Nasce l'Associazione Lavoratori Vittime del Precariato
Oggi nasce ALViP, l'Associazione Lavoratori Vittime del Precariato.
Non è un'associazione. E' l'associazione, l'unica che per la prima volta si preoccupa di tutelare tutte le categorie di lavoratori, senza distinzione alcuna. Molte volte abbiamo dei problemi che sembra siano proprie delle nostre situazioni, ma riuscendo a scambiarci le idee ed entrando in contatto con altre realtà possiamo scoprire che i nostri problemi sono gli stessi di tanti altri lavoratori.
L'associazione nasce in Lombardia, ma ha già dei riferimenti in tutte le regioni d'Italia. Ci auguriamo che la nostra rappresentatività possa aumentare, perché il nostro scopo è quello di mettere luce e porre evidenza su tutte quelle realtà che oggi sono al limite dello sfruttamento. In Italia non esiste una vera flessibilità, esiste una precarietà che è diventata lo stile di vita di tantissime persone.
Siamo qui oggi per cercare di aiutare voi e aiutarci. Ricordiamo che in questo momento, mentre stiamo parlando, qualcuno è andato a cercare lavoro, qualcuno non lo ha trovato e qualcun altro lo ha perso. Per tutte queste persone, che sono tantissime e che tenderanno ad aumentare nonostante ci facciano credere che la crisi sia finita, noi oggi ci siamo. Se non avrete la forza e il coraggio per parlare lo faremo noi per voi.
Sacconi, ministro del non lavoro
I dati che appaiono oggi sulla disoccupazione in Italia e su l’uso della cassa ordinaria e straordinaria da tempo sono noti all’Italia dei Valori. Da questi dati abbiamo ricavato precise proposte avanzate in Finanziaria e puntualmente respinte dal governo e che oggi riproponiamo chiedendo che l’economia, l’impresda sana, e l’occupazione a tempo indeterminato siano considerate emergenze nazionali.
Ai dati resi noti oggi se ne aggiunge uno ben più drammatico nel 2010 oltre 400 mila lavoratori termineranno la cig ordinaria e straordinaria ed entreranno nel buio della disoccupazione e della mobilità .Purtroppo in Italia abbiamo un ministro del non lavoro, Sacconi, che si rifiuta di accettare le nostre proposte concertate e costruite con tutte le organizzazioni sindacali e condivise con le associazioni datoriali.
Noi proponiamo il raddoppio immediato della cig ordinaria, la detassazione degli stipendi dei lavoratori e pensionati per rilanciare i consumi, i contratti di solidarietà per impedire i licenziamenti. Il governo italiano ha un grave, gravissima responsabilità: ha prima ignorato la crisi mentre oggi dichiara che questa è superata, impedendo cosi al nostro sistema economico di reagire almeno con gli stessi strumenti messi a disposizione da parte degli altri Paesi europei, a partire da Francia e Germania.
L’Italia dei Valori comunque è vicina ai lavoratori di tutta Italia che in questo momento sono in difficoltà, dai dipendenti dell’Alcoa in Sardegna, agli operai siciliani dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, a tutti i precari dei call center a rischio chiusura e soprattutto a tutti i numerosi invisibili che sono a partita Iva, prima malpagati e senza diritti e ora gettati nel buio del mercato nero.
A sostegno dei precari Mediaset
La chiamano esternalizzazione, il rischio è che sia piuttosto l'anticamera del licenziamento. La paura è arrivata anche a Mediaset, l'oasi una volta felice in cui Silvio Berlusconi si è sempre vantato di non aver licenziato nessuno.
L'aria è adesso cambiata, e purtroppo in peggio. Lo dice lo sciopero indetto dai dipendenti di Videotime, la società licenziataria di Mediaset creata per l'ideazione, la progettazione e la realizzazione dei programmi televisivi di Canale5, Italia1 e Rete 4, contro la cessione del ramo d'azienda che riguarda la sartoria, il trucco e l'acconciatura. Cinquantasei persone tra Milano e Roma, in grande maggioranza donne sopra i 40 anni, hanno paura di restare senza posto di lavoro, vedono un futuro incerto.
A loro è arrivata la solidarietà di tutti i dipendenti Mediaset, che temono che questo possa essere solo l'inizio di un processo di affidamento di lavoro in appalto; a loro è arrivato l'appoggio dell'Italia dei Valori, che chiede ai vertici dell'azienda di tornare sulla loro decisione per non far pagare ai lavoratori il costo di strategie industriali sbagliate.
Per questo il presidente Di Pietro ha presentato un’interrogazione parlamentare (leggi il testo), ponendo ai ministri interessati quesiti precisi, a partire dal destino dei 56 lavoratori esternalizzati senza validi motivi.
Concorsi pubblici: vincitori bloccati dal governo
Il Governo Berlusconi "aiuta" i giovani a entrare nel mondo lavorativo? Sì, bloccando le assunzioni a cui hanno diritto per aver vinto concorsi pubblici (art 17 del decreto legge 1° luglio 2009, n.78 convertito in legge 3 agosto 2009, n.102). Nonostante il via libera della Corte dei Conti.
In questo video, abbiamo raccolto una loro testimonianza dopo che li ho incontrati. (Continuiamo a fare ciò che l'informazione di regime tiene nascosto per non rivelare verità scomode). Dall'intervista emerge uno spaccato triste che interessa un numero considerevole di tanti altri ragazzi. Essi vivono una situazione di profondo abbandono da parte delle Istituzioni. Le stesse Istituzioni che dovrebbero dare loro speranze per un futuro migliore.
Giovani che hanno il solo torto di aver creduto nella serietà dello Stato partecipando, senza raccomandazioni o trucchi da saltimbanchi della meritocrazia, ad una "competizione" pubblica per un posto di lavoro. Sacrifici di tanti anni di studio spazzati via da un Governo che nega i diritti e alimenta il mercato della "immeritocrazia" ad appannaggio esclusivo di veline ed escort.

La nostra proposta per Fiat Termini Imerese
L’Italia dei Valori lancia una proposta su Termini Imerese, che è una sfida al Governo nazionale e serve a creare un’impresa che stia sul mercato senza aiuti di Stato.
In questo modo dimostriamo come l’Italia dei Valori stia lavorando per un programma di governo alternativo. Non solo opposizione, quindi, ma anche capacità di analisi ed elaborazione di soluzioni per risolvere i problemi.
Questo percorso, se assunto, sarebbe una grandissima novità per tutto il Paese perché la soluzione passerebbe attraverso un concorso internazionale trasparente e limpido che fa prevalere la serietà del piano industriale alla vecchia storia dell’impresa assistita italiana.
Termini Imerese ha un significato importantissimo innanzitutto per il mezzogiorno ma vista la drammatica situazione dei suoi lavoratori, ha assunto oramai una valenza nazionale.
Per questa ragione, Italia dei Valori parteciperà attivamente allo sciopero nazionale di otto ore dei lavoratori del gruppo Fiat deciso ieri a Termini Imerese dall’assemblea dei sindacati generali dei metalmeccanici.
Pomigliano non si tocca
Ieri ho occupato l'Aula di Montecitorio. L'ho fatto perche' la politica e le istituzioni si devono mobilitare verso i lavoratori disoccupati e quelli che il lavoro non l'hanno mai avuto. Oggi la politica si trastulla con le bozze Violante, il Metodo Ghedini, i Lodi e le riforme costituzionali di cui ai cittadini, attanagliati dai gravissimi problemi di tutti i giorni, non frega nulla! Al contrario, a fronte di questa vera emergenza il governo che fa? Interviene immediatamente per assicurare due nuovi posto di lavoro: alla Santanche' chiamata appunto al Welfare e a Guido Viceconte chiamano ai Rapporti con il Parlamento. Ecco le risposte del governo al dramma della disoccupazione e del lavoro: 2 nuovi posti da sottosegretario!
Riporto il video e il testo della mia intervista di ieri, lunedi 4 gennaio.
Intervistatore: Onorevole Barbato, perché oggi ha occupato l’aula, quale è l’istanza che ha voluto porre all’attenzione del governo e del Parlamento?
Francesco Barbato: Ho voluto portare la disperazione, lo sdegno di migliaia di lavoratori che, in Campania, ogni giorno perdono un posto di lavoro. Sabato scorso sono stato davanti al Comune di Pomigliano D’Arco con i lavoratori della FIAT di Pomigliano. Il mercoledì precedente ero stato con loro in delegazione dal Prefetto di Napoli, il giorno precedente ancora ero stato con loro davanti allo stabilimento, la settimana prima qui sotto Palazzo Chigi a rappresentare le ragioni di 38 lavoratori che il 29 dicembre hanno ricevuto una lettera di benservito dalla FIAT, la quale, dopo quattro anni ininterrotti di lavoro, li ha licenziati e ha detto “ grazie e arrivederci”. Lavoratori che in questo periodo non conoscono un’infermeria, un certificato medico, che hanno portato lo stabilimento della FIAT di Pomigliano a essere uno stabilimento di eccellenza per efficienza e produttività e questa è la risposta che hanno avuto. L’hanno avuta soprattutto perché il governo Berlusconi nel 2008 non ha finanziato sufficientemente gli ammortizzatori sociali e, nel 2009, ha fatto arrivare con grande ritardo quel po’ di finanziamenti. Ma questi lavoratori non chiedono assistenzialismo, non chiedono elemosina, chiedono dignità, vogliono lavorare, sono padri di famiglia che la sera hanno vergogna di tornare a casa e guardare negli occhi i loro figli, che nei giorni scorsi mi hanno fatto respirare la loro disperazione, qualcuno di loro mi diceva “ mi lancio giù dal terrazzo del comune di Pomigliano D’arco”, perché non ce la fanno più, perché sanno benissimo che, se vengono lasciati in mezzo alla strada, troveranno un’unica alternativa: troveranno solo un altro datore di lavoro, la camorra, la criminalità organizzata, perché laggiù non c’è speranza e è questa la ragione per la quale nel mezzogiorno d’Italia non possiamo perdere neanche un posto di lavoro e è questa la ragione per cui stamattina ho promesso loro che sarei venuto in Parlamento, per portare qui a Roma, nelle sedi istituzionali, nel Parlamento, all’attenzione del governo la loro situazione drammatica e sono intervenuto in aula sostenendo non solo le loro ragioni, di questi 38 lavoratori che, dal 1 gennaio, non hanno più un futuro, non hanno più un lavoro, non hanno più un salario, ma delle tante aziende come il pastificio russo di Cicciano, la Cabl Auto di Mariglianella, lo stabilimento della birra Peroni di Milano, l’elenco non finisce mai, 2. 000 e oltre lavoratori hanno scritto al Capo dello Stato chiedendo che li aiutasse, perché per loro gennaio 2010 significa incertezza, significa non avere più uno stipendio, significa non poter più fare campare le loro famiglie. Per questa ragione ho detto che sono stufo di stare in Parlamento a sentire parlare della strada da intestare a Craxi o meno, di gossip, della Daddario, del metodo Ghedini o del patto Violante o del Lodo Alfano. Insomma, che me ne frega di questa roba?! Ai cittadini che cosa frega di questa roba?! Voglio interessarmi delle cose reali, dei problemi veri del Paese, delle questioni che davvero interessano ai cittadini, come quella di stamattina dei lavoratori della FIAT di Pomigliano D’Arco, questa è la loro maglietta, è il simbolo di questi lavoratori che stanno perdendo il posto di lavoro, questo è il simbolo di tutti i lavoratori che, in Italia, non hanno più un futuro, che in Italia non hanno più un lavoro! E’ per questa ragione che ho occupato stamattina il Parlamento, ho detto al Presidente che non sarei andato via, sarei rimasto al mio posto a sedere al posto di lavoro, perché da Deputato della Repubblica devo lavorare per i cittadini, voglio impegnarmi per trovare soluzioni ai loro problemi, voglio parlare di queste cose reali, di queste cose concrete: della FIAT di Pomigliano, della Inse di Milano, dei lavoratori di Termini Imerese che pure perderanno il lavoro, è questa la vera riforma di cui si deve interessare la politica! Perché la politica oggi pensa solo a trastullarsi, si dedica solo al chiacchiericcio, parole inutili, inconsistenti! Per questa ragione, mentre il Paese affonda, il Paese si sta sfasciando, nel mezzogiorno d’Italia crolla tutto a pezzi, ebbene questo governo ho l’impressione che stia facendo come sul Titanic, quando suonavano l’orchestrina mentre la nave affondava. Non vogliono neanche sentir parlare di queste ragioni, perciò ho occupato l’aula, per questa ragione sono rimasto lì a dare una scossa forte alla politica, per riportare la politica sulla strada maestra, sugli obiettivi veri che deve seguire la politica dei cittadini, una politica del fare, questa è la politica dell’Italia dei Valori, questa è la politica che, da Deputato della Repubblica, voglio sviluppare per i miei concittadini.
Intervistatore: Quale risposta ha avuto dall’esecutivo e anche a livello parlamentare?
Francesco Barbato: La prima risposta che possiamo leggere oggi sui giornali è che il governo Berlusconi, anziché salvaguardare e difendere i posti dei lavoratori, venerdì prossimo, nel prossimo Consiglio dei Ministri darà altri due posti: sì, due posti per due nuovi sottosegretari, questa è la risposta del governo Berlusconi! Dà altri due posti alla casta, dà altri due posti alla Santanché e a un altro uomo di Forza Italia da sistemare, sistema gli uomini al potere anziché difendere i posti di lavoro! Ma la mia scossa forte che ho dato oggi alla politica, il mio impegno concreto è servito per ottenere dal Presidente della Camera, di concerto con il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, di mettere all’ordine del giorno della prima seduta utile dell’11 gennaio prossimo una mia mozione, che verrà discussa lunedì 11 e martedì 12, con la quale si troverà una soluzione e verranno salvaguardati i posti dei 38 lavoratori della FIAT di Pomigliano. E’ un segnale forte che voglio dare, un’inversione di tendenza, questa è la mia politica, la mission per il 2010 dell’Italia dei Valori, di difendere i posti di lavoro, di battersi per l’occupazione, di difendere chi sta perdendo il proprio lavoro o, addirittura, chi un lavoro non l’ha mai avuto. Ebbene, da lunedì 11 gennaio inizierà questo forte percorso che dobbiamo sostenere per dare delle risposte concrete ai cittadini, la risposta che stiamo dando ai lavoratori della FIAT di Pomigliano, a quei 38 lavoratori che, dal 31 dicembre, non hanno più un lavoro è il migliore modo per fare una politica per i cittadini.
Per un 2010 fondato sul lavoro
Il 2009 tra poche ore sarà alle spalle. In quest'anno oltre un milione di cittadini hanno perso l'impiego ma, se si pensa anche a coloro che lavorano con la partita iva, agli artigiani e a chi è in cerca del primo impiego, la cifra raddoppia.
La disoccupazione in Italia è ad un livello spaventoso e, spesso taciuto, che si aggira intorno al 15%. Questa percentuale equivarrebbe ad un numero ancor più grande di nuclei familiari scaraventati dalla crisi tra la povertà e gravi ristrettezze economiche, il tutto senza che questo governo abbia mosso più di un sopracciglio.
Il nostro augurio di un buon 2010 va a più di duecento aziende che abbiamo tentato di ricordare tralasciandone, sulla carta ma non nel cuore, sicuramente qualcuna.
Dietro questi nomi, e quelli che mancano alla lista, c’è la vera economia italiana, quella di chi si sveglia la mattina presto ed esce per guadagnarsi il pane quotidiano mentre ha in mente l’affitto, il mutuo, l’assicurazione da pagare e non ha il tempo per pensare ad una via o ad un giardinetto da dedicare ad un latitante o alle escort del Premier.
In questi duecento nomi c’è un anno di incontri, di sit-in, di megafoni, di trattative, di tante battaglie che l’Italia dei Valori ha condotto, spesso oscurata da gran parte dei media, cancello per cancello sotto l’afa estiva, la pioggia autunnale, ad ogni ora, nei giorni festivi così come nei feriali.
Il nostro augurio va a tutti i lavoratori onesti, a quelli che un lavoro l’hanno salvato nel 2009, a coloro che invece lo hanno perso, a chi poi lo ha ritrovato, a chi non ha mai avuto nemmeno il primo e a quelli che sono dovuti scappare dall’Italia per averne uno, agli imprenditori che non hanno approfittato della crisi per tagli selvaggi, a quelli che hanno diminuito gli utili pur di non lasciare a casa nessuno.
Un augurio di buon anno all’Italia vera, quella della Repubblica fondata sul lavoro.
Di seguito acune delle oltre 200 aziende che abbiamo incontrato nel 2009. Un augurio ai loro dipendenti e a tutte quelle che non sono in questa lista:
Yamaha di Lesmo - Fiat Mirafiori - Fiat Pomigliano - Fiat Termini Imerese - Fincantieri Castellammare -Fincantieri Palermo - Fincantieri Ancona - Fincantieri Muggiano -Fincantieri Sestri Ponente - Fincantieri Monfalcone - Agile/ex Eutelia di Roma, Napoli, Pregnana Milanese - Sirti istallazioni telefoniche di Torino, Milano, Treviso, Bologna, Roma, Napoli, Palermo - Trafilati Martin di Cuneo - Alcoa Fusina - Alcoa Portovesme - Antonio Merloni di Fabriano e Nocera Umbra - Tenaris di Dalmine e Piombino Rothe Erde di Brescia - Alfa di Arese - Mahle di Volvera - CNH di Ancona - Sevel di Lanciano - Alupex Alupieve di Pieve Emanuele - Answers di Pistoia - Radificil di Pistoia Phonemedia di Novara - Ansaldo Breda di Pistoia e Napoli - Piaggio di Pontedera - Honegger di Bergamo - Schneider di Bergamo - Donora di Bergamo - Sabil di Bergamo - Texfer ex Legler di Bergamo - Tessival di Bergamo - Filatrice di Capriate - Promatech di Bergamo - Linificio e Canapificio Nazionale di Villa D’Almè - Radici tessuti di Bergamo - Brandt Italia ex Ocean di Verolanuova - Ideal Standard di Brescia - Federal Mogul di Desenzano - Cometal di Brescia - Mac-Iveco di Brescia - Tessival di Ghedi - Marzoli di Palazzolo sull’Oglio - Glaston di Bregnano - Giardina di Como - Ratti di Como - CLM di Como - Eridania di Casalmaggiore - Saco di Lecco - Guzzi di Lecco - Ghilardoni cilindri di Lecco - Rompani di Lecco - Grembo di Lecco -MDG di Lecco - Ferretti di Forlì - Stylepack di Olginate -Johnson control di Lodi - Riello caldaie di Lodi - Akzo nobel di Lodi - Paganelli Cinisello Balsamo - Lares e Metalli preziosi di Paderno Dugnano - Ercole Marelli Power di Sesto San Giovanni - Bayer Milano - Roche Milano - Bracco Milano - Nokia Siemens network Milano - Nortel Italia Milano - Electa spa Milano - Italiana alimentari Milano - Ex-Celestica di Vimercate - Cartostrong di Monza - Interfila di Limbiate- Borghi trasporti di Vimercate e Cavenago - Mivar di Abbiategrasso - Cromos tintoria di Cerro Maggiore - Pulisystem di Legnano - Biztiles Bondeno di Gonzaga - Pompea spa di Mendole - Cartiera di Torremenapace - Cartiera della Valtellina di Tirano - Sea Handling di Malpensa - Carlo Colombo di Agrate - Polynt di San Giovanni Valdarno - ENI Livorno - Alfa di Arese - Mecom S.R.L. di Pagani (SA) - Alcar di Lecce - Nuova Tecnoferro di Putignano - SOL.GE. S.P.A. di Rovereto - Mollificio centro Italia di Frosinone -A.M.T. di Moncalieri (TO) - Alenia Aeronavali di Napoli e Pomezia - Alstom Ferroviaria di Savigliano (CN) - Hp di Bari - Imesi di Carini (PA) - Keller di Palermo - ST-microelectronics di Catania - Selfin Caserta - Ixfin di Marcianise - Delphi di Livorno - Severstal di Piombino - Richard Ginori di Firenze - Sabo di Vicchio - Seves di Firenze - Malo S.p.a (FI) - Ma-Mecc di Fucecchio Safilo stabilimenti friulani - Manuli Rubber Ascoli Piceno - ILVA di Taranto Petrolchimico di Porto Torres - Eurallumina di Porto Torres - Ideal standard di Belluno e Pordenone - Carraro di Campodarsego - Marzotto di Portogruaro - Myair di Vicenza - Cablelettra Sud di Benevento - Roccatura di Russotto - Meltem di Arzano Gruppo Ipm - Birra Peroni di Miano - Icmi di San Giovanni a Teduccio - Cablauto di Mariglianella - Bitron di Morra de Santis - Scai Sud di Oliveto Citra - Eds-Hp di Bari -Itierre di Isernia - Finmek di Santa Maria Capua vetere e l'Aquila - Oerlikon di Porretta Terme - Montefibre di Venezia - Alpi Eagles di Venezia - Safilo di Venezia - Ispra Roma - Videocon di Anagni - gruppo Malavolta di Ascoli Piceno - Transcom di L’Aquila - Atr di Colonnella Natuzzi di Matera, Bari e taranto - LASME di Melfi - Fiat-Sata di Melfi -Lames di Chiavari - MCT (Porto Gioia Tauro) - Adapto di Chiavari -Frigomar di Marasco - Fpl trade di Sestri Levante - Italflex di Marasco - Cartello di Marasco - Versari & Delmonte di Rapallo - Industria di Leivi di Marasco - Filmec di Sori - VASI srl di Teramo - ASSEMBLY srl di Chieti - Leomar srl di Poggiofiorito - LTA Meccanica di Chieti - Silver Car di Avezzano - Supermercati PAM de L'Aquila - Teknolamiere di Chieti - bentley security (AQ) - Sitindustrie- ex Tonolli di Sulmona de L'Aquila - Technolabs de L'Aquila - SAT – Catania - Ave Industries di Spinea (Venezia) - Vinyls di Porto Torres - Glastom di Bregnano - Lanificio Veneto di Treviso - Nuova Pansac di Venezia - Aprilia di Venezia - San Benedetto di venezia - Speedlene di Venezia - Visibilia di Venezia - Nuova Sirma di Porto Marghera - Montefibre di porto Marghera - Solvay di Rosignano e Bussi sul Tirino - Officine Beltrame di Porto Marghera - SPX Parma - Berco di Ferrara - Vm Motori di Ferrara - LyondellBasell di Ferrara - Sielte di Cagliari - Arconotrics Sasso Marconi - pastificio Russo di Napoli - MGM di Crevalcore
Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi
ISPRA: non sparate alla ricerca
Pubblico il video della manifestazione dei lavoratori dell'ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, per protestare davanti a Palazzo Chigi contro i licenziamenti annunciati dall’Ente.
Al fianco dei lavoratori, travestiti da fantasmi della ricerca, con camice e maschera bianca, c'eravamo anche noi, per chiedere un intervento urgente e immediato del Governo che non può e non deve continuare a rimanere sordo alle legittime richieste dei lavoratori.
Dopo aver chiesto di essere ascoltati, un rappresentante dei ricercatori dell’ISPRA è stato ricevuto dal Segretario Generale della Presidenza del Consiglio, Manlio Strano, per richiedere l’apertura di un tavolo di trattativa per affrontare la questione.
Questo Esecutivo sta ammazzando la ricerca con tagli indiscriminati ai fondi destinati al comparto e al personale. Per i lavoratori vogliamo risposte concrete e non vane promesse come è accaduto finora.
Non sparate alla ricerca
Ieri, una delegazione dell’Italia dei Valori è stata a fianco dei ricercatori dell’ISPRA, Istituto Superiore di Ricerca Ambientale, costretti ad un gesto eclatante e disperato - occupare la sede di Roma e dormire sul tetto della stessa - per protestare contro i licenziamenti annunciati dall'Ente.
Il Prefetto Vincenzo Grimaldi, alla guida dell’Ente malgrado non abbia alcuna competenza in materia ambientale, ieri ha impedito l’ingresso nella sede ai giornalisti: un tentativo di mettere a tacere la protesta dei lavoratori. L’ISPRA oltre ad aver licenziato 200 precari si appresta a licenziarne altri 250 entro la fine dell’anno. Perché?
A detta del Governo mancano i soldi. Ma i fondi utilizzati per mantenere questo Istituto, che controlla la qualità dell’acqua che beviamo e dell’aria che respiriamo, vengono dalla comunità europea e, quindi, sono disponibili.
La vera ragione è che questo Governo, dopo aver deciso di vendere l’acqua, ora vuole esternalizzare anche i controlli ambientali. Al peggio non c’è mai fine!
Ci piace riportare qui le parole del Presidente Napolitano: “c’è necessità di investire in ricerca e innovazione, perché su questo ci giochiamo il nostro futuro, anche per uscire dalla crisi in condizioni migliori di come ci siamo entrati”. La maggioranza, purtroppo, la pensa diversamente.
L’ISPRA non deve chiudere. L’Italia dei Valori sarà vicina a tutti quei ricercatori che hanno deciso di non piegare la testa alla logica distruttiva del ministro dell’Ambiente Prestigiacomo che, pezzo dopo pezzo, sta sfasciando il nostro sistema ambientale. E, per questo, interverremo in Parlamento per continuare ad essere al fianco dei lavoratori e far valere le loro ragioni.
Consigliamo a tutti di vedere questo video realizzato dai precari che stanno rischiando il proprio posto di lavoro. Una satira amara che rischia di diventare realtà con questo Governo intenzionato ad ammazzare la ricerca e a ridurre sul lastrico i professionisti che a questa hanno dedicato la loro vita.
Tirrenia: una nuova Alitalia?
Da tempo sto inutilmente incalzando Matteoli, via agenzie, per avere sue risposte ed impegni precisi sulla privatizzazione di Tirrenia di Navigazione.
Riassumo le vicenda. Il Governo avvia il processo di privatizzazione della società Tirrenia, motivando la decisione con un obbligo in tal senso imposto da Bruxelles e, di fronte a qualsivoglia critica o richiesta, si rifugia sempre dietro tale obbligo. Chiariamo allora, da subito, che la Comunità Europea non ha mai imposto, né potrebbe imporre, la privatizzazione di una società, perché a Bruxelles non interessa se la proprietà è pubblica o privata. Alla Comunità Europea interessa, invece, che l’operazione di riassetto, qualunque essa sia, avvenga nel rispetto dei principi di trasparenza, di non discriminazione e di parità di trattamento previsti dalle norme comunitarie. Ed interessa che sia salvaguardato il fondamentale principio di continuità territoriale e che, quindi, non siano tagliati quei collegamenti con le Isole maggiori e minori che consentono ai cittadini ivi residenti di spostarsi liberamente nel territorio.
Capiamoci: Tirrenia cosi come è non funziona e ben venga privatizzarla, se lo scopo è quello di offrire un miglior servizio, reso in regime di concorrenza, ai passeggeri. E’ un problema di metodo, non di principio.
Punto primo: non è chiaro quali servizi essenziali di continuità con le isole saranno garantiti, né quali siano i centri di costo che devono farvi fronte; punto secondo: il Ministro dichiara genericamente che i livelli occupazionali, che si attestano a circa 3.800 unità, saranno salvaguardati, ma non risulta alcun accordo sindacale in tal senso. Terzo e ultimo punto: considerando che Tirrenia ha chiuso il 2008 con debiti per 725,1 milioni di Euro, bisognerebbe che il Ministro ci facesse sapere come intende impostare i bandi di gara che saranno emanati entro il 31 dicembre di quest’anno. Vi è, infatti, il rischio concreto che sia riproposto il modello Alitalia, con quella privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite che tanto piace a questo Governo. Per dirla con chiarezza, non vorremmo che Matteoli avesse in mente di creare una bad company a carico dei contribuenti italiani e una good company in mano al privato.
E siccome sulla vicenda Tirrenia la confusione regna sovrana, stiamo cercando di fare chiarezza (anche) con una interrogazione parlamentare al Ministro.
Pranzo sociale con i lavoratori ex Eutelia
Giovedi 19 novembre 2009 i Giovani dell'Italia dei Valori del Lazio hanno organizzato un pranzo sociale con i lavoratori dell'azienda occupata, ex Eutelia, a cui hanno partecipato anche il senatore Stefano Pedica, il vice presidente del consiglio provinciale di Roma Sabatino Leonetti e gli artisti Francesca Fornario e Enrico Capuano.
La sorte dei lavoratori Eutelia diventa sempre più preoccupante: 1200 di loro dal mese di agosto non percepiscono lo stipendio. I sindacati e alcuni dipendenti sostengono che Omega è un’azienda “killer” che acquisisce personale per tenerlo fermo mirando a fallire per non pagare le liquidazioni. Ad attirare l’interesse nazionale sullo scandalo dei licenziamenti mascherati è stata l’irruzione di Samuele Landi, ex amministratore delegato di Eutelia, nello stabilimento occupato. I lavoratori, madri e padri di famiglia sono costretti ad occupare la propria azienda, ma mai avrebbero pensato ad un’azione così importante se le condizioni finanziarie non si fossero aggravate a causa dell'errata gestione da parte della proprietà. L'Italia dei Valori è un partito vicino alle tematiche del mondo dell'occupazione e del lavoro. I Giovani Idv hanno sentito il dovere di parteciparie con passione a questa protesta perché la tutela e il diritto al lavoro sono principi inviolabili e fondamentali per una vita dignitosa, e per il futuro che ci si prospetta, come giovani lavoratori o come studenti che dovranno fare ingresso nel mondo del lavoro. E' necessaria una maggiore attenzione da parte delle istituzioni pubbliche affinché si tutelino i posti di lavoro.
Il Comune può e deve fare la sua parte a sostegno dei lavoratori, ma il suo ruolo è stato fin troppo timido, ed anche il Governo affronta con lentezza lo scandalo Eutelia.
Ci domandiamo perché tutta questa indecisione, e ci chiediamo se il conflitto d'interessi del Presidente del Consiglio, legato alle telecomunicazioni e all’informatica, settori di cui si occupa ex Eutelia, non possa avere, anche in questo caso, giocato un ruolo, diretto o indiretto.
Accanto ai lavoratori ci siamo oggi e ci saremo domani.
E assieme ai dipendenti dell’ex Eutelia attendiamo che dal tavolo ministeriale di giovedì si possa dare un nuovo futuro ad una risorsa umana e professionale che l’Italia non può e non deve permettersi di perdere.
Caso Agile Eutelia: appuntamento il 27 novembre
L’Agile- ex Eutelia è un’azienda del gruppo Omega che ha sede in diverse città italiane e che opera nell’ambito dei call center e in settori strategici dell’information technology, vantando anche commesse da diversi enti della Pubblica amministrazione.
Si tratta di un tesoro di alta professionalità che rischia di sfumare oltre che per le politiche aziendali sbagliate, anche per l’incapacità dimostrata fino ad oggi dal Governo, che non ha ancora offerto la prospettiva di una politica industriale seria.
Sono circa 1200 le lettere di licenziamento che l’azienda ha inviato ai suoi dipendenti, da tre mesi senza stipendio e angosciati da un futuro che si fa per loro sempre più incerto. Per questo hanno scelto di mobilitarsi su tutto il territorio nazionale e a Roma, dove lo stabilimento è stato occupato, sono stati vittime di una aggressione notturna da parte dello stesso ex amministratore delegato Samuele Landi che, con un manipolo di uomini spacciatisi per forze dell’ordine, ha fatto irruzione per tentare di mettere a tacere la protesta.
Lunedì questi stessi lavoratori sono scesi in piazza, nella capitale, con i rappresentanti sindacali e l’Italia dei Valori è stata a loro fianco. Ora il Governo ha deciso di convocare un tavolo di confronto per il 27 novembre che affronti un “caso” che sta diventando, giorno dopo giorno, paradigma di una mancanza politica e industriale che non può essere taciuta.
In ballo c’è il destino di lavoratori altamente professionalizzati ma soprattutto di migliaia e migliaia di giovani che hanno vissuto prima il dramma della precarietà e che ora rischiano di vivere quello del licenziamento.
Convegno: ''Il lavoro... un valore''
La crisi, purtroppo, non è alle spalle, come questo Governo vorrebbe farci credere e la situazione del mondo del lavoro costituisce la tragica prova di ciò.
Più volte in Parlamento, discutendo i documenti di Bilancio, abbiamo provato, dalle file dell'opposizione, a lanciare un allarme sull'effetto della crisi sul mondo del lavoro.
Un allarme basato non su impressioni o visioni ideologiche, ma sulla semplice lettura delle cifre che fotografavano, e fotografano tutt'ora, una drammatica realtà.
Il Governo (e la maggioranza che docilmente lo sostiene) conosce perfettamente i dati contabili e statistici, ma altre e più urgenti sembrano essere le sue priorità e nessuna di esse riguarda il lavoro.
Di fronte ad un immobilismo che viene contrabbandato come una rigorosa politica di controllo della spesa; di fronte a proposte e polemiche di evidente sapore propagandistico-elettorale, come le recenti chiacchiere sull’abrogazione dell’IRAP, o l'apologia, tutta teorica, del posto fisso, non possiamo che ribadire la necessità di affrontare i problemi concreti del mondo del lavoro nel suo complesso e le nostre proposte per un deciso cambio di marcia nella politica economica.
Dei tanti altri problemi che affliggono il mondo del lavoro e delle soluzioni proposte dall'Italia dei Valori parleremo nel corso del convegno "Il lavoro... un valore!", che si terrà il prossimo 13 novembre a Milano dalle ore 20:30 presso la "Casa della Cultura" in via Borgogna 3 (guarda la mappa). Modera Davide Romano (Editorialista La Repubblica), intervengono Susanna Camusso (Segretario Confederale CGIL) Maruska Piredda (Responsabile Regionale Dipartimento Lavoro IdV), Antonio Pizzinato (Presidente Regionale ANPI Lombardia), Maria Sciancati (Segretario Generale FIOM Milano) e Maurizio Zipponi (Responsabile nazionale Dipartimento Lavoro-Welfare IdV).
A sostegno dei lavoratori Agile Eutelia
Ieri mi sono recata al presidio dei lavoratori di Agile Eutelia di Torino, dove da qualche giorno, come in altri uffici di tutta Italia, sono in assemblea permanente perché la situazione lavorativa è diventata incresciosa.
Italia dei Valori si sta occupando di questa situazione ormai da diverse settimane. Il Presidente Di Pietro ha incontrato i lavoratori a Torino e a Roma, presentando una richiesta formale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri perché si attivi un tavolo di crisi per risolvere la situazione di questi lavoratori, di cui quasi 1200 nei confronti dei quali è stata avviata una procedura finalizzata al licenziamento.
Questa situazione richiede una presa di posizione forte da parte del Governo, si tratta di lavoratori con ottime professionalità, si tratta di un'azienda che ha e aveva commesse importanti, soprattutto con la pubblica amministrazione. Italia dei Valori ha chiesto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di attivarsi intanto per mantenere le commesse, che sono il lavoro principale di questa azienda, e per attivarsi a trovare imprenditori veri, non come quelli che ci sono adesso, che vogliano acquisire l'azienda e portare avanti il lavoro per queste 1200 persone e tante altre che fanno parte del gruppo.
La proprietà attuale non può definirsi imprenditoria, ma semplicemente degli approfittatori che stanno svendendo questa azienda, che stanno facendo perdere le commesse e stanno lasciando sul lastrico decine e decine di famiglie.
In Regione Piemonte, sempre su sollecitazione dell'Italia dei Valori, si terrà un incontro con gli assessori competenti per fare in modo che anche la regione si attivi e prenda una posizione concreta per aiutare questi lavoratori.
Assoporti: la lezioncina del Ministro Matteoli
Rientro dall’assemblea Assoporti (Associazione dei porti italiani), il settore marittimo sta risentendo molto della crisi che si è abbattuta sul sistema economico e richiede quindi interventi concreti e immediati per aiutare la ripresa. Mi sarei aspettata che il Ministro Matteoli, che era incaricato della chiusura dei lavori, desse risposte chiare e certamente alle istanze del cluster marittimo portuale, che già è uscito con diversi comunicati stampi formulando una serie di richieste e di proposte al Ministro. Il Ministro, invece, ha tenuto una relazione didattica e si è ben guardato sia da dire quali provvedimenti intende adottare, sia da dire in quali tempi intende adottarli, uno per tutti la tassa di ancoraggio, ci chiediamo quando il Ministro intende revocare, o quanto meno sospendere, l’aumento inopinato della tassa, che fa perdere competitività ai nostri porti rispetto agli altri hub europei.
Dringa Milito Pagliara (Responsabile nazionale trasporti IDV)
Una Tredicesima senza tasse è possibile
Per mettere in campo una risposta alla crisi economica bisogna innanzitutto riconoscerla. Il Governo Berlusconi, invece, l’ha negata per mesi, ammettendone l’esistenza soltanto recentemente. Un’ammissione però parziale, visto che oggi il Governo dichiara che la fase critica sarebbe stata superata. La realtà, al contrario, è un’altra: la crisi economica non solo c’è stata, ma i suoi effetti negativi si faranno sentire per tutto il 2010. Risulterà ancor più evidente che a pagarne il prezzo (salato) sono stati e saranno soprattutto i precari e le donne, le piccole-medie imprese e il mondo degli artigiani. Per questo agire subito è indispensabile per compensare il ritardo e l’incapacità dell’Esecutivo.
L’Italia dei Valori ha fin dall’inizio lanciato l’allarme sugli effetti che la crisi avrebbe generato sul tessuto produttivo e sociale del nostro Paese, definendo delle proposte di intervento che non depredino le casse dello Stato ma che, comunque, siano di sostegno a quelle realtà produttive e a quei soggetti sociali che maggiormente sentiranno il peso della contrazione economica.
Il nostro partito ha costruito proposte sul lavoro che intendono recuperare la più grande rottura generazionale degli ultimi cinquant’anni che sta cacciando migliaia di giovani dal lavoro. Quindi partiamo dal riconoscere diritti agli invisibili. A categorie come quelle dei precari e delle “vere” partite IVA che non hanno nessuna certezza per il proprio futuro lavorativo, sono esclusi da qualsiasi forma di protezione sociale e che in questa crisi sono i primi ad essere penalizzati. Poi ci battiamo per impedire licenziamenti di massa con proposte efficaci e sostenibili economicamente visto che l’INPS (l’ente che eroga gli ammortizzatori sociali) ha chiuso in attivo con 6,2 miliardi il 2008 e chiuderà il 2009 con altri 9,2 miliardi.
Infine chiediamo che, come avviene nelle migliori democrazie occidentali, il Governo metta all’ordine del giorno l’emergenza economica e sociale predisponendo politiche di settore capaci di difendere il patrimonio professionale, di ricerca, di sperimentazione e di produzione italiana.
Giu' loro o chiusi voi
Il sistema produttivo del Paese, in particolare quello rappresentato dalle piccole-medie imprese e dall’artigianato, è corroso ogni giorno da una crisi economica senza precedenti e rispetto alla quale il Governo è latitante, impegnato a menar fendenti contro la magistratura per proteggere il premier, ma disinteressato al destino delle famiglie e dei lavoratori. Ogni tanto qualche dichiarazione per le prime pagine dei Tg ma nulla di serio e di vero. In tante fabbriche visitate nell’ultimo anno non ho mai incrociato un dirigente della maggioranza: forse temono, a ragione, il linciaggio.
L’Italia dei Valori nel suo programma di governo, sempre aperto ai cittadini (leggi e commenta i punti del programma), ha presentato una serie di misure per rilanciare l’attività delle imprese e consentire loro di superare questa contingenza difficile, con l’obiettivo di diffondere nuovo ossigeno nel tessuto produttivo nazionale. Eccole qui di seguito brevemente riassunte:
- Diminuzione del carico fiscale alle imprese
- Eliminazione dell’anticipo di imposte e versamento dell’Iva ad avvenuto pagamento della fattura
- Liberalizzazione dei servizi pubblici locali perché sia più vantaggiosa l’offerta ai cittadini
- Indicazione di tassi omnicomprensivi di tutti i costi e per tutte le operazioni bancarie
- Accelerazione dei pagamenti della Pubblica amministrazione e rimborsi di imposta
- Sostegno agli accordi con le banche per il finanziamento alle pmi
- Riduzione dell’Irap alle pmi che assumono a tempo indeterminato e investono in ricerca, innovazione tecnologica, risparmio energetico
- Semplificazione delle procedure amministrative e velocizzazione dell’iter burocratico degli adempimenti per ridurre del 25%, entro il 2010, gli oneri amministrativi
- Appoggio ai processi di aggregazione delle pmi per rendere più facile l’accesso ai finanziamenti comunitari
- Divieto ad imprenditori e società ad essi collegate di partecipare direttamente o indirettamente alla realizzazione di opere e servizi pubblici qualora siano stati condannati in via definitiva per corruzione o delitti associativi
Queste misure non le vedrete mai pubblicate su un quotidiano e non ne sentirete mai parlare in Tv perché i media in Italia sono al soldo di due, tre partiti ed hanno il compito non scritto, ma che hanno appreso magistralmente, di criptare l’immagine dell’Italia dei Valori come partito di “proposizione”. Per contro possono far emergere come vogliono quella di “oppositori forcaioli, estremisti e manettari”. Il compito di promuovere l’alternativa di governo è solo nelle nostre e nelle vostre mani.
Lavoro: governo di bugiardi
Insieme al Presidente dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro stiamo percorrendo l’Italia in lungo e in largo, siamo stati a Palermo, siamo stati ai cantieri navali, siamo stati a Termini Imerese, a Napoli, all’Aquila, a Bologna, andremo in Piemonte e in Veneto. Stiamo parlando con il Paese reale, con quello che ci consegna una prima verità e la prima verità è che la crisi non solo non è passata, ma la crisi, nei suoi effetti dirompenti sia sui lavoratori e sia sulle piccole e medie imprese, darà i suoi effetti negativi nei prossimi mesi e conseguentemente assisteremo, nei prossimi mesi a grandi, grandi problemi nel sistema italiano, nel sistema sociale italiano.
Il secondo dato che ci consegna questo stare fuori dai palazzi e a contatto con le persone normali, lavoratori, imprenditori, quale è? E’ che la crisi qualcuno l’ha già pagata: 500.000 giovani sono stati lasciati a casa, erano precari quando c’era la crescita economica e oggi sono i primi che hanno pagato senza nessuna protezione. Ciò che le persone normali ci consegnano, quelle che vivono tutti i giorni i problemi del lavoro, è che il governo italiano è semplicemente un governo di bugiardi perché, quando la crisi veniva annunciata in tutti gli altri Paesi, in Italia Berlusconi diceva “ non esiste”, oggi che gli altri Paesi hanno reagito alla crisi e stanno ottenendo alcuni risultati Berlusconi dice “ anche da noi è superata”, cioè non c’è mai stato un minuto in cui la crisi è stata riconosciuta, perché sappiamo che per affrontare una crisi è assolutamente necessario innanzitutto riconoscerla.
Abbiamo un governo di bugiardi, ma non è solo quello il problema, perché se fossero solo loro i bugiardi ci si penserebbe normalmente, quando si va a votare: il punto è che stanno creando un danno enorme a tutto il sistema produttivo del Paese, stanno creando la più grande rottura generazionale che non c’è mai stata nella storia d’Italia, ossia ci stiamo segando il ramo dove siamo seduti, perché quando una crisi espelle migliaia di giovani e li fa espatriare, in molti casi, li fa muovere dal sud al nord, li scollega dai luoghi in cui essi vivono, quando accade questo è evidente che il danno non è solo ai politicanti, il danno che si sta creando è all’intero Paese.
Ecco quindi che stiamo tentando invece di reagire, di parlare al Paese reale e di dire che la crisi c’è, ma possiamo reagire e abbiamo costruito delle proposte: proposte che innanzitutto chiedono agli economisti, ai sociologi, agli intellettuali di fare un atto di onestà nei confronti dei giovani, ossia dite voi, signori esperti, che la famosa flessibilità in Italia si è trasformata solo in precarietà e che dovete smetterla, voi intellettuali, di dire “intanto beccati la precarietà, intanto lavora a 600 /700 Euro al mese, intanto ogni mese non sai se hai il tuo posto di lavoro confermato, intanto se sei insegnante e precario stai a casa e poi la Gelmini ti manda a casa e vedrai che un domani, forse nel futuro ti daremo delle protezioni sociali”.
Quest’idea di flessibilità è fallita, non ha dato né sicurezza ai giovani né tantomeno un futuro al Paese e conseguentemente stiamo lavorando con un’idea precisa, che è quella di dire cominciamo a svelare l’imbroglio: se un giovane ha un rapporto di lavoro e è stato costretto ad aprire una partita Iva, ma lavora solo per un cliente, se questo giovane va a lavorare in stanze, in fabbriche, in uffici, in luoghi che sono di proprietà di altri, e lavora con mezzi di altri vuole dire che non è autonomo, perché fa un lavoro, ma tutto ciò che è il suo lavoro e il suo guadagno viene consegnato a altri e quindi, in verità, è un lavoro dipendente: perché viene chiamato autonomo? Perché così chi lo paga non gli paga la tredicesima, le ferie, la maternità, e gli altri diritti che hanno i lavoratori. Cominciamo a dire che ci sono alcuni milioni di lavoratori che vengono chiamati partite Iva, ma in verità sono lavoratori dipendenti senza diritti, cominciamo a dire che questi diritti di ferie, di tredicesima, di infortunio e di malattia devono essere dati.
Cominciamo a dire che alle nuove generazioni vanno estese garanzie, cominciamo a dire che, per affrontare la crisi che sta arrivando, va raddoppiata la cassa integrazione ordinaria, cominciamo a dire che in tutte le aziende, che probabilmente apriranno percorsi di licenziamento, ci sono strumenti che sono i contratti di solidarietà, che fanno sì che il lavoratore non sia espulso dall’azienda e dall’ufficio, cominciamo a dire che va ridotta la tassazione per quelle aziende che creano lavoro a tempo indeterminato.
L’appello che facciamo, molto modestamente è a tutto il mondo della cultura, a coloro che hanno manifestato per la libertà di stampa: guardate che non esiste democrazia o libertà se, nei luoghi di lavoro, un ragazzo e una ragazza hanno zero diritti! Conseguentemente vi chiediamo insieme a noi, a Italia dei Valori, di proporre in Italia una rivoluzione: una rivoluzione liberale sul mercato, dove ci sia concorrenza vera, una rivoluzione sui diritti, dove si ricostruisce lo stato di diritto a partire dalla condizione del giovane, e il giovane deve riuscire a progettare il proprio futuro, a uscire da quest’idea maledetta che flessibilità è uguale a precarietà.
Ecco che l’Italia dei Valori ci sta provando, ci sta provando fuori dai palazzi della politica, ma nel Paese reale.
Precari in mutande, Italia in crisi
I precari della scuola, scesi in piazza in tutta Italia, e a Palermo in mutande, per contestare le scelte scellerate del duo Tremonti- Gelmini, costituiscono la più efficace immagine del nostro Paese, devastato dal Governo Berlusconi.
Con la c.d. riforma "Gel – monti" si colpiscono, con un colpo solo, due diritti costituzionalmente garantiti: lavoro e istruzione.
Con una aggravante: l'attenzione demolitrice della legalità costituzionale si è scatenata sul settore pubblico.
Il messaggio è chiaro: la scuola pubblica – e chi essa frequenta e in essa opera – deve oscillare tra precarietà e dequalificazione...perché, alla fine, è bene che crescano, vengano rispettate le istituzioni private di istruzione, le scuole a pagamento, quelle cioè accessibili agli italiani che hanno e che sono casta.
Si salvi chi ha e chi è casta. Chi non ha o chi non è casta...resti pure in mutande e si rassegni ad essere cittadino di serie B. La scuola viene così uniformata all'economia.
Ogni tanto qualche fonte internazionale, o qualche centro studi estero, segnala che si sta superando la grave crisi internazionale del 2008.
E i “ragazzi del coro berlusconiano” sfoggiano sembianze rifatte al silicone e sfavillanti protesi dentarie, con la sufficienza di chi ricorda al popolo italiano : "Avete visto ? Avete visto quanto bene sta operando il Governo Berlusconi?".
Si è visto mai qualcuno riuscire a saziarsi soltanto con l'odore del cibo ...mangiato dal vicino?
Tutte quelle previsioni di superamento della crisi, infatti, fanno riferimento a realtà diverse da quella italiana!
In Italia, in verità, la crisi è già superata ( anzi, non ci è mai stata ) per le caste degli evasori fiscali e dei conflitti di interessi, per i finti imprenditori foraggiati con denaro pubblico elargito da ministri amici e , talora anche tecnicamente, soci, per gli utilizzatori di scudo fiscale e di falso in bilancio depenalizzato...
La crisi, invece, non è superata ( e si aggrava ogni giorno di più ) per gli italiani che pagano le tasse , per i veri imprenditori che rischiano senza protezione di casta, per le famiglie monoreddito, per i lavoratori che perdono il lavoro a causa di imprese che si volatizzano ad arbitrio dei titolari.
La crisi non è superata ( e si aggrava sempre più ) per vecchi e nuovi poveri, ai quali vengono elargite abbondanti razioni quotidiane , soltanto di informazione drogata.
Che si dovrebbe fare, e non si fa ?
Oltre a pensare di foraggiare istituzioni e scuole private con denaro pubblico, basterebbe applicare alle stesse l'obbligo di reclutare il personale insegnante da graduatorie pubbliche, stipulando regolari contratti di lavoro, piuttosto che erogare denaro pubblico a chi assume in nero e arbitrariamente, senza il rispetto di alcuna graduatoria di merito.
E, con riferimento al campo economico, basterebbe avere più Stato nello Stato e più mercato nel mercato, in un Paese dove vi è troppo Stato nel mercato e troppo mercato nello Stato.
Basterebbe, in sintesi, evitare di generalizzare il “modello Alitalia” : il contribuente paga le perdite prodotte da finti manager super pagati e un gruppetto di imprenditori amici e soci del Governo rilevano a prezzi di scampolo una azienda senza debiti e incassano utili, senza rischi.
Premiata ditta Tremonti-Sacconi
In una normale economia di mercato il capitalista ci mette i soldi, l’imprenditore organizza i fattori di produzione, tra i quali ve ne è uno un po’ particolare e cioè il lavoro. Il lavoro viene remunerato attraverso salari e stipendi, l’imprenditorialità ed il capitale attraverso il profitto che è quanto residua dopo aver pagato gli altri fattori, compreso lo Stato.
Lo Stato fa da regolatore per impedire che si formino posizioni dominanti (monopoli o oligopoli). Non sempre le cose funzionano così semplicemente. In Italia ad esempio vi sono almeno due diffuse anomalie, anche indotte dall’esistenza di una rete diffusa di Piccole e Medie Imprese (PMI). La prima è che imprenditore e capitalista spesso coincidono, ma quasi sempre in realtà c’è solo l’ imprenditore (senza capitale). La seconda, che discende dalla prima, è che il capitale che manca viene fornito dal sistema bancario e dall’eventuale autofinanziamento (cioè dalla mancata distribuzione del profitto, che a questo punto ci sarà solo se oltre a tutti gli altri fattori produttivi viene pagato anche il prezzo del finanziatore, cioè l’interesse).
Date queste condizioni ha senso parlare di partecipazione agli utili dei lavoratori (proposta da Tremonti) come di “una grande idea” che sarà legge entro l’anno (secondo Sacconi)? Affrettandosi a precisare subito dopo che “si tratta di far partecipare i lavoratori agli utili, non alla gestione”, affinché la Confindustria non si preoccupi troppo. (Ci mancherebbe! Con la moglie di Sacconi direttore generale di Farmindustria!)
Ma c’è davvero qualcuno che possa pensare che un po’ di azioni date ai lavoratori possano far “declinare il conflitto di classe con la piena condivisione del capitale e del lavoro con una prevalenza concettuale (sic!) del secondo sul primo", come sostiene Sacconi. Siamo veramente ancora una volta di fronte ad una nuova trovata mediatica del governo, al tipico atteggiamento da “socialisti di potere” , come Sacconi e Brunetta, o convertiti sulla “via di Damasco”, come l’ex liberista(non liberale) Tremonti.
Nelle economie avanzate dove le differenze di remunerazione tra lavoratori e manager sono sensibili ma non assurde (si pensi ai 50 milioni di euro di stock option in due anni da parte di Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa S.Paolo) e dove tutti pagano le tasse non c’è bisogno di simili trovate. Là la partecipazione dei lavoratori alle strategie aziendali è un fattore consolidato. I dipendenti siedono in molti consigli di amministrazione permettendo alle imprese di realizzare importanti ristrutturazioni con la cooperazione dei lavoratori. Un manager di una importante impresa danese sostiene che “E’ più facile assumere gente quando le cose vanno bene e ridurre il personale in periodi meno buoni”. Di fronte ad un bisogno di riduzione di personale del 30% dirigenti e occupati discuterebbero se tagliare i posti di lavoro linearmente oppure se passare a tempo parziale il 60% di essi.
Tornando all'Italia, in ogni caso semmai avrebbe senso una legge alla tedesca (Mitbestimmung), che preveda la partecipazione dei lavoratori alla gestione e non la loro esclusione come vogliono Tremonti e Sacconi. In quel caso anche il sindacato potrebbe investire nelle imprese. Altrimenti può anche darsi che a qualcuno faccia comodo affibbiare un po’ di azioni ai lavoratori in cambio del salario, degli straordinari o della liquidazione.
Ma sarebbe un "déjà vu", cioè finirebbe come con Alitalia: i lavoratori che hanno accettato uno scambio di tal genere l’hanno pagato caro: gli obbligazionisti avranno il 70% del valore tra tre anni, gli azionisti praticamente nulla.
Lavoratore "cornuto e mazziato"
Questo governo è diabolico. Dopo le polemiche peri-elettorali sulla bozza di decreto correttivo al Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro presentato alla fine di aprile; dopo le accuse di incostituzionalità e i rimproveri del presidente Napolitano, dei più insigni giuristi italiani, dei sindacati e di quanti ancora ritengono che la sicurezza sul lavoro sia cosa seria e la legge un mezzo per tutelarla (e non un’autorizzazione ai potenti per fare ciò che vogliono); il ministro Sacconi & Co. hanno apparentemente battuto in ritirata. Hanno ascoltato i rimbrotti e messo al lavoro le Commissioni Parlamentari. Quatti quatti però, in maniera subdola, hanno fatto rientrare dalla finestra quello che forzatamente avevano dovuto far uscire dalla porta. Anche se, fortunatamente, la finestra era stretta e non tutto è riuscito a rientrare.
Di cosa sto parlando? Della famigerata “norma salva-manager” che tanto scalpore aveva destato un paio di mesi fa e del cui ritorno nessuno, forse complice la canicola d’agosto, si è accorto.
Vero è che stavolta non è più applicabile la retroattività e almeno i processi Thyssen ed Eternit potranno seguire il loro corso. Vero è che per rintracciarla è necessario fare salti acrobatici da un articolo a un altro e poi un altro ancora: il che è, notoriamente, roba da addetti ai lavori.
Come addetta ai lavori provo ora a spiegare l’ultima porcata del governo che mira esclusivamente a tutelare gli interessi dei datori di lavoro. Il fine ultimo è, ovviamente, agevolare l’impunibilità degli stessi.
Dunque, all’art.18 del D. Lgs 81/08, così come è entrato in vigore dal 20 agosto, è stato aggiunto il comma 3-bis che prevede che il datore di lavoro e i dirigenti sono tenuti a vigilare in ordine all’adempimento degli obblighi da parte dei preposti, dei lavoratori, dei progettisti, dei fabbricanti, dei fornitori, degli installatori e del medico competente, ferma restando “l’esclusiva responsabilità” di quei soggetti “qualora la mancata attuazione dei predetti obblighi sia addebitabile unicamente agli stessi e non sia riscontrabile un difetto di vigilanza del datore di lavoro e dei dirigenti”.
Come dire che io, datore di lavoro di una fabbrica di scarpe, devo vigilare affinché il capoturno faccia bene il suo lavoro, i lavoratori non entrino in fabbrica in ciabatte e i fornitori non mi rifilino un’attrezzatura della prima guerra mondiale. Però, se il capoturno non fa ricaricare l’estintore o l’operaio lavora su una macchina senza protezione, non sono responsabile se dimostro che non ho difettato in vigilanza.
E così abbiamo spiegato "il presupposto".
L’art. 16 dello stesso decreto si occupa della delega di funzioni da parte del datore di lavoro.
Al comma 3 precisa che la delega non esclude l’obbligo di vigilanza, tuttavia è stata aggiunta la frase che spiega che l’obbligo si intende assolto “in caso di adozione ed efficace attuazione del modello di verifica e controllo di cui all’art. 30 comma 4”.
L’articolo 30, al comma 4 spiega che il modello di organizzazione e di gestione deve prevedere un idoneo sistema di controllo sull’attuazione dello stesso. Il modello di organizzazione e gestione è quella procedura definita idonea a prevenire i reati connessi alla violazione delle norme antinfortunistiche e della tutela della salute e, tra l’altro, ha anche efficacia esimente della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. La responsabilità amministrativa è quella che consentirebbe di colpire il patrimonio degli enti e quindi gli interessi economici dei soci nel caso di reati di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell'igiene e della salute sul lavoro.
Ma se il modello adottato fosse solo una formalità?
Se non funzionasse? Se non fosse applicabile?
Nel “vecchio” D. Lgs 81 mancava proprio questo passo ed era il giudice, in sede di accertamento penale, a valutare la validità del modello adottato, ovvero la prova della solidità del modello si sarebbe avuta solo nel malaugurato caso di procedimento penale Questo governo, così attento alle regole e alla trasparenza, ha messo riparo a questa lacuna e ha previsto un controllo, una verifica sul funzionamento del modello.
Infatti, l’art. 51 comma 3-bis prevede che venga rilasciata un’attestazione del corretto svolgimento del procedimento e dell’efficace attuazione dei modelli di organizzazione e gestione della sicurezza. E chi deve rilasciare questa attestazione? Gli organismi paritetici.
Cosa sono gli organismi paritetici ce lo spiega l’art. 2 al comma 1 lettera "e": sono organismi costituiti da associazioni di datori di lavoro. Il gioco è fatto.
Io, datore di lavoro, per non essere considerato responsabile di un infortunio e per stare tranquillo, devo aver adottato un sistema certificato di organizzazione e di gestione. Ovviamente me lo certifico da solo.
Ma allora, se dovesse verificarsi un infortunio, di chi sarebbe la responsabilità?
Ma naturalmente del fabbricante, della macchina che lo ha provocato o del fornitore o del capoturno o…del lavoratore.
Questo meccanismo normativo, contorto ma facile, scarica di tutte le responsabilità penali (ed esime da quelle amministrative) il vertice aziendale, fino ai livelli inferiori.
Come sempre sarà il lavoratore distratto dalle bollette non pagate, dal problema del come arrivare alla fine del mese, dal trovare la strada promessa verso la felicità ad essere l’unico responsabile della sua morte.
Immigrazione: demagogia xenofoba di governo
Lo studio di Bankitalia rappresenta l’ennesima conferma della demagogia della maggioranza di centrodestra.
Quando si legifera bisognerebbe farlo sulla base dei dati della realtà e non per assecondare pulsioni xenofobe che le stesse forze della maggioranza hanno provveduto ad alimentare artificiosamente.
L’Italia dei Valori non ha mai pensato che bisogna aprire le frontiere a chiunque voglia venire, ma che i flussi di immigrati debbano essere regolarizzati in base alle esigenze reali del mondo del lavoro.
Quello di Bankitalia è uno studio scientifico e smentisce in maniera clamorosa tutte le teorie strampalate di Berlusconi e Bossi. Senza contare che maggiori restrizioni agli extracomunitari regolari alimentano l’immigrazione clandestina e che questo governo non si è affatto mosso su un altro terreno fondamentale, quello dell’integrazione, indispensabile per assicurare la pacifica convivenza tra culture diverse.
Innse: la politica ha tutto da imparare
Riporto una mia intervista rilasciata al quotidiano "L'Altro" sulla vincenda dell'Innse di Milano.
L'Altro: Zipponi, allora è a te che gli operai devono dire grazie?
Maurizio Zipponi: Devono dire grazie a se stessi, e al fatto che le cose si siano risolte nel modo più appropriato: l'obiettivo era evitare lo smantellamento della fabbrica, dare all'azienda una prospettiva industriale che guardi al futuro e che non miri solo alla resistenza a processi di ristrutturazione. E assumere gli operai, visto che erano stati licenziati.
L'Altro: Obiettivi pienamente raggiunti, o resta qualche zona d'ombra?
Maurizio Zipponi: Parlano le carte: lo smantellamento del sito si è interrotto, la polizia se ne è andata, gli operai sono scesi dalla gru. La vittoria consiste nell'aver centrato l'accordo sulla riassunzione di tutti i lavoratori, ma anche nell'aver trovato un industriale che fa l'industriale, e che ha già una grandissima struttura alle spalle.
L'Altro: Onestamente, senza la protesta plateale degli operai le trattative si sarebbero sbloccate?
Maurizio Zipponi: La modalità della protesta ha certamente inciso, è stato un fatto fondamentale, ha costretto tutti a non ignorare la situazione. E l'esito felice va a tutto merito dei lavoratori, sia per la costanza della loro battaglia, sia per la forza con cui hanno detto “noi ci siamo, non potete cancellarci”. Ma il vero obiettivo centrato è un altro.
L'Altro: Quale?
Maurizio Zipponi: Aver dimostrato che esiste la possibilità di risolvere le cose. E' in segnale importantissimo a livello nazionale che deve arrivare alle orecchie della politica e del sindacato. Per questo io, a differenza di molto personaggi strambi della sinistra che adesso si augurano dieci, cento, mille Innse, mi auguro che non ce ne sia più neanche una...
L'Altro: Temi un effetto domino?
Maurizio Zipponi: Non voglio che ci sia più un operaio costretto ad attaccarsi in cima ad un pennone per dire “ci sono anche io”. Bisognerebbe fare in modo che davanti a problemi di questa natura, che nel caso dell'Innse di Milano, scatti una task force che metta insieme istituzioni, industriali, lavoratori e sindacato.
L'Altro: Una task force che in questo caso ha avuto una regia precisa: la tua. Ci racconti come è andata?
Maurizio Zipponi: Giovedì mattina ero a Brescia e ho pensato: devo fare qualcosa. Mi sono messo a pensare a quale gruppo potesse essere in grado di fare davvero industria, per capacità di struttura e disponibilità finanziaria. Mi è venuto in mente Camozzi, che nel passato ha fatto già operazioni di questo genere, salvando marchi importantissimi e posti di lavoro, come la stessa Innse di Brescia. Hanno duemila dipendenti in Cina, cinquecento in Russia... insomma, ho chiamato i Camozzi, padre e figlio, e dopo un'oretta hanno accettato di calarsi nella partita chiedendomi garanzia di seguirli fino alla fine. Quello stesso giorno abbiamo buttato giù una strategia industriale, finanziaria e contrattuale.
L'Altro: Intanto gli operai erano ancora sulle gru. Dopo che è successo?
Maurizio Zipponi: Ho chiamato la Presidenza del Consiglio per agevolare l'operazione, dal momento che gli enti coinvolti nella trattativa erano tanti. La risposta di Gianni Letta è stata positiva e a quel punto siamo andati a Milano. Col prefetto abbiamo fatto una maratona di tre giorni e ho gestito contemporaneamente sette tavoli di trattativa: con le varie istituzioni, con i proprietari delle aree, con quelli delle macchine, con le organizzazioni sindacali. A un certo punto la trattativa ha preso una piega complicata perché ognuno dei soggetti ha iniziato ad alzare il tiro. Davanti a quella impasse non ho avuto alternative: alle dieci di sera (martedì, ndr) ho comunicato a tutti che a mezzanotte me ne sarei andato e che la proposta sarebbe stata ritirata.
L'Altro: Ultimatum provvidenziale.
Maurizio Zipponi: A mezzanotte e cinque hanno iniziato a firmare. Lo ha fatto per primo il proprietario delle macchine, poi quello dei terreni, poi Camozzi e infine il sindacato, dopo aver verificato che gli obiettivi iniziali, in particolare quello di trattare entro il 30 settembre tutte le condizioni di assunzione, erano realmente raggiungibili. Il risultato è che un minuto dopo gli operai sono scesi dal carroponte.
L'Altro: Temevi il muro contro muro?
Maurizio Zipponi: La fortuna di questa vicenda è aver trovato interlocutori sindacali che si chiamano Gianni Rinaldini e Maria Sciancati, segretario nazionale e milanese della Fiom.
L'Altro: E poi ci sono i Camozzi, “padroni buoni”...
Maurizio Zipponi: Non esistono padroni buoni. Sono imprenditori che considerano il mercato il punto di riferimento e lavorano per consegnare prodotti di alta qualità, laddove ce ne sono altri che pensano a giocare in borsa e considerano secondaria la capacità di fare industria.
L'Altro: Dopo la Innse, chissà. Ci aspetta un autunno caldo?
Maurizio Zipponi: A settembre arriverà la crisi pesante, molte aziende non riapriranno e alcune persone passeranno dalla dignità del lavoro alla povertà. Se la politica vuole davvero capire ancora qualcosa, da questa vicenda ha tutto da imparare. Altrimenti gli operai troveranno modi e forme di lotta, sempre più violenta, che possono sfociare in altri atti eclatanti.
Gabbie salariali: baggianate di governo
Che in Italia ci sia un problema enorme sui salari, cioè su quanto salario si prende, quanta pensione si prende e quanto serve per vivere è un problema davanti agli occhi di tutti, perché i salari e le pensioni sono ferme come potere d'acquisto dal 1992, che perdono terreno rispetto all'aumento dei prezzi.
Una delle proposte folcloristiche della Lega Nord che sono uscite è quella di fare delle “gabbie salariali”, cioè di dire che al nord ci vogliono dei minimi salariali maggiori rispetto a quelli del sud.
Facendo finta di prendere sul serio questa idea cosa scopriamo? E' vero che al nord c'è un costo della vita intorno al 15% superiore, scopriamo però che, e la verità bisogna dirla tutta per essere dei saggi, i salari degli operai del sud sono del 20% in meno degli operai del nord, mentre per le altre professionalità il 25% in meno. Se vogliamo approfondire ancora di più scopriamo che al sud le donne prendono ancora meno, il 15% in meno degli uomini del sud.
C'è una retribuzione inferiore al sud, ma si aggiunge anche un tasso di disoccupazione doppio rispetto a quello del nord e, fatto clamoroso di cui nessuno parla, ben 700 mila giovani del sud sono emigrati, nel giro di 8 anni, al nord o nei paesi del nord Europa, dove serve manodopera qualificata.
In verità le gabbie ci sono, ma che chiudono il sud e lo soffocano. L'idea che noi abbiamo è quella di lavorare sul punto di partenza, cioè come aumentare i salari e non come dividere i lavoratori. Quando i lavoratori vengono divisi sono sempre più deboli.
Come Italia dei Valori, già dai prossimi giorni e in particolare a Vasto, faremo proposte concrete, precise e comprensibili, per far si che sia possibile avviare la fase dell'aumento effettivo dei salari, e toglieremo di mezzo tutte le baggianate che si raccontano, come quella di distinguere i minimi salariali contrattuali tra nord e sud. Questi signori, ministri e leghisti in particolare, non sanno rispondere a quanto è il minimo salariale di un lavoratore italiano metalmeccanico, tessile, chimico... non sanno che il minimo salariale nazionale è sotto i 1000 euro al mese, e tutto ciò vuol dire togliere ancora un po di soldi a queste persone. Ma stiamo scherzando? Vuol dire che si pensa di far generare una ribellione sociale ingovernabile.
Noi pensiamo di poter lavorare molto bene con rigore e precisione, dicendo dove andare a prendere le risorse, lavorando sul sistema fiscale e su una serie di azioni comprensibili che annunceremo a Vasto.
In buona sostanza, noi vogliamo che le gabbie siano non per i lavoratori, come propone la Lega Nord, ma per gli evasori fiscali e per quelli che fanno case e ospedali con la sabbia.
Vogliamo svelare il trucco della Lega: mettendo fumo continuamente non arriva mai alla sostanza, vuole saltare il punto sostanziale. La domanda che faremo, ossessivamente, sarà “come il salario può essere aumentato” e non “come dividere i lavoratori”, non come metterlo in gabbia, perché quello è il modo migliore perché i salari si abbassino ulteriormente e aumenti continuamente la distanza tra ricchi e poveri.
Sosteniamo i lavoratori INNSE
La vicenda della INNSE di Milano, cioè di 50 lavoratori che mettono in gioco anche la loro incolumità fisica oltre a presidiare l'azienda da più di un anno, è una vicenda emblematica per questa città.
Si parla della difesa di posti di lavoro, importantissimi dal momento che la crisi picchierà più duro proprio a settembre, ma anche di perdita di professionalità, di tecnologie, di orgoglio nel produrre pezzi e macchine importantissime per l'economia mondiale. In poche parole si parla dell'occupazione, ma anche di cosa vuole essere Milano: se la città delle aree, dei palazzi e delle speculazioni, oppure ciò che è sempre stata per l'Italia, cioè un luogo dove l'ingegno, la capacità di innovare, di cambiare e costruire sono parte integrante. E' questo il messaggio che questi lavoratori stanno inviando a tutti, ai milanesi e agli italiani.
Italia dei Valori sostiene che il patrimonio più importante, e che non si può perdere, sono le capacità di lavorare, di cambiare e soprattutto di essere orgogliosi dei propri prodotti. L'orgoglio di ciò che si produce è una molla importantissima per far si che un economia non sia solo speculativa o di immagine.
Non possiamo arrivare all'Expo 2015 con esposizioni di prodotti cinesi, indiani, tedeschi, americani, francesi e non di prodotti italiani. Non si esporrà nulla di italiano se continueranno a nascere tante situazioni come quella dell'INNSE, in cui si perdono professionalità e capacità di fare prodotti d'eccellenza.
Come Italia dei Valori, sul caso INNSE in particolare, abbiamo detto fin dall'inizio che i lavoratori hanno ragione. Chiediamo al Comune, alla Regione e al Ministero di tutelare il loro interesse. Questi lavoratori stanno facendo un favore alle istituzioni del centrodestra, perché stanno ponendo un problema concreto: non di escort o di ciò che accade a Villa Certosa, ma stanno ponendo il problema del futuro di una città.
Come Italia dei Valori siamo dalla parte di questi lavoratori e siamo contro le speculazioni. Ci permettiamo di dire che le forze politiche come la Lega, vicine a questo imprenditore speculatore, devono stare attente: il vento può infatti cambiare in Lombardia.
Gli artigiani che chiudono le loro attività, le piccole medie imprese che rischiano il fallimento e le banche che non danno i soldi stanno ponendo un problema: le forze politiche nate come la Lega dicendo di portare avanti gli interessi della Lombardia, stanno invece facendo gli interessi dei soliti noti e non di coloro che qui lavorano tutti i giorni.
L'istruzione è per tutti, ed è pubblica
Mercoledì 15 luglio, alle ore 10.30, saremo in piazza Montecitorio al fianco dei lavoratori precari della scuola e parteciperemo al sit in di protesta da loro indetto, per unire la nostra voce a quella dei docenti e difendere l'occupazione e la qualità del sistema d'istruzione pubblico.
Un momento imprescindibile, quello della difesa dell’occupazione, che deve essere sostenuto e tutelato così come il diritto al lavoro è difeso dalla Costituzione.
La scuola è una risorsa fondamentale del Paese ed è nostro dovere difenderla.
I tagli e le riduzioni di organico non possono essere l’esclusivo elemento di una riforma che investe il processo educativo delle nuove generazioni.
Il Governo toglie risorse al settore e si proclama a favore della selezione, ma i problemi antichi restano e le riduzioni degli organici violano le stesse leggi della Stato. In tre anni si storneranno 6 miliardi di euro agli investimenti per la scuola pubblica.
In pratica: 145.000 posti in meno.
Diminuire il tempo prolungato, aumentare il numero degli alunni per classe a 33, in aperto contrasto con le norme sulla sicurezza degli edifici scolastici, far regredire il sistema pedagogico di oltre vent’anni attraverso il reimpianto del maestro unico e l’abolizione della compresenza, significa marginalizzare e dequalificare la scuola pubblica.
I ministri Gelmini, Tremonti e Brunetta stanno perpetrando un disegno criminale da cui il sistema d’istruzione uscirà annientato.
E’ ora che il Governo si assuma le proprie responsabilità e ci spieghi il motivo per il quale vuole trasformare la scuola pubblica in fondazioni, creando un sistema aziendale e verticistico del personale docente, perché taglia il numero di migliaia di insegnanti e personale Ata, perché priva l’istruzione di fondi per le supplenze e per il sostegno ai diversamente abili.
La scuola pubblica è un bene comune che va tutelato e su cui è necessario investire.
Difendiamo il diritto allo studio, all’educazione plurale, alla libertà d’insegnamento, per una scuola che sia finalmente inclusiva, competitiva e soprattutto di qualità.
La scuola italiana deve essere efficiente nel rispetto della nostra Costituzione, la quale garantisce un trattamento uguale a tutti gli studenti, e deve essere contro una riforma che invece favorisce i “paganti”.
Un sistema scolastico ispirato alla qualità, alla libertà, alla laicità e al pluralismo è il più saldo presupposto di uno Stato moderno, ma sembra che l’importanza di una scuola pubblica statale non sia stata compresa dall’attuale governo, che non si accorge di quanto potenziale stia soffocando, con atteggiamento tanto disinvolto quanto pericoloso.
Bisogna promuovere una scuola pluralista, fruibile da tutti: come possono le classi ponte per gli stranieri favorirne l’integrazione e promuovere il rispetto per la multiculturalità?
Non sono forse i giovani i primi e i più pronti al confronto senza pregiudizi e al dialogo costruttivo, in un mondo sempre più simile ad un immenso network?
Se l’accesso alla professione sospenderà il ciclo di specializzazione per gli insegnanti, cosa ne sarà della loro preparazione, a cosa si ridurrà la loro offerta didattica?
Attualmente, in Italia, a maestri e professori non sono garantiti gli strumenti e i mezzi per migliorarsi, né quelli per tutelarsi. E’ inaccettabile questo tentativo di gettare la classe docente verso un futuro di precarietà stagnante. I criteri di adeguamento del numero di insegnanti sono davvero spregiudicati, perché sono ispirati a una logica di bilancio e non agli obiettivi della qualità e del merito.
In questo modo, il problema dei tagli alla scuola pubblica non colpirebbe solo il personale, ma anche le strutture: il 42% degli edifici scolastici non è agibile. Come si può razionalmente prevedere di affollare palazzi pericolanti? E com’è possibile non destinare risorse perlomeno sufficienti per garantirne la messa in sicurezza? Il Governo ha stanziato solo 300 milioni, a fronte dei 14 miliardi richiesti dal responsabile della Protezione civile.
Antonio Di Pietro, Anita Di Giuseppe, Pierfelice Zazzera, Stefano Pedica
Lavoro: governo dell'insicurezza
Il 15 giugno a Riva Ligure, in provincia di Imperia, due operai sono morti a seguito di esalazioni all'interno di una vasca di depurazione. Solo lo scorso 26 maggio è accaduto un incidente analogo in cui tre operai hanno perso la vita, per asfissia, nello spazio di pochi minuti, l'uno per salvare l'altro, negli impianti della Saras in Sardegna.
Voglio esprimere innanzitutto il cordoglio mio e dell'Italia dei Valori ai parenti delle vittime di queste immense tragedie, diventate ormai, purtroppo, quotidiane.
Voglio però aggiungere che non possiamo più continuare a fare finta di niente. Non possiamo più continuare a commemorare, a commuoverci per ogni nuovo morto sul lavoro e dimenticarlo il giorno dopo. Perché è questo ciò che fa questo Governo quando presenta un decreto legislativo come quello correttivo del T.U. sulla sicurezza sul lavoro, in discussione in questi giorni nelle Commissioni Lavoro del Senato e della Camera.
Un testo che stravolge il Dlgs 81/08, approvato dal Governo Prodi e bocciato, senza appello, senza aver emanato neanche uno, ripeto uno, dei numerosi provvedimenti attuativi richiesti.
Le modifiche apportate dal decreto correttivo del Governo al testo unico sulla sicurezza, sono talmente rilevanti da modificarne completamente l'asse fondamentale. Propone, di fatto, un abbassamento dei livelli di tutela dei lavoratori, deresponsabilizza in modo particolarmente grave i datori di lavoro, riduce i poteri e le funzioni degli organismi di vigilanza e, infine, determina una riduzione generalizzata dell'intero apparato sanzionatorio, in totale dispregio di norme costituzionali e direttive europee.
Tra le proposte di modifica si riscontrano norme su settori di attività che sono particolarmente significativi per l’andamento degli infortuni sul lavoro. Assistiamo, infatti, ad una riduzione delle regole di sicurezza nei cantieri, con l’espressa esclusione delle opere di ordinaria manutenzione degli impianti (elettrici, acqua, gas, riscaldamento, reti informatiche),e dei servizi portuali.
Non viene più richiesta la redazione del “piano operativo di sicurezza”, di cui si deve dotare ogni impresa esecutrice delle forniture di materiali e di attrezzature, in quanto considerate attività poco rischiose anche se svolte in cantiere.
Altre semplificazioni riguardano la prevenzione dei rischi nei piccoli cantieri e quelli che non comportano particolari ed evidenti pericoli per i lavoratori (come, invece, i lavori in pozzi, gallerie e con impiego di esplosivi). Analoghe riduzioni dei criteri di sicurezza vengono applicati nei casi di appalto o sub-appalto.
Allargare le maglie della vigilanza, così come ha fatto il Governo, significa aver dato in sostanza il via libera al non rispetto delle più elementari norme che tutelano la vita dei lavoratori. Intensificare i controlli è la vera urgenza di fronte alla strage continua nei luoghi di lavoro ed è altrettanto stringente cancellare la vergognosa norma salva manager contenuta nel famigerato articolo 15 bis.
Nelle norme del decreto correttivo, la riduzione dell'apparato sanzionatorio è indubbia e i limiti delle pene lo confermano. È preoccupante l'idea che complessivamente emerge dall'intero provvedimento, e cioè che la sicurezza sul lavoro rappresenti un costo (non remunerativo) per le imprese; un costo che va abbattuto per quanto possibile e, laddove non sia possibile, "proporzionato" al valore economico dell'appalto o alla sua breve durata, alla dimensione dell'impresa, al numero dei dipendenti e così via. In sintesi, secondo tale visione, la sicurezza sul lavoro rappresenta una sovrastruttura onerosa per le imprese, anziché essere - come dovrebbe - una necessaria infrastruttura dei processi produttivi.
Quel testo va cambiato radicalmente, ne va cambiata anche la filosofia per cui, di fatto, gli incidenti accadono per colpa dei lavoratori e le imprese non hanno praticamente più obblighi.
Quanti morti sul lavoro dovremo ancora contare, perchè si dica veramente basta? Quante famiglie dovranno piangere padri, o figli, prima che anche nel nostro paese si promuova una vera cultura della sicurezza fatta di prevenzione ma anche di regole severe e pene realmente commisurate al reato?
Questo testo è stato bocciato dalle Regioni, è stato bocciato dai sindacati, i giuristi hanno esecrato la cosiddetta norma salva manager.
E allora noi dell’Idv chiediamo che questo decreto venga ritirato, perché altrimenti quelle norme avranno una grave ricaduta sulla vita e sulla salute di tanti lavoratori.
Guardate facce e programmi
Siamo alla fine delle Elezioni europee e voi dovete andare a votare, ma anche io dovrò andare a votare. Mi chiedo: quale sarà il criterio di voto? Per quale motivo dobbiamo scegliere di votare un partito piuttosto che un altro? In questi giorni, invece di parlare dei programmi, del perché e dell'importanza di andare a votare per l'Europa, abbiamo sentito parlare di gossip in abbondanza, pochissimo, purtroppo, del processo Mills e ancor meno dei programmi.
Non solo non sappiamo i programmi, tanto meno ci hanno presentato i candidati. Ci chiediamo: perché non dire che candidate persone come Bonsignore e Mastella? Perché non li presentate pubblicamente e non ci fate sapere quali sono i loro programmi?
Noi dell'Italia dei Valori siamo gli unici ad avere un programma, serio e riassumibile in 12 punti fondamentali, tra i quali l'insegnamento della seconda lingua nelle scuole. E' una cosa fondamentale, siamo ancora uno dei pochi Paesi europei che hanno difficoltà a parlare la seconda lingua e addirittura l'inglese. E' un punto fondamentale, cosi come le energie rinnovabili e la giustizia.
Andate a votare e fatelo con consapevolezza. Quando siglate il simbolo fatelo perché sapete cosa state facendo, le elezioni europee sono importanti perché l'Europa ci può veramente aiutare. L'Italia dei Valori ha candidato persone validissime della società civile, ed è opportuno che andiate sul sito www.europee2009.it a vedere quali siano i profili di queste persone, che sono essenzialmente persone pulite, lavoratrici, di cultura, persone che sanno quali sono i problemi dell'Italia e che sanno come l'Europa ci possa aiutare.
Se ritenete che anche io possa esservi d'aiuto, il 6 e 7 giugno vi prego di scrivere il mio nome accanto al simbolo barrato. Il mio programma lo sapete, e si rifà ad un accordo quadro che già nel 1999 il Consiglio europeo aveva siglato a favore del lavoro flessibile, che diceva comunque, come premessa, che il modello di lavoro a cui auspicare, e che noi oggi speriamo si possa finalmente ottenere, è il lavoro a tempo indeterminato.
![]() Stampa e porta con te all'urna l'elenco dei candidati IdV della tua circoscrizione. | ||||
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Fannulloni, panzoni, e dormiglioni
I ministri del governo sono la fotocopia del loro Presidente del Consiglio. Anche nelle dichiarazioni che fanno dimostrano di essere lontani anni luce dai problemi del Paese e delle categorie di cittadini che dovrebbero rappresentare, e verso cui dovrebbero agire offrendo sostegno e comprensione per le loro problematiche.
Oggi Brunetta se ne esce con dichiarazioni offensive verso le forze di sicurezza definendo la Polizia di Stato composta da “panzoni e burocrati”. A queste parole rispondiamo “no a ministri cialtroni”. Brunetta dovrebbe vergognarsi delle sue affermazioni nei confronti di chi ogni giorno rischia la vita per garantire la sicurezza dei cittadini. Si occupi piuttosto di aiutarli aumentando l’organico carente con nuove assunzioni e a pagando gli straordinari al personale, che da mesi non ne percepisce i compensi.
A Brunetta si aggiungono le paradossali affermazioni del ministro Gelmini che, non da meno del suo collega, dimostra di non conoscere quel mondo della scuola con il quale dovrebbe confrontarsi ogni giorno, né tanto meno di avere consapevolezza delle gravi condizioni in cui versano molti istituti scolastici.
Mi chiedo invece se il ministro Gelmini sappia che in tutt’Italia i genitori sono costretti a pagare nelle scuole un contributo mensile per le attività di laboratorio, per i corsi d’inglese e per l’acquisto della carta igienica.
Se dovessimo applicare a questi ministri le loro regole e decisioni, allora dovremmo rispedirli tutti a casa con una pessima valutazione, e senza stipendio.
Il modello fantozziano del "ragionier Brunetta"
L'idea di Brunetta di vietare l’uso di Internet nei luoghi di lavoro è l’ennesima trovata pubblicitaria. La mia impressione è che si tratti solo di un nuovo spot elettorale, l’ennesima trovata d’effetto per infiocchettare di fronte ai cittadini la reale incapacità del governo di risolvere le svariate e gravi disfunzioni del mondo della pubblica amministrazione. Un mondo in cui, per altro, accanto a milioni di ‘fannulloni’ c’è tanta gente che lavora sodo, con serietà e senso della responsabilità.
Quest’ultima proposta non ha niente in più rispetto alle tante altre sparate sin dall’inizio della legislatura dal ministro, delle quali, però, fino al momento non si è visto un solo risultato. Solo proposte lontane dal toccare il mondo dei dirigenti, dal quale sarebbe necessario partire per rendere funzionante la pubblica amministrazione.
Ben lontano dal contestare a Brunetta la volontà di combattere gli abusi di cui la pubblica amministrazione è piena, non posso fare a meno di contestare il metodo, di cui questa trovata sull’uso di Internet è solo l’ultima espressione. Un metodo che ha una linea incresciosamente costante, quella dell’infondatezza, quella stessa filosofia che ha fatto uscire dalla bocca del ministro, durante il congresso del Pdl, parole come ‘basta con il piagnonismo del Sud’. Frasi e idee, insomma, che suonano come l’incitazione ad un malato terminale ad alzarsi e fare una passeggiata.
Il vero problema non è che il fannullone passa il suo tempo a giocare su Internet. La questione è ben più complessa: perché un dipendente ha il tempo di andare su internet? La risposta probabilmente sta nel fatto che egli è in esubero e appesantisce la macchina pubblica impedendo uno sviluppo che la tenga al passo con la necessità di sempre nuovi servizi. Quindi, signor Brunetta, si occupi di riformare la macchina pubblica, anche a costo di perdere qualche consenso, invece di inventarsi un ambiente di lavoro che ricorda lo stereotipo superato del dipendente fantozziano da umiliare e gestire come “sottoposto”.
Come parlamentare, come economista, come cittadino e come membro di un partito che guarda in faccia la realtà, ritengo che nella pubblica amministrazione, come in troppi altri settori, questo governo stia annebbiando gli occhi degli elettori con qualcosa di troppo aleatorio come le belle parole. I fatti, purtroppo, restano un miraggio.
Difendere Pomigliano, difendere l’Italia
L’iniziativa organizzata dall’Italia dei Valori l’11 maggio a Napoli assume un significato nazionale. Quanto sta accadendo nel capoluogo campano suona infatti come un monito di carattere più che locale. Su Napoli si concentrano processi di de-industrializzazione e di crisi dell’apparato produttivo nei punti di alta qualità, come ad esempio la società Atitech (elevata professionalità nel campo della aeronautica) oppure lo stabilimento di Fincantieri a Castellamare di Stabbia. In questo quadro di terremoto produttivo, che genera uno stato di preoccupazione comprensibile tra lavoratori e lavoratrici, domina la vicenda dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco.
Quando l’Italia dei Valori sollevava l’allarme sul rischio chiusura di importanti siti industriali nazionali, il governo non prestava orecchie a questa richiesta di attenzione. Oggi che lo stesso allarme è stato lanciato dai sindacati tedeschi -che nel caso di alleanza fra Fiat e Opel ventilano il pericolo di una chiusura dello stabilimento campano e di quello siciliano di Termini Imerese- ecco che il governo decide finalmente di rispondere. In modo inadeguato, però. Il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola in merito al tema ha pronunciato parole quanto mai generiche e inutili, affermando la volontà di voler difendere la centralità degli stabilimenti italiani. La domanda, anzi le domande che si pongono sono allora: stabilimenti centrali per produrre cosa? Con quanti occupati? Con quali investimenti?
Napoli rappresenta il pericolo vero di quello che può accadere a macchia d’olio nell’intero Mezzogiorno di Italia, cioè un ulteriore e grave allontanamento dalla versione migliore dell’industria europea, con derive verso economie non certo legali, conseguenza della distruzione dei siti di punta dell’industria nazionale.
L’iniziativa dei lavoratori napoletani e le denunce che stiamo avanzando verso un governo impotente e imbelle, che non attua nessuna misura paragonabile a quelle decise negli Usa, in Francia o in Germania per difendere gli interessi nazionali, vanno dunque sostenute.
Per queste ragioni ci incontreremo al Teatro Piccolo di Fuorigrotta, a Napoli, nel pomeriggio del 11 maggio. Un luogo simbolo per il mondo del lavoro, soprattutto per i ferrovieri. Un’occasione per ribadire che la lotta alla criminalità, la lotta per la legalità, l’applicazione e la difesa della Costituzione italiana passano attraverso la riaffermazione del diritto al lavoro per tutti in tutta Italia. Per questo Luigi de Magistris ed io, insieme ai rappresentanti delle organizzazioni sindacali della Fiom, del Slc e della Filcams, incontreremo i lavoratori e le lavoratrici e la cittadinanza. Difendere Pomigliano d’Arco significa difendere l’occupazione e la legalità del Mezzogiorno, o meglio dell’intero Paese.
Primo maggio in difesa dei lavoratori
Oggi, insieme con Antonio Di Pietro, abbiamo partecipato al Primo maggio organizzato a Torino, mentre una nostra importante delegazione era presente all’appuntamento di piazza San Giovanni a Roma per entrare in contatto con migliaia e migliaia di giovani.
La lotta che stiamo portando avanti in Parlamento e nel Paese contro la precarietà e per difendere i lavoratori colpiti dalla crisi è la carta di identità dell’Italia dei Valori verso un mondo del lavoro che oggi subisce enormi tagli di salari e pensioni, dovuti alla crisi che ancora colpisce duro.
La nostra presenza a Torino vuole essere un segnale per ribadire come, nell’accordo Fiat-Chrysler, deve trovare spazio e dignità il lavoro italiano: siamo infatti contrari alla chiusura degli stabilimenti in Italia e alla lunghissima cassa integrazione che colpisce tutte le fabbriche. Saremo a Torino per denunciare la nullità del governo italiano nel difendere gli interessi del Paese.
I governi degli Usa, della Francia, della Germania e della Spagna vincolano gli aiuti di Stato a precise condizioni di difesa dell’occupazione: al contrario il governo Berlusconi è l’unico che garantisce soldi alla Fiat, attraverso aiuti diretti e indiretti, senza la forza di affermare verso i dirigenti del Lingotto che devono investire anche in Italia.
La nostra presenza a Torino sarà poi un modo per affermare che difendiamo anche i lavoratori di Napoli, di Termini Imerese, della Iveco, cioè tutti coloro che hanno bisogno di essere rappresentati. Sarà un’occasione per ricordare le nostre proposte: estendere la cassa integrazione anche alle aziende che ne sono prive, elevare l’assegno della cassa integrazione e bloccare i licenziamenti.
L’Italia dei Valori è sempre più un partito che, attraverso trasparenza, rigore e onestà, tende a far valere regole e norme anche nel sistema italiano, come unico modo per difendere i diritti fondamentali dei lavoratori e quelle imprese che agiscono onestamente sul mercato.
Un lodo Alfano per la Thyssen
I morti della Thyssen, della Umbria Olii, e in generale tutte le vittime di incidenti sul lavoro, vengono uccisi per la seconda volta da una norma che il governo ha inserito all'articolo 10 bis del decreto legislativo sulla sicurezza sul lavoro.
Nel decreto è stata introdotta una norma per cui, di fatto, i livelli più alti delle aziende non sono più responsabili di quanto accaduto in caso di incidente sul lavoro. In questo modo in tutti i processi in corso, a cominciare dalla quello sui morti alla Thyssen, gli alti dirigenti e i manager non sono più processabili.
Si tratta di un lodo Alfano applicato al mondo del lavoro. Bisogna opporsi in tutti i modi a questa norma barbara perché le responsabilità delle morti bianche non ricadano sulle stesse vittime.
Paolo Brutti in Europa
Torniamo in Europa, ma con degli italiani di valore di cui essere orgogliosi. Per questo presentiamo il nostro candidato che ha una storia umana, professionale ed etica, e che potrà rappresentare la migliore Italia in Europa.
Testo dell'intervento:
"Sono Paolo Brutti, ho passato e dedicato la mia vita quasi completamente ai problemi del lavoro e dell'occupazione. Mi sono impegnato perché i lavoratori potessero avere quello di cui hanno diritto: una sicurezza sul lavoro e delle retribuzioni che li consenta di portare avanti la loro vita e quella delle loro famiglie.
Mi candido per l'Italia dei Valori alle elezioni europee perché penso che il problema dell'occupazione e del lavoro si possano risolvere con l'impegno di tutta l'Europa. Forse non basterà l'impegno dell'Europa per affrontare i problemi della crisi, è una crisi globale che ha bisogno di risposte globali. Oggi cominciano a venire dagli Stati Uniti delle indicazioni importanti in questa direzione, l'Europa deve saper corrispondere a quello che il Presidente degli Stati Uniti sta dicendo, l'Europa deve sapere che da quello che farà dipenderà la soluzione dei problemi dell'occupazione e del lavoro in tutto il continente.
Oggi abbiamo dei grandissimi problemi da affrontare. La crisi distrugge giorno per giorno posti di lavoro, occupazione e reddito. Se alla caduta delle rendite finanziarie e delle rendite immobiliari si aggiungesse una caduta drammatica dei redditi del lavoro e della pensione allora l'intero continente si avviterebbe in una prospettiva di gravissima recensione, che sappiamo porta con se chiusura di aziende, diminuzione drammatica delle attività, una spirale negativa che si avvita fino a portare alla distruzione dell'economia.
Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo cercare, con uno sforzo comune di tutti i Paesi europei di mantenere al lavoro e all'occupazione la maggior parte dei lavoratori. Bisogna saper distribuire il lavoro che c'è, bisogna fare in modo che le riduzioni di reddito che la distribuzione di lavoro porta con se vengano compensate da ammortizzatori sociali capaci di restituire una dignità anche economica alle attività lavorative. Questo oggi non si sta facendo, osserviamo che in Italia, e in altri Paesi europei, siamo molto al di sotto delle esigenze che la crisi oggi pone. Penso che se lavoreremo in Europa e se avremo di avere una forza rappresentativa capace di portare avanti questi problemi anche il nostro Paese dovrà fare quello che stanno facendo i più grandi Paesi, cioè uno sforzo all'altezza dei problemi che la crisi pone alla questione del lavoro e all'occupazione.
Dicono che il Parlamento europeo non serva a nulla, dicono che non ha poteri e che quelli che vanno in Europa a rappresentare l'Italia e gli altri Paesi ci vanno soprattutto per fare turismo, e non della politica. In parte questo è vero, perché non è stata approvata ancora una Costituzione europea e i poteri del Parlamento europeo sono ancora insufficienti. L'impegno di coloro che vanno in Europa, che sarà anche il mio, sarà fare in modo che la democrazia del continente, i poteri del Parlamento configurino sempre di più un Europa che sia simile a quella che abbiamo in mente: gli Stati Uniti d'Europa. Soprattutto, è necessario che coloro che vanno in Europa non pensino che andando cosi lontano possano dimenticarsi del proprio elettorato. Oggi se qualcuno vi domanda di dire quattro nomi di parlamentari che conoscete penso che avreste grosse difficoltà a sapere quali sono i parlamentari italiani che si sono distinti nell'attività legislativa europea. Tra cinque anni, se sarò eletto, vi farò questa stessa domanda. Se mi risponderete di non conoscere ancora neanche quattro nomi e, soprattutto, il mio, allora potrò dire di aver fallito completamente l'obiettivo per il quale vi chiedo in questo momento il consenso ed il voto."
Lavoro: suicidi inascoltati
Ieri, senza troppo clamore, un uomo, disperato per aver perso il posto di lavoro, si è tolto la vita. Soltanto nell'ultima settimana almeno altre tre persone si sono suicidate o hanno tentato di farlo per lo stesso motivo. E' una situazione preoccupante.
Il lavoro però non è stato uno dei temi dell'ordine del giorno nel recente congresso del Pdl. I delegati evidentemente erano troppo occupati ad adorare il loro Capo. Berlusconi, anziché autocelebrarsi, si occupi dei problemi veri del Paese, soprattutto della crisi economica e occupazionale.
E' quanto mai necessario agire in fretta prevedendo un sistema di ammortizzatori sociali per tutti coloro che perdono il posto di lavoro, compresi precari e lavoratori atipici, con un'attenzione particolare per tutti coloro che sono troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per essere assunti altrove.
Altro che lavorare di più come pontifica Berlusconi. Li crei, i posti di lavoro, se ne è capace. Pensi a trovare alternative concrete, come i contratti di solidarietà legati alle riduzioni di orario. E' ora di passare dalle parole ai fatti, ma questo Governo non sembra in grado di farlo.
Sicurezza sul lavoro, licenza di uccidere
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo che modifica il testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, una vera e propria licenza di uccidere che dobbiamo respingere con tutte le nostre forze.
Questo Esecutivo non guarda in faccia a nessuno, nemmeno ai morti sul lavoro. Dopo essersi riempito la bocca di condoglianze, per apparire in TV ai funerali, Sacconi ha pensato bene di indebolire le, purtroppo ancora labili, responsabilità delle imprese sulla sicurezza del lavoro. Già le norme approvate dal governo sulla denuncia ritardata delle assunzioni favoriscono sfacciatamente il lavoro nero e il camuffamento degli incidenti sul lavoro.
Ora con queste norme, varate oggi, si restringe ancora di più l'intervento degli ispettori del lavoro e si indeboliscono e riducono notevolmente le sanzioni per gli imprenditori che non applicano la disciplina sulla prevenzione degli infortuni. E' un vero e proprio colpo di spugna che, nella sostanza, depenalizza il reato di omessa applicazione delle norme sulla sicurezza del lavoro e cancella l'aggravante di questi comportamenti sulla sanzione del reato.
Dopo i fatti della Thyssen Krupp di Torino era evidente che la via maestra da perseguire era quella dell'intensificazione dei controlli, della pulizia degli ispettori corrotti e della introduzione del dolo eventuale nel perseguimento dei comportamenti omissivi delle imprese che sono alla base dell'incremento e dell'aggravamento degli infortuni sul lavoro.
Il governo, per bocca di Sacconi, aveva detto che avrebbe dichiarato guerra agli infortuni sul lavoro. Non aveva detto però da quale parte l'avrebbe combattuta. Ora sappiamo che sta dalla parte degli omicidi.
Contrastare la crisi, progettare il futuro
Pubblico una mia lettera rivolta alla Cgil, in merito alla manifestazione organizzata dal sindacato del prossimo 4 aprile, unitamente alla video intervista, realizzata dal nostro inviato, a Maurizio Mazzilli, ex dipendente Alitalia.
"Cari amici e compagni,
aderisco con convinzione alla manifestazione nazionale “Contrastare la crisi, progettare il futuro” indetta dal vostro sindacato per il prossimo 4 aprile.
La crisi, infatti, colpisce soprattutto i settori popolari e, per questo, servono politiche determinate e di rapida attuazione. Occorre costruire coesione sociale e l’unità di intenti degli operatori economici e di tutti gli attori sociali.
Il governo, invece, come voi giustamente ricordate, parla d’altro; alimenta paure e risentimenti; fa appello ad istinti securitari; divide il Paese e le organizzazioni sindacali al fine di mascherare la propria mancanza di idee, di proposte, e soprattutto di un qualsiasi progetto per un modello di sviluppo diverso basato sulla riconversione ecologica della nostra economia.
Anzi, ripropone vecchie ricette antipopolari e dannose per l’ambiente come l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne, la revisione lassista delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, il rilancio delle centrali nucleari obsolete di terza generazione, la cementificazione ulteriore del nostro territorio, mentre abbandona le misure sulla riqualificazione energetica degli immobili, taglia le spese per l’istruzione, l’università e la ricerca, e le risorse per gli enti locali.
Il governo, non contento di avere sbagliato manovra economica, prosegue nella sua linea di sottovalutazione della crisi, non si impegna nel sostegno alle PMI a partire dai loro problemi di liquidità, licenzia i precari del pubblico impiego, e non procede con mezzi sufficienti all’estensione di ammortizzatori sociali adeguati a tutti i lavoratori, ai Co.co.pro. e alle altre figure di lavoratori parasubordinati.
In questo quadro, l’accordo separato sul modello contrattuale (quello che ha escluso la Cgil) porterà ad una riduzione delle retribuzioni mentre, anche dal punto di vista macroeconomico, servirebbero politiche volte a favorirne l’incremento: la riduzione della quota del lavoro sul reddito nazionale è, infatti, una delle cause – e non l’ultima – della crisi economica attuale.
Come Italia dei Valori abbiamo proposto al Governo, con uno specifico ordine del giorno, di riaprire le trattative con la Cgil, e comunque di favorire l’indizione di un referendum tra i lavoratori sull’accordo di Palazzo Chigi.
Non contento di ciò il governo vuole porre pesanti limiti al diritto di sciopero. In una nostra mozione, poi, abbiamo, tra l’altro, invitato il Governo ad applicare il blocco dei licenziamenti e la distribuzione dell’orario di lavoro, al fine sia di preservare l’occupazione che il bagaglio di professionalità ed esperienze lavorative a vantaggio delle stesse imprese, proponendo che la differenza oraria sia a carico della Cig o di altri ammortizzatori sociali.
Per tutti questi motivi, siamo e continueremo a essere al vostro fianco per ottenere concreti risultati a favore dei ceti sempre più in difficoltà non solo per gli effetti della crisi ma per le politiche inadeguate e antipopolari di questo governo.
Fabio Evangelisti"
Bergamo: dalla parte dei lavoratori
Pubblico il video ed il testo del servizio realizzato dal nostro inviato presso la sede Comital di Nembro (BG) per raccogliere le testimonianze delle proteste contro gli ormai annunciati licenziamenti e procedure di mobilità di ben 97 dipendenti Comital a partire dal prossimo 5 maggio.
Testo dell'intervento:
"La Comital è un'azienda che produce alluminio per uso domestico e nel settore edilizio. Da 50 anni una delle sue sedi si trova a Nembro, in Val Seriana. Nelle scorse settimane, la proprietà riconducibile a Carlo De Benedetti, ha annunciato licenziamenti e mobilità per tutti i suoi 97 dipendenti a partire dal prossimo 5 maggio.
La trattativa per cercare di scongiurare il provvedimento, con l'ausilio dei sindacati, vivrà il suo momento topico giovedì 12 marzo in regione Lombardia, quando la proprietà della Comital incontrerà sindacati ed alcuni esponenti della politica regionale lombarda al Pirellone.
Ma le speranze di salvare quei posti di lavoro sono ridotte al lumicino. Ufficialmente l'azienda trasferirà la sua operatività fondendola nella sede storica di Volpiano, vicino a Torino. Ma fra i dipendenti c'è il dubbio che la Comital si trasferisca all'estero."
Appuntamento domani, giovedi 12 marzo, presso la sede della regione Lombardia. Noi ci saremo.
Dalla parte dei lavoratori
L'Italia dei Valori ha incontrato, venerdi 6 marzo a Napoli, i rappresentanti di molte imprese campane a rischio, tra queste la Fiat di Pomigliano, l'Atitech, la Selfin, la Telecom, la Tirrenia. Come responsabile delle Politiche del lavoro del partito ho avuto la conferma di quello che già pensavamo: la situazione è drammatica.
Anche in un'area di lunghe tradizioni industriali, come quella di Napoli, l'impatto della crisi sul lavoro può avere conseguenze devastanti. Chi esce dal ciclo produttivo oggi rischia davvero di non rientrarvi mai più. Qui a Napoli anche la cassa integrazione è vista con grande preoccupazione, perché se non è accompagnata da piani di investimento e di innovazione può essere solo l'anticamera del licenziamento. Il governo sembra non capire davvero la portata e l'entità dell'impatto della crisi nelle regioni meridionali.
Eppure questi lavoratori chiedono una cosa semplice, di cui noi ci faremo portatori nelle istituzioni. Chiedono alle loro aziende e al governo semplicemente di approntare un piano industriale che dia una prospettiva. Chiedono che gli ammortizzatori sociali, specie la CIG ordinaria, abbiano una durata maggiore dell'attuale, per coprire tutto il periodo della crisi e della ristrutturazione e che il tetto retributivo del sussidio di integrazione sia adeguato ai valori correnti delle retribuzioni, perché, così come è oggi non copre più del 50% della retribuzione.
Perdere a Napoli attività fondamentali come quella dell'auto, delle manutenzioni aeree o dell'Information Technology vuol dire dare un colpo mortale all'economia meridionale ma anche a quella dell'intero Paese. Per questo ci siamo impegnati a chiedere al governo di aprire tavoli di confronto e di andare oltre la logica della semplice assistenza.
Non possiamo permettere che manchi al governo qualsiasi idea di politica industriale innovativa e di programmazione delle risorse. Se proseguirà questo stato di cose, interi settori fondamentali delle attività industriali del nostro paese verranno colpiti in modo irreversibile e alcune aree del mezzogiorno andranno incontro a d una vera e propria desertificazione industriale.

Napoli: dalla parte dei lavoratori
“Per il lavoro e per il Mezzogiorno”: è questa la parola d’ordine che guiderà la manifestazione di Italia dei Valori domani in piazza dei Martiri a Napoli. Dal capoluogo partenopeo, l’Italia dei Valori lancia un messaggio chiaro e forte a questo Governo che di fronte ad una crisi economica senza precedenti propone misure del tutto inadeguate.
Domani, Italia dei Valori sarà al fianco dei lavoratori della Fiat di Pomigliano d’Arco, dell’Atitech di Capodichino e della Selfin Ibm, per testimoniare, attraverso di loro, la nostra vicinanza a tutti quei lavoratori, pensionati, lavoratori e cassintegrati che in ogni parte d’Italia rischiano o hanno perso il proprio posto di lavoro.
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Lo dice forte e chiaro la nostra Costituzione. Le risorse per promuovere le condizioni per rendere effettivo questo diritto inalienabile ci sono. Quello che manca è un Governo capace di interventi strutturati e mirati.
Sciopero virtuale, beffa reale
Pubblico una considerazione "semiseria" sullo sciopero virtuale.
La tradizione del movimento operaio aveva inventato molto tempo fa lo sciopero bianco. Quando il padrone era insensibile alle rivendicazioni, in certi momenti gli operai non avevano altro mezzo per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica se non proclamare una forma di agitazione speciale: andare a lavorare, far funzionare la fabbrica, mettere in moto le macchine, produrre le merci, tutto questo senza percepire il salario giornaliero. Perché facevano così? Per mettere in evidenza il loro insostituibile ruolo di produttori, mostrare in un certo senso l’inutilità del padrone.
Era una posizione non priva di ingenuità, ma non doveva essere tanto apprezzata dal padronato se questo spesso richiedeva che la polizia impedisse agli operai l’accesso alla fabbrica. Non pagare il lavoro della giornata veniva quindi considerato meno importante dell’impedire agli operai la strana libertà di lavorare gratis.
Lo sciopero bianco fa dunque parte delle forme non cruente della lotta di classe. Il suo equivalente nel mondo contadino fu, nell’immediato dopoguerra e fino alla riforma agraria, l’occupazione e la lavorazione delle terre incolte e mal coltivate. I paesi contadini del Sud riversavano il loro popolo con arnesi e bestiame sulle terre del latifondo: zappare e seminare era il più delle volte il primo atto di un dramma in cui mancava poi la raccolta. Ma aveva un forte valore simbolico e ha dato forte impulso alla necessità della riforma.
Lo sciopero virtuale di oggi vorrebbe, nelle intenzioni di chi lo propone, rinnovare quel certo non so che di nobiltà delle lotte del passato. Ferrovieri, tranvieri, operatori dei trasporti pubblici proclamano l’agitazione ma assicurano la regolarità del servizio: sono in sciopero ma lavorano. Potrebbero fermare il paese e invece lo fanno muovere come un orologio. L’unica differenza con una condizione normale è che lavorano gratis.
Nessuno degli utenti si accorgerà della mobilitazione: treni, tram, navi, aerei saranno tutti in movimento. Pagheranno il biglietto ma la (minima) quota che dovrebbe andare a chi li trasporta rimarrà nelle casse delle aziende oppure, facendo un giro macchinoso, finirà in improbabili opere di beneficenza o in fondazioni o in chissà cos’altro. L’importante è che non finisca nelle tasche degli scioperanti. Questo è il punto essenziale: che lavorino senza essere pagati. Di questa rinuncia gli utenti sapranno solo se la stampa vorrà dare rilievo alla cosa, altrimenti la vicenda resterà circondata dall’ignoranza dei più.
E’ emozionante vedere con quale partecipazione morale aziende che hanno lasciato scadere per interi bienni o trienni contratti da rinnovare, che hanno asciugato le buste paga dei propri dipendenti fino alla loro rarefazione, trovino le parole più convinte per lodare questa nuova forma di lotta che garantisce loro l’esecuzione quotidiana del lavoro e al tempo stesso il risparmio sulle paghe. La crescente massa dei lavoratori, che tra poco sarà la maggioranza, sommerà quindi alla precarietà sempre maggiore della propria condizione contrattuale una sola certezza: che non solo sarà pagata poco e male quando lavora in modo normale, ma che quando adotterà lo sciopero virtuale l’unica sicurezza sarà di lavorare senza essere pagata affatto.
Gli apologeti della funzionalità, per essere onesti, dovrebbero almeno impegnarsi a stabilire, con la stessa legge, che il giorno prima dello sciopero virtuale e il giorno stesso della mobilitazione invisibile, tutti i mezzi di comunicazione pubblici e privati dovrebbero essere obbligati a trasmettere ogni ora notizie aggiornate, inchieste dirette e a garantire il commento della giornata ai suoi protagonisti. Vi immaginate un telegiornale RaiSet che invece di intervistare Cicchitto e Giovanardi fa parlare il tranviere di Quarto Oggiaro per farsi spiegare quanto salario ha perso in giornata e l’impiegata trasportata per farsi raccontare quant’è meraviglioso arrivare in orario per merito del tranviere non pagato?
Dalla parte dei lavoratori
Il governo non solo non aiuta i lavoratori a superare la gravissima crisi economica, ma li attacca sul terreno dei diritti. L'affondo con il ddl delega è anticostituzionale ma è soprattutto sbagliato.
Di fronte ai dati drammatici diramati dall'Istat ieri sulla cassa integrazione e a quelli ancor più drammatici sul pil americano, il nostro esecutivo dovrebbe prendere il toro per le corna e dare una mano ai lavoratori già in difficoltà, invefce cerca di distogliere l'attenzione e emana un provvedimento liberticida che indebolisce il diritto di sciopero nel settore trasporti. Qualche alto rappresentante delle imprese prende la palla al balzo e rilancia, chiedendo che lo sciopero virtuale venga esteso a tutte le categorie.
Stiamo assistendo a un vero e proprio intervento a gamba tesa ai diritti dei lavoratori che mira, tra le altre cose, a spaccare il sindacato. L'Italia dei Valori non si presterà a questo gioco sporco. Se il Pd vuole dialogare su questo terreno faccia pure. Noi siamo con la Cgil e con i lavoratori in piazza ieri a Pomigliano, addirittura con il vescovo, e oggi a Torino.
Dal nord al sud il governo non capisce che la protesta può dilagare, come qualche anno fa quando lo stesso Berlusconi provò a minare dalle fondamenta lo statuto dei lavoratori. Cominciò lì il declino che portò alla vittoria di Prodi nel 2006. Vuol dire che anche questa volta saranno i lavoratori a frenare la deriva autoritaria del Cavaliere.
Crisi nuova, incentivi vecchi
Esprimo la mia solidarietà ai lavoratori dell'INNSE di Milano, che da mesi lottano per la difesa del posto di lavoro.
Purtroppo l'unica risposta delle istituzioni alla loro richiesta di lavorare sono state le cariche delle forze dell'ordine e le manganellate dei giorni scorsi. Gli strumenti di intervento adottati dal Governo per sostenere i settori in crisi, per gli ammortizzatori sociali e per la stabilizzazione del precariato sono inadeguati e si rischia di far alzare in maniera esponenziale la tensione sociale nel Paese.
Non c'è ad oggi un intervento incisivo ma solo piccoli provvedimenti tampone, assolutamente insufficienti. Provvedimenti che tra l’altro, fino ad oggi hanno portato vantaggio solo all'industria e a quegli imprenditori che come Genta, proprietario dell'INNSE, stanno speculando sulla pelle degli operai, utilizzando gli ammortizzatori sociali anche quando le aziende godono di ottima salute.
È ormai evidente che questo Governo non ha la capacità di rispondere efficacemente a questa crisi che sta mettendo a dura prova i lavoratori e le loro famiglie. Se si vuole davvero affrontare questa crisi, e trovare soluzioni, è necessario, come sta accadendo negli Stati Uniti, voltare pagina. Il Governo deve prevedere un piano organico in particolare nel campo delle infrastrutture e dell'ambiente.
Dobbiamo prendere esempio dal presidente Obama che nei prossimi tre anni raddoppierà la quota di energie rinnovabili, creando così nuovi posti di lavoro e rimettendo in moto l'economia, nel rispetto dell'obiettivo di ridurre drasticamente le emissioni di gas serra.
In Italia, come già sta accadendo negli Stati Uniti, è necessario coniugare sviluppo e ambiente, puntando su nuove tecnologie che ci permettano di competere con le sfide del mercato globale e di assolvere ai doveri di efficienza energetica, imposti anche dall'Unione Europea.
Occorrono investimenti nelle energie rinnovabili per creare occupazione e risparmiare energia; investimenti nelle tecnologie pulite per rilanciare i settori dell'edilizia e dell'industria automobilistica; investimenti nelle infrastrutture e nell'interconnessione per promuovere l’efficienza e l’innovazione.
Per essere competitivi sul mercato internazionale dovremo avere prodotti più ecocompatibili di quanto non avvenga oggi, prodotti che, in qualche modo, rendano i mercati dei Paesi più industrializzati meno dipendenti dai prodotti cinesi di qualità inferiore.
Purtroppo in Italia stiamo facendo, in molti casi, esattamente il contrario di ciò che l'Unione europea ci sta chiedendo per uscire dalla crisi, e di ciò che stanno realizzando gli Stati Uniti con investimenti massicci.
Un esempio: con l'approvazione del cosiddetto decreto milleproroghe il Governo, ieri, ha cancellato una norma introdotta in Finanziaria nella scorsa legislatura, dal governo Prodi, che prevedeva l'obbligo per i nuovi edifici di avere, almeno in parte, una alimentazione da fonte rinnovabile.
Inoltre con gli incentivi sull'acquisto delle auto, approvati nell'ultimo consiglio dei ministri, ci troviamo davanti alla rottamazione vecchio stile che non risolleva l'industria automobilistica nazionale, nè disincentiva l'acquisto di auto inquinanti, come i Suv o le auto diesel, che emettono comunque piu' polveri sottili anche rispetto a una vecchia auto a benzina, nè tanto meno sostiene l'innovazione tecnologica del settore, visto che non prevede incentivi a produrre nuovi modelli ecologici e tecnologicamente avanzati.
Così facendo l'Italia rischia di rimanere il fanalino di coda dei paesi europei, e non avendo investito in tecnologie ed innovazione, nel momento in cui l’economia mondiale riprenderà,
l’Italia rimarrà al palo e si ritroverà vecchia di 20 anni rispetto alle altre nazioni ed ancora dipendente da altri Paesi soprattutto a livello energetico.
Riforma della contrattazione: cortina fumogena
L'accordo sulla riforma della contrattazione, sottoscritto col governo da diverse organizzazioni sindacali e la Confindustria, senza la firma della CGIL, supera il celebre accordo del 23 luglio del 1993, realizzato al tempo del governo Ciampi. Ancora una volta la mancanza di soluzioni strutturali nelle proposte del governo determina una divisione del sindacato che speriamo si possa ricomporre quanto prima. Si sentono in giro affermazioni contrastanti sui contenuti dell'accordo, alcune che lo stroncano, altre che lo assumono come modello ideale delle future relazioni sindacali. Voglio dire subito che è una prassi consolidata, seppure deprecabile, degli accordi sindacali quella di avvolgere i punti effettivamente vincolanti da una serie di promesse e indicazioni di principio che ben difficilmente, poi, vengono mese in atto. Anche il celebrato accordo del 1993 aveva questi limiti.
Se depuriamo l'intesa appena realizzata dalle molte affermazioni semplicemente esortative e dagli auspici di ulteriori interventi del governo e delle parti, per altro del tutto facoltativi, il contenuto dell'accordo si riduce a due questioni essenziali.
La prima è l'assunzione che, per stabilire l'ammontare massimo degli aumenti contrattuali dei contratti nazionali di categoria, si utilizzerà un parametro elaborato da Eurostat e che si chiama IPCA, al posto del vecchio indice della inflazione programmata. Apparentemente sembrerebbe un miglioramento, perché l'inflazione programmata costituisce una decisione politica e non statistica. Ma l' indice IPCA viene depurato del contributo all'inflazione apportato dagli aumenti dei prezzi dei beni energetici (energia e materie prime energetiche). Tutti sanno che questi aumenti costituiscono la principale componente dell'inflazione e la loro depurazione determinerà una riduzione strutturale del potere d'acquisto dei salari e degli stipendi nei prossimi anni.
Se si aggiunge che il recupero della differenza tra inflazione reale e inflazione misurata dall'IPCA avviene nel triennio successivo a quello in cui si è avuta la perdita e che tale recupero non è automatico ma si ottiene per via negoziale, diventa chiaro che ogni contratto nazionale si occuperà di recuperare in parte il potere d'acquisto perduto nel triennio precedente e non anticiperà per nulla le perdite future di potere d'acquisto. La seconda questione essenziale è l'accettazione da parte del sindacato che la remunerazione degli aumenti di produttività del lavoro potrà essere presa in considerazione solo negli accordi aziendali. Oggi i contratti nazionali remunerano anche quella che si chiama la produttività media del settore. Domani non sarà più possibile. Inoltre la distribuzione territoriale delle imprese in cui si fa la contrattazione aziendale dice che esse sono solo alcune delle imprese medio grandi, preferibilmente collocate nel centro-nord. Questo poterà ad una progressiva diversificazione retributiva tra i lavoratori delle imprese più grandi e quelli delle imprese minori, che sono oltre il 90% di tutti i dipendenti e tra le imprese del centro nord e quelle del sud, riportando la situazione alle famigerate gabbie salariali.
Il resto dell'intesa è una cortina fumogena per mascherare questi due punti strutturali.
Per dire tutta la verità, ci sarebbe da dire qualcosa anche sulla norma che vieta le azioni sindacali durante la contrattazione, tal che essa si dovrebbe svolgere senza il consueto appoggio della pressione dei lavoratori. Ma questo è un argomento di stretta rilevanza sindacale e non voglio fare facili commenti. Dico solo che una trattativa sindacale non è un invito a un pranzo di gala, come diceva Lech Walesa.
Si capisce bene perché la CGIL non ha firmato e quanto sia avventuristico pensare di riformare la contrattazione senza l'accordo del sindacato che rappresenta la maggioranza del mondo del lavoro e dei pensionati.
Nuova tassa Rete4
Francesco Di Stefano, coraggioso editore di Europa 7, e i suoi legali hanno espresso una legittima amarezza per la decisione del Consiglio di Stato di imporre al ministero un risarcimento di un milione di euro per i danni subiti da una emittente alla quale è stato impedito di esistere.
Non vi è dubbio che si sia trattata di una decisione singolare e quanto meno contraddittoria rispetto alle stesse premesse del medesimo consiglio. Nelle premesse, infatti, la medesima corte riconosce che l’emittente ha subito danni gravissimi dalla mancata applicazione delle sentenze della corte costituzionale e delle stesse direttive della comunità europea. Accertata la gravissima infrazione il consiglio ha sostanzialmente deciso di rinviare al Tar la questione delle frequenze e ha condannato il ministero al pagamento di una multa che appare lontanissima dal danno accertato dalla medesima corte. Non siamo abituati a dileggiare le sentenze, qualunque esse siano, ma questa ci sembra risentire in modo eccessivo, per usare un eufemismo dello spirito dei tempi. Sarebbe, tuttavia, pericoloso non cogliere alcuni elementi che pure emergono da questa decisione. Le violazioni sono state accertate in modo definitivo. Chi le ha denunciate, pochissimi, non era dunque un pazzo.
La decisione del consiglio di stato non annulla affatto la sentenza della corte europea, anzi rinvia ad essa.
Il governo non è stato assolto e dovrà provvedere a reperire le frequenze utili a consentire il corretto funzionamento della emittente.
Le decisioni sin qui assunte non hanno recepito le indicazioni dell’Europa. Bisognerà dunque riprendere una forte iniziativa per non lasciare solo l’imprenditore Di Stefano di fronte al presidente del consiglio editore e alle sue corazzate politiche e mediatiche.
Resta, infine, una domanda chi pagherà la multa sia pure esigua? Pagherà lo Stato? I cittadini dovranno versare il loro obolo sull’altare del conflitto di interessi? Subito dopo dovranno portare le fedi nuziali all’altare della patria per sanare le multe che arriveranno dalla comunità europea?
PS: La manifestazione dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia a sostegno del Procuratore Capo di Salerno Luigi Apicella, a cui parteciperà l’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, Sonia Alfano, Beppe Grillo, Marco Travaglio, Carlo Vulpio ed altri sostenitori, deve trasformarsi in un momento per non lasciare sola la giustizia.
A sostegno di Luigi Apicella ma anche di Luigi De Magistris, di Clementina Forleo, contro il Lodo Alfano e contro l’ultima porcata governativa: il bavaglio alle intercettazioni.
Mercoledì 28 gennaio 2009 dalle 9.00 - 14.00 in piazza Farnese l’appuntamento è con la democrazia, ed i protagonisti saranno i cittadini che invitiamo caldamente a partecipare.
Protesta verde
Pubblico il video ed il resoconto stenografico del mio intervento al Senato di ieri, martedi 13 gennaio 2009, sugli effetti occupazionali della crisi Alitalia.
"Signor Presidente. Il mio intervento riguarda Alitalia.
Oggi è nata una compagnia anomala, una compagnia che ha regalato solo cassa integrazione, licenziamenti e disperazione. Oggi non è nata una compagnia, ma una minicompagnia voluta da 16 persone, amici del presidente del Consiglio Berlusconi, tra i quali non ce n'è neppure uno che riesca a capire qualcosa di trasporto aereo. D'altronde, il PdL è favorevole a 10.000 esuberi, a due morti (visto che due donne si sono suicidate), ai 300 milioni con cui hanno regalato Alitalia ad Air France (visto che il 25 per cento della compagnia ormai è in mano ad Air France).
Voglio solo dire che questi mesi, compreso il Natale e il Capodanno, questi lavoratori non li hanno trascorsi bene. Ho augurato un buon anno al presidente Schifani, ma ho anche segnalato che molte famiglie, un indotto di circa 300.000 famiglie, non hanno festeggiato il nuovo anno: un 2009 fatto sicuramente di tragedie poiché le famiglie non vedono più un futuro. Durante questi mesi i dipendenti Alitalia sono stati illusi, mortificati ed uccisi nelle loro speranze.
Durante questi mesi, i 16 soci si sono impadroniti di Alitalia senza versare un euro. Collega Gramazio, ricordo che non verseranno un euro ma potranno incassare tra un anno o due esattamente 300 milioni, come dichiarato dai fratelli Fratini, mai smentiti. E alcuni di questi soci sono stati condannati per reati come truffa e corruzione. Alcuni di questi cosiddetti patrioti sono stati insigniti dal Capo dello Stato (fortunatamente non quello attuale) del titolo di Cavaliere del lavoro, che si riconosce a chi ha portato lustro ad un'azienda e non a chi l'ha prosciugata, come per Telecom e per altre società.
Ebbene, durante questi mesi i dipendenti con 10, 20 anni di anzianità sono stati messi in cassa integrazione straordinaria e sono stati assunti gli stagionali, amici dei politici (ma al riguardo indagheremo a fondo perché ci sono delle assunzioni politiche con le quali si torna al passato e non si guarda al futuro) aggravando così ulteriormente i costi.
Ebbene, durante questi mesi, il commissario Fantozzi dichiara su «L'espresso» di prendere 15 milioni di euro ed ottiene anche una consulenza per il suo studio dal curatore fallimentare.
Premetto solo che Fantozzi è stato anche Ministro e, proprio quando ricopriva un ruolo di Governo, ha nominato quegli amministratori che hanno rubato (come tante persone che sono state liquidate con 10 miliardi, come tante persone che si chiamano ad esempio Cimoli), contribuendo cioè ad indebolire finanziariamente una compagnia di cui oggi - guarda caso! - dicono di essere stati invece i salvatori: addirittura dieci persone su 16 sono state condannate per truffa, ma sono definite patrioti e, lo ripeto, insignite del titolo di Cavaliere del lavoro. Chiedo qui al Presidente della Repubblica di revocare questo titolo a chi è stato arrestato per truffa o aggiotaggio - e ce ne sono - individuando tra le 687 nomine del Quirinale quali eliminare e quali invece mantenere. Quelle cui ho fatto riferimento sono persone cui il titolo di Cavaliere del lavoro deve essere tolto.
Volevo solo stendere un velo pietoso, Presidente, su quanto fatto da questo Governo in questi mesi, con il suo agire non legittimo e non lecito, almeno ad avviso del Partito dell'Italia dei Valori. Ci auguriamo solo che il Governo si metta una mano sulla coscienza per quelle famiglie che con la legge n. 104 del 1992 sono costrette a lavorare in un'altra Regione e per i tanti cassaintegrati, che ci sono, ai quali do la mia parola che l'Italia dei Valori rimarrà al loro fianco fino a quando non sarà assunto l'ultimo di essi: oggi non è ancora così, mentre, in virtù di amicizie politiche si stanno assumendo altre persone."
Precari in svendita
Si calcola che con la fine dell’anno circa 300.000 lavoratori precari hanno visto scadere il loro contratto senza più alcuna possibilità di rinnovo. 300.000 persone hanno perso il lavoro e da due giorni l’Istat li considera ufficialmente iscritte tra coloro che sono “in cerca di occupazione”.
Tra di essi ci sono anche molti giovani per i quali si può parlare anche di “perdita della speranza”, ma anche meno giovani, che vivevano precariamente da anni, specie nella Pubblica Amministrazione, forse padri e madri di famiglia, per i quali, in ragione della loro età, diventerà ancor più difficile il futuro anche a breve termine. Per quasi tutti non vi sarà nessuna forma di ammortizzatori sociali. Per pochissimi scatterà una qualche forma di sostegno, prevista dal decreto “anti-crisi”, che complessivamente mette in campo circa 5 miliardi di euro, mentre noi di Italia dei Valori stimiamo che dovrebbero essere almeno il quadruplo. Abbiamo anche indicato al governo come reperire tali risorse: oltre ai 5 miliardi stanziati dal governo, altri 5 potrebbero arrivare da procedure speciali per incassare quanto non versato da chi tra il 2001 ed il 2005 ha fatto domanda di condono senza versare le somme previste, 3 miliardi dalla sospensione per due anni della abolizione dell’Ici sulla prima casa se di una certa dimensione (quindi a carico di famiglie benestanti), 3 miliardi da una più serrata lotta all’evasione fiscale reintroducendo le norme sulla tracciabilità dei pagamenti, 4 miliardi dalla riduzione degli interessi passivi sul debito pubblico. Certo con queste risorse si possono prevedere più estesi ammortizzatori sociali anche per i precari, oltre che in generale per le famiglie a reddito più basso. Una recente ricerca a permesso di calcolare in circa 2.800.000 i lavoratori precari al 30 settembre scorso, con un aumento in 5 anni di circa il 17%. Di essi 900 mila sono al Sud (il 34,4%), 700 mila nel Nord Est (24,6%), 600 mila al Centro (21,5%) e 550 mila nel Nord Ovest (20,4). In media i lavoratori precari sono occupati per 31 ore alla settimana, contro le 37 dei lavoratori a tempo indeterminato. La prossima settimana inizierà in Parlamento la discussione del decreto anti-crisi. Ci auguriamo che il governo accetti le nostre proposte e lo modifichi profondamente.
Muore Alitalia, nasce AliCAI
Anche ieri abbiamo manifestato a favore dei dipendenti di Alitalia, e abbiamo denunciato quello di cui anche la Lega se ne sta accorgendo: una grande truffa organizzata da Berlusconi, che ha fatto nascere una società, con i suoi amici, chiamata CAI, che per noi sta per “Condannati arrestati indagati”. Di fatto, dei sedici soci CAI, dieci sono condannati per reati di truffa e mazzette. Questo la dice tutta. In questo Paese si riesce anche a fare una società con i condannati.
Ci siamo appellati al Capo dello Stato, come Italia dei Valori e come tutti cittadini, perché alcuni di questi sono stati insigniti come Cavalieri del Lavoro, cioè per avere espresso l'italianità delle imprese. E' una vergogna, e chiediamo al Capo dello Stato di ritirare questa nomina.
Che cosa stiamo facendo? Noi andremo avanti. Il 12 faremo la veglia funebre di Alitalia, con i cartelli “Muore Alitalia, nasce AliCAI”, fatta dai condannati, arrestati e indagati. Proseguiremo per tutti i cittadini, tutti i dipendenti, per i 9000 esuberi della Telecom, poi per quelli delle amministrazioni e quelli della Sanità.
Noi andremo avanti. L'Italia dei Valori continuerà la lotta, dalla parte dei cittadini.
Donne: garantiamo la parita' di trattamento
Il problema non è quello dell'età pensionabile, visto che prima o poi dovremo adeguarci alla sentenza della Corte di giustizia europea, bensì quello di dare alle donne la possibilità di svolgere il proprio lavoro in modo più sereno, cioè con la garanzia di effettiva parità di trattamento e usufruendo di tutti i servizi sociali necessari per conciliare tempi di lavoro e di cure familiari.
Prima di arrivare all'equiparazione, è comunque opportuno studiare con attenzione la situazione, attuando provvedimenti ad hoc: ad esempio, rendendo il periodo di maternità facoltativo fino a tre anni, retribuito e computato figurativamente ai fini pensionistici; finanziando la costruzione di nuovi asili nido e favorendo orari degli stessi asili più consoni alle attività femminili; favorendo corsi per l'aggiornamento professionale delle donne in maternità e per il loro reinserimento al lavoro; rendendo retribuiti i permessi per la cura dei figli e dei familiari a carico in caso di loro malattia.
Non si possono affrontare discussioni astratte, avanzate solo per far quadrare i conti, mentre lo stato sociale fa acqua da tutte le parti. L'adeguamento dell'età pensionabile, insomma, non deve rappresentare solo una forma di risparmio per lo Stato, come vorrebbe Brunetta, ma deve essere finalizzata ad un obiettivo ben preciso: la non discriminazione uomo-donna.
Seguiamo il modello tedesco
Il governo italiano prenda esempio da quello tedesco per andare realmente incontro alle famiglie. Mentre, infatti, nel nostro paese molti lavoratori rimarranno senza stipendio, con la sola magra consolazione della cassa integrazione, che può far sfiorare i livelli di povertà, in Germania il governo ha previsto un piano di salvataggio per i dipendenti delle aziende in crisi, che prevede la riduzione delle ore di lavoro, pagate dagli imprenditori, mentre il resto dello stipendio sarà interamente coperto dalle casse dello Stato.
La Germania, inoltre ha previsto una serie di interventi in campo ecologico, mentre nel nostro Paese il governo ha ben pensato di annullare la deducibilità al 55% in interventi di ristrutturazione per risparmio energetico.
Quanto all'arma di difesa che il governo usa per difendersi dalle accuse di chi, come noi dell'Italia dei Valori, sostiene che non fa abbastanza per andare incontro ai cittadini in questo momento di grave crisi, noi rispondiamo che i soldi per gli interventi che noi chiediamo ci sono e sono quei 5 miliardi di euro non pagati dei precedenti condoni di Tremonti, che si possono rendere immediatamente esecutivi.
Governo ammazza precari
Flessibilità sul lavoro, ma senza sicurezza: e i nodi purtroppo vengono al pettine. Infatti, i primi a pagare la recessione saranno 400mila precari che sotto l'albero di Natale troveranno il licenziamento.
Altro che regalo di Natale in aiuti "cash". L'Esecutivo ha sistematicamente azzerato tutto ciò che il precedente Governo Prodi aveva prodotto a vantaggio delle fasce più deboli. Nel collegato alla Finanziaria sul lavoro, per esempio, ha soppresso tutte le norme sulla stabilizzazione dei precari, salvo poi annunciare il 'bonus fiscale'. E' un Governo in perenne contraddizione e che si muove in un'unica direzione: aiuta solo banche e imprese.
Intanto, gli italiani continueranno a pagare i mutui fino all'ultimo centesimo, la cassa integrazione sarà un beneficio per pochi e la detassazione degli straordinari, legata solo alle richieste di Confindustria, non taglierà certo le tasse per dipendenti e precari, specie dopo il taglio della produzione.
L'Italia è 'piegata' dalla crisi economica, ma anche da un Governo che non ha mai perso occasione per sopprimere risorse e diritti. Nel nostro Paese occorre un nuovo modello di "Stato sociale" che tuteli il diritto costituzionale al lavoro e a un reddito adeguato contro nuove povertà. Insomma, vita meno precaria e più sicurezza sociale.
Fannulloni: tornelli al Senato
E' assurdo! Si invoca il rispetto della prassi parlamentare per giustificare i senatori fannulloni della maggioranza che non erano presenti in aula e che hanno bloccato l'esame del ddl sicurezza.
I parlamentari prendono lauti stipendi, per cui devono stare in aula quando si discutono provvedimenti di così ampio interesse. Il ministro Brunetta dovrebbe fare un decreto anche per loro, invece di prendersela con chi magari guadagna poco più di mille euro al mese. Faccia mettere i tornelli anche al Senato.
Ieri è stata chiesta più volte la verifica del numero legale, non per un problema di poltrone, come vuol far credere la maggioranza che cerca di far ricadere sull'opposizione un disinteresse per il ddl sicurezza che è solo suo. Il nostro auspicio è che i tempi e i ritmi di lavoro, anche a Palazzo Madama, siano più conformi a quelli della società reale.
Riporto il video ed il resoconto stenografico del mio intervento rivolto al Presidente Schifani.
Felice Belisario: Signor Presidente, il suo intervento non ci convince perché il rammarico lo dovrebbe usare anche per altre vicende che hanno interessato l'Aula nella giornata di ieri. Ma, soprattutto, non ci convince perché la sua maggioranza ha un Ministro che dichiara...
Schifani: Senatore Belisario, io non ho nessuna maggioranza. Io sono il Presidente del Senato e dipendo dall'Aula del Senato. Non ho nessuna maggioranza, la prego. (Vivi applausi dai Gruppi PdL e LNP).
Felice Belisario: Lei ha una maggioranza che ha un Ministro che fa la guerra ai fannulloni, per cui il Parlamento deve lavorare, e lavorare sodo, non stare a casa! (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
Lettera dal 'fronte'
Pubblico una lettera che ho ricevuto da Marco Bazzoni, un operaio che molti di voi conoscono in Rete per il suo instancabile attivismo a difesa della sicurezza nei luoghi di lavoro. Riceviamo moltissimi appelli da parte di cittadini che chiedono provvedimenti urgenti in materia. La nostra ricetta sul tema è chiara, controlli serrati, certezza della pena per chi espone i lavoratori a rischi sul lavoro, responsabilizzazione del lavoratore.
La lettera:
"Ieri altri 8 lavoratori morti, di cui 6 operai, sdegno unanime di tutti, e poi domani si ricomincia come nulla fosse.
Adesso ci rifileranno i soliti discorsetti, manca la cultura della sicurezza sul lavoro, mancano i controlli, manca la formazione, ma nessuno che a livello politico e sindacale, faccia qualcosa di concreto per fermare queste stragi.
Oggi mi è capitato di leggere un intervento del Presidente del Senato Schifani a Cernobbio, davanti alla Coldiretti, riportato in una nota dell'Agenzia Stampa ASCA, da titolo "Morti bianche: Schifani, verificare controlli ed educare la classe operaia", nota nella quale Schifani dichiara: "che le leggi ci sono....occorre verificare la qualita' e l'intensita' dei controlli e fare in modo che la stessa classe operaia venga formata ed educata al rispetto delle regole"
Vorrei rispondere al Presidente Schifani, che non è solo la classe operaia che deve essere educata e formata al rispetto delle regole, ma anche la classe imprenditoriale"
Come mai questo non l'ha detto nel suo intervento? Sono mesi che vien da chiedersi cosa deve ancora succedere, perchè si facciano fatti, e si smetta di fare solo parole. Cosa?
Perchè davvero non riesce di comprenderlo.
Se guardiamo i dati Inail, negli ultimi 5 anni, cioè dal 2003 al 2007 compreso, sono morti ben 6.604 lavoratori.
Se poi facciamo il raffronto agli ultimi 10 anni, cioè dal 1998 al 2007 compreso, i decessi sul lavoro sono ben 13.864.
Per l'anno in corso, siamo a 837 morti.
Sono numeri da bollettino di guerra!!!
In un paese civile, questi numeri sono una vergogna!!!
Quello che si sta facendo per la sicurezza nei luoghi di lavoro è troppo poco.
E' l'ora di finirla con le parole, vogliamo i fatti!!!
E' così difficile da capire?
Al Festival del Cinema e del Lavoro di Terni, Paolo Berizzi, giornalista de La Repubblica ha auspicato che anche i mezzi d'informazione mettano una rubrica fissa sul tema della sicurezza sul lavoro.
Io dico che sarebbe l'ora.Voi che ne dite?
Marco Bazzoni
Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza."
Più morti bianche che omicidi
Abbiamo sentito le dichiarazioni dell'ex ministro Castelli dove ritiene che i dati sulle morti sul lavoro siano gonfiati, forse per ottenere maggiori indennizzi o “premi”. In realtà il problema degli infortuni sul lavoro è una vera piaga per il nostro Paese. Ogni giorno abbiamo qualche lavoratore che muore o nei cantieri o nelle aziende.
Nelle prossime settimane, verso settembre alla ripresa dei lavori parlamentari, si avvierà nuovamente il lavoro della commissione d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro. Come Italia dei Valori porteremo il nostro contributo perché si faccia chiarezza sui reali dati di questo fenomeno, ma soprattutto perché si crei la cultura della tutela del lavoratore e che si abbia il coraggio fino in fondo di sanzionare pesantemente le aziende quando non rispettano la normativa sugli infortuni sul lavoro e anche tutti coloro che sono deputati ai controlli.
Troppo spesso, facendo l'esempio recente del disastro della ThyssenKrupp, è emerso che chi è deputato ad effettuare i controlli non sempre gli esercita in modo adeguato. C'è bisogno di individuare correttamente le responsabilità perché questi incidenti non accadano più.
E' un dato dei giorni scorsi che ci sono più morti sul lavoro che omicidi. L'Italia, un Paese democratico fondato sulla tutela e sul diritto al lavoro, non se lo può più permettere.
L'Italia dei Valori farà battaglia forte su questo tema.
Perseverare e' diabolico
Errare umanum est, sed perseverare diabolicum. Nonostante gli evidenti elementi di incostituzionalità il governo modifica, ma nella sostanza non ritira il provvedimento riguardante i precari e in modo particolare l’art. 21 del maxiemendamento oggi sottoposto alla fiducia del Parlamento e che interessa migliaia di lavoratori precari delle Poste SpA.
Il provvedimento inserito nel DL 112/08 è incostituzionale perché sospende gli effetti della Legge per un periodo limitato e definito e per un numero precisato di lavoratori. Si sta creando una disparità di trattamento tra lavoratori precari del settore pubblico e del settore privato, e all’interno di ogni settore tra precari, si assolvono gli autori di illeciti penali ovvero il management di Poste SpA, e si concedono poteri coercitivi al datore di lavoro, lo Stato, in violazione del codice civile.
Il provvedimento del governo sui lavoratori precari nelle Poste di fatto colpisce l’effetto (i diritti dei lavoratori), ma non la causa della malagestione delle Poste SpA (il Management) che ha privatizzato gli utili ma socializzato le perdite.
In questa maniera si passa un colpo di spugna sulla malagestione di Poste SpA i cui Manager sono strapagati. Sarebbe il caso che il Parlamento si faccia carico di aprire una commissione di inchiesta sulle Poste SpA, su come sono state gestite e sulle responsabilità del Management.
La corda al collo dei lavoratori
E’ davvero imbarazzante il modo di agire di questo governo con il Premier Berlusconi che parla di un tema fondamentale per il futuro di migliaia di famiglie italiane, come il piano di risanamento di Alitalia, in una cena conviviale con i senatori e non dice una parola alle parti sociali.
Poi c’è un ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che farebbe bene ad interrogarsi sul suo ruolo in questo Governo, dal momento che dopo aver ignorato l’inserimento di una norma antiprecari in finanziaria ora dice di non sapere nulla dei 5.000 esuberi paventati dal premier.
Berlusconi la smetta con le manfrine e parli finalmente chiaro e nelle sedi opportune perché ogni giorno che passa appare sempre più evidente che su Alitalia la situazione è ancora in altissimo mare e che il gioco della cordata che appare e scompare rischia di diventare una corda al collo per migliaia di lavoratori.
Il diritto al lavoro

Sono Giuliana Carlino, eletta al senato nella circoscrizione Lombardia e sono stata inserita nella commissione lavoro e previdenza sociale. Un incarico che segna una certa continuità con il lavoro svolto all’interno della giunta Penati, dove già mi sto occupando di responsabilità sociale d’impresa, e sto portando un progetto di formazione su due grandi temi: la tutela della salute e la sicurezza dei lavoratori e la tutela dell’ambiente.
Il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro è prioritario. Sappiamo benissimo che in questo periodo sono aumentate le morti bianche, occorre quindi sensibilizzare, responsabilizzare le imprese, sotto il profilo formativo, a perseguire questa strada.
Oggi i costi di adeguamento alle norme di sicurezza sono elevati. Occorrerebbero sgravi fiscali per le imprese perché si impegnino ad investire maggiormente su questo fronte, e occorre una regolamentazione più severa per quanto riguarda i controlli e le ispezioni. Le multe irrisorie, le pene lievi e l’alta probabilità di prescrizione in caso di processo, spingono gli imprenditori a valutare la sicurezza come un problema marginale, e comunque un rischio affrontabile sia economicamente che penalmente una volta che si verifica.
Le soluzioni sarebbero inanzittutto la certezza della pena, l’effettiva espiazione in carcere, multe pecuniarie più pesanti e l’intensificazione dei controlli. Ma è inutile controllare se poi non si hanno provvedimenti efficaci verso chi infrange le regole.
Mi auguro che il testo unico sulla sicurezza che è stato approvato dal governo Prodi non venga accantonato in questa legislatura, ma che sia il punto di partenza per politiche che tutelino sia i legittimi interessi delle imprese sia i diritti fondamentali dei lavoratori.
Noi dell’Italia dei Valori avevamo posto come primo punto della proposta di governo il lavoro, e ci impegneremo come opposizione a portare avanti questa battaglia, data l’esigenza dei cittadini.
Altro mio impegno è la particolare attenzione alla questione femminile e al rapporto donna-lavoro. L’Italia è un paese garantista per quanto riguarda i dipendenti pubblici, perché tutela in maniera adeguata la donna durante il periodo di maternità, permettendole una lunga assenza dal lavoro ed il mantenimento del posto. Al contrario, nel privato, o a fronte di contratti a tempo determinato o atipici, queste garanzie vengono a mancare.
Noi dell’Italia dei Valori vogliamo proteggere e sostenere la famiglia, portando avanti l’esempio francese dove la famiglia è considerata come fattore di crescita e sviluppo: un figlio si rivela un vantaggio economico oltre che una gioia, diminuiscono le tasse, aumentano sovvenzioni per alloggi, asilo, istruzioni e l’assistenza a domicilio. Occorre pertanto, anche da noi, promuovere delle strategie affinché, nel privato soprattutto, le donne possano avere le stesse garanzie.
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Lotta al precariato

Sono Giuliana Carlino, candidata per l’Italia dei Valori come Capolista al Senato per la regione Lombardia. Sono davvero onorata di questa candidatura che rappresenta un riconoscimento a quella parte di cittadinanza che giornalmente si attiva sul territorio con impegno e dedizione. Sono un’insegnante ed ho partecipato a diverse esperienze di educazione all’interno delle scuole, ma è soprattutto nella politica che ho deciso di incanalare la passione per quei valori in cui credo, ovvero la legalità, il rispetto delle regole e l’etica.
L’incarico di assessore provinciale mi ha permesso di avviare e portare a termine una serie di impegni concreti per quanto riguarda la razionalizzazione delle spese e la riduzione degli sprechi nelle pubbliche amministrazioni, o come la piena applicazione delle nuove tecnologie a favore dello snellimento burocratico e del miglioramento della qualità dei servizi al cittadino. Ma è nel campo della responsabilità sociale d’impresa che mi sono spesa maggiormente, perché credo che in un’economia globale ed in costante mutamento, la nuova frontiera del “fare impresa” sia proprio quella di prestare attenzione all’impatto sociale ed ambientale della propria attività, senza certamente trascurare il profitto, ma facendo uno sforzo in direzione di processi responsabili e sostenibili. Ed in questo ambito, credo che sia necessario spendersi davvero per una cultura della sicurezza sui luoghi di lavoro. Oggi in Italia, ci sono più di mille infortuni mortali sul lavoro all’anno, una media impressionante di 3-4 decessi al giorno. C’è bisogno di maggiori controlli e di un’educazione a partire dal basso, oltre che naturalmente di incentivi per le aziende più virtuose, che considerano il lavoro come un valore, una risorsa ed una leva per lo sviluppo.
E sempre a proposito di lavoro, c’è un’altra grande questione su cui Italia dei Valori intende spendersi: il miglioramento della legge 30, che se da una parte ha creato un concetto positivo come la flessibilità, dall’altro ha generato il grosso problema della precarietà, un dramma che rischia di investire e coinvolgere un’intera generazione. Per questo sosteniamo la proposta dell’introduzione di un salario minimo per i precari e ci batteremo perché l’entusiasmo e la freschezza dei giovani vengano valorizzati all’interno del mondo del lavoro e considerati, anche in questo caso, motori per la crescita e per il generale progresso della società e dell’umanità.
E infine, la scuola. Quello è il mondo dal quale provengo e quello è il mondo che vedo ogni giorno sprofondare nella più totale indifferenza e incertezza di futuro. C’è bisogno di ridare alla formazione ed alla scuola il ruolo di guida che le spetta. In che modo? Sia attraverso una maggiore qualificazione della professione dell’insegnante, purtroppo svalutata in questi anni, sia attraverso un ripensamento degli stessi programmi formativi, a partire dall’insegnamento di materie come l’educazione civica, fondamentale per la costruzione di una società più giusta, vivibile, rispettosa delle regole e della diversità.
Sono certa che i temi che ho elencato, oltre ad essere mie personali convinzioni, rappresentano il punto di vista di buona parte della gente lombarda, la regione nella quale vivo e lavoro e nella quale mi candido come capolista al Senato per Italia dei Valori, con la promessa e l’orgoglio di portare in Parlamento, nel caso venissi eletta, le istanze e le speranze della parte più attiva e produttiva del Paese.
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Occorre applicare le leggi
Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta dei "Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza", in seguito all'inferno che si è creato alle acciaierie ThyssenKrupp di Torino, dove sono morti due giovani ragazzi e padri di famiglia.

Foto: Repubblica.it
"Siamo profondamente addolorati per tragedia sul lavoro alla ThyssenKrupp di Torino, nel quale è morto l'operaio Antonio Schiavone e sono rimasti ustionati altri 9 operai, di cui 6 in modo gravissimo.
Vogliamo esprimere il nostro cordoglio alle famiglie e lo sdegno per quanto è successo. Sappiamo che questi operai lavoravano ininterrottamente da 12 ore, e che la fabbrica era in dismissione, anche se vi lavoravano ancora 200 operai. La cosa ancora più grave è che in uno stabilimento di un'azienda come la ThyssenKrupp ci fossero 3 estintori vuoti, gli idranti rotti, e non funzionasse neanche il telefono interno per l'emergenza. Ci chiediamo: ma dove sono i controlli? Ma c'è ne mai stato uno in questo stabilimento? Sembra di no, perchè se così fosse quegli estintori sarebbero stati pieni, gli idranti riparati,e il telefono interno funzionante. Vogliamo ricordare che gli estintori e gli impianti antincendio vanno revisionati periodicamente come prevede la legge. E poi Confindustria parla di repressione con controlli e sanzioni? Magari ci fosse la repressione, magari!
Noi Rls lo andiamo ripetendo da tempo, peccato che nessuno ci ascolti: mancano i controlli, perchè i tecnici della prevenzione delle Asl sono meno di 2 mila in tutta Italia e con tante aziende da controllare, manca la cultura della sicurezza sul lavoro, manca la formazione e l'informazione ai lavoratori, manca la certezza della pena.
Dai sindacati metalmeccanici ci saremmo aspettati uno sciopero nazionale, non di 2 ore, ma di 8 ore, con relativa manifestazione.
Concordiamo pienamente con il discorso del Capo dello Stato: "non basta fare le leggi, ma occorre che le norme vengano applicate. Conta molto anche l'impegno delle imprese, dei sindacati e degli stessi lavoratori che devono essere sufficientemente in grado di difendere se stessi dai rischi sul lavoro".
Lo andiamo dicendo da tempo che non basta solo la legge 123/2007 per risolvere i problemi di mancata sicurezza sul lavoro che ci sono nelle aziende.
Concludiamo con questa proposta: perchè per iniziare non si sbloccano le assunzioni dei tecnici della prevenzione, così da ad assumerne altri?
Attendiamo risposte."
Marco Bazzoni, Andrea Coppini, Mauro Marchi - Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.



















