PARENTOPOLI COME TANGENTOPOLI, NESSUNA OMERTA’ SUL CLIENTELISMO
Come e più di tangentopoli, lo scandalo di parentopoli sta travolgendo l’Italia. Oggi i reati che infestano la politica non sono le mazzette e i finanziamenti illegali ai partiti, ma sono le assunzioni facili, dirette e senza alcun criterio di merito, dei figli, delle amanti, dei nipoti e dei conoscenti. Parentopoli non è solo un problema giudiziario, sul quale la magistratura sta indagando per scoprire eventuali danni erariali o abusi d’ufficio, ma è anche un problema civile al quale la politica deve rispondere con trasparenza e con una nuova “Mani pulite” se vuole evitare il lancio di monetine, come è avvenuto 20 anni fa. Lo scandalo di parentopoli nasce a Roma ma si allarga a tutta l’Italia. Il caso è quello dell’ATAC, l’azienda municipale dei trasporti del Comune di Roma, nella quale sono state fatte oltre 850 assunzioni senza concorso, 400 delle quali solo per autisti. Il meccanismo della chiamata diretta, senza una selezione pubblica basata su titoli ed esami, ha portato ad assumere anche persone controverse: due condannati per fatti di terrorismo nero, come Francesco Bianco dei Nar e Gianluca Ponzio di Terza Posizione, coinvolti nel giro di Fioravanti e di Mokbel per intenderci; una cubista come Giulia Pellegrino, segretaria del direttore industriale di Atac Marco Coletti; gente raccomandata da Alemanno, come il figlio del capo scorta del sindaco; ancora donne e uomini sponsorizzati dal sindacato, come la figlia e il genero di Alberto Chiricozzi, segretario regionale della Cisl; oltre a tutta una sfilza di parenti e amici.
E dopo l’Atac è arrivata l’Ama, l’azienda municipalizzata sempre del Comune di Roma che si occupa di ambiente. Anche qui i posti di lavoro sono stati assegnati senza concorso (75 “impiegati” e oltre 800 netturbini) a numerosi figlioli prodighi: Ilaria Marinelli (figlia del caposcorta del sindaco Alemanno), Stefano Andrini (l’ex estremista di destra implicato anche nell’inchiesta Mockbel che Panzironi aveva promosso amministratore delegato di Ama Servizi), Armando Appetito (che subito dopo l’assunzione in Ama ha sposato la figlia di Panzironi) e Fabio Magrone (assistente dell’europarlamentare del Pdl Roberta Angelilli).
Dopo l’Ama arriverà l’ora degli altri enti controllati da Comune, Provincia e Regione. Così, mentre i raccomandati di parentopoli prendono lauti stipendi pagati dai cittadini non in base ai meriti ma alle conoscenze, le aziende pubbliche hanno pesanti debiti di bilancio: quello dell’Atac ammonta a 120 milioni di euro l’anno, quello dell’Ama a 23 milioni di passivo. Questi buchi non permettono alle aziende di ammodernare il parco dei mezzi pubblici, assumere più autisti, intensificare la raccolta dei rifiuti.
I cittadini insomma ci rimettono due volte: prima perché non riescono a trovare lavoro perché i concorsi non vengono banditi e i posti occupati tramite un sistema clientelare, poi perché subiscono i disagi di autobus e metro e vedono le tariffe rifiuti innalzano ogni anno di più.
Questo sistema clientelare nega al nostro Paese un futuro con una classe dirigente preparata, con servizi pubblici gestiti da persone competenti, con opportunità di lavoro. Blocca lo sviluppo e distrugge l’idea democratica sulla quale i nostri padri costituenti hanno cercato di costruire l’Italia. Parentopoli è la negazione dell’uguaglianza stabilita dall’articolo 3 della Costituzione ed è la morte del diritto al lavoro sancito dagli articoli 35 e 36 della Carta. Di fronte a questa ondata di illegalità, che sta travolgendo il sistema politico e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, la magistratura e la politica devono far chiarezza e rompere questa rete che crea cittadini di serie A e cittadini di serie B. Anche i cittadini possono fare la loro parte segnalando queste irregolarità. Inoltre, come Italia dei Valori, invieremo una sollecitazione a tutti i ministri, i presidenti di Regione e di Provincia, i sindaci, i dirigenti delle aziende pubbliche perché contribuiscano alla trasparenza, dando pubblicazione dell’elenco dei consiglieri, dei consulenti, degli esperti e dei dipendenti assunti con chiamata diretta negli ultimi cinque anni. La peggiore connivenza con parentopoli è il silenzio e l’omertà.
I manganelli contro la “cultura”
Venerdì ho sentito un’altra verità, triste, violenta, repressiva, una verità che mette in discussione molte dichiarazioni della stampa e dei mezzi di informazione, una verità dichiarata dai lavoratori del San Carlo, che sicuramente non sono sovversivi comunisti, una verità che parla di cariche contro chi, pacificamente, e sottolineo pacificamente, manifestava contro i tagli alla cultura e cercava, pacificamente, la solidarietà delle maestranze di una delle più ragguardevoli istituzioni culturali napoletane e del mondo: il teatro San Carlo.
Gli artisti del San Carlo, infatti, indignati per tanta violenza, dichiarano che la notizia diffusa da alcuni mass-media secondo la quale c’era stato un tentativo di invasione degli studenti, è assolutamente falsa, anzi, essi stessi non avevano chiamato le forze dell’ordine, ma avevano sospeso volontariamente le prove della “Tosca” per dialogare con gli studenti ed esprimere la loro solidarietà alla protesta.
Anche il vetro di cui si parla non è stato rotto durante il fantomatico e pretestuoso tentativo di invasione degli studenti, ma durante l’accerchiamento e le spinte della polizia, a cui si sono aggiunti i carabinieri, che hanno caricato improvvisamente, violentemente e senza alcuna ragione valida, studenti ed artisti.
Manganellate ed insulti gratuiti sulle scale dell’ingresso principale, sotto il colonnato e fin quasi alla Galleria Umberto I, ai danni degli uni e degli altri, rappresentanti inermi della cultura italiana, in grave crisi e difficoltà per i tagli inferti e per la scarsissima attenzione del governo, sono una vergogna per le istituzioni e per lo Stato Italiano, così come vergognose sono le bugie impietose, che provano a nascondere la realtà. Quella fatta di voci, di indignazione, di immagini e filmati, di un violinista che non potrà partecipare alla rappresentazione per una manganellata alla spalla sinistra, che denunciano più di qualsiasi altra cosa la vile violenza della “carica”.
Un attacco gratuito e vergognoso alla cultura che riporta a quello di un giornalista del Giornale ad Anno Zero, nei giorni in cui erano in atto le proteste in tutte le fondazioni lirico sinfoniche per il decreto di "urgenza" sulla riforma di tali fondazioni, voluto dal ministro dei beni culturali Bondi, che diffondeva, tra l’altro, notizie false sulle buste paga dei musicisti, dichiarando che percepivano stipendi annui di ben 70.000€ lavorando soltanto 12/16 ore a settimana.
Ed allora mi chiedo, perché parlare di artisti qualificati che guadagnano nella realtà appena 38.000/42.000 euro LORDI/anno, cioè circa 2.000€/mese (con strumenti musicali comprati in proprio), a fronte di un monte ore ben superiore a quello riportato, e non mettere, invece, un tetto massimo accettabile per i direttori di orchestra, i cantanti, i registi, uniformato alle grandi orchestre europee, come avviene ad esempio a Berlino, Vienna e Londra? Perché non prevedere tempi di erogazione e fondi certi per la cultura così da consentire la giusta organizzazione? Perché non proporre Corsi di Formazione all’interno dei Teatri, che troverebbero l’accordo di tutti gli artisti? Perché non fare un disegno di legge che preveda la totale deducibilità dei contributi privati erogati a enti e fondazioni da parte dei privati?
La verità è che la politica ha rovinato anche i teatri che sono diventati “la discarica” degli incarichi, delle consulenze e dei favori, merce di scambio di voti e promesse, in cui i ruoli talora vengono rivestiti senza alcuna competenza specifica e senza un titolo di studio idoneo.
La verità è che un governo senza cultura, considera la cultura un costo e non un investimento, infatti gli altri paesi investono in cultura almeno tre volte quello che prevede l’Italia.
La verità è che il Piano di Rinascita di Licio Gelli è in pieno svolgimento.
La verità è che la politica deve togliere immediatamente le mani dalla cultura e dalla musica, prima che sia troppo tardi per poter tornare ai vecchi fasti, ai tempi in cui Leopold Mozart, il papà del celeberrimo musicista, in una lettera sottolineava l’onore di essere chiamato a Napoli, culla mondiale di cultura!
Caterina Pace, Coordinatrice Regionale Donne IdV Capogruppo Idv Provincia di Napoli
Adro, una sentenza a difesa della civiltà e della democrazia
Ci sono sentenze il cui valore politico e culturale va molto al di là della scelta a favore di una parte o dell’altra. Sono quelle che per la profondità e l’acume delle loro motivazioni, non meno che per la delicatezza del tema in questione, sono destinate a incidere non solo sulla giurisprudenza ma sulla definizione stessa del senso comune, sulla cultura di una Paese. Una di queste è la sentenza con cui il Tribunale civile di Brescia ha condannato il comune di Adro, guidato dal sindaco leghista Oscar Lencini, per aver esposto centinaia di simboli leghisti nella scuola elementare del paese.
Non si trattava però di stabilire se il sindaco avesse o meno il diritto di esporre quei simboli, tra l’altro, come accerta la sentenza, senza l’assenso dei dirigenti scolastici e anzi senza averli neppure informati. Il ricorso intentato dalla Camera del Lavoro di Brescia e dalla Flc Cgil accusava, infatti, il sindaco e l’amministrazione comunale di atteggiamento discriminatorio “nei confronti dei lavoratori operanti presso il polo scolastico onnicomprensivo di Adro”. La vicenda era quindi molto più sottile ma anche molto più importante di un semplice pronunciamento sul diritto o meno del sindaco di riempire una scuola pubblica con i simboli del suo partito.
Il Comune si era difeso negando che il simbolo del “Sole delle Alpi” contenesse un riferimento alla Lega Nord, sostenendo che si trattava di un simbolo tipico della zona di Adro. La sentenza dimostra che, invece, non esiste alcun legame tra il simbolo e quell’area geografica mentre ne esistono a volontà con il partito in cui milita il primo cittadino. Viene, tra l’altro, anche citata l’affermazione, mai smentita, della ex consigliere comunale leghista Rossana Sapori, secondo la quale quel simbolo sarebbe oggi proprietà di Silvio Berlusconi, che lo avrebbe ottenuto in cambio del salvataggio della banca leghista Credieuronord.
Il punto centrale era però quelle relativo alla discriminazione. “Saturare” un ambiente con simboli politici, riconoscono infatti i giudici, non vuol dire di per sé limitare le libertà di chi in quell’ambente opera, né condizionarne le opinioni che, trattandosi di adulti, si ritengono ovviamente già formate e neppure violarne la dignità o costringer loro a vivere in un clima di intimidazione.
Non si potrebbe, dunque, parlare di comportamenti discriminatori o di limitazioni della libertà se non fosse che i lavoratori in questione sono insegnanti ed educatori, una categoria specifica e particolare. tra i cui diritti figura in primissimo piano la libertà di insegnamento diretta “a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”. È il diritto a questo “confronto aperto” che viene negato, attraverso l’imposizione agli occhi degli allievi di una identificazione tra la loro scuola e la simbologia di partito.
Il Tribunale ha, dunque, stabilito non solo che i bambini devono essere protetti da campagne politico-mediatiche pervasive e invasive, tanto più se queste vengono allestite nell’ambiente “sacro” della scuola pubblica, ma anche che esercitare un simile condizionamento sugli allievi lede il diritto di esercitare un insegnamento libero e laico dei docenti, e dunque costituisce un comportamento di fatto discriminatorio.
Si tratterebbe di un pronunciamento di enorme importanza, in termini di civiltà e di difesa della democrazia sostanziale. Lo diventa ancora di più quando ci si trova di fronte a partiti come la Lega, che punta proprio su questo metodico e illecito condizionamento per stravolgere le basi fondanti della cultura democratica.
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Salviamo lo spettacolo, salviamo la libertà d’espressione
Domani sarà una giornata senz’arte: i sipari dei teatri saranno chiusi e il mondo dello spettacolo rimarrà in silenzio. I lavoratori della produzione culturale e dello spettacolo hanno indetto uno sciopero contro i tagli contenuti nella Finanziaria. “Si vuole rivendicare – scrive in una nota il Sindacato Lavoratori Comunicazione-Cgil - tra le altre cose, l'approvazione delle leggi quadro di Sistema dei settori dello spettacolo dal vivo e cineaudiovisivo, per riportare il Fus 2011 almeno al livello del 2008, ossia circa 450 milioni di euro. Si chiede la conferma del rifinanziamento per il prossimo triennio degli incentivi fiscali già esistenti per la produzione cineaudiovisiva e per favorire il processo di digitalizzazione appena avviato delle sale cinematografiche e contro la delocalizzazione delle produzioni cineaudiovisive; la modifica del ddl cinema per riorganizzare risorse e incentivi volti a rilanciare l'intero Settore. E per il Lazio, una legge regionale per la promozione e lo sviluppo delle attività cinematografiche ed audiovisive a tutela di tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione e all'esercizio''.
Noi dell’Italia dei Valori aderiamo allo sciopero di domani perché da sempre ci battiamo per la difesa della cultura, un bene collettivo della cittadinanza italiana, come l’acqua e le fonti di energia. Siamo pienamente d’accordo con i lavoratori di questo settore sulla necessità di reintegrare il Fondo Unico per lo Spettacolo e sull’esigenza di un rinnovo da parte del governo del tax shelter e del tax credit. Come responsabile del dipartimento Welfare e lavoro dell’Italia dei Valori, chiedo al Governo di voltare immediatamente pagina e di consentire alla cultura di uscire dal baratro nel quale è stata infossata da anni di tagli miopi e indiscriminati.
Per colpa della scure senza criterio del ministro Tremonti e dell’inadeguatezza delle scelte di Bondi siamo in questa situazione che, come denuncia il Slc-Cgil, rischia di far diventare anche il cinema, il teatro e la musica, come molti altri settori, un privilegio di pochi, sia dal punto di vista della produzione che da quello della fruizione.
Berlusconi e la sua maggioranza hanno sempre trattato le varie manifestazioni dell’arte alla stregua di inutili appendici, senza considerare che, per il nostro Paese, sono state e possono essere tuttora fonti inesauribili di ricchezza, di coesione e di occupazione. Solo il settore audiovisivo, infatti, alimenta un comparto da 250mila operatori, che, grazie a una grandi professionalità e talenti, sta contrastando la crescente delocalizzazione delle produzioni audiovisive e garantisce all’Italia la competitività e il pluralismo dell’industria cinematografica.
Noi non possiamo accettare che la produzione di un film, di uno spettacolo o di un concerto diventino ad appannaggio di pochi soggetti dominanti. La cultura è un diritto inalienabile che deve essere garantito al più ampio alveo di operatori. In questa situazione è, perciò, in gioco la libertà di espressione e di informazione del nostro Paese, già pericolosamente minata dall’egemonia delle testate del Presidente del Consiglio. L’Italia non deve e non può accettare altri oligopoli nella produzione culturale.
Cinecittà torni all’eccellenza
Manifestazione oggi pomeriggio presso gli studi di Cinecittà di Roma, per protestare contro la grave situazione in cui si trova il settore cineaudiovisivo, che svolge un ruolo trainante di tutta l’economia di Roma e del Lazio e di tutta la filiera produttiva: fra Cinecittà Studios, Cinecittà Luce e Cinecittà digital vi sono 400 dipendenti, e più in generale tra registi, attori e maestranze specializzate si arriva nel Lazio a 6000 addetti. Si calcola un indotto di 10.000 piccole e medie imprese artigianali del settore cineaudiovisivo con circa 100.000 posti di lavoro. All’iniziativa di oggi erano presenti anche Antonio Di Pietro, Vincenzo Maruccio, responsabile regionale IdV, Giulia Rodano, consigliere regionale IdV, e Maurizio Zipponi, responsabile nazionale Lavoro e welfare IdV, che hanno voluto manifestare la loro vicinanza a tutti gli operatori di un mondo oggi in grave difficoltà.
Con l’avvio della privatizzazione del Polo cinematografico di Cinecittà, infatti, la nuova proprietà si è disinteressata del suo sviluppo e della sua valorizzazione. Di conseguenza tutti i piani industriali che in questi anni si sono susseguiti non solo non hanno favorito il rilancio di Cinecittà, ma ne hanno accompagnato la decadenza.
Il gruppo Idv in Consiglio regionale ha presentato proposte di legge che riguardano il comparto cinematografico e che prevedono, fra gli altri, strumenti di riorganizzazione e rilancio del comparto, l’anticipo della restituzione dell’IVA per produzioni straniere che vengano a girare nel Lazio e contributi per chi viene a girare negli studios. Queste proposte si inseriscono nel quadro di una regione la cui nuova amministrazione Polverini ha determinato di fatto uno stallo delle iniziative rivolte al settore, con addirittura 49 opere cinematografiche in attesa di essere valutate da un nuovo nucleo di valutazione.
Il problema investe anche le 250mila persone che in tutta Italia lavorano nell’industria dell’audiovisivo, visto che il Ministro Bondi non ha ad oggi fornito alcuna certezza riguardo il rinnovo di tax credit e tax shelter, strumenti fiscali istituiti per la prima volta dal Governo Prodi che favoriscono con trasparenza gli interventi privati nel cinema italiano di qualità e incentivano la crescita dell’industria audiovisiva. Non solo: il governo Berlusconi ha ridotto ulteriormente il Fondo Unico dello Spettacolo e l’investimento nel settore, che in Italia è al minimo storico e che invece negli altri paesi è un valore riconosciuto politicamente, economicamente e socialmente.
CALABRIA, IDV BOCCIA IL PIANO LAVORO DI SCOPELLITI
Bocciato senza appello da Italia dei Valori il piano sul lavoro presentato dal Governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti nel cui ambito è uscito un primo bando che dovrebbe produrre, secondo le previsioni indicate nelle settimane scorse, circa settemila nuovi posti di lavoro attraverso gli incentivi assegnati alle aziende che assumono personale. Una posizione molto dura, quella dell’IdV, espressa a chiare lettere nella conferenza stampa alla quale hanno preso parte il segretario regionale Maurizio Feraudo, il capogruppo di palazzo Campanella Emilio De Masi ed i consiglieri regionali, Giuseppe Giordano e Mimmo Talarico.
Quasi nulla è stato salvato del provvedimento che, secondo il centrodestra calabrese, sarebbe destinato a dare un importante sostegno al mondo del lavoro proprio in questo periodo di crisi profonda.
La mancanza di strategia complessiva è la prima questione posta dal capogruppo De Masi: “Questo è un provvedimento privo di prospettive che non rappresenta un valido strumento a favore delle categorie sociali più deboli perché fuoriescano dal limbo della disoccupazione, anzi, è uno strumento mediocre in quanto privo di obbiettivi futuri”.
Non meno duro l'intervento di Mimmo Talarico che ha denunciato l'assenza di disposizioni mirate: “è un piano che distribuisce le risorse in maniera indiscriminata e non individua i settori che dovrebbero beneficiare di questi provvedimenti; non aiuta le imprese a rafforzarsi e non allarga il sistema produttivo calabrese che è gracile e precario”.
E' partito invece dai dati sempre poco confortanti dell'economia calabrese il ragionamento di Giuseppe Giordano: “l'ultimo rapporto Swimez sull'economia della nostra regione denuncia un quadro allarmante con la disoccupazione giovanile calabrese al 65% e con una continua migrazione al nord”. “Una condizione del genere, secondo Giordano, richiederebbe una politica incisiva ed il governo di centrodestra invece mette in piedi un piano che non da respiro e non produce alcuna meritocrazia; su questo noi faremo una grande battaglia perché non si possono sprecare le risorse comunitarie e la Regione deve creare risorse proprio eliminando gli sprechi di sistema che hanno affossato l’economia calabrese e lo stesso ente regionale”.
Una linea che ha incontrato il pieno sostegno di Maurizio Feraudo partito, nel suo intervento, dall'accusa rivolta alla Giunta regionale di aver cancellato il piano delle opere pubbliche del governo di centrosinistra: “Sono stati bloccati centotrenta milioni di euro destinati a numerosi comuni che avevano già avuto i decreti per interventi in grado di incidere anche sul piano sociale. Questa politica non va bene. Non vanno bene gli spot e gli annunci che non corrispondono a vere risposte per la gente, così come quelli del piano per il lavoro”.
Gruppo Regionale Idv Calabria
BRESCIA, GRAZIE A PROPOSTA APPOGGIATA DA IDV OPERAI SCENDONO DALLA GRU
Si è conclusa positivamente ieri sera la protesta degli immigrati che per 17 giorni sono rimasti su una gru a Brescia. Sono scesi ''perche' hanno capito che la loro protesta ha dato una grande visibilità alla questione delle truffe legate alla regolarizzazioni del 2009'', ha spiegato Umberto Gobbi, dell'Associazione 'Diritti per tutti', che e' stata a fianco degli immigrati fin dal primo istante. Ad adoperarsi per una felice conclusione della vicenda, Maurizio Zipponi, responsabile Nazionale Lavoro e Welfare del’Italia dei valori, che ha sempre sostenuto le posizioni di questi lavoratori e, insieme con il partito, ha appoggiato la proposta messa a punto dalla diocesi Bresciana, da Cgil e Cisl che proponeva un percorso per arrivare alla risoluzione del conflitto. E’ stato proprio questo documento a sbloccare la difficile situazione.
Agli operai è stato garantito che non verranno portati in Centri di identificazione e di espulsione, e non verranno espulsi. Rashid, uno dei quattro immigrati scesi ieri sera dalla gru, è stato portato in ospedale per problemi di disidratazione, ma le sue condizioni non sono preoccupanti. I quattro, ha spiegato uno dei loro legali, ''sono stati trattati benissimo''. La loro posizione giuridica è ora al vaglio della Questura e potrebbero esserci problemi derivanti dalla Bossi-Fini per uno di loro. L’Italia dei valori continuerà a seguire la vicenda fino alla sua completa soluzione, e si adopererà affinché vengano rispettati i diritti di tutte le persone coinvolte.
Nel video che vi proponiamo, la cronaca di una giornata finita bene.
BRESCIA: MIGRANTI SULLA GRU, UNA PROPOSTA PER SBLOCCARE LA SITUAZIONE
A Brescia la tensione resta altissima. Sono ancora quattro i migranti che resistono in cima alla gru di via san Faustino per protesta contro la “sanatoria truffa”. Ieri c’è stato un lancio di oggetti e bottiglie dall’alto, mentre a terra proseguono le manifestazioni di solidarietà. La diocesi Bresciana, Cgil e Cisl propongono un percorso per arrivare alla risoluzione del conflitto. L’Italia dei valori appoggia il documento che potrebbe, dopo un braccio di ferro che dura ormai da 15 giorni, sboloccare la situazione.
Ecco la soluzione proposta da Diocesi Bresciana, CGIL e CISL
Le iniziative da voi assunte hanno messo in luce, con drammaticità ed efficacia, sia a livello locale che nazionale, l’esistenza di una vera e rilevante questione riguardante l’accertamento ed il riconoscimento di diritti, l’assegnazione dei permessi di soggiorno e le istanze di regolarizzazione.
Oggi Diocesi Bresciana, CGIL e CISL intendono proporvi un percorso preciso che verrà seguito per garantire la vostra discesa in sicurezza.
Tale percorso consiste:
1) Vi verranno messi immediatamente a disposizione i legali da voi scelti ai quali potrà essere conferito mandato. I legali saranno presenti al momento della vostra discesa ai piedi della gru. In quel momento avrete la possibilità di nominare il legale a cui conferire il mandato.
2) Da quel momento, il legale da voi scelto vi accompagnerà ed assisterà in tutte le procedure di identificazione che per legge dovranno essere consentite nonché vi assisterà in tutte le azioni legali che, in relazione ad ogni singola posizione, potranno essere esperite per l’ottenimento dei benefici che, sempre in relazione alla posizione di ciascuno, potranno essere richiesti.
3) Durante tale percorso vi verrà garantito un trattamento umanitario così come è già stato riservato agli altri due vostri fratelli che sono scesi nei giorni scorsi.
I risultati da voi ottenuti, quali la solidarietà e tutte le iniziative, anche a livello parlamentare, per modificare l’attuale legislazione, non verranno in questo modo annullati.
Per tali motivi, le iniziative proseguiranno sia con la concessione di un presidio autorizzato a Brescia, sia con l’apertura di un tavolo istituzionale presso la Prefettura con la presenza di tutti coloro che vi sono stati vicini e che sono interessati a risolvere i problemi da voi sollevati con grande determinazione.
IDV PRESENTA EMENDAMENTO A LEGGE DI STABILITA’ PRECARI SCUOLA
Giovedì l’Italia dei Valori ha presentato un emendamento alla legge di stabilità, a firma dei deputati Borghesi, Di Giuseppe e Zazzera, per tutelare i precari della scuola che, per effetto dei tagli all’istruzione, si sono trovati, dopo anni di incarichi a tempo determinato, a non vedere più rinnovato il loro contratto di lavoro e, nella migliore delle ipotesi, a lavorare ad intermittenza in condizioni di selvaggia flessibilità.
Consapevole dell’ecatombe di posti di lavoro generata dai provvedimenti del Governo, il Ministero dell’Istruzione, nell’estate del 2009, ha pensato di arginare la situazione di emergenza stipulando una Convenzione con il Ministero del Lavoro e l’INPS, che ha prodotto nelle settimane successive i famigerati decreti “salva precari”. In realtà, i provvedimenti in questione, oltre ad essere estremamente dequalificanti per la professionalità del personale della scuola, non hanno niente di salvifico, ma si sono rivelati addirittura lesivi dei diritti previdenziali dei lavoratori. Infatti i giorni che l’INPS indennizza ai lavoratori che godono di una indennità di disoccupazione ordinaria sono 240 (360 per lavoratori ultracinquantenni) su 365; di tali sussidi avrebbero goduto anche i precari della scuola se il Ministro non avesse pensato a “salvarli”: i lavoratori precari della scuola inclusi nel “salva precari” così, si sono visti indennizzare dall’INPS, per effetto degli accordi con il Ministero, 240 giorni in un arco temporale molto più esteso dei 365 previsti dall’INPS, che ad oggi è arrivato a superare ampiamente 460 giorni!!! Tutto ciò perché il governo non è stato in grado di produrre un accordo con l’INPS volto a estendere i benefici economici di una indennità ordinaria, ma anzi ha messo l’INPS nelle condizioni di non poter pagare neanche quella secondo le modalità comunemente previste.
Il tempo continua a scorrere, i giorni indennizzabili sono finiti, i precari, che pure ne avrebbero diritto in virtù dei requisiti assicurativi e contributivi richiesti dall’INPS, non percepiscono più alcun sussidio economico, e il Ministro non ha ancora provveduto a sanare le evidenti incongruenze e a mettere l’INPS nelle condizioni di attivare nuove pratiche a favore dei malcapitati inclusi negli elenchi del salva precari.
L’Italia dei Valori, attraverso un emendamento alla legge di stabilità, chiede che vengano stanziati finanziamenti per fornire una copertura economica ai precari della scuola condannati, a causa delle scelte ben poco lungimiranti di questo Governo, a periodi di forzata inattività.
Nel caso in cui l’emendamento venga respinto siamo pronti a presentare, ai Ministri dell’Istruzione e del Lavoro, un’interpellanza urgente per costringerli a rispondere nel merito delle loro sconsiderate politiche.
Di Letizia Bosco e Ilaria Persi
ITALIA DEI VALORI, UNA LEGGE SULLA DEMOCRAZIA PER I LAVORATORI
Italia dei Valori ha deciso di presentare una proposta di legge sulla democrazia sindacale. In quanto forza politica abbiamo la responsabilità di indicare gli strumenti che, nella condizione data, possono ricostruire l’unità dei lavoratori e la loro effettiva possibilità di partecipazione: elemento fondamentale non solo per iniziare a ripristinare una democrazia reale nei luoghi di lavoro ma anche per far funzionare meglio l’impresa e i servizi. L'unità dei lavoratori, tale da rafforzare la loro capacità di contrattazione, e l'autonomia del sindacato sono la chiave necessaria per sovvertire il paradigma di questo Governo, che ha metodicamente operato per la precarizzazione di massa con il pretesto di costruire più occasioni di lavoro ma ottenendo risultati opposti.
Proponiamo dunque una legge che imponga la misura della reale rappresentanza su base proporzionale e garantisca la legittimità degli accordi subordinandoli al voto libero e democratico dei lavoratori. Questo metodo è il solo che possa garantire il pluralismo delle posizioni sindacali, ma poi, un minuto dopo il voto, l’esito della consultazione varrà per tutti e l’intesa sarà quindi davvero esigibile da parte dell’azienda.
Il DDL ‘Norme in materia di rappresentanza sindacale nei luoghi lavoro, rappresentatività delle organizzazioni sindacali ed efficacia dei contratti collettivi di lavoro’ ha molti punti in comune con le elaborazioni già portate avanti da molti partiti, in particolare da quelli del centrosinistra, e da alcune organizzazioni sindacali. Però, accogliendo anche le indicazioni della Fiom, afferma un punto di assoluta originalità. Per recuperare il disastro creato dalle divisioni all'interno del mondo del lavoro e dall'isolamento in cui esso oggi si trova, è fondamentale che i lavoratori possano esprimersi liberamente con il voto. Ed è proprio questa la caratteristica essenziale e qualificante della nostra proposta di legge.
Questa legge, riaffermando i principi sanciti dagli art. 39, 40 e 46 della Costituzione Repubblicana, è destinata a incidere a fondo sull'attuale sistema delle relazioni sindacali in Italia. Se anche i sindacati dovranno subordinare le loro scelte alla volontà dei diretti interessati si determinerà un'innovazione radicale, senza precedenti, nelle relazioni tra gli stessi sindacati. I sindacati non ne usciranno indeboliti, ma al contrario più liberi e più uniti. Dovranno anche loro far proprio quel percorso democratico cui normalmente deve sottoporsi chiunque voglia rappresentare democraticamente qualcun altro. E questo comporterà una profonda e positiva evoluzione del sistema delle relazioni industriali. Per l’Italia dei Valori questo fronte è di assoluta importanza. Riteniamo che avviare un percorso capace di ricostruire l'unità dei lavoratori sia un investimento per la democrazia complessiva di tutto il Paese, non solo del mondo del lavoro.
La drammatica situazione economica del Paese e gli innumerevoli disastri sul piano occupazionale ci obbligano infatti a porre una questione precisa: invece di inseguire le sirene delle divisioni tra lavoratori prodotte soprattutto dal Governo e dal ministro della disoccupazione Sacconi, si può invertire la rotta e riaprire un percorso unitario? L’Italia dei Valori sta facendo la propria parte, in autonomia dai sindacati e senza interferire sul loro terreno, partendo da un presupposto chiaro e irrinunciabile: l’art. 39 della Costituzione deve trovare concreta applicazione. E' ora di voltare pagina sul piano delle relazioni sindacali.
Per l’Italia dei Valori il tema della democrazia in fabbrica è un punto dirimente per qualsiasi futura alleanza democratica di governo. Negli accordi politici e programmatici che andremo a proporre ai nostri ipotetici alleati, questo tema sarà messo tra le caratteristiche programmatiche inderogabili per partecipare alla coalizione. È l’impegno formale che intendiamo far assumere a tutti quelli che con noi vorranno costruire un serio programma di governo alternativo a Berlusconi. La costituzione va applicata dentro e fuori le fabbriche.
Lavoro, progetto IdV contro le esternalizzazioni
La presentazione del progetto contro il “sistema esternalizzazioni” ha consentito di portare alla luce quello strato di società che, fra mille difficoltà, sta lavorando per riportare la politica italiana ad occuparsi dell’interesse collettivo piuttosto che delle esigenze della casta. Si è respirata un’aria nuova, fresca e di partecipazione “dal basso”: per troppo tempo è stato negato ai cittadini di contribuire attivamente alla realizzazione delle scelte politiche che inevitabilmente segnano il destino di un paese.
Per cambiare le cose è necessario comprendere i meccanismi che stanno alla base della crisi economica e della disoccupazione, e sicuramente le strategie di esternalizzazione hanno contribuito in modo determinante all’incremento vertiginoso di queste piaghe sociali.
Tale fenomeno, infatti, è alla base delle più imponenti crisi occupazionali degli ultimi tempi: Eutelia, Telecom, Fiat, il fallimento di una parte della politica industriale di Catania e dintorni, il mondo dei call center (Omega, Omnianetwork, Phonemedia, Comdata ecc...), Unicredit e mondo bancario in generale, vari ministeri fra cui quello della Giustizia.
Questo è solo l’inizio.
Playlist: Progetto politico contro le esternalizzazioni abusive
Fiat: servono onestà, verità e trasparenza
Va presa molto seriamente l’affermazione di Marchionne che indica l’Italia come un peso per i bilanci della Fiat, ovvero della famiglia Agnelli. Abbiamo l’impressione che ci sia una propaganda tesa a individuare nei lavoratori i capri espiatori per coprire le difficoltà che oggi ha la Fiat.
Proviamo a elencarle: la Fiat ha perso quote di mercato in Europa e in Italia superando largamente il calo medio del mercato perché mancano modelli nuovi innovativi dal punto di vista dell’impatto ambientale con un valore aggiunto importante.
La Fiat ha chiesto ai lavoratori l’utilizzo degli impianti 6 giorni alla settimana, come snodo per fare gli investimenti in Italia, mentendo sul fatto che è già possibile, secondo il contratto nazionale vigente, utilizzare gli impianti nella quantità richiesta.
Nel 2009 e nel 2010, considerando il livello ottimale di lavoro in un anno, pari a 280 giorni, 24 ore su 24, lo stabilimento di Mirafiori è stato utilizzato al 63% della capacità produttiva, quello di Cassino al 24%, Melfi al 65%, Pomigliano al 14% e la Sevel al 33%. Dati simili si registrano anche in Iveco. Quindi, resta da chiedersi: quali, quanti investimenti per nuovi modelli verranno effettuati? E soprattutto dove saranno costruiti?
L’altra grande questione della Fiat è legata alla finanza. Il precedente piano quinquennale prevedeva, per il 2009, l’azzeramento del debito che invece si aggira intorno a 4,4 miliardi. Mentre il debito netto delle attività industriali raggiungerà i 6 miliardi (come pubblicato su ‘Il Corriere della sera’ il 30 agosto 2010). La Fiat è azionista della Chrysler americana che deve restituire al governo Usa il prestito ricevuto per evitare il fallimento. La Chrysler non è in perdita, ma non ha gli utili necessari per coprire il prestito, costringendo gli azionisti a intervenire. Infine, gli investimenti previsti dai concorrenti europei sono percentualmente superiori a quelli annunciati dalla Fiat in quanto la sfida è nella costruzione di auto a impatto ambientale vicino allo zero (dall’idrogeno all’elettrico).
Gli attuali azionisti di riferimento della Fiat, la famiglia Agnelli, volendo uscire da tempo dall’auto non intendono immettere capitali di rischio ma solo ‘vivacchiare’.
L’Italia dei Valori è d’accordo nel mantenere in Italia il settore dell’auto e l’indotto, che rimetta in moto gli investimenti a partire dalla ricerca. Negli Usa, in Francia e in Germania, i governi intervengono direttamente, evitando aiuti occulti, rendendo espliciti i ritorni economici e occupazionali per il proprio Paese. Ci rendiamo conto della difficoltà vera della Fiat: l’assenza totale di un governo sulle politiche economiche e di settore. Ma ciò non giustifica l’immorale atteggiamento di dichiarare contemporaneamente un utile netto nel terzo trimestre e la mancata erogazione di 600 euro come retribuzione variabile ai lavoratori. Così come è diventata una questione morale il rapporto tra le retribuzioni dei massimi dirigenti e quelle degli operai e dei tecnici Fiat.
Un atto di verità e cioè il necessario intervento del governo, di onestà e cioè un riposizionamento delle retribuzioni dei manager e di trasparenza sulle vere intenzioni negli stabilimenti italiani, a partire da Termini Imerese, sono per l’IdV gli ingredienti necessari per riprendere un positivo rapporto con tutti i dipendenti e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Per l’IdV un nuovo patto tra imprese e lavoro può indicare la via da intraprendere senza cancellare i diritti, fornendo alle nuove generazioni la strada del saper fare e saper progettare e ricercare.
Fiat e Marchionne non possono separare profitti da diritti
Radici ed ali: è ciò che serve al sistema Italia.E' ciò che serve a quanti operano, in politica e in economia, nel mondo del lavoro e nella ricerca, nella cultura e nell'arte.
Radici senza ali: produce recinti soffocanti.
Ali senza radici: produce assenza di vitalità e di senso.
Separare ali da radici ha provocato non soltanto la fisiologica mobilità dei migliori ma, ancora più drammaticamente, ha impoverito e impoverisce l'Italia, la rende territorio e sistema non competitivo e finisce con il rendere migliori, con il dare occasione di realizzarsi e di crescere, coloro che se ne vanno, rende in definitiva migliori soltanto coloro che se ne vanno, che lasciano l'Italia.
Credo che questo valga anche per una grande realtà, locale, italiana come la Fiat; credo valga per un manager come Marchionne.
Nessuno chiede al dr. Marchionne di impegnarsi in politica. Il suo ruolo, però, produce effetti per la vita dell'intero Paese, si fa comunque politica.
Dottor Marchionne, non vi può essere contrasto tra il dramma di migliaia di lavoratori a Termini Imerese o a Pomigliano d'Arco e la sintesi tra radici ed ali della Fiat. Chiediamo, e si chieda il dr. Marchionne, se indebolire il sistema dei diritti dei lavoratori sia adeguato alle sfide di un futuro, che non può, in nome della dimensione globale, pensare di mortificare vite e diritti di migliaia e migliaia di italiani. In altri Paesi, avanzati e democratici, esiste una tensione etica anche nelle scelte di libero mercato. Non contribuire a questa sintesi tra etica e impresa mortifica l'Italia e mortifica la stessa tradizione della Fiat.
Gli spot di Sacconi sulla sicurezza? Pubblicità Regresso! Un appello per il suo ritiro.
Il Ministero del Lavoro qualche giorno fa ha avviato una campagna pubblicitaria sulla Sicurezza sul Lavoro dallo slogan veramente discutibile: "Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”.
Trovo la scelta comunicativa del Ministro Sacconi vergognosa, ipocrita e in cattiva fede perché invece di richiamare gli imprenditori al rispetto delle norme sulla sicurezza colpevolizza il lavoratore.
La verità, che in questi spot viene taciuta, è che le attuali condizioni di lavoro e la diffusione della precarietà non permettono al lavoratore di pretendere alcunché, nemmeno il rispetto dei diritti minimi, conquistati dopo anni di lotte sindacali.
Questo Governo, che ha smantellato il testo unico sulla sicurezza e che si accinge, con il disegno di legge sulla semplificazione, a dare un'altra spallata alle norme sulla salute dei lavoratori, avrebbe fatto meglio ad investire i milioni spesi per gli spot in maggiori attività di controllo degli ispettori nelle aziende.
Per tutte queste ragioni ho aderito convintamente all'appello lanciato da un gruppo di medici del lavoro e di rappresentanti sindacali per il ritiro della campagna ed ho presentato un'interrogazione parlamentare allo stesso Ministro.
Di seguito trovate l'appello che vi invito caldamente a sottoscrivere.
Appello per il ritiro dello spot del Ministero del Lavoro: "Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene"
La Campagna per la sicurezza sul lavoro, promossa dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali recita “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”. Un messaggio e due spot, rivolti solo al lavoratore e non a tutti gli “attori” coinvolti.
Dopo aver frantumato il Dlgs 81 del 2008 del Governo Prodi, hanno ben pensato di correggerlo con il decreto correttivo Dlgs 106/09 (sanzioni dimezzate ai datori di lavoro, dirigenti, preposti, arresto in alcuni casi sostituito con l'ammenda, salvamanager, ecc).
Ora il governo cerca di rifarsi la “verginità” con spot inutili che costano alle nostre tasche ben 9 milioni di euro. Spot non solo inutili, ma anche dannosi per l’immagine di chi ogni giorno rischia la vita, e non perché gli piaccia esercitarsi in sport estremi. Spot che colpevolizzano sottilmente il lavoratore stesso, nascondendo una realtà drammatica: l’attuale organizzazione del lavoro offre ben poche possibilità al lavoratore di ribellarsi a condizioni di lavoro sempre più precarie in tema di sicurezza.
E’ una campagna vergognosa perché oggi il lavoratore ha ben poche possibilità di rispettare lo slogan “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”, quasi che la mancanza di sicurezza fosse imputabile al fatto che il lavoratore non vuole bene a se stesso ed ai suoi familiari. Non dice nulla di chi deve garantire la sicurezza per legge, ovvero i datori di lavoro. Sottovaluta i rapporti di forza nei luoghi di lavoro. Non accenna minimamente al fatto che i lavoratori, specialmente di questi tempi, sono sempre più ricattabili e non hanno possibilità di scegliere di fronte ad un lavoro in nero, un lavoro precario e un lavoro a tempo determinato, mentre devono viceversa sottostare a ritmi da Medio Evo.
La campagna dovrebbe invece avviare un processo di comunicazione diffusa, in modo da rendere nota a tutti la necessità di un impegno costante da parte di tutti gli “attori” coinvolti, soprattutto di chi deve garantire la sicurezza. Questi spot devono essere sostituiti da una campagna di comunicazione che dovrà puntare sulle responsabilità civili, penali e, non ultime, anche etico-morali che l’imprenditore deve assumersi per tutelare l’integrità delle persone che lavorano per lui.
Via questi spot vergognosi. Pretendiamo viceversa più ispettori ASL e più risorse, affinché la mattanza quotidiana dei lavoratori abbia fine. Non si raggiunga il profitto a tutti i costi e soprattutto non lo si faccia attraverso il sacrificio di vite umane innocenti.
FIRMATARI:
Marco Bazzoni-Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza-Firenze.
Andrea Bagaglio-Medico del Lavoro-Varese.
Leopoldo Pileggi-Rappresentante dei lavoratori per La Sicurezza-Correggio.
Daniela Cortese- RSU/RLS Telecom Italia Sparkle-Roma
N.B: Chi vuole aderire all'appello, invii il proprio nominativo, azienda, qualifiche, città al seguente indirizzo email: bazzoni_m@tin.it
INPS: SU AFFERMAZIONI MASTRAPASQUA SACCONI RIFERISCA IN AULA
Lasciano sbalorditi le dichiarazioni rilasciate da Antonio Mastrapasqua ad un convegno dell'Ania e Consumatori. Rispondendo sulla impossibilità, da parte dei parasubordinati, di effettuare la simulazione della pensione sul sito dell'Inps, il presidente dell’Istituto è stato costretto ad ammettere che: "se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale".
Dichiarazioni gravissime che, comprensibilmente, stanno mettendo in allarme il vasto e variegato mondo dei cosiddetti contratti atipici iscritti alla gestione separata Inps: collaboratori, consulenti, lavoratori a progetto e co.co.co.
Per questo l’Italia dei Valori presenterà un’interrogazione urgente al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi chiedendo un immediato chiarimento della vicenda. Non si può cercare di nascondere il mostro sociale che l’attuale regime pensionistico sta generando, bisogna evitare che tra 30-40 anni un’intera generazione finisca in uno stato di indigenza e povertà. Questo governo, impegnato a scardinare i diritti dei lavoratori sin dal primo giorno di legislatura, pensa di risolvere tutto con l’inutile propaganda del ministro della disoccupazione Sacconi. Un atto irresponsabile che non può garantire un futuro dignitoso ai giovani e ai precari. Attualmente questi lavoratori sono soggetti ad una particolare forma di previdenza obbligatoria (gestione separata) che prevede un'aliquota di contribuzione al 26.72% sul reddito: un terzo a carico del lavoratore, due terzi a carico del datore di lavoro. Un meccanismo che, si capisce dalle parole di Mastrapasqua, non è in grado di garantire nemmeno lontanamente delle pensioni almeno dignitose.
Per evitare di condannare un’intera generazione a una vecchiaia di privazioni e rinunce, l’Italia dei Valori propone che i giovani, siano essi dipendenti o parasubordinati, percepiscano dopo 40 anni di lavoro non meno del 60% di pensione pubblica, esattamente quanto concordato nell’ultimo accordo unitario fatto dalle confederazioni sindacali con il governo Prodi. L’IdV inoltre, mette a disposizione di tutti i precari che non sono organizzati nei sindacati, il proprio sito internet www.idvlavoro.it.
UN ANNO FA MORIVA GINO GIUGNI
Il padre dello Statuto dei lavoratori, Gino Giugni, muore il 5 ottobre 2009. La perdita è stata notevole se si considera che egli ha redatto lo Statuto dei lavoratori, la celeberrima legge n° 300 del 1970.
A far seguito da quella data si può affermare senza tema di essere smentiti che il mondo del lavoro trovò la disciplina di cui si sentiva tanto bisogno. La storia di questo Paese, è bene che gli italiani lo sappiano, annovera un personaggio che ha segnato un’epoca nella quale si ponevano le basi per cominciare a riconoscere e riconsegnare ai lavoratori la loro dignità di esseri umani titolari di diritti ma portatori anche di doveri. Infatti, il contenuto dello Statuto oggi continuamente disatteso e dimenticato non fosse che per quell’articolo 18 famigerato che si voleva fortemente abolire, non aprì una fase che favoriva una delle due parti contrattuali, ma sottolineava, insieme alla irrinunciabilità dei diritti dei lavoratori, anche la necessità dei doveri verso i datori di lavoro. Ebbene, alla luce dei fatti di quest’ultimo anno soprattutto, quando si disconosce oramai senza remore, la soccombenza dei diritti dei lavoratori alle ragioni del mercato, più che mai il ricordo del compianto studioso trova una sua giustificazione aggiuntiva.
Le dismissioni e le deroghe ai contratti collettivi di lavoro, per esempio, stanno diventando una regola sconsiderata. Persino sentenze del giudice del lavoro di reintegro di lavoratori licenziati ingiustamente vengono eluse.
Ed è proprio sui diritti che si gioca l’attuale partita economica mondiale. E’ proprio a fronte della competizione divenuta insostenibile con quei paesi che non riconoscono ai lavoratori nulla più che un giaciglio ed un pezzo di pane, che anche il mondo cosiddetto occidentale, civile e progredito cerca di riportare indietro le lancette della civiltà. Uomini come Gino Giugni sono stati l’esempio di abnegazione e di studio volto solo all’acquiescenza dei diritti dei lavoratori in un momento storico molto “caldo”, quando la protesta delle piazze divenne violenta e clandestina. Egli stesso fu gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1983, per fortuna non ucciso come invece è successo poi a Massimo D’Antona e Marco Biagi. La sua memoria è presente ancora oggi e lo sarà sicuramente negli anni a venire, quando la pazzia del disordine istituzionale che oggi ci affligge diventerà piano piano un brutto ricordo. In questo caso il corso e il ricorso non arricchisce neanche di esperienza, abbrutisce solo e dispera invece quanti, di buona volontà, sono disposti a remare per portare il paese in acque chete. Non siamo disposti a rinunciare alla Costituzione, non rinunciamo a nessuno dei diritti acquisiti con la nascita e sanciti dalle leggi, vigileremo affinché ciò non accada e con tutte le nostre forze rivendichiamo la libertà di pensiero e di azione.
COLLEGATO LAVORO, DI MALE IN PEGGIO
La scorsa settimana si è chiuso in Senato l'ennesimo passaggio, siamo alla sesta lettura, del collegato lavoro e, come avevamo previsto, si è consumata l'ennesima presa in giro del Parlamento da parte della maggioranza di Governo. Il Presidente della Repubblica Napolitano aveva rinviato il provvedimento alle camere stigmatizzando, in generale, un modo sbagliato di legiferare. Ebbene, nonostante i quanto sostenuto dai relatori, i rilievi del Presidente della Repubblica, sono stati sistematicamente e deliberatamente ignorati. Da parte del Governo e della maggioranza permane la volontà di deregolamentare la materia del lavoro e delle controversie nascenti dai contratti, limitando la possibilità che il lavoratore si rivolga al giudice, nonostante si verta nell'ambito di diritti costituzionalmente garantiti o indisponibili.
Il provvedimento ha avuto un iter estremamente travagliato. I pochi passi avanti compiuti nella precedente lettura alla Camera sono stati sistematicamente annullati. E' stato infatti reintrodotto l'ex articolo 20, in tema di esposizione all'amianto sul naviglio militare: una norma di impunità che non risolve le questione del risarcimento delle vittime.
Per quanto riguarda l'articolo 30, si è arrivati al paradosso di presentare come una grande innovazione l'introduzione dell'esplicita dichiarazione di tener fuori dall'arbitrato secondo equità il licenziamento e il mantenimento del rapporto di lavoro: si fa passare come una grande concessione un diritto sacrosanto.
Anche se non lo vediamo come un demone, siamo certamente contro l'arbitrato secondo equità che affida a un giudice la potestà di derogare dalle leggi e dai contratti. Non si tratta di circoscrivere il tema all'articolo 18, per quanto questo sia simbolicamente rilevante, perché con l'arbitrato secondo equità si possono in qualche modo manomettere i diritti, le tutele e gli standard contrattuali che si riferiscono all'insieme delle prestazioni di lavoro, ai temi dell'orario, del salario, degli straordinari e della professionalità delle persone.
Un ulteriore passo indietro è stato compiuto sulla clausola compromissoria. A questo riguardo si è tornati all'aberrazione della norma, precedente al cosiddetto emendamento Damiano e, quindi, si pretende addirittura che tale clausola sia sottoscritta all'atto dell'assunzione, in un momento nel quale i nuovi ingressi nel mercato del lavoro sono all'80% rapporti a tempo determinato e nel momento di maggiore debolezza del lavoratore nei confronti dell'imprenditore: si tratta di un obbligo mascherato da possibilità di scelta.
Tutto il collegato lavoro contiene norme estremamente pericolose, che aumentano la precarietà e diminuiscono la sicurezza sul lavoro. Il principio cardine del diritto del lavoro è nel riconoscimento della debolezza del lavoratore di fronte all'imprenditore. Purtroppo queste norme vanno nella direzione opposta: indeboliscono le tutele del lavoro e favoriscono di fatto l'impresa.
Intanto la crisi non si arresta, e sul tavolo del ministro dello Sviluppo Economico, ancora senza titolare, giacciono almeno 120 dossier su crisi aziendali ancora aperte.
Questa maggioranza non mostra alcun interesse per la ripresa e lo sviluppo dell'economia, infatti non ha prodotto nulla che potesse dare respiro agli italiani: non una riforma del welfare, degli ammortizzatori sociali; non una riforma che riduca il carico fiscale dei lavoratori e delle famiglie; nessun sostegno ai redditi più bassi. E’ necessario trovare la forza di girare pagina.
L'Italia dei Valori sa bene, invece, da che parte stare e con chi stare: con i tre lavoratori licenziati a Melfi, con quelli di Pomigliano, di Fincantieri, di Agila ed Eutelia, con i precari della scuola e con chi non ha voce come migliaia di partite IVA e cassaintegrati. Per questo saremo presenti anche alla prossima manifestazione del 16 ottobre a Roma, per ribadire con forza che i diritti acquisiti non si toccano.
Elencare i nomi di coloro che nel 2010 sono morti sul lavoro, come ho fatto nel corso della discussione di questo provvedimento iniquo, non è stato un gesto di sciacallaggio, ma un modo per tenere vivo nella memoria del nostro Paese il ricordo di quelle vittime; e il Parlamento deve accogliere il monito e la preoccupazione del Capo dello Stato per porre fine ad uno stillicidio che offende un Paese moderno. Al contrario il provvedimento appena approvato non rende un buon servizio al Paese, perché riducendo le garanzie normative per i lavoratori, di fatto rende più precario e insicuro il lavoro.
SALVIAMO LA CANTIERISTICA ITALIANA
A distanza di un anno dalle nostre pressanti richieste né il governo, né il Parlamento hanno dedicato un solo minuto al futuro del settore cantieristico italiano. Ricordiamo che in Italia, ancora oggi, si costruiscono le migliori navi del mondo da crociera, orgoglio del ‘saper fare' Italia in quanto si unisce il mix di ingegneria, progettazione e di inventiva del made in Italy che viene portato in
tutto il mondo attraverso le crociere. Non è un settore obsoleto e privo di prospettive future, ma è un settore che va seguito con attenzione e favorito con scelte governative coerenti al fatto che
rappresenta una ricchezza per il Paese.
Ieri mattina noi dell'Italia dei Valori, con il Presidente Antonio Di Pietro, abbiamo sfilato per le vie della Capitale, insieme agli oltre cinquemila operai e tecnici della Fincantieri, per chiedere che intervenga la Presidenza del Consiglio dei ministri sul futuro del settore della cantieristica italiana. L’Italia dei Valori, sin dal 2009, ha incontrato i lavoratori dei cantieri di Palermo, Castellamare e di Porto Marghera e ha riportato le loro sacrosante richieste al governo, chiedendo anche con interpellanze specifiche che ne discutesse il Parlamento. Questi sono dei problemi che andrebbero affrontati, trattati e che andrebbero menzionati sotto il titolo di politica industriale.
Seri problemi che dovrebbero essere discussi con il ministro dello Sviluppo economico, che è un fantasma o meglio, che c’è ma si chiama Berlusconi. Ed è proprio per queste ragioni che l’Italia dei Valori insiste nel sostenere la convocazione di un incontro sulla crisi della cantieristica presso la presidenza del Consiglio dei ministri. L’Italia dei Valori esclude qualsiasi forma di denaro pubblico che sia stanziata direttamente alle imprese, mentre chiede che il governo definisca un programma di commesse rapidamente cantierabili collegate alle nuove e più moderne esigenze di mobilità
di merci e persone anche in relazione alla nuova struttura turistica che deve assumere l’Italia. Il Governo deve favorire gli investimenti per l’ammodernamento dei cantieri e per le attività di ricerca e innovazione del prodotto, oltre a sostenere la Fincantieri nell’ambito dell’acquisizione di commesse internazionali. L’esecutivo italiano ha un ruolo fondamentale nell’utilizzare in sede europea quei finanziamenti a favore del rinnovo delle navi e dei traghetti ormai considerati obsoleti.
ITALIA DEI VALORI ADERISCE ALLA MANIFESTAZIONE FIOM PER IL LAVORO
Si terrà a Roma il prossimo 16 ottobre la manifestazione nazionale indetta dalla FIOM per il diritto al lavoro, contro la precarietà e contro il Governo. L’Italia dei Valori, come sempre dalla parte dei lavoratori, aderisce alla mobilitazione e invita tutti a partecipare. Di seguito l’appello del Presidente IdV, Antonio Di Pietro e di Maurizio Zipponi, Responsabile Nazionale IdV Dipartimento Lavoro e Welfare:
L’incapacità del Governo italiano (PDL+Lega) di affrontare con serietà la crisi ci consegna un sistema di relazioni sociali ridotto in macerie: accordi separati inefficaci, ridicoli e in alcuni casi illegali, rottura e astio tra le grandi organizzazioni sindacali, una presidenza della Confindustria legata alla lobby governativa, il contratto nazionale svilito, derogato, abbattuto. Salari e pensioni ridotte alla fame.
I lavoratori, gli artigiani, le partite IVA subiscono in solitudine gli effetti della crisi fino al dramma della perdita del lavoro.
I lavoratori e i pensionati stanno sempre peggio smentendo la teoria per cui riducendo i diritti a chi li ha si generano più posti di lavoro. I dati dicono l’opposto: alle nuove generazioni viene offerta unicamente precarietà e vengono colpite le piccole e medie imprese che innovano caricandole di costi burocratici enormi e privandole di un serio accesso al credito.
Dobbiamo avere la forza di girare pagina e costruire un’alternativa di Governo credibile, seria e determinata. L’Italia dei Valori è pronta, sapendo bene da che parte stare – nel centrosinistra – e con chi stare: con i 3 lavoratori licenziati a Melfi, con quelli di Pomigliano, di Fincantieri, di Agile Eutelia, con i precari della scuola e con chi non ha voce come le migliaia di Partite IVA e i cassintegrati. Il nostro obiettivo è “l’unità del mondo del lavoro” per un’impresa moderna e uno Stato che funzioni.
Solo una forte mobilitazione sociale può costruire l’alternativa: siamo stati presenti, come IDV, in tutti i luoghi e le manifestazioni tese a contrastare la deriva berlusconiana e aderiamo, convinti, alla manifestazione del 16 ottobre convocata dalla FIOM a Roma.

RICERCATORI: LE INIQUITA’ DELLA RIFORMA GELMINI
In questi ultimi mesi ho avuto modo più volte di esprimere le mie criticità riguardo al disegno di legge messo a punto dal Ministro Gelmini che, per giustificare i tagli dei finanziamenti alle università, ha dichiarato di voler riformare il sistema universitario italiano. Un sistema in difficoltà, basato sul familismo e sull’autoreferenzialità che privano, di fatto, la nostra società dei migliori talenti e che considera la ricerca come un optional. Il ddl Gelmini si pone degli obiettivi che all’apparenza sono nobili e condivisibili, tra questi il riconoscimento del merito all’interno degli atenei, ma, come al solito, leggendo il testo si evince che si tratta di pura propaganda di regime, poiché mancano i presupposti. Il ddl, inoltre, risulta iniquo ed ingeneroso in quanto dimentica completamente una categoria, quella dei ricercatori, che rappresenta il motore propulsivo delle università italiane. Si tratta di circa 27mila laureati che, dopo l’entrata in vigore della riforma, entreranno in un ruolo ad esaurimento che metterà fine alla propria carriera, vanificando tutti i sacrifici e gli studi finora prodotti. Vittime di questa pseudo-riforma, quindi, non saranno solo i precari della ricerca, ma anche quei ricercatori confermati, giovani o meno giovani, che da anni lavorano nelle università italiane e che hanno prodotto fior di ricerca, che sono citati dagli index internazionali per le loro scoperte e per i loro studi, che portano il nome dell’Italia nel mondo, che hanno svolto didattica (pur essendo uno di quegli incarichi non previsti dal contratto di ricercatore) e che oggi rappresentano, per la Gelmini, una categoria da scaricare. Una categoria che a nostro avviso merita di essere tutelata e valorizzata da una vera riforma, non certo per ottenere dei privilegi o soluzioni ope legis, ma semplicemente per il riconoscimento della propria professionalità e del ruolo svolto negli atenei italiani.
A questi ricercatori il Governo vuole negare perfino il diritto di manifestare liberamente il proprio dissenso ad un decreto che li disconosce. Ed invece, protestare attraverso la sospensione della didattica, che comprometterà il regolare svolgimento delle lezioni universitarie, servirà a far capire quali sono i ruoli che realmente rivestono e quanti incarichi di insegnamento sono loro assegnati. E’ di questi giorni, infatti, lo slittamento dell’apertura del prossimo anno accademico per la maggior parte degli atenei coinvolti in questa protesta. Troviamo gravissima e inaccettabile, pertanto, la decisione del Senato accademico dell’Alma Mater di Bologna di dare un ultimatum ai ricercatori dell’ateneo che decidono di scioperare contro la Gelmini. Una decisione che va contro ogni logica e ogni forma di democrazia e che, di fatto, ha messo sotto ricatto centinaia di ricercatori che però, con il sostegno degli studenti, stanno continuando a tenere dura la linea di protesta. Noi condividiamo i loro obiettivi e siamo a loro fianco in queste rivendicazioni giuste, sacrosante ed oneste.
L’Italia dei Valori sosterrà sempre la ricerca universitaria ed i diritti dei ricercatori, perché il merito parte dal riconoscimento oggettivo di un ruolo e di una professione in base ai risultati conseguiti. Crediamo che sia finita l’epoca delle furbizie e delle scorciatoie e che sia giunta l’ora di adottare, ai fini della progressione di carriera, una graduatoria unica nazionale, che tenga conto non solo delle pubblicazioni scientifiche prodotte, ma anche della didattica e, nel caso delle facoltà mediche, dell’assistenza erogata nel corso degli anni. Solo così saranno premiati i più bravi e solo così il merito potrà tornare ad essere il valore fondante dei nostri atenei.
L’ITALIA DEI VALORI CON I LAVORATORI DI TERMINI IMERESE
Protesta degli operai dello stabilimento Fiat di Termini Imerese davanti a Montecitorio. I lavoratori
lottano contro la chiusura degli impianti decisa dall’azienda. Davanti alla Camera dei deputati insieme con i dipendenti del Lingotto, anche il leader dell’Italia dei Valori, Antonio di Pietro e Maurizio Zipponi, Responsabile Nazionale Idv dipartimento Lavoro e Welfare.
Zipponi, quale messaggio vogliono mandare al Governo questi operai?
“Il messaggio è che i lavoratori di Termini Imerese dicono che al di la delle tante chiacchiere di Marchionne e del Governo italiano, loro tra poco rimarranno a piedi, perché la Fiat ha deciso di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese senza alternativa. Quindi noi, come Italia dei Valori, con il Presidente Di Pietro, siamo andati fuori dai cancelli in Sicilia, abbiamo raccolto da loro le opinioni, gli argomenti, abbiamo sostenuto le loro lotte; oggi tocca al Governo, al Parlamento, che devono dire alla Fiat: tu devi rispondere di tutti i soldi che hai preso, questi finanziamenti non possono essere esportati dall’Italia e lasciare qui solo le macerie e la chiusura dell’azienda
Pertanto la Fiat deve essere chiamata dal Governo e dal Parlamento per rispondere delle decine e decine di miliardi che ha preso e per dire che, finché non c’è un’alternativa che i lavoratori condividono non può chiudere Termini Imerese,. Gli operai di Termini Imerese vogliono lavorare e sanno che se duemila e passa posti saltano, questo è altro terreno per la mafia. Quindi è indispensabile che la lotta dei lavoratori di Termini Imerese venga capita non solo per la giusta difesa del posto di lavoro, ma anche per dire che in Sicilia è possibile lavorare, fare impresa e non essere collusi con la Mafia”.
Responsabile Mario Dany De Luca
I disabili sono 3 milioni, il 5% della popolazione italiana. Le persone con disabilità, di sei anni e più, che vivono in famiglia sono 2 milioni e 600 mila, pari al 4,8% della popolazione.
Una realtà importante, ma di cui si parla solo quando si affrontano i temi dei falsi invalidi e della spesa sociale. L’Italia è l’unico tra i paesi avanzati a non aver ancora istituito la commissione nazionale sui diritti umani, così come stabilito dalla Convenzione Onu sulla disabilità.
Nel nostro Paese risultano occupate meno del 18% delle persone con disabilità in età lavorativa. Solamente il 3% ha come fonte principale un reddito da lavoro. Il 57,3% e il 53,7% delle famiglie con almeno un disabile, rispettivamente nelle Isole e nel Meridione, non riceve alcun tipo di aiuto, né pubblico né privato. Assistiamo inoltre al sostanziale blocco delle assunzioni nella Pubblica Amministrazione e all’esonero degli Istituti bancari che accedono ad enormi aiuti da parte dello Stato.
Sanzioni inadeguate, controlli insufficienti, carenze di personale, l’inesistenza di banche dati, impediscono di sapere quali sono le aziende pubbliche e private che rispettano gli obblighi di legge. Una situazione che limita fortemente le potenzialità della legge 68/99.
Non basta, nella Sanità si sta procedendo ai piani di rientro del deficit, che per i disabili significano mancati accreditamenti, declassamenti, precarietà e tagli. Spesso, fatti solo per fare cassa e senza entrare nel merito degli effetti sull’assistenza sociosanitaria ai casi più gravi.
Ma la situazione non va meglio nella ricerca, dove il governo, con la legge 133/2008, taglierà in 5 anni 1miliardo e mezzo di euro alle Università, limitando così la ricerca di base, essenziale per lo studio delle cause che determinano una serie di malattie rare, e nella scuola dove i tagli previsti porteranno alla cancellazione di 150mila tra insegnanti e personale ATA e a una riduzione drastica degli insegnanti e delle ore di sostegno, da 18 a 9 per ciascuno studente.
Pensioni e indennità: 480 euro l’importo mensile dell’indennità di accompagnamento. Del 33% è la percentuale minima per essere considerati invalidi civili. Il 74% è il minimo per contare su qualche provvidenza economica. 256,67 euro è l’importo dell’assegno mensile di assistenza riconosciuto agli invalidi civili parziali.
C’è bisogno di un cambiamento radicale nel rapporto tra Stato e disabili, che sono una risorsa e un arricchimento per l’intera società. Noi dell’Italia dei Valori vogliamo impegnarci per pensioni dignitose, che non siano una mancia caritatevole come i 250 euro al mese attuali. Per il diritto al sostegno della famiglia, al prepensionamento dei genitori dei disabili gravi, attraverso la creazione di un fondo regionale che permetta a chi ha maturato i requisiti minimi di contribuzioni versate, di poter usufruire del fondo e andare prima in pensione. Vogliamo impegnarci per un aumento degli assegni al nucleo familiare, delle detrazioni e deduzioni per le spese di assistenza.
Vogliamo che in tutti gli atti normativi, i bandi, i contratti di fornitura venga prevista l’adozione dei segnali tattili per l’orientamento dei disabili visivi.
Uno dei problemi che rende difficile, e a volte persino paralizzante il dialogo tra famiglie e servizi, è l'incertezza del "dopo": "dopo" la nascita di un bambino disabile...," dopo" quel trattamento riabilitativo..., "dopo" la scuola, "dopo" la formazione..., "dopo" la morte dei genitori.
Sono migliaia, in tutta Italia, le persone in situazione di gravità, potenziali destinatarie di un intervento normativo per il “Dopo di Noi”. Si tratta di persone che fruiscono dell’indennità di accompagnamento, unita o meno ad altre provvidenze, riconosciute dalle competenti Commissioni Sanitarie nell’incapacità di compiere gli atti della vita quotidiana, e pertanto implicitamente bisognosi di assistenza continua.
Occorre quindi dare sostegno concreto alle famiglie, il “dopo di noi” non è solo un problema di strutture residenziali, ma un insieme complesso di necessità e di diritti al quale è possibile dare risposta solo attraverso un sistema organico di strumenti, referenti, strutture e servizi. Mettere in campo progetti a più largo respiro, come il progetto “dopo di noi”, attraverso una rete basata su case-famiglia e comunità alloggio che riproducano la dimensione familiare, destinando a questo una quota parte degli immobili pubblici e i beni confiscati alla mafia.
Una politica, dunque, che rimetta al centro le persone, i loro bisogni, le loro paure, i loro desideri, i loro diritti.
L’IDV DALLA PARTE DEI LAVORATORI
E’ come se la Fiat e la Confindustria sulle vicende di Pomigliano, Melfi e del Contratto Nazionale di lavoro dei metalmeccanici, siano state colpite dalla sindrome del “Ghedinismo” e cioè di come si aggira la legge piegandola agli interessi di pochi precisi interessi senza però riuscirci perché, per ora, vale la Costituzione Repubblicana e non la Repubblica delle Banane.
Stiamo al punto di diritto, cioè alla legalità che determina i comportamenti delle imprese e dei lavoratori.
Il Contratto Nazionale di lavoro dei metalmeccanici è quello firmato nel 2008 dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative (sommando il numero degli iscritti rispetto ai dipendenti) e votato a scrutinio segreto da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato. Esso è esteso erga-omnes a tutte le aziende anche se non sono associate ed è punto di riferimento per le sentenze dei giudici.
In esso si afferma che vale fino al 31/12/2011, può essere disdettato tre mesi prima e nel caso di disdetta rimarrà in vigore fino a quando non sarà sostituito da un altro Contratto Nazionale.
E qui arriva il punto: chi ha diritto di firmare un nuovo Contratto Nazionale che sia estendibile a tutte le aziende e a tutti i lavoratori? Sicuramente coloro che hanno il consenso certificato dal voto dei lavoratori. Ma la questione è proprio quella di aggirare l’obbligo al voto democratico. Per ora i tentativi sono falliti, lo dimostra ciò che è accaduto nel 2009 quando, spinti dal Governo Berlusconi, alcuni sindacati minoritari e Federmeccanica firmarono un accordo separato che interveniva anche sulle materie previste dall’accordo del 2008.
Quell’intesa separata non venne sottoposta al voto dei lavoratori e quindi non può essere estesa, al massimo vale per i comportamenti contrattuali dei singoli sindacati firmatari ma non certo per tutti i lavoratori.
Infatti, per fortuna, le parti sociali, la Fiat, la Confindustria non possono fare le leggi per dare validità erga omnes ai loro accordi. Le leggi le fa il Parlamento e i giudici le applicano.
Quindi la ragione nel contenzioso giuridico contrattuale è chiara. Per l’Idv il filo della legalità e del diritto è quello da seguire e in questo caso siamo sereni nel dire da che parte stiamo, tanto è vero che abbiamo aderito alla manifestazione del 16 ottobre a Roma convocata dalla Fiom. Consideriamo la questione della democrazia dentro le fabbriche centrale nelle azioni parlamentari al punto che Idv promuoverà una legge per consegnare sempre ai lavoratori il diritto di voto sugli accordi .
C’è però da chiedersi perché sta accadendo tutto ciò. La risposta sta in quello che la Fiat chiede: di avere deroghe rispetto ai diritti contrattuali, in concreto la possibilità di pagare di meno i giovani e di aumentare l’orario di lavoro. Oggi un operaio alla catena in Fiat percepisce 1.200 euro al mese netti, un giovane apprendista prende meno di 800 euro al mese. Sono queste le cifre che si vogliono ridurre mentre Marchionne percepisce un reddito 430 volte superiore a quello di un operaio?
Siamo al punto di snodo del prossimo conflitto sociale: per affrontare la crisi il nostro sistema economico-finanziario decide di concorrere abbassando i salari, aumentando gli orari e la precarietà, esattamente il contrario di quanto avviene nelle grandi democrazie industriali a partire dalla Germania.
Questa vicenda, compreso l’incredibile ed illegale atteggiamento della Fiat a Melfi che si rifiuta di applicare integralmente la sentenza del giudice sul reintegro al lavoro dei 3 lavoratori licenziati, pone una precisa responsabilità alla politica: l’alternativa al Governo Berlusconi ci sarà smettendola di inseguire i “giochi di palazzo” e costruendo una nuova capacità di governare il conflitto sociale, con proposte precise che facciano capire da che parte stiamo. Con il Ministro della Disoccupazione Sacconi e con la Presidente della piccola lobby Confindustriale, o con il 99% delle imprese che devono arrabattarsi tra stretta creditizia, stress burocratico e calo del mercato e con i lavoratori ed i giovani precari? Non è retorica la domanda al Pd: da che parte sta? Noi la risposta, da due anni a questa parte l’abbiamo data in ogni occasione, sia in Parlamento che nel Paese reale, davanti alle fabbriche, con i precari della scuola, con le partite Iva, gli artigiani.
Il lavoro in una sana economia di mercato deve essere il primo punto del programma di Governo per decidere di conseguenza il perimetro dell’alleanza da costruire, che deve essere composta da chi ha come obbiettivo un sereno e determinato governo del Paese teso a favorire un nuovo accordo tra capitale e lavoro, tale da coniugare i diritti dei lavoratori con un’impresa che investe, innova, efficiente ed in grado di crescere. Da oggi e fino al 19 settembre, a Vasto, renderemo chiare le nostre proposte.
L’OCCUPAZIONE SI DIFENDE FAVORENDO GLI INVESTIMENTI DELLE IMPRESE
Alla luce degli interventi che si sono sviluppati durante il mese di agosto su temi come l’occupazione, le relazioni industriali, il precariato, vorrei proporre alcune considerazioni, anche partendo da spunti di riflessione offerti dagli articoli dell’economista Michele Boldrin, sul Fatto Quotidiano.
E’ incontestabile che senza nuovi investimenti da parte delle imprese, in particolare le piccole e medie, che sono l’ossatura fondamentale della nostra economia, non si crea nuova occupazione. Perché esse investano devono sussistere adeguate condizioni economiche di contesto e di relazioni industriali, tali da garantire il ritorno dell’investimento ed un profitto simile a quello dei concorrenti, che non sono solo italiani ma globali.
Per uscire da questa crisi sono necessari cambiamenti strutturali. Ciò vale per la politica, l’imprenditoria e il sindacato. Berlusconi e Tremonti invece hanno continuato a dire che l’economia andava meglio di quella degli altri Paesi, parte dell’imprenditoria pensa di poter sfruttare l’occasione per tornare ai “padroni delle ferriere”, una parte del sindacato ritiene che tutto sia intoccabile ed immodificabile nei rapporti di lavoro.
A causa della crisi i patrimoni valgono meno, ma il pessimismo delle famiglie sul reddito futuro le induce a ridurre i consumi. Altro dato inconfutabile è che la crisi ha spostato l’ombelico economico del mondo dall’area Occidentale (Usa e Eu) a quella Orientale (Cina e India), con l’ingresso nel mercato (anche del lavoro) di 3 miliardi d'indo-cinesi produttivi e poco costosi.
L’ulteriore conseguenza è la distruzione di aziende e posti di lavoro, specialmente a medio-basso valore aggiunto, legata a beni e servizi che non saranno più prodotti dalla nostra industria, poiché Cina e Far East saranno sempre più “la fabbrica del mondo”. Gli imprenditori, quindi, dovranno trovare altre “idee imprenditoriali” innovative: migliaia di lavoratori, di converso, dovranno cambiare o apprendere un nuovo lavoro.
Per questo gli incentivi del governo all’acquisto di beni come automobili ed elettrodomestici si sono rivelati inutili, illusori, in definitiva uno spreco di denaro pubblico. Per molti di questi beni la competizione è stata vinta da produttori localizzati nei paesi meno avanzati e tale fatto è ormai irreversibile. Per l’Italia la situazione è peggiore perché da quindici anni la sua industria perde competitività rispetto ai suoi concorrenti europei tradizionali: in pratica il valore aggiunto per ora lavorata cresce meno che nel resto della UE.
Possiamo uscire dalla crisi dunque attraverso una ristrutturazione industriale, che non può che basarsi su una sostanziale mobilità del lavoro e con l’innovazione continua. Come rileva Boldrin “Processi di riconversione sono in corso in tutti i paesi del mondo, a velocità e con risultati diversi. Le politiche che contano sono quelle del lavoro e contrattuali, dell’istruzione superiore, dei servizi (trasporto, comunicazione, finanza, legali), della ricerca scientifica, della regolazione dei mercati e dell’eliminazione dei monopoli. Tutti terreni su cui sia questo governo, sia il precedente, ancora non hanno fatto nulla... In questo quadro la politica fiscale conta nella misura in cui riesce a ridurre la propria complessità e il proprio carico su imprese e lavoratori.”
In tal senso le politiche del governo tedesco, come la riduzione delle tasse alle aziende, le misure per favorire la mobilità del lavoro, la cooperazione fra imprese e lavoratori nella riduzione dei costi, gli incentivi alla ricerca, la riqualificazione del sistema universitario sono in qualche modo un esempio da seguire, come ha sollecitato il Governatore della Banca d’Italia, Draghi.
In tale contesto deve essere inquadrato anche il caso FIAT: la denuncia di un modello di relazioni industriali che essa ritiene oggi incompatibile con i principi di convenienza economica dell’investimento, per rendere possibile il quale offre condizioni di lavoro diverse rispetto al passato. Penso che in futuro avremo tanti casi Fiat, anche tra le imprese minori. Non è che si possano fare le barricate! Altro è stabilire una volta per tutte un principio: quando un’azienda riceve un contributo pubblico (Dio solo sa quanti ne abbia ricevuti al Fiat) sottoscrive un regolare contratto con lo Stato e se vuole liberarsi degli impegni assunti deve restituire integralmente quanto ricevuto.
FEDERMECCANICA CONTRO GLI OPERAI, DISDETTO IL CONTRATTO DI LAVORO
Quello alle porte rischia di essere un autunno molto caldo per il mondo del lavoro. Se così sarà, la responsabilità ricadrà su Cofindustria e su un governo attentissimo alle esigenze delle lobby di poche grandi imprese, ma totalmente sordo alle richieste e ai diritti dei lavoratori.
Con una mossa che la dice lunga sulla longa manus dell’Amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, il direttivo di Federmeccanica ha infatti dato mandato al presidente, Pierluigi Ceccardi, di comunicare fin d'ora il recesso dal Contratto nazionale siglato il 20 gennaio 2008, a partire dal primo gennaio 2012. La disdetta, ha dichiarato lo stesso Ceccardi, è avvenuta “a fronte delle minacciate azioni giudiziarie della Fiom relative all'applicazione di tale accordo” ed è comunicata “in via meramente tecnica e cautelativa allo scopo di garantire la migliore tutela delle aziende”. Una spiegazione che non convince e che dimostra, ce ne fosse stato bisogno, la dirompente portata delle condizioni di fatto “imposte” dalla Fiat ai lavoratori di Pomigliano d’Arco con l’accordo separato dello scorso giugno. Condizioni che ora si cerca di diffondere ad altre realtà produttive e che incideranno in maniera definitiva sul sistema economico e industriale del nostro paese nel suo complesso, e che dissiperanno sempre più il patrimonio di diritti faticosamente conquistati in decenni di lotte sindacali.
Anche per questo é incredibile e indegno che Federmeccanica paragoni ad una minaccia la legittima richiesta della Fiom del rispetto delle leggi vigenti. L’Italia dei Valori non tollera lo stravolgimento del significato delle parole di chi, in difesa esclusiva dei lavoratori, si rivolge ad un tribunale per avere il rispetto della legalità. La Fiom non può essere considerata una minaccia da combattere. La legge e i contratti sottoscritti, in particolare quello del 2008, possono essere certo disdetti, ma un contratto rimane in vigore fino a che non verrà sostituito da un altro in materia di lavoro e firmato dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative.
Tutto questo ci dice che la mossa di Federmeccanica, al fine dello scopo dichiarato, risulta totalmente inefficace e, probabilmente, è stata suggerita da un altro esperto nell’aggiramento delle leggi italiane, Niccolò Ghedini.
FIAT, LE QUATTRO QUESTIONI CHE CERCANO UNA RISPOSTA
La questione Fiat è prepotentemente all’ordine del giorno in Italia. Dalla vicenda di Pomigliano (rinuncia ai diritti dei lavoratori in cambio di investimenti) a quella di Melfi (tre licenziati per aver
svolto lo sciopero) all’uscita dal Gruppo Fiat di Iveco (camion) e CNH (macchina movimento erra), si pone una sola domanda: cosa sta accadendo davvero in Fiat?
Balza all’occhio di chi conosce le vicende industriali italiane la clamorosa esagerazione tra i comportamenti repressivi della Fiat e i problemi che essa dichiara di voler risolvere. C’è ben altro.
Illuminante è l’intervista di Cesare Romiti sul Corriere della Sera di sabato 28 agosto. E’ come se la Fiat stesse cercando il capro espiatorio per nascondere le proprie responsabilità su ciò che accadrà negli stabilimenti italiani nel breve-medio periodo.
Romiti afferma che con il sindacato l’impresa può scontrarsi, come lui ha fatto, ma perseguire la divisione dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali, tanto più quando si tratta del sindacato più
rappresentativo di tecnici ed operai, la Fiom, si rivelerà un grave errore visto che l’impresa ha bisogno di efficienza, flessibilità, qualità e consenso. In Europa abbiamo un esempio di come si può rispondere alla crisi con risultati concreti ed è la Germania. Lì, il consenso dei lavoratori, del sindacato ed il valore determinante del voto dei lavoratori sui contratti nazionali e non certo la sola firma dei sindacalisti sono le carte vincenti. E’ da ultima la notizia dell’interesse della
Volkswagen per l’Alfa Romeo dopo aver acquisito la Porsche.
La politica nel settore dell’auto tedesca ha permesso di non abbassare i salari e i diritti dei lavoratori. Esattamente il contrario di quanto sta accadendo in Italia, dove il Governo, invece di essere luogo di soluzione del conflitto si è trasformato nello zerbino della Fiat soffiando sul fuoco degli accordi separati e della divisione dei lavoratori con lo splendido risultato di mantenere l’Italia in uno stato di blocco economico sostanziale mentre altri Paesi stanno reagendo con più efficacia.
Il grave, enorme errore del Governo è quello di aver trasformato il confronto sul futuro dell’industria manifatturiera di qualità in Italia in uno scontro ideologico. Come si dice, quando non sai cosa fare basta buttarla in politica e tutti avranno ragione.
Ecco che la Fiat in questa situazione di stallo decide la mossa: licenzia e reprime per ricontrattare con lo Stato italiano ed il nostro sistema bancario risorse e condizioni di cui ha impellente bisogno perché le difficoltà sono ben più grandi di quelle sin qui dichiarate. Sono 4 le questioni che cercano risposte:
1) La Fiat è azionista (25%) della Chrysler americana, la quale deve restituire al Governo Usa il prestito avuto per evitare il fallimento. La Fiat deve crescere (35%) la propria partecipazione
azionaria in Chrysler parallelamente alla restituzione del debito e può arrivare fino al 51%. La Chrysler non sta perdendo come nel passato ma non ha certo gli utili necessari per coprire il prestito, quindi agli azionisti servono soldi, alla Fiat serviranno soldi. Dove intende reperire questi soldi?
2) La Fiat Group ha un debito molto consistente che regge se il mercato tiene. Il precedente piano finanziario quinquennale prevedeva per il 2009 l’azzeramento del debito che invece è risalito a 4,4
miliardi e quest’anno il debito netto della attività industriali si avvicinerà ai 6 miliardi. I dati del mercato italiano dell’auto nei primi 7 mesi del 2010 registrano un calo del 30%, a luglio il marchio
Fiat ha perso in Europa oltre il 32%, quasi il doppio del mercato europeo che è sceso del 17%. Si prospetta un 2011 molto difficile in attesa di nuovi modelli. Quanti soldi servono per reggere i problemi di bilancio alla Fiat?
3) La Fiat ha comunicato che intende reperire risorse finanziarie creando una nuova società con Iveco e CNH. Dalle notizie apparse sul Sole 24 Ore recentemente, su questa società si caricherebbe il 60% dell’attuale debito del gruppo con la conseguenza che i risultati di Iveco dovrebbero coprire gli interessi sul debito riducendo le capacità di investimento. Tutti sanno che senza forti investimenti gli stabilimenti italiani sono a rischio ed è in questo contesto che si dovrebbero porre le domande e le preoccupazioni sul futuro dell’Iveco e di CNH, perché due sono i rischi quando si drenano risorse per pagare il debito: o un graduale e irreversibile ridimensionamento o una cessione di Iveco e CNH ad uno dei soggetti industriali protagonisti del settore e a nulla servirebbe se i lavoratori decidessero di lavorare il doppio con lo stesso stipendio. La questione è una sola: quanti danari la Fiat intende mettere a disposizione per l’Iveco e CNH?
4) La Fiat ha comunicato che la 500 elettrica verrà prodotta negli Usa, che nuovi modelli verranno prodotti in Serbia mantenendo lo stabilimento polacco. Quindi l’asse industriale sarà Usa-Brasile ed Europa dell’est, tanto è vero che ha deciso di chiudere nel 2011 lo stabilimento italiano di Termini Imerese senza porsi nemmeno il problema dell’alternativa. In Italia il mercato dell’auto vale oltre 2 milioni di auto vendute ogni anno, la Fiat produce in Italia 650mila auto mentre in Germania,
Francia e Giappone la produzione di auto è superiore al proprio mercato. Quindi per realizzare l’obiettivo di costruire in Italia almeno 1,2 milioni di auto è necessaria una forte spinta innovativa
verso modelli a basso impatto ambientale e ad alto valore aggiunto. Servono soldi. Dove la Fiat intende reperire le necessarie risorse?
Nel passato lo scambio Fiat – Stato italiano è stato quello di dare soldi pubblici in cambio di investimenti nel nostro Paese. La novità di oggi è che si discute comunque di risorse nazionali, siano esse pubbliche o del sistema bancario, per progetti che non riguardano il nostro Paese mettendo a rischio anche quegli stabilimenti che vanno bene come l’Iveco e CNH. Il risultato sarebbe quello di drenare risorse per la Fiat a scapito della Piccola e Media Impresa che al contrario dovrebbe avere più accesso al credito e meno burocrazia. Ecco perché parlare di Fiat ancora una volta significa parlare del futuro del nostro Paese e cioè dell’impresa che non può essere assistita come nel passato e del lavoro per le nuove generazioni.
DISOCCUPAZIONE, L’EMERGENZA CHE IL GOVERNO IGNORA
I dati sulla disoccupazione diffusi dall’Istat, se letti superficialmente, potrebbero indurre ad un facile quanto ingiustificato ottimismo. Ad una prima lettura, infatti, colpisce il numero dei disoccupati, sceso a luglio di 15mila unità rispetto al mese precedente, e passato dall’8,5 all’8,4 per cento.
In realtà le cose stanno diversamente. La disoccupazione è e resta, insieme ad una ripresa troppo lenta dell’economia, il vero problema del nostro Paese. Lo dice molto chiaramente l’Istituto Nazionale di Statistica: il numero dei senza lavoro a luglio è comunque cresciuto di ben 121mila unità rispetto allo stesso mese del 2009. Inoltre sempre a luglio di quest’anno diminuisce il totale delle persone occupate: meno 18mila rispetto a giugno, e meno 172mila rispetto a luglio 2009. Questo perché sono aumentate le persone che a causa delle troppe difficoltà rinunciano a cercare un’occupazione.
Il problema del lavoro nel nostro Paese è tanto più grave se si considera la situazione dei giovani. Quasi il 27% di loro (circa 1 su 4), tra 15 ai 24 anni, infatti, non riesce a trovare un impiego - una vera emergenza nazionale - e, cosa più grave, molti di questi ragazzi hanno rinunciato a cercarne uno. Oltretutto i pochi giovani che hanno un lavoro, tendono a concentrarsi in quei tre milioni di individui (maschi e femmine di ogni età) che compongono il bacino dei precari. Drammatica la situazione al Sud dove è disoccupato un giovane su tre.
Vanno poi considerati i 670mila lavoratori che nei primi sette mesi del 2010 sono finiti in cassa integrazione. Un dato, è vero, in calo del 25% ma che è tornato a salire del 9,8% proprio a luglio.
Numeri che sottolineano non tanto l’inadeguatezza, quanto la sostanziale mancanza di politiche del lavoro da parte del governo. Un governo che invece di preoccuparsi delle famiglie e delle difficoltà che queste affrontano quotidianamente pensa a risolvere i guai giudiziari del presidente del Consiglio riproponendo come prioritaria la legge - canaglia - sul cosiddetto ‘processo breve’.
L’Italia dei Valori, al contrario, ha fatto del lavoro il tema principale del suo Programma politico, indicando i punti per uscire da un’emergenza che il Governo Berlusconi finge di non vedere.
Pensiamo che occorra potenziare il ricorso ai contratti di solidarietà; disporre ammortizzatori sociali a favore di tutti coloro che ne sono privi a partire dai precari; abbattere il costo del lavoro per favorire le assunzioni a tempo indeterminato; infine, stabilire un salario minimo d’ingresso per i giovani pari ad almeno 1.000 euro al mese. Solo così i consumi delle famiglie potranno tornare a salire, l’economia a crescere, il sistema-paese innescare un nuovo ciclo virtuoso.
SCUOLA, AL “GRIDO” DEI PRECARI IL GOVERNO RISPONDE COL SILENZIO
L’Italia dei Valori non è soddisfatta per le non risposte giunte ieri dall’incontro in prefettura, a Palermo, tra il sottosegretario del Miur, Giuseppe Pizza, l'assessore regionale all'Istruzione Centorrino, e una delegazione dei precari della scuola che protestano dal 17 agosto.
"I tagli alla scuola non verranno ridimensionati e così la situazione non si risolve, come era nelle nostre previsioni – ha dichiarato il senatore e commissario di Idv in Sicilia, Fabio Giambrone, uscendo dall'incontro con Pizza -. Il governo nazionale non ci ha dato nessuna indicazione rispetto a ciò che avevamo chiesto, ossia il ritiro di tutti i tagli fatti fino ad ora dal ministro Gelmini. Quello che sta accadendo nel Paese é molto grave, propongono degli interventi tampone attraverso la Regione siciliana, utilizzando fondi Por e Pon. Non condividiamo questa soluzione". In Sicilia la riforma Gelmini prevede il taglio di 5.000 posti. Giambrone sottolinea che "serve una inversione di tendenza perché dietro ogni riforma deve esserci un'idea, qui non c'e', ma solo un taglio indiscriminato di risorse. Non possiamo accettarlo, continueremo la nostra lotta in parlamento e nelle piazze". Grande anche la delusione tra i precari presenti alla riunione, tra questi Pietro Di Grusa, e Salvo Altadonna, che dal 17 agosto portano avanti lo sciopero della fame. "Non c'e' stato alcun passo indietro sui tagli previsti dalla riforma – ha detto Altadonna -, per questo continueremo con lo sciopero della fame. Non ci aspettavamo che il ministero proponesse soluzioni con soldi non suoi, senza mostrare alcun tipo di sensibilità verso di noi che non piangiamo il lavoro, ma la professionalità accumulata in questi anni e persa di colpo".
Insegnanti precari in una scuola precaria. Promuoviamo una grande mobilitazione contro l'imbarbarimento.
Continua e riparte la protesta dei precari della scuola.
Decine di migliaia di insegnanti e personale della scuola pubblica sono stati condannati alla disoccupazione dal ministro Gelmini. Dopo aver sostenuto esami, aver acquisito titoli, dopo aver scalato graduatorie in anni di studio, di insegnamento, di lavoro. E' l'effetto della politica dissennata dei tagli, ma è anche la conferma di un governo che mortifica meriti e professionalità, ignorando diritti e bisogni.
'Tagliare' è la parola d'ordine di questo governo, che ne ha fatto una bandiera.
E il sistema mediatico berluscon-minzoliniano esalta il governo decisionista e coraggioso che taglia.
Tagliare le unghia è una operazione estetica, tagliare una ciste è una operazione sanitaria, ma tagliare la testa è un assassinio.
Questo governo taglia i fondi alla scuola e alla cultura, e quindi uccide scuola e cultura.
Non taglia e anzi conserva e incrementa sprechi e affari delle cricche.
Dietro le scelte apparentemente fredde e contabili dei tagli vi è una precisa strategia. In primo luogo, questo governo si caratterizza per l'assoluto silenzio sulla scuola privata. Tremonti e Gelmini non parlano mai di scuola privata: perché? E' ormai chiaro a tutti: a che serve parlarne? Basta mortificare e uccidere la scuola pubblica, privarla anche dei fondi minimi necessari per garantirne il funzionamento. Fatto questo, alla fine, resta la scuola privata!
E così chi ha i soldi, ha il diritto di sapere, di formarsi; chi non li ha, è privato di questo diritto.
E dentro a questa morsa non ci sono solo gli studneti e le loro famiglie, ma anche decine e decine di migliaia di operatori della scuola pubblica, che perdono il diritto al lavoro e non possono progettare il futuro. Per loro non vi è neppure un giudice come per gli operai di Melfi.
Eppure la logica è la stessa: Marchionne come Tremonti considerano il diritto al lavoro una regalia, sottoposta ai prevalenti interessi di casta e all'arroganza finanziaria dei “ladroni di Roma e dintorni”. Quei “ladroni di Roma e dintorni” che ormai tutti hanno compreso essere alleati finanziari di banche e banchetti della Lega Nord.
Non è finita qui. La situazione dei precari della scuola è resa ancora più drammatica dalla strategica mortificazione delle professionalità. L'Italia resta l'unico Paese europeo nel quale, ormai, essere artista, insegnante, giornalista, medico, artigiano, avere insomma una professionalità non conta niente.
E tutto si riduce a “quanto denaro hai ?” e “a chi appartieni? quanto è forte la tua casta?”.
“Io sono violinista...”
”Sì, va beh, ma cosa fai?”
“Io insegno in una scuola pubblica”.
“Sì, va beh... ma cosa fai?”
Se non hai alcuna professionalità, ma sei ricco e appartieni alla casta, allora sì che sei rispettato.
Precarie, in tal modo, diventano la professionalità, la cultura, l'arte, la scuola. La lotta dei precari della scuola è lotta non soltanto degli scippati del diritto al lavoro e del proprio futuro, ma è lotta perché le professionalità vengano rispettate. Tutte. E perché la scuola pubblica non sia più precaria, perché i giovani, tutti i giovani, possano attraverso la cultura e l'arte avere un proprio progetto di futuro.
Italia dei Valori continuerà la propria azione in Parlamento e nelle piazze, davanti e dentro le Scuole e i provveditorati; presentando atti parlamentari e facendo ostruzionismo e ogni azione possibile per costringere il governo a fermarsi in questa sfrenata corsa verso l'imbarbarimento e verso l'assassinio della scuola pubblica e del diritto al lavoro di decine di migliaia di professionisti.
FIAT: GOVERNO ASSENTE, LA STRADA NON E’ QUELLA DI LICENZIAMENTI E RICATTI
L’atteggiamento della Fiat sulla vicenda di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, i tre operai di Melfi licenziati dall’azienda e reintegrati dal Giudice, ha dell’incredibile. Il Lingotto sembra voler inasprire – non si comprende a quale scopo - i rapporti sindacali, accanendosi contro i tre metalmeccanici rei soltanto di aver esercitato il loro diritto di sciopero. L’Amministratore delegato, Marchionne dovrebbe spiegare perché in un momento tanto delicato per il Paese e per la stessa Fiat, l’azienda stia adottando la politica del muro contro muro, che non ha (non avrebbe) nessuna ragion d’essere.
Invece di favorire il dialogo il gruppo torinese sembra voler estremizzare lo scontro e portare un altro assalto alla già “sgangherata“ diligenza dei diritti dei lavoratori.
E il Governo che fa? Il ministro della disoccupazione Maurizio Sacconi, che in due anni di mandato ‘vanta’ oltre cinquecentomila disoccupati e alcuni milioni di precari, si nasconde dietro allo slogan “meno Stato e più società”. Questo però non dovrebbe coincidere con la totale assenza del governo, finora incapace di definire gli asset strategici e industriali del Paese. In Francia, in Germania e negli Stati Uniti si sono scomodati Sarkozy, la Merkel e Obama per discutere di Renault, Opel e Chrysler; purtroppo in Italia questo non è possibile. Non esiste un governo che possa ricordare alla Fiat che efficienza e redditività d’impresa sono assolutamente compatibili con i diritti dei lavoratori. La linea del ricatto, che contrappone i diritti con gli investimenti e utilizza i licenziamenti antisindacali, come nel caso di Melfi, è una strada cieca e di brevissima durata. Per l’Italia dei Valori la strada maestra è quella del dialogo tra impresa e sindacati per stabilire regole precise e democratiche all’interno della fabbrica. Per ora, invece, spicca solo l’assenza del governo Berlusconi, immobile di fronte ad un momento industriale così delicato. Anche per questo motivo, è necessario il ritorno alle elezioni il prima possibile.
Gli italiani perdono il lavoro, Bertolaso no
Gli italiani non devono e non possono dimenticare tutto quello che è successo negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi 18 mesi, alla Protezione Civile. Bertolaso finisce sotto indagine per l'inchiesta sul G8 alla Maddalena e Berlusconi rifiuta le sue dimissioni, probabilmente per non creare un precedente pericoloso per un partito come il PdL, farcito di malfattori e amici della cricca. Poi esplode con tutto il suo splendore la mirabolante e bizzarra idea di privatizzare la Protezione Civile facendone una Spa. Progetto per il momento fallito. Intanto lo scandalo della "cricca" prende forma e si ingigantisce fino a diventare una seconda e più disgustosa Tangentopoli.
Abbiamo dovuto sopportare l'agonia di leggere i fringe-benefits del sistema Bertolaso: auto di lusso, arredamenti, ristrutturazioni immobiliari, incarichi a parenti e amici, prostitute. Mentre monta l'indignazione, Bertolaso appare in tv, su tutti i canali e a tutte le ore. Deve aver imparato certamente dall'amico Silvio come si plagia la mente degli italiani attraverso il fascismo mediatico. In tv, infatti, Bertolaso non ci va certo per raccontare la verità; non ha mai fatto riferimento, per esempio, alla condanna inflitta dalla Corte di Giustizia Europea all'Italia, in merito all'emergenza rifiuti in Campania. Invece di dimettersi entrambi, Berlusconi e Bertolaso, hanno continuato a recitare la parte degli eroi che hanno salvato la città di Napoli ed i suoi abitanti. Il secondo ha anche la faccia tosta di accettare cittadinanze onorarie e medaglie, senza alcuna vergogna, senza imbarazzo. Bertolaso non ha mai parlato dell'Istituto Spallanzani di Roma, una struttura ospedaliera strategica e ad alto rischio, un centro di riferimento per le nuove epidemie, la coltivazione di virus letali e le misure contro il bioterrorismo, che lui ha fatto ristrutturare ad Anemone e Balducci senza rispettare le norme antisismiche. All'inizio di Maggio poi, tocca il fondo organizzando una conferenza stampa che sembra un processo senza accusa in un Palazzo istituzionale: Palazzo Chigi. Grande delusione per chi si aspettava che in quell'occasione riconoscesse le proprie colpe e chiedesse scusa a quanti hanno dovuto sopportare i suoi soprusi e le sue personalistiche regole. In realtà nega tutto, da buon berlusconiano convinto.
Le indagini su Bertolaso e l'ormai famigerata cricca sono cominciate a febbraio. Sono passati più di sei mesi e, al contrario di tantissimi altri italiani, loro non hanno perso il lavoro, anzi, continuano a godere di impensabili privilegi. Dopo il lungo balletto propagandistico giocato sulla pelle degli aquilani, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha emanato una direttiva che conferma ed amplia le competenze della Protezione civile in materia di grandi eventi. Il tutto mentre i tg si occupano di santificare Francesco Cossiga e di riempire di idiozie il popolo italiano: vacanze, menù estivi, previsioni del tempo. E l'informazione? Qualche tg ha ricordato di parlare di questa direttiva? O i tg devono occuparsi esclusivamente di occultare le proteste dei ventimila cittadini aquilani (tra di loro anche sindaci di ogni colore politico) che si riversano sulla Roma-L'Aquila contro i provvedimenti del governo in materia economica? Bertolaso e Berlusconi ne hanno raccontate di frottole agli italiani: l'Aquila sede delle Olimpiadi invernali, le C.A.S.E., le crociere per i terremotati. Un senso dello humor che fa rabbrividire.
La realtà è che il capo della Protezione Civile, a partire dai primi anni duemila ha accresciuto un potere che è diventato assoluto con il tempo, e che oggi raggiunge il suo apice. Questo potere gli è stato concesso sempre da Silvio Berlusconi, ovviamente. Non si tratta di illazioni, come vorrebbe far credere il capo-cricca, ma di dati e numeri.
Tra la fine del 2001 (quando Bertolaso viene nominato capo della Protezione Civile) e la prima metà del 2009, le ordinanze varate dalla Presidenza del Consiglio sono 587. Nulla di scandaloso, se fossero davvero tutte emergenze per calamità naturali imprevedibili e senza margine di prevenzione, ma non è così. Tra queste "emergenze", infatti, figurano numerosi meeting religiosi, eventi sportivi, viaggi del Papa, pericoli legati addirittura all’imponente afflusso turistico alle isole Eolie! Come mai Bertolaso e Berlusconi sono così "appassionati" di grandi eventi, e non di prevenzione ed emergenze? La risposta è talmente semplice che non ci sarebbe bisogno nemmeno di scriverla. I grandi eventi portano guadagno, lucro. Sui grandi eventi ci sono gli occhi e le mani delle mafie (ricordate la vicenda della Vuitton Cup svoltasi a Trapani? Un giro di affari mafiosi nascosto in una ordinanza di Protezione Civile, firmata da Berlusconi su idea di Bertolaso), ci sono i traffici, gli imbrogli. L'unico interesse di Bertolaso è sempre stato quello di gestire i grandi eventi, e la nuova direttiva lo conferma. Li abbiamo trovati con le mani immerse nel barattolo della marmellata, per l'ennesima volta.
Adesso Bertolaso si trova alle isole Eolie a seguito della scossa tellurica di lunedì 16 agosto, e se la prende con il governo del quale LUI fa parte da parecchio tempo. Lo stesso governo che gli ha permesso di disfare la Protezione Civile e di ricostruirla a sua immagine e somiglianza. Lo stesso governo che gli permette di tirare calci sui denti dei volontari e dei funzionari di Protezione Civile, che cercano di portare avanti il proprio lavoro nonostante la gestione disastrosa degli ultimi nove anni. Bertolaso sostiene che il governo non spende abbastanza per mettere in sicurezza vaste zone del territorio nazionale. Come se lui avesse mai avuto intenzione di pensare alla sicurezza del Paese. Lui, capo della Protezione Civile, non ha mai fatto quello che avrebbe dovuto: studio del territorio, previsione e prevenzione dei rischi. Troppi comuni italiani sono privi di un piano di Protezione Civile, e la coscienza del capo non ha mai avuto alcun sussulto quando si è affrontato, per esempio, il problema relativo alla sicurezza degli edifici pubblici. C'è da ricordargli, di tanto in tanto, che in Italia centinaia di migliaia di studenti rischiano la vita frequentando scuole totalmente insicure.
Bertolaso, inoltre, lamenta la mancanza di rispetto delle regole (lui!!!). Dice che "I divieti vanno fatti rispettare, è inutile metterli e poi scaricarli e costruirsi alibi: o si tolgono o si fanno rispettare. E’ il nostro compito e quello di qualcun altro, e noi lo faremo". Lo faremo. Lo faremo. E fino ad ora cosa hai fatto, Guido? A parte arricchirti gravando sulle spalle degli italiani e trasformare la Protezione Civile in un organismo para-militare al servizio di un governo autoritario, si intende.
I LAVORATORI TIRRENIA SCHIAVI SULLE “GALERE” COME IN “BEN-HUR” MENTRE IL MINISTRO NON RISPONDE
Il fallimento della Tirrenia é paradigmatico del fallimento di tutta la politica industriale del nostro governo.
Dopo aver distrutto i diritti del lavoro sanciti costituzionalmente, avallando le scelte antisindacali di Pomigliano, l'esecutivo persiste nel suo atteggiamento gravissimo rifiutando ogni confronto serio con il sindacato dei marittimi. Per questo l'Italia dei Valori ha sostenuto con forza le legittime rivendicazioni e mobilitazioni dei lavoratori Tirrenia, in difesa del diritto più bistrattato da questo governo: il diritto al lavoro. Mentre da una parte i lavoratori mettono in atto iniziative dimostrative nel rispetto della legge e del proprio contratto, nonché dell'utenza, dall'altra i comportamenti del Governo e del commissario, sono in palese violazione della stessa legge che regolamenta gli scioperi. Non sono state rispettate, infatti, le procedure di confronto e non è stato convocato il tavolo di crisi
Nel disinteresse delle istituzioni si è così lasciato morire un'azienda, che ha procurato profitto solo ai dirigenti, inamovibili da decenni, e ha ridotto sul lastrico la salute finanziaria della società e il futuro dei lavoratori. Con una privatizzazione fallimentare, attuata attraverso la parcellizzazione delle varie compagnie regionali, l'effetto sarà una tragedia sul piano sociale, la cessazione della continuità territoriale verso le rotte meno redditizie e l'aumento esponenziale delle tariffe. L'Italia si scoprirà ancora una volta più divisa, più povera, più antisolidale. Il governo non sembra avere interesse, o forse non ha la capacità, di gestire in maniera controllata ed efficiente, la transizione verso una privatizzazione equa e rispettosa dei diritti degli utenti e dei lavoratori. Dopo Alitalia, questo della Tirrenia è l'ennesimo cannibalismo dell’esecutivo Berlusconi, pronto a dare in pasto agli amici imprenditori le imprese nazionali anche quando ciò avviene a discapito dei lavoratori.
Come segretario per il Lazio dell'Italia dei Valori ho aderito pertanto alla manifestazione indetta dai lavoratori Tirrenia nel porto di Civitavecchia. In 200, da vari equipaggi, sono scesi dalle navi ed hanno urlato la rabbia di venire abbandonati e "spezzettati" insieme alla società, mentre un'Italia, impoverita e disinformata, prendeva i traghetti diretta verso le proprie ferie.
Sulla banchina ho chiamato il Ministro Matteoli ma, purtroppo senza sorpresa, non ha risposto alla chiamata. D'altra parte il silenzio e l'inadempienza del governo hanno caratterizzato tutta la vicenda Tirrenia.
Siamo con il lavoratori ed è ora che il governo, invece di pensare a soluzioni "balneari" per garantire la propria sopravvivenza, pensi a soluzioni "marittime" per garantire quella di diecimila famiglie. Palazzo Chigi è avvertito: se entro il 30 agosto il governo non sbloccherà la questione, con un piano industriale serio di rilancio, ogni porto d'Italia sarà bloccato dai dipendenti Tirrenia. I quali, sin da oggi, hanno iniziato uno sciopero bianco: garantiranno il servizio agli utenti della navi ma allo stesso tempo informeranno, tramite volantini e altri mezzi di comunicazione, tutti i passeggeri delle ruberie dei dirigenti, che hanno portato un'azienda florida al collasso finanziario e che hanno sfruttato i lavoratori tenendoli con contratti precari da 20 anni. L'Italia non può tornare ai tempi delle “galere”, come in “Ben-Hur” con gli operatori del mare ridotti a schiavi.
L'Italia dei Valori é e sarà a fianco di chi ancora crede che si debba, che si possa, essere liberi dal lavoro, liberi con il lavoro.
FIAT, AIUTI SOLO SE GARANTISCE I POSTI DI LAVORO
Caso Fiat, intervista a Maurizio Zipponi, responsabile nazionale del dipartimento Lavoro dell’Italia dei Valori
Maurizio Zipponi, la Fiat ha annunciato ricorso contro il reintegro dei tre operai di Melfi, licenziati dall’azienda con l’accusa di aver bloccato volontariamente, durante uno sciopero, le linee di montaggio. Si aspettava la mossa del Lingotto, e come la giudica?
Quella della Fiat è una mossa naturale, nel senso che sempre quando un’azienda perde per antisindacalità, soprattutto sui licenziamenti, ricorre in tribunale. Ma a parte la mossa, data da una linea di difesa legale, quel che mi aspetterei è che, anzitutto, anche la Fiat si rendesse conto di essere in un Paese democratico in cui esiste un potere, la Magistratura, che è autonomo dagli altri poteri e dai potenti, e che per l’Italia dei Valori è un punto di riferimento importantissimo, oltre ad essere una garanzia per le persone che non hanno i mezzi per farsi valere attraverso i soldi o la gestione del potere della “casta”. L’autonomia della Magistratura è un punto per noi fondamentale. Quindi io mi aspetterei che la Fiat, rendendosi conto che non può fare quello che vuole – alla faccia delle leggi e dei contratti – decidesse di convocare la trattativa anche con il più grande sindacato italiano dei metalmeccanici che è la Fiom e mettesse da parte la repressione e lo scambio ‘diritti in cambio del posto di lavoro’ e discutesse finalmente del destino degli stabilimenti italiani e dell’occupazione.
Come motiva la politica perseguita negli ultimi tempi dalla Fiat, anche in relazione all’accordo di Pomigliano d’Arco e alla ventilata minaccia di Marchionne di uscire da Confindustria?
Tutto nasce da un problema: la Fiat nei prossimi mesi deve rispettare l’accordo col Governo americano sulla Chrysler, e cioè aumentare la propria quota di partecipazione e restituire il danaro che il Governo Usa ha prestato al costruttore di Detroit - di cui l’azienda torinese è il maggiore azionista privato – nei tempi definiti. La questione è che Chrysler questi soldi non li ha e non li ha nemmeno Fiat. Quindi il Lingotto deve ricercare risorse sul mercato finanziario. La via più breve è alzare il prezzo nei confronti del nostro governo, e cioè dire che in cambio del mantenimento degli stabilimenti in Italia, è necessario che l’azienda riceva, in modo diretto o indiretto, risorse pubbliche o, comunque, che il sistema finanziario italiano sostenga sia il debito attuale della Fiat sia le nuove risorse di cui ha bisogno per la Chrysler.
Io ho come l’impressione che tutte le vicende, da Pomigliano d’Arco ai licenziamenti di Melfi, in verità servano a coprire il vero problema, e cioè il debito della Fiat, le garanzie finanziarie per Chrysler e la divisione - per la prima volta nella sua storia - del gruppo, in quanto verranno scorporate le attività della Iveco (camion) e della New Holland (macchine movimento terra), per cercare risorse finanziare sul mercato. Ecco allora che quando i lavoratori dicono No a scambiare i diritti fondamentali con il lavoro perché sarebbe come tornare al Medioevo, questo viene utilizzato dall’azienda come capro espiatorio per alzare il prezzo di contrattazione per gli azionisti di Fiat, sia col governo italiano sia con il sistema finanziario.
Parliamo di occupazione, il Lingotto già oggi ha diverse linee di produzione all’estero e altre potrebbero essere trasferite in paesi con condizioni più favorevoli per l’azienda. A suo giudizio la multinazionale torinese manterrà gli attuali livelli occupazionali in Italia, o dobbiamo temere un ridimensionamento, come denuncia da tempo la Fiom?
La Fiat ha già deciso strategicamente le proprie linee per il futuro. La prima è quella di spostare l’asse decisionale verso gli Stati Uniti e il mercato dell’America Latina, in particolare il Brasile. Per quanto riguarda l’Europa, di trasferire le attività produttive nell’Est, Polonia e Slovenia soprattutto, e lasciare nel sud alcuni stabilimenti fin quando questi verranno sostenuti dal denaro pubblico italiano. Tanto è vero che ha già comunicato che chiuderà quello di Termini Imerese, in Sicilia, il che significa perdere – tra diretti e indiretti – circa 2mila posti di lavoro. Poi a Pomigliano, probabilmente porterà la Panda, ma sempre contrattando con il Governo italiano fondi, soldi pubblici e quant’altro. Che fare allora? Se avessimo un governo serio, dovrebbe dire a Marchionne: “Noi abbiamo in Italia 5 stabilimenti di produzione, questi devono avere un futuro, un prodotto, un modello, degli obiettivi di volumi da produrre. Se mantieni i livelli occupazionali discutiamo di cosa significa aiutare la Fiat”. Diversamente il rischio rispetto al passato è quello di dare aiuti pubblici al Lingotto semplicemente perché delocalizzi nell’Est Europa o, peggio ancora, trasferisca risorse finanziarie verso gli Stati Uniti, lasciando l’Italia solo come un mercato a cui attingere, volta per volta, sulla base degli aiuti di stato.
Telecom: 3900 esuberi e Sacconi è contento
La vicenda Telecom, segna da sempre in Italia dei passaggi significativi nell'industria e nei rapporti tra questa e il sistema politico. La società, non bisogna dimenticarlo, è stata interessata dalla più grande privatizzazione italiana, e ha visto passare un mare di farabutti che hanno trasformato un gruppo ricco, in una azienda fortemente indebitata.
E' passato Emilio Gnutti - con i furbetti del quartierino - che ha comprato l'azienda a debito e successivamente ha caricato i debiti sulla stessa. Poi Tronchetti Provera che, guarda caso, ha spostato gli immobili di proprietà Telecom alla Pirelli Re, la sua società. E' passato anche un amministratore delegato che se n'è andato nel 2007 con 17 e passa milioni di liquidazione. Tante, nel corso degli anni, le ferite inferte da questi personaggi all’azienda. Sarebbe importante che la magistratura aprisse una seria inchiesta per accertare tutte le responsabilità.
Detto questo, Telecom si trova ad essere si un’azienda indebitata, ma anche aperta al futuro, perché si occupa di rete, di telecomunicazioni, di information technology. La società ha svolto una trattativa dichiarando una ulteriore ristrutturazione, ha esternalizzato dapprima il settote It poi ha deciso di ridurre fortemente il personale. Per fortuna, questa volta, il confronto ha portato ad un accordo che non prevede licenziamenti, né il ridimensionamento dei diritti come invece è avvenuto a Pomigliano d'Arco con la Fiat. Quindi il risultato porta a una non drammatizzazione del tema. Per questo l’accordo è giudicato dall'Italia dei Valori buono anche se lascia aperto un problema: Telecom deve essere un protagonista industriale come lo fu l'Enel nell'elettrificazione del Paese nel dopoguerra. Deve esserlo nel portare la banda larga nelle case, nelle officine, nei negozi, nelle industrie, per renderla disponibile gratuitamente a tutti. L’azienda, quindi, ha un ruolo industriale importantissimo, che non è stato discusso in occasione di questa intesa, ma che andrà attentamente considerato.
Infine abbiamo letto, come Italia dei Valori, i commenti del governo. Francamente siamo stupefatti; qui si scrive che 3.900 persone se ne andranno, anche se volontariamente attraverso la mobilità, ma se ne andranno, altre entreranno in riduzione di orario, e il ministro della “Disoccupazione” Sacconi cosa commenta? È contento. Lui è contento! La più grande azienda italiana riduce drasticamente gli organici, non assume giovani, non sostituisce chi va in pensione, chi va in mobilità e il nostro ministro è contento.
Noi dell’Italia dei Valori insistiamo su questi fatti. Purtroppo alla vicenda Telecom si aggiungerà, a partire da settembre, quella di Unicredit e di altre grandi imprese. Bisogna intervenire con urgenza. Il governo dovrebbe dire a Telecom: “Il tuo business interessa l'insieme del Paese, io faccio politica industriale e lo incentivo perché riguarda un settore strategico. Per questo ti chiedo di investire sui giovani, sulla formazione, sul rapporto università-ricerca, sul lavoro a tempo indeterminato per dare un futuro meno incerto alle persone”. Invece no, il nostro ministro della Disoccupazione è semplicemente felice che si riducano gli organici.
Ecco, questa è la differenza fra noi e il governo. Loro sono felici quando l'industria va male, quando si riducono i posti di lavoro, noi invece per il futuro ci auguriamo di innescare un nuovo meccanismo di politica industriale che guardi allo sviluppo civile, democratico e industriale del nostro Paese.
Mirafiori conta piu' di Pomigliano?
Le parole di Bossi sul futuro della Fiat non lasciano adito a equivoci. Nello stesso discorso il leader del Carroccio ha detto che Marchionne fa bene ad andare in Serbia perché lì gli danno i soldi, che Mirafiori non si tocca e, marginalmente ma neanche poi tanto, che l’obiettivo finale della Lega è avere una Padania libera.
Tutto questo ha due significati fondamentali: la Lega è una forza ancora apertamente secessionista (e non a casa Alemanno ha ricordato proprio oggi che la parola “secessione” non è scomparsa dallo statuto della Lega) e l’intervento dei vertici del Carroccio sulla Fiat è volto a tutelare solo lo stabilimento di Mirafiori.
E’ questo il quadro in cui il governo, di cui la Lega fa parte a pieno titolo, dovrebbe intervenire nella vertenza Fiat con una posizione di mediazione. Ho la netta sensazione che si punterà solo a salvaguardare lo stabilimento torinese perché l’unico che interessa a una delle due forze in campo. Il Pdl, se stiamo alle parole di Berlusconi dell’altro giorno, invece, auspica solo che Marchionne ci ripensi, ma non ha alcuna intenzione di mettere sul piatto qualcosa per arrivare a un logico compromesso che salvaguardi la produzione di tutti gli stabilimenti e il mantenimento dei livelli occupazionali.
Del resto non è un caso che Bossi abbia cominciato a interessarsi della Fiat solo quando è stata paventata la chiusura di Mirafiori. Quando si è parlato di Melfi, di Pomigliano, di Termini Imerese, non è arrivata una sola parola. E se anche due dei tre principali sindacati hanno gettato la spugna, a difendere i diritti dei lavoratori e a tentare di salvare il salvabile sarà soltanto la Cgil, a patto che non resti sola.

Fiat, se ne sono accorti adesso
Ben svegliati ai ministri Calderoli e Sacconi. Dopo la notizia della chiusura dello stabilimento di Termini Imerese con 2000 posti di lavoro che saltano, l’annuncio di nuova cassintegrazione in tutte le realtà Fiat, il teatrino di Pomigliano, dove sono stati contrapposti i diritti individuali dei lavoratori agli investimenti, la separazione dal gruppo Fiat delle attività di Iveco e New Holland con il pericolo reale per la sopravvivenza delle fabbriche italiane (la nuova società sarebbe caricata di un debito prevalente pur non avendo un fatturato prevalente) e dopo l’annuncio che Mirafiori produrrà la monovolume in Serbia, sembra che i ministri abbiano aperto gli occhi.
L’Italia dei Valori ha chiesto da sei mesi l’intervento della Presidenza del Consiglio, ma è stata inascoltata nei luoghi istituzionali. Nella lettera scritta alcune settimane fa a Marchionne e ai lavoratori abbiamo ribadito esattamente il punto della questione Fiat in Italia: l’enormità dei finanziamenti pubblici percepiti e l’abbandono graduale nel nostro paese delle attività principali.
Oggi siamo ben felici che anche altri partiti si accorgano del disegno in atto, in cui i lavoratori vengono utilizzati semplicemente come capri espiatori e come ostaggi per ricontrattare con lo Stato italiano e con il sistema di credito ulteriori enormi finanziamenti, che tolgono l’aria per respirare alle piccole e medie imprese e agli artigiani.
Perché nessuno dice, come invece ha sempre fatto e continua a fare l’IdV, che la Fiat sta usando tutti i fornitori come banche, non pagandoli prima di 180-200 giorni? Perché non si rende pubblico che il problema reale della Fiat è il debito, che con l’epurazioni in atto viene riversato di nuovo sulla collettività? La questione aperta è quella di far rimanere la Fiat un’azienda orgogliosamente italiana, che sappia costruire macchine di qualità e ecologicamente compatibili con i nuovi standard del rispetto ambientale. Un obiettivo che rompa con la tradizione del passato e cioè quello di essere un’azienda pubblica nei finanziamenti e privata nella divisione degli utili agli azionisti.
Per l’Italia dei Valori è fin troppo evidente che il piccolissimo utile dichiarato nei giorni scorsi serva unicamente a sostenere l’operazione in borsa dello spin off. Basta fare due conti, infatti, per scoprire che la cifra equivale esattamente ai 600 euro che la Fiat non ha pagato a luglio ai lavoratori nel premio di risultato. Siamo ben felici che altri partiti e il ministro della disoccupazione Sacconi si siano bruscamente risvegliati dal torpore e chiedano alla Fiat di rispondere direttamente alle istituzioni.
Noi riteniamo che la Presidenza del Consiglio si debba occupare di questa vicenda. Non tocca certo al ministro della disoccupazione, che ha sempre negato la realtà per prendere parte ad un vigliacco tiro a segno contro i lavoratori italiani. Gli unici che con stipendio netto di 1200 euro al mese pagano al cento per cento le tasse.
Antonio Di Pietro
Maurizio Zipponi

Lettera aperta ai dirigenti e ai lavoratori Fiat
La vicenda della Fiat sta assumendo una dimensione tale da coinvolgere il Governo, le Istituzioni e le forze politiche che, come l’Italia dei Valori hanno a cuore il futuro dell’industria, dell’economia e dell’occupazione sana del nostro Paese.
L’Italia dei Valori ha individuato due punti di partenza per poter agire con saggezza su un tema così delicato. Innanzitutto bisogna sottolineare che la Fiat è un’azienda che ha sempre ricevuto importanti finanziamenti pubblici da parte dello Stato e non può quindi pensare all’Italia solo come ad un mercato, come se non vi fosse una responsabilità sociale per le risorse ricevute. In secondo luogo, è necessario considerare gli esempi che arrivano dalla nuova mappa mondiale dei produttori di auto. Le aziende in Francia e in Germania si stanno occupando dei nuovi mercati e, contemporaneamente, investono nel proprio Paese senza mettere in contrapposizione i diritti dei lavoratori con i piani industriali.
Ci poniamo quindi alcune domande alle quali riteniamo che gli azionisti, i dirigenti della Fiat ed i rappresentanti dei lavoratori debbano rispondere.
Come si spiega che l’industria dell’auto tedesca, con un accordo tra Merkel e sindacati, stia investendo nel proprio Paese per produzioni qualificate e di alto valore aggiunto?
Come si spiega che l’intenzione della Renault in Francia di chiudere stabilimenti e portare la produzione in Turchia sia stata definitivamente bloccata da Sarkozy?
Come si spiega che negli Usa gli aiuti pubblici alla Chrysler/Fiat sono stati vincolati da Obama allo sviluppo di produzioni a minor impatto ambientale, tanto è vero che la Fiat costruirà la 500 elettrica negli Usa?
Come si spiega che un operaio della Fiat prende millecinquecento euro medi netti al mese e quello tedesco a parità di mansioni ne percepisce più di tremila con una differenza del costo della vita solo del 20%?
Come si spiega che in Italia, dopo gli enormi finanziamenti pubblici, viene annunciata la chiusura della Fiat di Termini Imerese in Sicilia, per il 2011, con duemila posti di lavoro che saltano tra diretti e indiretti?
Come si spiega che a Melfi e a Mirafiori si licenziano delegati sindacali e lavoratori che esercitano il diritto sacrosanto della critica e dello sciopero?
Come si spiega che a Pomigliano i lavoratori debbano cancellare diritti previsti dai contratti e dalle leggi sotto il ricatto della chiusura dell’azienda e dei licenziamenti?
C’è qualcosa che non va. La sproporzione tra gli obiettivi dichiarati dall’azienda e le azioni concrete messe in atto contro i lavoratori è troppo grande. Per l’Italia dei Valori bisogna sostenere l’impresa non assistita, libera di agire sul mercato e rispettosa del Paese in cui opera, perché raggiunga la necessaria competitività e flessibilità date dalla concorrenza internazionale.
Siamo i primi sostenitori dell’investimento a Pomigliano e della ricerca di nuove imprese per Termini Imerese. E’ per questo che non capiamo i comportamenti della Fiat, a meno che la risposta non sia quella riportata recentemente da “il Sole 24 ore”, in cui si conferma l’intenzione della Fiat di separare nei prossimi mesi le attività industriali di Iveco e Cnh dal resto del Gruppo. Il Gruppo ha debiti consistenti che verrebbero distribuiti, a detta de “il Sole 24 ore”, sulla nuova società (Fiat Industrial) per il 60% mentre solo il 40% rimarrebbe a Fiat Spa con l’auto.
Quindi, ci chiediamo se la Fiat non stia creando un problema sociale enorme per ricontrattare con lo Stato e con il sistema bancario nuovi finanziamenti. In questo modo coprirebbe il vero problema, cioè quello del ripianamento del proprio debito, scaricando tutto sui lavoratori mentre gli azionisti decidono dividendi. E’ una storia già vista in Italia. Ci permettiamo di ricordare all’amministratore delegato Marchionne, che lui stesso dichiarò che “il problema della competitività dell’auto non dipende dal costo del lavoro che vale circa l’8% per unità di prodotto”.
Per l’Italia dei Valori la strada è chiusa. Non si possono cercare capri espiatori nei lavoratori che percepiscono 800 euro al mese quando sono in cassintegrazione, e quando lavorando non riescono più ad arrivare a fine mese. Con quale motivazione e partecipazione possono contribuire al buon andamento dell’impresa se non vengono rispettati?
Certo, siamo consapevoli che in Francia c’è Sarkozy, in Germania la Merkel, negli Usa Obama mentre in Italia il governo è assente. Ma questo non autorizza a sbagliare totalmente la strategia da opporre alla crisi. Non si possono bastonare i lavoratori e lisciare il pelo a chi ha la responsabilità di governare il Paese in un momento estremamente critico per l’economia e non fa nulla per risolvere il problema.
Una forza politica come l’Italia dei Valori, che è fuori dalla casta, dai compromessi di potere, dai ladrocini e dai misfatti, ha deciso di scrivere questa lettera aperta indirizzata a lei, egregio dott. Marchionne e a tutti i lavoratori, perché ritiene che un rapporto diretto tra le parti, senza falsi ministri del lavoro, finti presidenti del consiglio e finti sindacalisti, sia l’unico modo per far diventare la Fiat un’azienda italiana di cui essere orgogliosi.
Egregio dott. Marchionne, fare l’operaio oggi in Italia è considerato un lavoro poco nobile. Si è bistrattati da tutti e con lo stipendio percepito non si è neanche più in grado di mantenere la propria famiglia. Esiste, dunque, la possibilità che nemmeno il ricatto del posto di lavoro funzioni più, perché queste persone, che con il loro lavoro tengono in piedi l’Italia, non hanno da perdere che le loro catene.
Antonio Di Pietro - Presidente dell’Italia dei Valori
Maurizio Zipponi - Responsabile welfare e lavoro Idv

La verita' sulla disoccupazione
I dati della disoccupazione reale sono ben superiori a quanto registrato dall’Istat o dagli allarmanti dati lanciati oggi dall’Ocse che segnala un tasso di disoccupazione medio dell’8,7%. Questi numeri reali incendiano molto di più che qualsiasi discorso infuocato perché, mentre il governo è chiuso nei bunker dei suoi palazzi d’oro, siamo all’alba di una rivolta sociale. Il Paese reale non ne può più.
Non passa giorno, infatti, che davanti a palazzo Chigi, piazza Montecitorio e davanti al ministero dello Sviluppo economico, non ci siano proteste e manifestazioni di lavoratori, precari che stanno perdendo tutto: il posto di lavoro, il reddito, gli ammortizzatori sociali e, quindi, la dignità di sentirsi cittadini italiani. Nello stesso tempo in tutte le regioni italiane, dalla Lombardia alla Sicilia, i tribunali stanno registrando un aumento vertiginoso di piccole e medie aziende che chiudono, di insoluti, di protesti e di fallimenti. In Italia una parte consistente dei giovani addirittura non è registrata tra coloro che cercano lavoro.
Qualunque governo che avesse la dignità di chiamarsi tale partirebbe da un dato reale e cioè dal fatto che la manovra economica in discussione al Senato, combinata con il crollo del mercato e con la drastica riduzione dei consumi delle famiglie, sta generando un corto circuito sociale che rischia di essere ingovernabile per chiunque. La disoccupazione italiana, accompagnata da una totale assenza di politiche economiche di crescita in settori strategici, rende buio il futuro del’intero sistema Paese, fino a mettere in pericolo la collocazione internazionale della nostra economia, sempre più chiamata a concorrere con quelle emergenti, da quella cinese a quella indiana per finire a quella dell’Amerca Latina e, sempre meno in grado di concorrere con quelle forti: tedesca francese e statunitense.
Per l’Italia dei Valori questa è la critica più radicale che facciamo al governo Berlusconi che sta generando danni irreversibili al sistema delle imprese italiane e alle famiglie che non reggono più non tanto i consumi, ma quanto i fondamenti che tengono unito un nucleo familiare: e cioè la possibilità di poter pagare un affitto, o un mutuo, gli studi ai propri figli, proteggere il proprio futuro al di là del fatto che gli unici posti di lavoro proposi sono quelli precari.
Che la disoccupazione italiana riguardi soprattutto i giovani e sia intorno al 30%, percentuale simile a quella delle donne, e ancora più accentuata nel Mezzogiorno, dice più di tanti discorsi politici e cioè che stiamo arrivando alla rottura di delicati equilibri sociali. Tutto ciò non c’entra niente con la Padania o con fanfaronate di questo genere. Anzi, anche al Nord si stanno verificando fenomeni di regressione sociale anche nel ceto medio degli artigiani, commercianti e delle piccole e medie imprese. Tutti strozzati dal credito che le banche riversano ai pochi amici che ruotano intorno alla Marcegaglia, che non perde giorno nell’inventarsi modifiche alla manovra finanziaria, favorevole forse solo alle sue imprese.
Pomigliano: non abbassiamo la guardia
L'Italia dei Valori ha deciso di non spegnere nessun riflettore sul caso Pomigliano. C'è stato grande dibattito su quegli operai, e adesso tutti cominciano a dimenticarsene. Noi riteniamo, invece, che per essere seri bisogna insistere su un punto: su Pomigliano vanno fatti investimenti, le anomalie debbono essere cancellate, la fabbrica deve essere efficiente. E si può fare una fabbrica efficiente senza chiedere ai lavoratori di rinunciare ai diritti costituzionali. E' una sfida per il Paese e per la sua civiltà, non solo per i lavoratori di Pomigliano.
Si può lavorare senza esser schiavi? Altri Paese in Europa hanno dato già delle risposte: con l'innovazione, con gli investimenti in ricerca, si possono creare posti di lavoro che non ledono le libertà delle persone.
Per questo sollecitiamo la riapertura della trattativa, senza mettere in gioco i diritti costituzionali dei lavoratori come la libertà di sciopero o di parola.
Il ministro della disoccupazione e della precarietà Sacconi ha detto che lui si propone come mediatore sulla vicenda di Pomigliano. Sarebbe come dire che portiamo del sangue da donare alla casa di Dracula. Come ci si può fidare di uno che fino a ieri ha fatto da zerbino alla Fiat, insultando i lavoratori?
E' necessario, invece, che intervenga la Presidenza del Consiglio. Voi sapete chi è il ministro delle attività produttive e dello sviluppo economico? Silvio Berlusconi.
Ecco, Berlusconi si assuma la responsabilità di chiamare la Fiat e chiedere quanti soldi ha avuto l'azienda dallo Stato e cosa intenda fare con tutti gli stabilimenti italiani.
Qui ci si dimentica che la Fiat ha annunciato di voler chiudere anche Termini Imerese, altri 2000 lavoratori in Sicilia. E se si chiude un'attività produttiva del gente in Sicilia, sappiamo bene cosa succede in quel territorio: altri, non proprio dei signori, occupano sul piano sociale ciò che un'industria sana abbandona.
Per noi è importantissimo che sia la questione Pomigliano al centro dell'attenzione nazionale.
Alla Fiat bisognerebbe chiedere spiegazioni circa la green economy: negli Stati Uniti stanno progettando la 500 elettrica, e va benissimo. Ma in Europa e in Italia, quali sono i prodotti innovativi?
Infine, facciamo un appello a Marchionne, che s'è dimostrato un manager tra i migliori della nazione. Lui purtroppo si è fidato della casta politica, che lo ha tranquillizzato dicendogli di saper come ricattare i lavoratori per raggiungere un accordo. Invece i lavoratori di Pomigliano, che hanno una dignità, con il loro voto han detto: "fai l'investimento ma sai che non è a qualsiasi costo, perché i nostri diritti non sono in discussione". Per questo chiediamo a Marchionne di prendere in mano la faccenda e di parlare direttamente con i sindacati che contano e con i lavoratori. Serve un accordo. E non è impossibile. Io non ho mai conosciuto un operaio che lotta per chiudere la fabbrica. Tutt'altro, ho sempre conosciuto operai che lottano per tenerla aperta. E allora credo sia necessario che Sacconi e sindacati conniventi si levino di mezzo e che Marchionne parli coi lavoratori di Pomigliano.
La crisi? La paghino gli evasori
Ieri abbiamo manifestato, a Firenze, al fianco dei lavoratori e della Cgil, contro la manovra del Governo Berlusconi.
In piazza è scesa gente che vive con difficoltà economica dalla terza settimana del mese. Ma aldilà dell'aspetto strettamente economico, quella che si deve combattere, oggi, è una battaglia per la democrazia.
Lo abbiamo visto a Pomigliano D'Arco, dove c'è stato il tentativo di stracciare la carta costituzionale e di ridurre i diritti dei lavoratori. Quando si nega il diritto di sciopero e si nega la possibilità di ammalarsi, vuol dire che si è arrivati a un punto che si avvicina al Medioevo.
L'Italia dei Valori è scesa in piazza per denunciare la manovra economica del Governo ma anche l'attacco che il Governo sferra alla democrazia di questo Paese. Per questo motivo l'Italia dei Valori continua a raccogliere le firme per i tre referendum: contro il nucleare, contro la privatizzazione dell'acqua pubblica e contro quella vergogna voluta dal governo Berlusconi che si chiama legittimo impedimento. Una vergogna antidemocratica che ha evitato il processo al "ministro" Brancher.
Questo è l'impegno dell'Italia dei Valori che andrà oltre, perché se verrà approvata entro l'estate la legge contro le intercettazioni, inizieremo a raccogliere le firme anche per quest'ennesima legge vergogna.
Ricordo che l'Italia dei Valori ha presentato la sua "contro-manovra", che presenteremo meglio lunedì durante l'esecutivo nazionale. Noi vogliamo una manovra che non metta le mani nelle tasche dei cittadini più bisognosi, che non tagli i servizi a regioni ed enti locali e che colpisca i grandi evasori fiscali e le grandi organizzazioni criminali che, solo sei mesi fa, hanno potuto beneficiare dello scudo fiscale. Sono rientrati in Italia 80 miliardi di euro sui quali non erano state pagate le tasse. E su questi 80 miliardi è stato pagato solo il 5%. Chiediamo a queste categorie di risanare il bilancio del Paese.

Lavoro: affrontiamo il problema
In Italia, crisi economica e disoccupazione stanno prendendo il sopravvento, specie nei territori particolarmente svantaggiati come la Sicilia.
Il governo, piuttosto che salvaguardare le realtà produttive esistenti in settori importantissimi come l’elettronica ed il fotovoltaico, favorisce forme aggressive di speculazione che distruggono impresa e lavoro, procurando un danno enorme alla collettività.
E’ arrivato il momento di reagire e di dare risposte concrete e credibili ai cittadini, attraverso la creazione di un metodo di lavoro basato sull’orientamento al risultato: affrontare il problema tempestivamente e indicare la strada per l’attuazione delle soluzioni.
Con la giornata del 2 luglio l’Italia dei Valori Sicilia intende promuovere iniziative e strutture organizzative per dare continuità e reale rappresentanza al mondo del lavoro.
Dalla parte dei lavoratori Indesit
La decisione dell'Indesit di chiudere due stabilimenti a Bergamo e Treviso è inaccettabile in quanto priva di alternative. L'Indesit, di proprietà della famiglia Merloni, ha sempre ottenuto pieno sostegno nelle varie ristrutturazioni aziendali ed è incredibile che un'azienda tutta italiana decida semplicemente di chiudere senza porsi il problema di creare un'alternativa industriale e occupazionale. Tutto questo succede mentre una multinazionale concorrente come la Elettrolux chiude una fabbrica di frigoriferi a Scandicci e propone un'alternativa industriale. L'Italia dei Valori chiede che alla Indesit venga imposto di assumere una responsabilità sociale per tutti i soldi che ha preso nel passato e che quindi sia indotta a produrre concrete alternative. Sono parole vuote quelle pronunciate dal governatore del Veneto, Luca Zaia, a proposito di questa vicenda. La Lega si sta accorgendo che a forza di sostenere un Governo capace di leggi come il lodo Alfano, il legittimo impedimento e oggi il ddl intercettazioni, sta perdendo totalmente i rapporti sui fenomeni reali del territorio che stanno colpendo duro anche al Nord. Sembra una barzelletta eppure è vero, l'Italia nel momento di massima crisi mondiale sull'economia reale non ha ancora il ministro dello Sviluppo Economico. È un segno preciso che il governo Pdl-Lega sta perdendo la bussola, rompendo i rapporti con quei ceti sociali che pure lo avevano votato a partire dagli artigiani alla piccola-media impresa. La decisione dell’Indesit di chiudere lo stabilimento di Brembate Sopra è gravissima per la ricaduta occupazionale su un territorio già vessato oltre modo da questa crisi economica mondiale. La provincia di Bergamo, considerata da sempre un’eccellenza del Paese per il sistema produttivo, ha registrato nell’ultimo periodo un tasso di disoccupazione e un ricorso alla cassa integrazione esponenziali. Per questo i nostri parlamentari hanno riferito in Commissione Attività Produttive e interrogato il Governo sulle azioni che intende intraprendere per scongiurare il pericolo disoccupazione di ben 430 addetti. Il piano industriale presentato dall’ultimo Cda segue logiche esclusivamente imprenditoriali e autoreferenziali, che non tengono conto di lavoratori a così alta produttività. Come Italia dei Valori abbiamo sentito il dovere di presentare anche un’interrogazione ai ministri dello Sviluppo Economico e del Lavoro, affinché vengano destinate parte delle risorse derivati dai risparmi conseguiti per effetto della manovra economica (di cui al decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 - recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e competitività economica), per favorire il rilancio competitivo della Indesit company e la riconversione industriale dello stabilimento produttivo in questione. Ben venga, quindi, il tavolo di concertazione sollecitato dalle istituzioni e dalle rappresentanze sindacali, ma non sarà certo il ricorso agli ammortizzatori sociali il giusto riconoscimento che il Governo deve a queste lavoratrici e a questi lavoratori.
Al fianco di chi lavora. Sempre
La vicenda di Pomigliano è ormai una questione nazionale perché gli operai, sia quelli che hanno votato no, sia quelli che hanno votato sì, chiedono a gran voce che il governo batta un colpo e la smetta di fare lo zerbino alla Fiat. E chiedono alla Fiat di investire i famosi 700 milioni per produrre automobili. La questione su cui l’Italia dei Valori non transige è il confine tra barbarie e civiltà. Un posto di lavoro, infatti, non può essere barattato con i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione repubblicana, dalle leggi e dai contratti.
Per noi sono prioritarie: la realizzazione del piano investimenti di Pomigliano, riaprire le trattative sui diritti dei lavoratori, e quelle tra il governo e tutte le organizzazioni sindacali per arrivare a un accordo serio. Dopo il clamore di questi giorni, c’è il rischio che la questione di Pomigliano cada nel silenzio e nell’isolamento. L’Italia dei Valori considera, invece, questa vicenda l’inizio di una rivolta sociale contro le politiche di precarietà e di attacco al lavoro e alle piccole e medie imprese che il governo sta perpetuando.
Non dimentichiamo, poi, la faccenda Eutelia. L’Italia dei Valori è già intervenuta presso la sede della Presidenza del Consiglio per far sì che i lavoratori Agile ex Eutelia abbiano una sede di confronto per uscire dalla terribile crisi in cui l’azienda è finita. I tribunali hanno finalmente deciso di chiudere con il passato e di aprire un nuova pagina per il futuro dell’azienda con la ricerca di nuovi imprenditori, partendo però da una gestione commissariale che deve da subito rimettere Agile ex Eutelia sui binari imprenditoriali giusti. La nostra battaglia al fianco dei lavoratori prosegue: l’IdV vuole ottenere una riapertura della trattativa ed è impegnata per fare avere il prima possibile ai lavoratori una autorevole interlocuzione presso la Presidenza del Consiglio.

Uno sciopero a 360 gradi
Lo sciopero di oggi è a 360 gradi perchè non c’è un solo fronte su cui questo governo sta imboccando una strategia corretta che possa risollevare il Paese dalla grave crisi economica (che ne dica Confindustria) e dalla perdita di prestigio internazionale. E’ uno sciopero della CGIL contro la manovra finanziaria, ma è anche per Pomigliano, per il nucleare, per l’acqua pubblica, per il legittimo impedimento di Brancher, Confalonieri e Piersilvio Berlusconi nel processo Mediatrade.
Questo sciopero è solo lo specchio di un Paese che vuole ripartire ma che è ostaggio di una classe politica inadeguata. Di seguito riporto il mio intervento alla manifestazione a Milano. Italia dei Valori ha aderito allo sciopero scendendo in piazza nelle principali piazze d’Italia da Milano, a Bologna, a Napoli. Dalla parte dei cittadini, come sempre.
Testo degli interventi
Maruska Piredda(consigliere regionale) Siamo qui vicino ai lavoratori, vicino alla C.G.I.L., per protestare con loro contro la politica scellerata di questo governo, fino a pochi giorni fa non solo non riconosceva la crisi ma ad oggi non sa nemmeno leggere quelli che sono i numeri della crisi. Sono milioni le persone in piazza, milioni di disoccupati, moltissimi cassaintegrati che domani non riusciranno a ricollocarsi e il governo cosa fa? Vara una nuova manovra finanziaria, una manovra d’emergenza l’hanno chiamata ma che di fatto toglie e depotenzia economicamente tutte le possibilità che hanno le regioni per riuscire a intervenire nel sociale. Questo comporterà di fatto la disdetta di molti contratti, non solo dei trasporti pubblici e delle ferrovie ma di tutti quegli enti che si occupano di dare welfare, una cosa che il Ministro Sacconi si è dimenticato di creare in Italia, ha soltanto creato precariato, insicurezza e ora cosa fa? Mette ulteriormente in ginocchio tutti quanti i lavoratori e depotenzia le regioni.
Io dico che questa è una vergogna, l’Italia dei Valori è qui oggi perché non si vergogna di dire le cose come stanno e ha tutta l’intenzione di continuare a farlo finché questo governo sarà costretto a sbattere contro la dura realtà.
Io invito tutte le persone, più persone possibili, oggi più che mai, ad avvicinarsi a questo e a altre centinaia di banchetti che sono in giro per tutta l’Italia e a firmare contro la privatizzazione dell’acqua, contro il nucleare e oggi più che mai contro il legittimo impedimento, che ha permesso al Ministro neoeletto della “cricca” di Berlusconi e dei suoi amici di usufruire, subito dopo l’elezione, del legittimo impedimento per non presentarsi in Tribunale, non solo è eticamente scorretto ma questo è l’ennesimo schiaffo dato alla fiducia degli italiani e al buonsenso degli italiani. Io dico che non ci sono più parole, è giunto il momento che questo governo si dimetta perché i danni che sta facendo sono molti e ci vorranno molti anni probabilmente se loro continueranno a conservare la loro poltrona, cui sono molto affezionati, per riuscire a risolvere questo paese. E confido in tutti quanti voi, italiani vi prego per favore avvicinatevi a questi banchetti, date la vostra firma e soprattutto mandate a casa questo governo!
Giacomo Ruggero(Pres.Circolo Idv Agrate) Oggi l’Italia dei Valori è qui alla manifestazione del 25 giugno per protestare contro questa Finanziaria, Finanziaria assolutamente ingiusta che noi non abbiamo né appoggiato né approvato, una Finanziaria che pesa sempre sulle stesse persone, sulle classi che già stanno soffrendo da tempo senza toccare né penalizzare quelle che sono le classi medio alte. Siamo qui sempre con i nostri amici, con i nostri attivisti politici, con i nostri simpatizzanti ad appoggiare la manifestazione della C.G.I.L. per protestare contro questo governo che ci sta facendo subire ingiustizie ogni giorno. L’ultima che il nostro Presidente Di Pietro aveva già previsto è stata quello di questo nuovo Ministro, un nuovo Ministro fatto solo per salvarlo dalla magistratura, è stato nominato e com’è stato nominato immediatamente ha chiesto l’uso del legittimo impedimento. Proprio a dimostrare chi è la gente che oggi ci governa e per quale motivo va a governarci: solo per portare avanti i propri interessi personali o quelli di parte.

Pomigliano: un risultato che lancia una sfida
Il risultato del referendum farsa di Pomigliano si commenta da solo. Non c’è stato un plebiscito e allo stesso tempo, esiste una sincera richiesta di un progetto industriale e occupazionale che possa dare serenità ai lavoratori e alla comunità di Pomigliano. Questo risultato mette alla prova la buona fede della Fiat e cioè se fosse solo alla ricerca di un capro espiatorio per non effettuare l’investimento, oppure se sinceramente ci prova.
Questa vicenda riconsegna all’azienda e alle organizzazioni sindacali serie tre problemi. Il primo riguarda la Fiat. Un’azienda non può operare in assenza totale di indirizzi e di scelte industriali del governo perché, come accade in Germania piuttosto che in Francia o negli Stati Uniti, le aziende che investono in quelle dimensioni di capitale hanno bisogno di certezze, mentre il governo italiano ha fatto o da zerbino, con il ministro disoccupazione Sacconi, o ha brillato per la totale assenza di responsabilità per ciò che concerne la politica industriale. L’Italia dei Valori crede che la manifattura di qualità sia uno dei settori che vanno difesi e sostenuti. Il secondo problema riguarda la serietà del progetto su Pomigliano che lascia molto perplessi, dato che la questione è stata buttata ‘tutta in politica’, mentre, invece, diventa necessario che la Fiat dichiari, in maniera trasparente, le sue scelte per l’Italia, sia per lo stabilimento di Pomigliano che per quello di Termini Imerese.
Da questo risultato nasce una sfida che un manager serio e autorevole come Marchionne deve raccogliere: ciò che è accaduto è incivile, controproducente e dannoso per la stessa efficienza del’impresa. Non si può contrapporre la fabbrica, che deve funzionare, con i diritti individuali previsti dalla Costituzione. Gli operai sono stati messi sotto ricatto quando sono stati costretti a scegliere tra un posto di lavoro e la rinuncia ai diritti fondamentali. E’ come mettere la prima cellula di cancro dentro un sistema sano con il rischio acclarato che questa diventi il grimaldello che scardina tutto il sistema delle regole diventando il modello per tutte le altre situazioni di crisi aziendale.
Marchionne aveva affermato che voleva lavoratori coinvolti, motivati e rispettati. L’Italia dei Valori chiede ora senso di responsabilità sapendo che abbiamo tutti un grandissimo problema: cioè siamo privi del governo per ciò che riguarda la politica industriale. Questa assenza è il più grande delitto che il governo Berlusconi ha fatto ai danni dell’Italia.
Antonio Di Pietro
Maurizio Zipponi


Pomigliano: eutanasia di un diritto
Ieri è stata scritta un’altra pagina vergognosa della nostra storia perdendo l’occasione di fare la cosa giusta per lo stabilimento FIAT di Pomigliano e così la politica ha rinunciato alla classe operaia.
Quella politica che avrebbe dovuto difendere i diritti dei lavoratori e la Costituzione, che avrebbe dovuto chiedere conto a Marchionne ed alla FIAT di tutti i miliardi ricevuti come contributi statali a protezione dei lavoratori, inchiodandoli al proprio dovere ed al rispetto dei patti, quella politica che avrebbe dovuto fermare questo ignobile referendum. Ed invece questa politica regala una sponda a Marchionne ed al suo investimento di 700 milioni e con la favoletta dell’assenteismo e dell’anacronismo sindacale gli lascia in mano una trattativa capestro e, cinicamente, gli consegna un perfetto alibi in caso di fallimento.
Ma in nome di un investimento non si possono calpestare contratti, diritti e Costituzione. Perciò, noi dell’IDV crediamo che certa stampa abbia oscurato ad arte la notizia e che il governo sia stato volutamente latitante e, nella sua abitudine ai travestimenti, abbia mascherato questa assenza imbarazzante, trasformandola surrettiziamente in rispetto nei confronti degli operai, del loro voto e del referendum. Ma è una bugia sia nei termini che di fatto, perché non si può parlare di accordo quando non c’è stato un confronto, quando la richiesta è “prendere o lasciare” e non si può parlare di referendum quando il voto è controllato e schedato e quando il filo conduttore di tutto il discorso è un vile ricatto.
La perfida verità è che stanno provando, attraverso l’anello più debole della catena, ad attaccare 50 anni di storia, di sindacato e di lotte dei lavoratori, stanno usando Pomigliano come grimaldello, per scardinare un sistema costruito a fatica, a difesa degli operai e dei loro diritti, stanno violando una legge nazionale con deroghe impresentabili per piegare le tute blu di Pomigliano, il tutto condito dalla firma di molte sigle sindacali che stanno formalizzando il loro stesso suicidio.
Oggi si scriverà l’ultimo atto di questa ignobile farsa, in cui gli operai saranno costretti dalla cassa integrazione, dalle difficoltà economiche e dal ricatto del lavoro a votare, in un referendum di regime, a favore “dell’accordo”, rinunciando a molti diritti sanciti dalla Costituzione tra cui lo sciopero e dichiarando così, con il loro stesso voto, la morte della classe operaia! Domani, insomma, comunque vada avremo perso tutti!
Ma ci sono cose che non si possono condividere se si ha a cuore il destino delle persone e la dignità del lavoro, in nome di uno stato di necessità non si possono mortificare i diritti e violare la Costituzione, esistono regole precise ed un contratto nazionale del lavoro che tutela entrambe le parti, si tratta soltanto di controllarne l’applicazione, perché l’IDV è convinta che quello pensato per Pomigliano non è un modello attuabile e soprattutto non può e non deve essere considerato un modello da esportare.

Vuvuzelas contro la manovra
Ho portato in piazza vuvuzelas e lavoratori: stamattina alle ore 10 ci siamo ritrovati insieme ai lavoratori in lotta di (Ispra, Eutelia, Ncc, Nexas, Alitalia, Protezione Civile, Sindacato Medici Italiani, Ass. Restauratori, Ispel, Guardi Giurate) davanti a Palazzo Chigi. Abbiamo suonato le vuvuzelas in concomitanza con il consiglio dei ministri, abbiamo fatto ascoltare le voci di chi vive una realtà di precariato, di chi rischia di ritrovarsi senza un lavoro o chi già è senza lavoro, lavoratori ricattati, privati della dignità fondamentale: quella di avere la garanzia di poter lavorare. Gli uomini e le donne riuniti stamani sono gli ex art.1 della nostra Costituzione che recita che l’Italia è una repubblica basata sul lavoro.
Dopo esserci radunati è partito un mini corteo che da Palazzo Chigi si è spostato sotto la Camera dove abbiamo urlato a gran voce la richiesta di essere ascoltati dal governo. Abbiamo fatto recapitare una mia lettera al Capo dello Stato firmata anche dai lavoratori con cui chiediamo che Napolitano eserciti la sua moral suasion sul governo per far rispettare il diritto al lavoro sancito dalla Carta.
Come Italia dei valori staremo sempre nelle piazze, avremmo sempre orecchie per queste ed altre situazioni, saremo sempre piu’ determinati nelle nostre lotte: la crisi non la devono pagare i cittadini".
Pubblico di seguito la mia lettera a Napolitano
Egregio e, mi permetta, Caro Presidente Napolitano,
ci rivolgiamo a Lei perché sostenga quell’Italia che lavora, che ricerca, che insegna, che cura, che mantiene l’ordine e che da al nostro paese ricchezza culturale e materiale.
La situazione economica, nell’Italia gravata dalla crisi finanziaria e lavorativa, è davvero drammatica: in silenzio la povertà sta sfiorando famiglie che sinora erano rimaste immuni dalle flessioni economiche. Lei è pienamente consapevole dell’alto livello di disoccupazione degli ultimi mesi, cresciuto rispetto al 2009 dell’1,5% e che per i giovani sotto i 35 anni sfiora la metà del totale; è certamente a conoscenza del numero di imprese in crisi, prima fra tutte la Fiat che sta chiudendo lo stabilimento di Pomigliano ma anche tutte quelle piccole e media imprese, nel Lazio circa 200, che non possono più sostenere gli imperativi di mercato e che rischiano il fallimento; ed è ancor più conscio di quanto sia difficile mantenere una famiglia con un potere di acquisto dimezzato sette volte su dieci euro.
I precari, i disoccupati, i giovani che non riescono ad entrar nel mondo del lavoro, gli imprenditori a cui le banche non danno credito, le donne a cui viene chiesto di andare in pensione a 65 anni senza che siano stati introdotti strumenti di sostegno alla famiglia, si stanno chiedendo come mai ministri, parlamentari, direttori ed esperti continuano a ripetere da mesi che la crisi è ormai alle porte e che l’Italia ha dimostrato una tenuta superiore alle aspettative. Con la disoccupazione che cresce, gli investimenti che crollano e le imprese che chiudono.
Ma soprattutto si chiedono come mai il nostro governo, nel momento in cui vara la manovra, ed avrebbe i mezzi per consentire una ripresa, uno sviluppo, un futuro al nostro paese, non solo perda questa occasione ma anzi mortifichi i soggetti più deboli.
E’ innegabile infatti che con questa manovra si approfitta per portare un ulteriore attacco alle condizioni di lavoro dei dipendenti pubblici: il blocco dei contratti pubblici fino al 2013, il blocco del turn over fino al 2015, il licenziamento del 50% del personale a tempo determinato e il rinvio dei pensionamenti di oltre sei mesi. Chi paga davvero saranno i giovani, a cui è tolta ogni speranza nella ricerca, con la soppressione di tanti enti, e ancora più colpiti dal blocco delle carriere perché entrati nella pubblica amministrazione con un livello salariale basso.
Ma anche la famiglie saranno umiliate perché con i tagli alle regioni i servizi sociali, i trasporti e viabilità salteranno.
Con la nostra iniziativa abbiamo voluto porre all’attenzione pubblica un quadro desolante: la politica ha disatteso le aspettative dei cittadini di ridurre il costo della sfera pubblica sulla società, in quanto i tagli agli enti inutili e ai costi della politica, di cui tanto si è parlato, contano praticamente nulla in termini di riduzione della spesa, nell’ordine di qualche milione di euro, e tutti i risparmi di spesa sono stati trovati mettendo in ginocchio i lavoratori onesti e lasciando impregiudicati coloro che alla crisi sono sfuggiti, evasori, affaristi, speculatori.
Caro Presidente, è innegabile che un risanamento del bilancio pubblico sia auspicabile, obbligatorio per gli standard europei, ma questo dovrebbe avvenire solo sulla base di due principi: giustizia sociale e investimenti strutturali per favorire la crescita. Né il primo né il secondo dei due assunti sono stati seguiti nella manovra.
Ecco perché siamo qua davanti stamani, ricercatori, lavoratori pubblici, insegnanti, impiegati e operai: perché ancora crediamo che la sua sensibilità istituzionale ed il profondo impegno da Lei sempre dimostrato a tutela del sistema democratico ed economico della nostra Repubblica possa far pressione su un governo sordo a qualsiasi appello per invertire la rotta del fallimento economico del paese.
Ci appelliamo a Lei, affinché valuti se il quadro sinora descritto non meriti un intervento puntuale e determinato a guidare il Paese verso il suo bene, secondo lo spirito democratico della Costituzione, da parte dell’Istituzione della Presidenza della Repubblica al fine di ripristinare la condizioni essenziali perché la Carta Costituzionale sia rispettata nella sua sostanziale effettività, laddove sancisce il diritto dei cittadini a lavorare, ad essere dignitosamente retribuiti, a rappresentare quell’Italia che è ancora per poco una “repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Il 12 giugno in piazza con i lavoratori
Il 12 giugno migliaia di lavoratori del pubblico impiego manifesteranno a Roma, mentre il 25 giugno tutti i lavoratori dipendenti sciopereranno e manifesteranno in tutta Italia contro la manovra economica del governo.
Italia dei Valori ha deciso di fare un'opposizione dura in Parlamento ma soprattutto di rappresentare il disagio e i gravi danni che questo governo sta facendo sul piano sociale.
Il governo Berlusconi vara un blocco dei salari, ma non quelli dei grandi dirigenti che prendono centinaia di migliaia di euro all'anno, ma quelli dei lavoratori del pubblico impiego che prendono 1500 euro al mese, dai medici, agli insegnanti, ai pompieri, a tutto quel mondo del lavoro che opera davvero nel pubblico impiego. Questa manovra costerà a questi lavoratori 3000 euro.
Per Berlusconi saranno poco o niente, una briciola che gli cade dal tavolo, ma 3000 euro per chi prende questi stipendi vuol dire saltare una tredicesima all'anno. Le conseguenze sia sul pubblico impiego, sia su quello privato, sono enormi. Abbiamo fatto un conto breve sull'operazione fatta sulle pensioni: ogni lavoratore che deve aspettare sei mesi in più per andare in pensione versa allo Stato 8000 euro e prenderà una pensione di 1000 euro.
Quello che sta accadendo è chiarissimo: alla crisi si risponde colpendo sempre gli stessi. Mentre i ricchi per pagarsi la sanità privata, l'insegnante privato, il giardiniere privato i soldi ce li avranno sempre, per 20 milioni di lavoratori e per 14 milioni di pensionati non sarà così. Il taglio enorme dei salari e delle pensioni comincia a creare uno strano ed enorme abbinamento: al lavoro non corrisponde libertà, al lavoro non corrisponde emancipazione, al lavoro non corrisponde progettare il futuro, ma corrisponde la povertà. Per questa ragione Italia dei Valori sa da che parte stare. Dalla parte dei lavoratori.
Abbiamo aperto un portale (www.idvlavoro.it) dove facciamo diventare sia le piazze concrete, con le persone in carne ed ossa che lavorano a contatto con un partito nuovo e in crescita. Abbiamo la forza di essere in tanti e di avere ragione.
Berlusconi sta creando danni enormi all'economia delle famiglie e delle imprese. Per questo l'Italia dei Valori parteciperà allo sciopero del 12 e del 25 e si prepara ad un autunno molto caldo. Continuano le chiusure delle fabbriche. L'illusione un po' stupida della Lega, secondo la quale basta “chiudersi a casa propria” che tanto la crisi non arriva, quando invece l'Italia è invasa da un'economia globale e non ha le difese, crea un allarme sociale enorme. Si rischiamo conflitti sociali molto pesanti nei prossimi mesi. Dobbiamo fare sì che i conflitti sociali siano pacifici e che portino a dei risultati, bisogna capire in che direzione bisogna andare, e noi siamo per quella rivolta verso i giovani precari, verso quella delle partite Iva, degli artigiani, delle piccole medie imprese che investono, dei lavoratori che devono essere sereni in un posto di lavoro a tempo indeterminato.
Noi sappiamo da che parte stare, ed è questa la differenza con altri partiti di opposizione, che ancora continuano a tentennare non capendo che il programma non è solo dire “via Berlusconi”, ma bisogna essere credibili avendo una proposta di governo alternativa, con facce nuove, giovani ed idee fresche per stare in linea con quello che accade nel mondo, evitando di finire come la Lega, ossia il partito che prende dall'acqua del Po, la beve e scopre che è tutta sporca, inquinata dalle stesse industrie del Nord. Siamo oltre a questi vecchi partiti, fatti di poltrone. Vorremmo, attraverso la Rete, far sì che un partito costruisca proposte, in diretta con il territorio, in diretta con chi lo vive tutti i giorni. La partecipazione sarà un modo per costruire la proposta di governo alternativo.

Donne, parita' anche nel lavoro
L’Europa ha ragione: le donne e gli uomini devono andare in pensione alla stessa età. Tutti lo sapevano, anche io ne sono convinto da sempre, tanto da aver presentato una proposta di legge in tal senso già nella scorsa legislatura. Non è certo un giorno che se ne discute. Il governo finge, invece, di scoprirlo solo ora e si nasconde vigliaccamente dietro gli ordini di mamma Europa, quella stessa che ignora su molte altre materie, come il conflitto di interessi o la libertà d’informazione. Nella stragrande maggioranza dei Paesi europei gli uomini e le donne vanno in pensione alla stessa età, mentre l’Italia è uno dei pochi paesi che mantiene la differenza. Il problema è che tra noi e loro, tra l’Italia e gli altri paesi europei intendo, in materia di occupazione femminile, sostegno alle famiglie, maternità e pari opportunità c’è una differenza grande come una casa, anzi un abisso. L’Italia è il paese con il minor numero di donne occupate. Ha uno dei più bassi indici di natalità e con la più bassa percentuale del Pil destinata al sostegno delle famiglie. I servizi, le opportunità e le norme a sostegno delle donne che lavorano in Italia fanno ridere e non sono certo a livello europeo. C’è di più. Le donne in Italia raggiungono difficilmente i vertici del comando e, a pari responsabilità, guadagnano mediamente meno dei loro pari grado maschi. In Europa, Francia, Inghilterra, Germania – per non parlare dei paesi scandinavi che ci fanno vergognare definitivamente al confronto - si suona tutta un’altra musica. Le donne guadagnano tanto quanto i loro pari grado maschi. Hanno sostegni economico-finanziari adeguati, siano esse donne madri o famiglie. Hanno servizi sociali adeguati, asili nido di prima qualità, scuole pubbliche eccellenti e non certo quel deserto di qualità e quantità in cui l’ineffabile ministro Gelmini ha ridotto la scuola italiana. Il paradosso è che in Italia che è il paese più imbevuto di familismo e mammismo dell’intero globo terracqueo, tutto questo non c’è, non esiste e se se ne parla è solo perché qualcuno ci può guadagnare. Se, dunque, il governo ha intenzione di adeguare l’età pensionabile delle donne a quella degli uomini non per fare cassa ma per adeguarsi in tutti i sensi all’Europa, investa parte dei risparmi di spesa che ne deriveranno in maggiori risorse da investire per le famiglie, per le donne, allunghi il tempo di congedo di maternità, preveda una serie di interventi, anche di tipo fiscale, per privilegiare l’occupazione e il lavoro delle donne. Se, invece, con la scusa dell’Europa, vuole fare cassa sulla pelle delle donne è una vigliaccata, un’arma contro le donne che ostacoleremo con tutte le nostre forze.
Tratto da: www.massimodonadi.it
Intercettazioni: Idv occupa l'aula del Senato
Davanti all’ennesimo atto di forza tipico del regime in cui ormai viviamo, i senatori dell’Italia dei Valori risponderanno con l’occupazione dell’Aula di Palazzo Madama sin da stasera. E’ un atto di resistenza in difesa della democrazia e per la dignità delle istituzioni. Protestiamo contro un provvedimento vergognoso che calpesta il diritto di informare ed essere informati, ostacola seriamente la lotta alla criminalità e a tutte le mafie, imbavaglia la stampa, abolendo di fatto l’articolo 21 della Costituzione e nega ai cittadini la possibilità di avere giustizia. E’ la nostra resistenza al dittatore Berlusconi.
Nasce www.idvlavoro.it
Per rendere credibili le nostre proposte ci siamo avvicinati al tema del lavoro e del nuovo welfare con un approccio inedito: costruire una rete di relazioni dirette tra persone competenti e chi alla politica si avvicina per la prima volta (www.idvlavoro.it).
Nasce una nuova forma di partito totalmente sburocratizzata e legata al saper fare. Il dipartimento lavoro-welfare dell’Italia dei Valori è strutturato “leggero” a Roma e forte in tutti i territori e nelle competenze. L’intenzione è quella di sommare le conoscenze professionalmente misurate sul campo, con l’esperienza che ci arriva da tutti i territori.
Italia dei Valori si sta strutturando per essere sempre più partito di governo alternativo al centrodestra. Per questo ricerchiamo una nostra capacità di analisi e di proposta, autonoma dai grandi centri di potere e dagli altri partiti.
Stiamo costruendo in tutta Italia circoli nei territori e nelle aziende, abbiamo responsabili del lavoro di cui molti giovani in tutte le regioni e ci stiamo organizzando nelle province.
Stiamo creando le reti del lavoro anche attraverso competenze nazionali di settore che partono dall’esperienza diretta dei protagonisti stessi: dai lavoratori della scuola e dell’Università ai giovani dei call-center, dai precari agli ingegneri dell’informatica, dai lavoratori dell’industria alle libere professioni, fino alle partite IVA, dagli artigiani alle piccole e medie imprese.
Abbiamo già il settore delle politiche per il superamento della disabilità, il settore dei lavoratori dello spettacolo, quello dei lavoratori frontalieri, quello delle politiche e della promozione dello sport, delle trasformazioni di impresa e quello della sicurezza sul lavoro, formazione e crisi aziendali. Nei prossimi giorni avremo anche il settore delle libere professioni e quello che si occuperà dei giovani intellettuali e ricercatori italiani che “fuggono” dall’Italia.
Il portale che presentiamo oggi (www.idvlavoro.it) è l’alternativa alle burocrazie tradizionali dei partiti perché sostituisce ruoli e funzioni statiche con una rete di esperienze e pratiche concrete in continua evoluzione.
Italia dei Valori è il soggetto politico del cambiamento e si propone l’obiettivo, attraverso questa forma inedita di “fare partito”, di ricercare nuove pratiche che siano in grado di conoscere e capire i bisogni dei cittadini per proporre in tempo reale le politiche più adeguate per determinare quella trasformazione necessaria nel Paese. Uno strumento nuovo che potrà contribuire sia alla buona politica che alla formazione di una nuova classe dirigente.
Manovra: colpiti i piu' deboli, vincono gli evasori
Berlusconi sta tagliando il ramo su cui è seduto il Paese. Per l’Italia dei Valori, infatti, appare chiaro chi, con questa manovra, pagherà ancora una volta il grave ritardo con cui il governo italiano ha preso atto dell’enorme crisi che ha investito il Paese.
L’esecutivo ha previsto il congelamento degli stipendi del pubblico impiego, 6 mesi in più di lavoro per 20 milioni di italiani, questo è in concreto il risultato del rinvio delle finestre del pensionamento. Per quanto riguarda le donne che lavorano nel pubblico impiego e nel settore privato è ancor peggio. La manovra inoltre prevede il congelamento degli organici degli insegnanti di sostegno. Questa sono solo alcune delle gravi misure che colpiscono 14 milioni di pensionati e 20 milioni di lavoratori dipendenti, pubblici e privati.
Il governo non ha fatto niente per sostenere i consumi delle famiglie e per le piccole e medie imprese, gli artigiani, i lavoratori in cassa integrazione o mobilità, i precari. Non esiste alcun sostegno all’innovazione, alla ricerca, all’Università, alle imprese che investono e assumono lavoratori a tempo indeterminato. Né sono contemplati interventi strutturali per sostenere l’economia reale.
Il ministro della ‘Disoccupazione’, Maurizio Sacconi aumenta la precarietà, il ministro dell’’ignoranza’, Maria Stella Gelmini, caccia gli insegnanti, l’ex ministro degli ‘affari-propri’ Claudio Scajola, in questi due anni ha continuamente proposto il fantasma di nuove centrali nucleari che non si faranno mai mentre il ministro della ‘malattia’, Ferruccio Fazio propone tagli draconiani alle regioni creando conseguenze enormi sulla salute dei cittadini.
Dal nord al sud tutti vengono colpiti tranne gli evasori, i lobbisti, le centrali finanziarie e industriali e quel 26% di economia sommersa che impedisce all’Italia di diventare un Paese civile. Sono sempre quest’ultimi a vincere e ad essere tutelati da Berlusconi.Per queste ragioni, l’Italia dei Valori auspica, propone e favorisce una reazione generale e collettiva del Paese sano, che non ne può più di un governo che ha mentito, che mente e che svuota le tasche dei lavoratori, dei precari, dei pensionati, delle piccole e medie imprese, degli artigiani.
A sostegno delle lavoratrici OMSA
La vicenda della Omsa di Faenza è lo specchio della crisi nel nostro Paese, ma è anche un esempio concreto di quanto in Italia siano le donne a pagare doppiamente la depressione economica.
Lo stabilimento OMSA di Faenza, del gruppo Golden Lady conta 350 dipendenti, tra cui 320 sono donne; è un’azienda in attivo, che sul mercato italiano gode in sostanza del monopolio attraverso vari marchi. La Golden Lady Company è leader indiscusso in Italia, conta 11 stabilimenti produttivi in Europa, 3500 dipendenti, produce 300 milioni di paia di calze all’anno, eppure ha deciso di chiudere lo stabilimento a Faenza e di spostare la produzione a Belgrado dove una lavoratrice costa 300 euro in meno.
Noi non accettiamo che Golden Lady approfitti della crisi per cacciare 350 lavoratori e gettare nel cestino la loro dignità e loro la professionalità.
Diciamo basta a quanti sfruttino risorse pubbliche, finanziamenti, professionalità e capacità dei lavoratori per poi trasferirsi la produzione all’estero lasciando in Italia il deserto!
Il dilagare della precarietà riduce i diritti, e le donne sono maggiormente vittime essendo soprattutto loro ad essere contrattualizzate nelle forme più atipiche e instabili.
A questo si aggiunge il lavoro di cura domestico che pesa completamente sulle loro spalle, perché nel nostro Paese manca una rete di stato sociale vero e serio. Se gli asili sono numericamente insufficienti e si riduce il tempo scuola, se non c’è un servizio di assistenza pubblica degli anziani o dei diversamente abili, chi è che pagherà il prezzo più alto in termini di qualità della vita, professionale e privata, se non le donne?
Il tasso di occupazione femminile resta al di sotto della media europea attestandosi al 30.8% al sud, al 55,6% al nord ovest ed al 56.9% al nordest.
I differenziali retributivi tra uomini e donne si attestano intorno al 17%.
Sono numeri che nella loro freddezza fotografano quanto la società sia ancora lontana, soprattutto nel mercato del lavoro, dalla realizzazione della parità di accesso e di retribuzione, oltre che di diritti.
Per questo oggi pomeriggio, con un’iniziativa pubblica, a Faenza, incontreremo le lavoratrici della OMSA e i cittadini e le cittadine di Faenza per lanciare, attraverso una campagna nazionale, un messaggio di solidarietà alle lavoratrici della Omsa di Faenza e a tutte quelle madri di famiglie e giovani precarie vittime della crisi e dell’irresponsabilità di certi imprenditori.
Informeremo tutte le donne italiane sui nomi dei prodotti degli otto brand del Gruppo Golden Lady (Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa), per far conoscere loro i reali e inaccettabili comportamenti dell’azienda.
Vogliamo creare una larga rete di solidarietà che attraversi tutto il Paese e che coinvolga in primo luogo le donne, per non far sentire sole le donne della Omsa in questa battaglia per il lavoro, perché non vengano trattate come delle macchine di cui ci si può facilmente disfare, perché non sono numeri che si possono cancellare con tratto di penna.
Il dovere della politica è quello di cercare risposte credibili e per questo continueremo fino a che la Omsa non darà la garanzia di un posto di lavoro stabile per ciascuno dei lavoratori e delle lavoratrici.
Eutelia: vietato manifestare
Pubblico il video ed il resoconto stenografico del mio intervento alla Camera dei Deputati in merito ai 2500 euro di multa notificati a 21 lavoratori Eutelia per aver bloccato il 10 marzo scorso il traffico in via del Corso a Roma durante una manifestazione di protesta. Se protestare e rivendicare delle ragioni sacrosante, quali il diritto al lavoro, è diventato osceno in questo Paese, che cosa dobbiamo fare? Ero presente alla manifestazione di protesta e sono stato sanzionato di oltre 2500 euro perché mi sono permesso di stare insieme a dei lavoratori dinanzi a Palazzo Chigi. Sono contento di aver ricevuto insieme a loro il verbale, sarò sempre presente insieme a tutti questi lavoratori che non hanno più un futuro, che rischiano il loro lavoro.
Testo dell'intervento
Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto vorrei stigmatizzare anche la sua conduzione di quest'Aula e glielo dico senza peli sulla lingua perché lei non può fare intervenire tre parlamentari sull'ordine dei lavori e, poi, dire ad altrettanti parlamentari, che avevano chiesto di intervenire: «lei interviene dopo». Lei ha consentito, discrezionalmente, allo stesso parlamentare di intervenire due volte sull'ordine dei lavori. Questo suo «governo» dell'Aula - abbastanza fazioso per la verità - è da stigmatizzare ed è anche troppo discrezionale e l'ho vissuto sulla mia pelle già qualche altra volta quando lei mi ha contestato e mi ha tolto la parola semplicemente perché avevo detto «viva l'Italia». Se anche dire «viva l'Italia» non va bene, mi dica che cosa dobbiamo dire, oppure ci farà lei il «dettatino» ed interverremo secondo quanto lei ci dirà, così saremo, forse, più bigotti e filosofici.
Fatta questa contestazione al suo modo di presiedere, volevo parlare, dopo l'intervento del collega Boccia, di quanto è avvenuto con i lavoratori di Agile-ex Eutelia, perché sono tra quei parlamentari che hanno già ricevuto, notificata a casa, la sanzione di oltre 2.500 euro che dovremmo pagare perché ci siamo permessi di stare insieme a dei lavoratori dinanzi a Palazzo Chigi, su via del Corso. Anzi, ci viene addirittura contestata l'istigazione di cittadini perché stavamo con loro a protestare.
Non condivido, inoltre, anche l'impostazione del collega Boccia, perché mi sembra un'impostazione troppo burocratica nel trattare quel che è accaduto. È accaduta una cosa gravissima e non perché è stata notificata a me parlamentare e agli altri parlamentari una sanzione, perché sotto questo profilo sono contento di essere come tutti gli altri cittadini e pagherò gli oltre 2.500 euro che mi ha contestato la polizia con quel suo verbale. Contesto e mi ribello per questa modalità inusuale con la quale, per la prima volta, vengono individuati dei cittadini che stanno manifestando il loro sdegno, la loro protesta, la loro disperazione, perché, probabilmente, non si sa che in questo Paese ci sono cittadini che protestano sui tetti dei capannoni industriali, sulle gru della Innse di Milano, sui terrazzi dei Provveditorati agli studi. Insomma, sono sulle vette dei capannoni, sulle nuove vette della disperazione del terzo millennio, cioè le vette dove si stanno disperando lavoratori e lavoratrici di questo Paese, che vedono a rischio il loro futuro, il loro lavoro e il loro salario.
Allora, se protestare e rivendicare delle ragioni sacrosante, quali il diritto al lavoro, è diventato osceno per questo Parlamento e in questo Paese, di che cosa dobbiamo parlare? Che cosa dobbiamo fare? Per la verità, sono contento di aver avuto quel verbale, anzi vi dico: «fatemene ancora di più», perché sarò presente insieme all'Italia dei Valori, insieme a tutti questi lavoratori che non hanno più un futuro, che rischiano il loro lavoro.
Questo è il compito dei deputati! Per fortuna che c'era un gruppo di parlamentari insieme a quei lavoratori i quali si sentono sempre più soli e abbandonati, soprattutto dalla politica e dalle istituzioni. Questo è il motivo per il quale ero insieme ai lavoratori davanti a Palazzo Chigi e saremo anche davanti al Parlamento ed eventualmente alzeremo ancora di più la voce a difesa della dignità di questa gente che oggi in questo Paese viene calpestata. In questo Paese non ci si occupa più delle ragioni vere e allora si sta, forse, tentando di bloccare, di mettere il bavaglio. Concludo, signor Presidente, tutte le volte che sono andato dove ci sono i lavoratori che protestano davanti agli stabilimenti e davanti alle fabbriche, troppo spesso ho visto decine di cingolati, centinaia di operatori delle forze dell'ordine, mancavano soltanto i carri armati! Ma che volete fare, volete caricare chi in questo momento sta protestando perché vede un suo diritto sfuggirgli di mano, vede sfuggirgli il suo futuro?
Dunque, caro Presidente, su questioni come quella che era stata annunciata prima in Aula, sollevata dal collega Boccia, cioè sul fatto che abbiamo ricevuto un verbale, noi quel verbale lo paghiamo, ma vi diciamo: fatecene altri di verbali perché l'Italia dei Valori starà nelle piazze tra la gente, davanti agli stabilimenti con i lavoratori, con le vere ragioni del Paese. Siamo contenti di pagare tanti e tanti altri verbali ancora, perché è nostro lavoro stare a fianco dei cittadini!
I 40 ANNI DELLO STATUTO DEI LAVORATORI
Lo Statuto dei lavoratori compie oggi 40 anni, ma un terzo dei lavoratori non ha le garanzie previste dalla legge. Una persona di buon senso e non in malafede, come il ministro della disoccupazione Sacconi, dovrebbe per prima estendere i diritti dello statuto dei lavoratori a chi ne è privo. Invece, la proposta di uno Statuto dei Lavori e non dei lavoratori indica la gravità di un progetto che intende spersonalizzare una legge che ha nella persona il punto su cui si costituisce il diritto. In questo modo la persona non esiste più. Non esiste più il precario, il lavoratore dipendente e quello pubblico. Sacconi ha in mente un piano eversivo e anticostituzionale che stravolge totalmente la Costituzione repubblicana e propone di riportare l'Italia al Medioevo. Il ministro della disoccupazione sara' il miglior nemico di Berlusconi perché porterà il centrodestra a rotture sociali clamorose anche nel mondo del lavoro che vota il centrodestra, in particolare a quello della Lega. Il Governo sta esagerando nell'attaccare ciò che la storia ci ha consegnato come il diritto inalienabile. L'Italia dei Valori si è opposta ai tentativi di demolizione del diritto del lavoro, come e' accaduto con l'arbitrato, ed è pronta ad alzare barricate contro il nuovo progetto del ministro Sacconi. La nostra proposta è quella di estendere i diritti dello Statuto a tutti i lavoratori, perché siamo convinti che sia anche nell'interesse delle imprese. Del resto, un’azienda che ha dipendenti precari, e quindi privi di diritti, è destinata a non funzionare. L'Italia dei Valori punta a valorizzare il merito, la professionalità, la formazione permanente, il contratto di lavoro a tempo indeterminato e la regola che nessuno può essere licenziato senza un motivo giustificato.
Maurizio Zipponi
Il primo maggio ai tempi della crisi
Oggi è un Primo maggio che segnala una grande pericolosità per la democrazia italiana. Perché i primi luoghi dove la democrazia viene messa in discussione sono proprio quelli che appartengono ai punti più deboli della nostra nazione. E oggi i punti più deboli, perché colpiti dalla crisi, sono il lavoro, i lavoratori precari, gli artigiani e le partite iva.
La democrazia è in pericolo proprio in questi luoghi, perché nel giro di pochi mesi il governo Berlusconi ha dichiarato in successione alcune cose.
Il Ministro Brunetta ha detto che bisogna cambiare l'articolo 1 della Costituzione Repubblicana, vale a dire che l'Italia non è più una Repubblica fondata sul lavoro. Ovviamente credo che Brunetta immagini di fare una Repubblica fondata su truffatori, ladri, evasori e quant'altro. Però ovviamente fa impressione sentire che si vuole cambiare l'articolo 1.
In secondo luogo, pochi giorni fa, prima al Senato e poi alla Camera, è stato approvato un disegno di legge in cui si buttano fuori 20 milioni di lavoratori dipendenti, di partite iva, di artigiani e precari, dalla possibilità di ricorrere alla giustizia ordinaria. In un contenzioso in cui un lavoratore rivendica un proprio diritto, subentra un arbitro che decide con equità (come dice la legge). Ma con un'equità solo sua, che magari contrasta con stessa legge. Questo significa privatizzare la giustizia.
Dunque, si crea la prima grande spaccatura nazionale. Cioè, i lavoratori che rivendicano un diritto, se questo non è riconosciuto da un arbitro, non può più ricorrere al giudice ordinario. Ergo: per lui la legge italiana non esiste.
Terza è ultima cosa di questi giorni, il Ministro della "Disoccupazione" Sacconi annuncia di voler rivisitare lo statuto dei lavoratori. Chiarisco che lo statuto dei lavoratori è composto da una serie di diritti del lavoratore che bilancia il potere delle imprese in modo da far discutere alla pari le parti dentro una logica di libero mercato, ma anche di protezione per chi è in una situazione di debolezza.
Ecco, queste tre cose - una dietro l'altra - dimostrano che c'è quello che appare in televisione, cioè il teatrino politico, Fini, Berlusconi, Tremonti, Bossi e quant'altro. Nel retro di questo teatro, però, si sta consumando una grandissima azione eversiva.
In realtà si vuole cancellare definitivamente il Primo maggio della storia d'Italia. Questo governo vuole trasformare questo giorno in una sorta di festino per escort, piuttosto che per consumatori di sostanze poco nobili, piuttosto che per evasori e truffatori. Vuole annullare la voce dei lavoratori.
L'Italia dei Valori nasce come partito che rispetta le regole del mercato. E dentro le regole del mercato ci deve essere il rispetto per chi lavora. In particolare per milioni di giovani che oggi sono passati dal precariato al lavoro nero, o addirittura fuori da ogni tipo di lavoro. Per questo Idv è presente in tutte le piazze del Primo maggio. E' presente anche con il referendum contro il nucleare, contro il legittimo impedimento e contro la privatizzazione dell'acqua proprio perché riteniamo che il filo ormai fortissimo che lega Idv al mondo del lavoro è il filo della legalità.
Va imposto il rispetto delle leggi e soprattutto va impedito lo smantellamento dei diritti dello statuto dei lavoratori.
Giornata Mondiale per la sicurezza sul lavoro
Storica la sentenza pronunciata dal giudice di Palermo, Gianfranco Criscione, che ha condannato per omicidio colposo plurimo e lesioni gravissime tre ex dirigenti della Ficantieri per le morti da amianto nell'azienda palermitana.
Esemplari le condanne e i risarcimenti. Al centro del processo la morte di 37 operai deceduti per tumore ai polmoni, a causa dall'inalazione delle fibre di amianto, ma anche le lesioni riportate da altri 26 dipendenti che hanno contratto la malattia.
Sentenza che interviene proprio nei giorni in cui un altro importantissimo processo sull’amianto killer si sta celebrando avanti il Tribunale di Torino, il processo Eternit contro i vertici della multinazionale svizzera.
Le audizioni dei testimoni stanno facendo emergere una realtà agghiacciante, una realtà aziendale dove per oltre venti anni si era sempre negato che esistesse un problema amianto e non si erano assolutamente date indicazioni ai lavoratori sui pericoli che l’esposizione al metallo aveva sulla loro salute. Una azienda che effettuava lo smaltimento degli scarti di amianto nel fiume Po, una azienda dove la diffusione del materiale amiantifero avveniva non solo dentro la fabbrica ma anche all’esterno attraverso le persone, gli operai che andavano a casa con le tute pregne di residui di lavorazione e le facevano lavare alle mogli, e attraverso l’ambiente, quando si tritava nel piazzale antistante gli stabilimenti l’amianto per poi smaltirlo in un mulino o quando lo si cedeva a terzi per realizzare cortili, tetti, etc., una azienda dove si spazzavano con una scopa i residui della lavorazione volatilizzando ancora di più nell’ambiente di lavoro le polveri dell’amianto.
Oggi si celebra la Giornata Mondiale per la sicurezza sul lavoro promossa dall'OIL.
Dal 2003, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro celebra la Giornata Mondiale per richiamare l’attenzione sull’importanza della prevenzione degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali.
L’obiettivo è promuovere campagne di sensibilizzazione tra istituzioni, datori e lavoratori sulla necessità di attuare un efficace sistema di gestione dei pericoli e dei rischi negli ambienti professionali, a favore della tutela di tutti i soggetti coinvolti nel processo produttivo.
Secondo l'organizzazione dell'Onu, ogni anno muoiono 2,3 milioni di lavoratori per incidenti sul lavoro o malattie professionali. E, oltre ai casi di incidenti mortali, sono circa 280 milioni gli infortuni sul lavoro non mortali e 180 milioni i nuovi casi di malattie professionali che si verificano ogni anno. Tutto questo ha un costo altissimo, non solo sociale ma anche economico, che si aggira intorno al 5% del Pil mondiale.
Anche l' Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro lancia oggi ufficialmente la prossima campagna per ambienti di lavoro sani e sicuri.
Insomma, la magistratura interviene, il mondo intero si muove su questi temi e che cosa fa il Governo Berlusconi?
Anzichè ripristinare la legge per la sicurezza sul lavoro voluta dal Governo Prodi, affrontando così in modo corretto il tema della prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali in un giusto mix fra prevenzione, formazione e sanzioni rigorose, adotta il Dlgs 106/09, un decreto che di fatto riscrive in modo sostanziale la normativa in materia, riducendo le sanzioni a carico dei datori di lavoro, dirigenti e preposti (sanzioni dimezzate) e aumentandole per i lavoratori.
Così facendo si rischia di incentivare nelle aziende comportamenti che guardano solo ai profitti e non agli investimenti sulla sicurezza, certe di rimanere "quasi impunite".
Art.18: un primo passo per la difesa del lavoro
Il ddl delega al Governo sul lavoro massacra lo Statuto dei lavoratori perché nei fatti sterilizza l’articolo 18. Si tratta dell’ennesimo provvedimento adottato dal Governo per comprimere i diritti di chi lavora. Il Presidente della Repubblica non poteva che rinviarlo alle Camere, dove ora è necessario portare avanti una ferma opposizione affinché la maggioranza compia marcia indietro.
Si tratta di un ddl ingiusto e anticostituzionale. Ingiusto perché si costringe il lavoratore a “scegliere” di affidare le eventuali controversie con la parte datoriale ad un arbitro, chiamato a giudicarle in base ad un principio di equità e non secondo la legge. Ingiusto perché questa “scelta” avviene nel momento di massima debolezza del lavoratore stesso, cioè all’atto della sua assunzione, divenendo un obbligo e una costrizione. Ma la vera e profonda natura anticostituzionale del ddl consiste nel fatto che si impedisce automaticamente al lavoratore di rivolgersi alla magistratura, per far valere la legge, a prescindere dalla valutazione dell’arbitro stesso.
In questo modo 16 milioni di lavoratori dipendenti e 4 milioni tra precari e false partite Iva vengono posti fuori dalla protezione della Costituzione repubblicana, esclusi dal diritto e dalla legge, privati di tutele in un passaggio economico così delicato come quello che stiamo vivendo.
L’Italia dei Valori fin dall’inizio ha denunciato questa vergogna chiedendo al Capo dello Stato di valutare le conseguenze nefaste che il provvedimento avrebbe sui diritti dei lavoratori. Io stesso ho avanzato questa richiesta in occasione della diretta streaming "Votare informati" di settimana scorsa: per questo, la decisione presa dal presidente della Repubblica oggi, non può che rappresentare per me e per l'Italia dei Valori un primo importante risultato per chi lotta a difesa del lavoro e dei lavoratori, avendo nell’articolo 1 della Costituzione il riferimento più importante della sua azione politica.
Lavoro: il muro di gomma del governo
Decine di migliaia di cittadini rimasti senza lavoro tentano di far sentire la propria voce, ma si trovano di fronte un muro. Quel grido d’aiuto rimane sordo e le loro sagome non distinguibili, perché di mezzo c’è quel muro di gomma tirato sapientemente su da un governo che pensa a tutto, fuorché a risolvere i problemi dei cittadini e che soprattutto tenta di nascondere la verità, filtrandola attraverso un’informazione asservita e ormai quasi totalmente strumentalizzata dal premier.
La storia di Eutelia è ormai nota a tutti. Forse non tutti sanno, però, che in commissione Lavoro a Montecitorio c’è già una proposta di legge che in parte potrebbe risolvere la situazione, decreto che il governo ha fatto slittare a dopo le elezioni.
Quella dell’Imaie, invece, è una storia che stenta a superare quel muro di gomma, ma non per questo meno grave. Si tratta dell’istituto per la tutela dei diritti degli artisti, che il Consiglio di Stato, con un provvedimento dittatoriale, ha deciso di far morire, lasciando per strada i lavoratori e le loro famiglie.
Italia dei Valori esprime la propria totale solidarietà. Noi abbiamo scavalcato quel muro di gomma che il governo ha tirato su. Sappiamo bene che l’Italia è anche questo, sappiamo bene quali sono le esigenze e i problemi dei cittadini e, a differenza di questo governo e di questa maggioranza, vogliamo che le questioni importanti vengano affrontate e risolte, una per una. Perché non ne possiamo più di vedere l’attività politica incentrata esclusivamente sugli interessi del premier.
Giu' le mani dall'Articolo 18
L’affermazione di Brunetta, Ministro ex socialista dell’attuale Governo Berlusconi che chiedeva di abolire l’articolo 1 della nostra Costituzione, trasformandola da Repubblica fondata sul lavoro a Repubblica fondata sull’arbitrio dei potenti trova in questo disegno di legge sul lavoro piena e concreta applicazione.
E’ falso e sono bugiardi coloro che affermano che il lavoratore sia libero di scegliere tra l’arbitro ed il giudice in quanto verrà chiesto all’atto dell’assunzione, generalmente precaria o a tempo determinato, se il lavoratore intende avvalersi di un arbitro condiviso dall’azienda oppure da un “pericoloso” giudice.
Mi chiedo e chiedo chi mai in queste condizioni è libero di scegliere?
I principi liberali su cui si basa anche la nostra Costituzione stabiliscono che la funzione della legge e di chi la deve applicare, il giudice, servono a bilanciare l’impari forza tra soggetti deboli e forti. In questo caso si torna semplicemente al Medioevo, chi è debole non può appellarsi allo Stato per fare rispettare i propri diritti.
Riporto una lettera di un operaio, Marco Bazzoni, rappresentante dei lavoratori in una realtà aziendale del fiorentino.
Testo della lettera
Ci risiamo, dopo che il Governo Berlusconi ci aveva già provato nel 2002 a cancellare l'art 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300 del 20 maggio 1970), ma non ci era riuscito, ma solo grazie alla ferma opposizione della Cgil (c'ero anche io al Circo Massimo, quando la Cgil organizzò la più grande manifestazione in difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, portando in piazza 3 milioni di persone), adesso ci riprova con il Ddl lavoro, introducendo l'arbitrato nelle controversie di lavoro.
L'unico sindacato che sta facendo ferma opposizione contro l'aggiramento dell'articolo 18 (come fece nel 2002) è la Cgil. Cisl e Uil stanno a guardare, non facendo nessuna barricata.
Angeletti ha detto: Per la Uil un ricorso all’arbitrato in alternativa al giudice per la risoluzione dei rapporti di lavoro è “un’alternativa ragionevole”. Mentre Bonanni ha detto: "Il lavoratore può tranquillamente continuare ad andare dal giudice del lavoro come ha sempre fatto.
"Lo statuto dei lavoratori non è stato toccato e l'articolo 18 sta lì".
E come potevano fare diversamente, quando nel 2002 (sono in pochi che se lo ricordano), Cisl e Uil firmarono con l'allora Governo Berlusconi il "Patto per L'Italia", che sospendeva l'articolo 18 per ben tre anni (leggi l'articolo).
Il ddl Lavoro è stato approvato definitivamente dal Senato con 151 voti favorevoli, 83 contrari e 5 astenuti. Un “arbitro” al posto del giudice: lo prevede l’articolo 31 del Ddl lavoro.
Con l’articolo 31 cambiano le modalità di dirimere le controversie sul lavoro, e da oggi invece del giudice può intervenire una nuova figura, l’arbitro.
L’articolo 18 stabilisce che il giudice reintegri il lavoratore che sia stato licenziato senza giusta causa. Con la nuova norma – invece – sarà il lavoratore a decidere a chi affidarsi, se al giudice (come prima), o l’arbitro.
Questo accadrà al momento dell'assunzione: il lavoratore dovrà decidere quali delle due “vie” seguire. Se sceglie la via arbitrale, poi non si torna più indietro.
Ed è facile immaginare che al momento dell’assunzione il lavoratore non sia propriamente libero di decidere autonomamente.
In questo modo i lavoratori saranno più deboli e ricattabili.
In questo modo l'articolo 18 diventa un optional!!!
E chiaro a chiunque che l'articolo 31 del Ddl è incostituzionale, solo una persona non l'ha ancora capito, cioè il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, tanto che in una nota dell'agenzia Adnkronos, Sacconi dice: Pd e Cgil facciano pure ricorso, "non temo per nulla l'incostituzionalità della norma sull'arbitrato per i licenziamenti".
Su Facebook è ieri è stato aperto un gruppo dal titolo "Giù le mani dall'art 18" (iscriviti al gruppo) che ieri, nel giro di poche ore aveva raccolto 3 mila adesioni. Oggi le adesioni sono salite a 10792. Invito tutti ad aderire.
Marco Bazzoni, Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza
Nasce l'Associazione Lavoratori Vittime del Precariato
Oggi nasce ALViP, l'Associazione Lavoratori Vittime del Precariato.
Non è un'associazione. E' l'associazione, l'unica che per la prima volta si preoccupa di tutelare tutte le categorie di lavoratori, senza distinzione alcuna. Molte volte abbiamo dei problemi che sembra siano proprie delle nostre situazioni, ma riuscendo a scambiarci le idee ed entrando in contatto con altre realtà possiamo scoprire che i nostri problemi sono gli stessi di tanti altri lavoratori.
L'associazione nasce in Lombardia, ma ha già dei riferimenti in tutte le regioni d'Italia. Ci auguriamo che la nostra rappresentatività possa aumentare, perché il nostro scopo è quello di mettere luce e porre evidenza su tutte quelle realtà che oggi sono al limite dello sfruttamento. In Italia non esiste una vera flessibilità, esiste una precarietà che è diventata lo stile di vita di tantissime persone.
Siamo qui oggi per cercare di aiutare voi e aiutarci. Ricordiamo che in questo momento, mentre stiamo parlando, qualcuno è andato a cercare lavoro, qualcuno non lo ha trovato e qualcun altro lo ha perso. Per tutte queste persone, che sono tantissime e che tenderanno ad aumentare nonostante ci facciano credere che la crisi sia finita, noi oggi ci siamo. Se non avrete la forza e il coraggio per parlare lo faremo noi per voi.
Sacconi, ministro del non lavoro
I dati che appaiono oggi sulla disoccupazione in Italia e su l’uso della cassa ordinaria e straordinaria da tempo sono noti all’Italia dei Valori. Da questi dati abbiamo ricavato precise proposte avanzate in Finanziaria e puntualmente respinte dal governo e che oggi riproponiamo chiedendo che l’economia, l’impresda sana, e l’occupazione a tempo indeterminato siano considerate emergenze nazionali.
Ai dati resi noti oggi se ne aggiunge uno ben più drammatico nel 2010 oltre 400 mila lavoratori termineranno la cig ordinaria e straordinaria ed entreranno nel buio della disoccupazione e della mobilità .Purtroppo in Italia abbiamo un ministro del non lavoro, Sacconi, che si rifiuta di accettare le nostre proposte concertate e costruite con tutte le organizzazioni sindacali e condivise con le associazioni datoriali.
Noi proponiamo il raddoppio immediato della cig ordinaria, la detassazione degli stipendi dei lavoratori e pensionati per rilanciare i consumi, i contratti di solidarietà per impedire i licenziamenti. Il governo italiano ha un grave, gravissima responsabilità: ha prima ignorato la crisi mentre oggi dichiara che questa è superata, impedendo cosi al nostro sistema economico di reagire almeno con gli stessi strumenti messi a disposizione da parte degli altri Paesi europei, a partire da Francia e Germania.
L’Italia dei Valori comunque è vicina ai lavoratori di tutta Italia che in questo momento sono in difficoltà, dai dipendenti dell’Alcoa in Sardegna, agli operai siciliani dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, a tutti i precari dei call center a rischio chiusura e soprattutto a tutti i numerosi invisibili che sono a partita Iva, prima malpagati e senza diritti e ora gettati nel buio del mercato nero.
A sostegno dei precari Mediaset
La chiamano esternalizzazione, il rischio è che sia piuttosto l'anticamera del licenziamento. La paura è arrivata anche a Mediaset, l'oasi una volta felice in cui Silvio Berlusconi si è sempre vantato di non aver licenziato nessuno.
L'aria è adesso cambiata, e purtroppo in peggio. Lo dice lo sciopero indetto dai dipendenti di Videotime, la società licenziataria di Mediaset creata per l'ideazione, la progettazione e la realizzazione dei programmi televisivi di Canale5, Italia1 e Rete 4, contro la cessione del ramo d'azienda che riguarda la sartoria, il trucco e l'acconciatura. Cinquantasei persone tra Milano e Roma, in grande maggioranza donne sopra i 40 anni, hanno paura di restare senza posto di lavoro, vedono un futuro incerto.
A loro è arrivata la solidarietà di tutti i dipendenti Mediaset, che temono che questo possa essere solo l'inizio di un processo di affidamento di lavoro in appalto; a loro è arrivato l'appoggio dell'Italia dei Valori, che chiede ai vertici dell'azienda di tornare sulla loro decisione per non far pagare ai lavoratori il costo di strategie industriali sbagliate.
Per questo il presidente Di Pietro ha presentato un’interrogazione parlamentare (leggi il testo), ponendo ai ministri interessati quesiti precisi, a partire dal destino dei 56 lavoratori esternalizzati senza validi motivi.
Concorsi pubblici: vincitori bloccati dal governo
Il Governo Berlusconi "aiuta" i giovani a entrare nel mondo lavorativo? Sì, bloccando le assunzioni a cui hanno diritto per aver vinto concorsi pubblici (art 17 del decreto legge 1° luglio 2009, n.78 convertito in legge 3 agosto 2009, n.102). Nonostante il via libera della Corte dei Conti.
In questo video, abbiamo raccolto una loro testimonianza dopo che li ho incontrati. (Continuiamo a fare ciò che l'informazione di regime tiene nascosto per non rivelare verità scomode). Dall'intervista emerge uno spaccato triste che interessa un numero considerevole di tanti altri ragazzi. Essi vivono una situazione di profondo abbandono da parte delle Istituzioni. Le stesse Istituzioni che dovrebbero dare loro speranze per un futuro migliore.
Giovani che hanno il solo torto di aver creduto nella serietà dello Stato partecipando, senza raccomandazioni o trucchi da saltimbanchi della meritocrazia, ad una "competizione" pubblica per un posto di lavoro. Sacrifici di tanti anni di studio spazzati via da un Governo che nega i diritti e alimenta il mercato della "immeritocrazia" ad appannaggio esclusivo di veline ed escort.

La nostra proposta per Fiat Termini Imerese
L’Italia dei Valori lancia una proposta su Termini Imerese, che è una sfida al Governo nazionale e serve a creare un’impresa che stia sul mercato senza aiuti di Stato.
In questo modo dimostriamo come l’Italia dei Valori stia lavorando per un programma di governo alternativo. Non solo opposizione, quindi, ma anche capacità di analisi ed elaborazione di soluzioni per risolvere i problemi.
Questo percorso, se assunto, sarebbe una grandissima novità per tutto il Paese perché la soluzione passerebbe attraverso un concorso internazionale trasparente e limpido che fa prevalere la serietà del piano industriale alla vecchia storia dell’impresa assistita italiana.
Termini Imerese ha un significato importantissimo innanzitutto per il mezzogiorno ma vista la drammatica situazione dei suoi lavoratori, ha assunto oramai una valenza nazionale.
Per questa ragione, Italia dei Valori parteciperà attivamente allo sciopero nazionale di otto ore dei lavoratori del gruppo Fiat deciso ieri a Termini Imerese dall’assemblea dei sindacati generali dei metalmeccanici.
Pomigliano non si tocca
Ieri ho occupato l'Aula di Montecitorio. L'ho fatto perche' la politica e le istituzioni si devono mobilitare verso i lavoratori disoccupati e quelli che il lavoro non l'hanno mai avuto. Oggi la politica si trastulla con le bozze Violante, il Metodo Ghedini, i Lodi e le riforme costituzionali di cui ai cittadini, attanagliati dai gravissimi problemi di tutti i giorni, non frega nulla! Al contrario, a fronte di questa vera emergenza il governo che fa? Interviene immediatamente per assicurare due nuovi posto di lavoro: alla Santanche' chiamata appunto al Welfare e a Guido Viceconte chiamano ai Rapporti con il Parlamento. Ecco le risposte del governo al dramma della disoccupazione e del lavoro: 2 nuovi posti da sottosegretario!
Riporto il video e il testo della mia intervista di ieri, lunedi 4 gennaio.
Intervistatore: Onorevole Barbato, perché oggi ha occupato l’aula, quale è l’istanza che ha voluto porre all’attenzione del governo e del Parlamento?
Francesco Barbato: Ho voluto portare la disperazione, lo sdegno di migliaia di lavoratori che, in Campania, ogni giorno perdono un posto di lavoro. Sabato scorso sono stato davanti al Comune di Pomigliano D’Arco con i lavoratori della FIAT di Pomigliano. Il mercoledì precedente ero stato con loro in delegazione dal Prefetto di Napoli, il giorno precedente ancora ero stato con loro davanti allo stabilimento, la settimana prima qui sotto Palazzo Chigi a rappresentare le ragioni di 38 lavoratori che il 29 dicembre hanno ricevuto una lettera di benservito dalla FIAT, la quale, dopo quattro anni ininterrotti di lavoro, li ha licenziati e ha detto “ grazie e arrivederci”. Lavoratori che in questo periodo non conoscono un’infermeria, un certificato medico, che hanno portato lo stabilimento della FIAT di Pomigliano a essere uno stabilimento di eccellenza per efficienza e produttività e questa è la risposta che hanno avuto. L’hanno avuta soprattutto perché il governo Berlusconi nel 2008 non ha finanziato sufficientemente gli ammortizzatori sociali e, nel 2009, ha fatto arrivare con grande ritardo quel po’ di finanziamenti. Ma questi lavoratori non chiedono assistenzialismo, non chiedono elemosina, chiedono dignità, vogliono lavorare, sono padri di famiglia che la sera hanno vergogna di tornare a casa e guardare negli occhi i loro figli, che nei giorni scorsi mi hanno fatto respirare la loro disperazione, qualcuno di loro mi diceva “ mi lancio giù dal terrazzo del comune di Pomigliano D’arco”, perché non ce la fanno più, perché sanno benissimo che, se vengono lasciati in mezzo alla strada, troveranno un’unica alternativa: troveranno solo un altro datore di lavoro, la camorra, la criminalità organizzata, perché laggiù non c’è speranza e è questa la ragione per la quale nel mezzogiorno d’Italia non possiamo perdere neanche un posto di lavoro e è questa la ragione per cui stamattina ho promesso loro che sarei venuto in Parlamento, per portare qui a Roma, nelle sedi istituzionali, nel Parlamento, all’attenzione del governo la loro situazione drammatica e sono intervenuto in aula sostenendo non solo le loro ragioni, di questi 38 lavoratori che, dal 1 gennaio, non hanno più un futuro, non hanno più un lavoro, non hanno più un salario, ma delle tante aziende come il pastificio russo di Cicciano, la Cabl Auto di Mariglianella, lo stabilimento della birra Peroni di Milano, l’elenco non finisce mai, 2. 000 e oltre lavoratori hanno scritto al Capo dello Stato chiedendo che li aiutasse, perché per loro gennaio 2010 significa incertezza, significa non avere più uno stipendio, significa non poter più fare campare le loro famiglie. Per questa ragione ho detto che sono stufo di stare in Parlamento a sentire parlare della strada da intestare a Craxi o meno, di gossip, della Daddario, del metodo Ghedini o del patto Violante o del Lodo Alfano. Insomma, che me ne frega di questa roba?! Ai cittadini che cosa frega di questa roba?! Voglio interessarmi delle cose reali, dei problemi veri del Paese, delle questioni che davvero interessano ai cittadini, come quella di stamattina dei lavoratori della FIAT di Pomigliano D’Arco, questa è la loro maglietta, è il simbolo di questi lavoratori che stanno perdendo il posto di lavoro, questo è il simbolo di tutti i lavoratori che, in Italia, non hanno più un futuro, che in Italia non hanno più un lavoro! E’ per questa ragione che ho occupato stamattina il Parlamento, ho detto al Presidente che non sarei andato via, sarei rimasto al mio posto a sedere al posto di lavoro, perché da Deputato della Repubblica devo lavorare per i cittadini, voglio impegnarmi per trovare soluzioni ai loro problemi, voglio parlare di queste cose reali, di queste cose concrete: della FIAT di Pomigliano, della Inse di Milano, dei lavoratori di Termini Imerese che pure perderanno il lavoro, è questa la vera riforma di cui si deve interessare la politica! Perché la politica oggi pensa solo a trastullarsi, si dedica solo al chiacchiericcio, parole inutili, inconsistenti! Per questa ragione, mentre il Paese affonda, il Paese si sta sfasciando, nel mezzogiorno d’Italia crolla tutto a pezzi, ebbene questo governo ho l’impressione che stia facendo come sul Titanic, quando suonavano l’orchestrina mentre la nave affondava. Non vogliono neanche sentir parlare di queste ragioni, perciò ho occupato l’aula, per questa ragione sono rimasto lì a dare una scossa forte alla politica, per riportare la politica sulla strada maestra, sugli obiettivi veri che deve seguire la politica dei cittadini, una politica del fare, questa è la politica dell’Italia dei Valori, questa è la politica che, da Deputato della Repubblica, voglio sviluppare per i miei concittadini.
Intervistatore: Quale risposta ha avuto dall’esecutivo e anche a livello parlamentare?
Francesco Barbato: La prima risposta che possiamo leggere oggi sui giornali è che il governo Berlusconi, anziché salvaguardare e difendere i posti dei lavoratori, venerdì prossimo, nel prossimo Consiglio dei Ministri darà altri due posti: sì, due posti per due nuovi sottosegretari, questa è la risposta del governo Berlusconi! Dà altri due posti alla casta, dà altri due posti alla Santanché e a un altro uomo di Forza Italia da sistemare, sistema gli uomini al potere anziché difendere i posti di lavoro! Ma la mia scossa forte che ho dato oggi alla politica, il mio impegno concreto è servito per ottenere dal Presidente della Camera, di concerto con il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, di mettere all’ordine del giorno della prima seduta utile dell’11 gennaio prossimo una mia mozione, che verrà discussa lunedì 11 e martedì 12, con la quale si troverà una soluzione e verranno salvaguardati i posti dei 38 lavoratori della FIAT di Pomigliano. E’ un segnale forte che voglio dare, un’inversione di tendenza, questa è la mia politica, la mission per il 2010 dell’Italia dei Valori, di difendere i posti di lavoro, di battersi per l’occupazione, di difendere chi sta perdendo il proprio lavoro o, addirittura, chi un lavoro non l’ha mai avuto. Ebbene, da lunedì 11 gennaio inizierà questo forte percorso che dobbiamo sostenere per dare delle risposte concrete ai cittadini, la risposta che stiamo dando ai lavoratori della FIAT di Pomigliano, a quei 38 lavoratori che, dal 31 dicembre, non hanno più un lavoro è il migliore modo per fare una politica per i cittadini.
Per un 2010 fondato sul lavoro
Il 2009 tra poche ore sarà alle spalle. In quest'anno oltre un milione di cittadini hanno perso l'impiego ma, se si pensa anche a coloro che lavorano con la partita iva, agli artigiani e a chi è in cerca del primo impiego, la cifra raddoppia.
La disoccupazione in Italia è ad un livello spaventoso e, spesso taciuto, che si aggira intorno al 15%. Questa percentuale equivarrebbe ad un numero ancor più grande di nuclei familiari scaraventati dalla crisi tra la povertà e gravi ristrettezze economiche, il tutto senza che questo governo abbia mosso più di un sopracciglio.
Il nostro augurio di un buon 2010 va a più di duecento aziende che abbiamo tentato di ricordare tralasciandone, sulla carta ma non nel cuore, sicuramente qualcuna.
Dietro questi nomi, e quelli che mancano alla lista, c’è la vera economia italiana, quella di chi si sveglia la mattina presto ed esce per guadagnarsi il pane quotidiano mentre ha in mente l’affitto, il mutuo, l’assicurazione da pagare e non ha il tempo per pensare ad una via o ad un giardinetto da dedicare ad un latitante o alle escort del Premier.
In questi duecento nomi c’è un anno di incontri, di sit-in, di megafoni, di trattative, di tante battaglie che l’Italia dei Valori ha condotto, spesso oscurata da gran parte dei media, cancello per cancello sotto l’afa estiva, la pioggia autunnale, ad ogni ora, nei giorni festivi così come nei feriali.
Il nostro augurio va a tutti i lavoratori onesti, a quelli che un lavoro l’hanno salvato nel 2009, a coloro che invece lo hanno perso, a chi poi lo ha ritrovato, a chi non ha mai avuto nemmeno il primo e a quelli che sono dovuti scappare dall’Italia per averne uno, agli imprenditori che non hanno approfittato della crisi per tagli selvaggi, a quelli che hanno diminuito gli utili pur di non lasciare a casa nessuno.
Un augurio di buon anno all’Italia vera, quella della Repubblica fondata sul lavoro.
Di seguito acune delle oltre 200 aziende che abbiamo incontrato nel 2009. Un augurio ai loro dipendenti e a tutte quelle che non sono in questa lista:
Yamaha di Lesmo - Fiat Mirafiori - Fiat Pomigliano - Fiat Termini Imerese - Fincantieri Castellammare -Fincantieri Palermo - Fincantieri Ancona - Fincantieri Muggiano -Fincantieri Sestri Ponente - Fincantieri Monfalcone - Agile/ex Eutelia di Roma, Napoli, Pregnana Milanese - Sirti istallazioni telefoniche di Torino, Milano, Treviso, Bologna, Roma, Napoli, Palermo - Trafilati Martin di Cuneo - Alcoa Fusina - Alcoa Portovesme - Antonio Merloni di Fabriano e Nocera Umbra - Tenaris di Dalmine e Piombino Rothe Erde di Brescia - Alfa di Arese - Mahle di Volvera - CNH di Ancona - Sevel di Lanciano - Alupex Alupieve di Pieve Emanuele - Answers di Pistoia - Radificil di Pistoia Phonemedia di Novara - Ansaldo Breda di Pistoia e Napoli - Piaggio di Pontedera - Honegger di Bergamo - Schneider di Bergamo - Donora di Bergamo - Sabil di Bergamo - Texfer ex Legler di Bergamo - Tessival di Bergamo - Filatrice di Capriate - Promatech di Bergamo - Linificio e Canapificio Nazionale di Villa D’Almè - Radici tessuti di Bergamo - Brandt Italia ex Ocean di Verolanuova - Ideal Standard di Brescia - Federal Mogul di Desenzano - Cometal di Brescia - Mac-Iveco di Brescia - Tessival di Ghedi - Marzoli di Palazzolo sull’Oglio - Glaston di Bregnano - Giardina di Como - Ratti di Como - CLM di Como - Eridania di Casalmaggiore - Saco di Lecco - Guzzi di Lecco - Ghilardoni cilindri di Lecco - Rompani di Lecco - Grembo di Lecco -MDG di Lecco - Ferretti di Forlì - Stylepack di Olginate -Johnson control di Lodi - Riello caldaie di Lodi - Akzo nobel di Lodi - Paganelli Cinisello Balsamo - Lares e Metalli preziosi di Paderno Dugnano - Ercole Marelli Power di Sesto San Giovanni - Bayer Milano - Roche Milano - Bracco Milano - Nokia Siemens network Milano - Nortel Italia Milano - Electa spa Milano - Italiana alimentari Milano - Ex-Celestica di Vimercate - Cartostrong di Monza - Interfila di Limbiate- Borghi trasporti di Vimercate e Cavenago - Mivar di Abbiategrasso - Cromos tintoria di Cerro Maggiore - Pulisystem di Legnano - Biztiles Bondeno di Gonzaga - Pompea spa di Mendole - Cartiera di Torremenapace - Cartiera della Valtellina di Tirano - Sea Handling di Malpensa - Carlo Colombo di Agrate - Polynt di San Giovanni Valdarno - ENI Livorno - Alfa di Arese - Mecom S.R.L. di Pagani (SA) - Alcar di Lecce - Nuova Tecnoferro di Putignano - SOL.GE. S.P.A. di Rovereto - Mollificio centro Italia di Frosinone -A.M.T. di Moncalieri (TO) - Alenia Aeronavali di Napoli e Pomezia - Alstom Ferroviaria di Savigliano (CN) - Hp di Bari - Imesi di Carini (PA) - Keller di Palermo - ST-microelectronics di Catania - Selfin Caserta - Ixfin di Marcianise - Delphi di Livorno - Severstal di Piombino - Richard Ginori di Firenze - Sabo di Vicchio - Seves di Firenze - Malo S.p.a (FI) - Ma-Mecc di Fucecchio Safilo stabilimenti friulani - Manuli Rubber Ascoli Piceno - ILVA di Taranto Petrolchimico di Porto Torres - Eurallumina di Porto Torres - Ideal standard di Belluno e Pordenone - Carraro di Campodarsego - Marzotto di Portogruaro - Myair di Vicenza - Cablelettra Sud di Benevento - Roccatura di Russotto - Meltem di Arzano Gruppo Ipm - Birra Peroni di Miano - Icmi di San Giovanni a Teduccio - Cablauto di Mariglianella - Bitron di Morra de Santis - Scai Sud di Oliveto Citra - Eds-Hp di Bari -Itierre di Isernia - Finmek di Santa Maria Capua vetere e l'Aquila - Oerlikon di Porretta Terme - Montefibre di Venezia - Alpi Eagles di Venezia - Safilo di Venezia - Ispra Roma - Videocon di Anagni - gruppo Malavolta di Ascoli Piceno - Transcom di L’Aquila - Atr di Colonnella Natuzzi di Matera, Bari e taranto - LASME di Melfi - Fiat-Sata di Melfi -Lames di Chiavari - MCT (Porto Gioia Tauro) - Adapto di Chiavari -Frigomar di Marasco - Fpl trade di Sestri Levante - Italflex di Marasco - Cartello di Marasco - Versari & Delmonte di Rapallo - Industria di Leivi di Marasco - Filmec di Sori - VASI srl di Teramo - ASSEMBLY srl di Chieti - Leomar srl di Poggiofiorito - LTA Meccanica di Chieti - Silver Car di Avezzano - Supermercati PAM de L'Aquila - Teknolamiere di Chieti - bentley security (AQ) - Sitindustrie- ex Tonolli di Sulmona de L'Aquila - Technolabs de L'Aquila - SAT – Catania - Ave Industries di Spinea (Venezia) - Vinyls di Porto Torres - Glastom di Bregnano - Lanificio Veneto di Treviso - Nuova Pansac di Venezia - Aprilia di Venezia - San Benedetto di venezia - Speedlene di Venezia - Visibilia di Venezia - Nuova Sirma di Porto Marghera - Montefibre di porto Marghera - Solvay di Rosignano e Bussi sul Tirino - Officine Beltrame di Porto Marghera - SPX Parma - Berco di Ferrara - Vm Motori di Ferrara - LyondellBasell di Ferrara - Sielte di Cagliari - Arconotrics Sasso Marconi - pastificio Russo di Napoli - MGM di Crevalcore
Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi
ISPRA: non sparate alla ricerca
Pubblico il video della manifestazione dei lavoratori dell'ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, per protestare davanti a Palazzo Chigi contro i licenziamenti annunciati dall’Ente.
Al fianco dei lavoratori, travestiti da fantasmi della ricerca, con camice e maschera bianca, c'eravamo anche noi, per chiedere un intervento urgente e immediato del Governo che non può e non deve continuare a rimanere sordo alle legittime richieste dei lavoratori.
Dopo aver chiesto di essere ascoltati, un rappresentante dei ricercatori dell’ISPRA è stato ricevuto dal Segretario Generale della Presidenza del Consiglio, Manlio Strano, per richiedere l’apertura di un tavolo di trattativa per affrontare la questione.
Questo Esecutivo sta ammazzando la ricerca con tagli indiscriminati ai fondi destinati al comparto e al personale. Per i lavoratori vogliamo risposte concrete e non vane promesse come è accaduto finora.
Non sparate alla ricerca
Ieri, una delegazione dell’Italia dei Valori è stata a fianco dei ricercatori dell’ISPRA, Istituto Superiore di Ricerca Ambientale, costretti ad un gesto eclatante e disperato - occupare la sede di Roma e dormire sul tetto della stessa - per protestare contro i licenziamenti annunciati dall'Ente.
Il Prefetto Vincenzo Grimaldi, alla guida dell’Ente malgrado non abbia alcuna competenza in materia ambientale, ieri ha impedito l’ingresso nella sede ai giornalisti: un tentativo di mettere a tacere la protesta dei lavoratori. L’ISPRA oltre ad aver licenziato 200 precari si appresta a licenziarne altri 250 entro la fine dell’anno. Perché?
A detta del Governo mancano i soldi. Ma i fondi utilizzati per mantenere questo Istituto, che controlla la qualità dell’acqua che beviamo e dell’aria che respiriamo, vengono dalla comunità europea e, quindi, sono disponibili.
La vera ragione è che questo Governo, dopo aver deciso di vendere l’acqua, ora vuole esternalizzare anche i controlli ambientali. Al peggio non c’è mai fine!
Ci piace riportare qui le parole del Presidente Napolitano: “c’è necessità di investire in ricerca e innovazione, perché su questo ci giochiamo il nostro futuro, anche per uscire dalla crisi in condizioni migliori di come ci siamo entrati”. La maggioranza, purtroppo, la pensa diversamente.
L’ISPRA non deve chiudere. L’Italia dei Valori sarà vicina a tutti quei ricercatori che hanno deciso di non piegare la testa alla logica distruttiva del ministro dell’Ambiente Prestigiacomo che, pezzo dopo pezzo, sta sfasciando il nostro sistema ambientale. E, per questo, interverremo in Parlamento per continuare ad essere al fianco dei lavoratori e far valere le loro ragioni.
Consigliamo a tutti di vedere questo video realizzato dai precari che stanno rischiando il proprio posto di lavoro. Una satira amara che rischia di diventare realtà con questo Governo intenzionato ad ammazzare la ricerca e a ridurre sul lastrico i professionisti che a questa hanno dedicato la loro vita.
Tirrenia: una nuova Alitalia?
Da tempo sto inutilmente incalzando Matteoli, via agenzie, per avere sue risposte ed impegni precisi sulla privatizzazione di Tirrenia di Navigazione.
Riassumo le vicenda. Il Governo avvia il processo di privatizzazione della società Tirrenia, motivando la decisione con un obbligo in tal senso imposto da Bruxelles e, di fronte a qualsivoglia critica o richiesta, si rifugia sempre dietro tale obbligo. Chiariamo allora, da subito, che la Comunità Europea non ha mai imposto, né potrebbe imporre, la privatizzazione di una società, perché a Bruxelles non interessa se la proprietà è pubblica o privata. Alla Comunità Europea interessa, invece, che l’operazione di riassetto, qualunque essa sia, avvenga nel rispetto dei principi di trasparenza, di non discriminazione e di parità di trattamento previsti dalle norme comunitarie. Ed interessa che sia salvaguardato il fondamentale principio di continuità territoriale e che, quindi, non siano tagliati quei collegamenti con le Isole maggiori e minori che consentono ai cittadini ivi residenti di spostarsi liberamente nel territorio.
Capiamoci: Tirrenia cosi come è non funziona e ben venga privatizzarla, se lo scopo è quello di offrire un miglior servizio, reso in regime di concorrenza, ai passeggeri. E’ un problema di metodo, non di principio.
Punto primo: non è chiaro quali servizi essenziali di continuità con le isole saranno garantiti, né quali siano i centri di costo che devono farvi fronte; punto secondo: il Ministro dichiara genericamente che i livelli occupazionali, che si attestano a circa 3.800 unità, saranno salvaguardati, ma non risulta alcun accordo sindacale in tal senso. Terzo e ultimo punto: considerando che Tirrenia ha chiuso il 2008 con debiti per 725,1 milioni di Euro, bisognerebbe che il Ministro ci facesse sapere come intende impostare i bandi di gara che saranno emanati entro il 31 dicembre di quest’anno. Vi è, infatti, il rischio concreto che sia riproposto il modello Alitalia, con quella privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite che tanto piace a questo Governo. Per dirla con chiarezza, non vorremmo che Matteoli avesse in mente di creare una bad company a carico dei contribuenti italiani e una good company in mano al privato.
E siccome sulla vicenda Tirrenia la confusione regna sovrana, stiamo cercando di fare chiarezza (anche) con una interrogazione parlamentare al Ministro.
Pranzo sociale con i lavoratori ex Eutelia
Giovedi 19 novembre 2009 i Giovani dell'Italia dei Valori del Lazio hanno organizzato un pranzo sociale con i lavoratori dell'azienda occupata, ex Eutelia, a cui hanno partecipato anche il senatore Stefano Pedica, il vice presidente del consiglio provinciale di Roma Sabatino Leonetti e gli artisti Francesca Fornario e Enrico Capuano.
La sorte dei lavoratori Eutelia diventa sempre più preoccupante: 1200 di loro dal mese di agosto non percepiscono lo stipendio. I sindacati e alcuni dipendenti sostengono che Omega è un’azienda “killer” che acquisisce personale per tenerlo fermo mirando a fallire per non pagare le liquidazioni. Ad attirare l’interesse nazionale sullo scandalo dei licenziamenti mascherati è stata l’irruzione di Samuele Landi, ex amministratore delegato di Eutelia, nello stabilimento occupato. I lavoratori, madri e padri di famiglia sono costretti ad occupare la propria azienda, ma mai avrebbero pensato ad un’azione così importante se le condizioni finanziarie non si fossero aggravate a causa dell'errata gestione da parte della proprietà. L'Italia dei Valori è un partito vicino alle tematiche del mondo dell'occupazione e del lavoro. I Giovani Idv hanno sentito il dovere di parteciparie con passione a questa protesta perché la tutela e il diritto al lavoro sono principi inviolabili e fondamentali per una vita dignitosa, e per il futuro che ci si prospetta, come giovani lavoratori o come studenti che dovranno fare ingresso nel mondo del lavoro. E' necessaria una maggiore attenzione da parte delle istituzioni pubbliche affinché si tutelino i posti di lavoro.
Il Comune può e deve fare la sua parte a sostegno dei lavoratori, ma il suo ruolo è stato fin troppo timido, ed anche il Governo affronta con lentezza lo scandalo Eutelia.
Ci domandiamo perché tutta questa indecisione, e ci chiediamo se il conflitto d'interessi del Presidente del Consiglio, legato alle telecomunicazioni e all’informatica, settori di cui si occupa ex Eutelia, non possa avere, anche in questo caso, giocato un ruolo, diretto o indiretto.
Accanto ai lavoratori ci siamo oggi e ci saremo domani.
E assieme ai dipendenti dell’ex Eutelia attendiamo che dal tavolo ministeriale di giovedì si possa dare un nuovo futuro ad una risorsa umana e professionale che l’Italia non può e non deve permettersi di perdere.
Caso Agile Eutelia: appuntamento il 27 novembre
L’Agile- ex Eutelia è un’azienda del gruppo Omega che ha sede in diverse città italiane e che opera nell’ambito dei call center e in settori strategici dell’information technology, vantando anche commesse da diversi enti della Pubblica amministrazione.
Si tratta di un tesoro di alta professionalità che rischia di sfumare oltre che per le politiche aziendali sbagliate, anche per l’incapacità dimostrata fino ad oggi dal Governo, che non ha ancora offerto la prospettiva di una politica industriale seria.
Sono circa 1200 le lettere di licenziamento che l’azienda ha inviato ai suoi dipendenti, da tre mesi senza stipendio e angosciati da un futuro che si fa per loro sempre più incerto. Per questo hanno scelto di mobilitarsi su tutto il territorio nazionale e a Roma, dove lo stabilimento è stato occupato, sono stati vittime di una aggressione notturna da parte dello stesso ex amministratore delegato Samuele Landi che, con un manipolo di uomini spacciatisi per forze dell’ordine, ha fatto irruzione per tentare di mettere a tacere la protesta.
Lunedì questi stessi lavoratori sono scesi in piazza, nella capitale, con i rappresentanti sindacali e l’Italia dei Valori è stata a loro fianco. Ora il Governo ha deciso di convocare un tavolo di confronto per il 27 novembre che affronti un “caso” che sta diventando, giorno dopo giorno, paradigma di una mancanza politica e industriale che non può essere taciuta.
In ballo c’è il destino di lavoratori altamente professionalizzati ma soprattutto di migliaia e migliaia di giovani che hanno vissuto prima il dramma della precarietà e che ora rischiano di vivere quello del licenziamento.
Convegno: ''Il lavoro... un valore''
La crisi, purtroppo, non è alle spalle, come questo Governo vorrebbe farci credere e la situazione del mondo del lavoro costituisce la tragica prova di ciò.
Più volte in Parlamento, discutendo i documenti di Bilancio, abbiamo provato, dalle file dell'opposizione, a lanciare un allarme sull'effetto della crisi sul mondo del lavoro.
Un allarme basato non su impressioni o visioni ideologiche, ma sulla semplice lettura delle cifre che fotografavano, e fotografano tutt'ora, una drammatica realtà.
Il Governo (e la maggioranza che docilmente lo sostiene) conosce perfettamente i dati contabili e statistici, ma altre e più urgenti sembrano essere le sue priorità e nessuna di esse riguarda il lavoro.
Di fronte ad un immobilismo che viene contrabbandato come una rigorosa politica di controllo della spesa; di fronte a proposte e polemiche di evidente sapore propagandistico-elettorale, come le recenti chiacchiere sull’abrogazione dell’IRAP, o l'apologia, tutta teorica, del posto fisso, non possiamo che ribadire la necessità di affrontare i problemi concreti del mondo del lavoro nel suo complesso e le nostre proposte per un deciso cambio di marcia nella politica economica.
Dei tanti altri problemi che affliggono il mondo del lavoro e delle soluzioni proposte dall'Italia dei Valori parleremo nel corso del convegno "Il lavoro... un valore!", che si terrà il prossimo 13 novembre a Milano dalle ore 20:30 presso la "Casa della Cultura" in via Borgogna 3 (guarda la mappa). Modera Davide Romano (Editorialista La Repubblica), intervengono Susanna Camusso (Segretario Confederale CGIL) Maruska Piredda (Responsabile Regionale Dipartimento Lavoro IdV), Antonio Pizzinato (Presidente Regionale ANPI Lombardia), Maria Sciancati (Segretario Generale FIOM Milano) e Maurizio Zipponi (Responsabile nazionale Dipartimento Lavoro-Welfare IdV).
A sostegno dei lavoratori Agile Eutelia
Ieri mi sono recata al presidio dei lavoratori di Agile Eutelia di Torino, dove da qualche giorno, come in altri uffici di tutta Italia, sono in assemblea permanente perché la situazione lavorativa è diventata incresciosa.
Italia dei Valori si sta occupando di questa situazione ormai da diverse settimane. Il Presidente Di Pietro ha incontrato i lavoratori a Torino e a Roma, presentando una richiesta formale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri perché si attivi un tavolo di crisi per risolvere la situazione di questi lavoratori, di cui quasi 1200 nei confronti dei quali è stata avviata una procedura finalizzata al licenziamento.
Questa situazione richiede una presa di posizione forte da parte del Governo, si tratta di lavoratori con ottime professionalità, si tratta di un'azienda che ha e aveva commesse importanti, soprattutto con la pubblica amministrazione. Italia dei Valori ha chiesto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di attivarsi intanto per mantenere le commesse, che sono il lavoro principale di questa azienda, e per attivarsi a trovare imprenditori veri, non come quelli che ci sono adesso, che vogliano acquisire l'azienda e portare avanti il lavoro per queste 1200 persone e tante altre che fanno parte del gruppo.
La proprietà attuale non può definirsi imprenditoria, ma semplicemente degli approfittatori che stanno svendendo questa azienda, che stanno facendo perdere le commesse e stanno lasciando sul lastrico decine e decine di famiglie.
In Regione Piemonte, sempre su sollecitazione dell'Italia dei Valori, si terrà un incontro con gli assessori competenti per fare in modo che anche la regione si attivi e prenda una posizione concreta per aiutare questi lavoratori.
Assoporti: la lezioncina del Ministro Matteoli
Rientro dall’assemblea Assoporti (Associazione dei porti italiani), il settore marittimo sta risentendo molto della crisi che si è abbattuta sul sistema economico e richiede quindi interventi concreti e immediati per aiutare la ripresa. Mi sarei aspettata che il Ministro Matteoli, che era incaricato della chiusura dei lavori, desse risposte chiare e certamente alle istanze del cluster marittimo portuale, che già è uscito con diversi comunicati stampi formulando una serie di richieste e di proposte al Ministro. Il Ministro, invece, ha tenuto una relazione didattica e si è ben guardato sia da dire quali provvedimenti intende adottare, sia da dire in quali tempi intende adottarli, uno per tutti la tassa di ancoraggio, ci chiediamo quando il Ministro intende revocare, o quanto meno sospendere, l’aumento inopinato della tassa, che fa perdere competitività ai nostri porti rispetto agli altri hub europei.
Dringa Milito Pagliara (Responsabile nazionale trasporti IDV)
Una Tredicesima senza tasse è possibile
Per mettere in campo una risposta alla crisi economica bisogna innanzitutto riconoscerla. Il Governo Berlusconi, invece, l’ha negata per mesi, ammettendone l’esistenza soltanto recentemente. Un’ammissione però parziale, visto che oggi il Governo dichiara che la fase critica sarebbe stata superata. La realtà, al contrario, è un’altra: la crisi economica non solo c’è stata, ma i suoi effetti negativi si faranno sentire per tutto il 2010. Risulterà ancor più evidente che a pagarne il prezzo (salato) sono stati e saranno soprattutto i precari e le donne, le piccole-medie imprese e il mondo degli artigiani. Per questo agire subito è indispensabile per compensare il ritardo e l’incapacità dell’Esecutivo.
L’Italia dei Valori ha fin dall’inizio lanciato l’allarme sugli effetti che la crisi avrebbe generato sul tessuto produttivo e sociale del nostro Paese, definendo delle proposte di intervento che non depredino le casse dello Stato ma che, comunque, siano di sostegno a quelle realtà produttive e a quei soggetti sociali che maggiormente sentiranno il peso della contrazione economica.
Il nostro partito ha costruito proposte sul lavoro che intendono recuperare la più grande rottura generazionale degli ultimi cinquant’anni che sta cacciando migliaia di giovani dal lavoro. Quindi partiamo dal riconoscere diritti agli invisibili. A categorie come quelle dei precari e delle “vere” partite IVA che non hanno nessuna certezza per il proprio futuro lavorativo, sono esclusi da qualsiasi forma di protezione sociale e che in questa crisi sono i primi ad essere penalizzati. Poi ci battiamo per impedire licenziamenti di massa con proposte efficaci e sostenibili economicamente visto che l’INPS (l’ente che eroga gli ammortizzatori sociali) ha chiuso in attivo con 6,2 miliardi il 2008 e chiuderà il 2009 con altri 9,2 miliardi.
Infine chiediamo che, come avviene nelle migliori democrazie occidentali, il Governo metta all’ordine del giorno l’emergenza economica e sociale predisponendo politiche di settore capaci di difendere il patrimonio professionale, di ricerca, di sperimentazione e di produzione italiana.
Giu' loro o chiusi voi
Il sistema produttivo del Paese, in particolare quello rappresentato dalle piccole-medie imprese e dall’artigianato, è corroso ogni giorno da una crisi economica senza precedenti e rispetto alla quale il Governo è latitante, impegnato a menar fendenti contro la magistratura per proteggere il premier, ma disinteressato al destino delle famiglie e dei lavoratori. Ogni tanto qualche dichiarazione per le prime pagine dei Tg ma nulla di serio e di vero. In tante fabbriche visitate nell’ultimo anno non ho mai incrociato un dirigente della maggioranza: forse temono, a ragione, il linciaggio.
L’Italia dei Valori nel suo programma di governo, sempre aperto ai cittadini (leggi e commenta i punti del programma), ha presentato una serie di misure per rilanciare l’attività delle imprese e consentire loro di superare questa contingenza difficile, con l’obiettivo di diffondere nuovo ossigeno nel tessuto produttivo nazionale. Eccole qui di seguito brevemente riassunte:
- Diminuzione del carico fiscale alle imprese
- Eliminazione dell’anticipo di imposte e versamento dell’Iva ad avvenuto pagamento della fattura
- Liberalizzazione dei servizi pubblici locali perché sia più vantaggiosa l’offerta ai cittadini
- Indicazione di tassi omnicomprensivi di tutti i costi e per tutte le operazioni bancarie
- Accelerazione dei pagamenti della Pubblica amministrazione e rimborsi di imposta
- Sostegno agli accordi con le banche per il finanziamento alle pmi
- Riduzione dell’Irap alle pmi che assumono a tempo indeterminato e investono in ricerca, innovazione tecnologica, risparmio energetico
- Semplificazione delle procedure amministrative e velocizzazione dell’iter burocratico degli adempimenti per ridurre del 25%, entro il 2010, gli oneri amministrativi
- Appoggio ai processi di aggregazione delle pmi per rendere più facile l’accesso ai finanziamenti comunitari
- Divieto ad imprenditori e società ad essi collegate di partecipare direttamente o indirettamente alla realizzazione di opere e servizi pubblici qualora siano stati condannati in via definitiva per corruzione o delitti associativi
Queste misure non le vedrete mai pubblicate su un quotidiano e non ne sentirete mai parlare in Tv perché i media in Italia sono al soldo di due, tre partiti ed hanno il compito non scritto, ma che hanno appreso magistralmente, di criptare l’immagine dell’Italia dei Valori come partito di “proposizione”. Per contro possono far emergere come vogliono quella di “oppositori forcaioli, estremisti e manettari”. Il compito di promuovere l’alternativa di governo è solo nelle nostre e nelle vostre mani.
Lavoro: governo di bugiardi
Insieme al Presidente dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro stiamo percorrendo l’Italia in lungo e in largo, siamo stati a Palermo, siamo stati ai cantieri navali, siamo stati a Termini Imerese, a Napoli, all’Aquila, a Bologna, andremo in Piemonte e in Veneto. Stiamo parlando con il Paese reale, con quello che ci consegna una prima verità e la prima verità è che la crisi non solo non è passata, ma la crisi, nei suoi effetti dirompenti sia sui lavoratori e sia sulle piccole e medie imprese, darà i suoi effetti negativi nei prossimi mesi e conseguentemente assisteremo, nei prossimi mesi a grandi, grandi problemi nel sistema italiano, nel sistema sociale italiano.
Il secondo dato che ci consegna questo stare fuori dai palazzi e a contatto con le persone normali, lavoratori, imprenditori, quale è? E’ che la crisi qualcuno l’ha già pagata: 500.000 giovani sono stati lasciati a casa, erano precari quando c’era la crescita economica e oggi sono i primi che hanno pagato senza nessuna protezione. Ciò che le persone normali ci consegnano, quelle che vivono tutti i giorni i problemi del lavoro, è che il governo italiano è semplicemente un governo di bugiardi perché, quando la crisi veniva annunciata in tutti gli altri Paesi, in Italia Berlusconi diceva “ non esiste”, oggi che gli altri Paesi hanno reagito alla crisi e stanno ottenendo alcuni risultati Berlusconi dice “ anche da noi è superata”, cioè non c’è mai stato un minuto in cui la crisi è stata riconosciuta, perché sappiamo che per affrontare una crisi è assolutamente necessario innanzitutto riconoscerla.
Abbiamo un governo di bugiardi, ma non è solo quello il problema, perché se fossero solo loro i bugiardi ci si penserebbe normalmente, quando si va a votare: il punto è che stanno creando un danno enorme a tutto il sistema produttivo del Paese, stanno creando la più grande rottura generazionale che non c’è mai stata nella storia d’Italia, ossia ci stiamo segando il ramo dove siamo seduti, perché quando una crisi espelle migliaia di giovani e li fa espatriare, in molti casi, li fa muovere dal sud al nord, li scollega dai luoghi in cui essi vivono, quando accade questo è evidente che il danno non è solo ai politicanti, il danno che si sta creando è all’intero Paese.
Ecco quindi che stiamo tentando invece di reagire, di parlare al Paese reale e di dire che la crisi c’è, ma possiamo reagire e abbiamo costruito delle proposte: proposte che innanzitutto chiedono agli economisti, ai sociologi, agli intellettuali di fare un atto di onestà nei confronti dei giovani, ossia dite voi, signori esperti, che la famosa flessibilità in Italia si è trasformata solo in precarietà e che dovete smetterla, voi intellettuali, di dire “intanto beccati la precarietà, intanto lavora a 600 /700 Euro al mese, intanto ogni mese non sai se hai il tuo posto di lavoro confermato, intanto se sei insegnante e precario stai a casa e poi la Gelmini ti manda a casa e vedrai che un domani, forse nel futuro ti daremo delle protezioni sociali”.
Quest’idea di flessibilità è fallita, non ha dato né sicurezza ai giovani né tantomeno un futuro al Paese e conseguentemente stiamo lavorando con un’idea precisa, che è quella di dire cominciamo a svelare l’imbroglio: se un giovane ha un rapporto di lavoro e è stato costretto ad aprire una partita Iva, ma lavora solo per un cliente, se questo giovane va a lavorare in stanze, in fabbriche, in uffici, in luoghi che sono di proprietà di altri, e lavora con mezzi di altri vuole dire che non è autonomo, perché fa un lavoro, ma tutto ciò che è il suo lavoro e il suo guadagno viene consegnato a altri e quindi, in verità, è un lavoro dipendente: perché viene chiamato autonomo? Perché così chi lo paga non gli paga la tredicesima, le ferie, la maternità, e gli altri diritti che hanno i lavoratori. Cominciamo a dire che ci sono alcuni milioni di lavoratori che vengono chiamati partite Iva, ma in verità sono lavoratori dipendenti senza diritti, cominciamo a dire che questi diritti di ferie, di tredicesima, di infortunio e di malattia devono essere dati.
Cominciamo a dire che alle nuove generazioni vanno estese garanzie, cominciamo a dire che, per affrontare la crisi che sta arrivando, va raddoppiata la cassa integrazione ordinaria, cominciamo a dire che in tutte le aziende, che probabilmente apriranno percorsi di licenziamento, ci sono strumenti che sono i contratti di solidarietà, che fanno sì che il lavoratore non sia espulso dall’azienda e dall’ufficio, cominciamo a dire che va ridotta la tassazione per quelle aziende che creano lavoro a tempo indeterminato.
L’appello che facciamo, molto modestamente è a tutto il mondo della cultura, a coloro che hanno manifestato per la libertà di stampa: guardate che non esiste democrazia o libertà se, nei luoghi di lavoro, un ragazzo e una ragazza hanno zero diritti! Conseguentemente vi chiediamo insieme a noi, a Italia dei Valori, di proporre in Italia una rivoluzione: una rivoluzione liberale sul mercato, dove ci sia concorrenza vera, una rivoluzione sui diritti, dove si ricostruisce lo stato di diritto a partire dalla condizione del giovane, e il giovane deve riuscire a progettare il proprio futuro, a uscire da quest’idea maledetta che flessibilità è uguale a precarietà.
Ecco che l’Italia dei Valori ci sta provando, ci sta provando fuori dai palazzi della politica, ma nel Paese reale.
Precari in mutande, Italia in crisi
I precari della scuola, scesi in piazza in tutta Italia, e a Palermo in mutande, per contestare le scelte scellerate del duo Tremonti- Gelmini, costituiscono la più efficace immagine del nostro Paese, devastato dal Governo Berlusconi.
Con la c.d. riforma "Gel – monti" si colpiscono, con un colpo solo, due diritti costituzionalmente garantiti: lavoro e istruzione.
Con una aggravante: l'attenzione demolitrice della legalità costituzionale si è scatenata sul settore pubblico.
Il messaggio è chiaro: la scuola pubblica – e chi essa frequenta e in essa opera – deve oscillare tra precarietà e dequalificazione...perché, alla fine, è bene che crescano, vengano rispettate le istituzioni private di istruzione, le scuole a pagamento, quelle cioè accessibili agli italiani che hanno e che sono casta.
Si salvi chi ha e chi è casta. Chi non ha o chi non è casta...resti pure in mutande e si rassegni ad essere cittadino di serie B. La scuola viene così uniformata all'economia.
Ogni tanto qualche fonte internazionale, o qualche centro studi estero, segnala che si sta superando la grave crisi internazionale del 2008.
E i “ragazzi del coro berlusconiano” sfoggiano sembianze rifatte al silicone e sfavillanti protesi dentarie, con la sufficienza di chi ricorda al popolo italiano : "Avete visto ? Avete visto quanto bene sta operando il Governo Berlusconi?".
Si è visto mai qualcuno riuscire a saziarsi soltanto con l'odore del cibo ...mangiato dal vicino?
Tutte quelle previsioni di superamento della crisi, infatti, fanno riferimento a realtà diverse da quella italiana!
In Italia, in verità, la crisi è già superata ( anzi, non ci è mai stata ) per le caste degli evasori fiscali e dei conflitti di interessi, per i finti imprenditori foraggiati con denaro pubblico elargito da ministri amici e , talora anche tecnicamente, soci, per gli utilizzatori di scudo fiscale e di falso in bilancio depenalizzato...
La crisi, invece, non è superata ( e si aggrava ogni giorno di più ) per gli italiani che pagano le tasse , per i veri imprenditori che rischiano senza protezione di casta, per le famiglie monoreddito, per i lavoratori che perdono il lavoro a causa di imprese che si volatizzano ad arbitrio dei titolari.
La crisi non è superata ( e si aggrava sempre più ) per vecchi e nuovi poveri, ai quali vengono elargite abbondanti razioni quotidiane , soltanto di informazione drogata.
Che si dovrebbe fare, e non si fa ?
Oltre a pensare di foraggiare istituzioni e scuole private con denaro pubblico, basterebbe applicare alle stesse l'obbligo di reclutare il personale insegnante da graduatorie pubbliche, stipulando regolari contratti di lavoro, piuttosto che erogare denaro pubblico a chi assume in nero e arbitrariamente, senza il rispetto di alcuna graduatoria di merito.
E, con riferimento al campo economico, basterebbe avere più Stato nello Stato e più mercato nel mercato, in un Paese dove vi è troppo Stato nel mercato e troppo mercato nello Stato.
Basterebbe, in sintesi, evitare di generalizzare il “modello Alitalia” : il contribuente paga le perdite prodotte da finti manager super pagati e un gruppetto di imprenditori amici e soci del Governo rilevano a prezzi di scampolo una azienda senza debiti e incassano utili, senza rischi.
Premiata ditta Tremonti-Sacconi
In una normale economia di mercato il capitalista ci mette i soldi, l’imprenditore organizza i fattori di produzione, tra i quali ve ne è uno un po’ particolare e cioè il lavoro. Il lavoro viene remunerato attraverso salari e stipendi, l’imprenditorialità ed il capitale attraverso il profitto che è quanto residua dopo aver pagato gli altri fattori, compreso lo Stato.
Lo Stato fa da regolatore per impedire che si formino posizioni dominanti (monopoli o oligopoli). Non sempre le cose funzionano così semplicemente. In Italia ad esempio vi sono almeno due diffuse anomalie, anche indotte dall’esistenza di una rete diffusa di Piccole e Medie Imprese (PMI). La prima è che imprenditore e capitalista spesso coincidono, ma quasi sempre in realtà c’è solo l’ imprenditore (senza capitale). La seconda, che discende dalla prima, è che il capitale che manca viene fornito dal sistema bancario e dall’eventuale autofinanziamento (cioè dalla mancata distribuzione del profitto, che a questo punto ci sarà solo se oltre a tutti gli altri fattori produttivi viene pagato anche il prezzo del finanziatore, cioè l’interesse).
Date queste condizioni ha senso parlare di partecipazione agli utili dei lavoratori (proposta da Tremonti) come di “una grande idea” che sarà legge entro l’anno (secondo Sacconi)? Affrettandosi a precisare subito dopo che “si tratta di far partecipare i lavoratori agli utili, non alla gestione”, affinché la Confindustria non si preoccupi troppo. (Ci mancherebbe! Con la moglie di Sacconi direttore generale di Farmindustria!)
Ma c’è davvero qualcuno che possa pensare che un po’ di azioni date ai lavoratori possano far “declinare il conflitto di classe con la piena condivisione del capitale e del lavoro con una prevalenza concettuale (sic!) del secondo sul primo", come sostiene Sacconi. Siamo veramente ancora una volta di fronte ad una nuova trovata mediatica del governo, al tipico atteggiamento da “socialisti di potere” , come Sacconi e Brunetta, o convertiti sulla “via di Damasco”, come l’ex liberista(non liberale) Tremonti.
Nelle economie avanzate dove le differenze di remunerazione tra lavoratori e manager sono sensibili ma non assurde (si pensi ai 50 milioni di euro di stock option in due anni da parte di Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa S.Paolo) e dove tutti pagano le tasse non c’è bisogno di simili trovate. Là la partecipazione dei lavoratori alle strategie aziendali è un fattore consolidato. I dipendenti siedono in molti consigli di amministrazione permettendo alle imprese di realizzare importanti ristrutturazioni con la cooperazione dei lavoratori. Un manager di una importante impresa danese sostiene che “E’ più facile assumere gente quando le cose vanno bene e ridurre il personale in periodi meno buoni”. Di fronte ad un bisogno di riduzione di personale del 30% dirigenti e occupati discuterebbero se tagliare i posti di lavoro linearmente oppure se passare a tempo parziale il 60% di essi.
Tornando all'Italia, in ogni caso semmai avrebbe senso una legge alla tedesca (Mitbestimmung), che preveda la partecipazione dei lavoratori alla gestione e non la loro esclusione come vogliono Tremonti e Sacconi. In quel caso anche il sindacato potrebbe investire nelle imprese. Altrimenti può anche darsi che a qualcuno faccia comodo affibbiare un po’ di azioni ai lavoratori in cambio del salario, degli straordinari o della liquidazione.
Ma sarebbe un "déjà vu", cioè finirebbe come con Alitalia: i lavoratori che hanno accettato uno scambio di tal genere l’hanno pagato caro: gli obbligazionisti avranno il 70% del valore tra tre anni, gli azionisti praticamente nulla.
Lavoratore "cornuto e mazziato"
Questo governo è diabolico. Dopo le polemiche peri-elettorali sulla bozza di decreto correttivo al Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro presentato alla fine di aprile; dopo le accuse di incostituzionalità e i rimproveri del presidente Napolitano, dei più insigni giuristi italiani, dei sindacati e di quanti ancora ritengono che la sicurezza sul lavoro sia cosa seria e la legge un mezzo per tutelarla (e non un’autorizzazione ai potenti per fare ciò che vogliono); il ministro Sacconi & Co. hanno apparentemente battuto in ritirata. Hanno ascoltato i rimbrotti e messo al lavoro le Commissioni Parlamentari. Quatti quatti però, in maniera subdola, hanno fatto rientrare dalla finestra quello che forzatamente avevano dovuto far uscire dalla porta. Anche se, fortunatamente, la finestra era stretta e non tutto è riuscito a rientrare.
Di cosa sto parlando? Della famigerata “norma salva-manager” che tanto scalpore aveva destato un paio di mesi fa e del cui ritorno nessuno, forse complice la canicola d’agosto, si è accorto.
Vero è che stavolta non è più applicabile la retroattività e almeno i processi Thyssen ed Eternit potranno seguire il loro corso. Vero è che per rintracciarla è necessario fare salti acrobatici da un articolo a un altro e poi un altro ancora: il che è, notoriamente, roba da addetti ai lavori.
Come addetta ai lavori provo ora a spiegare l’ultima porcata del governo che mira esclusivamente a tutelare gli interessi dei datori di lavoro. Il fine ultimo è, ovviamente, agevolare l’impunibilità degli stessi.
Dunque, all’art.18 del D. Lgs 81/08, così come è entrato in vigore dal 20 agosto, è stato aggiunto il comma 3-bis che prevede che il datore di lavoro e i dirigenti sono tenuti a vigilare in ordine all’adempimento degli obblighi da parte dei preposti, dei lavoratori, dei progettisti, dei fabbricanti, dei fornitori, degli installatori e del medico competente, ferma restando “l’esclusiva responsabilità” di quei soggetti “qualora la mancata attuazione dei predetti obblighi sia addebitabile unicamente agli stessi e non sia riscontrabile un difetto di vigilanza del datore di lavoro e dei dirigenti”.
Come dire che io, datore di lavoro di una fabbrica di scarpe, devo vigilare affinché il capoturno faccia bene il suo lavoro, i lavoratori non entrino in fabbrica in ciabatte e i fornitori non mi rifilino un’attrezzatura della prima guerra mondiale. Però, se il capoturno non fa ricaricare l’estintore o l’operaio lavora su una macchina senza protezione, non sono responsabile se dimostro che non ho difettato in vigilanza.
E così abbiamo spiegato "il presupposto".
L’art. 16 dello stesso decreto si occupa della delega di funzioni da parte del datore di lavoro.
Al comma 3 precisa che la delega non esclude l’obbligo di vigilanza, tuttavia è stata aggiunta la frase che spiega che l’obbligo si intende assolto “in caso di adozione ed efficace attuazione del modello di verifica e controllo di cui all’art. 30 comma 4”.
L’articolo 30, al comma 4 spiega che il modello di organizzazione e di gestione deve prevedere un idoneo sistema di controllo sull’attuazione dello stesso. Il modello di organizzazione e gestione è quella procedura definita idonea a prevenire i reati connessi alla violazione delle norme antinfortunistiche e della tutela della salute e, tra l’altro, ha anche efficacia esimente della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. La responsabilità amministrativa è quella che consentirebbe di colpire il patrimonio degli enti e quindi gli interessi economici dei soci nel caso di reati di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell'igiene e della salute sul lavoro.
Ma se il modello adottato fosse solo una formalità?
Se non funzionasse? Se non fosse applicabile?
Nel “vecchio” D. Lgs 81 mancava proprio questo passo ed era il giudice, in sede di accertamento penale, a valutare la validità del modello adottato, ovvero la prova della solidità del modello si sarebbe avuta solo nel malaugurato caso di procedimento penale Questo governo, così attento alle regole e alla trasparenza, ha messo riparo a questa lacuna e ha previsto un controllo, una verifica sul funzionamento del modello.
Infatti, l’art. 51 comma 3-bis prevede che venga rilasciata un’attestazione del corretto svolgimento del procedimento e dell’efficace attuazione dei modelli di organizzazione e gestione della sicurezza. E chi deve rilasciare questa attestazione? Gli organismi paritetici.
Cosa sono gli organismi paritetici ce lo spiega l’art. 2 al comma 1 lettera "e": sono organismi costituiti da associazioni di datori di lavoro. Il gioco è fatto.
Io, datore di lavoro, per non essere considerato responsabile di un infortunio e per stare tranquillo, devo aver adottato un sistema certificato di organizzazione e di gestione. Ovviamente me lo certifico da solo.
Ma allora, se dovesse verificarsi un infortunio, di chi sarebbe la responsabilità?
Ma naturalmente del fabbricante, della macchina che lo ha provocato o del fornitore o del capoturno o…del lavoratore.
Questo meccanismo normativo, contorto ma facile, scarica di tutte le responsabilità penali (ed esime da quelle amministrative) il vertice aziendale, fino ai livelli inferiori.
Come sempre sarà il lavoratore distratto dalle bollette non pagate, dal problema del come arrivare alla fine del mese, dal trovare la strada promessa verso la felicità ad essere l’unico responsabile della sua morte.
Immigrazione: demagogia xenofoba di governo
Lo studio di Bankitalia rappresenta l’ennesima conferma della demagogia della maggioranza di centrodestra.
Quando si legifera bisognerebbe farlo sulla base dei dati della realtà e non per assecondare pulsioni xenofobe che le stesse forze della maggioranza hanno provveduto ad alimentare artificiosamente.
L’Italia dei Valori non ha mai pensato che bisogna aprire le frontiere a chiunque voglia venire, ma che i flussi di immigrati debbano essere regolarizzati in base alle esigenze reali del mondo del lavoro.
Quello di Bankitalia è uno studio scientifico e smentisce in maniera clamorosa tutte le teorie strampalate di Berlusconi e Bossi. Senza contare che maggiori restrizioni agli extracomunitari regolari alimentano l’immigrazione clandestina e che questo governo non si è affatto mosso su un altro terreno fondamentale, quello dell’integrazione, indispensabile per assicurare la pacifica convivenza tra culture diverse.
Innse: la politica ha tutto da imparare
Riporto una mia intervista rilasciata al quotidiano "L'Altro" sulla vincenda dell'Innse di Milano.
L'Altro: Zipponi, allora è a te che gli operai devono dire grazie?
Maurizio Zipponi: Devono dire grazie a se stessi, e al fatto che le cose si siano risolte nel modo più appropriato: l'obiettivo era evitare lo smantellamento della fabbrica, dare all'azienda una prospettiva industriale che guardi al futuro e che non miri solo alla resistenza a processi di ristrutturazione. E assumere gli operai, visto che erano stati licenziati.
L'Altro: Obiettivi pienamente raggiunti, o resta qualche zona d'ombra?
Maurizio Zipponi: Parlano le carte: lo smantellamento del sito si è interrotto, la polizia se ne è andata, gli operai sono scesi dalla gru. La vittoria consiste nell'aver centrato l'accordo sulla riassunzione di tutti i lavoratori, ma anche nell'aver trovato un industriale che fa l'industriale, e che ha già una grandissima struttura alle spalle.
L'Altro: Onestamente, senza la protesta plateale degli operai le trattative si sarebbero sbloccate?
Maurizio Zipponi: La modalità della protesta ha certamente inciso, è stato un fatto fondamentale, ha costretto tutti a non ignorare la situazione. E l'esito felice va a tutto merito dei lavoratori, sia per la costanza della loro battaglia, sia per la forza con cui hanno detto “noi ci siamo, non potete cancellarci”. Ma il vero obiettivo centrato è un altro.
L'Altro: Quale?
Maurizio Zipponi: Aver dimostrato che esiste la possibilità di risolvere le cose. E' in segnale importantissimo a livello nazionale che deve arrivare alle orecchie della politica e del sindacato. Per questo io, a differenza di molto personaggi strambi della sinistra che adesso si augurano dieci, cento, mille Innse, mi auguro che non ce ne sia più neanche una...
L'Altro: Temi un effetto domino?
Maurizio Zipponi: Non voglio che ci sia più un operaio costretto ad attaccarsi in cima ad un pennone per dire “ci sono anche io”. Bisognerebbe fare in modo che davanti a problemi di questa natura, che nel caso dell'Innse di Milano, scatti una task force che metta insieme istituzioni, industriali, lavoratori e sindacato.
L'Altro: Una task force che in questo caso ha avuto una regia precisa: la tua. Ci racconti come è andata?
Maurizio Zipponi: Giovedì mattina ero a Brescia e ho pensato: devo fare qualcosa. Mi sono messo a pensare a quale gruppo potesse essere in grado di fare davvero industria, per capacità di struttura e disponibilità finanziaria. Mi è venuto in mente Camozzi, che nel passato ha fatto già operazioni di questo genere, salvando marchi importantissimi e posti di lavoro, come la stessa Innse di Brescia. Hanno duemila dipendenti in Cina, cinquecento in Russia... insomma, ho chiamato i Camozzi, padre e figlio, e dopo un'oretta hanno accettato di calarsi nella partita chiedendomi garanzia di seguirli fino alla fine. Quello stesso giorno abbiamo buttato giù una strategia industriale, finanziaria e contrattuale.
L'Altro: Intanto gli operai erano ancora sulle gru. Dopo che è successo?
Maurizio Zipponi: Ho chiamato la Presidenza del Consiglio per agevolare l'operazione, dal momento che gli enti coinvolti nella trattativa erano tanti. La risposta di Gianni Letta è stata positiva e a quel punto siamo andati a Milano. Col prefetto abbiamo fatto una maratona di tre giorni e ho gestito contemporaneamente sette tavoli di trattativa: con le varie istituzioni, con i proprietari delle aree, con quelli delle macchine, con le organizzazioni sindacali. A un certo punto la trattativa ha preso una piega complicata perché ognuno dei soggetti ha iniziato ad alzare il tiro. Davanti a quella impasse non ho avuto alternative: alle dieci di sera (martedì, ndr) ho comunicato a tutti che a mezzanotte me ne sarei andato e che la proposta sarebbe stata ritirata.
L'Altro: Ultimatum provvidenziale.
Maurizio Zipponi: A mezzanotte e cinque hanno iniziato a firmare. Lo ha fatto per primo il proprietario delle macchine, poi quello dei terreni, poi Camozzi e infine il sindacato, dopo aver verificato che gli obiettivi iniziali, in particolare quello di trattare entro il 30 settembre tutte le condizioni di assunzione, erano realmente raggiungibili. Il risultato è che un minuto dopo gli operai sono scesi dal carroponte.
L'Altro: Temevi il muro contro muro?
Maurizio Zipponi: La fortuna di questa vicenda è aver trovato interlocutori sindacali che si chiamano Gianni Rinaldini e Maria Sciancati, segretario nazionale e milanese della Fiom.
L'Altro: E poi ci sono i Camozzi, “padroni buoni”...
Maurizio Zipponi: Non esistono padroni buoni. Sono imprenditori che considerano il mercato il punto di riferimento e lavorano per consegnare prodotti di alta qualità, laddove ce ne sono altri che pensano a giocare in borsa e considerano secondaria la capacità di fare industria.
L'Altro: Dopo la Innse, chissà. Ci aspetta un autunno caldo?
Maurizio Zipponi: A settembre arriverà la crisi pesante, molte aziende non riapriranno e alcune persone passeranno dalla dignità del lavoro alla povertà. Se la politica vuole davvero capire ancora qualcosa, da questa vicenda ha tutto da imparare. Altrimenti gli operai troveranno modi e forme di lotta, sempre più violenta, che possono sfociare in altri atti eclatanti.
Gabbie salariali: baggianate di governo
Che in Italia ci sia un problema enorme sui salari, cioè su quanto salario si prende, quanta pensione si prende e quanto serve per vivere è un problema davanti agli occhi di tutti, perché i salari e le pensioni sono ferme come potere d'acquisto dal 1992, che perdono terreno rispetto all'aumento dei prezzi.
Una delle proposte folcloristiche della Lega Nord che sono uscite è quella di fare delle “gabbie salariali”, cioè di dire che al nord ci vogliono dei minimi salariali maggiori rispetto a quelli del sud.
Facendo finta di prendere sul serio questa idea cosa scopriamo? E' vero che al nord c'è un costo della vita intorno al 15% superiore, scopriamo però che, e la verità bisogna dirla tutta per essere dei saggi, i salari degli operai del sud sono del 20% in meno degli operai del nord, mentre per le altre professionalità il 25% in meno. Se vogliamo approfondire ancora di più scopriamo che al sud le donne prendono ancora meno, il 15% in meno degli uomini del sud.
C'è una retribuzione inferiore al sud, ma si aggiunge anche un tasso di disoccupazione doppio rispetto a quello del nord e, fatto clamoroso di cui nessuno parla, ben 700 mila giovani del sud sono emigrati, nel giro di 8 anni, al nord o nei paesi del nord Europa, dove serve manodopera qualificata.
In verità le gabbie ci sono, ma che chiudono il sud e lo soffocano. L'idea che noi abbiamo è quella di lavorare sul punto di partenza, cioè come aumentare i salari e non come dividere i lavoratori. Quando i lavoratori vengono divisi sono sempre più deboli.
Come Italia dei Valori, già dai prossimi giorni e in particolare a Vasto, faremo proposte concrete, precise e comprensibili, per far si che sia possibile avviare la fase dell'aumento effettivo dei salari, e toglieremo di mezzo tutte le baggianate che si raccontano, come quella di distinguere i minimi salariali contrattuali tra nord e sud. Questi signori, ministri e leghisti in particolare, non sanno rispondere a quanto è il minimo salariale di un lavoratore italiano metalmeccanico, tessile, chimico... non sanno che il minimo salariale nazionale è sotto i 1000 euro al mese, e tutto ciò vuol dire togliere ancora un po di soldi a queste persone. Ma stiamo scherzando? Vuol dire che si pensa di far generare una ribellione sociale ingovernabile.
Noi pensiamo di poter lavorare molto bene con rigore e precisione, dicendo dove andare a prendere le risorse, lavorando sul sistema fiscale e su una serie di azioni comprensibili che annunceremo a Vasto.
In buona sostanza, noi vogliamo che le gabbie siano non per i lavoratori, come propone la Lega Nord, ma per gli evasori fiscali e per quelli che fanno case e ospedali con la sabbia.
Vogliamo svelare il trucco della Lega: mettendo fumo continuamente non arriva mai alla sostanza, vuole saltare il punto sostanziale. La domanda che faremo, ossessivamente, sarà “come il salario può essere aumentato” e non “come dividere i lavoratori”, non come metterlo in gabbia, perché quello è il modo migliore perché i salari si abbassino ulteriormente e aumenti continuamente la distanza tra ricchi e poveri.
Sosteniamo i lavoratori INNSE
La vicenda della INNSE di Milano, cioè di 50 lavoratori che mettono in gioco anche la loro incolumità fisica oltre a presidiare l'azienda da più di un anno, è una vicenda emblematica per questa città.
Si parla della difesa di posti di lavoro, importantissimi dal momento che la crisi picchierà più duro proprio a settembre, ma anche di perdita di professionalità, di tecnologie, di orgoglio nel produrre pezzi e macchine importantissime per l'economia mondiale. In poche parole si parla dell'occupazione, ma anche di cosa vuole essere Milano: se la città delle aree, dei palazzi e delle speculazioni, oppure ciò che è sempre stata per l'Italia, cioè un luogo dove l'ingegno, la capacità di innovare, di cambiare e costruire sono parte integrante. E' questo il messaggio che questi lavoratori stanno inviando a tutti, ai milanesi e agli italiani.
Italia dei Valori sostiene che il patrimonio più importante, e che non si può perdere, sono le capacità di lavorare, di cambiare e soprattutto di essere orgogliosi dei propri prodotti. L'orgoglio di ciò che si produce è una molla importantissima per far si che un economia non sia solo speculativa o di immagine.
Non possiamo arrivare all'Expo 2015 con esposizioni di prodotti cinesi, indiani, tedeschi, americani, francesi e non di prodotti italiani. Non si esporrà nulla di italiano se continueranno a nascere tante situazioni come quella dell'INNSE, in cui si perdono professionalità e capacità di fare prodotti d'eccellenza.
Come Italia dei Valori, sul caso INNSE in particolare, abbiamo detto fin dall'inizio che i lavoratori hanno ragione. Chiediamo al Comune, alla Regione e al Ministero di tutelare il loro interesse. Questi lavoratori stanno facendo un favore alle istituzioni del centrodestra, perché stanno ponendo un problema concreto: non di escort o di ciò che accade a Villa Certosa, ma stanno ponendo il problema del futuro di una città.
Come Italia dei Valori siamo dalla parte di questi lavoratori e siamo contro le speculazioni. Ci permettiamo di dire che le forze politiche come la Lega, vicine a questo imprenditore speculatore, devono stare attente: il vento può infatti cambiare in Lombardia.
Gli artigiani che chiudono le loro attività, le piccole medie imprese che rischiano il fallimento e le banche che non danno i soldi stanno ponendo un problema: le forze politiche nate come la Lega dicendo di portare avanti gli interessi della Lombardia, stanno invece facendo gli interessi dei soliti noti e non di coloro che qui lavorano tutti i giorni.
L'istruzione è per tutti, ed è pubblica
Mercoledì 15 luglio, alle ore 10.30, saremo in piazza Montecitorio al fianco dei lavoratori precari della scuola e parteciperemo al sit in di protesta da loro indetto, per unire la nostra voce a quella dei docenti e difendere l'occupazione e la qualità del sistema d'istruzione pubblico.
Un momento imprescindibile, quello della difesa dell’occupazione, che deve essere sostenuto e tutelato così come il diritto al lavoro è difeso dalla Costituzione.
La scuola è una risorsa fondamentale del Paese ed è nostro dovere difenderla.
I tagli e le riduzioni di organico non possono essere l’esclusivo elemento di una riforma che investe il processo educativo delle nuove generazioni.
Il Governo toglie risorse al settore e si proclama a favore della selezione, ma i problemi antichi restano e le riduzioni degli organici violano le stesse leggi della Stato. In tre anni si storneranno 6 miliardi di euro agli investimenti per la scuola pubblica.
In pratica: 145.000 posti in meno.
Diminuire il tempo prolungato, aumentare il numero degli alunni per classe a 33, in aperto contrasto con le norme sulla sicurezza degli edifici scolastici, far regredire il sistema pedagogico di oltre vent’anni attraverso il reimpianto del maestro unico e l’abolizione della compresenza, significa marginalizzare e dequalificare la scuola pubblica.
I ministri Gelmini, Tremonti e Brunetta stanno perpetrando un disegno criminale da cui il sistema d’istruzione uscirà annientato.
E’ ora che il Governo si assuma le proprie responsabilità e ci spieghi il motivo per il quale vuole trasformare la scuola pubblica in fondazioni, creando un sistema aziendale e verticistico del personale docente, perché taglia il numero di migliaia di insegnanti e personale Ata, perché priva l’istruzione di fondi per le supplenze e per il sostegno ai diversamente abili.
La scuola pubblica è un bene comune che va tutelato e su cui è necessario investire.
Difendiamo il diritto allo studio, all’educazione plurale, alla libertà d’insegnamento, per una scuola che sia finalmente inclusiva, competitiva e soprattutto di qualità.
La scuola italiana deve essere efficiente nel rispetto della nostra Costituzione, la quale garantisce un trattamento uguale a tutti gli studenti, e deve essere contro una riforma che invece favorisce i “paganti”.
Un sistema scolastico ispirato alla qualità, alla libertà, alla laicità e al pluralismo è il più saldo presupposto di uno Stato moderno, ma sembra che l’importanza di una scuola pubblica statale non sia stata compresa dall’attuale governo, che non si accorge di quanto potenziale stia soffocando, con atteggiamento tanto disinvolto quanto pericoloso.
Bisogna promuovere una scuola pluralista, fruibile da tutti: come possono le classi ponte per gli stranieri favorirne l’integrazione e promuovere il rispetto per la multiculturalità?
Non sono forse i giovani i primi e i più pronti al confronto senza pregiudizi e al dialogo costruttivo, in un mondo sempre più simile ad un immenso network?
Se l’accesso alla professione sospenderà il ciclo di specializzazione per gli insegnanti, cosa ne sarà della loro preparazione, a cosa si ridurrà la loro offerta didattica?
Attualmente, in Italia, a maestri e professori non sono garantiti gli strumenti e i mezzi per migliorarsi, né quelli per tutelarsi. E’ inaccettabile questo tentativo di gettare la classe docente verso un futuro di precarietà stagnante. I criteri di adeguamento del numero di insegnanti sono davvero spregiudicati, perché sono ispirati a una logica di bilancio e non agli obiettivi della qualità e del merito.
In questo modo, il problema dei tagli alla scuola pubblica non colpirebbe solo il personale, ma anche le strutture: il 42% degli edifici scolastici non è agibile. Come si può razionalmente prevedere di affollare palazzi pericolanti? E com’è possibile non destinare risorse perlomeno sufficienti per garantirne la messa in sicurezza? Il Governo ha stanziato solo 300 milioni, a fronte dei 14 miliardi richiesti dal responsabile della Protezione civile.
Antonio Di Pietro, Anita Di Giuseppe, Pierfelice Zazzera, Stefano Pedica
Lavoro: governo dell'insicurezza
Il 15 giugno a Riva Ligure, in provincia di Imperia, due operai sono morti a seguito di esalazioni all'interno di una vasca di depurazione. Solo lo scorso 26 maggio è accaduto un incidente analogo in cui tre operai hanno perso la vita, per asfissia, nello spazio di pochi minuti, l'uno per salvare l'altro, negli impianti della Saras in Sardegna.
Voglio esprimere innanzitutto il cordoglio mio e dell'Italia dei Valori ai parenti delle vittime di queste immense tragedie, diventate ormai, purtroppo, quotidiane.
Voglio però aggiungere che non possiamo più continuare a fare finta di niente. Non possiamo più continuare a commemorare, a commuoverci per ogni nuovo morto sul lavoro e dimenticarlo il giorno dopo. Perché è questo ciò che fa questo Governo quando presenta un decreto legislativo come quello correttivo del T.U. sulla sicurezza sul lavoro, in discussione in questi giorni nelle Commissioni Lavoro del Senato e della Camera.
Un testo che stravolge il Dlgs 81/08, approvato dal Governo Prodi e bocciato, senza appello, senza aver emanato neanche uno, ripeto uno, dei numerosi provvedimenti attuativi richiesti.
Le modifiche apportate dal decreto correttivo del Governo al testo unico sulla sicurezza, sono talmente rilevanti da modificarne completamente l'asse fondamentale. Propone, di fatto, un abbassamento dei livelli di tutela dei lavoratori, deresponsabilizza in modo particolarmente grave i datori di lavoro, riduce i poteri e le funzioni degli organismi di vigilanza e, infine, determina una riduzione generalizzata dell'intero apparato sanzionatorio, in totale dispregio di norme costituzionali e direttive europee.
Tra le proposte di modifica si riscontrano norme su settori di attività che sono particolarmente significativi per l’andamento degli infortuni sul lavoro. Assistiamo, infatti, ad una riduzione delle regole di sicurezza nei cantieri, con l’espressa esclusione delle opere di ordinaria manutenzione degli impianti (elettrici, acqua, gas, riscaldamento, reti informatiche),e dei servizi portuali.
Non viene più richiesta la redazione del “piano operativo di sicurezza”, di cui si deve dotare ogni impresa esecutrice delle forniture di materiali e di attrezzature, in quanto considerate attività poco rischiose anche se svolte in cantiere.
Altre semplificazioni riguardano la prevenzione dei rischi nei piccoli cantieri e quelli che non comportano particolari ed evidenti pericoli per i lavoratori (come, invece, i lavori in pozzi, gallerie e con impiego di esplosivi). Analoghe riduzioni dei criteri di sicurezza vengono applicati nei casi di appalto o sub-appalto.
Allargare le maglie della vigilanza, così come ha fatto il Governo, significa aver dato in sostanza il via libera al non rispetto delle più elementari norme che tutelano la vita dei lavoratori. Intensificare i controlli è la vera urgenza di fronte alla strage continua nei luoghi di lavoro ed è altrettanto stringente cancellare la vergognosa norma salva manager contenuta nel famigerato articolo 15 bis.
Nelle norme del decreto correttivo, la riduzione dell'apparato sanzionatorio è indubbia e i limiti delle pene lo confermano. È preoccupante l'idea che complessivamente emerge dall'intero provvedimento, e cioè che la sicurezza sul lavoro rappresenti un costo (non remunerativo) per le imprese; un costo che va abbattuto per quanto possibile e, laddove non sia possibile, "proporzionato" al valore economico dell'appalto o alla sua breve durata, alla dimensione dell'impresa, al numero dei dipendenti e così via. In sintesi, secondo tale visione, la sicurezza sul lavoro rappresenta una sovrastruttura onerosa per le imprese, anziché essere - come dovrebbe - una necessaria infrastruttura dei processi produttivi.
Quel testo va cambiato radicalmente, ne va cambiata anche la filosofia per cui, di fatto, gli incidenti accadono per colpa dei lavoratori e le imprese non hanno praticamente più obblighi.
Quanti morti sul lavoro dovremo ancora contare, perchè si dica veramente basta? Quante famiglie dovranno piangere padri, o figli, prima che anche nel nostro paese si promuova una vera cultura della sicurezza fatta di prevenzione ma anche di regole severe e pene realmente commisurate al reato?
Questo testo è stato bocciato dalle Regioni, è stato bocciato dai sindacati, i giuristi hanno esecrato la cosiddetta norma salva manager.
E allora noi dell’Idv chiediamo che questo decreto venga ritirato, perché altrimenti quelle norme avranno una grave ricaduta sulla vita e sulla salute di tanti lavoratori.
Guardate facce e programmi
Siamo alla fine delle Elezioni europee e voi dovete andare a votare, ma anche io dovrò andare a votare. Mi chiedo: quale sarà il criterio di voto? Per quale motivo dobbiamo scegliere di votare un partito piuttosto che un altro? In questi giorni, invece di parlare dei programmi, del perché e dell'importanza di andare a votare per l'Europa, abbiamo sentito parlare di gossip in abbondanza, pochissimo, purtroppo, del processo Mills e ancor meno dei programmi.
Non solo non sappiamo i programmi, tanto meno ci hanno presentato i candidati. Ci chiediamo: perché non dire che candidate persone come Bonsignore e Mastella? Perché non li presentate pubblicamente e non ci fate sapere quali sono i loro programmi?
Noi dell'Italia dei Valori siamo gli unici ad avere un programma, serio e riassumibile in 12 punti fondamentali, tra i quali l'insegnamento della seconda lingua nelle scuole. E' una cosa fondamentale, siamo ancora uno dei pochi Paesi europei che hanno difficoltà a parlare la seconda lingua e addirittura l'inglese. E' un punto fondamentale, cosi come le energie rinnovabili e la giustizia.
Andate a votare e fatelo con consapevolezza. Quando siglate il simbolo fatelo perché sapete cosa state facendo, le elezioni europee sono importanti perché l'Europa ci può veramente aiutare. L'Italia dei Valori ha candidato persone validissime della società civile, ed è opportuno che andiate sul sito www.europee2009.it a vedere quali siano i profili di queste persone, che sono essenzialmente persone pulite, lavoratrici, di cultura, persone che sanno quali sono i problemi dell'Italia e che sanno come l'Europa ci possa aiutare.
Se ritenete che anche io possa esservi d'aiuto, il 6 e 7 giugno vi prego di scrivere il mio nome accanto al simbolo barrato. Il mio programma lo sapete, e si rifà ad un accordo quadro che già nel 1999 il Consiglio europeo aveva siglato a favore del lavoro flessibile, che diceva comunque, come premessa, che il modello di lavoro a cui auspicare, e che noi oggi speriamo si possa finalmente ottenere, è il lavoro a tempo indeterminato.
![]() Stampa e porta con te all'urna l'elenco dei candidati IdV della tua circoscrizione. | ||||
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Fannulloni, panzoni, e dormiglioni
I ministri del governo sono la fotocopia del loro Presidente del Consiglio. Anche nelle dichiarazioni che fanno dimostrano di essere lontani anni luce dai problemi del Paese e delle categorie di cittadini che dovrebbero rappresentare, e verso cui dovrebbero agire offrendo sostegno e comprensione per le loro problematiche.
Oggi Brunetta se ne esce con dichiarazioni offensive verso le forze di sicurezza definendo la Polizia di Stato composta da “panzoni e burocrati”. A queste parole rispondiamo “no a ministri cialtroni”. Brunetta dovrebbe vergognarsi delle sue affermazioni nei confronti di chi ogni giorno rischia la vita per garantire la sicurezza dei cittadini. Si occupi piuttosto di aiutarli aumentando l’organico carente con nuove assunzioni e a pagando gli straordinari al personale, che da mesi non ne percepisce i compensi.
A Brunetta si aggiungono le paradossali affermazioni del ministro Gelmini che, non da meno del suo collega, dimostra di non conoscere quel mondo della scuola con il quale dovrebbe confrontarsi ogni giorno, né tanto meno di avere consapevolezza delle gravi condizioni in cui versano molti istituti scolastici.
Mi chiedo invece se il ministro Gelmini sappia che in tutt’Italia i genitori sono costretti a pagare nelle scuole un contributo mensile per le attività di laboratorio, per i corsi d’inglese e per l’acquisto della carta igienica.
Se dovessimo applicare a questi ministri le loro regole e decisioni, allora dovremmo rispedirli tutti a casa con una pessima valutazione, e senza stipendio.
Il modello fantozziano del "ragionier Brunetta"
L'idea di Brunetta di vietare l’uso di Internet nei luoghi di lavoro è l’ennesima trovata pubblicitaria. La mia impressione è che si tratti solo di un nuovo spot elettorale, l’ennesima trovata d’effetto per infiocchettare di fronte ai cittadini la reale incapacità del governo di risolvere le svariate e gravi disfunzioni del mondo della pubblica amministrazione. Un mondo in cui, per altro, accanto a milioni di ‘fannulloni’ c’è tanta gente che lavora sodo, con serietà e senso della responsabilità.
Quest’ultima proposta non ha niente in più rispetto alle tante altre sparate sin dall’inizio della legislatura dal ministro, delle quali, però, fino al momento non si è visto un solo risultato. Solo proposte lontane dal toccare il mondo dei dirigenti, dal quale sarebbe necessario partire per rendere funzionante la pubblica amministrazione.
Ben lontano dal contestare a Brunetta la volontà di combattere gli abusi di cui la pubblica amministrazione è piena, non posso fare a meno di contestare il metodo, di cui questa trovata sull’uso di Internet è solo l’ultima espressione. Un metodo che ha una linea incresciosamente costante, quella dell’infondatezza, quella stessa filosofia che ha fatto uscire dalla bocca del ministro, durante il congresso del Pdl, parole come ‘basta con il piagnonismo del Sud’. Frasi e idee, insomma, che suonano come l’incitazione ad un malato terminale ad alzarsi e fare una passeggiata.
Il vero problema non è che il fannullone passa il suo tempo a giocare su Internet. La questione è ben più complessa: perché un dipendente ha il tempo di andare su internet? La risposta probabilmente sta nel fatto che egli è in esubero e appesantisce la macchina pubblica impedendo uno sviluppo che la tenga al passo con la necessità di sempre nuovi servizi. Quindi, signor Brunetta, si occupi di riformare la macchina pubblica, anche a costo di perdere qualche consenso, invece di inventarsi un ambiente di lavoro che ricorda lo stereotipo superato del dipendente fantozziano da umiliare e gestire come “sottoposto”.
Come parlamentare, come economista, come cittadino e come membro di un partito che guarda in faccia la realtà, ritengo che nella pubblica amministrazione, come in troppi altri settori, questo governo stia annebbiando gli occhi degli elettori con qualcosa di troppo aleatorio come le belle parole. I fatti, purtroppo, restano un miraggio.
Difendere Pomigliano, difendere l’Italia
L’iniziativa organizzata dall’Italia dei Valori l’11 maggio a Napoli assume un significato nazionale. Quanto sta accadendo nel capoluogo campano suona infatti come un monito di carattere più che locale. Su Napoli si concentrano processi di de-industrializzazione e di crisi dell’apparato produttivo nei punti di alta qualità, come ad esempio la società Atitech (elevata professionalità nel campo della aeronautica) oppure lo stabilimento di Fincantieri a Castellamare di Stabbia. In questo quadro di terremoto produttivo, che genera uno stato di preoccupazione comprensibile tra lavoratori e lavoratrici, domina la vicenda dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco.
Quando l’Italia dei Valori sollevava l’allarme sul rischio chiusura di importanti siti industriali nazionali, il governo non prestava orecchie a questa richiesta di attenzione. Oggi che lo stesso allarme è stato lanciato dai sindacati tedeschi -che nel caso di alleanza fra Fiat e Opel ventilano il pericolo di una chiusura dello stabilimento campano e di quello siciliano di Termini Imerese- ecco che il governo decide finalmente di rispondere. In modo inadeguato, però. Il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola in merito al tema ha pronunciato parole quanto mai generiche e inutili, affermando la volontà di voler difendere la centralità degli stabilimenti italiani. La domanda, anzi le domande che si pongono sono allora: stabilimenti centrali per produrre cosa? Con quanti occupati? Con quali investimenti?
Napoli rappresenta il pericolo vero di quello che può accadere a macchia d’olio nell’intero Mezzogiorno di Italia, cioè un ulteriore e grave allontanamento dalla versione migliore dell’industria europea, con derive verso economie non certo legali, conseguenza della distruzione dei siti di punta dell’industria nazionale.
L’iniziativa dei lavoratori napoletani e le denunce che stiamo avanzando verso un governo impotente e imbelle, che non attua nessuna misura paragonabile a quelle decise negli Usa, in Francia o in Germania per difendere gli interessi nazionali, vanno dunque sostenute.
Per queste ragioni ci incontreremo al Teatro Piccolo di Fuorigrotta, a Napoli, nel pomeriggio del 11 maggio. Un luogo simbolo per il mondo del lavoro, soprattutto per i ferrovieri. Un’occasione per ribadire che la lotta alla criminalità, la lotta per la legalità, l’applicazione e la difesa della Costituzione italiana passano attraverso la riaffermazione del diritto al lavoro per tutti in tutta Italia. Per questo Luigi de Magistris ed io, insieme ai rappresentanti delle organizzazioni sindacali della Fiom, del Slc e della Filcams, incontreremo i lavoratori e le lavoratrici e la cittadinanza. Difendere Pomigliano d’Arco significa difendere l’occupazione e la legalità del Mezzogiorno, o meglio dell’intero Paese.
Primo maggio in difesa dei lavoratori
Oggi, insieme con Antonio Di Pietro, abbiamo partecipato al Primo maggio organizzato a Torino, mentre una nostra importante delegazione era presente all’appuntamento di piazza San Giovanni a Roma per entrare in contatto con migliaia e migliaia di giovani.
La lotta che stiamo portando avanti in Parlamento e nel Paese contro la precarietà e per difendere i lavoratori colpiti dalla crisi è la carta di identità dell’Italia dei Valori verso un mondo del lavoro che oggi subisce enormi tagli di salari e pensioni, dovuti alla crisi che ancora colpisce duro.
La nostra presenza a Torino vuole essere un segnale per ribadire come, nell’accordo Fiat-Chrysler, deve trovare spazio e dignità il lavoro italiano: siamo infatti contrari alla chiusura degli stabilimenti in Italia e alla lunghissima cassa integrazione che colpisce tutte le fabbriche. Saremo a Torino per denunciare la nullità del governo italiano nel difendere gli interessi del Paese.
I governi degli Usa, della Francia, della Germania e della Spagna vincolano gli aiuti di Stato a precise condizioni di difesa dell’occupazione: al contrario il governo Berlusconi è l’unico che garantisce soldi alla Fiat, attraverso aiuti diretti e indiretti, senza la forza di affermare verso i dirigenti del Lingotto che devono investire anche in Italia.
La nostra presenza a Torino sarà poi un modo per affermare che difendiamo anche i lavoratori di Napoli, di Termini Imerese, della Iveco, cioè tutti coloro che hanno bisogno di essere rappresentati. Sarà un’occasione per ricordare le nostre proposte: estendere la cassa integrazione anche alle aziende che ne sono prive, elevare l’assegno della cassa integrazione e bloccare i licenziamenti.
L’Italia dei Valori è sempre più un partito che, attraverso trasparenza, rigore e onestà, tende a far valere regole e norme anche nel sistema italiano, come unico modo per difendere i diritti fondamentali dei lavoratori e quelle imprese che agiscono onestamente sul mercato.
Un lodo Alfano per la Thyssen
I morti della Thyssen, della Umbria Olii, e in generale tutte le vittime di incidenti sul lavoro, vengono uccisi per la seconda volta da una norma che il governo ha inserito all'articolo 10 bis del decreto legislativo sulla sicurezza sul lavoro.
Nel decreto è stata introdotta una norma per cui, di fatto, i livelli più alti delle aziende non sono più responsabili di quanto accaduto in caso di incidente sul lavoro. In questo modo in tutti i processi in corso, a cominciare dalla quello sui morti alla Thyssen, gli alti dirigenti e i manager non sono più processabili.
Si tratta di un lodo Alfano applicato al mondo del lavoro. Bisogna opporsi in tutti i modi a questa norma barbara perché le responsabilità delle morti bianche non ricadano sulle stesse vittime.
Paolo Brutti in Europa
Torniamo in Europa, ma con degli italiani di valore di cui essere orgogliosi. Per questo presentiamo il nostro candidato che ha una storia umana, professionale ed etica, e che potrà rappresentare la migliore Italia in Europa.
Testo dell'intervento:
"Sono Paolo Brutti, ho passato e dedicato la mia vita quasi completamente ai problemi del lavoro e dell'occupazione. Mi sono impegnato perché i lavoratori potessero avere quello di cui hanno diritto: una sicurezza sul lavoro e delle retribuzioni che li consenta di portare avanti la loro vita e quella delle loro famiglie.
Mi candido per l'Italia dei Valori alle elezioni europee perché penso che il problema dell'occupazione e del lavoro si possano risolvere con l'impegno di tutta l'Europa. Forse non basterà l'impegno dell'Europa per affrontare i problemi della crisi, è una crisi globale che ha bisogno di risposte globali. Oggi cominciano a venire dagli Stati Uniti delle indicazioni importanti in questa direzione, l'Europa deve saper corrispondere a quello che il Presidente degli Stati Uniti sta dicendo, l'Europa deve sapere che da quello che farà dipenderà la soluzione dei problemi dell'occupazione e del lavoro in tutto il continente.
Oggi abbiamo dei grandissimi problemi da affrontare. La crisi distrugge giorno per giorno posti di lavoro, occupazione e reddito. Se alla caduta delle rendite finanziarie e delle rendite immobiliari si aggiungesse una caduta drammatica dei redditi del lavoro e della pensione allora l'intero continente si avviterebbe in una prospettiva di gravissima recensione, che sappiamo porta con se chiusura di aziende, diminuzione drammatica delle attività, una spirale negativa che si avvita fino a portare alla distruzione dell'economia.
Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo cercare, con uno sforzo comune di tutti i Paesi europei di mantenere al lavoro e all'occupazione la maggior parte dei lavoratori. Bisogna saper distribuire il lavoro che c'è, bisogna fare in modo che le riduzioni di reddito che la distribuzione di lavoro porta con se vengano compensate da ammortizzatori sociali capaci di restituire una dignità anche economica alle attività lavorative. Questo oggi non si sta facendo, osserviamo che in Italia, e in altri Paesi europei, siamo molto al di sotto delle esigenze che la crisi oggi pone. Penso che se lavoreremo in Europa e se avremo di avere una forza rappresentativa capace di portare avanti questi problemi anche il nostro Paese dovrà fare quello che stanno facendo i più grandi Paesi, cioè uno sforzo all'altezza dei problemi che la crisi pone alla questione del lavoro e all'occupazione.
Dicono che il Parlamento europeo non serva a nulla, dicono che non ha poteri e che quelli che vanno in Europa a rappresentare l'Italia e gli altri Paesi ci vanno soprattutto per fare turismo, e non della politica. In parte questo è vero, perché non è stata approvata ancora una Costituzione europea e i poteri del Parlamento europeo sono ancora insufficienti. L'impegno di coloro che vanno in Europa, che sarà anche il mio, sarà fare in modo che la democrazia del continente, i poteri del Parlamento configurino sempre di più un Europa che sia simile a quella che abbiamo in mente: gli Stati Uniti d'Europa. Soprattutto, è necessario che coloro che vanno in Europa non pensino che andando cosi lontano possano dimenticarsi del proprio elettorato. Oggi se qualcuno vi domanda di dire quattro nomi di parlamentari che conoscete penso che avreste grosse difficoltà a sapere quali sono i parlamentari italiani che si sono distinti nell'attività legislativa europea. Tra cinque anni, se sarò eletto, vi farò questa stessa domanda. Se mi risponderete di non conoscere ancora neanche quattro nomi e, soprattutto, il mio, allora potrò dire di aver fallito completamente l'obiettivo per il quale vi chiedo in questo momento il consenso ed il voto."
Lavoro: suicidi inascoltati
Ieri, senza troppo clamore, un uomo, disperato per aver perso il posto di lavoro, si è tolto la vita. Soltanto nell'ultima settimana almeno altre tre persone si sono suicidate o hanno tentato di farlo per lo stesso motivo. E' una situazione preoccupante.
Il lavoro però non è stato uno dei temi dell'ordine del giorno nel recente congresso del Pdl. I delegati evidentemente erano troppo occupati ad adorare il loro Capo. Berlusconi, anziché autocelebrarsi, si occupi dei problemi veri del Paese, soprattutto della crisi economica e occupazionale.
E' quanto mai necessario agire in fretta prevedendo un sistema di ammortizzatori sociali per tutti coloro che perdono il posto di lavoro, compresi precari e lavoratori atipici, con un'attenzione particolare per tutti coloro che sono troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per essere assunti altrove.
Altro che lavorare di più come pontifica Berlusconi. Li crei, i posti di lavoro, se ne è capace. Pensi a trovare alternative concrete, come i contratti di solidarietà legati alle riduzioni di orario. E' ora di passare dalle parole ai fatti, ma questo Governo non sembra in grado di farlo.
Sicurezza sul lavoro, licenza di uccidere
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo che modifica il testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, una vera e propria licenza di uccidere che dobbiamo respingere con tutte le nostre forze.
Questo Esecutivo non guarda in faccia a nessuno, nemmeno ai morti sul lavoro. Dopo essersi riempito la bocca di condoglianze, per apparire in TV ai funerali, Sacconi ha pensato bene di indebolire le, purtroppo ancora labili, responsabilità delle imprese sulla sicurezza del lavoro. Già le norme approvate dal governo sulla denuncia ritardata delle assunzioni favoriscono sfacciatamente il lavoro nero e il camuffamento degli incidenti sul lavoro.
Ora con queste norme, varate oggi, si restringe ancora di più l'intervento degli ispettori del lavoro e si indeboliscono e riducono notevolmente le sanzioni per gli imprenditori che non applicano la disciplina sulla prevenzione degli infortuni. E' un vero e proprio colpo di spugna che, nella sostanza, depenalizza il reato di omessa applicazione delle norme sulla sicurezza del lavoro e cancella l'aggravante di questi comportamenti sulla sanzione del reato.
Dopo i fatti della Thyssen Krupp di Torino era evidente che la via maestra da perseguire era quella dell'intensificazione dei controlli, della pulizia degli ispettori corrotti e della introduzione del dolo eventuale nel perseguimento dei comportamenti omissivi delle imprese che sono alla base dell'incremento e dell'aggravamento degli infortuni sul lavoro.
Il governo, per bocca di Sacconi, aveva detto che avrebbe dichiarato guerra agli infortuni sul lavoro. Non aveva detto però da quale parte l'avrebbe combattuta. Ora sappiamo che sta dalla parte degli omicidi.
Contrastare la crisi, progettare il futuro
Pubblico una mia lettera rivolta alla Cgil, in merito alla manifestazione organizzata dal sindacato del prossimo 4 aprile, unitamente alla video intervista, realizzata dal nostro inviato, a Maurizio Mazzilli, ex dipendente Alitalia.
"Cari amici e compagni,
aderisco con convinzione alla manifestazione nazionale “Contrastare la crisi, progettare il futuro” indetta dal vostro sindacato per il prossimo 4 aprile.
La crisi, infatti, colpisce soprattutto i settori popolari e, per questo, servono politiche determinate e di rapida attuazione. Occorre costruire coesione sociale e l’unità di intenti degli operatori economici e di tutti gli attori sociali.
Il governo, invece, come voi giustamente ricordate, parla d’altro; alimenta paure e risentimenti; fa appello ad istinti securitari; divide il Paese e le organizzazioni sindacali al fine di mascherare la propria mancanza di idee, di proposte, e soprattutto di un qualsiasi progetto per un modello di sviluppo diverso basato sulla riconversione ecologica della nostra economia.
Anzi, ripropone vecchie ricette antipopolari e dannose per l’ambiente come l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne, la revisione lassista delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, il rilancio delle centrali nucleari obsolete di terza generazione, la cementificazione ulteriore del nostro territorio, mentre abbandona le misure sulla riqualificazione energetica degli immobili, taglia le spese per l’istruzione, l’università e la ricerca, e le risorse per gli enti locali.
Il governo, non contento di avere sbagliato manovra economica, prosegue nella sua linea di sottovalutazione della crisi, non si impegna nel sostegno alle PMI a partire dai loro problemi di liquidità, licenzia i precari del pubblico impiego, e non procede con mezzi sufficienti all’estensione di ammortizzatori sociali adeguati a tutti i lavoratori, ai Co.co.pro. e alle altre figure di lavoratori parasubordinati.
In questo quadro, l’accordo separato sul modello contrattuale (quello che ha escluso la Cgil) porterà ad una riduzione delle retribuzioni mentre, anche dal punto di vista macroeconomico, servirebbero politiche volte a favorirne l’incremento: la riduzione della quota del lavoro sul reddito nazionale è, infatti, una delle cause – e non l’ultima – della crisi economica attuale.
Come Italia dei Valori abbiamo proposto al Governo, con uno specifico ordine del giorno, di riaprire le trattative con la Cgil, e comunque di favorire l’indizione di un referendum tra i lavoratori sull’accordo di Palazzo Chigi.
Non contento di ciò il governo vuole porre pesanti limiti al diritto di sciopero. In una nostra mozione, poi, abbiamo, tra l’altro, invitato il Governo ad applicare il blocco dei licenziamenti e la distribuzione dell’orario di lavoro, al fine sia di preservare l’occupazione che il bagaglio di professionalità ed esperienze lavorative a vantaggio delle stesse imprese, proponendo che la differenza oraria sia a carico della Cig o di altri ammortizzatori sociali.
Per tutti questi motivi, siamo e continueremo a essere al vostro fianco per ottenere concreti risultati a favore dei ceti sempre più in difficoltà non solo per gli effetti della crisi ma per le politiche inadeguate e antipopolari di questo governo.
Fabio Evangelisti"
Bergamo: dalla parte dei lavoratori
Pubblico il video ed il testo del servizio realizzato dal nostro inviato presso la sede Comital di Nembro (BG) per raccogliere le testimonianze delle proteste contro gli ormai annunciati licenziamenti e procedure di mobilità di ben 97 dipendenti Comital a partire dal prossimo 5 maggio.
Testo dell'intervento:
"La Comital è un'azienda che produce alluminio per uso domestico e nel settore edilizio. Da 50 anni una delle sue sedi si trova a Nembro, in Val Seriana. Nelle scorse settimane, la proprietà riconducibile a Carlo De Benedetti, ha annunciato licenziamenti e mobilità per tutti i suoi 97 dipendenti a partire dal prossimo 5 maggio.
La trattativa per cercare di scongiurare il provvedimento, con l'ausilio dei sindacati, vivrà il suo momento topico giovedì 12 marzo in regione Lombardia, quando la proprietà della Comital incontrerà sindacati ed alcuni esponenti della politica regionale lombarda al Pirellone.
Ma le speranze di salvare quei posti di lavoro sono ridotte al lumicino. Ufficialmente l'azienda trasferirà la sua operatività fondendola nella sede storica di Volpiano, vicino a Torino. Ma fra i dipendenti c'è il dubbio che la Comital si trasferisca all'estero."
Appuntamento domani, giovedi 12 marzo, presso la sede della regione Lombardia. Noi ci saremo.
Dalla parte dei lavoratori
L'Italia dei Valori ha incontrato, venerdi 6 marzo a Napoli, i rappresentanti di molte imprese campane a rischio, tra queste la Fiat di Pomigliano, l'Atitech, la Selfin, la Telecom, la Tirrenia. Come responsabile delle Politiche del lavoro del partito ho avuto la conferma di quello che già pensavamo: la situazione è drammatica.
Anche in un'area di lunghe tradizioni industriali, come quella di Napoli, l'impatto della crisi sul lavoro può avere conseguenze devastanti. Chi esce dal ciclo produttivo oggi rischia davvero di non rientrarvi mai più. Qui a Napoli anche la cassa integrazione è vista con grande preoccupazione, perché se non è accompagnata da piani di investimento e di innovazione può essere solo l'anticamera del licenziamento. Il governo sembra non capire davvero la portata e l'entità dell'impatto della crisi nelle regioni meridionali.
Eppure questi lavoratori chiedono una cosa semplice, di cui noi ci faremo portatori nelle istituzioni. Chiedono alle loro aziende e al governo semplicemente di approntare un piano industriale che dia una prospettiva. Chiedono che gli ammortizzatori sociali, specie la CIG ordinaria, abbiano una durata maggiore dell'attuale, per coprire tutto il periodo della crisi e della ristrutturazione e che il tetto retributivo del sussidio di integrazione sia adeguato ai valori correnti delle retribuzioni, perché, così come è oggi non copre più del 50% della retribuzione.
Perdere a Napoli attività fondamentali come quella dell'auto, delle manutenzioni aeree o dell'Information Technology vuol dire dare un colpo mortale all'economia meridionale ma anche a quella dell'intero Paese. Per questo ci siamo impegnati a chiedere al governo di aprire tavoli di confronto e di andare oltre la logica della semplice assistenza.
Non possiamo permettere che manchi al governo qualsiasi idea di politica industriale innovativa e di programmazione delle risorse. Se proseguirà questo stato di cose, interi settori fondamentali delle attività industriali del nostro paese verranno colpiti in modo irreversibile e alcune aree del mezzogiorno andranno incontro a d una vera e propria desertificazione industriale.

Napoli: dalla parte dei lavoratori
“Per il lavoro e per il Mezzogiorno”: è questa la parola d’ordine che guiderà la manifestazione di Italia dei Valori domani in piazza dei Martiri a Napoli. Dal capoluogo partenopeo, l’Italia dei Valori lancia un messaggio chiaro e forte a questo Governo che di fronte ad una crisi economica senza precedenti propone misure del tutto inadeguate.
Domani, Italia dei Valori sarà al fianco dei lavoratori della Fiat di Pomigliano d’Arco, dell’Atitech di Capodichino e della Selfin Ibm, per testimoniare, attraverso di loro, la nostra vicinanza a tutti quei lavoratori, pensionati, lavoratori e cassintegrati che in ogni parte d’Italia rischiano o hanno perso il proprio posto di lavoro.
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Lo dice forte e chiaro la nostra Costituzione. Le risorse per promuovere le condizioni per rendere effettivo questo diritto inalienabile ci sono. Quello che manca è un Governo capace di interventi strutturati e mirati.
Sciopero virtuale, beffa reale
Pubblico una considerazione "semiseria" sullo sciopero virtuale.
La tradizione del movimento operaio aveva inventato molto tempo fa lo sciopero bianco. Quando il padrone era insensibile alle rivendicazioni, in certi momenti gli operai non avevano altro mezzo per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica se non proclamare una forma di agitazione speciale: andare a lavorare, far funzionare la fabbrica, mettere in moto le macchine, produrre le merci, tutto questo senza percepire il salario giornaliero. Perché facevano così? Per mettere in evidenza il loro insostituibile ruolo di produttori, mostrare in un certo senso l’inutilità del padrone.
Era una posizione non priva di ingenuità, ma non doveva essere tanto apprezzata dal padronato se questo spesso richiedeva che la polizia impedisse agli operai l’accesso alla fabbrica. Non pagare il lavoro della giornata veniva quindi considerato meno importante dell’impedire agli operai la strana libertà di lavorare gratis.
Lo sciopero bianco fa dunque parte delle forme non cruente della lotta di classe. Il suo equivalente nel mondo contadino fu, nell’immediato dopoguerra e fino alla riforma agraria, l’occupazione e la lavorazione delle terre incolte e mal coltivate. I paesi contadini del Sud riversavano il loro popolo con arnesi e bestiame sulle terre del latifondo: zappare e seminare era il più delle volte il primo atto di un dramma in cui mancava poi la raccolta. Ma aveva un forte valore simbolico e ha dato forte impulso alla necessità della riforma.
Lo sciopero virtuale di oggi vorrebbe, nelle intenzioni di chi lo propone, rinnovare quel certo non so che di nobiltà delle lotte del passato. Ferrovieri, tranvieri, operatori dei trasporti pubblici proclamano l’agitazione ma assicurano la regolarità del servizio: sono in sciopero ma lavorano. Potrebbero fermare il paese e invece lo fanno muovere come un orologio. L’unica differenza con una condizione normale è che lavorano gratis.
Nessuno degli utenti si accorgerà della mobilitazione: treni, tram, navi, aerei saranno tutti in movimento. Pagheranno il biglietto ma la (minima) quota che dovrebbe andare a chi li trasporta rimarrà nelle casse delle aziende oppure, facendo un giro macchinoso, finirà in improbabili opere di beneficenza o in fondazioni o in chissà cos’altro. L’importante è che non finisca nelle tasche degli scioperanti. Questo è il punto essenziale: che lavorino senza essere pagati. Di questa rinuncia gli utenti sapranno solo se la stampa vorrà dare rilievo alla cosa, altrimenti la vicenda resterà circondata dall’ignoranza dei più.
E’ emozionante vedere con quale partecipazione morale aziende che hanno lasciato scadere per interi bienni o trienni contratti da rinnovare, che hanno asciugato le buste paga dei propri dipendenti fino alla loro rarefazione, trovino le parole più convinte per lodare questa nuova forma di lotta che garantisce loro l’esecuzione quotidiana del lavoro e al tempo stesso il risparmio sulle paghe. La crescente massa dei lavoratori, che tra poco sarà la maggioranza, sommerà quindi alla precarietà sempre maggiore della propria condizione contrattuale una sola certezza: che non solo sarà pagata poco e male quando lavora in modo normale, ma che quando adotterà lo sciopero virtuale l’unica sicurezza sarà di lavorare senza essere pagata affatto.
Gli apologeti della funzionalità, per essere onesti, dovrebbero almeno impegnarsi a stabilire, con la stessa legge, che il giorno prima dello sciopero virtuale e il giorno stesso della mobilitazione invisibile, tutti i mezzi di comunicazione pubblici e privati dovrebbero essere obbligati a trasmettere ogni ora notizie aggiornate, inchieste dirette e a garantire il commento della giornata ai suoi protagonisti. Vi immaginate un telegiornale RaiSet che invece di intervistare Cicchitto e Giovanardi fa parlare il tranviere di Quarto Oggiaro per farsi spiegare quanto salario ha perso in giornata e l’impiegata trasportata per farsi raccontare quant’è meraviglioso arrivare in orario per merito del tranviere non pagato?
Dalla parte dei lavoratori
Il governo non solo non aiuta i lavoratori a superare la gravissima crisi economica, ma li attacca sul terreno dei diritti. L'affondo con il ddl delega è anticostituzionale ma è soprattutto sbagliato.
Di fronte ai dati drammatici diramati dall'Istat ieri sulla cassa integrazione e a quelli ancor più drammatici sul pil americano, il nostro esecutivo dovrebbe prendere il toro per le corna e dare una mano ai lavoratori già in difficoltà, invefce cerca di distogliere l'attenzione e emana un provvedimento liberticida che indebolisce il diritto di sciopero nel settore trasporti. Qualche alto rappresentante delle imprese prende la palla al balzo e rilancia, chiedendo che lo sciopero virtuale venga esteso a tutte le categorie.
Stiamo assistendo a un vero e proprio intervento a gamba tesa ai diritti dei lavoratori che mira, tra le altre cose, a spaccare il sindacato. L'Italia dei Valori non si presterà a questo gioco sporco. Se il Pd vuole dialogare su questo terreno faccia pure. Noi siamo con la Cgil e con i lavoratori in piazza ieri a Pomigliano, addirittura con il vescovo, e oggi a Torino.
Dal nord al sud il governo non capisce che la protesta può dilagare, come qualche anno fa quando lo stesso Berlusconi provò a minare dalle fondamenta lo statuto dei lavoratori. Cominciò lì il declino che portò alla vittoria di Prodi nel 2006. Vuol dire che anche questa volta saranno i lavoratori a frenare la deriva autoritaria del Cavaliere.
Crisi nuova, incentivi vecchi
Esprimo la mia solidarietà ai lavoratori dell'INNSE di Milano, che da mesi lottano per la difesa del posto di lavoro.
Purtroppo l'unica risposta delle istituzioni alla loro richiesta di lavorare sono state le cariche delle forze dell'ordine e le manganellate dei giorni scorsi. Gli strumenti di intervento adottati dal Governo per sostenere i settori in crisi, per gli ammortizzatori sociali e per la stabilizzazione del precariato sono inadeguati e si rischia di far alzare in maniera esponenziale la tensione sociale nel Paese.
Non c'è ad oggi un intervento incisivo ma solo piccoli provvedimenti tampone, assolutamente insufficienti. Provvedimenti che tra l’altro, fino ad oggi hanno portato vantaggio solo all'industria e a quegli imprenditori che come Genta, proprietario dell'INNSE, stanno speculando sulla pelle degli operai, utilizzando gli ammortizzatori sociali anche quando le aziende godono di ottima salute.
È ormai evidente che questo Governo non ha la capacità di rispondere efficacemente a questa crisi che sta mettendo a dura prova i lavoratori e le loro famiglie. Se si vuole davvero affrontare questa crisi, e trovare soluzioni, è necessario, come sta accadendo negli Stati Uniti, voltare pagina. Il Governo deve prevedere un piano organico in particolare nel campo delle infrastrutture e dell'ambiente.
Dobbiamo prendere esempio dal presidente Obama che nei prossimi tre anni raddoppierà la quota di energie rinnovabili, creando così nuovi posti di lavoro e rimettendo in moto l'economia, nel rispetto dell'obiettivo di ridurre drasticamente le emissioni di gas serra.
In Italia, come già sta accadendo negli Stati Uniti, è necessario coniugare sviluppo e ambiente, puntando su nuove tecnologie che ci permettano di competere con le sfide del mercato globale e di assolvere ai doveri di efficienza energetica, imposti anche dall'Unione Europea.
Occorrono investimenti nelle energie rinnovabili per creare occupazione e risparmiare energia; investimenti nelle tecnologie pulite per rilanciare i settori dell'edilizia e dell'industria automobilistica; investimenti nelle infrastrutture e nell'interconnessione per promuovere l’efficienza e l’innovazione.
Per essere competitivi sul mercato internazionale dovremo avere prodotti più ecocompatibili di quanto non avvenga oggi, prodotti che, in qualche modo, rendano i mercati dei Paesi più industrializzati meno dipendenti dai prodotti cinesi di qualità inferiore.
Purtroppo in Italia stiamo facendo, in molti casi, esattamente il contrario di ciò che l'Unione europea ci sta chiedendo per uscire dalla crisi, e di ciò che stanno realizzando gli Stati Uniti con investimenti massicci.
Un esempio: con l'approvazione del cosiddetto decreto milleproroghe il Governo, ieri, ha cancellato una norma introdotta in Finanziaria nella scorsa legislatura, dal governo Prodi, che prevedeva l'obbligo per i nuovi edifici di avere, almeno in parte, una alimentazione da fonte rinnovabile.
Inoltre con gli incentivi sull'acquisto delle auto, approvati nell'ultimo consiglio dei ministri, ci troviamo davanti alla rottamazione vecchio stile che non risolleva l'industria automobilistica nazionale, nè disincentiva l'acquisto di auto inquinanti, come i Suv o le auto diesel, che emettono comunque piu' polveri sottili anche rispetto a una vecchia auto a benzina, nè tanto meno sostiene l'innovazione tecnologica del settore, visto che non prevede incentivi a produrre nuovi modelli ecologici e tecnologicamente avanzati.
Così facendo l'Italia rischia di rimanere il fanalino di coda dei paesi europei, e non avendo investito in tecnologie ed innovazione, nel momento in cui l’economia mondiale riprenderà,
l’Italia rimarrà al palo e si ritroverà vecchia di 20 anni rispetto alle altre nazioni ed ancora dipendente da altri Paesi soprattutto a livello energetico.
Riforma della contrattazione: cortina fumogena
L'accordo sulla riforma della contrattazione, sottoscritto col governo da diverse organizzazioni sindacali e la Confindustria, senza la firma della CGIL, supera il celebre accordo del 23 luglio del 1993, realizzato al tempo del governo Ciampi. Ancora una volta la mancanza di soluzioni strutturali nelle proposte del governo determina una divisione del sindacato che speriamo si possa ricomporre quanto prima. Si sentono in giro affermazioni contrastanti sui contenuti dell'accordo, alcune che lo stroncano, altre che lo assumono come modello ideale delle future relazioni sindacali. Voglio dire subito che è una prassi consolidata, seppure deprecabile, degli accordi sindacali quella di avvolgere i punti effettivamente vincolanti da una serie di promesse e indicazioni di principio che ben difficilmente, poi, vengono mese in atto. Anche il celebrato accordo del 1993 aveva questi limiti.
Se depuriamo l'intesa appena realizzata dalle molte affermazioni semplicemente esortative e dagli auspici di ulteriori interventi del governo e delle parti, per altro del tutto facoltativi, il contenuto dell'accordo si riduce a due questioni essenziali.
La prima è l'assunzione che, per stabilire l'ammontare massimo degli aumenti contrattuali dei contratti nazionali di categoria, si utilizzerà un parametro elaborato da Eurostat e che si chiama IPCA, al posto del vecchio indice della inflazione programmata. Apparentemente sembrerebbe un miglioramento, perché l'inflazione programmata costituisce una decisione politica e non statistica. Ma l' indice IPCA viene depurato del contributo all'inflazione apportato dagli aumenti dei prezzi dei beni energetici (energia e materie prime energetiche). Tutti sanno che questi aumenti costituiscono la principale componente dell'inflazione e la loro depurazione determinerà una riduzione strutturale del potere d'acquisto dei salari e degli stipendi nei prossimi anni.
Se si aggiunge che il recupero della differenza tra inflazione reale e inflazione misurata dall'IPCA avviene nel triennio successivo a quello in cui si è avuta la perdita e che tale recupero non è automatico ma si ottiene per via negoziale, diventa chiaro che ogni contratto nazionale si occuperà di recuperare in parte il potere d'acquisto perduto nel triennio precedente e non anticiperà per nulla le perdite future di potere d'acquisto. La seconda questione essenziale è l'accettazione da parte del sindacato che la remunerazione degli aumenti di produttività del lavoro potrà essere presa in considerazione solo negli accordi aziendali. Oggi i contratti nazionali remunerano anche quella che si chiama la produttività media del settore. Domani non sarà più possibile. Inoltre la distribuzione territoriale delle imprese in cui si fa la contrattazione aziendale dice che esse sono solo alcune delle imprese medio grandi, preferibilmente collocate nel centro-nord. Questo poterà ad una progressiva diversificazione retributiva tra i lavoratori delle imprese più grandi e quelli delle imprese minori, che sono oltre il 90% di tutti i dipendenti e tra le imprese del centro nord e quelle del sud, riportando la situazione alle famigerate gabbie salariali.
Il resto dell'intesa è una cortina fumogena per mascherare questi due punti strutturali.
Per dire tutta la verità, ci sarebbe da dire qualcosa anche sulla norma che vieta le azioni sindacali durante la contrattazione, tal che essa si dovrebbe svolgere senza il consueto appoggio della pressione dei lavoratori. Ma questo è un argomento di stretta rilevanza sindacale e non voglio fare facili commenti. Dico solo che una trattativa sindacale non è un invito a un pranzo di gala, come diceva Lech Walesa.
Si capisce bene perché la CGIL non ha firmato e quanto sia avventuristico pensare di riformare la contrattazione senza l'accordo del sindacato che rappresenta la maggioranza del mondo del lavoro e dei pensionati.
Nuova tassa Rete4
Francesco Di Stefano, coraggioso editore di Europa 7, e i suoi legali hanno espresso una legittima amarezza per la decisione del Consiglio di Stato di imporre al ministero un risarcimento di un milione di euro per i danni subiti da una emittente alla quale è stato impedito di esistere.
Non vi è dubbio che si sia trattata di una decisione singolare e quanto meno contraddittoria rispetto alle stesse premesse del medesimo consiglio. Nelle premesse, infatti, la medesima corte riconosce che l’emittente ha subito danni gravissimi dalla mancata applicazione delle sentenze della corte costituzionale e delle stesse direttive della comunità europea. Accertata la gravissima infrazione il consiglio ha sostanzialmente deciso di rinviare al Tar la questione delle frequenze e ha condannato il ministero al pagamento di una multa che appare lontanissima dal danno accertato dalla medesima corte. Non siamo abituati a dileggiare le sentenze, qualunque esse siano, ma questa ci sembra risentire in modo eccessivo, per usare un eufemismo dello spirito dei tempi. Sarebbe, tuttavia, pericoloso non cogliere alcuni elementi che pure emergono da questa decisione. Le violazioni sono state accertate in modo definitivo. Chi le ha denunciate, pochissimi, non era dunque un pazzo.
La decisione del consiglio di stato non annulla affatto la sentenza della corte europea, anzi rinvia ad essa.
Il governo non è stato assolto e dovrà provvedere a reperire le frequenze utili a consentire il corretto funzionamento della emittente.
Le decisioni sin qui assunte non hanno recepito le indicazioni dell’Europa. Bisognerà dunque riprendere una forte iniziativa per non lasciare solo l’imprenditore Di Stefano di fronte al presidente del consiglio editore e alle sue corazzate politiche e mediatiche.
Resta, infine, una domanda chi pagherà la multa sia pure esigua? Pagherà lo Stato? I cittadini dovranno versare il loro obolo sull’altare del conflitto di interessi? Subito dopo dovranno portare le fedi nuziali all’altare della patria per sanare le multe che arriveranno dalla comunità europea?
PS: La manifestazione dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia a sostegno del Procuratore Capo di Salerno Luigi Apicella, a cui parteciperà l’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, Sonia Alfano, Beppe Grillo, Marco Travaglio, Carlo Vulpio ed altri sostenitori, deve trasformarsi in un momento per non lasciare sola la giustizia.
A sostegno di Luigi Apicella ma anche di Luigi De Magistris, di Clementina Forleo, contro il Lodo Alfano e contro l’ultima porcata governativa: il bavaglio alle intercettazioni.
Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 in piazza Farnese l’appuntamento è con la democrazia, ed i protagonisti saranno i cittadini che invitiamo caldamente a partecipare.
Protesta verde
Pubblico il video ed il resoconto stenografico del mio intervento al Senato di ieri, martedi 13 gennaio 2009, sugli effetti occupazionali della crisi Alitalia.
"Signor Presidente. Il mio intervento riguarda Alitalia.
Oggi è nata una compagnia anomala, una compagnia che ha regalato solo cassa integrazione, licenziamenti e disperazione. Oggi non è nata una compagnia, ma una minicompagnia voluta da 16 persone, amici del presidente del Consiglio Berlusconi, tra i quali non ce n'è neppure uno che riesca a capire qualcosa di trasporto aereo. D'altronde, il PdL è favorevole a 10.000 esuberi, a due morti (visto che due donne si sono suicidate), ai 300 milioni con cui hanno regalato Alitalia ad Air France (visto che il 25 per cento della compagnia ormai è in mano ad Air France).
Voglio solo dire che questi mesi, compreso il Natale e il Capodanno, questi lavoratori non li hanno trascorsi bene. Ho augurato un buon anno al presidente Schifani, ma ho anche segnalato che molte famiglie, un indotto di circa 300.000 famiglie, non hanno festeggiato il nuovo anno: un 2009 fatto sicuramente di tragedie poiché le famiglie non vedono più un futuro. Durante questi mesi i dipendenti Alitalia sono stati illusi, mortificati ed uccisi nelle loro speranze.
Durante questi mesi, i 16 soci si sono impadroniti di Alitalia senza versare un euro. Collega Gramazio, ricordo che non verseranno un euro ma potranno incassare tra un anno o due esattamente 300 milioni, come dichiarato dai fratelli Fratini, mai smentiti. E alcuni di questi soci sono stati condannati per reati come truffa e corruzione. Alcuni di questi cosiddetti patrioti sono stati insigniti dal Capo dello Stato (fortunatamente non quello attuale) del titolo di Cavaliere del lavoro, che si riconosce a chi ha portato lustro ad un'azienda e non a chi l'ha prosciugata, come per Telecom e per altre società.
Ebbene, durante questi mesi i dipendenti con 10, 20 anni di anzianità sono stati messi in cassa integrazione straordinaria e sono stati assunti gli stagionali, amici dei politici (ma al riguardo indagheremo a fondo perché ci sono delle assunzioni politiche con le quali si torna al passato e non si guarda al futuro) aggravando così ulteriormente i costi.
Ebbene, durante questi mesi, il commissario Fantozzi dichiara su «L'espresso» di prendere 15 milioni di euro ed ottiene anche una consulenza per il suo studio dal curatore fallimentare.
Premetto solo che Fantozzi è stato anche Ministro e, proprio quando ricopriva un ruolo di Governo, ha nominato quegli amministratori che hanno rubato (come tante persone che sono state liquidate con 10 miliardi, come tante persone che si chiamano ad esempio Cimoli), contribuendo cioè ad indebolire finanziariamente una compagnia di cui oggi - guarda caso! - dicono di essere stati invece i salvatori: addirittura dieci persone su 16 sono state condannate per truffa, ma sono definite patrioti e, lo ripeto, insignite del titolo di Cavaliere del lavoro. Chiedo qui al Presidente della Repubblica di revocare questo titolo a chi è stato arrestato per truffa o aggiotaggio - e ce ne sono - individuando tra le 687 nomine del Quirinale quali eliminare e quali invece mantenere. Quelle cui ho fatto riferimento sono persone cui il titolo di Cavaliere del lavoro deve essere tolto.
Volevo solo stendere un velo pietoso, Presidente, su quanto fatto da questo Governo in questi mesi, con il suo agire non legittimo e non lecito, almeno ad avviso del Partito dell'Italia dei Valori. Ci auguriamo solo che il Governo si metta una mano sulla coscienza per quelle famiglie che con la legge n. 104 del 1992 sono costrette a lavorare in un'altra Regione e per i tanti cassaintegrati, che ci sono, ai quali do la mia parola che l'Italia dei Valori rimarrà al loro fianco fino a quando non sarà assunto l'ultimo di essi: oggi non è ancora così, mentre, in virtù di amicizie politiche si stanno assumendo altre persone."
Precari in svendita
Si calcola che con la fine dell’anno circa 300.000 lavoratori precari hanno visto scadere il loro contratto senza più alcuna possibilità di rinnovo. 300.000 persone hanno perso il lavoro e da due giorni l’Istat li considera ufficialmente iscritte tra coloro che sono “in cerca di occupazione”.
Tra di essi ci sono anche molti giovani per i quali si può parlare anche di “perdita della speranza”, ma anche meno giovani, che vivevano precariamente da anni, specie nella Pubblica Amministrazione, forse padri e madri di famiglia, per i quali, in ragione della loro età, diventerà ancor più difficile il futuro anche a breve termine. Per quasi tutti non vi sarà nessuna forma di ammortizzatori sociali. Per pochissimi scatterà una qualche forma di sostegno, prevista dal decreto “anti-crisi”, che complessivamente mette in campo circa 5 miliardi di euro, mentre noi di Italia dei Valori stimiamo che dovrebbero essere almeno il quadruplo. Abbiamo anche indicato al governo come reperire tali risorse: oltre ai 5 miliardi stanziati dal governo, altri 5 potrebbero arrivare da procedure speciali per incassare quanto non versato da chi tra il 2001 ed il 2005 ha fatto domanda di condono senza versare le somme previste, 3 miliardi dalla sospensione per due anni della abolizione dell’Ici sulla prima casa se di una certa dimensione (quindi a carico di famiglie benestanti), 3 miliardi da una più serrata lotta all’evasione fiscale reintroducendo le norme sulla tracciabilità dei pagamenti, 4 miliardi dalla riduzione degli interessi passivi sul debito pubblico. Certo con queste risorse si possono prevedere più estesi ammortizzatori sociali anche per i precari, oltre che in generale per le famiglie a reddito più basso. Una recente ricerca a permesso di calcolare in circa 2.800.000 i lavoratori precari al 30 settembre scorso, con un aumento in 5 anni di circa il 17%. Di essi 900 mila sono al Sud (il 34,4%), 700 mila nel Nord Est (24,6%), 600 mila al Centro (21,5%) e 550 mila nel Nord Ovest (20,4). In media i lavoratori precari sono occupati per 31 ore alla settimana, contro le 37 dei lavoratori a tempo indeterminato. La prossima settimana inizierà in Parlamento la discussione del decreto anti-crisi. Ci auguriamo che il governo accetti le nostre proposte e lo modifichi profondamente.
Muore Alitalia, nasce AliCAI
Anche ieri abbiamo manifestato a favore dei dipendenti di Alitalia, e abbiamo denunciato quello di cui anche la Lega se ne sta accorgendo: una grande truffa organizzata da Berlusconi, che ha fatto nascere una società, con i suoi amici, chiamata CAI, che per noi sta per “Condannati arrestati indagati”. Di fatto, dei sedici soci CAI, dieci sono condannati per reati di truffa e mazzette. Questo la dice tutta. In questo Paese si riesce anche a fare una società con i condannati.
Ci siamo appellati al Capo dello Stato, come Italia dei Valori e come tutti cittadini, perché alcuni di questi sono stati insigniti come Cavalieri del Lavoro, cioè per avere espresso l'italianità delle imprese. E' una vergogna, e chiediamo al Capo dello Stato di ritirare questa nomina.
Che cosa stiamo facendo? Noi andremo avanti. Il 12 faremo la veglia funebre di Alitalia, con i cartelli “Muore Alitalia, nasce AliCAI”, fatta dai condannati, arrestati e indagati. Proseguiremo per tutti i cittadini, tutti i dipendenti, per i 9000 esuberi della Telecom, poi per quelli delle amministrazioni e quelli della Sanità.
Noi andremo avanti. L'Italia dei Valori continuerà la lotta, dalla parte dei cittadini.
Donne: garantiamo la parita' di trattamento
Il problema non è quello dell'età pensionabile, visto che prima o poi dovremo adeguarci alla sentenza della Corte di giustizia europea, bensì quello di dare alle donne la possibilità di svolgere il proprio lavoro in modo più sereno, cioè con la garanzia di effettiva parità di trattamento e usufruendo di tutti i servizi sociali necessari per conciliare tempi di lavoro e di cure familiari.
Prima di arrivare all'equiparazione, è comunque opportuno studiare con attenzione la situazione, attuando provvedimenti ad hoc: ad esempio, rendendo il periodo di maternità facoltativo fino a tre anni, retribuito e computato figurativamente ai fini pensionistici; finanziando la costruzione di nuovi asili nido e favorendo orari degli stessi asili più consoni alle attività femminili; favorendo corsi per l'aggiornamento professionale delle donne in maternità e per il loro reinserimento al lavoro; rendendo retribuiti i permessi per la cura dei figli e dei familiari a carico in caso di loro malattia.
Non si possono affrontare discussioni astratte, avanzate solo per far quadrare i conti, mentre lo stato sociale fa acqua da tutte le parti. L'adeguamento dell'età pensionabile, insomma, non deve rappresentare solo una forma di risparmio per lo Stato, come vorrebbe Brunetta, ma deve essere finalizzata ad un obiettivo ben preciso: la non discriminazione uomo-donna.
Seguiamo il modello tedesco
Il governo italiano prenda esempio da quello tedesco per andare realmente incontro alle famiglie. Mentre, infatti, nel nostro paese molti lavoratori rimarranno senza stipendio, con la sola magra consolazione della cassa integrazione, che può far sfiorare i livelli di povertà, in Germania il governo ha previsto un piano di salvataggio per i dipendenti delle aziende in crisi, che prevede la riduzione delle ore di lavoro, pagate dagli imprenditori, mentre il resto dello stipendio sarà interamente coperto dalle casse dello Stato.
La Germania, inoltre ha previsto una serie di interventi in campo ecologico, mentre nel nostro Paese il governo ha ben pensato di annullare la deducibilità al 55% in interventi di ristrutturazione per risparmio energetico.
Quanto all'arma di difesa che il governo usa per difendersi dalle accuse di chi, come noi dell'Italia dei Valori, sostiene che non fa abbastanza per andare incontro ai cittadini in questo momento di grave crisi, noi rispondiamo che i soldi per gli interventi che noi chiediamo ci sono e sono quei 5 miliardi di euro non pagati dei precedenti condoni di Tremonti, che si possono rendere immediatamente esecutivi.
Governo ammazza precari
Flessibilità sul lavoro, ma senza sicurezza: e i nodi purtroppo vengono al pettine. Infatti, i primi a pagare la recessione saranno 400mila precari che sotto l'albero di Natale troveranno il licenziamento.
Altro che regalo di Natale in aiuti "cash". L'Esecutivo ha sistematicamente azzerato tutto ciò che il precedente Governo Prodi aveva prodotto a vantaggio delle fasce più deboli. Nel collegato alla Finanziaria sul lavoro, per esempio, ha soppresso tutte le norme sulla stabilizzazione dei precari, salvo poi annunciare il 'bonus fiscale'. E' un Governo in perenne contraddizione e che si muove in un'unica direzione: aiuta solo banche e imprese.
Intanto, gli italiani continueranno a pagare i mutui fino all'ultimo centesimo, la cassa integrazione sarà un beneficio per pochi e la detassazione degli straordinari, legata solo alle richieste di Confindustria, non taglierà certo le tasse per dipendenti e precari, specie dopo il taglio della produzione.
L'Italia è 'piegata' dalla crisi economica, ma anche da un Governo che non ha mai perso occasione per sopprimere risorse e diritti. Nel nostro Paese occorre un nuovo modello di "Stato sociale" che tuteli il diritto costituzionale al lavoro e a un reddito adeguato contro nuove povertà. Insomma, vita meno precaria e più sicurezza sociale.
Fannulloni: tornelli al Senato
E' assurdo! Si invoca il rispetto della prassi parlamentare per giustificare i senatori fannulloni della maggioranza che non erano presenti in aula e che hanno bloccato l'esame del ddl sicurezza.
I parlamentari prendono lauti stipendi, per cui devono stare in aula quando si discutono provvedimenti di così ampio interesse. Il ministro Brunetta dovrebbe fare un decreto anche per loro, invece di prendersela con chi magari guadagna poco più di mille euro al mese. Faccia mettere i tornelli anche al Senato.
Ieri è stata chiesta più volte la verifica del numero legale, non per un problema di poltrone, come vuol far credere la maggioranza che cerca di far ricadere sull'opposizione un disinteresse per il ddl sicurezza che è solo suo. Il nostro auspicio è che i tempi e i ritmi di lavoro, anche a Palazzo Madama, siano più conformi a quelli della società reale.
Riporto il video ed il resoconto stenografico del mio intervento rivolto al Presidente Schifani.
Felice Belisario: Signor Presidente, il suo intervento non ci convince perché il rammarico lo dovrebbe usare anche per altre vicende che hanno interessato l'Aula nella giornata di ieri. Ma, soprattutto, non ci convince perché la sua maggioranza ha un Ministro che dichiara...
Schifani: Senatore Belisario, io non ho nessuna maggioranza. Io sono il Presidente del Senato e dipendo dall'Aula del Senato. Non ho nessuna maggioranza, la prego. (Vivi applausi dai Gruppi PdL e LNP).
Felice Belisario: Lei ha una maggioranza che ha un Ministro che fa la guerra ai fannulloni, per cui il Parlamento deve lavorare, e lavorare sodo, non stare a casa! (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
Lettera dal 'fronte'
Pubblico una lettera che ho ricevuto da Marco Bazzoni, un operaio che molti di voi conoscono in Rete per il suo instancabile attivismo a difesa della sicurezza nei luoghi di lavoro. Riceviamo moltissimi appelli da parte di cittadini che chiedono provvedimenti urgenti in materia. La nostra ricetta sul tema è chiara, controlli serrati, certezza della pena per chi espone i lavoratori a rischi sul lavoro, responsabilizzazione del lavoratore.
La lettera:
"Ieri altri 8 lavoratori morti, di cui 6 operai, sdegno unanime di tutti, e poi domani si ricomincia come nulla fosse.
Adesso ci rifileranno i soliti discorsetti, manca la cultura della sicurezza sul lavoro, mancano i controlli, manca la formazione, ma nessuno che a livello politico e sindacale, faccia qualcosa di concreto per fermare queste stragi.
Oggi mi è capitato di leggere un intervento del Presidente del Senato Schifani a Cernobbio, davanti alla Coldiretti, riportato in una nota dell'Agenzia Stampa ASCA, da titolo "Morti bianche: Schifani, verificare controlli ed educare la classe operaia", nota nella quale Schifani dichiara: "che le leggi ci sono....occorre verificare la qualita' e l'intensita' dei controlli e fare in modo che la stessa classe operaia venga formata ed educata al rispetto delle regole"
Vorrei rispondere al Presidente Schifani, che non è solo la classe operaia che deve essere educata e formata al rispetto delle regole, ma anche la classe imprenditoriale"
Come mai questo non l'ha detto nel suo intervento? Sono mesi che vien da chiedersi cosa deve ancora succedere, perchè si facciano fatti, e si smetta di fare solo parole. Cosa?
Perchè davvero non riesce di comprenderlo.
Se guardiamo i dati Inail, negli ultimi 5 anni, cioè dal 2003 al 2007 compreso, sono morti ben 6.604 lavoratori.
Se poi facciamo il raffronto agli ultimi 10 anni, cioè dal 1998 al 2007 compreso, i decessi sul lavoro sono ben 13.864.
Per l'anno in corso, siamo a 837 morti.
Sono numeri da bollettino di guerra!!!
In un paese civile, questi numeri sono una vergogna!!!
Quello che si sta facendo per la sicurezza nei luoghi di lavoro è troppo poco.
E' l'ora di finirla con le parole, vogliamo i fatti!!!
E' così difficile da capire?
Al Festival del Cinema e del Lavoro di Terni, Paolo Berizzi, giornalista de La Repubblica ha auspicato che anche i mezzi d'informazione mettano una rubrica fissa sul tema della sicurezza sul lavoro.
Io dico che sarebbe l'ora.Voi che ne dite?
Marco Bazzoni
Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza."
Più morti bianche che omicidi
Abbiamo sentito le dichiarazioni dell'ex ministro Castelli dove ritiene che i dati sulle morti sul lavoro siano gonfiati, forse per ottenere maggiori indennizzi o “premi”. In realtà il problema degli infortuni sul lavoro è una vera piaga per il nostro Paese. Ogni giorno abbiamo qualche lavoratore che muore o nei cantieri o nelle aziende.
Nelle prossime settimane, verso settembre alla ripresa dei lavori parlamentari, si avvierà nuovamente il lavoro della commissione d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro. Come Italia dei Valori porteremo il nostro contributo perché si faccia chiarezza sui reali dati di questo fenomeno, ma soprattutto perché si crei la cultura della tutela del lavoratore e che si abbia il coraggio fino in fondo di sanzionare pesantemente le aziende quando non rispettano la normativa sugli infortuni sul lavoro e anche tutti coloro che sono deputati ai controlli.
Troppo spesso, facendo l'esempio recente del disastro della ThyssenKrupp, è emerso che chi è deputato ad effettuare i controlli non sempre gli esercita in modo adeguato. C'è bisogno di individuare correttamente le responsabilità perché questi incidenti non accadano più.
E' un dato dei giorni scorsi che ci sono più morti sul lavoro che omicidi. L'Italia, un Paese democratico fondato sulla tutela e sul diritto al lavoro, non se lo può più permettere.
L'Italia dei Valori farà battaglia forte su questo tema.
Perseverare e' diabolico
Errare umanum est, sed perseverare diabolicum. Nonostante gli evidenti elementi di incostituzionalità il governo modifica, ma nella sostanza non ritira il provvedimento riguardante i precari e in modo particolare l’art. 21 del maxiemendamento oggi sottoposto alla fiducia del Parlamento e che interessa migliaia di lavoratori precari delle Poste SpA.
Il provvedimento inserito nel DL 112/08 è incostituzionale perché sospende gli effetti della Legge per un periodo limitato e definito e per un numero precisato di lavoratori. Si sta creando una disparità di trattamento tra lavoratori precari del settore pubblico e del settore privato, e all’interno di ogni settore tra precari, si assolvono gli autori di illeciti penali ovvero il management di Poste SpA, e si concedono poteri coercitivi al datore di lavoro, lo Stato, in violazione del codice civile.
Il provvedimento del governo sui lavoratori precari nelle Poste di fatto colpisce l’effetto (i diritti dei lavoratori), ma non la causa della malagestione delle Poste SpA (il Management) che ha privatizzato gli utili ma socializzato le perdite.
In questa maniera si passa un colpo di spugna sulla malagestione di Poste SpA i cui Manager sono strapagati. Sarebbe il caso che il Parlamento si faccia carico di aprire una commissione di inchiesta sulle Poste SpA, su come sono state gestite e sulle responsabilità del Management.
La corda al collo dei lavoratori
E’ davvero imbarazzante il modo di agire di questo governo con il Premier Berlusconi che parla di un tema fondamentale per il futuro di migliaia di famiglie italiane, come il piano di risanamento di Alitalia, in una cena conviviale con i senatori e non dice una parola alle parti sociali.
Poi c’è un ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che farebbe bene ad interrogarsi sul suo ruolo in questo Governo, dal momento che dopo aver ignorato l’inserimento di una norma antiprecari in finanziaria ora dice di non sapere nulla dei 5.000 esuberi paventati dal premier.
Berlusconi la smetta con le manfrine e parli finalmente chiaro e nelle sedi opportune perché ogni giorno che passa appare sempre più evidente che su Alitalia la situazione è ancora in altissimo mare e che il gioco della cordata che appare e scompare rischia di diventare una corda al collo per migliaia di lavoratori.
Il diritto al lavoro

Sono Giuliana Carlino, eletta al senato nella circoscrizione Lombardia e sono stata inserita nella commissione lavoro e previdenza sociale. Un incarico che segna una certa continuità con il lavoro svolto all’interno della giunta Penati, dove già mi sto occupando di responsabilità sociale d’impresa, e sto portando un progetto di formazione su due grandi temi: la tutela della salute e la sicurezza dei lavoratori e la tutela dell’ambiente.
Il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro è prioritario. Sappiamo benissimo che in questo periodo sono aumentate le morti bianche, occorre quindi sensibilizzare, responsabilizzare le imprese, sotto il profilo formativo, a perseguire questa strada.
Oggi i costi di adeguamento alle norme di sicurezza sono elevati. Occorrerebbero sgravi fiscali per le imprese perché si impegnino ad investire maggiormente su questo fronte, e occorre una regolamentazione più severa per quanto riguarda i controlli e le ispezioni. Le multe irrisorie, le pene lievi e l’alta probabilità di prescrizione in caso di processo, spingono gli imprenditori a valutare la sicurezza come un problema marginale, e comunque un rischio affrontabile sia economicamente che penalmente una volta che si verifica.
Le soluzioni sarebbero inanzittutto la certezza della pena, l’effettiva espiazione in carcere, multe pecuniarie più pesanti e l’intensificazione dei controlli. Ma è inutile controllare se poi non si hanno provvedimenti efficaci verso chi infrange le regole.
Mi auguro che il testo unico sulla sicurezza che è stato approvato dal governo Prodi non venga accantonato in questa legislatura, ma che sia il punto di partenza per politiche che tutelino sia i legittimi interessi delle imprese sia i diritti fondamentali dei lavoratori.
Noi dell’Italia dei Valori avevamo posto come primo punto della proposta di governo il lavoro, e ci impegneremo come opposizione a portare avanti questa battaglia, data l’esigenza dei cittadini.
Altro mio impegno è la particolare attenzione alla questione femminile e al rapporto donna-lavoro. L’Italia è un paese garantista per quanto riguarda i dipendenti pubblici, perché tutela in maniera adeguata la donna durante il periodo di maternità, permettendole una lunga assenza dal lavoro ed il mantenimento del posto. Al contrario, nel privato, o a fronte di contratti a tempo determinato o atipici, queste garanzie vengono a mancare.
Noi dell’Italia dei Valori vogliamo proteggere e sostenere la famiglia, portando avanti l’esempio francese dove la famiglia è considerata come fattore di crescita e sviluppo: un figlio si rivela un vantaggio economico oltre che una gioia, diminuiscono le tasse, aumentano sovvenzioni per alloggi, asilo, istruzioni e l’assistenza a domicilio. Occorre pertanto, anche da noi, promuovere delle strategie affinché, nel privato soprattutto, le donne possano avere le stesse garanzie.
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Lotta al precariato

Sono Giuliana Carlino, candidata per l’Italia dei Valori come Capolista al Senato per la regione Lombardia. Sono davvero onorata di questa candidatura che rappresenta un riconoscimento a quella parte di cittadinanza che giornalmente si attiva sul territorio con impegno e dedizione. Sono un’insegnante ed ho partecipato a diverse esperienze di educazione all’interno delle scuole, ma è soprattutto nella politica che ho deciso di incanalare la passione per quei valori in cui credo, ovvero la legalità, il rispetto delle regole e l’etica.
L’incarico di assessore provinciale mi ha permesso di avviare e portare a termine una serie di impegni concreti per quanto riguarda la razionalizzazione delle spese e la riduzione degli sprechi nelle pubbliche amministrazioni, o come la piena applicazione delle nuove tecnologie a favore dello snellimento burocratico e del miglioramento della qualità dei servizi al cittadino. Ma è nel campo della responsabilità sociale d’impresa che mi sono spesa maggiormente, perché credo che in un’economia globale ed in costante mutamento, la nuova frontiera del “fare impresa” sia proprio quella di prestare attenzione all’impatto sociale ed ambientale della propria attività, senza certamente trascurare il profitto, ma facendo uno sforzo in direzione di processi responsabili e sostenibili. Ed in questo ambito, credo che sia necessario spendersi davvero per una cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro. Oggi in Italia, ci sono più di mille infortuni mortali sul lavoro all’anno, una media impressionante di 3-4 decessi al giorno. C’è bisogno di maggiori controlli e di un’educazione a partire dal basso, oltre che naturalmente di incentivi per le aziende più virtuose, che considerano il lavoro come un valore, una risorsa ed una leva per lo sviluppo.
E sempre a proposito di lavoro, c’è un’altra grande questione su cui Italia dei Valori intende spendersi: il miglioramento della legge 30, che se da una parte ha creato un concetto positivo come la flessibilità, dall’altro ha generato il grosso problema della precarietà, un dramma che rischia di investire e coinvolgere un’intera generazione. Per questo sosteniamo la proposta dell’introduzione di un salario minimo per i precari e ci batteremo perché l’entusiasmo e la freschezza dei giovani vengano valorizzati all’interno del mondo del lavoro e considerati, anche in questo caso, motori per la crescita e per il generale progresso della società e dell’umanità.
E infine, la scuola. Quello è il mondo dal quale provengo e quello è il mondo che vedo ogni giorno sprofondare nella più totale indifferenza e incertezza di futuro. C’è bisogno di ridare alla formazione ed alla scuola il ruolo di guida che le spetta. In che modo? Sia attraverso una maggiore qualificazione della professione dell’insegnante, purtroppo svalutata in questi anni, sia attraverso un ripensamento degli stessi programmi formativi, a partire dall’insegnamento di materie come l’educazione civica, fondamentale per la costruzione di una società più giusta, vivibile, rispettosa delle regole e della diversità.
Sono certa che i temi che ho elencato, oltre ad essere mie personali convinzioni, rappresentano il punto di vista di buona parte della gente lombarda, la regione nella quale vivo e lavoro e nella quale mi candido come capolista al Senato per Italia dei Valori, con la promessa e l’orgoglio di portare in Parlamento, nel caso venissi eletta, le istanze e le speranze della parte più attiva e produttiva del Paese.
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Occorre applicare le leggi
Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta dei "Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza", in seguito all'inferno che si è creato alle acciaierie ThyssenKrupp di Torino, dove sono morti due giovani ragazzi e padri di famiglia.

Foto: Repubblica.it
"Siamo profondamente addolorati per tragedia sul lavoro alla ThyssenKrupp di Torino, nel quale è morto l'operaio Antonio Schiavone e sono rimasti ustionati altri 9 operai, di cui 6 in modo gravissimo.
Vogliamo esprimere il nostro cordoglio alle famiglie e lo sdegno per quanto è successo. Sappiamo che questi operai lavoravano ininterrottamente da 12 ore, e che la fabbrica era in dismissione, anche se vi lavoravano ancora 200 operai. La cosa ancora più grave è che in uno stabilimento di un'azienda come la ThyssenKrupp ci fossero 3 estintori vuoti, gli idranti rotti, e non funzionasse neanche il telefono interno per l'emergenza. Ci chiediamo: ma dove sono i controlli? Ma c'è ne mai stato uno in questo stabilimento? Sembra di no, perchè se così fosse quegli estintori sarebbero stati pieni, gli idranti riparati,e il telefono interno funzionante. Vogliamo ricordare che gli estintori e gli impianti antincendio vanno revisionati periodicamente come prevede la legge. E poi Confindustria parla di repressione con controlli e sanzioni? Magari ci fosse la repressione, magari!
Noi Rls lo andiamo ripetendo da tempo, peccato che nessuno ci ascolti: mancano i controlli, perchè i tecnici della prevenzione delle Asl sono meno di 2 mila in tutta Italia e con tante aziende da controllare, manca la cultura della sicurezza sul lavoro, manca la formazione e l'informazione ai lavoratori, manca la certezza della pena.
Dai sindacati metalmeccanici ci saremmo aspettati uno sciopero nazionale, non di 2 ore, ma di 8 ore, con relativa manifestazione.
Concordiamo pienamente con il discorso del Capo dello Stato: "non basta fare le leggi, ma occorre che le norme vengano applicate. Conta molto anche l'impegno delle imprese, dei sindacati e degli stessi lavoratori che devono essere sufficientemente in grado di difendere se stessi dai rischi sul lavoro".
Lo andiamo dicendo da tempo che non basta solo la legge 123/2007 per risolvere i problemi di mancata sicurezza sul lavoro che ci sono nelle aziende.
Concludiamo con questa proposta: perchè per iniziare non si sbloccano le assunzioni dei tecnici della prevenzione, così da ad assumerne altri?
Attendiamo risposte."
Marco Bazzoni, Andrea Coppini, Mauro Marchi - Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.

























