interessa la lotta sociale, professionale, sindacale. Perché qui è in atto una mistificazione, si sta facendo finta di non vedere qual è il vero problema, altro che Minzolini...
Altronline: Qual è il vero problema?
Beppe Giulietti: In Italia si sta portando avanti la costruzione di un sultanato a reti unificate, si sta procedendo a sottrarre ai cittadini le informazioni quotidiane, non se so è chiaro. Il problema sono i silenzi dell'autorità di garanzia, il girarsi dall'altra parte di chi avrebbe il dovere di intervenire. Ma c'è dell'altro.
Altronline: Cosa?
Beppe Giulietti: Questi episodi avvengono in un momento in cui il parlamento sta per varare la legge bavaglio sulle intercettazioni. Nel nostro paese c'è un'emergenza democratica, mi preoccupa che su questo tema le opposizioni procedano in ordine sparso.
Altronline: Che può fare l'opposizione?
Beppe Giulietti: Bisogna chiamare a raccolta tutti, organizzare davanti al Senato un manifestazione nazionale durante le votazioni sulla legge bavaglio. Per lanciare questo allarme le opposizioni devono essere unite, parlare con una voce sola. Serve un incontro immediato di tutte le forze politiche e sociali per mettere in piedi un'iniziativa comune.
Vietato dissentire
Il presidente del consiglio, nonchè editore, ha pensato bene parlando ai giovani industriali, tra una facezia e l'altra, di invitarli a non acquistare pubblicità su quei giornali che si ostinanao a fare del catastrofismo, che tradotto in italiano sarebbero quei pochi giornali che ancora fanno qualche inchiesta e osano persino rivolgere una decina di domande all'imperatore. Si tratta di una vera e propria minaccia perchè scagliata dal presidente del consiglio, da un boss della raccolta pubblicitaria, da colui che ormai controlla i destini del polo Raiset. Naturalmente, dopo qualche ora, è arrivata una finta smentita che indicava in Franceschini il bersaglio della invettiva. Naturalmente non esiste nesso logico tra le due cose, ma il coro muto dei servi sciocchi e degli ignavi ha finto di tirare un sospiro di sollievo.
In realtà Berlusconi ha ripetuto quanto aveva già detto e quanto era stato ribadito dal fidatissimo Marcello Dell'Utri e cioè che non è possibile tollerare la esistenza di giornali e giornalisti che scrivono di temi "ansiogeni". Per non lasciare nulla di inespresso furono anche indicate le trasmissioni da colpire: Annozero, Ballarò, Che tempo che fa, il Tg3, Blob, la satira di Gene Gnocchi, di Serana Dandini, di Enrico Bertolino, di Maurizio Crozza, e qui fermiamoci... Adesso il regolamento dei conti si allarga a tutti quei giornali che hanno osato alzare la voce contro la legge bavaglio.
"Mi avete rotto le scatole,attenti a voi....", sembra dire il Berlusconi in versione editto bulgaro.
L'avvertimento sarà probabilmente seguito dalla ormai prossima conquista integrale della Rai e dalla spietata guerra scatenata contro Sky, diventata emittente ostile, mandante del complotto comunista mondiale.
A questo delirio si potrebbe rispondere con una battuta e ricordando le preoccupazioni espresse dalla signora Veronica sullo stato di salute del marito.
Al di là della ironia resta la gravità di una pubblica minaccia rivolta contro la libera informazione o meglio contro quel poco che ancora resiste.
Per queste ragioni ci permettiamo di chiedere, per l'ennesima volta, alle autorità di garanzia, se tutto questo possa essere considerato normale. Può l'autorità antitrust fingere di non avere sentito?
Non si tratta forse di una turbativa di mercato? Può un presidente editore consentirsi queste insolenze che comunque produrranno effetti perversi? Ricordano le autorità la stagione nella quale alcuni investitori ritirarono la pubblicità dalla Rai?
Quanto meno vogliono far sentire la loro voce e richiamare l'imperatore a comportamenti più consoni?
Il presidente Napolitano, il giorno dopo l'approvazione della legge bavaglio, ha sentito il bisogno di richiamare il valore della libertà di informaziome e del pluralismo editoriale, dalle autorità di garanzia continua a non arrivare il più flebile respiro sulla materia.
Probabilmente hanno deciso di autodimettersi, se non altro avranno finalmente deciso qualcosa.
Il bavaglio colpisce anche la Rete
Tutti uniti contro Berlusconi, avevamo scritto: dopo i risultati elettorali. Invece non basta più, bisognerà essere davvero uniti ma per riaffermare i valori costituzionali, non si tratta più di contrastare il delirio di una persona, ma di riaffermare i principi medesimi della legalità repubblicana. Quanto è accaduto nelle aule della Camera dei deputati non è solo l'ennesima legge ad personam e neppure una delle tante puntate della berlusconeide, si tratta invece di un passaggio chiave nella realizzazione di quel sultanato a reti unificate.
Non bastava il controllo assoluto dell’informazione radiotelevisiva ma era necessario colpire anche la Rete. Le recenti elezioni hanno dimostrato come Internet sia oramai rimasto il solo strumento utile per accedere ad una libera informazione, priva di controllo o censura, anche sui temi della politica. Evidentemente il Governo ha ritenuto di dover intervenire per reprimere anche l’ultimo spazio di democrazia attraverso un provvedimento che, pur non riguardando affatto la Rete, imbriglia e censura la libertà di opinione e di accesso alle informazioni, tutelata dalla Costituzione. Altro che conflitto di interessi.
Sotto il profilo giuridico, se ci riferiamo all’attività di informazione svolta dai mezzi di informazione tradizionali, la disciplina dell’accountability delle informazioni in vigore è già molto rigida ed ampiamente disciplinata poiché i giornalisti sono soggetti alla legge sull’ordinamento della professione di giornalista (legge n. 69/1963) e alla Carta dei doveri del giornalista e alla vigilanza da parte dell’Ordine.
La tutela dell’informazione in ambito comunitario arriva al punto che la stessa Corte europea ha dato risalto all’interesse generale alla divulgazione dei documenti nonostante la loro provenienza illecita.
Per quanto riguarda invece i siti di informazione “non tradizionali” costituiti perlopiù da semplici utenti (blogger amatoriali) va evidenziato che:
1. La norma proposta è in violazione di uno dei principi fondamentali espressi dalla nostra carta costituzionale (art. 21 Cost.) che autorizza la libera manifestazione di pensiero in tutte le sue forme salvo che non si tratti di attività contrarie al buon costume.
2. In caso di informazione veicolata attraverso siti informatici “non tradizionali”, la norma in vigore (art. 16, D.Lgs. 70/2003) dichiara che il prestatore del servizio (hoster) non è responsabile dei contenuti memorizzati salvo che non sia a conoscenza dell’illiceità dell’informazione. Con “informazione illecita” si intende una informazione contraria alla legge: le informazioni non veritiere o lesive della persona non sono sempre illecite.
3. L’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali sancisce, infatti, che il diritto alla libertà di espressione, tra cui si menziona la libertà di ricevere informazioni (dalle fonti della notizia), è tutelato senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche.
Ulteriore criticità è la concreta applicazione della norma proposta relativamente a:
1. La definizione e identificazione di siti di informazione, poiché la norma stessa risulterebbe di difficile applicazione nel caso di piattaforme che tipicamente ospitano contenuti realizzati da utenti terzi, perlopiù non identificabili direttamente ma tramite un indirizzo e-mail, come Youtube, Facebook, ecc.
2. La vigilanza per il rispetto del dettato normativo, soggetta ad eccessiva discrezionalità, o che rischierebbe di creare facili discriminazioni tra alcuni siti, probabilmente i più diffusi o gestiti da utenti “scomodi” rispetto all’intero universo dei blogger presenti in rete.
Tra l’altro giova portare a conforto di tale considerazione, il dibattito in corso a livello internazionale:
1) negli Stati Uniti, l’accountability dell’informazione fornita da siti di informazione “non tradizionali” o non di stampo giornalistico viene demandata alla capacità di discernimento della stessa utenza, con il risultato di perdita di utenti/credibilità di fronte ad una costante veicolazione di informazioni ritenute non veritiere;
2) in Francia, la Corte Costituzionale ha censurato proprio ieri la discussa legge su Internet, ribadendo la validità dei diritti fondamentali della libertà di espressione e comunicazione (che può essere limitata solo dall’Autorità giudiziaria) e confermando – al contrario di quanto sostenuto dal Ministro della Cultura francese - che Internet è un diritto fondamentale.
In queste ore tutti questi temi sono rimasti in ombra e le informazioni sostanziali non sono neppure arrivate ai diretti interessati. Le norme relative alla rete costituiscono un altro aspetto della aggressione in atto nei confronti del pluralismo editoriale già, profondamente sfigurato dai conflitti di interesse e dalle concentrazioni della proprietà e delle reti in pochissime mani.
In ogni caso non possiamo aspettare l'aiuto di una divinità e ancora meno di qualche pentito della maggioranza. Adesso è davvero giunto il momento di chiamare a raccolta e di unire quanti hanno davvero a cuore la Costituzione e in particolare l'articolo21 della Costituzione.
Contro questa legge è necessario attivare tutte le iniziative individuali e collettive possibile: dall'obiezione di coscienza alla costituzione di appositi siti per garantire ogni informazione di rilevanza sociale, dall'assistenza legale alla presentazione di denunce ed esposti alle competenti autorità internazionali e nazionali.
Ci dissociamo
Ieri Beppe Grillo ha discusso la legge di iniziativa popolare in Commissione affari costituzionali di cui è presidente il senatore Carlo Vizzini (Pdl), lo stesso senatore che oggi compare sulle prime pagine di tutti i giornali al fianco di Cuffaro, Cintola e Romano (Udc) per aver ricevuto mazzette da parte di Ciancimino.
Beppe ha utilizzato un linguaggio semplice, ruvido ma comune, nulla di scandaloso, magari alcuni passi meno condivisibili di altri. Il suo discorso ed il video sono sul suo blog, potete leggerlo ed ascoltarlo senza intermediari parziali. Nel suo discorso ha rivolto appellativi ai politici e ai Parlamentari dicendo che “sei persone hanno deciso i nomi di chi doveva diventare deputato e senatore, hanno scelto 993 amici, avvocati e scusate il termine, qualche zoccola, e li hanno eletti.” e per questo le “donne di Palazzo Madama, compatte”, scrivono i giornali, lo hanno querelato.
Le parlamentari dell’Italia dei Valori non aderiranno a questa querela, primo perché condividono larga parte del discorso di Grillo, secondo perché non sappiamo se ci sia “qualche zoccola” in Parlamento, terzo perché ci riteniamo fuori da quel “qualche” che molto onestamente lascia spazio ad un distinguo.
Auguri Beppe per la proposta di legge popolare di cui ci faremo garanti dell’iter sia in Commissione che in Parlamento.
![]() | "Delinquenti in libertà, blogger in galera" | |
| "Il Ddl intercettazioni è un regalo alla mafia ed alla criminalità. Assassini, ladri, corruttori, violentatori, e delinquenti in genere ringraziano sentitamente il Pdl. Mentre i delinquenti resteranno impuniti, i blogger finiranno in galera ed ogni sito internet sarà equiparato ad una testata giornalistica. In un colpo solo si mette il bavaglio alla stampa ed alla rete. Siamo di fronte ad una norma vergognosa che premia i delinquenti, diminuisce la sicurezza, mette il bavaglio all’informazione e limita la libertà d’espressione. Abbiamo presentato un ordine del giorno per evitare il bavaglio alla rete, ma chiaramente il centrodestra lo ha bocciato. Non ci daremo per vinti ed offriremo tutto il supporto ai blogger ed agli utenti di internet attraverso i nostri siti perché non accettiamo limitazioni alla libertà di espressione". Massimo Donadi | ||
Teleregime
In Italia c'è un regime, o almeno c'è un regime mediatico. Per alcuni no, per altri qualche rischio ci potrebbe essere. Agli scettici e ai cinici vorremmo proporre la cronaca di una giornata qualunque e vi giuriamo che non faremo neppure cenno al conflitto di interessi, anche per non turbare il riposo di quegli esponenti del centro sinistra che non sopportano questa orribile parolaccia.
Ebbene tra domenica sera e lunedì si sono consumati i seguenti episodi.
Le cronache sportive in tv, soprattutto sugli schermi della Rai, ci hanno deliziato con tutte le immagini possibili da San Siro in occasione di Milan Roma. Abbiamo saputo tutto sui fischi riservati da un gruppo di ultrà a Paolo Maldini, nel giorno del suo addio. Peccato che nello steso stadio altri firschi e beffardi striscioni dedicati alle veline fossero stati indirizzati nei confronti del Presidente del Consiglio, nonchè proprietario del polo unico Raiset, nonchè patron del Milan medesimo. Forse per non disturbare il riposo e la serenità dell'imperatore, alcune trassmissioni hanno deciso di non farne cenno. Eppure lunedì mattina la rosea, la Gazzetta dello sport, ha ritenuto di dedicare alla clamorosa contestazione una grande foto notizia con tanto di striscione.
Nelle stesse ore il servizio d'ordine mediatico di re Silvio ha sferrato una offensiva di rara violenza contro la trasmissione Report di Milena Gabbanelli, accusta di ogni nefandezza per aver osato mettere il naso nelle vicende delle frequenze tv, negli sprechi di Catania, nelle tante truffe quotidiane che travagliano la vita di milioni di italiani. La puntata, altro titolo di demerito, ha raggiunto punte record negli ascolti, un reato gravissimo per chi è Presidente del Consiglio e proprietario della concorrenza. Il ministro Bondi e Gasparri, per citare solo qualche nome si sono esibiti nell'abituale repertorio.
In realtà si tratta di un avviso diretto al direttore generale affinchè provveda, quanto prima, a rimettere in riga Rai Tre e il Tg3, buttando fuori dal video gli autori e i temi sgraditi al capo e indicati con grande precisione dal fedelissimo Marcello Dell'Utri in alcune interviste.
Come se non bastasse, il ministro La Russa ci ha fatto sapere che l'Unità assomiglia sempre più a Novella 2000 perchè continua ad occuparsi del caso Mills e di Noemi. La stessa sorte è stata riservata a Repubblica che ha osato solo pensare di poter porre domande all'attenzione del sovrano. Il ministro La Russa non apparve così indignato neppure quando alcuni giornali di famiglia, famiglia Berlusconi si intende, si dedicarono alla vita privata di Gianfranco Fini, con tanto di foto e di salaci commenti. Le vicende che riguardavano Fini non erano neppure lontanamente parogonabili a quelle di questi giorni, ma la cosa non suscitò grande emozione. Evidentemente anche a Fini poteva essere riservato qualche energico "massaggio mediatico". Per non parlare di quanto è stato detto, scritto e pubblicato sulla signora Veronica che, ricordiamolo, è stata la rpima a denunciare in modo circostanziato le stranezze del marito presidente, e non ci risulta che abbia ritrattato alcunchè.
Per completare il quadro basterà ricordare che quasi tutti i Tg ci stanno facendo ascoltare lo sdegno di Berlusconi e della sua corte, ma quasi nessuno ci ha letto qualche riga della sentenza Mills o i passi salienti delle accuse di Veronica o di Gino, il primo fidanzato di Noemi.
Chiunque continui a negare l'esistenza di un regime mediatico non può neache più implorare il beneficio della buona fede.
Per questo hanno fatto benissimo i sindacati dei giornalisti a convocare per giovedì prossimo a Roma al cinema Capranichetta, davanti alla Camera dei deputati, una manifestazione nazionale contro l'assalto in atto contro l'articolo21 della Costituzione e per radere al suolo quel poco che ancora resta della autonomia della Rai. Per questo vi invitiamo tutti a essere presenti.
Recuperiamo l'informazione
Informazione: questo è il punto da cui partire. Non per massimalismo, ma perché se andiamo a guardare l'informazione nel nostro Paese è sempre peggio e sempre meno. Se n'è accorta anche un'organizzazione americana, non politica ed indipendente, che ha il curioso nome di “Casa della libertà”, fondata tra l'altro da Eleonora Roosevelt, moglie del presidente Roosevelt. Ai tempi non esistevano molti dei fenomeni di cui si parla ora, ma nel 2009 questa Freedom House ha stilato una classifica, prendendo atto che 3 paesi, molto diversi tra di loro ma forse con alcuni punti in comune, Iran, Israele e Italia sono scesi di classifica.
L'Italia arriva al 76° posto, considerato quindi tra i paesi “parzialmente liberi”. Perché “parzialmente liberi”? Penserete che la Freedom House si basa su impressioni del momento, ma l'organizzazione si basa su dati di fatto, strutturali, e dice che l'Italia precipita al 76° posto per due ragioni molto pratiche e concrete. La prima riguarda una proprietà esorbitante, classica di un conflitto d'interessi gigantesco, del Presidente del Consiglio rispetto al sistema televisivo.
Quando si trattò di mandare avanti il disegno di legge Gentiloni sul sistema televisivo il centro sinistra si squagliava. Proprio ieri ho visto Gentiloni, e dicevamo che effettivamente il centro sinistra non volle opporre alla legge Gasparri una nuova legge che limitava la pubblicità nel sistema televisivo e che creava una fondazione che avrebbe dovuto governare la Rai.
L'altra ragione strutturale per cui l'Italia precipita tra i paesi parzialmente liberi è molto concreta. Le associazioni mafiose nel nostro Paese sono cosi forti e presenti nelle relazioni sociali che molti non raccontano le cose che dovrebbero raccontare perché hanno paura, direttamente o indirettamente.
Mi capita spesso di essere intervistato da giornali della destra italiana, e la cosa divertente è che tutte le volte che mi intervistano fanno delle interviste abbastanza pulite però inzeppano sempre qualcosa che non ho mai detto. Un esempio è l'ultima intervista rilasciata a Il Giornale dove viene scritto che Di Pietro non mi entusiasma. E già, “sono scemo, se Di Pietro non mi entusiasma perché dovrei aderire al progetto dell'Italia dei Valori per cambiare questo Paese”, sarebbe assurdo, ma loro la devono dire questa cosa perché altrimenti i loro padroni protestano.
Abbiamo un'informazione malata e non in grado di andare avanti, d'altra parte i dati sono strutturali. Quando di 6 canali televisivi il Presidente del Consiglio ne è proprietario e controllore è già un dato. Andando a guardare i quotidiani, che oggi sono diffusi meno di quanto lo erano nel 1936, alba dell'Impero italiano, e c'era un numero altissimo di analfabeti, le ricerche dei linguistici dicono che almeno il 60% della popolazione non è in grado di legge e comprendere i giornali. Questi giornali hanno un'altra caratteristica, ossia che sono di proprietà di gruppi industriali che hanno tutti interessi con il governo in carica, quindi non possono dare fastidio al manovratore.
Questo è un Paese senza informazione. Certo, ci sono alcuni blog come quello di Beppe Grillo e Antonio Di Pietro, o come Articolo21 e Antimafia2000 che mi piacciono tanto, ma hanno un numero di lettori troppo bassi rispetto a quello della carta stampata e della televisione.
Non esiste una situazione simile in Europa. E' vero che in tutto il pianeta c'è una concentrazione notevole dei media che costituisce un difetto per una democrazia effettiva, ma rispetto alla Francia, agli Stati Uniti, alla Germania, noi siamo ad un livello di sotto sviluppo. L'Italia è un Paese che in tanti momenti ha avuto una cultura capace di parlare agli italiani, agli europei e ai paesi occidentali, ma che oggi è un Paese gravemente malato sul piano dell'informazione. Parlare oggi del conflitto d'interessi gigantesco, che non ha soltanto il Presidente del Consiglio ma anche tanti altri uomini politici, non si può fare, come non si può parlare di questa asfissia informativa. Molte notizie non le sappiamo.
Durante una discussione di Articolo21 è intervenuta la Presidente della provincia de L'Aquila, la quale ha raccontato che il modo in cui la televisione parlò del terremoto e di come vivono i terremotati non corrisponde al “film” che lei vive sul campo. Aveva detto che la Commissione grandi rischi era andata a L'Aquila qualche giorno prima dicendo a tutti di stare tranquilli, tanto è vero che alla prima scossa delle 11 nessuno si era mosso perché la Commissione aveva detto che non c'era pericolo, ma nella seconda scossa è saltato tutto per aria. Però, dopo che la Presidente della provincia de L'Aquila ha detto tutto ciò in una trasmissione televisiva non l'hanno più invitata da nessuna parte perché diceva la verità, e la verità è una merce che non si può portare in giro in questo Paese.
Mi chiedo: se questo è il sistema dell'informazione, è possibile che tutti gli italiani lo accettino tranquillamente? Possibile che salvo 4 gatti, che siamo noi, nessuno faccia qualcosa per andare contro a questa situazione che non è quella di un Paese civile? Devo sempre ricordare che mi ha intervistato la televisione sud coreana perché preoccupata che il modello Berlusconi si instaurasse anche nella Corea del Sud, un Paese non europeo. La situazione è questa e peggiora sempre.
Un gruppo come quello de l'Espresso, che qualche anno fa era in una posizione di critica del sistema di potere dominante, ora lo vediamo molto più tranquillo, meno conflittuale, “bisogna andare d'accordo”. Ma con chi dobbiamo essere d'accordo? Con il grande monopolista delle televisioni? Ma è possibile pensare ad un accordo con un sistema pre-capitalistico? Questo non è un sistema capitalistico, è molto più feudale che capitalistico.
Sento un grande interesse ai discorsi che fa Luisa Capelli sulla Rete, dove anche io trovo qualche spazio maggiore. Però devo sottolineare che Rete e mezzi d'informazione hanno un loro legame. Infatti, si sentono attacchi contro i blog, che stanno dando fastidio in un sistema cosi blindato e organizzato in maniera corazzata.
Un Paese senza informazione non respira, non fa circolare la cultura. Un Paese come questo fa si che non si possano comunicare progetti culturali.
Non sono, nonostante questo, del tutto pessimista, però ritengo che il problema non sia soltanto di chi fa politica attiva, ma di tutti gli italiani. Che si rendano conto di questa situazione e facciano qualcosa insieme a noi per cercare di modificare le cose. La legge Gasparri sulle televisioni che il centro sinistra non ha messo in discussione e modificare è una legge abnorme.
Se uno legge il testo della legge Gasparri vede che la sua preoccupazione non è di porre i limiti antitrust, ma quello di allargare lo spazio che i duopolisti possono aggiungere alle loro trasmissioni,. Scrivere un legge di questo tipo significa non uscire dall'idea dell'abolizione di ogni effettiva concorrenza all'informazione, ma di trovare aggiustamenti all'interno dell'oligopolio.
Non bisogna disturbare John Neville Keynes o John Robbins per parlare contro gli oligopoli, basta leggere tutta la letteratura anche del governo precedente per rendersi conto che un Paese senza concorrenza e libertà informativa rischia di morire.
I fatti separati dalle opinioni
La democrazia effettiva può poggiare solo sulla conoscenza perché solo il cittadino consapevole può prendere decisioni responsabili. Al contrario, il cittadino inconsapevole è facile preda della manipolazione.
Per garantire i vantaggi assicurati dalla conoscenza è necessario che i cittadini possano attingere a un'informazione il più possibile rispettosa della verità e aliena dalla falsificazione.
Poiché non esiste giudizio certo e indiscutibile per garantire la verità dell'informazione, è fondamentale che le sue fonti siano molteplici e di diverso orientamento. Ma ancora di più sarebbe necessaria l'indipendenza dal potere politico. E' davvero possibile?
Il dettato classico dell'informazione pura è: i fatti separati dalle opinioni. Facile a dirsi, meno a farsi. Gli editori e i direttori degli organi di informazione vivono nel mondo reale, avviluppati in una rete di rapporti economici, sociali, politici e quindi possono esprimere opinioni proprie, farsi liberamente portavoce di opinioni altrui, o possono appoggiare interessi contrapposti ad altri interessi.
Per questo, nel nostro paese, dove spesso prevale l'opacità, sarebbe essenziale la trasparenza.
In Italia l'informazione vive in una condizione infelice, per sé stessa e per i cittadini perché il potere politico coincide con il possesso dei più potenti strumenti d'informazione. Le sue possibilità di manipolazione sono vaste e profonde.
I cittadini consapevoli ogni giorno, di fronte all'ultima notizia, possono nutrire il legittimo sospetto: tutto ciò che credo di sapere potrebbe non essere vero.
Perciò è necessario lottare per un'informazione libera e indipendente dal potere politico.
Ne discuteremo domani 20 maggio, a Milano, presso il Circolo della Stampa, con il Presidente Antonio Di Pietro e i candidati alle europee Sonia Alfano, Luigi de Magistris e Carlo Vulpio.
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Diaz, una ferita ancora aperta
Ci troviamo davanti alla scuola Diaz di Genova, alla quale ho dedicato una ricostruzione dei fatti del G8: un fumetto.
La ricostruzione si basa sul documento della Procura della Repubblica, la memoria illustrativa, che un amico Avvocato mi ha affidato dicendomi: devi assolutamente fanne uno spettacolo teatrale, perché le persone devono assolutamente sapere.
Ho cominciato a leggere questo documento e in breve sono stata assolutamente concorde con l’amico. Sì, le persone devono sapere, solo che lo spettacolo teatrale mi è sembrato poco. Ho voluto cercare un mezzo che fosse capace di diffondersi maggiormente, quindi sono arrivata all’idea del fumetto. Un lavoro basato tutto su documenti, e a questo ci tengo molto: non c’è una parola di mio, riprendo i verbali, riprendo i documenti, c’è solamente il commento di un agente che fa osservazioni di buonsenso, ma è molto riconoscibile e identificabile.
E’ un fatto, questo della Diaz, che porta ancora una ferita aperta per Genova e per l’Italia. Ne va molto della credibilità del nostro Paese. Teniamo conto che la maggior parte di questi ragazzi, che si trovavano presso la scuola Pertini perché era stata assegnata loro come dormitorio, erano in molti di loro addormentati e colti nel sonno, pestati in maniera sanguinaria: questo nessuno assolutamente lo nega.
Di fronte alla scuola Pertini abbiamo la scuola Pascoli, quella che di fatti si chiama scuola Diaz e che si compone di questi due edifici scolastici. Come si può vedere, dalla scuola Pascoli si può osservare quello che avviene alla scuola Pertini. La scuola Pascoli era stata assegnata dal Comune di Genova in maniera del tutto ufficiale al Genoa Ligal Forum e Genoa Social Forum che vi avevano posto i personal computer, le ricerche, la sala degli Avvocati, dove ricostruivano e raccoglievano le testimonianze di quanto era avvenuto durante quei giorni, dagli gli assalti della polizia e le vittime degli stessi.
Cos’è accaduto a questo punto? Che prima ancora, o contemporaneamente, all’incursione fatta alla scuola Pertini, la Polizia Municipale si era recata nella scuola Pascoli, sequestrando tutto il materiale con cui era possibile riprendere ciò che avveniva di fronte: telefoni cellulare, videocamere, macchine fotografiche. Inoltre, erano entrati nell’aula degli Avvocati distruggendo i personal computer, per cui c’è anche un aspetto di peculato perché sono stati distrutti personal computer che erano di proprietà del comune, quindi proprietà di noi tutti, rimuovendone le memorie e portate via in sacchi neri tipici della spazzatura.
Questo perché? In base a cosa? Una perquisizione del tutto arbitraria. Quello che sconvolge sono le spiegazioni: “Abbiamo sbagliato edificio, non dovevamo andare lì, ma non conoscevamo i luoghi e quindi…”. Uno sbaglio abbastanza articolato se si va con sacchi di plastica, si distruggono i personal computer e si rimuovono le memorie. Qualcuno, però, è riuscito a fuggire sui tetti, continuando la ripresa di quanto avveniva nella scuola Pertini. Questa ripresa ha costituito una testimonianza che ha costretto la polizia a cambiare le versioni dei fatti che avevano fornito in prima istanza: le versioni sono state cambiate e spesso ci si appellava a voci fantomatiche.
Cos’è accaduto? “Qualcuno aveva detto che succedevano alcune cose”. Chi l’ha detto? “Beh, chi l’ha detto non si sa, c’era confusione e quindi non è stato possibile poi risalire alla fonte di queste false notizie”. Ma false notizie sulla base delle quali la Polizia, che dovrebbe tutelarci, ha fatto veramente, lo sappiamo, una carneficina, sulla base di un qualcosa di assolutamente non ricostruibile.
L’incursione era stata consentita perché si sospettava vi fossero armi da guerra, che non sono state trovate per quanto la perquisizione abbia poi raccattato materiale di edilizia, assolutamente non sono confondibili con armi di nessun tipo, tanto meno da guerra. Per cui, a un certo punto, sono spuntate le fatidiche molotov, in realtà trovate durante il pomeriggio, in altro luogo, e sono state portate sui luoghi per creare la prova che in realtà non c’era.
Chi ha portato le molotov è stato poi condannato nel processo, ma chi le ha portate materialmente? I vertici della Polizia che le hanno utilizzate, riconosciute come prove, hanno invece detto: “Mah, a noi è stato detto che erano state trovate lì”. Da chi? “Mah, non si sa, c’era confusione e noi abbiamo pensato che se qualcuno ce le dava lì, queste erano state trovate lì”.
Sappiamo che anche questa prova si è volatilizzata e non l’abbiamo più a disposizione. Una cosa sconcertante è stata la difesa dei vertici della Polizia, perché non posso, io cittadina, accettare che le persone a cui affido la tutela della mia sicurezza poi producano cose come queste. Vi faccio vedere un verbale di arresto mendace, chiaro ed evidente, da nessuno smentito, firmato da 15 persone. Un documento di questa portata viene generalmente firmato con nome e cognome riconoscibili, stampati e poi accanto la firma. No, questo è firmato con una serie di scarabocchi indecifrabili, tanto che l’identificazione dei sottoscrittori ha richiesto un’indagine da parte della squadra mobile, e quindi, in realtà, da colleghi.
Tra tutte queste firme è molto visibile un punto interrogativo: c'è una firma che tutt’oggi rimane indecifrata. Vorrei far riflettere sull’assurdo: un atto pubblico anonimo è una contraddizione in termini e la Procura l’ha stigmatizzato. Nessuno si fa avanti e si assume la responsabilità di avere sottoscritto questo atto.
Bisogna essere per forza antimilitaristi per condannare l’operato dei vertici della Polizia in questo episodio? E' la domanda che ho fatto a Nando Dalla Chiesa, prefattore del fumetto, un uomo di sicura fede democratica ma anche figlio di un militare, il quale ha risposto: “No, non bisogna essere antimilitaristi, ma bisogna anzi amare le forze dell’ordine e la loro funzione, per essere i primi a ribellarsi di fronte a quanto è accaduto e quanto è stato fatto”.
I vertici della Polizia non sono stati chiamati a rispondere del loro operato, ma solamente chi ha ubbidito poi di fatto ha subito condanne, non chi ha comandato. Questo credo sia gravissimo, perché quando le forze dell’ordine agiscono in maniera così fortemente sovversiva è un fatto che dovrebbe coinvolgere veramente tutti. Non si può parlare di legalità e di garanzia se non c’è la responsabilità. Chi può agire, chi ha le armi in pugno, chi ha il manganello, deve essere più responsabile di qualsiasi altro del proprio operato, altrimenti nessuno di noi assolutamente è garantito!
Quello che ho voluto fare con questo fumetto è proprio fare arrivare ai fatti, non a chi su questi fatti aveva già una convinzione, ma a chi tutto sommato poteva essere esitante: coloro che portano con se valori che vanno nella direzione di una difesa delle forze dell’ordine, ebbene, dovrebbero essere veramente i primi a ribellarsi a quanto è accaduto.
Hanno agito in quale modo? Hanno agito certi di una copertura politica, certi dell’impunità. Questo è l’aspetto che dovrebbe veramente preoccuparci di più. Queste persone non solo non sono state chiamate a rispondere, ma sono state promosse. Sul fatto Diaz bisogna assolutamente ritornare, non possiamo andare avanti come se nulla fosse, portandoci dietro una ferita e un’immagine del nostro paese che veramente ci offende, che ci preoccupa.
In una delle pagine di questo fumetto abbiamo un esame comparativo dei certificati medici: da una parte i certificati che riguardano la Polizia, con 17 referti refertati in casa, dall'altra quelli che riguardano invece le vittime, 62 referti refertati in struttura ospedaliera.
Il documento della Polizia riporta: “spiegazione della dinamica lesiva da parte degli offesi: nessuna. Contusioni, distorsioni, stiramenti e una escoriazione. Presumibile causa accidentalità nel corso dell’operazione, in alcuni casi ammessa dagli agenti, difficile pensare a colluttazioni. Tempo di guarigione massimo 10 giorni”.
Il documento della struttura ospedaliera riporta: “spiegazione della dinamica lesiva da parte degli offesi: dettagliata. Traumi cranici e fratture agli arti superiori, ferite nella quasi totalità dei casi. Presumibile causa colpi ricevuti da soggetto a terra in posizione di difesa. 28 ricoveri di cui 3 in prognosi riservata”.
La domenica successiva in Questura c’è stata la conferenza stampa e durante la quale la portavoce del Dott. Sgalla, che è l’addetto alla comunicazione del capo ufficio stampa della Polizia, dichiara letteralmente questo: “Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite”.
La Polizia ci viene a dire che questi 62 giovani che hanno presentato ferite già le avevano. Vedendo quale era la gravità delle contusioni e delle ferite, questi giovani si sono, come minimo, trascinati moribondi alla scuola Diaz. Possiamo accettare che la Polizia ci dia una versione dei fatti di questo tipo? Credo proprio di no.
Torniamo in Europa ricostruendo la nostra immagine, la nostra credibilità, riportandoci allo stato di Paese dignitoso, democratico, sicuro, e non come Paese canaglia. Lo stato di diritto è stato compromesso, ma non possiamo lasciare aperta questa ferita: la dobbiamo risanare in maniera convincente per tornare in Europa dignitosamente.
Informare per resistere
Stanno fagocitando il nostro paese. Razziando ogni risorsa disponibile. Indebitando noi ed i nostri figli. Ripristinando le leggi razziali. E nessuno né da notizia. Giornali e televisioni continuano a riportare le farneticanti menzogne di destra e sinistra mentre Freedom House bolla l'Italia come “parzialmente libera” in quanto a libertà d'informazione.
Bisogna resistere e per resistere è necessario conoscere. Ed è proprio per informare su quello che ci sta accadendo intorno, per dire a gran voce tutto quel che ci viene sapientemente nascosto, che oggi alle 21 sarò a Palermo, al Giardino Inglese, insieme a Beppe Grillo, Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi.
L'informazione libera è il perno centrale della democrazia e quando diviene “parzialmente libera” vuol dire una sola cosa: regime.
L'Europa è l'unica arma che ci resta contro il regime ed è per questo che mi candido al Parlamento Europeo.
Lo sto facendo nelle liste di Italia dei Valori rispondendo ad un progetto di straordinaria importanza come quello che Antonio Di Pietro sta attuando aprendo il proprio partito a persone come me, Carlo Vulpio, Luigi De Magistris e dunque alla società civile.
In Europa non sarò sola. Sarò in compagnia di tutte le persone del Movimento Grillo e di tuytte le persone che condividono i nostri stessi ideali, perchè è con loro che ho iniziato il mio percorso ed è al loro fianco che vorrò continuare a resistere. Andiamo in Europa, tutti insieme, per impedire ai nostri politici di rubare i fondi europei stanziati per l'Italia, per fermare l'ascesa delle mafie nell'economia dei paesi membri ma sopratutto per difendere la Democrazia e la Costituzione in memoria della quale migliaia di italiani hanno donato la propria vita. La resistenza riparte da Palermo, le cui strade odorano ancora del sangue di migliaia di persone morte in difesa della democrazia.
Verso una Societa' della conoscenza
“La Cultura e l’Europa - Verso una Società della conoscenza” è il convegno organizzato da Italia dei valori, oggi alle 11 a Roma, nella sala Capranichetta dell’hotel Nazionale, e in diretta streaming da questo sito
Il convegno/dibattito vedrà a confronto quattro euro candidati dell’Italia dei Valori, esponenti illustri della cultura italiana, impegnati sui temi della libertà, della cultura, dell’informazione, dell’università e della ricerca, in Italia e in Europa.
Partirà Luisa Capelli, che da anni si occupa delle libertà e dei diritti connessi alla diffusione delle tecnologie digitali, col tema: ‘Libertà di conoscenza: diritto all'accesso e alla condivisione’.
Seguirà poi l’intervento di Giorgio Pressburger, regista, scrittore, drammaturgo e giornalista, con ‘La cultura in vendita - Arte, società, spettacolo’.
Nicola Tranfaglia, deputato al Parlamento italiano e componente della Commissione cultura, scienze, istruzione e della Commissione per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, svilupperà invece l’argomento ‘Un paese senza informazione’.
E per finire Gianni Vattimo, filosofo e politico, già membro della Commissione temporanea sul sistema d’intercettazione satellitare “Echelon”, parlerà di ‘Università e ricerca: no al mito americano’.
A moderare l’incontro il senatore dell’Idv Pancho Pardi che affiderà le conclusioni ad Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori.
La morale al tempo di Porta a porta
E’ sempre colpa della sinistra! A prescindere, avrebbe aggiunto Totò.
Per la prima volta, nel lessico del Premier, scompare il sostantivo comunista, utilizzato ogni qual volta c’è stata necessità di lanciare accuse di remare contro, per far posto a un più generico la sinistra. Che fa perfettamente il paio con la signora, termine con il quale Berlusconi ha liquidato la propria consorte all’inizio della prima botta e risposta tra i due dopo l’esternazione pubblica di Veronica Lario contro il ‘ciarpame senza pudore’, riferendosi alla prevista presenza delle veline nelle liste Pdl per le elezioni europee. Anche in questo caso è stata colpa della sinistra che avrebbe sobillato e riempito la testa di strane idee controrivoluzionarie la propria consorte, come se la questione della qualità delle candidate non fosse stata posta in primis dalla Fondazione FareFuturo del Presidente Fini rivendicando, appunto, di aver posto un problema culturale e politico, non di aver fatto gossip.
E non è certo di gossip che voglio parlare ma certamente una riflessione tra ciò che è pubblico e ciò che è privato è necessaria. Fin dagli anni ’70 si è sviluppato un dibattito su questa questione e la sintesi tra le due contrapposizioni si concretizzò nel famoso “il personale è politico”. Il nostro Presidente del Consiglio, dalla dirompente discesa in campo nel 1994 a oggi, ha scelto di vivere una vita pubblica la cui apoteosi fu ben rappresentata da quella pubblicazione fatta avere a milioni di italiani nel 2001 e che raccontava, anche per immagini intime e familiari, il suo percorso imprenditoriale e politico. Questa scelta, tutta politica appunto, gli ha procurato il consenso e la popolarità che con sapienza, e insipienza della sinistra, ha rafforzato in questi anni anche con l’accondiscendenza di una stampa ben addomesticata (la stessa stampa che si è poi scagliata, come si fa con una muta di cani, volgarmente e ignobilmente contro la Lario, sprezzantemente definita velina ingrata, e probabilmente quella che ci fa meritare di essere classificati, in quanto a libertà di stampa, dietro al Benin).
L’ultimo episodio giornalistico è proprio l’apparizione del Premier alla recente puntata di Porta a porta, palcoscenico ideale per i suoi accessi narcisistici e per quelli di Bruno Vespa, senza contraddittorio, con giornalisti fin troppo benevoli e per di più in palese violazione della par condicio. Quello che colpisce molto in questa vicenda è l’assenza di commenti della maggioranza politica che lo sostiene, ben nascosta dietro il “Non possiamo interloquire, sono fatti privati tra moglie e marito”, soprattutto con riferimento alla grave e reiterata accusa della, si può dire, ex moglie sui rapporti tenuti in passato da Berlusconi con una ragazza oggi diciottenne, che lo definisce "Papi".
Non è più una vicenda privata quella che si sta dipanando tra il Cavaliere e la Lario in virtù del fatto che proprio quest’ultima ha pubblicamente denunciato (l’aveva già fatto due anni fa sempre su Repubblica) la discutibile etica politica, la superficialità nei comportamenti e, aggiungo, le esternazioni che in questi anni hanno fatto il giro del mondo, di Berlusconi. Quando si giunge, e poi lo si rafforza e lo si coltiva con cura, al degrado politico e morale cui Berlusconi sta abituando una buona fetta di italiani e allora, senza esagerazione, mala tempora currunt.
Lotta per l'informazione, lotta per la sopravvivenza
Siamo stati così abituati, dalla nostra educazione moralistica, a distinguere l’informazione dalla “formazione”, che non ci viene più nemmeno in mente di mettere in dubbio che sia così. Sarebbe ora di cominciare a dubitare che la "formazione”, cioè l’educazione che tocca profondamente la personalità, che la struttura in vista dell’assunzione i responsabilità sociali ed etiche, sia qualcosa di veramente distinto dalla informazione. Chi ha sempre sostenuto la distinzione sono quelle agenzie educative che si presentano come depositarie di un nucleo di verità – sull’uomo, l’esistenza, la vita e persino l’al di là – indipendente dalla casualità delle vicende storiche. I maestri di spiritualità, per lo più nella nostra tradizione i cristiani, hanno sempre messo in guardia dalla "curiositas" – o, come anche l’hanno talvolta chiamata,il “prurito di udire”. Dimenticando che lo stesso Vangelo è, anzitutto, lieta novella, cioè informazione, notizia.
Si può cominciare di qui una riflessione sul tema “cultura e informazione”, anzitutto per sottolineare l’importanza che l’informazione ha nella costruzione di una cultura, intesa come quel patrimonio stabile di convinzioni, credenze, valutazioni, che stanno alla base di una personalità e che sono anche il nocciolo di una “cultura” in senso antropologico, quella intelaiatura di idee, ideali, valori che distinguono una società da un’altra e che sono, in tanti sensi, la “sostanza” su cui noi tutti ci reggiamo. Il diritto a un’informazione non manipolata è dunque un diritto umano fondamentale, senza di cui non si costruisce nessuna personalità capace di sussistere nel mondo con una propria continuità e dunque anche con una capacità di progettarsi la vita.
La lotta per l’informazione è una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Di qui la centralità che, per un programma politico, non può non avere la libertà dei flussi di informazione, la molteplicità delle voci, la lotta contro ogni monopolio informativo e contro le pretese di una verità di stato. Un politica rispettosa della cultura e del diritto all’informazione non può che essere una politica “babelica”; cioè consapevole che il modo migliore per dire e conoscere la verità è rifiutarsi di identificarla con una qualche espressione unica e definitiva. Non ci sono “fatti” ultimi su cui si possa verificare la verità di una proposizione. Possiamo solo difendere la possibilità che ci siano molte e libere interpretazioni Sarà un po’ più faticoso che aspettare che qualcuno – papi, governi, comitati centrali, scienziati – ci dica la verità. Ma senza Babele non saremmo più nemmeno umani.

