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2 Settembre 2010

DISOCCUPAZIONE, L’EMERGENZA CHE IL GOVERNO IGNORA


I dati sulla disoccupazione diffusi dall’Istat, se letti superficialmente, potrebbero indurre ad un facile quanto ingiustificato ottimismo. Ad una prima lettura, infatti, colpisce il numero dei disoccupati, sceso a luglio di 15mila unità rispetto al mese precedente, e passato dall’8,5 all’8,4 per cento.
In realtà le cose stanno diversamente. La disoccupazione è e resta, insieme ad una ripresa troppo lenta dell’economia, il vero problema del nostro Paese. Lo dice molto chiaramente l’Istituto Nazionale di Statistica: il numero dei senza lavoro a luglio è comunque cresciuto di ben 121mila unità rispetto allo stesso mese del 2009. Inoltre sempre a luglio di quest’anno diminuisce il totale delle persone occupate: meno 18mila rispetto a giugno, e meno 172mila rispetto a luglio 2009. Questo perché sono aumentate le persone che a causa delle troppe difficoltà rinunciano a cercare un’occupazione.
Il problema del lavoro nel nostro Paese è tanto più grave se si considera la situazione dei giovani. Quasi il 27% di loro (circa 1 su 4), tra 15 ai 24 anni, infatti, non riesce a trovare un impiego - una vera emergenza nazionale - e, cosa più grave, molti di questi ragazzi hanno rinunciato a cercarne uno. Oltretutto i pochi giovani che hanno un lavoro, tendono a concentrarsi in quei tre milioni di individui (maschi e femmine di ogni età) che compongono il bacino dei precari. Drammatica la situazione al Sud dove è disoccupato un giovane su tre.
Vanno poi considerati i 670mila lavoratori che nei primi sette mesi del 2010 sono finiti in cassa integrazione. Un dato, è vero, in calo del 25% ma che è tornato a salire del 9,8% proprio a luglio.
Numeri che sottolineano non tanto l’inadeguatezza, quanto la sostanziale mancanza di politiche del lavoro da parte del governo. Un governo che invece di preoccuparsi delle famiglie e delle difficoltà che queste affrontano quotidianamente pensa a risolvere i guai giudiziari del presidente del Consiglio riproponendo come prioritaria la legge - canaglia - sul cosiddetto ‘processo breve’.
L’Italia dei Valori, al contrario, ha fatto del lavoro il tema principale del suo Programma politico, indicando i punti per uscire da un’emergenza che il Governo Berlusconi finge di non vedere.
Pensiamo che occorra potenziare il ricorso ai contratti di solidarietà; disporre ammortizzatori sociali a favore di tutti coloro che ne sono privi a partire dai precari; abbattere il costo del lavoro per favorire le assunzioni a tempo indeterminato; infine, stabilire un salario minimo d’ingresso per i giovani pari ad almeno 1.000 euro al mese. Solo così i consumi delle famiglie potranno tornare a salire, l’economia a crescere, il sistema-paese innescare un nuovo ciclo virtuoso.


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La difesa della scuola pubblica è nel nostro DNA


Martedì pomeriggio mi sono recato davanti a Montecitorio per incontrare i precari del mondo della scuola. Sono entrati in sciopero della fame per protestare contro i tagli da 8 miliardi che i ministri Tremonti e Gelmini hanno deciso per la scuola pubblica. Li ho incontrati per sottoscrivere un appello da loro rivolto a tutte le forze politiche. Condivido ogni parola di quell’appello, che è già nel nostro programma. Tanto che abbiamo creato un dipartimento specifico sulla scuola. E al primo posto abbiamo messo proprio queste due questioni: la restituzione del maltolto alla scuola pubblica e il passaggio al contratto indeterminato di tutti i precari. Noi dell’IdV ci stiamo impegnando al massimo, protestando in Parlamento, manifestando tutti i giorni nelle piazze: lunedì, ad esempio, abbiamo piantato la “tenda della legalità” contro la tenda del dittatore davanti all’ambasciata libica.
Ma faremo ancora di più, ci impegneremo perché nel nostro Dna c’è la voglia di ridare dignità alla scuola pubblica. Per cambiare però c’è un solo modo, mandare a casa un Governo che non ha scrupoli, che non si ferma nemmeno davanti allo sciopero della fame dei precari. Anzi, questi se vedono il morto si spostano più in là.
Per questo io credo che dobbiamo costruire una mobilitazione sempre più forte che si diffonda in tutta Italia. Dobbiamo convincere le persone, anche quelle che hanno votato Berlusconi, che bisogna cambiare per ridare dignità al Paese. Qui c’è da avere paura, ma più che di Berlusconi, dobbiamo preoccuparci della “berlusconizzazione”. Ripeto, bisogna mandare a casa questo governo e restituire la parola ai cittadini.


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1 Settembre 2010

UNIVERSITA', I QUIZ NON HANNO NULLA A CHE FARE CON LA MEDICINA


Ci auguriamo che la protesta dei presidi e dei rettori delle facoltà di medicina di tutta Italia venga ascoltata dal ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini e dal governo, altrimenti L’Italia rischia di rimanere nel giro di un decennio senza camici bianchi. Domani, giovedì, inizieranno i test per la prova nazionale di medicina e chirurgia che vede impegnati oltre 90mila candidati per soli 8.755 posti. Una situazione insostenibile che non a caso sta provocando polemiche anche tra i diretti interessati, gli studenti e le loro associazioni. Giustamente, perché gli attuali test d'ingresso sono quiz utili per portare denaro nelle casse delle scuole private, ma non hanno nulla a che fare con la scienza medica; spesso anzi, impediscono ai più meritevoli l'accesso agli studi.
E' necessaria una programmazione seria che tenga conto del numero di studenti che raggiungono effettivamente la laurea: uno su quattro. Invece di inficiare gli studi liceali con improbabili quiz sarebbe più giusto considerare il voto di maturità e quelli conseguiti negli ultimi due o tre anni di scuole superiori nelle materie scientifiche. Come strumento di selezione si può pensare anche ad un biennio comune per le facoltà scientifiche: chi consegue una media alta può proseguire gli studi. Chi invece non fa tutti gli esami o consegue voti bassi, può optare per una laurea breve previo esame di idoneità. Il tentativo di laurearsi deve essere consentito a tutti, la selezione, che e' cosa diversa, e' necessaria e deve essere fatta non con il blocco, ma ispirandosi a criteri di giusta valorizzazione del merito. Il libero accesso al sapere, per chi ne ha voglia e capacità, e' un diritto costituzionalmente garantito.


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31 Agosto 2010

BERLUSCONI-GHEDDAFI: L’OBIETTIVO E’ IL CONTROLLO DELLA FINANZA ITALIANA


Il leader libico Gheddafi è arrivato a Roma con la sua grottesca “carovana”: la tenda piantata nella Città Eterna, la lezione di Corano alle hostess pagate all’uopo (con annessa conversione all’Islam di tre di loro), il carosello dei cavalli berberi, le soldatesse amazzoni. Il circo mediatico del Rais è servito, ad uso e consumo dei media; sia arabi, sia occidentali. “Fuffa”, come direbbe qualcuno, che nasconde - ma nemmeno tanto - ben altro.
Il Trattato d'amicizia bilaterale firmato nel 2008 ha portato agli accordi per il controllo dei flussi migratori dalle coste libiche, e per sanare i danni causati dal colonialismo italiano al Paese arabo. Sia chiaro, stiamo parlando di un regime classificato come una delle peggiori dittature al mondo dalle organizzazioni umanitarie. Un regime dal quale molte nazioni occidentali si tengono a debita distanza. L’Italia, invece, gli ha garantito 5 miliardi di euro in 20 anni e una nuova immagine a livello internazionale, aprendo una vera e propria “autostrada” agli interessi finanziari del colonnello nel nostro Paese e in Europa e agli affari tra lui e il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Questo ha permesso ai libici di mettere in piedi una serie di operazioni che in questi primi due anni di “amicizia” ammontano già a circa 40 miliardi di euro. Una montagna di denaro che ha portato ad esempio il Rais di Tripoli a diventare il primo azionista di Unicredit, la prima banca italiana, e grazie alla quota che detiene nella Juventus il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. E punta a Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Berlusconi, inoltre ha detto si anche all’ingresso di Tripoli in Eni: al momento con una quota dell'1%, ma il libici puntano al 10. La Libia in cambio ha portato a 25 anni le concessioni di Eni per lo sfruttamento del petrolio, mentre la società italiana investirà circa 28 miliardi di euro nel Paese africano.
Berlusconi e Gheddafi, tramite le loro “appendici” finanziarie, Fininvest e Lafitrade hanno una quota azionaria nella società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore franco-tunisino che siede già nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca ed è proprietario del canale televisivo Sportitalia.
Il Cavaliere mira alla stanza dei bottoni del potere economico italiano, e sta usando Gheddafi e il bisogno del Rais di rifarsi una faccia agli occhi del mondo, come ariete per assicurarsi un posto privilegiato nel salotto buono della finanza. Così da arrivare a Telecom, Rcs (quindi al Corriere della Sera) e alle Generali. Un’operazione che potrebbe riuscirgli perché Fininvest e Mediolanum hanno già il 5,5% di Mediobanca, dove appunto, ritroviamo l’amico Ben Ammar e un gruppo di fidati azionisti francesi accreditati del 10-15%.
Per non parlare delle commesse per le grandi opere (in primis l’autostrada da 1.700 Km) da realizzare in Libia. Le imprese italiane sono tutte in fila per spartirsi la gigantesca torta: un potere immenso nelle mani del “Caimano”. Chi lo fermerà?


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Il nuovo sacco di Roma: le mani di Alemanno sulla città


Al centro del dibattito politico a Roma e nel Lazio, in questi giorni, c’è la riforma delle competenze amministrative, la cosiddetta bozza del decreto per Roma capitale. Si tratta di un decreto che dovrebbe essere approvato entro il 20 settembre dal consiglio dei ministri, e che ridistribuirà le competenze tra comune, provincia, regione e stato centrale. Il primo rilievo che muoviamo è di ordine costituzionale: non è possibile legiferare in una materia così complessa, che di fatto ridistribuisce i poteri assegnati dalla costituzione, attraverso una legge ordinaria. Occorre un ben più complesso iter, con una legge costituzionale, e di conseguenza un dibattito più ampio, in parlamento e in tutte le assemblee locali interessate.
Entrando poi nel merito del documento, l’anomalia più evidente è la totale consegna di interi comparti alla giurisdizione del comune di Roma, su temi e campi complessi che non a caso sono stati congegnati con una serie di contrappesi e di pareri. Mi riferisco in particolare al settore dell’urbanistica, che con questa riforma sarebbe controllata completamente da Roma capitale: passano sotto il controllo comunale infatti, sia la procedura di Valutazione di Impatto ambientale (VIA), sia la Valutazione ambientale strategica (VAS), attualmente attribuite alla regione. In sostanza salterebbero tutti i controlli, e il comune potrebbe deliberare, autorizzare e darsi parere positivo per nuove costruzioni. Le uscite bizzarre di questi giorni di Alemanno, come l’abbattimento e la ricostruzione di interi quartieri, sono un primo assaggio di una situazione oggi mitigata da pareri incrociati e confronti tra enti locali, ma che con l’approvazione della riforma sarebbero assolutamente senza freni. Situazioni analoghe, con passaggi di competenze verso il comune dagli enti locali e addirittura dal governo centrale, si avrebbero su temi altrettanto decisivi come il turismo, l’artigianato e la gestione del patrimonio storico e culturale.
Il danno più rilevante che questa riforma comporterebbe, però, riguarda il tessuto economico e sociale della Regione Lazio. La Capitale sarebbe completamente slegata dal territorio, la regione gestirebbe competenze sulle sole province e le verrebbe a mancare l’enorme traino di Roma, che sarebbe un soggetto economico e amministrativo completamente distinto. Una regione a due velocità, in definitiva, con una capitale in grado di crescere senza freni e le altre province ad arrancare.
Alemanno vuole mani libere per proseguire con lo scempio urbanistico della città spalleggiato dai suoi grandi elettori. Inoltre vorrebbe accentrare sul Comune tutti i capitoli più redditizi, dal punto di vista economico e clientelare, esternalizzando fuori dal Raccordo Anulare questioni spinose, come i rifiuti e la gestione dei flussi migratori. E' un'idea di amministrazione miope e finalizzata alla mera gestione del potere, alla quale ci opporremo decisamente.


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30 Agosto 2010

BERLUSCONI HA PAURA DELLE URNE: L’IDV PER UNA COALIZIONE FORTE CHE LO MANDI A CASA


Il Cavaliere ha gettato la maschera. Anche lui ha paura delle urne. L'incontro di settimana scorsa tra Lega e Pdl è la prova che Berlusconi non è invincibile. E di questo il Centrosinistra (soprattutto i leader del Pd) dovrebbe tener conto. Dopo settimane di pretattica: “Se non c’è più una maggioranza si va subito al voto”, il presidente del Consiglio smentisce se stesso; merito o colpa dei suoi sondaggi che evidentemente lo danno in caduta libera.
La montagna, infine, ha partorito il classico topolino: “Si va avanti, ma senza Udc''. L’annuncio l’ha dato Umberto Bossi uscendo, prima degli altri, dal vertice di maggioranza a Villa Campari. Niente elezioni anticipate e, soprattutto, no all’allargamento della maggioranza di governo a Casini. Risultato: il Governo non cade subito, ma non avrà vita facile, sorretto com’è dagli interessi di bottega delle sue variegate componenti.
Ma quello che ci preoccupa, come IdV, è che saranno i cittadini a non avere vita facile, schiacciati come sono da una crisi economica che le criminali politiche del Centrodestra hanno aggravato; dallo scontro generazionale generato da un mercato del lavoro che costringe i giovani ad un precariato cronico o, peggio, ad anni di disoccupazione; dallo sgretolarsi di ogni certezza del diritto, con leggi ad personam e ad aziendam, i ripetuti attacchi alla Magistratura e alla Costituzione Repubblicana; dal tentativo, al momento scongiurato dall’impegno dei settori più sani della società, di imbavagliare i media.
Dobbiamo evitare che l’agonia del Governo diventi anche quella del Paese. Le forze di opposizione devono ritrovare uno slancio d’orgoglio per mandare a casa Berlusconi e far rinascere la speranza in un futuro possibile. Questo non si fa alleandosi con chi, come Fini, nonostante i distinguo, ha contribuito allo sfascio generale e ancora oggi sostiene il governo della “Cricca”. E nemmeno con chi, come Casini, vuole fare il “Terzo Polo”. Al contrario, bisogna costruire una coalizione che abbia a cuore la legalità, i diritti dei lavoratori, il benessere dei cittadini, il rilancio economico e industriale del Paese: l’Italia dei Valori è pronta.


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Arriva il capo del circo equestre, perché Gheddafi non pianta la tenda all'Aquila?


Ecco i motivi della nostra protesta


Da oggi inizia una due giorni del capo clown Gheddafi, fatta di menzogne e di insulti al nostro paese, fatta di ritardi rispetto al protocollo di qualsiasi cerimoniale organizzato e di spese inutili per far correre i cavalli del rais libico dentro un centro sportivo delle forze armate italiane.
Il tour “all inclusive” che il governo offre a Gheddafi comporterà un notevole aggravio di spesa per il Ministero della difesa e dell’interno: chi pagherà per la tenda di Gheddafi? Forse chi vive ancora in una tenda, non per scelta e senza amazzoni, all’Aquila? Perchè il leader libico non è andato a piantare la sua tenda là fra gli sfollati? Avrebbe trovato un’altra Italia rispetto a quella di finta deferenza che gli si prospetterà.
Ma non è solo in termini economici che da due anni continuiamo a pagare una sudditanza riverente alla Libia: anche i nostri principi umanitari, il nostro stato di diritto verranno messi da parte per accogliere il capo di uno stato che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti umani, che ha chiuso l’ufficio Onu per i rifugiati e che ogni anno deporta immigrati disperati nei campi di concentramento creati nel deserto libico.
Di tutto questo il governo ne dovrà rendere conto ai cittadini che soffrono la fame per la crisi delle imprese e la precarietà del lavoro. Chiediamo al governo, ai Ministri degli Esteri e della Difesa “gheddafiani” Frattini e La Russa, di venire a riferire davanti al Parlamento,
A Gheddafi manifesteremo tutto il nostro dissenso per non aver mantenuto i patti dei rimborsi per i rimpatriati che da 40 anni attendono il loro risarcimento, per non aver aderito al riconoscimento dei diritti umani, per aver lasciato morire centinaia di rifugiati respinti dalle coste libiche e segregati in mezzo al deserto.
Manifesteremo contro la sua volontà di offendere sempre il nostro paese e di trovare d'accordo, nell'offesa, siglato con un baciamano, Berlusconi e Fratini.
Manifesteremo soprattutto contro la decisione del governo pduista, nonchè di alcuni amici del Pd, di regalare, con l’accordo di due anni fa e tuttora in vigore, 5 miliardi per costruire strade libiche, mentre al nostro paese sono stati tagliati i soldi per ricostruire le case per i terremotati, per salvare società in crisi come la tirrenia, per finanziare le forze dell'ordine o per assumere i precari della scuola.
Manifesteremo perché quei soldi potevano essere utilizzati per migliorare la sanità e invece chiuderanno le strutture periferiche. Manifesteremo perché i lavori li faranno i soliti noti, le imprese amiche del premier, gli amici degli amici della cricca e dei furbetti del quartierino.
Ecco perché l’Italia dei Valori manifesterà lunedì e martedì, fino a quando Gheddafi non se ne ritornerà nel suo tesoretto libico. Deve sentire che questo paese, che ha una memoria storica e un senso dello stato molto più profondo del governo impresentabile che lo dirige, questo paese non gli è amico, e noi glielo ricorderemo.
L'Italia e' un paese libero e civile, che non fa affari e che non si prostra ai dittatori.
Finora Gheddafi ha trovato “amici” che sono contro la costituzione, come questo centrodestra o come “gheddafiani” antelitteram tipo D'Alema, che ancora oggi non capiamo, ma saprà che esiste anche un popolo civile, che crede nel rispetto dei diritti umani, nella democrazia, nello stato legale e di diritto.


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Il Senatore Stefano Pedica, guiderà una delegazione dell’Italia dei Valori e di rappresentanze dei lavoratori delle aziende in crisi, in una serie di appuntamenti paralleli al tour di Gheddafi:
-ore 16.30, protesta di fronte a Accademia Libica, Via Cortina D’Ampezzo (zona Cassia)
-ore 17.30, verranno piantate le “tende della legalità” di fronte alla residenza dell’ambasciatore libico, Via Cortina D’Ampezzo
-ore 21, protesta di fronte alla caserma dei carabinieri “Tor di Quinto”
- al termine della manifestazione alla caserma rientro presso le tende antistanti residenza ambasciatore libico e pernottamento per l’intera notte.


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29 Agosto 2010

La cacciata del Re Sola


L'Italia va a rotoli, la situazione della scuola pubblica è disperata, i cittadini dell'Aquila sono sul piede di guerra è Berlusconi che fa? Tramite il suo prestanome Alfano, ripropone la legge che gli assicurerà la prescrizione nei suoi processi.
Mandiamoli via con un calcio nel sedere!
I nostri eroi sono i cittadini aquilani che hanno fischiato il rappresentante del Governo che voleva fare passerella accanto alle macerie del terremoto. Macerie che stanno lì a dimostrare le bugie della ricostruzione.
I nostri eroi sono precari della scuola che in questi giorni a Palermo, finiscono in ospedale a causa del loro sciopero della fame. Perchè contestano la distruzione della scuola pubblica. A settembre vivremo sulla pelle dei nostri figli che vanno a scuola la truffa del “fare” berlusconiano. Tremonti e il suo braccio armato, il ministro Gelmini hanno tagliato 8 miliardi di euro. Ma sapete cosa sono 8 miliardi di tagli? Significa tagliare sul personale, 64mila precari che non solo non verranno normalizzati, ma perderanno anni di graduatorie e professionalità. Ma a farne le spese non saranno soltanto i lavoratori della scuola. Infatti questo governo ha cancellato anche tantissime classi della scuola dell’infanzia, in tutti gli asili nido. Lo ha fatto velocemente e impunemente, senza preoccuparsi di rendere la vita impossibile alle famiglie con bambini piccoli. E toglieranno il tempo pieno: davanti alle scuole ci sono le file di genitori disperati che cercano di ottenere i pochi posti disponibili. Infine, hanno ridotto le ore delle superiori. Con una ciliegina marcia e indigesta sulla torta: ci saranno aule con 35 alunni, mentre il numero legale è di 26. Così il governo di centrodestra infrangerà sistematicamente le norme di sicurezza, anti incendio e sanitarie. Preparano il più grande licenziamento in massa della storia della Repubblica.
Per questo non staremo con le mani in mano: saremo al fianco dei lavoratori allargando a tutta Italia la protesta contro i tagli alla scuola pubblica già partita in Sicilia, saremo vicini ai cittadini aquilani, appoggiando le loro vertenze e chiedendo in Parlamento che la ricostruzione parta immediatamente, e – a costo di occuparlo, il Parlamento - impediremo l'ultimo colpo di coda del Caimano che presenterà l'ennesima legge ad personam, sul cosiddetto processo breve, che di breve ha soltanto il raggiungimento dell'impunità e non certo della verità processuale.
Sarà la nostra rivoluzione d'autunno per la cacciata del Re Sola.


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FONDAZIONI LIRICO/SINFONICHE, LE POLITICHE DI BONDI UCCIDONO LE SPERANZE DEI GIOVANI


Molti musicisti ci hanno contattato esprimendo il loro appoggio alla nostra battaglia per il futuro delle Fondazioni. Nelle loro accorate lettere rileggiamo i tragici effetti della politica di tagli del governo, che colpisce gravemente il settore della cultura e dell’istruzione: i primi ad essere colpiti sono stati i giovani, a cui è stata immediatamente annullata la speranza di poter avere un futuro lavorativo dignitoso in patria, con il ritiro di concorsi già banditi.
Oggi ci troviamo invece di fronte al dramma delle centinaia di lavoratori del Carlo Felice di Genova, che da settembre si ritroveranno senza stipendio e con la magra consolazione della speranza di una cassa integrazione in deroga, perché i lavoratori delle Fondazioni non rientrano nelle categorie che possono usufruire di tale istituto.
Inutile dire che fra i cinque punti programmatici che Berlusconi ha riproposto per l'autunno, cultura e formazione non sono neppure menzionati.
Noi sosteniamo invece che proprio su questi settori si debba intervenire con finanziamenti e con leggi di riforma che tengano conto delle effettive ricadute economiche sui lavoratori.
Ci siamo fermamente opposti all'approvazione del decreto Bondi sulle Fondazioni Lirico Sinfoniche, ed abbiamo illustrato nella discussione in aula tutti i motivi della nostra contrarietà al decreto, nel metodo e nel merito. Lo scorso 24 giugno abbiamo fatto ostruzionismo per 37 ore consecutive in Parlamento, cercando delle risposte dal ministro Bondi che non sono mai arrivate.
Già nel marzo del 2009 il senatore idv Giambrone aveva presentato una risoluzione bipartisan approvata dal parlamento, che dettava le linee di riforma per le fondazioni lirico sinfoniche, ma che non è stata presa in considerazione nella stesura del Decreto Bondi. Oggi esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori ingiustamente colpiti, e continueremo a batterci per una riforma che valorizzi, anziché penalizzare, le molteplici ed altissime professionalità che lavorano nei nostri Teatri, mantenendo alta una tradizione che ci ha resi famosi in tutto il mondo, e per dare un futuro ai giovani che oggi affrontano con impegno uno studio fatto di sacrificio oltre che di passione e di talento.


Indiana Raffaelli - Responsabile IDV Lavoratori Spettacolo


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28 Agosto 2010

DIFENDERE LA COSTITUZIONE E COSTRUIRE IL NUOVO CENTROSINISTRA


Mobilitiamoci per la Costituzione. Accogliamo l'appello di Art.21 per una grande mobilitazione nazionale unitaria, di tutte le forze associative, politiche, culturali che al di là di qualsiasi logica di schieramento, abbiano davvero a cuore la legalità repubblicana e non vogliono vedere imbavagliata anche la Carta Costituzionale. L'Italia dei Valori aderisce, sapendo che c'è una distinzione netta tra il partecipare ad una manifestazione per la difesa della Costituzione e fare, invece, un'alleanza di governo con la destra. Perché la difesa della Costituzione è un impegno civile prima che politico, indipendente dalla logica degli schieramenti. E perché ce n'è bisogno. La polemica sollevata dall'editoriale di Famiglia Cristiana, solo per citare l'ultimo caso, è rivelatrice. Il settimanale catolico attacca apertamente il berlusconismo, la logica dell'annientamento dell'avverario e il tentativo di fare carta straccia della Costituzione. Aderiamo dunque, sapendo però, che non è solo con le manifestazioni che si manda a casa Berlusconi e, soprattutto, si vincono le elezioni. Da mesi, da prima che la crisi Fini-Berlusconi fosse conclamata, ripeto che il centrosinistra deve lavorare subito ad una nuova coalizione per preparare l'alternativa di governo. In questo momento c'è una grande confusione politica, che parte dalla spaccatura nel governo. Cade, non cade, quando cade, come cade, si va ad elezioni o no? Domande cui tuttora è impossibile dare una risposta. Certo è che il centrosinistra non può farsi cogliere impreparato. Sarebbe un errore enorme soprattutto perché abbiamo delle responsabilità nei confronti del Paese. La politica non è solo confronto e scontro dialettico, la politica è costruire la società nell'interesse dei cittadini. L'Italia soffre una crisi economica pesante, ma anche poltica, sociale e culturale. Se le forze del ceontrosinistra non si facessero trovare pronte con un programma serio e concreto per rilanciare il Paese verrebbero meno al loro compito. L'asse di questa nuova alleanza, a mio avviso, dovrebbe essere costituito da Italia dei Valori, Partito Democratico e Sinistra Ecologia e Libertà. Alla base dovrebbe esserci un progetto per il rilancio economico e la rinascita civile e culturale dell'Italia. Un piano ambizioso che dovrebbe coinvolgere le menti migliori del nostro Paese. le risorse della società civile, le energie dei giovani. Per realizzare questo progetto è iportante partire subito, già a settembre, e non aspettare di lasciarsi trascinare dagli eventi.


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27 Agosto 2010

SANITA’: GARANTIRE PARI QUALITA’ E PRESTAZIONI A TUTTI I CITTADINI


Onorevole Palagiano, parliamo di sanità: quali sono, secondo l’Italia dei Valori, i punti critici sui quali bisogna intervenire con urgenza?
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità siamo ai primi posti nel mondo per qualità.
La realtà è un po’ diversa, nel senso che dovremmo considerare, non soltanto il valore di alcune prestazioni, ma anche l’omogeneità del servizio sul territorio nazionale. Quindi se prendiamo i punti d’eccellenza, sicuramente non siamo secondi a nessuno; se invece andiamo a verificare le prestazioni che hanno i cittadini di Messina o della Calabria, vediamo che sono meno qualificate.
Ecco quindi che questa classifica piuttosto ottimistica viene meno. In realtà l’Articolo 32 della Costituzione sancisce il diritto del cittadino ad avere un trattamento sanitario uguale in ogni parte d’Italia; questo purtroppo oggi non avviene. C’è un evidente problema di qualità e di disomogeneità sul territorio e il Governo, in questo caso, dovrebbe prendersi cura di tutti i cittadini, da Nord a Sud.
Con questa politica di tagli, invece, si mette a repentaglio la salute delle persone: i rami secchi vanno tagliati, ma è urgente riorganizzare la sanità per dare a tutti gli italiani le stesse chance, le stesse possibilità di fruire di buoni trattamenti sanitari.


Uno dei problemi più gravi della sanità italiana è il deficit di alcune regioni; soprattutto al Sud. Come si risolve il problema?
Guardi, bisognerebbe andare all’origine: perché un posto letto in Calabria costa il 40% in più rispetto ad altre regioni? Perché le Aziende Sanitarie locali sono state considerate dei “postifici”, degli “stipendifici”. Non appena il politico di turno veniva nominato direttore generale, cominciava a dispensare posti di lavoro anche se la struttura non aveva alcun bisogno di quelle assunzioni.
Questo malcostume, comune a tutti i partiti, a Nord e a Sud, negli anni ha fatto lievitare enormemente i costi. Bisogna spezzare questo circolo vizioso. Come Italia dei Valori abbiamo cercato di porvi rimedio con la legge sulle Attività Cliniche, che purtroppo è stata messa su un binario morto e di cui non si parla più; abbiamo presentato decine di emendamenti affinché il direttore generale non fosse più nominato dai partiti politici ma fosse scelto tra i professionisti più qualificati, iscritti ad un Albo Nazionale, e fosse in grado di gestire i soldi dei cittadini e risponderne personalmente. Un altro scandalo, infatti, è che nessuno, tra quelli che hanno creato la voragine nella sanità, è stato chiamato a risponderne. Tutto il deficit è sul groppone degli italiani, non c’è UN politico condannato a risarcire i cittadini per la sua inefficienza, e per quelle che sono state le sue malefatte messe in atto per rispondere alla parte politica che lo ha nominato.


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SCUOLA, AL “GRIDO” DEI PRECARI IL GOVERNO RISPONDE COL SILENZIO


L’Italia dei Valori non è soddisfatta per le non risposte giunte ieri dall’incontro in prefettura, a Palermo, tra il sottosegretario del Miur, Giuseppe Pizza, l'assessore regionale all'Istruzione Centorrino, e una delegazione dei precari della scuola che protestano dal 17 agosto.
"I tagli alla scuola non verranno ridimensionati e così la situazione non si risolve, come era nelle nostre previsioni – ha dichiarato il senatore e commissario di Idv in Sicilia, Fabio Giambrone, uscendo dall'incontro con Pizza -. Il governo nazionale non ci ha dato nessuna indicazione rispetto a ciò che avevamo chiesto, ossia il ritiro di tutti i tagli fatti fino ad ora dal ministro Gelmini. Quello che sta accadendo nel Paese é molto grave, propongono degli interventi tampone attraverso la Regione siciliana, utilizzando fondi Por e Pon. Non condividiamo questa soluzione". In Sicilia la riforma Gelmini prevede il taglio di 5.000 posti. Giambrone sottolinea che "serve una inversione di tendenza perché dietro ogni riforma deve esserci un'idea, qui non c'e', ma solo un taglio indiscriminato di risorse. Non possiamo accettarlo, continueremo la nostra lotta in parlamento e nelle piazze". Grande anche la delusione tra i precari presenti alla riunione, tra questi Pietro Di Grusa, e Salvo Altadonna, che dal 17 agosto portano avanti lo sciopero della fame. "Non c'e' stato alcun passo indietro sui tagli previsti dalla riforma – ha detto Altadonna -, per questo continueremo con lo sciopero della fame. Non ci aspettavamo che il ministero proponesse soluzioni con soldi non suoi, senza mostrare alcun tipo di sensibilità verso di noi che non piangiamo il lavoro, ma la professionalità accumulata in questi anni e persa di colpo".


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26 Agosto 2010

UN RINNOVATO IMPEGNO PER IL CONTRASTO ALLE MAFIE


Da settembre un'altra sfida ci attende sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Subito dopo l'estate, infatti, inizieremo a lavorare ai programmi e alla struttura per lanciare con la massima incisività le attività del dipartimento Antimafia dell'Italia dei Valori che ho l'onore e la responsabilità di dirigere e in cui profonderò l'impegno maturato in anni di militanza nella società civile. L’istituzione di questo organismo all’interno di un partito politico, in un clima così teso ed avvelenato da vicende legate alla cosiddetta “legalità”, testimonia l’impegno vero e sincero di Antonio Di Pietro e dell’Italia dei Valori in un ottica di rinnovamento e pulizia della politica italiana.
Le linee direttrici del dipartimento sono però già segnate e su queste ci misureremo e non faremo sconti a nessuno: punteremo molto sull'informazione e sull'analisi dei fenomeni mafiosi nazionali ed internazionali, quest’ultima sviluppata anche grazie all'attività condotta al Parlamento Europeo. Le nostre attenzioni saranno rivolte ovviamente all'ala militare delle mafie ma con l'intenzione di concentrarci e portare alla luce tutte quelle collusioni politico-istituzionali che dalla strage di Portella della Ginestra in poi non hanno mai smesso di tramare e che hanno portato l'Italia ad essere una nazione fondata su sangue, segreti e menzogne di Stato.
Per far questo abbiamo bisogno però della collaborazione attiva di referenti da ogni parte d'Italia, che ci supportino nella denuncia dei misfatti locali e che riceveranno massima attenzione da parte del dipartimento e del partito. In questo senso il nostro invito alla collaborazione va a tutte le associazioni, i movimenti che da anni si battono sui temi dell'antimafia e di cui abbiamo bisogno per essere maggiormente incisivi; quegli uomini e quelle donne saranno per noi alleati di primaria importanza da cui imparare con umiltà, riconoscendo loro l’importanza dell’indipendenza che rispetteremo in ogni sede.
Non faremo sconti a nessuno, né in virtù di alleanze né di coalizioni, tantomeno per ragioni di Stato o di partito, convinti che la linea dura sulla lotta alla mafia fortifichi istituzioni e soggetti politici; la mia storia personale è garanzia che mai il dipartimento tacerà su fatti raccapriccianti, anche se interni o vicini politicamente.
Produrremo dossier e documenti di denuncia e ci faremo ora portavoce, ora stimolo per la magistratura in modo che le nostre attività abbiano anche uno sbocco giudiziario e non siano percepite solo come spot elettorali.
Inutile fingere, le elezioni politiche sono alle porte. Il dipartimento si impegnerà in un controllo più che minuzioso delle liste di candidati, sia quelle dell’IDV che quelle degli altri partiti che si presenteranno al confronto elettorale. Quest’attività risulta di fondamentale importanza specie alla luce del fatto che la legge vigente (il “porcellum”) non prevede la possibilità per i cittadini di esprimere preferenze.
Sfruttando tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione proveremo a scongiurare per tempo la presenza di condannati e di personaggi le cui zone d’ombra consigliano percorsi diversi da quello di rappresentare i cittadini in Parlamento.
Siamo pronti per questa nuova trincea di legalità dalla quale cercheremo in tutti i modi di restituire verità e giustizia a questa nazione disgraziata e dare all'opinione pubblica nomi, fatti e circostanze che devono essere cacciati dall'ambiente politico istituzionale; i vari Dell'Utri, Cosentino, Cuffaro e affini non avranno pace e faremo di tutto per far diventare l’Italia dei Valori “il” partito dell’Antimafia.



25 Agosto 2010

La nostra passione vincerà sui loro interessi


Crisi di governo: che fare? Semplice, approfittarne. Il compito storico che attende l'opposizione è riempire lo spazio politico creato dal “governo del non fare nulla” e denunciato dalla scissione finiana; un'opportunità, oltre che un dovere, che le tante voci sicure dell'impossibilità di battere il Pdl in eventuali elezioni ravvicinate trascurano di considerare. Certo, a ciò contribuiscono le indecisioni del Pd, che tuttavia aprono, proprio come la crisi di governo e in particolare le ragioni che la sostengono, una prospettiva allettante per l'Italia dei Valori: in un'epoca di interessi senza passioni, per recuperare il lessico di Albert Hirschman, è la passione non interessata che può imprimere una svolta politica. La passione per la legalità che contraddistingue i tanti elettori dell'Idv è di natura intrinsecamente sociale anziché individualistica, nonché rivoluzionaria, non appena si riconosca, in questo slancio, la più concreta volontà di portare a compimento la costituzione: un documento di portata appunto rivoluzionaria, come riconosceva in tempi non sospetti (una costituzione rivoluzionaria di per sé, e non esclusivamente in rapporto allo scempio attuato dall'attuale governo) Piero Calamandrei. Se la scelta di Fini cade su un'opzione exit, per dirla ancora con Hirschman – una via d'uscita dal degrado politico governativo –, la risposta dell'opposizione dev'essere di tipo voice – la via del cambiamento per tramite della politica – che necessariamente presuppone, quale suo requisito essenziale, quella legalità che, sola, può condurre i cittadini a essere i principali attori del cambiamento stesso. Il passo successivo, quello della loyalty nello schema hirschmaniano, è quello dell'alleanza, e della costruzione di un'alternativa forte al governo degli interessi berlusconiano. L'Idv ha molto da offrire, a tal riguardo: un'avanguardia, per così dire, che puntando sulla legalità ha creato un importante precedente per pensare a una società di passioni oltre che di interessi. Da qui, e solo da qui, si può partire per affrontare le tante ingiustizie che nell'illegalità trovano un alleato imbattibile; e da qui si dovrà partire per costruire un programma che recuperi la migliore qualità politica della sinistra e del cristianesimo sociale: la capacità d'immaginare una società diversa da quella esistente. L'Italia dei Valori è pronta.


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Insegnanti precari in una scuola precaria. Promuoviamo una grande mobilitazione contro l'imbarbarimento.


Continua e riparte la protesta dei precari della scuola.
Decine di migliaia di insegnanti e personale della scuola pubblica sono stati condannati alla disoccupazione dal ministro Gelmini. Dopo aver sostenuto esami, aver acquisito titoli, dopo aver scalato graduatorie in anni di studio, di insegnamento, di lavoro. E' l'effetto della politica dissennata dei tagli, ma è anche la conferma di un governo che mortifica meriti e professionalità, ignorando diritti e bisogni.
'Tagliare' è la parola d'ordine di questo governo, che ne ha fatto una bandiera.
E il sistema mediatico berluscon-minzoliniano esalta il governo decisionista e coraggioso che taglia.
Tagliare le unghia è una operazione estetica, tagliare una ciste è una operazione sanitaria, ma tagliare la testa è un assassinio.
Questo governo taglia i fondi alla scuola e alla cultura, e quindi uccide scuola e cultura.
Non taglia e anzi conserva e incrementa sprechi e affari delle cricche.
Dietro le scelte apparentemente fredde e contabili dei tagli vi è una precisa strategia. In primo luogo, questo governo si caratterizza per l'assoluto silenzio sulla scuola privata. Tremonti e Gelmini non parlano mai di scuola privata: perché? E' ormai chiaro a tutti: a che serve parlarne? Basta mortificare e uccidere la scuola pubblica, privarla anche dei fondi minimi necessari per garantirne il funzionamento. Fatto questo, alla fine, resta la scuola privata!
E così chi ha i soldi, ha il diritto di sapere, di formarsi; chi non li ha, è privato di questo diritto.
E dentro a questa morsa non ci sono solo gli studneti e le loro famiglie, ma anche decine e decine di migliaia di operatori della scuola pubblica, che perdono il diritto al lavoro e non possono progettare il futuro. Per loro non vi è neppure un giudice come per gli operai di Melfi.
Eppure la logica è la stessa: Marchionne come Tremonti considerano il diritto al lavoro una regalia, sottoposta ai prevalenti interessi di casta e all'arroganza finanziaria dei “ladroni di Roma e dintorni”. Quei “ladroni di Roma e dintorni” che ormai tutti hanno compreso essere alleati finanziari di banche e banchetti della Lega Nord.
Non è finita qui. La situazione dei precari della scuola è resa ancora più drammatica dalla strategica mortificazione delle professionalità. L'Italia resta l'unico Paese europeo nel quale, ormai, essere artista, insegnante, giornalista, medico, artigiano, avere insomma una professionalità non conta niente.
E tutto si riduce a “quanto denaro hai ?” e “a chi appartieni? quanto è forte la tua casta?”.
“Io sono violinista...”
”Sì, va beh, ma cosa fai?”
“Io insegno in una scuola pubblica”.
“Sì, va beh... ma cosa fai?”
Se non hai alcuna professionalità, ma sei ricco e appartieni alla casta, allora sì che sei rispettato.
Precarie, in tal modo, diventano la professionalità, la cultura, l'arte, la scuola. La lotta dei precari della scuola è lotta non soltanto degli scippati del diritto al lavoro e del proprio futuro, ma è lotta perché le professionalità vengano rispettate. Tutte. E perché la scuola pubblica non sia più precaria, perché i giovani, tutti i giovani, possano attraverso la cultura e l'arte avere un proprio progetto di futuro.
Italia dei Valori continuerà la propria azione in Parlamento e nelle piazze, davanti e dentro le Scuole e i provveditorati; presentando atti parlamentari e facendo ostruzionismo e ogni azione possibile per costringere il governo a fermarsi in questa sfrenata corsa verso l'imbarbarimento e verso l'assassinio della scuola pubblica e del diritto al lavoro di decine di migliaia di professionisti.


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24 Agosto 2010

Le intimidazioni di Fininvest, la verità sulle stragi mafiose


Il viscerale odio di Berlusconi per i magistrati in genere e per quelli che hanno indagato su di lui in particolare, oltre ad essere espresso a parole, si traduce quando possibile in atti intimidatori, che di per sé dimostrano l’evidente ed insopprimibile conflitto d’interessi di un Presidente del Consiglio, già condannato per aver testimoniato il falso, e pluri indagato per vicende gravissime di corruzione, falsi in bilancio, ed anche per favoreggiamento alla mafia. Non potendo colpire direttamente i magistrati, che la Costituzione difende quando sono nell’esercizio della loro attività, cerca di colpirli in modo trasversale, quando come nel caso di Tescaroli, scrivono libri nei quali descrivono le loro indagini. Luca Tescaroli ne ha scritti tre: Perché fu ucciso Giovanni Falcone; Le faide mafiose nei misteri della Sicilia e Colletti sporchi (2008, con Ferruccio Pinotti).
Per quest’ultimo libro la Fininvest, come scrive 'Il Corriere della Sera', chiede il risarcimento a Tescaroli "per gli ingentissimi danni non patrimoniali" procurati con la sua pubblicazione. Il libro ripercorre, tra le altre cose, la vecchia indagine antimafia su 'Alfa' e 'Beta', nomi in codice per indicare Silvio Berlusconi e Marcello dell'Utri. Un fascicolo che è stato archiviato tempo fa. Il magistrato, che ha già subito un tentativo di omicidio, ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a scriverlo: "Innanzitutto volevo spiegare la pericolosità e le insidie di Cosa nostra, e in particolare dei cosiddetti 'Colletti bianchi' attraverso l'esperienza personale che ho maturato negli ultimi anni. Quindi, ho voluto anche rendere omaggio a tante, troppe vittime della mafia". Tescaroli fa riferimento (fra le altre) alla figura del pentito Salvatore Cancemi: fu lui a rivelare che Riina, prima di Capaci, aveva incontrato il premier e il senatore, e disse pure che il Gruppo Fininvest «versava periodicamente 200 milioni di lire a titolo di contributo a Cosa Nostra». «Singolare che il dottor Tescaroli non spieghi ai lettori che Cancemi è stato ritenuto inattendibile», obiettano i legali del Gruppo. Risponde Tescaroli: «Non ho mai detto che le dichiarazioni di Cancemi sono valide in assoluto. Le ho solo richiamate assieme all'esito di quel processo. E non bisogna dimenticare che Cancemi è reo confesso della strage di Capaci, fu uno degli autori».
Luca Tescaroli è il magistrato che ha fatto condannare all’ergastolo gli autori materiali della strage di Capaci, nella quale furono assassinati Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta. E’ sempre Tescaroli che, lavorando alla procura di Caltanissetta, ha scritto la requisitoria del processo di appello della strage medesima. Ha lasciato volontariamente quella procura poco dopo la richiesta d’archiviazione per Berlusconi e Dell’Utri, tra l’altro basata sul fatto che le dichiarazioni di Giovanni Brusca sarebbero in contraddizione con quelle di Salvatore Cancemi. Come si legge in un articolo del Corriere della Sera del 2001, tuttavia, Tescaroli contesta il fatto e ritiene che le dichiarazioni di Cancemi, Brusca e di un altro pentito, Maurizio Avola, «consentono di inquadrare le ipotesi di trattative coltivate, e gli attentati eseguiti e programmati, nell' azione volta a creare le condizioni per l'affermazione di una nuova formazione politica (ndr. Forza Italia)». Altro «pezzo forte» della richiesta di archiviazione proposta a Caltanissetta sono le deposizioni dell'ex-presidente della Repubblica Cossiga, che fissa la decisione di Berlusconi di entrare in politica «due-tre mesi prima delle elezioni del 1994». E pur non volendo commentare il valore di queste dichiarazioni, Tescaroli ricorda che «al processo d'appello per Capaci sono stati forniti elementi di prova che vanno in segno contrario», in particolare una sorta di atto di fondazione di Forza Italia datato luglio 1993.
Dunque le "persone importanti" che, secondo Cancemi, avrebbero incontrato Riina incoraggiandolo nella sua strategia volta a scalzare i vecchi partiti e a favorire la nascita di nuovi soggetti politici che diventassero referenti più credibili e utili per Cosa nostra, sarebbero Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi fa i loro nomi - dicendo di averli appresi dalla bocca dello stesso Riina - soltanto al processo di appello per la strage di Capaci. Dove racconta anche la sua missione presso Mangano, per convincerlo a lasciare a Riina la gestione dei rapporti, coltivati per vent'anni, con Berlusconi e Dell'Utri.
Nell'udienza del 22 ottobre 1999, il pm Tescaroli domanda a Cancemi: "Senta, lei ha fatto riferimento - per quanto attiene l'individuazione dell'epoca in cui eseguire la strage di Capaci - a questi accordi, a questi contatti intercorsi tra queste "persone importanti" e Riina. Chi sono queste persone importanti?". Cancemi risponde con un filo di imbarazzo: quella è la prima volta che ne fa i nomi e i cognomi, e lo fa - chissà perché - proprio in un momento in cui i carabinieri non sono più i suoi esclusivi "angeli custodi":
"Ma io quando... quando me l'ha detto il Ganci lui non me l'ha fatti i nomi, quando stavamo andando... indietro... a Capaci. Mi disse solo "4 persone importanti": `U zu' Totuccio si incontrò con persone importanti. Poi, io, più avanti, l'ho saputo da Totò Riina: e parlava di Dell'Utri e Berlusconi". Poi ritorna sul tema delle presunte tangenti Fininvest a Cosa nostra (la storia dei 200 milioni): "Riina diceva che era un contributo che arrivava da parte di Dell'Utri e Berlusconi a Cosa nostra. Mi disse che loro avevano delle antenne, ripetitori diciamo, nella zona che Ganci Raffaele me l'ha fatto vedere una volta passando di là [ ... I. Posso dire pure che Riina mi disse che loro, intendo sempre quelle due persone, erano interessate a comprare la zona vecchia di Palermo". Tescaroli pone un'altra domanda precisa: "Allora, lei sa se queste persone siano state correlate, accostate alle possibili conseguenze derivanti dalla strategia stragista?". E Cancemi: "Ma guardi, io le posso dire con assoluta certezza che il Riina non aveva nessun timore, nessuna paura, aveva una franchezza enorme. Non spiegava che ci potevano essere dubbi [...], anzi sollecitava, aveva una certa premura di fare questa strage. Specialmente quella di Borsellino".
“Un dato deve altresì considerarsi assolutamente certo: i vertici dell'organizzazione [Cosa nostra], subito dopo la strage di Capaci (secondo il racconto di De Donno) o dopo il 25 giugno (alla stregua delle indicazioni del generale Mori) ricevettero un segnale istituzionale che, nella loro prospettiva, suonava come una riprova dell'idoneità dell'azione stragista a raggiungere l'obiettivo di aprire nuovi canali relazionali, capaci di individuare nuovi referenti politico-istituzionali.”
"Il Cancemi ha posto in rilievo che Riina aveva esposto, nel corso di una riunione, che si stava accingendo a inoltrare una serie di richieste (il cui contenuto è in larga misura coincidente con quanto costituiva oggetto della trattativa, di cui ha riferito il Brusca) nei confronti di soggetti esterni all'organizzazione, che ha individuato negli onorevoli Berlusconi e Dell'Utri. Orbene: dette indicazioni suscitano una serie di interrogativi."
"A prescindere dalla verifica investigativa tuttora in corso, nell'ambito di separato procedimento penale, per individuare quale ipotesi sia aderente al vero e concretamente riscontrabile [...], possiamo affermare con assoluta certezza che il disegno criminale nel suo complesso, e la strage del 23 maggio 1992, in particolare, si è mosso correlativamente al procedere di trattative volte a incidere sui poteri politici e istituzionali, e sull'azione degli stessi, per ottenere vantaggi per gli adepti dell'accolita". Cioè per gli affiliati a Cosa nostra. Le conclusioni del discorso portano, ancora una volta, ai tre fatidici nomi di Mangano, Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi e Brusca "hanno riferito la loro porzione conoscitiva, che rappresenta una parte di una realtà più complessa, da nessuno dei due conosciuta nell'integralità. Invero Cancemi era in condizione privilegiata rispetto al Brusca, per poter conoscere del rapporto, o comunque dei contatti con le "persone importanti" dallo stesso menzionate [Berlusconi e Dell'Utri], posto che Vittorio Mangano, che nel passato aveva coltivato quelle relazioni, è uomo d'onore del suo mandamento [Porta Nuova] e che lo stesso Cancemi era intervenuto per far mettere in disparte il predetto Mangano nel mantenimento dei rapporti con quei soggetti, onde consentire al Riina la gestione diretta del rapporto.
"V'è, poi, un dato obiettivo che emerge dalla realtà fenomenica istituzionale: effettivamente, anche per l'azione dirompente prodotta dalle indagini su Tangentopoli, venivano soppiantati da altre realtà Politiche, nel corso degli anni 1992, 1993 e 1994, i partiti della Dc e del Psi, che, prima dell'inizio dell'attuazione del disegno strategico, rappresentavano la roccaforte del potere nel paese.”
"Possiamo affermare con certezza che l'organizzazione denominata Cosa nostra è un soggetto criminale che, particolarmente a partire dagli anni 1991-92, ha recitato un ruolo non marginale nel quadro politico-istituzionale della nazione. Cosa nostra si proponeva dunque di "incidere sugli assetti di potere esistenti e di creare le premesse per la formazione di nuovi aggregati politici".
“Si continuerà a lavorare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria di Falcone, è la coscienza critica e morale della società civile che impone questo dovere: senza verità non c'è giustizia. E ci auguriamo […] di trovare il filo conduttore che ci faccia risalire a questi mandanti esterni, per poter esercitare l'azione penale nei loro confronti ed evitare che questa realtà, per ora solo intravista, vada ad accrescere i molti misteri che avvolgono lo stragismo nel nostro paese."
Appena Tescaroli è partito da Caltanissetta, quella Procura ha annunciato di aver chiesto l'archiviazione dell'inchiesta sui mandanti occulti, nella quale erano indagati Berlusconi, Dell'Utri e altri. Archiviazione per proseguire le indagini, o per mettervi la parola fine?
Così ne parla il diretto interessato, Tescaroli: "Fu una vera e propria cospirazione politica, mutando atteggiamento nei confronti dello Stato rispetto al passato, in quanto ha realizzato non più una strategia selettiva diretta a colpire persone determinate, che avevano creato nocumento all'organizzazione, in vista del mantenimento dell'equilibrio istituzionale mafioso che dal dopoguerra si era venuto a creare tra i sodali e rappresentanti delle istituzioni; ma una rottura creativa di nuovi equilibri, attraverso una concentrazione di azioni eclatanti e destabilizzanti in un breve lasso temporale. Nuovi rapporti da consolidare e/o creare ex novo sfruttando per un verso quei canali economico-finanziari dei quali l'organizzazione poteva disporre sulla base dei pregressi rapporti, e per l'altro verso, ponendo i presupposti per goderne di nuovi".
Il fascicolo fu poi archiviato ma le intuizioni di Tescaroli oggi sono coltivate da altri colleghi di Caltanissetta che lavorano per cercare i mandanti esterni delle stragi.


Postato da Antonio Borghesi in | Commenti (8) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

FIAT: GOVERNO ASSENTE, LA STRADA NON E’ QUELLA DI LICENZIAMENTI E RICATTI


L’atteggiamento della Fiat sulla vicenda di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, i tre operai di Melfi licenziati dall’azienda e reintegrati dal Giudice, ha dell’incredibile. Il Lingotto sembra voler inasprire – non si comprende a quale scopo - i rapporti sindacali, accanendosi contro i tre metalmeccanici rei soltanto di aver esercitato il loro diritto di sciopero. L’Amministratore delegato, Marchionne dovrebbe spiegare perché in un momento tanto delicato per il Paese e per la stessa Fiat, l’azienda stia adottando la politica del muro contro muro, che non ha (non avrebbe) nessuna ragion d’essere.
Invece di favorire il dialogo il gruppo torinese sembra voler estremizzare lo scontro e portare un altro assalto alla già “sgangherata“ diligenza dei diritti dei lavoratori.
E il Governo che fa? Il ministro della disoccupazione Maurizio Sacconi, che in due anni di mandato ‘vanta’ oltre cinquecentomila disoccupati e alcuni milioni di precari, si nasconde dietro allo slogan “meno Stato e più società”. Questo però non dovrebbe coincidere con la totale assenza del governo, finora incapace di definire gli asset strategici e industriali del Paese. In Francia, in Germania e negli Stati Uniti si sono scomodati Sarkozy, la Merkel e Obama per discutere di Renault, Opel e Chrysler; purtroppo in Italia questo non è possibile. Non esiste un governo che possa ricordare alla Fiat che efficienza e redditività d’impresa sono assolutamente compatibili con i diritti dei lavoratori. La linea del ricatto, che contrappone i diritti con gli investimenti e utilizza i licenziamenti antisindacali, come nel caso di Melfi, è una strada cieca e di brevissima durata. Per l’Italia dei Valori la strada maestra è quella del dialogo tra impresa e sindacati per stabilire regole precise e democratiche all’interno della fabbrica. Per ora, invece, spicca solo l’assenza del governo Berlusconi, immobile di fronte ad un momento industriale così delicato. Anche per questo motivo, è necessario il ritorno alle elezioni il prima possibile.


Postato da Maurizio Zipponi in | Commenti (85) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

23 Agosto 2010

TERRITORIO: LA CULTURA DELLA PREVENZIONE CONTRO L’EMERGENZA QUOTIDIANA


Senatore Giambrone, la frana causata dal terremoto del 16 agosto nelle isole Eolie, ci ricorda la disarmante fragilità del nostro territorio – spesso interessato dal dissesto idrogeologico - e delle colpevoli politiche messe in atto negli anni dai governi e dalle amministrazioni locali. Da questo punto di vista, qual è la situazione in Sicilia?
La situazione è delicatissima. Più volte abbiamo assistito a smottamenti e terremoti. Io il 16 agosto mi trovavo in vacanza nell’isola di Vulcano e ho avvertito proprio quella forte scossa. E’ stato un momento molto brutto che ha provocato il panico in tutti i presenti.
Qui siamo in presenza di un territorio certamente interessato dal fenomeno del dissesto idrogeologico e da amministrazioni che non hanno fatto nulla per metterlo in sicurezza. Il tema resta sempre lo stesso, e cioè quello della prevenzione, che è l’unico antidoto ad una emergenza quotidiana. Dobbiamo fare in modo che le amministrazioni locali e il Governo nazionale prendano impegni seri per mettere in sicurezza le zone a rischio, per uscire dalla fase della emergenza, e per trovare soluzioni che possano prevenire eventi catastrofici.



Abusivismo e condoni, insieme alla mancanza di prevenzione sul territorio, appunto, sono spesso causa di disastri e morti. In Sicilia, in particolare, in una zona classificata ad alto impatto sismico e ad alto rischio idrogeologico, come la provincia di Messina, il Governo Berlusconi progetta di realizzare un’opera faraonica come il ponte sullo Stretto. Che ne pensa?
C’è qualcuno che ancora crede a questo? In una terra come la nostra, dove per arrivare a Ragusa da Palermo, con l’auto o il treno, ci vogliono quattro ore? Basta con queste storie. Noi dell’Italia dei Valori siamo convinti che bisogna arrivare ad una svolta; l’idea potrebbe essere quella di investire le risorse destinate ora al ponte per mettere in sicurezza il territorio, per dare infrastrutture serie e permettere ai siciliani di spostarsi da un posto all’altro in assoluta tranquillità e in tempi ragionevoli. Quello che invece vediamo nella nostra terra, è che troppo spesso è martoriata da pessime amministrazioni e dal malaffare. Cerchiamo di dare una svolta, il nostro contributo non mancherà.


Torniamo all’emergenza quotidiana – ne parlava lei prima -. Basta il miliardo di euro stanziato nell’ultima finanziaria dal Governo per affrontare il rischio idrogeologico? Per la cronaca, Legambiente stima che ne servirebbero circa 43 per riparare i danni causati da decenni di incuria..
Ma non basta assolutamente. Bisogna capire cosa ha intenzione di fare il Governo nazionale. Siamo convinti che stia prendendo una strada sbagliata. Noi guardiamo con grande attenzione alla sicurezza degli italiani e a quella dei siciliani, ma bisogna cambiare e in fretta, prima che sia troppo tardi.


Postato da Fabio Giambrone in | Commenti (21) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

22 Agosto 2010

MONDADORI: IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO


Il lupo perde il pelo ma non il vizio. A quanti si stupiscono oggi della vergognosa legge ad aziendam in soccorso della Mondadori, ricordo come questa grande casa editrice sia stata utilizzata negli anni, nonostante vi siano approdati straordinari autori e dirigenti, anche per finalità che niente hanno a che vedere con logiche editoriali e commerciali. Sarebbe interessante sapere quanti esponenti politici sono stati rabboniti da contratti, magari in esclusiva, per la pubblicazione di libri. E quanti, invece, si sono visti “omaggiare”, per ragioni che niente hanno a che vedere con l’editoria, della pubblicazione di volumi non esattamente uguali alla Divina Commedia. Io stesso nel 1990 ho pubblicato per la Mondadori un libro dal titolo “Palermo”. In questo testo, con una lunga intervista rilasciata ai giornalisti Carmine Fotia e Antonio Roccuzzo, denunciavo il sistema di potere di Craxi e Andreotti e la commistione tra mafia, politica e affari, rivolgendo un appello, rimasto inascoltato, alla Dc che mi avrebbe poi portato a fondare il Movimento per la Democrazia 'La Rete'. “Palermo” superò in pochissimo tempo le centomila copie vendute, tanto da convincere la Mondadori a stampare un’edizione per la collana Oscar. Una volta cambiato il proprietario dell’azienda, con la vergognosa rapina consumata da Berlusconi, il mio libro è però stato ritirato dal mercato e fatto sparire dai cataloghi. Questo piccolo episodio dimostra come la perversione etica dell’attuale Presidente del Consiglio non sia cronaca di questi giorni, ma abbia radici lontane. E rappresenta l’ennesima conferma dell’insopportabile anomalia del conflitto d’interessi rispetto al quale non posso che associarmi alla denuncia, sia pure tardiva, avanzata da Vito Mancuso su
La Repubblica. Ai validi dirigenti della Mondadori, certamente stupiti da tale scelta ‘editoriale’, dico di non angustiarsi troppo. Ho trovato in Germania, in Svizzera, in Libano, negli Usa, in Messico e in Perù editori ben disposti a vendere i miei libri, diffusi anche in edizione economica. Evidentemente, in quel libro esprimevo opinioni non gradite al nuovo padre-padrone della Mondadori. Alla faccia della libertà di espressione e del contratto firmato prima dell’arrivo di Berlusconi e della sua cricca.


Postato da Leoluca Orlando in | Commenti (14) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

Il 2 Ottobre portiamo in piazza le nostre idee


In alcuni italiani le idee e le visioni politiche sono più vivide che in altri. In alcuni, difatti, queste sono maggiormente forgiate dall'insegnamento costituzionale, maggiormente segnate dalla storia della Resistenza antifascista, maggiormente debitrici del sacrificio di chi ha combattuto la mafia, sono memori delle lotte per i diritti dei lavoratori e più tenaci nel difendere la libertà d'espressione. Sono anche maggiormente impermeabili, fortunatamente, al regime videocratico col quale s'intende governare l'Italia. E la Costituzione, la Resistenza, l'Antimafia, lo Statuto dei Lavoratori, e le libertà costituzionali, invero, possono essere salvate dall'oblio culturale del berlusconismo solo da queste persone.

La dignità del Popolo Viola, che ha convocato a Roma il secondo “No B-day”, si connota a mio avviso di questa vividezza e autorevolezza. Vi riconosco infatti un familiare atteggiamento stoico in difesa delle istituzioni democratiche, tale che al lancio dell'iniziativa non ho potuto che rispondere “saremo con voi!”. Sono difatti convinto che al “No B-day 2” ci saranno tantissime presenze culturalmente ingombranti per questo Governo, intendo quelle di tanti liberi cittadini dotati di forte senso civico e precisa cognizione democratica.

Il 2 Ottobre confido che nasca dalla piazza, oltre allo sdegno di sedici anni di tubo catodico e berlusconismo, anni di “ciarpame senza pudore” e “squallide consorterie”, una vera battaglia delle idee. Per rilanciare così, insieme a tutte le forze della società civile, la corsa alla riconquista democratica del Paese, fondata su coraggiosi progetti riformisti (che in Italia paradossalmente significa perseguire l'attuazione della Costituzione!). E' un appello anche ai miei coetanei ad essere presenti, a siglare così un patto generazionale per guarire l'Italia dai mille mali che l'avversano, per creare un solido fronte che promuova a propri rappresentanti i migliori talenti che la società civile esprimere, per opporsi con decisione all'odioso “governo dei peggiori”.

In quella piazza ci saranno perciò, insieme agli altri, anche i desideri di emancipazione che questo governo nega alla mia generazione. Sono i desideri legittimi di avere accesso ad una istruzione pubblica di qualità, di non essere schiavi del lavoro precario, di avere pari opportunità di accedere alle professioni, agli incarichi della pubblica amministrazione e alle cariche elettive. Di essere liberi di poter contribuire al progresso del proprio paese anche da ricercatori senza dover fuggire altrove, liberi di vivere in un ambiente sano, liberi dalle mafie. Liberi di poter sognare l'acquisto di una casa e, magari, sorprendersi che nel pensare a farsi una famiglia non si viene colti da un profondo senso d'ansia e inadeguatezza, come invece oggi accade. Insomma, dare una scossa democratica al Paese e accendere l'ascensore della mobilità sociale!

Chiediamo perciò le dimissioni di Berlusconi e di questo Governo, che non si occupa ne di noi ne di altri, ma non ci basta: chiediamo anche una nuova legge elettorale che porti in Parlamento solo veri rappresentanti del popolo (e non più i servitori del principe!) per perseguire, finalmente, solo gli interessi della collettività. E si sappia, che a noi non sono mai servite le immunità dai processi penali, le “leggi bavaglio” per evitare d'essere intercettati o per limitare il diritto di cronaca della stampa, come non ci serve zittire il web. Non ci è servito resistere alla sentenze europee contro Rete 4 (che non guardiamo!), ne ottenere scudi fiscali per patrimoni all'estero che non possediamo, tanto meno è stato utile condonare abusi edilizi che non abbiamo commesso. Non ci aiuta sicuramente intralciare il lavoro della Magistratura mentre cerca di smantellare le cricche, ne ci da sfogo chiamare “comunisti” i membri della Corte Costituzionale e, peggio, non ci risulta motivo di vanto avere membri dell'Esecutivo inquisiti.

Tutto questo ci è estraneo, come è estraneo a tutti coloro che hanno perso o stanno perdendo il lavoro in questo anno terribile, estraneo ai piccoli imprenditori sotto lo scacco delle banche, ai dipendenti della pubblica amministrazione che giornalmente fronteggiano penurie di mezzi e personale, estraneo ai pensionati che campano con meno di 500 euro al mese, estraneo, decisamente, al crescente numero di persone che compongono le file davanti gli empori della Caritas. Questo Governo è estraneo a molti e familiare a pochissimi.

Per reagire, però, serve una scossa, una scintilla che riaccenda la fiducia di poter costruire un'alternativa. Essa può scaturire solo da una iniezione di democrazia diretta, e la piazza questo lo sa fare. Per questo noi ci saremo.



21 Agosto 2010

Gli italiani perdono il lavoro, Bertolaso no


Gli italiani non devono e non possono dimenticare tutto quello che è successo negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi 18 mesi, alla Protezione Civile. Bertolaso finisce sotto indagine per l'inchiesta sul G8 alla Maddalena e Berlusconi rifiuta le sue dimissioni, probabilmente per non creare un precedente pericoloso per un partito come il PdL, farcito di malfattori e amici della cricca. Poi esplode con tutto il suo splendore la mirabolante e bizzarra idea di privatizzare la Protezione Civile facendone una Spa. Progetto per il momento fallito. Intanto lo scandalo della "cricca" prende forma e si ingigantisce fino a diventare una seconda e più disgustosa Tangentopoli.
Abbiamo dovuto sopportare l'agonia di leggere i fringe-benefits del sistema Bertolaso: auto di lusso, arredamenti, ristrutturazioni immobiliari, incarichi a parenti e amici, prostitute. Mentre monta l'indignazione, Bertolaso appare in tv, su tutti i canali e a tutte le ore. Deve aver imparato certamente dall'amico Silvio come si plagia la mente degli italiani attraverso il fascismo mediatico. In tv, infatti, Bertolaso non ci va certo per raccontare la verità; non ha mai fatto riferimento, per esempio, alla condanna inflitta dalla Corte di Giustizia Europea all'Italia, in merito all'emergenza rifiuti in Campania. Invece di dimettersi entrambi, Berlusconi e Bertolaso, hanno continuato a recitare la parte degli eroi che hanno salvato la città di Napoli ed i suoi abitanti. Il secondo ha anche la faccia tosta di accettare cittadinanze onorarie e medaglie, senza alcuna vergogna, senza imbarazzo. Bertolaso non ha mai parlato dell'Istituto Spallanzani di Roma, una struttura ospedaliera strategica e ad alto rischio, un centro di riferimento per le nuove epidemie, la coltivazione di virus letali e le misure contro il bioterrorismo, che lui ha fatto ristrutturare ad Anemone e Balducci senza rispettare le norme antisismiche. All'inizio di Maggio poi, tocca il fondo organizzando una conferenza stampa che sembra un processo senza accusa in un Palazzo istituzionale: Palazzo Chigi. Grande delusione per chi si aspettava che in quell'occasione riconoscesse le proprie colpe e chiedesse scusa a quanti hanno dovuto sopportare i suoi soprusi e le sue personalistiche regole. In realtà nega tutto, da buon berlusconiano convinto.
Le indagini su Bertolaso e l'ormai famigerata cricca sono cominciate a febbraio. Sono passati più di sei mesi e, al contrario di tantissimi altri italiani, loro non hanno perso il lavoro, anzi, continuano a godere di impensabili privilegi. Dopo il lungo balletto propagandistico giocato sulla pelle degli aquilani, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha emanato una direttiva che conferma ed amplia le competenze della Protezione civile in materia di grandi eventi. Il tutto mentre i tg si occupano di santificare Francesco Cossiga e di riempire di idiozie il popolo italiano: vacanze, menù estivi, previsioni del tempo. E l'informazione? Qualche tg ha ricordato di parlare di questa direttiva? O i tg devono occuparsi esclusivamente di occultare le proteste dei ventimila cittadini aquilani (tra di loro anche sindaci di ogni colore politico) che si riversano sulla Roma-L'Aquila contro i provvedimenti del governo in materia economica? Bertolaso e Berlusconi ne hanno raccontate di frottole agli italiani: l'Aquila sede delle Olimpiadi invernali, le C.A.S.E., le crociere per i terremotati. Un senso dello humor che fa rabbrividire.
La realtà è che il capo della Protezione Civile, a partire dai primi anni duemila ha accresciuto un potere che è diventato assoluto con il tempo, e che oggi raggiunge il suo apice. Questo potere gli è stato concesso sempre da Silvio Berlusconi, ovviamente. Non si tratta di illazioni, come vorrebbe far credere il capo-cricca, ma di dati e numeri.
Tra la fine del 2001 (quando Bertolaso viene nominato capo della Protezione Civile) e la prima metà del 2009, le ordinanze varate dalla Presidenza del Consiglio sono 587. Nulla di scandaloso, se fossero davvero tutte emergenze per calamità naturali imprevedibili e senza margine di prevenzione, ma non è così. Tra queste "emergenze", infatti, figurano numerosi meeting religiosi, eventi sportivi, viaggi del Papa, pericoli legati addirittura all’imponente afflusso turistico alle isole Eolie! Come mai Bertolaso e Berlusconi sono così "appassionati" di grandi eventi, e non di prevenzione ed emergenze? La risposta è talmente semplice che non ci sarebbe bisogno nemmeno di scriverla. I grandi eventi portano guadagno, lucro. Sui grandi eventi ci sono gli occhi e le mani delle mafie (ricordate la vicenda della Vuitton Cup svoltasi a Trapani? Un giro di affari mafiosi nascosto in una ordinanza di Protezione Civile, firmata da Berlusconi su idea di Bertolaso), ci sono i traffici, gli imbrogli. L'unico interesse di Bertolaso è sempre stato quello di gestire i grandi eventi, e la nuova direttiva lo conferma. Li abbiamo trovati con le mani immerse nel barattolo della marmellata, per l'ennesima volta.
Adesso Bertolaso si trova alle isole Eolie a seguito della scossa tellurica di lunedì 16 agosto, e se la prende con il governo del quale LUI fa parte da parecchio tempo. Lo stesso governo che gli ha permesso di disfare la Protezione Civile e di ricostruirla a sua immagine e somiglianza. Lo stesso governo che gli permette di tirare calci sui denti dei volontari e dei funzionari di Protezione Civile, che cercano di portare avanti il proprio lavoro nonostante la gestione disastrosa degli ultimi nove anni. Bertolaso sostiene che il governo non spende abbastanza per mettere in sicurezza vaste zone del territorio nazionale. Come se lui avesse mai avuto intenzione di pensare alla sicurezza del Paese. Lui, capo della Protezione Civile, non ha mai fatto quello che avrebbe dovuto: studio del territorio, previsione e prevenzione dei rischi. Troppi comuni italiani sono privi di un piano di Protezione Civile, e la coscienza del capo non ha mai avuto alcun sussulto quando si è affrontato, per esempio, il problema relativo alla sicurezza degli edifici pubblici. C'è da ricordargli, di tanto in tanto, che in Italia centinaia di migliaia di studenti rischiano la vita frequentando scuole totalmente insicure.
Bertolaso, inoltre, lamenta la mancanza di rispetto delle regole (lui!!!). Dice che "I divieti vanno fatti rispettare, è inutile metterli e poi scaricarli e costruirsi alibi: o si tolgono o si fanno rispettare. E’ il nostro compito e quello di qualcun altro, e noi lo faremo". Lo faremo. Lo faremo. E fino ad ora cosa hai fatto, Guido? A parte arricchirti gravando sulle spalle degli italiani e trasformare la Protezione Civile in un organismo para-militare al servizio di un governo autoritario, si intende.


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20 Agosto 2010

PARTE DA PALERMO L’AUTUNNO CALDO DELLA SCUOLA


Dal 16 agosto i lavoratori precari della scuola di Palermo stanno protestando davanti alla sede dell’Ufficio scolastico provinciale del capoluogo siciliano. La protesta è appoggiata dall’Italia dei Valori, che sostiene la battaglia dei tanti precari del mondo della scuola che in tutta Italia perderanno il posto di lavoro a causa dei tagli della riforma Gelmini. Per questo il senatore Fabio Giambrone, capogruppo IdV in Commissione Cultura e vicepresidente del Gruppo al Senato, in mattinata si è recato in visita al Provveditorato agli studi di Palermo per manifestare solidarietà ai precari della scuola. Giambrone si è messo subito in contatto con il Sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe Pizza, chiedendo e ottenendo per giovedì prossimo un incontro a Palermo con una delegazione di precari. “A tale incontro – ha sottolineato l’esponente IdV - pretenderemo dal governo chiarezza e porteremo tutte le preoccupazioni dei precari, che sono anche le nostre”.


Tra i precari, tre insegnanti stanno attuando lo sciopero della fame. A uno di loro, Salvatore Altadonna, abbiamo chiesto le ragioni di questa forma estrema di protesta…

“Protestiamo da quattro giorni contro la legge 133 che taglia 82 mila posti in tutta Italia, tra personale Ata e insegnanti. Nessuno ancora ci ha spiegato come mai si buttano soldi pubblici senza nessun controllo e poi vengono a dirci che un padre di famiglia che ieri lavorava, oggi non lavora più. Questo nessuno è riuscito a spiegarcelo, e fino a quando questo continuerà ad accadere, nessuno potrà convincerci che siano giustificati i tagli alla scuola. Noi tre in sciopero della fame diciamo che un Governo che taglia per ottimizzare i bilanci è sicuramente coscienzioso, ma un Governo che opera dei tagli affamando le famiglie, non è altro che criminalità organizzata in cerca di nuova manovalanza. E al Sud, in Sicilia in particolare, questa cosa è amplificata. Il meridione in questo momento è una bomba ad orologeria. Visto che non abbiamo ditte, non abbiamo industrie, non abbiamo nulla, tolti i soldi pubblici qual è l’intervento che si vuole fare? Io interromperò lo sciopero della fame solo quando il ministro Tremonti o Berlusconi mi convinceranno che questa è una buona riforma per la scuola: a quel punto io torno a casa.”


Da un punto di vista, invece, della qualità dell’istruzione, cosa comporta un taglio del genere?

“E’ una cosa tragica, perché vediamo che anche nell’ultima finanziaria gli istituti paritari sono stati finanziati, mentre la scuola pubblica vede sottrarsi risorse ogni giorno. Non ci sono, per mancanza dei collaboratori scolastici, un controllo e una vigilanza idonei. Non c’è, a causa della mancanza di fondi, la sicurezza. Non ci sono, nei laboratori di chimica, di biologia, persone competenti. Per non parlare degli insegnanti di sostegno, falcidiati con grave disagio per i bambini disabili.”


Altadonna, dopo questi primi giorni di protesta, avete avuto dei segnali dal Governo?

“Abbiamo incontrato ieri il vice prefetto, che ci ha manifestato la sua preoccupazione per la situazione sociale a Palermo. Preoccupazione dovuta al fatto che noi non siamo l’unica categoria che sta protestando e rivendicando i propri diritti. Da questo punto di vista Palermo è, sostanzialmente, una bomba ad orologeria”.



Comunicato del dipartimento scuola idv a sostegno dei precari scuola di Palermo


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19 Agosto 2010

NON ACCETTANO L’IDEA CHE NAPOLITANO RISPETTI LA COSTITUZIONE


I danni collaterali di un regime populistico ormai in fase di declino inevitabile si fanno sempre più pesanti. Se il capo carismatico passa qualche giorno in una sua villa in Sardegna, il capo gruppo del PDL alla Camera, il piduista Cicchitto, e il suo vice Bianconi rivolgono al capo dello Stato quello che il presidente Napolitano ha definito “minacce” e “indebite pressioni.”
L’oggetto del contendere è chiaro ormai a gran parte degli italiani.
La destra berlusconiana non accetta l’idea che il presidente della repubblica, avendo verificato che la maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni, non sia più presente, deve - così gli impone la costituzione del 1948 - verificare se si è formata un’altra maggioranza in parlamento e, qualora questa ci sia, dare l’incarico a un altro candidato presidente del Consiglio che si presenterà davanti alle Camere e chiederà la fiducia.
Soltanto se la nuova ipotetica maggioranza, non conseguirà la fiducia, il Capo dello Stato potrà sciogliere le Camere e indire le elezioni politiche anticipate.
Cicchitto e altri deputati del PDL, ma anche ministri come Maroni e Alfano, sostengono che l’indicazione del capo del partito indicata sulle schede, secondo quanto consente la legge elettorale vigente, prefigura l’indicazione dell’esponente politico che vincerà le elezioni e, una volta raggiunto l’obbiettivo, sarà scelto dal Presidente come candidato presidente del Consiglio. Ma la legge elettorale di cui parla Cicchitto contiene una precisazione che non consente equivoci perché afferma “restano ferme le prerogative del Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92 della costituzione.”
Dunque la disputa non è fondata sull’interpretazione della costituzione come affermano i berlusconiani ma soltanto su un tentativo maldestro e politicamente pretestuoso di forzare la costituzione e togliere alla massima carica della repubblica un potere esplicitamente previsto.
Di qui viene la dura nota del Quirinale, che è costretto a sfidare il capo dell’esecutivo e i suoi collaboratori quando escludono l’ipotesi di un governo formato su una maggioranza diversa da quella uscita dalle elezioni dell’aprile 2008 per compiere alcune riforme indispensabili (prima tra tutte la legge elettorale e quella sul conflitto di interessi) e poi andare alle elezioni.
Bastano tre mesi o ci vorrà di più per quelle riforme? E’ probabile ma sarà il parlamento, e non il capo dell’esecutivo, a valutare se varrà la pena oppure no. Il governo Berlusconi, negli ultimi due anni, ha puntato essenzialmente sugli interessi personali del capo, ha provocato la crescita della povertà e l’aumento del divario tra nord e sud. E’ arrivato ora il tempo di costruire un’alternativa di governo efficace, che contrasti il populismo autoritario, proprio rifacendosi ai principi costituzionali.
Non esiste altra strada, a meno che gli italiani portino tutti il cervello all’ammasso e si inchinino ancora una volta al capo carismatico di Arcore.


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18 Agosto 2010

VERDINI, LA P3 E “L’ALLEGRA” GESTIONE DEL CREDITO COOPERATIVO FIORENTINO


Denis Verdini, coordinatore del Popolo della libertà (PdL), è già rimasto coinvolto, nei mesi scorsi, nello scandalo P3, ovvero nel clan affaristico-politico che sembra aver lucrato sugli appalti per la costruzione di pale eoliche in Sardegna.
Denis Verdini è stato fino a pochi giorni fa anche presidente del Credito cooperativo fiorentino (CCF), una banca toscana.
Nei giorni scorsi è stato reso pubblico il rapporto conclusivo dell’ispezione condotta dalla Banca d’Italia presso il CCF, da febbraio a maggio, con la delibera del 20 luglio 2010 firmata dal Governatore Draghi e inviata (come di prassi) al Ministro Tremonti e al CICR (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio). Gli ispettori della Banca d’Italia hanno riscontrato “gravi violazioni normative e irregolarità amministrative” e hanno pertanto suggerito il commissariamento della CCF. Il 27 luglio il Ministro Tremonti ha dovuto pertanto disporre la sospensione di Verdini dalle cariche societarie e il commissariamento del CCF.
Il quadro che emerge dall’ispezione della Banca d’Italia è davvero preoccupante. Verdini gestiva in modo totalmente accentrato la banca e adottava politiche creditizie in frequente conflitto di interessi. Una banca cooperativa dovrebbe perseguire finalità mutualistiche (aiutare ad esempio i soci nelle loro attività lavorative) mentre nel caso della CCF parte rilevante dei fondi venivano dirottati verso pochi grandi clienti e verso iniziative riconducibili allo stesso gruppo famigliare di Verdini. La governance della banca era data da un esecutivo costituito da pochi soggetti di limitata autorevolezza e da un collegio sindacale scarsamente indipendente. Questo consentiva a Verdini di esercitare un potere quasi totale sul Credito cooperativo fiorentino. Il 60 per cento del patrimonio di vigilanza della CCF era stato prestato al gruppo costruttore Fusi-Bartolomei, secondo criteri che non tenevano conto dei principi prudenziali e per importi al di sopra dei limiti previsti dalla normativa sulla concentrazione dei rischi. Verdini risulta legato al gruppo Fusi-Bartolomei da legami d’affari personali. La CCF aveva inoltre concesso mutui a dieci soggetti, legati da relazioni di lavoro o affari con il gruppo Fusi-Bartolomei, per l’acquisto di due case a testa, senza tener conto degli standard ortodossi.
Complessivamente nel CCF le “partite anomale” (incagli, sofferenze e perdite stimate su crediti) sono cresciute nel corso del 2009 del 130 per cento e hanno raggiunto il 30 per cento dei 400 milioni impiegati.
Il CCF avrebbe non solo finanziato una ristretta cerchia di amici e affaristi legati a Verdini, ma anche organi di stampa vicini al centrodestra come, ad esempio, “il Giornale di Toscana”. Sembra inoltre che la banca in questione venisse utilizzata da Flavio Carboni per versare fondi di oscura provenienza. Cosa si cela dietro quei bonifici?
E’ molto importante quello che stiamo scoprendo grazie all’azione della Banca d’Italia e della magistratura. Emerge un sistema di potere che non ha eguali nei paesi democratici avanzati. Il PdL risulta essere guidato da personaggi dalle molteplici attività affaristiche. Una vera e propria banda organizzata sembra aver gestito e accumulato decine di milioni di euro, stringendo alleanze con faccendieri, costruttori, società che si ingrassano con gli appalti pubblici.
Il conflitto di interessi è uno degli elementi pervasivi di questo modello di relazione tra politica ed economia che va combattuto con tutta la forza possibile.
Un sistema nel quale chi fa politica continua a gestire società, banche e aziende varie, è necessariamente incline alla corruzione e alla commistione tra interessi privati e azione di governo.
E’ chiaro che di fronte a fatti come quelli che stanno venendo alla luce in queste settimane gli investitori internazionali decidono di restare alla larga da un paese corrotto come l’Italia, e ciò significa minori opportunità di lavoro e di sviluppo per il nostro paese. La concorrenza tra le imprese, del resto, è falsata se ci sono aziende che ricevono finanziamenti bancari senza rispetto per le norme di vigilanza, ma solo grazie alle relazioni privilegiate che hanno costruito con un partito o con un gruppo politico.
IDV pone la questione morale al centro della propria azione politica non solo per ragioni di civiltà, ma anche perché solo eliminando la corruzione e i conflitti di interesse si può consentire all’economia italiana di svilupparsi in maniera sana e completa.


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COSSIGA E NAPOLITANO. TALVOLTA ANCHE GLI ARBITRI SBAGLIANO A FISCHIARE


Altri diranno di più e meglio della controversa figura di Francesco Cossiga. Io l'ho conosciuto soltanto negli ultimi anni e non nego una certa qual simpatia nei confronti della sua lucida follia. A tratti era davvero geniale, nelle sue esternazioni e nei giudizi taglienti di chi gli capitava a tiro. Su di lui, però, il più giovane Capo di Stato che abbia avuto il nostro Paese, capace di dimettersi da Ministro dell'interno sul caso Moro, peserà sempre il ruolo di 'Picconatore' delle Istituzioni e la vicenda 'Gladio', la struttura paramilitare pronta al golpe e la conseguente richiesta di impeachement presentata all'epoca dal Pci.
La stessa procedura di 'imputazione' che proprio in questi giorni Giorgio Napolitano ha richiesto di attivare (contro se medesimo) da parte di coloro che credono stia andando fuori dal seminato costituzionale. Conosco meglio, of course, l'attuale Presidente della Repubblica che - in quanto arbitro e uomo - può anche commettere errori. Non mi sembra, tuttavia, che ciò sia accaduto in queste convulse giornate. Nessun dubbio, quindi, sulla correttezza con cui Napolitano affronta i problemi del suo mandato: il ruolo d’interprete e garante della Carta Costituzionale riserva a lui ogni valutazione e ogni potere in merito allo scioglimento delle Camere. E per lui è proprio fuori luogo parlare di impeachement.
Dunque, piuttosto che accapigliarsi in dispute accademiche e dottrinali, sarebbe utile analizzare la situazione di vera e propria crisi politica, prima che istituzionale, che investe il Paese. I fatti ci dicono che oggi Berlusconi non ha più una maggioranza autosufficiente alla Camera, mentre è ancora in grado di condizionare pesantemente il voto al Senato. In una simile situazione di stallo, saranno i prossimi mesi a dire quale sarà la vera tenuta del Governo. Oggi, a causa dei sondaggi non favorevoli, la sensazione è che Berlusconi abbia messo il piede sul freno, anziché sull’acceleratore, lungo la strada verso il voto anticipato.
È evidente, poi, che la maggioranza numerica del Parlamento non ha nessuna intenzione di andare alle urne, mentre se si ascoltano le voci che provengono dal Paese, da Confindustria a Luca Cordero di Montezemolo, ma anche nei bar e sotto l’ombrellone, si percepisce una crescente preoccupazione per l’ennesimo fallimento di quella che era una maggioranza fortissima, con un margine di oltre cento deputati, apparentemente in grado di riparare il Governo da qualsiasi scossone. All’opinione pubblica poco interessano le dispute di carattere politico, ma piuttosto una rapida soluzione dei problemi.
E, dunque, è meglio il voto anticipato o un governo di transizione? Una domanda alla quale Massimo Catalano, in Quelli della Notte, avrebbe risposto “meglio un buon governo che un cattivo governo”. Il buon governo di Berlusconi, evidentemente, non c’è mai stato, e oggi è in discussione la sua stessa esistenza. Di fronte a una lunga agonia dell’esecutivo è senza dubbio da preferire una sua interruzione, anche traumatica, una rapida eutanasia piuttosto che un trascinarsi lento verso una consunzione che investirebbe, con gravi conseguenze, tutto il Paese. Anche 'Kossiga', probabilmente, ragionerebbe così. Ma, oggi, al Quirinale siede un'altra figura. E la sensazione è che l'Uomo del Colle si stia dimostrando, ancora una volta, uomo di rigore e di raro scrupolo. Quel che succederà, dunque, dipenderà anche (ma non soltanto) dal Presidente della Repubblica e sarebbe ora che, sia da destra sia da sinistra, si smettesse di tirare la giacca a Napolitano e si restasse allo spirito e alla lettera della Carta Costituzionale, non alle sue interpretazioni interessate. L’Italia dei Valori, di fronte alle ventilate ipotesi di pasticci istituzionali, preferisce senza dubbio il ricorso alle urne, per dare al popolo italiano la possibilità di esprimersi democraticamente e mandare a casa Berlusconi. Questo non esclude che si possano trovare eventuali soluzioni di transizione, a patto che abbiano un mandato limitato nel tempo e obiettivi certi: la risoluzione del conflitto d’interessi (finalmente scoperto anche da una parte del centrodestra), la questione morale, ri-esplosa in maniera dirompente come ai tempi di Tangentopoli, e una riforma della legge elettorale che riconsegni lo scettro della scelta di Deputati e Senatori nelle mani dei cittadini.


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17 Agosto 2010

ALEMANNO TASSA LA LIBERTA’ DI PENSIERO


Senatore Pardi, cosa pensa della proposta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, di tassare i cortei?
Io trasecolo. Intanto c’è una sorta di falsificazione all’origine, perché non è vero che le manifestazioni non sono pagate sotto il profilo della pulizia. Lo sappiamo per esperienza: quando si organizza un evento bisogna mettere da parte una somma cospicua per ripulire le sporcizie lasciate. Ma è il principio che è fondamentale, l’idea di tassare i cortei è una posizione che ha qualcosa di incredibile ed è chiaramente anticostituzionale. Se c’è una cosa chiara, garantita dalla Costituzione, è il diritto di espressione e anche di fare cortei, purché senza violenza, da parte di qualsiasi cittadino. Qui siamo di fronte all’ennesimo tentativo del Centrodestra di limare, ridurre e fiaccare i diritti costituzionali. Il diritto di manifestare la propria opinione con manifestazioni è qualcosa di inalienabile; e non fa parte nemmeno dei diritti dei cittadini, fa parte dei diritti dell’uomo.


La proposta, tra l’altro, arriva dall’esponente di un partito, il Pdl, che dice di non voler mettere le mani nelle tasche dei cittadini…
In effetti l’idea di tassare i cortei la trovo gustosamente contraddittoria: il Centrodestra continua a mettere tasse ma ripete in continuazione il contrario. Per loro la manifestazione libera del pensiero è la cosa più preoccupante: non si fanno scrupoli di ostacolarla, tassandola. Una cosa che si commenta da se. Continuano a mettere le mani nelle tasche dei cittadini, e ora anche in quelle dei manifestanti.


Dietro questa “sparata” di Alemanno potrebbe esserci anche il tentativo di cavalcare lo scontento dei romani per le difficoltà che le manifestazioni creano, ad esempio, alla circolazione stradale?
Forse c’è anche questo tentativo tipicamente populistico, però se fossero coerenti dovrebbero piantarla anche di fare queste ridicole messe in scena, come quando Berlusconi e company si muovono e il traffico viene improvvisamente bloccato, deviato… Io mi salvo perché giro con lo scooter, ma se dovessi andare in Senato con l’automobile avrei dei seri problemi. Anche questo subiscono i romani, oltre all’apparato pomposo e inutile che segue i movimenti dei potenti: una strisciata di automobili, servizi segreti, pulmini con i vetri oscurati, una cosa che probabilmente non si vede più nemmeno in Sudamerica…


E poi, diciamolo, Alemanno dovrebbe preoccuparsi di altri e più gravi problemi che affliggono i cittadini della Capitale…
Certo, Roma ha altri problemi che le manifestazioni. Quello della pulizia, ad esempio. Basta fare un giro nei quartieri immediatamente periferici, e non solo, per rendersene conto.
I problemi di gestione dello spazio urbano sono infinitamente più complicati che non l’idea di colpire le manifestazioni. Basta considerare quei quartieri dove c’è l’edilizia provvisoria, le interruzioni per lavori in corso… e poi il disordine urbanistico, perché uno degli elementi fondamentali ai quali ci siamo ormai abituati e di cui non si parla mai è proprio il modo in cui la città è stata progettata e poi realizzata. Male.


Postato da Pancho Pardi in | Commenti (32) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

L’ITALIA ALL’ESTERO E’ LA LOMBARDIA: A PONTE DI LEGNO IL DELIRIO IMBARAZZATO DI BOSSI


"E’ la Lombardia che mantiene tutto lo Stato italiano”. E ancora: "All'estero l'Italia la ricevono non per gli italiani, non per la luminosa storia d'Italia, ma perché c'è la Lombardia, perché ci sono i lombardi. E' un grande popolo, un popolo di lavoratori, assieme a due altri grandi popoli: i veneti e i piemontesi. Grandi popoli che permettono all'Italia di essere ricevuti da altri Paesi, che altrimenti non li riceverebbero neppure. Mica la ricevono perché si chiama Italia". Questo il delirante assunto del Leader leghista, Umberto Bossi, a Ferragosto, durante il suo consueto comizio a Ponte di Legno.
Non stupisce. Il ministro Bossi si arrampica sugli specchi perché cresce il suo imbarazzo, ma in merito alla cattiva reputazione internazionale dell'Italia si rivolga al presidente del Consiglio, Berlusconi, al ministro Frattini, ai Dell'Utri, ai Caliendo, ai Brancher e agli Scajola, suoi colleghi di governo. Invece di esaltare i meriti di Lombardia, Veneto e Piemonte, che tutti noi apprezziamo, capisca che la vergogna dell'Italia non dipende dalle regioni, ma da Berlusconi con la sua cricca. Sarebbe necessario che qualcuno, magari gli elettori lombardi della Lega, ricordassero al ministro Bossi che è rimasto solo lui a difendere un governo eversivo e piduista. In attesa che il Senatur liberi, non solo i lombardi, i piemontesi e i veneti, ma tutti gli italiani, dal patto scellerato della Lega a Berlusconi, noi continueremo a sostenere la legalità costituzionale e un federalismo vero fatto di responsabilità e non di privilegi.
Noi dell'Italia dei Valori non ci lasceremo influenzare dalle esternazioni di un ministro che ha trasformato il federalismo in un pretesto a copertura di un sistema clientelare e che ha dimenticato di aver giurato fedeltà sulla costituzione repubblicana.


Postato da Leoluca Orlando in | Commenti (23) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

16 Agosto 2010

MONDADORI INDIGESTA, MA NON TROPPO, PER BERLUSCONI


Certo che la Mondadori rischia di risultare parecchio indigesta al Cavaliere. Non bastava, a suo tempo, la non ortodossa procedura di assegnazione della società che avvantaggiò la Finivest, o la sentenza contro il corrotto Mills al quale non si contrappone però la figura di un corruttore. Adesso per salvare le casse della Mondadori, affidata alle cure della figlia Marina, Berlusconi ha tirato fuori dal cilindro una norma cancella tributi.

Con un colpo di mano riuscito grazie all’appoggio della sua maggioranza ancora non incrinata dalla defezione di Fini e dei futuristi liberali, il premier è riuscito infatti a far inserire in un provvedimento che non c’entrava niente (il cosiddetto decreto incentivi) una norma ad hoc per risparmiare un bel po’ di soldini. A nulla è valso il grido di allarme e la dura lotta intrapresa dall’IdV in Parlamento per impedire questo ennesimo sconcio. Il decreto purtroppo è stato approvato e, grazie all’artificio in esso contenuto, il nostro premier può continuare a dormire sonni tranquilli.

Ma di che si tratta? Semplice: evidentemente non soddisfatto dalla sola possibilità di cancellare con un colpo di spugna il reato di falso in bilancio (altro provvedimento pro domo sua) di cui ha abbondantemente usufruito, Berlusconi ha voluto sistemare un suo vecchio (della Mondadori) contenzioso con il fisco facendo approvare un codicillo per cui chi ha avuto due sentenze a favore in un procedimento che lo vede contrapposto all’erario per tasse non pagate, può risolvere la questione con una transazione pari al 5 per cento delle somme dovute.

Esattamente il caso che vede Marina Berlusconi e la Mondadori in lotta con il ministero delle Finanze che contesta alla casa editrice controllata dalla Fininvest il mancato pagamento di 173 milioni sulle plusvalenze realizzate nel 1991 quando ci fu la fusione tra l’Amef e la Arnoldo Mondadori. La società ha vinto in due gradi di giudizio la causa contro il fisco, per cui ricorrendo (guarda caso!) tutte le fattispecie previste dalla legge, si è affrettata a definire la questione pagando solo 8,5 milioni di euro.

Insomma la famiglia Berlusconi, utilizzando una legge fatta dal Governo Berlusconi e approvata dalla maggioranza parlamentare di Berlusconi, ha risparmiato in un botto qualcosa come 164 milioni di euro (per non parlare degli interessi, ma quelli non contano…). Milioni che il fisco non incasserà più e che, tanto per pareggiare i conti, dovranno essere sborsati da tutti i contribuenti italiani (quelli onesti che pagano le tasse, ovviamente). Alla faccia della lotta all’evasione fiscale e ai “furbetti” tanto sbandierata dal ministro Tremonti.


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15 Agosto 2010

LA MAFIA CHE GOCCIOLA DAI POLSINI DEL RE


La notizia dei 100 milioni versati da Silvio Berlusconi alla mafia, contenuta nel foglio dattiloscritto e controfirmato da Vito Ciancimino, secondo quanto scritto da Felice Cavallaro sul Corriere della Sera, sarebbe una notizia solo in un Paese con la memoria andata in prescrizione… dove un Governo ricattabile gioca a confondere i fatti con le opinioni, e a curare il cancro delle mafie con i cerotti. Quindi è una notizia.
Eppure, nell’Italia dell’informazione trasformata in vassoio per raccogliere le bave del re, l’ultima rivelazione di Massimo Ciancimino (e per la prima volta, di sua madre Epifania Scardino) è passata come una brezza di ferragosto, perfettamente inscatolata tra i “complotti” e le “invenzioni” che sono la ciclica difesa del fedele Ghedini a tutela servile del premier. Non importa nemmeno che l’anziana moglie di Don Vito dica «Si, mio marito incontrava negli anni Settanta Berlusconi a Milano… Ma alla fine si sentì tradito dal Cavaliere…». Eppure di un assegno di 25 milioni dato dal Cavaliere ai Ciancimino se ne parla ormai da sei anni, dopo un’intercettazione in cui il figlio Massimo parla della regalia berlusconiana alla sorella dichiarando di avere ricevuto quei soldi direttamente dalle mani di Pino Lipari. Sarebbe una notizia, in un Paese normale. In questo ferragosto di battibecchi e divorzi è diventata invece una voce di corridoio.
O forse non è una notizia perché la memoria non si è appassita come qualcuno vorrebbe e ci si ricorda che nel processo Dell’Utri si legge che ogni anno arrivavano milioni in regalo direttamente da Arcore. Dichiarazioni di più pentiti ma (poiché il cecchino Feltri ci insegna che solo la “carta canta”) anche ben documentati: durante le indagini negli anni novanta sulla famiglia mafiosa di San Lorenzo infatti si ritrova un appunto nel libro mastro del pizzo che dice “Can 5 5milioni reg”. O forse ci si ricorda perfettamente che i fratelli Graviano furono spediti a Milano a partire dal ’92 dove “avevano contatti importanti” e dove incontrarono più volte anche Marcellino Dell’Utri. Lo dice il pentito Gaspare Spatuzza ma (siccome vi diranno che Spatuzza non è credibile e i pentiti non possono deviare il corso della politica) lo dice anche l’ex funzionario della DC Tullio Cannella, politico per nulla pentito. E ci si ricorda che Gaetano Cinà, uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), visitava spesso gli uffici di Milano 2, e che l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano sia un condannato mafioso con il tratto per niente eroico della vile omertà.
Nonostante il premier si affanni a scrivere pizzini a Cicchitto in cui gli raccomanda in Aula di parlare di mafia (avendo già altri nel partito che si occupano a parlare “con la mafia”), nonostante anche nel centrosinistra qualcuno insista per scambiare la mafia come sceneggiatura buona per le fiction piuttosto che cancro delle istituzioni, oggi Cosa Nostra può guardare dall’alto i frutti della propria strategia di tensione e poi cooperazione con le istituzioni: tra il ’95 e il 2001 sono state approvate alcune leggi che sono fatti, mica opinioni. Sono state chiuse le carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara. Con la scusa della privacy si è imposta la distruzione dei tabulati telefonici più vecchi di cinque anni. In modo bipartisan è stata riformata la legge sui collaboratori di giustizia con il risultato di una diminuzione sensibile dei pentiti (calpestando il modello di Falcone e Borsellino). Si è pressoché smantellato il 41 bis e con la riforma del “giusto” processo si è concessa la facoltà di non rispondere, elevando l’omertà ad un (eroico) diritto di stato. Alcuni parlamentari hanno anche provato a parlare di “dissociazione” mafiosa. Il ministro Alfano ha proposto una riforma che consentirebbe alle difese di chiamare in tribunale un numero illimitato di testimoni, per ingolfare ancora meglio la palude dei processi. L’onorevole Gaetano Pecorella ha proposto il ricorso alla Convenzione Europea per la revisione dei processi (guarda caso, idea del vecchio Vito Ciancimino per annullare la sentenza del maxi processo di Palermo). Sempre ricalcando l’idea del vecchio boss Don Vito la Lega propone l’elezione dei giudici. Ad abbattere le difficoltà del riciclaggio ci ha pensato lo “scudo fiscale”.
Cosa dobbiamo aspettare perché sia un diritto (e soprattutto un dovere) raccontare e dire del rapporto adultero tra le mafie e questa Seconda Repubblica? Quando si riuscirà a gridare che il marcio di questo Stato sta uscendo dai polsini dei nostri governanti?
Mafia é mafia. Senza sinonimi, senza moderazioni.


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Ferragosto in carcere. Personale precario per internati a tempo indeterminato


Ferragosto in Carcere. Ma stavolta un carcere diverso. Anzi un non-carcere. A differenza dello scorso anno, infatti, quando aderendo all'iniziativa dei radicali ho visitato l’istituto di Sollicciano e la Casa Circondariale di Massa, ho scelto di visitare l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, una realtà unica per le sue caratteristiche. Qui ho avvertito, con sorpresa, quello stesso senso di pena e d’impotenza che provai durante la mia prima visita in un penitenziario, tanti anni fa. L'impatto visivo è persino piacevole. Una splendida villa medicea sulla collina che guarda il paese. La magnificenza dell’antica residenza di Cosimo III de’ Medici, però, si risolve, con cinico contrappasso, nell’inquietudine, nel degrado e nella peggiore aberrazione dentro le mura umide e ammuffite delle sezioni di detenzione.

Immaginavo (ma, soprattutto, speravo) una struttura fortemente caratterizzata dal punto di vista della cura e dell’assistenza agli internati, capace anche di offrire sollievo e, in alcuni casi, percorsi di reinserimento e riabilitazione sociale. Purtroppo, ho trovato un ambiente imperniato sulle rigidità burocratiche e amministrative tipiche di ogni penitenziario, senza però la doverosa assistenza sanitaria che ci si aspetterebbe di trovare in quello che, comunque, dovrebbe essere un “ospedale”. Negli ultimi due anni, il passaggio della struttura dalla medicina penitenziaria al Servizio sanitario nazionale invece di garantire percorsi di cura maggiormente integrati nel territorio, sembra aver interrotto (definitivamente?) la maggior parte degli interventi di riabilitazione.

Non voglio entrare nel merito delle condizioni igieniche e sanitarie dell’edificio (vi sono celle di trentacinque metri quadri con otto posti letto, doppie fatiscenti con il bagno attaccato alle brande) perché situazioni di sovraffollamento le ho verificate anche in altre strutture carcerarie. L’aggravante di queste precarie condizioni sta nel fatto che gli internati costretti a vivere dentro un’unica cella non sono persone “normali”. Si tratta di individualità “speciali”, ciascuno con un particolare disagio psichico, che manifestano patologie che meriterebbero di essere affrontate singolarmente. L’assistenza sanitaria, ridotta al minimo, rischia così di diventare soltanto strumento di ordine e controllo e non di cura e guarigione, nonostante gli sforzi degli operatori. 173 'ricoverati', 83 agenti di polizia penitenziaria, 4 educatori, 1 psicologo, 2 psichiatri, 1 educatrice e 1 infermiera in turno. Ad aumentare il paradosso e aggravare queste difficili condizioni è il fatto che il personale sanitario (psichiatri, psicologi e infermieri, tutti qualificati) lavora con contratti part time e a tempo determinato; alcuni da ventiquattro anni, alcuni da quindici, altri “soltanto” da dieci. Condizioni di lavoro precarie che rendono ancor più difficile avviare percorsi di cura e recupero efficaci. Pensare a un intervento legislativo diventa pertanto difficoltoso per una realtà complessa come l’Opg, dove ai problemi cronici degli internati si aggiungono quelli di chi vi presta, a diverso titolo, servizio, e dove le competenze sono divise tra Stato e Regione. Una priorità evidente è quella di garantire al personale sanitario almeno la regolarizzazione dei contratti. Sarà nostra premura, come Gruppo Italia dei Valori in Consiglio Regionale, sottoporre a Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana, la questione affinché, per quanto di competenza, possano essere difesi i diritti del personale e, di conseguenza, possa essere garantito un servizio più efficace, e meno spersonalizzato, per gli internati.


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14 Agosto 2010

I LAVORATORI TIRRENIA SCHIAVI SULLE “GALERE” COME IN “BEN-HUR” MENTRE IL MINISTRO NON RISPONDE


Il fallimento della Tirrenia é paradigmatico del fallimento di tutta la politica industriale del nostro governo.
Dopo aver distrutto i diritti del lavoro sanciti costituzionalmente, avallando le scelte antisindacali di Pomigliano, l'esecutivo persiste nel suo atteggiamento gravissimo rifiutando ogni confronto serio con il sindacato dei marittimi. Per questo l'Italia dei Valori ha sostenuto con forza le legittime rivendicazioni e mobilitazioni dei lavoratori Tirrenia, in difesa del diritto più bistrattato da questo governo: il diritto al lavoro. Mentre da una parte i lavoratori mettono in atto iniziative dimostrative nel rispetto della legge e del proprio contratto, nonché dell'utenza, dall'altra i comportamenti del Governo e del commissario, sono in palese violazione della stessa legge che regolamenta gli scioperi. Non sono state rispettate, infatti, le procedure di confronto e non è stato convocato il tavolo di crisi
Nel disinteresse delle istituzioni si è così lasciato morire un'azienda, che ha procurato profitto solo ai dirigenti, inamovibili da decenni, e ha ridotto sul lastrico la salute finanziaria della società e il futuro dei lavoratori. Con una privatizzazione fallimentare, attuata attraverso la parcellizzazione delle varie compagnie regionali, l'effetto sarà una tragedia sul piano sociale, la cessazione della continuità territoriale verso le rotte meno redditizie e l'aumento esponenziale delle tariffe. L'Italia si scoprirà ancora una volta più divisa, più povera, più antisolidale. Il governo non sembra avere interesse, o forse non ha la capacità, di gestire in maniera controllata ed efficiente, la transizione verso una privatizzazione equa e rispettosa dei diritti degli utenti e dei lavoratori. Dopo Alitalia, questo della Tirrenia è l'ennesimo cannibalismo dell’esecutivo Berlusconi, pronto a dare in pasto agli amici imprenditori le imprese nazionali anche quando ciò avviene a discapito dei lavoratori.
Come segretario per il Lazio dell'Italia dei Valori ho aderito pertanto alla manifestazione indetta dai lavoratori Tirrenia nel porto di Civitavecchia. In 200, da vari equipaggi, sono scesi dalle navi ed hanno urlato la rabbia di venire abbandonati e "spezzettati" insieme alla società, mentre un'Italia, impoverita e disinformata, prendeva i traghetti diretta verso le proprie ferie.
Sulla banchina ho chiamato il Ministro Matteoli ma, purtroppo senza sorpresa, non ha risposto alla chiamata. D'altra parte il silenzio e l'inadempienza del governo hanno caratterizzato tutta la vicenda Tirrenia.
Siamo con il lavoratori ed è ora che il governo, invece di pensare a soluzioni "balneari" per garantire la propria sopravvivenza, pensi a soluzioni "marittime" per garantire quella di diecimila famiglie. Palazzo Chigi è avvertito: se entro il 30 agosto il governo non sbloccherà la questione, con un piano industriale serio di rilancio, ogni porto d'Italia sarà bloccato dai dipendenti Tirrenia. I quali, sin da oggi, hanno iniziato uno sciopero bianco: garantiranno il servizio agli utenti della navi ma allo stesso tempo informeranno, tramite volantini e altri mezzi di comunicazione, tutti i passeggeri delle ruberie dei dirigenti, che hanno portato un'azienda florida al collasso finanziario e che hanno sfruttato i lavoratori tenendoli con contratti precari da 20 anni. L'Italia non può tornare ai tempi delle “galere”, come in “Ben-Hur” con gli operatori del mare ridotti a schiavi.
L'Italia dei Valori é e sarà a fianco di chi ancora crede che si debba, che si possa, essere liberi dal lavoro, liberi con il lavoro.


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CASO SAKINEH, IN IRAN GRAVISSIMA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI


Quella di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata per adulterio alla lapidazione, costituisce una drammatica vicenda che racchiude un concentrato di violenza, tortura, pena di morte e discriminazione verso le donne. E' un caso gravissimo di violazione dei diritti umani, denunciato in ogni sede internazionale competente, e che costituisce, altresì, un insulto alla stessa storia persiana e alla cultura islamica.
La storia di Sakineh Mohammadi Ashtiani, iraniana di 43 anni, è quella comune a centinaia di altre donne non solo in Iran. Storie di diritti negati, di prevaricazione, di violenze inaudite perpetrate in nome di dettami religiosi strumentalmente travisati.
Sakineh è comparsa in tv lo scorso 11 agosto e ha confessato di aver tradito il marito e di essere stata complice nel suo omicidio, reati per i quali è stata condannata alla pena di morte con la lapidazione, e da quattro anni è rinchiusa nel carcere di Tabriz, in attesa dell'esecuzione. Secondo il suo avvocato però, la donna è stata costretta a confessare dopo due giorni di torture, nel disperato tentativo di salvarsi. Il caso è da tempo al centro di un’ondata di proteste internazionali, appelli sono giunti anche dal Segretario di Stato americano, Illary Clinton e dal presidente del Venezuela Hugo Chavez - che le ha offerto asilo politico -, ma finora non hanno sortito nessun effetto. Uno degli avvocati della donna, Hutan Kian, ha raccontato al “Guardian online” che Sakineh “è stata picchiata e torturata fino a quando non ha accettato di farsi riprendere dalla tv. I suoi due figli, Sajad, 22 anni e la sorella Saideh, 17, sono rimasti traumatizzati guardando il programma'', ha detto l'avvocato citato dal quotidiano britannico.
Secondo molti osservatori, la prova del fatto che si è trattato di una confessione imposta sta nel fatto che la donna ha attaccato, con voce incerta e tremante, i media occidentali per la loro interferenza nella sua vita privata.


Postato da Leoluca Orlando in | Commenti (3) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

13 Agosto 2010

VOLA L’INFLAZIONE: SERVIZI ESSENZIALI ALLE STELLE, MA IL GOVERNO E’ DISTRATTO


Un’altra batosta si abbatte sugli italiani più o meno in vacanza (vista l’aria che tira). L’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica, ha reso noti i dati sull’inflazione a Luglio e le notizie non sono buone: il costo della vita, lo scorso mese, é salito all'1,7% su base annua, dall’1,3% di giugno. Si tratta del rialzo più significativo dal dicembre del 2008, quando la crisi era appena una brezza e non quell’uragano che di lì a poco avrebbe devastato le economie occidentali.
La ripresa dell'inflazione, con buona pace dei vacanzieri in coda su strade e autostrade, risulta trascinata dai prezzi dei beni energetici: la benzina verde è salita dell'8,9% annuo mentre il gasolio per auto ha fatto segnare un rialzo tendenziale del 13,2% (+13,3% a giugno). E’ ora che il Governo si decida ad intervenire su accise e imposte, che pesano per circa il 70% sul prezzo dei carburanti alla pompa e che vengono interamente scaricate sugli automobilisti.
Si infiammano inoltre i prezzi dei trasporti. Di contro continua la gelata sugli alimentari, segno che la crisi, lungi dall’essere passata, sta mostrando tutta la sua virulenza, inducendo le persone a risparmiare anche sul cibo. Ergo, le tavole degli italiani sono sempre più povere.


Ma le cattive notizie per i consumatori non finiscono qui. Oltre all’inflazione galoppante, infatti, arrivano anche i rincari record di servizi essenziali per le famiglie. Questa volta i dati arrivano dallo stesso Ministero dell’Economia che è stato costretto ad ammettere come, in un 2009 martoriato dalla crisi, il prezzo dell'acqua (di cui l’esecutivo vorrebbe privatizzare la gestione, con conseguenze facilmente immaginabili) sia cresciuto del 6% e quello dei rifiuti del 4,5%. La rilevazione del Ministero svela anche aumenti da primato per le tariffe dei biglietti di treni e traghetti. Il trend è tanto più preoccupante, se si considera che i rincari hanno interessato i prezzi sottoposti a regolamentazione che, per stessa ammissione del dicastero di via XX Settembre, ''hanno registrato fin dall'inizio dell'anno una ripresa della dinamica di crescita con tassi saliti da poco meno del 2% al 3,5% circa di fine 2009''. Il rincaro delle tariffe ha riguardato sia le ''controllate a livello nazionale sia le regolate localmente''. Fra tutti, guarda caso, spiccano gli aumenti che vanno a colpire direttamente le tasche dei cittadini in ferie. Costa di più prendere i traghetti (+7,3%), i treni (+4,6%) e l’ingresso ai musei (+4,4%). Il Governo (se c’è, visto i tempi) batta un colpo!


Postato da Elio Lannutti in | Commenti (9) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

FIAT, AIUTI SOLO SE GARANTISCE I POSTI DI LAVORO


Caso Fiat, intervista a Maurizio Zipponi, responsabile nazionale del dipartimento Lavoro dell’Italia dei Valori


Maurizio Zipponi, la Fiat ha annunciato ricorso contro il reintegro dei tre operai di Melfi, licenziati dall’azienda con l’accusa di aver bloccato volontariamente, durante uno sciopero, le linee di montaggio. Si aspettava la mossa del Lingotto, e come la giudica?
Quella della Fiat è una mossa naturale, nel senso che sempre quando un’azienda perde per antisindacalità, soprattutto sui licenziamenti, ricorre in tribunale. Ma a parte la mossa, data da una linea di difesa legale, quel che mi aspetterei è che, anzitutto, anche la Fiat si rendesse conto di essere in un Paese democratico in cui esiste un potere, la Magistratura, che è autonomo dagli altri poteri e dai potenti, e che per l’Italia dei Valori è un punto di riferimento importantissimo, oltre ad essere una garanzia per le persone che non hanno i mezzi per farsi valere attraverso i soldi o la gestione del potere della “casta”. L’autonomia della Magistratura è un punto per noi fondamentale. Quindi io mi aspetterei che la Fiat, rendendosi conto che non può fare quello che vuole – alla faccia delle leggi e dei contratti – decidesse di convocare la trattativa anche con il più grande sindacato italiano dei metalmeccanici che è la Fiom e mettesse da parte la repressione e lo scambio ‘diritti in cambio del posto di lavoro’ e discutesse finalmente del destino degli stabilimenti italiani e dell’occupazione.


Come motiva la politica perseguita negli ultimi tempi dalla Fiat, anche in relazione all’accordo di Pomigliano d’Arco e alla ventilata minaccia di Marchionne di uscire da Confindustria?
Tutto nasce da un problema: la Fiat nei prossimi mesi deve rispettare l’accordo col Governo americano sulla Chrysler, e cioè aumentare la propria quota di partecipazione e restituire il danaro che il Governo Usa ha prestato al costruttore di Detroit - di cui l’azienda torinese è il maggiore azionista privato – nei tempi definiti. La questione è che Chrysler questi soldi non li ha e non li ha nemmeno Fiat. Quindi il Lingotto deve ricercare risorse sul mercato finanziario. La via più breve è alzare il prezzo nei confronti del nostro governo, e cioè dire che in cambio del mantenimento degli stabilimenti in Italia, è necessario che l’azienda riceva, in modo diretto o indiretto, risorse pubbliche o, comunque, che il sistema finanziario italiano sostenga sia il debito attuale della Fiat sia le nuove risorse di cui ha bisogno per la Chrysler.
Io ho come l’impressione che tutte le vicende, da Pomigliano d’Arco ai licenziamenti di Melfi, in verità servano a coprire il vero problema, e cioè il debito della Fiat, le garanzie finanziarie per Chrysler e la divisione - per la prima volta nella sua storia - del gruppo, in quanto verranno scorporate le attività della Iveco (camion) e della New Holland (macchine movimento terra), per cercare risorse finanziare sul mercato. Ecco allora che quando i lavoratori dicono No a scambiare i diritti fondamentali con il lavoro perché sarebbe come tornare al Medioevo, questo viene utilizzato dall’azienda come capro espiatorio per alzare il prezzo di contrattazione per gli azionisti di Fiat, sia col governo italiano sia con il sistema finanziario.


Parliamo di occupazione, il Lingotto già oggi ha diverse linee di produzione all’estero e altre potrebbero essere trasferite in paesi con condizioni più favorevoli per l’azienda. A suo giudizio la multinazionale torinese manterrà gli attuali livelli occupazionali in Italia, o dobbiamo temere un ridimensionamento, come denuncia da tempo la Fiom?
La Fiat ha già deciso strategicamente le proprie linee per il futuro. La prima è quella di spostare l’asse decisionale verso gli Stati Uniti e il mercato dell’America Latina, in particolare il Brasile. Per quanto riguarda l’Europa, di trasferire le attività produttive nell’Est, Polonia e Slovenia soprattutto, e lasciare nel sud alcuni stabilimenti fin quando questi verranno sostenuti dal denaro pubblico italiano. Tanto è vero che ha già comunicato che chiuderà quello di Termini Imerese, in Sicilia, il che significa perdere – tra diretti e indiretti – circa 2mila posti di lavoro. Poi a Pomigliano, probabilmente porterà la Panda, ma sempre contrattando con il Governo italiano fondi, soldi pubblici e quant’altro. Che fare allora? Se avessimo un governo serio, dovrebbe dire a Marchionne: “Noi abbiamo in Italia 5 stabilimenti di produzione, questi devono avere un futuro, un prodotto, un modello, degli obiettivi di volumi da produrre. Se mantieni i livelli occupazionali discutiamo di cosa significa aiutare la Fiat”. Diversamente il rischio rispetto al passato è quello di dare aiuti pubblici al Lingotto semplicemente perché delocalizzi nell’Est Europa o, peggio ancora, trasferisca risorse finanziarie verso gli Stati Uniti, lasciando l’Italia solo come un mercato a cui attingere, volta per volta, sulla base degli aiuti di stato.


Postato da Maurizio Zipponi in | Commenti (7) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

12 Agosto 2010

BISOGNA FARE DI TUTTO PER MANDARE A CASA IL CAVALIERE


Si anima il dibattito sulla situazione politica nel Paese per la crisi in seno alla maggioranza di governo. Due le ipotesi in caso di dimissioni di Berlusconi: un governo di transizione o il ricorso immediato alle urne. Ma con quali alleanze?

Di seguito pubblichiamo l’intervista che Massimo Donati, capogruppo Idv alla Camera dei Deputati ha rilasciato al quotidiano La Repubblica

Massimo Donadi, da capogruppo dell´Idv alla Camera come accoglie l´apertura di Bersani a tutte le forze dell´opposizione in caso di elezioni?
Con molto piacere e soddisfazione

Siete pronti a stringere larghe alleanze per affrontare le urne?
Sì, siamo pronti ad allearci per creare un governo di transizione che cambi la legge elettorale o per andare alle elezioni. E per questo è bene iniziare subito con idee, programmi e visioni da contrapporre al nulla del centrodestra”.

Partiamo dallo scenario del voto anticipato. Oltre al Pd con chi accettereste di allearvi?
Prima si tratta di costruire quello che non esiste, ovvero una coalizione di centrosinistra che non smussi al ribasso gli angoli come avvenne nell´Unione di Prodi. Poi se ci saranno le condizioni per cui possiamo giocarci la partita, bene. Se invece all´ultimo ci dovessimo rendere conto che per chiudere con il conflitto di interessi permanente di Berlusconi serve l´alleanza con il diavolo la faremo.

Chi è il diavolo?
L´Udc e i finiani. Ma non sarebbe una nuova coalizione di centrosinistra, bensì un fronte di liberazione nazionale per salvare la democrazia e ridare vigore alla Costituzione. Un´alleanza per una sola legislatura con quelli che in teoria sono nostri avversari. Dopodiché ognuno tornerà a fare il proprio mestiere, noi il centrosinistra e loro il centrodestra, speriamo più democratico e moderno di questo.

Torniamo al centrosinistra. Nella coalizione vedrebbe anche la sinistra radicale?
Con quella di Vendola che si assume la responsabilità di governo ci dobbiamo certamente consultare. Non si può fare altrettanto con la sinistra che si rivede nel comunismo con una scelta ideologica.

Vendola può essere un candidato premier?
E' sicuramente una delle personalità di primissimo livello della sinistra come lo sono Bersani, Chiamparino e Di Pietro. Però dobbiamo trovare tutti insieme un candidato che motivi gli elettori di centrosinistra e sia capace di parlare a quelli moderati e ho qualche dubbio che Vendola abbia queste caratteristiche, pur potendo avere un ruolo di primissimo piano.

E allora chi scegliere. E come?
Le primarie restano il faro, salvo avere l´intelligenza di trovare una personalità esterna alla politica che metta d´accordo tutti. Un nuovo Prodi.

E il governo di transizione prima delle elezioni?
Andrebbe bene per fare una nuova legge elettorale visto che quella attuale è una ferita alla democrazia. Un esecutivo di larga maggioranza con pochi ministri che durerebbe tre o quattro mesi. Poi le urne.


Postato da Massimo Donadi in | Commenti (16) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

UNIONI CIVILI, SE NE PARLA, MA IL PARLAMENTO PENSA AD ALTRO


Il vicepresidente di FLI (il neonato gruppo parlamentare legato a Fini), Benedetto della Vedova, ha proposto di riaprire alla Camera il dibattito sui temi etici, in particolare sulle coppie omosessuali e conviventi, sulla legge 40 e sul testamento biologico per “disarmare” lo scontro laici-cattolici e dare risposte positive alla forte domanda di diritti che proviene dalla nostra società. Le risposte non si sono fatte attendere: levata di scudi dal Pdl, Udc e Binetti varie che minacciano di stracciare subito le presunte alleanza dell’altrettanto presunto “terzo polo”, sparo ad alzo zero del quotidiano dei vescovi Avvenire e silenzio del Pd (ma a questo ci siamo abituati).

La notizia in sè non ha avuto grande rilievo di stampa, ma ce ne occupiamo perché sono temi che ci appassionano e sui quali il congresso Idv ha detto parole chiare unanimemente condivise. I diritti delle coppie conviventi, per esempio, e delle coppie omosessuali in particolare hanno trovato soluzione giuridica in moltissimi paesi occidentali. Solo per citare le ultime notizie ricordiamo la sentenza di un giudice californiano che ha dichiarato illegittimo il risultato del referendum che aveva cancellato la legge sui matrimoni fra gay voluta dal Parlamento locale, in Messico la Corte Suprema ha dato il via libera ad una legge analoga, in Argentina nonostante l’opposizione della chiesa locale (peraltro compromessa nel rapporto con la dittatura) il Parlamento ha varato una legge che riconosce i diritti delle coppie omosessuali come nella Spagna di Zapatero. In Europa le leggi che riconoscono i diritti delle coppie omosessuali sono in vigore dappertutto tranne che in Italia e in Grecia. Laddove sono state approvate hanno avuto un grande successo e si sono consolidate nella cultura e nel costume. In Francia, ad esempio, il Pacs (Patti Civile di Solidarietà) ha superato un anno fa il numero dei matrimoni tradizionali, segno che il “pluralismo” degli istituti giuridici in campo familiare non è più soltanto una richiesta del movimento lgbt, ma un bisogno della società nel suo complesso.

D’altra parte si stanno moltiplicando gli episodi di vere e proprie discriminazioni legati alla mancanza in Italia di una legge che riconosca la pari dignità di ogni nucleo familiare: si va dal rifiuto di consentire al convivente la visita al proprio partner in ospedale alla cacciata dall’abitazione del partner del convivente deceduto.

La destra quando dice no ad una nuova legge in materia di diritto di famiglia straparla di presunte minacce alla famiglia tradizionale e alla sua stabilità. Si arriva persino a dire, come ha fatto il sub ministro Giovanardi, che occorre privilegiare la famiglia tradizionale rispetto agli altri nuclei familiari, come se tra i conviventi, etero od omosessuali che siano, non ci fossero esseri umani in tutto e per tutto uguali agli altri e con gli stessi diritti. La verità è che laddove le leggi di tutela sono state approvate si è assistito alla felice convivenza tra le varie forme di famiglia con grandi benefici per la società e per le persone coinvolte. Ed è per questo che è giunto il momento di modernizzare anche il nostro paese riconoscendo quei diritti che sono ormai dati per scontati in tutti i paesi civili.


Postato da Franco Grillini in | Commenti (15) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

11 Agosto 2010

MAFIA: DA BERLUSCONI SOLDI A PROVENZANO? I MAGISTRATI ACCERTINO LA VERITà


Ancora una volta siamo in attesa che si faccia verità sui rapporti perversi fra politica e mafia. In particolare, attendiamo che i magistrati accertino la gravissima circostanza dei presunti rapporti tra Silvio Berlusconi e il capo dei capi della mafia, Bernardo Provenzano, al quale, secondo fonti giornalistiche, in occasione delle elezioni politiche del 2001, avrebbe dato cento milioni di lire, come risulterebbe dal contenuto del pizzino denunciato davanti ai giudici di Palermo. Sarebbero gravissimi, se accertati dalla magistratura competente, questi collegamenti finanziari, personali ed elettorali.

L’Italia non dimentica che nel 2001, in Sicilia, la coalizione berlusconiana con Forza Italia totalizzò, nell’arco di un mese, 61 seggi su 61 alla camera e al Senato e ottenne, nel mese successivo, l’elezione a presidente della Regione siciliana di Salvatore Cuffaro, già condannato in secondo grado per reati di mafia. Berlusconi cercherà di farsi fare un’altra legge vergogna, non ci aspettiamo che si difenda nei processi. Chiediamo, invece, con forza che il ministro Maroni batta un colpo dando un segnale di sostegno e garantendo la sicurezza di magistrati, minacciati anche recentemente, testimoni e collaboratori di giustizia che da tempo ormai cercano di dare un contributo per evitare che la mafia abbia il volto dello Stato e lo stato quello della mafia. Il silenzio di Maroni è inquietante.


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Immigrazione: LA VERGOGNOSA POLITICA DEL GOVERNO TRA OMISSIONI E DIRITTI NEGATI


Mentre gli italiani in vacanza affollano le spiagge del Belpaese, sulle nostre coste tornano gli sbarchi di immigrati. A dispetto della propaganda governativa solo nell’ultimo mese, in Sicilia, sarebbero arrivati almeno 350 migranti, senza contare quelli che giungono via terra. E si riaccende il dibattito sulla politica dei respingimenti e le violazioni dei diritti umani. Sulla questione vi proponiamo l’intervista a Fabio Evangelisti, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera, componente della III Commissione (Affari Esteri e Comunitari) e dell’Osservatorio della Camera dei Deputati sui fenomeni di xenofobia e razzismo.

Onorevole Evangelisti, il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il governo affermano di aver ridotto a zero gli sbarchi in Sicilia e di aver praticamente risolto il problema dell’immigrazione clandestina. La Caritas invece afferma che gli sbarchi sono ripresi su altre rotte. Chi ha ragione?
Hanno ragione entrambi, ma quella del Ministro Maroni è una ragione di cui vergognarsi. La riduzione degli sbarchi in Sicilia in effetti c'è stata, ma è costata all'Italia un'oscena trattativa con il dittatore Gheddafi, costata qualcosa come 5 (cinque) miliardi di euro (euro, non lire) - da pagarsi in vent'anni con strade ed altre opere pubbliche, oltre a motovedette per il pattugliamento in mare, aerei da ricognizione (soltanto?) ed altri armamenti - non potendo conteggiare il dolore e la negazione di ogni diritto umano ai tanti profughi ora detenuti nei terribili campi nel deserto. Cito da il Fatto Quotidiano del 6 Luglio: “Ci torturano a tutte le ore, ci insultano e ci picchiano. Stiamo morendo nel deserto”. E’ il racconto drammatico dei 245 rifugiati eritrei dal centro di detenzione di Braq, vicino a Sebah, nel sud della Libia. Storie nerissime di torture (e violenze) ripetute anche su donne e bambini. La vicenda è emersa grazie all’intervento del Consiglio italiano rifugiati (Cir) e di Amnesty International che (invano) hanno chiesto al nostro Governo di intervenire, ma i nostri ministri son più sensibili alla propaganda che alla pietà umana.

Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, boccia la politica dei respingimenti, definendola inutile e dannosa perché si concentra solo sugli sbarchi, mentre non contrasta affatto gli irregolari che entrano nel nostro Paese come regolari…
E qui c'è la seconda vergogna del Ministro Maroni che vanta i 'successi' nel canale di Sicilia ma tace sulla vera entità e sulle modalità degli ingressi irregolari nel nostro Paese. Il 90% dei clandestini, infatti, entra nel nostro paese via terra o in aereo, con un permesso provvisorio o un visto turistico, e poi si ferma sul territorio nazionale. Ma vuoi mettere l'effetto che fa l'immagine di un barcone stracolmo rispetto al flusso continuo e silenzioso ai nostri confini di terra!? E' come per gli incidenti. Cade un aereo, muoiono 200 persone e (giustamente) l'Italia intera s'interroga e s'addolora. Poi le statistiche ci dicono che ogni anno, in Italia, si verificano incidenti stradali che provocano la morte di circa 5.000 (cinquemila) persone e il ferimento di altre 300.000, ma in pochi se ne curano...

Poi c’è la questione della violazione dei diritti umani, in relazione soprattutto alle richieste d’asilo che con i respingimenti sono calate drasticamente…
Qui, davvero, la Caritas dovrebbe essere più netta nei confronti del Viminale perché c'è davvero poca carità cristiana nella cultura e nella pratica dei respingimenti e del governo dei flussi migratori. I respingimenti in mare (non quelli alla frontiera di Gorizia o di Ventimiglia) mettono in pericolo la vita delle persone. Spesso, poi, rappresentano anche una violazione dei diritti umani e di asilo, perché al Ministero tutti sanno che una percentuale altissima di quelli ai quali viene impedito di mettere piede in Italia sono uomini (e donne e bambini) che verrebbero certamente riconosciuti meritevoli di diritto di asilo politico. Non è un visione buonista ma una tutela garantita per legge. Ripeto: impedirne l’arrivo in Italia significa spesso ledere e negare i diritti fondamentali di persone meritevoli di protezione, in fuga da guerre e persecuzioni.

Stando così le cose, come prevede si evolverà la situazione, e come si dovrebbe intervenire sul fenomeno?
I flussi migratori rappresentano, al tempo stesso, un problema ed una opportunità. Il problema è rappresentato dall'aumento di una criminalità diffusa e dall'incontro fra questa e le nostre grandi organizzazioni criminali che spesso son dietro il traffico degli esseri umani (si pensi alla droga e alla prostituzione). Una opportunità per la nostra economia (le nostre pensioni, i lavori che noi non facciamo più, l'assistenza e la cura ai nostri anziani). Il rischio è che si continui a confondere sicurezza con ostilità allo straniero. Per questo anche l’Italia dei Valori deve avere una posizione netta: tutti devono rispettare la legge, indipendentemente dal colore della pelle o dalla lingua parlata. In chiave politica, per il futuro immediato, è necessario creare un fronte per la difesa della legalità e per spazzare via il luogo comune che la sicurezza è messa a repentaglio dagli stranieri, mentre ce l’abbiamo in casa, anche tra chi siede sui banchi del governo. L'immigrazione non è e non sarà un fenomeno passeggero, ma caratterizzerà sempre più l'economia globalizzata. Va dunque affrontata in chiave positiva, anche in termini di cooperazione con i paesi in via di sviluppo, poi come integrazione, apertura, rispetto dei diritti e, senza dubbio, difesa della legalità. Senza mai dimenticare, insisto, che l’illegalità non ha né colore né razza.


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10 Agosto 2010

LE DONNE E IL RISPETTO


Dolore e rabbia: sono i sentimenti che, da donna, provo ogni qualvolta la radio, la tv e i giornali raccontano storie drammatiche, veri e propri martiri, subiti da donne che vivono in un Paese dove, troppo spesso, manca la cultura del rispetto. Donne violentate, come a Roma e Capri, uccise a calci e pugni per strada, come accaduto a Milano, ammazzate a coltellate dal marito che non accetta di separarsi, come avvenuto a Genova. Donne – ancora - perseguitate, terrorizzate, minacciate da uomini mai cresciuti, immaturi, o semplicemente violenti. Tutto questo, secondo quanto scritto nel rapporto Eurispes 2010, accade in un paese immobile, privo di idee e progetti, nel quale sembra che anche i soggetti che si propongono per guidare l'Italia futura siano in realtà più interessati a una transizione senza fine. Insomma, gli fa più comodo che le cose vadano così. Dicevo dolore e rabbia perché spesso questi episodi si verificano nella porta accanto alla nostra: nell’indifferenza generale.

Ogni cinque donne violentate nel 2009, quattro sono state molestate dal loro compagno o ex compagno. Mentre solo una su 100 è stata aggredita da uno sconosciuto. Ancora una volta il luogo comune secondo cui i maggiori pericoli per le donne si trovino in strada viene a cadere. E il numero di violenze subite in famiglia non diminuisce rispetto agli anni passati, anzi riesce ad emergere di più. Basti pensare che la legge sullo stalking, alla cui realizzazione l’Italia dei Valori ha dato un contributo decisivo (anche con la presentazione di una proposta, nel 2008, di cui ero la prima firmataria), ha permesso l’aumento delle denunce del 4%, dal 46% al 50%. Ma è ancora troppo poco. Gli ultimi episodi evidenziano che buona parte delle violenze e degli omicidi di donne è conseguenza di separazioni. Ogni 10 giorni in Italia un marito/compagno in via di separazione progetta il cosiddetto 'suicidio allargato'. E il governo? Il Ministro delle Pari Opportunità? Al di là degli annunci e delle mistificazioni si è fatto e si sta facendo poco o nulla. Anzi, nell’ultima finanziaria sono state tagliate ulteriormente le risorse. Sia alle forze dell’ordine, che hanno ora meno mezzi e uomini per contrastare la criminalità sul territorio, sia alla scuola, che invece avrebbe bisogno di finanziamenti per promuovere programmi di educazione – anche sessuale – già nelle prime classi, sia alle associazioni di volontariato che assistono le ragazze schiavizzate e avviate alla prostituzione.

Invece in Italia adolescenti e ragazzi hanno come esempio più alto un presidente del Consiglio malato di machismo, che fa il “papi” con ragazzine che potrebbero essere sue nipoti, si vanta baldanzoso delle sue doti amatoriali, consiglia a ragazze con un lavoro precario - ma avvenenti - di sposare un miliardario. Manca, insomma, la cultura del rispetto. Dolore e rabbia e la voglia di combattere per cambiare.



E a proposito di cultura del rispetto, ne esportiamo poca anche all'estero. Mi sembra giusto ricordare la lettera con cui Elvira Dones rispose qualche mese fa all'ennesima violenza verbale di Silvio Berlusconi sulle donne. Leggi lettera


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TRENI, IL GOVERNO TAGLIA I FONDI: SICUREZZA SEMPRE PIU’ A RISCHIO


Il morto e i 58 feriti del deragliamento del treno della Circumvesuviana avvenuto venerdì nella zona di Gianturco, alla periferia orientale di Napoli allungano la lista delle vittime involontarie della politica scellerata di questo governo in tema di infrastrutture.

Vale la pena ricordare solo alcuni degli incidenti avvenuti negli ultimi mesi: a maggio, in Puglia, 35 persone rimangono ferite nello scontro tra un treno e un'autocisterna al passaggio a livello di Bitonto-Santo Spirito. In aprile sono 70 i feriti nel tamponamento di due convogli alle porte di Roma, mentre a Merano perdono la vita 9 persone: il treno sul quale viaggiavano viene travolto da una frana causata dalla rottura di un impianto di irrigazione; la sciagura provoca anche 28 feriti. Sempre in aprile in Liguria il deragliamento di un carrello per la manutenzione della massicciata ferroviaria provoca il ferimento di 5 operai nei pressi della stazione di Recco. Tredici mesi fa l’incidente più grave, a Viareggio: è il 29 giugno 2009 quando il treno merci 50325 deraglia in seguito all’esplosione causata dalla fuoriuscita di Gpl da una cisterna, provocando morte e distruzione tutto intorno. Un vero inferno: due palazzine distrutte, altre tre evacuate, centinaia di sfollati. 31 le persone decedute a causa del disastro, undici morte nell'esplosione e nell’incendio che ne è seguito, altre venti per le ustioni nei mesi successivi. Ad oggi nessuno è stato ancora rinviato a giudizio per quei fatti.

Questi sono solo alcuni degli episodi più gravi, ma nel corso del 2009 in Italia si sono verificati oltre 50 incidenti. Uno a settimana. Tutto questo non avviene per caso, come vorrebbero fare intendere il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli e l’Ad di FS Mauro Moretti, ma è il matematico risultato di una politica della sicurezza sempre più latitante. Di tagli criminali ai fondi per la formazione del personale, per la manutenzione delle tratte ferroviarie, per l’acquisto di nuovi e più sicuri convogli.

Mentre il governo spende miliardi di euro nell’alta velocità, in opere faraoniche come il ponte sullo Stretto, o nelle centrali nucleari, le linee ferroviarie ordinarie vengono lasciate al loro destino. L’Italia, dove il 15 per cento dei pendolari si muove in treno, ha i convogli regionali e locali più disastrati dell'Unione europea. A differenza di paesi come Germania e Francia che investono oltre un miliardo di euro l’anno in infrastrutture e materiale rotabile, il nostro governo ha cancellato anche i 300 milioni previsti inizialmente nel disegno di legge per il riordino dell'agenzia nazionale per la Sicurezza ferroviaria. Esattamente il contrario di ciò che bisogna fare. Noi dell’Italia dei valori pretendiamo che proprio la sicurezza torni al ad essere al centro di tutte le priorità.


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9 Agosto 2010

Antonio Scopelliti esempio di legalità


L’omicidio del giudice Antonio Scopelliti, magistrato calabrese di altissimo rigore morale e professionale, ha costituito uno degli attacchi più alti della criminalità organizzata nei confronti delle istituzioni e del regolare funzionamento dell’ordinamento giudiziario. Scopelliti, servitore dello Stato ed esempio di legalità, venne ucciso poco dopo la sua nomina a Pubblico Ministero nel maxi processo contro i boss di Cosa Nostra in Cassazione. In questo modo, gli fu impedito di esercitare le sue funzioni e di sostenere con intransigenza e rispetto della legge l’intero impianto accusatorio. La barbara uccisione del giudice e la sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992, che confermò l’impianto accusatorio e le pesanti condanne nei confronti dei più violenti capi di Cosa Nostra, annunciarono drammaticamente la stagione delle stragi del ’92-‘93. Una pagina buia della nostra storia che ancora oggi attende verità e giustizia.

Scopelliti fu ucciso a 51 anni il 9 agosto 1991 lungo la strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro. Senza scorta, Scopelliti viene intercettato dai suoi assassini, appostati lungo la strada. Secondo i pentiti della 'Ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, l’uccisione del giudice sarebbe stato un “favore” della mafia calabrese a Cosa Nostra, visto che Scopelliti avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo contro i boss siciliani. Nell'abitazione del padre di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, fu trovato il fascicolo del processo alla ''Cupola'' di Cosa nostra.

Alla fine di una serie di processi, con condanne ed assoluzioni, nel 2001 la Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè e Benenetto Santapaola dall'accusa di essere stati i mandanti dell’omicidio Scopelliti, che rimane quindi impunito.


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8 Agosto 2010

Serve verità per rendere l'Italia civile e moderna


Da tre anni (12 ottobre 2007) è in vigore una legge discutibile che dà al capo del governo italiano la competenza, di fatto esclusiva, per “l’apposizione e la tutela del segreto di Stato.”
L’ascesa al potere per la terza volta di Silvio Berlusconi nell’aprile 2008 ha segnato per gli italiani la chiusura totale d’ogni speranza di togliere il segreto di Stato sulla stagione dei terrorismi e delle stragi che hanno insanguinato la storia dell’ Italia repubblicana in 70 anni di storia, provocando centinaia di morti e migliaia di feriti.

Dall’eccidio di Portella della Ginestra all’assassinio di Aldo Moro, dalla strage di Bologna a quella di piazza della Loggia Brescia.

Qualche giorno fa Berlusconi non ha voluto neppure essere presente, né ha inviato uno dei suoi ministri a Bologna, dove pure migliaia di italiani, venuti da tutto il paese, hanno ricordato gli 85 morti di quel 2 agosto 1980.

E’ un chiaro segnale, per un capo del governo che qualcuno ha definito ormai “un morto che cammina”, di indifferenza e di disprezzo per tutte le vittime e rivela l’atteggiamento ambiguo di un politico che ha sempre preferito le logge massoniche e le cricche di affari ai confronti fatti alla luce del sole, in parlamento o nelle piazze.

Ma, per fortuna degli italiani, sta ormai arrivando la fine del dominio politico e culturale del leader populista. La maggioranza parlamentare, assai ampia dopo le elezioni poliche del 2008, si è ormai dissolta e il governo dovrà fare i conti ogni giorno con la scissione di Fini e con l’opposizione di centro-sinistra che ha nell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro la sua punta di diamante.

L’Italia è l’unico paese democratico in cui il segreto di Stato nasconde ancora vicende che hanno caratterizzato a lungo la nostra storia e che devono essere chiarite per mettere in luce le responsabilità di classi dirigenti che si sono opposte, e che ancora si oppongono, ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana del 1948. Cioè alle libertà politiche, civili ed economiche, all’eguaglianza tra i cittadini, alla giustizia sociale.

Negli Stati Uniti, per una decisione della presidenza Clinton, ormai da oltre un decennio ogni quattro anni vengono desecretati materiali scottanti che si riferiscono al comportamento dei governi negli anni settanta, ottanta e novanta del Novecento.

In Italia non sappiamo ancora chi ha sparato a Portella della Ginestra nè chi è stato il mandantedella bomba alla stazione di Bologna. Dobbiamo far di tutto affinchè Berlusconi finisca di governare, coprendo gli assassini, e che chi andrà al governo si impegni a togliere il segreto sulle stragi e i terrorismi del Novecento e restituisca agli italiani la legalità, dando ai parenti delle vittime la giustizia cui hanno diritto.

E’ una speranza importante per chi crede ancora nella possibilità di cambiare l’Italia e di farla diventare un paese civile e moderno.


Postato da Nicola Tranfaglia in | Commenti (59) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

LE RAGIONI DELLA NECESSITA’ DI ANDARE SUBITO ALLE URNE


L’Italia dei Valori non entrerà in nessun governo pasticciato, magari composto da pezzi del vecchio esecutivo che abbiamo combattuto dal primo giorno di legislatura e lontani da noi anni luce. Nessuno può chiederci di metterci insieme a partiti che non hanno mai fatto della questione morale una discriminante essenziale e che anzi l’hanno avversata.

Qualche solone, penso all’appello di Paolo Flores D’Arcais sul Fatto ma anche ad alcuni esponenti del Pd, si trastulla con ipotesi fantasiose per arrivare a un governo tecnico o istituzionale con lo scopo di cambiare la più brutta legge elettorale delle democrazie occidentali. Sarei favorevolissimo a cambiarla se ci fossero le condizioni. A costoro ricordo un piccolo particolare: Pdl e Lega al Senato hanno ancora la maggioranza assoluta.

In questo momento le due camere potrebbero avere maggioranze diverse e l’unica soluzione sono le elezioni subito, senza volere con questo sfasciare il paese. Con chi dovremmo fare questo governo? Con la Lega che ancora oggi si è detta contraria a qualsiasi ipotesi di modifica della maggioranza? Con il Pdl senza Berlusconi? Che dovremmo fare, partecipare a un governo di tutti contro Berlusconi? Chi oggi parla di larghe intese è, a mio parere, un socio di minoranza di Berlusconi.

Il paese, invece, si sfascia se si prosegue con questo stillicidio, con due camere che potrebbero avere maggioranze diverse. L’Italia ha bisogno di un governo serio e di maggioranze stabili e queste possono venire solo da nuove elezioni. Il centrosinistra, anzi, dovrebbe mettersi subito al lavoro per trovare le alleanze giuste attorno a un programma condiviso per non farsi trovare in ritardo nel momento, inevitabile, in cui il presidente della Repubblica sarà costretto a sciogliere le camere.


Postato da Felice Belisario in | Commenti (73) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

7 Agosto 2010

Telecom: 3900 esuberi e Sacconi è contento


La vicenda Telecom, segna da sempre in Italia dei passaggi significativi nell'industria e nei rapporti tra questa e il sistema politico. La società, non bisogna dimenticarlo, è stata interessata dalla più grande privatizzazione italiana, e ha visto passare un mare di farabutti che hanno trasformato un gruppo ricco, in una azienda fortemente indebitata.
E' passato Emilio Gnutti - con i furbetti del quartierino - che ha comprato l'azienda a debito e successivamente ha caricato i debiti sulla stessa. Poi Tronchetti Provera che, guarda caso, ha spostato gli immobili di proprietà Telecom alla Pirelli Re, la sua società. E' passato anche un amministratore delegato che se n'è andato nel 2007 con 17 e passa milioni di liquidazione. Tante, nel corso degli anni, le ferite inferte da questi personaggi all’azienda. Sarebbe importante che la magistratura aprisse una seria inchiesta per accertare tutte le responsabilità.

Detto questo, Telecom si trova ad essere si un’azienda indebitata, ma anche aperta al futuro, perché si occupa di rete, di telecomunicazioni, di information technology. La società ha svolto una trattativa dichiarando una ulteriore ristrutturazione, ha esternalizzato dapprima il settote It poi ha deciso di ridurre fortemente il personale. Per fortuna, questa volta, il confronto ha portato ad un accordo che non prevede licenziamenti, né il ridimensionamento dei diritti come invece è avvenuto a Pomigliano d'Arco con la Fiat. Quindi il risultato porta a una non drammatizzazione del tema. Per questo l’accordo è giudicato dall'Italia dei Valori buono anche se lascia aperto un problema: Telecom deve essere un protagonista industriale come lo fu l'Enel nell'elettrificazione del Paese nel dopoguerra. Deve esserlo nel portare la banda larga nelle case, nelle officine, nei negozi, nelle industrie, per renderla disponibile gratuitamente a tutti. L’azienda, quindi, ha un ruolo industriale importantissimo, che non è stato discusso in occasione di questa intesa, ma che andrà attentamente considerato.

Infine abbiamo letto, come Italia dei Valori, i commenti del governo. Francamente siamo stupefatti; qui si scrive che 3.900 persone se ne andranno, anche se volontariamente attraverso la mobilità, ma se ne andranno, altre entreranno in riduzione di orario, e il ministro della “Disoccupazione” Sacconi cosa commenta? È contento. Lui è contento! La più grande azienda italiana riduce drasticamente gli organici, non assume giovani, non sostituisce chi va in pensione, chi va in mobilità e il nostro ministro è contento.

Noi dell’Italia dei Valori insistiamo su questi fatti. Purtroppo alla vicenda Telecom si aggiungerà, a partire da settembre, quella di Unicredit e di altre grandi imprese. Bisogna intervenire con urgenza. Il governo dovrebbe dire a Telecom: “Il tuo business interessa l'insieme del Paese, io faccio politica industriale e lo incentivo perché riguarda un settore strategico. Per questo ti chiedo di investire sui giovani, sulla formazione, sul rapporto università-ricerca, sul lavoro a tempo indeterminato per dare un futuro meno incerto alle persone”. Invece no, il nostro ministro della Disoccupazione è semplicemente felice che si riducano gli organici.

Ecco, questa è la differenza fra noi e il governo. Loro sono felici quando l'industria va male, quando si riducono i posti di lavoro, noi invece per il futuro ci auguriamo di innescare un nuovo meccanismo di politica industriale che guardi allo sviluppo civile, democratico e industriale del nostro Paese.


Postato da Maurizio Zipponi in | Commenti (41) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

6 Agosto 2010

Lavoriamo ad una coalizione alternativa


Sul Fatto Quotidiano di ieri, Paolo Flores d’Arcais ha scritto un appello diretto a me e Nichi Vendola, in cui ci chiedeva di lavorare per un governo di transizione che mettesse mano al conflitto di interessi e alla legge elettorale (scarica la lettera).


Riporto di seguito la mia risposta, pubblicata oggi su Il Fatto Quotidiano.


Caro Flores,
rispondo all’appello che hai rivolto a me e a Vendola. Tu condividi con noi la necessità di andare al più presto alle urne per mandare a casa Berlusconi e il suo governo. Giustamente, però, fai notare che se non si realizzano prima “due condizioni minime” (parole tue), ovvero “modificare l’attuale legge elettorale “porcata” e togliere a Berlusconi il controllo totalitario dell’informazione”, sarà molto difficile, se non impossibile, poi, vincere le elezioni.
Tu stesso, inoltre, fai notare che, fino a quando Berlusconi sarà al governo e avrà una maggioranza che lo sorreggerà, è inimmaginabile che il Parlamento possa emanare una nuova legge elettorale e una regolamentazione più democratica e plurale dell’informazione pubblica e privata.



L’utopia e la lotta
Tu stesso, quindi, per sfuggire a questa ferrea morsa, proponi l’avvento di un “governo provvisorio” o “governo di lealtà istituzionale” (come lo chiami tu) composto da personalità non della politica (e quindi non parlamentari e non appartenenti a partiti) che si sostituisca all’attuale governo berlusconiano ed emani leggi che soddisfino le suddette due “condizioni minime” per andare alle elezioni.
Tu stesso, infine, ti sei accorto che la proposta da te avanzata è a tal punto “utopistica” (ancora parole tue) da ritenere che l’unica strada praticabile ora sia, in realtà, “una proposta di lotta” (sei sempre tu a parlare), ovvero “una grande manifestazione nazionale per fine settembre che chieda elezioni democratiche, fuori Berlusconi, governo di pluralismo televisivo, nuova legge elettorale”. Insomma, un’altra manifestazione come quella del 2002 a Piazza Navona con Nanni Moretti o quella del 2009 per il “No B. day”.
Tutto qui? Mi verrebbe da dire.
Sia chiaro, sono d’accordissimo con te: sia per quanto riguarda l’analisi che la proposta. Sono a tal punto d’accordo con te che mi impegno qui per iscritto, nero su bianco, ad essere anch’io, e tutti noi dell’Italia dei Valori, della partita, pronti a mobilitare tutte le nostre strutture organizzative (e i due milioni ed oltre di firme raccolte per i tre referendum – acqua, nucleare e legittimo impedimento – stanno lì a dimostrare la forza della nostra organizzazione). Siamo pronti a tappezzare il Paese con manifesti per denunciare le nefandezze berlusconiane (cosa che, peraltro, stiamo già facendo). Siamo pronti a investire ulteriormente nella comunicazione in Rete (da settembre partirà una Web Tv dell’Italia dei Valori). Siamo pronti a girare (lo sono anche io personalmente e col megafono in mano), per tutte le piazze e i mercati d’Italia per “chiamare alle armi” il popolo democratico per una nuova grande manifestazione.


Sogno e realtà
Detto questo, però – e con il rinnovato impegno a farlo per davvero – scendiamo entrambi dalle nuvole e rimettiamo i piedi per terra:
Non esiste, e non potrà mai esistere, una maggioranza parlamentare che in questa legislatura abbia il coraggio di smarcarsi da Berlusconi per varare le due “condizioni minime” di cui tu parli;
Non esiste, e non esisterà mai, una maggioranza parlamentare disposta a dare la fiducia ad un governo di “lealtà istituzionale” formato da altissime personalità tecniche non provenienti dalla politica. Piaccia o non piaccia è così e non sarà certo una manifestazione pubblica in più a far cambiare idea ai mestieranti della politica che infestano il Parlamento.
Non esiste, e non può esistere, la possibilità che si realizzi un’inedita coalizione politica elettorale che veda insieme la destra di Fini e la sinistra del Partito democratico. Gli elettori di entrambi gli schieramenti li manderebbero a quel paese. La storia è storia e non si può scherzare con formule e formulette, calpestando i ricordi e le sofferenze;
Non esiste, e non può esistere, che l’attuale classe dirigente del Partito democratico si unisca a noi dell’Italia dei Valori, o alla Sinistra e Libertà di Vendola, per fare squadra insieme. Lo ha ripetuto Letta l’altro ieri e lo ha ribadito D’Alema ieri. I maggiorenti del Pd vedono me e Vendola come fumo negli occhi e, se potessero, ci farebbero fuori prima e peggio di Berlusconi. Il Pd sta lavorando per costruire una nuova coalizione con l’Udc e con la resuscitata “balena bianca”, e ha già risposto picche alla mia proposta di costruire con l’IdV la coalizione del centrosinistra. A Vendola faranno di peggio: renderanno un inferno la sua attività di governatore della Puglia, anche se, ovviamente, negheranno e smentiranno sdegnati. Senza contare quel che hanno fatto e faranno a Luigi De Magistris che non considerano della famiglia del centrosinistra solo perché ha fatto il suo dovere fino in fondo.
Così stando le cose, non ci resta altro da fare che rimboccarci le maniche e intanto partire da soli nella costruzione di un’inedita coalizione.
Oggi va bene anche una nuova manifestazione di piazza, ma per domani dobbiamo unire “le forze dei non allineati”, quelle della società civile, della Rete, magari anche dei “grillini”, soprattutto dobbiamo parlare al “popolo” – sia della sinistra che della destra – per far capire che la loro classe dirigente li sta tradendo e li sta usando. Dobbiamo far sapere che Fini e i finiani non sono credibili perché hanno rotto con Berlusconi in nome della legalità e poi si sono alleati con Cuffaro e Lombardo e non hanno votato la sfiducia a Caliendo. Dobbiamo far sapere che i maggiorenti del Pd, pur di non aver tra i piedi me o Vendola, si stanno “accasando” con Casini, Cuffaro, Lombardo e una miriade di altri personaggi impresentabili per la loro storia personale e politica. Dobbiamo parlare anche al popolo del Nord per denunciare la grande truffa mediatica dei dirigenti della Lega che i fine settimana fanno i gradassi a Pontida e durante la settimana, a Roma, si spartiscono le poltrone e le prebende come e peggio della Prima Repubblica.


Le regole e il gioco
Insomma e in conclusione: è inutile cercare di cambiare da dentro le regole del gioco (legge elettorale, conflitto di interessi o pluralità dell’informazione). Non lo faranno e non ce lo faranno fare. Meglio attrezzarci da subito con una “coalizione alternativa” di nuovo conio per essere pronti ad affrontare le elezioni quando ci saranno, anche a costo di andarci con le attuali “regole capestro”, piuttosto che sognare coalizioni di “lealtà costituzionale”, come utopisticamente e genuinamente le hai chiamate tu, o di “responsabilità nazionale”, come furbescamente le ha definite Casini con il chiaro scopo di andare lui al governo al posto di Berlusconi, cosa che molti del Pd sembrano già disposti a barattare, come hanno fatto per Vietti al Csm.
Per intenderci, caro Paolo, questa coalizione è già nei fatti.
E del Pd che ne facciamo, dirai tu. Non tutto è perduto. I maggiorenti del Pd conoscono solo la legge del più forte e noi dobbiamo sfidarli proprio su questo campo. Lavoriamo da subito alla costruzione di questa “coalizione alternativa” e vedrai che la “paura” di essere affiancati e superati da forze più fresche e più risolute li porterà a più miti consigli. Anche loro sanno, come tutti noi dobbiamo sapere e avere ben presente, che è prioritario, per il bene del Paese, liberarci del clan piduista che fa capo a Silvio Berlusconi. Quindi dobbiamo tutti rassegnarci a convivere tra noi per arrivare all’obiettivo. Alla fine, arriveranno, speriamo non a tempo scaduto, anche i pachidermi del Pd.


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5 Agosto 2010

LE API DI RUTELLI? RONZANO MA NON PUNGONO


Sono neri dalla rabbia. Ieri, con malcelata riluttanza, hanno dovuto accettare la realtà dei fatti e dei numeri: la maggioranza non c’e’ piu. Berlusconi, turbato dalla prima lezione di democrazia inflittagli dal Parlamento, reagirà facendo l’unica cosa che sa fare: tentare, da qui fino agli ultimi giorni dell’impero, la compravendita di qualche deputato finiano, come fosse la campagna acquisti del Milan. Da settembre, per la maggioranza si aprirà la stagione dell’incertezza e dell’instabilità. Saranno in bilico, appesi continuamente al filo su ogni voto, in una sorta di lento logorio che li porterà presto al capolinea. Ieri è stata una giornata straordinariamente importante per il nostro partito, per Italia dei Valori, che ha dato prova di grande forza. Se il Parlamento, ieri, ha dovuto fare i conti con la questione morale e con quei valori nei quali il nostro partito crede da sempre e che da sempre porta avanti con caparbiertà e cocciutaggine, nonostante l'ostilità di molti, è grazie a noi. Siamo noi, infatti, ad aver presentato le mozioni di sfiducia a Scajola, a Cosentino e, infine, a Caliendo. Tutte scelte vincenti che il Partito democratico ha scelto di sostenere e condividere con noi. Siamo noi ad aver vinto, ad aver fatto bene insieme al Pd il nostro lavoro. Su un tema cruciale come quello della legalità non si possono fare sconti e noi lo diciamo da sempre, da quando il nostro partito era una piccola realtà di uomini armati di tanto coraggio. Ieri sera, sulla spinta di un'opposizione che si è mostrata unita e più agguerrita che mai, il tema della legalità, imposto da IDV alla coscienza della politica, ha fatto vacillare il governo. Non vedo davvero dove cosa ci sia di demagogico e di populistico in questo e nella politica di Italia dei Valori, come sostiene oggi il senatore Francesco Rutelli che, in un'intervista sul quotidiano "La Repubblica", si dice a disagio con noi e definisce "invettiva e populismo" la politica che noi portiamo avanti, a meno che il senatore Rutelli non pensi che la difesa della legalità sia invettiva, demagogia o peggio ancora populismo. Noi pensiamo che il senso di responsabilità, di cui il senatore Rutelli si riempie la bocca un giorno si e l'altro pure come fosse a suo esclusivo appannaggio, non sia un vago concetto astratto di cui parlare in verbosissime interviste, ma un valore da difendere con azioni concrete in Parlamento, con mozioni di sfiducia, voti responsabili e scelte coraggiose, a volte anche solitarie. In Afghanistan, ad esempio, riteniamo che da tempo ormai sia fallita ogni operazione di peacekeeping e siccome preferiamo tutelare i nostri soldati, piuttosto che piangerli da morti, abbiamo fatto una scelta coraggiosa e responsabile, e non demagogica e populista come dice il leader dell'Api. l'ex radicale, ex Margherita, ex Pd ora Api Rutelli. Noi abbiamo fatto proposte concrete e di riforma coraggiose per tirare fuori l'Italia dalla crisi ma forse il leader di Api, impegnato su qualche tv, era distratto e non se ne è accorto. Con tutto il rispetto, il ronzio delle Api non ci spaventa, soprattutto se arrivano dall'ex radicale, ex Margherita, ex Pd, ora Api Rutelli e chissà cosa domani. Per questo,se io fossi il segretario del Pd Bersani al leader dell'Api, un partito di profughi, non gli risponderei neppure al telefono. Perchè non esiste che uno che ha spaccato il partito, tradendo il mandato degli elettori, bussi alla porta il giorno dopo e venga trattato come potenziale alleato. Se passasse il messaggio che essere sleali paga, è evidente che a sempre più persone pungerà vaghezza di metter su un partito personale come ha fatto Rutelli perchè conviene, con buona pace di questo martoriato paese.


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3 Agosto 2010

Bologna: il Governo risponda


La compostezza e l’assoluto equilibrio con cui i familiari delle vittime hanno commemorato il trentennale della strage di Bologna onora nel migliore dei modi la memoria dei tanti innocenti morti a causa della violenza terrorista, ma costituisce anche la migliore risposta all’inaccettabile e vile assenza del governo che, per la prima volta in trenta anni non ha voluto inviare alcun rappresentante a Bologna.

L’Italia dei valori ha ritenuto un suo dovere morale essere presente oggi cosi’ come prende un impegno solenne a fare quanto in suo potere per contribuire a realizzare l’auspicio lanciato oggi dal capo dello Stato, ovvero colmare lacune e ambiguita’ che ancora avvolgono questa vicenda.

Un impegno per quale vogliamo lavorare fin da oggi, e ancora di piu’ nell’ipotesi in cui dovessimo tornare ad occupare cariche di governo. Dopo trenta anni e’ giunto il tempo che il paese possa sapere tutto su questa e su altre stragi italiane e non certamente quello di prolungare ulteriormente il segreto di stato, come invece sembra voler fare il governo.

Inoltre poiché dopo il Ministro La Russa è oggi il sottosegretario Giovanardi ad insultare e a provocare in maniera assolutamente inaccettabile i parenti delle vittime della strage di Bologna, tentando di far passare il messaggio che il governo non ha partecipato alla commemorazione del trentennale per colpa delle contestazioni gratuite che le associazioni sarebbero solite rivolgere, ho presentato un’interrogazione al governo (che potete scaricare da questo link) chiedendo quali siano i motivi della sua assenza e se condivida i giudizi espressi da La Russa e Giovanardi.
Conoscendo il governo Berlusconi non pretendo che ci sia almeno uno dei suoi componenti che abbia la dignità e l’onestà intellettuale di prendere le distanze dagli insulti dei colleghi, ma mi auguro che almeno possa arrivare in tempi solleciti una risposta ufficiale che avrà comunque il merito di chiarire i motivi che hanno portato il governo ad essere assente per la prima volta in trenta anni.


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2 Agosto 2010

Il governo degli applausi finti


Trent'anni fa un ordigno nascosto in una valigia uccise 85 persone nella stazione ferroviaria di Bologna. Una strage senza precedenti in un periodo buio per l'Italia, alle prese col terrorismo e con gli accordi fra mafia e Stato.
Oggi, 2 agosto come allora, a Bologna i familiari delle vittime e tanti altri italiani si sono ritrovati per ricordare quel giorno triste.
Unico assente il Governo. Nessun esponente dell'esecutivo ha voluto rendere omaggio alla storia e al dolore. Il Presidente del Consiglio e i suoi Ministri, impegnati nella corsa contro il tempo per tenersi a galla, hanno disertato la manifestazione odierà.
Il Ministro La Russa ha spiegato che l'assenza è colpa dei fischi che i bolognesi gli avrebbero riservato. Io gli credo. Sono convinto anch'io che lo avrebbero sommerso di fischi. E sono convinto, altresì, che i codardi scappano o si nascondono quando non hanno altra scelta.
Il Governo, anche in questo caso, ha dimostrato di non essere il Governo del Paese ma di una stretta cerchia di persone. Questo è l'esecutivo che adora gli applausi (finti) delle convention e si nasconde alle urla che arrivano dalle piazze.
Il premier e i suoi ministri non mancano mai alle riunioni degli industriali. Sono sempre presenti quando interessi e quattrini spingono una platea ad applaudire il ministro di turno. Ma sono applausi finti. Applausi comprati con i soldi dei contribuenti, costretti a pagare le scelte pilotate a favore della casta.
Oggi a Bologna, invece, i ministri hanno preferito non andare. C'era una piazza che ha sete di verità. E dall'altra parte una classe politica che sa e non dice.
Ma non mi va di criticare i ministri per la loro assenza. Tutt'altro, sono contento che nessuno di loro, oggi, sia stato a Bologna. Perché la memoria di 85 innocenti non può essere onorata da chi divide idee e potere con personaggi loschi che nelle trattative d'allora fra mafia-Stato svolgevano ruoli da protagonisti. Meglio così, allora. Della loro presenza non sapevamo che farcene.
In tutta questa storia una verità processuale c’è già, ma ancora non si sa chi furono i colpevoli né i mandanti. E’ necessario, infatti, stanare i colpevoli di quel silenzio che circondò e avvolse questa tragica vicenda e i mandanti che, dopo trent’anni, non hanno ancora un volto. Per questo, io non dimentico, ma vorrei che la memoria mia e di tutti fosse aiutata dalla verità. Anche oggi, rinnoviamo la nostra vicinanza ai familiari delle vittime e assicuriamo loro tutto il nostro impegno istituzionale per supportare la loro battaglia nella ricerca della verità.


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1 Agosto 2010

Lettera aperta a Bersani


Pubblico la lettera aperta che, insieme a Massimo Donadi e Felice Belisario, abbiamo scritto al segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani

Caro Pier Luigi,
Ti indirizziamo questa lettera aperta perché anche noi, come credo tutti gli italiani, siamo consapevoli che la crisi che ha travolto il Pdl è una crisi lacerante e strutturale, che presto travolgerà l’intera compagine di governo e, come tutti gli italiani, siamo allarmati che la conseguente situazione di instabilità possa esporre il Paese a danni ulteriori rispetto a quelli che il malgoverno del centrodestra ha già provocato fino a qui.
Per queste ragioni, riteniamo che le opposizioni, piuttosto che affannarsi continuamente nel prefigurare o auspicare cose che non dipendono né da noi né da Voi, quali larghe intese, governi tecnici o governissimi che dir si voglia, dovrebbero senza ulteriori indugi riunirsi e mettere in campo al più presto idee, progetti e uomini cherappresentino l’alternativa di governo.
Ricostruiamo, insieme, una coalizione innovatrice e capace di vincere le sfide del cambiamento. Mostriamoci compatti davanti al Paese, rimbocchiamoci le maniche consapevoli che, più forti e uniti noi saremo, più rapido sarà il declino di questa maggioranza.
Soluzioni parlamentari che consentano, prima di tornare al voto, di approvare una nuova legge elettorale meno indecedente le valuteremo insieme se e quando saranno possibili. Ma oggi è il tempo di edificare la casa comune non di apparire al Paese intenti a perseguire trame di palazzo.
Ci rivolgiamo a Te perché insieme al tuo partito abbiamo condiviso l’alleanza per le ultime elezioni politiche e crediamo che da lì sia giusto ripartire. Con uno spirito che non sia, mai più per il futuro, di mera intesa elettorale, ma di profonda condivisione di un modello di modernizzazione del Paese.
Per questo, Ti chiediamo, già nei prossimi giorni, un incontro che non è ora più rinviabile. Perché la responsabilità di non esserci fatti trovare pronti di fronte all’implosione della maggioranza è qualcosa che i nostri elettori non ci perdonerebbero.


Antonio Di Pietro, Presidente IDV
Massimo Donadi, Capogruppo IDV Camera
Felice Belisario, Capogruppo IDV Senato


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31 Luglio 2010

Il dittatorello Berlusconi Silvio


Quello che poteva essere un normale contrasto tra galletti dentro lo stesso pollaio partitico, ha assunto il segno della conferma di un disegno eversivo, lo stesso disegno eversivo espresso dalla legge sulle intercettazioni: impunità e omertà, al posto di responsabilità personale e dell’informazione libera . L’imperativo del dittatorello, pluriinquisito, Berlusconi Silvio, è porre ostacoli all'accertamento di responsabilità, legando le mani e mettendo le manettealle forze dell'ordine e alla magistratura, che le manette dovrebbero metterle ai delinquenti. Il tentativo di Berlusconi è anche quello di mettere il bavaglio ai giornalisti, in sostanza è il progetto piduista di Berlusconi Silvio, pluri-inquisito e, grazie alle leggi ad personam, ancora non giudicato o condannato, come il suo compare, l’avvocato Mills. Berlusconi vuole porre ostacoli alla punibilità di amici di casta e di cricca, vedi Cosentino e Dell'Utri, imputato il primo per camorra e condannato il secondo per mafia, Brancher, il ministro del nulla appena condannato a due anni, ma anche Scajola e Verdini.

In tale scenario, Cesare Previti, già ministro della Difesa e poi condannato e affidato ai servizi sociali, ormai è un profeta del crimine. Vuole porre, al tempo stesso, il bavaglio ai giornalisti e ai blogger, per censurare e zittire informazioni e opinioni sgradite. In tale scenario, il Tg1 di Minzolini e il direttore generale della Rai, Mauro Masi detengono il modello di riferimento di una disinformazione di regime.

In questo scenario, il dittatorello Berlusconi caccia dal partito Gianfranco Fini e quanti si sono schierati con posizioni sgradite sulla questione morale e lascia nel partito e nel governo al loro posto il cofondatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, Cosentino, Brancher, Bertolaso, Verdini, se stesso. Lascia, inoltre, e resta a garanzia del sistema, Gianni Letta, il Rasputin del terzo millennio. Palazzo Chigi ormai sembra il palazzo degli Zar, caratterizzato da imprevedibili minacce e atti di violenza. Fini e i suoi hanno osato opporsi al disegno di legge sulle intercettazioni e richiamare l'attenzione sulla questione morale e, implacabile, è arrivata l’espulsione, figlia della cultura della impunità di casta e del fastidio per opinioni diverse dalle veline, di ogni genere. E, a conferma del delirio di onnipotenza del Berlusconi Silvio, a conferma della soffocante coincidenza tra pubblico e privato, che costruisce caste e conflitti di interesse, a conferma del fastidio di ogni controllo sulla legalità, l'ufficio di presidenza del Popolo delle libertà e il presidente del Consiglio dei ministri, quarta carica dello Stato, hanno cacciato dal partito il cofondatore del PdL, Gianfranco Fini, e vogliono cacciarlo dalla carica di presidente della Camera. Un atto eversivo ed un tentativo di stravolgimento del sistema costituzionale. Quello che poteva essere un contrasto tra galletti dentro lo stesso pollaio partitico, ha finito con il confermare, per atti e fatti concludenti, la natura costituzionalmente eversiva e il progetto piduista del dittatorello Berlusconi e del suo governo.


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30 Luglio 2010

E' crisi di governo: Berlusconi riferisca in aula


Da ieri sera tutto è cambiato e questa mattina nell’aula di Montecitorio si è di fatto aperta la crisi del governo. Non siamo di fronte ad un bisticcio, l’ennesimo, tra Berlusconi e Fini ma di fronte alla deflagrazione della maggioranza e all’implosione di un progetto politico e di un partito che doveva essere il grande partito della destra dei moderati italiani e della libertà ma che, alla fine, del concetto di libertà ha dimostrato di avere solo la presunzione del nome. Non appena uno dei due cofondatori, e alcune persone a lui vicino, si sono limitate ad esprimere liberamente le proprie opinioni e valutazioni su un tema come quello della questione morale, che nel Pdl è come parlare della corda in casa dell’impiccato, la maggioranza non ha retto. La difficoltà di coesione tra chi, come Fini, aveva da una parte pensato di dare vita davvero ad un partito plurale e liberale e chi ha, viceversa, una visione del partito totalitaria è venuta al pettine.

Di fatto oggi la maggioranza è implosa sia numericamente che politicamente. Lo si potrà verificare oggi stesso, se ci sarà, come appare molto probabile, lo scisma e la costituzione di due gruppi parlamentari distinti. Ma di fatto ieri abbiamo assistito alla deflagrazione delle due colonne portanti del Pdl. E’ deflagrato il Pdl come partito portante della coalizione e presto imploderà anche la seconda colonna, ovvero il patto fondativo tra Pdl e Lega. Sono certo che questo governo cadrà in autunno e non per mano di Fini. A staccare la spina sarà la Lega, quando prenderà atto che questo governo ormai non andrà più da nessun parte e che il federalismo rimane solo un progetto sulla carta. Un attimo primo che l’inganno venga svelato, la Lega staccherà la spina.

In questo mutato quadro, è chiaro che per Italia dei Valori, e per tutti gli altri gruppi di opposizione, non esiste più nessun accordo a chiudere questa sera, così come era stato preventivato fino a ieri sera. Da oggi inizierà una durissima azione ostruzionistica. Se non c’è più una maggioranza la politica non può andare in vacanza. Noi andremo avanti con il nostro ostruzionismo per tutto il mese se sarà necessario, finché il presidente del Consiglio non uscirà dal buco in cui si è rintanato e si assumerà pubblicamente, nell’Aula della Camera dei Deputati, le sue responsabilità venendo a riferire sulla crisi di governo. E’ intollerabile ed impensabile che il paese rimanga nell’oblio.

Fonte: www.massimodonadi.it


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28 Luglio 2010

Supereroi muti


Dell'Utri Marcello, condannato in secondo grado per reati di mafia, piuttosto che difendersi nei processi, sta scrivendo un volume di cultura mafiosa.
Con disprezzo e strafottenza per le azioni penali in corso, Dell'Utri Marcello pontifica e sembra rappresentare il popolo della cultura mafiosa. Stiamo parlando del senatore Marcello Dell'Utri, sì, il condannato per mafia è senatore!

Dell'Utri Marcello, cofondatorte di Forza Italia con Berlusconi Silvio, pluri-inquisito e pluri-salvato da leggi ad personam, proposte dal proprio legale avvocato e deputato Ghedini, rimane al suo posto e ricorda che lo stalliere di cavalli e riferimento di mafiosi , Mangano Vittorio , è un eroe.
Sì, il Sen.Marcello Dell'Utri ha detto, e più volte ripetuto, che lo stalliere condannato Mangano Vittorio è un eroe. Un messaggio da tipica cultura mafiosa. Secondo il parere di Dell’Utri, Mangano Vittorio era un eroe, perché non ha fornito ai magistrati elementi utili contro lui e i suoi amici, Berlusconi Silvio e Dell'Utri Marcello, appunto.
Tranquilli mafiosi e collusi anche Dell'Utri Marcello condivide la subcultura mafiosa e considera chi difende gli "amici " degli eroi. Tranquilli mafiosi e collusi anche Dell'Utri Marcello non parlerà, anzi non ha parlato, aspirando ad essere considerato anche lui eroe. E, a conferma che, secondo la subcultura usata dalla mafia, un vero uomo non parla; convocato il 27 luglio 2010 da imputato a rispondere dei suoi rapporti con cricca e la P3, il senatore Dell'Utri si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Ogni imputato può avvalersi della facoltà di non rispondere.
Anche l'imputato Dell'Utri Marcello, già condannato in altro processo per mafia in corso, può avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma l'intellettuale Dell'Utri (beati monoculi in regno coecorum) non soltanto si avvale del suo diritto di imputato della facoltà di non rispondere, ma manda un tipico messaggio omertoso e di cultura mafiosa: invita gli altri imputati a seguire il suo esempio e a non rispondere alle domande dei magistrati.
Ce ne è abbastanza per proporre di diffondere nelle scuole, che vogliono conoscere la cultura mafiosa e difendersi da essa, il pensiero del professionista e intellettuale, legato alla mafia e condannato a 7 anni in Appello per concorso esterno in associazione mafiosa, Dell'Utri Marcello, che è la stessa persona di Marcello Dell'Utri , senatore e cofondatore di Forza Italia, insieme con il pluri-imputato e pluri-salvato da leggi ad personam, Berlusconi Silvio.
Berlusconi Silvio rimane al suo posto istituzionale di capo del governo. Dell'Utri Marcello rimane al suo posto istituzionale, di senatore della Repubblica.
La mafia rischia, così continuando, di apparire di avere il volto dello Stato, e lo Stato, così continuando, rischia di apparire di avere il volto della mafia.


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16 Luglio 2010

Cadono come birilli


Il governo ha deciso di mettere la fiducia sulla manovra economica non solo per ammutolire l’opposizione e bloccare ogni proposta emendativa, ma anche, e soprattutto, per tenere sotto ricatto la propria maggioranza parlamentare.
Tuttavia Berlusconi non si è accorto che la misura è ben poca cosa per evitare il tracollo del suo “regno” perché a sgretolarsi non è la maggioranza in parlamento ma il governo vero e proprio: nel giro di appena due mesi sono caduti infatti tre membri, Scajola, Brancher e Cosentino, ed un quarto, Caliendo, è fortemente a rischio.
Ecco perché al momento di votare la questione di fiducia nell’Aula del Senato, come Italia dei Valori, abbiamo voluto ricordare al governo che non c’è fiducia che tenga quando l’esecutivo diventa un fantasma di se stesso, decimato dalle colpe dell’ingordigia e dell’autoconservazione ad ogni costo e ad ogni mezzo, anche illegale.
Quando è stata aperta la votazione sulla manovra economica, che metterà in ginocchio i cittadini italiani, abbiamo alzato dei cartelli raffiguranti la prima pagina dell' Unita', recante un fotomontaggio con tre birilli a terra con la faccia dei membri del governo costretti finora a dimettersi e la scritta a caratteri cubitali 'E tre', mentre sullo sfondo un birillo rimane in piedi con la faccia del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo.
Non basta, tuttavia, la ventata di giustizia e legalità che ha in piccola parte squarciato la cortina omertosa del governo: è ormai chiaro che le responsabilità degli scandali nel governo non sono soltanto individuali e che le colpe non sono cancellabili con la dimissione dei diretti interessati nella bufera giudiziaria. Esiste una responsabilità collettiva e collegiale del fallimento di un esecutivo corrotto così come esiste una responsabilità diretta di chi questo enturage governativo l’ha scelto.
Un primo Ministro che tenga al bene del proprio paese, ma anche soltanto alla sua propria dignità politica, avrebbe già rimesso le dimissioni dopo che tre dei suoi più importanti collaboratori governativi sono stati costretti, nell’indignazione popolare, a rimettere l’incarico proprio da lui assegnatogli.
Che Berlusconi ancora rimanga al suo posto, mentre la nave affonda, è sintomatico della sua concezione del potere: padronale e autoritario, più che un uomo prestato alla politica è una politica venduta all’uomo.
Berlusconi non ci ricorda “Cesare”, il nome in codice che gli indagati nell’inchiesta dell’eolico avrebbero usato per riferirsi al premier, ma piuttosto Caligola, l’imperatore romano che nominò senatore il proprio cavallo, visto il pantheon “eccelso” di indagati e condannati che affollano la schiera del governo.
Il “veni, vidi, vici” del governo pigliatutto ha fatto il suo tempo: il Lodo Alfano, e gli altri artifizi giuridici adoprati per tenere in piedi una compagine interessata solo al proprio tornaconto, non possono ostare più a che si torni alle urne.
L’Italia dei valori chiede, e lo farà ufficialmente con una mozione di sfiducia all’intero governo, che i cittadini sovrani possano chiudere, senza inciuci, questa stagione delle P1, P2 e P3 , perché Peggio di così si muore, e possano nuovamente scegliere i propri rappresentanti tramite democratiche elezioni.


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12 Luglio 2010

Con Casini? Errore imperdonabile


Un governo di responsabilità nazionale per uscire dalla crisi politica in atto. Ecco la soluzione proposta nelle ultime ore da Pier Ferdinando Casini, il maestro delle alleanze di convenienza, colui per il quale non fa differenza se si tratti di centrodestra o di centrosinistra, perché l’importante è mantenere la poltrona. Questa volta, infatti, il leader Udc parla di un governo aperto a tutti, sul quale non è possibile avanzare veti su Berlusconi premier ed è lo stesso Casini che nel luglio scorso non escludeva la partecipazione ad un esecutivo di emergenza democratica con i partiti della sinistra. Una coerenza tutta sua, che solo lui comprende, basata esclusivamente sulle convenienze del momento, senza mai perdere di vista l’ obiettivo principale: distruggere il bipolarismo, continuando, imperterrito e finora indisturbato, con la politica dei due forni, un’ideologia che lo porta a non guardare oltre il proprio ombelico e considerare quet’ultimo come punto di equilibrio dell’intero universo.
Non è un caso che abbia detto, con apparente indifferenza, che, se Lega e Idv si chiamassero fuori da questo ipotetico governo di larghe intese, sarebbe un problema loro. In questo modo, prenderebbe due piccioni con una fava, levandosi di torno i due partiti più marcatamente bipolari ed allontanando quello che rappresenta per lui un pericolo. Ritengo sia il caso che l’opposizione rifletta seriamente sull’atteggiamento del leader dell’Udc e soprattutto sulle sue ultime dichiarazioni.
Dare credito ad un Casini che cambia colore a seconda del fiore su cui gli conviene poggiarsi, nel suo perenne volo di convenienza, sarebbe un errore imperdonabile. Quello che invece adesso il centrosinistra è chiamato a fare, per dovere di responsabilità politica, è costruire una seria alternativa ad un governo che con ogni evidenza sta per sgretolarsi. E’ il momento di farsi promotori di una grande apertura e discussione politica, in modo che, quando governo e maggioranza, che già stanno venendo meno, crolleranno definitivamente, ci sia una coalizione di centrosinistra coesa e compatta, capace di dare ai cittadini la sicurezza di rimanere unita per realizzare il progetto che loro stessi andranno a votare. L’obiettivo dovrà essere non solo quello di rimotivare i delusi del centrosinistra, ma anche di interpretare le speranze dei tanti elettori di centrodestra ingannati ed ora delusi dalla maggioranza. Il tempo stringe, perché questo governo sta dimostrando ogni giorno di più di non essere capace di governare.

fonte: www.massimodonadi.it


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8 Luglio 2010

Un'aggressione squadrista


Ieri, mentre per le strade di Roma i cittadini aquilani venivano manganellati a causa del loro legittimo corteo, in aula si consumava una vile aggressione ai miei danni. Accerchiato da parlamentari del Pdl (il partito dell'amore, come lo definisce il Premier Berlusconi), sono stato colpito da un pugno. Il responsabile non è stato ancora individuato. Ma verrà a galla. E denunciarlo sarà il minimo che io possa fare.

Di seguito pubblico l'intervista che ho rilasciato al quotidiano La Stampa, in edicola stamattina

Alle cinque del pomeriggio, l'onorevole Francesco Barbato esce dal Gemelli con l'esito della Tac. 15 giorni di prognosi. «Ma penso di tornare alla Camera già domani (oggi, ndr)».

La Stampa: Come si sente?

Francesco Barbato: «Ho l'occhio arrossato, sono stressato, con la pressione alta. Uno sta lì, che fa il suo intervento, e deve subire un'aggressione squadrista...».

La Stampa: La Saltamartini sostiene che lei le ha urlato "Camorrista, mafiosa..."

Francesco Barbato: «No, ho detto fascista affarista».

La Stampa: Ah, ecco.

Francesco Barbato: «Mi stavo difendendo da insulti, tentativi di picchiarmi, parolacce. Erano una decina, qualcuno mi diceva "ci vediamo fuori"».

La Stampa: Lei ha visto chi l'ha colpita?

Francesco Barbato: «No, mi ha colpito da dietro. Un collega mi ha fatto il nome dell'onorevole Noia, verificheremo».

La Stampa: Ora cosa succederà?

Francesco Barbato: «L'Idv ha chiesto la convocazione d'urgenza dell'Ufficio di presidenza. E poi farò una denuncia penale».

La Stampa: E se le chiedessero scusa?


Francesco Barbato: «Perdono da cristiano. Ma farò comunque denuncia».


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7 Luglio 2010

Se il governo chiede sacrifici ai disabili


Stamattina abbiamo manifestato insieme ai disabili contro la manovra del Governo. E in giornata il governo è stato costretto a un’ennesima vistosa retromarcia sulla manovra. Stavolta il tentativo, fortunatamente sventato, era più subdolo che mai: il governo, infatti, voleva far cassa sulle spalle dei disabili.
Quello della maggioranza è stato un tentativo vergognoso e deprecabile che solo la forza delle associazioni è riuscito a bloccare. E’ aberrante, infatti, il fatto che il governo abbia tentato di colpire una categoria, quella dei disabili, già costretta a pesanti sacrifici quotidiani.
Quello del Governo Berlusconi è un attacco alle condizioni di vita delle persone con disabilità e delle proprie famiglie. Un attacco al fondo nazionale sulle politiche sociali. L'indennità di accompagnamento è ormai diventata l'unica misura di sostegno per le persone con disabilità gravi.
Questo Governo vuole una riduzione degli insegnanti di sostegno, diminuisce i trasferimenti alle Regioni e quindi indebolisce i servizi alle persone disabili.
Abbiamo manifestato con le associazioni di categoria perché era giusto riaffermare la forza che viene della disabilità. Come dipartimento nazionale dell'Italia dei Valori siamo sempre al fianco dei cittadini disabili nelle loro lotte tese a riaffermare la dignità, per contrastare questo disegno del Governo che lede la vita materiale delle persone con disabilità.
Noi dell’Italia dei Valori non abbasseremo la guardia e continueremo a batterci contro un governo che evidentemente considera la disabilità un peso per la società e che tenta di reintrodurre pericolosi preconcetti che credevamo ormai superati.


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30 Giugno 2010

Brancher: mandatelo a casa


Il signor Aldo Brancher, tristemente noto alle Aule giudiziarie, è stato nominato ministro per non farsi processare. E’ un incarico che mortifica le istituzioni, umilia la democrazia, attenta all’intelligenza degli italiani. L’Italia dei Valori ha promosso una mozione di sfiducia, chiedendo a tutte le forze di opposizione di concordare un testo comune. Infatti, siamo convinti che sia fondamentale che ogni singolo parlamentare risponda alla sua coscienza e ai cittadini su un atto di una gravità inaudita. Per questo, chiediamo anche a voi tutti di firmare insieme a noi questa mozione di sfiducia. E’ un atto importante per far comprendere a questi governanti che noi non ci stiamo, non siamo come loro e difendiamo la dignità delle istituzioni senza se e senza ma.

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La Camera,

premesso che:

  • - il giorno 18 giugno 2010 l’on. Aldo Brancher è stato nominato Ministro senza portafoglio;
  • - il comunicato del consiglio dei ministri dello stesso giorno rende noto che “il Presidente Berlusconi ha informato il Consiglio delle sue intenzioni di conferire al neoministro Brancher la delega per tutti gli adempimenti relativi alla pratica e concreta attuazione del Federalismo amministrativo e fiscale. Il Consiglio ha condiviso l’iniziativa e gli ha espresso le più vive felicitazioni ed auguri”;
Clicca su "espandi" per continuare a leggere

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Decreto Bondi: la vittoria di Idv


Questo decreto Bondi, che voleva riformare le fondazioni liriche, in realtà ha avuto la funzione di contenere gli stipendi dei lavoratori dello spettacolo e di renderli tutti molto precari rispetto alle garanzie di stabilità di posto di lavoro e rispetto alle conquiste salariali di questi anni.
Di fatto questo provvedimento voleva decurtare il 50% di quegli emolumenti legati ai contratti aziendali integrativi, e solo grazie all'Italia dei Valori, al Senato questo taglio era stato ridotto già al 25%. E proprio ieri l'altro, alla Camera, siamo riusciti a smascherare una debolezza delle altre opposizioni che, forse in buona fede, avevano ipotizzava un emendamento che di fatto rendeva aleatorio tutto questo emolumento. Perché condizionava il pagamento di queste somme al pareggio di bilancio. Voi sapete che queste fondazioni sono in grande difficoltà economica per cui questo emendamento avrebbe determinato un paradosso. E cioè, anziché avere il 75% garantito, non avrebbero avuto nulla.
Di fronte a questa mia personale segnalazione, c'è stata una sorta di resipiscenza collettiva ed è stato approvato un emendamento che garantisce i diritti quesiti, cioè tutte le situazioni già stabilizzate dai contratti attuali, senza alcuna decurtazione. E' una grande vittoria dell'Italia dei Valori. La nostra battaglia, comunque, continuerà.



26 Giugno 2010

Tagliassero al nano e non alle ballerine!


La nostra maratona ostruzionistica contro il decreto Bondi che propone la riforma degli istituti lirico sinfonici è stata la dimostrazione di quanto il nostro lavoro sia dettato unicamente dal desiderio di difendere i cittadini italiani dai soprusi che questo Governo tenta di imporre. In questo caso la nostra battaglia è stata a sostegno dei lavoratori di un importantissimo settore della cultura e della storia italiana che, con questo provvedimento, perderanno la loro autonomia, torneranno sotto l’ala statale ed entreranno pienamente nel circolo del precariato, ormai luogo comune nel nostro Paese.

Loro, i lavoratori lirico sinfonici, ci hanno capiti e sostenuti – come del resto molti altri italiani - e credo sia proprio questo l’importante. Attraverso mail, sms, messaggi via facebook non ci hanno fatto mai mancare, nelle tantissime ore della seduta parlamentare, il loro appoggio, dimostrando quanto fossero valide e fondate le nostre proteste.

Il testo voluto dal Ministro Bondi, che adesso passerà nuovamente al Senato, con la scusa di riordinare un settore in difficoltà ha, infatti, tagliato trasversalmente i fondi statali alla cultura, così come ha fatto e farà con la sanità, l’istruzione pubblica e la ricerca. Soltanto tagli, non riforme! Questi due termini non sono sinonimi e questo Governo è bene che lo capisca.

Le 37 ore che l’Italia dei Valori ha dedicato a questo provvedimento sono per tutti i lavoratori del settore lirico sinfonico, che se questo testo venisse approvato così com’è, da domani si ritroveranno in una situazione difficilissima che può essere così riassunta: blocco delle assunzioni a tempo indeterminato, blocco del turnover, giro di vite sulle missioni all’estero, decurtazione del circa 50% dei contratti integrativi e pesanti limiti alla contrattazione di secondo livello.
È per questo, e solo per questo, che abbiamo praticato la nostra dura opposizione, non per la visibilità mediatica - poiché ci viene sistematicamente negata - non per intralciare i lavori, né per impedire ai colleghi di vedere una partita di calcio. Difendere i diritti dei lavoratori italiani, anche quelli del settore lirico sinfonico, è nel nostro DNA, è la nostra vocazione, è la nostra passione. Riteniamo sia necessaria una riorganizzazione del settore in sintonia con quanto accade nel resto d’Europa. Non un taglio netto a tutto e a tutti… e se un taglio deve esserci, tagliassero al nano e non alle ballerine!


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19 Giugno 2010

Saramago e "La cosa Berlusconi"


“Dev’essere duro vivere quando il potere politico e quello imprenditoriale si riuniscono. Non invidio la sorte degli italiani, però infine è nella volontà degli elettori mantenere questo stato di cose o cambiarlo”.
(Josè Saramago).

Il premio Nobel Josè Saramago se n’è andato. E noi rendiamo omaggio ad un protagonista della cultura contemporanea. Ad un grande scrittore spesso al centro di polemiche roventi. Anche in Italia. Alla fine del maggio 2009, la storica casa editrice Einaudi, ora sotto il controllo di Mondadori, quindi di Berlusconi, rifiutò di pubblicare il libro dello scrittore portoghese ‘il quaderno’. Una raccolta di scritti pubblicati sul suo blog. La polemica politica si infiammò e il libro fu poi pubblicato da Bollati Boringhieri. Racconto questo episodio perché è rivelatore della degenerazione culturale italiana, dei frutti marci del berlusconismo. In un altro periodo nessuno avrebbe rifiutato la pubblicazione di un premio Nobel. In un altro momento, appunto, non all’apice della parabola berlusconiana. Per ricordare Saramago e per riflettere, pubblico una pagina del suo blog dedicata a Berlusconi. Questo articolo, con questo stesso titolo, è stato pubblicato ieri sul quotidiano spagnolo “El País”, che me lo aveva espressamente commissionato. Considerando che in questo sito ho lasciato alcuni commenti sulle prodezze del primo ministro italiano, sarebbe strano non mettere anche qui questo testo. In futuro ce ne saranno sicuramente altri, visto che Berlusconi non rinuncerà a quello che è e a quello che fa. Né lo farò anch’io.

La Cosa Berlusconi

Non trovo altro nome con cui chiamarlo. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un profondo rigurgito non dovesse strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene distruggendo il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori fondanti dell’umana convivenza vengono calpestati ogni giorno dalle viscide zampe della cosa Berlusconi che, tra i suoi vari talenti, possiede anche la funambolica abilità di abusare delle parole, stravolgendone l’intenzione e il significato, come nel caso del Polo della Libertà, nome del partito attraverso cui ha raggiunto il potere. L’ho chiamato delinquente e di questo non mi pento. Per ragioni di carattere semantico e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente in Italia possiede una carica più negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. È stato per rendere in modo chiaro ed efficace quello che penso della cosa Berlusconi che ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli ha attribuito nel corso del tempo, nonostante mi sembri molto improbabile che Dante l’abbia mai utilizzato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, in accordo con i dizionari e la pratica quotidiana della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o a dettami morali”. La definizione calza senza fare una piega alla cosa Belusconi, a tal punto che sembra essere più la sua seconda pelle che qualcosa che si indossa per l’occasione. È da tanti anni che la cosa Belusconi commette crimini di variabile ma sempre dimostrata gravità. Al di là di questo, non solo ha disobbedito alle leggi ma, peggio ancora, se ne è costruite altre su misura per salvaguardare i suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, per quanto riguarda i dettami morali invece, non vale neanche la pena parlarne, tutti sanno in Italia e nel mondo che la cosa Belusconi è oramai da molto tempo caduto nella più assoluta abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte affinché gli potesse servire da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui stanno trascinando i valori di libertà e dignità di cui erano pregne la musica di Verdi e le gesta di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale per l’Europa e gli europei. È questo che la cosa Berlusconi vuole buttare nel sacco dell’ immondizia della Storia. Gli italiani glielo permetteranno?


fonte: www.massimodonadi.it


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14 Giugno 2010

Da Zaia un atto di spavalda vigliaccheria


Un atto di spavalda vigliaccheria, l’ennesimo gesto dettato da quella insopportabile demagogia alla quale la Lega ci ha ormai abituati da tempo. L’ultima impresa è di ieri e porta la firma del governatore del Veneto, Luca Zaia, che ha deciso di sostituire l’inno di Mameli con Va’ Pensiero, in occasione dell’inaugurazione di una scuola a Treviso. E’ un copione che ormai si ripete, un metodo di acquisizione del consenso targato Lega. Due i canali fondamentali: da un lato, far leva sulle piccole paure e ingigantirle: la paura dell’immigrato, le ansie dei piccoli imprenditori verso i mercati internazionali; dall’altro tutta una serie di simbologie alla base delle quali vige il continuo richiamo alla Padania, che sono devastanti per la coscienza unitaria del Paese: dal disprezzo verso i simboli della patria come il tricolore al rifiuto dell’inno nazionale o non tifare per gli Azzurri ai Mondiali di Calcio. Ma sobillare le paure esalta gli egoismi, le divisioni porta alla chiusura verso tutto ciò che è altro.
Giocare con i simboli dell’unità, d’altra parte, non porta ad altro che alla disgregazione del tessuto di solidarietà e comunità nazionale. Un partito che non costruisce, che disgrega soltanto, una politica sterile, di respiro cortissimo, buona solo a trovare consenso. Quando poi si tratta di soddisfare le aspettative degli elettori, la Lega non possiede gli strumenti ed ecco che si rifugia nella demagogia legislativa, quel fare politica andando ascoltando le necessità degli elettori, ma dando loro solo fumo. Ed ecco che dal cilindro del Carroccio vengono fuori i provvedimenti contro l’immigrazione tanto folcloristici, quanto inutili, ma, soprattutto, troppo spesso violenti e xenofobi come il White Christmas del sindaco leghista o la trovata dei presidi spia, o l’aggravante di clandestinità. Tutte proposte strampalate, che, quando arrivano sul tavolo della Corte Costituzionale sistematicamente vengono bocciate e, quando non è così, si rivelano comunque un fallimento, come la stessa Bossi-Fini (da quando è stata approvata ha prodotto in Italia, anno dopo anno, il record assoluto di nuovi immigrati). Altro sacco pieno solo di fumo, che si affloscerà quanto prima sotto gli occhi degli elettori, è il federalismo, che fino al momento è solo una parola, troppo usata, cui non seguono mai fatti.
Ecco perché ho trovato le parole di Enrico Letta molto preoccupanti: in Veneto, nel corso di una manifestazione, ha detto che il Pd deve dialogare con la Lega perché glielo chiedono i suoi elettori. Non so chi siano gli elettori con cui ha parlato Letta, ma quelli che conosco io, sia del Pd che dell’IdV, non ci chiedono certo di andare a governare con la Lega. Forse, piuttosto, si aspettano che, come sarebbe giusto, il centro sinistra riconosca alcuni temi che la Lega tratta solo in modo parassitario per affrontarli in maniera seria.
Mi riferisco all’immigrazione, come al sostegno alle piccole imprese. E’ ora che il centro sinistra inizi a porre l’attenzione su quelli che sono i veri nodi e le priorità di quegli elettori che continuano a votare Lega solo perché essa fornisce l’illusione di soluzioni a breve termine, che puntualmente non arrivano. Solo così potremo riprendere parte del consenso del Centro Nord e solo con proposte vere potremo offrire agli elettori un’alternativa alla fatua demagogia leghista.

fonte: www.massimodonadi.it


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31 Maggio 2010

Stragi: di cosa hanno paura?


Siamo in tanti a sostenere, insieme all’ex presidente della Repubblica, Ciampi, che le stragi avvenute agli inizi degli anni novanta abbiano costituito per le istituzioni democratiche del nostro Paese una sfida e un periodo buio e delicato. È necessario che si faccia piena luce in sede giudiziaria su quella che rimane una pagina oscura della nostra storia. In tanti, da quasi vent'anni, andiamo ripentendo che fin quando non emergerà tutta la verità e non verranno colpiti i responsabili dentro e fuori le istituzioni, non solo sarà a rischio la credibilità dello Stato ma anche la stessa tenuta democratica dell'Italia. Il Paese, infatti, non può definirsi tale fino a quando ci saranno in ruoli di responsabilità uomini collusi e coinvolti in un disegno eversivo.

Inoltre sembra che i gerarchi del presidente del Consiglio temano che emerga la verità sulle gravi stragi mafiose degli anni '92 e '93". Dal loro nervosismo e dagli attacchi scomposti ad un uomo al di sopra di ogni sospetto come l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, infatti, si evince che hanno la coda di paglia. Le parole di Ciampi, come quelle del procuratore Grasso, e del procuratore Vigna, sono importanti e devono essere accompagnate da grande responsabilità istituzionale e dalla ricerca della verità su un periodo nel quale la mafia aveva, in troppe occasioni e per troppe complicità, il volto dello Stato e lo Stato il volto della mafia. Lasciamo che i magistrati accertino quali entità istituzionali e politiche hanno determinato e hanno tentato di avvalersi, anche politicamente, di quell'intreccio criminale fra mafia e Stato. Mentre i giudici devono essere lasciati liberi di accertare le responsabilità di ieri, è inquietante che il presidente Berlusconi voglia impedire oggi che si faccia luce su quella pagina buia della nostra democrazia. Di cosa ha paura?

Di cosa hanno paura soprattutto Cicchitto e Quagliariello che insultano Ciampi e che dopo diciotto anni continuano a perseguire il progetto piduista che li ha visti comparse in carriera agli ordini di Licio Gelli? Questi personaggi piuttosto che denigrare la battaglia per la legalità di candidati sindaci come Diego Novelli a Torino, Nando Dalla Chiesa a Milano e Claudio Fava a Catania, dovrebbero ricordarsi che il movimento per la democrazia 'La Rete', all'indomani delle terribili stragi del ’92, ha organizzato in tutta Italia oltre cinquanta incontri pubblici per denunciare di città in città l'intreccio perverso di Pamm, politica, affari, mafia e massoneria. E ha poi concluso questa campagna nazionale davanti alla villa a Castiglion Fibocchi del grande venerabile Licio Gelli. Le comparse di ieri hanno fatto carriera e adesso cercano di impedire che si faccia verità e giustizia su quegli anni e che si sveli l'intreccio perverso tra mafiosi e uomini dello Stato.


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29 Maggio 2010

La sanatoria delle case fantasma


La chiamano sanatoria delle case fantasma, ma non e' altro che un condono di due milioni di costruzioni abusive con un impatto ambientale devastante, senza precedenti. Oltre ad essere un ulteriore premio all'illegalità. In questo momento, chissà quante cricche di imprenditori si staranno gia' rimboccando le maniche per tirare su case da poter poi condonare il 31 dicembre, tra l'altro, con i proventi derivanti dal condono mascherato, i Comuni dovranno provvedere a tutti i servizi, si pensi solo alle strade e alle fognature, con costi che con ogni probabilità supereranno le entrate. Il Parlamento non può permettere la continua violazione delle regole che, in materia urbanistica, hanno già prodotto la perdita di migliaia di vite umane per la mancanza di Piani regolatori, con conseguenti costruzioni in zone idrogeologicamente instabili, come quelle sui greti dei fiumi.

Ma se quello delle case fantasma è un aspetto inquietante della manovra, ve ne sono altri inquietanti allo stesso modo. Berlusconi ha utilizzato il solito ottimismo da quattro soldi, il solito disco rotto per nascondere tagli feroci allo stato sociale, alle regioni, ai dipendenti pubblici, ai ministeri indiscriminatamente. Annunci, promesse, bugie e nessun pudore da parte di chi, dal '94, ha promesso di diminuire le tasse e che ancora una volta le aumenterà per porre freno a una crisi che fino ad oggi aveva irresponsabilmente negato. Inoltre nessuna delle misure annunciate è strutturale per cui, in mancanza di una crescita notevole del Pil, che nessun indicatore economico lascia prevedere, è addirittura inutile. Ma questa mattina il premier ha raggiunto l'apice della spudoratezza. Nel solito monologo su una delle sue reti ha addirittura detto che è stato tra i primi a capire la portata della crisi economica e che ha reagito immediatamente. Basta rileggersi le dichiarazioni degli ultimi due anni in cui negava addirittura che la crisi ci fosse per comprendere quanto sia in malafede.

La portata di questa manovra è così pesante proprio perche' per due anni il premier e tutto il governo non hanno preso alcuna iniziativa per fronteggiare la depressione. Che oggi venga a dire che se n'era accorto subito e' fuori dal mondo. Ieri si e' paragonato a Mussolini citando una frase dai diari apocrifi del dittatore, oggi afferma ciò che per due anni ha negato. O mente ora, o mentiva prima. In qualsiasi altro paese civile un politico così sarebbe cacciato a pedate.

Invece ce lo terremo anche se farà pagare la crisi alle fasce deboli, come sempre non farà nulla per i precari e i disoccupati e, come al solito, escluderà dai sacrifici la casta e la cricca. Tanto è vero che ieri Confindustria ha rilanciato chiedendo tagli agli stipendi pubblici, alla sanità e aumento dell'eta' pensionabile. Se la ricetta per uscire dalla crisi e' questa significa davvero che è davvero fuori dalla realtà. La crisi la stanno pagando le fasce più deboli e la presidente Marcegaglia pretende di esasperare i tagli gia' pesanti nello scandaloso provvedimento del governo. C'e' sicuramente bisogno di riforme strutturali, ma sono esattamente di segno opposto rispetto a quelle indicate sia dalla Marcegaglia sia dalla ditta Tremonti&Berlusconi. Bisogna rilanciare l'occupazione, la ricerca, la scuola, bisogna puntare sullo sviluppo e sul rilancio dei consumi. Nel frattempo la presidente Marcegaglia potrebbe cominciare col guardare in casa sua. Quanti sono i suoi associati che evadono le imposte? Quanti sono quelli che non rispettano le norme sul lavoro e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro? Quanti sono quelli che hanno deciso di esternalizzare la proprie imprese licenziando in tronco tutti i lavoratori? Faccia un esame di coscienza e poi ne riparliamo.


Postato da Felice Belisario in | Commenti (85) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

28 Maggio 2010

Verso i congressi territoriali


Cari amici e care amiche del Web, “libertà” è una parola fondamentale; una parola che racchiude il diritto di una persona all'istruzione, di poter accedere al mondo del lavoro, di esprimere le proprie opinioni.
La libertà in questo momento è a rischio.
Come diceva un famoso cantante, Giorgio Gaber, “libertà è partecipazione”; questo è quello che Italia dei Valori vuole e si prefigge: coinvolgere i cittadini per bene, le persone oneste, nella costruzione di un partito diverso, aperto, con regole chiare, un partito trasparente.
Eccoci pronti ad affrontare un grande momento democratico nella vita di un partito: i congressi; congressi che abbiamo già celebrato a livello nazionale il 5-6-7 febbraio.
Quasi 4000 delegati da tutta Italia hanno approvato un programma (non solo di partito ma quasi un programma di governo) e soprattutto eletto un leader, Antonio Di Pietro, che ci può accompagnare nella costruzione di un'alternativa.
Oggi è arrivato il momento, dopo aver costruito un anagrafe forte di oltre 100 mila iscritti, di affrontare i congressi territoriali per avere, dai comuni alle regioni, dei dirigenti eletti da una base.
Ci saranno momenti di confronto, anche accesi, ma alla fine si arriverà all'elezione di gruppi dirigenti eletti dagli iscritti che daranno vita alla prosecuzione di quel radicamento già da tempo in atto.
Da sabato 28 maggio iniziano sul territorio i primi congressi territoriali, cittadini e provinciali, mentre i regionali si celebreranno dal 15 settembre al 15 ottobre.
Sul questo sito, in home page in alto a destra, potete prendere visione dell'area dedicata ai congressi, con un regolamento strutturato per dare spazio a tutti e soprattutto per incentivare ognuno a mettersi in gioco, a dare un proprio contributo.
Quello che vi chiedo è di andare oltre a quanto tale Cardinale di Retz diceva: “Nei partiti risulta più difficile convivere con quanti ne fanno parte, che agire contro coloro che ne sono avversi.”
Noi dell'Italia dei Valori dobbiamo dimostrare di essere un partito con una marcia in più, capire che il confronto interno è una ricchezza, che abbiamo rispetto delle diversità e delle idee altrui; dobbiamo avere chiaro in testa che l'avversario politico sta nel berlusconismo, un modello che sta annientando quella libertà di cui vi accennavo all'inizio.
Con questo regolamento, quanti sono iscritti ad IDV nei tempi previsti, hanno la possibilità di partecipare e di confrontarsi.
Saranno momenti di grande arricchimento democratico.
Sempre sul sito potete trovare i garanti congressuali regionali, e vedere le date dei congressi, che saranno integrate ed aggiornate.
Il garante vigilerà sul corretto svolgimento dei lavori utilizzando i tabulati apprrovati dall'Ufficio Nazionale Organizzativo; se  ci fossero problemi non abbiate timori, non perdete tempo, comunicatelo alla mail organizzazione@italiadeivalori.it 
Sono convinto che funzionerà tutto al meglio, che troveremo la sintesi per continuare quel percorso di essere oggi opposizione seria, concreta, non ipocrita, e quanto prima mandare a casa questo governo, garantendo un'alternativa che sappia dare delle risposte ai cittadini.
E la miglior risposta ai cittadini la si dà con la partecipazione alla quale siete tutti chiamati.
Non è più possibile delegare; se sei una persona per bene, se sei una persona onesta, Italia dei Valori può essere oggi il nostro punto di incontro, per dare un'alternativa a chi verrà domani.



22 Maggio 2010

Il Sistema Bertolaso in Abruzzo


Ho predisposto, insieme ai miei colleghi di IDV, la richiesta di istituzione di una Commissione di Inchiesta del Consiglio Regionale per fare piena luce sul “Sistema Bertolaso”, sia per la parte relativa alla gestione dell’emergenza, che per la parte relativa ai primi interventi di ricostruzione, doveabbiamo contestato i prezzi assurdi di realizzazione del Piano C.A.S.E. (2.800,00 al mq.) che hanno letteralmente arricchito i pochi costruttori pescati dal cilindro della Protezione Civile che hanno avuto la fortuna di realizzarli.

Di seguito trascrivo il testo dell'intervento che ho tenuto ieri, a L'Aquila, durante la quale ho rivelato di essere stato raggiunto da una richiesta milionaria di danni per "asserita diffamazione", avanzata dal braccio destro di Bertolaso, Gian Michele Calvi.

"Voglio iniziare il mio intervento ringraziando ancora una volta i volontari, gli uomini della protezione civile, dei vigili del fuoco, della croce rossa, dell’esercito e delle forze dell’ordine per la straordinaria dimostrazione di generosita’ e di efficienza che hanno espresso nella gestione dell’emergenza post sisma a L’Aquila.
Devo farlo anche per far comprendere senza margini di dubbio a chi e’ rivolto ed indirizzato il mio intervento.
Noi dell’Italia dei Valori sin dal giorno dopo il terremoto abbiamo messo in campo una azione politica finalizzata a sostenere alcune iniziative, a proporne in alcuni casi di alternative, a stimolare chi era investito di poteri decisionali a decidere, a pretendere trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche.
Lo abbiamo fatto anche esprimendo critiche aspre ed usando, in alcune occasioni, parole forti, perche’ forte era e resta il dramma vissuto dalla popolazione aquilana.
Abbiamo duramente criticato la scelta delle new town, ma al tempo stesso abbiamo impegnato il consiglio regionale nella discussione e nell’esame di proposte concrete.
Ma tutto questo, o almeno una buona parte, potrete ricostruirlo attraverso il volume che abbiamo pubblicato e distribuito a novembre dello scorso anno, che raccoglie appunto le iniziative piu’ significative assunte dall’Italia dei Valori nei primi centoottanta giorni dal terremoto dal sei aprile 2009.
Insieme a Voi, che rappresentate l’informazione e che siete i migliori testimoni di quello che sto dicendo, abbiamo subito la totale assenza di dati relativi agli aspetti piu’ importanti che si andavano decidendo o realizzando, agli appalti, ai subappalti.
E quando abbiamo potuto, disponendo finalmente dei primi necessari elementi di valutazione, abbiamo denunciato i limiti, le sproporzioni, le abnormita’ e le anomalie di alcuni interventi; di uno in particolare, del c.d. Progetto C.A.S.E..
Nell’esercizio di questa attivita’ di critica politica, un diritto che compete a chi rappresenta i cittadini nella istituzioni, ma che a L’Aquila per i troppi segreti, i silenzi e le omissioni era diventato addirittura un dovere, il 15 febbraio 2010 ho reso una dichiarazione, che ho pubblicato sul mio blog www.carlocostantini.it.
Una dichiarazione che partiva da una domanda che mi ero posto, perche’ insieme a me se la erano posta tantissimi cittadini e che terminava con una conclusione dal mio punto di vista verosimile.
La domanda era la seguente: perche’ la Protezione Civile (intesa come il suo capo) che ha deciso di gestire tutto internamente per la realizzazione del Progetto C.A.S.E. ha deciso di gestire internamente persino gli incarichi tecnici e di direzione dei lavori, rinunciando a procedure aperte, capaci di acquisire competenze provenienti da professionisti esterni al sistema della stessa Protezione Civile?
La risposta che mi sono dato e’ stata la seguente: per evitare che qualcuno dall’esterno potesse saperne troppo o addirittura tutto.
Ebbene per questa dichiarazione, per aver detto la verita’, per aver espresso il mio convincimento basato sui fatti, per aver fatto il mio dovere di rappresentante dell’opposizione, sono stato accusato di diffamazione e citato in giudizio con una richiesta di risarcimento danni di ben 2.000.000,00 di euro.

Ho impiegato alcuni giorni, prima di decidere se rendere pubblica questa azione nei miei confronti, ma poi mi sono convinto di averne il dovere.
Sono stato candidato alla Presidenza della Regione, rappresento il 43% del consenso degli elettori, ho reso questa dichiarazione nell’esercizio della mia funzione pubblica e non avrei potuto per nessuna ragione considerarlo un fatto tra privati cittadini.
Ne’, per nessuna ragione, avrei mai potuto consentire di ottenere il risultato voluto da chi, con la prospettiva di potermi impressionare con una cifra abnorme, ha tentato di mettermi in difficolta’ e di condizionarmi nell’esercizio della mia funzione pubblica di rappresentante dell’opposizione in Consiglio Regionale.
Ne’ avrei mai potuto espormi alle critiche di chi, a ragione, avrebbe potuto interpretare il mio silenzio come rassegnazione, rispetto ad un tentativo di condizionarmi.
Dunque, avevo il dovere di rendere tutto pubblico.
Ora, il mio intervento del 15 febbraio era chiaramente rivolto ai vertici della Protezione Civile, ma la richiesta di danni mi e’ stata avanzata dall’Ing. Gian Michele Calvi.
Ritengo anche doveroso ricordare che lo stesso Ing. Calvi ha cercato di non essere il solo ad agire legalmente.
Pochi giorni prima della notifica dell’atto giudiziario aveva, infatti, convocato in una riunione, nella sua qualita’ di direttore dei lavori e dunque di pubblico ufficiale, tutte le imprese aggiudicatarie degli appalti del Progetto C.A.S.E., rivolgendo loro una singolare sollecitazione: quella di agire anche loro individualmente, sia in sede civile, che in sede penale, per difendere la loro immagine (evidentemente dall’Ing. Calvi ritenuta lesa dalla mia dichiarazione).
Poi nessuno sembra averlo seguito, considerato che l’unico atto sino ad oggi arrivato e’ quello dell’Ing. Calvi, ma trovo comunque sintomatico, singolare, diverso e lontano dal pur legittimo diritto di difendere in giudizio gli interessi individuali e personali che si ritengono lesi, il fatto che un direttore dei lavori chiami le imprese aggiudicatarie di appalti e le solleciti o le inviti, come se si trattasse di un’ordine di servizio, ad agire legalmente contro qualcuno, addirittura rendendosi disponibile anche a pagare tutte le spese legali.
Ora e’ evidente che io devo difendermi e, per quanto non nutra alcun margine di dubbio sull’esito del giudizio, nel quale rivolgero’ anche io una richiesta di risarcimento dei danni all’Ing. Gian Michele Calvi che, se conseguita, non manchero’ di devolvere in favore delle popolazioni terremotate, e’ chiaro che uno degli strumenti a disposizione della mia difesa e’ la prova della verita’ di quello che ho detto.

In proposito, i numeri del progetto C.A.S.E. parlano da soli ed esprimono verita’ (quelle che interessano i cittadini) completamente diverse da quelle che l’Ing. Calvi si affanna a divulgare in conferenze stampa, convegni ed in ogni altra occasione utile.
Ma di questo parlero’ e documentero’ tra poco.
Quello che ora voglio dirvi e’ che l’azione legale dell’Ing. Calvi mi ha messo nella condizione di ottenere quello che da tempo avrei voluto ottenere.
Mi riferisco ad atti e numeri degli appalti che ancora oggi – nonostante l’insolito dinamismo della Protezione Civile nell’aggiornamento e nell’ampliamento delle informazioni provenienti dal suo sito di questi ultimi giorni – non sono stati resi pubblici.
C’e’ una legge, la 241/90, che dice appunto che deve essere garantito l’accesso agli atti ed ai documenti la cui conoscenza sia necessaria per curare o difendere i propri interessi giuridici.
E proprio questa legge ho utilizzato per richiedere alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Dipartimento della Protezione Civile ed allo stesso Ing. Calvi l’accesso agli atti.
Hanno un mese di tempo per rispondermi, sono passati circa 20 giorni e voglio proprio vedere se, dopo avermi accusato di aver detto il falso, mi impediranno di avere documenti che possono contribuire a dimostrare che ho detto il vero.
Quel che e’ certo e’ che considero l’azione rivolta nei miei confronti come una azione rivolta al mio ruolo pubblico e non alla mia sfera privata e che, di conseguenza, rendero’ pubblico tutto cio’ che di interesse pubblico emergera’ dall’accesso agli atti, sempre che me lo consentano.
Ma alcuni valutazioni di interesse pubblico, che servono soprattutto a dare una dimensione oggettiva di quello che e’ accaduto all’Aquila con il Progetto C.A.S.E., posso gia’ esprimerle ed interessano la parte politicamente piu’ significativa del mio intervento del 15 febbraio 2009, quella nella quale sostengo che il Progetto C.a.s.e. e’ uno sperpero di denaro pubblico ed e’ costato il triplo (espropri, urbanizzazioni e tutto il resto compreso) di quanto sarebbe costati edifici con requisiti analoghi (o forse addirittura migliori).
I numeri sono numeri e si leggono per quello che sono, ma per evitare strumentalizzazioni ho dato un incarico tecnico, ad un perito che di professione fa questo lavoro, per le pubbliche amministrazioni e per l’autorita’ giudiziaria.
Vi do i numeri, rilevati dal complesso delle informazioni che solo da poche settimane possono essere acquisite direttamente dal sito della protezione civile e che comunque potrete rilevare dalle note in calce e dal testo della perizia che vi consegno.
Numeri che i cittadini, i contribuenti e chi ha fatto donazioni hanno il diritto, il sacrosanto diritto di conoscere.

Partiamo dal valore di mercato delle abitazioni in zone analoghe a gran parte di quelle utilizzate per la realizzazione del Progetto C.A.S.E..
Secondo le stime operate dall’Agenzia dei territorio per il II semestre 2008, il valore di dette abitazioni e’ pari mediamente ad un importo oscillante tra i 650,00 ed i 1.000,00 euro al metro quadro: questo e’, dunque, anche qualora lo volessimo elevarlo del 10% o del 20%, il valore di mercato di riferimento di appartamenti realizzati in aree analoghe a gran parte di quelle interessate dal Progetto c.a.s.e.
Poi prendiamo un altro spunto da bandi di gara pubblicati dalle pubbliche amministrazioni in periodi perfettamente corrispondenti, per appalti finalizzati alla realizzazione di appartamenti: ho il computo metrico pubblicato il 25.8.09 dal Comune di Ortona (Chieti) che vi consegno; leggo di impianti fotovoltaici, di parcheggi interrati, di rete fognaria, di impianto solare-termico e leggo anche di un prezzo a base d’asta per mq. che mi e’ stato indicato in Euro 797,00 al mq., ma che per evitare errori, voglio elevare sino ad euro 1.000,00 o anche 1.100,00 al metro quadro a base d’asta ed al lordo di eventuali ribassi.
Poi teniamo in considerazione quanto riferito nelle note dal tecnico che ho incaricato, che testualmente riferisce che oggi il costo di costruzione medio al mq. di fabbricati residenziali varia a secondo delle rifiniture, da euro 900,00 ad euro 1.100,00, omnicomprensivo di tutte le incidenze.
Poi ancora – e concludo con i riferimenti – prendiamo anche in considerazione i prezzi di case vendute sul mercato da una nota azienda nazionale, che produce case che interpretano, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera del 28 agosto 2009, un sistema costruttivo simile a quello utilizzato per il Progetto C.A.S.E., di classe energetica A e con tempi di realizzazione strettissimi: da 800,00 a 1.000,00 euro al mq., a secondo delle rifiniture.
Quindi passiamo all’esame dei numeri del Progetto C.a.s.e..
Queste le spese complessive, ovvero quello che puo’ definirsi il costo complessivo di una opera pubblica, quale e’ il Progetto C.A.S.E., secondo i numeri forniti dal sito della Protezione Civile: complessivi Euro 1.086.000.000,00 (da detrarre dal costo euro 55.398.094 per mobili ed arredi) di cui euro 700.000.000,00 stanziati dal decreto Abruzzo, euro 36.000.000,00 provenienti dalle donazioni ed euro 350.000.000,00 donati dall’Unione Europea.
Un primo dato e’ immediatamente desumibile.
Se la spesa complessiva segnalata dalla Protezione Civile e’ di euro 1.030.601.052 (esclusi, come detto, beni mobili ed arredi) e le unita abitative realizzate, sempre sulla base di quanto segnalato dalla Protezione Civile, sono n. 4.449, quanto e’ costato ai contribuenti italiani, all’unione europea ed ai generosi cittadini di tutto il mondo che hanno donato denaro per L’Aquila e gli aquilani, un alloggio che nel decreto Abruzzo non viene neppure definito una casa, ma un “modulo abitativo destinato ad una durevole destinazione”?: Euro 231.648,00 ad alloggio.
Se poi volessimo esprimere un valore al metro quadro calpestabile o effettivamente abitabile (quello che solitamente viene valutato quando un comune cittadino decide di acquistare una casa), considerato che la dimensione media di ogni alloggio e’ di circa 65 mq., dovremmo dire che gli alloggi sono costati circa euro 3.500,00 al metro quadro.
Ma il tecnico che abbiamo incaricato non ha omesso di sviluppare anche un altro parametro di calcolo, che tiene conto non dei metri quadri effettivamente abitabili, ma della c.d. “superficie convenzionale”, comprensiva di incidenze per autorimesse, balconi, terrazzi etc.
Lo ha fatto applicando i parametri di legge (L. 392/78) e ne e’ venuto fuori un costo che, anche nel caso in cui si volesse attribuire valore economico a tutto cio’ che non e’ strettamente abitazione, esprimerebbe comunque un importo di circa 2.700,00 al mq., che poi e’ il costo calcolato e stimato in interventi pubblici di chi, prima di me, si e’ occupato di calcolare quanto e’ costato alla collettivita’ il Progetto C.A.S.E..

Questi sono alcuni dei fatti che, nell’adempimento del diritto/dovere di controllo, di critica e di denuncia pubblica che compete a chi rappresenta l’opposizione nelle istituzioni, ho dichiarato il 15 febbraio 2010.
Fatti che ritenevo veri il 15 febbraio 2010 e che ritengo veri oggi.
Ebbene, da queste dichiarazioni, proprio perche’ riferite a fatti specifici e di straordinario interesse pubblico - considerate le gigantesche dimensioni economiche dell’appalto e le centinaia di deroghe al codice degli appalti, alla legge sulla trasparenza ed alle norme sui controlli appositamente introdotte dal Governo per poterlo realizzare e gestire - era lecito attendersi una risposta, una smentita, una precisazione credibile e documentale.
Hanno, invece, risposto in modo scomposto, nervoso, con uno strumentale ricorso all’autorita’ giudiziaria avanzato - proprio per l’enormita’ della richiesta - al chiaro fine di crearmi preoccupazioni e di condizionare l’esercizio delle funzioni pubbliche che mi hanno assegnato i cittadini abruzzesi.
Ma hanno completamente sbagliato indirizzo, perche’ ritengo di avere detto la verita’ e di avere fatto semplicemente il mio dovere, che continuo’ a fare, come e piu’ di prima.
Se invece vogliono da me i soldi, i due milioni di euro, hanno sbagliato una seconda volta, perche’ saranno loro a dover pagare.
Ovviamente continuero’ a tenervi informati e per ora mi consegno all’equilibrio ed alla serenita’ della Magistratura, che accertera’ se, sostenendo che si e’ trattato di uno sperpero di denaro senza precedenti e che e’ costato il triplo del necessario, ho detto io il falso o se il falso proviene da chi strumentalmente mi accusa.


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19 Maggio 2010

E' la democrazia italiana, bellezza


Al contrario di quanto afferma il Governo, con i suoi ministri Sacconi e Gelmini, il mondo dell’università e il mondo del lavoro non sono affatto con loro. E come potrebbero esserlo visto che si procede, in piena crisi internazionale e in senso contrario a quanto compiuto dal resto d’Europa, ad una sistematica e scientifica aggressione verso i loro diritti?
Oggi il ddl Gelmini approda all’attenzione del Senato mentre cresce la protesta di studenti, professori e ricercatori, i quali occupano gli atenei opponendosi ad una riforma che nei fatti si traduce in una falce economica pronta a precipitare sul settore.
Strozzare i finanziamenti, già tagliati e in parte da tagliare fino al 2012, si traduce nell’agonia della formazione pubblica, a vantaggio di quella privata di matrice religiosa (ulteriore regalo del Governo alle gerarchie vaticane perché non gli siano ostili).
Si stravolge, poi, anche la qualità della docenza: pochi insegnanti di ruolo e uno stuolo di precari e ricercatori da sfruttare, scaricando sulle loro spalle, fragili perché alla berlina del mercato e senza diritti, circa il 40% della didattica ufficiale degli atenei.
Così da Milano a Palermo la protesta cresce come un’onda nel tentativo di fare breccia nell’esecutivo, perché sia rispettoso verso quello che è un diritto costituzionale imprescindibile: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”, articolo 9 della Carta repubblicana. Tradire la Costituzione è purtroppo prassi regolare del Governo, svuotarla per legge ordinaria è comportamento istituzionalizzato. Così l’articolo 9 viene negato e la stessa sorte tocca all’articolo 1 che afferma che la nostra Repubblica dovrebbe essere fondata sul lavoro.
Lo stesso che viene colpito affossandone i diritti e arrivando a proporre la possibilità di licenziare i lavoratori a tempo determinato soltanto a voce, come si faceva nell’Ottocento, all’epoca del latifondo quando, con un semplice gesto della mano, si mandavano a casa i braccianti e si lasciavano nell’angoscia economica famiglie intere.
Oppure introducendo l’arbitrato che priva il lavoratore, in caso di controversie (eccetto il licenziamento), della possibilità di far valere i suoi diritti per legge davanti ad un giudice, rendendolo ancor più debole nel momento di massima debolezza. Tutto questo con un blitz autoritario, compiuto al Senato e con il quale sono stati ignorati i rilievi del presidente della Repubblica e il voto della Camera che aveva attenuato la norma.
Tutto normale, in una democrazia che ha cessato di esser tale. Tutto normale nel Paese dei conflitti di interesse, dove il principale quotidiano nazionale, il Corsera della Confindustria, può pensare di celebrare e sostenere la morte dello Stato sociale attraverso gli editoriali di “illustri” opinionisti e professori. Tanto il peso di quelle parole, insieme all’operato di un Governo classista e piduista, andranno soltanto ad affossare milioni di vite già provate e offese. E’ la democrazia italiana, bellezza, che ci vuoi fare?

fonte: www.luigidemagistris.it


Postato da Luigi de Magistris in | Commenti (69) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

18 Maggio 2010

Parlamento fannullone? Idv come Robin Hood


Che il Parlamento lavori poco non è certo una novità. Al di là della facile demagogia, è vero, infatti, che i regolamenti e gli iter legislativi non agevolano la velocità dei lavori parlamentari. Ma con questo governo si è davvero toccato il fondo. Se prima si lavorava poco, ora non si fa quasi più nulla. E questo perché questa maggioranza è talmente pasticciona che, per rimediare ai grossolani errori, i provvedimenti devono essere visti e rivisti dalle varie commissioni competenti un numero considerevole di volte.

Vi faccio un esempio concreto. La settimana scorsa ci sono state solo due votazioni su un paio di ddl: un trattato internazionale e una norma di aiuti all’Africa. Non c’era altro perché non era pronto altro. L’Aula è rimasta sostanzialmente ferma e non perché l’opposizione non avesse voglia di lavorare ma perché il governo, che fa l’agenda dei lavori, non aveva pronto nulla su cui lavorare.

I progetti del governo, a parte quelli che interessano al premier, si arenano nelle commissioni, quando non sono privi di copertura finanziaria: dall’inizio di questa legislatura, ben 29 volte i disegni di legge sono stati rinviati dall’Aula alle commissioni. Ebbene, di questi 29 disegni di legge, 19 provvedimenti del governo, 4 della maggioranza e 5 delle opposizioni. Insomma, in Aula, arriva poco e niente, solo ddl di risulta, e per di più arrivano pure fatti male.

Questa settimana, tanto per fare un altro esempio, c’è il provvedimento “Semplificazione dei rapporti tra burocrazia e cittadini” ed è stato talmente confezionato male che cinque commissioni hanno mosso rilievi. E, vi rivelo in anteprima assoluta, per colpa della cialtroneria del governo e della maggioranza non si discuterà. Dovrà essere di nuovo spedito in commissione bilancio.

Come opposizione, oltre che denunciare nelle sedi opportune questo immobilismo e le incapacità del governo, non possiamo fare altro. Possiamo occupare le commissioni o l’aula di Montecitorio ma se non c’è nulla su cui lavorare c’è poco da incatenarsi o da occupare. Sarebbe solo uno modo, poco onorevole, per finire sui giornali. Una cosa, però, possiamo farla e Italia dei Valori lo ha già fatto.

Torneremo a manifestare davanti a Montecitorio (guarda il video della nostra protesta dello scorso ottobre) perché i cittadini sappiano e siano informati. E continueremo a devolvere in beneficienza, così come abbiamo già fatto senza clamore mediatico, i soldi dell’indennità ingiustamente percepita. Vogliamo essere pagati per lavorare. E se avviene il contrario, facciamo come Robin Hood: restituiamo ai cittadini.


Postato da Massimo Donadi in | Commenti (61) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

17 Maggio 2010

Il miglior partito possibile


L’esponenziale crescita di iscritti e la capillare organizzazione presente e attiva in tutta Italia, sono la dimostrazione tangibile che Italia dei Valori è un partito che fa sul serio.
Da operose formichine, stiamo costruendo solide basi per essere alternativa di governo.
Ogni giorno, le numerose richieste di adesione al nostro progetto politico, confermano che le cose giuste, espresse con chiarezza e portate avanti con coerenza, raccolgono il consenso dei Cittadini onesti; Cittadini che oggi ci esprimono il loro sostegno venendo numerosi ai nostri tavoli di raccolta firme sui 3 referendum.
Come da regolamento, eccoci ora ad affrontare i congressi territoriali, consapevoli che per incidere nel cambiamento dobbiamo aggiungere al voto d’opinione, in costante crescita, una classe dirigente all’altezza dell’obiettivo che ci siamo posti: essere un partito diverso intenzionato a ristabilire giustizia sociale.
Inizieremo con i congressi provinciali che dovranno essere celebrati entro il 30 luglio; dal 15 settembre al 15 ottobre si terranno i congressi regionali.
Appuntamenti che vedranno coinvolti quasi 100.000 iscritti al partito: un grande partito!
Abbiamo già licenziato gli elenchi degli iscritti aventi titolo a partecipare ai congressi che, nel rispetto della privacy, sono nelle mani dei coordinatori provinciali/regionali; il garante congressuale, designato dall’Ufficio di Presidenza, verificherà la correttezza dei lavori ai quali non è prevista alcuna delega (ognuno vota per sé).
Trasparenza, partecipazione e confronto sono le parole d’ordine dei congressi di Italia dei Valori; un partito perfettibile e migliorabile ma in ogni caso il miglior partito possibile.
E’ importante però agire e la storia di quattro individui di nome Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno, può essere valido stimolo:
“Bisognava fare un lavoro importante e si chiese ad Ognuno di occuparsene.
Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto.
Ciascuno avrebbe potuto occuparsene, ma Nessuno lo fece.
Qualcuno s'arrabbiò perché considerava che per questo lavoro Ognuno fosse responsabile.
Ognuno credeva che Ciascuno potesse farlo.
Nessuno si rese conto che Ognuno non avrebbe fatto niente.
Finì che Ognuno rimproverò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ciascuno avrebbe potuto fare.” 



13 Maggio 2010

Un governo allo sfascio


Nello scenario politico attuale, estremamente instabile, la domanda del giorno è: cosa sarà di questo governo? Durerà o cadrà? E, se sì, quando?
Il fatto certo è che questo governo è ormai allo sfascio. I rapporti tra il presidente del Consiglio e il cofondatore del Pdl sono ormai definitivamente scuciti.
Con Berlusconi che pretende le pubbliche scuse da parte di Fini, accusato dal Cavaliere di avergli dato del delinquente, dall’altra parte, il presidente della Camera che si rifiuta di incontrare Verdini, non ci pare di poter intravedere scenari alternativi alla frattura definitiva.
Si tratta, dunque, di un momento di estrema delicatezza, momento nel quale le opposizioni continuano a restare divise. Di Pietro ha lanciato a Bersani un appello più che legittimo, invitando il leader del Partito Democratico ad individuare insieme un candidato premier per il centrosinistra.
Ha ragione Di Pietro, in questo momento bisogna essere responsabili, bisogna iniziare a costruire un’alternativa per un Paese che rischia di andare allo sbando.


Postato da Antonio Borghesi in | Commenti (64) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif