L’ombra sinistra del fascismo
A sentire le dichiarazioni del senatore Maurizio Gasparri, che non è un passante qualsiasi ma addirittura il capogruppo dei senatori di Berlusconi, c’è da provare un brivido alla schiena. Ed è impossibile non ricordare (come è capitato a me, da storico) che è stato il regime fascista di Benito Mussolini a parlare di arresti preventivi per chi voleva manifestare il proprio dissenso.
La Costituzione repubblicana sancisce invece, all’art. 21, che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Non bastasse l'articolo 21, gli altri principi contenuti nella carta del 1948 riaffermano ad ogni passo questa e le altre libertà fondamentali che sono alla base di una democrazia moderna.
E allora come fa il senatore Gasparri, che ha giurato sulla Costituzione, a dire una così grande e pericolosa sciocchezza? Forse bisognerebbe chiederlo all’esperto politico almeno con un’apposita interrogazione.
Se neppure i parlamentari osservano la costituzione, come fanno a fare il loro mestiere e addirittura a voler riscrivere le regole costituzionali?
Insomma le domande si affollano di fronte a questa come ad altre sortite di questi giorni.
Non sarà il caso di rimandare a scuola (o a casa) molti esponenti della maggioranza berlusconiana, a cominciare dal loro capo carismatico?
Se canti "Silvio c'è" la Brambilla ti premia
“Pur essendo a libro paga del ministero del Turismo, avrebbero svolto attività di partito”. Questo, nero su bianco, il verdetto della Corte dei Conti di Roma che, dopo la denuncia de il Fatto quotidiano, ha aperto un’istruttoria sull’attività del ministro Michela Brambilla e sul ministero del Turismo. L’ipotesi in campo è danno erariale per utilizzo di risorse pubbliche per lo svolgimento di attività diverse da quelle oggetto delle consulenze. Cosa avrebbe fatto il ministro Brambilla? Secondo quanto riportato dal quotidiano il Fatto, avrebbe affidato consulenze per rilanciare l’immagine dell’Italia ad una decina di persone di varia estrazione professionale ma con un minimo comun denominatore: avrebbero lavorato tutti nel settore dello spettacolo, nelle televisioni Mediaset e svolto attività presso i Circoli delle libertà di Silvio Berlusconi. Ovviamente, come era d’altronde immaginabile, lei si è difesa da ogni accusa, in piena retorica berlusconiana: sono addebiti infondati e strumentali nel tentativo di gettare discredito sull’azione di governo. I contenuti di tali articoli, ha poi ribadito la ministra, sono assolutamente privi di fondamento e volti unicamente a strumentalizzare fatti e circostanze di tutt'altra portata, come troppo spesso accade in Italia. Manco a dirlo si è scatenato tutto lo stato maggiore di governo e della maggioranza a sfoderare per la signora ministra la più arguta e sentita difesa d’ufficio. L’immancabile ministro Gianfranco Rotondi: è corretta, chiarirà tutto. E’ arrivata anche la difesa accorata di Ignazio La Russa, un po’ interessata per la verità visto che, dalla denuncia della trasmissione Report, il figlio Geronimo si sarebbe aggiudicato una consulenza all’Aci grazie alla signora dei salmoni. Si è scomodato persino l’ineffabile presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto che, per l’occasione, ha fatto sfodero di cultura del giallo, citando i dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Non sono riusciti a far fuori Berlusconi, ora ci provano con i ministri uno ad uno. E, infine, Sandro Bondi, quello che ha rivolto un appello accorato ai compagni a ritirare la mozione di sfiducia che pende anche sulla sua testa per il disastro di Pompei. Desidero esprimere la mia piena solidarietà al ministro Brambilla per la solita brutale, infondata e completamente inventata campagna di denigrazione che scatta ormai come una caccia all'uomo da parte della sinistra: queste le parole del ministro dei Mali Culturali. Infondata campagna, innocente ministra, sarà. Noi, come d’altronde il ministro, attendiamo sereni e pazienti i risultati dell’istruttoria della Corte dei Conti con un “ma” grande come una casa. Se la Corte dei Conti dimostrerà in maniera incontrovertibile che gli addebiti a lei contestati risultano veri, un istante dopo chiederemo al ministro del Turismo di dimettersi. Saremo degli inguaribili romantici delle istituzioni, ma un ministro che avrebbe usato il suo dicastero come ufficio di collocamento di supporters di partito e i soldi pubblici per pagare i sostenitori dei Circoli della Libertà del suo capo partito, ha una sola strada davanti: quella delle immediate dimissioni
Lazio: con nuove commissioni speciali, più controlli e trasparenza
Incidenti sul lavoro, infiltrazioni mafiose, federalismo fiscale e Roma Capitale. Sono solo alcuni dei temi di stretta attualità che avranno un'attenzione maggiore e un controllo più puntuale e stringente, grazie ad una proposta di legge, istitutiva di alcune commissioni speciali, approvata dal Consiglio regionale del Lazio lo scorso 13 dicembre.
La proposta, passata con il solo voto contrario del Partito radicale, è stata votata anche dal gruppo consiliare dell'Italia dei valori d'intesa con il centro sinistra, e rafforzerà il ruolo dell'opposizione assegnandole un potere ispettivo e di controllo maggiore. Inoltre, grazie all'Idv, si è riusciti ad inserire importanti correttivi.
Tra le commissioni speciali previste dalla proposta di legge, quella per la sicurezza sul lavoro, avanzata dal consigliere Idv, Claudio Bucci, è particolarmente importante, perché il Lazio è la seconda regione italiana per incidenti e morti bianche; una vera e propria piaga sociale sulla quale già nella scorsa legislatura è iniziato un percorso di iniziative e finanziamenti, che senza nuovi impulsi rischierebbe di interrompersi.
Urgente è anche la Commissione d'Indagine sulle infiltrazioni mafiose. Prova ne è lo scioglimento per mafia di diversi comuni laziali come Nettuno. Mentre altri, vedi Fondi ma non solo, dove l'Idv ha svolto un'importante azione politica, sono in odore di infiltrazioni malavitose. A Roma, inoltre, sono stati accertati ingenti investimenti da parte della criminalità organizzata e la magistratura ha sequestrato attività commerciali usate dalla 'ndrangheta per riciclare i proventi di traffici illeciti. Il quadro preoccupa l'Italia dei valori che da tempo denuncia il fenomeno, a differenza della destra laziale che ha sempre cercato di minimizzarlo. L'istituzione di questa commissione, quindi, insieme a quella sul federalismo fiscale e Roma Capitale, è un importante dato politico che l'Italia dei valori rivendica. Per Roma Capitale, soprattutto, siamo alla vigilia di un cambiamento normativo che riguarda tutta la Regione e sono molti i problemi ancora da risolvere, soprattutto di carattere normativo. Esiste, infatti, il rischio che vengano escluse dalla riforma aree del territorio della provincia di Roma, con ripercussioni negative sul loro sviluppo economico.
E' importante sottolineare che l'istituzione di queste nuove commissioni non peserà sul bilancio del Consiglio e non ricadrà sulle spalle dei cittadini. Grazie all'impegno trasparente e puntuale del gruppo Idv, infatti, è stato approvato un articolo secondo il quale i costi di queste commissioni saranno coperti riducendo i contributi ai gruppi politici presenti in Consiglio regionale. Quindi togliendo fondi alla partitocrazia per restituirli al ruolo delle Istituzioni. Un segnale importante in un momento così difficile per il nostro Paese.
AGGIUNGI UN POSTO ALL'ATAC
Il primo capitolo di quella che tutti definiscono “la parentopoli romana” si è aperto con il caso Atac, l’azienda dei trasporti pubblici della Capitale. La storia è riassumibile con il numero di assunzioni a chiamata diretta negli ultimi due anni, 854, per un costo di circa 50 milioni di euro l’anno che in due anni equivalgono al deficit che sta portando al fallimento l’azienda. Nella lista ci sono tutti: congiunti dei dirigenti Atac, amministratori vicini politicamente all'ex a.d. Adalberto Bertucci (che prima di lasciare il suo posto si è auto assegnato una consulenza di oltre 200mila euro), parenti degli assessori, persino una cubista promossa alla segreteria della direzione industriale. E ancora: Francesco Bianco, ex Nar, e Gianluca Ponzio, già Terza Posizione, con alle spalle processi per rapina e omicidio; un esercito di mogli, cugini, fratelli, figli. Tutti assunti senza selezione e con retribuzioni elevate. Tutto questo mentre emergevano i dati del numero elevatissimo di corse che ogni anno saltano, con buona pace dei passeggeri che aspettano alle fermate, e un inquietante caso di appalti gonfiati sulle forniture di pezzi di ricambio delle vetture.
Un insulto a tutti i romani, coloro che usufruiscono di mezzi pubblici sempre più scadenti, quelli che hanno figli in cerca di occupazione, chi passa la vita a studiare e si vede scavalcare nella ricerca di un impiego da persone che possono mettere nel curriculum solo le famigerate "conoscenze". Uno scandalo che non concede margini di difesa.
Il secondo capitolo, con le stesse modalità ma con dimensioni se possibile maggiori si è aperto su Ama, l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti, della manutenzione dei giardini e di numerosi altri servizi. Ancora una volta i numeri parlano chiaro: 1400 assunzioni, a chiamata diretta, in due anni e mezzo, in un'azienda che ha in tutto 7mila dipendenti. Sono state così pagate tutte le cambiali elettorali di Alemanno e dei suoi seguaci, e qualche assunzione è servita pure per accontentare gli alleati. Gli effetti concreti di queste nuove assunzioni in ogni caso ai cittadini non sono pervenuti: la città è sempre più sporca.
Ora si sta per aprire il terzo capitolo, quello che riguarda Acea, l’azienda quotata in borsa ma a maggioranza pubblica, che si occupa di energia e acqua. Ma non mancano altre segnalazioni di assunzioni sospette nelle altre aziende della galassia capitolina.
Alemanno si è difeso dicendo di essere all’oscuro di tutto. Salvo poi accettare le dimissioni del suo capo scorta, al quale ha sistemato entrambi i figli nelle due municipalizzate. Il sindaco ha anche ammesso una carenza di controllo e ha annunciato un “segno di discontinuità” rispetto al passato. Parole che non significano niente e alle quali proviamo noi a dare un senso, sotto forma di consiglio: le dimissioni.
Parte da Bergamo il tour Idv per i diritti dei lavoratori dello sport
Parte domani, venerdì 17 dicembre, da Bergamo, il tour per l'Italia dell'Idv, per promuovere una nuova cultura dello sport e per sollecitare una legge quadro che ponga fine alle discriminazioni e alla mancanza di diritti di cui soffrono le atlete italiane. Decine di migliaia di professioniste che si ritrovano ogni giorno sui campi da gioco di calcio, pallacanestro, volley, nelle piscine ecc. e che subiscono vergognose discriminazioni di genere. Rispetto ai colleghi maschi, non hanno tutele previdenziali né contrattuali e sono pagate mediamente meno. A denunciare questo stato di cose è stata l'Italia dei valori, con l'obiettivo di dotare di risorse certe il settore, sensibilizzare l'opinione pubblica verso questo problema, coinvolgendo le scuole e chiedendo trasparenza nella gestione dei soldi pubblici per gli impianti sportivi. L'Idv si sta fattivamente impegnando, insieme con il Pd, in una battaglia politica volta a mettere fine a quella che viene definita una “vergognosa discriminazione” subita dalle professioniste rispetto ai colleghi uomini. Il leader dell'IdV Antonio Di Pietro è più volte intervenuto in proposito, denunciando le mancanze legislative, come quella che interessa i professionisti senza tutele come le donne. “Il fatto che in Italia la maggior parte degli atleti non abbia diritto di accedere a una legge dello Stato, ossia quella sul professionismo sportivo, ha semplicemente dell'incredibile - ha dichiarato Di Pietro -. Dobbiamo combattere questo stato di cose e far cessare le ingiustizie subite dalla donne anche nello sport. Oltretutto le atlete non possono godere di tutele nemmeno nelle sei discipline sportive dove gli uomini sono professionisti. Rimediare a questa sperequazione è una nostra priorità”. Dopo l'appuntamento di domani a Bergamo, il tour per l'Italia dell'Idv proseguirà con tappe a Padova, Bari, Palermo, Civitanova Marche e altre città; per arrivare a Roma a marzo del 2011 con un evento internazionale.
Processo Thyssen, una sentenza contro la 'mattanza'
Al processo di Torino per la strage sul lavoro della Thyssen krupp del 7 dicembre 2007, in cui persero la vita sette operai, l’accusa ha chiesto la condanna a 16 anni e mezzo per l’ad Herald Espenahan, a 13 anni e mezzo per altri quattro dirigenti e a nove anni per un quinto dirigente.
La sentenza sarà di grandissima importanza non a fini di vendetta ma per la possibile instaurazione di un principio giuridico fondamentale. Per la prima volta al principale imputato è stato contestato infatti il reato di omicidio volontario con dolo eventuale, mentre per gli altri imputati l’accusa è di omicidio colposo.
Se la sentenza confermerà l’impianto accusatorio, si stabilirà quindi che trascurare la sicurezza sul lavoro per moltiplicare il profitto è un reato di prima grandezza, che si configura a tutti gli effetti come un omicidio volontario.
Inoltre, elemento altrettanto centrale, a essere messo sotto accusa, è direttamente l’amministratore delegato dell’azienda e non uno dei suoi tanti sottoposti. Viene così incrinato il meccanismo ideato dal ministro Sacconi per cui la responsabilità, in caso di infortuni sul lavoro, non può mai risalire ai vertici aziendali, con tutto quel che ne consegue in termini di impunità garantita per gli stessi.
Si tratterà di un concreto passo avanti sia sulla strada della difesa di una legalità non a uso esclusivo di pochi privilegiati sia su quello della sicurezza sul lavoro.
Viviamo in un paese in cui la tutela della vita e della salute dei lavoratori è considerato spesso un impaccio da aggirare con ogni mezzo, quando non da ignorare come se non esistesse. Le leggi in materia esistono, ma sono sistematicamente trasgredite dal momento che i colpevoli sono sicuri di cavarsela sempre a poco prezzo.
Il risultato è una mattanza di proporzioni raggelanti. Nel 2009 gli infortuni sul lavoro sono stati 790mila e hanno provocato 1050 morti. Una strage. Quest’anno il bilancio è già più sanguinoso. All’inizio di dicembre la percentuale di morti sul lavoro era superiore a quella dell’anno precedente dell’1,5%.
Con impressionante cinismo c’è chi si è rallegrato di queste cifre, segnalando che nel 2009 c’erano stati 85 morti sul lavoro in meno rispetto al 2008 e che gli incidenti erano diminuiti di quasi il 10%. Purtroppo le cose non stanno così. Le statistiche, che comunque sarebbero inaccettabili in un paese civile, non tengono infatti conto di tutto l’immenso continente del lavoro sommerso, milioni di lavoratori che sono di solito costretti a lavorare in condizioni di sicurezza inesistenti e che non figurano tra gli “incidenti sul lavoro” semplicemente perché nessuno ne sa niente.
Le statistiche, infine, non contano le malattie, che sono invece la principale causa di mortalità sul lavoro. I tumori provocati dall’esposizione ad agenti cancerogeni sono, secondo i dati dell’Istituto pubblico di ricerca sulla sicurezza sul lavoro, circa seimila l’anno.
La conclusione è evidente. Se c’è oggi un fronte in cui la lotta per i diritti del lavoro, quella per la costruzione di una democrazia sostanziale e quella per la difesa della legalità si intrecciano è proprio quello che riguarda la sicurezza sul lavoro. Per questo l’esito del processo per la strage della Thyssen Krupp è così importante per la civiltà di questo paese.
14 DICEMBRE: UNA GIORNATA DIFFICILE, TRA GUERRIGLIA URBANA E MANIFESTANTI IN PIAZZA
Ieri nel centro di Roma si è respirata atmosfera da guerriglia urbana. In mattinata gli studenti universitari e medi si sono dati appuntamento in più piazze della capitale per dar vita a diversi cortei e continuare la loro protesta contro i tagli del governo alla Scuola e all’Università. Molte altre città d’Italia hanno visto le loro piazze e le loro strade gremite di studenti. Sì, perché sono mesi oramai che il mondo della scuola e dell’università con modalità più o meno discutibili, come occupazioni, autogestioni, scioperi o lezioni in piazza, sta cercando di smuovere l’opinione pubblica e sensibilizzare il governo sugli effetti devastanti che i tagli al sistema dell'istruzione stanno producendo al diritto allo studio e alla ricchezza culturale del nostro Paese. Ma a manifestare il loro profondo disagio ieri in piazza non c’erano solo studenti; si sono formati altri cortei composti dalle persone più disparate: i cittadini dell’Aquila che, a più di un anno e mezzo dal disastroso terremoto, lamentano gli interventi inefficaci e tardivi del governo; gli abitanti di Terzigno e altri comuni campani, su cui incombe lo spettro delle discariche e degli inceneritori, preoccupati per la loro salute e quella dei loro figli; operai e lavoratori, precari e non, di diversi settori che vedono progressivamente erosi i loro diritti lavorativi, dalle magrissime pensioni al “collegato lavoro”, al furto del TFR maturato. Insomma semplici cittadini accomunati dalla stessa amarezza di fronte alla sordità del governo rispetto ai problemi veri del Paese.
I cortei procedono tranquillamente per tutta la mattinata; è nel primo pomeriggio che si scatena l’inferno: gruppi di facinorosi infiltrati tra i manifestanti si scontrano con le forze dell’ordine e devastano il centro storico di Roma assaltando banche, negozi incendiando automobili, cassonetti in diversi punti della città. Chi è presente rivive con angoscia gli istanti drammatici del G8 di Genova. Il bilancio è sconvolgente: si parla finora di 90 feriti, tra manifestanti e forze dell’ordine; 41 le persone in stato di fermo con accuse di violenza, resistenza, devastazione e uso di armi improprie.
Quello che a nostro avviso manca o è mancato nel corso della lunga giornata del 14 Dicembre è stata un’attenta riflessione sulle motivazioni che hanno portato in piazza decine di migliaia di studenti e cittadini che volevano manifestare pacificamente ma che si sono trovati, loro malgrado, coinvolti nei disordini a causa della violenza e della stupidità di pochi. Su di loro è finalmente ora di concentrare la nostra attenzione se vogliamo capire a fondo quello che sta succedendo nel nostro Paese, in Europa e altrove.
Noi la vediamo così. Si è formata e si sta allargando a macchia d’olio, da parte delle fasce più deboli della società, giovani in testa, la consapevolezza di trovarsi a vivere in una società che si professa moderna, ma non è più in grado di garantire benessere diffuso e livelli di vita qualitativamente alti ai suoi cittadini. I tagli alla sanità e alla scuola impongono la necessità di provvedere primamente, attingendo ai propri risparmi, per ottenere ciò che lo Stato non è più in grado di garantire: cure adeguate e un’istruzione di qualità. Bisogna adattarsi a ritmi di lavoro insostenibili senza avere tempo libero da passare in una famiglia sempre più trascurata. L’aria che respiriamo nelle nostre città è malsana; i prodotti della nostra terra sono contaminati, l’acqua che esce da molti rubinetti contiene quantità troppo elevate di arsenico a causa dell’inquinamento delle falde acquifere.
La nostra condanna nei confronti degli atti vandalici e della violenza di ieri è ferma e decisa, e con la stessa fermezza e decisione esprimiamo la nostra solidarietà nei confronti di chi, ieri, è sceso in piazza per denunciare il proprio malessere e la propria disapprovazione nei confronti di scelte politiche che non lasciano intravedere alcuna speranza per il futuro e non rispondono minimamente alle legittime aspettative dei cittadini italiani. Gli effetti devastanti di un modo di far politica cieco e dissennato ricadono prima di tutto sulle classi sociali più deboli, mentre chi ci governa è troppo impegnato a salvaguardare gli interessi e i privilegi dei pochi cittadini fortunati che, in questo modo, non pagheranno mai, sulla loro pelle, le conseguenze di nessuna crisi economica, ma anzi ne usciranno sempre più forti e sempre più ricchi.
M. Letizia Bosco
Vittoria di cartapesta
L’esito del voto di oggi non cambia le carte in tavola. L'esiguo margine col quale il Governo ha ottenuto la fiducia alla Camera, sottolinea ancor di più la debolezza di un esecutivo appeso, ora, agli starnuti di uno o due parlamentari. La storia insegna: il centro sinistra non riuscì a governare nel 2006, avendo in Senato tre voti di vantaggio e tra i senatori un solo esponente di governo, il ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Il governo Berlusconi ha circa 40, 50 tra ministri, viceministri e sottosegretari che sono anche parlamentari e quindi non assicurerebbero la loro presenza in Aula per le votazioni. Già nei mesi scorsi il governo pendeva non di 4 o 5 voti, ma di 40, 50. Quindi, indipendentemente da ciò che è accaduto oggi, il governo è destinato comunque a cadere.
Ma il voto della Camera ha segnato la clamorosa sconfitta politica di Fini e di chi lavorava all’ipotesi, giusta o sbagliata che fosse, di dar vita ad un governo di larghe intese senza Berlusconi. Da domani, infatti, sarà ancora il Cavaliere a decidere se e quando salire al Quirinale, a decidere se chiedere il rimpasto. In questo caso il Presidente della Repubblica non avrebbe altra scelta che concederglielo, visto che non esistono altre maggioranze in Parlamento.
Cosa farà Berlusconi domani? Si aprono sostanzialmente tre ipotesi. Una prima nella quale cercherà di tessere la tela di un allargamento della maggioranza all’Udc e forse anche a Fli o ad una parte di Fli. Sicuramente giocherà il tutto per tutto per riuscire a chiudere questa trattativa. Una seconda fase, che si aprirà se la prima gli lascia qualche spiraglio positivo, lo vedrà recarsi dal Capo dello Stato e, dopo aver rassegnato le dimissioni, chiedere che gli venga affidato il reincarico. A questo punto Berlusconi cercherà di stringere un’intesa con tutta una parte del terzo polo, mettendo sul piatto un bel numero di ministri, viceministri e sottosegretari. Seguirà la fase più difficile di questo passaggio, ossia far digerire a Bossi e alla Lega la presenza di un nuovo alleato come l’Udc, così ostile al federalismo. Sicuramente Bossi non accetterà senza garanzie ben precise. La terza ipotesi, che si apre nel caso la prima e la seconda fallissero, vede le elezioni a Marzo, con un Berlusconi che confiderà nel fatto che le opposizioni all’asse Pdl-Lega si presenteranno divise. Sicuramente si tratta di scenari, tutti, poco lusinghieri, ma, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, quest’ultima ipotesi vedrebbe una svolta decisiva: per lo meno, sarebbe la volta in cui si farebbe definitivamente chiarezza sulla collocazione dell’Udc ed in cui finalmente il Pd sarebbe costretto a smetterla di inseguire alchimie di palazzo e sterili tatticismi parlamentari, rompendo gli indugi e dando finalmente vita, assieme a Idv e Sel, non tanto a nuove coalizioni, quanto ad un progetto radicalmente innovativo di modernizzazione del Paese. E’ di questo che l’Italia ha bisogno, in questo momento, di un governo stabile e con un progetto vero e di ampio respiro. Non certo di un esecutivo appeso ad un pallottoliere, che è un morto che cammina.
Antonio Ingroia non si tocca!
E’ incredibile come in un paese devastato dalla corruzione, da parentopoli e da puttanopoli si sprechi tanto inchiostro per la partecipazione (tramite video messaggio) di Antonio Ingroia ad uno spettacolo, anche se di partito, come “Il dittatore del Bunga bunga” che si è svolto venerdì scorso a Bologna.
Cosa volete? Che restiamo tutti zitti a guardare la deriva di questo paese e ad osservare coloro che fanno della “moderazione” un vanto, tanto il loro stipendio a fine mese arriva da quei giornali che con la stessa “moderazione” hanno lasciato libera la casta di radere al suolo la vita e le aspettative di intere generazioni?
Vorrei entrare nel merito di questo grande scandalo italiano:
Ingroia è un magistrato che si sta occupando di inchieste delicatissime riguardanti i rapporti di collusione fra pezzi dello Stato, politica e criminalità organizzata.
L’utilizzo criminale del denaro pubblico da parte del sistema di casta, realizzato da troppi politici, criminali e detentori di incarichi pubblici in generale, ha messo in ginocchio Scuola, Università, Lavoro, Ambiente e Giustizia. A proposito di Giustizia, questo governo ha impoverito le forze dell’ordine e vorrebbe togliere ai magistrati gli strumenti per esercitare in modo autonomo, efficace e indipendente il proprio ruolo istituzionale volto a garantire l'applicazione dei fondamentali principi di Uguaglianza, Legalità e Giustizia.
Il capo di questo governo ed altri suoi esponenti hanno grossi guai giudiziari che toccano le questioni che hanno rovinato il paese: mafia, corruzione, utilizzo illecito di denaro pubblico.
Grazie ad Antonio Ingroia e altri pochi magistrati, nonché giornalisti e gente comune, si è riusciti a fare un minimo di informazione su questi gravissimi casi che investono la nazione: sono stati loro la vera informazione in questo paese.
Quasi tutte le leggi vergogna di questa legislatura sono state approvate o hanno rischiato di esserlo nel quasi totale silenzio dei mezzi di informazione, troppo impegnati con il gossip politico che puntualmente finisce in prima pagina. Questo tipo di “moderazione”, richiesta oggi dai giornalisti del Bunga Bunga, è ovviamente avulsa dal contesto e dannosa per il paese. Il vero giornalismo è coraggio e ricerca della verità nei fatti.
Mi verrebbe da chiedere… quale moderata strategia di comunicazione è stata applicata da detti giornalisti quando in Parlamento di discuteva della legge “ammazza” Giustizia del Lavoro? Per caso proprio in questo periodo si sprecavano fiumi di inchiostro sulla casa a Montecarlo di Fini? Questa parte della legge è talmente devastante per i lavoratori e per la società in generale che avrebbe dovuto occupare le prime pagine dei giornali per mesi! \ La ragazza che durante lo spettacolo ha fatto informazione su come difendersi da questa legge ha posto questioni antiberlusconiane oppure ha agito per arginare il danno prodotto dal vergognoso silenzio della stampa su questo argomento?
Tornando alla partecipazione del giudice Ingroia, anche accettando la “moderazione” dei giornalisti dei nostri tempi, non si può non notare che esso interviene trattando genericamente quei temi di interesse collettivo che, ripeto, stanno dilaniando l’Italia. E sostenere che il suo intervento sia riconducibile ad un atteggiamento antiberlusconiano significa ammettere che i problemi da lui denunciati, confermati d’altronde dalla stampa, siano riconducibili alla condotta del premier. Chissà come mai nessuno dei giornalisti del Bunga Bunga ha scritto sulle dichiarazioni del giudice circa il ruolo svolto da quell’Italia fatta di gente comune che resiste allo smantellamento dello Stato di Diritto. Infine, mi pare anche superfluo sottolineare che Ingroia ha chiarito la sua posizione rispetto alla politica, sottolineando che partecipa ad incontri organizzati anche da altri partiti. Ingroia ha lanciato messaggi di Giustizia, Democrazia e Uguaglianza, ed è questo quello che si aspettavano i 7000 spettatori in piazza a Bologna e le migliaia di persone che incontra lungo il suo cammino in tutta Italia. Il popolo italiano ringrazia Antonio Ingroia per avere ancora la forza di resistere con coraggio e determinazione.
Solite bugie del premier ma in versione natalizia
Il premier ha ripetuto le stesse bugie che ascoltiamo ormai da 16 anni e, dato il clima natalizio, le ha decorate con nastri e paillettes: ha cercato di blandire tutti con una lezioncina di educazione civica di quart’ordine, ma l’inconsistenza del suo intervento ha confermato che è ormai al crepuscolo.
Deve lasciare Palazzo Chigi perché l’inefficienza del governo non può più essere subita da una società in piena emergenza. Se Berlusconi non si decide a farlo è solo perché sa che dovrà rispondere da imputato davanti ad un organo – il Tribunale di Milano – i cui componenti non sono in vendita come qualche parlamentare d’accatto.
Per questo bisogna aumentare il livello e la qualità del fare opposizione. L’Italia dei Valori sarà compatta nello sfiduciare il pericoloso premier-barzelletta e sarebbe da irresponsabili fare diversamente. Berlusconi è, infatti, già sfiduciato da un Paese in sciopero generale: studenti e docenti, magistrati e avvocati, giornalisti, operai, cassintegrati, forze dell’ordine, precari e famiglie sempre più povere e da ultimo, oggi, gli agenti della polizia. È evidente che la crisi è irreversibile, ottenere un voto in più con il mercato delle vacche non garantirà la governabilità del Paese, ma certificherà anzi la debolezza politica di un centrodestra che ha fallito indecorosamente. L’Italia dei Valori è vera forza di opposizione, ma se ci sono altri partiti, anche al di fuori dello schieramento di centrosinistra, che responsabilmente intendono mandare a casa Berlusconi ben vengano. Però vogliamo vederli alla prova, bisogna dimostrare con i fatti che si sta in Parlamento per il bene del Paese. Noi continueremo a lavorare per offrire all’Italia un’alternativa di governo che operi nell’interesse esclusivo dei cittadini.
Vacche che volano: a Montecitorio va in scena la protesta Idv
Oggi pomeriggio, in piazza Montecitorio, parlamentari e senatori dell’Italia dei Valori hanno organizzato il “mercato delle vacche”. Si è trattato di una manifestazione simbolica, con palloncini a forma di mucche, per denunciare la deplorevole compravendita di parlamentari che si sta svolgendo da alcuni giorni in Parlamento in vista del voto di fiducia di domani. Commentando il discorso del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, al Senato, il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ha detto che è la dimostrazione che “il premier se la fa sotto dalla paura, perché se non dovesse rimanere a palazzo Chigi dovrebbe presentarsi davanti alla procura di Milano e non più a Montecitorio. Il suo è un discorso disconnesso dalla realtà, proprio mentre in piazza manifestano gli agenti di polizia, i vigili del fuoco e le guardie forestali e nei giorni scorsi hanno protestato studenti, ricercatori, costruttori e tante altre categorie”. “Qualsiasi cosa accada – aggiunge Di Pietro - ormai è certificato il fallimento della maggioranza”.
PISA. CARO BONDI, LE NAVI ROMANE FARANNO LA FINE DI POMPEI?
Questa mattina il quotidiano La Repubblica dedica un’intera pagina (23) a uno dei patrimoni storico/archeologici più importanti del nostro Paese, le Navi Romane di Pisa, titolando “Rischio collasso per la Pompei del Mare”.
L’ennesima dimostrazione di come il sistema Bondi stia contagiando e immarcescendo tutto il patrimonio storico, archeologico e culturale del Paese. Angolo che giri, vaso di Pandora che trovi e che rivela tutta l’ignavia e i metodi amical-familistici del Ministro della Cultura, scampato alla sfiducia della Camera grazie alla generosa chiusura di Montecitorio da parte della Capigruppo (che ha voluto anche permettere a B. e al suo morente Governo una proficua compravendita di parlamentari in vista del 14 dicembre). Ne è incresciosa testimonianza la situazione in cui versano le 'Navi Romane' di Pisa, a proposito della quale il 10 dicembre ho depositato un’interrogazione a risposta scritta allo stesso Bondi. Le Navi di Pisa potrebbero essere, o avrebbero potuto essere, un modello esemplare di come la scienza archeologica debba investigare sul passato di un territorio, unendo organicamente le esigenze di ricerca scientifica con quelle della salvaguardia del patrimonio, della musealizzazione a scopo conservativo e didattico, della valorizzazione di un bene culturale fino a raggiungere obiettivi di promozione economica e turistica.
Nel dicembre del 1998, durante i lavori per la costruzione di uno snodo ferroviario presso la stazione di Pisa San Rossore, iniziarono a emergere dagli scavi sotterranei tracce di materiale archeologico. La scoperta si rivelò presto ben più importante del previsto, trattandosi di un sito di grande importanza; inizialmente, infatti, si riteneva si trattasse di uno scalo portuale, ma ben presto, identificando la vera natura del deposito, si comprese che si trattava del punto di incrocio di un canale della centuriazione pisana con il corso del fiume Serchio (l'antico "Auser"), dove, a seguito di una serie di disastrose alluvioni (ne sono state identificate almeno sette, dal II secolo a.C. al VII secolo d.C.), erano affondate almeno trenta imbarcazioni.
Il cantiere, oggi, data la grande complessità della situazione stratigrafica, è stato reso stabile e trasformato in un cantiere scuola. Attualmente, a distanza di quasi un decennio, lo scavo è bloccato da mesi, le condizioni di giacitura dei reperti sono in pericolo a causa delle condizioni meteo e di una mancanza di protezione efficace, mentre il museo non è ancora completato e mancano i fondi per terminare i lavori.
Nel 1998, la scoperta eccezionale aveva subito fatto parlare di una Pompei in versione marittima. Il paragone, di questi tempi, purtroppo, rischia di essere infelice, alla luce dell’evidente disastro causato dalla non-gestione del sito campano da parte del Ministro. Da qui, la mia interrogazione alla Camera, nata grazie alla segnalazione dei ragazzi della Giovanile Idv di Pisa. Per scongiurare il parallelismo con la Domus dei Gladiatori, dunque, è urgente che Bondi spieghi al Paese perché lo scavo, che sorge in un contesto delicatissimo che andrebbe trattato con un occhio di riguardo in più rispetto ad altri depositi archeologici, si trovi in questa incomprensibile empasse e quali interventi urgenti intenda adottare per consentire il prosieguo dell’opera conservativa di tale patrimonio culturale e artistico e per quale ragione non ritenga di sostenerne e valorizzarne l’importanza. Vorremmo sapere dal Ministro come mai non si sia ancora deciso a sostenere l’attività del Comitato promotore dell’inserimento di tale patrimonio tra quelli in elenco all’Unesco e, più specificamente, perché si è proceduto alla ricopertura degli scafi con il famigerato "sudario" di vetroresina, dando fiducia a una tecnica di restauro che non ha portato ad alcun risultato, invece di coinvolgere almeno un archeologo navale nel cantiere (anche se ne sarebbe servito uno per nave) e un esperto di imbarcazioni antiche per la documentazione degli scafi.
Ecco come funziona il mercato delle vacche
Vi spiego come funziona il mercato dei parlamentari. Un deputato che è stato contattato, mi ha raccontato il metodo utilizzato dagli emissari del Pdl. Il primo passaggio è un contatto informale, che sfrutta i rapporti amicali, di conoscenza, personali. Il parlamentare viene “agganciato” da una persona che gli mette la pulce nell’orecchio. Gli fa sapere che ha presunte informazioni sulla possibilità che non venga ricandidato, sulla scarsa considerazione che hanno di lui nel partito e altre cose simpatiche di questo genere. Il secondo passaggio è più allettante e riguarda le possibilità future: la ricandidatura e tutti gli strumenti per accrescere la propria carriera politica. Se dopo questo secondo step il parlamentare “abbocca” allora si passa ad una fase più concreta. Viene, presumibilmente, organizzato un incontro in cui si tratta sul serio con gli emissari autorizzati a condurre concretamente la trattativa. L’ultimo passaggio è la firma dell’accordo davanti a Berlusconi in persona. Mi sembra evidente che in tutto questo non ci sia neanche l'ombra di una libera dialettica parlamentare. Si tratta di un reato, né più né meno di un illecito su cui è doveroso l'intervento della procura. Questo è il motivo dell'esposto che noi dell’Italia dei Valori abbiamo presentato alla procura di Roma. La gravità degli episodi di cui siamo a conoscenza, mi ha, inoltre, fatto sentire in dovere di avvisare il presidente della Repubblica e l'ho fatto in una lettera aperta che potete leggere di seguito. Era giusto che il capo dello Stato fosse reso partecipe di quanto sta accadendo, del fatto che gli interessi di alcuni parlamentari siano ormai circoscritti al proprio personale futuro, agli sviluppo della propria carriera, al maturare della propria pensione. Consideriamo tutto questo aberrante e riteniamo necessario fare di tutto per evitare che il declino di una stagione politica si traduca nella fine inesorabile del decoro che essa deve avere. È, insomma, per questo, in base alle informazioni che abbiamo avuto, per le dichiarazioni di Calearo sul prezzo dei parlamentari (dai 350.000 ai 500.000 euro), per le interviste dei mesi scorsi di Razzi, nelle quali aveva denunciato il tentativo di corruzione subìto, che abbiamo presentato l’esposto alla procura della Repubblica. Corruzione, almeno morale, c’è stata. E’ anche per questi motivi che ho inviato questa lettera aperta al Presidente della Repubblica.
Ill.mo Presidente della Repubblica,
Le scrivo in qualità di presidente di gruppo parlamentare perché preoccupato dalla gravità di quanto sta avvenendo, sicuro della Sua sensibilità istituzionale e del Suo rigore morale. Circa un mese fa, fummo tra le forze politiche che accolsero il suo appello affinché prima del voto sulla mozione di sfiducia ci fosse una moratoria per permettere l’approvazione della legge di Stabilità. Nella difficile situazione economica che l’Italia sta attraversando, la richiesta di questa ‘moratoria’ è stato un gesto di straordinario interesse per il Paese, accolto da tutti i capigruppo. Un tempo che alcune forze politiche della maggioranza, però, hanno utilizzato per dar vita ad una squallida campagna acquisti di parlamentari dell’opposizione. Tanto squallida da spingere un deputato, anch’egli coinvolto in un passaggio, ad affermare che il prezzo di un parlamentare varia dai 350.000 ai 500.000 euro. Questo mercanteggiare indegno mina la credibilità delle istituzioni e trascina il Paese verso il degrado politico, sancendo una generalizzata e diffusa perdita di fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Rischia anche di provocare una frattura tra il corpo sociale ed i rappresentanti politici, molto pericolosa perché coincidente con una pesante crisi economica dagli effetti particolarmente duri per i lavoratori, le imprese e le famiglie. Senza volerLa coinvolgere nell’aspro dibattito politico, mi rivolgo a Lei come garante e custode della vita democratica italiana, affinché faccia sentire la Sua voce alta ed autorevole in difesa della dignità del Parlamento, ma anche del governo e delle istituzioni tutte, per evitare che la fine di una stagione politica porti con sé il crollo delle regole democratiche. Certo dell’attenzione con cui sempre segue le vicende del Paese, Le porgo i più cordiali saluti. Massimo Donadi
Approvati tutti i referendum Idv: la parola torna ai cittadini
Le firme ci sono e sono ben più di quelle necessarie: quasi due milioni. La Corte di Cassazione ha ammesso i tre referendum promossi, nel maggio scorso, dall’Italia dei Valori. Grazie ai primi due quesiti, di qui a pochi mesi i cittadini potranno decidere su due nodi che riguardano direttamente la loro vita: il ritorno al nucleare e la privatizzazione dell’acqua.
Inoltre, se la Corte Costituzionale, in gennaio, giudicherà costituzionale la legge sul legittimo impedimento che Berlusconi ha fatto varare solo per mettersi al riparo dai processi e dalle sentenze che lo aspettano, saranno gli stessi cittadini ad avere finalmente l’ultima parola su una legge che tutela un uomo solo, Silvio Berlusconi, ma che tira in ballo la dignità dell’intero Paese e dalla cui cancellazione dipende la sopravvivenza di un principio fondamentale della civiltà, ovvero l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Il ritorno al nucleare sarebbe una iattura non compensata da nessun elemento positivo. Non è affatto vero che il nucleare sia ormai sicuro e che Chenobyl appartenga alla preistoria. In Francia gli incidenti si contano a decine e nessuno sa cosa fare delle micidiali scorie nucleari. Passare all’energia nucleare significherebbe ritrovarsi domani con i problemi che oggi pone lo stoccaggio dei rifiuti, moltiplicati per mille in quantità e pericolosità. Anche perché i cittadini non avrebbero alcuna voce in capitolo sulla collocazione delle centrali. Le deciderà il governo e dovranno accettare quel che ordina il padrone.
Non è vero che, in compenso, le bollette verranno abbassate. Al contrario: dal momento che sarà necessario un massiccio finanziamento pubblico a supporto dei privati, le bollette finiranno per diventare più care.
Anche la promessa di rendere l’Italia energeticamente autosufficiente grazie alle centrali nucleari è una balla. Le centrali previste coprirebbero solo l’8% del fabbisogno, dunque continueremmo a essere dipendenti dalle forniture di altri Paesi. In più, le centrali per funzionare hanno bisogno dell’uranio che in Italia non c’è. Dunque dovremmo importare anche quello: altro che autosufficienza.
Il progetto di privatizzazione dell’acqua, infine, è osceno e inaccettabile, tanto sul piano etico e dei valori quanto su quello della vita quotidiana degli italiani. L’acqua è il primo bene comune. La sola idea di trasformarla in fonte di profitto per i privati è scandalosa, o dovrebbe esserlo. Basti pensare che con la privatizzazione intere zone del Paese potrebbero restare a corto d’acqua se rifornirle dovesse apparire diseconomico alle aziende o che un ritardo nel pagamento della bolletta potrebbe lasciare alcune famiglie senz’acqua per giorni e settimane.
Anche in questo caso la promessa di vantaggi per i cittadini è una bugia. Le tariffe, come prova il caso della Toscana dove la privatizzazione dell’acqua già c’è, sarebbero più alte e non più basse. Quelle della Toscana sono le più alte d’Italia.
In un’Italia dove i cittadini contano e decidono sempre meno, e sempre più vengono espropriati della sostanza della democrazia, poter tornare a decidere su questioni di vitale importanza per tutti è un raggio di luce nell’oscurità che ci circonda.
Il Caimano senza erede e la sindrome da "poltronite"
Berlusconi ha una sindrome da cui va curato: la poltronite! Per questo non esiterà, ancora una volta, a dispiegare tutti i mezzi di cui dispone per dipingersi come un cavaliere senza macchia e senza paura, baluardo dei cittadini ma vittima di un sistema fatto di comunisti e traditori che tenta sempre di schiacciarlo. Farà di tutto per tenersi stretta la poltrona di Palazzo Chigi: il Caimano non ha eredi perché è lui quello da salvare, e non può passare il testimone delle propria difficoltà. Chiunque, nella sua posizione politica, avrebbe rassegnato da tempo le dimissioni, ma Berlusconi non lascia perché può dirsi al sicuro solo barricato in un Governo che egli utilizza per cancellare tutti i suoi guai. Per questo fantastica di avere la fiducia e di ripresentarsi ancora alle prossime elezioni e, perché no, anche a quelle successive, magari con una riforma in senso presidenzialista delle istituzioni. Racconterà che ha bisogno di tempo, che la sua opera non è compiuta, che qualcosa o qualcuno gli ha impedito di realizzare quel miracolo italiano promesso nel 1994.
Il ‘ddl stabilità’, che una volta si chiamava finanziaria, ieri è stato approvato definitivamente in un Senato che il Governo ha di fatto commissariato impedendogli di correggere una manovra disastrosa. La prossima settimana sarà la volta di un altro voto decisivo, quello sulla fiducia al Governo Berlusconi, e stavolta dovrà essere inevitabile sfiduciare chi sta provando a sbriciolare le fondamenta del Paese.
Difficile elencare in modo sintetico i gravissimi tagli di risorse decisi dalla Legge di stabilità: scuola, ambiente, beni culturali, sicurezza, 5 per mille, Fondi per le Aree Sottoutilizzate, sostegno all’economia reale, ambiente, sanità, innovazione scientifica, pubblica amministrazione, Stato sociale. Siamo tutti d’accordo nel razionalizzare e ottimizzare la spesa pubblica, ma questo è un vero e proprio scempio, anche perché mancano invece i provvedimenti più importanti.
Manca una riforma del fisco, perché l’Italia è al primo posto nel mondo per la tassazione alle imprese e gli italiani ormai usano la tredicesima per pagare i tributi arretrati. Manca una politica di contrasto alla disoccupazione, che ha raggiunto ormai la soglia del 12%, in grado di stabilizzare il lavoro e aumentare la produttività. Manca il riordino della spesa pubblica tale da eliminare sprechi, corruzioni e inutili carrozzoni burocratici investendo invece risorse per edilizia pubblica, servizi ai cittadini, amministrazione efficiente e garanzia della legalità. Manca un assetto più equo degli investimenti statali, per favorire la ripresa delle zone più svantaggiate e ammodernare le aree produttive esistenti. Manca un piano nazionale per le infrastrutture, che si basi anzitutto sulle opere utili a tutti e sulle più urgenti carenze del settore, per favorire commercio e mobilità sociale.
Ad un esecutivo degno di questo nome il lavoro non mancherebbe. Eppure quest’anno il Parlamento si è riunito appena un centinaio di volte, approvando neanche 80 provvedimenti: togliendo una ventina di decreti legge (quindi atti meramente governativi) e altrettante relative leggi di conversione, una ventina di ratifiche di trattati internazionali (atti dovuti ma non direttamente prodotti) e leggi ‘ad personam’ come il legittimo impedimento o la sanatoria delle liste elettorali del Lazio (che hanno di certo giovato ai giovani, alle famiglie in difficoltà e ai pensionati…), restano appena una decina di leggi, di cui quelle dall’indubbio spessore sociale si contano sul palmo di una mano. Questo è il risultato di un anno di lavoro: la politica italiana è paralizzata da un utilizzo strumentale delle istituzioni, rese inutili e dannose per i cittadini. Un esempio? Sul tema della legalità, la maggioranza ha parcheggiato alla Camera un provvedimento antiusura già approvato dal Senato; così come il ddl anticorruzione è sepolto nei cassetti di Palazzo Madama.
Insomma, è questo il Governo del fare: un Governo di cui fare volentieri a meno.
I “CAMPIONI” DELLA POLITICA LAVORANO AD UN ''BERLUSCONI BIS''
Anche se il Parlamento è chiuso, sotto le ceneri la politica cova, trama, s'infiamma, si “compra” e si “vende” in vista del 14 dicembre, giorno della fiducia/sfiducia al Governo. In un quadro che vede, in particolare, finiani e berlusconiani gli uni contro gli altri armati, spuntano spiragli di trattativa tra Silvio Berlusconi e il cosiddetto Terzo polo (Udc-Fli-Api) che ha depositato alla Camera una mozione di sfiducia firmata da 85 deputati. Dietro le polemiche mediatiche, in realtà, i soliti maneggioni starebbero cercando una soluzione alla probabile crisi di governo che serva ad evitare sia le elezioni anticipate, sia una nuova maggioranza senza Pdl e Lega. In pratica un Berlusconi bis.
Il Cavaliere, secondo questa ipotesi, con il consenso di Bossi, accoglierebbe le condizioni di Casini e Fini per un nuovo governo allargato all'Udc. E il “giochetto” è fatto. Punto e a capo. Di questo si starebbe discutendo nelle riunioni riservate e nelle ambasciate delle colombe di partito che ultimamente lavorano senza sosta. E nonostante il ministro Maroni continui a ripetere, almeno ufficialmente, che in caso di mancata fiducia l'unica soluzione possibile sarebbe ridare la parola al popolo sovrano, in realtà il Carroccio sa che andare al voto in queste condizioni rappresenterebbe un'incognita anche per la Lega, perché aprirebbe scenari difficilmente governabili.
Del resto l'ipotesi di un Berlusconi bis troverebbe conferma anche in alcune dichiarazioni di Casini e nelle posizioni sempre più ondivaghe di Fini. Il leader Udc, in particolare, ha infatti detto che ''nessuno vuole escludere nessun altro, tutt'al più - ha sottolineato - è Berlusconi che si autoesclude. Il ribaltone è la volontà di escludere qualcuno ma un governo di responsabilità è una cosa diversa: è l'idea, in un momento di difficoltà per il paese, di ampliare e rafforzare le convergenze possibili per governare meglio e con più efficacia il nostro paese''. I finiani, invece, in queste ultime ore pare stiano trattando con il premier le sue dimissioni e un reincarico che porti ad un nuovo governo Berlusconi che faccia una nuova legge elettorale.
Tuttavia il Cavaliere teme un'imboscata: se si dimettesse prima del voto di fiducia – è il suo ragionamento – non avrebbe la garanzia di riottenere l'incarico. Anche per questo, in collegamento con la manifestazione del Pdl a Modena, ha mostrato la sua maschera più indomita: ''E' nostro dovere - ha detto - continuare a lavorare e a governare per garantire stabilità al paese”. E sembra voglia portare Fini davanti ad un notaio per avere la garanzia che il presidente della Camera lo appoggi a palazzo Chigi subito dopo le dimissioni.
Come si vede la via che porta ad un paese normale è ancora lunga e irta di ostacoli, i vizi e le abitudini della vecchia politica pronta all'intrigo pur di guadagnare prebende e mantenere privilegi ai danni dei cittadini, duri a morire. Di fronte al solito teatrino, ai tanti personaggi che fino a ieri sono stati collusi con il regime e ora tentano l'assalto alla diligenza per arraffare il più possibile, l'Italia dei valori ribadisce la sua posizione e invita tutte le forze dell'opposizione a rompere gli indugi, a votare compatte la sfiducia al governo per mandare a casa Berlusconi e ridare all'Italia un futuro migliore.
Più donne nei posti dirigenziali
Lunedì 6 dicembre, presso la sede nazionale dell’Italia dei Valori, il presidente Antonio Di Pietro ha incontrato le coordinatrici regionali delle Donne dell’Idv per sentire le loro proposte e analizzare insieme la situazione politica nelle varie regioni d’Italia. “La chiusura della Camera in questa settimana è un insulto nei confronti degli italiani – ha detto Di Pietro -. Mentre il Paese è piegato da una grave crisi economica, le famiglie non arrivano alla fine del mese, tantissimi lavoratori si ritrovano in cassintegrazione e molti giovani e meno giovani sono senza lavoro, i deputati si prendono una pausa festiva in attesa del 14 dicembre. L’irresponsabilità di questa maggioranza cade sulle spalle dei cittadini. Per contrastare questi fannulloni, l’Italia dei Valori per tutta la settimana ha convocato degli incontri dipartimentali presso la sede del partito. Vogliamo continuare a lavorare per questo Paese e già oggi siamo riuniti con le donne dell’IdV per dare un contributo alle politiche per le pari opportunità. L’Italia ha bisogno di più donne ai posti dirigenziali, di misure volte ad abbattere il divario di genere in materia di pensioni e salari, di tutelare realmente la maternità con disposizioni che garantiscano l’accesso al mondo del lavoro come avviene negli altri Paesi europei, di reali pari opportunità per evitare che le donne siano costrette a scegliere tra famiglia e lavoro”. Il leader dell’Italia dei valori ha poi concluso dicendo che “alcune delle proposte” emerse da questi incontri saranno portate sul “tavolo della coalizione”.
Nel video gli interventi delle responsabili regionali Idv Donne
PER I LAVORATORI EX EUTELIA ARRIVA ANCHE LA BEFFA
Di seguito il testo della lettera che ieri, in chiusura di seduta dell'Aula del Senato, ho letto e consegnato al Ministro Sacconi, sulla situazione paradossale che stanno vivendo i lavoratori di Agile s.r.l. costretti a pagare le addizionali regionali e comunali senza essere retribuiti regolarmente, ma ricevendo compensi "a singhiozzo".
On. Ministro Sacconi,
i lavoratori dell'Agile s.r.l. ex Eutelia, le cui drammatiche vicende sono ben note a tutti, hanno subito in questi giorni un ulteriore scandaloso aggravio della loro situazione.
L'amministrazione straordinaria di Agile s.r.l. ha fatto recapitare loro una lettera con la quale comunica che dovranno "provvedere autonomamente al pagamento delle addizionali regionali e comunali, calcolate sui redditi del 2009, e dell'anticipo dell'addizionale comunale 2010".
Siamo indignati davanti all'ulteriore beffa a carico di lavoratori che per mesi hanno ricevuto lo stipendio a singhiozzo e che ora si vedono comunicare dai commissari che "trattandosi di imposte relative al reddito 2009 sono comunque dovute indipendentemente dall'avvenuto pagamento delle retribuzioni del 2010".
I lavoratori, dunque, non solo non vengono retribuiti regolarmente, ma sono anche costretti a coprire, con i loro esigui introiti, le inadempienze della Società che, in quanto sostituto d'imposta avrebbe dovuto provvedere automaticamente al pagamento delle addizionali. Mi consenta di dire che una cosa del genere può accadere solo in un Paese che non vuol bene ai suoi cittadini.
Appare veramente paradossale quanto scritto dai commissari straordinari secondo cui "nel 2010, per effetto della mancata corresponsione di alcune mensilità comprese tra gennaio e il 19 aprile e della collocazione in CIGS con pagamento diretto da parte dell'INPS, sia la società Agile che l'INPS non sono nelle condizioni oggettive di versare tali tributi".Le chiedo, dunque, di intervenire tempestivamente per fare fronte a questo ennesimo affronto alla dignità dei lavoratori che già troppo hanno subito e che non possono continuare a essere presi in giro.
CHI NON VOTA LA SFIDUCIA E’ UN GIUDA CHE SI VENDE PER TRENTA DENARI
Da più parti in questi ultimi giorni mi sono arrivate indiscrezioni circa il rischio che l’onorevole Scilipoti possa votare il prossimo 14 dicembre in difformità dal gruppo di Italia dei Valori. Dopo che, nella giornata di oggi, lo stesso si è rifiutato di avere un chiarimento con il presidente Di Pietro l’ho contattato telefonicamente per chiedergli, come sto facendo ormai da più giorni, un incontro nel quale poter chiarire se da parte sua ci siano problemi con il partito.
Data la sua indisponibilità a fissare un incontro, ho fatto presente all’onorevole Scilipoti che qualunque parlamentare non dovesse partecipare alla votazione sulla sfiducia, non solo, e ovviamente, sarà fuori dal partito, ma ci obbligherà altresì a difendere con ogni mezzo il buon nome e l’onorabilità di Idv.
Faremo sapere con chiarezza agli italiani che c’è qualcuno che, dopo essersi fatto eleggere per contrastare la sempre più pericolosa deriva del berlusconismo, come il peggiore Giuda, tradisce il partito, i suoi elettori, e si vende, politicamente, per trenta denari.
Spero ancora di sbagliarmi e che con Scilipoti ci sia stato solo un malinteso. Qualora, tuttavia, già nelle prossime ore, non dovessero intervenire da parte sua prese di posizioni chiare ed univoche e comportamenti conseguenti, avvieremo il primo passo, ovvero il deferimento al collegio di garanzia del partito.
Non vedo l’ora di riferire in Consiglio regionale
Il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni della Lega, minaccia di querelarmi per le dichiarazioni su mafia e politica nella regione che ho rilasciato ieri sera durante la trasmissione 'L'infedele' in onda su La7. In televisione ho detto nulla di più di quello che tutte le inchieste svolte negli ultimi tempi confermano, e cioè che in Lombardia consiglieri regionali sarebbero stati eletti con i voti della 'ndrangheta. Un'affermazione che il presidente Boni ritiene lesiva dell'immagine del Consiglio regionale.
Boni, tra l'altro, generalizza un concetto ben più chiaro e preciso: ovvero che in Lombardia uomini della 'ndrangheta abbiano puntato su alcuni candidati (più o meno consapevoli, questo lo deciderà la magistratura) nelle amministrazioni locali e nel Consiglio Regionale. Evidentemente sono ritenuti diffamatori i dati, sempre più allarmanti, diffusi dalla Commissione Antimafia e confermati, nel corso della trasmissione televisiva di ieri, dall’On. Angela Napoli (che, addirittura, parla di un'assemblea che “meriterebbe lo scioglimento)”.
Che la ‘ndrangheta abbia deciso di puntare su alcune persone all’interno del Consiglio regionale non lo dico io, ma è scritto negli atti giudiziari degli ultimi cinque anni e in quelli dell’Operazione Infinito del luglio scorso. Il Presidente Boni mi invita a fare i nomi e i cognomi, bene, sono gli stessi che continuo a fare nella mia attività extra politica, in particolare in quella teatrale di denuncia contro la mafia. Quindi, se il presidente ritiene che io li debba fare in Aula, il copione è già pronto. Mi sorprende, però, che Boni si chieda come faccio a rimanere in Aula “vicino - dice - a persone che considera eletti con i voti della ‘ndrangheta”. Caro presidente, non credo di dover essere io a lasciare il mio posto in Aula, forse dovrebbe farlo chi siede lì grazie ai voti della ‘ndrangheta.
FINI-TA
Fini alla Camera vota la riforma dell’università – “la migliore delle riforme della legislatura”, ha osservato – e la riforma passa. Naturalmente, ciò non impedisce a Fli di votare la sfiducia al governo, dopo un’estate rovente di attacchi indecenti allo stesso Fini, e di presentarsi quale nuovo campione della legalità, della sobrietà, della giustizia. Apprendiamo che Fli valuta l’astensione sulla riforma della giustizia. E anche ciò non impedirà di votare la sfiducia. Chi non la vota è fuori, tuona Granata. Immaginiamo le risate dall’estero: i corrispondenti non avranno, temiamo, la pazienza di ripercorrere tutti i distinguo, le posizioni sfumate, gli interessi taciuti che animano questa travagliata stagione del centrodestra.
Abbiamo tutti intravisto nell’agire di Fini, nei mesi passati, un’occasione propizia per denunciare gli intollerabili soprusi di un governo solo fintamente democratico. E forse alcuni di noi si sono persino illusi che Fini rappresentasse, seppure in discontinuità con il passato recente (ma meglio tardi che mai, come spiega sempre Travaglio), una ventata di ossigeno nello smog generale creato da B. Sono tanti i motivi per i quali Fini garantisce il suo sostegno alla riforma dell’università. Alcuni solo ipotetici: è probabile, ad esempio (mi stupirei del contrario), che l’ex leader dell’Msi non capisca quasi nulla in materia. E forse non ne capiscono nulla nemmeno i FLIniani che sono saliti sui tetti. È altrettanto probabile che Fini si senta in dovere di non contraddire Confindustria, accanita sostenitrice della riforma. È però pressoché impossibile che Fini possa dichiarare con sincerità che si tratta della migliore riforma della legislatura. Delle due l’una: Fini sa che si tratta dell’unica vera riforma finora approvata; l’argomento è tautologico. Oppure, Fini sa quali interessi sta difendendo nel promuovere la riforma (tutti tranne quello pubblico, per dirla brevemente; e tra quei tutti, i più beceri in particolare), e soffre di quello stesso sdoppiamento della personalità di cui ha dato prova con le sue recenti posizioni in materia di diritti civili e sociali, in netto contrasto con le due leggi alle quali ha apposto il suo nome (immigrazione, droga).
Siamo certi che, nel giro di poco tempo, Fini si accorgerà dell’assurdità della decisione presa. Questa volta, però, non potremo dirgli “meglio tardi che mai”. Anche perché una novità positiva di questi, recentissimi, tempi, è rappresentata dagli studenti che hanno occupato i principali monumenti italiani e dai ricercatori saliti sui tetti degli atenei. Gli studenti veri, quelli che non sono rimasti a casa a studiare; quelli che hanno capito che in una democrazia bloccata, occorre una certa misura di “sovversivismo democratico”; quelli che vedendosi bloccato il futuro, come hanno scritto alcuni di loro, hanno bloccato le città. Per una volta, l’Italia si è ringiovanita. Andiamo avanti, con un ambiguo “alleato” in meno e un forte esempio da coltivare e imitare.
MARIA STELLA NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
Oggi m’improvviso cuoco come Brunetta. La ricetta del potere berlusconiano: prendete delle menzogne e spargetene in quantità nello studio televisivo; naturalmente assicurandovi prima la presenza di un conduttore compiacente, ribaltate la realtà, impedite agli interlocutori di dire verità scomode et voilà, il gioco è fatto. Semplice no? La puntata di ieri sera di porta a Porta (guarda il video), in cui mi confrontavo con Maria Stella Gelmini, è esemplificativa. Il ministro dell’Istruzione (mah…), che per cultura e competenza non potrebbe neanche insegnare in una scuola, è invece una vera campionessa nell’arte della mistificazione. Di fronte alle critiche puntuali sulla riforma universitaria e alla valutazione politica di quanto pubblicato da WikiLeaks ha reagito mentendo con una disinvoltura straordinaria. Veramente in maniera imbarazzante. Ha descritto una realtà che non esiste, manco fosse Alice nel paese delle meraviglie. In maniera ammirevole ha cercato di negare l’evidenza, parlando con slogan e frasi fatte (scritte chissà da chi) e con tono monocorde ha illustrato i pregi di una riforma universitaria pessima che riporta il Paese a trent’anni fa. L’ha descritta come una legge contro i baroni e gli sprechi. E perché, noi per caso siamo favorevoli a baroni e sprechi? Ha screditato le rivelazioni di wikileaks affermando che erano false, dette da funzionari di terz’ordine sfigati, repressi e magari pure un po’ invidiosi. Peggio di un Capezzone qualunque ha impedito una discussione sullo stato di salute del premier e sulla scarsa considerazione che hanno di lui gli altri paesi. Insomma il ministro ha agito come un automa messo lì a fare la testa di legno. Io non penso che lei possa davvero credere a quello che dice. A meno di voler pensare che sia completamente incapace di intendere e di volere, sa benissimo cos’è la sua riforma, perché è stata fatta e quali gravi conseguenze ha sull’università e la ricerca. Ha recitato una parte. E’ evidente che il governo ha paura e che non vuole che si parli di certe cose, neanche nei talk show. Forse è un segno che siamo già in campagna elettorale e questo è stato solo un assaggio. Se è così, dovremo prendere provvedimenti affinché la competizione elettorale si svolga nel rispetto delle regole democratiche, perché una vittoria di Berlusconi consegnerebbe il Paese al declino e all’ingovernabilità.
LA GIORNATA SULLA DISABILITA’: OLTRE IL RITO LA QUOTIDIANITA’
Oggi si celebra la giornata internazionale ed europea sulla disabilità istituita nel 1993. Un momento di riflessione, di dibattito e di confronto sulle tematiche che riguardano una larga parte della popolazione italiana: sono 4 milioni e 100.000 le persone con disabilità nel nostro Paese, pari al 6,7% della popolazione secondo l’ultimo rapporto del Censis. Eppure di handicap si parla pochissimo e forse, è proprio questo il significato della giornata celebrativa, parlare e far conoscere una realtà che molti ignorano, vissuta nell’immaginario collettivo ancora con modelli preconfezionati al limite del pregiudizio. Quindi, andando oltre le raccolte di fondi, le piantine e i fiocchetti distintivi, questa giornata è per il mondo della disabilità la conquista di anni di battaglie e di lotte per i diritti che hanno portato all’adozione della convenzione sui diritti delle persone con disabilità approvata dalle Nazioni Unite nel 2006. Una grande conquista che deve fare i conti con le difficoltà quotidiane che si vivono nel nostro Paese, una realtà ben lontana dai diritti contenuti nella convenzione. Troviamo falle ovunque, dal diritto allo studio a quello della salute e assistenza, dal diritto all’autodeterminazione a quello al lavoro, il nostro Paese fa acqua da tutte le parti, in barba alle conquiste raggiunte in anni di battaglie. Uno dei più feroci attacchi ha riguardato la scuola. Con la nuova riforma approvata alla Camera dei Deputati e in attesa di essere votata al Senato, si riducono, infatti, drasticamente le ore di sostegno per gli alunni con disabilità e parallelamente a questo abbiamo visto il tentativo di reintrodurre sotto mentite spoglie le classi differenziate attraverso programmi scolastici che, invece di andare verso l’inclusione sociale vanno nella direzione opposta. Anche dal punto di vista del lavoro e delle previdenze le cose non vanno molto meglio, la legge 68 che prevede il collocamento mirato al lavoro delle persone con disabilità è disattesa da anni così il disabile non solo non è inserito nel contesto lavorativo e quindi sociale, ma grava sulle casse dello Stato. Su questo argomento è arrivato anche il rapporto Ocse che accusa l’Italia di far niente o poco per far si che le persone disabili possano lavorare e lancia l’allarme dicendo che se non ci sarà un’inversione di tendenza le persone che beneficiano di pensioni di malattia o di disabilità andranno ben oltre il 6% odierno. Questo, tuttavia, pare non interessare il Governo che invece di attuare politiche rivolte al lavoro alleggerendo così gli istituti di assistenza ritiene che il problema dell’Italia sia il falso invalido e per questo è iniziata da qualche mese la caccia alle streghe che sta pesantemente penalizzando i disabili veri, costretti alle vie crucis dell’Inps, a doppi e tripli controlli, un’operazione propagandistica che da una parte sta penalizzando le famiglie con a carico un disabile, e dall’altra sta costando molto di più di quanto si pensa di ottenere trovando il falso invalido; è da sottolineare che la giusta battaglia contro i falsi invalidi ancora non ha prodotto nessuna denuncia verso medici e commissioni che almeno in teoria sarebbero stati compiacenti nell’attribuire l’invalidità a chi non ha diritto. Infine sorvolando sul taglio al fondo per la non autosufficienza, e anche sulla miseria delle pensioni adesso, tanto per gradire, si è deciso di ridurre il fondo stanziato per il 5X1000 del 75% così anche l’universo del volontariato e dell'associazionismo non troverà nelle sue casse i soldi che i cittadini italiani hanno versato esprimendo una precisa volontà e i disabili e le loro famiglie non potranno più contare neanche sul volontariato. Se pensiamo che tutto questo è prodotto da un attacco culturale a cui si aggiungono fatti di cronaca, in cui i disabili sono vessati o maltrattati, l’arretratezza in tema di abbattimento delle barriere architettoniche e sensoriali, la mancanza di progetti per il Dopo di Noi, la solitudine che in Italia si sta creando intorno ai disabili, alle loro famiglie e agli operatori del settore, non possiamo non vedere, come Italia dei Valori, la ritualità dei riflettori accesi in una giornata commemorativa che si scontra con le difficoltà della realtà quotidiana quando i riflettori sono puntati altrove.
TESTIMONI DI GIUSTIZIA LASCIATI SOLI CONTRO LA MAFIA
“Lo Stato ci ha abbandonato”. Valeria Grasso e Ignazio Cutrò, due testimoni di giustizia, si sono incatenati da questa mattina davanti al Viminale, sede del ministero dell'Interno a Roma. Chiedono risposte al ministro Maroni e al Governo. “Non vogliamo denaro - spiegano -, ma garanzie per tornare a lavorare in sicurezza e dare un futuro alle le nostre famiglie”. Con loro L'onorevole Sonia Alfano, responsabile Nazionale Idv dipartimento contro la mafia, che segue la loro vicenda da mesi, il deputato dell'Italia dei valori, Franco Barbato e il Consigliere regionale Idv della Lombardia, Giulio Cavalli.
MALATI DI MINIMA COSCIENZA, POLVERINI DI MASSIMA INCOSCIENZA
Il diritto alla salute, da assoluto, è diventato relativo, a causa di tagli indiscriminati alla sanità che, tanto per cambiare, si abbattono sui più deboli. Secondo il Presidente del Lazio, Renata Polverini, la sanità della regione avrebbe dovuto essere risanata tagliando gli sprechi e non gli ospedali, ma la realtà dei fatti è molto diversa: 3.068 posti letti in meno, ridimensionamento dell’assistenza, stop ai finanziamenti alla cliniche private che, a costo zero per il malato, sostituivano gli ospedali quando questi non avevano capacità di allettamento nel percorsi di lunga degenza.
I tagli della Polvernini hanno ricadute su persone reali, con nome e cognome, con una storia clinica che necessita intervento.
Ci hanno segnalato un caso che, per drammaticità e urgenza, necessitava un nostro intervento: 9 pazienti in stato di minima coscienza stanno rischiando di essere abbandonati senza cure dalla sanità del Lazio.
Per conoscerli mi sono recato alla casa di Cura S.Giuseppe, dove il reparto di riabilitazione cod.75 (ex Rai), che al momento ospita i 9 pazienti sta chiudendo.
I pazienti in questione rappresentano una delicata e particolare tipologia clinico-assistenziale in quanto alcuni versano in condizioni di stato vegetativo e di minima coscienza, altri hanno bisogno di un percorso riabilitativo adeguato e continuativo post traumatico. Queste nove persone sono state salvate dalla morte e rianimate dal coma, ma, poiché non ci sono risorse per fornirgli fisioterapia e riabilitazione, non possono essere restituiti alla vita normale, non può essere ridata loro la parola, la capacità di movimento, l’autonomia.
In data 13 ottobre 2009, il Decreto del Presidente Polverini, in qualità di Commissario ad acta, ha disposto la cessazione del reparto di Neuro Riabilitazione di alta specialità cod. 75 (exRAI) entro il 31 marzo 2010, senza però prevedere alcun piano di trasferimento dei pazienti.
Una serie di proroghe ha permesso alla Regione Lazio di rimandare il momento fatale dell’abbandono o del difficile spostamento in altre strutture, ma l'ultima è scaduta il 30 settembre scorso, e adesso questi pazienti “fantasma” non hanno un posto assegnato.
La Regione ha paventato di mandarli in strutture che non hanno adeguati standard o addirittura di trasferirli a Velletri, cosa che renderebbe di fatto impossibile per i familiari poterli assistere.
Lo scorso primo ottobre la Casa di Cura ha diffidato la Regione Lazio per la sua perdurante inerzia e ha comunicato l'intenzione di interrompere il servizio per mancanza dei necessari titoli autorizzativi.
I familiari sono mesi che chiedono un incontro con la Regione, perché, senza assistenza, i loro malati stanno regredendo e vanificando tutto il lavoro di riabilitazione fatto negli anni, ma la Polverini non ha dato alcuna risposta. Eppure queste persone stanno soltanto cercando di tutelare il diritto alla dignità e alla continuità riabilitativa di queste persone speciali, per mantenere la promessa di vita che la nostra società ha fatto loro permettendo l'utilizzo di avanzatissime tecniche di rianimazione.
A causa dei tagli indiscriminati, senza attenzione alle tipologie di malati e alle loro necessità, i più deboli rimangono schiacciati nel meccanismo finanziario.
Per questo ho voluto incontrare i malati ed i loro familiari e denunciare alla stampa la grave situazione che sono costretti a vivere, per dare un volto a coloro che in questa logica sono solo “9 posti letto in meno”.
Dopo la mia visita in clinica, grazie alla tenacia dei familiari, e alla denuncia del Corriere della Sera, il Sub Commissario alla Regione Mario Morlacco, ha promesso una proroga dell’assistenza al San Giuseppe fino a gennaio 2011, nonché, dopo la conversione del reparto cod. 75 in RSA R1 (con una assistenza insufficiente cioè per questo tipo di malati), di dare, fuori regime, dell’assistenza aggiuntiva.
Tuttavia queste promesse devono diventare decreti scritti, e a firmarli dovrà essere il Presidente della Regione Polverini. Per questo continueremo a vigilare, a dare un nome e un volto a questi malati, a pretendere che a loro e ai loro familiari sia assicurato un futuro. La sanità non è fatta di numeri, ma di persone. E come Italia dei valori ci batteremo perché queste persone abbiano riconosciuto il diritto alla salute sancito dalla nostra bella Costituzione.
MARONI BLINDA MONTECITORIO
Oggi in Aula c’è il voto finale sul Ddl Università. Abbiamo detto ampiamente quello che pensiamo sulla riforma Gelmini, in una sola parola pessima. Le Università sono occupate. Gli studenti sono sui tetti, insieme a ricercatori e professori. Ma fuori dal palazzo sta accadendo qualcosa che non si era mai vista prima. Decine camionette di carabinieri, poliziotti e guardia di finanza (guarda il video) hanno circondato Montecitorio e Palazzo Chigi per impedire agli studenti di avvicinarsi, con un dispiegamento di forze impressionante. Il ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha ordinato alle forze dell’ordine di predisporre un rigido blocco di tutte le strade che circondano piazza Montecitorio. Il sit in degli studenti era stato autorizzato dalla questura ma le strade sono state chiuse e piazza Montecitorio è irraggiungibile, off limits. Una scelta sbagliata quella del ministro Maroni, una scelta che, siamo i primi a scongiurarlo, potrebbe far accendere gli animi ed avere conseguenze, Dio non voglia, ben più gravi. In Aula, Valentina Aprea del Pdl, relatrice del provvedimento Gelmini, ha invitato nell’Aula tutti i partiti al senso di responsabilità, a mantenere toni bassi nel confronto politico per evitare che fuori dal palazzo possa accadere il peggio. Parole condivisibili ma la scelta del governo di porre un blocco rigidissimo, e che le forze dell’ordine sono state costrette ad attuare, seppure vogliamo sperare assunta in buona fede per scongiurare possibili scontri, rischia di apparire come una provocazione per centinaia di studenti in protesta pacifica. C’è un silenzio assordante in queste ore intorno ai palazzi, un silenzio che colpisce ferisce la nostra democrazia. Guardate le immagini che abbiamo girato per voi. Un muro umano di carabinieri, di ferro e acciaio delle camionette delle forze dell’ordine è il segnale di un palazzo che si chiude a riccio, che si fa sordo alle istanze degli studenti, dei professori, dei ricercatori, degli insegnanti avviliti ed umiliati da questa riforma. Le forze dell’ordine hanno l’obbligo di salvaguardare l’integrità degli edifici delle sedi istituzionali e di evitare scontri fisici ma, al contempo il ministro Maroni ha il dovere di garantire il diritto di manifestare degli studenti. Bisognava ottemperare alle due esigenze, con uguale rispetto, perché non c’è democrazia se cala il silenzio sulla piazza.
DDL GELMINI: IL GOVERNO “SOSPENDE" LA COSTITUZIONE
Il Governo ha paura degli studenti e dei ricercatori che in tutta Italia stanno protestando contro una riforma dell'Università che toglie risorse agli atenei pubblici in favore di quelli privati. Che non incoraggia la ricerca, ma anzi, costringerà migliaia di giovani ad emigrare all'estero. Che, contrariamente da quanto annunciato, oggi con un subemendamento ha restituito ai “baroni”, permettendo loro di continuare ad assumere parenti e amici come fanno da decenni.
Il Governo ha paura degli studenti che a migliaia si sono ritrovati a Roma davanti alla Camera dei deputati, dove il Ddl Gelmini è in via di approvazione.
Una paura feroce che ha spinto un esecutivo sempre più debole a schierare la forza di migliaia di agenti in tenuta antisommossa. Sotto la pioggia centinaia di posti di blocco sono dislocati nel centro della città e impediscono l'accesso, oltre che ad auto e moto, anche ai pedoni.
Vietato passare: oggi a Roma non si va a zonzo, non si incontrano gli amici, non si può andare in un ristorante, in un bar, in un locale qualsiasi situato nella “zona vietata” (praticamente buona parte del centro della città). Chi si reca al lavoro deve “provarlo”, oppure è costretto a fare dei giri incredibili.
Un governicchio nel panico ha in pratica sospeso le libertà costituzionalmente garantite.
Berlusconi e soci temono un nuovo, pacifico, "assalto" come accaduto al Senato la scorsa settimana e per evitarlo creano il caos. Roma è bloccata, il traffico è paralizzato, gli autobus deviati restano a loro volta imbottigliati per strada. Piazza Montecitorio, blindata fin dal mattino con decine di mezzi della polizia e dei carabinieri, è inaccessibile anche (soprattutto) ai pedoni.
La rabbia dei cittadini si scarica sugli incolpevoli agenti obbligati a far rispettare ordini inspiegabili. Un anziano signore ha sintetizzato così la situazione: “Dopo la guerra mai avrei pensato di rivivere momenti del genere”.
ANCORA UNA VOLTA BOCCIATA LA GELMINI
L’On. Di Giuseppe ha chiamato il Ministro Gelmini a rispondere in Parlamento dell’iniquo trattamento riservato ai precari della scuola per effetto dei provvedimenti spacciati dal Governo come “salva-precari”, ma che in realtà di salvifico hanno ben poco. Infatti si tratta di decreti che nei fatti, al di là della nomenclatura, condannano molti precari alla rinuncia ai benefici della disoccupazione ordinaria, che sarebbe spettata loro se non fossero stati oggetto delle premure del Ministro e dei suoi diabolici collaboratori.
L’On. Di Giuseppe ha interrogato la Gelmini, ponendole quesiti definiti “tecnici” dallo stesso Ministro; la Gelmini che - diciamolo - anche questa volta si è presentata impreparata all’interrogazione, ha risposto fin dall’inizio arrampicandosi sugli specchi e cercando goffamente di mescolare le carte in tavola: ha esordito infatti utilizzando il luogo comune dell’eredità dei precedenti governi circa la formazione del problema del precariato (come se non fosse stata lei a tagliare 67.000 cattedre e 35.000 ATA in due anni!), per poi passare a millantare le scelte operate dall’attuale governo per “evitare che tanti giovani venissero ancora illusi con false promesse”. Ci chiediamo: a cosa intendeva riferirsi il Ministro? Forse “le false promesse” fatte ai giovani sono le aspettative di un impiego stabile, legittimamente maturate da chi per anni ha lavorato su cattedre vuote all’interno delle scuole italiane? Infatti è doveroso precisare che i precari a cui è rivolto il salva-precari sono quelli che fino allo scorso anno scolastico erano regolarmente assunti su cattedre, nella maggior parte dei casi, prive di titolare ed erano in attesa della stabilizzazione lavorativa che ci sarebbe stata, senza i tagli del governo!
Infatti per estromettere questi lavoratori dalla scuola, il Ministro ha dovuto elaborare quella catastrofica pseudo-riforma che riduce, in certi casi drasticamente, le ore che i ragazzi passano a scuola: un caso clamoroso è quello del liceo linguistico che passa da 34 a 27 ore settimanali al biennio e da 35 a 30 ore settimanali al triennio! Ha dovuto poi aumentare il numero degli alunni nelle classi: pensate che ci sono arrivate denunce di classi che superano i 40 alunni, senza alcun riguardo per le leggi sulla sicurezza che impongono in ogni caso di non oltrepassare il limite di 26 persone in un’aula scolastica per garantire, in caso di evacuazione improvvisa, la possibilità a tutti di accedere alle vie di fuga. Chissà se la Gelmini iscriverà sua figlia in una di queste scuole, noi scommettiamo che si guarderà bene dal farlo! Facile, in queste condizioni, incolpare gli insegnanti dei disastri del nostro sistema di istruzione!
Quando la Gelmini è entrata nel merito della risposta se non altro ha ammesso che il salva-precari non è altro se non “una semplificazione delle procedure” perché non concede alcun beneficio economico al di là della normale indennità di disoccupazione che spetta ad ogni lavoratore che possiede i requisiti previsti dall’INPS. Se non concede alcun beneficio economico oltre quello che l’INPS concede regolarmente a qualsiasi lavoratore, perché il Ministro lo ha spacciato per un provvedimento salva-precari? Forse ci troviamo di fronte ad un’altra bufala “del governo del fare”: si annunciano grandi riforme e provvedimenti legislativi che nei fatti si rivelano assolutamente inefficaci o addirittura peggiorativi dell’esistente.
Ma questa volta il Ministro Gelmini si è spinta oltre: non avendo assolutamente capito quale fosse il meccanismo perverso che questo provvedimento ha innescato presso l’INPS, ha dichiarato che il salva-precari “non ha previsto alcun trattamento di sfavore rispetto ai soggetti che si trovano nelle stesse condizioni dei precari della scuola inclusi nel salva-precari”. L’on. Di Giuseppe nella replica ha dovuto, a ragione, apostrofare il Ministro, dichiarando apertamente la propria insoddisfazione rispetto alla risposta. L’IdV non solo si ritiene insoddisfatto, ma prova anche una profonda indignazione: di fronte ad un parlamentare che sta ponendo una questione specifica che riguarda centinaia di precari rimasti senza lavoro e senza indennità di disoccupazione, il Ministro non si è preso neanche la briga di verificare come stanno realmente le cose. Se il Ministro si fosse rivolto, come abbiamo fatto noi, a qualsiasi ufficio INPS, un semplice impiegato avrebbe saputo spiegarle i termini della questione. Certo non è stato facile comprendere a fondo i meccanismi tecnici con cui l’INPS determina la liquidazione dell’indennità di disoccupazione, ma, se ci siamo riuscite noi che non siamo ministri, pretendiamo che i membri del Governo che ci rappresenta nelle sedi istituzionali sia in grado di farlo. E quindi anche questa volta dobbiamo concludere bocciando la Gelmini, il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca della Repubblica italiana.
Letizia Bosco e Ilaria Persi
Tobin tax e 5 per mille. Togliamo (un pò) ai ricchi per dare (tanto) ai poveri
Aiuti alla cooperazione? Non ci sono fondi sufficienti, occorrono dei sacrifici! Erogazione del 5 per mille alle associazioni no-profit? Idem, con patatine… Acquisto di nuovi, inutili e costosissimi cacciabombardieri F-35 per le missioni di “pace”? I fondi, invece, come per incanto, saltano fuori. Ci sono, e tanti!
Si riassume così l’impegno del Governo per gli Aiuti ai Paesi in via di sviluppo e per il Terzo settore. Ovvero: disinteresse assoluto. E se a questo aggiungiamo la contrarietà del nostro Paese, o meglio di chi lo (s)governa, all’adozione della tassazione delle transazioni finanziarie, una parte della quale potrebbe essere destinata al raggiungimento degli Otto Obiettivi del Millennio, tra i quali la lotta alla povertà e la cooperazione allo sviluppo, il quadro si fa più completo, e inquietante.
Il gruppo parlamentare di Italia dei Valori, nel corso dell’attuale legislatura, si è spesso occupato di questi temi attraverso proposte di legge, mozioni, interpellanze e interrogazioni. E anche con ordini del giorno. Proprio due di questi sono stati recentemente accolti dal Governo nel corso dell’esame, e approvazione, della legge di stabilità per il 2011. Questi Odg riguardano sia la tassazione delle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin Tax) sia l’inaccettabile riduzione del 75% dell’erogazione del 5 per mille per le associazioni non profit.
È tangibile l’impatto che la crisi economica ha, a livello globale, sulle già precarie e fragili economie dei Paesi in via di sviluppo e del Terzo mondo e che rischia di avere ben più gravi conseguenze di quelle che patiscono le società occidentali. Si rende pertanto necessario un cambiamento di rotta. Un primo passo in questa direzione è stato da tempo individuato in una proposta, avanzata per la prima volta nel 1972 dal premio Nobel per l’economia James Tobin, basata sull’istituzione di un’imposta sulle transazioni valutarie, la cosiddetta “Tobin tax”, che ha raccolto negli ultimi anni il consenso di gruppi, movimenti politici, parlamento e governi sempre più numerosi e significativi e una straordinaria convergenza da parte di economisti di diversa provenienza culturale e politica.
Il primo Odg presentato dall’Italia dei Valori riguarda proprio l’introduzione della Tobin Tax che, oltre a contribuire alla riduzione dell’instabilità sui mercati finanziari, potrebbe simbolicamente rappresentare una netta inversione di tendenza rispetto alle scelte di deregolamentazione dell’ultimo ventennio. Uno strumento semplice, dunque, per il perseguimento di molti obiettivi complessi, non ultimo quello di contribuire a determinare risorse addizionali per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e per far fronte ai danni sociali causati dalla crisi attuale, in particolare rispetto all’erogazione dell’Aiuto allo sviluppo dei Paesi più poveri. L’introduzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie, finalizzata al sostegno delle politiche di cooperazione allo sviluppo, non può certo ridursi a una tassa a livello nazionale e quindi occorre armonizzare iniziative tra i Paesi dell’Unione Europea, ma anche d’intesa con gli Stati Uniti e con le altre potenze mondiali per non vanificare la possibilità di percorrere la strada alternativa. E segnali positivi in tal senso ce ne sono, anche se bisogna fare ancora molto. Ecco le ragioni per le quali Italia dei Valori ha presentato l’Odg che è stato accolto dal Governo e che auspichiamo si concretizzi in un impegno a verificare la praticabilità a livello internazionale di questa proposta.
Il secondo Odg, anche questo accolto, riguarda invece la questione dell’erogazione del 5 per mille alle associazioni e agli enti no-profit. La vergogna più eclatante e inaccettabile è il taglio del 75% dei fondi a ciò preposti. E’ come se la libera scelta che ciascuno di noi opera all’atto della dichiarazione dei redditi, per destinare il 5 per mille a quanti prestano un servizio di utilità sociale e si impegnano in prima persona a supplire l’inadeguatezza dello Stato in materia di assistenza sanitaria e domiciliare, per fare un esempio, fosse stata di fatto annullata. L’Italia dei Valori ha impegnato il Governo a adottare le opportune iniziative, anche normative, volte a dare definitiva stabilizzazione, certezza e tempestività nell’erogazione di questi fondi a favore di associazioni, scuole, università, enti di ricerca, per consentire loro di programmare le attività di sostegno e di impegno sociale, ma anche a ripristinare i fondi già previsti per il 2010 (pari a 400 milioni di euro) selvaggiamente decurtati in questa prima, nuova legge di stabilità, e ridotti appunto del 75%, a 100 milioni di euro.
Certo, razionalizzare e contenere i costi sono priorità non più procrastinabili per non rischiare di fare – per dirla con il Guzzanti di Vieni via con me – non la fine della Grecia, bensì “la fine dell’Italia”. Questo Governo, si sa, persegue la strada dei tagli trasversali e della difesa delle rendite. Noi dell’Italia dei Valori, invece, proponiamo una strada più sostenibile: un po’ più sacrifici per chi ha le spalle più larghe per dar fiato - e speranza - a chi è schiacciato dal peso della crisi, e non solo di questa…
25 novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
Le coordinatrici donne IdV in occasione della Giornata mondiale per l'eliminazione della violenza contro le donne, sancita dalla risoluzione ONU n. 54/134 del 17.12.1999, ritengono indispensabile contrastare la violenza di genere con politiche coordinate ed integrate idonee a coinvolgere la societa' civile e rilanciano la giornata del 25 novembre come momento di impegno e di riflessione.
La violenza contro le donne è, forse, la violazione dei diritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini né geografia, cultura o ricchezza. Fintanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace”. Kofi Annan
L’Assemblea Generale dell'ONU ha ufficializzato la data a ricordo del brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal, avvenuto il 25 nov.1960, le tre sorelle sono infatti considerate esempio di donne rivoluzionarie per l'impegno con cui tentarono di contrastare il regime dittatoriale di Rafael Leònida Trujillo.
Troppe donne di ogni età, provenienza e religione, ancora ai nostri giorni, sono oggetto di soprusi e violenze di ogni tipo. Non meno odiosa ed umiliante la violenza che si perpetua attraverso l'uso perverso dei media nel proporre lo stereotipo della donna come oggetto d'uso, status symbol della potenza economica e della virilità maschile.
La violenza contro le donne lede profondamente i diritti e la dignità umana, non conosce differenze socio-culturali e non ha tempo né confini. Né si tratta soltanto di una piaga sociale perché investe pesantemente la sanità e l'economia. E’ endemica e non risparmia nessuna nazione o paese, industrializzato o in via di sviluppo che sia. Vittime ed aggressori appartengono a tutte le classi sociali e, al di là di quanto si possa pensare, il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti dagli amici e colleghi di lavoro. Secondo l’Oms una donna su cinque ha subito, nella sua vita, abusi fisici o sessuali da parte di un uomo.
La violenza sessuale è stata anche, da poco, riconosciuta come “arma di guerra” dalle leggi internazionali.
Lo stupro colpisce ogni parte del globo: i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità fissano tra il 14 ed il 20 per cento il numero di donne che subiscono uno stupro durante il corso della vita.
Le mutilazioni genitali sono una pratica ancora ampiamente utilizzata, effettuata quasi sempre in condizioni sanitarie abominevoli, senza anestesia e soprattutto su bambine anche in tenerissima età. Gli effetti sulla salute e sulla sfera psicologica sono devastanti, e colpiscono le donne in ogni momento della loro vita sessuale e riproduttiva. Oggi sarebbero 130 milioni le donne che hanno subito questo genere di mutilazione, e i flussi migratori hanno portato il problema (e le sue conseguenze) anche nelle ricche civiltà occidentali.
Condividendo il pensiero di Amnesty International, le Donne dell'Italia dei Valori puntano l'attenzione sullo stretto connubio tra povertà e violenza quale circolo vizioso da spezzare per garantire a tutte le donne il diritto a vivere una vita libera dalla violenza. La donna che vive in povertà vede troppo spesso violati i suoi diritti: costretta a sposarsi in età precoce, discriminata per la sua etnia o religione, oggetto di violenza
sessuale, priva dell'accesso all'istruzione e senza autonomia economica. La povertà, per questa donna, non é soltanto mancanza di reddito, ma impossibilità di vivere una vita dignitosa, di partecipare ai processi decisionali e di far sentire la sua voce.
Le Donne di Italia dei Valori, chiedono con forza che si attivino specifiche azioni di contrasto e di prevenzione contro ogni forma di violenza di genere. Chiedono che a partire dalle scuole si attivino azioni educative a largo raggio per contrastare il permanere di stereotipi sessisti e discriminazioni di genere; che si incrementino ad ogni livello politico azioni di prevenzione e di sostegno alle donne vittime di violenza; che si agevoli l’attuazione di programmi di azioni positive e di pari opportunità mirati a valorizzare capacità, competenze e partecipazione femminile in ogni ambito della vita sociale, economica, politica del paese.
Le coordinatrici regionali donne IdV
Rifiuti, Barbato ne porta un sacchetto in Aula e viene picchiato
La situazione dei rifiuti in Campania è diventata insostenibile, le strade sono piene di sacchetti di immondizia e il presidente del Consiglio Berlusconi continua a dire che si tratta di una “mistificazione”, come ha fatto ieri durante la trasmissione Ballarò. In segno di protesta a questa mancanza di decisionismo che sta creando grandi problemi ambientali e di salute in Campania, il deputato dell’Italia dei Valori Franco Barbato, questa mattina, ha portato nell’Aula della Camera un sacchetto di rifiuti. Ritenendo l'intervento inopportuno, il presidente Gianfranco Fini ha chiesto più volte a Barbato di recedere dalle sue intenzioni e alla fine lo ha espulso, sospendendo la seduta.
Oltre a essere stato insultato e sbeffeggiato dai deputati del centrodestra, il deputato Idv pare sia stato anche colpito a un occhio. Infatti, alla ripresa dei lavori parlamentari, il collega Fabio Evangelisti ha detto di non avere “nulla da eccepire” rispetto al comportamento di Fini, però ha voluto denunciare che “a seduta sospesa due colleghi si sono avvicinati a Barbato e uno di questi lo ha ripetutamente schiaffeggiato sulla nuca”, invitando i deputati questori a visionare i filmati realizzati dalla Camera.
“So solo che era alto, grosso e del Pdl, credo – ha poi raccontato Barbato -. Mentre uscivo dall'aula mi sono arrivate delle botte, una mi ha preso all'occhio sinistro”. Il parlamentare Idv, in prima linea nella protesta sui rifiuti di Napoli, ha aggiunto che il suo gesto “serve a ricordare a questi signori che ogni giorno i bambini napoletani devono fare la gimkana tra i sacchetti di immondizia. Una vergogna, mentre il premier ieri a Ballarò ha voluto far credere che fosse una menzogna”.
Anche il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ha appoggiato l’iniziativa di Barbato, spiegando che “Berlusconi continua a dire che in Campania non ci sono più rifiuti: ne abbiamo quindi portati alcuni in Aula affinché il governo li veda e, speriamo, la smetta di mentire”. Di Pietro, dalle pagine del suo blog, ha anche annunciato che lunedì prossimo una delegazione di deputati e senatori dell'Italia dei Valori si recherà davanti ad alcune discariche del napoletano per dare vita ad una iniziativa di solidarietà. “Sarà una manifestazione simbolica - ha detto il leader dell’Idv - nel corso della quale impugneremo le scope e anche noi cercheremo di fare un po’ di pulizia”.
Acqua all’arsenico, a rischio 250 mila famiglie
Il monito dell’Unione Europea è stato chiaro: nessuna possibilità di innalzamento dei limiti sulla concentrazione di arsenico nelle acque a uso alimentare. L'Italia aveva chiesto una deroga ma dall'Europa la chiusura è stata motivata con la possibile insorgenza di malattie, tra le quali anche il cancro. Il problema, nel nostro paese, riguarda circa 250 mila famiglie in cinque regioni per un totale di 128 comuni, 91 dei quali nel Lazio, sparsi tra le provincie di Roma, Latina e Viterbo. A breve in questi centri dove i valori massimi di arsenico raggiungono i 50 microgrammi per litro contro i 10 consentiti dalla legge, i sindaci saranno costretti a chiudere i rubinetti. Nel Lazio, che è la regione più interessata dal fenomeno, gli utenti coinvolti sono 115.490 a Latina, 66.624 ad Aprilia, 62.441 a Viterbo, 18 mila a Sabaudia e 10 mila ad Albano. In Toscana acque a rischio a Piombino, Cecina, Porto Azzurro, Porto Ferraio, Foiano della Chiana, Montevarchi, Campo nell'Elba, Rio Marina, San Vincenzo. Problemi anche a Orvieto in Umbria, mentre a Solda di Fuori, in Alto Adige, sono “appena” 25 gli abitanti che potrebbero restare senza acqua potabile.
E' una situazione molto grave, se si considera che nel Lazio, a parte qualche articolo di stampa, non è arrivata nessuna comunicazione ufficiale da parte delle autorità alle famiglie a rischio. Eppure pare che Acea, Regione e Commissariato alle acque potabili stiano sistemando delle specie di filtri per abbassare la presenza dell’arsenico negli acquedotti che fanno rilevare dati fuori norma. Alcuni gruppi di cittadini si stanno organizzando in proprio, con i filtri nei rubinetti di casa.
Il caso, oltre alle implicazioni di carattere sanitario sulle quali vigileremo, apre uno scenario inquietante sull'erogazione di un servizio primario per i cittadini. Cosa accadrebbe se dovesse andare in porto lo scellerato progetto di privatizzazione dell'acqua? Chi garantirebbe la qualità dell'acqua in un sistema votato solo al profitto?
Con la riforma Gelmini il governo volta le spalle alle nuove generazioni
Noi dell’Italia dei valori abbiamo ribadito il nostro no senza se e senza ma alla controriforma Gelmini che ha massacrato l’istruzione italiana e che ha devastato la scuola e l’università privandole di fondamentali risorse. Oggi, in Aula, alla Camera, ci siamo battuti, presentando un ordine del giorno, per chiedere l’aumento dei fondi drasticamente tagliati. Abbiamo, inoltre, presentato una serie di emendamenti che hanno tutta la dignità di una vera riforma dell’università.
Occorre, infatti, rivedere la governance dell’università. Siamo convinti che occorra abolire i consigli d’amministrazione perché sono un luogo di impropria presenza di personaggi estranei ed esterni al mondo accademico. Bisogna invece aumentare la partecipazione del Senato accademico affinché diventi un punto di riferimento per l’università e serve affidare ad un direttore generale unico il funzionamento della gestione dell’ateneo, che deve essere legato ad equilibri diversi che oggi non sempre corrispondono alla corretta gestione delle risorse. E, piuttosto che moltiplicare le sedi universitarie fantasma, volute da qualche politico locale, occorre dare più strumenti agli studenti.
Nel mondo della scuola e dell’università ci sono decine di persone che ormai vivono nella tragedia del precariato perenne e che sono condannati a difendersi per sopravvivere. Condannati non a vivere ma alla sopravvivenza. Il governo non ha affrontato neanche il problema dei ricercatori ed è stato cancellato il loro futuro. Il tutto dopo vari mesi di dibattiti, occupazioni e proteste. I ricercatori esistono, hanno delle ottime professionalità, hanno lavorato duramente, alcuni hanno quaranta o cinquant’anni e sono tutt’ora precari. Il comportamento del governo, in questo settore, sta creando un immenso danno all’economia dell’Italia e al futuro delle nuove generazioni.
Non stiamo parlando di una cosa bella e giusta, ma dello sviluppo economico del nostro Paese. Le altre nazioni che hanno attraversato e attraversano una crisi internazionale, spesso richiamata per giustificare scelte e tagli senza senso, hanno preferito non sacrificare anzi, incrementare proprio la ricerca e l’università a favore delle nuove generazioni. Questo è il senso della nostra posizione e dei nostri emendamenti, che costituiscono un’ipotesi alternativa di governo. Perché verrà il giorno in cui chi dice queste cose governerà finalmente il Paese, e quando accadrà, sicuramente porteremo avanti questo progetto e cercheremo di cancellare i danni che voi avete fatto in questi anni. Cercheremo soprattutto di evitare in quest’Aula, con tutti gli strumenti che il Parlamento ci consente, di impedire che questa legge venga approvata.
Discarica abusiva di Celano, l’indifferenza degli amministratori
Rifiuti d'Italia
Seconda parte
Non solo Campania. La mappa italiana delle zone a rischio rifiuti è ampia e ben distribuita su tutto il territorio nazionale. La prossima emergenza potrebbe “esplodere” domani stesso in buona parte dei circa ottomila comuni della Penisola. A meno che si provveda localmente a far fronte alla situazione. Spesso, infatti, a fare la differenza tra buona e cattiva gestione è l’iniziativa dei singoli amministratori: sindaci, presidenti di Provincia e di Regione. Cosa che mette in luce ancor di più le deficienze del Governo nel dettare, e far rispettare, le norme generali per la corretta amministrazione del ciclo rifiuti.
Secondo il Rapporto 2009 dell’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, non esistono, nel nostro Paese, regioni totalmente virtuose. A fronte di buoni esempi come Molise, Lombardia ed Emilia Romagna, si rilevano situazioni al limite in Campania, Puglia e Sicilia. Seguono Calabria, Liguria, Abruzzo, Marche, Lazio. In questa regione, in particolare, tiene banco la discarica romana di Malagrotta, la più grande d’Europa, alla quale abbiamo dedicato la prima puntata di questa inchiesta.
Tuttavia c’è un fenomeno più subdolo e pericoloso della mala gestione, diciamo così ordinaria del problema, ed è quello delle discariche abusive: “Copertone selvaggio”, come lo ha chiamato Legambiente nel dossier sul traffico e lo smaltimento illegale di pneumatici fuori uso (quasi 100 mila l’anno), gettati in siti abusivi, spesso preda della criminalità organizzata, dove finiscono anche altri materiali pericolosi come amianto, olii usati, batterie esauste, con grave degrado per il paesaggio, l’ambiente e la salute dei cittadini. Un cancro le cui metastasi sono ramificate lungo tutto lo stivale e interessano spesso anche zone sottoposte a vincoli ambientali.
In una Regione come l’Abruzzo, ad esempio, che ospita tra gli altri, il più antico parco nazionale italiano e che ha fatto della salvaguardia dell’ambiente una bandiera, colpisce negativamente l’incuria e il “criminale” disinteressamento dell’amministrazione locale di Celano, in provincia dell’Aquila (sindaco il Senatore Filippo Piccone, che è anche coordinatore del Pdl in Abruzzo), per una discarica abusiva a cielo aperto situata nel territorio comunale, ai margini della piana del Fucino: quella conca nella Marsica, la cui bellezza è stata così vivamente descritta dallo scrittore Ignazio Silone (la sua salma riposa a Pescina, a pochi chilometri da qui), che ospita, tra le altre cose, l’avveniristico centro per le comunicazioni satellitari di Telespazio.
Il sito occupa oltre 20 ettari di terreno completamente devastato e colmo di gomme, pezzi d’auto, rifiuti urbani e di cantieri edili, materiali plastici, vernici, olii e chissà cos’altro. Ci sono anche cave abusive dove potrebbero essere stati sepolti materiali molto pericolosi. Il tutto nel totale disinteressamento degli enti locali.
A fare le prime denunce, già nel 2009, un giornalista della zona, Angelo Venti, direttore del quotidiano online Site.it. A lui abbiamo chiesto di parlarci della situazione. Ecco cosa ci ha detto:
“Noi ci siamo occupati della discarica dal gennaio/febbraio 2009, perche nell’agosto precedente c’era stato un grosso incendio proprio in quell’area, con colonne di fumo visibili da decine di chilometri di distanza. A bruciare erano copertoni, pezzi di ricambio auto, resina… c’era di tutto. Quando siamo tornati a controllare, appunto a gennaio, nonostante l’incendio, nel frattempo erano ricomparsi cumuli di rifiuti. L’area è anche interessata da una serie di cave abusive, riempite anch’esse di scarti vari e poi ricoperte. Che cosa c’è sotto questi cumuli non si sa, ma potrebbe esserci anche del materiale pericoloso scaricato probabilmente da ditte che lo ritiravano dalle piccole aziende della zona.
In passato c’erano già stati degli interventi della Forestale, ma non è cambiato nulla. Nelle vicinanze insiste anche una discarica comunale che è stata chiusa per irregolarità ambientali. Doveva essere bonificata, invece è ancora chiusa, mi pare sotto sequestro.
Tornando alla discarica abusiva, dopo che ce ne siamo occupati nel 2009, pubblicando i nostri rilievi sul sito www.site.it, è partita un’indagine, mi pare della Forestale, che ha rimesso un rapporto alla Procura della Repubblica che credo abbia aperto un’inchiesta. Dico questo perché poco dopo abbiamo avuto notizia di un sopralluogo degli uomini della forestale e dei tecnici dell’Agenzia Regionale per l’Ambiente fissato per la mattina del 6 aprile 2009; sopralluogo che non c’è stato a causa del terremoto che proprio quel giorno ha colpito la provincia dell’Aquila.
Va detto che l’area è enorme e recintarla costerebbe tantissimo, però si potevano almeno chiudere le strade d’accesso, in modo da rendere più difficoltoso lo scarico illegale dei rifiuti. Purtroppo nulla di tutto questo è stato fatto.
E’ importante sottolineare che l’area è in gran parte di proprietà comunale e in questo senso sorprende il fatto che il Comune di Celano non abbia preso provvedimenti, visto anche le responsabilità che potrebbero comunque avere in questi casi, sia l’amministrazione comunale, sia direttamente il sindaco”.
Danilo Sinibaldi
Emiliano Morrone
La doppia Italia
“Nel grave momento che stiamo attraversando serve la massima responsabilità in primis da parte di chi ha l’onore e l’onere di governare e deve onorare questo impegno attraverso l’agenda di governo. Vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà”.
E’ lui, Gianfranco Fini. Chi se lo sarebbe mai aspettato? Alcuni ormai lo vedevano come il Che Guevara della destra. Altri come il Che Guevara della sinistra. Altri ancora come un grande equilibrista del circo Orfei. Ecco, io appartengo a quest’ultima categoria. Il percorso dei finiani è tortuoso: pare che molte cose siano cambiate da quando a Perugia Gianfranco Fini chiedeva a gran voce le dimissioni del premier. Ieri infatti, mentre si trovava in corsia di sorpasso, ha piantato una brusca frenata che ha ovviamente causato un tamponamento a catena. A fare i rilievi del disastro politico di Fli, travolta dalle proteste dei suoi militanti (che non accennano a placarsi nonostante molti deputati e senatori stiano tentando di nascondere la polvere sotto il tappeto), è Umberto Bossi, che dice di essere sicuro che il Governo Berlusconi andrà avanti ma dice anche che preferirebbe le elezioni: qualcuno gli spieghi cosa succederà il 14 dicembre prossimo, perché pare non averlo capito.
Fini, basco con la stellina in testa, qualche giorno fa ha ritirato la delegazione al Governo. Atto politico che sigilla la fine totale di ogni possibilità di dialogo con Berlusconi. Poi auspica “responsabilità” da parte del premier e cita la cosiddetta “agenda di governo”, che dovrebbe basarsi su quelli che lui stesso, con fare stizzito, ha definito “punticini” durante la convention in Umbria. Un colpo al cerchio e uno alla botte, in nome dei punti percentuali.
E gli italiani che fanno? Buona parte di loro fa i conti per capire se questo mese riusciranno a pagare le bollette, perchè in inverno c’è anche il riscaldamento. Altri stanno chiedendo un aiuto alle banche per la loro piccola azienda in crisi e ora magari travolta dal fango. Altri cercano un lavoro, molti altri non lo cercano più e altrettanti hanno la valigia socchiusa e il biglietto low cost nel cassetto.
Gli italiani vivono, piangono e gioiscono, soffrono e si riprendono. Vivono, già, ma una vita reale, lontana anni luce da un’empasse politica causata solo da interessi personali e calcoli statistici. Gli italiani sanno che a Fini, Bossi e Berlusconi frega nulla della loro vita reale, e che per andare alle elezioni ognuno di loro aspetta sondaggi favorevoli o offerte che “non si possono rifiutare”. Berlusconi e Bossi, visti i sondaggi che ora li danno perdenti, rallentano. E mentre loro contano, mediano e calcolano, un operaio viene schiacciato da una pressa e i lavoratori immigrati che protestano vengono espulsi in virtù del motto di Governo “punirne uno per educarne cento”. E, all’orizzonte, si intravede un’altra triste realtà: dopo l’Irlanda il prossimo sistema economico a tremare sul serio sarà il nostro. E allora tutto finirà, la vita reale così come quella politica.
Ci sono due paesi, due mondi, tra cui esiste una incomunicabilità cronica: da una parte la gente “normale”, dall’altra i professionisti della politica. Da una parte si sopravvive, dall’altra si supervive. Non serve un governo di unità o solidarietà nazionale, serve un elettorato di solidarietà nazionale che punisca uno per uno i protagonisti di questo pantano, di questo Vietnam della politica italiana da cui usciremo tutti devastati.
RICERCA E UNIVERSITA’: IL GOVERNO HA CREATO SITUAZIONE DRAMMATICA
La decisione del Governo Berlusconi di far passare ad ogni costo il disegno di legge Gelmini sull’Università, e il decreto già approvato alla fine del 2009 sul Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha di fatto prodotto il commissariamento dell’Università e del Cnr. Ovvero una situazione in cui tutti gli emendamenti dei partiti di centrosinistra che erano stati approvati dalla Commissione Cultura della Camera, sono stati annullati, per cui non avremo più i diecimila concorsi in tre anni per i nuovi ricercatori, ma avremo da parte degli studenti che hanno ottenuto il massimo dei voti l’obbligo di restituire i buoni scuola, e l’annullamento degli scatti di anzianità già previsti per i ricercatori.
In una situazione di questo genere, il Popolo della libertà e la Lega hanno anche dimenticato completamente il progetto per il federalismo in Italia, perché la Conferenza Stato Regioni è stata privata della possibilità di nominare un proprio rappresentante per le questioni dell’Università, in quanto il ministro Gelmini sarà quello che deciderà anche chi sarà il rappresentante della Conferenza Stato Regioni.
Abbiamo quindi una situazione in cui ormai la politica del Governo è soltanto quella di dar ragione ai tagli e di far approvare una legge che è molto peggiore di quella presentata dal ministro all’inizio, e di quella che è stata elaborata a livello di lavoro parlamentare. Siamo quindi in una situazione drammatica che ha a che fare con le grandi occupazioni di questo periodo.
Io torno da Torino dove una delle sedi storiche dell’università, palazzo Campana, è occupata da cinque giorni; dove gran parte dei licei, degli istituti tecnici, oltre che dei licei classici sono ancora occupati; in una situazione nella quale girando l’Italia, da Palermo a Torino, si trovano università e scuole superiori occupate. Il Governo è riuscito a realizzare un’unione tra i ricercatori e gli studenti di cui non si aveva eguale da almeno trent’anni nel nostro Paese.
Politiche sociali e Università: le false promesse del Governo
Una settimana complicata quella trascorsa nell’Aula della Camera. Una settimana lunga per approvare la norma più importante di ogni anno di legislatura: la manovra finanziaria. Quella norma con la quale, di fatto, si stabilisce il futuro del Paese, in tutti i settori: lavoro, mobilità, infrastrutture, pubblica amministrazione, sanità, sevizi sociali, cultura. Una manovra difficile, bisogna ammetterlo, specie in un periodo di crisi economica come quello che stiamo vivendo. Quest’anno, però, oltre ai tagli orizzontali, al di là dell’immaginazione, abbiamo assistito all’ennesima beffa di questo Governo: inondare gli italiani di false promesse. Come? Costruendo ad hoc degli “interventi” che a prima vista sembrano risolutivi, ma che si rivelano, poi, una palese farsa. Due argomenti mi hanno particolarmente coinvolto, anzi, sconvolto. La vicenda dei malati di SLA – con i quali ho manifestato, lo scorso 16 novembre, sotto il Ministero dell’Economia - e la questione dei ricercatori delle nostre università.
Gli affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica in Italia sono circa 5000. Da anni, ormai, chiedono la revisione dei LEA (Livelli essenziali di assistenza) e del Nomenclatore tariffario, così da poter ricevere un’assistenza sanitaria degna di questo nome. A tal proposito ho presentato, sempre questa settimana, un’interrogazione parlamentare. Per questi malati, purtroppo, nulla è stato fatto. Niente, fino a venerdì (apparentemente). Quando, con una mossa eclatante quanto menzognera, il Governo ha deciso di destinare 100 milioni di euro ai malati di SLA dimenticando, o facendo finta di dimenticare, che quei 100 milioni li hanno sottratti ad altre categorie disagiate del nostro Paese, innescando una guerra tra poveri. In pratica, non un euro è stato messo sul piatto in favore dei malati di SLA. Il Governo ha barato e davanti agli interventi incalzanti dell’opposizione – tra cui il mio – ha fatto finta di cedere. Ha sospeso la seduta alla Camera e dopo aver confabulato, ha dichiarato di aver risolto il problema. In realtà ha sottratto quei 100 milioni ad un fondo complessivo di 350 che veniva ripartito tra contributi per l’acquisto dei libri scolastici alle famiglie disagiate, stabilizzazione dei lavoratori socialmente utili e rifinanziamento degli impegni dello Stato in Banche internazionali. Togliendo soldi, in pratica, dove già non ce ne sono e facendo pagare ad altri un prezzo che non possono permettersi.
Nello stesso giorno, anche su un altro fronte, il Governo bara e getta fumo: questa volta sull’università. I fondi per attuare la riforma universitaria e realizzare i concorsi per i ricercatori sono, di fatto, inesistenti. Con una mossa camuffata, Tremonti ha stanziato per l’università 800 milioni per il 2011, 500 milioni per il 2012 e 500 milioni per il 2013, facendo credere agli italiani che con questo denaro si garantiranno i concorsi per i ricercatori. In realtà quelle risorse sono destinate al Fondo ordinario per l’università. Fondo che, è bene ricordarlo, serve al funzionamento ed alla manutenzione dei nostri atenei, al pagamento del personale docente e non docente e perfino alla ricerca scientifica (sic!). Questi importi serviranno a malapena a tamponare i copiosi tagli effettuati finora. Ed allora, nella realtà, come si farà a bandire i concorsi promessi – 9.000 in sei anni - per garantire una reale progressione di carriera ai ricercatori italiani più meritevoli?
È evidente, quindi, che né la cultura – forse perché non si mangia – né i ricercatori, vero fiore all’occhiello dei nostri atenei, collocati al secondo posto in Europa dallo Science European Index per numero di citazioni nei lavori scientifici, stanno a cuore a questo Governo, così come tutte le categorie più deboli, compresi i disabili.
Questo Governo continua a prendersi gioco degli italiani, illudendoli, ma i giochi – per fortuna - stanno per finire.
Giornata nazionale dell’infanzia: il governo rifletta e agisca
Domani ricorre la Giornata nazionale dell’Infanzia e non c’è occasione migliore per richiamare l’attenzione sui recenti fatti di cronaca che hanno interessato i minori. Mi riferisco all’orribile situazione emersa nell’asilo privato di Pinerolo, dove i bambini sarebbero stati trattati in modo ignobile e violento, anche se le indagini sono ancora in corso per accertare la verità. Negli ultimi tempi, purtroppo, esperienze simili si stanno ripetendo in varie parti d’Italia, come a Bolzano, Catania, Pistoia, in una sorta di par condicio geografica.
Ritengo una vergogna che il diritto inviolabile del bambino di essere rispettato e protetto dai maltrattamenti venga sempre più spesso calpestato. Noi dell'Italia dei Valori abbiamo più volte denunciato che in molti asili privati non vengono rispettati gli standard di qualità relativi al personale impiegato, alla proposta educativa, agli aspetti sanitari e alla sicurezza. Bisognerebbe risolvere il problema dei controlli, che non possono essere fatti solo a posteriori, quando cioè il danno psicologico sul minore è compiuto, perché i genitori devono avere garanzie di affidabilità in queste strutture dedicate all’infanzia. Ho accolto con piacere la notizia che il presidente della Commissione per l’Attuazione del federalismo fiscale, Enrico La Loggia, ha inserito, nel decreto legislativo in materia di fabbisogni standard di Comuni e Province, un esplicito invito al governo affinché venga data l'opportunità agli Enti locali di operare adeguate politiche a tutela dell'infanzia, sposando quanto da sempre sostenuto dall’Idv.
Bisogna, infatti, fornire una disciplina organica su questo tema perché il federalismo fiscale - che noi dell’Italia dei Valori abbiamo votato perché lo riteniamo utile a modernizzare e responsabilizzare l'apparato politico-amministrativo locale, eliminare i costi improduttivi e clientelari e a rendere più trasparente il sistema – però, senza una chiara definizione in maniera concorrente tra Stato e Regioni dei livelli essenziali di prestazioni sociali (i cosiddetti LIVEAS), potrebbe portare la totale discrezionalità e forti disuguaglianze tra le Regioni, in base alle risorse disponibili.
In questi anni il governo è intervenuto in maniera deludente sulla questione, approvando Il nuovo Piano Nazionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza, per il quale ci eravamo opposti in Commissione. Una delle maggiori criticità del piano, infatti, sottolineata anche dalle associazioni del settore, è il mancato inserimento di un atto d'intesa tra Stato-Regioni e autonomie locali sulle politiche per l'infanzia e l'adolescenza. Le istituzioni nazionali dovrebbero, invece, preoccuparsi di garantire l'uniforme godimento dei diritti da parte di tutti i cittadini.
Si sarebbero dovuti stanziare dei fondi adeguati e prevedere un sistema di monitoraggio per analizzare annualmente l'entità delle risorse destinate all'infanzia e all'adolescenza da parte dei diversi Ministeri competenti, delle Regioni e degli enti locali. Invece, nel Piano non c'è nulla di tutto ciò e nemmeno la Legge di stabilità colmerà questi deficit. I tagli al settore sono eccessivi: il Fondo nazionale per la non autosufficienza passerà da 400 milioni di euro nel 2010 a zero nel 2011; il Fondo nazionale politiche sociali, dentro il quale è confluito al 70% il Fondo nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, era già stato ridotto a 75 milioni di euro rispetto ai 900 milioni di euro del 2007, e poi rifinanziato con 200 milioni di euro con il maxiemendamento presentato alla Camera dalla maggioranza nei giorni scorsi, ma solo per il 2011; il Fondo nazionale per l’infanzia è passato dai 43,9 milioni di euro del 2008-2009 ai 40 milioni di euro nel 2011. Non solo: lo stanziamento per lo sviluppo del sistema territoriale degli asili nido sarà pari a zero, contro i 206 milioni di euro del 2008; il Fondo per le politiche familiari scenderà da 400 milioni di euro del 2007 a 52 milioni di euro. In conclusione, se nel 2010 l’ammontare dei Fondi destinati alle politiche sociali, alla famiglia, alle pari opportunità e alla non autosufficienza era pari a 880 milioni di euro, nel 2013 non si arriverà neppure a un decimo di quella cifra, ma ci si fermerà a 78 milioni di euro. Una differenza abissale, che diventa ancora più marcata se come punto di riferimento non si prende il 2010, ma il 2008, quando la quota stanziata era di un miliardo e 250 milioni.
Questa giornata dovrebbe far riflettere il governo che, oltre a inneggiare la difesa dei diritti dei più deboli, dovrebbe inaugurare una seria politica dell’infanzia.
ILVA DI TARANTO, 700 PRECARI IN SCIOPERO DELLA FAME
L’ILVA di Taranto è la più grande acciaieria d’Europa del gruppo Riva, quello della cordata Alitalia. Avvolta nel fumo degli scarichi la vedi di notte percorrendo la Strada Statale 100. Ti fa paura, somiglia a un enorme mostro, un drago i cui camini sputano lunghe lingue di fuoco.
Per Taranto è la vita. Sono 13.000 gli operai che ci lavorano, per buona parte precari, più l’indotto. L’ILVA per la città, però, è anche morte per il più alto numero di incidenti sul lavoro e per l’inquinamento che porta il cancro da diossina e benzo(a)pirene. Si vive per l’ILVA, ma si può anche morire.
L’ILVA per Taranto è come la FIAT per l’Italia. Il gruppo siderurgico ha preso tanti soldi pubblici, beneficiato di leggi speciali fino al decreto 155/2010 del 13 agosto scorso, detto anche salva-ILVA, con cui è stata data l’immunità a Riva per sfuggire all’ennesima indagine che lo vede accusato di disastro ambientale da emissione di benzo(a)pirene. Su quella Legge pesa il ricatto dei licenziamenti, che poi puntualmente arrivano!
I soldi pubblici però sono finiti, è finita la cuccagna ed è arrivata la crisi. La Cina succhia quote di mercato dell’acciaio sempre più grandi. A farne le spese come al solito i più deboli della catena, gli operai, soprattutto quelli più ricattabili: i precari, gli ultimi degli ultimi.
L’ultimo provvedimento del gruppo Riva riguarda 700 operai precari, ai quali non è stato rinnovato il contratto e da un giorno all’altro si ritrovano in mezzo alla strada. Loro davvero non hanno più nulla, non hanno la speranza, non hanno alcuna tutela sociale, non una pensione e neppure la cassa integrazione.
Questi 700 disperati dell’ILVA da qualche giorno stanno picchettando i cancelli e hanno iniziato lo sciopero della fame. Per farsi ascoltare devono lasciarsi morire di fame, troppo storditi come siamo dai grandi fratelli, dalle isole dei famosi, dai teatrini politici.
Sento il dovere pertanto di stare con loro, con chi pur precario sfida la logica del ricatto. Il precario è sempre sotto ricatto, perché se fai attività sindacale ti licenzio, se chiedi il rispetto delle norme sulla sicurezza ti cambio di reparto, se parli col tuo compagno ti sospendo. Questi precari non hanno più nulla da perdere perché a Taranto dopo l’ILVA c’è il nulla, anzi c’è la rapina o l’ingresso in qualche organizzazione criminale.
Noi dell’Italia dei Valori chiediamo di aprire con urgenza un tavolo di concertazione tra ILVA, Sindacati e Governo perché si sospenda l’efficacia dei licenziamenti. E’ la prima cosa da fare!
I precari dell’ILVA gridano vendetta di fronte alla nostra coscienza, perché rappresentano la violazione dell’articolo 1 della Costituzione che dice “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, ormai possiamo aggiungere “sul lavoro precario”.
E’ il momento di riflettere sui danni provocati dalla Legge 30 (c.d. legge Biagi), perché ha trasformato la flessibilità del lavoro in lavoro precario a tempo indeterminato rubando ogni speranza al lavoratore, negandogli la dignità, distruggendogli il futuro, rendendolo schiavo.
RAI: MASI E MINZOLINI SFIDUCIATI DAL BUON SENSO
La Rai è sempre più al centro delle polemiche. La grave situazione al suo interno si ripercuote negativamente su ogni attività. Nel generale clima di insoddisfazione va segnalato l’eclatante risultato del referendum indetto dall’Usigrai sul Direttore Generale Mauro Masi, che ha raccolto quasi 1.500 voti di giornalisti che per oltre il 90% gli hanno negato la fiducia. Un “verdetto” trasversale alle diverse appartenenze politiche che dovrebbe consigliare al DG della Rai una onorevole uscita di scena e spingere il Parlamento, chiamato la prossima settimana a discutere le mozioni sul pluralismo, ad abbandonare ogni logica di schieramento e ad esprimere un voto in sintonia con il grido d’allarme lanciato dai professionisti della comunicazione Rai.
Ma a tenere alta l’attenzione sulla Tv di Stato ci sono anche la denuncia presentata dal sindacato dei giornalisti Rai e Stampa Romana contro l’azienda, per comportamento antisindacale, e il marasma interno al Tg1, che è forse la situazione più difficile da quando, un anno e mezzo fa, a guidarlo è arrivato il direttore Augusto Minzolini, accusato da più parti di aver trasformato il telegiornale della rete ammiraglia nel megafono del Governo e in particolare di Silvio Berlusconi.
Da tempo si registrano forti scontri tra lui e una parte dei suoi redattori. Una guerra di posizioni che ha portato ad una spaccatura all’interno della stessa redazione, divisa tra i sostenitori del direttore e chi, i più, lo contesta apertamente: qualche mese fa ha destato scalpore l’abbandono di Maria Luisa Busi, una delle figure più apprezzate alla conduzione del Tg1 e l’epurazione di tre professionisti.
In questo affresco a tinte fosche, si inserisce anche la vicenda di Cinzia Fiorato, una giornalista della redazione Cultura che è arrivata a denunciare per mobbing la Rai, nella persona del direttore generale Masi, Minzolini e il caporedattore, Maria Rosaria Gianni.
La vicenda Fiorato, come molte altre negli ultimi tempi, è grave non solo per la palese violazione del contratto, del codice etico, della Carta dei doveri e della deontologia dei giornalisti, ma soprattutto perché è la fotografia di una Rai, servizio pubblico, offesa e oltraggiata, ridotta a mero strumento di propaganda e a terra di conquista delle fameliche legioni clientelari berlusconiane.
L’Italia dei valori, sempre attenta alle tematiche riguardanti la libertà d’informazione e il rispetto della legalità, ha presentato un’interrogazione parlamentare per verificare se, come denunciato da Usigrai e Stampa Romana, “all’interno della Rai, in occasione della presentazione del nuovo piano industriale, si siano attuati comportamenti antisindacali”. E se i ministri competenti, “non intendano porre in essere azioni a tutela della pluralità dell’informazione” e dei giornalisti coinvolti in cambiamenti che appaiono privi di una logica economica e di mercato.
Il minimo che si possa fare per tenere alta la guardia sulla deriva di un sistema costantemente impegnato a mettere in discussione le ragioni stesse dell'autonomia e dell’indipendenza del servizio pubblico.
17 NOVEMBRE: IL GIORNO DEL DIRITTO ALLO STUDIO
Ieri, 17 Novembre, diversi cortei di studenti medi e universitari, affiancati da docenti e ricercatori precari hanno invaso le strade di molte città italiane per protestare contro i tagli operati da questo governo a discapito del diritto allo studio.
La legge di stabilità, attualmente in discussione in Parlamento, prevede ulteriori penalizzazioni ai danni del sistema di istruzione pubblica e della cultura in Italia, mentre edifici scolastici e siti archeologici sono condannati ad una pericolosa incuria – vedi la Casa dei gladiatori di Pompei.
Questo atteggiamento ha ormai condotto all’esasperazione l’insofferenza che si è sedimentata per molti mesi all’interno di scuole e atenei e che ha già dato luogo a numerose forme di mobilitazione.
Insieme agli onorevoli Borghesi e Zazzera abbiamo presentato un emendamento alla legge di stabilità per tutelare i diritti dei lavoratori precari della scuola interessati dal cosiddetto “salva precari”, che si cono visti precludere, a causa dell’azione del Governo, l’accesso alle comuni prestazioni a sostegno del reddito. La scuola stessa è stata precarizzata, buttando al vento le risorse che lo Stato ha riversato nel corso degli anni per formare professionisti ora messi alla porta, condannati, nella migliore delle ipotesi, al precariato a vita.
Mentre il Governo trova circa 250 milioni di euro per finanziare le scuole private, mette in ginocchio tutto il sistema di istruzione pubblica, dalla scuola dell’infanzia all’università. Noi dell’Italia dei Valori siamo vicini agli studenti che rivendicano la necessità di investire e non tagliare fondi per l’acquisto dei libri di testo, per sostenere gli studenti meritevoli e privi di mezzi, per garantire il regolare svolgimento dell’attività didattica nelle scuole e nelle università.
L’area dipartimentale scuola dell’Italia dei Valori si sta impegnando da tempo nell’elaborazione di un progetto di riforma della scuola che si configuri come una valida alternativa a politiche scolastiche che finora si sono rivelate inadeguate e risollevi il sistema d’istruzione pubblico dallo stato di abbandono in cui versa da anni e lo allontani dalla deriva a cui è stato condannato dall’attuale Governo.
Per garantire il diritto allo studio bisogna partire dalla riduzione del numero degli alunni per classe, anche nel rispetto delle attuali leggi sulla sicurezza; va innalzato l’obbligo scolastico ai 18 anni d’età e va seriamente ridefinita l’offerta formativa; è necessario peraltro procedere alla valorizzazione della professionalità dei lavoratori della scuola secondo una prospettiva completamente opposta a quella delineata dal ddl Aprea, che giace tuttora in Parlamento e che prevede la privatizzazione delle scuole e l’introduzione di criteri aziendalistici al loro interno, sacrificando la libertà d’insegnamento dei docenti e di conseguenza il diritto allo studio degli alunni.
Una nuova sfida: legge costituzionale per lo sport
Da anni conduco una battaglia in difesa dei diritti di chi pratica sport e in particolare delle donne atlete, troppo spesso discriminate. Lo faccio come attuale responsabile nazionale della sezione dipartimentale Politiche e Promozione dello sport dell’Idv, ma anche come ex pallavolista che conosce bene il settore. Ho mandato una mail al presidente dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, sono stata chiamata e dopo soli cinque giorni ho avuto un colloquio con lui. Mi sono sorpresa perché la politica fino ad allora non mi aveva ascoltata. Troppo spesso ci sono state dette soltanto parole che non si sono mai tramutate in fatti concreti e questo è il motivo per il quale l’ultima legge che regolamenta le pratiche sportive risale al 4 marzo del 1981.
Quello che la politica non considera è che lo sport non è soltanto tempo libero, divertimento, ma è anche un grande movimento economico del quale fanno parte milioni di lavoratori. Ci sono 15 milioni di persone che praticano sport, sette milioni di affiliati alle federazioni sportive e il settore rappresenta il 3 per cento del Pil nazionale. È impensabile che questo ramo dell’economia italiana non abbia ancora una legge quadro, che non ci sia una disciplina sportiva riconosciuta a livello internazionale e che non esista un capitolo del Bilancio dello Stato dedicato allo sport. Dobbiamo sempre accontentarci delle briciole, di quello che avanza ad altri ministeri.
L’Italia dei valori propone di inserire nella Costituzione la tutela dello sport, presentando un disegno di legge costituzionale per modificare l’articolo 33 della Carta, promosso dai senatori Bugnano e Giambrone e sottoscritto all’unanimità dal nostro gruppo in Senato. Si vuole inserire un comma che reciti: “La Repubblica promuove ed incoraggia l’attività sportiva in tutte le sue forme e tutela l’integrità fisica e morale degli sportivi”.
Non vogliamo introdurre il professionismo obbligatorio per tutti perché ucciderebbe le società sportive dilettantistiche, ma nello stesso tempo riteniamo indispensabile creare un terzo genere. Questo perché non è accettabile che una giocatrice di pallavolo, basket, hockey sul prato, si ritrovi ancora a percepire un semplice rimborso spese anziché uno stipendio regolare, ad avere un impegno assimilabile a un lavoro parasubordinato senza però che gli sia riconosciuto, a rischiare di essere mandata a casa in caso di gravidanza, a subire il “cartellino” (l’obbligo di passare da una società all’altra soltanto se è d’accordo il presidente del club). Queste sono le nostre battaglie, vogliamo dare una dimensione giuridica al lavoro sportivo. Ce lo richiede non soltanto il buonsenso ma anche il Trattato di Lisbona, diventato vincolante.
Noi dell’Italia dei valori abbiamo presentato anche una “Carta dei diritti dell’atleta e del praticante dello sport” che può rappresentare un valido strumento di riflessione sui principi che regolano queste attività, ma che è anche un immediato supporto per le Leggi Regionali in materia di sport. Ad esempio, nella Carta abbiamo sottolineato il divieto di qualsiasi discriminazione delle donne e dei diversamente abili.
Inizieremo a breve “l’Idv sport tour”, una visita itinerante che toccherà diverse città d’Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dello sport. Vogliamo far sentire la nostra vicinanza, non solo simbolica, a tutti i piccoli centri sportivi e a quelli dilettantistici e farci portavoce dei loro problemi. In questo sono perfettamente d’accordo con il presidente Di Pietro che si è augurato di far diventare la nostra battaglia una battaglia “trasversale” che possa “coinvolgere più partiti e soprattutto che solleciti l’interesse dell’opinione pubblica”.
Di Luisa Rizzitelli, responsabile nazionale sezione dipartimentale Politiche e promozione dello sport dell’Idv
Guarda l'intervento di Antonio Di Pietro
CALABRIA, IDV BOCCIA IL PIANO LAVORO DI SCOPELLITI
Bocciato senza appello da Italia dei Valori il piano sul lavoro presentato dal Governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti nel cui ambito è uscito un primo bando che dovrebbe produrre, secondo le previsioni indicate nelle settimane scorse, circa settemila nuovi posti di lavoro attraverso gli incentivi assegnati alle aziende che assumono personale. Una posizione molto dura, quella dell’IdV, espressa a chiare lettere nella conferenza stampa alla quale hanno preso parte il segretario regionale Maurizio Feraudo, il capogruppo di palazzo Campanella Emilio De Masi ed i consiglieri regionali, Giuseppe Giordano e Mimmo Talarico.
Quasi nulla è stato salvato del provvedimento che, secondo il centrodestra calabrese, sarebbe destinato a dare un importante sostegno al mondo del lavoro proprio in questo periodo di crisi profonda.
La mancanza di strategia complessiva è la prima questione posta dal capogruppo De Masi: “Questo è un provvedimento privo di prospettive che non rappresenta un valido strumento a favore delle categorie sociali più deboli perché fuoriescano dal limbo della disoccupazione, anzi, è uno strumento mediocre in quanto privo di obbiettivi futuri”.
Non meno duro l'intervento di Mimmo Talarico che ha denunciato l'assenza di disposizioni mirate: “è un piano che distribuisce le risorse in maniera indiscriminata e non individua i settori che dovrebbero beneficiare di questi provvedimenti; non aiuta le imprese a rafforzarsi e non allarga il sistema produttivo calabrese che è gracile e precario”.
E' partito invece dai dati sempre poco confortanti dell'economia calabrese il ragionamento di Giuseppe Giordano: “l'ultimo rapporto Swimez sull'economia della nostra regione denuncia un quadro allarmante con la disoccupazione giovanile calabrese al 65% e con una continua migrazione al nord”. “Una condizione del genere, secondo Giordano, richiederebbe una politica incisiva ed il governo di centrodestra invece mette in piedi un piano che non da respiro e non produce alcuna meritocrazia; su questo noi faremo una grande battaglia perché non si possono sprecare le risorse comunitarie e la Regione deve creare risorse proprio eliminando gli sprechi di sistema che hanno affossato l’economia calabrese e lo stesso ente regionale”.
Una linea che ha incontrato il pieno sostegno di Maurizio Feraudo partito, nel suo intervento, dall'accusa rivolta alla Giunta regionale di aver cancellato il piano delle opere pubbliche del governo di centrosinistra: “Sono stati bloccati centotrenta milioni di euro destinati a numerosi comuni che avevano già avuto i decreti per interventi in grado di incidere anche sul piano sociale. Questa politica non va bene. Non vanno bene gli spot e gli annunci che non corrispondono a vere risposte per la gente, così come quelli del piano per il lavoro”.
Gruppo Regionale Idv Calabria
BRESCIA, GRAZIE A PROPOSTA APPOGGIATA DA IDV OPERAI SCENDONO DALLA GRU
Si è conclusa positivamente ieri sera la protesta degli immigrati che per 17 giorni sono rimasti su una gru a Brescia. Sono scesi ''perche' hanno capito che la loro protesta ha dato una grande visibilità alla questione delle truffe legate alla regolarizzazioni del 2009'', ha spiegato Umberto Gobbi, dell'Associazione 'Diritti per tutti', che e' stata a fianco degli immigrati fin dal primo istante. Ad adoperarsi per una felice conclusione della vicenda, Maurizio Zipponi, responsabile Nazionale Lavoro e Welfare del’Italia dei valori, che ha sempre sostenuto le posizioni di questi lavoratori e, insieme con il partito, ha appoggiato la proposta messa a punto dalla diocesi Bresciana, da Cgil e Cisl che proponeva un percorso per arrivare alla risoluzione del conflitto. E’ stato proprio questo documento a sbloccare la difficile situazione.
Agli operai è stato garantito che non verranno portati in Centri di identificazione e di espulsione, e non verranno espulsi. Rashid, uno dei quattro immigrati scesi ieri sera dalla gru, è stato portato in ospedale per problemi di disidratazione, ma le sue condizioni non sono preoccupanti. I quattro, ha spiegato uno dei loro legali, ''sono stati trattati benissimo''. La loro posizione giuridica è ora al vaglio della Questura e potrebbero esserci problemi derivanti dalla Bossi-Fini per uno di loro. L’Italia dei valori continuerà a seguire la vicenda fino alla sua completa soluzione, e si adopererà affinché vengano rispettati i diritti di tutte le persone coinvolte.
Nel video che vi proponiamo, la cronaca di una giornata finita bene.
SALVIAMO I CONSULTORI DELLA REGIONE LAZIO DALLA PROPOSTA TARZIA
Le donne e gli uomini della Regione Lazio dicono NO alla proposta di legge Tarzia (e altri) perché:
- cancella un patrimonio pubblico di grande valore, frutto di lotte e di conquiste sociali e civili delle donne che hanno garantito la salute per tutti;
- sovverte l’attuale modello dei servizi consultoriali che garantiscono una maternità libera e consapevole;
- sposta ingenti somme a favore di associazioni private che, in quanto tali, hanno obiettivi diversi da quelli di una struttura pubblica che si rivolge a tutte e tutti, rispettandone la sensibilità.
Dicono SI
alla piena applicazione della legge in vigore (15/76) attraverso:
- la salvaguardia dell’intero campo di applicazione dei compiti assegnati ai Consultori (servizi alle donne, alla maternità, alle famiglie, alle e agli adolescenti, assistenza psicologica individuale e di coppia, ecc);
- lo stanziamento di risorse adeguate (economiche, di personale, di strutture idonee) affinché i Consultori siano messi nella condizione di ben operare e venga finalmente riconosciuta e apprezzata l’alta professionalità delle operatrici e degli operatori;
- il rispetto di intese già approvate come il “percorso nascita” del Piano Sanitario Regionale e la certezza dell’applicazione della Legge 194;
- l’apertura di un Consultorio ogni 20.000 abitanti così come già previsto;
- la conferma del carattere di struttura pubblica dei Consultori e del Personale che vi opera nonché del carattere di laicità e quindi di rispetto delle diverse sensibilità e culture di chi si rivolge ai servizi consultoriali.
CHIEDONO
il ritiro della proposta di legge Tarzia e un impegno della Giunta regionale e del Consiglio ad adoperarsi nell’azione di rafforzamento degli attuali Consultori.
FIRMA LA PETIZIONE ONLINE
BRESCIA: MIGRANTI SULLA GRU, UNA PROPOSTA PER SBLOCCARE LA SITUAZIONE
A Brescia la tensione resta altissima. Sono ancora quattro i migranti che resistono in cima alla gru di via san Faustino per protesta contro la “sanatoria truffa”. Ieri c’è stato un lancio di oggetti e bottiglie dall’alto, mentre a terra proseguono le manifestazioni di solidarietà. La diocesi Bresciana, Cgil e Cisl propongono un percorso per arrivare alla risoluzione del conflitto. L’Italia dei valori appoggia il documento che potrebbe, dopo un braccio di ferro che dura ormai da 15 giorni, sboloccare la situazione.
Ecco la soluzione proposta da Diocesi Bresciana, CGIL e CISL
Le iniziative da voi assunte hanno messo in luce, con drammaticità ed efficacia, sia a livello locale che nazionale, l’esistenza di una vera e rilevante questione riguardante l’accertamento ed il riconoscimento di diritti, l’assegnazione dei permessi di soggiorno e le istanze di regolarizzazione.
Oggi Diocesi Bresciana, CGIL e CISL intendono proporvi un percorso preciso che verrà seguito per garantire la vostra discesa in sicurezza.
Tale percorso consiste:
1) Vi verranno messi immediatamente a disposizione i legali da voi scelti ai quali potrà essere conferito mandato. I legali saranno presenti al momento della vostra discesa ai piedi della gru. In quel momento avrete la possibilità di nominare il legale a cui conferire il mandato.
2) Da quel momento, il legale da voi scelto vi accompagnerà ed assisterà in tutte le procedure di identificazione che per legge dovranno essere consentite nonché vi assisterà in tutte le azioni legali che, in relazione ad ogni singola posizione, potranno essere esperite per l’ottenimento dei benefici che, sempre in relazione alla posizione di ciascuno, potranno essere richiesti.
3) Durante tale percorso vi verrà garantito un trattamento umanitario così come è già stato riservato agli altri due vostri fratelli che sono scesi nei giorni scorsi.
I risultati da voi ottenuti, quali la solidarietà e tutte le iniziative, anche a livello parlamentare, per modificare l’attuale legislazione, non verranno in questo modo annullati.
Per tali motivi, le iniziative proseguiranno sia con la concessione di un presidio autorizzato a Brescia, sia con l’apertura di un tavolo istituzionale presso la Prefettura con la presenza di tutti coloro che vi sono stati vicini e che sono interessati a risolvere i problemi da voi sollevati con grande determinazione.
IDV PRESENTA EMENDAMENTO A LEGGE DI STABILITA’ PRECARI SCUOLA
Giovedì l’Italia dei Valori ha presentato un emendamento alla legge di stabilità, a firma dei deputati Borghesi, Di Giuseppe e Zazzera, per tutelare i precari della scuola che, per effetto dei tagli all’istruzione, si sono trovati, dopo anni di incarichi a tempo determinato, a non vedere più rinnovato il loro contratto di lavoro e, nella migliore delle ipotesi, a lavorare ad intermittenza in condizioni di selvaggia flessibilità.
Consapevole dell’ecatombe di posti di lavoro generata dai provvedimenti del Governo, il Ministero dell’Istruzione, nell’estate del 2009, ha pensato di arginare la situazione di emergenza stipulando una Convenzione con il Ministero del Lavoro e l’INPS, che ha prodotto nelle settimane successive i famigerati decreti “salva precari”. In realtà, i provvedimenti in questione, oltre ad essere estremamente dequalificanti per la professionalità del personale della scuola, non hanno niente di salvifico, ma si sono rivelati addirittura lesivi dei diritti previdenziali dei lavoratori. Infatti i giorni che l’INPS indennizza ai lavoratori che godono di una indennità di disoccupazione ordinaria sono 240 (360 per lavoratori ultracinquantenni) su 365; di tali sussidi avrebbero goduto anche i precari della scuola se il Ministro non avesse pensato a “salvarli”: i lavoratori precari della scuola inclusi nel “salva precari” così, si sono visti indennizzare dall’INPS, per effetto degli accordi con il Ministero, 240 giorni in un arco temporale molto più esteso dei 365 previsti dall’INPS, che ad oggi è arrivato a superare ampiamente 460 giorni!!! Tutto ciò perché il governo non è stato in grado di produrre un accordo con l’INPS volto a estendere i benefici economici di una indennità ordinaria, ma anzi ha messo l’INPS nelle condizioni di non poter pagare neanche quella secondo le modalità comunemente previste.
Il tempo continua a scorrere, i giorni indennizzabili sono finiti, i precari, che pure ne avrebbero diritto in virtù dei requisiti assicurativi e contributivi richiesti dall’INPS, non percepiscono più alcun sussidio economico, e il Ministro non ha ancora provveduto a sanare le evidenti incongruenze e a mettere l’INPS nelle condizioni di attivare nuove pratiche a favore dei malcapitati inclusi negli elenchi del salva precari.
L’Italia dei Valori, attraverso un emendamento alla legge di stabilità, chiede che vengano stanziati finanziamenti per fornire una copertura economica ai precari della scuola condannati, a causa delle scelte ben poco lungimiranti di questo Governo, a periodi di forzata inattività.
Nel caso in cui l’emendamento venga respinto siamo pronti a presentare, ai Ministri dell’Istruzione e del Lavoro, un’interpellanza urgente per costringerli a rispondere nel merito delle loro sconsiderate politiche.
Di Letizia Bosco e Ilaria Persi
GOVERNO, PRESENTATA MOZIONE DI SFIDUCIA VOLUTA DA IDV
“Preso atto che il governo non ha più il compiuto sostegno dell’originaria maggioranza; considerato che la permanenza in carica dell’Esecutivo non consente di affrontare e risolvere nessuno dei gravi problemi del Paese, ai sensi dell’articolo 94 della Costituzione, esprimiamo la nostra sfiducia al Governo”.
Quattro righe, secche, senza troppi giri di parole, che vanno al cuore del problema: questo governo deve andare a casa perché è inadeguato a guidare il Paese. Questo è il testo della mozione di sfiducia che Italia dei Valori, insieme al Pd, ha presentato in Parlamento. Italia dei Valori, con questo atto formale, si è assunta la responsabilità personale e politica di mandare a casa Berlusconi.
Non abbiamo mai avuto nessun dubbio su quale fosse la strada giusta da seguire. L’abbiamo suggerita con testardaggine e determinazione agli amici democratici finché non l’abbiamo ottenuta. Non stiamo rivendicando la primogenitura di questa mozione di sfiducia, non servirebbe al Paese o a cacciare Berlusconi. Ma va dato atto a IdV di averla invocata e chiesta per prima e di aver dato battaglia nelle aule parlamentari affinché il Pd rompesse ogni indugio e non cadesse in tentazione.
Per mandare a casa Berlusconi e per batterlo serviva e serve abbandonare la linea dell’attendismo. Detto questo, siamo consapevoli e convinti, tanto quanto il Pd, che senza unità di intenti, senza un’azione comune, senza una sinergia tra i partiti dell’opposizione non si possa non solo cacciare oggi Berlusconi ma vincere domani. Ed è questo, oggi, il nostro obiettivo.
Questo governo è in agonia e va avanti, in queste ore, giocando sugli egoismi, sui tatticismi, gli interessi personali, di bottega mentre il paese sta andando a rotoli. Gianfranco Fini, leader di Fli, che tenta Umberto Bossi sussurrando che un governo senza Silvio è più facile. Bossi, leader del Carroccio, che rimarca il terreno: “si fa solo se lo decide Silvio” e poi sussurra nelle orecchie di Gianfranco: “se accettate il Berlusconi bis ci sarebbe posto per un numero maggiore di ministri Fli”.
Stanno facendo il male dell’Italia. Noi vogliamo aprire una stagione nuova. Vogliamo tornare a parlare del paese e con il paese. A confrontarci con i problemi reali dei cittadini e non con gli intrighi di palazzo o la gestione delle poltrone. Per noi la crisi politica ed economica si gestisce così, solo così si scrive la parola “futuro”: ascoltando il Paese reale, quello che non organizza festini nei palazzi, che non è attaccato alla poltrona, ma che fatica ad arrivare alla fine del mese e guarda, preoccupato, al futuro dei suoi figli.
ITALIA DEI VALORI, UNA LEGGE SULLA DEMOCRAZIA PER I LAVORATORI
Italia dei Valori ha deciso di presentare una proposta di legge sulla democrazia sindacale. In quanto forza politica abbiamo la responsabilità di indicare gli strumenti che, nella condizione data, possono ricostruire l’unità dei lavoratori e la loro effettiva possibilità di partecipazione: elemento fondamentale non solo per iniziare a ripristinare una democrazia reale nei luoghi di lavoro ma anche per far funzionare meglio l’impresa e i servizi. L'unità dei lavoratori, tale da rafforzare la loro capacità di contrattazione, e l'autonomia del sindacato sono la chiave necessaria per sovvertire il paradigma di questo Governo, che ha metodicamente operato per la precarizzazione di massa con il pretesto di costruire più occasioni di lavoro ma ottenendo risultati opposti.
Proponiamo dunque una legge che imponga la misura della reale rappresentanza su base proporzionale e garantisca la legittimità degli accordi subordinandoli al voto libero e democratico dei lavoratori. Questo metodo è il solo che possa garantire il pluralismo delle posizioni sindacali, ma poi, un minuto dopo il voto, l’esito della consultazione varrà per tutti e l’intesa sarà quindi davvero esigibile da parte dell’azienda.
Il DDL ‘Norme in materia di rappresentanza sindacale nei luoghi lavoro, rappresentatività delle organizzazioni sindacali ed efficacia dei contratti collettivi di lavoro’ ha molti punti in comune con le elaborazioni già portate avanti da molti partiti, in particolare da quelli del centrosinistra, e da alcune organizzazioni sindacali. Però, accogliendo anche le indicazioni della Fiom, afferma un punto di assoluta originalità. Per recuperare il disastro creato dalle divisioni all'interno del mondo del lavoro e dall'isolamento in cui esso oggi si trova, è fondamentale che i lavoratori possano esprimersi liberamente con il voto. Ed è proprio questa la caratteristica essenziale e qualificante della nostra proposta di legge.
Questa legge, riaffermando i principi sanciti dagli art. 39, 40 e 46 della Costituzione Repubblicana, è destinata a incidere a fondo sull'attuale sistema delle relazioni sindacali in Italia. Se anche i sindacati dovranno subordinare le loro scelte alla volontà dei diretti interessati si determinerà un'innovazione radicale, senza precedenti, nelle relazioni tra gli stessi sindacati. I sindacati non ne usciranno indeboliti, ma al contrario più liberi e più uniti. Dovranno anche loro far proprio quel percorso democratico cui normalmente deve sottoporsi chiunque voglia rappresentare democraticamente qualcun altro. E questo comporterà una profonda e positiva evoluzione del sistema delle relazioni industriali. Per l’Italia dei Valori questo fronte è di assoluta importanza. Riteniamo che avviare un percorso capace di ricostruire l'unità dei lavoratori sia un investimento per la democrazia complessiva di tutto il Paese, non solo del mondo del lavoro.
La drammatica situazione economica del Paese e gli innumerevoli disastri sul piano occupazionale ci obbligano infatti a porre una questione precisa: invece di inseguire le sirene delle divisioni tra lavoratori prodotte soprattutto dal Governo e dal ministro della disoccupazione Sacconi, si può invertire la rotta e riaprire un percorso unitario? L’Italia dei Valori sta facendo la propria parte, in autonomia dai sindacati e senza interferire sul loro terreno, partendo da un presupposto chiaro e irrinunciabile: l’art. 39 della Costituzione deve trovare concreta applicazione. E' ora di voltare pagina sul piano delle relazioni sindacali.
Per l’Italia dei Valori il tema della democrazia in fabbrica è un punto dirimente per qualsiasi futura alleanza democratica di governo. Negli accordi politici e programmatici che andremo a proporre ai nostri ipotetici alleati, questo tema sarà messo tra le caratteristiche programmatiche inderogabili per partecipare alla coalizione. È l’impegno formale che intendiamo far assumere a tutti quelli che con noi vorranno costruire un serio programma di governo alternativo a Berlusconi. La costituzione va applicata dentro e fuori le fabbriche.
Bertolaso lascia con un messaggio di speranza: assicuratevi
Sono sempre i migliori che se ne vanno: ieri, 11 novembre, Bertolaso ha smesso di essere capo della Protezione Civile e sottosegretario perché è andato in pensione.
A dare il triste annuncio, il Presidente del Consiglio che, con cordoglio, da Palazzo Chigi ha detto: “E’ una perdita rilevante e importante, che sentiremo”. Poi, quasi a voler rasserenare gli animi dei più: “Stiamo cercando di trovare un modo che ci consenta di proseguire la collaborazione per continuare ad avvalerci della sua capacità superlativa”.
E allora proviamo a ripercorrere l'iter lavorativo di Guido Bertolaso:
figlio di un generale dell’aereonautica, capisce ben presto che la carriera di medico gli va stretta. Lui ama costruire squadre speciali e intervenire nelle situazioni difficili. I suoi primi passi li muove in Thailandia organizzando ospedali da campo, poi in Africa e in America Latina. I suoi biografi dicono che fosse portato in un palmo di mano da Emilio Colombo, che Andreotti gli spianò la strada della cooperazione internazionale, che Beniamino Andreatta avesse un debole per lui.
Bertolaso inizia il suo percorso con Prodi, ma deve la sua fortuna a Silvio Berlusconi. Infatti, per due volte il centro-sinistra lo mise a capo della grandi emergenze e per due volte fu costretto a lasciare l’incarico. Memorabile il suo scontro con Pecoraro Scanio, che molti ritengono all’origine dei problemi attuali di Napoli, e che lo portò nel 2007 a lasciare l’incarico di commissario per la gestione rifiuti della Campania.
Quando arrivò Berlusconi, il prefetto Gianni De Gennaro aveva istruito la pratica e avviato quel risanamento che poi Bertolaso completò. E' in questo periodo che il Capo della Protezione Civile “sfonda”dal punto di vista mediatico. I riflettori di tutte le tv lo inquadrano mentre provvede a ripulire la città sotto l'occhio vigile del Presidente del Consiglio, che effettuava le visite di controllo una volta a settimana, tra una comparsata da Noemi e l'altra si intende. Bertolaso diviene così l’interprete più autentico di quella “filosofia del fare” tanto sbandierata dal premier.
Ma le cose cambiano rapidamente. Il terremoto dell’Aquila e le polemiche per la ricostruzione le ricordiamo tutti, così come le vicende della Maddalena e il battibecco con il segretario di Stato americano Hillary Clinton dopo il terremoto di Haiti. A questo punto Bertolaso è già vicino al tracollo. Lui questo malessere lo avverte, tant' è vero che per curarsi segue la terapia del Presidente che, visto l' ottimo stato di salute, deve essere una vera panacea: si reca presso il Salaria Village, dove, pare, ragazze meravigliose sono in grado di curare ogni male. Ma la sorte gli è avversa, la situazione precipita e, come ogni buon moribondo, pensa ai posteri. Così, nel suo intervento alla Camera, parlando della tragedia che il maltempo ha provocato in Toscana e dei danni al Veneto, propone di introdurre anche da noi l'assicurazione obbligatoria contro le catastrofi. Convinto che il malato-Italia sia oramai vicino alla fine, rassegnato e con le braccia al cielo, propone insomma una polizza che tuteli chi rimane (o quel che resta).
Della straordinaria immagine mediatica non è rimasto nulla e così, mentre il governo affonda e Berlusconi si avvia all'epilogo finale, anche Bertolaso abbandona la nave.
Daniela Sgambellone
Scuola, basta con i trattamenti di favore alla privata
È vergognosa la nota pubblicata dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, in risposta alle lamentele di organi di stampa vicini alla Chiesa, sui presunti tagli alle scuole paritarie contenuti nella manovra economica attualmente in discussione. Dal Tesoro si apprende che “in riferimento alla notizia pubblicata da alcuni giornali di presunti tagli a carico delle scuole pubbliche non statali si precisa quanto segue: per prassi consolidata, negli anni il finanziamento statale alle scuole non statali (c.d. scuole paritarie) è stato sistematicamente integrato con provvedimenti ad hoc. Sarà così, è già previsto che sia così, anche sul 2011”.
Riteniamo che questo comunicato rappresenti l'ennesimo sfregio alla scuola pubblica, l’abdicazione di una prerogativa inderogabile dello Stato sociale, l’abbandono dello spirito della Costituzione, fondamento della vita pubblica italiana, che il governo Berlusconi continua a dispregiare. E oggi, dopo una lunga serie di scelte economiche dissennate e i micidiali tagli del ministro Gelmini, con questo rinnovato e corposo impegno verso le scuole private, la scuola pubblica, dopo il danno, riceve anche la beffa!
E’ vergognoso il linguaggio rassicurante con il quale il ministro si rivolge a quella parte della stampa cattolica che si lamenta, un atteggiamento che ufficializza senza pudore la presenza di interlocutori privilegiati, al punto che verrebbe da chiedersi se i milioni di cittadini che hanno protestato contro i tagli della Gelmini valgano davvero tanto meno. Ma la domanda è retorica. Tremonti e Berlusconi strizzano l’occhio alle gerarchie vaticane, cercando nel consenso cattolico - ormai lapidato dagli scandali del premier - una stampella per tirare a campare in questa legislatura. Assicurano che non mancherà il vitalizio alle scuole cattoliche, che in Italia rappresentano la stragrande maggioranze delle paritarie.
È uno smacco intollerabile. Non hanno minore dignità e diritto d’essere ascoltati i precari pubblici che protestano per le strade, le madri che nelle scuole pubbliche portano giornalmente il sapone e i rotoli della carta igienica, i bambini che si trovano ammassati in classi con 35 compagni, i ricercatori che continuano a emigrare e gli studenti che, da domani, possono dire addio al 90% delle borse di studio.
Questa per noi è la goccia che fa traboccare il vaso, perché rappresenta chiaramente una strategia politica e ideologica del nostro governo che conduce verso un'istruzione elitaria, di classe e di carattere confessionale, nel totale disinteresse dell'articolo 33 della Costituzione (“enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”).
Riteniamo che, da quando il governo ha dichiarato necessari i primi tagli previsti dalla legge 133/08, ogni singolo euro alle scuole paritarie rappresenti un insostenibile onere per lo Stato, proprio ai sensi dell'articolo 33. Riteniamo, inoltre, che lo Stato debba garantire un'istruzione pubblica laica e di qualità diffusa su tutto il territorio e capace di fornire i mezzi alle persone capaci e ai meritevoli, ai sensi degli articoli 3, 33, 34 della Carta costituzionale. Chiediamo quindi:
1) che i 250 milioni di euro che il Governo intende ripristinare alle paritarie siano immediatamente destinati alla reintegrazione dei precari della scuola pubblica;
2) la revoca dei tagli alle borse di studio e lo STOP assoluto ai finanziamenti alle paritarie prima del ripristino integrale dei tagli effettuati sin dalla 133/08;
3) la ridefinizione chiara dei metodi e delle misure di finanziamento all'istruzione pubblica e privata.
di Rudi Russo
Aderisci alla pagina facebook “SOS ART. 33 – OGNI PARIFICATO SENZA ONERI PER LO STATO!”
Crollo Pompei, metafora dello sfascio causato dal Governo Berlusconi
Quanto accaduto a Pompei è il paradigma di questo Governo, un morto che cammina, crollato sotto il peso delle sue profonde contraddizioni, delle sue lacerazioni interne, indifferente ai veri problemi del paese e dei cittadini, all’istruzione, alla cultura, all’arte e alla tutela del patrimonio artistico del nostro paese. In politica, esiste un’etica della responsabilità, in base alla quale chi sbaglia dovrebbe dimettersi un istante dopo. Accade in tutti i paesi civili ed in tutte le democrazie compiute, dove per la verità si va a casa per molto meno. Oggi, il ministro Bondi in Aula ha respinto, con arroganza e supponenza, ogni responsabilità in merito al crollo della casa dei gladiatori, facendo ciò che riesce meglio ad una certa politica irresponsabile e abbarbicata alla poltrona, ovvero, scaricare su altri, sul maltempo, sulla cattiva gestione passata, ogni addebito. Eppure, le sue colpe sono enormi, gigantesche. Se un ministro della Repubblica italiana, non è in grado di alzare la voce e farsi sentire nei consigli dei ministri, chiedendo ed invocando a gran voce maggiori risorse per svolgere il suo mestiere, se un ministro della Repubblica italiana, non è in grado di esercitare i necessari controlli sulle persone che egli stesso ha nominato, deve fare compiere l’unico atto conseguente: andare a casa. Perché non è solo Pompei che crolla. Nell’ultimo anno, il ministro ha lasciato che crollasse una parte del soffitto della Casa di Nerone a Roma, che si sbriciolasse l’intonaco del Colosseo e che crollasse una parte della mura aureliane, senza fare nulla, senza pretendere i fondi necessari per la tutela dei beni culturali e architettonici italiani, fiore all’occhiello del nostro Paese. Per questo, noi di Italia dei Valori abbiamo chiesto che il ministro dei Mali culturali, Sandro Bondi, vada a casa. Il crollo di Pompei è solo la certificazione del disastro in cui versa l'immenso patrimonio artistico e culturale italiano. Abbiamo deciso di sostenere la mozione di sfiducia nei confronti del ministro Bondi; prima, però, si dovrà discutere quella presentata da Italia dei Valori che pende sulla testa di Calderoli, che ha mentito al Parlamento a proposito dell'abolizione del reato di associazione militare con scopi politici ed ha così permesso l'estinzione del processo di Verona a carico di 36 militanti leghisti. Un fatto gravissimo che prefigura responsabilità addirittura più gravi di quelle di Bondi. Con il sostegno del Pd la nostra mozione avrà le firme necessarie per sfiduciare l'artefice del Lodo Salva Lega. Chi sbaglia, chi mente al paese, chi imbroglia le carte per tutelare adepti della propria parte politica, chi scarica le sue responsabilità non è degno di fare il ministro e siccome, pallottoliere in mano, cominciano ad essere in tanti i ministri inadeguati in questo caravanserraglio governativo, a cominciare dal presidente del Consiglio, facciano una bella carovana e tutti insieme intraprendano il viaggio verso casa, una volta per tutte.
FAMIGLIA: BASTA CON LE SPECULAZIONI !
Pur senza grandi aspettative ho seguito con molta attenzione la Conferenza nazionale della famiglia tenutasi a Milano. Il tema interessa particolarmente l’Italia dei Valori perché tutta la nostra politica è proiettata verso un maggior sostegno ai meno abbienti, all’uguaglianza sociale, a un sostegno reale a chi è in difficoltà.
Dico subito che per parlare di famiglia, in questa fase, la scelta imposta a Berlusconi di restare alla larga dalla Conferenza è stata la più ovvia. Non tanto per le contestazioni annunciate nei suoi confronti, ma perché non basta lanciare proclami sul ruolo centrale della famiglia nella società: bisogna sostenere quel che si dice con i fatti ed essere credibili.
E qui rilevo anche una forte criticità della Conferenza. La famiglia è un patrimonio di tutti; da destra a sinistra, tutte le forze politiche, ognuna a suo modo, hanno al centro delle proprie politiche questo tema. Avere come ospiti nella quasi totalità solo esponenti del governo e della maggioranza, significa voler orientare il dibattito in una sola direzione, con il rischio inevitabile di autoassoluzione per il mancato rispetto delle promesse di sostegno alle famiglie.
E a proposito di orientamento prevalente all'interno della Conferenza, non posso non contestare gli interventi di Giovanardi e di Sacconi, anche se rivisti e corretti in corso d'opera. Quando parliamo di famiglia, infatti, non possiamo parlare solo di quella fondata sul matrimonio: rischiamo solo di apparire ipocriti perché trascurare le unioni di fatto, che a volte funzionano meglio di quelle tradizionali, significa non guardare in faccia la realtà della nostra società.
Una società dove tutto è cambiato nel giro di pochi anni, dove quelli che erano i punti fermi e immutabili di una volta si sono invece sfaldati, disgregati. Si è fatta ancora più pesante l'emarginazione nei quartieri periferici delle grandi città, è aumentato il disagio sociale per tanti "nuovi" poveri, si sono intensificati gli episodi di violenza, di ricorso all'alcool e alla droga. E quella che per decenni è stata il punto di riferimento della società, la famiglia, è abbandonata a se stessa, non ha più trovato quelle risorse, finanziarie ma soprattutto di welfare, in grado di sostenerla e di fortificarla.
Forse Giovanardi, Sacconi e gli altri membri del Governo sono ormai tanto abituati a frequentare i palazzi del potere e le ville del piacere da non rendersi conto di come vivono gli italiani oggi. I giovani, i "bamboccioni" di Brunetta, sono obbligati a restare dentro casa ben oltre la soglia dei trent'anni semplicemente perché senza lavoro e mantenuti quindi dal reddito dei genitori o dalla pensione dei nonni. Per questo, ovviamente, non pensano nemmeno lontanamente "a metter su famiglia" limitandosi, nel migliore dei casi, a tentare di convivere finché non avvenga il miracolo del posto di lavoro fisso o, quanto meno, non precario.
Nella stragrande maggioranza delle famiglie, insomma, le condizioni di vita sono peggiorate e ogni nucleo familiare vive problemi nuovi che necessitano di adeguate risposte. Penso anche alla progressiva perdita di potere d’acquisto degli stipendi, alla precarietà del lavoro, ai disoccupati, agli anziani e ai malati. In ogni famiglia c’è almeno uno di questi casi e, nonostante le tante chiacchiere di chi ci governa, le risposte date in questi anni sono state del tutto insufficienti. Anzi, le politiche sociali hanno subito tagli pesantissimi e le risorse sono ormai ridotte al lumicino.
A Milano i rappresentanti del Governo hanno fatto molte belle promesse, destinate però a rimanere tali. Il Governo, o quel che ne resta, è preoccupato solo degli scandali privati del premier e, se proprio si muove in qualche direzione, subisce il ricatto della Lega e vara l’ennesimo pacchetto sicurezza.
Con buona pace delle famiglie in difficoltà che, ormai l'hanno capito, per riavere i servizi di un tempo possono fare in un solo modo: cacciare via questo governo e sostituirlo con un altro capace di far tornare a funzionare la scuola e la sanità pubblica, di trovare le risorse per i necessari sgravi fiscali e di mettere in piedi politiche di rilancio dell’economia che facciano crescere il nostro Paese e riducano la disoccupazione.
La lotta alle mafie passa anche per “Vieni via con me”
Due anni fa, insieme ad esponenti dell’antimafia civile, scrissi una lettera pubblicata da Repubblica, significativamente titolata «Uniti nel nome di Saviano». Il passaggio centrale di quel documento collettivo era: «Forse per la prima volta, come per magia, la vita d'un uomo in pericolo per aver scritto di crimine e parlato di speranza ha fatto davvero gli italiani».
Berlusconi stava già al governo e in Italia cresceva la lotta civile di movimenti e giovani alle mafie. La questione morale, specie dopo gli assurdi intrecci alla Procura di Catanzaro, emergeva come problema principale da un Paese segnato dalla corruzione, dalla perdita del senso delle istituzioni e dai limiti, non solo formali, posti alla libertà di pensiero e di stampa.
Quasi per reazione naturale, di là da ideologie e poli, si formava una coscienza critica che, attraverso l’informazione condivisa in rete, le piazze e la letteratura di denuncia, individuava la priorità della nazione, cioè il contrasto del crimine in ogni modo organizzato. La grande novità, allora, fu che il popolo iniziò a intervenire come blocco coeso, superando il generale appiattimento della politica, spesso chiusa nei salotti della tv, e sostenendo la magistratura impegnata a difendere la Costituzione e la democrazia.
Oggi, quella stessa, ampia resistenza civile, fatta di saperi, intelligenze, tensione morale e alternativa, non è finita; anzi, ha trovato una sintesi compiuta nel monologo iniziale di Roberto Saviano alla trasmissione «Vieni via con me»; declinato a partire dalla figura di Giovanni Falcone, dalla responsabilità del magistrato e dalla lungimiranza del pool di Palermo, che comprese anzitempo l’espansione internazionale della piovra mafiosa, la necessità di tracciarne e colpirne la rete economico-finanziaria.
Falcone e Paolo Borsellino avviarono una lotta culturale alla mafia, guardando in primo luogo alle nuove generazioni. Ieri sera Saviano ha spiegato a tutti, rivolgendosi anzitutto ai più giovani, che cosa avvenne all’epoca delle stragi in Sicilia e come la politica avversò i nemici di «Cosa nostra»: mentendo, diffamandoli, delegittimandoli. Una pagina di televisione e cultura diversa, dunque, che finalmente ha posto l’accento sul valore dello Stato, delle regole, dei veri esempi, dell’utopia per la giustizia. Questo in un contesto patologico, di totale sovversione dei princìpi, determinato dai metodi, dai costumi, dai servitori, dai mezzi, dai soldi e dai vizi del primo ministro.
Lettera aperta agli italiani all’estero
Cari concittadini all’estero,
la storia di questi anni ci ha insegnato a nostre spese purtroppo, che questa avventura dal voto in poi è stata una strada sempre in salita.
I governi che si sono succeduti, non hanno saputo o voluto prendere in considerazione che le istanze degli italiani all’estero andavano accolte in toto. Non hanno saputo o voluto, cioè, avvicinarsi al patrimonio umano, culturale ed economico che la nostra gente rappresenta all’estero. Quindi, i nostri dubbi e le nostre considerazioni non possono che partire da presupposti nuovi. Sarebbe auspicabile che noi, noi tutti, facessimo un po’ di autocritica oltre che accusare sempre ed incondizionatamente il governante di turno. Sarebbe questo un segno forte, una lezione da impartire ai Palazzi che contano dimostrando che l’umanità, l’italianità all’estero, non è una merce, non può essere considerata una cosa né se ne può prescindere.
Le nostre comunità organizzate in Comites devono trovare lo spirito innovatore che le imponga all’attenzione dei governi in Italia; e per fare questo tocca a loro introdurre, dall’interno, il rinnovamento della classe dirigente a partire dai Presidenti.
Diamo spazio e fiducia ai nostri giovani e coinvolgiamoli a rappresentarci in Italia. Chiediamo loro di intervenire e di prendere in mano le sorti future degli italiani fuori confine.
L’autocritica che abbiamo il dovere di fare per essere credibili, è quella di trovare i mali al nostro interno. Sappiamo tutti quante aspettative e quante speranze ognuno di noi ha per emergere, per “vendicarsi” di una vita passata da emigrante, da straniero dimenticato nelle file degli uffici e davanti alle porte chiuse. Ma è giunta l’ora di dare spazio alla freschezza dei nostri giovani, affinché possano condurre i loro padri e nonni attraverso percorsi freschi con idee e prospettive allettanti per i governi di Roma e se vi sono strade che conducono ai vertici, facciamole percorrere a loro che hanno tutta la vita davanti.
La vera rappresentatività italiana all’estero, sono i deputai eletti voce dei Comites. Non lasciamoci ingannare dalla demagogia della famosa e chiamata in ballo continuamente “rappresentanza” del GCIE. Chi dice queste cose è interessato e basta. Non sa di cosa parla, non ha la minima idea di cosa significhi rappresentanza e se ce l’ha la ignora per dare spazio alla demagogia. Noi all’estero sappiamo solo che chi “bazzica” nel CGIE fa parte di un substrato importante della sottocultura politica di cui in nostro paese è pervaso. Chi naviga in queste acque lo fa per portare in porto la propria barca ad un attracco sicuro. Il problema invece è che il CGIE costa una montagna di denaro pubblico, spesso sperperato in convegni inutili. CGIE = sperpero di risorse alla faccia delle indigenze, dei bisogni degli italiani che se la passano male sia in Europa, sia nelle americhe. Sarà mia iniziativa raccogliere firme, tra le comunità italiane in tutto il mondo, affinché venga chiesto che il CGIE sia definitivamente chiuso per manifesta incapacità a rappresentare chicchessia.
L’Italia dei Valori ha posto una importante questione che per il futuro sarà un comandamento da rispettare ed una promessa da mantenere: salvare la lingua e la cultura italiana nel mondo ivi compresa l’informazione e la stampa italiana all’estero. Posso promettere che, in qualità di responsabile per l’Italia dei Valori nel mondo, sono in grado di garantire che mi impegnerò già da subito ad assicurare l’assoluto coinvolgimento di tutto il partito, qualora avesse l’opportunità di governare, di aprire un varco nelle chiusure di questi anni nei riguardi degli italiani all’estero.
Sappiate che nel mio cuore sono stipati gelosamente tutti i fatti che ci riguardano, per ogni giorno passato all’estero. Tutte le mortificazioni, i sacrifici, i pianti e la disperazione che a volte oscuravano ogni speranza per il futuro.
Sappiate che voi rappresentate una forza di notevole caratura. Siete inattaccabili in quanto a principi e coraggio. Da voi deve sortire l’impulso dirompente, la pretesa della continuazione, della parità dei diritti con gli italiani in Italia. A voi spetta decidere del vostro destino senza mediatori inutili e costosi come quelli del CGIE che dicono di essere vostri rappresentanti mentre sono solo i rappresentanti di loro stessi.
Nella borsa del “Piano di rilancio dell’Italia dei Valori nel mondo” ho messo alcune cose fondamentali che mi aiuteranno ad ascoltare la voce dei Comites e dei loro referenti, proposte che confido di realizzare con l’onestà degli intenti, il sudore della fronte, la forza e l’orgoglio di essere italiani nonostante tutto.
Un fortissimo abbraccio, Antonio Razzi
Governo illegittimo e illegale, mandiamolo a casa
Il tatticismo di Berlusconi e Fini è intollerabile, però da ieri una cosa è chiara: questo governo è morto, non c’è più. Non solo Fini ha recitato il de profundis dell’esecutivo e della maggioranza, ma è andato oltre, demolendo punto per punto gli ultimi tre anni di Berlusconi. Sono stati, come abbiamo sempre detto, anni buttati via. Abbiamo il diritto e il dovere di dire basta, non se ne può più. Questo è diventato un governo illegittimo e illegale perché non risolve i problemi dei precari, dei giovani, degli operai, delle imprese e delle famiglie. Mandiamoli tutti a casa. Ogni luogo, ogni forma, ogni occasione è quella buona per protestare contro questo governo di “morti che camminano”. Oggi alle 17 c’è una prima occasione: andiamo davanti ai palazzi del potere, alle prefetture, al Parlamento e gridiamo che l’Italia non ne può più, è stanca, ha bisogno di qualcosa di meglio, ha bisogno di governanti che siano costruttori di speranze per il futuro del Paese.
TAGLI DI FONDI ALLE SCUOLE PUBBLICHE E SOLDI A QUELLE PRIVATE?
Nell’emendamento alla “Legge di stabilità” (così si chiama ora la Legge finanziaria) che il governo varerà la prossima settimana, dopo essere stato battuto giovedì in commissione, potrebbero anche esservi 250 milioni di euro per le scuole paritarie private, secondo le promesse fatte recentemente dal Ministro Tremonti.
Se così fosse saremmo di fronte al tradimento del dettato costituzionale, tenuto conto che l’art.33 della Costituzione prevede che spetta alla Repubblica istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi e che enti e privati hanno il diritto di istituire anch’essi scuole e istituti di educazione ma “senza oneri per lo Stato”. Una interpretazione “elastica” della norma ha reso possibile l’intervento finanziario dello Stato alle scuole paritarie, intervento che nell’ultimo decennio si è aggirato all’incirca su 500 milioni di euro all’anno. In linea di principio Italia dei Valori ritiene che tra le funzioni primarie dello Stato vi debba essere quella di garantire un sistema di formazione ampio ed articolato e presente su tutto il territorio nazionale. Con la piena effettività del diritto allo studio, specie per i più bisognosi, in applicazione all’articolo 34 della Costituzione, secondo cui “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.
Un partito, come Idv, che si definisce post-ideologico, sempre in linea di principio, non preclude la possibilità che a fianco del sistema pubblico esista anche un sistema privato di formazione, secondo il principio di sussidiarietà. Con questo spirito in una nostra mozione discussa alla Camera lo scorso mese di maggio abbiamo impegnato il governo ad “intervenire per garantire l’efficienza scolastica a tutti i livelli ed il ruolo di aggregazione sociale e civile svolto dal sistema formativo italiano ed a sostenere lo sviluppo dell’iniziativa privata nel settore formativo”. Italia dei Valori ha ben chiaro tuttavia che la priorità deve essere il sistema pubblico, rispetto al quale quello privato può solo svolgere un ruolo sussidiario. Detto in altri termini ciò significa: i fondi dello Stato devono in primo luogo garantire un efficiente funzionamento del sistema formativo pubblico e solo dopo possono essere destinati a sostenere quello privato.
Ora è di tutta evidenza che in un momento in cui il governo procede a tagli apocalittici all’istruzione pubblica (oltre 123 milioni di euro per l’istruzione prescolastica, circa 780 milioni per quella primaria, più di 208 per la secondaria di primo grado e 841,6 milioni di euro per quella di secondo grado, in tutto quasi 2 miliardi di euro), vadano di pari passo tagliati anche a quella privata. Se a ciò aggiungiamo il taglio del 90% delle borse di studio (da 246 milioni di euro dello scorso anno a 25,7 del 2011) ci rendiamo conto della insostenibilità della situazione. In proporzione i fondi destinati alle scuole private avevano subito una decurtazione meno pesante (253 milioni di euro su 534). L’idea che ora possano essere integralmente reintegrati ci sembra inaccettabile. Prima si ripristini il diritto allo studio nella scuola statale e dopo, eventualmente, si sostenga quella privata!
Al Sanremo di Mazzi, Bella ciao e Govinezza
Mancava soltanto il richiamo a Giovinezza per rendere più somigliante il populismo autoritario di Silvio Berlusconi al regime fascista che quella canzone, nata in Toscana tra gli universitari negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, aveva trasformato, subito dopo la conquista del potere da parte di Mussolini e delle sue squadre di mazzieri, nell’inno della dittatura ossessionata dal giovanilismo.
E non a caso - potremmo dire - ha pensato il direttore artistico del Festival di Sanremo, Gianmarco Mazzi, a evocare l’inno e a pensare addirittura di metterlo nella serata storica del festival per i centocinquant’anni dell’unità italiana, il 17 febbraio, per giunta insieme con la canzone delle mondine Bella ciao adottata dai partigiani nella guerra di Liberazione.
Non ha torto il signor Mazzi a evocare lo scenario grottesco del regime anche perchè ogni tanto lo stesso Berlusconi è sorpreso a citare frasi e modi di dire che erano del dittatore romagnolo come quando ha detto, alcune settimane fa, citando i diari apocrifi di Mussolini, spacciati dal consocio Dell’Utri e ormai in via di pubblicazione: “Dicono di me che sono un dittatore ma il vero potere ce l’hanno i miei gerarchi. Quello che io posso è dire al mio cavallo di andare a destra o a sinistra.”
Ma è davvero incredibile che in questo paese la storia tenda a ripetersi con così piccoli cambiamenti. Certo Berlusconi - secondo i giornali di tutto il mondo - sta attraversando l’ultima fase del suo ciclo e si avvia in maniera ormai ineluttabile verso il tramonto ma atti gratuiti di servilismo come quelli del direttore di Sanremo indicano l’atmosfera sempre più torbida del tempo che passa e le idee balzane che vengono a chi non conosce la nostra storia.
A meno che si concepisca la storia come il seguito indistinto di parole e avvenimenti che non si distinguono tra loro e segnano soltanto il tempo come pedine equivalenti di un cammino che non registra sbalzi né mutamenti di rilievo.
In un’Italia ancora ricca dei suoi mali storici e che, in questi ultimi anni, li ha visti crescere pericolosamente, dal clientelismo all’arretratezza civile e al trasformismo, dalle mafie fiorenti al culto crescente del capo, non si capisce in nessun modo l’intento di far eseguire l’una dopo l’altra, (come se potessero stare sullo stesso piano) Bella ciao e Giovinezza.
Insieme la canzone della lotta per la libertà e quella dell’oppressione fascista: ma questo è il ritratto di chi non sa riconoscere tra la luce e le tenebre, tra i momenti di riscatto e quelli di soggezione e di schiavitù del nostro popolo.
Non sarebbe allora il caso di chiedere alle vittime ancora in vita, o a quelli che sono venuti dopo ma conoscono il passato dei loro cari, se vivere durante la dittatura equivalga alla democrazia che è venuta dopo la seconda guerra mondiale al prezzo di lutti e di sofferenze che non si possono dimenticare?
Giriamo la domanda a Gianni Morandi e a tutti quelli che dividono con il signor Mazzi la responsabilità del Festival del 2011, quello che dovrebbe ricordare i centocinquant’anni della nostra storia.
GOVERNO TECNICO? OGGI SERVE SOLO A SILVIO
L’idea di un governo tecnico non ci ha mai fatto impazzire. Lo ritenevamo, almeno fino ad oggi, il minore dei mali, necessario nel momento in cui non si riusciva a spezzare il sistema di potere di Berlusconi. Eravamo in una lotta di trincea dove Berlusconi se l’era sempre sfangata.
Nelle ultime due settimane, però, tutto è cambiato. I fallimenti, politici ed economici, di questo governo sono venuti fuori, alla luce del sole. Dai rifiuti che sono tornati a riempire Napoli e la Campania alla mortificazione di Alitalia, passando per il terremoto dell’Aquila, il fallimento di questo governo è totale e drammatico e soprattutto impossibile da nascondere, come l’immondizia.
A questo, si aggiunga l’abisso morale in cui è precipitato il presidente del Consiglio, lo squallore di dover vedere trasformati in “bordello di Stato” i palazzi della presidenza del Consiglio, teatro di un via vai incessante di prostitute, portate su e giù a vagonate da poliziotti e carabinieri per i trastulli del sultano. Tutti i nodi sono venuti al pettine. Ebbene, di fronte a tutto questo, abbiamo il dovere di fermarci un istante e riflettere se la strategia che avevamo fino ad oggi pensato sia ancora la più efficace per battere Berlusconi. Io non credo.
Berlusconi non sarà mai più debole di quanto lo è oggi. Mai più la sua politica apparirà fallimentare agli occhi degli italiani come appare oggi. Mai più le sue parole risuoneranno come vane promesse quanto risuonano oggi. La scelta di fondo tra elezioni subito o governo tecnico sta tutta qui. Tra il fare una campagna elettorale oggi tutta incentrata sull’abisso morale ed umano del premier, sull’immagine di un uomo malato, debole e ricattato, di una maggioranza deflagrata, di un governo incapace ormai di tutto, se è vero che giovedì è finito in minoranza al primo voto sulla Finanziaria, oppure fare una campagna elettorale tra otto o nove mesi, dandogli tutto il tempo di far dimenticare quanto accaduto in questi tre anni e consentendogli di impostare tutta la campagna elettorale sulla presunta illegalità e antidemocraticità del governo tecnico.
Lo faremo giocare proprio sul suo campo, anche perché, diciamocelo con chiarezza, non è che il governo tecnico in cinque o sei mesi potrà fare nulla al di là della legge elettorale. Quanto a quest’ultima, che noi vogliamo davvero cambiare, per tornare a quella precedente, che era migliore e basata sui collegi uninominali, basterebbe una settimana in parlamento. La proposta, infatti, c’è già e consta di un solo articolo e ci sarebbe tutto il tempo di approvarla prima che vengano sciolte le camere. Credo che tutte le opposizioni dovrebbero iniziare una seria riflessione su questo, a partire dai lettori di questo blog.
Sicilia, nessuna alleanza con il PD che sostiene il Governo Lombardo
La questione morale da anni è denunciata da Italia dei Valori ed è, adesso, esplosa in tutta la sua drammatica gravità in Sicilia, dentro le istituzioni di governo e dentro l'organo parlamentare.
Undici deputati regionali indagati per reati gravissimi e anche per mafia, un deputato arrestato in questi giorni e altri per i quali si è ipotizzata la necessità di misure cautelari; il Presidente della Regione indagato per mafia e con lui il fratello, parlamentare nazionale ed esponente di spicco dello stesso partito.
Ma non è di questi processi penali che intendo qui richiamare la pur necessaria attenzione.
Sarà la magistratura ad accertare se nei comportamenti e nelle frequentazioni degli indagati, rinviati a giudizio ed arrestati, si configurano gli estremi di reato.
Ciò che da anni Italia dei Valori denuncia in Sicilia è il sistema di clientele, scambio elettorale e frequentazioni, di giorno e in piena notte, con esponenti di spicco e boss mafiosi del precedente Presidente della Regione, Salvatore Cuffaro e anche dell'attuale, Raffaele Lombardo.
Due anni fa nel corso delle elezioni per la Presidenza della Regione Siciliana, ho tenuto decine di comizi, sostenendo che Lombardo era un “Cuffaro senza cannoli”: lo stesso sistema di potere affaristico-clientelare, senza però alcuni atteggiamenti grotteschi folkloristici (espressi dai cannoli, dolci con i quali Salvatore Cuffaro aveva “festeggiato” la sua condanna per favoreggiamento di mafiosi!), atteggiamenti che caratterizzavano il suo predecessore, allora indagato e poi condannato anche in appello per reati gravissimi.
Ma ancora una volta, qui non voglio ulteriormente parlare di Cuffaro, che – travolto dalla indignazione dell'opinione pubblica e da una opposizione intransigente, in prima linea, di IdV – è stato costretto finalmente a dimettersi, né di Raffaele Lombardo, eletto nel 2008 Presidente della Regione, con il determinante sostegno di Cuffaro e, a quanto risulta allo stato attuale delle investigazioni, con i voti dei boss.
Anche Lombardo dovrebbe, a prescindere dagli esiti processuali, dimettersi.
La sen. Anna Finocchiaro – va ricordato qui – in molti comizi insieme a me e in tutti quelli da sola, ha ripetuto la mia definizione di Lombardo quale “Cuffaro senza cannoli“, giungendo ad affermare “essere Lombardo e il suo sistema di potere persino peggiore di Cuffaro e del suo sistema di potere”.
Oggi, il sistema affaristico e clientelare, lo scambio elettorale e le frequentazioni, anche notturne, di mafiosi dell'attuale Presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo, appaiono confermati dalle acquisizioni in corso.
Siamo in presenza di fatti penalmente rilevanti? Di reati? Spetta ai magistrati fornire risposte definitive.
Una cosa è certa: quel sistema è eticamente e politicamente incompatibile con la permanenza in carica come Presidente di Lombardo, ed è condanna gravissima nei confronti del Partito Democratico.
Quel PD che con i suoi deputati regionali garantisce, in misura essenziale e determinante, la maggioranza e la fiducia al governo Lombardo, ed è lo stesso rappresentato in Giunta regionale da suoi esponenti e dirigenti storici “travestiti “ da tecnici, come peraltro sono “travestiti“ da tecnici tutti gli altri assessori regionali targati MPA, UDC, PdL.
Sì, il PD è determinante per la permanenza in carica del governo Lombardo insieme con PdL, UDC e MPA!
Alcuni mesi fa, dopo più di un anno dalla elezione di Lombardo e dalla fresca sconfitta della candidata alternativa Anna Finocchiaro, il Partito Democratico e la stessa Finocchiaro hanno sostenuto l’ipotesi di un “governo tecnico”, che nelle ultime settimane si è palesato come un governo di coalizione, con i partiti già indicati e senza limiti di durata e di obiettivi.
E' una autentica vergogna che il PD tradisca i suoi elettori e quelli della coalizione di centro sinistra, e dia copertura a clientele, affari, scambi di voti e frequentazioni indecenti.
I deputati Lumia, Cracolici e, purtroppo, anche Anna Finocchiaro assumono sulla stampa e in dichiarazioni ufficiali il ruolo di garanti. Garanti di che? Di quell'impresentabile sistema di potere e relazioni?
Bersani intervenga se vuole evitare che il suo partito, a partire dalla Sicilia, venga rottamato, ridotto ad essere nell'Isola una sottocorrente del sistema di potere di Lombardo.
Italia dei Valori notifica formalmente che, se non cesserà immediatamente il sostegno al governo Lombardo, a partire dalle prossime elezioni amministrative in Sicilia e anche dalle comunali di Palermo, non accetterà alcuna coalizione con il Partito Democratico.
Tradisca pure il PD - insensatamente, per logiche di inciucio - i suoi elettori che, siamo certi, sapranno punire questa impresentabile operazione.
Nelle piazze di Roma e del Lazio per le rinnovabili
In questo fine settimana saremo in numerose piazze di Roma e del Lazio per la raccolta firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.
Dopo la nostra mobilitazione per il referendum contro il ritorno al nucleare, dunque, confermiamo la nostra vocazione di partito che non dice solo di no, ma avanza proposte alternative sui grandi temi. Mentre il governo va avanti con la scellerata politica del nucleare, noi pensiamo al futuro dei nostri giovani e a quello dell’ambiente.
Sull’energia, infatti, da sempre siamo grandi sostenitori della possibilità di sviluppare il ricorso alle rinnovabili, fino a raggiungere il 100% del nostro fabbisogno. Questa proposta di legge prevede un Piano energetico ambientale nazionale coerente, che obblighi anche il governo a presentare ogni anno un rapporto al Parlamento sull’attuazione, oltre a una netta distinzione tra fonti rinnovabili sostenibili e non sostenibili che potranno accedere agli incentivi.
La legge prevede ancora meno burocrazia per gli impianti solari termici e fotovoltaici di piccola taglia installati sui tetti che, in assenza di vincoli, saranno autorizzati con una semplice comunicazione al Comune di appartenenza.
Tra le altre novità del progetto legislativo, infine, la razionalizzazione dei trasporti con la riduzione della domanda di mobilità automobilistica attraverso una pianificazione urbana integrata e moderna, assegnando la precedenza al trasporto pubblico elettrico e su ferro e alla mobilità pedonale e ciclistica. Fra gli interventi: chiusura al traffico di zone sempre più ampie dei centri urbani e incentivazione di mezzi di trasporto a emissioni zero.
Dopo la grande mobilitazione per il referendum, dunque, vi aspettiamo nelle piazze della Regione Lazio e di tutta Italia perché la vostra firma è fondamentale. Solo così cominceremo a gettare le basi per un Paese nuovo, pulito in tutti i sensi.
VENGO ANCH’IO? NO TU NO!
Alla fine i nodi vengono al pettine, anche per il sultano d’occidente Silvio Berlusconi.
Il governo ha organizzato a Milano la Conferenza Nazionale della Famiglia che si svolgerà dall’8 al 10 novembre. I punti all’ordine del giorno sono certamente importanti, ma in realtà l’appuntamento è stato concepito come l’ennesima passerella in cui lanciare promesse roboanti che non verranno mai realizzate.
Peccato che a scompaginare ogni piano sia giunta come un fulmine a ciel sereno la dichiarazione del Forum delle famiglie, l’organizzazione che riunisce le tante associazioni del settore. Il presidente del forum ha mandato a dire al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che la sua presenza alla Conferenza non sarebbe opportuna, ma anzi sarebbe imbarazzante, perché rischierebbe di spostare l’attenzione su altre questioni. Il riferimento alle vicende della vita privata del premier è palese.
Il fatto che gli stessi che organizzarono il famoso Family Day del 2007 e che in questi anni sono stati tra i principali sostenitori del premier, ora gli voltino le spalle in maniera clamorosa dimostra l’ampiezza dell’isolamento e della crisi di questo governo giunto ormai al capolinea.
Poiché non sono una ipocrita, come è capitato altre volte in passato, anche in questa occasione non condivido pienamente la posizione espressa dal forum delle famiglie.
Che Silvio Berlusconi produca sulle famiglie italiane lo stesso effetto che la kriptonite produce su Superman non c’è dubbio. Ma prima che per i suoi comportamenti privati, che una volta divenuti pubblici possono legittimamente essere sottoposti ad un giudizio etico e morale, il premier doveva essere invitato ad astenersi dal partecipare alla Conferenza sulla famiglia per le politiche realizzate dal suo governo.
Delle tante roboanti promesse lanciate in quel lontano family day, nessuna è stata realizzata in questi anni di governo. Sono state invece costantemente e consistentemente tagliate risorse alle politiche della famiglia, come dimostra anche l’ultima finanziaria attualmente all’esame della Camera.
Consentire a Silvio Berlusconi di salire sul palco della conferenza per sfoderare l’ennesimo sorriso magico ( che negli ultimi tempi ricorda sempre più quello degli alligatori dei cartoni della Disney), e lanciare altre vuote promesse sarebbe una colossale inaccettabile presa in giro per le famiglie italiane sulla base delle politiche non realizzate in questi anni.
L’Aquila, i conti sul Progetto C.A.S.E. non tornano
Se la matematica non è un’opinione, o gli alloggi del Progetto C.A.S.E. sono costati il 30% in più di quello che dichiara la Protezione Civile, o non si ritrovano i 350milioni di euro donati dall’Unione Europea e destinati al progetto.
Il 7 ottobre Bertolaso ha dichiarato in Senato che la spesa complessiva per il Progetto C.A.S.E. alla “data odierna” (con i lavori ultimati da quasi 9 mesi) é stata di circa 809milioni di euro; la stessa cifra dichiarata sul sito della Protezione Civile.
809 milioni per 4.449 alloggi, vuol dire 182mila euro per ogni unità abitativa di circa 60 mq.
Il problema é che se anche la spesa finale – milione di euro in più o milione di euro in meno – dovesse risultare di 820milioni, comunque non si capirebbe che fine hanno fatto i 350 milioni donati dall’Unione Europea per la realizzazione del Progetto C.A.S.E.
Di questi 820milioni, infatti, 700 sono stati presi dallo stanziamento statale operato sul “decreto Abruzzo” e circa 40 dai proventi delle donazioni, mentre il residuo di circa 80milioni di euro dovrebbe essere stato prelevato dai 350 donati dall’Unione Europea.
E gli altri 270milioni che fine hanno fatto?
O sono finiti altrove (ed in tal caso qualcuno dovrà dire dove) o sono serviti a coprire costi del Progetto C.A.S.E. non resi pubblici dalla Protezione Civile (ed in tal caso qualcuno dovrà dire perché); maggiori costi che in tale seconda eventualità eleverebbero la spesa per la realizzazione di ciascun alloggio di 60 mq. a circa 250mila euro.
Una somma che, messa direttamente in tasca ad ognuna delle circa 7.000 famiglie aquilane che occupano gli alloggi del Progetto C.A.S.E. ed aggiunta alle somme che lo Stato dovrà comunque erogare alle famiglie per riparare le loro abitazioni dai danni del terremoto, avrebbe reso ricca per sempre un’intera Città.
Una città che è, invece, molto più povera (e più brutta) di prima, quando oltre un miliardo di euro è stato già speso. Questo si che è stato un vero “miracolo italiano”!
Dal dopoguerra ad oggi, i mali cronici del nostro Paese
Nel 1949 il giornalista Giovanni De Maria scriveva: “Il livello della disoccupazione in Italia è il più elevato del mondo. Per quanto non esistano statistiche precise, si sa in via di massima che alla metà del 1948 i disoccupati erano 2 milioni 283 mila, comprese 720 mila donne. Negli altri paesi, la disoccupazione è in grandezza assoluta ben minore”, e riportava le conclusioni di un Congresso che indicava tra le cause, “l'eccesso di popolazione in rapporto agli altri fattori produttivi, l'insufficiente incremento della produzione, le limitazioni al movimento dei beni, dei capitali e delle persone”. Tra i rimedi proposti per combatterla, “la necessità di favorire l'afflusso dei capitali stranieri e del risparmio nazionale alle imprese; necessità delle trasformazioni fondiarie, dello sviluppo degli scambi internazionali e delle migrazioni; necessità di sollevare le aree depresse con un'acconcia politica fiscale e creditizia, con i lavori pubblici. Comunque – sottolineava De Maria -, nei presenti al Congresso è rimasta l’impressione che poco si sia fatto per curare la disoccupazione e la sensazione è quella che nelle alte cerchie governative siano in troppi perché si possa decidere con coerenza e siano troppe le volte che i problemi vengano accantonati per timore di portare apertamente alla ribalta pubblica gli inevitabili contrasti…”
Questo nel 1949. Il 28 Ottobre 2010 il Governatore della Banca d’Italia Draghi afferma: “Il problema «centrale» per lo sviluppo in Italia, che quest’anno e il prossimo non si allontanerà da una crescita dell’1%, resta la disoccupazione: genera «diffusa incertezza sul futuro», con i redditi reali al palo e i consumi che «ristagnano». Fra il secondo trimestre del 2008 e il quarto del 2009 si sono persi 560.000 occupati che la «debole ripresa» di quest’anno (+40.000) non riesce a riassorbire”.
Draghi lancia un allarme: il Paese è fermo da quasi 10 anni.
La domanda ora è : Quale eredità ci stanno lasciando i nostri governatori?
Purtroppo questi due articoli disegnano i tratti di un Paese che in due momenti storici profondamente diversi, continuano a perseverare nel perseguimento di scelte sbagliate o quantomeno discutibili.
L’Italia si distinse negativamente anche per la gestione dei fondi del Piano Marshall, che venne duramente criticato dagli Stati Uniti stessi "per gli sprechi che il Governo ne sta facendo". Il rapporto Hoffman parla di scelte scellerate e cattivo impiego delle risorse messe a disposizione: "Rivoli di denaro che vanno in tasca ai boiari".
In sostanza i problemi del nostro Paese non sono cambiati molto dal 1949:
1) il clientelismo rimane ancora un tratto distintivo del nostro Paese che continua a servirsene con modalità' nemmeno troppo diverse;
2) la disoccupazione rimane il problema principale che oggi come allora dimostra l'incapacità e l'impossibilita del sistema produttivo di assorbire in modo adeguato i lavoratori a disposizione;
3) siamo di fronte ad incapacità' e/o scarsa volontà dello Stato di investire nell'innovazione e nella ricerca per garantire una possibilità concorrenziale al nostro Paese;
4) vi è il ritorno a una tendenza che porta a favorire gli interessi dei grandi gruppi industriali ai quali vengono dati pieno appoggio da parte del governo a discapito di una contrattazione sindacale che si avvia alla fine;
5) gli stipendi sono sempre più bassi a fronte di grandi profitti, che ci riportano verso un divario sociale in cui la classe media tende a sparire;
6) vi è una ripresa dell’immigrazione che coinvolge non solo il sud ma i giovani in maniera pressoché omogenea di tutto il Paese verso l'estero.
La riflessione che nasce spontanea è quella che mi porta a chiedere se questa situazione sia vittima di una crisi che ha riacceso quel retaggio culturale che ha fatto tanta parte della storia del nostro Paese fino alla seconda Repubblica, facendoci retrocedere in un passato cupo, o se la crisi abbia colpito una Nazione che economicamente era ferma da 10 anni, ma culturalmente e socialmente non era mai cambiata.
Dal 2000 ad oggi, infatti, la caduta è stata inesorabile. Per 8 anni su 10, ha governato una forza politica di centro destra che, con la sua ingordigia, è riuscita a far andare a rotoli una grande parte onesta del Paese, a favore di quella protetta e corrotta che al contrario ha guadagnato potere e autonomia. Una “casta” abile nell’emanare leggi ad personam che andassero bene, appunto, solo ad una ristretta cerchia di cittadini.
Fini: cosa aspetti a staccare la spina?
Dobbiamo staccare la spina al governo Berlusconi, è la condizione indispensabile per riportare il nostro Paese a una situazione di normalità e democrazia. Noi dell’Italia dei Valori lo diciamo dal primo giorno, dalla manifestazione di piazza Navona del 2008, dopo la vittoria di Berlusconi. Abbiamo aperto gli occhi ai cittadini sul fatto che questo signore si è messo in politica per coprire tutto ciò che ha commesso come imprenditore e privato. Oggi, i fatti, purtroppo, ci stanno dando ragione, ma la ragione è dei fessi se non si passa all’azione.
È, dunque, prioritario, per ridare al Paese un governo, un Parlamento e delle istituzioni che si occupino dei cittadini, liberare Palazzo Chigi da un personaggio che si è appropriato della democrazia per sistemare i propri affari. Come possiamo fare? Nell’unico modo democratico: sfiduciarlo in Parlamento, trovare una maggioranza parlamentare che sia disposta a dire “basta” e a mandarlo a casa. Come si può creare questa maggioranza parlamentare? Trasformando, come si dice, anche la domenica in giorni feriali.
Mi rivolgo direttamente a Gianfranco Fini: è dal tuo intervento a Mirabello che stai dicendo che a Palazzo Chigi c’è una questione morale grande quanto una casa. Perché poi non stacchi la spina? Perché sei disposto a votare il Lodo Alfano e assicurargli l’impunità, permettendogli di continuare a governare? Questa tua ambiguità si sta trasformando in complicità, perché è complice chi non rimuove gli ostacoli istituzionali che impediscono al nostro Paese di avere un governo sereno e trasparente.
Noi dell’Italia dei Valori chiediamo che prima venga sfiduciato Silvio Berlusconi e poi si vada a votare. Vogliamo una nuova legge elettorale, ma non capiamo chi sostiene che sia necessario passare per un governo tecnico.
In realtà la legge si potrebbe fare subito in Parlamento, se solo i membri di Futuro e Libertà e tutta l’opposizione fossero d’accordo. Perché allora aspettare che Berlusconi lasci la presidenza del Consiglio? Mettiamo all’ordine del giorno in Parlamento la nuova legge elettorale già domani mattina, così da dare l’opportunità ai cittadini di scegliere chi deve governare e chi deve starsene a casa. Così, quando cadrà il governo Berlusconi, potremo andare a votare.
Noi dell’Italia dei Valori vogliamo smascherare il giochino del governo tecnico: lo appoggeremo dall’esterno soltanto se servirà davvero a fare la nuova legge elettorale in 90 giorni. Scaduto questo termine, bisognerà andare alle urne e non accetteremo nessun tipo di tentennamento.
Sono i cittadini ad avere il diritto e il dovere di scegliere chi deve occupare le sedie del Parlamento, senza gioco delle tre carte.
Sulla vita privata di Berlusconi dico che non mi interessa, non mi importa cosa fa a letto di notte, ma si dovrebbe render conto che un presidente del Consiglio non può comportarsi in questo modo. Non può discriminare nessuno, né su base etnica, razziale, religiosa e neppure, come ha fatto ieri con amara ironia, su base dell’orientamento sessuale, adottando un comportamento goliardico da osteria.
Gli orientamenti sessuali possono essere diversi, ma le persone sono tutte uguali.
Per questo motivo, non ha titolo morale per governare. È il momento di pensare ai cittadini, di mettere in condizione le istituzioni di occuparsi dei giovani che non hanno lavoro, degli anziani che non hanno assistenza, delle infrastrutture mancanti, di risolvere una situazione economica fatta a pezzi da molti furbi che non pagano le tasse ma che questo governo privilegia a scapito della maggioranza dei contribuenti che versano regolarmente le imposte.
L’Italia dei Valori si batte e si batterà, fuori e dentro il Parlamento, per avere un’alternativa di governo che si occupi realmente del Paese e non soltanto all’impunità del premier.
Disabili, Falsi invalidi e controlli: dalla crociata alla via Crucis
E’ allarmante il silenzio dei grandi mezzi d’informazione sul problema delle verifiche attuate dalle nuove misure di Governo (DM 2 agosto 2007) portate avanti dall’Inps, sulla condizione di disabilità dei cittadini portatori di handicap, che usufruiscono dell’indennità di accompagnamento e della pensione di invalidità.
Per comprendere i disagi e le umiliazioni alle quali sono sottoposti in questi giorni i disabili, è sufficiente recarsi presso le sedi INPS, dove si svolge la loro via Crucis con famiglie al seguito. Le segnalazioni di disagi provenienti dalle associazioni e dai familiari di persone disabili sono innumerevoli: lettere recapitate nei mesi di luglio e agosto con termine ultimo di 15 giorni, tempo utile concesso dall’ INPS per certificare lo stato di handicap attuale, che nel 50% dei casi risulta aggravato dalla progressione della patologia o semplicemente dall’avanzare dell’età. In parole povere i drammi di decenni di vita da certificare in 15 giorni. Per non parlare del telefono e fax dell’ INPS andato in tilt, con imbarazzo degli operatori di un call-center, che non sanno a quale santo votarsi per rispondere all’utenza.
Altro nodo dolente, alla Commissione INPS non sono stati ammessi associazioni e sindacati a tutela della controparte, è solo concesso farsi accompagnare da un medico legale, a spese del disabile. Per ironia della sorte alcuni disabili sono venuti a conoscenza che tutti devono essere sottoposti a visita come da DM 2 agosto 2007, quindi c’è da chiedersi: cosa accadrà a chi è riuscito ad inviare un fax con il certificato di invalidità antecedente al 2/8/2007? L’INPS risponde che concede il ricorso, l’ennesimo danno con relativa beffa ai danni delle persone con handicap.
E’ di pochi giorni fa la notizia di un cittadino siciliano in stato vegetativo al quale è arrivata la richiesta di verifica da parte dell’Inps nonostante la sua inconfutabile situazione di disabilità avrebbe dovuto escluderlo da altri controlli. Non solo, stanno arrivando delle segnalazioni di persone chiamate a dar conto entro 15 giorni dal ricevimento della comunicazione, della documentazione necessaria per continuare a ricevere la pensione o l’indennità di accompagnamento o entrambe, e sono molti i cittadini chiamati a sottoporsi a doppia visita prima dall’ASL e poi dall’INPS per constare la condizione di disabilità. A che serve allora un membro permanente di medici INPS all’interno delle commissioni della ASL se tanto poi ci si ritroverà a dover effettuare un secondo controllo?
Nessuno contesta il diritto teorico di verificare la persistenza dei requisiti che hanno portato, negli anni passati, una regolare commissione medica, onesta fino a prova contraria, a certificare una percentuale di invalidità tale da comportare l’attribuzione di un beneficio economico: pensione, assegno, o indennità di accompagnamento. Ma questo controllo, va ricordato, è finalizzato esclusivamente a smascherare falsi invalidi, ossia persone che stanno truffando lo Stato perché sono state aiutate, in questo, da medici compiacenti o collusi, o corrotti. Non abbiamo ancora notizia di una sola denuncia nei confronti di medici di questo tipo.
I controlli stanno arrivando a tutti, dai malati di SLA a poliomielitici di vecchia data, persone allettate, paraplegici, tetraplegici e via discorrendo; tutti chiamati a presentarsi davanti alle commissioni. Sarebbe interessante sapere adesso, dopo tre mesi di controlli, quali effetti stanno producendo alle casse dello Stato, visto che quelli sui disabili e le loro famiglie sono sotto gli occhi di tutti. Come mai la grande stampa che prima ha fatto titoloni sulla task force contro il falso invalido, ora si dimentica di verificare effetti e modalità d’intervento?
EMERGENZA RIFIUTI, IDV DENUNCIA SITUAZIONE AL LIMITE
Siamo andati, con il deputato dell’Italia dei Valori, Francesco Barbato in Campania, nelle zone interessate dall’emergenza rifiuti. Barbato, dopo un sopralluogo effettuato nei giorni scorsi alla discarica di Taverna del Re, nel comune di Giugliano, ha deciso di presentare una denuncia alla Procura della Repubblica di Napoli. L’area, infatti, è interessata da una situazione non più sostenibile, con rifiuti anche pericolosi, a cielo aperto che rappresentano un pericolo costante per la salute pubblica. Per questo gli abitanti dei comuni della zona chiedono interventi immediati e protestano contro il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi che si era personalmente impegnato a bonificare le discariche.
Nel video l’intervista a Francesco Barbato.
Le parole sono pietre
Mio padre, da buon contadino, mi ha sempre insegnato che le parole, se non sono seguite dai fatti, non valgono nulla. Che ci faccio con un bracciante che mi promette di raccogliere le mele se a fine serata non ho i cesti pieni da portare al mercato la mattina dopo?
Dico questo perché sono passati più di due mesi da quando Gianfranco Fini, a Mirabello, si è scatenato contro i “tagli lineari indiscriminati” fatti da Berlusconi ed ha sollevato la questione morale. Poi, non contento, ha chiesto il rispetto della Costituzione e delle istituzioni dello Stato e infine, sul garantismo, ha spiegato che "mai e poi mai può essere considerato una sorta di impunità permanente". Tante voci si sono levate per sottolineare la rottura e la nuova scelta di campo del Presidente della Camera. Più prosaicamente io avevo chiesto che alle parole seguissero poi fatti concreti.
Non mi sbagliavo. Perché in questi mesi tante parole sono state ancora spese da Fini, ma di azioni coerenti con quanto detto, niente.
I finiani hanno votato il Lodo Alfano retroattivo per Berlusconi, hanno espresso voto contrario all'autorizzazione a procedere per l'ex ministro del Pdl Pietro Lunardi, hanno sostenuto tutti i provvedimenti dei ministri Gelmini e Tremonti con i tagli alla scuola pubblica e all'Università, hanno sostenuto Berlusconi nella demolizione di ogni regola del diritto, nelle iniziative contro la libertà d’informazione e per la censura della Rete e nelle sue esternazioni volte a limitare l’indipendenza della Magistratura.
Anche nei giorni scorsi Fini ha proseguito nella sua enunciazione di principi, pure condivisibili, al punto che, a volte, si ha il dubbio che li abbia copiati dal programma dell'Italia dei Valori.
C'è ancora chi gli crede? Visto che siamo al capolinea della democrazia, credo che sia necessario consentire a chi vuole scendere di poterlo fare. E l'occasione, l'ultima ormai, Fini ed i finiani l'avranno alla riapertura del Parlamento, quando nel prossimo question time, sollecitato dall'Italia dei Valori, interpelleremo il ministro dell’Interno Maroni in merito alla telefonata arrivata alla questura di Milano da parte di Palazzo Chigi con riferimento alla ragazza minorenne Ruby. Vogliamo sapere se vi sia stato da parte del presidente del Consiglio, o di persone da lui incaricate, un vero e proprio abuso della sua funzione governativa, aggravato dall’aver fornito alla Questura false informazioni circa le generalità della ragazza stessa.
Se le risposte non ci convinceranno, presenteremo una mozione di sfiducia nei confronti di Berlusconi. Per farlo avremo bisogno della firma di altri parlamentari: in quest'occasione peseremo le parole pronunciate da Fini. Se lui ed il suo gruppo si tireranno indietro, dimostreranno, ancora una volta, la loro incoerenza.
Se invece ci sarà la sfiducia, l'Italia dei Valori, dopo la caduta di Berlusconi, darà la disponibilità ad un eventuale governo tecnico, che abbia come primo e unico obiettivo quello di ridare la parola ai cittadini con una nuova legge elettorale. Insomma, l’importante è che il nuovo esecutivo non sia la solita furbata da prima Repubblica.
Immigrati, l’Italia dimostri di essere un Paese moderno
La Caritas comunica che gli immigrati regolarmente soggiornanti in Italia sono quasi cinque milioni. Per l’esattezza 4.919.000. Circa 700mila in più di quelli che ci dà l’Istat, e questo è un dato che continua ad aumentare.
La crescita degli immigrati ci pone di fronte a tanti problemi: certamente un aumento dei costi, dei servizi che dobbiamo rendere, dell’istruzione. ma sappiamo perfettamente che gli immigrati per integrarsi nel nostro Paese devono poter essere considerati alla pari di noi altri che su questo territorio siamo nati e che abbiamo consolidato le nostre tradizioni e la nostra cultura.
Ecco, serve la politica dell’ascolto, dell’accoglienza e non la politica dell’egoismo, della separatezza, la politica dell’esclusione. Caritas ci dice questo, la Cei lo ha detto nella settimana sociale dei cattolici che si è svolta a Reggio Calabria: aprire i nostri confini nei confronti degli ultimi, di coloro i quali vengono in Italia per fame, per persecuzioni, per dare ai propri figli un destino migliore.
Certo, ci sono problemi, non è tutto facile, ma l’Italia, che è un Paese moderno, memore di quello che i nostri connazionali hanno dovuto subire all’inizio del secolo ventesimo, deve dimostrare che vi è carità, umanità, accoglienza, voglia di essere uguale a chi viene da noi per migliorare.
Rifiuti, c’è una alternativa alla gestione fallimentare del Governo
Op là. I rifiuti che B.B. (il duo Berlusconi e Bertolaso) avevano fatto miracolosamente sparire sono riapparsi più arrabbiati che mai. Ora li nasconderanno di nuovo sotto qualche tappeto, pagato a peso d'oro, ma vedrete che ricompariranno, produrranno nuove emergenze, nuovi interventi in deroga, nuovi affari e nuove cariche della polizia. Così va il mondo nell'epoca del Cavalier Berlusconi.
La vicenda dei rifiuti in Campania dimostra l'improvvisazione con cui il Governo, da Berlusconi a Bertolaso, passando per la bella addormentata del bosco della Prestigiacomo, affronta questa fondamentale questione. Bisogna dire subito che tutto comincia con l'assoluta incapacità della regione e di molte amministrazioni di mettere in campo una raccolta differenziata degna di questo nome. Questa incapacità è stata causata e potenziata dai tagli ai trasferimenti ai Comuni dei fondi stanziati per la raccolta differenziata che il Governo, con incredibile faccia tosta, ha operato subito dopo la chiusura della prima emergenza, per puntare tutto sulla termovalorizzazione dei rifiuti, che non risolve il problema e, anzi, costituisce un rimedio peggiore del male. Certo, bruciare rifiuti è un bell'affare, come vedremo. Se poi c'è l'emergenza i costi salgono a livelli stratosferici, come dimostrano i conti salatissimi che la società che gestisce il termo-valorizzatore di Acerra, una delle tante figlie della Impregilo, presenta ogni anno alle amministrazioni campane. Tanto che viene da pensare che ci sia del metodo nella follia dello smaltimento dei rifiuti in Campania. Un metodo che prima si chiamava camorra e ora “ciclo integrato dei rifiuti”.
Senza una raccolta differenziata decente, si produce una montagna di rifiuti avvelenati che non è possibile smaltire neppure in discarica. I cittadini di Terzigno e dell'area vesuviana, con la loro lotta contro la discarica di rifiuti indifferenziati nel parco del Vesuvio, non solo difendono l'aria, l'acqua e la loro stessa salute, ma si comportano come disciplinati cittadini che vogliono impedire un gravissimo reato ambientale, previsto anche dalle norme europee.
Per quello che ci riguarda noi siamo con questi cittadini, che sono i veri tutori della legalità ambientale, e sosterremo, anzi promuoveremo con i nostri mezzi un ricorso alla Corte di Giustizia europea e una denuncia alla Commissione della UE perché condanni gli atti illeciti che il Governo italiano sta compiendo nella gestione dei rifiuti in Campania.
Eppure la ricetta per un buon servizio di smaltimento è nota da tempo: riduzione del rifiuto alla fonte, raccolta differenziata porta a porta, umido di buona qualità per il biogas e il composit, rifiuto secco riciclabile quasi integralmente. Molte regioni e comuni italiani lo fanno già e, grazie alla responsabilizzazione degli abitanti, raggiungono livelli di raccolta differenziata superiori al 60%. Il rifiuto secco viene riciclato e il riutilizzo dei materiali può raggiungere e superare l'80% del rifiuto iniziale. Questi metodi non sono favole; esiste, infatti, una consolidata filiere, addirittura di dimensione europea, per la commercializzazione dei materiali riciclati, che hanno la funzione di vere materie prime “seconde”.
I rifiuti possono essere addirittura una risorsa, come dimostra ad esempio il centro di riciclo di Vedelago in provincia di Treviso, che può trattare alcune centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuto secco l'anno. Non produce reflui né miasmi e occupa una persona per ogni 700 tonnellate trattate l'anno. Ciò vuol dire che smaltisce i rifiuti di una città di 200 mila abitanti dando lavoro a 120 persone. Il centro di riciclo paga ai comuni il rifiuto conferito con una tariffa che cresce al crescere del grado di selezione dei rifiuti conferiti. Il comune, dunque, ci guadagna.
Un inceneritore, invece, vuole soldi per bruciare i rifiuti. L'Impregilo fa il prezzo che vuole, ma gli inceneritori che non lavorano in emergenza, come quello di Brescia, chiedono e ottengono più di 70 euro a tonnellata Per di più ricevono incentivi con i certificati verdi del famigerato CIP 6. Un vero affare per i gestori dell'impianto, che occupa una persona per ogni 10 mila tonnellate di rifiuti bruciati. Gli impianti di riciclo, a parità di rifiuti trattati, occupano quindici volte più personale di un inceneritore.
Napoli ha un milione di abitanti e produce un po’ meno di 700 mila tonnellate di rifiuti l’anno. Quasi due mila tonnellate di rifiuti al giorno. Con solo quattro impianti di riciclaggio, di media taglia, distribuiti sul territorio, non si avrebbero miasmi, né inquinamento, né ciminiere alla diossina. Ci sarebbero più di mille nuovi posti di lavoro, e il comune potrebbe guadagnare qualcosa invece di spendere per il conferimento in discarica o agli inceneritori.
Ma c'è di più. Il termo-valorizzatore di Acerra ha una potenzialità di smaltimento di almeno 800 mila tonnellate di rifiuti l’anno. In un giorno divora più di tutti i rifiuti prodotti da Napoli. Questo in teoria. In pratica i rifiuti non differenziati avvelenano anche i termo-valorizzatori e l'impianto di Acerra è un malato in eterna convalescenza. Ora lo faranno tirare su dal letto per eliminate le mille e cinquecento tonnellate di rifiuti che sono sulla strada. Se non ce la farà, spediranno i rifiuti in giro per il mondo, spendendo cifre iperboliche. Intanto, però, trattando rifiuti indifferenziati, emetterà sostanze altamente tossiche e nocive. In Germania chi brucia rifiuti paga una tassa da 120 a 160 euro a tonnellata. Da noi riceve un sussidio.
Se si avviasse la strada della raccolta differenziata e del riciclo, in Campania avremmo meno inquinamento, meno scontri di piazza e più lavoro. Anche la camorra dovrebbe restare a guardare. Questa è la linea giusta, non quella delle cariche della polizia a Terzigno. Serve un governo capace, che non ingoia i rifiuti o li fa sparire sotto il tappeto. Bisogna smettere di essere sempre dalla parte della speculazione sui rifiuti, avvelenando tutto quello che si tocca, come ha fatto questo governo anche con le energie rinnovabili del fotovoltaico. C'è un solo rifiuto indifferenziato, non riciclabile e da buttare in discarica: il governo Berlusconi.
IDV RESTITUISCE 400 MILIONI A DISABILI GRAVI E GRAVISSIMI
La legge di bilancio attualmente all’esame della Camera ha operato tagli drastici nel settore delle politiche sociali, tali da rendere il 2011 un anno di lacrime e sangue proprio per le categorie più deboli e per le persone loro malgrado non autosufficienti.
Mercoledì in Commissione Affari Sociali si sono verificati due eventi: uno positivo, l’altro sbalorditivo.
La notizia positiva è che l’Italia dei Valori è riuscita a far approvare dalla Commissione Affari Sociali un emendamento che ha ricostituito il fondo di 400 milioni per i disabili gravi e gravissimi, fondo che il governo aveva completamente azzerato.
Con il nostro emendamento abbiamo dimostrato che, pur lasciando invariati i saldi di bilancio era possibile finanziare il fondo per le non autosufficienze.
Si tratta di un primo passo molto importante ma purtroppo non definitivo. Infatti l’ultima parola spetta alla Commissione Bilancio, ma sarebbe davvero grave se venisse cancellato un emendamento talmente doveroso da essere stato approvato con voto bipartisan di maggioranza e opposizione.
La notizia sbalorditiva consiste invece nell’intervento svolto sempre in commissione affari sociali dal Sottosegretario Carlo Giovanardi che ha ammesso e criticato i drastici tagli operati dal governo di cui fa parte alle politiche per la famiglia.
Come tutti possono leggere dai resoconti pubblicati sul sito della Camera dei Deputati, il succo del discorso del sottosegretario è stato il seguente: per il 2011 per le famiglie ho un budget di 52 milioni. Gli impegni di spesa già previsti da norme di legge già approvate ammontano a 94 milioni. Ergo sono fuori di 44 milioni solo per pagare i debiti. Chiaramente per ulteriori interventi a sostegno non c’è il becco di un quattrino.
Ancora più sbalorditiva è la motivazione dei tagli che ha addotto il sottosegretario, ovvero l’errata interpretazione dell’articolo 14 del decreto n.78 del 2010.
Di fronte a queste parole le riflessioni da fare sono due. La prima è che Giovanardi, che ha la delega alle politiche della famiglia, avrebbe dovuto dimettersi di fronte a tagli così drastici. La seconda è che è gravissimo sottrarre 133 milioni di euro alle famiglie italiane per un’errata interpretazione di una norma di legge.
Emergenze: per l'Aquila e la Campania nessuna risposta dal Governo
È terminata ieri la visita in Italia della delegazione della Commissione Controllo dei bilanci del Parlamento europeo, presieduta dall’onorevole Luigi De Magistris. Un tour di tre giorni con l’obiettivo di verificare come sono stati utilizzati i fondi erogati dall’Ue alle Regioni Campania e Abruzzo, con particolare riferimento alla programmazione comunitaria sul piano dei rifiuti, alla riqualificazione ambientale di Bagnoli e alla ricostruzione post terremoto de L’Aquila. La delegazione Ue ha avuto diversi incontri istituzionali, compresi quelli con il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, e con il governatore dell’Abruzzo, Gianni Chiodi.
Molte criticità tipicamente italiane, riscontrate dalla Commissione, ostacolano il corretto utilizzo delle risorse stanziate dalle autorità comunitarie.
Tutto ciò fa conquistare al nostro Paese la maglia nera nell’Europa a 27 per la gestione delle risorse concesse dall’Unione europea. Un primato che, oltre a non farci onore, va sempre a discapito dei cittadini. Ad esempio, ben 145 milioni di euro destinati al piano rifiuti in Campania giacciono inutilizzati perché nei confronti dell’Italia si è aperta una procedura d’infrazione per violazione delle norme ambientali e il governo finora non ha presentato nessun piano per sbloccare la situazione.
Sull’argomento abbiamo realizzato un’intervista al presidente della Commissione Controllo dei bilanci del Parlamento europeo, l’on. Luigi De Magistris.
IL 30 OTTOBRE A NAPOLI MANIFESTAZIONE NAZIONALE IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA
Anche questa volta l’Italia dei Valori sarà in prima linea a Napoli a fianco dei lavoratori precari impegnati nella difesa del proprio posto di lavoro e della scuola pubblica, contro la Riforma Gelmini che mina il diritto allo studio dei giovani e il diritto al lavoro di insegnanti e personale ATA. L’eliminazione di circa 150.000 precari in tre anni, priverà gli studenti della possibilità di svolgere una normale attività didattica perché le scuole non saranno in grado di garantire né il tempo scuola richiesto dalle famiglie, né un numero di alunni nelle classi rispettando le norme di sicurezza, né la copertura degli insegnanti assenti, per non parlare delle attività integrative della didattica, come visite di istruzione o attività laboratoriali che richiedono, per essere svolte senza rischi per i nostri figli, investimenti economici aggiuntivi anche in termini di personale scolastico.
Una seria riforma della scuola, secondo l’Italia dei Valori, deve mirare al potenziamento della qualità dell’istruzione, attraverso l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni; la garanzia del tempo pieno modulare nella scuola primaria; la riduzione del numero degli alunni nelle classi per permettere agli insegnanti di seguire individualmente gli studenti e combattere così il fenomeno dell’abbandono e della dispersione scolastica; l’investimento nella messa in sicurezza e nella manutenzione di tutti gli edifici scolastici e la creazione di adeguati laboratori scientifici, linguistici e multimediali. E’ così che uno Stato garantisce veramente il diritto allo studio ai propri cittadini, grazie ad una scuola pubblica, per tutti, ma di qualità che dia la possibilità di riscatto sociale attraverso l’impegno. Così si forma una società veramente meritocratica, premiando chi, a parità di condizioni di partenza, ottiene i risultati migliori e non chi, a fronte di una sempre più povera scuola pubblica, può permettersi di investire sul proprio futuro altrove, magari in uno di quei Paesi dell’OCSE che investe adeguatamente nella scuola e nell’università.
Per questo la lotta dei precari della scuola pubblica è la lotta di tutti i cittadini che vogliono una società realmente egualitaria e di tutti i lavoratori che si battono per non perdere i diritti lavorativi conquistati a costo di dure battaglie e sacrifici.
Si vuol far credere infatti che, per far fronte ad una situazione di emergenza economica, è necessario rinunciare a una serie di diritti acquisiti dopo decenni di lotte. Si impone così ai lavoratori di operare in condizioni sempre più disagiate in cui perfino la sicurezza diventa un lusso a cui si deve rinunciare. Si esigono ritmi lavorativi sempre più serrati che lasciano sempre meno spazio a esigenze familiari, affettive e sociali; si fa, della flessibilità esasperata, uno strumento da utilizzare per razionalizzare le risorse economiche, trascurando del tutto le conseguenze negative che tale prassi implica sulla qualità della vita dei lavoratori. Infine si limitano pesantemente i diritti dei lavoratori di manifestare il proprio dissenso con gli strumenti sindacali tradizionali, come lo sciopero.
Anche i lavoratori della scuola stanno subendo gli effetti devastanti di una tale politica che mira alla progressiva sottrazione di tutti i diritti lavorativi con l’aggravante che le conseguenze negative di questa politica ricadono direttamente e quotidianamente sui nostri figli, e quindi sulle future generazioni del Paese, che cambiano continuamente insegnante, che sono a contatto con professori sempre più sopraffatti da un senso di impotenza perché abbandonati a se stessi dall’istituzione che dovrebbe supportarli.
Per non parlare del progetto sconsiderato di questo governo di privatizzare progressivamente scuola e università introducendo il finanziamento di privati all’interno delle istituzioni scolastiche e degli atenei. Tale politica porterà inevitabilmente alla morte della libertà d’insegnamento, principio garantito dall’articolo 33 della nostra Costituzione e che a sua volta è la vera garanzia della libertà di apprendimento e quindi di un rapporto sincero perché disinteressato tra insegnanti e alunni, i naturali protagonisti del dialogo educativo.
E’ in difesa di tutto questo che Sabato 30 Ottobre alle 14:30 a Napoli, in piazza Mancini, nei pressi della Stazione Centrale, scenderemo in piazza a fianco dei precari della scuola, dei lavoratori precari di altri settori che hanno aderito alla protesta, e di tutta la società civile che ha a cuore le sorti dei propri figli, sia come studenti che come futuri lavoratori.
Di Letizia Bosco e laria Persi
L’Italia arranca ma la Camera dei Deputati va in vacanza
Ecco la notizia del giorno: la Camera dei Deputati si riunirà il prossimo 8 novembre. Provate a chiudere una fabbrica per una settimana e vedete cosa succede. Ma in questo Parlamento vengono garantiti profumati stipendi anche se non si lavora. Purtroppo le notti insonni del presidente del Consiglio per quel Lodo che fa storcere il naso anche ai ‘suoi’ è diventato un problema per tutta l’Italia. Più che di un Lodo, si tratta di un vero e proprio Nodo su cui si sta giocando l’instabilità di questo governo e che continua a paralizzare le Istituzioni, infischiandosene dei problemi reali del Paese.
Non c’è protesta, crisi, emergenza che tenga di fronte alle beghe giudiziarie del plurindagato Berlusconi la cui sola preoccupazione, in questi due anni e mezzo di legislatura, è stata ed è, quella di trovare un escamotage che lo strappi al giudizio della magistratura. Uno scudo che lo preservi anche dove la longa manus del legittimo impedimento, che lo ha ‘assolto’ finora, non può arrivare. Ed è a questo vergognoso provvedimento, che serve solo ad un cittadino che si pone al di sopra della legge, a cui si deve la completa paralisi del Parlamento e lo svuotamento delle competenze delle Camere, bloccate anche in piena crisi economica.
Più che un Governo del fare, questo è il Governo del dolce far niente. Per ricordare i numeri, già snocciolati da alcuni quotidiani, dal primo gennaio di quest’anno, l’esecutivo ha prodotto soltanto 10 leggi, l’Aula di Montecitorio si è riunita 126 volte, mentre quella di Palazzo Madama, ancora meno: 92 sedute; da entrambe le Camere sono stati licenziati appena 74 provvedimenti. Quale risposta migliore da parte di un governo che con i suoi ministri Brunetta e Gelmini ha aperto una caccia spietata contro i ‘fannulloni’ nelle scuole e nella pubblica amministrazione? Eppure non mi sembra che non ci sia niente da fare. Gli studenti continuano a protestare, le famiglie non arrivano a fine mese, i precari sono condannati ad un futuro incerto, le Cig cominciano a scarseggiare e la disoccupazione reale, tra le più alte in tutta Europa, ha superato ormai l’11%.
L’Italia è in ginocchio, stremata! Avrebbe bisogno di una seria riforma universitaria, di misure che sostengano le piccole e medie imprese con gli artigiani e le partite Iva, che rafforzino il comparto sicurezza con più fondi e di una legge sulla giustizia che stabilisca regole di funzionamento più veloci e che assicuri ai cittadini la certezza del diritto e della pena. Purtroppo però la nostra classe dirigente, invece di pensare a come garantire la ricerca e lo sviluppo dell’Italia, è in tutt’altre faccende affaccendata. Le api ‘operaie’ del Pdl e della Lega riversano tutte le loro energie nel confezionare l’ultima ignobile legge ad personam per il proprio satrapo, voltando senza ritegno le spalle al Paese.
Lavoro, progetto IdV contro le esternalizzazioni
La presentazione del progetto contro il “sistema esternalizzazioni” ha consentito di portare alla luce quello strato di società che, fra mille difficoltà, sta lavorando per riportare la politica italiana ad occuparsi dell’interesse collettivo piuttosto che delle esigenze della casta. Si è respirata un’aria nuova, fresca e di partecipazione “dal basso”: per troppo tempo è stato negato ai cittadini di contribuire attivamente alla realizzazione delle scelte politiche che inevitabilmente segnano il destino di un paese.
Per cambiare le cose è necessario comprendere i meccanismi che stanno alla base della crisi economica e della disoccupazione, e sicuramente le strategie di esternalizzazione hanno contribuito in modo determinante all’incremento vertiginoso di queste piaghe sociali.
Tale fenomeno, infatti, è alla base delle più imponenti crisi occupazionali degli ultimi tempi: Eutelia, Telecom, Fiat, il fallimento di una parte della politica industriale di Catania e dintorni, il mondo dei call center (Omega, Omnianetwork, Phonemedia, Comdata ecc...), Unicredit e mondo bancario in generale, vari ministeri fra cui quello della Giustizia.
Questo è solo l’inizio.
Playlist: Progetto politico contro le esternalizzazioni abusive
Non raccomandati in rivolta: “Vogliamo il posto che ci spetta”
Questa mattina centinaia di persone hanno partecipato ad una manifestazione davanti a Montecitorio.
Si trattava certamente di “non raccomandati”, altrimenti non li avremmo trovati lì ma al loro posto di lavoro in qualche pubblica amministrazione. Sono, infatti, cittadini che hanno vinto un concorso pubblico, sono risultati idonei a ricoprire determinati incarichi, ma poi non sono mai stati assunti.
Questo è uno dei paradossi dell’Italia di oggi. Mentre il ministro Brunetta continua a riempirsi la bocca con la parola “meritocrazia”, ci sono ben 70.000 persone che hanno superato un concorso pubblico – dimostrando di avere competenze e preparazione – che attendono (inutilmente) di essere legittimamente chiamati ad occupare il loro incarico.
Questi ragazzi e ragazze fanno parte della parte migliore del nostro Paese, quella che s’impegna e studia per migliorarsi, e, se solo fosse data loro l’opportunità, di certo contribuirebbero a rendere più efficienti le nostre amministrazioni pubbliche, dando l’iniezione di produttività tanto auspicata. E’ un loro diritto, sancito dall’art. 97 della nostra Costituzione.
E allora? Allora bisogna che ci diamo tutti da fare per far conoscere questa situazione paradossale, per aiutar loro a diffondere le notizie su questa anomalia tutta italiana.
L’Italia dei Valori si impegna fin da ora a riportare la loro vertenza in Parlamento quanto prima, ribadendo la posizione del partito:
- riconoscimento del giusto valore al merito e alle competenze dei vincitori di concorso; - annullamento dell’assurdo blocco del turn over nella pubblica amministrazione; - obbligo per le pubbliche amministrazioni di attingere alla graduatorie dei concorsi pubblici ancora vigenti prima di indire un nuovo concorso; - regole più chiare e trasparenti per evitare “bandi ad personam” utili solo ad inserire qualche “protetto” nella pubblica amministrazione; - uniformità della disciplina dei concorsi per evitare che esistano vincitori di serie A e vincitori di serie B, con regolamentazione anche della questione “idonei”; - protezione delle graduatorie di concorsi già espletati da ulteriori blocchi delle assunzioni. |
Questi sono i punti che – come responsabile nazionale IDV della Difesa della Costituzione - mi impegnerò in prima persona a perorare per evitare che la nostra società continui ad essere considerata chiusa e riservata a caste o privilegiati. Perché una società aperta che protegge i diritti è l’antidoto più efficace alle pratiche clientelari e consociative.
LA SCUOLA PERDE I PEZZI E I DISABILI LA LORO DIGNITA’
Si Infiamma la polemica per le dichiarazioni del presidente della Provincia di Udine, nonché esponente leghista, Pietro Fontanini sulla necessità di rintrodurre le classi differenziate per gli alunni disabili perché, a suo dire, “rallentano il percorso scolastico degli altri alunni”. Tra prese di distanza e contestazioni, anche dalla sua stessa parte politica, ciò che maggiormente preoccupa è il subdolo insidiarsi di un pensiero pericoloso che vorrebbe emarginare i disabili dalla vita sociale limitandone l’integrazione.
Quello che va delineandosi è un inquietante scenario sulle problematiche dell’handicap perché quanto affermato dal Presidente della provincia di Udine fa eco alle dichiarazioni che non molto tempo fa ha fatto un professore del conservatorio di Milano, che sosteneva il ritorno alla Rupe Tarpea. Dichiarazioni inquietanti e discriminatorie che devono far riflettere sull’andamento civile e morale di questo Paese.
Anche se non si volesse dar peso a dichiarazioni di questo tipo, dette e poi smentite dal solito “sono stato frainteso”, non possiamo non vedere qual è la realtà di migliaia di famiglie, mamme e familiari di persone disabili che si trovano a vivere e a lottare per la salvaguardia dei propri diritti. A Roma, ad esempio, è iniziata la protesta nelle scuole perché, a causa dei tagli decisi dal Governo Berlusconi, anno dopo anno diminuiscono gli insegnanti di sostegno per gli alunni con handicap.
In sostanza quelle affermazioni smascherano l’idea di istruzione e integrazione scolastica che la destra sta introducendo: non bisogna per forza cambiare le leggi per avere gli effetti desiderati, a volte basta svuotare le leggi esistenti del loro contenuto, come sta accadendo nella scuola pubblica con la scusa dei tagli nell’istruzione. Quello che si sta portando avanti da molto tempo è quanto di più vile si possa fare, più degli attacchi all’indennità d’accompagnamento, più dell’affondo sulle pensioni d’invalidità, più ancora della mancanza di fondi per le politiche sociali; perché non investire sull’integrazione e l’assistenza scolastica significa tarpare le ali a bambini e ragazzi, al loro futuro e alla loro dignità, condannandoli per sempre ad essere dei cittadini di serie B.
27 OTTOBRE, IDV A LODI PER PARLARE DI SCUOLA
Chi ha sempre pensato che un paese è moderno e civile se i suoi cittadini passano alcuni anni a scuola e imparano le cose fondamentali del mondo in cui appartengono e del paese in cui abitano, oltre che del tempo in cui è capitato loro di vivere, hanno qualche ragione per venire nell’aula magna del liceo Pietro Verri di Lodi, la sera di mercoledì 27 ottobre, per ascoltare quel che l’Italia dei Valori vuol ricordare e spiegare della politica condotta dal governo Berlusconi sulle istituzioni educative italiane.
Occorre ricordare prima di tutto che il governo attuale ha tagliato in due anni più di otto miliardi di euro alla scuola e più di un miliardo all’università. Che ha mostrato di ritenere che l’insegnamento della musica sia inutile e da accantonare. Che, anche per quanto riguarda la storia e la geografia, è il caso di procedere a un ‘ulteriore sottrazione di spazio e di tempo rispetto alle modifiche peggiorative già decise negli anni scorsi.
E si potrebbe procedere ancora con molte altre indicazioni. Non c’è soltanto il problema dei precari che ammontano a circa duecentomila e che non si ha nessuna intenzione di immettere in ruolo attraverso nuovi, regolari concorsi.
Si tende invece, e sono in corso lavori ministeriali con questo obiettivo, a procedere in una sempre maggiore privatizzazione della scuola attraverso un ruolo decisivo delle famiglie e della Chiesa cattolica e un ritrarsi sempre maggiore dello Stato e del pubblico dalle cure dell’istituzione scolastica.
Fiat: servono onestà, verità e trasparenza
Va presa molto seriamente l’affermazione di Marchionne che indica l’Italia come un peso per i bilanci della Fiat, ovvero della famiglia Agnelli. Abbiamo l’impressione che ci sia una propaganda tesa a individuare nei lavoratori i capri espiatori per coprire le difficoltà che oggi ha la Fiat.
Proviamo a elencarle: la Fiat ha perso quote di mercato in Europa e in Italia superando largamente il calo medio del mercato perché mancano modelli nuovi innovativi dal punto di vista dell’impatto ambientale con un valore aggiunto importante.
La Fiat ha chiesto ai lavoratori l’utilizzo degli impianti 6 giorni alla settimana, come snodo per fare gli investimenti in Italia, mentendo sul fatto che è già possibile, secondo il contratto nazionale vigente, utilizzare gli impianti nella quantità richiesta.
Nel 2009 e nel 2010, considerando il livello ottimale di lavoro in un anno, pari a 280 giorni, 24 ore su 24, lo stabilimento di Mirafiori è stato utilizzato al 63% della capacità produttiva, quello di Cassino al 24%, Melfi al 65%, Pomigliano al 14% e la Sevel al 33%. Dati simili si registrano anche in Iveco. Quindi, resta da chiedersi: quali, quanti investimenti per nuovi modelli verranno effettuati? E soprattutto dove saranno costruiti?
L’altra grande questione della Fiat è legata alla finanza. Il precedente piano quinquennale prevedeva, per il 2009, l’azzeramento del debito che invece si aggira intorno a 4,4 miliardi. Mentre il debito netto delle attività industriali raggiungerà i 6 miliardi (come pubblicato su ‘Il Corriere della sera’ il 30 agosto 2010). La Fiat è azionista della Chrysler americana che deve restituire al governo Usa il prestito ricevuto per evitare il fallimento. La Chrysler non è in perdita, ma non ha gli utili necessari per coprire il prestito, costringendo gli azionisti a intervenire. Infine, gli investimenti previsti dai concorrenti europei sono percentualmente superiori a quelli annunciati dalla Fiat in quanto la sfida è nella costruzione di auto a impatto ambientale vicino allo zero (dall’idrogeno all’elettrico).
Gli attuali azionisti di riferimento della Fiat, la famiglia Agnelli, volendo uscire da tempo dall’auto non intendono immettere capitali di rischio ma solo ‘vivacchiare’.
L’Italia dei Valori è d’accordo nel mantenere in Italia il settore dell’auto e l’indotto, che rimetta in moto gli investimenti a partire dalla ricerca. Negli Usa, in Francia e in Germania, i governi intervengono direttamente, evitando aiuti occulti, rendendo espliciti i ritorni economici e occupazionali per il proprio Paese. Ci rendiamo conto della difficoltà vera della Fiat: l’assenza totale di un governo sulle politiche economiche e di settore. Ma ciò non giustifica l’immorale atteggiamento di dichiarare contemporaneamente un utile netto nel terzo trimestre e la mancata erogazione di 600 euro come retribuzione variabile ai lavoratori. Così come è diventata una questione morale il rapporto tra le retribuzioni dei massimi dirigenti e quelle degli operai e dei tecnici Fiat.
Un atto di verità e cioè il necessario intervento del governo, di onestà e cioè un riposizionamento delle retribuzioni dei manager e di trasparenza sulle vere intenzioni negli stabilimenti italiani, a partire da Termini Imerese, sono per l’IdV gli ingredienti necessari per riprendere un positivo rapporto con tutti i dipendenti e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Per l’IdV un nuovo patto tra imprese e lavoro può indicare la via da intraprendere senza cancellare i diritti, fornendo alle nuove generazioni la strada del saper fare e saper progettare e ricercare.
Fiat e Marchionne non possono separare profitti da diritti
Radici ed ali: è ciò che serve al sistema Italia.E' ciò che serve a quanti operano, in politica e in economia, nel mondo del lavoro e nella ricerca, nella cultura e nell'arte.
Radici senza ali: produce recinti soffocanti.
Ali senza radici: produce assenza di vitalità e di senso.
Separare ali da radici ha provocato non soltanto la fisiologica mobilità dei migliori ma, ancora più drammaticamente, ha impoverito e impoverisce l'Italia, la rende territorio e sistema non competitivo e finisce con il rendere migliori, con il dare occasione di realizzarsi e di crescere, coloro che se ne vanno, rende in definitiva migliori soltanto coloro che se ne vanno, che lasciano l'Italia.
Credo che questo valga anche per una grande realtà, locale, italiana come la Fiat; credo valga per un manager come Marchionne.
Nessuno chiede al dr. Marchionne di impegnarsi in politica. Il suo ruolo, però, produce effetti per la vita dell'intero Paese, si fa comunque politica.
Dottor Marchionne, non vi può essere contrasto tra il dramma di migliaia di lavoratori a Termini Imerese o a Pomigliano d'Arco e la sintesi tra radici ed ali della Fiat. Chiediamo, e si chieda il dr. Marchionne, se indebolire il sistema dei diritti dei lavoratori sia adeguato alle sfide di un futuro, che non può, in nome della dimensione globale, pensare di mortificare vite e diritti di migliaia e migliaia di italiani. In altri Paesi, avanzati e democratici, esiste una tensione etica anche nelle scelte di libero mercato. Non contribuire a questa sintesi tra etica e impresa mortifica l'Italia e mortifica la stessa tradizione della Fiat.
Gli spot di Sacconi sulla sicurezza? Pubblicità Regresso! Un appello per il suo ritiro.
Il Ministero del Lavoro qualche giorno fa ha avviato una campagna pubblicitaria sulla Sicurezza sul Lavoro dallo slogan veramente discutibile: "Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”.
Trovo la scelta comunicativa del Ministro Sacconi vergognosa, ipocrita e in cattiva fede perché invece di richiamare gli imprenditori al rispetto delle norme sulla sicurezza colpevolizza il lavoratore.
La verità, che in questi spot viene taciuta, è che le attuali condizioni di lavoro e la diffusione della precarietà non permettono al lavoratore di pretendere alcunché, nemmeno il rispetto dei diritti minimi, conquistati dopo anni di lotte sindacali.
Questo Governo, che ha smantellato il testo unico sulla sicurezza e che si accinge, con il disegno di legge sulla semplificazione, a dare un'altra spallata alle norme sulla salute dei lavoratori, avrebbe fatto meglio ad investire i milioni spesi per gli spot in maggiori attività di controllo degli ispettori nelle aziende.
Per tutte queste ragioni ho aderito convintamente all'appello lanciato da un gruppo di medici del lavoro e di rappresentanti sindacali per il ritiro della campagna ed ho presentato un'interrogazione parlamentare allo stesso Ministro.
Di seguito trovate l'appello che vi invito caldamente a sottoscrivere.
Appello per il ritiro dello spot del Ministero del Lavoro: "Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene"
La Campagna per la sicurezza sul lavoro, promossa dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali recita “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”. Un messaggio e due spot, rivolti solo al lavoratore e non a tutti gli “attori” coinvolti.
Dopo aver frantumato il Dlgs 81 del 2008 del Governo Prodi, hanno ben pensato di correggerlo con il decreto correttivo Dlgs 106/09 (sanzioni dimezzate ai datori di lavoro, dirigenti, preposti, arresto in alcuni casi sostituito con l'ammenda, salvamanager, ecc).
Ora il governo cerca di rifarsi la “verginità” con spot inutili che costano alle nostre tasche ben 9 milioni di euro. Spot non solo inutili, ma anche dannosi per l’immagine di chi ogni giorno rischia la vita, e non perché gli piaccia esercitarsi in sport estremi. Spot che colpevolizzano sottilmente il lavoratore stesso, nascondendo una realtà drammatica: l’attuale organizzazione del lavoro offre ben poche possibilità al lavoratore di ribellarsi a condizioni di lavoro sempre più precarie in tema di sicurezza.
E’ una campagna vergognosa perché oggi il lavoratore ha ben poche possibilità di rispettare lo slogan “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”, quasi che la mancanza di sicurezza fosse imputabile al fatto che il lavoratore non vuole bene a se stesso ed ai suoi familiari. Non dice nulla di chi deve garantire la sicurezza per legge, ovvero i datori di lavoro. Sottovaluta i rapporti di forza nei luoghi di lavoro. Non accenna minimamente al fatto che i lavoratori, specialmente di questi tempi, sono sempre più ricattabili e non hanno possibilità di scegliere di fronte ad un lavoro in nero, un lavoro precario e un lavoro a tempo determinato, mentre devono viceversa sottostare a ritmi da Medio Evo.
La campagna dovrebbe invece avviare un processo di comunicazione diffusa, in modo da rendere nota a tutti la necessità di un impegno costante da parte di tutti gli “attori” coinvolti, soprattutto di chi deve garantire la sicurezza. Questi spot devono essere sostituiti da una campagna di comunicazione che dovrà puntare sulle responsabilità civili, penali e, non ultime, anche etico-morali che l’imprenditore deve assumersi per tutelare l’integrità delle persone che lavorano per lui.
Via questi spot vergognosi. Pretendiamo viceversa più ispettori ASL e più risorse, affinché la mattanza quotidiana dei lavoratori abbia fine. Non si raggiunga il profitto a tutti i costi e soprattutto non lo si faccia attraverso il sacrificio di vite umane innocenti.
FIRMATARI:
Marco Bazzoni-Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza-Firenze.
Andrea Bagaglio-Medico del Lavoro-Varese.
Leopoldo Pileggi-Rappresentante dei lavoratori per La Sicurezza-Correggio.
Daniela Cortese- RSU/RLS Telecom Italia Sparkle-Roma
N.B: Chi vuole aderire all'appello, invii il proprio nominativo, azienda, qualifiche, città al seguente indirizzo email: bazzoni_m@tin.it
IGNAZIO CUTRO’, DA SOLO CONTRO LA MAFIA
Ho incontrato Ignazio Cutrò qualche giorno fa a Palermo. Un nome che ai più non dice niente, nemmeno agli “addetti ai lavori”, a quelli che si occupano di mafia ogni giorno. Cutrò è un “imprenditore piccolo piccolo”, parafrasando il celebre film di Mario Monicelli. Un imprenditore che dopo 10 anni di angherie mafiose ha deciso di denunciare i suoi estorsori; grazie alla sua collaborazione è partito ad Agrigento uno dei più grossi processi a cosa nostra, “Face Off”, e grazie ad Ignazio, la cupola mafiosa di Bivona (AG) è stata decapitata.
Ignazio è entrato nel “vortice” della Giustizia quando gli inquirenti, intercettando alcune telefonate, scoprono che è costretto a sottostare allo scacco mafioso. Da lì la proposta di collaborare alle indagini, ma in assoluto segreto: nessuno saprà che lui sta parlando con gli inquirenti. Poco dopo c'è una fuga di notizie e la sua collaborazione diventa di pubblico dominio. Anche durante il successivo dibattimento, per paura delle ritorsioni, Ignazio nega alcuni aspetti che riguardano la sua collaborazione, arrivando perfino ad essere indagato per falsa testimonianza. E' lì che decide di abbandonare ogni cautela e di raccontare tutto, sia delle vessazioni mafiose, sia della vicenda giudiziaria che lo vede protagonista. In pochi giorni diventa l'imprenditore “coraggio”, viene intervistato e invitato dalle associazioni e dalle scuole di mezza Italia. Parallelamente, però, le sue parole danneggiano le forze dell'ordine che avevano gestito la sua collaborazione, perchè mettono a nudo un bizzarro modus operandi che porta, tempo dopo, un capitano dei carabinieri a scrivergli un vero e proprio pizzino dal testo inequivocabile, durante una discussione sulla fuga di notizie che aveva messo a repentaglio la vita di Ignazio e dei suoi familiari: “la parola migliore è quella che non si dice”. Perfino chi lo deve tutelare gli volta le spalle.
Ignazio rimane solo ed isolato, il lavoro si dilegua, non riceve più commesse dai privati né tantomeno, ovviamente aggiungo io, dal pubblico. La sua sicurezza oscilla dall'auto di scorta blindata con due uomini armati ad una semplice utilitaria di “latta”. Il Confidi, il consorzio di garanzia collettiva dei fidi della Confindustria, che svolge attività di prestazione di garanzie per agevolare le imprese nell’accesso ai finanziamenti, nega la propria garanzia presso il Banco di Sicilia ad Ignazio, ridotto sul lastrico proprio a causa delle sue denunce antiracket. Citando quel diniego, il Banco di Sicilia a sua volta nega l'accesso al credito ad Ignazio, condannandolo al fallimento e addirittura al rischio di perdere anche la sua abitazione. A tutto ciò si aggiunge quella voce insistente quanto purtroppo attendibile, che ai piani alti della cosca abbiano già decretato l'omicidio di Ignazio. E, esperienza mi dice, che rimane pochissimo tempo prima che qualcuno esegua l'ordine di morte.
Di fronte a tutto questo, di fronte ad una morte annunciata, esattamente come nel romanzo di Gabriel García Márquez, in cui tutti sapevano che di lì a poco si sarebbe consumato l'orrendo omicidio di Santiago Nasar ma nessuno pensa di intervenire; anche a Bivona e ad Agrigento tutto tace. In Prefettura, ai piani alti dell'Arma, nei sindacati, in Confindustria. Silenzio.
Il dipartimento Antimafia dell'Italia dei Valori fa propria la battaglia di Ignazio Cutrò, e come responsabile gli do la mia parola che non lo lasceremo da solo. Ieri ho inviato una lettera al presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia e al presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, chiedendo loro di mobilitarsi urgentemente per salvare non solo l'azienda di Ignazio, ormai clinicamente morta, ma anche la vita di un uomo che dopo essersi affidato allo Stato, dopo aver contribuito ad assestare un colpo micidiale alla mafia, è stato abbandonato da tutti. Attendo risposta. L'Italia dei Valori e il dipartimento Antimafia, senza troppi clamori e senza l'affannosa ricerca delle prime pagine, porterà fino in fondo questa storia, affinchè Ignazio torni ad una vita normale e dignitosa e affinchè la sua vicenda non sia l'esempio della sconfitta dello Stato ma sia lo stimolo per gli altri imprenditori a “saltare il fosso” e affrontare cosa nostra. Come ripete sempre lui, “quando attraverserò lo Stretto per lasciare la Sicilia non sarò io ad aver perso, ma lo Stato”.
NUCLEARE, UNA SCELTA ANTISTORICA E ANTIECONOMICA
Il Governo Berlusconi, per bocca dello stesso Tremonti, ha dato alla scelta nucleare il significato dell'unica politica di sviluppo che il centro destra è in grado di proporre al paese. E' una decisione avventurista, che fa gli interessi di un complesso industriale ben identificato, che usa l'Enel per mettere le mani sulla gigantesca mole di affari legata agli appalti della costruzione delle nuove centrali.
La dimensione dell'affare è enorme. Supera la spesa che l'Italia ha sopportato negli ultimi 15 anni per la costruzione dell'Alta Velocità. Inoltre è noto che tutti gli affidamenti, i contratti e le costruzioni sono realizzati in un contesto di segretazione, che rende impossibile ogni controllo. I metodi usati per i lavori del G8, il cosiddetto “metodo Bertolaso”, riceveranno un impulso e un'estensione senza precedenti
La nomina di Romani a ministro dello sviluppo è stata voluta da Berlusconi che mette così un suo uomo ossequiente e ligio al volere del capo nel punto nevralgico delle politiche industriali italiane.
La preoccupazione si accresce ulteriormente se si tiene presente che la lobby affaristica, che agirà senza controlli, guadagnerà tanto di più quanto di più riuscirà a far crescere il costo delle costruzioni delle centrali ben al di fuori delle previsioni.
Le prime dichiarazioni del Governo e dell'Enel fissavano a 3,5 miliardi di euro il costo di una centrale elettronucleare di tipo EPR. E' noto che due centrali di questo tipo sono in costruzione in Francia e in Finlandia e il loro costo, alla metà della realizzazione, supera i 5 miliardi di euro. Il Canada ha rifiutato una proposta francese per una centrale nucleare di tipo EPR che ammontava a 8,5 miliardi di euro. E' prevedibile che le centrali italiane costeranno più di otto miliardi di euro l'una.
Con costi di questo tipo l'energia elettrica di fonte nucleare sarà più cara di quella da fonte convenzionale. Infatti gli ammortamenti degli impianti, le loro manutenzioni in condizioni di sicurezza, il decommissionamento e lo smaltimento delle scorie, che non hanno solo il problema del costo ma anche quello ben più grave della sicurezza dei siti, faranno salire il costo del chilowatt nucleare ben al di sopra dei costi attuali e forse al livello di quello delle fonti rinnovabili. Non è un caso se i costruttori, l'Enel e i partner francesi non sottoscrivono ancora i contratti se non hanno la sicurezza di poter adeguare le tariffe elettriche ai costi di ammortamento per almeno 30 anni.
Altro che riduzione delle tariffe elettriche del 20%, il costo della elettricità nucleare è destinato ad una crescita costante, con esiti economici imprevedibili.
Romani, desideroso di mostrarsi ligio agli ordini, ha stanziato 2,4 milioni di euro per l'Agenzia per la sicurezza nucleare, non ancora costituita. Vale la pena di ricordare che l'analoga struttura francese, che ha compiti fondamentali e un ruolo centrale per far procedere la scelta nucleare, ha un bilancio di oltre 400 milioni di euro e una struttura operativa cinque volte maggiore di quella pensata da Romani, che dovrebbe risultare dal trasferimento di due reparti provenienti da Ispra e Enea.
Se pensiamo che una struttura così asfittica, con pochi mezzi e poche competenze, dovrebbe controllare la grande lobby nucleare, vengono i brividi. Il professor Veronesi si appresta a dare la sua copertura a questo affare indecente. Rifletta bene, per non compromettere una fama di scienziato ben meritata solo per inseguire un'ultima infatuazione. Non vorrei ricordare al professore, che ha dedicato la vita alla battaglia contro il cancro, che importanti studi di suoi colleghi tedeschi mostrano che i bambini che vivono vicino alle centrali hanno una maggiore incidenza di leucemie infantili. dovrebbe riflettere bene prima di dare il suo avallo a questa avventura. L’Agenzia, priva di risorse proprie, sarà di fatto alla mercé dei costruttori.
Come dimostra il caso della vendita di Green Power da parte di Enel, che si disfa della sua azienda che opera nelle energie rinnovabili, per fare cassa per il nucleare, la scelta nucleare del governo italiano è assolutamente alternativa a quella per le energie rinnovabili e per la green economy. Si ha un bel dire, come fa la Prestigiacomo, che faremo tutto, nucleare e rinnovabili. In Italia non ci sono le risorse finanziarie per questo connubio e la scelta nucleare ci relegherà al ruolo di fanalini di coda nel comparto più dinamico delle tecnologie energetiche del futuro e della ricerca.
L'A.D. Di Enel dice, esagerando, che la costruzione delle centrali elettronucleari porterà diecimila nuovi posti di lavoro. Bisogna rispondere che con la stessa cifra e nella metà del tempo, le energie rinnovabili possono produrre più di 150mila posti di lavoro.
Adesso è il momento di intensificare la mobilitazione nei territori interessati dai siti, che ormai si conoscono, e in tutto il Paese, per prepararci alla battaglia referendaria di primavera, per battere sul campo il governo Berlusconi e per dare al Paese una nuova prospettiva politica.
CALDEROLI SBUGIARDATO DI NUOVO. A CASA CON LA RUSSA!
“Non ho mentito. Diversamente, sono pronto a rassegnare spontaneamente le dimissioni. Quale sia stata la ragione per l’originaria inclusione del d.lgs. n. 43 del 1948 tra le abrogazioni, essa è stata effettuata all’interno del competente ministero della Difesa. Ho talmente a cuore le riforme che sono all’esame del Parlamento che mi impegno a non presentare denuncia nei confronti di chi mi ha accusato di aver dichiarato il falso in Parlamento, se non dopo la loro approvazione”. Questo il guanto di sfida, lanciato ieri sera dal ministro Roberto Calderoli all’Italia dei Valori, attraverso una lettera inviata al presidente della Camera Gianfranco Fini. Il ministro ribadisce la sua innocenza e assicura di dimettersi se le nostre accuse dovessero rivelarsi veritiere.
Ebbene, oggi noi diciamo che a casa non ci deve andare solo Roberto Calderoli, che ha mentito al Parlamento, ma anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che ha ceduto di fronte “all’esplicito diniego” del ministero della semplificazione normativa, rendendosi complice di un comportamento gravissimo. Calderoli e La Russa devono dimettersi. E lo diciamo perché questa mattina il ministero della Difesa ha inviato una nota che dà ragione a noi e al consigliere di Stato Vito Poli, smentendo la versione di Calderoli e svelando il ruolo supino ai suoi voleri avuto dal ministro La Russa in questa vicenda.
Ecco quello che ribadisce il ministero della Difesa: “l'abrogazione, da parte del Codice dell'ordinamento militare, del divieto di associazioni di carattere militare, e' stata un ''errore materiale'' di cui il Ministero della Difesa ha proposto la rettifica, ma questa soluzione ''non e' stata condivisa'' dal Dipartimento per la Semplificazione normativa, ''co-proponente del Codice, per non trascurabili ragioni tecnico-giuridiche''. Ecco la verità nero su bianco. Il ministero della Difesa aveva chiesto la rettifica ed il ministero della semplificazione normativa si è opposto per “ragioni tecnico-giuridiche” che, tra le altre cose, non esistono, sono una balla colossale. Si perché, come ha scritto il consigliere Poli, quell’errore non solo si doveva ma si poteva correggere. Bastava semplicemente, come ha scritto il consigliere nella lettera inviata al sottoscritto e al ministro Calderoli, utilizzare “la pacifica giurisprudenza” della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione “su fattispecie analoghe a quella in questione” (Cass. Civ., sez. II, 28 maggio 1997, n. 4711).
Qualcuno, non il ministero della Difesa né la Commissione all’uopo designata, avevano chiesto né inserito l’abrogazione della norma sulla depenalizzazione del reato di associazione di stampo militare con scopi politici, la norma “salva camicie verdi” che serviva ai 36 leghisti indagati a Verona. Qualcuno, invece, l’ha fatto. Il ministero della Difesa, scoperto l’errore, aveva chiesto la rettifica. Qualcuno, sempre lo stesso, si è opposto. “Qualcun altro”, di fronte all’esplicito diniego, ha ceduto. Noi abbiamo scoperto chi era “quel qualcuno” e chi era quel “qualcun altro”. Gli autori ed attori, attivi e passivi di questa vicenda, sono Calderoli e La Russa. Per questo, oggi, chiediamo che ad andare a casa siano entrambi.
LA DISCARICA NEL PARCO DEL VESUVIO: SCELTA ABERRANTE
Gli abitanti di Terzigno e Boscoreale e più in generale gli abitanti della zona costiera del Parco Nazionale del Vesuvio, hanno ragioni da vendere. Una seconda discarica nel Parco Nazionale del Vesuvio è quanto di più inconcepibile si possa prevedere. La Commissione Europea, che era stata investita da diverse petizioni dei cittadini, ha usato un termine inequivocabile “SCELTA ABERRANTE” .
In realtà cosa succede: dopo due anni di governo delle destre in Campania niente si è mosso rispetto all’era Bassolino. La verità è che il centro destra e Berlusconi hanno solo sfruttato propagandisticamente la grave situazione relativa ai rifiuti di Napoli, spostandoli in provincia, per vincere le elezioni e disinteressarsi poi completamente della questione. Dopo di che, nella giornata di ieri, i parlamentari del PDL della Campania, arrogandosi un diritto non loro, quello di scegliere al posto delle istituzioni, hanno confermato l’aberrazione della seconda discarica nel Parco del Vesuvio.
Premesso che l’Italia dei Valori è ben conscia del fatto che se non si realizza un sistema diffuso di raccolta differenziata e non entrano in funzione i termovalorizzatori previsti, la situazione sarà sempre di emergenza, si sottolinea però che purtroppo, dopo due anni, nonostante i proclami di Berlusconi, nessun nuovo termovalorizzatore è stato realizzato. Quello di Acerra, che rappresenta il 20% della soluzione ipotizzata dal Governo, funziona con una linea, forse due, sulle tre previste e serve tutta la Regione.
In questa situazione il buon senso avrebbe voluto che l’intera Regione, nella quale vi sono altri siti individuati dal Governo, avesse contribuito a dare il proprio sostegno nella situazione di emergenza. Il risultato invece è stato la chiusura campanilistica di tutte le province e la presa di posizione dei parlamentari campani del PDL che, sconfessando anche il loro Presidente Caldoro, hanno sentenziato che al Parco Nazionale del Vesuvio debba essere inferta questa nuova lesione. Il termine “ABERRAZIONE” usato dalla Commissione Europea chiosa bene le attività di Governo del centro destra in Campania. L’IDV continuerà a essere a fianco dei cittadini che democraticamente protestano contro tale “ABERRAZIONE”.
IL PRIMO ROMANI, L’ULTIMO MASI
Romani che esordisce nella sua nuova veste di ministro definendo ‘odiosa’ la puntata di Report sull’affaire Antigua che vede coinvolto il premier. Masi che blocca il programma ‘Vieni via con me’ di Saviano e Fazio a tre settimane dal debutto e che rimanda la resa dei conti con Santoro alla fine dell’iter dell’arbitrato. C’era una volta il servizio pubblico di informazione, oggi esiste quello della pubblica epurazione. Il ministro dello Sviluppo ha lasciato intravedere l’obiettivo del suo mandato: garantire gli interessi Mediaset e l’immagine di Berlusconi. E siamo all’inizio. Il Dg Rai invece ha confermato l’Armageddon: vuole e deve portare al padrone d’Arcore la testa di Santoro e lo scalpo delle voci critiche (Fazio e Saviano). E siamo alla fine, forse. Perché tra la vecchia e la nuova bastonatura del dissenso, la verità è semplice: sullo stesso Masi è piovuta addosso la rabbia di un premier che non lo considera all’altezza della mission censoria a cui è stato preposto. Dunque Masi cerca di portare a casa il risultato prima che sia troppo tardi e che il sire d’Arcore decida una sostituzione, compiendo l’epurazione dell’epuratore. In entrambi i casi, quello di Romani e di Masi, la vittima è la stessa e stessa la causa, come medesimo è il danno. Che si chiamino Santoro, Gabanelli, Fazio o Saviano, il target è l’informazione critica, quella che tocca i nervi scoperti del Cavaliere: offshore tipo Flat point&co; affari e speculazioni immobiliari poco chiari come ad Antigua; rapporti con banche sospettate di riciclaggio come la Arner, giudicata negativamente da Bankitalia mentre le procure di Palermo e Milano hanno chiesto chiarimenti alla sede centrale svizzera. Quell’informazione che affronta i temi scomodi: legami fra mafia e politica, sodalizi con personaggi tipo Dell’Utri, emergenza rifiuti e terremoto, dossieraggio e macchina del fango (scaletta di Fazio e Saviano). La causa è evidente: l’informazione che vigila sul potere – in particolare quello di re Silvio- va stroncata. Il danno è dei telespettatori e del servizio pubblico: Annozero e Report (con il loro boom di ascolti) garantiscono introiti salvifici per la Rai, mentre lo stesso avrebbe fatto il programma di Fazio e Saviano, il quale già ha esaurito gli spazi pubblicitari a disposizione. La tecnica di censura è identica: mettere gli autori e i protagonisti nella condizione di non poter più lavorare sotto i colpi della burocrazia, diciamo anche dell’omicidio professionale con carta da bollo. Scuse economiche che coprono ragioni politiche (Vieni via con me): gli ospiti cancellati da Masi a poche settimane dal debutto perché troppo alti i loro compensi (veramente Benigni era disposto a partecipare anche gratuitamente, veramente la presenza di una star mondiale come Bono dovrebbe dar lustro all’azienda), ma anche spostamenti di messa in onda (alla fine è stato imposto il lunedì, in contemporanea con il Gf). Purtroppo la verità è un’altra e lo è da troppo tempo. Almeno 16 anni. La censura riguarda il contenuto televisivo: quel Paese reale e quella reale politica che Berlusconi, leader della realtà immaginaria e pubblicitaria da regime, vorrebbe oscurare per incassare consenso dopato, frutto di una narcolessia sociale. Riguarda anche l’occhio vigile dell’informazione sul potere che, quando è limpido, si lascia guardare, ma quando è opaco cerca di sfuggire. Così Romani dimostra di esser rimasto fedele a se stesso: pensa ancora di essere una mente prestata agli affari Mediaset e alla tutela del capo, nonostante sia ministro dello Sviluppo con compiti delicati, come quello del rinnovo del contratto di servizio Rai. Quando dismette questi panni, il massimo che riesce a produrre è la promessa di una nuova centrale nucleare in Lombardia. Così non sappiamo in quale ambito relegarlo perché sia meno dannoso. Masi è l’uomo di sempre, quello delle intercettazioni dell’inchiesta di Trani che riceve le telefonate del premier che gli chiede di realizzare il confino dall’etere di Santoro. E quelle di sempre restano le domande: signor Presidente, che cosa può dirci dei rifiuti e degli appalti, di Dell’Utri e Cosa nostra, della oscura macchina del fango che coinvolge il suo giornale di famiglia? E delle offshore di cui si è servito e si serve (oltre 60) oppure dell’immobiliarismo rampante in cui si è lanciato ad Antigua, cosa può dirci Signor Presidente? Intanto strangola l'informazione libera e le coscienze del paese, le stordisce con il bromuro delle sue tv, quelle della realtà che non esiste, o meglio esiste solo nella mente del regime. Il suo.
CALDEROLI BUGIARDO, SI DIMETTA!
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La vicenda è talmente grave, che qualcuno potrebbe non crederci, se non fosse per il fatto che i documenti qui riportati testimoniano ogni scandaloso passaggio del recente operato di un ministro della Repubblica che mi fa vergognare di essere italiano. Calderoli ha abusato del suo ruolo di ministro per coprire 36 suoi compagni di partito, rinviati a giudizio con l’accusa di associazione di carattere militare con scopi politici. Ma questa è solo una piccola goccia nel mare di fango che ricopre fino al collo il ministro per la semplificazione normativa. Ecco i fatti. L’esponente leghista ha, infatti, ingannato il suo stesso governo, manipolando dolosamente o facendo manipolare da altri, il testo redatto da un apposito Comitato scientifico, e con scaltra manina ha introdotto, o fatto introdurre, l’abrogazione del reato di banda armata per fini politici, che non c’entrava niente con quel testo. Ma vi è ben di più e di peggio, perché, una volta scoperto da Travaglio il pasticcio, Calderoli è arrivato al punto di intervenire direttamente presso la Presidenza del Consiglio, per impedire la pubblicazione della rettifica in Gazzetta Ufficiale, per la quale il governo, su iniziativa del ministro della Difesa, aveva già avviato la procedura. Tutto questo non lo diciamo noi, ma lo testimonia questa lettera che mi è stata recapitata stamattina dal Consiglio di Stato. Ce n’è abbastanza, insomma: menzogne ripetute, nei confronti di cittadini e del governo stesso, chiara e dolosa volontà d’impedire la rettifica di un errore che abbiamo scoperto non essere un errore e, probabilmente, gli estremi stessi di reato. In un paese normale, dopo un episodio del genere, l’intero governo andrebbe a casa con la coda fra le gambe. Al di là dell’atteggiamento gravissimo di un Calderoli mosso da interesse politico diretto, in questa vicenda viene fuori con abbagliante evidenza che questo esecutivo si basa su un pactum sceleris, in cui l’unica legge che viene rispettata con devozione è quella del perseguimento dei propri scopi, un governo che può essere oggetto di ricatto, come in questo caso. La cosa è talmente grave che abbiamo già trasmesso la lettera al presidente della Repubblica, perché sia messo al corrente di quanto accaduto ed abbiamo predisposto una denuncia alla Procura della Repubblica. Ma non ci fermiamo qui. Domattina inizieremo la raccolta di firme per la presentazione di una mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro Calderoli. Quel che è certo è che Calderoli non può rimanere un minuto di più accomodato sulla sua poltrona. Su questo siamo categorici. Ora ne abbiamo davvero abbastanza. Avviamo visto di tutto in questi due anni di governo, ma questo è troppo. Crediamo sia l’ora che questi signori vadano a casa, perché non sono degni di governare il Paese.
BERLUSCONI IN FUGA DAI SUOI GIUDICI NATURALI
C’è qualcuno che ancora in Italia ha dubbi sulla fuga indecente che Silvio Berlusconi sta tentando da anni di fronte ai suoi giudici naturali? Sembra di sì a sentire le dichiarazioni di ministri e parlamentari del PDL, inclusi anche i seguaci del presidente della Camera Fini che pure sono in imbarazzo.
La commissione Affari Costituzionali del Senato ha approvato, con un improvviso blitz della maggioranza, una norma del Lodo Alfano costituzionale che fissa la retroattività dell’immunità del presidente del Consiglio come del Presidente della repubblica (che nulla aveva chiesto, è ormai chiaro).
Sicchè, con una simile norma contraria alle regole proprie della legge penale che non può mai essere retroattiva, secondo i principi del nostro ordinamento giuridico, si cerca di evitare che possano nascere problemi sul passato del Cavaliere, gravemente indiziato nei processi siciliani di rapporti con Cosa Nostra prima di scendere in politica e, nello stesso tempo, si ripropone l’immunità completa per tutti gli anni di carica in modo (come si è detto) di lasciarlo tranquillo a governare.
Un governo del Paese che ormai, anche nel PDL, riconoscono poco efficace, o addirittura rovinoso, in settori fondamentali della società italiana: dalla politica estera legata all’amicizia con Gheddafi e Putin, all’economia e al lavoro che vedono l’Italia fanalino di coda della ripresa economica occidentale per non parlare dei tagli enormi praticati in tutto il settore dell’istruzione che è l’aspetto fondamentale per le speranze delle nuove generazioni di italiani. L’emendamento è stato definito vergognoso dal segretario del PD Bersani e l’on. Di Pietro lo ha definito l’ espediente chiaro di un regime che sta finendo.
E’ quello che si augurano tutti quelli che al populismo autoritario di Berlusconi vogliono sostituire il ritorno al più presto allo Stato di diritto sancito nella Costituzione repubblicana e alle regole di una democrazia parlamentare scelta dai cittadini in una lotta politica pacifica ed espressa con metodi democratici. Se le elezioni anticipate sono necessarie per raggiungere questo obbiettivo siamo pronti ad affrontarle tanto più che il Parlamento della sedicesima legislatura sembra quasi completamente esautorato dall’esecutivo, si lavora da tempo non più di due giorni alla settimana e si accantonano i problemi essenziali della società italiana e delle nuove generazioni. In questa situazione le elezioni appaiono l’unica via di uscita a questo stanco autoritarismo.
UN CONVEGNO CONTRO LA CENSURA SUL WEB
“Libero Web in libero Stato. No alla censura, si alle regole”, è l’incontro che si terrà a Roma mercoledì 20 ottobre. Web Dv, la tv dell’Italia dei Valori, oltre ad aver dato la sua adesione all’evento, lo trasmetterà in diretta streaming su questo sito e su www.webdv.it.
L’iniziativa vuole essere un momento di riflessione sull’attuale situazione della Rete in Italia e su chi quotidianamente la vive e la difende.
Una riflessione importante in un momento come quello che stiamo vivendo in cui sono sempre più agguerriti i tentativi di restringere le libertà d’espressione on-line e di equiparare il Web ai tradizionali mezzi di informazione. Media tradizionali – Tv, giornali, radio - che oggi come non mai sono appiattiti sulle “interessate” posizioni dei rispettivi editori/imprenditori. Basta guardarsi intorno per constatare la situazione in cui è ridotta l’informazione nel nostro Paese. L’esempio più eclatante (e scandaloso) riguarda il presidente del Consiglio che controlla almeno tre reti televisive private e due pubbliche (primo e secondo canale Rai). Un sistema che evidentemente non garantisce nessuna libertà, scientificamente concepito per ridurre l’informazione a mera propaganda politica, le notizie a “consigli per gli acquisti”, i dati a bollettini elettorali.
Non diciamo nulla di nuovo quando affermiamo che la Rete in Italia è costantemente sotto attacco. Sono evidenti a tutti i tentativi di questo Governo di imbavagliare internet, addossando a questo mezzo le peggiori responsabilità, i più efferati reati. Sono segnali preoccupanti, rivelatori di una cultura anacronistica e illiberale di cui è intrisa gran parte della classe dirigente italiana, impegnata in una lotta antistorica tesa a combattere la libera circolazione delle idee e il confronto trasparente e democratico.
Per questo è importante “Libero Web in libero Stato. No alla censura, si alle regole”. Per discutere e difendere quella che è forse, almeno nel nostro Paese, l’ultima frontiera della libertà d’informazione.
Appuntamento presso: ‘Sotto casa di Andrea’ Via dei Reti, 25 – quartiere San Lorenzo – Roma.
Parteciperanno Alessandro Gilioli (giornalista di l'Espresso e Blogger); Guido Scorza (avvocato, giornalista); Gianfranco Mascia (responsabile WEBDV, tv web di Italia dei Valori); Francesca Fornario (autrice satirica, giornalista dell'Unità); Claudio Messora (Blogger); Samanta Di Persio (scrittrice, autrice di “Le morti bianche” e “Ju Terramutu”). Inoltre: ‘Informare per resistere’ e ‘Articolo 21’.
L’incontro sarà moderato da Piero Ricca.
IMPRESENTABILI: CAMBIAMO IL SISTEMA!
La Commissione Parlamentare Antimafia si sta occupando di “stanare” gli indegni eletti alle ultime elezioni amministrative, e Pisanu ha già lanciato l’allarme sottolineando che “l’immagine complessiva che se ne ricava è che la disinvoltura nella formazione delle liste sia molto più allarmante di quella che noi abbiamo immaginato. Sono liste gremite di persone che non sono certo degne di rappresentare nessuno”.
Una dichiarazione molto pesante, anche in virtù del fatto che a dirlo non è un noto comunista o un affermato giustizialista ma Giuseppe Pisanu, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia e tesserato PDL. Le ultime elezioni dimostrano che il codice di autoregolamentazione per le elezioni approvato alla Camera lo scorso febbraio è stato in troppi casi disatteso, e quindi evidentemente non basta.
In un articolo pubblicato su Repubblica la scorsa settimana, Roberto Saviano scrive che “il codice etico elettorale viene sbandierato quando si è molto lontani dalle elezioni e poi dimenticato quando bisogna candidare chi ti porta i voti”. Non si parla di sospetti e non si tratta di complottismo: ci sono i dati. E sono semplicemente agghiaccianti.
La verità è che bisogna cambiare registro, è indispensabile fare in modo che quantomeno chi è stato condannato per reati gravi non sia candidabile. In questo senso i partiti hanno dimostrato per l’ennesima volta di non essere in grado di garantire ai cittadini candidature “degne”. Non sono stati in grado di sviluppare alcun senso legalitario, e probabilmente non lo saranno nemmeno in futuro se i cittadini non si faranno carico della responsabilità di farsi sentire e pretendere che il “sistema” cambi. E’ arrivato il momento. Nonostante i partiti, soprattutto quelli italiani, sembrino essere “restii” all’approvazione di norme che contrastino la presenza di “indegni” all’interno delle istituzioni, stiamo portando avanti dentro e fuori le aule del Parlamento Europeo la battaglia per ottenere l’incandidabilità di chi è stato condannato in via definitiva per reati che lo rendono incompatibile con lo svolgimento di un così delicato ruolo nelle istituzioni. Insieme a Rita Borsellino, Rosario Crocetta e Eva Joly abbiamo lanciato una dichiarazione scritta per fare prendere una posizione su tale argomento al Parlamento Europeo. Per sostenere questa battaglia, ormai giunta alle sue battute finali, stiamo promuovendo una petizione con la quale chiediamo, in vista delle elezioni del Parlamento europeo del giugno 2014, una revisione dell’Atto riguardante le elezioni dei rappresentanti che includa il seguente testo: “I candidati alle elezioni europee non devono essere stati condannati per corruzione, reati contro la pubblica amministrazione, incitamento al razzismo o per reati riconducibili a rapporti con le mafie, la criminalità organizzata e il terrorismo“.
In questa maniera gli Stati membri saranno tenuti ad adottare tale modifica e a ratificarla prima del 2014, così che i cittadini già alle prossime elezioni europee potranno avere una maggiore fiducia nelle istituzioni europee e nella qualità dei candidati.
Per raccogliere le firme necessarie, però, serve la collaborazione di tutti. Per questo motivo vi chiedo non solo di firmare la petizione e di inviare una mail ai deputati europei per chiedere di firmare la dichiarazione scritta nr. 59, ma anche di inserire il banner dell’iniziativa sui vostri siti o blog e di diffondere l’iniziativa il più possibile. Grazie a tutti!
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CONSULTORI, UNA RIFORMA CHE NON SERVE
Con la decisione di incardinare la discussione della legge Tarzia nella Commissione Politiche Sociali del Consiglio Regionale del Lazio, la maggioranza di Renata Polverini accelera verso una riforma dei consultori pubblici definita da più parti illegittima e pericolosa. Nulla ha potuto nemmeno il parere di un organo tecnico e neutrale come l’ufficio legislativo del Consiglio, che nel testo ha rilevato un’incostituzionalità addirittura ai sensi dell’articolo 3 della Carta, quello sull’eguaglianza dei cittadini. D’altra parte questa proposta è un esempio illuminante di uno degli obiettivi del centrodestra italiano: coprire una politica antisociale attraverso lo sbandieramento di norme tese a delimitare, influenzare, imporre per legge le scelte etiche dei cittadini.
Sin dalla prima frase della relazione allegata alla legge, la proposta rivela la propria ‘anima’ – giacché di ratio della norma, come vedremo, non si può neppure parlare. “La proposta di legge regionale in commento” recita il testo “ridefinisce il ruolo dei consultori familiari, non più strutture prioritariamente deputate a fornire, in modo asettico, una serie di servizi sanitari o parasanitari alle famiglie, bensì istituzioni vocate a sostenere e promuovere la famiglia e i valori etici di cui essa è portatrice e che trovano solenne riconoscimento nella Carta costituzionale e nella Legge Regionale 32/2001 del Lazio”. Non più servizi dunque, ma valori. Ovvio che, dopo un incipit del genere, ogni sillaba dell’articolato debba essere conseguente. Il consultorio è uno “strumento del compito generativo”. Vi sono ammesse, per collaborare, solo associazioni che condividono questa finalità: sicuramente non la Luca Coscioni o Vita di donna, ad esempio. Un’altra norma, senza alcun fondamento nella legislazione italiana, riconosce il concepito quale membro della famiglia. Un assurdo giuridico. Il “potenziamento” dei consultori e la tutela della salute della donna sono meri alibi. Gli scopi dei firmatari della riforma Tarzia sono altri.
Il primo consiste nel finanziare con risorse pubbliche strutture private. Non tuttavia per affermare una normale politica di sussidiarietà regolata, affidando anche al privato funzioni pubbliche, ma per sostituire una funzione pubblica, laica e pluralista, con formazioni confessionali. Si vuole premiare l’impegno ideologicamente connotato, non finalizzato ad aiutare scelte consapevoli, ma teso ad imporre comportamenti considerati etici per legge e previsti nella legge stessa. Non a caso, la riforma non prevede nemmeno una minima procedura di accreditamento che prescriva garanzie chiare, oggettive, sui requisiti e i controlli necessari; e consente di derogare alle poche regole oggi esistenti per l’accreditamento dei servizi sanitari di cui i consultori fanno parte.
L’altro obiettivo è ostacolare l’aborto. Alle donne che chiedono di ricorrere all’Interruzione volontaria di Gravidanza, non è proposto un percorso di sostegno ad una scelta libera e consapevole, bensì un vero e proprio calvario psicologico, in cui operatori controllati da un comitato di bioetica dovrebbero inquisire sulle condizioni e le motivazioni di ogni donna. Con la sanzione finale, imposta sia alle pazienti sia agli operatori, di dover firmare un documento in cui si dichiara espressamente di non aver voluto accedere alle cosiddette alternative, peraltro del tutto fantomatiche. La legge naturalmente promette sostegni economici alla maternità. Aiuti però del tutto ipotetici, ad oggi, visto che nel bilancio della Regione Lazio non ve n’è traccia (e anche aiuti sbagliati, visto che uno dei problemi fondamentali è la possibilità, avuto un figlio, di tornare al lavoro). Anzi, in assestamento di bilancio, la Giunta Polverini ha sancito la decurtazione di un milione e mezzo di euro del fondo sociale che finanzia i consultori.
La verità è che non c’è nessun bisogno di nuove leggi. Basterebbe leggere i dati sui consultori del Lazio per capire che svolgono da anni un’opera preziosissima e riconosciuta, e che non hanno certo bisogno di comitati di bioetica o di interventi ideologici. L’unica casa che serve sono le risorse economiche, di sedi e di personale. Basterebbe affrontare il tema con un atteggiamento laico, razionale ed orientato all’interesse dei cittadini, non alla tutela delle associazioni “amiche” dei consiglieri firmatari.
Sottoscrivi la petizione contro la proposta di legge Tarzia
Trasferito don Aniello: usava il Vangelo contro la camorra! Saviano dica qualche cosa!
Ha detto l’ultima messa ai suoi parrocchiani di Scampia, don Aniello Manganiello, trasferito a Roma per volere della autorità ecclesiastiche. E nel silenzio generale. Ha detto: «Dopo la fiaccolata organizzata a luglio a Napoli contro il mio trasferimento e la conseguente risonanza nazionale è calato il silenzio. A mio avviso penso che questo silenzio possa essere stato imposto. Da chi non lo saprei dire…». Più di mille persone lo hanno voluto salutare.
Le cronache parlano di commozione e rabbia per la sua ultima messa a Napoli dopo sedici anni vissuti in trincea in un territorio ad alta densità camorristica. Una scelta spiegata dall'Opera don Guanella con logiche di avvicendamento. Don Aniello non è stato tenero con le gerarchie ecclesiastiche: «Mi sento violentato psicologicamente per un trasferimento che mi impedisce di proseguire un percorso». La Chiesa dovrebbe essere «più incisiva nella lotta alla criminalità.... specie nell'amministrazione dei sacramenti…». Ha aggiunto ancora: "Avrei voluto la solidarietà elle altre parrocchie invece di sentirmi dire che ero scomodo o fuori dal coro. Tutto questo mi ha amareggiato. Così come l'accusa di aver strumentalizzato i mass media per crearmi l'immagine di prete anti-camorra. Ma io le minacce di morte le ho ricevute sul serio dopo l'intervista a 'Le Iene', non sono un'invenzione". Oggi nella Chiesa mi pare si facciano dei bei discorsi ma poi siano pochi i fatti. Per questo mio modo di impormi come martello sulla camorra e i camorristi, il denunciare, questo attaccare le loro prepotenze e dirlo in tv, ai giornalisti e indicare dove si spaccia, dove si chiede il pizzo, ho avuto rimproveri e critiche all’interno della chiesa stessa. Io ho rifiutato il matrimonio ai camorristi e il battesimo ai loro figli quando non accettavano un percorso di conversione mentre tanti parroci, per non avere noie, i sacramenti continuano a darli anche a questa gente. Per questo sono un prete scomodo non in linea con gli altri parroci, ma io rifarei tutto».
«Quando arrivai fui colpito da un ragazzo diciottenne, ex pusher dei Di Lauro, che aveva iniziato il cammino in carcere. Lo presi come figlio. Oggi è completamente rinato, allora era morto. È sposato, ha due bambini e ha scritto un bellissimo libro, Ali bruciate. Si chiama Davide Cerullo e oggi, in giro per l’Italia, parla di legalità per dire che è possibile liberarsi della mafia, della camorra. L’altra cosa che mi colpì quando arrivai fu un muro con inferriata alto più di due metri e che separava il centro Don Guanella dalla strada. Lo feci abbattere e la gente apprezzò tantissimo, perché fu come aprire “i cancelli” della Chiesa, senza paura dei ladri, degli spacciatori, dei delinquenti. Tutti potevano entrare nella nostra casa.
Le difficoltà maggiori le ho trovate dalla politica. Quando ho denunciato la collusione della politica con la camorra il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, invece di interrogarsi su queste parole e di chiamarmi ha minacciato di querelarmi alla Procura della Repubblica. A Bassolino, nel ’96, durante una riunione con noi parroci da lui convocata, dissi di chiedere scusa per i ritardi e la condizione delle periferie. Rispose che non si sentiva responsabile di nulla e gli diedi del “pidocchio” su Repubblica. Il giorno dopo mi chiamò dandomi del mascalzone.
“Mi hanno tacciato di essere un prete di destra. Ma quale destra e quale sinistra?! Io nelle mie denunce non sono stato condotto da motivi ideologici o scelte partitiche: le mie denunce le ho fatto perché vedevo il degrado, il malgoverno, i ritardi, la gestione scandalosa dei soldi della collettività! Il menefreghismo di certa politica e la collusione provocava in me una ribellione per dare voce alla gente che per paura o per clientelismo non parlava».
E' finita con cinque minuti di applausi e i fedeli che non volevano lasciare la chiesa. E con qualcuno che ha sparato fuochi d'artificio: "Sono stati i miei bambini - spiega don Aniello frenando su altre possibili interpretazioni - mi hanno voluto festeggiare così".
Una domanda finale: ma perché lo hanno trasferito?
Mi sarebbe piaciuto che Saviano avesse fatto sentire la sua voce per impedire che ciò avvenisse!
L'ORTICELLO DELL'ONOREVOLE E' SEMPRE PIU' VERDE
Fatta la legge trovato l’inganno, recita un vecchio detto. Più che vecchio, superato, perché oggi, in Italia, si va ben oltre: fatta la legge fatto l’inganno. Questa volta se ne sono inventata un’altra: una specie di legge mancia scolastica. Ricordate cos’era la legge mancia? Una legge che assegnava ai parlamentari un bonus economico da spendere per la realizzazione di opere pubbliche. Da spendere dove e come volevano. Opere pubbliche in cambio di voti, insomma. Avevamo bloccato questa vergogna negli anni del governo Prodi, ma il centrodestra l’ha subito riportata in auge. E, cosa grave, ne ha fatto un modello. Abbiamo scoperto, infatti, che le commissioni Cultura e Bilancio hanno a disposizione centoventi milioni di euro circa, stanziati nell’ultima finanziaria, per ristrutturare edifici scolastici, modernizzarli, migliorarli. Nobile lo scopo su cui siamo assolutamente d’accordo, pessimo il metodo. La somma sarà ripartita tra i singoli parlamentari delle commissioni e ognuno potrà spenderli come vuole. Naturalmente, salvo qualche illuminata eccezione, serviranno a finanziare opere che garantiscono al parlamentare un ritorno elettorale. Non è stato stabilito alcun criterio per l’assegnazione dei fondi, né il parlamentare dovrà rendere conto a qualcuno. Facciamo un esempio: nel collegio x ci sono tre scuole: una perfetta e moderna appena costruita, una che ha bisogno di qualche intervento ed una fatiscente. La prima è quella nella strada del deputato, la seconda e la terza sono situate in zone di interesse marginale dal punto di vista elettorale. Secondo voi a chi andrebbero i soldi…? Capisco che sia un esempio un po’ forzato, paradossale, ma non credo che sia irrealistico. Non essendoci criteri di priorità e di emergenza, quei soldi sono a disposizione, di fatto, per una sorta di campagna elettorale pagata con i soldi dei cittadini. Siamo all’istituzionalizzazione del clientelismo, insomma. A molti ciò può far comodo e non ci troveranno niente di sconcio. A noi no. Non ci sta bene e ci metteremo di traverso per far saltare questa porcheria. Non riteniamo giusto che, nello stesso momento in cui mancano fondi per la riforma dell’università, si regalino soldi a pioggia senza alcun criterio. Lo Stato ha il dovere di amministrare nell’interesse di tutti i cittadini e di gestire i fondi con oculatezza ed in base a reali esigenze e non di distribuire prebende clientelari.
INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE, UN PROBLEMA PER L’ECONOMIA
Tra i vari problemi dell’economia italiana ve ne è uno di lungo termine che è molto preoccupante: Il nostro è il secondo Paese più anziano in Europa dopo la Germania. Le persone con oltre 64 anni, nel 2009, erano il 43% in più rispetto ai giovani; un italiano su cinque ha più di 65 anni, uno su venti più di 80. Un altro modo per vedere questo fenomeno è parlare dei giovani: nel 1980 i ragazzi di 15 anni erano un milione, nel 2009 solo 500mila, la metà. La fecondità delle italiane è molto bassa, il numero di figli per donna in età fertile in Italia è 1,41, la Francia ha un tasso di fecondità di 2.02, il Ragno Unito di 1,94. Siamo al ventesimo posto in Europa per tasso di fecondità. Per mantenere una popolazione costante bisogna avere almeno due figli per donna in età fertile. Quindi uno dei problemi della nostra economia è che facciamo pochi bambini; cosa che sta comportando un progressivo invecchiamento della popolazione.
Si fanno pochi figli per varie ragioni, una di queste è che si inizia a procreare in età troppo avanzata. Aumenta l’età al momento del primo parto: per le donne nate nel 1963 l’età media alla quale hanno avuto il primo figlio era di 26,5 anni. Se si fanno figli tardi, si finisce per farne di meno.
Un’altra ragione della nostra bassa fecondità è che le famiglie si formano tardi; i giovani, per una serie di motivi, si sposano molto tardi e quindi finiscono per avere figli molto tardi. Questo processo sta portando a un tasso di crescita della popolazione molto basso e soltanto grazie all’immigrazione si riesce ad avere un salto pari a zero.
Avere molti anziani comporta una serie di conseguenze di tipo economico, la prima è un forte aumento della spesa pensionistica: le uscite per le pensioni sono molto superiori rispetto alle entrate, e questo provoca nel tempo uno squilibrio della spesa pensionistica. Allo stesso modo la spesa sanitaria e quella assistenziale sono sottoposte ad una forte pressione.
Un altro fenomeno negativo dell’aumento della popolazione anziana è che diminuisce il risparmio disponibile nel Paese. Questo perché gli anziani in pensione risparmiano molto meno dei giovani e questo significa anche meno investimenti, che sono uno dei motori della crescita.
Terzo fenomeno associato all’invecchiamento della popolazione, la diminuzione della produttività media del sistema; questo perché i giovani, essendo più freschi e più istruiti sono più produttivi degli anziani.
Altro fenomeno aggiuntivo complessivo, è che si tende ad avere una minore capacità innovativa. Benjamin Johnson, studioso anglosassone che ha studiato le età della scoperta scientifica analizzando le biografie di tutti i premi Nobel e dei grandi innovatori dell’ultimo secolo, dice che il massimo della vena inventiva è 35 anni, superata questa soglia diminuisce drasticamente la capacità innovativa. Quindi è facile pensare che in un Paese dove prevalgono gli anziani abbia una minore capacità di innovare rispetto ad un altro in cui i giovani sono più presenti.
Stiamo quindi parlando di un fenomeno molto preoccupante, sul quale molto spesso la classe politica italiana non si interroga e di fronte al quale non mette in campo politiche finalizzate ad aumentare il tasso di crescita della popolazione e, soprattutto, la fecondità del nostro Paese. Servirebbero politiche per la famiglia, come sgravi fiscali per chi ha bambini, ma non soltanto per la famiglia intesa in senso tradizionale, la Francia, che è un Paese dove si fanno più figli che in Italia, è una nazione dove nascono molti bambini anche al di fuori della famiglia tradizionale, quindi andrebbero previsti degli incentivi a sostegno delle donne che hanno bambini a prescindere dal loro status di donna sposata o meno. Servirebbero strumenti di sostegno anche in termini di servizi, pensiamo ad esempio, agli asili, ai nidi, alle scuole per l’infanzia che in Italia sono presenti in misura molto insufficiente. Servirebbero norme tese a favorire le giovani coppie a mettere su famiglia come, ad esempio, mutui agevolati, sostegno agli affitti. Servirebbe, in breve, un vero welfare finalizzato alla fecondità, che affrontasse il nodo dell’invecchiamento della popolazione, inducendo i giovani, soprattutto le donne, a fare più figli rispetto ad oggi. Serve quindi una capacità di medio termine, di programmazione economica e di previsione. Pensiamo che questo sia uno dei capisaldi dell’azione riformatrice che noi dell’Italia dei Valori vorremmo fare una volta arrivati al governo.
IDV: IL NOSTRO IMPEGNO PER LA MANIFESTAZIONE FIOM DI DOMANI
L’Italia dei Valori ha aderito e parteciperà alla manifestazione nazionale organizzata domani a Roma dalla Fiom. Saranno presenti in piazza, tra gli altri, il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, Maurizio Zipponi, responsabile nazionale lavoro e welfare e l’eurodeputato e responsabile giustizia, Luigi de Magistris. L’appuntamento è in piazza della Repubblica, alle ore 14, presso il gazebo allestito dal partito. L’IdV ha affisso a Roma più di 10.000 manifesti e da questa mattina ha organizzato dei presidi a sostegno della mobilitazione di domani. I banchetti per la raccolta delle adesioni alla manifestazione sono stati allestiti a Roma, presso la sede dell'Acea e davanti ad altre aziende interessate da ristrutturazioni e situazioni di crisi in tutta la provincia. L'Italia dei Valori ha organizzato un presidio in Piazza Sant'Antonio, a Cassino, mentre a Latina la raccolta si svolge davanti alla prefettura, dove e' in corso una manifestazione dei dipendenti della Nexans. A Rieti le adesioni alla manifestazione di domani saranno raccolte nel pomeriggio davanti ai cancelli della Ritel e delle altre aziende della zona industriale.
Uno sguardo dal corteo: aderisci
‘Uno sguardo dal corteo’. E’ una iniziativa messa in campo dall’IdV che, prendendo spunto da una idea simile del Fatto Quotidiano, permetterà ai cittadini di testimoniare la loro partecipazione al corteo. Domani durante il corteo della Fiom a Roma, chi vorrà potrà inviare un video per dimostrare al ministro Maroni il carattere non violento della manifestazione. I video, le foto e i messaggi (mandati a sguardocorteo@gmail.com), saranno trasmessi in tempo reale durante la diretta su WebDv.it (la tv dell’Italia dei Valori) che seguirà in diretta streaming l’evento.
Un modo diverso di rispondere al ministro dell’Interno che ha lanciato il suo allarme violenza tirando in ballo i “soliti” centri sociali e i “soliti”, non precisati, gruppi provenienti dall’estero.
Una posizione pericolosa, sbagliata e irresponsabile quella di Maroni; quasi una provocazione.
Garantire la sicurezza e l’ordine pubblico è un compito istituzionale del ministro dell’Interno. Maroni faccia il suo lavoro, assicurando ai cittadini il diritto di manifestare nella massima tranquillità. Chi scenderà in piazza, lo farà in maniera democratica, pacifica e non violenta. Sarà una festa che vedrà una grandissima partecipazione (forse è proprio questa la preoccupazione più grande per Maroni e della maggioranza di cui fa parte), e che tutti potranno seguire su www.webdv.it dalle 14 in poi. I manifestanti in possesso di uno smartphone, potranno inviare a sguardocorteo@gmail.com, il loro saluto gioioso e anche un po’ incazzato al ministro. Noi lo metteremo online in diretta.
MORTE DANIELE FRANCESCHI, UNA VICENDA TUTTA DA CHIARIRE
Chi si ricorda di Daniele Franceschi? E’ un nostro connazionale morto, in circostanze ancora tutte da chiarire, nel carcere di Grasse, in Francia, il 25 agosto scorso, dove era detenuto in attesa di giudizio con l’accusa di truffa per aver falsificato alcune carte di credito. L’altro giorno la mamma di Daniele è stata picchiata dalla polizia francese, gettata a terra e arrestata insieme alla cognata, solo perché protestava davanti al carcere di Grasse per vedere per l’ultima volta suo figlio e per avere giustizia. Tutto ciò, compresa una sospetta frattura di alcune costole per la donna, senza che si alzasse una sola voce di protesta da parte di Frattini. Evidentemente, per il titolare della Farnesina, ci sono morti di serie a e di serie b. Il corpo di Daniele Franceschi è stato oltraggiato ed è come se fosse morto una seconda volta. E’ gravissimo, infatti, che le autorità francesi, nonostante le mille promesse, abbiano permesso che il suo cadavere si deteriorasse rendendo cosi molto difficile, come affermano i legali della famiglia, una seconda autopsia in Italia. Cosa vogliono nascondere?.
Il calvario di Cira Antignano, alla quale va tutta la nostra solidarietà e vicinanza, per riportare a casa il corpo del figlio è durato un mese e mezzo e si è concluso ieri con l’arrivo del povero Daniele sul suolo italiano. Un nuovo, duro colpo per Cira. Il cadavere di Daniele, infatti, è stato restituito in pessime condizioni: "Non ha organi – ha affermato la donna - mancano gli occhi, il fegato, la milza, il cervello. Il naso e' fratturato e la decomposizione è in stato avanzato".
Frattini dovrebbe almeno sentire il dovere morale di riferire subito in Parlamento sull’oscura morte di Franceschi e di protestare contro le autorità transalpine perché hanno oltraggiato il cadavere dello sfortunato Daniele, rendendo di fatto più difficile un’autopsia di parte dei medici della famiglia. Se un cittadino straniero fosse stato trattato alla stessa stregua in Italia si sarebbe rischiato un incidente diplomatico. Per questo noi dell’Italia dei Valori abbiamo presentato un’interpellanza nella quale chiediamo al ministro degli Esteri di chiarire le cause della morte del nostro connazionale, tuttora oscure, e le ragioni per le quali le autorità francesi, nonostante le rassicurazioni al nostro consolato, non hanno conservato il corpo di Franceschi per la seconda autopsia.
LE BUONE RAGIONI PER ADERIRE ALLA MANIFESTAZIONE DELLA FIOM
Ci sono molte buone ragioni per partecipare alla manifestazione nazionale indetta dalla Fiom per il prossimo 16 ottobre. E sono state illustrate da molti interventi a favore. Ne aggiungo un’altra, per me decisiva: oltre ai valori simbolici che le riconosciamo, la lotta della Fiom rappresenta un preciso interesse di parte. Comportamento ormai fuori moda: i protagonisti della vita politica ed economica esibiscono sempre e comunque una retorica pensosità rivolta al bene comune. Sanno di prenderci in giro. Mentono e sanno di
mentire.
In questo gioco i grandi sindacati, che dovrebbero rappresentare gli interessi dei lavoratori, si sentono
obbligati a recitare la parte degli interlocutori responsabili. Non c’è nulla di più falso dell’eguale responsabilità in un rapporto di forze del tutto asimmetrico: tra chi tiene il coltello dalla parte del manico e chi è costretto a stringere la lama. E il linguaggio si adegua alla falsità: chi usa ancora il termine “sfruttamento” viene guardato come uno fuori del tempo.
Ma l’interesse generale esiste solo per chi può piegarlo a proprio vantaggio. E la società non è solo edulcorato confronto ma anche duro conflitto.
E proprio sostenendo con decisione un interesse di parte si mostra come la società sia non un’unità dolciastra ma una dialettica tra le parti. Per questo motivo la determinazione della Fiom nel rappresentare un interesse di parte, fronteggiato da poteri più forti, assume un insostituibile valore costituzionale.
ONORATO DELLA QUERELA DI MASI, DITTATORELLO ALLA RAI PER CONTO DI BERLUSCONI
"Masi e' un prezzolato dipendente del premier, ma pagato con i soldi di tutti noi. Un personaggio che naviga in zone grigie e galleggia in modo insopportabile. E' un pericolo per il servizio pubblico perché tagliare Santoro vuol dire smantellare un programma importante della Rai e comportarsi da dittatorello, al pari del suo editore di riferimento, Berlusconi. Per Masi non vale la professionalità, ma solo lo smisurato lecchinaggio nei confronti del centrodestra".
Per queste parole Mauro Masi ha preannunciato querela nei miei confronti. Va bene così, ne sono onorato. Non solo mi difenderò, ma in tribunale lo attaccherò per il modo fazioso con cui sta gestendo il servizio pubblico che, lo ripeto, non è di proprietà di Berlusconi che lo ha messo lì. Il suo immeritato stipendio lo pagano gli italiani, non gli abitanti dello Zimbabwe.
Tutto nasce dalla vergognosa operazione di oscuramento mediatico operata dal vassallo Masi contro Michele Santoro: dieci giorni di sospensione. Si sa chi l'ha commissionata, perché, e con la complicità di chi. E' strano, quindi, che l'esecutore materiale mi abbia risposto in maniera stizzita. Ho semplicemente ricordato al diretto interessato le sue origini, nonché la natura del suo libro paga.
La democratica interdizione dal palinstesto televisivo per dieci giorni ad Annozero é l'emblema della vigliaccheria alla quale é giunta l'amministrazione Rai.
L'accusa? Il giornalista ha osato inaugurare la prima puntata di Annozero con un pericoloso e palese "richiamo sovversivo". Un'alzata di scudi contro l'attuale governo? Un'accusa maldestra al Presidente del Consiglio? O una fastidiosa polemica contro il mancato rinnovo contrattuale a Travaglio e Vauro? Peggio, molto peggio: un minatorio e allarmante "vaffan...bicchiere" indirizzato nientepopò di meno che a lui, a Masi, in polemica con una circolare censoria sul contraddittorio nei programmi.
Ora, tanto per essere chiari, Santoro sarà anche fazioso ma se c'è una cosa che da lui non manca mai è il contraddittorio, basta analizzare gli ospiti delle prime tre puntate in cui quelli del centrodestra sono stati in numero maggiore rispetto a quelli del centrosinistra: Castelli contro Di Pietro nella prima puntata, Bocchino e La Russa contro Vendola nella seconda. Nella terza addirittura De Magistris da una parte, Santanché in studio (con Belpietro), Angela Napoli dalla Calabria e una lunga intervista, questa sì senza contraddittorio, a Gianfranco Fini. Forse a lamentarsi dovrebbe essere il Pd che nelle prime tre puntate non ha avuto un solo ospite in trasmissione.
Insomma, è davvero strana l'idea di democrazia che hanno i vertici Rai; perché mentre dalle nostre parti la sospensione si definirebbe censura, per il burattino Masi si tratta semplicemente di una vicenda aziendale, che non limiterebbe in alcun modo la libertà di espressione o il diritto di critica.
PARI OPPORTUNITA’: L’ITALIA ‘ROTOLA’ AL 74° POSTO
"Rotolando verso sud" non è solo la strofa di una canzone, ma anche il quadro della classifica sulle pari opportunità, elaborata dal World Economic Forum (WEF) in 134 Paesi, che vede l’Italia scivolare dal 72° al 74° posto. La nostra posizione non potrà che peggiorare sino a quando non si porranno in essere delle politiche efficaci di conciliazione che rendano i compiti di cura e la maternità, compatibili con la presenza delle donne nel mondo del lavoro. L’Italia è preceduta da Repubblica Domenicana, Vietnam, Ghana, Malawi, Romania e Tanzania, solo per citarne alcuni.
Le differenze tra i sessi sono direttamente correlate con l’alta competitività economica: le donne vengono trattate in modo equo se un Paese è in crescita e prospero ma anche se è capace di creare una forte cultura per una reale parità di opportunità.
L’Italia si trova nelle parti basse della classifica a causa dello scarso indice di “partecipazione e opportunità nell’economia” (97mo posto), che emerge dalle differenze salariali (posto numero 121) e dalla partecipazione alla forza lavoro (posto numero 87) tra uomini e donne. Anche rispetto alla “salute e all’aspettative di vita” l’Italia perde terreno: in un anno è scesa dall’88mo al 95mo posto a causa dell’aumento della disuguaglianza a danno delle donne.
Questa nota di demerito dà la misura della politica propagandistica dell'attuale Governo nei confronti del ruolo della donna nella società. Sino a quando la valutazione delle donne non sarà parametrata alle loro capacità e competenze, ma si continuerà a considerarle come figurine da applicare in un contesto piuttosto che in un altro, a seconda del messaggio che si intende far passare in quel momento, non ci sarà da stupirsi dell'esito di questa classifica.
Grazie all'approvazione delle direttive comunitarie e alle sentenze della Corte di giustizia, da tempo ormai si è saputo portare al centro dell'agenda europea le tematiche legate alla condizione femminile nella sfera economica, sociale e politica e si è andata sempre più allargando la dimensione e la percezione del problema dell'uguaglianza tra i sessi, per diverso tempo circoscritta alla sola questione della parità retributiva tra lavoratori e lavoratrici.
Nell'ultimo decennio, l'Unione europea si è senza dubbio impegnata nell'implementazione del gender mainstreaming, ovvero nel porre al centro dei programmi e delle strategie della politica, dell'amministrazione e dell'economia la promozione delle pari opportunità tra i generi. Tuttavia in questi anni, se da un lato si assiste a conquiste importanti dall'altro viene completamente ignorato il problema del gap esistente tra riconoscimento giuridico di un principio e la sua reale applicazione. Le direttive comunitarie sulla parità di trattamento infatti non sono, da sole, sufficienti a garantire i principi in esse sanciti e necessitano di politiche attive da parte dei singoli Stati membri, in grado di sviluppare una continua cultura di parità nelle istituzioni e nella società.
Le realtà di molti paesi, primo l’Italia, testimoniano quanto ancora occorra lavorare per ridurre questo gap, certo non nella direzione imboccata da questo Governo.
“Cattolici nell’Italia di oggi”: le proposte economiche e sociali in discussione alla 46° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani
Dal 14 al 17 Ottobre si terrà, a Reggio Calabria, la 46° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, dove verrà discusso il Documento: “Un’Agenda di speranza per il futuro del Paese” che contiene diagnosi e proposte di politica economica che troviamo condivisibili ed in linea con le posizioni di Italia dei Valori.
Il Documento dà un giudizio positivo della globalizzazione che costituisce il “principale motore per l’uscita dal sottosviluppo di intere regioni” del mondo. Questo fenomeno è in sé “una grande opportunità”, osservano gli esperti del Comitato scientifico e organizzatore della 46° settimana sociale. Riguardo al nostro paese, si avverte però che “il processo di globalizzazione investe pesantemente l’Italia. Ne svela le risorse, ma con la stessa chiarezza ne mette in luce le tensioni, gli errori, le omissioni e i ritardi accumulatisi per molto tempo. La globalizzazione alza il velo sul peso del debito pubblico, sullo stato dei processi di istruzione e della ricerca scientifica e tecnologica, sulla bassa produttività del sistema economico, (…) sul divario fra le opportunità offerte alle donne e quelle di cui godono gli uomini, sul dilagare della povertà e delle povertà, sull’incapacità di debellare e a volte anche solo di fronteggiare la criminalità organizzata. ”Si denunciano“ gli effetti debilitanti che sui soggetti hanno avuto il pluridecennale processo di degenerazione assistenzialistica di un modello di “Stato sociale”. In conclusione, quindi, “l’Italia si trova oggi ad affrontare le prove della globalizzazione da media potenza declinante”.
Il Documento quindi affronta con chiarezza la problematicità dell’attuale condizione dell’Italia: da molti anni la nostra economia cresce troppo poco e questo si traduce in difficoltà gravi su molti fronti. La scarsa capacità del nostro sistema economico di sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione derivano in buona parte da un mancato “riaggiustamento strutturale” da parte del nostro Paese. Le regole del gioco sono mutate e l’Italia è rimasta cristallizzata nel passato.
Il Documento affronta molteplici argomenti, dando numerosi spunti alla riflessione.
Una domanda che viene posta è: “Come ridurre precarietà e privilegi nel mercato del lavoro, aumentandone partecipazione, flessibilità (in entrata e in uscita), eterogeneità?” In questo senso, “il nodo più urgente è rappresentato dal dualismo del mercato del lavoro, vale a dire la convivenza al suo interno di un’area di occupazione protetta e di un’altra priva di tutele o con tutele diseguali”. Il traguardo, ormai condiviso, è naturalmente la flexicurity. Questa, oggi più che mai, richiede “strumenti di sostegno al reddito e di supporto della ricerca di lavoro da parte di chi ne è privo, così come il superamento di ogni tipo di rendita di posizioni e di irresponsabilità”. Un allargamento del sistema di ammortizzatori sociali, che vada verso la direzione di “un trasparente e sostenibile sistema di sussidi di disoccupazione” universale e non limitato a singole categorie. Difatti, si riconosce senza mezzi termini che “l’Italia ha bisogno di adottare ammortizzatori sociali tendenzialmente universalistici e omogenei, trasparenti e che non siano di ostacolo alla mobilità dei lavoratori; che incentivino la partecipazione al mercato, di durata e importi compatibili con l’incentivo al lavoro, e in grado di attirare forza lavoro dal bacino del sommerso.”
Altro tema fondamentale è quello che riguarda il sistema fiscale. Nel Documento si auspica un sistema fiscale che ripartisca la pressione fiscale orizzontalmente: meno carico su lavoro e imprese e più carico sulle rendite. Una riforma del genere aiuterebbe la crescita delle imprese, favorirebbe la domanda interna da parte delle famiglie e ciò deve essere una priorità nell’agenda del paese. Vi è del resto oggi in Italia un grave problema di ineguaglianze economiche e sociali che finiscono per ridurre le possibilità di sviluppo del Paese. Nel Documento si parla ad esempio della scarsa mobilità che caratterizza il nostro sistema sociale: più che classi sociali si dovrebbe parlare di caste, in base alle quali i figli svolgono lo stesso lavoro del padre.
Anche il sistema finanziario andrebbe riformato. Le banche ad esempio “ci si attende svolgano un compito anche nei processi di sviluppo di più lungo periodo, soprattutto nelle economie regionali, il cui potenziale di sviluppo appare, specie in alcuni contesti territoriali, ancora in gran parte inespresso.”
Concludiamo, facendo nostra e condividendo l’esortazione del comitato: “Il Paese deve tornare a crescere, perché questa è la condizione fondamentale per una giustizia sociale che migliori le condizioni del nostro Meridione, dei giovani senza garanzie, delle famiglie monoreddito (…). Ciascuno è chiamato in causa in quest’opera d’amore verso l’Italia: è una responsabilità grave che ricade su tutti, in particolar modo sui molti soggetti che hanno doveri politico – amministrativi, economico – finanziari, sociali, culturali, informativi.”
Le tesi contenute nel Documento dei cattolici italiani che si riuniscono a Reggio Calabria nei prossimi giorni sono molto importanti soprattutto in questi mesi di grave incertezza politica. Il governo Berlusconi che è nato sulla base della più ampia maggioranza parlamentare della storia repubblicana è oramai al tramonto. Le divisioni interne alla maggioranza rendono oramai impossibile che le esortazioni appena richiamate possano essere ascoltate. Del resto, la destra berlusconiana in questi due anni e mezzo alla guida del Paese non ha focalizzato la propria azione di governo per affrontare i temi strutturali alla radice della stagnazione dell’Italia, ma si è dedicata a questioni private rilevanti per il Premier, Lodo Alfano.
Servirebbe all’Italia un governo che ponesse al centro della propria agenda un chiaro programma di riforme, simili a molte di quelle suggerite nel Documento della 46° settimana sociale dei cattolici italiani.
La guerra non è un valore della Costituzione
Oggi è il giorno dei funerali dei quattro alpini uccisi sabato scorso in un attacco talebano in Afghanistan. L’ennesimo sacrificio di vite umane ha riaperto la discussione sulla presenza dei nostri militari in quel martoriato Paese, per una missione di pace che si è via via trasformata in una vera e propria guerra.
Eppure “L'Italia - recita l’Articolo 11 della Costituzione - ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”
Il nostro Paese può partecipare esclusivamente a missioni internazionali di pace, missioni nelle quali è centrale il valore di aiuto alle popolazioni e di ricostruzione e stabilizzazione a seguito di conflitti. Eppure secondo il Ministro La Russa e tutto l’emiciclo parlamentare (ad esclusione dell’Italia dei Valori) non importa se la presenza del nostro contingente in Afghanistan abbia assunto i contorni di una vera e propria guerra con attività offensive fortemente marcate. Non importa se nell’ultimo mese cinque nostri ragazzi abbiano perso la vita, 34 dall’inizio della missione nel 2004. Non importa se 6 italiani su 10 siano contrari alla missione in Afghanistan. Dobbiamo restare, non si discute. Anzi, confortato dai vari Rutelli, Bersani, Casini, il Ministro La Russa si appresta a mandare più armi, più militari, ad armare i tornado per i bombardamenti. Così, secondo loro, potremo stanare i talebani ed esportare la democrazia in Afghanistan; i civili che verranno massacrati nel sonno saranno inseriti nel capitolo di spese denominato “costi della democrazia”. I cadaveri dei nostri ragazzi, giovani, giovanissimi, quelli li metteremo al capitolo “spese per scelte incostituzionali del Parlamento”, e nel giro di poco, con un falso in bilancio, tutto sarà cancellato.
Nessuno, per ipocrisia mista a interessi politici ed economici, ha il coraggio di dire che la guerra è uno strumento che non funziona. Lo dimostrano i dati di fatto. Siamo giunti quasi al decennale dell’inizio della guerra in Afghanistan, i talebani e i signori della guerra spadroneggiano ancora in buona parte del territorio e, soprattutto, hanno il consenso della popolazione: all’inizio del conflitto erano odiati e detestati da larga parte di essa. La produzione di oppio non è diminuita e le elezioni finora svolte hanno avuto ben poco di democratico, con brogli evidenti in quasi tutto il paese. Di questo si sono resi conto anche gli USA che, insieme a Karzai, hanno deciso di trattare con i talebani: basterebbe solo questo fatto a certificare la morte del progetto di guerra, di pace o di qualsiasi altro fantomatico aggettivo usato per ammorbidire una realtà fatta di sangue, morti, e bandiere sulle bare.
La politica della forza, come sempre accade, non porta alcun frutto se non quello di acuire l’odio, di dividere le persone, di seminare morte. E di far realizzare grossi profitti a multinazionali e affaristi.
Penso che l’Italia dei Valori, e la maggioranza degli italiani, abbiano un’altra idea dell’impegno internazionale dei nostri ragazzi, che non è certo quello di andare a stanare i talebani in mezzo all’Afghanistan, né tantomeno procedere a bombardamenti a tappeto. Un’idea fatta di solidarietà, di cooperazione, di formazione, di sostegno. Un’idea che non si rispecchia nell’attuale atteggiamento del Governo e del Parlamento (ad eccezione di Italia dei Valori) che ha rifinanziato ad agosto le missioni, destinando per la seconda parte del 2010 ben 365 milioni di euro per il mantenimento del contingente ISAF in Afghanistan e solamente 18,7 milioni di euro per iniziative di cooperazione, assistenza e ricostruzione. Una sproporzione palese che testimonia ulteriormente l’atteggiamento anticostituzionale che l’Italia ha assunto a livello internazionale.
Come ci ricorda Gino Strada “ci sono tanti modi per intervenire. Il dramma di oggi è che di fronte a qualsiasi problema si pensa solo ed esclusivamente in termini di «che risposta militare diamo», cioè «quanti uomini mandiamo, dove, chi li comanda». Il problema di per sé non lo si affronta mai”. Forse è arrivato il momento che l’Italia decida di affrontare il problema con la testa, con il cuore, lasciando a casa i fucili.
FARE CHIAREZZA SU UNA SANITA’ ORMAI ALLO SBANDO
Sono sempre più frequenti i casi di malasanità nel nostro Paese. Tanto che è quasi impossibile fare un elenco dei numerosi episodi che hanno coinvolto, loro malgrado, adulti e bambini nelle strutture sanitarie pubbliche, al Nord come al Sud. Da mesi è un susseguirsi di notizie gravissime. L’ultima risale a mercoledì scorso e arriva dall’ospedale San Camillo di Roma, dove l’attesa di una paziente a rischio si è conclusa con la morte del bimbo, nato con parto cesareo in arresto cardiaco, sette ore dopo il ricovero della donna nella struttura. Della vicenda si è subito interessato l’Onorevole IdV Leoluca Orlando, Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari e i disavanzi sanitari regionali, che ha chiesto di acquisire “informazioni sia sul caso specifico sia, più in generale, sulle condizioni del reparto di Ginecologia dell'ospedale San Camillo in cui, già in passato, era stata denunciata scarsità di posti letto e di personale”.
Al di là del singolo caso, tuttavia, a preoccupare è l’alto numero di “incidenti”, superiore ad ogni ragionevole dato statistico. Per questo è necessario fare chiarezza il prima possibile sulle responsabilità all’origine di queste terribili vicende, perché non è ammissibile che il diritto alla salute dei cittadini, che è un diritto costituzionalmente riconosciuto, venga disatteso cosi frequentemente.
La situazione della sanità italiana, come denunciato più volte dal Responsabile Nazionale Sanità e Salute dell’Italia dei Valori, Antonio Palagiano, è ormai allo sbando. “Mancano i controlli preventivi che eviterebbero le tragedie a cui assistiamo quasi quotidianamente negli ospedali, dove gli ispettori governativi arrivano quando ormai è troppo tardi, quando il danno, purtroppo, è irrecuperabile.
Vorrei chiedere al ministro della Salute Ferruccio Fazio se intende fare qualcosa di veramente efficace per fermare questa spirale di violenza nei nostri ospedali e questa carneficina di innocenti. E’ ora di agire concretamente – ha esortato l’esponente IdV -, cambiando le regole, investendo di responsabilità personali i medici ospedalieri e i direttori generali, che sono di nomina politica. Responsabilità a cui devono rispondere anche quei politici che li hanno assunti con incarichi apicali. Oppure sarà il caos. Occorrono controlli in corso d’opera, bisogna prevenire questa mattanza, apparentemente inarrestabile, attraverso un organismo indipendente che sappia monitorare le diverse realtà e valutare dove la sanità funziona e dove no. Fazio venga in Parlamento a riferire i fatti e a spiegare le iniziative che intende intraprendere. Altrimenti - ha concluso Palagiano - è meglio che passi la mano”.
LODO ALFANO, UN MOSTRO GIURIDICO E COSTITUZIONALE
In questi giorni in Commissione Affari Costituzionali del Senato abbiamo ripreso l'esame del cosiddetto Lodo Alfano costituzionale alla sospensione dei processi per Berlusconi. Ovviamente l'IdV farà la sua opposizione presentando gli emendamenti ma questo provvedimento cosi come proposto presenta almeno tre enormi profili di incostituzionalità. Su uno di questi profili noi ci pronunceremo evidenziandolo. Sugli altri due ci riserveremo di farlo al momento opportuno perché non vogliamo dare nessun aiuto a questa maggioranza per modificare il testo. Noi vogliamo contrastarlo, questo testo, quindi suggerimenti non ne daremo.
Uno è talmente macroscopico che non riesco a capire come facciano continuamente a sbagliare. Fin dal 2004, quando la Corte Costituzionale bocciò il Lodo Schifani, si evidenziò che non era possibile prevedere una sospensione del processo senza limite di tempo, ossia "reiterabile".
Invece hanno proposto una norma reiterabile, ossia uno può passare da Presidente del Consiglio a Capo dello Stato e rifare la richiesta di sospensione del processo; quindi otterremmo una sospensione del processo e poi un'altra sospensione cambiando carica.
É francamente un'immunità perpetua e non é più la sospensione del processo; sarebbe un'immunità perpetua che la Cassazione ha detto che non si può fare, anche se si tratta di difendere e garantire la serenità dello svolgimento delle funzioni, però finito di svolgere la funzione, basta! Si deve riprendere a fare il processo; e invece loro propongono la possibilità di reiterare queste sospensioni.
Noi ci batteremo perché questa legge venga ostacolata in tutti i modi in maniera che il Capo dello Stato, che dovrà verificarne in prima battuta la tenuta costituzionale, potrà adeguatamente intervenire rimandando al Parlamento una norma che per altro sicuramente sarà sottoposta al giudizio dei cittadini in quanto, essendo una riforma di legge costituzionale, ha bisogno di una particolare procedura e se non viene votata dai due terzi del parlamento scatta la possibilità del referendum confermativo dei cittadini. Quindi il popolo verrà chiamato a giudicare questa norma che é un mostro giuridico e costituzionale.
DOSSIER IDV: C’E’ DEL MARCIO IN PADANIA
Questo che vi propongo è un file esplosivo che rivela il vero volto della Lega. Troverete tutto quello che non avreste mai osato neanche immaginare sui duri e puri del Carroccio, quelli che predicano bene nelle valli tra ampolle e riti celtici, ma razzolano male, molto male a Roma e lì dove sono riusciti ad affermarsi. E’ tempo di sfatare il mito di una Lega intransigente, legalitaria, dura e pura, che non fa affari con nessuno, che grida Roma ladrona ma che, in realtà, ha le mani in pasta in tutto. Basta con le frottole e le balle che ci propina ogni giorno. La verità è che il verde brillante ha lasciato il posto ad un più intenso verde marcio. Cominciamo dalle basi, dall’abc della presunta difesa della legalità dei leghisti, che hanno offerto il loro soccorso verde per salvare dai processi Cosentino e alcuni boss della camorra, De Lorenzo, Di Donato e Crippa, vecchi arnesi della prima Repubblica, così la Lega li chiamava, che, secondo la magistratura, avrebbero causato danni all’erario. Sono trascorsi solo dieci anni da quando Bossi chiamava Berlusconi, il mafioso. Nel frattempo, la Lega ha firmato e sottoscritto tutte le 37 leggi ad personam del regime di Silvio. Sono anni che la Lega urla e strepita contro Roma ladrona, contro gli sprechi della pubblica amministrazione ma tutte le volte che Italia dei Valori ha chiesto di abolire le province ha votato contro. Ecco un rapido excursus su tutti i posti di potere, enti, società a partecipazione pubblica, banche, autostrade, ospedali sui quali la lega ha messo le mani in questi anni: consip, Cinecittà, age, Finmeccanica, Eni, Fiera Milano, Eni, Sviluppo sistema Fiere, Expo 2015, Enel, Poste italiane, Rai, Banca popolare di Milano, Impregilo. E c’è molto di più, leggere per credere. Volete sapere qual è il partito che detiene il maggior numero di parlamentari con il doppio o triplo incarico? Su 85 camicie verdi, 44 hanno una poltrona in Parlamento, una al governo e una in un’amministrazione locale. Nel dossier troverete nomi e cognomi ed anche quelli di parenti, figli ed amici piazzati su comode e molto remunerate poltrone. Un bell’esempio di nepotismo in salsa verde. Un capitolo a parte del dossier è dedicato a tutte le promesse fatte, agli slogan annunciati, reiterati e mai realizzati, a cominciare dalla presunta difesa delle coste italiane dall’immigrazione clandestina. Vi forniamo numeri, date e cifre di tutte le sanatorie targate Carroccio. Questa è la politica della Lega in fatto di immigrazione. Militari libici sparano contro un peschereccio italiano ed il ministro Maroni non fa una piega, salvo qualche giorno dopo, sorseggiare un drink all’ambasciata libica a Roma, alla festa per il 41esimo anniversario della dittatura di Gheddafi. C’è molto di più nel nostro dossier. L’elenco di tutti i processi a carico dei leghisti, un bel capitolo che abbiamo chiamato “lega ladrona” e la storia dettagliata di come la Lega Nord ha messo le mani sulle banche. Leggere per credere.
Consulta il dossier:
SUL PULPITO I FIGLI DI MAFIA
“Quando mio padre e mia madre furono uccisi avevo undici anni. Ho trascorso la mia vita nel segno della legalità e del rispetto degli altri. Mi sono impegnata nel volontariato, negli studi, nella crescita dei miei bambini. Sono una persona, non solo la figlia di un mafioso. Pretendo che mi si giudichi per quello che sono, non per come mi chiamo”.
Con queste parole Roberta Bontate, trentaduenne figlia di Giovanni (il fratello del più celebre boss Stefano), condannato per traffico di droga al maxiprocesso, “pretende”, dimenticando che l’unica persona verso cui può recriminare è proprio suo padre, che ha scelto di essere mafioso. Su Repubblica Palermo è uscito infatti un articolo intitolato “Io, Bontate alla gogna tv soltanto per il nome”. Nemmeno una parola, su quel giornale, sull’insulto mafioso nei confronti della memoria del loro collega Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio del 1993 e qualche giorno fa omaggiato nella sua città con una scritta nella piazza a lui dedicata: “Viva la mafia”. Tornando alla signora Bontate, nell’articolo la giovane donna rivendica il proprio diritto ad essere giudicata per quella che è. Poi aggiunge che il ricordo di suo padre è quello di “un uomo che amava sua moglie e le sue figlie”.
Voglio rivolgermi direttamente a Roberta Bontate. Non metto in dubbio la sua buona fede e le sue belle intenzioni, ma mi permetta di dissentire e puntualizzare alcuni aspetti. E’ troppo facile “pretendere” senza prima assumersi l’onere di fare passi concreti, senza “restituire” qualcosa. Lei, mi perdoni, non è nella condizione di avanzare alcuna pretesa, e le spiego il perché.
Il suo sfogo e le sue “pretese” sono comparse anche su “La Stampa”, tra l’altro in compagnia delle parole di Angelo Provenzano, suo compagno di destino, figlio del superboss Bernardo che tempo fa denunciava di sentirsi un cittadino di “serie b”, in contrasto con la serenità e l’orgoglio di suo padre quando, nel carcere di Novara, mi ha riferito: “sto bene, non mi manca niente”, per nulla afflitto o pentito. Forse non pensava ai patimenti del figlio. In pratica parliamo dell’esatto ribaltamento della realtà: i carnefici diventano vittime e le vittime causa dei dolori dei parenti dei carnefici. Nell’articolo “La guerra al passato della figlia del boss” lei afferma proprio ciò che io, orgogliosa figlia di una vittima innocente della mafia, non posso concederle di dire: “Non rinnego la mia famiglia, non potrei. Ma rivendico il diritto a vivere una vita normale”. Lo stesso fa Angelo Provenzano, che ha sempre difeso il diritto di non rinnegare la sua famiglia. Vede, signora, la differenza tra voi e Peppino Impastato o Rita Atria, consiste esattamente in questo. Anche Impastato e Rita Atria appartenevano a famiglie mafiose, ma si sono guardati bene dal difendere il proprio albero genealogico infestato da frutti marci, e anzi hanno combattuto contro le proprie origini in virtù di quel senso di giustizia del quale parla lei sui giornali. Sono morti giovani, entrambi. Se vuole la libertà di vivere senza zavorre e condizionamenti rinneghi pubblicamente la mafiosità di suo padre e della sua famiglia, mantenendo un ricordo privato e intimo della figura paterna. Per colpa di suo padre, della famiglia Bontate e dei mafiosi sanguinari come loro, centinaia di uomini e di donne non possono vivere una vita normale, perché una famiglia non ce l’hanno più. Non le permetto di parlare così e vorrei che chiedesse scusa per l’insolenza delle sue parole.
A mio avviso non basta ‘differenziarsi’ ed avere la fedina penale pulita; bisogna anche essere in grado di riconoscere pubblicamente la putridezza con la quale si è convissuto. Quelle persone che lei e Provenzano Jr. non riuscite a rinnegare in nome dell’amore filiale o di chissà cos’altro, hanno ammazzato e fatto ammazzare decine e decine di persone, senza pietà. Hanno stravolto centinaia di vite. Hanno coltivato e nutrito il terreno dell’illegalità e dell’oppressione con migliaia di litri di sangue innocente. Cosa pensa di pretendere ora? Il suo messaggio è “Non sono mafiosa, ma ricordo con malinconia i giorni in cui ero circondata da mafiosi”? Davvero sconveniente e intollerabile. Se vuole sinceramente riscattarsi ma soprattutto essere credibile, inizi rinunciando a tutti i beni, le proprietà e ai frutti delle attività illecite di Giovanni Bontate che non sono certo quantificabili nei 68 milioni di lire che lei dice di aver dato in beneficenza. Chieda scusa ai figli e alle figlie degli eroi veri, abituati a subire, a non chiedere nulla; scenda dal pulpito e torni nell’anonimato fino a quando non troverà il coraggio di rinnegare quel mondo dal quale lei, volente o nolente, proviene.
L’ECONOMIA ITALIANA PARALIZZATA DAL NON FARE DEL GOVERNO
L’economia italiana è ancora in una situazione di grave difficoltà. Siamo al nono trimestre consecutivo con i fallimenti di imprese che aumentano: non succedeva da molti anni.
La disoccupazione è arrivata al 9%, quella giovanile, in particolare, è su livelli molto alti.
Le stime di crescita dell’economia italiana sono state riviste al ribasso da gran parte degli istituti di analisi economica: il Fondo Monetario Internazionale, la Confindustria e altre istituzioni.
Gli imprenditori, in particolare, sono in una situazione di vera ebollizione, preoccupati per lo stato dell’economia e, soprattutto, per l’inerzia del Governo. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, pochi giorni fa in un convegno a Genova, ha dichiarato che la pazienza degli imprenditori italiani si è ormai esaurita. Questo perché il Governo non fa nulla di fronte alla grave situazione della nostra economia, e le imprese si trovano a dover fronteggiare tasse elevatissime: la pressione fiscale nel corso di questi 2 anni e mezzo è aumentata.
Il costo dell’energia in Italia è molto più alto che negli altri paesi, la burocrazia costa molto di più che altrove. Per avere un’idea, basti pensare che per avviare un’impresa nel nostro Paese, servono 5mila euro e 62 giorni tra procedure e attese, in stati equivalenti al nostro bastano poche centinaia di euro e qualche giorno.
Noi dell’Italia dei Valori crediamo che in questo momento ci sarebbe bisogno di un governo che avesse a cuore i problemi dell’economia italiana, che avesse la forza di prendere le misure necessarie per rimetterla in movimento. La crescita come detto è la questione principale, ma per rimettere in moto l’economia, servirebbero riforme che il Governo Berlusconi ha mostrato di non essere in grado di fare.
Quindi crediamo che la fiducia, non solo degli imprenditori, ma degli italiani in generale in questo Governo, sia oramai esaurita e che sia arrivato il momento di pensare ad una nuova stagione, politica ed economica.
ROMA, 35MILA IN PIAZZA CONTRO I TAGLI ALLA SCUOLA
Si è tenuta questa mattina a Roma, davanti al ministero della Pubblica Istruzione, la manifestazione contro i tagli alla scuola pubblica decisi dal Governo Berlusconi. Un corteo di oltre 35mila persone tra genitori, insegnanti, studenti ha invaso le strade della Capitale per radunarsi infine sotto la sede del MIUR di Viale Trastevere. Manifestazioni analoghe si sono svolte in molte città d'Italia in questa giornata di lotta, per ribadire il NO alla riduzione del personale docente e amministrativo, al precariato, alla limitazione del tempo pieno, a classi sempre più numerose. Rivendicazioni legittime di cui l’Italia dei Valori si è fatta promotrice, appoggiando sin dall’inizio la protesta, nata in Sicilia, dei precari della scuola. Questo è solo il primo di una serie di appuntamenti che si svolgeranno da qui alla fine dell'anno scolastico. Prossimo appuntamento a Napoli il 30 ottobre. Nel video alcune interviste realizzate questa mattina, durante la manifestazione.
SI AL FEDERALISMO, NO ALLA TRUFFA DELLA LEGA NORD
L’Italia dei Valori ha votato a favore della legge sul cosiddetto Federalismo fiscale, perché ritiene che una maggiore responsabilità da parte degli amministratori possa evitare gli sperperi, tagliare i costi e, soprattutto, dare servizi più rispondenti alle esigenze dei cittadini.
Abbiamo votato a favore anche dei primi decreti delegati, per esempio quello sul Federalismo demaniale. Abbiamo invece votato no sul Decreto riguardante Roma capitale, perche riteniamo che faccia aumentare i costi senza risolvere nessun problema della città.
Adesso è all’attenzione il Decreto legislativo sulla determinazione dei fabbisogni standard di Comuni, Province e città metropolitane. Bene, si tratta di un contenitore assolutamente vuoto che il Governo non vuole far scrivere neppure in Commissione, ma vuol demandare ad organi tecnici del ministero dell’Economia. In pratica un Decreto senza numeri, senza date, che non visualizza quello che i cittadini devono avere e quanto invece avranno da perdere da questa norma inutile e vuota.
Italia dei Valori ha fatto rilevare in Commissione che così non va: vogliamo sapere quali sono i numeri, quanto costa il federalismo; quali servizi verranno migliorati, quanto invece diventerà solo propaganda elettorale della Lega Nord che vuole solo sventolare questa bandiera per conquistare una manciata di voti.
Ma delle altre parti del Paese, del Sud, delle isole, delle parti deboli del Nord, nessuno parla; l’Italia dei Valori ha deciso di fare una battaglia su questi punti.
DIPLOMAZIA EUROPEA, ITALIA FANALINO DI CODA
Mentre l’Italia si trastulla in problemi di crisi, in regolamenti di conti, l’Unione europea sta muovendo passi importanti in politica estera. Rispetto a questo l’Italia sta perdendo tutti i treni e bisogna che qualcuno cominci a dirle queste cose.
In un recente vertice europeo, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha riproposto la possibilità di una tassa sulle transazioni finanziarie di una certa entità. Una piccolissima tassa che però sarebbe sufficiente per finanziare lo sviluppo dei paesi del sud e cominciare a regolare anche i flussi migratori con maggiore efficacia. Rispetto a questa proposta, la posizione del nostro ministro degli Esteri, Frattini, che è quella dell’Italia, rimane ne Si, ne No, non si sa; non abbiamo una voce in capitolo. D’altro canto il nostro Paese, come le altre nazioni europee, ha preso formalmente l’impegno di destinare lo 0,7% del proprio Pil, come minimo contributo alla cooperazione allo sviluppo, ma per il momento siamo fermi allo 0,16%, tra l’altro anche con una serie di trucchi contabili un po’ tutti italici, in base ai quali anche l’otto per mille alla chiesa cattolica viene computato come aiuto ai paesi in via di sviluppo e quindi calcolato in questo canestro dello 0,16%. Come l’Italia del Governo Berlusconi, riuscirà a rispettare l’impegno dello 0,7% entro l’anno, sarà cosa tutta da vedere.
Nel frattempo l’Europa comincia a premiare chi fa bene e a marginalizzare chi di fatto si sta tirando fuori da solo. Catherine Ashton, ministro degli Esteri europeo, ha annunciato la lista dei primi 28 ambasciatori del nuovo servizio diplomatico europeo introdotto dal Trattato di Lisbona – è una cosa embrionale ma che sta cominciando a prendere piede -, e di questi 28 posti l’Italia ne ha ottenuto due: l’Albania, che è stata una grande richiesta del nostro Paese e l’Uganda. Gli altri stati hanno avuto tutti molto di più. E’ una lista interessante perché ci fa capire l’importanza geopolitica dei vari paesi all’interno dell’Unione europea.
La Germania si è presa la Cina, il Portogallo gli Stati Uniti, l’Olanda il Sudafrica e altre importanti destinazioni, la Spagna addirittura ha ottenuto cinque incarichi tra cui l’Argentina; l’Austria si è presa il Giappone. L’Italia, ripeto, si è fermata a Uganda e Albania. Non solo, il Governo ha chiesto con insistenza di avere uno dei due Vicesegretari generali del servizio diplomatico, ma questi sono andati invece ad un polacco e a un tedesco, mentre il posto di Segretario generale a un francese. L’Irlanda, piccolo Paese neutrale, ha ottenuto il capo del personale del servizio diplomatico, che è un’altra posizione molto importante. Quindi siamo assenti dalla cabina di regia della diplomazia europea.
Vedete, l’Italia non soltanto ha perso costantemente il treno nel cercare di agganciare Germania, Francia, Gran Bretagna; ma poi è stata anche superata dalla Spagna che oggi ha un reddito procapite maggiore del nostro, e anche un’importanza geopolitica più grande, come dimostrano i ben cinque posti ottenuti. Ora bisogna stare attenti perfino alla Polonia, che è un Paese importante, crescente nella sua influenza, che ha più o meno la stessa superficie e popolazione della Spagna, che ha ottenuto un posto molto importante con l’ambasciata a Seul, in Corea del Sud - stato col quale, tra l’altro, l’Unione europea ha appena siglato un importantissimo accordo di libero scambio -, e poi appunto uno dei Vicesegretari generali di questo nuovo servizio diplomatico.
L’Italia resta a bocca asciutta. Come al solito non si riesce ad aprire un dibattito su questo tema molto importante per il nostro Paese, e la nostra politica estera continua a fare la spola tra Monte Carlo e Gheddafi.
GOVERNO AGLI SGOCCIOLI, IDV AL LAVORO PER L’ALTERNATIVA
Dopo più di 5 mesi senza il Ministro dello Sviluppo economico, il governo Berlusconi ha prodotto l’uovo di colombo con la nomina di Paolo Romani. Alle centinaia di aziende in crisi e alle migliaia di lavoratori in cassa integrazione il governo offre loro come referente un uomo esperto solo di televisioni e fedelissimo del premier. Un ministro non in grado di risolvere i tanti gravi problemi all’ordine del giorno, ma che ne crea di nuovi.
Sono gli ultimi atti di un regime ormai allo sfascio. Nomine che ricordano vagamente quelle degli ultimi giorni della Repubblica di Salò.
Il Governo non solo non ha più un programma da realizzare, ma non è neppure in grado di portare a termine provvedimenti di secondaria importanza, perché la maggioranza che lo sosteneva si è spaccata clamorosamente, e tra gli ex alleati di un tempo è in corso una guerra senza esclusione di colpi.
In questo scenario a tinte fosche, da fine dell’impero, con il premier in rotta di collisione con la sua stessa maggioranza e con gran parte della Nazione, noi dell’Italia dei Valori siamo già al lavoro per creare l’alternativa che permetterà, ci auguriamo il prima possibile, al nostro Paese di risollevarsi dalla pericolosa china in cui lo ha spinto questo Governo e il suo ‘monarca’.
Bisogna però impedire ad un reuccio circondato da una corte dei miracoli pronta a dire sempre si anche alle proposte più stravaganti del suo signore, di assestare gli ultimi devastanti colpi di coda volti a realizzare altre leggi a tutela del suo interesse personale e della sua impunità; di restringere ulteriormente la libertà di espressione, il diritto ad un’informazione indipendente e davvero libera, e di continuare ad inquinare il tessuto sociale con la strisciante e omologante dittatura del pensiero unico berlusconiano.
Tutto questo presto sarà solo un ricordo, ma oggi è ancora vergognosa cronaca politica, quella che in futuro andrà a riempire, nostro malgrado, i capitoli più bui della storia di questo Paese.
Per uscire dalle sabbie mobili l’IdV è pronta a sostenere in Parlamento la modifica, in questa legislatura, della legge elettorale. Ma solo se ce ne sono le condizioni e se la legge proposta non sarà peggio di quella attuale. Non vogliamo avere nulla a che fare con inciuci per formare governi provvisori che, come il passato insegna, poi diventano definitivi. Se Berlusconi aprisse una crisi di governo al solo scopo di obbligare gli italiani a votare ancora una volta con il Porcellum, l'Italia dei Valori si sentirebbe in dovere di sostenere una nuova maggioranza con il solo scopo tecnico di riformare la legge elettorale, a patto che il Governo non duri oltre i 90 giorni necessari per approvarla, e vi sia la garanzia dal capo dello Stato. A scatola chiusa non votiamo niente.
BERLUSCONI: DAL MERCATO ‘DELLE VACCHE’ A QUELLO DEI ‘PASTORI’
Dopo aver fatto compravendita di deputati per salvarsi dai processi con qualche nuova legge ad personam, Berlusconi ha deciso che è venuta l’ora di salvarsi “l’anima” con la compravendita di potenti monsignori (cardinali in pectore).
Solo così si può spiegare l’incredibile dichiarazione di mons. Rino Fisichella, a proposito della bestemmia pronunciata da Silvio Berlusconi nel raccontare una barzelletta: “Bisogna sempre in questi momenti saper contestualizzare le cose e, certamente, non bisogna da un lato diminuire la nostra attenzione, quando siamo persone pubbliche, a non venir meno a quello che e’ il nostro linguaggio e la nostra condizione; dall’altra credo che in Italia dobbiamo essere capaci di non creare delle burrasche ogni giorno per strumentalizzare situazioni politiche che hanno già un loro valore piuttosto delicato”. Quindi Berlusconi va capito e scusato, secondo mons. Fisichella. La cosa ha fatto andare in bestia Rosy Bindi, oggetto privilegiato delle velenose battute di Berlusconi, la quale ha osservato: “Fin da piccola mi hanno insegnato a non pronunciare il nome del Signore invano. E’ una profonda, intima convinzione della mia fede, un segno di rispetto verso me stessa e gli altri e una regola di buona educazione. Sarò all’antica, ma mi amareggia profondamente e mi turba constatare che per un pastore della mia Chiesa (anche se voce isolata rispetto a quelle di altri pastori, di Avvenire e Famiglia Cristiana) ci sarebbero occasioni e circostanze nelle quali e’ possibile derogare anche dal secondo comandamento”. Mons. Fisichella non è nuovo ad interventi a favore di Berlusconi che, per qualunque cattolico, suonano più come eresie. Basti ricordare che fece scalpore il fatto che Berlusconi si fosse accostato al sacramento della comunione in occasione dei funerali di Raimondo Vianello, ciò che il diritto canonico vieta ai separati. Anche in quella occasione, mons. Fisichella lo giustificò dicendo: «Facciamo subito un po’ di chiarezza. Il presidente Berlusconi essendosi separato dalla seconda moglie, la signora Veronica, con la quale era sposato civilmente, è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante. Il primo matrimonio era un matrimonio religioso. E’ il secondo matrimonio, da un punto di vista canonico, che creava problemi. E’ solo al fedele separato e risposato che è vietato comunicarsi, poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato. A meno che, ovviamente, il primo matrimonio non venga annullato dalla Sacra Rota. Ma se l’ostacolo viene rimosso, nulla osta». Un intervento incredibile poiché per il diritto canonico Berlusconi è ancora il marito della sua prima moglie (Carla Dall’Oglio, alla quale s’è unito in matrimonio con rito religioso nel 1965). Per conseguenza quella “situazione, diciamo così, ex ante” sarebbe realizzata solo qualora egli fosse tornato a vivere con la prima moglie. Il che non è accaduto.
Non posso che concludere che anche la Chiesa ha evidentemente trovato il suo Berlusconi: se diventasse in futuro Papa non potrebbe che essere l’orgoglio di Silvio, che vedrebbe realizzato il suo sogno: poter comprare la Santità!
LA NOMINA DI FINE REGIME
A seguito della nomina a ministro dello Sviluppo Economico di Paolo Romani, la domanda sorge spontanea: dopo 153 giorni di attesa, le aspettative del Paese in balia della crisi sono state soddisfatte? Direi di no. Partiamo dal basso, citando ciò che scrive Michele Polo su lavoce.info. Quali caratteristiche dovrebbe avere un buon ministro dello Sviluppo Economico in questa fase difficile dell’economia? Dovrebbe essere persona convinta e decisa sostenitrice della concorrenza, motore insostituibile per la competitività delle nostre imprese; dovrebbe farsi portavoce delle liberalizzazioni, da troppo tempo in sonno profondo; dovrebbe farsi portavoce di interventi multilaterali, che evitino il “caso per caso” e la discrezionalità e che invece agevolino funzioni cruciali per lo sviluppo delle imprese: il sostegno agli sforzi di esportazione in nuovi mercati, di innovazione di prodotto e di processo, di consolidamento delle quote di mercato già conquistate. Dovrebbe essere figura capace di seguire una molteplicità di settori oggi impegnati in queste sfide, capace di dialogo con le imprese, le forze sociali e le autorità indipendenti, attento alla dimensione europea delle politiche industriali e della concorrenza. E non dovrebbe invece essere persona di limitate prospettive, irrimediabilmente attratta dal settore televisivo, incapace di resistere alla tentazione di entrare in campo e favorire una squadra, maldestra paladina di interessi di parte nelle discussioni a Bruxelles. Insomma, non uno come Paolo Romani.
Al conflitto di interesse che già permea il premier, si aggiunge quello del suo ministro. Già viceministro, Romani è parte integrante del “sistema” Mediaset. Ha contribuito a scrivere la scandalosa legge Gasparri sulle tv. A Bruxelles ha fatto pressione affinché l’emittente Sky, diretta e forse unica vera concorrente all’egemonia delle televisioni del Cavaliere, non ottenesse la deroga sull’asta per il digitale terrestre.
Alla stessa Mediaset, ha regalato il canale 58, in maniera che l’emittente potesse sperimentare l’alta definizione prima della gara.
In quest’ottica, il gelo del Colle è comprensibile. Questa nomina offende, e non difende, l’interesse pubblico, ed è uno sberleffo a tutti quegli imprenditori che si aspettano proposte concrete, in grado di arginare un’ondata di fallimenti delle imprese che nel secondo trimestre del 2010 ha fatto registrare + 22%.
Ministro Romani, attendiamo in quanto cittadini, risposte certe e concrete. Ammesso che il tempo rimasto al tracotante Governo le consenta di sistemare gli ultimi affari del suo presidente.
SCUOLA, TUTTI IN PIAZZA L’ 8 OTTOBRE
Attraverso il presente comunicato l’Italia dei Valori esprime la propria adesione alla manifestazione del mondo della scuola che avrà luogo a Roma venerdì 8 ottobre.
Saranno presenti innanzitutto gli studenti che con angoscia crescente stanno esprimendo la loro preoccupazione per il futuro del Paese, ci saranno poi alcuni sindacati di base, che hanno indetto per la giornata uno sciopero nazionale del comparto scuola, nonché diversi coordinamenti e associazioni che si battono in difesa della scuola pubblica contro gli effetti devastanti prodotti dalla scellerata politica di tagli all'istruzione attuata dal presente governo a partire dall'approvazione della legge finanziaria del 2008.
Ormai da anni i settori della cultura e dell’istruzione sono vittime di politiche che tendono esclusivamente a sottrarre risorse finanziarie senza prevedere alcun progetto di investimento costruttivo, a tal punto che l’Italia è diventata il fanalino di coda dei Paesi dell’OCSE in relazione alla spesa destinata alla scuola pubblica (penultima in Europa, seguita soltanto dalla Slovacchia).
Gli effetti di queste scelte nefaste sono tangibili nella quotidianità della vita scolastica. L’aumento del numero degli alunni nelle classi, che ormai troppo spesso raggiunge cifre incredibili, oltre a comportare gravi rischi per la sicurezza, implica di fatto l’impossibilità, da parte degli insegnanti, di elaborare percorsi formativi individualizzati con la tragica conseguenza di accrescere il fenomeno della dispersione scolastica.
La riforma delle scuole primarie ha eliminato la didattica modulare che costituiva motivo di vanto per l’Italia, paralizzando peraltro importanti attività come le uscite didattiche; la riforma delle scuole superiori ha determinato un impoverimento generalizzato dell’offerta formative delle scuole di ogni tipo, dai licei agli istituti tecnici e professionali, vittime questi ultimi di una forte riduzione anche delle attività laboratoriali e delle discipline d’indirizzo.
Particolarmente allarmante risulta la situazione delle università dove, per effetto della riforma attualmente in discussione in Parlamento, avranno il sopravvento criteri di gestione meramente aziendalistici a discapito della qualità della didattica e della ricerca.
Di fronte alla costante violazione del diritto allo studio, all’impoverimento della qualità dell’istruzione, al licenziamento di migliaia di lavoratori che operano da anni ponendo la propria professionalità a servizio della pubblica amministrazione, al mancato rinnovo del contratto e al blocco degli scatti di anzianità che mortificano la professionalità di un’intera categoria di lavoratori,
invitiamo studenti, genitori, insegnanti e personale ATA e tutta la società civile che ha a cuore le prospettive delle future generazioni, a partecipare alla giornata di mobilitazione nazionale in difesa della scuola pubblica, l’otto ottobre alle ore 9 in Piazzale dei Partigiani a Roma da dove partirà il corteo diretto al ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, per dire NO ad una scuola impoverita, privatizzata, aziendalizzata e regionalizzata. SI' ad un progetto serio di riforma della scuola.
Di Maria Letizia Bosco e Ilaria Persi
UN ANNO FA MORIVA GINO GIUGNI
Il padre dello Statuto dei lavoratori, Gino Giugni, muore il 5 ottobre 2009. La perdita è stata notevole se si considera che egli ha redatto lo Statuto dei lavoratori, la celeberrima legge n° 300 del 1970.
A far seguito da quella data si può affermare senza tema di essere smentiti che il mondo del lavoro trovò la disciplina di cui si sentiva tanto bisogno. La storia di questo Paese, è bene che gli italiani lo sappiano, annovera un personaggio che ha segnato un’epoca nella quale si ponevano le basi per cominciare a riconoscere e riconsegnare ai lavoratori la loro dignità di esseri umani titolari di diritti ma portatori anche di doveri. Infatti, il contenuto dello Statuto oggi continuamente disatteso e dimenticato non fosse che per quell’articolo 18 famigerato che si voleva fortemente abolire, non aprì una fase che favoriva una delle due parti contrattuali, ma sottolineava, insieme alla irrinunciabilità dei diritti dei lavoratori, anche la necessità dei doveri verso i datori di lavoro. Ebbene, alla luce dei fatti di quest’ultimo anno soprattutto, quando si disconosce oramai senza remore, la soccombenza dei diritti dei lavoratori alle ragioni del mercato, più che mai il ricordo del compianto studioso trova una sua giustificazione aggiuntiva.
Le dismissioni e le deroghe ai contratti collettivi di lavoro, per esempio, stanno diventando una regola sconsiderata. Persino sentenze del giudice del lavoro di reintegro di lavoratori licenziati ingiustamente vengono eluse.
Ed è proprio sui diritti che si gioca l’attuale partita economica mondiale. E’ proprio a fronte della competizione divenuta insostenibile con quei paesi che non riconoscono ai lavoratori nulla più che un giaciglio ed un pezzo di pane, che anche il mondo cosiddetto occidentale, civile e progredito cerca di riportare indietro le lancette della civiltà. Uomini come Gino Giugni sono stati l’esempio di abnegazione e di studio volto solo all’acquiescenza dei diritti dei lavoratori in un momento storico molto “caldo”, quando la protesta delle piazze divenne violenta e clandestina. Egli stesso fu gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1983, per fortuna non ucciso come invece è successo poi a Massimo D’Antona e Marco Biagi. La sua memoria è presente ancora oggi e lo sarà sicuramente negli anni a venire, quando la pazzia del disordine istituzionale che oggi ci affligge diventerà piano piano un brutto ricordo. In questo caso il corso e il ricorso non arricchisce neanche di esperienza, abbrutisce solo e dispera invece quanti, di buona volontà, sono disposti a remare per portare il paese in acque chete. Non siamo disposti a rinunciare alla Costituzione, non rinunciamo a nessuno dei diritti acquisiti con la nascita e sanciti dalle leggi, vigileremo affinché ciò non accada e con tutte le nostre forze rivendichiamo la libertà di pensiero e di azione.
1° AVVISO DI SFRATTO A BERLUSCONI
Non gli daremo tregua. Oggi aspettiamo Silvio Berlusconi in Parlamento per inchiodarlo alle sue bugie, alla sua inefficienza, alle sue balle colossali e a tutti gli affari che ha fatto sulla pelle degli italiani.
Italia dei Valori ha presentato una mozione di sfiducia al ministro ad interim per lo Sviluppo economico, che manca da 153 giorni. Nonostante la grave crisi economica che ha sconvolto il mondo e che ne ha trasformato gli assetti e gli equilibri, Berlusconi se ne frega, da 153 giorni se ne frega di tutto, tranne che delle sue aziende. E’ tutto fermo, tutto bloccato da 153 giorni. E’ ferma la legge sulla concorrenza, quel timido accenno alla liberalizzazione in materia di distribuzione dei carburanti e del credito. Poca cosa ma almeno qualcosa. E’ fermo il disegno di legge per le piccole imprese, che stanno chiudendo soffocate da una recessione spaventosa. E’ ferma la delibera per la ripartizione dei 300 milioni di euro del Fondo Cipe per le aree di crisi, che continua ad essere rimandata da 153 giorni. Per la verità, dei 300 milioni ne sono rimasti appena 160 perché gli altri se li è presi Tremonti per salvare Tirrenia. E’ ferma la riforma degli incentivi per le imprese, la delega scade a febbraio prossimo ed è difficile, a questo punto, quasi impossibile rientrarci con i tempi. E’ ferma, inchiodata al palo, la riorganizzazione degli enti per l’internazionalizzazione, Istituto per il commercio con l’estero in testa. E’ inchiodato, fermo al palo, anche quel ritorno al nucleare tanto auspicato dal presidente del Consiglio, unica vera buona notizia dei 153 giorni senza un ministro per lo Sviluppo economico. Qualcosa si sviluppa invece. Con Silvio Berlusconi, ministro ad interim per lo Sviluppo economico, l’unica cosa che si sta sviluppando in Italia sono gli affari di Mediaset e quelli degli amici di Silvio, Gheddafi in testa. Ad agosto, nel disprezzo più totale delle regole del libero mercato, il sottosegretario alle comunicazioni Paolo Romani ha assegnato a Mediaset un nuovo canale digitale che arricchisce l’offerta dell’azienda di Berlusconi, mentre dei giorni scorsi la notizia, secondo quanto denunciato dalle associazioni tv locali Frt, che le frequenze assegnate alle tv locali sono insufficienti per il passaggio al digitale. Silvio Berlusconi è stato per 153 giorni il ministro allo Sviluppo di Mediaset. I risultati sono: fallimenti in aumento, Pil a rilento, occupazione ai minimi e aziende in vendita. Ce ne è abbastanza per mandarlo a casa.
La Commissione Europea: la mafia è in ogni paese
E adesso, quelli del “la mafia è solo al sud”, o quelli che, peggio ancora, “Italia? Spaghetti, mandolino e mafia” dovranno trovarsi un nuovo hobby. La mafia non è più siciliana. La mafia non ha più la coppola e non parla solo italiano. La mafia è entrata nell’Unione Europea. Bella scoperta, direte voi. Ovviamente non mi riferisco al fenomeno in sé per sè, che ormai ha una riconosciuta diffusione planetaria: l’espansione delle ‘ndrine calabresi, per esempio, ha oramai toccato anche l’Africa più profonda, l’Olanda e il nord America. Parlo della “certificazione” europea che indica come nessun paese sia più immune alle infiltrazioni mafiose e che annuncia come presto l’Ue si doterà di studi e strumenti per combattere più efficamente questo enorme agglomerato babelico di criminalità organizzata. Tutto ciò è contenuto nella risposta scritta che la Commissione Europea ha fornito alla mia interrogazione del luglio scorso, relativa al danno economico della mafia a livello UE e ai provvedimenti legislativi per il contrasto delle relative attività illecite. Tra le altre cose avevo chiesto alla Commissione:
- l’introduzione a livello UE del reato di associazione mafiosa, già esistente in Italia;
- di intervenire tempestivamente con una normativa comune in materia di sequestro e confisca di beni riconducibili, direttamente o indirettamente, alla mafia e/o provenienti da attività illecite condotte da organizzazioni di stampo mafioso;
- di intraprendere immediatamente uno studio approfondito e specifico relativo agli impatti economici delle mafie a livello UE, evidenziando le zone maggiormente interessate dalla presenza di gangli mafiosi e che rappresenti la base per un contrasto efficace di tali forme di criminalità organizzata.
Il 24 settembre il commissario Cecilia Malmström, risponde che la Commissione è consapevole del fatto che le organizzazioni di stampo mafioso basate in Italia sono coinvolte in quasi tutti i tipi di attività illegali e che, sebbene le loro roccaforti si trovino nell’Italia meridionale, esse hanno sviluppato ramificazioni in molti, se non in tutti gli Stati membri dell’UE.
Nella nota l’on. Malmström scrive ancora che la Commissione sta preparando una valutazione d’impatto sulla fattibilità e sull’opportunità di un’eventuale rifusione del quadro giuridico dell’UE in materia di confisca, al fine di razionalizzare e intensificare le azioni di confisca e la cooperazione tra gli Stati membri. Nel 2011 è prevista una proposta legislativa. Le misure in vigore hanno già un’incidenza diretta sui beni delle associazioni mafiose e, in particolare, permettono alle autorità competenti di uno Stato membro di bloccare e confiscare i beni delle organizzazioni criminali detenuti in un altro Stato membro.
Inoltre, nell’ambito del Piano d’azione di Stoccolma la Commissione intende raccogliere statistiche su determinati settori della criminalità: riciclaggio, criminalità informatica, corruzione e tratta di esseri umani. Alla fine del 2010 sarà proposto un nuovo piano d’azione 2011-2015 relativo all’elaborazione di statistiche sulla criminalità e sulla giustizia penale. Infine, tramite il programma “Prevenzione e lotta contro la criminalità” (ISEC)1 la Commissione offre finanziamenti sia agli Stati membri, sia a enti privati che presentino proposte di progetti.
Tutto ciò va nella direzione giusta. E’ il riconoscimento che è quantomai urgente che la Commissione predisponga una relazione sulla lotta dalla criminalità organizzata a livello UE, come da me richiesto dall’inizio della legislatura. Della risposta della Commissione faremo tesoro anche nel Dipartimento Antimafia dell’Italia dei Valori di cui sono responsabile.
Proprio in questa veste, su alcune incongruenze italiane non posso evitare un passaggio; risulta imbarazzante leggere le parole nette del commissario europeo Malmström, che conferma come le mafie siano ormai cancro di ogni paese Ue, e poi pensare che ancora oggi il sindaco e il prefetto di Milano inquinano i media con le loro dichiarazioni “negazioniste”. In questo senso il Dipartimento ha un grosso compito: sbugiardare, replicare e respingere con forza i tentativi italiani di normalizzazione. La mafia esiste in Italia, esiste in Europa e Milano né è capitale.
COSTI STANDARD: UN TRUCCO LEGHISTA AI DANNI DEL MEZZOGIORNO
Nonostante la forte resistenza di molte regioni, in particolare meridionali, il governo sta tentando di accelerare l’iter del decreto legislativo relativo alla “determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario”.
Cosa si dovrebbe aspettare un normale cittadino da un decreto con un simile titolo? Che il governo e le regioni definiscano quali obiettivi di salute e quali bisogni sanitari soddisfare, i costi più appropriati per soddisfarli e quindi le risorse necessarie. Oppure, se le risorse fossero, come sono sempre, limitate, quali bisogni e quali obiettivi vengano ritenuti prioritari.
Peccato che di tutto questo nel decreto non vi sia traccia. Il fabbisogno sanitario, infatti, viene semplicemente identificato tout court con lo stanziamento complessivo del fondo nazionale stabilito dalla legge finanziaria.
Si fa il contrario di quello che sarebbe necessario: anziché far derivare la determinazione delle risorse dalla decisione sui bisogni prioritari di salute, si fanno derivare i bisogni dalle risorse.
Siamo tutti consapevoli che nell’impiego delle risorse e nella gestione della sanità, sia pubblica, sia soprattutto privata accreditata, vi sono state modalità inappropriate, ma in questi anni invece di combattere gli sprechi e ristrutturare il sistema sanitario, si è cercato soltanto di ridurre la spesa: tagliando le risorse e aggravando – è storia di questi anni – gli sprechi, le ruberie, le ingiustizie.
Questa politica ha prodotto soltanto aumento della spesa, riduzione dei servizi, crescita dell’inefficienza della sanità pubblica.
Il blocco totale delle assunzioni, ad esempio, ha provocato tagli dei servizi e inefficienza delle strutture pubbliche. Cosa che non è accaduta in quelle accreditate, che sono diventate più competitive. Questo ha allargato il parassitismo e aumentato le rendite private.
Rispetto a questa situazione il governo propone di prendere, a parametro della redistribuzione tra le regioni, le risorse già fissate dalla finanziaria; non quanto è ragionevole che costi alla fiscalità generale un determinato obiettivo di salute, ma semplicemente quanto hanno speso le regioni che non hanno avuto disavanzi.
Le conseguenze di questa scelta possono essere tre: o non cambia nulla, o si avrà uno spostamento delle risorse dalle regioni meridionali a quelle del centro nord o peggio ancora si ridurranno le risorse complessive destinate al fondo sanitario nazionale. Niente di nuovo, l’ennesimo taglio.
Nel sud, quindi, non si potranno fare nuovi investimenti e i privati accresceranno la loro presenza. Una ulteriore accelerazione alla privatizzazione strisciante della sanità.
I costi standard, così come vengono definiti nella bozza di decreto di Calderoli e Tremonti, si rivelano essere l’ennesima foglia di fico di una politica che punta solo a fare cassa e, nei fatti, a favorire gli interessi territoriali ed economici più forti.
Non è un caso che né Calderoli, né Tremonti vogliano cambiare le politiche per le regioni che sono in disavanzo: per queste continueranno i commissariamenti, i tagli indiscriminati, l’impossibilità di assumere e investire. Una posizione comoda: con queste politiche i poteri pubblici si sono liberati dall’obbligo dei controlli di merito, dal dovere di distinguere chi lavora male e chi lavora bene, chi imbroglia e chi no. Il controllo è solo formale e ragionieristico. E, come sempre in questi casi, i più penalizzati sono quelli che rispettano le regole.
I costi standard non modificano la politica che sta uccidendo il servizio sanitario nazionale. La Regione Toscana è oggi (ma per quanto ancora?) in equilibrio di bilancio dopo quindici anni di politiche di ristrutturazione del sistema, milioni di euro di investimenti per migliorare l’offerta ospedaliera, una tradizione e un lavoro costante di crescita dell’assistenza sul territorio.
Questa politica non è stata consentita nelle regioni socialmente più povere e difficili, e con sistemi sanitari più fragili, più condizionati da forti presenze della sanità privata e anche più inquinati, persino da poteri mafiosi. Insistere con questa politica significa alimentare la crescita del precariato e della privatizzazione, e accentuare la spaccatura tra il Nord e quella parte d’Italia che ha minori garanzie di tutela della salute.
Se si vogliono combattere davvero sprechi, ruberie, illegalità, disavanzi immotivati, occorre abbandonare la fissazione dei costi standard presunti e riprendere le politiche fondate sulle regole e sui doveri da parte degli operatori pubblici e privati e occorre ripristinare il sistema dei controlli e delle sanzioni, che in questi anni, in nome dell’efficienza e della semplificazione sono stati letteralmente smantellati.
DIFENDIAMO LA DIGNITA' DEI FRONTALIERI. LEGHISTI, DOVE SIETE?
Nel Canton Ticino è in atto una dura e inaccettabile campagna di denigrazione contro i circa 50mila lavoratori italiani impiegati in Svizzera, i cosiddetti frontalieri, definiti “ratti che vengono a mangiare il formaggio svizzero”. Della questione l’Italia dei Valori si è interessata immediatamente tramite l’Onorevole Antonio Razzi, Responsabile Idv per gli italiani nel Mondo. Razzi ha incontrato l’ambasciatore svizzero in Italia, Bernardino Regazzoni al quale ha rappresentato tutto il proprio disappunto. L’ambasciatore ha preso le distanze e ha condannato le manifestazioni xenofobe in atto ai danni dei lavoratori frontalieri italiani ed ha assicurato la massima attenzione e riprovazione per le deplorevoli affermazioni fatte ai loro danni.
Tuttavia colpisce e scandalizza il pressoché totale disinteressamento delle autorità italiane, sia a livello nazionale sia a livello locale.
Un’assenza denunciata con forza dal consigliere regionale IdV, della Lombardia, Gabriele Sola: "L'attacco ai lavoratori italiani transfrontalieri è inaccettabile", dice Sola condannando senza mezzi termini la campagna apparsa in questi giorni, oltre che sulla rete, anche sui muri del Canton Ticino. Sola non vi ravvisa alcuna comicità anzi, la giudica "rozza, offensiva e per nulla originale. Vi traspare, infatti, uno spirito basso e irriverente nei confronti di lavoratori che affrontano sacrifici quotidiani per recarsi sul posto di lavoro e che contribuiscono con il loro impegno a mandare avanti l'economia svizzera".
"È proprio pensando alla tutela della dignità di questi lavoratori - prosegue l’esponente IdV -, molti dei quali vengono proprio dalla Lombardia, che sto predisponendo una mozione affinché la Regione assuma una netta posizione di condanna rispetto a questo episodio di puro razzismo. Il Consiglio Regionale della Lombardia deve tutelare non solo l'immagine ma anche la dignità di quei suoi cittadini che quotidianamente varcano la frontiera per recarsi al lavoro".
Non manca una stoccata ai colleghi leghisti che siedono in consiglio: "In questa occasione, in cui è davvero necessario mobilitarsi per difendere l'orgoglio dei lavoratori lombardi e del nord Italia, dove sono i padani? Forse stanno smaltendo l'amara lezione che dimostra come ci sia sempre qualcuno più a nord, pronto ad assumere gli stessi toni razzisti e discriminatori tanto cari a Bossi & c.? L'intolleranza è inaccettabile sempre, sia quando viene subita, sia quando viene perpetrata".
BERLUSCONI USA IL PARLAMENTO PER FERMARE I GIUDICI
Legge ad personam: atto ultimo. Berlusconi si è reso conto che, nonostante la ventina di leggi ad personam, non riesce a fermare la magistratura. Per questo ha deciso di fare una legge ad hoc al fine di istituire una commissione d’inchiesta volta a punire in Parlamento i magistrati che lo stanno processando.
In un Paese democratico, in uno Stato di diritto è mai possibile pensare che l’imputato vada in Parlamento e si faccia una legge per fermare e criminalizzare i giudici che lo stanno processando? Questa è criminalità politica allo stato puro. E poi Berlusconi si arrabbia se il Paese reale si ribella, come si sta ribellando, con le manifestazioni di protesta. Pensi un attimo a quel che sta facendo e, allo stesso modo, riflettano quei parlamentari della maggioranza che si accingono a votare una legge per istituire una commissione d’inchiesta: siete complici, persone che non meritano il rispetto degli elettori che vi hanno votato per tutelare i loro interessi e non per garantire l’impunità al vostro padroncino.
Scarica l'intervento video ad alta risoluzione
NoBDay2: domani in piazza senza dubbi
Domani al No B Day, io ci sarò, con me tutta l’IDV e anche tantissimi cittadini italiani. Per partecipare a quella che sarà una protesta e nel contempo una festa.
Una protesta perché dobbiamo far sentire alta la nostra voce contro Berlusconi ed il suo Governo.
Non basta storcere il naso davanti ai suoi discorsi deliranti, davanti alle sue bugie, davanti alla sua incapacità ad affrontare i problemi reali del Paese: è necessario scendere in piazza per spiegare che i cittadini italiani hanno aperto gli occhi e non ci stanno a farsi prendere in giro.
Una festa perché il Popolo Viola nelle sue mobilitazioni ha sempre usato le sue modalità allegre, pacifiche e colorate. L’opposizione dei cittadini in piazza è fondamentale per risvegliare le coscienze e far circolare le informazioni. Per gridare la nostra volontà di voltare pagina mandando a casa un esecutivo incapace, politicamente colluso e per difendere la nostra Costituzione, calpestata e insultata quotidianamente da Berlusconi e dalla sua cricca.
Bisogna quindi scendere in piazza senza tentennamenti e senza dubbi.
Noi ci saremo e spero facciano altrettanto anche gli altri partiti dell’opposizione. Perché scendere in piazza insieme possa servire da collante per una grande opposizione unita, che veda fianco a fianco partiti e cittadini, sindacati e movimenti. Di più, perchè si alzi forte la parola d’ordine proposta dagli organizzatori: “Licenziamo Berlusconi”.
L’appuntamento è per domani 2 ottobre, alle 14, in piazza della Repubblica a Roma.
LA MAFIA E’ DENTRO LO STATO E PUO’ VINCERE
Il libro degli orrori sembra non avere fine. La vergognosa maggioranza del parlamento ha scritto l’ennesimo capitolo di “infamia”, per dirla in un gergo a loro ben noto: sono insindacabili i comportamenti e le parole del premier e di molti altri come lui, ma soprattutto sono inutilizzabili le intercettazioni delle telefonate tra Nicola Cosentino ed i camorristi, nell’ambito di un processo in cui il coordinatore PDL della Campania ed ex Sottosegretario all’Economia è accusato di aver favorito i clan.
Ascolto la notizia e rabbrividisco non soltanto per la sua gravità, ma anche per l’ignobile, volgare, offensivo e provocatorio carosello di commenti e per quei baci da “uomini d’onore” che si sono sprecati dopo la conta, in un parterre che teoricamente non rappresentava il retrobottega della riunione di una “cupola”, ma la massima espressione della nazione italiana: il Parlamento. Una Istituzione oltraggiata e vilipesa da loschi figuri che si macchiano di reati infamanti e che negano alla giustizia di fare il suo corso. Una Parlamento che, soffocato dai reati, invece di proteggere la costituzione, i diritti e gli onesti si è dato il compito di salvare i delinquenti da una giusta pena, un parlamento che, dopo aver già salvato Cosentino dagli arresti, lo ha protetto ancora una volta nonostante fosse accusato del peggiore tra i reati.
Alla fine di una seduta da dimenticare, i commenti e l’informazione pilotata si sono sforzati di spostare l’attenzione sui numeri, sull’importanza politica della vittoria, sulla tenuta della maggioranza. Ma come si può pensare di esultare in un parlamento che, chiamato a votare su temi come l’intercettazione in un processo di camorra, a maggioranza si esprime contro la verità, contro la giustizia, contro l’onestà, e lo fa - si badi bene - con voto segreto? La maggioranza ha votato a favore di chi delinque perché la maggior parte dei nostri parlamentari ha conti in sospeso con la giustizia e pensa così di avere dei benefici, come gli assenti dell’Udc. In ogni caso nessuno pensa al Paese che ha bisogno di essere rappresentato da una classe politica degna di questo nome e non da una Casta assoldata da quattro faccendieri per difendere i propri privilegi.
Ma attenzione, la gente è stanca, ha dimostrato di cominciare a dissentire, gli onesti cominciano ad alzare la voce, non riescono più a sopportare il peso, l’arroganza e la presunzione dei corrotti che ci governano. Le persone per bene sono esasperate da questa realtà, per cui i 308 No contro i 285 Si per noi sono una grave sconfitta, un’onta protetta dal voto segreto, una vergogna che non meritiamo, un dolore dell’animo perché il parlamento italiano non solo ha perso l’onestà, la giustizia e la verità, ma quei terribili 308 Sì hanno dimostrato che la mafia è nelle istituzioni e può vincere!

UN VENDITORE DI TAPPETI
Ad esser proprio ingenui si dice che il presidente del Consiglio, capo del governo e leader in carica del PDL, è un venditore di tappeti.
Ma dire questo di Silvio Berlusconi significa metter da parte le sue maggiori e costanti attitudini: l’abitudine alla menzogna sistematica, i rapporti con personaggi mafiosi e amici della mafia, la corruzione continua dei giudici, la vita pateticamente licenziosa, l’interesse esclusivo di sé e del suo clan al posto di quello generale che pure dovrebbe sostenere come uomo politico e addirittura di Stato.
Potremmo continuare per pagine e pagine.
Ma l’anomalia italiana, quella che ci fa essere unici in Europa e in Occidente, è che se un leader politico come Antonio Di Pietro dice con chiarezza la verità in un’aula parlamentare, la maggioranza parlamentare non tollera il suo discorso e chiede addirittura al presidente della Camera di infliggergli sanzioni.
E questo avviene mentre i “finiani” confermano la fiducia ma fanno ancora loro, pur tra le molte righe, critiche feroci al capo del governo. E due di loro, Granata e Tremaglia,
addirittura votano no per essere, almeno un po’ coerenti di fronte all’opinione pubblica.
Vero è che inizia il Berlusconi-bis, destinato ad andare a sbattere a marzo, assai prima che finisca la legislatura.
Questo ha significato la grottesca e drammatica giornata di ieri e non capirlo significa davvero essere fuori della realtà politica e culturale di questo paese.
Per fortuna l’opposizione lo ha capito e ne siamo consapevoli particolarmente noi dell’Italia dei Valori che ogni giorno ci battiamo perché la politica sia pulita e sempre più degli italiani e con gli italiani.

NO ALLA FIDUCIA, LA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI E’ CON NOI
Di seguito pubblichiamo l’intervento dell’Onorevole IdV, Leoluca Orlando, alla Camera dei deputati, in occasione del voto di fiducia al Governo:
“Am Ende haengen wir von Kreaturen ein mal wir machten ab”. Cosi Wolfgang Goethe.
Alla fine dipendiamo dalle creature che noi stessi una volta abbiamo creato. E questa, la dipendenza da chi e da ciò che si è creato, la chiave di lettura di questa seduta parlamentare, è la chiave di lettura di questo governo e del presidente del Consiglio dei ministri.
Cosa stiamo facendo oggi? Un voto; la maggioranza chiede conferma di sostegno e di programma dopo due anni. Normale. Normale rispetto del Parlamento? Tutt’altro! La fiducia, con il suo voto palese viene chiesta per la 40sima volta in due anni. Ancora una volta, non come fisiologico strumento di controllo del governo da parte del Parlamento ma come strumento di patologico controllo dello stesso da parte del Governo.
Da due anni, tra incomprensioni e in solitudine, l’Italia dei Valori ha denunciato e denuncia un progetto eversivo della legalità costituzionale. E la Costituzione repubblicana resta scritta come la scrissero i Padri Costituenti, ma la sua attuazione da parte di questo governo è opposta a quanto li è scritto. E ciò per comportamenti, proclami, leggi ad personam, conflitti di interesse. Un disprezzo per la Costituzione confermato dall’eliminazione della funzione di controllo: il presidente della Repubblica controlla… va zittito; l’Europa controlla…dà fastidio; il Parlamento controlla… va mortificato anche con continui ricorsi a decreti legge e al voto di fiducia; l’opposizione controlla…. va discreditata con l’uso improprio di servizi deviati e delegittimata; l’informazione controlla… va imbavagliata; la Magistratura controlla… va bloccata, insultata, intimorita… oggi all’interno della maggioranza si denunciano gli stessi vizi e gli stessi pericoli poi, però, si vota la fiducia a conferma di quella struttura eversiva e padronale che a parole e nei talk show viene denunciata. Siamo all’imbarbarimento e la cultura dell’appartenenza non è più soltanto vizio meridionale che tanti e da tanti anni combattiamo ma è diventata cultura nazionale che genera Casta, Logge, Cricche e
conflitti d’interesse. Venditore e compratore, Stato e mercato, legislatore penale e imputato, controllore e controllato, appaltante e appaltatore, una grande soffocante identificazione che mortifica i meriti, ignora i bisogni e tutela soltanto gli appartenenti.
In questo, si frantuma l’etica della responsabilità e parole come dignità e onore previste nel secondo comma dell’Art. 54 della Costituzione per i pubblici funzionari sono diventate e considerate dalle cricche un fastidioso richiamo moralistico. In questo quadro, precaria la scuola piena di precari, precarie le famiglie e disperati genitori e figli, precarie le imprese piene di debiti e prive di lavoratori, precaria la cultura e vuoti i teatri, precaria la giustizia e piene le carceri di disperati, precaria la legalità e impuniti potenti e prepotenti, mafiosi e non dei colletti bianchi, precaria la nostra credibilità internazionale e fiorenti gli affari della cricca in Russia, Ucraina, Libia, precario il federalismo delle responsabilità e arrogante il federalismo clientelare e degli egoismi, precaria la cultura democratica e nemico il diverso, precario il sistema bancario e garantiti i mafiosi e i criminali di ogni specie con scudi fiscali e condoni fiscali ed edilizi, precario per ultimo e non da ultimo l’informazione stretta tra lusinghe e veti seguiti e preceduti da minacce e bavagli. Tra qualche ora il governo otterrà la fiducia coatta esatta sommando contestatori ricattati e saltimbanchi appigionati. Il governo dirà si ai quattro venti, di avere la maggioranza in un Parlamento di nominati e a libertà limitata, cercando cosi di nascondere l’ormai irreversibile perdita di maggioranza dei consensi e di credibilità nel Paese.
E tirerà a campare, costringere e comprare una pratica da 3C al servizio di, P2,P3,P4.
Un dato, però, è il più inquietante fra tutti. Chi guida questo processo eversivo non appare è non è più, se ma lo è stato, libero. Lei, presidente Berlusconi, dipende ormai dalle sue creature, dal suo passato sul quale non vuole si faccia luce, sulla stampa e nelle Aule dei tribunali, Lei dipende ormai dai suoi compagni di ieri e di oggi, dipende dagli opportunisti che nella storia si sono sempre avvicinati al dittatore in difficoltà per ricavare scampoli di privilegi prima del naufragio. Noi dell’Italia dei Valori voteremo ancora una volta, per la 40sima volta, no, con voto palese. Sapendo, questa volta, che dietro il no dell’Italia dei Valori vi è ormai la maggioranza degli italiani.

LEGA, LETTERA APERTA IDV AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Egr. Presidente,
Le scriviamo per manifestare la nostra preoccupazione per le parole del ministro delle Riforme, il deputato Umberto Bossi, che ha offeso i romani chiamandoli ‘porci’. Siamo convinti che le parole in politica siano anche azione e diventino fatti, per questo non saremo tra coloro che derubricheranno queste affermazioni come folklore o come provocazioni da campagna elettorale. E se le parole hanno un peso, chi le pronuncia deve assumersi le proprie responsabilità. Le scriviamo perché Lei, come recita l’Art. 87 della Costituzione, è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Quell’unità nazionale che, più volte in questi ultimi tempi, è stata gravemente offesa da parte di esponenti politici della Lega, alcuni anche con incarichi istituzionali. Siamo preoccupati e riteniamo che la misura sia colma e sia intollerabile che tali offese provengano da una forza di governo. Le scriviamo non solo in qualità di Presidente della Repubblica, ma anche come cittadino onorario di Roma, titolo conferitoLe dall’assemblea capitolina quale riconoscimento del suo impegno nel campo della cultura, della politica e dell'amministrazione dello Stato, e della sua costante attenzione, civile e istituzionale, alla città, al cui prestigio in Italia e nel mondo, ha sempre dato il suo significativo contributo. Ci riconosciamo profondamente nelle sue parole su Roma, definita ‘oggi più che mai Capitale di uno Stato democratico, che si trasforma restando saldamente Stato nazionale unitario". Per questi motivi, ci auguriamo che giunga un suo autorevole intervento nei confronti di chi fa del vilipendio uno strumento di comunicazione politica. Confidiamo nella Sua attenzione e cogliamo l’occasione per rinnovarLe i sensi della nostra stima.
Massimo Donadi - Capogruppo Italia dei Valori alla Camera
Felice Belisario – Capogruppo Italia dei Valori al Senato
VIVISEZIONE: IDV CONTRO LA NORMATIVA EUROPEA
L’Italia dei Valori sta affrontando la battaglia contro la direttiva del Parlamento europeo sull’utilizzo degli animali a fini scientifici, perché ritiene che essi siano esseri senzienti quindi, come tali, non possiamo permettere che vengano maltrattati, né che gli venga provocata sofferenza.
Questa direttiva era attesa da molto tempo, soprattutto dall’industria farmaceutica, e tratta un argomento che è di grandissima importanza e che coinvolge aspetti etici particolarmente sentiti dall’opinione pubblica: semplici cittadini, dal mondo della veterinaria e dagli animalisti. Ci saremmo aspettati un provvedimento molto più restrittivo e con norme anche significative sul piano scientifico, al fine di risolvere quello che è un problema oggettivo dell’assoluta anarchia che permea il mondo della sperimentazione animale. Tra l’altro la Commissione competente di Bruxelles aveva anche lanciato una consultazione, alla quale avevano partecipato oltre 40mila cittadini europei, attraverso la quale ci si era orientati ad affermare un principio secondo cui questa direttiva dovesse avere un’attenzione particolare alla tutela degli animali utilizzati negli esperimenti, e si dovesse investire, anche a livello europeo, perché si introducessero sempre di più metodi sostitutivi alla sperimentazione animale.
Purtroppo la legge approvata va nella direzione opposta; per questo l’Italia dei Valori farà quanto possibile per evitare che venga attuata così com’è e si impegnerà al fine di apportare i correttivi necessari. Sin da subito, Invece, IdV sta incidendo su un provvedimento che è all’esame della Commissione Sanità del Senato e che tratta proprio della normativa sugli animali utilizzati per fini scientifici – anche se non è proprio il provvedimento di adozione e di ratifica della convenzione europea –, presentando una serie di emendamenti, suggeritici da quel mondo che è sensibile a questi temi, per correggere e migliorare il più possibile la normativa votata a Bruxelles
Lettera aperta di Leoluca Orlando ad Anna Finocchiaro
Carissima Anna,
ricordo i tanti incontri e i tanti comizi per fornire una alternativa ai siciliani , ricordo il chiaro impegno tuo e mio per impedire che la Sicilia cadesse nelle mani di un sistema di potere clientelare e colluso con la mafia.
Ricordo come momenti significativi di volontà di riscatto da un sistema clientelare e mafioso la mia candidatura nel 2001, all'indomani della vittoria 61 a zero dei berlusconiani in Sicilia, a Presidente della regione e la tua candidatura a vice Presidente con me in alternativa a Salvatore Cuffaro; che ha vinto nonostante avesse ottenuto meno preferenze di me, perchè i tuoi compagni di partito avevano impedito , con uno dei tanti inciuci, che vi fosse una vera elezione diretta del Presidente della Regione, opponendosi al voto con doppia scheda (una per il Presidente e l'altra per le liste).
Ricordo come momenti significativi di volontà di riscatto da un sistema clientelare e mafioso la tua candidatura nel 2008 a Presidente della Regione in alternativa a Raffaele Lombardo, che appariva essere, come si è dimostrato essere, un Cuffaro senza cannoli, portatore di una concezione del potere priva di orpelli pittoreschi ma non meno inaccettabile. E quelle elezioni regionali si tennero, nel 2008, lo stesso giorno di quelle politiche nazionali e Lombardo con il suo schieramento contribuì al ritorno al Governo nazionale di Berlusconi.
Ricordo come una profonda delusione la tua scelta di lasciare, dopo la sconfitta, la Sicilia per restare al Senato : in tanti ti avevamo chiesto di non candidarti se poi non saresti rimasta in Sicilia a sostenere quella nostra comune battaglia di alternativa a quel sistema di potere.
Adesso, il tuo partito, sostiene Raffaele Lombardo e la sua armata Brancaleone, pur di restare a galla ....e tu , dimenticando il tuo impegno passato e il tuo ruolo presente, avalli quella scelta.
Non ho nulla da aggiungere.
Soltanto sento il dovere di dirti ora che il PD sta commettendo un terribile errore, mandando in Sicilia un messaggio di incoerenza e di tradimento degli elettori.
Quando apparirà chiaro il disastro che si sta producendo in questi giorni vorrei che almeno tu ricordassi che siamo stati in tanti con me e con Italia dei Valori ad opporci a tutti i Cuffaro, con o senza cannoli.
Leoluca Orlando
LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE. ED ANCHE IL GOVERNO...
Le bugie hanno le gambe corte. Cortissime quando si tratta di Berlusconi. Basta dare un'occhiata ai principali quotidiani per rendersi conto che la situazione reale è molto diversa da quella descritta dal premier. Partiamo dal caso più eclatante: i rifiuti in Campania. Ricordate quando, in pompa magna, Berlusconi affermava di aver compiuto il miracolo. di aver ripulito le strade di Napoli? Ecco, più che di un miracolo si è trattato di un trucchetto da mago imbroglione, ed infatti oggi ci ritroviamo con montagne di rifiuti per strada, con le rivolte a Terzigno e con la longa manus della camorra che gestisce e manda segnali. Il governo ha nascosto tonnellate di rifiuti sotto il tappeto, ed ora rischia di esserne sommerso. Passiamo ad altro: il nostro pasese se la passa meglio degli altri dell'Ue. Berlusconi ed i suoi ministri, quando non potevano più tacere sulla crisi economica, nè negare l'evidenza, hanno cercato di mettere in buona luce la nostra situazione, paragonandola, in meglio, a quella degli altri paesi europei. Anche in questo caso arriva la doccia fredda. La presidente di Confindustria Marcegalia dice: siamo stati pesantemente colpiti dalla crisi, non è vero che stiamo meglio di altri e adesso abbiamo una capacità di crescita inferiore alla media europea. E dire che stiamo parlando della Confindustria più filoberlusconiana mai esistita. Torniamo alle bugie: la maggioranza è solida, governeremo per altri tre anni. Voi che ne pensate? io credo che ogni commento su questo argomento sia superfluo e che la verità sia sotto gli occhi di tutti. Quella casa a Montecarlo è diventata il simbolo di uno scontro feroce nel centrodestra, che rasenta i limiti del giallo o degli intrighi internazionali. Ormai i fatti di casa nostra sono nelle mani di un quantomeno improbabile ministro della giustizia di un'isoletta caraibica nota solo per essere un paradiso fiscale...Non proprio una bella figura internazionale per l'Italia. Chiudo con l'ultima grande bugia: farò della Lega una forza moderata ed affidabile. Beh, complimenti mr B, ci è proprio riuscito...E' ironia, naturalmente. Dopo i simboli padani ad Adro, gli amministratori locali del Carroccio hanno emanato una circolare per evitare che le bande suonino l'inno di Mameli, a meno che non ci sia la presenza di corpi militari. Forse in un paese moderno e civile una forza moderata di governo non farebbe battaglie contro il tricolore e contro l'inno nazionale. Battaglie culturali e simboliche pericolosissime, perché attentano all'unità e all'identità nazionale. Amara conclusione: l'Italia è retta da un governo che a sua volta si regge sulle bugie. Nota di speranza: come le bugie, anche il governo ha le gambe corte. E non andrà lontano.

“TARGA DI QUALITA’ E PROVENIENZA DEI PRODOTTI GASTRONOMICI ITALIANI”
Italia dei Valori è da sempre attenta alle condizioni di tutti cittadini italiani, anche di quelli residenti all’estero, e sempre in prima fila nella difesa dei nostri prodotti, usi e costumi, che sono parte integrante ed insostituibile della grande tradizione culturale, eno-gastronomica e imprenditoriale universalmente nota come Made in Italy. Rientra in questo contesto l’Interrogazione parlamentare con richiesta di risposta scritta che l’Onorevole Antonio Razzi, Responsabile IDV per gli Italiani nel Mondo, ha inoltrato al Ministro per le politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Giancarlo Galan e che di seguito riportiamo integralmente:
Al fine di dare una indicazione ufficiale sulle imprese di ristorazione italiana nel mondo che ne certifichi non solo la qualità del prodotto finito ma che soprattutto garantisca l’uso di prodotti esclusivamente italiani, si istituisce la “TARGA DI QUALITA E PROVENIENZA DEI PRODOTTI GASTRONOMICI ITALIANI” rilasciata dal ministero competente.
Meritevoli di tale riconoscimento saranno quelle ditte di ristorazione italiane in tutto il mondo dislocate che dimostreranno di usare solo ed esclusivamente materie prime italiane per il loro esercizio.
Per quelle realtà di ristorazione già sul mercato ed in esercizio basterà accludere alla domanda le fatturazioni dell’ultimo anno dalle quali evincere l’approvvigionamento da industrie o rivenditori italiani per i loro menù e per quelle di nuovissima apertura sarà necessario attendere, prima di inoltrare la domanda, un anno di attività.
Il riconoscimento da parte dello Stato italiano avrà la molteplice funzione di:
1) indicatore di qualità per i consumatori straneri;
2) certezza della provenienza delle componenti gastronomiche; 3) incentivazione ed incremento alla esportazione dei prodotti italiani all’estero.
Per quanti otterranno la targa perché saranno stati riconosciuti meritevoli in quanto in possesso dei requisiti richiesti affinché non venga loro revocata, la domanda dovrà essere ripresentata unitamente alle prove di acquisto ogni anno al ministero che per accertare la continuità nel tempo dell’uso esclusivo dei prodotti italiani in ristorazione.
Le realtà detentrici della Targa in fase contrattuale con le ditte e le industrie italiane di gastronomia, potranno godere di sconti agevolati con la mediazione del ministero sugli acquisti all’estero dei prodotti gastronomici italiani in maniera da incrementare l’interesse alla propaganda della qualità del made in Italy nel mondo.
a cura di Antonio Razzi
RICERCATORI: LE INIQUITA’ DELLA RIFORMA GELMINI
In questi ultimi mesi ho avuto modo più volte di esprimere le mie criticità riguardo al disegno di legge messo a punto dal Ministro Gelmini che, per giustificare i tagli dei finanziamenti alle università, ha dichiarato di voler riformare il sistema universitario italiano. Un sistema in difficoltà, basato sul familismo e sull’autoreferenzialità che privano, di fatto, la nostra società dei migliori talenti e che considera la ricerca come un optional. Il ddl Gelmini si pone degli obiettivi che all’apparenza sono nobili e condivisibili, tra questi il riconoscimento del merito all’interno degli atenei, ma, come al solito, leggendo il testo si evince che si tratta di pura propaganda di regime, poiché mancano i presupposti. Il ddl, inoltre, risulta iniquo ed ingeneroso in quanto dimentica completamente una categoria, quella dei ricercatori, che rappresenta il motore propulsivo delle università italiane. Si tratta di circa 27mila laureati che, dopo l’entrata in vigore della riforma, entreranno in un ruolo ad esaurimento che metterà fine alla propria carriera, vanificando tutti i sacrifici e gli studi finora prodotti. Vittime di questa pseudo-riforma, quindi, non saranno solo i precari della ricerca, ma anche quei ricercatori confermati, giovani o meno giovani, che da anni lavorano nelle università italiane e che hanno prodotto fior di ricerca, che sono citati dagli index internazionali per le loro scoperte e per i loro studi, che portano il nome dell’Italia nel mondo, che hanno svolto didattica (pur essendo uno di quegli incarichi non previsti dal contratto di ricercatore) e che oggi rappresentano, per la Gelmini, una categoria da scaricare. Una categoria che a nostro avviso merita di essere tutelata e valorizzata da una vera riforma, non certo per ottenere dei privilegi o soluzioni ope legis, ma semplicemente per il riconoscimento della propria professionalità e del ruolo svolto negli atenei italiani.
A questi ricercatori il Governo vuole negare perfino il diritto di manifestare liberamente il proprio dissenso ad un decreto che li disconosce. Ed invece, protestare attraverso la sospensione della didattica, che comprometterà il regolare svolgimento delle lezioni universitarie, servirà a far capire quali sono i ruoli che realmente rivestono e quanti incarichi di insegnamento sono loro assegnati. E’ di questi giorni, infatti, lo slittamento dell’apertura del prossimo anno accademico per la maggior parte degli atenei coinvolti in questa protesta. Troviamo gravissima e inaccettabile, pertanto, la decisione del Senato accademico dell’Alma Mater di Bologna di dare un ultimatum ai ricercatori dell’ateneo che decidono di scioperare contro la Gelmini. Una decisione che va contro ogni logica e ogni forma di democrazia e che, di fatto, ha messo sotto ricatto centinaia di ricercatori che però, con il sostegno degli studenti, stanno continuando a tenere dura la linea di protesta. Noi condividiamo i loro obiettivi e siamo a loro fianco in queste rivendicazioni giuste, sacrosante ed oneste.
L’Italia dei Valori sosterrà sempre la ricerca universitaria ed i diritti dei ricercatori, perché il merito parte dal riconoscimento oggettivo di un ruolo e di una professione in base ai risultati conseguiti. Crediamo che sia finita l’epoca delle furbizie e delle scorciatoie e che sia giunta l’ora di adottare, ai fini della progressione di carriera, una graduatoria unica nazionale, che tenga conto non solo delle pubblicazioni scientifiche prodotte, ma anche della didattica e, nel caso delle facoltà mediche, dell’assistenza erogata nel corso degli anni. Solo così saranno premiati i più bravi e solo così il merito potrà tornare ad essere il valore fondante dei nostri atenei.
SE LA NOSTRA BANDIERA DIVENTA PROVOCAZIONE
E’ normale un Paese in cui l’esposizione della bandiera nazionale viene interpretata come una provocazione? Noi dell’Italia dei Valori, come la maggioranza degli italiani, pensiamo di no. Eppure è quello che è successo in Consiglio Provinciale a Milano.
Durante la seduta alcuni esponenti IdV hanno esposto sui banchi tre bandiere tricolori per festeggiare i 150 anni dell'unità d'Italia, ma la Lega ha subito gridato alla provocazione e ha replicato con la bandiera bianca del Sole delle Alpi che, secondo i leghisti, non è un simbolo di partito, “ma piuttosto espressione dell'identità di un territorio”.
L’IdV ha proseguito nell’azione civica di protesta e a quel punto la presidenza del consiglio ha invitato tutti i gruppi a ritirare simboli di partito e bandiere tricolori, per sedare le polemiche e rispettare il regolamento. Il consiglio è stato sospeso per oltre un quarto d'ora e al termine l'Idv ha mantenuto le bandiere tricolore mentre la Lega ha dovuto togliere i suoi vessilli.
L'esposizione della bandiera italiana non è una “provocazione politica”, hanno dichiarato dal gruppo dell'Italia dei Valori, “lo è piuttosto quella del Sole delle Alpi, che è un simbolo di partito che mai e poi mai potrà essere paragonato ad una bandiera italiana, da loro considerata appunto una provocazione”. L’Italia dei Valori ha stigmatizzato anche la reazione del PdL, definendo ''vergognoso il comportamento del Popolo della Libertà che ha deciso di abbandonare l'aula ogni volta che un esponente del nostro partito prendeva la parola. Un atteggiamento che denota lo scarso rispetto delle istituzioni e la poca tolleranza verso chi la pensa diversamente''.
Come IdV siamo sempre più decisi a difendere i valori nazionali contro la deriva secessionista imposta dalla Lega al Paese con la complicità del resto della maggioranza di Governo.
Lettera aperta agli elettori della Lega
Lettera aperta agli elettori della Lega. Si, voglio mandare una lettera aperta agli elettori della Lega, perché ho l’impressione che voi non sapete che cosa stanno facendo a Roma i vostri rappresentanti in Parlamento e al Governo.
Sapete cosa è accaduto ieri? Il parlamento è stato impegnato a votare le autorizzazioni a procedere nei confronti di parlamentari che sono accusati dalla magistratura di vari reati; addirittura, alcuni, di collusione con la criminalità organizzata, con la Camorra.
Ieri in Parlamento si è deciso se, da parte dei magistrati, si potevano svolgere le indagini nei confronti dell’ex sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino: il Parlamento ha deciso di No, ovvero che la magistratura non deve avere gli strumenti necessari per indagare Cosentino. Sapete, voi elettori leghisti, con quali voti è stato possibile in Parlamento, fermare l’inchiesta per contiguità alla Camorra su Cosentino? Con i voti della LEGA. Proprio di quelli che dicono di voler tagliare la testa alla Camorra. Non basta: sapete cosa si è deciso ancora? Si è deciso se dare l’autorizzazione a procedere alla Corte dei Conti nei confronti di vecchi “arnesi” della Prima Repubblica che, nell’esercizio delle loro funzioni, avrebbero causato danni all’erario, cioè allo Stato. Volete qualche nome? De Lorenzo, Di Donato, Crippa, ve li ricordate? Erano quei ministri della Prima Repubblica, personaggi finiti nell’inchiesta di Mani Pulite, anche condannati, poi prescritti e quant’altro. Ebbene, la Corte dei Conti dice a questi signori: dovete restituire i soldi che avete sprecato, che avete amministrati male. Ma il Parlamento ha detto NO: tu, Corte dei Conti non può giudicarli. Sapete con quali voti è stata presa questa decisione? Con quelli della Lega, della LEGA! Dico a voi, “Popolo del Nord” che non potete vedere queste cariatidi della Prima Repubblica che hanno impoverito il Paese e riempito di debiti lo Stato. Quindi non possiamo processarli, non possiamo neanche farci restituire i soldi perché la Lega ha contribuito a dire NO.
Si è anche discusso delle richieste della magistratura nei confronti addirittura di Silvio Berlusconi, di Cirino Pomicino… perche si sono messi a dire di altri parlamentari le cose più oscene. La Lega sapete cosa ha detto? Ancora NO, se sono della nostra coalizione possono diffamare chi gli pare e piace; addirittura, nel caso di Silvio Berlusconi, possono attaccare un gruppo editoriale come l’Espresso, dicendo agli imprenditori, nella cui riunione è andato, non fate pubblicità a quel gruppo editoriale. Ecco, voi continuate a votare Lega, ma la Lega a Roma si sta comportando come Alì Babà e i 40 ladroni: li vi racconta frottole, a Roma si fotte la pagnotta!
SABATO 25 A ROMA CONTRO LA VIVISEZIONE
L’otto settembre il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva relativa agli esperimenti sugli animali, una normativa che attendevamo da oltre 20 anni.
Nonostante i buoni propositi, purtroppo, si è giunti ad un testo finale con numerosi punti che alcuni eurodeputati e una parte delle stampa hanno definito “migliorabili” ma che secondo il mio punto di vista sono inaccettabili e non compatibili con il concetto stesso di civiltà e di rispetto della vita.
Mi riferisco, ad esempio, alla possibilità di sperimentare su animali vivi anche per scopi didattico-formativi; alla porta più che aperta che la direttiva lascia alla sperimentazione su cani e gatti randagi e sui primati; alla possibilità di ripetere gli esperimenti sullo stesso animale anche in caso di test che generano forte sofferenza; alla possibilità di non utilizzare anestesia se essa è incompatibile con lo scopo della procedura scientifica; allo scarsissimo incentivo che viene dato allo sviluppo dei metodi alternativi.
Tutte queste norme vanno contro la principale fonte giuridica dell’Unione Europea, il Trattato, che all’articolo 13 ci impone di tutelare il benessere degli animali in quanto esseri senzienti. E soprattutto questa direttiva non rispetta e non rispecchia il comune sentire di milioni di cittadini, a interesse invece di lobbies scientifiche e farmaceutiche.
Sabato 25 settembre sarò a Roma per partecipare al corteo per la chiusura di Greenhill, l’allevamento di beagles destinati alla sperimentazione, e per aggiungere la mia voce a quella di tutti gli altri cittadini che pretendono passi avanti decisi verso l’abolizione della vivisezione, di ogni forma di sperimentazione su animali che causi loro sofferenza e angoscia.
Uno degli insegnamenti più importanti di Thomas Jefferson è racchiuso nella frase “non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli”. A questa frase mi sono sempre ispirata perché sono convinta che la volontà dei cittadini non possa essere ignorata e derisa.
Per questo invito tutti a partecipare sabato 25 a Roma al corteo che partirà da piazza della Repubblica alle ore 15. Un corteo senza colore politico, senza bandiere. Per dare voce ai senza voce, per pretendere che la nostra dignità di essere umani non venga calpestata con forme di violenza su altri esseri viventi.
PONIAMO FINE ALL’APARTHEID DEI GIOVANI IN ITALIA
Il Fondo monetario internazionale ha rivisto di recente al ribasso le stime di crescita dell’economia italiana. In molti si erano affrettati a dire che il nostro Paese era fuori pericolo e invece la situazione italiana è molto preoccupante. Dopo tanti anni è evidente che Berlusconi e il centrodestra non hanno la capacità e la volontà di affrontare le questioni strutturali che sono alla base della lunga crisi economica e sociale del nostro Paese.
L’Italia dei Valori vuole parlare chiaro al Paese e non promettere illusioni. Ci siamo impoveriti in questi ultimi dieci anni rispetto ai nostri partner europei. Il nostro debito pubblico è molto più grande di quello di altri paesi. La nostra economia è ferma da circa 15 anni. Siamo da anni in fondo alle classifiche per quasi tutti gli indicatori economico-sociali.
Tornare a crescere deve essere il primo grande obiettivo del centrosinistra.
Il centrosinistra deve diventare agente di cambiamento. E io credo che un moderno progetto riformatore debba avere al centro i giovani.
La nostra parola d’ordine dovrebbe essere “liberiamo i giovani italiani dall’apartheid”.
Sì apartheid! Perché chi è giovane oggi in Italia vive una vera segregazione.
Penso al mercato del lavoro, al fatto che il 30 per cento dei giovani è senza lavoro, penso ai milioni di giovani che devono accontentarsi di salari di 700-800 euro al mese, penso alla precarietà diffusa. Chi è giovane, oggi in Italia, è escluso dalle forme più semplici di protezione.
La nostra scuola è in condizioni drammatiche e da tempo non riesce a svolger quella funzione di ascensore sociale che un tempo consentiva ai figli di operai o di contadini di diventare dirigenti, di diventare magistrati, professionisti. Tutte le ricerche dimostrano che la probabilità di laurearsi di uno studente figlio di operai è molto più bassa di quella del figlio di un notaio o di un medico. In moltissimi campi oramai, i figli finiscono per fare lo stesso mestiere del padre: i figli degli architetti fanno gli architetti, i figli dei giornalisti fanno i giornalisti e così via. I figli degli operai finiscono per abbandonare gli studi e per trovarsi in situazioni drammatiche. In Italia ci sono oramai le caste e non più le classe sociali!
Essere giovani oggi in Italia è un condizione difficilissima.
Chi non ha una famiglia alle spalle che gli acquista l’appartamento ha pochissime possibilità di metter su casa e di metter su famiglia. Qualcuno ha accusato i giovani di essere bamboccioni, ma io voglio dire: è colpa dei giovani se vivono in un’Italia che tutela gli anziani e gli adulti e lascia i giovani fuori?
Affrontare la questione dei giovani – se ci pensiamo bene – significa affrontare molti problemi italiani. Si tratta ad esempio di aprire le professioni, ridurre le barriere all’entrata. Significa investire nella scuola, renderla efficiente e meritocratica. Significa riformare il mercato del lavoro, ridurre la precarietà, creare un sistema universale di protezione contro la disoccupazione. Significa fare formazione professionale. Significa intervenire sul sistema bancario per ridurre i costi dei mutui alle giovani coppie. Significa ripensare i trasferimenti alle famiglie, favorire le giovani coppie con figli. Significa rompere le caste.
Anche nella politica. Dobbiamo fare largo ai giovani. Introdurre dei limiti nel numero di legislature che un deputato può svolgere.
Un simile progetto deve coinvolgere anche soggetti sociali importanti come i sindacati che troppo spesso finiscono per privilegiare la tutela dei diritti dei lavoratori adulti, di coloro che sono “dentro” e dimenticano che le regole attuale segmentano il mercato del lavoro, scaricano sui giovani tutta la flessibilità. Noi siamo dell’idea che non sia più possibile resuscitare “il Piccolo Mondo Antico” fatto di rigidità, di chiusura al commercio estero, di chiusura all’immigrazione, di chiusura al nuovo. Quel Mondo è finito per sempre. Dobbiamo però progettare un nuovo equilibrio tra apertura e protezione.
PENSIONI, I DEPUTATI NON RINUNCIANO AI LORO PRIVILEGI
E’ inaudito che sia stata respinta la nostra proposta di abolire il vitalizio per i deputati in carica e per quelli cessati. E’ scandaloso che anche persone che hanno messo piede solo per pochi giorni a Montecitorio ricevano il vitalizio. E' un problema cui speravamo che la maggioranza avesse il buon senso di voler porre rimedio. Inoltre l’abolizione di questo assurdo diritto per i deputati avrebbe procurato al bilancio della Camera un risparmio di 150 milioni di euro l’anno. Ma evidentemente a questa maggioranza risparmiare denaro che potrebbe andare a vantaggio dei comuni cittadini, interessa poco o niente.
Dov’è la politica di rigore tanto sbandierata dal Governo? Quale esempio il Palazzo vuole dare al Paese, sempre di più costretto a tirare la cinghia?
Lor signori non rinunciano ai privilegi. Gli Onorevoli Deputati sono disposti a discutere di tutto, ma non delle loro pensioni che, si badi bene, raggiunti i 65 anni spettano a tutti quelli che hanno messo piede in Aula, anche solo per pochi giorni. Un esempio: a un ex deputato con appena tre giorni (3) di legislatura spettano tremila euro al mese per tutta la vita. Uno scandalo se si pensa alle decine di anni che occorrono a qualsiasi lavoratore per avere diritto ad uno “straccio” di pensione. Evidentemente, solo noi dell’Italia dei Valori vogliamo porre rimedio a un’ingiustizia che dura da troppo tempo e che non si giustifica in nessun modo.
Con l’ordine del giorno presentato a Montecitorio da me e dall’Onorevole IdV Silvana Mura, si chiedeva di trasferire le pensioni dei parlamentari all'Inps e agli altri enti previdenziali. In pratica i deputati avrebbero dovuto comunicare alla Camera il nome dell'istituto previdenziale al quale trasferire i contributi per essere aggiunti a quelli già accumulati per le attività lavorative precedenti al mandato parlamentare. Un provvedimento semplice, equo, che oltre al risparmio, avrebbe dato il segnale di un importante cambiamento di rotta. Invece niente, tutti i deputati, tranne quelli del'Italia dei Valori, hanno votato contro. Se ne ricordino tutti i cittadini.
Cade l'ultima speranza dei nuclearisti: l'atomo ci renderà più poveri
C’era una volta il punto di forza della cordata nuclearista in Italia, la punta di diamante delle argomentazioni per il ritorno all’atomo: il costo del kilowattora, ovvero delle bollette che i cittadini pagano ogni due mesi per l’elettricità. Per un clamoroso errore, però, sul sito dell’Ain, l’associazione italiana nucleare, è apparso per poche ore un rapporto interno che inquadra tra gli 8 e i 12 centesimi il costo, sopra ai 7 attuali. Il dato è stato tolto in tutta fretta, una verità troppo scomoda per l’Enel, il principale gruppo industriale dell’Ain. Dopo aver dichiarato per mesi che i costi delle centrali italiane sarebbero rimasti sufficientemente bassi, Enel e governo si ritrovano sbugiardati dal proprio alleato tecnico.
Il progetto nuclearista di Berlusconi e Sarkozy perde così un altro pezzetto per strada, la compattezza delle proprie motivazioni. Nonostante la realtà fosse ben diversa, avevano infatti sempre usato a sostegno della propria battaglia il tanto sbandierato costo inferiore rispetto all’energia attualmente in uso nel nostro Paese. Non è mai stato così, i costi reali di costruzione delle centrali nucleari subiscono rialzi naturali e continui, come dimostrato dalle uniche due centrali EPR in costruzione (lo stesso modello che usare in Italia): quella di Flamanville in Francia e quella di Olkiluoto in Finaldia, in ritardo di anni e con costi ormai duplicati rispetto alle stime iniziali.
Con Scajola dimessosi, l’agenzia per il nucleare non ancora insediata, i comuni dove costruire ben lontani dall’essere scelti, tutte le regioni e le loro popolazioni contrarie e adesso la caduta dell’argomento “risparmio”, sono tempi bui per il nucleare italiano. A scanso di equivoci e di colpi di coda, però, noi dell’Italia dei Valori abbiamo raccolto le firme per fare un referendum e bloccare definitivamente la follia atomica. Dall’altra parte, e lo diciamo da sempre, c’è la green economy: costi minori, pari efficienza, più posti di lavoro. Adesso non resta che aspettare una convinta adesione del Pd, incomprensibilmente timoroso rispetto alla nostra proposta. Il referendum è l'unico strumento democratico per colpire al cuore questo sporco gioco.
Vasto: occasione per ritrovarci e confrontarci
La quinta Festa Nazionale organizzata a Vasto è stata un’occasione importante per ritrovarci e confrontarci. Ed è stata inoltre un’occasione utile a testimoniare come l’Italia dei Valori non solo sia un partito vivo e dinamico, ma pronto ad impegnarsi per far cadere politicamente un esecutivo piduista e 'incriccato', costruendo contemporaneamente l’alternativa di governo in accordo con le altre forze del centrosinistra. Alternativa di governo significa sperare e lavorare per un’Italia diversa, pulita e onesta, guidata da una classe politica che sappia realizzare il bene del Paese, l’interesse collettivo. Da sempre abbiamo difeso la Costituzione e la democrazia, schierandoci in prima linea per sostenere la giustizia e i diritti, facendo della questione morale e della legalità il terreno principale del nostro operato politico. Da anni denunciamo come sia in atto, da parte del berlusconismo, un piano preciso di compimento del progetto concepito da Gelli e dalla P2, rispetto al quale abbiamo sollecitato un’azione forte di opposizione e contrasto. Oggi questa coscienza e questa urgenza, per troppo tempo solo nostra, sembrano trovare spazio anche nelle file di altri soggetti politici e partitici. Potremmo dire: lo avevamo detto, arrivate un po’ in ritardo. Potremmo rivendicare il ruolo di Cassandra inascoltata. Invece, ci limiteremo a chiedere a tutti il rispetto della coerenza in difesa della Costituzione e della democrazia. Il pericolo, infatti, è che i nuovi folgorati sulla via di Damasco della questione morale e della legalità (Fini in testa) finiscano per contraddirsi, come lasciano pensare le aperture recenti sullo scudo di immunità giudiziaria per il premier. Il timore è che avvenga uno scambio indegno e rischioso per l’intero Paese: il lodo che sterilizza i processi di Berlusconi (magari anche la contro-riforma della giustizia) in cambio di prebende, sottoincarichi di governo, leggi elettorali convenienti, posticipazione delle elezioni e quant’altro. Si deve dunque vigilare e richiamare alla coerenza tutti gli altri interlocutori politici, consapevoli che fin da oggi il centrosinistra deve impegnarsi per arare il campo dell’alternativa di governo, i cui semi indispensabili sono un programma e una leadership condivisi che non eludano le primarie, reali e virtuali, per poter esser veramente espressione dell’elettorato, della società e dei movimenti. Sono tutte sfide che attendono l’Italia dei Valori e a cui l’Italia dei Valori, sono certo, non farà mancare il suo contributo. Sono tutte sfide che si possono vincere.
"Vasto 2010: le idee pulite diventino una sfida da vincere"
Vasto 2010 è andata bene. Lo si è visto dalla grande partecipazione, e ritengo che in questi tre giorni, diversamente dagli altri anni, sia emersa la voglia dell’Italia dei Valori di costruire veramente un’alternativa di governo. Abbiamo affrontato i temi che riguardano il paese, in primo luogo il lavoro, anzi, la disoccupazione. Abbiamo parlato di scuola, di informazione, di giustizia e di alleanze, per capire come costruire l’alternativa al governo Berlusconi, perché oramai credo che sia innegabile che questa maggioranza è morta e che Berlusconi andrà a casa. Per cui dobbiamo prepararci a questa sfida perché il paese piange.
Come è stato giustamente detto, la priorità è mandare a casa Berlusconi, e per mandarlo a casa basta semplicemente una volontà politica. Io ritengo che sia doveroso ridare ai cittadini la possibilità di scegliere chi li deve rappresentare e ritegno anche che si debba decidere prima qual è la coalizione. Vorrei ricordare a tutti quanti che non è il governo che fa la legge elettorale, ma il parlamento, per cui l’appello che il partito fa da questo palco è di fare in fretta, tutte insieme le persone per bene che ci stanno. Il comune denominatore deve essere la richiesta di legalità e di giustizia. Il presidente della camera ha la possibilità di calendarizzare la legge elettorale, basta la volontà politica. La possiamo fare senza bisogno di governicchi o di governi più o meno lunghi.
Con la crisi economica in atto, che è la più grande dal dopoguerra ad oggi, credo che un partito responsabile debba seriamente preoccuparsi per il futuro dei giovani. Ecco perché il tema centrale, addirittura il tema inaugurale di questa tre giorni è stato appunto il parlare delle future generazioni. Italia dei Valori nasce come partito proprio perché crede che la politica si possa migliorare solo con il ricambio generazionale. Oggi, grazie alla Rete, abbiamo uno strumento che permette di interloquire, interattivo. Ai giovani interessa sapere se potranno trovare una sistemazione adeguata in Italia o se devono pensare di andare in un altro paese. L’Italia dei Valori dà loro questa speranza perché pone come tema centrale il futuro dei giovani. Un esempio materiale è stato il referendum che abbiamo proposto: sul nucleare, ci siamo spesi per far capire a questo governo che non possiamo rubare anche l’ambiente, anche la salute a questi ragazzi. Non possiamo continuamente pensare che arricchendoci noi e mangiando tutto quello che è possibile mangiare, poi non ne abbiano a soffrire appunto i nostri figli.
Breccia di Porta Pia: Laicità vo' cercando...
La breccia di Porta Pia è un evento storico di una vittoria, di straordinaria importanza positiva per il nostro Paese.
La breccia di Porta Pia è un evento storico di una sconfitta, di straordinaria importanza negativa per lo Stato Vaticano.
La breccia di Porta Pia è per la Chiesa cattolica, per la Chiesa corpo mistico di Cristo e popolo di Dio, un “dono della Provvidenza”: l'espressione di compiacimento dell'avvio del processo di riduzione del potere temporale dei Papi non è di un ateo anticlericale, è di un grande Papa.
La laicità ruota intorno a queste diverse prospettive, a questi diversi punti di vista e analisi.
La laicità non è soltanto un valore, un principio etico , per non credenti.
La laicità è valore e principio etico per credenti; di più, la laicità è valore e principio etico per ogni essere umano....Chi crede ...non cessa di essere un essere umano! Tutto al contrario: “niente di umano è alieno per chi crede”.
Qualcuno fonda la laicità su Voltaire, qualcuno su Marx, tanti fondiamo la laicità sul precetto evangelico: “rendete a Dio ciò che è di Dio, rendete a Cesare ciò che è di Cesare”.
Rendere a Cesare ciò che è di Dio è inaccettabile laicismo.
Rendere a Dio ciò che è di Cesare è inaccettabile clericalismo.
E il clericalismo è un insulto a chi crede, prima e oltre che un insulto a chi non crede.
Quando qualche mio interlocutore non-credente si lamenta e protesta per posizioni clericali, obietto sempre che non è soltanto il non-credente che ha di che lamentarsi, siamo quanti crediamo, quanti cerchiamo di credere, che abbiamo forte, più forte di chi non crede, il diritto-dovere di lamentarci e di protestare contro il clericalismo.
E il clericalismo è un insulto a chi crede, prima e oltre che un insulto a chi non crede.
Il nostro Paese vive un gravissimo deficit di laicità.
Siamo una anomalia tra i Paesi democratici e civilizzati, una anomalia che soffoca insieme libertà e fede.
Soltanto nel nostro Paese esiste, forte e influente, la casta degli “atei clericali “.
Perversione delle perversioni. Che sia clericale un credente è perversione “normale” (chiedo scusa per il provocatorio uso dell'aggettivo “normale”). Che sia clericale un non-credente è perversione al quadrato, perversione delle perversioni.
Ma così è! Il nostro Paese è imbarbarito da troppi “clericali a convenienza ”.
Sono, così, “clericali a convenienza” coloro che pretendono e hanno interesse confondere lo Stato Vaticano e i suoi interessi temporali (da IOR a Propaganda Fide...) con la Chiesa, corpo mistico di Cristo e popolo di Dio. Se oggi - è qui una condizione grave e pericolosissima! - in Italia si chiede ad un cittadino mediamente informato che differenza vi è tra lo Stato Vaticano e la Chiesa Cattolica, la risposta troppe volte è drammatica: “nessuna”.
La Chiesa cattolica è popolo di Dio, un popolo ricco di diversità, di diverse sensibilità ed etnie, con diversi orientamenti politici e culturali. Questa distinzione è preziosa, è imprescindibile. La Chiesa cattolica deve fornire riferimenti e tenere insieme conservatore e progressista, europeo e africano, giovane e anziano...
Il clero non è il luogo della perfezione; il clero è luogo - imprescindibile ma non esclusivo - del servizio a Dio, al popolo di Dio.
Vengo da una formazione familiare ispirata all'insegnamento di mio nonno paterno, cattolico praticante, testimonianza di valori cristiani, ma non clericale. Mio nonno ci ha insegnato: “il tuo amore per Dio si misura dalla distanza amorevole e critica dal suo clero”.
Non era un atto di oltraggio ai sacerdoti; era l'applicazione anche ai sacerdoti del principio umano-cristiano: la perfezione non è di questo mondo.
Per noi, in famiglia, intorno alla tavola, era normale parlare di limiti e difetti del nostro Vescovo o del nostro parroco. Non era un insulto, era il riconoscimento umano-cristiano della fallibilità di ogni essere umano... anche di chi ha dedicato la propria esistenza al servizio religioso.
Per me, pertanto, è stato, è del tutto normale, armonioso, compatibile, tentare di vivere, tra lacune ed errori, un cammino di fede e, al tempo stesso, criticare severamente speculazioni e crociate, ruberie e contiguità con cricche e mafie, di uomini del clero e rappresentanti ufficiali degli interessi dello Stato Vaticano: da IOR a Propaganda Fide.
Consentire, auspicare, realizzare confusione tra interessi terreni e aziendali dello Stato Vaticano con le sue diramazioni e il popolo di Dio e corpo mistico di Cristo è, a mio avviso, atto gravissimo, reso ancora più devastante quando tale confusione sia promossa-finanziata, nell'assordante silenzio di gerarchie ecclesiastiche, da troppi atei clericali, dai troppi “clericali a convenienza”.
P.S. Laicità è anche riconoscere pari dignità ad ogni fede religiosa e pari diritti a credenti di ogni fede e a non credenti, secondo il principio “to be different, to be equal”.
E' una tristezza essere costretti a ripetere affermazioni ovvie nei Paesi democratici e civilizzati!
Ma l'Italia qualcuno vorrebbe, non soltanto a Palazzo Chigi e ad Arcore, non soltanto tra esponenti di interessi dello Stato Vaticano, fosse non democratica e non civilizzata... magari a “convenienza”, invocando Dio e teorizzando un clericalismo eversivo, al tempo stesso, della fede religiosa e della legalità costituzionale.
"140 anni da Porta Pia: Alemanno e Berlusconi contro la storia"
Il programma per commemorare, dopo 140 anni, la breccia di Porta Pia e la conquista di Roma per farne la capitale del regno è imponente.
Il governo Berlusconi e il sindaco di Roma Alemanno hanno indetto centinaia di mostre e di visite guidate ai monumenti della capitale ma hanno deciso di festeggiare tutto con il cardinale Tarcisio Bertone segretario di Stato Vaticano come se la Chiesa cattolica fosse protagonista di quella presa di Roma invece che essere quella che alla conquista si era opposta per difendere il potere temporale della Santa Sede.
E questo modo di ricordare il 20 settembre 1870 è contro la storia d’Italia, mescola insieme l’alleanza della destra berlusconiana con il Vaticano per ragioni politiche con una realtà storica che vide divisi i fondatori dell’Italia liberale rispetto allo stato pontificio.
Noi dell’Italia dei Valori siamo per la difesa della laicità dello Stato e della grande formula di Camillo Benso di Cavour che già allora diceva: ”Libera Chiesa in Libero Stato”.
Ma dobbiamo aggiungere anche che la nostra costituzione proclama la laicità dello Stato e afferma che tutte le religioni sono eguali e da rispettare nella società italiana.
Non è un caso certo che il governo Berlusconi come il sindaco Alemanno adottino un modo di festeggiare la ricorrenza del 20 settembre in una maniera che è profondamente contraria al suo significato storico e vogliano dividere con i rappresentanti dell’ex stato pontificio il senso della giornata.
Questo governo in effetti pratica una politica che anche nel campo dei rapporti tra Stato e Chiesa
è in evidente contrasto con la costituzione repubblicana e ha completamente accantonato il carattere laico del nostro Stato e pratica una politica subalterna al Vaticano per avere l’appoggio politico della Santa Sede.
E questa politica si collega di fatto alla politica del regime fascista che, sempre per ragioni immediate di politica interna, interruppe la politica di separazione tra Stato e Chiesa svolta dai governi nel periodo liberale.
Nacque allora il Concordato del 1929, poi rinnovato da Craxi nel 1988 che dà alla Chiesa, finanziamenti e prerogative che sono più tipiche di una chiesa ufficiale che di una religione come quella cattolica praticata dalla maggioranza degli italiani ma collocata su un piede di parità con tutte le altre religioni dal dettato costituzionale.
Ora i pasticci combinati da questo governo e da una giunta comunale compiacente come quella di Alemanno a Roma mescolano ancora di più le carte e confondono il necessario rispetto della fede cattolica e della religione che ne deriva con l’idea balzana di festeggiare la breccia di Porta Pia e la conquista di Roma capitale con la fine del potere temporale dei Papi, insieme con i rappresentanti dello Stato Pontificio che fu il soggetto sconfitto di quella guerra.
Responsabile Mario Dany De Luca
I disabili sono 3 milioni, il 5% della popolazione italiana. Le persone con disabilità, di sei anni e più, che vivono in famiglia sono 2 milioni e 600 mila, pari al 4,8% della popolazione.
Una realtà importante, ma di cui si parla solo quando si affrontano i temi dei falsi invalidi e della spesa sociale. L’Italia è l’unico tra i paesi avanzati a non aver ancora istituito la commissione nazionale sui diritti umani, così come stabilito dalla Convenzione Onu sulla disabilità.
Nel nostro Paese risultano occupate meno del 18% delle persone con disabilità in età lavorativa. Solamente il 3% ha come fonte principale un reddito da lavoro. Il 57,3% e il 53,7% delle famiglie con almeno un disabile, rispettivamente nelle Isole e nel Meridione, non riceve alcun tipo di aiuto, né pubblico né privato. Assistiamo inoltre al sostanziale blocco delle assunzioni nella Pubblica Amministrazione e all’esonero degli Istituti bancari che accedono ad enormi aiuti da parte dello Stato.
Sanzioni inadeguate, controlli insufficienti, carenze di personale, l’inesistenza di banche dati, impediscono di sapere quali sono le aziende pubbliche e private che rispettano gli obblighi di legge. Una situazione che limita fortemente le potenzialità della legge 68/99.
Non basta, nella Sanità si sta procedendo ai piani di rientro del deficit, che per i disabili significano mancati accreditamenti, declassamenti, precarietà e tagli. Spesso, fatti solo per fare cassa e senza entrare nel merito degli effetti sull’assistenza sociosanitaria ai casi più gravi.
Ma la situazione non va meglio nella ricerca, dove il governo, con la legge 133/2008, taglierà in 5 anni 1miliardo e mezzo di euro alle Università, limitando così la ricerca di base, essenziale per lo studio delle cause che determinano una serie di malattie rare, e nella scuola dove i tagli previsti porteranno alla cancellazione di 150mila tra insegnanti e personale ATA e a una riduzione drastica degli insegnanti e delle ore di sostegno, da 18 a 9 per ciascuno studente.
Pensioni e indennità: 480 euro l’importo mensile dell’indennità di accompagnamento. Del 33% è la percentuale minima per essere considerati invalidi civili. Il 74% è il minimo per contare su qualche provvidenza economica. 256,67 euro è l’importo dell’assegno mensile di assistenza riconosciuto agli invalidi civili parziali.
C’è bisogno di un cambiamento radicale nel rapporto tra Stato e disabili, che sono una risorsa e un arricchimento per l’intera società. Noi dell’Italia dei Valori vogliamo impegnarci per pensioni dignitose, che non siano una mancia caritatevole come i 250 euro al mese attuali. Per il diritto al sostegno della famiglia, al prepensionamento dei genitori dei disabili gravi, attraverso la creazione di un fondo regionale che permetta a chi ha maturato i requisiti minimi di contribuzioni versate, di poter usufruire del fondo e andare prima in pensione. Vogliamo impegnarci per un aumento degli assegni al nucleo familiare, delle detrazioni e deduzioni per le spese di assistenza.
Vogliamo che in tutti gli atti normativi, i bandi, i contratti di fornitura venga prevista l’adozione dei segnali tattili per l’orientamento dei disabili visivi.
Uno dei problemi che rende difficile, e a volte persino paralizzante il dialogo tra famiglie e servizi, è l'incertezza del "dopo": "dopo" la nascita di un bambino disabile...," dopo" quel trattamento riabilitativo..., "dopo" la scuola, "dopo" la formazione..., "dopo" la morte dei genitori.
Sono migliaia, in tutta Italia, le persone in situazione di gravità, potenziali destinatarie di un intervento normativo per il “Dopo di Noi”. Si tratta di persone che fruiscono dell’indennità di accompagnamento, unita o meno ad altre provvidenze, riconosciute dalle competenti Commissioni Sanitarie nell’incapacità di compiere gli atti della vita quotidiana, e pertanto implicitamente bisognosi di assistenza continua.
Occorre quindi dare sostegno concreto alle famiglie, il “dopo di noi” non è solo un problema di strutture residenziali, ma un insieme complesso di necessità e di diritti al quale è possibile dare risposta solo attraverso un sistema organico di strumenti, referenti, strutture e servizi. Mettere in campo progetti a più largo respiro, come il progetto “dopo di noi”, attraverso una rete basata su case-famiglia e comunità alloggio che riproducano la dimensione familiare, destinando a questo una quota parte degli immobili pubblici e i beni confiscati alla mafia.
Una politica, dunque, che rimetta al centro le persone, i loro bisogni, le loro paure, i loro desideri, i loro diritti.
CACCIAMO BERLUSCONI E COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA PER L’ITALIA
Grazie Vasto, una cittadina che ci ha accolto con rispetto. Grazie ai mezzi di comunicazione e agli ospiti che sono venuti a confrontare le loro idee con le nostre. Grazie ai politici che sono venuti in rappresentanza dei loro partiti. Grazie ai militanti di Italia dei Valori che hanno il coraggio di far parte di questo progetto politico. Grazie ai nostri parlamentari che hanno resistito alle sirene del presidente del Consiglio, e in particolare grazie ad Antonio Razzi al quale sono stati proposti importanti vantaggi economici se fosse passato dall’altra parte.
Per l’Italia dei Valori la priorità è eliminare la testa di questa piovra politica: Berlusconi. Per farlo basterebbe che tutti quelli che in queste ultime settimane lo hanno criticato, votassero contro. Invece il 29 settembre, quando si presenterà al Parlamento, questo non succederà.
In ogni caso l’Italia dei Valori, non avendo i numeri per proporla da solo, appoggerà una mozione di sfiducia nel caso il Partito Democratico decidesse di presentarla. Anticipo anche che l’Idv presenterà una sua mozione di sfiducia contro il ministro dello Sviluppo Economico ad interim, ovvero Silvio Berlusconi. Inoltre voteremo il Ddl anti corruzione proposto dal “Fatto quotidiano”.
Per quanto riguarda le alleanze siamo disposti, per il tempo di un battito d’ali, ad unirci anche con il diavolo per votare la sfiducia a questo governo. Poi però dobbiamo costruire l'alternativa a Berlusconi e per questo bisogna ripartire dall’alleanza del centrosinistra e non correre dietro ai sogni. Non aspettiamo altri tre anni per cacciare Berlusconi. Noi riteniamo che sia da masochisti cercare intese con l’Udc e i finiani. Vogliamo, invece, essere co-fondatori dell’alleanza di centrosinistra che nascerà, qualsiasi nome le si voglia dare. Bisogna puntare su un programma condiviso e in questo senso noi dell’IdV non abbiamo nessun problema ad appoggiare qualunque nome alle primarie, da Vendola a Bersani, da Chiamparino a Di Pietro. Ma è chiaro che se sul programma non c'e' un accordo complessivo non avremo nessuna esitazione a proporre un nostro candidato. Un altro punto importante è l'opportunità delle primarie in caso di elezioni anticipate, perché in 45 giorni non coinvolgi la società civile, il paese reale è altro. Se le fai sono una scorciatoia, una furbata.
Ma i problemi dell’Italia sono molti e per far rinascere questo Paese dalle ceneri in cui l’ha ridotto il berlusconismo è necessario ripensare il sistema dell’informazione e risolvere il conflitto d’interessi. Bisogna intervenire sulla Rai e far si che non sia più il feudo dei partiti politici, ma garantisca a tutti i cittadini un’informazione non di parte.
Noi vogliamo mettere al primo posto della nostra azione politica le questioni del lavoro e dell’economia.
Non vogliamo più che ci siano casi come Fincantieri, Alitalia Eutelia. Gli operai, i lavoratori non devono andare a casa, ma devono stare nelle fabbriche, negli uffici, insomma a lavorare.
In questa occasione voglio anche ringraziare i “Movimenti” e il grande lavoro di sensibilizzazione che hanno svolto in questi anni. Ma ora non si deve disperdere il consenso; bisogna convogliarlo in un’unica direzione perché altrimenti facciamo un favore a Berlusconi.
In conclusione voglio darvi l’appuntamento al 2011 per raccontarci quello che avremo fatto nei primi giorni di governo. Sono cinque anni che veniamo a Vasto, in questo lasso di tempo l’Italia dei Valori è cresciuta: siamo diventati una grande, bella e sana famiglia: siate orgogliosi di questo e non cedete alle pressioni di chi semina zizzania e lavora per dividerci.
SE A RACCONTAR LA STORIA E’ ANDREOTTI
Non possiamo credere alle scuse del senatore a vita Giulio Andreotti che i giornali hanno diffuso ieri dopo che la sua risposta a Minoli era andata in giro nell'opinione pubblica italiana e internazionale: "Ambrosoli era uno che se l'andava cercando". In altri termini, l'avvocato milanese, assassinato da Sindona, o meglio dal suo sicario americano Aricò, l'11 luglio 1979 aveva avuto quello che cercava: una morte violenta per aver difeso i risparmiatori e le persone oneste truffate dal finanziere di Patti e osservato le leggi dello Stato.
Quello che il sette volte presidente del Consiglio ha detto è, una volta tanto, la verità rispetto all'atteggiamento che la classe politica di governo, buona parte delle istituzioni politiche e dei mezzi di comunicazione hanno avuto in tutta la vicenda di Sindona e, di conseguenza, di Ambrosoli.
Ricordo di aver pubblicato nel 2001 un saggio su Giulio Andreotti presso l'editore Garzanti, perché Laterza non lo aveva voluto ricevere, in cui ricostruivo l'atteggiamento tenuto da Andreotti rispetto a Sindona: il suo appoggio costante quando era già nota a livello internazionale la grande statura criminale del siciliano, il tentativo di salvarlo fino all'ultimo dalla bancarotta facendo pressioni sulla Banca d'Italia e più in generale sugli apparati finanziari e istituzionali.
E naturalmente, in quella occasione, citavo il bellissimo libro del giornalista del "Corriere della Sera" Corrado Stajano intitolato "Un eroe borghese" che aveva dedicato ad Ambrosoli un ritratto straordinario mettendo in luce le sue qualità di persona onesta e ligia al dovere in un'Italia che a livello politico era rappresentata in primo luogo da personaggi come Giulio Andreotti che, come ha detto una sentenza della Corte di Cassazione, è stato fino al 1980, e dunque anche negli anni settanta di cui parliamo, vicino a Cosa Nostra.
Ecco, questo è il paradosso di fronte a cui siamo nel nostro paese. In televisione parla Andreotti e non gli storici di questi anni(a me nessuno chiede mai di intervenire in queste vicende, a cominciare dai giornalisti della Rai che si dicono democratici) e dà l'immagine ancora oggi di un'Italia nella quale Ambrosoli è uno che se l'andava cercando e Andreotti è quello che ci rappresenta.
Un'immagine plastica e terribile di una mafia che si è fatta Stato e non ha lasciato ancora la presa.
L’IDV DALLA PARTE DEI LAVORATORI
E’ come se la Fiat e la Confindustria sulle vicende di Pomigliano, Melfi e del Contratto Nazionale di lavoro dei metalmeccanici, siano state colpite dalla sindrome del “Ghedinismo” e cioè di come si aggira la legge piegandola agli interessi di pochi precisi interessi senza però riuscirci perché, per ora, vale la Costituzione Repubblicana e non la Repubblica delle Banane.
Stiamo al punto di diritto, cioè alla legalità che determina i comportamenti delle imprese e dei lavoratori.
Il Contratto Nazionale di lavoro dei metalmeccanici è quello firmato nel 2008 dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative (sommando il numero degli iscritti rispetto ai dipendenti) e votato a scrutinio segreto da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato. Esso è esteso erga-omnes a tutte le aziende anche se non sono associate ed è punto di riferimento per le sentenze dei giudici.
In esso si afferma che vale fino al 31/12/2011, può essere disdettato tre mesi prima e nel caso di disdetta rimarrà in vigore fino a quando non sarà sostituito da un altro Contratto Nazionale.
E qui arriva il punto: chi ha diritto di firmare un nuovo Contratto Nazionale che sia estendibile a tutte le aziende e a tutti i lavoratori? Sicuramente coloro che hanno il consenso certificato dal voto dei lavoratori. Ma la questione è proprio quella di aggirare l’obbligo al voto democratico. Per ora i tentativi sono falliti, lo dimostra ciò che è accaduto nel 2009 quando, spinti dal Governo Berlusconi, alcuni sindacati minoritari e Federmeccanica firmarono un accordo separato che interveniva anche sulle materie previste dall’accordo del 2008.
Quell’intesa separata non venne sottoposta al voto dei lavoratori e quindi non può essere estesa, al massimo vale per i comportamenti contrattuali dei singoli sindacati firmatari ma non certo per tutti i lavoratori.
Infatti, per fortuna, le parti sociali, la Fiat, la Confindustria non possono fare le leggi per dare validità erga omnes ai loro accordi. Le leggi le fa il Parlamento e i giudici le applicano.
Quindi la ragione nel contenzioso giuridico contrattuale è chiara. Per l’Idv il filo della legalità e del diritto è quello da seguire e in questo caso siamo sereni nel dire da che parte stiamo, tanto è vero che abbiamo aderito alla manifestazione del 16 ottobre a Roma convocata dalla Fiom. Consideriamo la questione della democrazia dentro le fabbriche centrale nelle azioni parlamentari al punto che Idv promuoverà una legge per consegnare sempre ai lavoratori il diritto di voto sugli accordi .
C’è però da chiedersi perché sta accadendo tutto ciò. La risposta sta in quello che la Fiat chiede: di avere deroghe rispetto ai diritti contrattuali, in concreto la possibilità di pagare di meno i giovani e di aumentare l’orario di lavoro. Oggi un operaio alla catena in Fiat percepisce 1.200 euro al mese netti, un giovane apprendista prende meno di 800 euro al mese. Sono queste le cifre che si vogliono ridurre mentre Marchionne percepisce un reddito 430 volte superiore a quello di un operaio?
Siamo al punto di snodo del prossimo conflitto sociale: per affrontare la crisi il nostro sistema economico-finanziario decide di concorrere abbassando i salari, aumentando gli orari e la precarietà, esattamente il contrario di quanto avviene nelle grandi democrazie industriali a partire dalla Germania.
Questa vicenda, compreso l’incredibile ed illegale atteggiamento della Fiat a Melfi che si rifiuta di applicare integralmente la sentenza del giudice sul reintegro al lavoro dei 3 lavoratori licenziati, pone una precisa responsabilità alla politica: l’alternativa al Governo Berlusconi ci sarà smettendola di inseguire i “giochi di palazzo” e costruendo una nuova capacità di governare il conflitto sociale, con proposte precise che facciano capire da che parte stiamo. Con il Ministro della Disoccupazione Sacconi e con la Presidente della piccola lobby Confindustriale, o con il 99% delle imprese che devono arrabattarsi tra stretta creditizia, stress burocratico e calo del mercato e con i lavoratori ed i giovani precari? Non è retorica la domanda al Pd: da che parte sta? Noi la risposta, da due anni a questa parte l’abbiamo data in ogni occasione, sia in Parlamento che nel Paese reale, davanti alle fabbriche, con i precari della scuola, con le partite Iva, gli artigiani.
Il lavoro in una sana economia di mercato deve essere il primo punto del programma di Governo per decidere di conseguenza il perimetro dell’alleanza da costruire, che deve essere composta da chi ha come obbiettivo un sereno e determinato governo del Paese teso a favorire un nuovo accordo tra capitale e lavoro, tale da coniugare i diritti dei lavoratori con un’impresa che investe, innova, efficiente ed in grado di crescere. Da oggi e fino al 19 settembre, a Vasto, renderemo chiare le nostre proposte.
ROM, SERVE UNA SERIA POLITICA DI INTEGRAZIONE EUROPEA
Come Italia dei Valori, insieme a tutto il gruppo dell’Alde, abbiamo preso l’iniziativa, presso il Parlamento Europeo, di richiedere un dibattito e l’approvazione di una risoluzione sul caso dei Rom espulsi da Sarkozy in Francia. Si è trattato, infatti, di un comportamento molto grave almeno per tre ragioni.
In primo luogo perché la Francia ha violato le direttive europee, come la stessa Commissione ha riconosciuto e come anche la Corte di Giustizia di Lilla, In Francia, ha deciso, con un provvedimento che ha bloccato un’ultima serie di espulsioni. Le norme parlano chiaro: si possono allontanare dei cittadini europei in un altro paese dell’Unione se si dimostra che entro tre mesi non sono stati capaci di provvedere al proprio mantenimento. In questo caso però, abbiamo una vera e propria espulsione su base etnica; fatto che nell’Europa del ventunesimo secolo è gravissimo; vale a dire un migliaio di cittadini che in quanto appartenenti all’etnia Rom vengono rinviati nei loro paesi d’origine, pur essendo cittadini europei a tutti gli effetti.
La seconda cosa è che la Francia non si è limitata all’espulsione, ma ha anche cercato di convocare un vertice dei ministri dell’Interno dei vari paesi europei a Parigi per discutere la questione. Violando così lo spirito europeo, perché questo tipo di iniziativa appartiene alla presidenza di turno, in questo caso belga e alle istituzioni comunitarie. Se ogni paese membro interpreta a modo suo le politiche europee e le coordina come vuole, intraprendiamo una strada che, indubbiamente, ci porta su una brutta china.
C’è poi un aspetto italiano di questa questione, che come Italia dei Valori ci ha preoccupato e che non abbiamo esitato a denunciare al Parlamento Europeo. Di fatto c’è un cattivo esempio che il governo italiano ha dato in passato di violazione delle norme comunitarie; del resto siamo il primo Paese per numero di infrazioni in quanto a violazioni di direttive e regolamenti europei. Stiamo dando il cattivo esempio, e la posizione del Presidente del Consiglio Berlusconi contro il vicepresidente della Commissione Ue, Viviane Reding che aveva richiamato la Francia sulle “deportazioni” dei Rom, peggiora ulteriormente la situazione. Purtroppo anche altri paesi si stanno - come dire -, ritenendo al di là di una sorta di impunità e perseguono delle strade che sono una violazione delle norme del diritto europeo: una cattiva condotta che stiamo, purtroppo, tutti quanti scegliendo.
In terzo luogo, il problema dei Rom non si risolve con un provvedimento d’espulsione. Alcuni di quelli allontanati dalla Francia stanno venendo in Italia, altri potranno rientrare sul territorio francese senza troppi problemi tra qualche mese. Non ci sono, infatti, controlli alle frontiere quindi non c’è niente di più semplice. Non servono provvedimenti che durano una giornata, spettacolari e demagogici come quelli di Sarkozy, ma occorre una vera e propria strategia europea per porre fine a questa NON integrazione culturale, economica e sociale che i Rom conoscono in Europa da secoli: un problema che viene da molto lontano.
E’ stato questo il nostro messaggio durante il dibattito al Parlamento Europeo; pronti a fare la nostra parte abbiamo chiesto, alla Commissione e ai governi, che si arrivi ad una vera e propria riflessione per approntare strumenti operativi e finanziari utili a risolvere il problema di quelli che sono milioni e milioni di cittadini europei che ancora non godono di una vera e propria cittadinanza.
ITALIANI ALL’ESTERO, IL PIANO DI RILANCIO DELL’ITALIA DEI VALORI
Mentre Gianfranco Fini si trovava a Ottawa, Silvio Berlusconi gironzolava in Russia, da dove ha ringraziato il Signore per avergli dato in dono nientemeno che Putin, il suo amico ex comunista. Anche questo devono sopportare gli italiani che vivono all’estero.
La cosa più imbarazzante è che fuori dall’Italia Berlusconi è trattato come fosse una specie di “guaio” col quale si è costretti a convivere: poveretto – esclamano -, ma gli italiani che fanno? Perché non lo mandano a casa? Vivo in Svizzera da 40 anni, e quando dico Svizzera intendo treni in orario, senso civico, strade pulite e così via. Ebbene i miei amici elvetici non capiscono come facciamo noi italiani a sopportare Berlusconi e la sua truppa.
L’estate appena trascorsa, con lo scontro all’ultimo sangue all’interno del Popolo della Libertà e i sotterfugi con la Lega, ha fornito nuovi argomenti agli stranieri. Bossi e Berlusconi, infatti, hanno dato una lezione al mondo intero di come NON deve mai essere la politica.
Intanto Martino, Carboni e Lombardi, siamo in campo P3 per chi non lo sapesse, vengono accusati di associazione segreta; senza contare Caliendo, Verdini e dell’Utri, tutti cavalieri del Principe, ovvio. Cos’altro aspettiamo che avvenga in questo Paese?
Il ministero dello Sviluppo Economico è senza inquilino da oltre 130 giorni, cosa potranno mai raccontare alla gente all’estero, quale economia svilupperà questo Paese nei prossimi anni?
Il popolo della libertà si è venduto a Bossi e alle sue deliranti e secessionistiche affermazioni, ai suoi tre milioni di fucili, ai suoi dieci milioni di uomini, a Roberto Maroni, ministro dell’Interno leghista condannato con sentenza definitiva per oltraggio e resistenza alla polizia, quello stesso corpo che dipende dal suo ministero. Perché un dicastero così strategicamente importante come quello degli interni viene sempre affidato a Maroni?
Vedo con dispiacere che a parte Italia dei Valori, nessuno fa una vera opposizione. I colleghi degli altri partiti eletti all’estero, infatti, il più delle volte fanno i burocrati, sempre in giro con le loro 24 ore colme di scartoffie e retorica; zeppi di incarichi “nominali”, cui non potrebbero mai materialmente far fronte. All’inizio della mia carriera politica stavo per convincermi di essere inadeguato. Mi confrontavo con questi colleghi sempre sudati e frettolosi, con le braccia piene di faldoni, borse e fotocopie, e mi chiedevo: chissà quali importanti compiti assolvono! Col tempo ho capito che era tutta scena, e i risultati lo dimostrano.
Il caso più eclatante, forse, è stata la fasulla nomina a referente degli italiani all’estero per il Popolo della Libertà, dell’Onorevole Aldo Di Biagio. Una ignobile finzione posta in essere dal PDL per far finta di dare importanza alle comunità italiane all’estero. Uno schifo, aggiungo, perpetrato ai danni del povero Di Biagio, un parlamentare di questa Repubblica, dal partito del padrone assoluto, Berlusconi, che dimostra quanto poco rispetto il Cavaliere abbia per i nostri concittadini che vivono fuori dall’Italia.
L’Italia dei Valori, rinnovandomi l’incarico in qualità di Responsabile del partito per gli Italiani nel Mondo, ha riconosciuto in me un interlocutore valido per le nostre comunità e per questo farò il possibile per onorarne la fiducia. Da Antonio Di Pietro ho avuto carta bianca; farò tesoro di questa possibilità per incidere in maniera evidente nei fatti della politica interna. Il mio impegno è totale, perché non c’è tempo da perdere. Non aspettavo altro che questa conferma.
a cura di Antonio Razzi
Cartolina da Adro: “La Costituzione? Cos’è?”
Così, a occhio, poteva avere 13 o 14 anni: un alunno di terza media intercettato davanti alla scuola “Gianfranco Miglio” di Adro, in provincia di Brescia. Quando gli abbiamo consegnato la Costituzione (una delle cento copie distribuite per iniziativa dell’Italia dei Valori) ci ha guardato un po’ così, stranito. “E’ la Costituzione, qui dentro ci sono le regole fondamentali del nostro Stato. La conosci?” “No”. “Ne hai mai sentito parlare?” “No”.
Ecco. Più ancora dell’orgia di simboli leghisti spalmati sul e nell’edificio scolastico di Adro, parlano episodi come questo. Nessuna indecisione, invece, nel riconoscere il legame tra il Carroccio ed il sole delle Alpi. Il marchio della Lega campeggia sugli arredi (banchi inclusi) della scuola intitolata al profeta del secessionismo ad ogni costo. Fa bella mostra di sé sullo zerbino, giganteggia dal tetto dell’istituto. E, se ci si sposta al centro del paese, appare nella struttura delle panchine e sui cestini, accanto ad un adesivo che non necessita di commento: “Lega predona”.
Già. La Lega predona si sta impadronendo del Nord: i cartelli stradali sono tutti un fiorire di riferimenti al partito di Bossi. Ci si ritrova, così, a parlare con estrema naturalezza di “Padania”: un’entità che non esiste, che ha la stessa consistenza geopolitica di Topolinia o dell’Isola che non c’è. E’ il pezzo di uno slogan, un freddo strumento di marketing partitico. E noi, che siamo tolleranti, lasciamo fare. Prego, accomodatevi.
Questa volta, però, i seguaci di Bossi e Miglio hanno passato il segno: il caso di Adro dimostra fino a che punto può portare l’arrogante fanatismo della Lega. Agire sui più piccoli in modo così subdolo è un atto di gravità inaudita. Ecco perché siamo chiamati ad una reazione, civica e civile, di estrema fermezza.
MAFIA, LO STATO RACCOLGA IL GRIDO D’AIUTO DI VALERIA GRASSO
Mentre i mass media lasciano intendere che a Palermo la mafia ed il racket del pizzo stanno subendo colpi durissimi, ci sono commercianti e imprenditori coraggiosi che rischiano la vita. E' il caso, per esempio, dell’imprenditrice Valeria Grasso, che da oltre 15 anni subisce vessazioni e ritorsioni dalla mafia. Ha denunciato i suoi aguzzini e ha combattuto una lotta solitaria, impari, impossibile da vincere senza l'aiuto dello Stato. Il 10 settembre l'ultima intimidazione: ha trovato allagati i locali della palestra nel quartiere San Lorenzo. Adesso pensa di chiudere il centro, e questa non sarebbe una sconfitta sua, ma dello Stato italiano. Nonostante il sostegno della magistratura e dei Carabinieri, Valeria Grasso ha bisogno dell'aiuto immediato delle istituzioni, prima che sia troppo tardi. La donna ha scritto alle più alte cariche dello Stato, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Si tratta delle stesse alte cariche che non perdono occasione per fare vanto della loro finta guerra alla mafia. L'ultima beffa, in ordine di tempo, si è registrata il 15 di agosto quando il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano ha partecipato a Palermo alla riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica, ma ha ignorato la lettera di Valeria e i gravissimi rischi che corre.
Negli ultimi anni l'imprenditrice ha subito gravissimi danneggiamenti a due auto, alla casa del padre e alle palestre che gestisce. Nei locali di Mondello le sono state raffigurate delle croci nere e le sono stati tagliati i cavi della luce. Si tratta di una serie di minacce che adesso, con la sua decisione di rendere pubblica la sua storia si stanno aggravando inesorabilmente. I suoi aguzzini le sono intorno sempre e potrebbero agire in qualunque momento attentando alla sua vita. Lo Stato tenga conto di questo enorme rischio e si assuma le proprie responsabilità, tutelando Valeria Grasso e dandole tutto il sostegno del quale ha bisogno. E' un dovere a cui le istituzioni si sottraggono troppo spesso. Chi denuncia ha il diritto sacrosanto di essere protetto. Il dipartimento Antimafia di Italia dei Valori presenterà due interrogazioni parlamentari urgenti, una alla Camera ed una al Senato. La situazione di Valeria è diventata insostenibile e non si può aspettare la tragedia per intervenire.
la gelmini ignora i precari, noi manifestiamo con loro
Si è tenuto questa mattina, davanti al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, su proposta di Italia dei Valori, un sit-in di protesta a sostegno dei precari della scuola, in lotta per la difesa del proprio posto di lavoro e della qualità dell’istruzione. Erano presenti il leder IdV, Antonio Di Pietro e i senatori Stefano Pedica e Fabio Giambrone, che sono riusciti ad ottenere un incontro con il Vice-ministro Giuseppe Pizza. Al confronto erano presenti anche il segretario generale del sindacato UNICOBAS, Stefano d’Errico e la responsabile del dipartimento Scuola di Italia dei Valori, insegnante precaria, Maria Letizia Bosco. In rappresentanza del Ministero, oltre al vice-ministro Pizza, c’erano il direttore generale Cosentino e altri funzionari.
Di Pietro ha subito messo l’accento sulla gravità delle affermazioni discriminatorie della Gelmini in occasione della conferenza stampa del 2 Settembre, quando il Ministro aveva rifiutato di incontrare i precari della scuola perché, a suo dire, alcuni erano militanti IdV. Di Pietro ha evidenziato la necessità di un dialogo diretto del Ministro con i precari e a tal proposito ha richiesto un tavolo di confronto oggi stesso con le rappresentanze dei coordinamenti dei precari che sono in presidio a Montecitorio.
Il vice-ministro si è impegnato a riferire alla Gelmini le richieste, e in queste ore si conosceranno gli sviluppi. Il leader di Italia dei Valori ha intenzione di presentare già Mercoledì prossimo un question time per chiedere conto della sorte delle decine di migliaia di precari sacrificati dalla riforma.
Durante l’incontro si sono chiesti chiarimenti circa l’attivazione delle nuove forme di reclutamento appena approvate e che produrranno già dal prossimo anno scolastico nuovi insegnanti precari che si sommeranno ai 220.000 abilitati inseriti nelle graduatorie permanenti. Sono state messe in luce le contraddizioni rispetto alle dichiarazioni riguardanti la volontà di non creare nuovo precariato e di stabilizzare quello attuale nell’arco di 7 anni. La risposta ufficiale del Ministero è stata l’impegno a garantire una percentuale di immissioni in ruolo pari al 75-80% dalle attuali graduatorie e per il restante 25-20% dalle graduatorie in cui confluiranno i nuovi abilitati dopo aver superato un concorso per esami e titoli. Ma è stato fatto notare che, mantenendo l’impianto della riforma le immissioni in ruolo si prevedono intorno allo zero, per cui non esiste percentuale che possa soddisfare le nostre esigenze.
Riguardo le richieste di immissione in ruolo immediata dei precari sulle cattedre vacanti, ci è stato risposto che ciò non è possibile in quanto quasi tutti gli incarichi dei precari sono effettuati sull’organico di fatto e non di diritto. Noi che queste cose le sappiamo abbiamo proposto ai funzionari del Ministero l’unica soluzione possibile per risolvere definitivamente il problema del precariato scolastico: l’individuazione di una dotazione aggiuntiva nelle scuole stabilizzando un organico funzionale, insegnanti con contratto a tempo indeterminato che andrebbero a coprire sia le cattedre di fatto che le supplenze del personale assente. In questo modo si riuscirebbe a garantire veramente la continuità didattica e si risolverebbero anche i problemi legati alla carenza di fondi per coprire le supplenze e alla pratica illegittima dei dirigenti scolastici di dividere gli alunni nelle classi violando costantemente le norme di sicurezza e l’agibilità dei plessi scolastici e calpestando il diritto allo studio.
Questo incontro ha confermato la prospettiva minimalista del governo rispetto alle esigenze della scuola e del personale precario. Da parte del Ministero è evidente l’impossibilità di elaborare progetti volti al miglioramento dell’istituzione scolastica e la rassegnazione alla politica del governo che non conferisce priorità alcuna ai capitoli scuola e istruzione nel nostro Paese. A tal proposito Antonio Di Pietro ha fatto notare come sono stati stanziati dal governo ben 29 miliardi di euro (4 in più dell’ultima manovra di Tremonti) per l’acquisto di cacciabombardieri, elicotteri e aerei da caccia e contemporaneamente tagliati 8 miliardi di euro dalla scuola.
a cura della sezione dipartimentale scuola
Maria Letizia Bosco e Ilaria Persi
SANITÀ: ITALIA ALLO SBANDO
Si moltiplicano i casi di malasanità in Italia. L’ultimo nel ricco Nord Est dove, a causa di un’emorragia interna non diagnosticata, una donna di 27 anni, al settimo mese di gravidanza, è in gravi condizioni dopo aver perso il bambino. La giovane è stata rifiutata da un ospedale del veneziano per essere poi sottoposta, in un'altra struttura raggiunta a bordo dell'auto del marito, a un parto cesareo d'urgenza. Adesso è ricoverata in coma all'ospedale di Padova. L'ennesima vittima innocente di un sistema che interviene inviando gli ispettori quando ormai è troppo tardi.
Sappiamo bene che il Governo Berlusconi è esclusivamente interessato ai disavanzi della sanità ed al pareggio dei conti e non ha a cuore la salute dei cittadini, ma la politica della sorveglianza, attuata dal ministro Tremonti, non può e non deve riguardare soltanto il comparto amministrativo, ma ha il dovere morale di comprendere anche e soprattutto quello clinico-assistenziale. Non è più tollerabile assistere quotidianamente all’invio di ispettori governativi al solo scopo di sanare i debiti oppure quando ci scappa il morto. La sanità italiana è allo sbando perché mancano i controlli preventivi. E’ necessario riscoprire l’etica della responsabilità basata sui principi della qualità e della sicurezza e il cui obiettivo primario deve essere la salute del paziente. E’ giunta l’ora di definire le priorità in campo sanitario, di nominare un’Authority super partes che verifichi la qualità delle prestazioni erogate prima che altre vittime siano falcidiate dal nostro sistema sanitario incontrollato, è giunta l’ora che l’ammalato ritorni ad essere al centro del nostro sistema.
Trovo surreale che il controllo sulla sanità erogata sia affidata allo stesso Direttore Generale: il padre-padrone delle aziende sanitarie locali, colui che tutto può. Un politico nominato dalla politica e che risponde delle sue azioni solo al Partito che lo ha favorito. Lui decide tutto, strategie, spese, assunzioni e licenziamenti. Trovo che i suoi poteri siano eccessivi, poiché le sue decisioni non devono essere necessariamente condivise. E ritengo che non possa controllare le strutture da lui stesso gestite. In Calabria, ad esempio, decine di ospedali non sono a norma, ma non si è mai visto un DG chiudere le unità operative in difformità con le normative vigenti. La qualità, anche in campo sanitario, è qualcosa di tangibile, di misurabile, perciò occorre creare in Italia e con urgenza un organismo indipendente come il NICE dell’Inghilterra, poco importa se di nomina regionale o ministeriale, che indirizzi i nostri nosocomi verso l’eccellenza: coniugare l’efficacia con l’efficienza, anche attraverso il rispetto di quelle norme comportamentali che troppo spesso vengono ignorate nei nostri ospedali. Occorre, infine, che l’auspicabile authority analizzi e compari i dati provenienti da analoghi reparti di enti ospedalieri diversi, per vedere dove la sanità funziona e dove no, per verificare se vengono rispettati gli standard europei in termini di percentuali di guarigione, tempi operatori, giorni di degenza, complicanze, recidive, tassi di infezione e di reinterventi, che oltre a mettere a repentaglio la salute del cittadino svuotano le casse dello Stato.
Primo incontro nazionale dei coordinatori IdV
Si è svolto al castello medievale di Clanezzo, sulle montagne sopra Bergamo, il primo Incontro nazionale dei coordinatori di Italia dei valori. Una riunione interna al partito in un'occasione per conoscersi dopo i congressi provinciali degli scorsi mesi, per tracciare un percorso politico a meno di una settimana dal meeting nazionale di Vasto. Ivan Rota, deputato e responsabile nazionale organizzazione IDV, presenta così l'evento: "132 coordinatori tra provinciali e regionali unitamente all'ufficio di presidenza, per affermare quella che è la nostra linea politica, le nostre idee, la nostra prospettiva ma soprattutto il soffermarci su quelle che sono le esigenze che dal territorio arrivano al partito e che il partito rende sotto forma di strumenti, sotto forma di opportunità."
All'incontro anche il presidente Antonio Di Pietro, che in mezz'ora di discorso ha espresso soddisfazione per il bilancio della raccolta firme per i 3 referendum conto il nucleare, la privatizzazione dell'acqua e il legittimo impedimento, ha annunciato il piano di ripartizione finanziaria per le sezioni di partito regionali e provinciali in proporzione all'impegno e ai risultati ottenuti, e ha proposto le linee programmatiche per il perseguimento degli obiettivi vitali: organizzazione e comunicazione con costante presenza sul territorio, presenza in internet, niente inciuci ma soltanto coalizioni con partiti e movimenti con programmi chiari.
L’ESTATE DEI VELENI
L’estate dei veleni. E’ quella appena trascorsa, che lascia l’amaro in bocca insieme con la delusione per una classe politica che deve solo andare via, per lasciare che le persone possano ancora recuperare una speranza.
Leggiamo notizie che per lo più sembrano saghe familiari, ci vergogniamo per gli onori tributati a Gheddafi. Parlano di “squadristi” condannando il Popolo Viola che ha contestato Schifani, mentre dovrebbero analizzare il perché di quella protesta e chiedere umilmente scusa. Bollano come “alto tradimento” quello di Fini nei confronti dei suoi elettori, ma non ricordo la pensassero così nel vergognoso caso di Capezzone o del più antico Bondi. Infine chiedono le dimissioni del Presidente della Camera, cercando di far passare come legge dello Stato l’accaparramento delle poltrone iniziato nel ‘94 proprio da loro.
Eppure una politica di invettive ed una stampa di regime non sono riuscite a far dimenticare e ad oscurare i problemi reali della Nazione. La gente è stanca, protesta ed alza la voce, come è successo con il Presidente del Senato e Dell’Utri, e vorrebbe una vera opposizione, con un PD che si esprimesse come un partito di sinistra.
Così assistiamo alla vergogna di un ministro (Gelmini) che, dopo una riforma di dubbio valore, rifiuta di incontrare i precari della scuola bollandoli come “strumentalizzazione politica”. Che ha dichiarato guerra ai ricercatori dell’università, spingendo quelli attuali su un binario morto, e precarizzando i prossimi. E pensare che erano riforme auspicate per il rilancio, lo svecchiamento ed il recupero di tutto il sistema.
Stessa cosa per la sanità: anche in questo caso riduzione dei precari, taglio del 50% dei fondi destinati alla formazione e, per finire, un vero e proprio furto, il congelamento delle progressioni economiche, già previste e finanziate dal Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro: un attacco grave ed inaccettabile alla Sanità Pubblica. La manovra varata dal Governo, che non rispetta la Costituzione, il diritto al lavoro e alla salute, salvaguarda però le poltrone e le nomine politiche, per le quali, stranamente, sono aumentati gli spazi di manovra e di autonomia. Ma non c’era un accordo comune sul “Via i partiti dalla sanità?”
Se cambiamo scenario il quadro non migliora, con un Sud completamente dimenticato, cancellato dal programma di Governo: che fine ha fatto il famigerato piano per il mezzogiorno? Perché la politica non investe su questo paese, proteggendo gli investitori e controllando il territorio?
Intanto gli altri paesi crescono mentre noi restiamo al palo, basti pensare alla Germania ed ai suoi record economici affiancati da quelli civili, con il disegno di legge varato dal governo per rafforzare la libertà di stampa, grazie al quale i giornalisti non saranno più perseguibili in caso di pubblicazione di materiale riservato ottenuto da terzi. Noi, di contro, abbiamo un’informazione sempre più imbavagliata e manovrata, tanto da meritarci il vergognoso titolo di “parzialmente liberi” da parte dell’Europa e del mondo.
Che farci, anche Obama, per il suo Paese in crisi, non prevedeva tagli sui temi essenziali, come accade da noi, ma progettava una manovra finanziaria che trovasse i fondi necessari per grandi investimenti sulla sanità, la cultura e le energie rinnovabili. Ma anche quello è un altro paese.
Congressi territoriali Giovani IDV, mettiamo in circolo le nostre idee!
Ciao sono Rudi Russo, il Coordinatore Nazionale dei Giovani
dell’Italia dei Valori.
La nostra è una giovanile nuova e dinamica, che insieme al Presidente
Antonio Di Pietro sta cercando di opporsi a questa deriva culturale ed
economica nella quale è scivolato il nostro Paese.
Italia dei Valori è riconosciuta sempre di più come una forza di
Governo, una forza essenziale del centrosinistra che può realmente
creare un’alternativa. E dopo 15 anni di berlusconismo ed
imbarbarimento delle istituzioni molti giovani stanno dunque aderendo
al nostro progetto, molti giovani stanno aderendo all’Italia dei
Valori, perché il compito della nostra generazione è principalmente
quello di riprendersi il futuro che oggi ci viene negato.
Anche tu puoi dare il tuo contributo aderendo al nostro progetto!
In questo settembre la nostra Giovanile è impegnata nello svolgimento
dei propri congressi territoriali: un momento di democrazia interna al
quale tu puoi assistere. Collegandoti al sito www.giovanidivalore.it
puoi trovare tutte le informazioni che riguardano la celebrazione di
questi congressi. È un vero momento democrazia, un momento in cui i
Giovani mettono in circolo le proprie idee.
Puoi venire ad assistere a questi momenti!
Visita il nostro sito e diventa protagonista della Democrazia. Sigla
con noi un patto generazionale per cambiare l’Italia!
Rudi Russo
Coordinatore Nazionale Giovani Italia dei Valori
DI PIETRO PRESIDENTE. ECCO PERCHE' SI'
Ieri sera su IlFattoQuotidiano.it ha preso il via un sondaggio che indica sei personaggi, compreso Antonio Di Pietro, tra i quali votare il più idoneo a sostituire Silvio Berlusconi, il cui governo volge al termine. Ciascun personaggio, oltre che da una foto, è accompagnato da due brevi note: “Perché Sì” e “Perché No” sarebbe adatto a sostituire il Presidente del Consiglio in carica. Sui due "Perché" che riguardano Antonio Di Pietro non sono d'accordo, anzi direi che proprio non c’azzeccano. A legger bene il "Perché Sì", poi, mi pare di trovarmi di fronte ad uno di quei vecchi stereotipi, sul modello che gli italiani sono tutti “pizza e mandolino”. Credo alla buona fede del giornalista del Fatto, testata che apprezzo. Ma vorrei utilizzare il blog per provare a riscrivere in un modo che mi pare più realistico le ragioni del si e quelle del no all’ipotesi di Di Pietro candidato premier alternativo a Berlusconi.
Perché Sì: Perché difende senza eccezioni o ambiguità il principio del rispetto delle regole in un paese che di assenza di legalità sta morendo. Rispetto delle regole che, assieme alla libertà individuale, sono i due pilastri sui quali tutte le grandi democrazie occidentali si fondano. E perché, grazie a Di Pietro, Italia dei Valori oggi è l’unico partito che ha un progetto coerente di rilancio del lavoro e dell’economia italiana. Un progetto presentato in occasione della nostra contromanovra alla finanziaria di Tremonti e che tutti i partiti del centrosinistra ci hanno scopiazzato (pardon …. hanno ripreso. Peccato che gli unici che non se ne sono accorti sono i media, Il Fatto compreso).
Perché No: Perché se diventasse Presidente del Consiglio realizzerebbe per davvero le cose che dice di volere, senza guardare in faccia i potenti, i grandi salotti economici e finanziari, le mille caste d’Italia, le lobby di potere. E l'Italia, si sa, è allergica alle rivoluzioni, anche se pacifiche e, dal Gattopardo in poi, è un paese dove tutto cambia perché tutto possa restare uguale.
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ANIMALI USATI COME CAVIE, L’EUROPA VOTA LA LEGGE
Ieri a Strasburgo il Parlamento europeo ha approvato la legge che disciplina gli esperimenti sugli animali. Chi si aspettava un decisivo cambio di rotta in materia è rimasto deluso. Il provvedimento, infatti, soddisfa solo la lobby degli industriali, che potrà continuare ad usare primati, cani randagi ed altri tipi di cavie, come ha sempre fatto. Solo l'intera delegazione dell'Italia dei valori ha votato, unica tra i parlamentari europei italiani, contro questa direttiva.
Di seguito ospitiamo i commenti di due Europarelamentari IdV
La battaglia contro la vivisezione deve continuare
Di Niccolò Rinaldi
Per educazione e formazione personale, e anche per una lontana militanza nella LAV e in altre organizzazioni ambientaliste, avevo già inquadrato il problema della relazione Jaeggle. Tuttavia il dibattito ha preso subito una piega difficile, in una contrapposizione fra gli interessi della ricerca e anche dei pazienti di malattie gravi e i pochi difensori della dignità degli animali.
Una contrapposizione che ho sempre rifiutato, convinto che la ricerca possa e debba andare avanti senza per questo permettere alcune norme che purtroppo umiliano il nostro concetto di civiltà. Credo infatti che nel XXI secolo la maturità di una civiltà sia segnata anche dal rapporto che essa ha con le creature più deboli, in buona parte alla sua mercé. Nel mio mandato parlamentare ho un percorso a difesa dei "meno tutelati" (consultabile all'interno del mio sito www.niccolorinaldi.it) e considero anche gli animali soggetti di cui la democrazia europea deve farsi carico.
La direttiva approvata questa mattina non è un passo in avanti. Non ci siamo limitati a un voto negativo, che sapevamo sarebbe stato minoritario. Abbiamo cercato, con una richiesta in plenaria, di ottenere il rinvio del testo in commissione, ciò che avrebbe permesso un approfondimento dei vari articoli e uno spazio ulteriore per migliorarli. Anche se ben 170 parlamentari hanno appoggiato la richiesta, presentata dalla collega Alfano in aula, purtroppo anche su questo la maggioranza ha votato altrimenti, in nome di un compromesso che ha ritenuto soddisfacente. Né siamo riusciti a far approvare gli emendamenti del gruppo del Verdi che presentavano alcuni progressi.
Il testo è dunque approvato, con nostro rammarico.
Tuttavia la battaglia non deve necessariamente finire qua. Il trattato di Lisbona prevede la possibilità per un milione di cittadini di rivolgere delle iniziative di legge popolari, e la lotta contro la vivisezione potrebbe costituire un impegno per una mobilitazione della società.
Lo scempio dei diritti degli animali
Di Gianni Vattimo
Senza votazione, poiché si trattava di una cosiddetta seconda lettura, il Parlamento europeo ha approvato una direttiva sulla "Protezione degli animali utilizzati a fini scientifici" che non può non suscitare sentimenti di vergogna in chi ha partecipato alla seduta. Chi aveva lavorato da anni a una soluzione di compromesso – compromesso tra chi? Ovviamente tra difensori dei diritti animali e BigPharma – ha sostenuto che si tratta del miglior compromesso oggi possibile. Ma chi legga onestamente il testo che da oggi è legge europea non può non rilevare che alle molte affermazioni di principio sul rispetto degli animali si accompagnano tali e tante "clausole di salvaguardia" (salvaguardia dell'industria e non degli animali, ovviamente) che il titolo sulla protezione è esplicitamente (e persino cinicamente) contraddetto. Il tono dominante può essere riconosciuto leggendo per esempio l'art. 14: "Gli stati membri assicurano che, salvo non sia opportuno, le procedure (che causano dolore, sofferenza, angoscia, danno prolungato) siano effettuate sotto anestesia totale o locale": si può parlare di "opportunismo"? Chi e come debba decidere sulla "opportunità" non è ovviamente detto. E così in tanti altri articoli. Molto spesso, poi, si parla di qualcosa che "è scientificamente provato" – come se gli stati non sapessero che ci sono posizioni scientifiche diverse proprio su temi delicati come quello della vivisezione –: è il caso dell'art. 11 (si potranno utilizzare animali randagi e selvatici delle specie domestiche nel caso in cui sia "scientificamente provato che è impossibile raggiungere lo scopo della procedura se non utilizzando un animale selvatico o randagio").
Quasi tutti coloro che si sono schierati a favore del testo della direttiva hanno dichiarato la loro insoddisfazione e il proposito di lavorare per un miglioramento nel futuro. Molti hanno ricordato – con untuosa compunzione – che molte malattie oggi si possono curare proprio perché in passato si è sperimentato con animali vivi; come se non si fossero fatti moltissimi progressi nella farmacologia che permettono finalmente di evitare le sofferenze degli animali con altri metodi di esperimento. La preoccupazione di non porre le industrie farmaceutiche europee in condizioni di inferiorità rispetto a quelle di paesi più "tolleranti" è stata uno dei motivi ben visibili nel dibattito: è purtroppo regola, ormai, che le imprese europee delocalizzino la propria produzione verso paesi che presentano tutele ben più blande dei diritti (in particolare quelli sociali). Ma uno degli articoli più assurdi e abbastanza incomprensibili è quello che vieta agli stati membri di legiferare in modo più severo e restrittivo; difficile non accorgersi che anche questo divieto è da intendersi come clausola di salvaguardia dell'industria farmaceutica, che non deve incontrare intralci in nessun luogo del mercato unico.
Due soli fatti si possono menzionare per limitare la vergogna della approvazione della direttiva: i tre emendamenti proposti dai Verdi – miranti a correggere alcuni dei punti più inaccettabili della direttiva (e cioè a introdurre il diritto degli stati membri di adottare leggi più restrittive e il dovere di ricorrere a metodi alternativi alla vivisezione laddove esistano) –, che sono stati respinti a maggioranza; e la richiesta (presentata da Sonia Alfano ma appoggiata dai Verdi e da altri singoli deputati) di rimandare il testo alla Commissione agricoltura del Parlamento (competente sul tema) per un ulteriore ripensamento. Sia gli emendamenti dei Verdi, sia la richiesta di rinvio, sono stati respinti, ma almeno nel caso degli emendamenti c'è stato un voto nominale: gli elettori interessati al benessere degli animali hanno dunque la possibilità quantomeno di leggere i nomi e cognomi dei deputati (una larga maggioranza, purtroppo) che hanno contribuito a questo vero e proprio scempio dei diritti degli animali.
L’OCCUPAZIONE SI DIFENDE FAVORENDO GLI INVESTIMENTI DELLE IMPRESE
Alla luce degli interventi che si sono sviluppati durante il mese di agosto su temi come l’occupazione, le relazioni industriali, il precariato, vorrei proporre alcune considerazioni, anche partendo da spunti di riflessione offerti dagli articoli dell’economista Michele Boldrin, sul Fatto Quotidiano.
E’ incontestabile che senza nuovi investimenti da parte delle imprese, in particolare le piccole e medie, che sono l’ossatura fondamentale della nostra economia, non si crea nuova occupazione. Perché esse investano devono sussistere adeguate condizioni economiche di contesto e di relazioni industriali, tali da garantire il ritorno dell’investimento ed un profitto simile a quello dei concorrenti, che non sono solo italiani ma globali.
Per uscire da questa crisi sono necessari cambiamenti strutturali. Ciò vale per la politica, l’imprenditoria e il sindacato. Berlusconi e Tremonti invece hanno continuato a dire che l’economia andava meglio di quella degli altri Paesi, parte dell’imprenditoria pensa di poter sfruttare l’occasione per tornare ai “padroni delle ferriere”, una parte del sindacato ritiene che tutto sia intoccabile ed immodificabile nei rapporti di lavoro.
A causa della crisi i patrimoni valgono meno, ma il pessimismo delle famiglie sul reddito futuro le induce a ridurre i consumi. Altro dato inconfutabile è che la crisi ha spostato l’ombelico economico del mondo dall’area Occidentale (Usa e Eu) a quella Orientale (Cina e India), con l’ingresso nel mercato (anche del lavoro) di 3 miliardi d'indo-cinesi produttivi e poco costosi.
L’ulteriore conseguenza è la distruzione di aziende e posti di lavoro, specialmente a medio-basso valore aggiunto, legata a beni e servizi che non saranno più prodotti dalla nostra industria, poiché Cina e Far East saranno sempre più “la fabbrica del mondo”. Gli imprenditori, quindi, dovranno trovare altre “idee imprenditoriali” innovative: migliaia di lavoratori, di converso, dovranno cambiare o apprendere un nuovo lavoro.
Per questo gli incentivi del governo all’acquisto di beni come automobili ed elettrodomestici si sono rivelati inutili, illusori, in definitiva uno spreco di denaro pubblico. Per molti di questi beni la competizione è stata vinta da produttori localizzati nei paesi meno avanzati e tale fatto è ormai irreversibile. Per l’Italia la situazione è peggiore perché da quindici anni la sua industria perde competitività rispetto ai suoi concorrenti europei tradizionali: in pratica il valore aggiunto per ora lavorata cresce meno che nel resto della UE.
Possiamo uscire dalla crisi dunque attraverso una ristrutturazione industriale, che non può che basarsi su una sostanziale mobilità del lavoro e con l’innovazione continua. Come rileva Boldrin “Processi di riconversione sono in corso in tutti i paesi del mondo, a velocità e con risultati diversi. Le politiche che contano sono quelle del lavoro e contrattuali, dell’istruzione superiore, dei servizi (trasporto, comunicazione, finanza, legali), della ricerca scientifica, della regolazione dei mercati e dell’eliminazione dei monopoli. Tutti terreni su cui sia questo governo, sia il precedente, ancora non hanno fatto nulla... In questo quadro la politica fiscale conta nella misura in cui riesce a ridurre la propria complessità e il proprio carico su imprese e lavoratori.”
In tal senso le politiche del governo tedesco, come la riduzione delle tasse alle aziende, le misure per favorire la mobilità del lavoro, la cooperazione fra imprese e lavoratori nella riduzione dei costi, gli incentivi alla ricerca, la riqualificazione del sistema universitario sono in qualche modo un esempio da seguire, come ha sollecitato il Governatore della Banca d’Italia, Draghi.
In tale contesto deve essere inquadrato anche il caso FIAT: la denuncia di un modello di relazioni industriali che essa ritiene oggi incompatibile con i principi di convenienza economica dell’investimento, per rendere possibile il quale offre condizioni di lavoro diverse rispetto al passato. Penso che in futuro avremo tanti casi Fiat, anche tra le imprese minori. Non è che si possano fare le barricate! Altro è stabilire una volta per tutte un principio: quando un’azienda riceve un contributo pubblico (Dio solo sa quanti ne abbia ricevuti al Fiat) sottoscrive un regolare contratto con lo Stato e se vuole liberarsi degli impegni assunti deve restituire integralmente quanto ricevuto.
MENTRE LE CICALE DEL PARTITO DELL’AMORE CANTAVANO, LE FORMICHE IDV COSTRUIVANO
L’11 e 12 settembre al Castello di Clanezzo (BG) i quadri dirigenti di Italia dei Valori si incontrano per organizzarsi in vista delle prossime scadenze elettorali
Lo scorso mese di febbraio oltre 100.000 iscritti al partito hanno approvato la linea politica del presidente Antonio Di Pietro, i congressi sono stati celebrati in ogni provincia, un’organizzazione capillare fatta di oltre 3.000 dirigenti e 1.500 eletti è pronta per rendere possibile l’alternativa di governo prospettata da IDV.
Mentre in questi mesi le cicale del partito dell’amore e delle altre forze politiche cantavano su emittenti televisive e media di ogni genere, le laboriose formiche di IDV costruivano sul territorio una capillare organizzazione pronta ad affrontare gli scenari elettorali che stiamo avvertendo sempre più possibili.
I prossimi 11-12 settembre presso il Castello di Clanezzo in provincia di Bergamo si terrà “l’incontro nazionale dei coordinatori” un appuntamento che vedrà i 132 coordinatori del partito (provinciali e regionali) impegnati a condividere gli obiettivi e fissare le regole organizzative dei prossimi mesi; un incontro operativo al quale sarà presente l’intero Ufficio di Presidenza del partito.
Il presidente Antonio Di Pietro aprirà i lavori.
La calda estate ormai alle spalle ha messo in evidenza tutte le contraddizioni del centro destra che Italia dei Valori, dall’inizio della legislatura, sta denunciando con forza rispettando il mandato degli elettori e assolvendo al ruolo di partito di opposizione previsto dalla Costituzione.
Fino a poche settimane fa eravamo i soli che tra il disprezzo e la mal sopportazione delle altre forze politiche esprimevano i rischi sociali di un modello berlusconiano basato sull’inganno; ora sembra che in molti si siano convertiti al “pensiero dipietresco”.
Non vogliamo essere gli unici depositari dei nostri valori fondanti; a chi è venuto sulle nostre posizioni diciamo: finalmente avete trovato il coraggio di dirlo, benvenuti nel partito degli onesti.
Benvenuti se alle parole farete seguire le azioni, altrimenti la vostra è pura ipocrisia a fini elettorali.
Noi siamo pronti e l’appuntamento di Bergamo, unitamente alla festa programmatica di Vasto in programma dal 17 al 19 settembre, sono la miglior risposta a chi da tempo ci denigra.
PRESENTAZIONE DIPARTIMENTO SCUOLA
Il Dipartimento Scuola è la risposta all’esigenza di occuparsi, migliorare e valorizzare un settore, quello dell’istruzione, fondamentale per la crescita umana, civile e culturale del Paese, ma che non è stato oggetto per decenni di riflessioni critiche appropriate e di conseguenti apporti costruttivi.
Costituisce pertanto la sede specifica all’interno della quale elaborare una proposta di riforma della scuola di ogni ordine e grado, dall’infanzia alle superiori, partendo dalla consapevolezza della necessità di investire risorse economiche ed umane. Risponde ad una esigenza già da tempo impellente e resasi ineluttabile dopo gli interventi di questo governo che stanno determinando un rapido e progressivo deterioramento della qualità dell’istruzione pubblica del Paese, perché dettati principalmente dalla logica del mero risparmio economico senza alcun fondamento didattico e pedagogico. Risulta evidente infatti che tali provvedimenti siano funzionali ad una revisione della scuola in senso minimalista e antidemocratico, spesso giustificata con riflessioni sostanzialmente risibili esternate dal Ministro.
Tra le attività che il Dipartimento si prefigge di intraprendere nell’immediato rientrano le interrogazioni e interpellanze parlamentari con le quali si chiamerà il Ministro a rispondere dei danni prodotti nella scuola da una politica di tagli cieca e scellerata.
Il Dipartimento sarà presente sul sito nazionale di Italia dei Valori per monitorare costantemente l’attività del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e informare i cittadini sulle ricadute della politica governativa sulla vita scolastica, aprendosi al confronto con tutte le realtà che operano nel mondo della scuola: dirigenti scolastici, insegnanti, personale ATA (personale ausiliare, tecnico, amministrativo), studenti, genitori, ricercatori e docenti universitari.
Il Dipartimento Scuola si impegnerà nel tentativo di coinvolgere e aprire delle finestre di dialogo con il mondo del lavoro e quello dei giovani, coordinandosi con il Dipartimento giovani già presente nel partito.
Le iniziative informative, divulgative e di confronto del Dipartimento Scuola saranno intraprese anche attraverso comunicati agli organi di stampa e l’organizzazione di Convegni su tutto il territorio nazionale, in sinergia con l’ambito sindacale e con le realtà territoriali di Italia dei Valori. I Convegni avranno lo scopo di rendere noto il progetto del Dipartimento e accogliere le istanze sia di chi vive la scuola ed è capace di indicarne gli elementi di debolezza sia di esperti di didattica e pedagogia in grado di formulare eventuali proposte migliorative.
FEDERMECCANICA CONTRO GLI OPERAI, DISDETTO IL CONTRATTO DI LAVORO
Quello alle porte rischia di essere un autunno molto caldo per il mondo del lavoro. Se così sarà, la responsabilità ricadrà su Cofindustria e su un governo attentissimo alle esigenze delle lobby di poche grandi imprese, ma totalmente sordo alle richieste e ai diritti dei lavoratori.
Con una mossa che la dice lunga sulla longa manus dell’Amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, il direttivo di Federmeccanica ha infatti dato mandato al presidente, Pierluigi Ceccardi, di comunicare fin d'ora il recesso dal Contratto nazionale siglato il 20 gennaio 2008, a partire dal primo gennaio 2012. La disdetta, ha dichiarato lo stesso Ceccardi, è avvenuta “a fronte delle minacciate azioni giudiziarie della Fiom relative all'applicazione di tale accordo” ed è comunicata “in via meramente tecnica e cautelativa allo scopo di garantire la migliore tutela delle aziende”. Una spiegazione che non convince e che dimostra, ce ne fosse stato bisogno, la dirompente portata delle condizioni di fatto “imposte” dalla Fiat ai lavoratori di Pomigliano d’Arco con l’accordo separato dello scorso giugno. Condizioni che ora si cerca di diffondere ad altre realtà produttive e che incideranno in maniera definitiva sul sistema economico e industriale del nostro paese nel suo complesso, e che dissiperanno sempre più il patrimonio di diritti faticosamente conquistati in decenni di lotte sindacali.
Anche per questo é incredibile e indegno che Federmeccanica paragoni ad una minaccia la legittima richiesta della Fiom del rispetto delle leggi vigenti. L’Italia dei Valori non tollera lo stravolgimento del significato delle parole di chi, in difesa esclusiva dei lavoratori, si rivolge ad un tribunale per avere il rispetto della legalità. La Fiom non può essere considerata una minaccia da combattere. La legge e i contratti sottoscritti, in particolare quello del 2008, possono essere certo disdetti, ma un contratto rimane in vigore fino a che non verrà sostituito da un altro in materia di lavoro e firmato dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative.
Tutto questo ci dice che la mossa di Federmeccanica, al fine dello scopo dichiarato, risulta totalmente inefficace e, probabilmente, è stata suggerita da un altro esperto nell’aggiramento delle leggi italiane, Niccolò Ghedini.
PANORAMA GIUSTIZIA
L’approccio insofferente che il centrodestra ha con la Giustizia non è antico, essendosi manifestato in misura marcata solo nell’ultimo decennio. Ci sono fattori di influenza dell’insofferenza (a volte ostilità) che hanno interferito pesantemente. Ossia:
1. la posizione personale di Berlusconi, comprensibilmente rancoroso verso il mondo della giustizia che ha messo il naso nei suoi affari, evidenziandone deviazioni illecite. Il rancore si è tradotto e si traduce nella ricerca di contromisure e nel tentativo (spesso riuscito) di modificare la legislazione vigente per depotenziare o annullare l’iniziativa giudiziaria. Berlusconi appare convinto (ed ha convinto molti) d’essere vittima di una aggressione da parte della magistratura. In molte occasioni, la sua convinzione è sincera. Siffatta convinzione è una categoria psicologica frequente nel “popolo” dei soggetti di indagine e di processi. Nella vicenda Berlusconi, alla condizione psicologica, si è accompagnata la possibilità di dare concretezza alla propria convinta autoassoluzione e giustificazione di condotte, con l’uso del potere mediatico e legislativo. La condizione psicologica frustrata, porta il “popolo” delle sedicenti “vittime”, a solidarizzare con la “vittima” che, invece, riesce a concretizzare, una forma fattiva di reazione alla “giustizia”).
Siffatto modello solidaristico è, peraltro, inevitabilmente connotato da reciprocità: la sedicente “vittima” della “giustizia”, è destinatario della istintiva solidarietà di chi si pone nella medesima condizione antagonista alla giustizia. Tornando alla fattispecie concreta, è conseguenziale che Berlusconi si venga a collocare in quel popolo, omologato e omologante, di antagonisti alla giustizia, a prescindere dalla specificità delle singole condotte illecite generatrici della condizione psicologica autoassolutrice e ammortizzatrice.
Non è, quindi, umanamente giustificabile la pretesa di volere affrancare Berlusconi dalla sua posizione antagonista alla giustizia: non è possibile interferire positivamente, mutandone l’indirizzo, con uno status psicologico che, in quanto tale, è frutto di sedimentazione.
Il raziocinio e la psiche, obbediscono a criteri e forze diversi, non sempre (se non difficilmente) coincidenti. Gli stati psicologici sedimentati diventano, anzi, un filtro dell’attività raziocinante.
Siffatta condizione, sin qui descritta, coinvolge adesivamente l’ulteriore popolo attratto per “simpatia” che, proprio per non essere soggetto di condotte necessitanti di processi autoassolutori o ammortizzatori, ancora più facilmente (superata la condizione psicologica di avversità ed entrato, quindi, nella sfera “simpatica”) sarà sodale, non per omologazione di status antagonista alla giustizia, ma per gli effetti della sedimentazione della “simpatia”.
Le forme di “ostilità” e le occasioni, sono le più disparate (ma tutte riconducibili alla medesima sedimentazione psicologica di “avversione”), spaziando da Cogne, a Perugia, a Garlasco, ai processi di mafia, ai processi Andreotti e Contrada, alle inchieste sulle cricche, alla sentenza Reggiani (con concessione delle attenuanti agli assassini, pur decise da una Corte presieduta da un magistrato vicino al PDL, il dott. Gargani, fratello del responsabile della giustizia del PDL al parlamento europeo ed, egli stesso, stretto collaboratore del Ministro Alfano), ai collaboratori di giustizia, etc.
L’essere, cioè, “anti” tutto ciò che è estrinsecazione dell’attività indagatrice, inquisitoria e decisionale della funzione giurisdizionale.
In ciò avendo una utile sponda contrapposta, nelle posizioni definibili di “gretto, approssimativo e rozzo giustizialismo”.
Affiancata a siffatta pregiudiziale, si sviluppa una tecnica di bilanciamento, sforzando al massimo il dato dei buoni risultati ottenuti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine nella lotta alla criminalità organizzata, appropriandosene come se le confische ed i sequestri non fossero il risultato dell’attività giurisdizionale, ma invece riconducibili alla iniziativa del governo.
La norma introdotta che consente il sequestro dei beni, prescindendosi dalla misura di prevenzione personale, è stata recepita dal nostro disegno di legge presentato a giugno 2008, così come l’inasprimento del 41 bis.
E addirittura autocelebrandosi per gli arresti di mafiosi, frutto di anni e anni di ricerche. Lo slogan è “mai come noi nella lotta alla mafia”, dimenticando che dal 1992 al 1996, vennero arrestati centinaia di mafiosi (e, tra essi, i capi Riina, i fratelli Graviano, Bagarella, Brusca, Aglieri, Greco, Troia, Ganci, Cangemi, etc, ossia il ghota di Cosa Nostra), incidendo profondamente sulla solidità e operatività dell’ala militare dell’organizzazione criminale e, sorvolando, sui casi Dell’Utri, Cosentino, Fondi e dell’“eroe” Mangano.
2. L’altro fattore di insofferenza con la Giustizia, è nel fatto che la sinistra si è trovata nel campo adesivo dell’iniziativa giurisdizionale, così rendendo difficile la coabitazione, nello stesso campo, con il centrodestra. La contrapposizione politica ha determinato un effetto trascinamento.
C’è, senza dubbio, un processo di rimozione del pregiudizio ideologico nella scelta di collocazione nel campo dell’antagonismo o dell’adesività alla Giustizia. È, però, un processo lento e difficile, drenato dall’inevitabile (ma non positiva) degenerazione del radicalismo.
In questo quadro di insofferenza, si collocano le annunciate ulteriori iniziative di modifica legislativa avanzate dal governo:
a) rendere più complessa la qualità della prova penale, ove rappresentata da dichiarazioni di coimputati o coindagati (anche se non nello stesso processo ma in altro collegato). Insomma la “parola” del complice dovrà valere di meno.
b) Rendere più complessa la sintesi del giudicare, attraverso la insopprimibilità delle prove proposte da una parte processuale con l’evidente incentivo alla patologia della proposizione di mezzi di prova sovrabbondanti e ripetitivi, a fini chiaramente dilatori, non più contenibile attraverso l’esercizio del potere di sindacato e conferenza e, quindi, dell’ammissibilità della prova proposta.
c) Impedire che l’accertamento di un fatto possa essere il risultato di una attività consacrata in una sentenza emessa in un altro processo, ma pretendere l’autonomia assoluta di ogni processo e la impermeabilità degli accertamenti da acquisire, rispetto a quelli già acquisiti in diverso processo.
All’evidenza, le tre annunciate proposte (già pendenti ma, al momento, accantonate) vanno tutte nella direzione di interferenza con il processo Mills (avvocato inglese, teste corrotto da Berlusconi), ossia:
a) allungare a dismisura i tempi del processo, nell’ottica della prescrizione del reato, con l’impossibilità per il giudice di valutare l’ammissibilità delle prove proposte e limitare, quindi, il ricorso abusante ad esse;
b) impedire che le dichiarazioni accusatorie di Mills (rese più volte, prima della ritrattazione) possano essere valutate nel processo al coimputato Berlusconi;
c) impedire che la sentenza definitiva Mills che ha accertato specifici fatti, possa essere acquisita ed utilizzata nel processo al coimputato Berlusconi (processo che era unico ma, poi, separato a causa della legge – dichiarata successivamente incostituzionale – che porta il nome “lodo-Alfano”).
Questo lo scenario.
L’IDV marcherà la propria netta opposizione, avendo, in materia di giustizia, presentate oltre 25 proposte di legge di riforma strutturale (ufficio per il processo e riqualificazione del personale amministrativo), di riforma di sistema (procedura penale, procedura civile, penale sostanziale, diritto societario e fallimentare, diritto processuale del lavoro, normativa antimafia e di prevenzione), di interventi settoriali (banca dati del DNA, ratifica delle convenzioni sulla corruzione e modifica dei delitti contro la pubblica amministrazione, ratifica della convenzione sul terrorismo internazionale e razzismo con modifiche all’ordinamento interno, istituzione delle squadre investigative sovranazionali).
Alcune delle proposte di legge dell’IDV sono diventate legge (banca dati DNA e prelievi coatti, ratifica della convenzione sul terrorismo, parte delle proposte di intervento sul codice processuale civile, parte delle proposte in materia di prevenzione antimafia e alcune di procedura penale), altre sono in via di approvazione.
Il nostro voto contrario, in sede parlamentare, è dipeso dal rilievo che l’estrapolazione di alcune nostre proposte (recepite nelle proposte del governo e della maggioranza) hanno comportato una compromissione di riforma organica a tutto campo, risolvendosi in una soluzione rattoppatrice, di fatto disarmonica ed inefficace.
Sul nostro sito le nostre proposte sono consultabili (è sufficiente cliccare, nella prima pagina del sito, su “Senato”, quindi sul nome Li Gotti, aprire la scheda e, nella scheda, sulla voce “iniziative legislative”) nel testo articolato e in quello esplicativo nonché nella discussione svoltasi o in fase di svolgimento.
Chiunque potrà interloquire e, dopo averne esaminato il contenuto, offrire contributi integrativi e modificativi.
Abbiamo la consapevolezza della nostra limitatezza comunicativa e divulgativa del fatto che l’IDV offra un’ampia articolazione di proposte per la Giustizia.
È però ben possibile (e facile) sapere tutto attraverso la conoscenza offerta dal nostro sito e, così, coprendo, una non modesta platea di possibili interessati.
Di fatto, tutta l’attività parlamentare dell’IDV (e siamo, in assoluto, il primo partito in materia di iniziativa parlamentare) è conoscibile sin nelle virgole. Basta consultare con semplici operazioni, non essendo del pari giustificabile che, addirittura, ruoli strutturati del partito possano, a volte, sconoscere, il nostro “prodotto” e farsi propugnatori di promesse di intervento su materie sulle quali, anche da oltre due anni, si è già intervenuti.
È nostro dovere fare, conoscere e divulgare la conoscenza: è il solo metodo per supplire alla oggettiva limitatezza mediatica.
La propaganda deve divenire militanza della propaganda ottimizzando gli strumenti che abbiamo.
Abbiamo, in definitiva, una linea ben tracciata, articolata, esplicitata sull’intero panorama della Giustizia e, lungo questa direttrice, continueremo ad operare.
Angelo Vassallo, ovvero l'ultima vittima dell'arroganza camorrista
Ovvio che bisognerà aspettare le indagini. Ovvio che prima di ogni commento dovremo attendere le valutazioni degli investigatori. Ma una cosa possiamo già dirla e dirla ad alta voce: la camorra, a Pollica (Salerno) ha ucciso un sindaco, Angelo Vassallo, che amava profondamente il suo territorio e il rispetto delle regole. Amava la legalità e sapeva di rischiare la vita in una terra in cui lo Stato ha abdicato al suo ruolo e in cui rimangono in trincea solo pochi uomini e poche donne. Vassallo lo sapeva, ma non ha mollato la presa e per questo è stato ucciso.
E’ così che, ancora una volta, la camorra mette a tacere chi non è avvicinabile, chi non striscia senza dignità davanti ai boss, chi anzichè parlare con i mafiosi si confida con i magistrati quando fiuta il puzzo della criminalità. La grande e stucchevole camorra costretta alle armi da un sindaco di 57 anni che amava la sua famiglia, il mare e i frutti di quelle acque che grazie alla sua tenacia erano rimaste tra le più limpide della Campania. Un primo cittadino esemplare che con le sue battaglie per la legalità e per il rispetto dell'ambiente aveva dato fastidio ai signori della morte e della distruzione.
Non possiamo che prendere atto di come l’omicidio di Angelo Vassallo sia l’acuto della camorra, la volontà di riaffermare il proprio potere e la propria influenza in quei territori. Quelle pallottole, nove, hanno due scopi: mettere a tacere Vassallo e le sue denunce e avvertire chi rimane. "Chi si mette di traverso sulla strada della camorra per difendere il proprio mare, il proprio territorio, chi lo preserva dai rifiuti illegali delle mafie fa questa fine". Questa è la lettura di quegli spari nella notte. Spari feroci nel buio che mi ricordano l'assassinio di mio padre. Ma mi ricordano, altresì, l’omicidio di Gaetano Longo, ormai dimenticato sindaco di Capaci (Palermo) ucciso la notte del 17 gennaio 1975. Aveva traghettato Capaci dallo stato d’indigenza a paese che si affacciava alla modernità, con l’avvio di una serie di opere di urbanizzazione primarie. Solo nel 2002 fu riconosciuto vittima innocente della mafia.
“Era un uomo che si batteva contro l'illegalità ed era sempre in prima linea. Quando accadeva qualcosa di particolare sul suo territorio, me lo segnalava” ha detto di Vassallo il pubblico ministero che conduce le indagini, Alfredo Greco. E le parole del magistrato valgono più di ogni altra garanzia per noi sulla dinamica e sul movente dell’omicidio. Come Dipartimento Antimafia dell’Italia dei Valori siamo allarmati e preoccupati per quello che è accaduto e per quello che accadrà a Pollica e nel salernitano. E ci chiediamo come il Governo intenda ora rispondere a questo ennesimo affronto della camorra. Se mandando ancora una volta i soldati a fare inutili ronde con i carabinieri con l'unico risultato di consumare carburante, umiliando i militari e la loro professionalità, o se per esempio cacciando dalla Camera il "loro" Nicola Cosentino, accusato di essere uomo del clan dei casalesi e ancora coordinatore del Pdl in Campania, giusto per chiarire da che parte stanno.
Purtroppo sappiamo già come finirà. Come tante altre storie di mafia, ovvero che il sacrificio del sindaco ambientalista sarà presto dimenticato, qualche lapide sorgerà sul lungomare e la camorra andrà ad amministrare anche Pollica. Ricordo soltanto, senza alcuna polemica, che Angelo Vassallo era un esponente del Partito Democratico, anche se negli ultimi tempi aveva assunto una posizione abbastanza critica nei confronti della sinistra. Mi chiedo se il Pd ora la smetterà di difendere dai fischi il presidente del Senato Schifani, in passato socio in affari con noti mafiosi, e intraprenderà una seria politica antimafia, iniziando proprio dal patrimonio lasciato da quel sindaco agguerrito.
Per quanto ci riguarda sorveglieremo in modo speciale Pollica ed il comprensorio, e lo faremo in nome di Angelo Vassallo, a cui promettiamo che non lasceremo il suo territorio in mano alla camorra. Veglieremo sulle elezioni, sugli atti amministrativi e saremo pronti a denunciare ogni fonte di sospetto, confrontandoci con le realtà del territorio che vorranno aiutarci in questo compito. In questo modo diremo ancora una volta alle mafie che gli uomini passano ma le idee restano, e che noi sopravviveremo sempre un giorno di più alla loro sporca organizzazione.
Alla diagnosi di Fini manca il finale
Quel che ha detto l’onorevole Fini a Mirabello è la diagnosi, giusta anche se incompleta, del fallimento di Silvio Berlusconi e del Popolo della Libertà in questa legislatura. Fini ha indicato con precisione le ragioni della disfatta: il culto eccessivo del capo carismatico, il disprezzo evidente della legalità, la politica estera, culminata nella intollerabile amicizia senza condizioni con il dittatore libico GHEDDAFI, un federalismo che confina con lo spirito di secessione inaccettabile della Lega Nord di Umberto Bossi, alla fine un partito illiberale e non in grado di favorire il dibattito o il dissenso.
Oggi, ha detto il presidente della Camera, non esiste il PDL, esiste soltanto il partito del “predellino.”
E’ difficile non essere d’accordo con l’ex segretario di Alleanza Nazionale che ha detto a Berlusconi quel che noi dell’Italia dei Valori stiamo dicendo da due anni con monotona ma necessaria insistenza.
Certo, noi parliamo (ed è necessario) di P2 e di P3 e ricordiamo ogni giorno che la classe politica di governo è fortemente inquinata e compromessa sul piano morale e politico
Non possiamo dimenticare i ricorrenti problemi giudiziari del presidente del Consiglio, le condanne per mafia del suo braccio destro Dell’Utri, quelle dell’ex vicesegretario dell’UDC Cuffaro e potremmo continuare quasi all’infinito.
Ma, di fronte alla svolta decisiva del presidente della Camera, possiamo ritenere che il suo passato fascista - che tutti ricordiamo - non sia più un ostacolo per la convivenza civile all’interno della costituzione repubblicana ma chiedergli, tuttavia, la coerenza necessaria nella sua azione politica.
Si può comprendere l’esigenza di non stracciare il patto elettorale ma la coerenza sui provvedimenti legislativi, come del governo in carica, dobbiamo chiederla a Gianfranco Fini.
Altrimenti il discorso di Mirabello non è la svolta che tanti di noi aspettavano e diventa un annuncio senza seguito: e questo segnerebbe la fine del politico, che oggi potrebbe essere il leader di quella destra democratica ed europea di cui l’Italia ha bisogno non da oggi.
Quei futuristi nostalgici del passato
Sponsorizzata e patrocinata da Ministero della gioventù, Comune di Roma, Regione Lazio e Comitato provinciale del CONI, pubblicizzata da manifesti e siti Internet, il 4 settembre si è tenuta a Roma la “Corsa futurista”. Lo scopo esplicito dell’iniziativa è stato quello di rendere un tributo al Movimento futurista e a Filippo Tommaso Marinetti, suo fondatore.
Cosa c’è di strano in tutto ciò?
Il futurismo è stato un fenomeno culturale complesso che ha influenzato le avanguardie artistiche e culturali del ‘900. Ma è stato anche parte fondamentale della temperie che ha nutrito il fascismo.
Questo non sarebbe certo motivo per non approfondire il livello di comprensione della cultura futurista o anche per non ricordarne la sua influenza sulla cultura italiana..
Questa volta, però, si rievoca una manifestazione di stampo futurista semplicemente e acriticamente per rendere omaggio al Manifesto futurista e al suo fondatore.
Un ragazzo o una ragazza che parteciperanno a quella corsa che cosa ne trarranno? Impareranno qualcosa sul futurismo o saranno coinvolti nella celebrazione acritica di valori che includevano, oltre alla provocazione e alla sperimentazione artistica, anche l’esaltazione della violenza e della guerra?
Gli spiegheranno che il movimento futurista, oltre ad esaltare la modernità, fu tra gli organizzatori e i promotori dell’incendio della redazione milanese de “L’Avanti”? – uno dei primi episodi di squadrismo?
Saprà che il “Manifesto futurista” recitava: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”.
E’ evidente che, con la corsa futurista la cultura non c’entra niente e neanche lo sport. Gli organizzatori presentano l’iniziativa come un tributo al futurismo. Ma io mi chiedo se lo Stato Italiano, nato dalla Resistenza e dalla sconfitta del fascismo debba, non discutere o approfondire, ma rendere onore a quei valori.
Mi sembra cioè che siamo di fronte ad una operazione di revanchismo culturale di nostalgici sconfitti dalla Storia che usano il futurismo per restituire dignità, con la sponsorizzazione delle Istituzioni, a parole d’ordine ed idee che anch’esse furono incubatrici delle immani tragedie del novecento.
Una operazione di revanchismo culturale che fa tutt’uno con l’opera di destrutturazione e demolizione della Costituzione Italiana che il regime berlusconiano sta portando avanti.
Le Istituzioni, nelle loro politiche culturali, non possono che fare riferimento alla Costituzione Italiana e ai suoi valori. E per questo devono usare le proprie risorse.
Le istituzioni devono contribuire alla riflessione, all’approfondimento. Non omaggiano acriticamente.
Tutto ciò è tanto più preoccupante e triste perché, nel frattempo, grazie ai tagli alla cultura, i teatri chiudono, si tagliano i fondi alle istituzioni culturali, alla scuola, alla ricerca, all’Università, e i giovani intellettuali non hanno altra scelta che la via dell’emigrazione.
FIAT, LE QUATTRO QUESTIONI CHE CERCANO UNA RISPOSTA
La questione Fiat è prepotentemente all’ordine del giorno in Italia. Dalla vicenda di Pomigliano (rinuncia ai diritti dei lavoratori in cambio di investimenti) a quella di Melfi (tre licenziati per aver
svolto lo sciopero) all’uscita dal Gruppo Fiat di Iveco (camion) e CNH (macchina movimento erra), si pone una sola domanda: cosa sta accadendo davvero in Fiat?
Balza all’occhio di chi conosce le vicende industriali italiane la clamorosa esagerazione tra i comportamenti repressivi della Fiat e i problemi che essa dichiara di voler risolvere. C’è ben altro.
Illuminante è l’intervista di Cesare Romiti sul Corriere della Sera di sabato 28 agosto. E’ come se la Fiat stesse cercando il capro espiatorio per nascondere le proprie responsabilità su ciò che accadrà negli stabilimenti italiani nel breve-medio periodo.
Romiti afferma che con il sindacato l’impresa può scontrarsi, come lui ha fatto, ma perseguire la divisione dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali, tanto più quando si tratta del sindacato più
rappresentativo di tecnici ed operai, la Fiom, si rivelerà un grave errore visto che l’impresa ha bisogno di efficienza, flessibilità, qualità e consenso. In Europa abbiamo un esempio di come si può rispondere alla crisi con risultati concreti ed è la Germania. Lì, il consenso dei lavoratori, del sindacato ed il valore determinante del voto dei lavoratori sui contratti nazionali e non certo la sola firma dei sindacalisti sono le carte vincenti. E’ da ultima la notizia dell’interesse della
Volkswagen per l’Alfa Romeo dopo aver acquisito la Porsche.
La politica nel settore dell’auto tedesca ha permesso di non abbassare i salari e i diritti dei lavoratori. Esattamente il contrario di quanto sta accadendo in Italia, dove il Governo, invece di essere luogo di soluzione del conflitto si è trasformato nello zerbino della Fiat soffiando sul fuoco degli accordi separati e della divisione dei lavoratori con lo splendido risultato di mantenere l’Italia in uno stato di blocco economico sostanziale mentre altri Paesi stanno reagendo con più efficacia.
Il grave, enorme errore del Governo è quello di aver trasformato il confronto sul futuro dell’industria manifatturiera di qualità in Italia in uno scontro ideologico. Come si dice, quando non sai cosa fare basta buttarla in politica e tutti avranno ragione.
Ecco che la Fiat in questa situazione di stallo decide la mossa: licenzia e reprime per ricontrattare con lo Stato italiano ed il nostro sistema bancario risorse e condizioni di cui ha impellente bisogno perché le difficoltà sono ben più grandi di quelle sin qui dichiarate. Sono 4 le questioni che cercano risposte:
1) La Fiat è azionista (25%) della Chrysler americana, la quale deve restituire al Governo Usa il prestito avuto per evitare il fallimento. La Fiat deve crescere (35%) la propria partecipazione
azionaria in Chrysler parallelamente alla restituzione del debito e può arrivare fino al 51%. La Chrysler non sta perdendo come nel passato ma non ha certo gli utili necessari per coprire il prestito, quindi agli azionisti servono soldi, alla Fiat serviranno soldi. Dove intende reperire questi soldi?
2) La Fiat Group ha un debito molto consistente che regge se il mercato tiene. Il precedente piano finanziario quinquennale prevedeva per il 2009 l’azzeramento del debito che invece è risalito a 4,4
miliardi e quest’anno il debito netto della attività industriali si avvicinerà ai 6 miliardi. I dati del mercato italiano dell’auto nei primi 7 mesi del 2010 registrano un calo del 30%, a luglio il marchio
Fiat ha perso in Europa oltre il 32%, quasi il doppio del mercato europeo che è sceso del 17%. Si prospetta un 2011 molto difficile in attesa di nuovi modelli. Quanti soldi servono per reggere i problemi di bilancio alla Fiat?
3) La Fiat ha comunicato che intende reperire risorse finanziarie creando una nuova società con Iveco e CNH. Dalle notizie apparse sul Sole 24 Ore recentemente, su questa società si caricherebbe il 60% dell’attuale debito del gruppo con la conseguenza che i risultati di Iveco dovrebbero coprire gli interessi sul debito riducendo le capacità di investimento. Tutti sanno che senza forti investimenti gli stabilimenti italiani sono a rischio ed è in questo contesto che si dovrebbero porre le domande e le preoccupazioni sul futuro dell’Iveco e di CNH, perché due sono i rischi quando si drenano risorse per pagare il debito: o un graduale e irreversibile ridimensionamento o una cessione di Iveco e CNH ad uno dei soggetti industriali protagonisti del settore e a nulla servirebbe se i lavoratori decidessero di lavorare il doppio con lo stesso stipendio. La questione è una sola: quanti danari la Fiat intende mettere a disposizione per l’Iveco e CNH?
4) La Fiat ha comunicato che la 500 elettrica verrà prodotta negli Usa, che nuovi modelli verranno prodotti in Serbia mantenendo lo stabilimento polacco. Quindi l’asse industriale sarà Usa-Brasile ed Europa dell’est, tanto è vero che ha deciso di chiudere nel 2011 lo stabilimento italiano di Termini Imerese senza porsi nemmeno il problema dell’alternativa. In Italia il mercato dell’auto vale oltre 2 milioni di auto vendute ogni anno, la Fiat produce in Italia 650mila auto mentre in Germania,
Francia e Giappone la produzione di auto è superiore al proprio mercato. Quindi per realizzare l’obiettivo di costruire in Italia almeno 1,2 milioni di auto è necessaria una forte spinta innovativa
verso modelli a basso impatto ambientale e ad alto valore aggiunto. Servono soldi. Dove la Fiat intende reperire le necessarie risorse?
Nel passato lo scambio Fiat – Stato italiano è stato quello di dare soldi pubblici in cambio di investimenti nel nostro Paese. La novità di oggi è che si discute comunque di risorse nazionali, siano esse pubbliche o del sistema bancario, per progetti che non riguardano il nostro Paese mettendo a rischio anche quegli stabilimenti che vanno bene come l’Iveco e CNH. Il risultato sarebbe quello di drenare risorse per la Fiat a scapito della Piccola e Media Impresa che al contrario dovrebbe avere più accesso al credito e meno burocrazia. Ecco perché parlare di Fiat ancora una volta significa parlare del futuro del nostro Paese e cioè dell’impresa che non può essere assistita come nel passato e del lavoro per le nuove generazioni.
STATI VEGETATIVI, DAL GOVERNO POSIZIONI IDEOLOGICHE
In luglio il sottosegretario Eugenia Roccella ha illustrato al parlamento il libro bianco sugli stati vegetativi, elaborato dal Ministero della salute.
Basta sfogliare questo testo per far nascere immediatamente due ordini di perplessità.
La prima di queste riguarda parti del documento, ma in generale la filosofia che ispira l’intero testo, che danno l’idea di trovarsi non davanti ad una relazione elaborata rigorosamente sulla base di criteri tecnico scientifici, bensì ad una relazione prevalentemente politica che ha come fine principale quello di certificare un teorema.
In particolare è difficilmente condivisibile quanto riportato nell’introduzione del libro bianco, poiché sono numerose le affermazioni che mal si addicono ad un documento ufficiale del ministero della salute.
Sorprende leggere nella relazione passi come quello in cui si afferma che i parenti e i familiari colgano meglio e prima dei medici la presenza di gradi di coscienza in una persona in stato vegetativo.
Oppure quando si afferma che la persona in stato vegetativo è in grado di manifestare le proprie emozioni, a patto che ci sia qualcuno disponibile ad imparare il loro linguaggio.
Addirittura pericolosa appare invece l’affermazione riportata a pagina 7 della relazione quando, dopo aver premesso che l’evoluzione clinica di un paziente può dipendere dal tipo di assistenza che gli si offre, si sostiene che un adeguato approccio familiare e sociale può essere decisivo per una migliore evoluzione dello stato di queste persone.
Oltre a sostenere tesi che è assai difficile provare da un punto di vista scientifico, si corre il serio rischio di ingenerare speranze in molte famiglie che hanno un parente che versa in stato vegetativo.
Più in generale il libro bianco denota un approccio alla condizione di stato vegetativo che sembra più determinato su basi ideologiche che non sui dati di fatto e sulla letteratura scientifica.
Non distinguere tra gli anni di persistenza dei vari pazienti nella condizione di stato vegetativo, e non fare minimamente cenno alle statistiche in materia di così detti risvegli, rende tutto indistinto e generico, e dunque difficilmente inquadrabile da un punto di vista critico.
Non c’è dubbio che una persona che versa in stato vegetativo conservi la pienezza dei suoi diritti soggettivi, ad iniziare da quello alla vita, ma si tratta di cosa assai diversa dal voler far passare la tesi che tutti i soggetti che si trovano in stato vegetativo continuino a provare, anche se allo stato più elementare, delle emozioni e che sarebbero in grado di comunicarle, e dunque anche comunicare con l’esterno, se solo ci fosse qualcuno con la buona volontà di imparare e capire il loro linguaggio.
La realtà affermata dalla scienza e dalla letteratura per il momento è un’altra, ed è quella di un buio totale che avvolge chi si trova in stato vegetativo, uno stato che è praticamente irreversibile oltre un certo numero di anni.
Altra pecca che non si può non riscontrare nella relazione è quella che in 101 pagine non si fa mai riferimento alla volontà del paziente stesso, ed in particolare non vi si fa cenno nel paragrafo apposito sulla tutela legale di queste persone.
Viene quasi la sensazione che il fine di questa relazione ministeriale sia più quello di offrire un puntello ideologico ad altri provvedimenti, come ad esempio la legge sul testamento biologico, piuttosto che portare un elemento di chiarezza sugli stati vegetativi.
L’altro aspetto che crea perplessità nasce dal fatto che leggendo la gran parte della relazione, quando si parla di assistenza, sostegno e strutture di cui hanno bisogno le persone in stato vegetativo, quanto viene riportato è in gran parte condivisibile.
Anche perché sarebbe davvero difficile non essere d’accordo nel sostenere che le persone in stato vegetativo e le loro famiglie non debbano essere abbandonate, ma sostenute a dovere e nel rispetto dei principi fondamentali stabiliti dalla costituzione da parte della sanità statale e regionale.
Il problema però nasce dalla seguente riflessione: perché il governo non interviene con provvedimenti normativi ad hoc, invece di limitarsi, come fa con la relazione, a fotografare lo stato dell’arte e dunque le attuali manchevolezze del sistema?
Viene poi da domandarsi per quale motivo una proposta di legge, come quella dell’on. Di Virgilio, che prevede l’istituzione di speciali unità di assistenza proprio per i cerebrolesi cronici, sia insabbiata da inizio legislatura, e non certo per volontà della commissione affari sociali della Camera.
Il governo è disponibile a stanziare i fondi necessari? C’è la volontà concreta di passare dalle parole ai fatti e dunque predisporre tutte le misure necessarie per offrire assistenza e sostegno adeguato, clinico, sociale, economico, alle persone in stato vegetativo e alle loro famiglie? Perché se mancano queste condizioni ci si deve chiedere a cosa serva il libro bianco. Se invece le condizioni vi sono allora si agisca invece di parlare tanto per fare un po’ di retorica gratuita.
I temi etici costituiscono una materia estremamente delicata in cui ognuno ha tutto il diritto di pensarla come crede. Quello che però non si può e non si deve fare è illudere le famiglie che hanno un parente prigioniero di quel limbo che è lo stato vegetativo permanente. Purtroppo è proprio quello che il governo ha fatto con il libro bianco.
Vasto 2010: idee pulite, la sfida dell’Italia dei Valori
Amici della rete, amici del web, vi invito a partecipare all'assemblea programmatica che l'Italia dei Valori organizzerà nei giorni 17, 18 e 19 settembre prossimi a Vasto, in Abruzzo. Ancora una volta incontreremo i cittadini, le forze politiche, le associazioni, i movimenti, la rete per discutere di programmi politici e in concreto di cosa intendiamo fare per migliorare le sorti di questo paese, e per liberarci del satrapo di turno, che sta umiliando le nostre istituzioni e il nostro paese. Quello di Vasto è un incontro che facciamo ogni anno, e che vogliamo continuare a fare, in cui ci riuniamo non solo noi dell'IdV, ma anche tutti quelli che vogliono stare con noi, sia personalmente sia virtualmente attraverso la rete. Per questo abbiamo predisposto sia collegamenti in diretta durante tutte le assemblee che faremo, sia uno spazio apposito, che abbiamo chiamato "WebDV": dibattiti in rete a cui tutti potranno partecipare. Non poteva mancare tra questi argomenti il futuro dell'informazione, e quindi la libertà di informazione anche in rete. Ne discuteremo con i protagonisti dell'informazione e con quelli che hanno subito il bavaglio, analizzeremo insieme cosa c'è da fare per migliorare il nostro paese. Discuteremo anche di economia, a cominciare dall'economia verde e sostenibile. Nei mesi scorsi abbiamo raccolto oltre due milioni di firme complessive su tre referendum: uno contro la privatizzazione dell'acqua, uno per dire no al legittimo impedimento, con il quale il presidente del Consiglio vuole farla ancora una volta franca, e un'altro per dire di no all'energia nucleare. Ma vogliamo dire anche dei "sì", sul come riteniamo che si possa raggiungere un'economia verde e un'energia sostenibile. Parleremo anche di crisi economica, di lavoro, di precariato e di precariato della scuola in particolare. Di riforme universitarie e di questa riforma universitaria, che sta uccidendo il futuro dei giovani. Faremo delle proposte concrete, su cui vogliamo confrontarci con tutti voi. Parleremo del diritto alla salute, dal concepimento al fine vita. Ne discuteremo insieme. Parleremo di mafia, e in particolare di come difendere la Costituzione. Insomma, saranno 3 giorni di riflessione profonda e di impegno preciso anche sui programmi e sulle alleanze. Contiamo molto sulla vostra partecipazione, vi aspettiamo direttamente a Vasto o in rete: sul mio blog personale (www.antoniodipietro.it), sul blog di IdV (www.italiadeivalori.it), su facebook, twitter, youtube. Potrete essere protagonisti anche voi di questo progetto per un'Italia migliore, questa alternativa per il paese. Abbiamo chiamato questo quinto incontro “Idee pulite, la sfide dell'Italia dei Valori”. Vi aspettiamo.
GIUSTIZIA, UN PROGETTO PER LA SICUREZZA DI TUTTI I CITTADINI
Nel nostro Paese non vi è mai stata una politica per la giustizia e per la sicurezza. In nome della giustizia il potere politico ha cercato di ridimensionare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura come scolpita in Costituzione. Obiettivo prioritario è la sottoposizione del pubblico ministero al governo. Non vi è mai stato un impiego adeguato di risorse e mezzi che consentisse la realizzazione di una giustizia, al tempo stesso, rapida, efficiente e giusta e che garantisse alle forze dell’ordine strumenti per prevenire e reprimere reati. Il cattivo funzionamento della giustizia e della sicurezza è servente anche per realizzare progetti che conducono alla loro privatizzazione: stravolgimento dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, arbitrati, camere di conciliazione, esternalizzazione di servizi (come le intercettazioni), ronde.
Nei governi eversivi guidati dal sultano di Arcore si è assistito al progressivo dissolvimento della giustizia quale realizzazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la giustizia come tutela e garanzia dei diritti di tutti. Si sono adottati provvedimenti punitivi nei confronti della magistratura per evitare che potesse continuare ad agire in modo costituzionalmente orientato. Si sta assistendo ad una escalation criminogena tesa ad approvare norme che garantiscano l’impunità del presidente del consiglio e delle cricche a lui sodali: dalla legge bavaglio allo scudo fiscale, dal processo breve al legittimo impedimento, dal lodo Alfano alla riforma della legge sui collaboratori di giustizia, dalla depenalizzazione del falso in bilancio alla sottrazione al PM del potere-dovere di indagare di propria iniziativa subordinando la sua azione alle informative di polizia giudiziaria. La sicurezza non viene vista come lotta alla criminalità in tutte le sue articolazioni, bensì come propaganda per la realizzazione di azioni repressive nei riguardi dei soggetti sociali deboli: immigrati clandestini, dissenzienti al pensiero unico dominante, emarginati. IDV presenterà, invece, un progetto per la Giustizia e per la Sicurezza nell’esclusivo interesse dei cittadini. La spesa pubblica non va tagliata in questi settori vitali per la democrazia di un Paese nei quali, invece, si deve investire in termini di persone e mezzi. Abolizione delle leggi ad personam e ad personas. La modifica dell’ordinamento giudiziario per impedire interferenze del governo attraverso la clava dei procedimenti disciplinari. Creazione dell’ufficio del magistrato valorizzando le professionalità presenti nel personale amministrativo. Consolidamento dell’autonomia dei singoli magistrati anche all’interno dell’ordine giudiziario per scongiurare interferenze interne. Semplificazione del processo civile e del processo penale eliminando formalismi inutili senza pregiudicare le garanzie delle parti processuali. Depenalizzazione cospicua dei reati a favore di sanzioni alternative al carcere. Ineleggibilità dei condannati per reati gravi. Rafforzamento del coordinamento delle forze di polizia e consolidamento della democratizzazione interna alle forze dell’ordine. Superamento delle leggi razziste ed eliminazione di ogni forma di criminalizzazione del dissenso. Un Paese è davvero democratico se garantisce la legge uguale per tutti e la sicurezza a tutti coloro che dimorano nel territorio nazionale. Il nostro obiettivo è quello di consolidare i principi sanciti in Costituzione e rafforzare i diritti di tutti.
IL VUOTO DI UN MINISTERO E LO STRAPOTERE DI TREMONTI
Nell'Italia delle incognite, dove ogni giorno ci si domanda che fine farà un governo che non ha più maggioranza e continuamente cambiano i possibili scenari, c'è una questione aperta di cui quasi il dibattito politico sembra essersi dimenticato. Eppure si tratta di una questione della massima importanza, perché è emblematica non solo dello stallo creato dai conflitti interni alla maggioranza, ma di un meccanismo, per quanto politicamente contorto, ormai molto chiaro. La questione si chiama ministero dello Sviluppo Economico. La sede è vacante da quattro mesi e già questo di per sé rappresenta un nodo singolare, un problema di estrema gravità, in un momento come quello attuale, in cui il mondo dell'impresa, nel tunnel della crisi economica, non vede ancora luce. Ciò dà una misura dell'immobilismo e dell'irresponsabilità di una classe dirigente paralizzata da meccanismi politici irrisolti. Non mi riferisco solo alle spaccature all'interno della maggioranza, quelle che sono sotto gli occhi di tutti. C'è molto di più. Dietro la mancata nomina del ministro dello Sviluppo economico, c'è un filo sottile ma molto resistente che manovra un governo il cui capo è ormai solo un'icona. Il filo ha un nome e un cognome: Giulio Tremonti, il cui strapotere, anche quando il ministero dello Sviluppo Economico aveva una guida, di fatto si faceva ampiamente sentire. Da quattro mesi a questa parte, poi, dopo le dimissioni di Scajola, è ancora più evidente che, in materia di scelte economiche, l'unica mente e la sola mano all'interno dell'esecutivo è quella di Tremonti. Nonostante le pressioni piovute sul caso in sede parlamentare, e non solo, il ministero continua a rimanere privo di una guida. La lettera inviata da me e dal collega capogruppo al Senato, Felice Belisario, il 22 Luglio scorso, ha avuto il solo esito di risvegliare la questione a livello mediatico, con un conseguente appello del Capo dello Stato, che, durante la cerimonia del Ventaglio, diceva che "il governo non può ormai sottrarsi a decisioni dovute, come quella della nomina del titolare del ministero dello Sviluppo Economico", cui Berlusconi prontamente rispondeva sostenendo che la nomina era imminente. Parole, solo parole svanite in un nulla di fatto. Intanto, mentre si fa sempre più palese il meccanismo in base al quale Berlusconi è commissariato dalla Lega per una sorta di patto con Tremonti, il ministero dello Sviluppo Economico rimane vuoto, segno della debolezza del Premier, debolezza che fa gioco ai due reali protagonisti dell'attuale scena politica. Di fatto, è ormai chiaro che il cavaliere è messo all'angolo di un esecutivo di cui rappresenta solo la facciata e le cui redini sono esclusivamente nelle mani di Tremonti, garante della linea della Lega. La mancata nomina in questione, però, al di là di logiche politiche, rappresenta soprattutto un danno oggettivo per il Paese. Un paese cui poco interessano le dinamiche interne ai giochi di potere, un paese che ha bisogno di risollevarsi e aspetta risposte.
DISOCCUPAZIONE, L’EMERGENZA CHE IL GOVERNO IGNORA
I dati sulla disoccupazione diffusi dall’Istat, se letti superficialmente, potrebbero indurre ad un facile quanto ingiustificato ottimismo. Ad una prima lettura, infatti, colpisce il numero dei disoccupati, sceso a luglio di 15mila unità rispetto al mese precedente, e passato dall’8,5 all’8,4 per cento.
In realtà le cose stanno diversamente. La disoccupazione è e resta, insieme ad una ripresa troppo lenta dell’economia, il vero problema del nostro Paese. Lo dice molto chiaramente l’Istituto Nazionale di Statistica: il numero dei senza lavoro a luglio è comunque cresciuto di ben 121mila unità rispetto allo stesso mese del 2009. Inoltre sempre a luglio di quest’anno diminuisce il totale delle persone occupate: meno 18mila rispetto a giugno, e meno 172mila rispetto a luglio 2009. Questo perché sono aumentate le persone che a causa delle troppe difficoltà rinunciano a cercare un’occupazione.
Il problema del lavoro nel nostro Paese è tanto più grave se si considera la situazione dei giovani. Quasi il 27% di loro (circa 1 su 4), tra 15 ai 24 anni, infatti, non riesce a trovare un impiego - una vera emergenza nazionale - e, cosa più grave, molti di questi ragazzi hanno rinunciato a cercarne uno. Oltretutto i pochi giovani che hanno un lavoro, tendono a concentrarsi in quei tre milioni di individui (maschi e femmine di ogni età) che compongono il bacino dei precari. Drammatica la situazione al Sud dove è disoccupato un giovane su tre.
Vanno poi considerati i 670mila lavoratori che nei primi sette mesi del 2010 sono finiti in cassa integrazione. Un dato, è vero, in calo del 25% ma che è tornato a salire del 9,8% proprio a luglio.
Numeri che sottolineano non tanto l’inadeguatezza, quanto la sostanziale mancanza di politiche del lavoro da parte del governo. Un governo che invece di preoccuparsi delle famiglie e delle difficoltà che queste affrontano quotidianamente pensa a risolvere i guai giudiziari del presidente del Consiglio riproponendo come prioritaria la legge - canaglia - sul cosiddetto ‘processo breve’.
L’Italia dei Valori, al contrario, ha fatto del lavoro il tema principale del suo Programma politico, indicando i punti per uscire da un’emergenza che il Governo Berlusconi finge di non vedere.
Pensiamo che occorra potenziare il ricorso ai contratti di solidarietà; disporre ammortizzatori sociali a favore di tutti coloro che ne sono privi a partire dai precari; abbattere il costo del lavoro per favorire le assunzioni a tempo indeterminato; infine, stabilire un salario minimo d’ingresso per i giovani pari ad almeno 1.000 euro al mese. Solo così i consumi delle famiglie potranno tornare a salire, l’economia a crescere, il sistema-paese innescare un nuovo ciclo virtuoso.
La difesa della scuola pubblica è nel nostro DNA
Martedì pomeriggio mi sono recato davanti a Montecitorio per incontrare i precari del mondo della scuola. Sono entrati in sciopero della fame per protestare contro i tagli da 8 miliardi che i ministri Tremonti e Gelmini hanno deciso per la scuola pubblica. Li ho incontrati per sottoscrivere un appello da loro rivolto a tutte le forze politiche. Condivido ogni parola di quell’appello, che è già nel nostro programma. Tanto che abbiamo creato un dipartimento specifico sulla scuola. E al primo posto abbiamo messo proprio queste due questioni: la restituzione del maltolto alla scuola pubblica e il passaggio al contratto indeterminato di tutti i precari. Noi dell’IdV ci stiamo impegnando al massimo, protestando in Parlamento, manifestando tutti i giorni nelle piazze: lunedì, ad esempio, abbiamo piantato la “tenda della legalità” contro la tenda del dittatore davanti all’ambasciata libica.
Ma faremo ancora di più, ci impegneremo perché nel nostro Dna c’è la voglia di ridare dignità alla scuola pubblica. Per cambiare però c’è un solo modo, mandare a casa un Governo che non ha scrupoli, che non si ferma nemmeno davanti allo sciopero della fame dei precari. Anzi, questi se vedono il morto si spostano più in là.
Per questo io credo che dobbiamo costruire una mobilitazione sempre più forte che si diffonda in tutta Italia. Dobbiamo convincere le persone, anche quelle che hanno votato Berlusconi, che bisogna cambiare per ridare dignità al Paese. Qui c’è da avere paura, ma più che di Berlusconi, dobbiamo preoccuparci della “berlusconizzazione”. Ripeto, bisogna mandare a casa questo governo e restituire la parola ai cittadini.
UNIVERSITA', I QUIZ NON HANNO NULLA A CHE FARE CON LA MEDICINA
Ci auguriamo che la protesta dei presidi e dei rettori delle facoltà di medicina di tutta Italia venga ascoltata dal ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini e dal governo, altrimenti L’Italia rischia di rimanere nel giro di un decennio senza camici bianchi. Domani, giovedì, inizieranno i test per la prova nazionale di medicina e chirurgia che vede impegnati oltre 90mila candidati per soli 8.755 posti. Una situazione insostenibile che non a caso sta provocando polemiche anche tra i diretti interessati, gli studenti e le loro associazioni. Giustamente, perché gli attuali test d'ingresso sono quiz utili per portare denaro nelle casse delle scuole private, ma non hanno nulla a che fare con la scienza medica; spesso anzi, impediscono ai più meritevoli l'accesso agli studi.
E' necessaria una programmazione seria che tenga conto del numero di studenti che raggiungono effettivamente la laurea: uno su quattro. Invece di inficiare gli studi liceali con improbabili quiz sarebbe più giusto considerare il voto di maturità e quelli conseguiti negli ultimi due o tre anni di scuole superiori nelle materie scientifiche. Come strumento di selezione si può pensare anche ad un biennio comune per le facoltà scientifiche: chi consegue una media alta può proseguire gli studi. Chi invece non fa tutti gli esami o consegue voti bassi, può optare per una laurea breve previo esame di idoneità. Il tentativo di laurearsi deve essere consentito a tutti, la selezione, che e' cosa diversa, e' necessaria e deve essere fatta non con il blocco, ma ispirandosi a criteri di giusta valorizzazione del merito. Il libero accesso al sapere, per chi ne ha voglia e capacità, e' un diritto costituzionalmente garantito.
BERLUSCONI-GHEDDAFI: L’OBIETTIVO E’ IL CONTROLLO DELLA FINANZA ITALIANA
Il leader libico Gheddafi è arrivato a Roma con la sua grottesca “carovana”: la tenda piantata nella Città Eterna, la lezione di Corano alle hostess pagate all’uopo (con annessa conversione all’Islam di tre di loro), il carosello dei cavalli berberi, le soldatesse amazzoni. Il circo mediatico del Rais è servito, ad uso e consumo dei media; sia arabi, sia occidentali. “Fuffa”, come direbbe qualcuno, che nasconde - ma nemmeno tanto - ben altro.
Il Trattato d'amicizia bilaterale firmato nel 2008 ha portato agli accordi per il controllo dei flussi migratori dalle coste libiche, e per sanare i danni causati dal colonialismo italiano al Paese arabo. Sia chiaro, stiamo parlando di un regime classificato come una delle peggiori dittature al mondo dalle organizzazioni umanitarie. Un regime dal quale molte nazioni occidentali si tengono a debita distanza. L’Italia, invece, gli ha garantito 5 miliardi di euro in 20 anni e una nuova immagine a livello internazionale, aprendo una vera e propria “autostrada” agli interessi finanziari del colonnello nel nostro Paese e in Europa e agli affari tra lui e il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Questo ha permesso ai libici di mettere in piedi una serie di operazioni che in questi primi due anni di “amicizia” ammontano già a circa 40 miliardi di euro. Una montagna di denaro che ha portato ad esempio il Rais di Tripoli a diventare il primo azionista di Unicredit, la prima banca italiana, e grazie alla quota che detiene nella Juventus il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. E punta a Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Berlusconi, inoltre ha detto si anche all’ingresso di Tripoli in Eni: al momento con una quota dell'1%, ma il libici puntano al 10. La Libia in cambio ha portato a 25 anni le concessioni di Eni per lo sfruttamento del petrolio, mentre la società italiana investirà circa 28 miliardi di euro nel Paese africano.
Berlusconi e Gheddafi, tramite le loro “appendici” finanziarie, Fininvest e Lafitrade hanno una quota azionaria nella società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore franco-tunisino che siede già nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca ed è proprietario del canale televisivo Sportitalia.
Il Cavaliere mira alla stanza dei bottoni del potere economico italiano, e sta usando Gheddafi e il bisogno del Rais di rifarsi una faccia agli occhi del mondo, come ariete per assicurarsi un posto privilegiato nel salotto buono della finanza. Così da arrivare a Telecom, Rcs (quindi al Corriere della Sera) e alle Generali. Un’operazione che potrebbe riuscirgli perché Fininvest e Mediolanum hanno già il 5,5% di Mediobanca, dove appunto, ritroviamo l’amico Ben Ammar e un gruppo di fidati azionisti francesi accreditati del 10-15%.
Per non parlare delle commesse per le grandi opere (in primis l’autostrada da 1.700 Km) da realizzare in Libia. Le imprese italiane sono tutte in fila per spartirsi la gigantesca torta: un potere immenso nelle mani del “Caimano”. Chi lo fermerà?
Il nuovo sacco di Roma: le mani di Alemanno sulla città
Al centro del dibattito politico a Roma e nel Lazio, in questi giorni, c’è la riforma delle competenze amministrative, la cosiddetta bozza del decreto per Roma capitale. Si tratta di un decreto che dovrebbe essere approvato entro il 20 settembre dal consiglio dei ministri, e che ridistribuirà le competenze tra comune, provincia, regione e stato centrale. Il primo rilievo che muoviamo è di ordine costituzionale: non è possibile legiferare in una materia così complessa, che di fatto ridistribuisce i poteri assegnati dalla costituzione, attraverso una legge ordinaria. Occorre un ben più complesso iter, con una legge costituzionale, e di conseguenza un dibattito più ampio, in parlamento e in tutte le assemblee locali interessate.
Entrando poi nel merito del documento, l’anomalia più evidente è la totale consegna di interi comparti alla giurisdizione del comune di Roma, su temi e campi complessi che non a caso sono stati congegnati con una serie di contrappesi e di pareri. Mi riferisco in particolare al settore dell’urbanistica, che con questa riforma sarebbe controllata completamente da Roma capitale: passano sotto il controllo comunale infatti, sia la procedura di Valutazione di Impatto ambientale (VIA), sia la Valutazione ambientale strategica (VAS), attualmente attribuite alla regione. In sostanza salterebbero tutti i controlli, e il comune potrebbe deliberare, autorizzare e darsi parere positivo per nuove costruzioni. Le uscite bizzarre di questi giorni di Alemanno, come l’abbattimento e la ricostruzione di interi quartieri, sono un primo assaggio di una situazione oggi mitigata da pareri incrociati e confronti tra enti locali, ma che con l’approvazione della riforma sarebbero assolutamente senza freni. Situazioni analoghe, con passaggi di competenze verso il comune dagli enti locali e addirittura dal governo centrale, si avrebbero su temi altrettanto decisivi come il turismo, l’artigianato e la gestione del patrimonio storico e culturale.
Il danno più rilevante che questa riforma comporterebbe, però, riguarda il tessuto economico e sociale della Regione Lazio. La Capitale sarebbe completamente slegata dal territorio, la regione gestirebbe competenze sulle sole province e le verrebbe a mancare l’enorme traino di Roma, che sarebbe un soggetto economico e amministrativo completamente distinto. Una regione a due velocità, in definitiva, con una capitale in grado di crescere senza freni e le altre province ad arrancare.
Alemanno vuole mani libere per proseguire con lo scempio urbanistico della città spalleggiato dai suoi grandi elettori. Inoltre vorrebbe accentrare sul Comune tutti i capitoli più redditizi, dal punto di vista economico e clientelare, esternalizzando fuori dal Raccordo Anulare questioni spinose, come i rifiuti e la gestione dei flussi migratori. E' un'idea di amministrazione miope e finalizzata alla mera gestione del potere, alla quale ci opporremo decisamente.
BERLUSCONI HA PAURA DELLE URNE: L’IDV PER UNA COALIZIONE FORTE CHE LO MANDI A CASA
Il Cavaliere ha gettato la maschera. Anche lui ha paura delle urne. L'incontro di settimana scorsa tra Lega e Pdl è la prova che Berlusconi non è invincibile. E di questo il Centrosinistra (soprattutto i leader del Pd) dovrebbe tener conto. Dopo settimane di pretattica: “Se non c’è più una maggioranza si va subito al voto”, il presidente del Consiglio smentisce se stesso; merito o colpa dei suoi sondaggi che evidentemente lo danno in caduta libera.
La montagna, infine, ha partorito il classico topolino: “Si va avanti, ma senza Udc''. L’annuncio l’ha dato Umberto Bossi uscendo, prima degli altri, dal vertice di maggioranza a Villa Campari. Niente elezioni anticipate e, soprattutto, no all’allargamento della maggioranza di governo a Casini. Risultato: il Governo non cade subito, ma non avrà vita facile, sorretto com’è dagli interessi di bottega delle sue variegate componenti.
Ma quello che ci preoccupa, come IdV, è che saranno i cittadini a non avere vita facile, schiacciati come sono da una crisi economica che le criminali politiche del Centrodestra hanno aggravato; dallo scontro generazionale generato da un mercato del lavoro che costringe i giovani ad un precariato cronico o, peggio, ad anni di disoccupazione; dallo sgretolarsi di ogni certezza del diritto, con leggi ad personam e ad aziendam, i ripetuti attacchi alla Magistratura e alla Costituzione Repubblicana; dal tentativo, al momento scongiurato dall’impegno dei settori più sani della società, di imbavagliare i media.
Dobbiamo evitare che l’agonia del Governo diventi anche quella del Paese. Le forze di opposizione devono ritrovare uno slancio d’orgoglio per mandare a casa Berlusconi e far rinascere la speranza in un futuro possibile. Questo non si fa alleandosi con chi, come Fini, nonostante i distinguo, ha contribuito allo sfascio generale e ancora oggi sostiene il governo della “Cricca”. E nemmeno con chi, come Casini, vuole fare il “Terzo Polo”. Al contrario, bisogna costruire una coalizione che abbia a cuore la legalità, i diritti dei lavoratori, il benessere dei cittadini, il rilancio economico e industriale del Paese: l’Italia dei Valori è pronta.
Arriva il capo del circo equestre, perché Gheddafi non pianta la tenda all'Aquila?
Ecco i motivi della nostra protesta
Da oggi inizia una due giorni del capo clown Gheddafi, fatta di menzogne e di insulti al nostro paese, fatta di ritardi rispetto al protocollo di qualsiasi cerimoniale organizzato e di spese inutili per far correre i cavalli del rais libico dentro un centro sportivo delle forze armate italiane.
Il tour “all inclusive” che il governo offre a Gheddafi comporterà un notevole aggravio di spesa per il Ministero della difesa e dell’interno: chi pagherà per la tenda di Gheddafi? Forse chi vive ancora in una tenda, non per scelta e senza amazzoni, all’Aquila? Perchè il leader libico non è andato a piantare la sua tenda là fra gli sfollati? Avrebbe trovato un’altra Italia rispetto a quella di finta deferenza che gli si prospetterà.
Ma non è solo in termini economici che da due anni continuiamo a pagare una sudditanza riverente alla Libia: anche i nostri principi umanitari, il nostro stato di diritto verranno messi da parte per accogliere il capo di uno stato che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti umani, che ha chiuso l’ufficio Onu per i rifugiati e che ogni anno deporta immigrati disperati nei campi di concentramento creati nel deserto libico.
Di tutto questo il governo ne dovrà rendere conto ai cittadini che soffrono la fame per la crisi delle imprese e la precarietà del lavoro. Chiediamo al governo, ai Ministri degli Esteri e della Difesa “gheddafiani” Frattini e La Russa, di venire a riferire davanti al Parlamento,
A Gheddafi manifesteremo tutto il nostro dissenso per non aver mantenuto i patti dei rimborsi per i rimpatriati che da 40 anni attendono il loro risarcimento, per non aver aderito al riconoscimento dei diritti umani, per aver lasciato morire centinaia di rifugiati respinti dalle coste libiche e segregati in mezzo al deserto.
Manifesteremo contro la sua volontà di offendere sempre il nostro paese e di trovare d'accordo, nell'offesa, siglato con un baciamano, Berlusconi e Fratini.
Manifesteremo soprattutto contro la decisione del governo pduista, nonchè di alcuni amici del Pd, di regalare, con l’accordo di due anni fa e tuttora in vigore, 5 miliardi per costruire strade libiche, mentre al nostro paese sono stati tagliati i soldi per ricostruire le case per i terremotati, per salvare società in crisi come la tirrenia, per finanziare le forze dell'ordine o per assumere i precari della scuola.
Manifesteremo perché quei soldi potevano essere utilizzati per migliorare la sanità e invece chiuderanno le strutture periferiche. Manifesteremo perché i lavori li faranno i soliti noti, le imprese amiche del premier, gli amici degli amici della cricca e dei furbetti del quartierino.
Ecco perché l’Italia dei Valori manifesterà lunedì e martedì, fino a quando Gheddafi non se ne ritornerà nel suo tesoretto libico. Deve sentire che questo paese, che ha una memoria storica e un senso dello stato molto più profondo del governo impresentabile che lo dirige, questo paese non gli è amico, e noi glielo ricorderemo.
L'Italia e' un paese libero e civile, che non fa affari e che non si prostra ai dittatori.
Finora Gheddafi ha trovato “amici” che sono contro la costituzione, come questo centrodestra o come “gheddafiani” antelitteram tipo D'Alema, che ancora oggi non capiamo, ma saprà che esiste anche un popolo civile, che crede nel rispetto dei diritti umani, nella democrazia, nello stato legale e di diritto.
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Il Senatore Stefano Pedica, guiderà una delegazione dell’Italia dei Valori e di rappresentanze dei lavoratori delle aziende in crisi, in una serie di appuntamenti paralleli al tour di Gheddafi:
-ore 16.30, protesta di fronte a Accademia Libica, Via Cortina D’Ampezzo (zona Cassia)
-ore 17.30, verranno piantate le “tende della legalità” di fronte alla residenza dell’ambasciatore libico, Via Cortina D’Ampezzo
-ore 21, protesta di fronte alla caserma dei carabinieri “Tor di Quinto”
- al termine della manifestazione alla caserma rientro presso le tende antistanti residenza ambasciatore libico e pernottamento per l’intera notte.
La cacciata del Re Sola
L'Italia va a rotoli, la situazione della scuola pubblica è disperata, i cittadini dell'Aquila sono sul piede di guerra è Berlusconi che fa? Tramite il suo prestanome Alfano, ripropone la legge che gli assicurerà la prescrizione nei suoi processi.
Mandiamoli via con un calcio nel sedere!
I nostri eroi sono i cittadini aquilani che hanno fischiato il rappresentante del Governo che voleva fare passerella accanto alle macerie del terremoto. Macerie che stanno lì a dimostrare le bugie della ricostruzione.
I nostri eroi sono precari della scuola che in questi giorni a Palermo, finiscono in ospedale a causa del loro sciopero della fame. Perchè contestano la distruzione della scuola pubblica. A settembre vivremo sulla pelle dei nostri figli che vanno a scuola la truffa del “fare” berlusconiano. Tremonti e il suo braccio armato, il ministro Gelmini hanno tagliato 8 miliardi di euro. Ma sapete cosa sono 8 miliardi di tagli? Significa tagliare sul personale, 64mila precari che non solo non verranno normalizzati, ma perderanno anni di graduatorie e professionalità. Ma a farne le spese non saranno soltanto i lavoratori della scuola. Infatti questo governo ha cancellato anche tantissime classi della scuola dell’infanzia, in tutti gli asili nido. Lo ha fatto velocemente e impunemente, senza preoccuparsi di rendere la vita impossibile alle famiglie con bambini piccoli. E toglieranno il tempo pieno: davanti alle scuole ci sono le file di genitori disperati che cercano di ottenere i pochi posti disponibili. Infine, hanno ridotto le ore delle superiori. Con una ciliegina marcia e indigesta sulla torta: ci saranno aule con 35 alunni, mentre il numero legale è di 26. Così il governo di centrodestra infrangerà sistematicamente le norme di sicurezza, anti incendio e sanitarie. Preparano il più grande licenziamento in massa della storia della Repubblica.
Per questo non staremo con le mani in mano: saremo al fianco dei lavoratori allargando a tutta Italia la protesta contro i tagli alla scuola pubblica già partita in Sicilia, saremo vicini ai cittadini aquilani, appoggiando le loro vertenze e chiedendo in Parlamento che la ricostruzione parta immediatamente, e – a costo di occuparlo, il Parlamento - impediremo l'ultimo colpo di coda del Caimano che presenterà l'ennesima legge ad personam, sul cosiddetto processo breve, che di breve ha soltanto il raggiungimento dell'impunità e non certo della verità processuale.
Sarà la nostra rivoluzione d'autunno per la cacciata del Re Sola.
FONDAZIONI LIRICO/SINFONICHE, LE POLITICHE DI BONDI UCCIDONO LE SPERANZE DEI GIOVANI
Molti musicisti ci hanno contattato esprimendo il loro appoggio alla nostra battaglia per il futuro delle Fondazioni. Nelle loro accorate lettere rileggiamo i tragici effetti della politica di tagli del governo, che colpisce gravemente il settore della cultura e dell’istruzione: i primi ad essere colpiti sono stati i giovani, a cui è stata immediatamente annullata la speranza di poter avere un futuro lavorativo dignitoso in patria, con il ritiro di concorsi già banditi.
Oggi ci troviamo invece di fronte al dramma delle centinaia di lavoratori del Carlo Felice di Genova, che da settembre si ritroveranno senza stipendio e con la magra consolazione della speranza di una cassa integrazione in deroga, perché i lavoratori delle Fondazioni non rientrano nelle categorie che possono usufruire di tale istituto.
Inutile dire che fra i cinque punti programmatici che Berlusconi ha riproposto per l'autunno, cultura e formazione non sono neppure menzionati.
Noi sosteniamo invece che proprio su questi settori si debba intervenire con finanziamenti e con leggi di riforma che tengano conto delle effettive ricadute economiche sui lavoratori.
Ci siamo fermamente opposti all'approvazione del decreto Bondi sulle Fondazioni Lirico Sinfoniche, ed abbiamo illustrato nella discussione in aula tutti i motivi della nostra contrarietà al decreto, nel metodo e nel merito. Lo scorso 24 giugno abbiamo fatto ostruzionismo per 37 ore consecutive in Parlamento, cercando delle risposte dal ministro Bondi che non sono mai arrivate.
Già nel marzo del 2009 il senatore idv Giambrone aveva presentato una risoluzione bipartisan approvata dal parlamento, che dettava le linee di riforma per le fondazioni lirico sinfoniche, ma che non è stata presa in considerazione nella stesura del Decreto Bondi. Oggi esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori ingiustamente colpiti, e continueremo a batterci per una riforma che valorizzi, anziché penalizzare, le molteplici ed altissime professionalità che lavorano nei nostri Teatri, mantenendo alta una tradizione che ci ha resi famosi in tutto il mondo, e per dare un futuro ai giovani che oggi affrontano con impegno uno studio fatto di sacrificio oltre che di passione e di talento.
Indiana Raffaelli - Responsabile IDV Lavoratori Spettacolo
DIFENDERE LA COSTITUZIONE E COSTRUIRE IL NUOVO CENTROSINISTRA
Mobilitiamoci per la Costituzione. Accogliamo l'appello di Art.21 per una grande mobilitazione nazionale unitaria, di tutte le forze associative, politiche, culturali che al di là di qualsiasi logica di schieramento, abbiano davvero a cuore la legalità repubblicana e non vogliono vedere imbavagliata anche la Carta Costituzionale. L'Italia dei Valori aderisce, sapendo che c'è una distinzione netta tra il partecipare ad una manifestazione per la difesa della Costituzione e fare, invece, un'alleanza di governo con la destra. Perché la difesa della Costituzione è un impegno civile prima che politico, indipendente dalla logica degli schieramenti. E perché ce n'è bisogno. La polemica sollevata dall'editoriale di Famiglia Cristiana, solo per citare l'ultimo caso, è rivelatrice. Il settimanale catolico attacca apertamente il berlusconismo, la logica dell'annientamento dell'avverario e il tentativo di fare carta straccia della Costituzione. Aderiamo dunque, sapendo però, che non è solo con le manifestazioni che si manda a casa Berlusconi e, soprattutto, si vincono le elezioni. Da mesi, da prima che la crisi Fini-Berlusconi fosse conclamata, ripeto che il centrosinistra deve lavorare subito ad una nuova coalizione per preparare l'alternativa di governo. In questo momento c'è una grande confusione politica, che parte dalla spaccatura nel governo. Cade, non cade, quando cade, come cade, si va ad elezioni o no? Domande cui tuttora è impossibile dare una risposta. Certo è che il centrosinistra non può farsi cogliere impreparato. Sarebbe un errore enorme soprattutto perché abbiamo delle responsabilità nei confronti del Paese. La politica non è solo confronto e scontro dialettico, la politica è costruire la società nell'interesse dei cittadini. L'Italia soffre una crisi economica pesante, ma anche poltica, sociale e culturale. Se le forze del ceontrosinistra non si facessero trovare pronte con un programma serio e concreto per rilanciare il Paese verrebbero meno al loro compito. L'asse di questa nuova alleanza, a mio avviso, dovrebbe essere costituito da Italia dei Valori, Partito Democratico e Sinistra Ecologia e Libertà. Alla base dovrebbe esserci un progetto per il rilancio economico e la rinascita civile e culturale dell'Italia. Un piano ambizioso che dovrebbe coinvolgere le menti migliori del nostro Paese. le risorse della società civile, le energie dei giovani. Per realizzare questo progetto è iportante partire subito, già a settembre, e non aspettare di lasciarsi trascinare dagli eventi.
SANITA’: GARANTIRE PARI QUALITA’ E PRESTAZIONI A TUTTI I CITTADINI
Onorevole Palagiano, parliamo di sanità: quali sono, secondo l’Italia dei Valori, i punti critici sui quali bisogna intervenire con urgenza?
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità siamo ai primi posti nel mondo per qualità.
La realtà è un po’ diversa, nel senso che dovremmo considerare, non soltanto il valore di alcune prestazioni, ma anche l’omogeneità del servizio sul territorio nazionale. Quindi se prendiamo i punti d’eccellenza, sicuramente non siamo secondi a nessuno; se invece andiamo a verificare le prestazioni che hanno i cittadini di Messina o della Calabria, vediamo che sono meno qualificate.
Ecco quindi che questa classifica piuttosto ottimistica viene meno. In realtà l’Articolo 32 della Costituzione sancisce il diritto del cittadino ad avere un trattamento sanitario uguale in ogni parte d’Italia; questo purtroppo oggi non avviene. C’è un evidente problema di qualità e di disomogeneità sul territorio e il Governo, in questo caso, dovrebbe prendersi cura di tutti i cittadini, da Nord a Sud.
Con questa politica di tagli, invece, si mette a repentaglio la salute delle persone: i rami secchi vanno tagliati, ma è urgente riorganizzare la sanità per dare a tutti gli italiani le stesse chance, le stesse possibilità di fruire di buoni trattamenti sanitari.
Uno dei problemi più gravi della sanità italiana è il deficit di alcune regioni; soprattutto al Sud. Come si risolve il problema?
Guardi, bisognerebbe andare all’origine: perché un posto letto in Calabria costa il 40% in più rispetto ad altre regioni? Perché le Aziende Sanitarie locali sono state considerate dei “postifici”, degli “stipendifici”. Non appena il politico di turno veniva nominato direttore generale, cominciava a dispensare posti di lavoro anche se la struttura non aveva alcun bisogno di quelle assunzioni.
Questo malcostume, comune a tutti i partiti, a Nord e a Sud, negli anni ha fatto lievitare enormemente i costi. Bisogna spezzare questo circolo vizioso. Come Italia dei Valori abbiamo cercato di porvi rimedio con la legge sulle Attività Cliniche, che purtroppo è stata messa su un binario morto e di cui non si parla più; abbiamo presentato decine di emendamenti affinché il direttore generale non fosse più nominato dai partiti politici ma fosse scelto tra i professionisti più qualificati, iscritti ad un Albo Nazionale, e fosse in grado di gestire i soldi dei cittadini e risponderne personalmente. Un altro scandalo, infatti, è che nessuno, tra quelli che hanno creato la voragine nella sanità, è stato chiamato a risponderne. Tutto il deficit è sul groppone degli italiani, non c’è UN politico condannato a risarcire i cittadini per la sua inefficienza, e per quelle che sono state le sue malefatte messe in atto per rispondere alla parte politica che lo ha nominato.
SCUOLA, AL “GRIDO” DEI PRECARI IL GOVERNO RISPONDE COL SILENZIO
L’Italia dei Valori non è soddisfatta per le non risposte giunte ieri dall’incontro in prefettura, a Palermo, tra il sottosegretario del Miur, Giuseppe Pizza, l'assessore regionale all'Istruzione Centorrino, e una delegazione dei precari della scuola che protestano dal 17 agosto.
"I tagli alla scuola non verranno ridimensionati e così la situazione non si risolve, come era nelle nostre previsioni – ha dichiarato il senatore e commissario di Idv in Sicilia, Fabio Giambrone, uscendo dall'incontro con Pizza -. Il governo nazionale non ci ha dato nessuna indicazione rispetto a ciò che avevamo chiesto, ossia il ritiro di tutti i tagli fatti fino ad ora dal ministro Gelmini. Quello che sta accadendo nel Paese é molto grave, propongono degli interventi tampone attraverso la Regione siciliana, utilizzando fondi Por e Pon. Non condividiamo questa soluzione". In Sicilia la riforma Gelmini prevede il taglio di 5.000 posti. Giambrone sottolinea che "serve una inversione di tendenza perché dietro ogni riforma deve esserci un'idea, qui non c'e', ma solo un taglio indiscriminato di risorse. Non possiamo accettarlo, continueremo la nostra lotta in parlamento e nelle piazze". Grande anche la delusione tra i precari presenti alla riunione, tra questi Pietro Di Grusa, e Salvo Altadonna, che dal 17 agosto portano avanti lo sciopero della fame. "Non c'e' stato alcun passo indietro sui tagli previsti dalla riforma – ha detto Altadonna -, per questo continueremo con lo sciopero della fame. Non ci aspettavamo che il ministero proponesse soluzioni con soldi non suoi, senza mostrare alcun tipo di sensibilità verso di noi che non piangiamo il lavoro, ma la professionalità accumulata in questi anni e persa di colpo".
UN RINNOVATO IMPEGNO PER IL CONTRASTO ALLE MAFIE
Da settembre un'altra sfida ci attende sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Subito dopo l'estate, infatti, inizieremo a lavorare ai programmi e alla struttura per lanciare con la massima incisività le attività del dipartimento Antimafia dell'Italia dei Valori che ho l'onore e la responsabilità di dirigere e in cui profonderò l'impegno maturato in anni di militanza nella società civile. L’istituzione di questo organismo all’interno di un partito politico, in un clima così teso ed avvelenato da vicende legate alla cosiddetta “legalità”, testimonia l’impegno vero e sincero di Antonio Di Pietro e dell’Italia dei Valori in un ottica di rinnovamento e pulizia della politica italiana.
Le linee direttrici del dipartimento sono però già segnate e su queste ci misureremo e non faremo sconti a nessuno: punteremo molto sull'informazione e sull'analisi dei fenomeni mafiosi nazionali ed internazionali, quest’ultima sviluppata anche grazie all'attività condotta al Parlamento Europeo. Le nostre attenzioni saranno rivolte ovviamente all'ala militare delle mafie ma con l'intenzione di concentrarci e portare alla luce tutte quelle collusioni politico-istituzionali che dalla strage di Portella della Ginestra in poi non hanno mai smesso di tramare e che hanno portato l'Italia ad essere una nazione fondata su sangue, segreti e menzogne di Stato.
Per far questo abbiamo bisogno però della collaborazione attiva di referenti da ogni parte d'Italia, che ci supportino nella denuncia dei misfatti locali e che riceveranno massima attenzione da parte del dipartimento e del partito. In questo senso il nostro invito alla collaborazione va a tutte le associazioni, i movimenti che da anni si battono sui temi dell'antimafia e di cui abbiamo bisogno per essere maggiormente incisivi; quegli uomini e quelle donne saranno per noi alleati di primaria importanza da cui imparare con umiltà, riconoscendo loro l’importanza dell’indipendenza che rispetteremo in ogni sede.
Non faremo sconti a nessuno, né in virtù di alleanze né di coalizioni, tantomeno per ragioni di Stato o di partito, convinti che la linea dura sulla lotta alla mafia fortifichi istituzioni e soggetti politici; la mia storia personale è garanzia che mai il dipartimento tacerà su fatti raccapriccianti, anche se interni o vicini politicamente.
Produrremo dossier e documenti di denuncia e ci faremo ora portavoce, ora stimolo per la magistratura in modo che le nostre attività abbiano anche uno sbocco giudiziario e non siano percepite solo come spot elettorali.
Inutile fingere, le elezioni politiche sono alle porte. Il dipartimento si impegnerà in un controllo più che minuzioso delle liste di candidati, sia quelle dell’IDV che quelle degli altri partiti che si presenteranno al confronto elettorale. Quest’attività risulta di fondamentale importanza specie alla luce del fatto che la legge vigente (il “porcellum”) non prevede la possibilità per i cittadini di esprimere preferenze.
Sfruttando tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione proveremo a scongiurare per tempo la presenza di condannati e di personaggi le cui zone d’ombra consigliano percorsi diversi da quello di rappresentare i cittadini in Parlamento.
Siamo pronti per questa nuova trincea di legalità dalla quale cercheremo in tutti i modi di restituire verità e giustizia a questa nazione disgraziata e dare all'opinione pubblica nomi, fatti e circostanze che devono essere cacciati dall'ambiente politico istituzionale; i vari Dell'Utri, Cosentino, Cuffaro e affini non avranno pace e faremo di tutto per far diventare l’Italia dei Valori “il” partito dell’Antimafia.
La nostra passione vincerà sui loro interessi
Crisi di governo: che fare? Semplice, approfittarne. Il compito storico che attende l'opposizione è riempire lo spazio politico creato dal “governo del non fare nulla” e denunciato dalla scissione finiana; un'opportunità, oltre che un dovere, che le tante voci sicure dell'impossibilità di battere il Pdl in eventuali elezioni ravvicinate trascurano di considerare. Certo, a ciò contribuiscono le indecisioni del Pd, che tuttavia aprono, proprio come la crisi di governo e in particolare le ragioni che la sostengono, una prospettiva allettante per l'Italia dei Valori: in un'epoca di interessi senza passioni, per recuperare il lessico di Albert Hirschman, è la passione non interessata che può imprimere una svolta politica. La passione per la legalità che contraddistingue i tanti elettori dell'Idv è di natura intrinsecamente sociale anziché individualistica, nonché rivoluzionaria, non appena si riconosca, in questo slancio, la più concreta volontà di portare a compimento la costituzione: un documento di portata appunto rivoluzionaria, come riconosceva in tempi non sospetti (una costituzione rivoluzionaria di per sé, e non esclusivamente in rapporto allo scempio attuato dall'attuale governo) Piero Calamandrei. Se la scelta di Fini cade su un'opzione exit, per dirla ancora con Hirschman – una via d'uscita dal degrado politico governativo –, la risposta dell'opposizione dev'essere di tipo voice – la via del cambiamento per tramite della politica – che necessariamente presuppone, quale suo requisito essenziale, quella legalità che, sola, può condurre i cittadini a essere i principali attori del cambiamento stesso. Il passo successivo, quello della loyalty nello schema hirschmaniano, è quello dell'alleanza, e della costruzione di un'alternativa forte al governo degli interessi berlusconiano. L'Idv ha molto da offrire, a tal riguardo: un'avanguardia, per così dire, che puntando sulla legalità ha creato un importante precedente per pensare a una società di passioni oltre che di interessi. Da qui, e solo da qui, si può partire per affrontare le tante ingiustizie che nell'illegalità trovano un alleato imbattibile; e da qui si dovrà partire per costruire un programma che recuperi la migliore qualità politica della sinistra e del cristianesimo sociale: la capacità d'immaginare una società diversa da quella esistente. L'Italia dei Valori è pronta.
Insegnanti precari in una scuola precaria. Promuoviamo una grande mobilitazione contro l'imbarbarimento.
Continua e riparte la protesta dei precari della scuola.
Decine di migliaia di insegnanti e personale della scuola pubblica sono stati condannati alla disoccupazione dal ministro Gelmini. Dopo aver sostenuto esami, aver acquisito titoli, dopo aver scalato graduatorie in anni di studio, di insegnamento, di lavoro. E' l'effetto della politica dissennata dei tagli, ma è anche la conferma di un governo che mortifica meriti e professionalità, ignorando diritti e bisogni.
'Tagliare' è la parola d'ordine di questo governo, che ne ha fatto una bandiera.
E il sistema mediatico berluscon-minzoliniano esalta il governo decisionista e coraggioso che taglia.
Tagliare le unghia è una operazione estetica, tagliare una ciste è una operazione sanitaria, ma tagliare la testa è un assassinio.
Questo governo taglia i fondi alla scuola e alla cultura, e quindi uccide scuola e cultura.
Non taglia e anzi conserva e incrementa sprechi e affari delle cricche.
Dietro le scelte apparentemente fredde e contabili dei tagli vi è una precisa strategia. In primo luogo, questo governo si caratterizza per l'assoluto silenzio sulla scuola privata. Tremonti e Gelmini non parlano mai di scuola privata: perché? E' ormai chiaro a tutti: a che serve parlarne? Basta mortificare e uccidere la scuola pubblica, privarla anche dei fondi minimi necessari per garantirne il funzionamento. Fatto questo, alla fine, resta la scuola privata!
E così chi ha i soldi, ha il diritto di sapere, di formarsi; chi non li ha, è privato di questo diritto.
E dentro a questa morsa non ci sono solo gli studneti e le loro famiglie, ma anche decine e decine di migliaia di operatori della scuola pubblica, che perdono il diritto al lavoro e non possono progettare il futuro. Per loro non vi è neppure un giudice come per gli operai di Melfi.
Eppure la logica è la stessa: Marchionne come Tremonti considerano il diritto al lavoro una regalia, sottoposta ai prevalenti interessi di casta e all'arroganza finanziaria dei “ladroni di Roma e dintorni”. Quei “ladroni di Roma e dintorni” che ormai tutti hanno compreso essere alleati finanziari di banche e banchetti della Lega Nord.
Non è finita qui. La situazione dei precari della scuola è resa ancora più drammatica dalla strategica mortificazione delle professionalità. L'Italia resta l'unico Paese europeo nel quale, ormai, essere artista, insegnante, giornalista, medico, artigiano, avere insomma una professionalità non conta niente.
E tutto si riduce a “quanto denaro hai ?” e “a chi appartieni? quanto è forte la tua casta?”.
“Io sono violinista...”
”Sì, va beh, ma cosa fai?”
“Io insegno in una scuola pubblica”.
“Sì, va beh... ma cosa fai?”
Se non hai alcuna professionalità, ma sei ricco e appartieni alla casta, allora sì che sei rispettato.
Precarie, in tal modo, diventano la professionalità, la cultura, l'arte, la scuola. La lotta dei precari della scuola è lotta non soltanto degli scippati del diritto al lavoro e del proprio futuro, ma è lotta perché le professionalità vengano rispettate. Tutte. E perché la scuola pubblica non sia più precaria, perché i giovani, tutti i giovani, possano attraverso la cultura e l'arte avere un proprio progetto di futuro.
Italia dei Valori continuerà la propria azione in Parlamento e nelle piazze, davanti e dentro le Scuole e i provveditorati; presentando atti parlamentari e facendo ostruzionismo e ogni azione possibile per costringere il governo a fermarsi in questa sfrenata corsa verso l'imbarbarimento e verso l'assassinio della scuola pubblica e del diritto al lavoro di decine di migliaia di professionisti.
Le intimidazioni di Fininvest, la verità sulle stragi mafiose
Il viscerale odio di Berlusconi per i magistrati in genere e per quelli che hanno indagato su di lui in particolare, oltre ad essere espresso a parole, si traduce quando possibile in atti intimidatori, che di per sé dimostrano l’evidente ed insopprimibile conflitto d’interessi di un Presidente del Consiglio, già condannato per aver testimoniato il falso, e pluri indagato per vicende gravissime di corruzione, falsi in bilancio, ed anche per favoreggiamento alla mafia. Non potendo colpire direttamente i magistrati, che la Costituzione difende quando sono nell’esercizio della loro attività, cerca di colpirli in modo trasversale, quando come nel caso di Tescaroli, scrivono libri nei quali descrivono le loro indagini. Luca Tescaroli ne ha scritti tre: Perché fu ucciso Giovanni Falcone; Le faide mafiose nei misteri della Sicilia e Colletti sporchi (2008, con Ferruccio Pinotti).
Per quest’ultimo libro la Fininvest, come scrive 'Il Corriere della Sera', chiede il risarcimento a Tescaroli "per gli ingentissimi danni non patrimoniali" procurati con la sua pubblicazione. Il libro ripercorre, tra le altre cose, la vecchia indagine antimafia su 'Alfa' e 'Beta', nomi in codice per indicare Silvio Berlusconi e Marcello dell'Utri. Un fascicolo che è stato archiviato tempo fa. Il magistrato, che ha già subito un tentativo di omicidio, ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a scriverlo: "Innanzitutto volevo spiegare la pericolosità e le insidie di Cosa nostra, e in particolare dei cosiddetti 'Colletti bianchi' attraverso l'esperienza personale che ho maturato negli ultimi anni. Quindi, ho voluto anche rendere omaggio a tante, troppe vittime della mafia". Tescaroli fa riferimento (fra le altre) alla figura del pentito Salvatore Cancemi: fu lui a rivelare che Riina, prima di Capaci, aveva incontrato il premier e il senatore, e disse pure che il Gruppo Fininvest «versava periodicamente 200 milioni di lire a titolo di contributo a Cosa Nostra». «Singolare che il dottor Tescaroli non spieghi ai lettori che Cancemi è stato ritenuto inattendibile», obiettano i legali del Gruppo. Risponde Tescaroli: «Non ho mai detto che le dichiarazioni di Cancemi sono valide in assoluto. Le ho solo richiamate assieme all'esito di quel processo. E non bisogna dimenticare che Cancemi è reo confesso della strage di Capaci, fu uno degli autori».
Luca Tescaroli è il magistrato che ha fatto condannare all’ergastolo gli autori materiali della strage di Capaci, nella quale furono assassinati Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta. E’ sempre Tescaroli che, lavorando alla procura di Caltanissetta, ha scritto la requisitoria del processo di appello della strage medesima. Ha lasciato volontariamente quella procura poco dopo la richiesta d’archiviazione per Berlusconi e Dell’Utri, tra l’altro basata sul fatto che le dichiarazioni di Giovanni Brusca sarebbero in contraddizione con quelle di Salvatore Cancemi. Come si legge in un articolo del Corriere della Sera del 2001, tuttavia, Tescaroli contesta il fatto e ritiene che le dichiarazioni di Cancemi, Brusca e di un altro pentito, Maurizio Avola, «consentono di inquadrare le ipotesi di trattative coltivate, e gli attentati eseguiti e programmati, nell' azione volta a creare le condizioni per l'affermazione di una nuova formazione politica (ndr. Forza Italia)». Altro «pezzo forte» della richiesta di archiviazione proposta a Caltanissetta sono le deposizioni dell'ex-presidente della Repubblica Cossiga, che fissa la decisione di Berlusconi di entrare in politica «due-tre mesi prima delle elezioni del 1994». E pur non volendo commentare il valore di queste dichiarazioni, Tescaroli ricorda che «al processo d'appello per Capaci sono stati forniti elementi di prova che vanno in segno contrario», in particolare una sorta di atto di fondazione di Forza Italia datato luglio 1993.
Dunque le "persone importanti" che, secondo Cancemi, avrebbero incontrato Riina incoraggiandolo nella sua strategia volta a scalzare i vecchi partiti e a favorire la nascita di nuovi soggetti politici che diventassero referenti più credibili e utili per Cosa nostra, sarebbero Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi fa i loro nomi - dicendo di averli appresi dalla bocca dello stesso Riina - soltanto al processo di appello per la strage di Capaci. Dove racconta anche la sua missione presso Mangano, per convincerlo a lasciare a Riina la gestione dei rapporti, coltivati per vent'anni, con Berlusconi e Dell'Utri.
Nell'udienza del 22 ottobre 1999, il pm Tescaroli domanda a Cancemi: "Senta, lei ha fatto riferimento - per quanto attiene l'individuazione dell'epoca in cui eseguire la strage di Capaci - a questi accordi, a questi contatti intercorsi tra queste "persone importanti" e Riina. Chi sono queste persone importanti?". Cancemi risponde con un filo di imbarazzo: quella è la prima volta che ne fa i nomi e i cognomi, e lo fa - chissà perché - proprio in un momento in cui i carabinieri non sono più i suoi esclusivi "angeli custodi":
"Ma io quando... quando me l'ha detto il Ganci lui non me l'ha fatti i nomi, quando stavamo andando... indietro... a Capaci. Mi disse solo "4 persone importanti": `U zu' Totuccio si incontrò con persone importanti. Poi, io, più avanti, l'ho saputo da Totò Riina: e parlava di Dell'Utri e Berlusconi". Poi ritorna sul tema delle presunte tangenti Fininvest a Cosa nostra (la storia dei 200 milioni): "Riina diceva che era un contributo che arrivava da parte di Dell'Utri e Berlusconi a Cosa nostra. Mi disse che loro avevano delle antenne, ripetitori diciamo, nella zona che Ganci Raffaele me l'ha fatto vedere una volta passando di là [ ... I. Posso dire pure che Riina mi disse che loro, intendo sempre quelle due persone, erano interessate a comprare la zona vecchia di Palermo". Tescaroli pone un'altra domanda precisa: "Allora, lei sa se queste persone siano state correlate, accostate alle possibili conseguenze derivanti dalla strategia stragista?". E Cancemi: "Ma guardi, io le posso dire con assoluta certezza che il Riina non aveva nessun timore, nessuna paura, aveva una franchezza enorme. Non spiegava che ci potevano essere dubbi [...], anzi sollecitava, aveva una certa premura di fare questa strage. Specialmente quella di Borsellino".
“Un dato deve altresì considerarsi assolutamente certo: i vertici dell'organizzazione [Cosa nostra], subito dopo la strage di Capaci (secondo il racconto di De Donno) o dopo il 25 giugno (alla stregua delle indicazioni del generale Mori) ricevettero un segnale istituzionale che, nella loro prospettiva, suonava come una riprova dell'idoneità dell'azione stragista a raggiungere l'obiettivo di aprire nuovi canali relazionali, capaci di individuare nuovi referenti politico-istituzionali.”
"Il Cancemi ha posto in rilievo che Riina aveva esposto, nel corso di una riunione, che si stava accingendo a inoltrare una serie di richieste (il cui contenuto è in larga misura coincidente con quanto costituiva oggetto della trattativa, di cui ha riferito il Brusca) nei confronti di soggetti esterni all'organizzazione, che ha individuato negli onorevoli Berlusconi e Dell'Utri. Orbene: dette indicazioni suscitano una serie di interrogativi."
"A prescindere dalla verifica investigativa tuttora in corso, nell'ambito di separato procedimento penale, per individuare quale ipotesi sia aderente al vero e concretamente riscontrabile [...], possiamo affermare con assoluta certezza che il disegno criminale nel suo complesso, e la strage del 23 maggio 1992, in particolare, si è mosso correlativamente al procedere di trattative volte a incidere sui poteri politici e istituzionali, e sull'azione degli stessi, per ottenere vantaggi per gli adepti dell'accolita". Cioè per gli affiliati a Cosa nostra. Le conclusioni del discorso portano, ancora una volta, ai tre fatidici nomi di Mangano, Berlusconi e Dell'Utri. Cancemi e Brusca "hanno riferito la loro porzione conoscitiva, che rappresenta una parte di una realtà più complessa, da nessuno dei due conosciuta nell'integralità. Invero Cancemi era in condizione privilegiata rispetto al Brusca, per poter conoscere del rapporto, o comunque dei contatti con le "persone importanti" dallo stesso menzionate [Berlusconi e Dell'Utri], posto che Vittorio Mangano, che nel passato aveva coltivato quelle relazioni, è uomo d'onore del suo mandamento [Porta Nuova] e che lo stesso Cancemi era intervenuto per far mettere in disparte il predetto Mangano nel mantenimento dei rapporti con quei soggetti, onde consentire al Riina la gestione diretta del rapporto.
"V'è, poi, un dato obiettivo che emerge dalla realtà fenomenica istituzionale: effettivamente, anche per l'azione dirompente prodotta dalle indagini su Tangentopoli, venivano soppiantati da altre realtà Politiche, nel corso degli anni 1992, 1993 e 1994, i partiti della Dc e del Psi, che, prima dell'inizio dell'attuazione del disegno strategico, rappresentavano la roccaforte del potere nel paese.”
"Possiamo affermare con certezza che l'organizzazione denominata Cosa nostra è un soggetto criminale che, particolarmente a partire dagli anni 1991-92, ha recitato un ruolo non marginale nel quadro politico-istituzionale della nazione. Cosa nostra si proponeva dunque di "incidere sugli assetti di potere esistenti e di creare le premesse per la formazione di nuovi aggregati politici".
“Si continuerà a lavorare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria di Falcone, è la coscienza critica e morale della società civile che impone questo dovere: senza verità non c'è giustizia. E ci auguriamo […] di trovare il filo conduttore che ci faccia risalire a questi mandanti esterni, per poter esercitare l'azione penale nei loro confronti ed evitare che questa realtà, per ora solo intravista, vada ad accrescere i molti misteri che avvolgono lo stragismo nel nostro paese."
Appena Tescaroli è partito da Caltanissetta, quella Procura ha annunciato di aver chiesto l'archiviazione dell'inchiesta sui mandanti occulti, nella quale erano indagati Berlusconi, Dell'Utri e altri. Archiviazione per proseguire le indagini, o per mettervi la parola fine?
Così ne parla il diretto interessato, Tescaroli: "Fu una vera e propria cospirazione politica, mutando atteggiamento nei confronti dello Stato rispetto al passato, in quanto ha realizzato non più una strategia selettiva diretta a colpire persone determinate, che avevano creato nocumento all'organizzazione, in vista del mantenimento dell'equilibrio istituzionale mafioso che dal dopoguerra si era venuto a creare tra i sodali e rappresentanti delle istituzioni; ma una rottura creativa di nuovi equilibri, attraverso una concentrazione di azioni eclatanti e destabilizzanti in un breve lasso temporale. Nuovi rapporti da consolidare e/o creare ex novo sfruttando per un verso quei canali economico-finanziari dei quali l'organizzazione poteva disporre sulla base dei pregressi rapporti, e per l'altro verso, ponendo i presupposti per goderne di nuovi".
Il fascicolo fu poi archiviato ma le intuizioni di Tescaroli oggi sono coltivate da altri colleghi di Caltanissetta che lavorano per cercare i mandanti esterni delle stragi.
FIAT: GOVERNO ASSENTE, LA STRADA NON E’ QUELLA DI LICENZIAMENTI E RICATTI
L’atteggiamento della Fiat sulla vicenda di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, i tre operai di Melfi licenziati dall’azienda e reintegrati dal Giudice, ha dell’incredibile. Il Lingotto sembra voler inasprire – non si comprende a quale scopo - i rapporti sindacali, accanendosi contro i tre metalmeccanici rei soltanto di aver esercitato il loro diritto di sciopero. L’Amministratore delegato, Marchionne dovrebbe spiegare perché in un momento tanto delicato per il Paese e per la stessa Fiat, l’azienda stia adottando la politica del muro contro muro, che non ha (non avrebbe) nessuna ragion d’essere.
Invece di favorire il dialogo il gruppo torinese sembra voler estremizzare lo scontro e portare un altro assalto alla già “sgangherata“ diligenza dei diritti dei lavoratori.
E il Governo che fa? Il ministro della disoccupazione Maurizio Sacconi, che in due anni di mandato ‘vanta’ oltre cinquecentomila disoccupati e alcuni milioni di precari, si nasconde dietro allo slogan “meno Stato e più società”. Questo però non dovrebbe coincidere con la totale assenza del governo, finora incapace di definire gli asset strategici e industriali del Paese. In Francia, in Germania e negli Stati Uniti si sono scomodati Sarkozy, la Merkel e Obama per discutere di Renault, Opel e Chrysler; purtroppo in Italia questo non è possibile. Non esiste un governo che possa ricordare alla Fiat che efficienza e redditività d’impresa sono assolutamente compatibili con i diritti dei lavoratori. La linea del ricatto, che contrappone i diritti con gli investimenti e utilizza i licenziamenti antisindacali, come nel caso di Melfi, è una strada cieca e di brevissima durata. Per l’Italia dei Valori la strada maestra è quella del dialogo tra impresa e sindacati per stabilire regole precise e democratiche all’interno della fabbrica. Per ora, invece, spicca solo l’assenza del governo Berlusconi, immobile di fronte ad un momento industriale così delicato. Anche per questo motivo, è necessario il ritorno alle elezioni il prima possibile.
TERRITORIO: LA CULTURA DELLA PREVENZIONE CONTRO L’EMERGENZA QUOTIDIANA
Senatore Giambrone, la frana causata dal terremoto del 16 agosto nelle isole Eolie, ci ricorda la disarmante fragilità del nostro territorio – spesso interessato dal dissesto idrogeologico - e delle colpevoli politiche messe in atto negli anni dai governi e dalle amministrazioni locali. Da questo punto di vista, qual è la situazione in Sicilia?
La situazione è delicatissima. Più volte abbiamo assistito a smottamenti e terremoti. Io il 16 agosto mi trovavo in vacanza nell’isola di Vulcano e ho avvertito proprio quella forte scossa. E’ stato un momento molto brutto che ha provocato il panico in tutti i presenti.
Qui siamo in presenza di un territorio certamente interessato dal fenomeno del dissesto idrogeologico e da amministrazioni che non hanno fatto nulla per metterlo in sicurezza. Il tema resta sempre lo stesso, e cioè quello della prevenzione, che è l’unico antidoto ad una emergenza quotidiana. Dobbiamo fare in modo che le amministrazioni locali e il Governo nazionale prendano impegni seri per mettere in sicurezza le zone a rischio, per uscire dalla fase della emergenza, e per trovare soluzioni che possano prevenire eventi catastrofici.
Abusivismo e condoni, insieme alla mancanza di prevenzione sul territorio, appunto, sono spesso causa di disastri e morti. In Sicilia, in particolare, in una zona classificata ad alto impatto sismico e ad alto rischio idrogeologico, come la provincia di Messina, il Governo Berlusconi progetta di realizzare un’opera faraonica come il ponte sullo Stretto. Che ne pensa?
C’è qualcuno che ancora crede a questo? In una terra come la nostra, dove per arrivare a Ragusa da Palermo, con l’auto o il treno, ci vogliono quattro ore? Basta con queste storie. Noi dell’Italia dei Valori siamo convinti che bisogna arrivare ad una svolta; l’idea potrebbe essere quella di investire le risorse destinate ora al ponte per mettere in sicurezza il territorio, per dare infrastrutture serie e permettere ai siciliani di spostarsi da un posto all’altro in assoluta tranquillità e in tempi ragionevoli. Quello che invece vediamo nella nostra terra, è che troppo spesso è martoriata da pessime amministrazioni e dal malaffare. Cerchiamo di dare una svolta, il nostro contributo non mancherà.
Torniamo all’emergenza quotidiana – ne parlava lei prima -. Basta il miliardo di euro stanziato nell’ultima finanziaria dal Governo per affrontare il rischio idrogeologico? Per la cronaca, Legambiente stima che ne servirebbero circa 43 per riparare i danni causati da decenni di incuria..
Ma non basta assolutamente. Bisogna capire cosa ha intenzione di fare il Governo nazionale. Siamo convinti che stia prendendo una strada sbagliata. Noi guardiamo con grande attenzione alla sicurezza degli italiani e a quella dei siciliani, ma bisogna cambiare e in fretta, prima che sia troppo tardi.
MONDADORI: IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. A quanti si stupiscono oggi della vergognosa legge ad aziendam in soccorso della Mondadori, ricordo come questa grande casa editrice sia stata utilizzata negli anni, nonostante vi siano approdati straordinari autori e dirigenti, anche per finalità che niente hanno a che vedere con logiche editoriali e commerciali. Sarebbe interessante sapere quanti esponenti politici sono stati rabboniti da contratti, magari in esclusiva, per la pubblicazione di libri. E quanti, invece, si sono visti “omaggiare”, per ragioni che niente hanno a che vedere con l’editoria, della pubblicazione di volumi non esattamente uguali alla Divina Commedia. Io stesso nel 1990 ho pubblicato per la Mondadori un libro dal titolo “Palermo”. In questo testo, con una lunga intervista rilasciata ai giornalisti Carmine Fotia e Antonio Roccuzzo, denunciavo il sistema di potere di Craxi e Andreotti e la commistione tra mafia, politica e affari, rivolgendo un appello, rimasto inascoltato, alla Dc che mi avrebbe poi portato a fondare il Movimento per la Democrazia 'La Rete'. “Palermo” superò in pochissimo tempo le centomila copie vendute, tanto da convincere la Mondadori a stampare un’edizione per la collana Oscar. Una volta cambiato il proprietario dell’azienda, con la vergognosa rapina consumata da Berlusconi, il mio libro è però stato ritirato dal mercato e fatto sparire dai cataloghi. Questo piccolo episodio dimostra come la perversione etica dell’attuale Presidente del Consiglio non sia cronaca di questi giorni, ma abbia radici lontane. E rappresenta l’ennesima conferma dell’insopportabile anomalia del conflitto d’interessi rispetto al quale non posso che associarmi alla denuncia, sia pure tardiva, avanzata da Vito Mancuso su
La Repubblica. Ai validi dirigenti della Mondadori, certamente stupiti da tale scelta ‘editoriale’, dico di non angustiarsi troppo. Ho trovato in Germania, in Svizzera, in Libano, negli Usa, in Messico e in Perù editori ben disposti a vendere i miei libri, diffusi anche in edizione economica. Evidentemente, in quel libro esprimevo opinioni non gradite al nuovo padre-padrone della Mondadori. Alla faccia della libertà di espressione e del contratto firmato prima dell’arrivo di Berlusconi e della sua cricca.
Il 2 Ottobre portiamo in piazza le nostre idee
In alcuni italiani le idee e le visioni politiche sono più vivide che in altri. In alcuni, difatti, queste sono maggiormente forgiate dall'insegnamento costituzionale, maggiormente segnate dalla storia della Resistenza antifascista, maggiormente debitrici del sacrificio di chi ha combattuto la mafia, sono memori delle lotte per i diritti dei lavoratori e più tenaci nel difendere la libertà d'espressione. Sono anche maggiormente impermeabili, fortunatamente, al regime videocratico col quale s'intende governare l'Italia. E la Costituzione, la Resistenza, l'Antimafia, lo Statuto dei Lavoratori, e le libertà costituzionali, invero, possono essere salvate dall'oblio culturale del berlusconismo solo da queste persone.
La dignità del Popolo Viola, che ha convocato a Roma il secondo “No B-day”, si connota a mio avviso di questa vividezza e autorevolezza. Vi riconosco infatti un familiare atteggiamento stoico in difesa delle istituzioni democratiche, tale che al lancio dell'iniziativa non ho potuto che rispondere “saremo con voi!”. Sono difatti convinto che al “No B-day 2” ci saranno tantissime presenze culturalmente ingombranti per questo Governo, intendo quelle di tanti liberi cittadini dotati di forte senso civico e precisa cognizione democratica.
Il 2 Ottobre confido che nasca dalla piazza, oltre allo sdegno di sedici anni di tubo catodico e berlusconismo, anni di “ciarpame senza pudore” e “squallide consorterie”, una vera battaglia delle idee. Per rilanciare così, insieme a tutte le forze della società civile, la corsa alla riconquista democratica del Paese, fondata su coraggiosi progetti riformisti (che in Italia paradossalmente significa perseguire l'attuazione della Costituzione!). E' un appello anche ai miei coetanei ad essere presenti, a siglare così un patto generazionale per guarire l'Italia dai mille mali che l'avversano, per creare un solido fronte che promuova a propri rappresentanti i migliori talenti che la società civile esprimere, per opporsi con decisione all'odioso “governo dei peggiori”.
In quella piazza ci saranno perciò, insieme agli altri, anche i desideri di emancipazione che questo governo nega alla mia generazione. Sono i desideri legittimi di avere accesso ad una istruzione pubblica di qualità, di non essere schiavi del lavoro precario, di avere pari opportunità di accedere alle professioni, agli incarichi della pubblica amministrazione e alle cariche elettive. Di essere liberi di poter contribuire al progresso del proprio paese anche da ricercatori senza dover fuggire altrove, liberi di vivere in un ambiente sano, liberi dalle mafie. Liberi di poter sognare l'acquisto di una casa e, magari, sorprendersi che nel pensare a farsi una famiglia non si viene colti da un profondo senso d'ansia e inadeguatezza, come invece oggi accade. Insomma, dare una scossa democratica al Paese e accendere l'ascensore della mobilità sociale!
Chiediamo perciò le dimissioni di Berlusconi e di questo Governo, che non si occupa ne di noi ne di altri, ma non ci basta: chiediamo anche una nuova legge elettorale che porti in Parlamento solo veri rappresentanti del popolo (e non più i servitori del principe!) per perseguire, finalmente, solo gli interessi della collettività. E si sappia, che a noi non sono mai servite le immunità dai processi penali, le “leggi bavaglio” per evitare d'essere intercettati o per limitare il diritto di cronaca della stampa, come non ci serve zittire il web. Non ci è servito resistere alla sentenze europee contro Rete 4 (che non guardiamo!), ne ottenere scudi fiscali per patrimoni all'estero che non possediamo, tanto meno è stato utile condonare abusi edilizi che non abbiamo commesso. Non ci aiuta sicuramente intralciare il lavoro della Magistratura mentre cerca di smantellare le cricche, ne ci da sfogo chiamare “comunisti” i membri della Corte Costituzionale e, peggio, non ci risulta motivo di vanto avere membri dell'Esecutivo inquisiti.
Tutto questo ci è estraneo, come è estraneo a tutti coloro che hanno perso o stanno perdendo il lavoro in questo anno terribile, estraneo ai piccoli imprenditori sotto lo scacco delle banche, ai dipendenti della pubblica amministrazione che giornalmente fronteggiano penurie di mezzi e personale, estraneo ai pensionati che campano con meno di 500 euro al mese, estraneo, decisamente, al crescente numero di persone che compongono le file davanti gli empori della Caritas. Questo Governo è estraneo a molti e familiare a pochissimi.
Per reagire, però, serve una scossa, una scintilla che riaccenda la fiducia di poter costruire un'alternativa. Essa può scaturire solo da una iniezione di democrazia diretta, e la piazza questo lo sa fare. Per questo noi ci saremo.
Gli italiani perdono il lavoro, Bertolaso no
Gli italiani non devono e non possono dimenticare tutto quello che è successo negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi 18 mesi, alla Protezione Civile. Bertolaso finisce sotto indagine per l'inchiesta sul G8 alla Maddalena e Berlusconi rifiuta le sue dimissioni, probabilmente per non creare un precedente pericoloso per un partito come il PdL, farcito di malfattori e amici della cricca. Poi esplode con tutto il suo splendore la mirabolante e bizzarra idea di privatizzare la Protezione Civile facendone una Spa. Progetto per il momento fallito. Intanto lo scandalo della "cricca" prende forma e si ingigantisce fino a diventare una seconda e più disgustosa Tangentopoli.
Abbiamo dovuto sopportare l'agonia di leggere i fringe-benefits del sistema Bertolaso: auto di lusso, arredamenti, ristrutturazioni immobiliari, incarichi a parenti e amici, prostitute. Mentre monta l'indignazione, Bertolaso appare in tv, su tutti i canali e a tutte le ore. Deve aver imparato certamente dall'amico Silvio come si plagia la mente degli italiani attraverso il fascismo mediatico. In tv, infatti, Bertolaso non ci va certo per raccontare la verità; non ha mai fatto riferimento, per esempio, alla condanna inflitta dalla Corte di Giustizia Europea all'Italia, in merito all'emergenza rifiuti in Campania. Invece di dimettersi entrambi, Berlusconi e Bertolaso, hanno continuato a recitare la parte degli eroi che hanno salvato la città di Napoli ed i suoi abitanti. Il secondo ha anche la faccia tosta di accettare cittadinanze onorarie e medaglie, senza alcuna vergogna, senza imbarazzo. Bertolaso non ha mai parlato dell'Istituto Spallanzani di Roma, una struttura ospedaliera strategica e ad alto rischio, un centro di riferimento per le nuove epidemie, la coltivazione di virus letali e le misure contro il bioterrorismo, che lui ha fatto ristrutturare ad Anemone e Balducci senza rispettare le norme antisismiche. All'inizio di Maggio poi, tocca il fondo organizzando una conferenza stampa che sembra un processo senza accusa in un Palazzo istituzionale: Palazzo Chigi. Grande delusione per chi si aspettava che in quell'occasione riconoscesse le proprie colpe e chiedesse scusa a quanti hanno dovuto sopportare i suoi soprusi e le sue personalistiche regole. In realtà nega tutto, da buon berlusconiano convinto.
Le indagini su Bertolaso e l'ormai famigerata cricca sono cominciate a febbraio. Sono passati più di sei mesi e, al contrario di tantissimi altri italiani, loro non hanno perso il lavoro, anzi, continuano a godere di impensabili privilegi. Dopo il lungo balletto propagandistico giocato sulla pelle degli aquilani, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha emanato una direttiva che conferma ed amplia le competenze della Protezione civile in materia di grandi eventi. Il tutto mentre i tg si occupano di santificare Francesco Cossiga e di riempire di idiozie il popolo italiano: vacanze, menù estivi, previsioni del tempo. E l'informazione? Qualche tg ha ricordato di parlare di questa direttiva? O i tg devono occuparsi esclusivamente di occultare le proteste dei ventimila cittadini aquilani (tra di loro anche sindaci di ogni colore politico) che si riversano sulla Roma-L'Aquila contro i provvedimenti del governo in materia economica? Bertolaso e Berlusconi ne hanno raccontate di frottole agli italiani: l'Aquila sede delle Olimpiadi invernali, le C.A.S.E., le crociere per i terremotati. Un senso dello humor che fa rabbrividire.
La realtà è che il capo della Protezione Civile, a partire dai primi anni duemila ha accresciuto un potere che è diventato assoluto con il tempo, e che oggi raggiunge il suo apice. Questo potere gli è stato concesso sempre da Silvio Berlusconi, ovviamente. Non si tratta di illazioni, come vorrebbe far credere il capo-cricca, ma di dati e numeri.
Tra la fine del 2001 (quando Bertolaso viene nominato capo della Protezione Civile) e la prima metà del 2009, le ordinanze varate dalla Presidenza del Consiglio sono 587. Nulla di scandaloso, se fossero davvero tutte emergenze per calamità naturali imprevedibili e senza margine di prevenzione, ma non è così. Tra queste "emergenze", infatti, figurano numerosi meeting religiosi, eventi sportivi, viaggi del Papa, pericoli legati addirittura all’imponente afflusso turistico alle isole Eolie! Come mai Bertolaso e Berlusconi sono così "appassionati" di grandi eventi, e non di prevenzione ed emergenze? La risposta è talmente semplice che non ci sarebbe bisogno nemmeno di scriverla. I grandi eventi portano guadagno, lucro. Sui grandi eventi ci sono gli occhi e le mani delle mafie (ricordate la vicenda della Vuitton Cup svoltasi a Trapani? Un giro di affari mafiosi nascosto in una ordinanza di Protezione Civile, firmata da Berlusconi su idea di Bertolaso), ci sono i traffici, gli imbrogli. L'unico interesse di Bertolaso è sempre stato quello di gestire i grandi eventi, e la nuova direttiva lo conferma. Li abbiamo trovati con le mani immerse nel barattolo della marmellata, per l'ennesima volta.
Adesso Bertolaso si trova alle isole Eolie a seguito della scossa tellurica di lunedì 16 agosto, e se la prende con il governo del quale LUI fa parte da parecchio tempo. Lo stesso governo che gli ha permesso di disfare la Protezione Civile e di ricostruirla a sua immagine e somiglianza. Lo stesso governo che gli permette di tirare calci sui denti dei volontari e dei funzionari di Protezione Civile, che cercano di portare avanti il proprio lavoro nonostante la gestione disastrosa degli ultimi nove anni. Bertolaso sostiene che il governo non spende abbastanza per mettere in sicurezza vaste zone del territorio nazionale. Come se lui avesse mai avuto intenzione di pensare alla sicurezza del Paese. Lui, capo della Protezione Civile, non ha mai fatto quello che avrebbe dovuto: studio del territorio, previsione e prevenzione dei rischi. Troppi comuni italiani sono privi di un piano di Protezione Civile, e la coscienza del capo non ha mai avuto alcun sussulto quando si è affrontato, per esempio, il problema relativo alla sicurezza degli edifici pubblici. C'è da ricordargli, di tanto in tanto, che in Italia centinaia di migliaia di studenti rischiano la vita frequentando scuole totalmente insicure.
Bertolaso, inoltre, lamenta la mancanza di rispetto delle regole (lui!!!). Dice che "I divieti vanno fatti rispettare, è inutile metterli e poi scaricarli e costruirsi alibi: o si tolgono o si fanno rispettare. E’ il nostro compito e quello di qualcun altro, e noi lo faremo". Lo faremo. Lo faremo. E fino ad ora cosa hai fatto, Guido? A parte arricchirti gravando sulle spalle degli italiani e trasformare la Protezione Civile in un organismo para-militare al servizio di un governo autoritario, si intende.
PARTE DA PALERMO L’AUTUNNO CALDO DELLA SCUOLA
Dal 16 agosto i lavoratori precari della scuola di Palermo stanno protestando davanti alla sede dell’Ufficio scolastico provinciale del capoluogo siciliano. La protesta è appoggiata dall’Italia dei Valori, che sostiene la battaglia dei tanti precari del mondo della scuola che in tutta Italia perderanno il posto di lavoro a causa dei tagli della riforma Gelmini. Per questo il senatore Fabio Giambrone, capogruppo IdV in Commissione Cultura e vicepresidente del Gruppo al Senato, in mattinata si è recato in visita al Provveditorato agli studi di Palermo per manifestare solidarietà ai precari della scuola. Giambrone si è messo subito in contatto con il Sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe Pizza, chiedendo e ottenendo per giovedì prossimo un incontro a Palermo con una delegazione di precari. “A tale incontro – ha sottolineato l’esponente IdV - pretenderemo dal governo chiarezza e porteremo tutte le preoccupazioni dei precari, che sono anche le nostre”.
Tra i precari, tre insegnanti stanno attuando lo sciopero della fame. A uno di loro, Salvatore Altadonna, abbiamo chiesto le ragioni di questa forma estrema di protesta…
“Protestiamo da quattro giorni contro la legge 133 che taglia 82 mila posti in tutta Italia, tra personale Ata e insegnanti. Nessuno ancora ci ha spiegato come mai si buttano soldi pubblici senza nessun controllo e poi vengono a dirci che un padre di famiglia che ieri lavorava, oggi non lavora più. Questo nessuno è riuscito a spiegarcelo, e fino a quando questo continuerà ad accadere, nessuno potrà convincerci che siano giustificati i tagli alla scuola. Noi tre in sciopero della fame diciamo che un Governo che taglia per ottimizzare i bilanci è sicuramente coscienzioso, ma un Governo che opera dei tagli affamando le famiglie, non è altro che criminalità organizzata in cerca di nuova manovalanza. E al Sud, in Sicilia in particolare, questa cosa è amplificata. Il meridione in questo momento è una bomba ad orologeria. Visto che non abbiamo ditte, non abbiamo industrie, non abbiamo nulla, tolti i soldi pubblici qual è l’intervento che si vuole fare? Io interromperò lo sciopero della fame solo quando il ministro Tremonti o Berlusconi mi convinceranno che questa è una buona riforma per la scuola: a quel punto io torno a casa.”
Da un punto di vista, invece, della qualità dell’istruzione, cosa comporta un taglio del genere?
“E’ una cosa tragica, perché vediamo che anche nell’ultima finanziaria gli istituti paritari sono stati finanziati, mentre la scuola pubblica vede sottrarsi risorse ogni giorno. Non ci sono, per mancanza dei collaboratori scolastici, un controllo e una vigilanza idonei. Non c’è, a causa della mancanza di fondi, la sicurezza. Non ci sono, nei laboratori di chimica, di biologia, persone competenti. Per non parlare degli insegnanti di sostegno, falcidiati con grave disagio per i bambini disabili.”
Altadonna, dopo questi primi giorni di protesta, avete avuto dei segnali dal Governo?
“Abbiamo incontrato ieri il vice prefetto, che ci ha manifestato la sua preoccupazione per la situazione sociale a Palermo. Preoccupazione dovuta al fatto che noi non siamo l’unica categoria che sta protestando e rivendicando i propri diritti. Da questo punto di vista Palermo è, sostanzialmente, una bomba ad orologeria”.
Comunicato del dipartimento scuola idv a sostegno dei precari scuola di Palermo
NON ACCETTANO L’IDEA CHE NAPOLITANO RISPETTI LA COSTITUZIONE
I danni collaterali di un regime populistico ormai in fase di declino inevitabile si fanno sempre più pesanti. Se il capo carismatico passa qualche giorno in una sua villa in Sardegna, il capo gruppo del PDL alla Camera, il piduista Cicchitto, e il suo vice Bianconi rivolgono al capo dello Stato quello che il presidente Napolitano ha definito “minacce” e “indebite pressioni.”
L’oggetto del contendere è chiaro ormai a gran parte degli italiani.
La destra berlusconiana non accetta l’idea che il presidente della repubblica, avendo verificato che la maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni, non sia più presente, deve - così gli impone la costituzione del 1948 - verificare se si è formata un’altra maggioranza in parlamento e, qualora questa ci sia, dare l’incarico a un altro candidato presidente del Consiglio che si presenterà davanti alle Camere e chiederà la fiducia.
Soltanto se la nuova ipotetica maggioranza, non conseguirà la fiducia, il Capo dello Stato potrà sciogliere le Camere e indire le elezioni politiche anticipate.
Cicchitto e altri deputati del PDL, ma anche ministri come Maroni e Alfano, sostengono che l’indicazione del capo del partito indicata sulle schede, secondo quanto consente la legge elettorale vigente, prefigura l’indicazione dell’esponente politico che vincerà le elezioni e, una volta raggiunto l’obbiettivo, sarà scelto dal Presidente come candidato presidente del Consiglio. Ma la legge elettorale di cui parla Cicchitto contiene una precisazione che non consente equivoci perché afferma “restano ferme le prerogative del Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92 della costituzione.”
Dunque la disputa non è fondata sull’interpretazione della costituzione come affermano i berlusconiani ma soltanto su un tentativo maldestro e politicamente pretestuoso di forzare la costituzione e togliere alla massima carica della repubblica un potere esplicitamente previsto.
Di qui viene la dura nota del Quirinale, che è costretto a sfidare il capo dell’esecutivo e i suoi collaboratori quando escludono l’ipotesi di un governo formato su una maggioranza diversa da quella uscita dalle elezioni dell’aprile 2008 per compiere alcune riforme indispensabili (prima tra tutte la legge elettorale e quella sul conflitto di interessi) e poi andare alle elezioni.
Bastano tre mesi o ci vorrà di più per quelle riforme? E’ probabile ma sarà il parlamento, e non il capo dell’esecutivo, a valutare se varrà la pena oppure no. Il governo Berlusconi, negli ultimi due anni, ha puntato essenzialmente sugli interessi personali del capo, ha provocato la crescita della povertà e l’aumento del divario tra nord e sud. E’ arrivato ora il tempo di costruire un’alternativa di governo efficace, che contrasti il populismo autoritario, proprio rifacendosi ai principi costituzionali.
Non esiste altra strada, a meno che gli italiani portino tutti il cervello all’ammasso e si inchinino ancora una volta al capo carismatico di Arcore.
VERDINI, LA P3 E “L’ALLEGRA” GESTIONE DEL CREDITO COOPERATIVO FIORENTINO
Denis Verdini, coordinatore del Popolo della libertà (PdL), è già rimasto coinvolto, nei mesi scorsi, nello scandalo P3, ovvero nel clan affaristico-politico che sembra aver lucrato sugli appalti per la costruzione di pale eoliche in Sardegna.
Denis Verdini è stato fino a pochi giorni fa anche presidente del Credito cooperativo fiorentino (CCF), una banca toscana.
Nei giorni scorsi è stato reso pubblico il rapporto conclusivo dell’ispezione condotta dalla Banca d’Italia presso il CCF, da febbraio a maggio, con la delibera del 20 luglio 2010 firmata dal Governatore Draghi e inviata (come di prassi) al Ministro Tremonti e al CICR (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio). Gli ispettori della Banca d’Italia hanno riscontrato “gravi violazioni normative e irregolarità amministrative” e hanno pertanto suggerito il commissariamento della CCF. Il 27 luglio il Ministro Tremonti ha dovuto pertanto disporre la sospensione di Verdini dalle cariche societarie e il commissariamento del CCF.
Il quadro che emerge dall’ispezione della Banca d’Italia è davvero preoccupante. Verdini gestiva in modo totalmente accentrato la banca e adottava politiche creditizie in frequente conflitto di interessi. Una banca cooperativa dovrebbe perseguire finalità mutualistiche (aiutare ad esempio i soci nelle loro attività lavorative) mentre nel caso della CCF parte rilevante dei fondi venivano dirottati verso pochi grandi clienti e verso iniziative riconducibili allo stesso gruppo famigliare di Verdini. La governance della banca era data da un esecutivo costituito da pochi soggetti di limitata autorevolezza e da un collegio sindacale scarsamente indipendente. Questo consentiva a Verdini di esercitare un potere quasi totale sul Credito cooperativo fiorentino. Il 60 per cento del patrimonio di vigilanza della CCF era stato prestato al gruppo costruttore Fusi-Bartolomei, secondo criteri che non tenevano conto dei principi prudenziali e per importi al di sopra dei limiti previsti dalla normativa sulla concentrazione dei rischi. Verdini risulta legato al gruppo Fusi-Bartolomei da legami d’affari personali. La CCF aveva inoltre concesso mutui a dieci soggetti, legati da relazioni di lavoro o affari con il gruppo Fusi-Bartolomei, per l’acquisto di due case a testa, senza tener conto degli standard ortodossi.
Complessivamente nel CCF le “partite anomale” (incagli, sofferenze e perdite stimate su crediti) sono cresciute nel corso del 2009 del 130 per cento e hanno raggiunto il 30 per cento dei 400 milioni impiegati.
Il CCF avrebbe non solo finanziato una ristretta cerchia di amici e affaristi legati a Verdini, ma anche organi di stampa vicini al centrodestra come, ad esempio, “il Giornale di Toscana”. Sembra inoltre che la banca in questione venisse utilizzata da Flavio Carboni per versare fondi di oscura provenienza. Cosa si cela dietro quei bonifici?
E’ molto importante quello che stiamo scoprendo grazie all’azione della Banca d’Italia e della magistratura. Emerge un sistema di potere che non ha eguali nei paesi democratici avanzati. Il PdL risulta essere guidato da personaggi dalle molteplici attività affaristiche. Una vera e propria banda organizzata sembra aver gestito e accumulato decine di milioni di euro, stringendo alleanze con faccendieri, costruttori, società che si ingrassano con gli appalti pubblici.
Il conflitto di interessi è uno degli elementi pervasivi di questo modello di relazione tra politica ed economia che va combattuto con tutta la forza possibile.
Un sistema nel quale chi fa politica continua a gestire società, banche e aziende varie, è necessariamente incline alla corruzione e alla commistione tra interessi privati e azione di governo.
E’ chiaro che di fronte a fatti come quelli che stanno venendo alla luce in queste settimane gli investitori internazionali decidono di restare alla larga da un paese corrotto come l’Italia, e ciò significa minori opportunità di lavoro e di sviluppo per il nostro paese. La concorrenza tra le imprese, del resto, è falsata se ci sono aziende che ricevono finanziamenti bancari senza rispetto per le norme di vigilanza, ma solo grazie alle relazioni privilegiate che hanno costruito con un partito o con un gruppo politico.
IDV pone la questione morale al centro della propria azione politica non solo per ragioni di civiltà, ma anche perché solo eliminando la corruzione e i conflitti di interesse si può consentire all’economia italiana di svilupparsi in maniera sana e completa.
COSSIGA E NAPOLITANO. TALVOLTA ANCHE GLI ARBITRI SBAGLIANO A FISCHIARE
Altri diranno di più e meglio della controversa figura di Francesco Cossiga. Io l'ho conosciuto soltanto negli ultimi anni e non nego una certa qual simpatia nei confronti della sua lucida follia. A tratti era davvero geniale, nelle sue esternazioni e nei giudizi taglienti di chi gli capitava a tiro. Su di lui, però, il più giovane Capo di Stato che abbia avuto il nostro Paese, capace di dimettersi da Ministro dell'interno sul caso Moro, peserà sempre il ruolo di 'Picconatore' delle Istituzioni e la vicenda 'Gladio', la struttura paramilitare pronta al golpe e la conseguente richiesta di impeachement presentata all'epoca dal Pci.
La stessa procedura di 'imputazione' che proprio in questi giorni Giorgio Napolitano ha richiesto di attivare (contro se medesimo) da parte di coloro che credono stia andando fuori dal seminato costituzionale. Conosco meglio, of course, l'attuale Presidente della Repubblica che - in quanto arbitro e uomo - può anche commettere errori. Non mi sembra, tuttavia, che ciò sia accaduto in queste convulse giornate. Nessun dubbio, quindi, sulla correttezza con cui Napolitano affronta i problemi del suo mandato: il ruolo d’interprete e garante della Carta Costituzionale riserva a lui ogni valutazione e ogni potere in merito allo scioglimento delle Camere. E per lui è proprio fuori luogo parlare di impeachement.
Dunque, piuttosto che accapigliarsi in dispute accademiche e dottrinali, sarebbe utile analizzare la situazione di vera e propria crisi politica, prima che istituzionale, che investe il Paese. I fatti ci dicono che oggi Berlusconi non ha più una maggioranza autosufficiente alla Camera, mentre è ancora in grado di condizionare pesantemente il voto al Senato. In una simile situazione di stallo, saranno i prossimi mesi a dire quale sarà la vera tenuta del Governo. Oggi, a causa dei sondaggi non favorevoli, la sensazione è che Berlusconi abbia messo il piede sul freno, anziché sull’acceleratore, lungo la strada verso il voto anticipato.
È evidente, poi, che la maggioranza numerica del Parlamento non ha nessuna intenzione di andare alle urne, mentre se si ascoltano le voci che provengono dal Paese, da Confindustria a Luca Cordero di Montezemolo, ma anche nei bar e sotto l’ombrellone, si percepisce una crescente preoccupazione per l’ennesimo fallimento di quella che era una maggioranza fortissima, con un margine di oltre cento deputati, apparentemente in grado di riparare il Governo da qualsiasi scossone. All’opinione pubblica poco interessano le dispute di carattere politico, ma piuttosto una rapida soluzione dei problemi.
E, dunque, è meglio il voto anticipato o un governo di transizione? Una domanda alla quale Massimo Catalano, in Quelli della Notte, avrebbe risposto “meglio un buon governo che un cattivo governo”. Il buon governo di Berlusconi, evidentemente, non c’è mai stato, e oggi è in discussione la sua stessa esistenza. Di fronte a una lunga agonia dell’esecutivo è senza dubbio da preferire una sua interruzione, anche traumatica, una rapida eutanasia piuttosto che un trascinarsi lento verso una consunzione che investirebbe, con gravi conseguenze, tutto il Paese. Anche 'Kossiga', probabilmente, ragionerebbe così. Ma, oggi, al Quirinale siede un'altra figura. E la sensazione è che l'Uomo del Colle si stia dimostrando, ancora una volta, uomo di rigore e di raro scrupolo. Quel che succederà, dunque, dipenderà anche (ma non soltanto) dal Presidente della Repubblica e sarebbe ora che, sia da destra sia da sinistra, si smettesse di tirare la giacca a Napolitano e si restasse allo spirito e alla lettera della Carta Costituzionale, non alle sue interpretazioni interessate. L’Italia dei Valori, di fronte alle ventilate ipotesi di pasticci istituzionali, preferisce senza dubbio il ricorso alle urne, per dare al popolo italiano la possibilità di esprimersi democraticamente e mandare a casa Berlusconi. Questo non esclude che si possano trovare eventuali soluzioni di transizione, a patto che abbiano un mandato limitato nel tempo e obiettivi certi: la risoluzione del conflitto d’interessi (finalmente scoperto anche da una parte del centrodestra), la questione morale, ri-esplosa in maniera dirompente come ai tempi di Tangentopoli, e una riforma della legge elettorale che riconsegni lo scettro della scelta di Deputati e Senatori nelle mani dei cittadini.
ALEMANNO TASSA LA LIBERTA’ DI PENSIERO
Senatore Pardi, cosa pensa della proposta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, di tassare i cortei?
Io trasecolo. Intanto c’è una sorta di falsificazione all’origine, perché non è vero che le manifestazioni non sono pagate sotto il profilo della pulizia. Lo sappiamo per esperienza: quando si organizza un evento bisogna mettere da parte una somma cospicua per ripulire le sporcizie lasciate. Ma è il principio che è fondamentale, l’idea di tassare i cortei è una posizione che ha qualcosa di incredibile ed è chiaramente anticostituzionale. Se c’è una cosa chiara, garantita dalla Costituzione, è il diritto di espressione e anche di fare cortei, purché senza violenza, da parte di qualsiasi cittadino. Qui siamo di fronte all’ennesimo tentativo del Centrodestra di limare, ridurre e fiaccare i diritti costituzionali. Il diritto di manifestare la propria opinione con manifestazioni è qualcosa di inalienabile; e non fa parte nemmeno dei diritti dei cittadini, fa parte dei diritti dell’uomo.
La proposta, tra l’altro, arriva dall’esponente di un partito, il Pdl, che dice di non voler mettere le mani nelle tasche dei cittadini…
In effetti l’idea di tassare i cortei la trovo gustosamente contraddittoria: il Centrodestra continua a mettere tasse ma ripete in continuazione il contrario. Per loro la manifestazione libera del pensiero è la cosa più preoccupante: non si fanno scrupoli di ostacolarla, tassandola. Una cosa che si commenta da se. Continuano a mettere le mani nelle tasche dei cittadini, e ora anche in quelle dei manifestanti.
Dietro questa “sparata” di Alemanno potrebbe esserci anche il tentativo di cavalcare lo scontento dei romani per le difficoltà che le manifestazioni creano, ad esempio, alla circolazione stradale?
Forse c’è anche questo tentativo tipicamente populistico, però se fossero coerenti dovrebbero piantarla anche di fare queste ridicole messe in scena, come quando Berlusconi e company si muovono e il traffico viene improvvisamente bloccato, deviato… Io mi salvo perché giro con lo scooter, ma se dovessi andare in Senato con l’automobile avrei dei seri problemi. Anche questo subiscono i romani, oltre all’apparato pomposo e inutile che segue i movimenti dei potenti: una strisciata di automobili, servizi segreti, pulmini con i vetri oscurati, una cosa che probabilmente non si vede più nemmeno in Sudamerica…
E poi, diciamolo, Alemanno dovrebbe preoccuparsi di altri e più gravi problemi che affliggono i cittadini della Capitale…
Certo, Roma ha altri problemi che le manifestazioni. Quello della pulizia, ad esempio. Basta fare un giro nei quartieri immediatamente periferici, e non solo, per rendersene conto.
I problemi di gestione dello spazio urbano sono infinitamente più complicati che non l’idea di colpire le manifestazioni. Basta considerare quei quartieri dove c’è l’edilizia provvisoria, le interruzioni per lavori in corso… e poi il disordine urbanistico, perché uno degli elementi fondamentali ai quali ci siamo ormai abituati e di cui non si parla mai è proprio il modo in cui la città è stata progettata e poi realizzata. Male.
L’ITALIA ALL’ESTERO E’ LA LOMBARDIA: A PONTE DI LEGNO IL DELIRIO IMBARAZZATO DI BOSSI
"E’ la Lombardia che mantiene tutto lo Stato italiano”. E ancora: "All'estero l'Italia la ricevono non per gli italiani, non per la luminosa storia d'Italia, ma perché c'è la Lombardia, perché ci sono i lombardi. E' un grande popolo, un popolo di lavoratori, assieme a due altri grandi popoli: i veneti e i piemontesi. Grandi popoli che permettono all'Italia di essere ricevuti da altri Paesi, che altrimenti non li riceverebbero neppure. Mica la ricevono perché si chiama Italia". Questo il delirante assunto del Leader leghista, Umberto Bossi, a Ferragosto, durante il suo consueto comizio a Ponte di Legno.
Non stupisce. Il ministro Bossi si arrampica sugli specchi perché cresce il suo imbarazzo, ma in merito alla cattiva reputazione internazionale dell'Italia si rivolga al presidente del Consiglio, Berlusconi, al ministro Frattini, ai Dell'Utri, ai Caliendo, ai Brancher e agli Scajola, suoi colleghi di governo. Invece di esaltare i meriti di Lombardia, Veneto e Piemonte, che tutti noi apprezziamo, capisca che la vergogna dell'Italia non dipende dalle regioni, ma da Berlusconi con la sua cricca. Sarebbe necessario che qualcuno, magari gli elettori lombardi della Lega, ricordassero al ministro Bossi che è rimasto solo lui a difendere un governo eversivo e piduista. In attesa che il Senatur liberi, non solo i lombardi, i piemontesi e i veneti, ma tutti gli italiani, dal patto scellerato della Lega a Berlusconi, noi continueremo a sostenere la legalità costituzionale e un federalismo vero fatto di responsabilità e non di privilegi.
Noi dell'Italia dei Valori non ci lasceremo influenzare dalle esternazioni di un ministro che ha trasformato il federalismo in un pretesto a copertura di un sistema clientelare e che ha dimenticato di aver giurato fedeltà sulla costituzione repubblicana.
MONDADORI INDIGESTA, MA NON TROPPO, PER BERLUSCONI
Certo che la Mondadori rischia di risultare parecchio indigesta al Cavaliere. Non bastava, a suo tempo, la non ortodossa procedura di assegnazione della società che avvantaggiò la Finivest, o la sentenza contro il corrotto Mills al quale non si contrappone però la figura di un corruttore. Adesso per salvare le casse della Mondadori, affidata alle cure della figlia Marina, Berlusconi ha tirato fuori dal cilindro una norma cancella tributi.
Con un colpo di mano riuscito grazie all’appoggio della sua maggioranza ancora non incrinata dalla defezione di Fini e dei futuristi liberali, il premier è riuscito infatti a far inserire in un provvedimento che non c’entrava niente (il cosiddetto decreto incentivi) una norma ad hoc per risparmiare un bel po’ di soldini. A nulla è valso il grido di allarme e la dura lotta intrapresa dall’IdV in Parlamento per impedire questo ennesimo sconcio. Il decreto purtroppo è stato approvato e, grazie all’artificio in esso contenuto, il nostro premier può continuare a dormire sonni tranquilli.
Ma di che si tratta? Semplice: evidentemente non soddisfatto dalla sola possibilità di cancellare con un colpo di spugna il reato di falso in bilancio (altro provvedimento pro domo sua) di cui ha abbondantemente usufruito, Berlusconi ha voluto sistemare un suo vecchio (della Mondadori) contenzioso con il fisco facendo approvare un codicillo per cui chi ha avuto due sentenze a favore in un procedimento che lo vede contrapposto all’erario per tasse non pagate, può risolvere la questione con una transazione pari al 5 per cento delle somme dovute.
Esattamente il caso che vede Marina Berlusconi e la Mondadori in lotta con il ministero delle Finanze che contesta alla casa editrice controllata dalla Fininvest il mancato pagamento di 173 milioni sulle plusvalenze realizzate nel 1991 quando ci fu la fusione tra l’Amef e la Arnoldo Mondadori. La società ha vinto in due gradi di giudizio la causa contro il fisco, per cui ricorrendo (guarda caso!) tutte le fattispecie previste dalla legge, si è affrettata a definire la questione pagando solo 8,5 milioni di euro.
Insomma la famiglia Berlusconi, utilizzando una legge fatta dal Governo Berlusconi e approvata dalla maggioranza parlamentare di Berlusconi, ha risparmiato in un botto qualcosa come 164 milioni di euro (per non parlare degli interessi, ma quelli non contano…). Milioni che il fisco non incasserà più e che, tanto per pareggiare i conti, dovranno essere sborsati da tutti i contribuenti italiani (quelli onesti che pagano le tasse, ovviamente). Alla faccia della lotta all’evasione fiscale e ai “furbetti” tanto sbandierata dal ministro Tremonti.
LA MAFIA CHE GOCCIOLA DAI POLSINI DEL RE
La notizia dei 100 milioni versati da Silvio Berlusconi alla mafia, contenuta nel foglio dattiloscritto e controfirmato da Vito Ciancimino, secondo quanto scritto da Felice Cavallaro sul Corriere della Sera, sarebbe una notizia solo in un Paese con la memoria andata in prescrizione… dove un Governo ricattabile gioca a confondere i fatti con le opinioni, e a curare il cancro delle mafie con i cerotti. Quindi è una notizia.
Eppure, nell’Italia dell’informazione trasformata in vassoio per raccogliere le bave del re, l’ultima rivelazione di Massimo Ciancimino (e per la prima volta, di sua madre Epifania Scardino) è passata come una brezza di ferragosto, perfettamente inscatolata tra i “complotti” e le “invenzioni” che sono la ciclica difesa del fedele Ghedini a tutela servile del premier. Non importa nemmeno che l’anziana moglie di Don Vito dica «Si, mio marito incontrava negli anni Settanta Berlusconi a Milano… Ma alla fine si sentì tradito dal Cavaliere…». Eppure di un assegno di 25 milioni dato dal Cavaliere ai Ciancimino se ne parla ormai da sei anni, dopo un’intercettazione in cui il figlio Massimo parla della regalia berlusconiana alla sorella dichiarando di avere ricevuto quei soldi direttamente dalle mani di Pino Lipari. Sarebbe una notizia, in un Paese normale. In questo ferragosto di battibecchi e divorzi è diventata invece una voce di corridoio.
O forse non è una notizia perché la memoria non si è appassita come qualcuno vorrebbe e ci si ricorda che nel processo Dell’Utri si legge che ogni anno arrivavano milioni in regalo direttamente da Arcore. Dichiarazioni di più pentiti ma (poiché il cecchino Feltri ci insegna che solo la “carta canta”) anche ben documentati: durante le indagini negli anni novanta sulla famiglia mafiosa di San Lorenzo infatti si ritrova un appunto nel libro mastro del pizzo che dice “Can 5 5milioni reg”. O forse ci si ricorda perfettamente che i fratelli Graviano furono spediti a Milano a partire dal ’92 dove “avevano contatti importanti” e dove incontrarono più volte anche Marcellino Dell’Utri. Lo dice il pentito Gaspare Spatuzza ma (siccome vi diranno che Spatuzza non è credibile e i pentiti non possono deviare il corso della politica) lo dice anche l’ex funzionario della DC Tullio Cannella, politico per nulla pentito. E ci si ricorda che Gaetano Cinà, uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), visitava spesso gli uffici di Milano 2, e che l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano sia un condannato mafioso con il tratto per niente eroico della vile omertà.
Nonostante il premier si affanni a scrivere pizzini a Cicchitto in cui gli raccomanda in Aula di parlare di mafia (avendo già altri nel partito che si occupano a parlare “con la mafia”), nonostante anche nel centrosinistra qualcuno insista per scambiare la mafia come sceneggiatura buona per le fiction piuttosto che cancro delle istituzioni, oggi Cosa Nostra può guardare dall’alto i frutti della propria strategia di tensione e poi cooperazione con le istituzioni: tra il ’95 e il 2001 sono state approvate alcune leggi che sono fatti, mica opinioni. Sono state chiuse le carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara. Con la scusa della privacy si è imposta la distruzione dei tabulati telefonici più vecchi di cinque anni. In modo bipartisan è stata riformata la legge sui collaboratori di giustizia con il risultato di una diminuzione sensibile dei pentiti (calpestando il modello di Falcone e Borsellino). Si è pressoché smantellato il 41 bis e con la riforma del “giusto” processo si è concessa la facoltà di non rispondere, elevando l’omertà ad un (eroico) diritto di stato. Alcuni parlamentari hanno anche provato a parlare di “dissociazione” mafiosa. Il ministro Alfano ha proposto una riforma che consentirebbe alle difese di chiamare in tribunale un numero illimitato di testimoni, per ingolfare ancora meglio la palude dei processi. L’onorevole Gaetano Pecorella ha proposto il ricorso alla Convenzione Europea per la revisione dei processi (guarda caso, idea del vecchio Vito Ciancimino per annullare la sentenza del maxi processo di Palermo). Sempre ricalcando l’idea del vecchio boss Don Vito la Lega propone l’elezione dei giudici. Ad abbattere le difficoltà del riciclaggio ci ha pensato lo “scudo fiscale”.
Cosa dobbiamo aspettare perché sia un diritto (e soprattutto un dovere) raccontare e dire del rapporto adultero tra le mafie e questa Seconda Repubblica? Quando si riuscirà a gridare che il marcio di questo Stato sta uscendo dai polsini dei nostri governanti?
Mafia é mafia. Senza sinonimi, senza moderazioni.
Ferragosto in carcere. Personale precario per internati a tempo indeterminato
Ferragosto in Carcere. Ma stavolta un carcere diverso. Anzi un non-carcere. A differenza dello scorso anno, infatti, quando aderendo all'iniziativa dei radicali ho visitato l’istituto di Sollicciano e la Casa Circondariale di Massa, ho scelto di visitare l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, una realtà unica per le sue caratteristiche. Qui ho avvertito, con sorpresa, quello stesso senso di pena e d’impotenza che provai durante la mia prima visita in un penitenziario, tanti anni fa. L'impatto visivo è persino piacevole. Una splendida villa medicea sulla collina che guarda il paese. La magnificenza dell’antica residenza di Cosimo III de’ Medici, però, si risolve, con cinico contrappasso, nell’inquietudine, nel degrado e nella peggiore aberrazione dentro le mura umide e ammuffite delle sezioni di detenzione.
Immaginavo (ma, soprattutto, speravo) una struttura fortemente caratterizzata dal punto di vista della cura e dell’assistenza agli internati, capace anche di offrire sollievo e, in alcuni casi, percorsi di reinserimento e riabilitazione sociale. Purtroppo, ho trovato un ambiente imperniato sulle rigidità burocratiche e amministrative tipiche di ogni penitenziario, senza però la doverosa assistenza sanitaria che ci si aspetterebbe di trovare in quello che, comunque, dovrebbe essere un “ospedale”. Negli ultimi due anni, il passaggio della struttura dalla medicina penitenziaria al Servizio sanitario nazionale invece di garantire percorsi di cura maggiormente integrati nel territorio, sembra aver interrotto (definitivamente?) la maggior parte degli interventi di riabilitazione.
Non voglio entrare nel merito delle condizioni igieniche e sanitarie dell’edificio (vi sono celle di trentacinque metri quadri con otto posti letto, doppie fatiscenti con il bagno attaccato alle brande) perché situazioni di sovraffollamento le ho verificate anche in altre strutture carcerarie. L’aggravante di queste precarie condizioni sta nel fatto che gli internati costretti a vivere dentro un’unica cella non sono persone “normali”. Si tratta di individualità “speciali”, ciascuno con un particolare disagio psichico, che manifestano patologie che meriterebbero di essere affrontate singolarmente. L’assistenza sanitaria, ridotta al minimo, rischia così di diventare soltanto strumento di ordine e controllo e non di cura e guarigione, nonostante gli sforzi degli operatori. 173 'ricoverati', 83 agenti di polizia penitenziaria, 4 educatori, 1 psicologo, 2 psichiatri, 1 educatrice e 1 infermiera in turno. Ad aumentare il paradosso e aggravare queste difficili condizioni è il fatto che il personale sanitario (psichiatri, psicologi e infermieri, tutti qualificati) lavora con contratti part time e a tempo determinato; alcuni da ventiquattro anni, alcuni da quindici, altri “soltanto” da dieci. Condizioni di lavoro precarie che rendono ancor più difficile avviare percorsi di cura e recupero efficaci. Pensare a un intervento legislativo diventa pertanto difficoltoso per una realtà complessa come l’Opg, dove ai problemi cronici degli internati si aggiungono quelli di chi vi presta, a diverso titolo, servizio, e dove le competenze sono divise tra Stato e Regione. Una priorità evidente è quella di garantire al personale sanitario almeno la regolarizzazione dei contratti. Sarà nostra premura, come Gruppo Italia dei Valori in Consiglio Regionale, sottoporre a Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana, la questione affinché, per quanto di competenza, possano essere difesi i diritti del personale e, di conseguenza, possa essere garantito un servizio più efficace, e meno spersonalizzato, per gli internati.
I LAVORATORI TIRRENIA SCHIAVI SULLE “GALERE” COME IN “BEN-HUR” MENTRE IL MINISTRO NON RISPONDE
Il fallimento della Tirrenia é paradigmatico del fallimento di tutta la politica industriale del nostro governo.
Dopo aver distrutto i diritti del lavoro sanciti costituzionalmente, avallando le scelte antisindacali di Pomigliano, l'esecutivo persiste nel suo atteggiamento gravissimo rifiutando ogni confronto serio con il sindacato dei marittimi. Per questo l'Italia dei Valori ha sostenuto con forza le legittime rivendicazioni e mobilitazioni dei lavoratori Tirrenia, in difesa del diritto più bistrattato da questo governo: il diritto al lavoro. Mentre da una parte i lavoratori mettono in atto iniziative dimostrative nel rispetto della legge e del proprio contratto, nonché dell'utenza, dall'altra i comportamenti del Governo e del commissario, sono in palese violazione della stessa legge che regolamenta gli scioperi. Non sono state rispettate, infatti, le procedure di confronto e non è stato convocato il tavolo di crisi
Nel disinteresse delle istituzioni si è così lasciato morire un'azienda, che ha procurato profitto solo ai dirigenti, inamovibili da decenni, e ha ridotto sul lastrico la salute finanziaria della società e il futuro dei lavoratori. Con una privatizzazione fallimentare, attuata attraverso la parcellizzazione delle varie compagnie regionali, l'effetto sarà una tragedia sul piano sociale, la cessazione della continuità territoriale verso le rotte meno redditizie e l'aumento esponenziale delle tariffe. L'Italia si scoprirà ancora una volta più divisa, più povera, più antisolidale. Il governo non sembra avere interesse, o forse non ha la capacità, di gestire in maniera controllata ed efficiente, la transizione verso una privatizzazione equa e rispettosa dei diritti degli utenti e dei lavoratori. Dopo Alitalia, questo della Tirrenia è l'ennesimo cannibalismo dell’esecutivo Berlusconi, pronto a dare in pasto agli amici imprenditori le imprese nazionali anche quando ciò avviene a discapito dei lavoratori.
Come segretario per il Lazio dell'Italia dei Valori ho aderito pertanto alla manifestazione indetta dai lavoratori Tirrenia nel porto di Civitavecchia. In 200, da vari equipaggi, sono scesi dalle navi ed hanno urlato la rabbia di venire abbandonati e "spezzettati" insieme alla società, mentre un'Italia, impoverita e disinformata, prendeva i traghetti diretta verso le proprie ferie.
Sulla banchina ho chiamato il Ministro Matteoli ma, purtroppo senza sorpresa, non ha risposto alla chiamata. D'altra parte il silenzio e l'inadempienza del governo hanno caratterizzato tutta la vicenda Tirrenia.
Siamo con il lavoratori ed è ora che il governo, invece di pensare a soluzioni "balneari" per garantire la propria sopravvivenza, pensi a soluzioni "marittime" per garantire quella di diecimila famiglie. Palazzo Chigi è avvertito: se entro il 30 agosto il governo non sbloccherà la questione, con un piano industriale serio di rilancio, ogni porto d'Italia sarà bloccato dai dipendenti Tirrenia. I quali, sin da oggi, hanno iniziato uno sciopero bianco: garantiranno il servizio agli utenti della navi ma allo stesso tempo informeranno, tramite volantini e altri mezzi di comunicazione, tutti i passeggeri delle ruberie dei dirigenti, che hanno portato un'azienda florida al collasso finanziario e che hanno sfruttato i lavoratori tenendoli con contratti precari da 20 anni. L'Italia non può tornare ai tempi delle “galere”, come in “Ben-Hur” con gli operatori del mare ridotti a schiavi.
L'Italia dei Valori é e sarà a fianco di chi ancora crede che si debba, che si possa, essere liberi dal lavoro, liberi con il lavoro.
CASO SAKINEH, IN IRAN GRAVISSIMA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI
Quella di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata per adulterio alla lapidazione, costituisce una drammatica vicenda che racchiude un concentrato di violenza, tortura, pena di morte e discriminazione verso le donne. E' un caso gravissimo di violazione dei diritti umani, denunciato in ogni sede internazionale competente, e che costituisce, altresì, un insulto alla stessa storia persiana e alla cultura islamica.
La storia di Sakineh Mohammadi Ashtiani, iraniana di 43 anni, è quella comune a centinaia di altre donne non solo in Iran. Storie di diritti negati, di prevaricazione, di violenze inaudite perpetrate in nome di dettami religiosi strumentalmente travisati.
Sakineh è comparsa in tv lo scorso 11 agosto e ha confessato di aver tradito il marito e di essere stata complice nel suo omicidio, reati per i quali è stata condannata alla pena di morte con la lapidazione, e da quattro anni è rinchiusa nel carcere di Tabriz, in attesa dell'esecuzione. Secondo il suo avvocato però, la donna è stata costretta a confessare dopo due giorni di torture, nel disperato tentativo di salvarsi. Il caso è da tempo al centro di un’ondata di proteste internazionali, appelli sono giunti anche dal Segretario di Stato americano, Illary Clinton e dal presidente del Venezuela Hugo Chavez - che le ha offerto asilo politico -, ma finora non hanno sortito nessun effetto. Uno degli avvocati della donna, Hutan Kian, ha raccontato al “Guardian online” che Sakineh “è stata picchiata e torturata fino a quando non ha accettato di farsi riprendere dalla tv. I suoi due figli, Sajad, 22 anni e la sorella Saideh, 17, sono rimasti traumatizzati guardando il programma'', ha detto l'avvocato citato dal quotidiano britannico.
Secondo molti osservatori, la prova del fatto che si è trattato di una confessione imposta sta nel fatto che la donna ha attaccato, con voce incerta e tremante, i media occidentali per la loro interferenza nella sua vita privata.
VOLA L’INFLAZIONE: SERVIZI ESSENZIALI ALLE STELLE, MA IL GOVERNO E’ DISTRATTO
Un’altra batosta si abbatte sugli italiani più o meno in vacanza (vista l’aria che tira). L’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica, ha reso noti i dati sull’inflazione a Luglio e le notizie non sono buone: il costo della vita, lo scorso mese, é salito all'1,7% su base annua, dall’1,3% di giugno. Si tratta del rialzo più significativo dal dicembre del 2008, quando la crisi era appena una brezza e non quell’uragano che di lì a poco avrebbe devastato le economie occidentali.
La ripresa dell'inflazione, con buona pace dei vacanzieri in coda su strade e autostrade, risulta trascinata dai prezzi dei beni energetici: la benzina verde è salita dell'8,9% annuo mentre il gasolio per auto ha fatto segnare un rialzo tendenziale del 13,2% (+13,3% a giugno). E’ ora che il Governo si decida ad intervenire su accise e imposte, che pesano per circa il 70% sul prezzo dei carburanti alla pompa e che vengono interamente scaricate sugli automobilisti.
Si infiammano inoltre i prezzi dei trasporti. Di contro continua la gelata sugli alimentari, segno che la crisi, lungi dall’essere passata, sta mostrando tutta la sua virulenza, inducendo le persone a risparmiare anche sul cibo. Ergo, le tavole degli italiani sono sempre più povere.
Ma le cattive notizie per i consumatori non finiscono qui. Oltre all’inflazione galoppante, infatti, arrivano anche i rincari record di servizi essenziali per le famiglie. Questa volta i dati arrivano dallo stesso Ministero dell’Economia che è stato costretto ad ammettere come, in un 2009 martoriato dalla crisi, il prezzo dell'acqua (di cui l’esecutivo vorrebbe privatizzare la gestione, con conseguenze facilmente immaginabili) sia cresciuto del 6% e quello dei rifiuti del 4,5%. La rilevazione del Ministero svela anche aumenti da primato per le tariffe dei biglietti di treni e traghetti. Il trend è tanto più preoccupante, se si considera che i rincari hanno interessato i prezzi sottoposti a regolamentazione che, per stessa ammissione del dicastero di via XX Settembre, ''hanno registrato fin dall'inizio dell'anno una ripresa della dinamica di crescita con tassi saliti da poco meno del 2% al 3,5% circa di fine 2009''. Il rincaro delle tariffe ha riguardato sia le ''controllate a livello nazionale sia le regolate localmente''. Fra tutti, guarda caso, spiccano gli aumenti che vanno a colpire direttamente le tasche dei cittadini in ferie. Costa di più prendere i traghetti (+7,3%), i treni (+4,6%) e l’ingresso ai musei (+4,4%). Il Governo (se c’è, visto i tempi) batta un colpo!
FIAT, AIUTI SOLO SE GARANTISCE I POSTI DI LAVORO
Caso Fiat, intervista a Maurizio Zipponi, responsabile nazionale del dipartimento Lavoro dell’Italia dei Valori
Maurizio Zipponi, la Fiat ha annunciato ricorso contro il reintegro dei tre operai di Melfi, licenziati dall’azienda con l’accusa di aver bloccato volontariamente, durante uno sciopero, le linee di montaggio. Si aspettava la mossa del Lingotto, e come la giudica?
Quella della Fiat è una mossa naturale, nel senso che sempre quando un’azienda perde per antisindacalità, soprattutto sui licenziamenti, ricorre in tribunale. Ma a parte la mossa, data da una linea di difesa legale, quel che mi aspetterei è che, anzitutto, anche la Fiat si rendesse conto di essere in un Paese democratico in cui esiste un potere, la Magistratura, che è autonomo dagli altri poteri e dai potenti, e che per l’Italia dei Valori è un punto di riferimento importantissimo, oltre ad essere una garanzia per le persone che non hanno i mezzi per farsi valere attraverso i soldi o la gestione del potere della “casta”. L’autonomia della Magistratura è un punto per noi fondamentale. Quindi io mi aspetterei che la Fiat, rendendosi conto che non può fare quello che vuole – alla faccia delle leggi e dei contratti – decidesse di convocare la trattativa anche con il più grande sindacato italiano dei metalmeccanici che è la Fiom e mettesse da parte la repressione e lo scambio ‘diritti in cambio del posto di lavoro’ e discutesse finalmente del destino degli stabilimenti italiani e dell’occupazione.
Come motiva la politica perseguita negli ultimi tempi dalla Fiat, anche in relazione all’accordo di Pomigliano d’Arco e alla ventilata minaccia di Marchionne di uscire da Confindustria?
Tutto nasce da un problema: la Fiat nei prossimi mesi deve rispettare l’accordo col Governo americano sulla Chrysler, e cioè aumentare la propria quota di partecipazione e restituire il danaro che il Governo Usa ha prestato al costruttore di Detroit - di cui l’azienda torinese è il maggiore azionista privato – nei tempi definiti. La questione è che Chrysler questi soldi non li ha e non li ha nemmeno Fiat. Quindi il Lingotto deve ricercare risorse sul mercato finanziario. La via più breve è alzare il prezzo nei confronti del nostro governo, e cioè dire che in cambio del mantenimento degli stabilimenti in Italia, è necessario che l’azienda riceva, in modo diretto o indiretto, risorse pubbliche o, comunque, che il sistema finanziario italiano sostenga sia il debito attuale della Fiat sia le nuove risorse di cui ha bisogno per la Chrysler.
Io ho come l’impressione che tutte le vicende, da Pomigliano d’Arco ai licenziamenti di Melfi, in verità servano a coprire il vero problema, e cioè il debito della Fiat, le garanzie finanziarie per Chrysler e la divisione - per la prima volta nella sua storia - del gruppo, in quanto verranno scorporate le attività della Iveco (camion) e della New Holland (macchine movimento terra), per cercare risorse finanziare sul mercato. Ecco allora che quando i lavoratori dicono No a scambiare i diritti fondamentali con il lavoro perché sarebbe come tornare al Medioevo, questo viene utilizzato dall’azienda come capro espiatorio per alzare il prezzo di contrattazione per gli azionisti di Fiat, sia col governo italiano sia con il sistema finanziario.
Parliamo di occupazione, il Lingotto già oggi ha diverse linee di produzione all’estero e altre potrebbero essere trasferite in paesi con condizioni più favorevoli per l’azienda. A suo giudizio la multinazionale torinese manterrà gli attuali livelli occupazionali in Italia, o dobbiamo temere un ridimensionamento, come denuncia da tempo la Fiom?
La Fiat ha già deciso strategicamente le proprie linee per il futuro. La prima è quella di spostare l’asse decisionale verso gli Stati Uniti e il mercato dell’America Latina, in particolare il Brasile. Per quanto riguarda l’Europa, di trasferire le attività produttive nell’Est, Polonia e Slovenia soprattutto, e lasciare nel sud alcuni stabilimenti fin quando questi verranno sostenuti dal denaro pubblico italiano. Tanto è vero che ha già comunicato che chiuderà quello di Termini Imerese, in Sicilia, il che significa perdere – tra diretti e indiretti – circa 2mila posti di lavoro. Poi a Pomigliano, probabilmente porterà la Panda, ma sempre contrattando con il Governo italiano fondi, soldi pubblici e quant’altro. Che fare allora? Se avessimo un governo serio, dovrebbe dire a Marchionne: “Noi abbiamo in Italia 5 stabilimenti di produzione, questi devono avere un futuro, un prodotto, un modello, degli obiettivi di volumi da produrre. Se mantieni i livelli occupazionali discutiamo di cosa significa aiutare la Fiat”. Diversamente il rischio rispetto al passato è quello di dare aiuti pubblici al Lingotto semplicemente perché delocalizzi nell’Est Europa o, peggio ancora, trasferisca risorse finanziarie verso gli Stati Uniti, lasciando l’Italia solo come un mercato a cui attingere, volta per volta, sulla base degli aiuti di stato.
BISOGNA FARE DI TUTTO PER MANDARE A CASA IL CAVALIERE
Si anima il dibattito sulla situazione politica nel Paese per la crisi in seno alla maggioranza di governo. Due le ipotesi in caso di dimissioni di Berlusconi: un governo di transizione o il ricorso immediato alle urne. Ma con quali alleanze?
Di seguito pubblichiamo l’intervista che Massimo Donati, capogruppo Idv alla Camera dei Deputati ha rilasciato al quotidiano La Repubblica
Massimo Donadi, da capogruppo dell´Idv alla Camera come accoglie l´apertura di Bersani a tutte le forze dell´opposizione in caso di elezioni?
Con molto piacere e soddisfazione
Siete pronti a stringere larghe alleanze per affrontare le urne?
Sì, siamo pronti ad allearci per creare un governo di transizione che cambi la legge elettorale o per andare alle elezioni. E per questo è bene iniziare subito con idee, programmi e visioni da contrapporre al nulla del centrodestra”.
Partiamo dallo scenario del voto anticipato. Oltre al Pd con chi accettereste di allearvi?
Prima si tratta di costruire quello che non esiste, ovvero una coalizione di centrosinistra che non smussi al ribasso gli angoli come avvenne nell´Unione di Prodi. Poi se ci saranno le condizioni per cui possiamo giocarci la partita, bene. Se invece all´ultimo ci dovessimo rendere conto che per chiudere con il conflitto di interessi permanente di Berlusconi serve l´alleanza con il diavolo la faremo.
Chi è il diavolo?
L´Udc e i finiani. Ma non sarebbe una nuova coalizione di centrosinistra, bensì un fronte di liberazione nazionale per salvare la democrazia e ridare vigore alla Costituzione. Un´alleanza per una sola legislatura con quelli che in teoria sono nostri avversari. Dopodiché ognuno tornerà a fare il proprio mestiere, noi il centrosinistra e loro il centrodestra, speriamo più democratico e moderno di questo.
Torniamo al centrosinistra. Nella coalizione vedrebbe anche la sinistra radicale?
Con quella di Vendola che si assume la responsabilità di governo ci dobbiamo certamente consultare. Non si può fare altrettanto con la sinistra che si rivede nel comunismo con una scelta ideologica.
Vendola può essere un candidato premier?
E' sicuramente una delle personalità di primissimo livello della sinistra come lo sono Bersani, Chiamparino e Di Pietro. Però dobbiamo trovare tutti insieme un candidato che motivi gli elettori di centrosinistra e sia capace di parlare a quelli moderati e ho qualche dubbio che Vendola abbia queste caratteristiche, pur potendo avere un ruolo di primissimo piano.
E allora chi scegliere. E come?
Le primarie restano il faro, salvo avere l´intelligenza di trovare una personalità esterna alla politica che metta d´accordo tutti. Un nuovo Prodi.
E il governo di transizione prima delle elezioni?
Andrebbe bene per fare una nuova legge elettorale visto che quella attuale è una ferita alla democrazia. Un esecutivo di larga maggioranza con pochi ministri che durerebbe tre o quattro mesi. Poi le urne.
UNIONI CIVILI, SE NE PARLA, MA IL PARLAMENTO PENSA AD ALTRO
Il vicepresidente di FLI (il neonato gruppo parlamentare legato a Fini), Benedetto della Vedova, ha proposto di riaprire alla Camera il dibattito sui temi etici, in particolare sulle coppie omosessuali e conviventi, sulla legge 40 e sul testamento biologico per “disarmare” lo scontro laici-cattolici e dare risposte positive alla forte domanda di diritti che proviene dalla nostra società. Le risposte non si sono fatte attendere: levata di scudi dal Pdl, Udc e Binetti varie che minacciano di stracciare subito le presunte alleanza dell’altrettanto presunto “terzo polo”, sparo ad alzo zero del quotidiano dei vescovi Avvenire e silenzio del Pd (ma a questo ci siamo abituati).
La notizia in sè non ha avuto grande rilievo di stampa, ma ce ne occupiamo perché sono temi che ci appassionano e sui quali il congresso Idv ha detto parole chiare unanimemente condivise. I diritti delle coppie conviventi, per esempio, e delle coppie omosessuali in particolare hanno trovato soluzione giuridica in moltissimi paesi occidentali. Solo per citare le ultime notizie ricordiamo la sentenza di un giudice californiano che ha dichiarato illegittimo il risultato del referendum che aveva cancellato la legge sui matrimoni fra gay voluta dal Parlamento locale, in Messico la Corte Suprema ha dato il via libera ad una legge analoga, in Argentina nonostante l’opposizione della chiesa locale (peraltro compromessa nel rapporto con la dittatura) il Parlamento ha varato una legge che riconosce i diritti delle coppie omosessuali come nella Spagna di Zapatero. In Europa le leggi che riconoscono i diritti delle coppie omosessuali sono in vigore dappertutto tranne che in Italia e in Grecia. Laddove sono state approvate hanno avuto un grande successo e si sono consolidate nella cultura e nel costume. In Francia, ad esempio, il Pacs (Patti Civile di Solidarietà) ha superato un anno fa il numero dei matrimoni tradizionali, segno che il “pluralismo” degli istituti giuridici in campo familiare non è più soltanto una richiesta del movimento lgbt, ma un bisogno della società nel suo complesso.
D’altra parte si stanno moltiplicando gli episodi di vere e proprie discriminazioni legati alla mancanza in Italia di una legge che riconosca la pari dignità di ogni nucleo familiare: si va dal rifiuto di consentire al convivente la visita al proprio partner in ospedale alla cacciata dall’abitazione del partner del convivente deceduto.
La destra quando dice no ad una nuova legge in materia di diritto di famiglia straparla di presunte minacce alla famiglia tradizionale e alla sua stabilità. Si arriva persino a dire, come ha fatto il sub ministro Giovanardi, che occorre privilegiare la famiglia tradizionale rispetto agli altri nuclei familiari, come se tra i conviventi, etero od omosessuali che siano, non ci fossero esseri umani in tutto e per tutto uguali agli altri e con gli stessi diritti. La verità è che laddove le leggi di tutela sono state approvate si è assistito alla felice convivenza tra le varie forme di famiglia con grandi benefici per la società e per le persone coinvolte. Ed è per questo che è giunto il momento di modernizzare anche il nostro paese riconoscendo quei diritti che sono ormai dati per scontati in tutti i paesi civili.
MAFIA: DA BERLUSCONI SOLDI A PROVENZANO? I MAGISTRATI ACCERTINO LA VERITà
Ancora una volta siamo in attesa che si faccia verità sui rapporti perversi fra politica e mafia. In particolare, attendiamo che i magistrati accertino la gravissima circostanza dei presunti rapporti tra Silvio Berlusconi e il capo dei capi della mafia, Bernardo Provenzano, al quale, secondo fonti giornalistiche, in occasione delle elezioni politiche del 2001, avrebbe dato cento milioni di lire, come risulterebbe dal contenuto del pizzino denunciato davanti ai giudici di Palermo. Sarebbero gravissimi, se accertati dalla magistratura competente, questi collegamenti finanziari, personali ed elettorali.
L’Italia non dimentica che nel 2001, in Sicilia, la coalizione berlusconiana con Forza Italia totalizzò, nell’arco di un mese, 61 seggi su 61 alla camera e al Senato e ottenne, nel mese successivo, l’elezione a presidente della Regione siciliana di Salvatore Cuffaro, già condannato in secondo grado per reati di mafia. Berlusconi cercherà di farsi fare un’altra legge vergogna, non ci aspettiamo che si difenda nei processi. Chiediamo, invece, con forza che il ministro Maroni batta un colpo dando un segnale di sostegno e garantendo la sicurezza di magistrati, minacciati anche recentemente, testimoni e collaboratori di giustizia che da tempo ormai cercano di dare un contributo per evitare che la mafia abbia il volto dello Stato e lo stato quello della mafia. Il silenzio di Maroni è inquietante.
Immigrazione: LA VERGOGNOSA POLITICA DEL GOVERNO TRA OMISSIONI E DIRITTI NEGATI
Mentre gli italiani in vacanza affollano le spiagge del Belpaese, sulle nostre coste tornano gli sbarchi di immigrati. A dispetto della propaganda governativa solo nell’ultimo mese, in Sicilia, sarebbero arrivati almeno 350 migranti, senza contare quelli che giungono via terra. E si riaccende il dibattito sulla politica dei respingimenti e le violazioni dei diritti umani. Sulla questione vi proponiamo l’intervista a Fabio Evangelisti, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera, componente della III Commissione (Affari Esteri e Comunitari) e dell’Osservatorio della Camera dei Deputati sui fenomeni di xenofobia e razzismo.
Onorevole Evangelisti, il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il governo affermano di aver ridotto a zero gli sbarchi in Sicilia e di aver praticamente risolto il problema dell’immigrazione clandestina. La Caritas invece afferma che gli sbarchi sono ripresi su altre rotte. Chi ha ragione?
Hanno ragione entrambi, ma quella del Ministro Maroni è una ragione di cui vergognarsi. La riduzione degli sbarchi in Sicilia in effetti c'è stata, ma è costata all'Italia un'oscena trattativa con il dittatore Gheddafi, costata qualcosa come 5 (cinque) miliardi di euro (euro, non lire) - da pagarsi in vent'anni con strade ed altre opere pubbliche, oltre a motovedette per il pattugliamento in mare, aerei da ricognizione (soltanto?) ed altri armamenti - non potendo conteggiare il dolore e la negazione di ogni diritto umano ai tanti profughi ora detenuti nei terribili campi nel deserto. Cito da il Fatto Quotidiano del 6 Luglio: “Ci torturano a tutte le ore, ci insultano e ci picchiano. Stiamo morendo nel deserto”. E’ il racconto drammatico dei 245 rifugiati eritrei dal centro di detenzione di Braq, vicino a Sebah, nel sud della Libia. Storie nerissime di torture (e violenze) ripetute anche su donne e bambini. La vicenda è emersa grazie all’intervento del Consiglio italiano rifugiati (Cir) e di Amnesty International che (invano) hanno chiesto al nostro Governo di intervenire, ma i nostri ministri son più sensibili alla propaganda che alla pietà umana.
Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, boccia la politica dei respingimenti, definendola inutile e dannosa perché si concentra solo sugli sbarchi, mentre non contrasta affatto gli irregolari che entrano nel nostro Paese come regolari…
E qui c'è la seconda vergogna del Ministro Maroni che vanta i 'successi' nel canale di Sicilia ma tace sulla vera entità e sulle modalità degli ingressi irregolari nel nostro Paese. Il 90% dei clandestini, infatti, entra nel nostro paese via terra o in aereo, con un permesso provvisorio o un visto turistico, e poi si ferma sul territorio nazionale. Ma vuoi mettere l'effetto che fa l'immagine di un barcone stracolmo rispetto al flusso continuo e silenzioso ai nostri confini di terra!? E' come per gli incidenti. Cade un aereo, muoiono 200 persone e (giustamente) l'Italia intera s'interroga e s'addolora. Poi le statistiche ci dicono che ogni anno, in Italia, si verificano incidenti stradali che provocano la morte di circa 5.000 (cinquemila) persone e il ferimento di altre 300.000, ma in pochi se ne curano...
Poi c’è la questione della violazione dei diritti umani, in relazione soprattutto alle richieste d’asilo che con i respingimenti sono calate drasticamente…
Qui, davvero, la Caritas dovrebbe essere più netta nei confronti del Viminale perché c'è davvero poca carità cristiana nella cultura e nella pratica dei respingimenti e del governo dei flussi migratori. I respingimenti in mare (non quelli alla frontiera di Gorizia o di Ventimiglia) mettono in pericolo la vita delle persone. Spesso, poi, rappresentano anche una violazione dei diritti umani e di asilo, perché al Ministero tutti sanno che una percentuale altissima di quelli ai quali viene impedito di mettere piede in Italia sono uomini (e donne e bambini) che verrebbero certamente riconosciuti meritevoli di diritto di asilo politico. Non è un visione buonista ma una tutela garantita per legge. Ripeto: impedirne l’arrivo in Italia significa spesso ledere e negare i diritti fondamentali di persone meritevoli di protezione, in fuga da guerre e persecuzioni.
Stando così le cose, come prevede si evolverà la situazione, e come si dovrebbe intervenire sul fenomeno?
I flussi migratori rappresentano, al tempo stesso, un problema ed una opportunità. Il problema è rappresentato dall'aumento di una criminalità diffusa e dall'incontro fra questa e le nostre grandi organizzazioni criminali che spesso son dietro il traffico degli esseri umani (si pensi alla droga e alla prostituzione). Una opportunità per la nostra economia (le nostre pensioni, i lavori che noi non facciamo più, l'assistenza e la cura ai nostri anziani). Il rischio è che si continui a confondere sicurezza con ostilità allo straniero. Per questo anche l’Italia dei Valori deve avere una posizione netta: tutti devono rispettare la legge, indipendentemente dal colore della pelle o dalla lingua parlata. In chiave politica, per il futuro immediato, è necessario creare un fronte per la difesa della legalità e per spazzare via il luogo comune che la sicurezza è messa a repentaglio dagli stranieri, mentre ce l’abbiamo in casa, anche tra chi siede sui banchi del governo. L'immigrazione non è e non sarà un fenomeno passeggero, ma caratterizzerà sempre più l'economia globalizzata. Va dunque affrontata in chiave positiva, anche in termini di cooperazione con i paesi in via di sviluppo, poi come integrazione, apertura, rispetto dei diritti e, senza dubbio, difesa della legalità. Senza mai dimenticare, insisto, che l’illegalità non ha né colore né razza.
LE DONNE E IL RISPETTO
Dolore e rabbia: sono i sentimenti che, da donna, provo ogni qualvolta la radio, la tv e i giornali raccontano storie drammatiche, veri e propri martiri, subiti da donne che vivono in un Paese dove, troppo spesso, manca la cultura del rispetto. Donne violentate, come a Roma e Capri, uccise a calci e pugni per strada, come accaduto a Milano, ammazzate a coltellate dal marito che non accetta di separarsi, come avvenuto a Genova. Donne – ancora - perseguitate, terrorizzate, minacciate da uomini mai cresciuti, immaturi, o semplicemente violenti. Tutto questo, secondo quanto scritto nel rapporto Eurispes 2010, accade in un paese immobile, privo di idee e progetti, nel quale sembra che anche i soggetti che si propongono per guidare l'Italia futura siano in realtà più interessati a una transizione senza fine. Insomma, gli fa più comodo che le cose vadano così. Dicevo dolore e rabbia perché spesso questi episodi si verificano nella porta accanto alla nostra: nell’indifferenza generale.
Ogni cinque donne violentate nel 2009, quattro sono state molestate dal loro compagno o ex compagno. Mentre solo una su 100 è stata aggredita da uno sconosciuto. Ancora una volta il luogo comune secondo cui i maggiori pericoli per le donne si trovino in strada viene a cadere. E il numero di violenze subite in famiglia non diminuisce rispetto agli anni passati, anzi riesce ad emergere di più. Basti pensare che la legge sullo stalking, alla cui realizzazione l’Italia dei Valori ha dato un contributo decisivo (anche con la presentazione di una proposta, nel 2008, di cui ero la prima firmataria), ha permesso l’aumento delle denunce del 4%, dal 46% al 50%. Ma è ancora troppo poco. Gli ultimi episodi evidenziano che buona parte delle violenze e degli omicidi di donne è conseguenza di separazioni. Ogni 10 giorni in Italia un marito/compagno in via di separazione progetta il cosiddetto 'suicidio allargato'. E il governo? Il Ministro delle Pari Opportunità? Al di là degli annunci e delle mistificazioni si è fatto e si sta facendo poco o nulla. Anzi, nell’ultima finanziaria sono state tagliate ulteriormente le risorse. Sia alle forze dell’ordine, che hanno ora meno mezzi e uomini per contrastare la criminalità sul territorio, sia alla scuola, che invece avrebbe bisogno di finanziamenti per promuovere programmi di educazione – anche sessuale – già nelle prime classi, sia alle associazioni di volontariato che assistono le ragazze schiavizzate e avviate alla prostituzione.
Invece in Italia adolescenti e ragazzi hanno come esempio più alto un presidente del Consiglio malato di machismo, che fa il “papi” con ragazzine che potrebbero essere sue nipoti, si vanta baldanzoso delle sue doti amatoriali, consiglia a ragazze con un lavoro precario - ma avvenenti - di sposare un miliardario. Manca, insomma, la cultura del rispetto. Dolore e rabbia e la voglia di combattere per cambiare.
E a proposito di cultura del rispetto, ne esportiamo poca anche all'estero. Mi sembra giusto ricordare la lettera con cui Elvira Dones rispose qualche mese fa all'ennesima violenza verbale di Silvio Berlusconi sulle donne. Leggi lettera
TRENI, IL GOVERNO TAGLIA I FONDI: SICUREZZA SEMPRE PIU’ A RISCHIO
Il morto e i 58 feriti del deragliamento del treno della Circumvesuviana avvenuto venerdì nella zona di Gianturco, alla periferia orientale di Napoli allungano la lista delle vittime involontarie della politica scellerata di questo governo in tema di infrastrutture.
Vale la pena ricordare solo alcuni degli incidenti avvenuti negli ultimi mesi: a maggio, in Puglia, 35 persone rimangono ferite nello scontro tra un treno e un'autocisterna al passaggio a livello di Bitonto-Santo Spirito. In aprile sono 70 i feriti nel tamponamento di due convogli alle porte di Roma, mentre a Merano perdono la vita 9 persone: il treno sul quale viaggiavano viene travolto da una frana causata dalla rottura di un impianto di irrigazione; la sciagura provoca anche 28 feriti. Sempre in aprile in Liguria il deragliamento di un carrello per la manutenzione della massicciata ferroviaria provoca il ferimento di 5 operai nei pressi della stazione di Recco. Tredici mesi fa l’incidente più grave, a Viareggio: è il 29 giugno 2009 quando il treno merci 50325 deraglia in seguito all’esplosione causata dalla fuoriuscita di Gpl da una cisterna, provocando morte e distruzione tutto intorno. Un vero inferno: due palazzine distrutte, altre tre evacuate, centinaia di sfollati. 31 le persone decedute a causa del disastro, undici morte nell'esplosione e nell’incendio che ne è seguito, altre venti per le ustioni nei mesi successivi. Ad oggi nessuno è stato ancora rinviato a giudizio per quei fatti.
Questi sono solo alcuni degli episodi più gravi, ma nel corso del 2009 in Italia si sono verificati oltre 50 incidenti. Uno a settimana. Tutto questo non avviene per caso, come vorrebbero fare intendere il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli e l’Ad di FS Mauro Moretti, ma è il matematico risultato di una politica della sicurezza sempre più latitante. Di tagli criminali ai fondi per la formazione del personale, per la manutenzione delle tratte ferroviarie, per l’acquisto di nuovi e più sicuri convogli.
Mentre il governo spende miliardi di euro nell’alta velocità, in opere faraoniche come il ponte sullo Stretto, o nelle centrali nucleari, le linee ferroviarie ordinarie vengono lasciate al loro destino. L’Italia, dove il 15 per cento dei pendolari si muove in treno, ha i convogli regionali e locali più disastrati dell'Unione europea. A differenza di paesi come Germania e Francia che investono oltre un miliardo di euro l’anno in infrastrutture e materiale rotabile, il nostro governo ha cancellato anche i 300 milioni previsti inizialmente nel disegno di legge per il riordino dell'agenzia nazionale per la Sicurezza ferroviaria. Esattamente il contrario di ciò che bisogna fare. Noi dell’Italia dei valori pretendiamo che proprio la sicurezza torni al ad essere al centro di tutte le priorità.
Antonio Scopelliti esempio di legalità
L’omicidio del giudice Antonio Scopelliti, magistrato calabrese di altissimo rigore morale e professionale, ha costituito uno degli attacchi più alti della criminalità organizzata nei confronti delle istituzioni e del regolare funzionamento dell’ordinamento giudiziario. Scopelliti, servitore dello Stato ed esempio di legalità, venne ucciso poco dopo la sua nomina a Pubblico Ministero nel maxi processo contro i boss di Cosa Nostra in Cassazione. In questo modo, gli fu impedito di esercitare le sue funzioni e di sostenere con intransigenza e rispetto della legge l’intero impianto accusatorio. La barbara uccisione del giudice e la sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992, che confermò l’impianto accusatorio e le pesanti condanne nei confronti dei più violenti capi di Cosa Nostra, annunciarono drammaticamente la stagione delle stragi del ’92-‘93. Una pagina buia della nostra storia che ancora oggi attende verità e giustizia.
Scopelliti fu ucciso a 51 anni il 9 agosto 1991 lungo la strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro. Senza scorta, Scopelliti viene intercettato dai suoi assassini, appostati lungo la strada. Secondo i pentiti della 'Ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, l’uccisione del giudice sarebbe stato un “favore” della mafia calabrese a Cosa Nostra, visto che Scopelliti avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo contro i boss siciliani. Nell'abitazione del padre di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, fu trovato il fascicolo del processo alla ''Cupola'' di Cosa nostra.
Alla fine di una serie di processi, con condanne ed assoluzioni, nel 2001 la Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè e Benenetto Santapaola dall'accusa di essere stati i mandanti dell’omicidio Scopelliti, che rimane quindi impunito.
Serve verità per rendere l'Italia civile e moderna
Da tre anni (12 ottobre 2007) è in vigore una legge discutibile che dà al capo del governo italiano la competenza, di fatto esclusiva, per “l’apposizione e la tutela del segreto di Stato.”
L’ascesa al potere per la terza volta di Silvio Berlusconi nell’aprile 2008 ha segnato per gli italiani la chiusura totale d’ogni speranza di togliere il segreto di Stato sulla stagione dei terrorismi e delle stragi che hanno insanguinato la storia dell’ Italia repubblicana in 70 anni di storia, provocando centinaia di morti e migliaia di feriti.
Dall’eccidio di Portella della Ginestra all’assassinio di Aldo Moro, dalla strage di Bologna a quella di piazza della Loggia Brescia.
Qualche giorno fa Berlusconi non ha voluto neppure essere presente, né ha inviato uno dei suoi ministri a Bologna, dove pure migliaia di italiani, venuti da tutto il paese, hanno ricordato gli 85 morti di quel 2 agosto 1980.
E’ un chiaro segnale, per un capo del governo che qualcuno ha definito ormai “un morto che cammina”, di indifferenza e di disprezzo per tutte le vittime e rivela l’atteggiamento ambiguo di un politico che ha sempre preferito le logge massoniche e le cricche di affari ai confronti fatti alla luce del sole, in parlamento o nelle piazze.
Ma, per fortuna degli italiani, sta ormai arrivando la fine del dominio politico e culturale del leader populista. La maggioranza parlamentare, assai ampia dopo le elezioni poliche del 2008, si è ormai dissolta e il governo dovrà fare i conti ogni giorno con la scissione di Fini e con l’opposizione di centro-sinistra che ha nell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro la sua punta di diamante.
L’Italia è l’unico paese democratico in cui il segreto di Stato nasconde ancora vicende che hanno caratterizzato a lungo la nostra storia e che devono essere chiarite per mettere in luce le responsabilità di classi dirigenti che si sono opposte, e che ancora si oppongono, ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana del 1948. Cioè alle libertà politiche, civili ed economiche, all’eguaglianza tra i cittadini, alla giustizia sociale.
Negli Stati Uniti, per una decisione della presidenza Clinton, ormai da oltre un decennio ogni quattro anni vengono desecretati materiali scottanti che si riferiscono al comportamento dei governi negli anni settanta, ottanta e novanta del Novecento.
In Italia non sappiamo ancora chi ha sparato a Portella della Ginestra nè chi è stato il mandantedella bomba alla stazione di Bologna. Dobbiamo far di tutto affinchè Berlusconi finisca di governare, coprendo gli assassini, e che chi andrà al governo si impegni a togliere il segreto sulle stragi e i terrorismi del Novecento e restituisca agli italiani la legalità, dando ai parenti delle vittime la giustizia cui hanno diritto.
E’ una speranza importante per chi crede ancora nella possibilità di cambiare l’Italia e di farla diventare un paese civile e moderno.
LE RAGIONI DELLA NECESSITA’ DI ANDARE SUBITO ALLE URNE
L’Italia dei Valori non entrerà in nessun governo pasticciato, magari composto da pezzi del vecchio esecutivo che abbiamo combattuto dal primo giorno di legislatura e lontani da noi anni luce. Nessuno può chiederci di metterci insieme a partiti che non hanno mai fatto della questione morale una discriminante essenziale e che anzi l’hanno avversata.
Qualche solone, penso all’appello di Paolo Flores D’Arcais sul Fatto ma anche ad alcuni esponenti del Pd, si trastulla con ipotesi fantasiose per arrivare a un governo tecnico o istituzionale con lo scopo di cambiare la più brutta legge elettorale delle democrazie occidentali. Sarei favorevolissimo a cambiarla se ci fossero le condizioni. A costoro ricordo un piccolo particolare: Pdl e Lega al Senato hanno ancora la maggioranza assoluta.
In questo momento le due camere potrebbero avere maggioranze diverse e l’unica soluzione sono le elezioni subito, senza volere con questo sfasciare il paese. Con chi dovremmo fare questo governo? Con la Lega che ancora oggi si è detta contraria a qualsiasi ipotesi di modifica della maggioranza? Con il Pdl senza Berlusconi? Che dovremmo fare, partecipare a un governo di tutti contro Berlusconi? Chi oggi parla di larghe intese è, a mio parere, un socio di minoranza di Berlusconi.
Il paese, invece, si sfascia se si prosegue con questo stillicidio, con due camere che potrebbero avere maggioranze diverse. L’Italia ha bisogno di un governo serio e di maggioranze stabili e queste possono venire solo da nuove elezioni. Il centrosinistra, anzi, dovrebbe mettersi subito al lavoro per trovare le alleanze giuste attorno a un programma condiviso per non farsi trovare in ritardo nel momento, inevitabile, in cui il presidente della Repubblica sarà costretto a sciogliere le camere.
Telecom: 3900 esuberi e Sacconi è contento
La vicenda Telecom, segna da sempre in Italia dei passaggi significativi nell'industria e nei rapporti tra questa e il sistema politico. La società, non bisogna dimenticarlo, è stata interessata dalla più grande privatizzazione italiana, e ha visto passare un mare di farabutti che hanno trasformato un gruppo ricco, in una azienda fortemente indebitata.
E' passato Emilio Gnutti - con i furbetti del quartierino - che ha comprato l'azienda a debito e successivamente ha caricato i debiti sulla stessa. Poi Tronchetti Provera che, guarda caso, ha spostato gli immobili di proprietà Telecom alla Pirelli Re, la sua società. E' passato anche un amministratore delegato che se n'è andato nel 2007 con 17 e passa milioni di liquidazione. Tante, nel corso degli anni, le ferite inferte da questi personaggi all’azienda. Sarebbe importante che la magistratura aprisse una seria inchiesta per accertare tutte le responsabilità.
Detto questo, Telecom si trova ad essere si un’azienda indebitata, ma anche aperta al futuro, perché si occupa di rete, di telecomunicazioni, di information technology. La società ha svolto una trattativa dichiarando una ulteriore ristrutturazione, ha esternalizzato dapprima il settote It poi ha deciso di ridurre fortemente il personale. Per fortuna, questa volta, il confronto ha portato ad un accordo che non prevede licenziamenti, né il ridimensionamento dei diritti come invece è avvenuto a Pomigliano d'Arco con la Fiat. Quindi il risultato porta a una non drammatizzazione del tema. Per questo l’accordo è giudicato dall'Italia dei Valori buono anche se lascia aperto un problema: Telecom deve essere un protagonista industriale come lo fu l'Enel nell'elettrificazione del Paese nel dopoguerra. Deve esserlo nel portare la banda larga nelle case, nelle officine, nei negozi, nelle industrie, per renderla disponibile gratuitamente a tutti. L’azienda, quindi, ha un ruolo industriale importantissimo, che non è stato discusso in occasione di questa intesa, ma che andrà attentamente considerato.
Infine abbiamo letto, come Italia dei Valori, i commenti del governo. Francamente siamo stupefatti; qui si scrive che 3.900 persone se ne andranno, anche se volontariamente attraverso la mobilità, ma se ne andranno, altre entreranno in riduzione di orario, e il ministro della “Disoccupazione” Sacconi cosa commenta? È contento. Lui è contento! La più grande azienda italiana riduce drasticamente gli organici, non assume giovani, non sostituisce chi va in pensione, chi va in mobilità e il nostro ministro è contento.
Noi dell’Italia dei Valori insistiamo su questi fatti. Purtroppo alla vicenda Telecom si aggiungerà, a partire da settembre, quella di Unicredit e di altre grandi imprese. Bisogna intervenire con urgenza. Il governo dovrebbe dire a Telecom: “Il tuo business interessa l'insieme del Paese, io faccio politica industriale e lo incentivo perché riguarda un settore strategico. Per questo ti chiedo di investire sui giovani, sulla formazione, sul rapporto università-ricerca, sul lavoro a tempo indeterminato per dare un futuro meno incerto alle persone”. Invece no, il nostro ministro della Disoccupazione è semplicemente felice che si riducano gli organici.
Ecco, questa è la differenza fra noi e il governo. Loro sono felici quando l'industria va male, quando si riducono i posti di lavoro, noi invece per il futuro ci auguriamo di innescare un nuovo meccanismo di politica industriale che guardi allo sviluppo civile, democratico e industriale del nostro Paese.
Lavoriamo ad una coalizione alternativa
Sul Fatto Quotidiano di ieri, Paolo Flores d’Arcais ha scritto un appello diretto a me e Nichi Vendola, in cui ci chiedeva di lavorare per un governo di transizione che mettesse mano al conflitto di interessi e alla legge elettorale (scarica la lettera).
Riporto di seguito la mia risposta, pubblicata oggi su Il Fatto Quotidiano.
Caro Flores,
rispondo all’appello che hai rivolto a me e a Vendola. Tu condividi con noi la necessità di andare al più presto alle urne per mandare a casa Berlusconi e il suo governo. Giustamente, però, fai notare che se non si realizzano prima “due condizioni minime” (parole tue), ovvero “modificare l’attuale legge elettorale “porcata” e togliere a Berlusconi il controllo totalitario dell’informazione”, sarà molto difficile, se non impossibile, poi, vincere le elezioni.
Tu stesso, inoltre, fai notare che, fino a quando Berlusconi sarà al governo e avrà una maggioranza che lo sorreggerà, è inimmaginabile che il Parlamento possa emanare una nuova legge elettorale e una regolamentazione più democratica e plurale dell’informazione pubblica e privata.
L’utopia e la lotta
Tu stesso, quindi, per sfuggire a questa ferrea morsa, proponi l’avvento di un “governo provvisorio” o “governo di lealtà istituzionale” (come lo chiami tu) composto da personalità non della politica (e quindi non parlamentari e non appartenenti a partiti) che si sostituisca all’attuale governo berlusconiano ed emani leggi che soddisfino le suddette due “condizioni minime” per andare alle elezioni.
Tu stesso, infine, ti sei accorto che la proposta da te avanzata è a tal punto “utopistica” (ancora parole tue) da ritenere che l’unica strada praticabile ora sia, in realtà, “una proposta di lotta” (sei sempre tu a parlare), ovvero “una grande manifestazione nazionale per fine settembre che chieda elezioni democratiche, fuori Berlusconi, governo di pluralismo televisivo, nuova legge elettorale”. Insomma, un’altra manifestazione come quella del 2002 a Piazza Navona con Nanni Moretti o quella del 2009 per il “No B. day”.
Tutto qui? Mi verrebbe da dire.
Sia chiaro, sono d’accordissimo con te: sia per quanto riguarda l’analisi che la proposta. Sono a tal punto d’accordo con te che mi impegno qui per iscritto, nero su bianco, ad essere anch’io, e tutti noi dell’Italia dei Valori, della partita, pronti a mobilitare tutte le nostre strutture organizzative (e i due milioni ed oltre di firme raccolte per i tre referendum – acqua, nucleare e legittimo impedimento – stanno lì a dimostrare la forza della nostra organizzazione). Siamo pronti a tappezzare il Paese con manifesti per denunciare le nefandezze berlusconiane (cosa che, peraltro, stiamo già facendo). Siamo pronti a investire ulteriormente nella comunicazione in Rete (da settembre partirà una Web Tv dell’Italia dei Valori). Siamo pronti a girare (lo sono anche io personalmente e col megafono in mano), per tutte le piazze e i mercati d’Italia per “chiamare alle armi” il popolo democratico per una nuova grande manifestazione.
Sogno e realtà
Detto questo, però – e con il rinnovato impegno a farlo per davvero – scendiamo entrambi dalle nuvole e rimettiamo i piedi per terra:
Non esiste, e non potrà mai esistere, una maggioranza parlamentare che in questa legislatura abbia il coraggio di smarcarsi da Berlusconi per varare le due “condizioni minime” di cui tu parli;
Non esiste, e non esisterà mai, una maggioranza parlamentare disposta a dare la fiducia ad un governo di “lealtà istituzionale” formato da altissime personalità tecniche non provenienti dalla politica. Piaccia o non piaccia è così e non sarà certo una manifestazione pubblica in più a far cambiare idea ai mestieranti della politica che infestano il Parlamento.
Non esiste, e non può esistere, la possibilità che si realizzi un’inedita coalizione politica elettorale che veda insieme la destra di Fini e la sinistra del Partito democratico. Gli elettori di entrambi gli schieramenti li manderebbero a quel paese. La storia è storia e non si può scherzare con formule e formulette, calpestando i ricordi e le sofferenze;
Non esiste, e non può esistere, che l’attuale classe dirigente del Partito democratico si unisca a noi dell’Italia dei Valori, o alla Sinistra e Libertà di Vendola, per fare squadra insieme. Lo ha ripetuto Letta l’altro ieri e lo ha ribadito D’Alema ieri. I maggiorenti del Pd vedono me e Vendola come fumo negli occhi e, se potessero, ci farebbero fuori prima e peggio di Berlusconi. Il Pd sta lavorando per costruire una nuova coalizione con l’Udc e con la resuscitata “balena bianca”, e ha già risposto picche alla mia proposta di costruire con l’IdV la coalizione del centrosinistra. A Vendola faranno di peggio: renderanno un inferno la sua attività di governatore della Puglia, anche se, ovviamente, negheranno e smentiranno sdegnati. Senza contare quel che hanno fatto e faranno a Luigi De Magistris che non considerano della famiglia del centrosinistra solo perché ha fatto il suo dovere fino in fondo.
Così stando le cose, non ci resta altro da fare che rimboccarci le maniche e intanto partire da soli nella costruzione di un’inedita coalizione.
Oggi va bene anche una nuova manifestazione di piazza, ma per domani dobbiamo unire “le forze dei non allineati”, quelle della società civile, della Rete, magari anche dei “grillini”, soprattutto dobbiamo parlare al “popolo” – sia della sinistra che della destra – per far capire che la loro classe dirigente li sta tradendo e li sta usando. Dobbiamo far sapere che Fini e i finiani non sono credibili perché hanno rotto con Berlusconi in nome della legalità e poi si sono alleati con Cuffaro e Lombardo e non hanno votato la sfiducia a Caliendo. Dobbiamo far sapere che i maggiorenti del Pd, pur di non aver tra i piedi me o Vendola, si stanno “accasando” con Casini, Cuffaro, Lombardo e una miriade di altri personaggi impresentabili per la loro storia personale e politica. Dobbiamo parlare anche al popolo del Nord per denunciare la grande truffa mediatica dei dirigenti della Lega che i fine settimana fanno i gradassi a Pontida e durante la settimana, a Roma, si spartiscono le poltrone e le prebende come e peggio della Prima Repubblica.
Le regole e il gioco
Insomma e in conclusione: è inutile cercare di cambiare da dentro le regole del gioco (legge elettorale, conflitto di interessi o pluralità dell’informazione). Non lo faranno e non ce lo faranno fare. Meglio attrezzarci da subito con una “coalizione alternativa” di nuovo conio per essere pronti ad affrontare le elezioni quando ci saranno, anche a costo di andarci con le attuali “regole capestro”, piuttosto che sognare coalizioni di “lealtà costituzionale”, come utopisticamente e genuinamente le hai chiamate tu, o di “responsabilità nazionale”, come furbescamente le ha definite Casini con il chiaro scopo di andare lui al governo al posto di Berlusconi, cosa che molti del Pd sembrano già disposti a barattare, come hanno fatto per Vietti al Csm.
Per intenderci, caro Paolo, questa coalizione è già nei fatti.
E del Pd che ne facciamo, dirai tu. Non tutto è perduto. I maggiorenti del Pd conoscono solo la legge del più forte e noi dobbiamo sfidarli proprio su questo campo. Lavoriamo da subito alla costruzione di questa “coalizione alternativa” e vedrai che la “paura” di essere affiancati e superati da forze più fresche e più risolute li porterà a più miti consigli. Anche loro sanno, come tutti noi dobbiamo sapere e avere ben presente, che è prioritario, per il bene del Paese, liberarci del clan piduista che fa capo a Silvio Berlusconi. Quindi dobbiamo tutti rassegnarci a convivere tra noi per arrivare all’obiettivo. Alla fine, arriveranno, speriamo non a tempo scaduto, anche i pachidermi del Pd.
LE API DI RUTELLI? RONZANO MA NON PUNGONO
Sono neri dalla rabbia. Ieri, con malcelata riluttanza, hanno dovuto accettare la realtà dei fatti e dei numeri: la maggioranza non c’e’ piu. Berlusconi, turbato dalla prima lezione di democrazia inflittagli dal Parlamento, reagirà facendo l’unica cosa che sa fare: tentare, da qui fino agli ultimi giorni dell’impero, la compravendita di qualche deputato finiano, come fosse la campagna acquisti del Milan. Da settembre, per la maggioranza si aprirà la stagione dell’incertezza e dell’instabilità. Saranno in bilico, appesi continuamente al filo su ogni voto, in una sorta di lento logorio che li porterà presto al capolinea. Ieri è stata una giornata straordinariamente importante per il nostro partito, per Italia dei Valori, che ha dato prova di grande forza. Se il Parlamento, ieri, ha dovuto fare i conti con la questione morale e con quei valori nei quali il nostro partito crede da sempre e che da sempre porta avanti con caparbiertà e cocciutaggine, nonostante l'ostilità di molti, è grazie a noi. Siamo noi, infatti, ad aver presentato le mozioni di sfiducia a Scajola, a Cosentino e, infine, a Caliendo. Tutte scelte vincenti che il Partito democratico ha scelto di sostenere e condividere con noi. Siamo noi ad aver vinto, ad aver fatto bene insieme al Pd il nostro lavoro. Su un tema cruciale come quello della legalità non si possono fare sconti e noi lo diciamo da sempre, da quando il nostro partito era una piccola realtà di uomini armati di tanto coraggio. Ieri sera, sulla spinta di un'opposizione che si è mostrata unita e più agguerrita che mai, il tema della legalità, imposto da IDV alla coscienza della politica, ha fatto vacillare il governo. Non vedo davvero dove cosa ci sia di demagogico e di populistico in questo e nella politica di Italia dei Valori, come sostiene oggi il senatore Francesco Rutelli che, in un'intervista sul quotidiano "La Repubblica", si dice a disagio con noi e definisce "invettiva e populismo" la politica che noi portiamo avanti, a meno che il senatore Rutelli non pensi che la difesa della legalità sia invettiva, demagogia o peggio ancora populismo. Noi pensiamo che il senso di responsabilità, di cui il senatore Rutelli si riempie la bocca un giorno si e l'altro pure come fosse a suo esclusivo appannaggio, non sia un vago concetto astratto di cui parlare in verbosissime interviste, ma un valore da difendere con azioni concrete in Parlamento, con mozioni di sfiducia, voti responsabili e scelte coraggiose, a volte anche solitarie. In Afghanistan, ad esempio, riteniamo che da tempo ormai sia fallita ogni operazione di peacekeeping e siccome preferiamo tutelare i nostri soldati, piuttosto che piangerli da morti, abbiamo fatto una scelta coraggiosa e responsabile, e non demagogica e populista come dice il leader dell'Api. l'ex radicale, ex Margherita, ex Pd ora Api Rutelli. Noi abbiamo fatto proposte concrete e di riforma coraggiose per tirare fuori l'Italia dalla crisi ma forse il leader di Api, impegnato su qualche tv, era distratto e non se ne è accorto. Con tutto il rispetto, il ronzio delle Api non ci spaventa, soprattutto se arrivano dall'ex radicale, ex Margherita, ex Pd, ora Api Rutelli e chissà cosa domani. Per questo,se io fossi il segretario del Pd Bersani al leader dell'Api, un partito di profughi, non gli risponderei neppure al telefono. Perchè non esiste che uno che ha spaccato il partito, tradendo il mandato degli elettori, bussi alla porta il giorno dopo e venga trattato come potenziale alleato. Se passasse il messaggio che essere sleali paga, è evidente che a sempre più persone pungerà vaghezza di metter su un partito personale come ha fatto Rutelli perchè conviene, con buona pace di questo martoriato paese.
Bologna: il Governo risponda
La compostezza e l’assoluto equilibrio con cui i familiari delle vittime hanno commemorato il trentennale della strage di Bologna onora nel migliore dei modi la memoria dei tanti innocenti morti a causa della violenza terrorista, ma costituisce anche la migliore risposta all’inaccettabile e vile assenza del governo che, per la prima volta in trenta anni non ha voluto inviare alcun rappresentante a Bologna.
L’Italia dei valori ha ritenuto un suo dovere morale essere presente oggi cosi’ come prende un impegno solenne a fare quanto in suo potere per contribuire a realizzare l’auspicio lanciato oggi dal capo dello Stato, ovvero colmare lacune e ambiguita’ che ancora avvolgono questa vicenda.
Un impegno per quale vogliamo lavorare fin da oggi, e ancora di piu’ nell’ipotesi in cui dovessimo tornare ad occupare cariche di governo. Dopo trenta anni e’ giunto il tempo che il paese possa sapere tutto su questa e su altre stragi italiane e non certamente quello di prolungare ulteriormente il segreto di stato, come invece sembra voler fare il governo.
Inoltre poiché dopo il Ministro La Russa è oggi il sottosegretario Giovanardi ad insultare e a provocare in maniera assolutamente inaccettabile i parenti delle vittime della strage di Bologna, tentando di far passare il messaggio che il governo non ha partecipato alla commemorazione del trentennale per colpa delle contestazioni gratuite che le associazioni sarebbero solite rivolgere, ho presentato un’interrogazione al governo (che potete scaricare da questo link) chiedendo quali siano i motivi della sua assenza e se condivida i giudizi espressi da La Russa e Giovanardi.
Conoscendo il governo Berlusconi non pretendo che ci sia almeno uno dei suoi componenti che abbia la dignità e l’onestà intellettuale di prendere le distanze dagli insulti dei colleghi, ma mi auguro che almeno possa arrivare in tempi solleciti una risposta ufficiale che avrà comunque il merito di chiarire i motivi che hanno portato il governo ad essere assente per la prima volta in trenta anni.
Il governo degli applausi finti
Trent'anni fa un ordigno nascosto in una valigia uccise 85 persone nella stazione ferroviaria di Bologna. Una strage senza precedenti in un periodo buio per l'Italia, alle prese col terrorismo e con gli accordi fra mafia e Stato.
Oggi, 2 agosto come allora, a Bologna i familiari delle vittime e tanti altri italiani si sono ritrovati per ricordare quel giorno triste.
Unico assente il Governo. Nessun esponente dell'esecutivo ha voluto rendere omaggio alla storia e al dolore. Il Presidente del Consiglio e i suoi Ministri, impegnati nella corsa contro il tempo per tenersi a galla, hanno disertato la manifestazione odierà.
Il Ministro La Russa ha spiegato che l'assenza è colpa dei fischi che i bolognesi gli avrebbero riservato. Io gli credo. Sono convinto anch'io che lo avrebbero sommerso di fischi. E sono convinto, altresì, che i codardi scappano o si nascondono quando non hanno altra scelta.
Il Governo, anche in questo caso, ha dimostrato di non essere il Governo del Paese ma di una stretta cerchia di persone. Questo è l'esecutivo che adora gli applausi (finti) delle convention e si nasconde alle urla che arrivano dalle piazze.
Il premier e i suoi ministri non mancano mai alle riunioni degli industriali. Sono sempre presenti quando interessi e quattrini spingono una platea ad applaudire il ministro di turno. Ma sono applausi finti. Applausi comprati con i soldi dei contribuenti, costretti a pagare le scelte pilotate a favore della casta.
Oggi a Bologna, invece, i ministri hanno preferito non andare. C'era una piazza che ha sete di verità. E dall'altra parte una classe politica che sa e non dice.
Ma non mi va di criticare i ministri per la loro assenza. Tutt'altro, sono contento che nessuno di loro, oggi, sia stato a Bologna. Perché la memoria di 85 innocenti non può essere onorata da chi divide idee e potere con personaggi loschi che nelle trattative d'allora fra mafia-Stato svolgevano ruoli da protagonisti. Meglio così, allora. Della loro presenza non sapevamo che farcene.
In tutta questa storia una verità processuale c’è già, ma ancora non si sa chi furono i colpevoli né i mandanti. E’ necessario, infatti, stanare i colpevoli di quel silenzio che circondò e avvolse questa tragica vicenda e i mandanti che, dopo trent’anni, non hanno ancora un volto. Per questo, io non dimentico, ma vorrei che la memoria mia e di tutti fosse aiutata dalla verità. Anche oggi, rinnoviamo la nostra vicinanza ai familiari delle vittime e assicuriamo loro tutto il nostro impegno istituzionale per supportare la loro battaglia nella ricerca della verità.
Lettera aperta a Bersani
Pubblico la lettera aperta che, insieme a Massimo Donadi e Felice Belisario, abbiamo scritto al segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani
Caro Pier Luigi,
Ti indirizziamo questa lettera aperta perché anche noi, come credo tutti gli italiani, siamo consapevoli che la crisi che ha travolto il Pdl è una crisi lacerante e strutturale, che presto travolgerà l’intera compagine di governo e, come tutti gli italiani, siamo allarmati che la conseguente situazione di instabilità possa esporre il Paese a danni ulteriori rispetto a quelli che il malgoverno del centrodestra ha già provocato fino a qui.
Per queste ragioni, riteniamo che le opposizioni, piuttosto che affannarsi continuamente nel prefigurare o auspicare cose che non dipendono né da noi né da Voi, quali larghe intese, governi tecnici o governissimi che dir si voglia, dovrebbero senza ulteriori indugi riunirsi e mettere in campo al più presto idee, progetti e uomini cherappresentino l’alternativa di governo.
Ricostruiamo, insieme, una coalizione innovatrice e capace di vincere le sfide del cambiamento. Mostriamoci compatti davanti al Paese, rimbocchiamoci le maniche consapevoli che, più forti e uniti noi saremo, più rapido sarà il declino di questa maggioranza.
Soluzioni parlamentari che consentano, prima di tornare al voto, di approvare una nuova legge elettorale meno indecedente le valuteremo insieme se e quando saranno possibili. Ma oggi è il tempo di edificare la casa comune non di apparire al Paese intenti a perseguire trame di palazzo.
Ci rivolgiamo a Te perché insieme al tuo partito abbiamo condiviso l’alleanza per le ultime elezioni politiche e crediamo che da lì sia giusto ripartire. Con uno spirito che non sia, mai più per il futuro, di mera intesa elettorale, ma di profonda condivisione di un modello di modernizzazione del Paese.
Per questo, Ti chiediamo, già nei prossimi giorni, un incontro che non è ora più rinviabile. Perché la responsabilità di non esserci fatti trovare pronti di fronte all’implosione della maggioranza è qualcosa che i nostri elettori non ci perdonerebbero.
Antonio Di Pietro, Presidente IDV
Massimo Donadi, Capogruppo IDV Camera
Felice Belisario, Capogruppo IDV Senato
Il dittatorello Berlusconi Silvio
Quello che poteva essere un normale contrasto tra galletti dentro lo stesso pollaio partitico, ha assunto il segno della conferma di un disegno eversivo, lo stesso disegno eversivo espresso dalla legge sulle intercettazioni: impunità e omertà, al posto di responsabilità personale e dell’informazione libera . L’imperativo del dittatorello, pluriinquisito, Berlusconi Silvio, è porre ostacoli all'accertamento di responsabilità, legando le mani e mettendo le manettealle forze dell'ordine e alla magistratura, che le manette dovrebbero metterle ai delinquenti. Il tentativo di Berlusconi è anche quello di mettere il bavaglio ai giornalisti, in sostanza è il progetto piduista di Berlusconi Silvio, pluri-inquisito e, grazie alle leggi ad personam, ancora non giudicato o condannato, come il suo compare, l’avvocato Mills. Berlusconi vuole porre ostacoli alla punibilità di amici di casta e di cricca, vedi Cosentino e Dell'Utri, imputato il primo per camorra e condannato il secondo per mafia, Brancher, il ministro del nulla appena condannato a due anni, ma anche Scajola e Verdini.
In tale scenario, Cesare Previti, già ministro della Difesa e poi condannato e affidato ai servizi sociali, ormai è un profeta del crimine. Vuole porre, al tempo stesso, il bavaglio ai giornalisti e ai blogger, per censurare e zittire informazioni e opinioni sgradite. In tale scenario, il Tg1 di Minzolini e il direttore generale della Rai, Mauro Masi detengono il modello di riferimento di una disinformazione di regime.
In questo scenario, il dittatorello Berlusconi caccia dal partito Gianfranco Fini e quanti si sono schierati con posizioni sgradite sulla questione morale e lascia nel partito e nel governo al loro posto il cofondatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, Cosentino, Brancher, Bertolaso, Verdini, se stesso. Lascia, inoltre, e resta a garanzia del sistema, Gianni Letta, il Rasputin del terzo millennio. Palazzo Chigi ormai sembra il palazzo degli Zar, caratterizzato da imprevedibili minacce e atti di violenza. Fini e i suoi hanno osato opporsi al disegno di legge sulle intercettazioni e richiamare l'attenzione sulla questione morale e, implacabile, è arrivata l’espulsione, figlia della cultura della impunità di casta e del fastidio per opinioni diverse dalle veline, di ogni genere. E, a conferma del delirio di onnipotenza del Berlusconi Silvio, a conferma della soffocante coincidenza tra pubblico e privato, che costruisce caste e conflitti di interesse, a conferma del fastidio di ogni controllo sulla legalità, l'ufficio di presidenza del Popolo delle libertà e il presidente del Consiglio dei ministri, quarta carica dello Stato, hanno cacciato dal partito il cofondatore del PdL, Gianfranco Fini, e vogliono cacciarlo dalla carica di presidente della Camera. Un atto eversivo ed un tentativo di stravolgimento del sistema costituzionale. Quello che poteva essere un contrasto tra galletti dentro lo stesso pollaio partitico, ha finito con il confermare, per atti e fatti concludenti, la natura costituzionalmente eversiva e il progetto piduista del dittatorello Berlusconi e del suo governo.
E' crisi di governo: Berlusconi riferisca in aula
Da ieri sera tutto è cambiato e questa mattina nell’aula di Montecitorio si è di fatto aperta la crisi del governo. Non siamo di fronte ad un bisticcio, l’ennesimo, tra Berlusconi e Fini ma di fronte alla deflagrazione della maggioranza e all’implosione di un progetto politico e di un partito che doveva essere il grande partito della destra dei moderati italiani e della libertà ma che, alla fine, del concetto di libertà ha dimostrato di avere solo la presunzione del nome. Non appena uno dei due cofondatori, e alcune persone a lui vicino, si sono limitate ad esprimere liberamente le proprie opinioni e valutazioni su un tema come quello della questione morale, che nel Pdl è come parlare della corda in casa dell’impiccato, la maggioranza non ha retto. La difficoltà di coesione tra chi, come Fini, aveva da una parte pensato di dare vita davvero ad un partito plurale e liberale e chi ha, viceversa, una visione del partito totalitaria è venuta al pettine.
Di fatto oggi la maggioranza è implosa sia numericamente che politicamente. Lo si potrà verificare oggi stesso, se ci sarà, come appare molto probabile, lo scisma e la costituzione di due gruppi parlamentari distinti. Ma di fatto ieri abbiamo assistito alla deflagrazione delle due colonne portanti del Pdl. E’ deflagrato il Pdl come partito portante della coalizione e presto imploderà anche la seconda colonna, ovvero il patto fondativo tra Pdl e Lega. Sono certo che questo governo cadrà in autunno e non per mano di Fini. A staccare la spina sarà la Lega, quando prenderà atto che questo governo ormai non andrà più da nessun parte e che il federalismo rimane solo un progetto sulla carta. Un attimo primo che l’inganno venga svelato, la Lega staccherà la spina.
In questo mutato quadro, è chiaro che per Italia dei Valori, e per tutti gli altri gruppi di opposizione, non esiste più nessun accordo a chiudere questa sera, così come era stato preventivato fino a ieri sera. Da oggi inizierà una durissima azione ostruzionistica. Se non c’è più una maggioranza la politica non può andare in vacanza. Noi andremo avanti con il nostro ostruzionismo per tutto il mese se sarà necessario, finché il presidente del Consiglio non uscirà dal buco in cui si è rintanato e si assumerà pubblicamente, nell’Aula della Camera dei Deputati, le sue responsabilità venendo a riferire sulla crisi di governo. E’ intollerabile ed impensabile che il paese rimanga nell’oblio.
Fonte: www.massimodonadi.it
Supereroi muti
Dell'Utri Marcello, condannato in secondo grado per reati di mafia, piuttosto che difendersi nei processi, sta scrivendo un volume di cultura mafiosa.
Con disprezzo e strafottenza per le azioni penali in corso, Dell'Utri Marcello pontifica e sembra rappresentare il popolo della cultura mafiosa. Stiamo parlando del senatore Marcello Dell'Utri, sì, il condannato per mafia è senatore!
Dell'Utri Marcello, cofondatorte di Forza Italia con Berlusconi Silvio, pluri-inquisito e pluri-salvato da leggi ad personam, proposte dal proprio legale avvocato e deputato Ghedini, rimane al suo posto e ricorda che lo stalliere di cavalli e riferimento di mafiosi , Mangano Vittorio , è un eroe.
Sì, il Sen.Marcello Dell'Utri ha detto, e più volte ripetuto, che lo stalliere condannato Mangano Vittorio è un eroe. Un messaggio da tipica cultura mafiosa. Secondo il parere di Dell’Utri, Mangano Vittorio era un eroe, perché non ha fornito ai magistrati elementi utili contro lui e i suoi amici, Berlusconi Silvio e Dell'Utri Marcello, appunto.
Tranquilli mafiosi e collusi anche Dell'Utri Marcello condivide la subcultura mafiosa e considera chi difende gli "amici " degli eroi. Tranquilli mafiosi e collusi anche Dell'Utri Marcello non parlerà, anzi non ha parlato, aspirando ad essere considerato anche lui eroe. E, a conferma che, secondo la subcultura usata dalla mafia, un vero uomo non parla; convocato il 27 luglio 2010 da imputato a rispondere dei suoi rapporti con cricca e la P3, il senatore Dell'Utri si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Ogni imputato può avvalersi della facoltà di non rispondere.
Anche l'imputato Dell'Utri Marcello, già condannato in altro processo per mafia in corso, può avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma l'intellettuale Dell'Utri (beati monoculi in regno coecorum) non soltanto si avvale del suo diritto di imputato della facoltà di non rispondere, ma manda un tipico messaggio omertoso e di cultura mafiosa: invita gli altri imputati a seguire il suo esempio e a non rispondere alle domande dei magistrati.
Ce ne è abbastanza per proporre di diffondere nelle scuole, che vogliono conoscere la cultura mafiosa e difendersi da essa, il pensiero del professionista e intellettuale, legato alla mafia e condannato a 7 anni in Appello per concorso esterno in associazione mafiosa, Dell'Utri Marcello, che è la stessa persona di Marcello Dell'Utri , senatore e cofondatore di Forza Italia, insieme con il pluri-imputato e pluri-salvato da leggi ad personam, Berlusconi Silvio.
Berlusconi Silvio rimane al suo posto istituzionale di capo del governo. Dell'Utri Marcello rimane al suo posto istituzionale, di senatore della Repubblica.
La mafia rischia, così continuando, di apparire di avere il volto dello Stato, e lo Stato, così continuando, rischia di apparire di avere il volto della mafia.
Cadono come birilli
Il governo ha deciso di mettere la fiducia sulla manovra economica non solo per ammutolire l’opposizione e bloccare ogni proposta emendativa, ma anche, e soprattutto, per tenere sotto ricatto la propria maggioranza parlamentare.
Tuttavia Berlusconi non si è accorto che la misura è ben poca cosa per evitare il tracollo del suo “regno” perché a sgretolarsi non è la maggioranza in parlamento ma il governo vero e proprio: nel giro di appena due mesi sono caduti infatti tre membri, Scajola, Brancher e Cosentino, ed un quarto, Caliendo, è fortemente a rischio.
Ecco perché al momento di votare la questione di fiducia nell’Aula del Senato, come Italia dei Valori, abbiamo voluto ricordare al governo che non c’è fiducia che tenga quando l’esecutivo diventa un fantasma di se stesso, decimato dalle colpe dell’ingordigia e dell’autoconservazione ad ogni costo e ad ogni mezzo, anche illegale.
Quando è stata aperta la votazione sulla manovra economica, che metterà in ginocchio i cittadini italiani, abbiamo alzato dei cartelli raffiguranti la prima pagina dell' Unita', recante un fotomontaggio con tre birilli a terra con la faccia dei membri del governo costretti finora a dimettersi e la scritta a caratteri cubitali 'E tre', mentre sullo sfondo un birillo rimane in piedi con la faccia del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo.
Non basta, tuttavia, la ventata di giustizia e legalità che ha in piccola parte squarciato la cortina omertosa del governo: è ormai chiaro che le responsabilità degli scandali nel governo non sono soltanto individuali e che le colpe non sono cancellabili con la dimissione dei diretti interessati nella bufera giudiziaria. Esiste una responsabilità collettiva e collegiale del fallimento di un esecutivo corrotto così come esiste una responsabilità diretta di chi questo enturage governativo l’ha scelto.
Un primo Ministro che tenga al bene del proprio paese, ma anche soltanto alla sua propria dignità politica, avrebbe già rimesso le dimissioni dopo che tre dei suoi più importanti collaboratori governativi sono stati costretti, nell’indignazione popolare, a rimettere l’incarico proprio da lui assegnatogli.
Che Berlusconi ancora rimanga al suo posto, mentre la nave affonda, è sintomatico della sua concezione del potere: padronale e autoritario, più che un uomo prestato alla politica è una politica venduta all’uomo.
Berlusconi non ci ricorda “Cesare”, il nome in codice che gli indagati nell’inchiesta dell’eolico avrebbero usato per riferirsi al premier, ma piuttosto Caligola, l’imperatore romano che nominò senatore il proprio cavallo, visto il pantheon “eccelso” di indagati e condannati che affollano la schiera del governo.
Il “veni, vidi, vici” del governo pigliatutto ha fatto il suo tempo: il Lodo Alfano, e gli altri artifizi giuridici adoprati per tenere in piedi una compagine interessata solo al proprio tornaconto, non possono ostare più a che si torni alle urne.
L’Italia dei valori chiede, e lo farà ufficialmente con una mozione di sfiducia all’intero governo, che i cittadini sovrani possano chiudere, senza inciuci, questa stagione delle P1, P2 e P3 , perché Peggio di così si muore, e possano nuovamente scegliere i propri rappresentanti tramite democratiche elezioni.
Con Casini? Errore imperdonabile
Un governo di responsabilità nazionale per uscire dalla crisi politica in atto. Ecco la soluzione proposta nelle ultime ore da Pier Ferdinando Casini, il maestro delle alleanze di convenienza, colui per il quale non fa differenza se si tratti di centrodestra o di centrosinistra, perché l’importante è mantenere la poltrona. Questa volta, infatti, il leader Udc parla di un governo aperto a tutti, sul quale non è possibile avanzare veti su Berlusconi premier ed è lo stesso Casini che nel luglio scorso non escludeva la partecipazione ad un esecutivo di emergenza democratica con i partiti della sinistra. Una coerenza tutta sua, che solo lui comprende, basata esclusivamente sulle convenienze del momento, senza mai perdere di vista l’ obiettivo principale: distruggere il bipolarismo, continuando, imperterrito e finora indisturbato, con la politica dei due forni, un’ideologia che lo porta a non guardare oltre il proprio ombelico e considerare quet’ultimo come punto di equilibrio dell’intero universo.
Non è un caso che abbia detto, con apparente indifferenza, che, se Lega e Idv si chiamassero fuori da questo ipotetico governo di larghe intese, sarebbe un problema loro. In questo modo, prenderebbe due piccioni con una fava, levandosi di torno i due partiti più marcatamente bipolari ed allontanando quello che rappresenta per lui un pericolo. Ritengo sia il caso che l’opposizione rifletta seriamente sull’atteggiamento del leader dell’Udc e soprattutto sulle sue ultime dichiarazioni.
Dare credito ad un Casini che cambia colore a seconda del fiore su cui gli conviene poggiarsi, nel suo perenne volo di convenienza, sarebbe un errore imperdonabile. Quello che invece adesso il centrosinistra è chiamato a fare, per dovere di responsabilità politica, è costruire una seria alternativa ad un governo che con ogni evidenza sta per sgretolarsi. E’ il momento di farsi promotori di una grande apertura e discussione politica, in modo che, quando governo e maggioranza, che già stanno venendo meno, crolleranno definitivamente, ci sia una coalizione di centrosinistra coesa e compatta, capace di dare ai cittadini la sicurezza di rimanere unita per realizzare il progetto che loro stessi andranno a votare. L’obiettivo dovrà essere non solo quello di rimotivare i delusi del centrosinistra, ma anche di interpretare le speranze dei tanti elettori di centrodestra ingannati ed ora delusi dalla maggioranza. Il tempo stringe, perché questo governo sta dimostrando ogni giorno di più di non essere capace di governare.
fonte: www.massimodonadi.it
Un'aggressione squadrista
Ieri, mentre per le strade di Roma i cittadini aquilani venivano manganellati a causa del loro legittimo corteo, in aula si consumava una vile aggressione ai miei danni. Accerchiato da parlamentari del Pdl (il partito dell'amore, come lo definisce il Premier Berlusconi), sono stato colpito da un pugno. Il responsabile non è stato ancora individuato. Ma verrà a galla. E denunciarlo sarà il minimo che io possa fare.
Di seguito pubblico l'intervista che ho rilasciato al quotidiano La Stampa, in edicola stamattina
Alle cinque del pomeriggio, l'onorevole Francesco Barbato esce dal Gemelli con l'esito della Tac. 15 giorni di prognosi. «Ma penso di tornare alla Camera già domani (oggi, ndr)».
La Stampa: Come si sente?
Francesco Barbato: «Ho l'occhio arrossato, sono stressato, con la pressione alta. Uno sta lì, che fa il suo intervento, e deve subire un'aggressione squadrista...».
La Stampa: La Saltamartini sostiene che lei le ha urlato "Camorrista, mafiosa..."
Francesco Barbato: «No, ho detto fascista affarista».
La Stampa: Ah, ecco.
Francesco Barbato: «Mi stavo difendendo da insulti, tentativi di picchiarmi, parolacce. Erano una decina, qualcuno mi diceva "ci vediamo fuori"».
La Stampa: Lei ha visto chi l'ha colpita?
Francesco Barbato: «No, mi ha colpito da dietro. Un collega mi ha fatto il nome dell'onorevole Noia, verificheremo».
La Stampa: Ora cosa succederà?
Francesco Barbato: «L'Idv ha chiesto la convocazione d'urgenza dell'Ufficio di presidenza. E poi farò una denuncia penale».
La Stampa: E se le chiedessero scusa?
Francesco Barbato: «Perdono da cristiano. Ma farò comunque denuncia».
Se il governo chiede sacrifici ai disabili
Stamattina abbiamo manifestato insieme ai disabili contro la manovra del Governo. E in giornata il governo è stato costretto a un’ennesima vistosa retromarcia sulla manovra. Stavolta il tentativo, fortunatamente sventato, era più subdolo che mai: il governo, infatti, voleva far cassa sulle spalle dei disabili.
Quello della maggioranza è stato un tentativo vergognoso e deprecabile che solo la forza delle associazioni è riuscito a bloccare. E’ aberrante, infatti, il fatto che il governo abbia tentato di colpire una categoria, quella dei disabili, già costretta a pesanti sacrifici quotidiani.
Quello del Governo Berlusconi è un attacco alle condizioni di vita delle persone con disabilità e delle proprie famiglie. Un attacco al fondo nazionale sulle politiche sociali. L'indennità di accompagnamento è ormai diventata l'unica misura di sostegno per le persone con disabilità gravi.
Questo Governo vuole una riduzione degli insegnanti di sostegno, diminuisce i trasferimenti alle Regioni e quindi indebolisce i servizi alle persone disabili.
Abbiamo manifestato con le associazioni di categoria perché era giusto riaffermare la forza che viene della disabilità. Come dipartimento nazionale dell'Italia dei Valori siamo sempre al fianco dei cittadini disabili nelle loro lotte tese a riaffermare la dignità, per contrastare questo disegno del Governo che lede la vita materiale delle persone con disabilità.
Noi dell’Italia dei Valori non abbasseremo la guardia e continueremo a batterci contro un governo che evidentemente considera la disabilità un peso per la società e che tenta di reintrodurre pericolosi preconcetti che credevamo ormai superati.
Brancher: mandatelo a casa
Il signor Aldo Brancher, tristemente noto alle Aule giudiziarie, è stato nominato ministro per non farsi processare. E’ un incarico che mortifica le istituzioni, umilia la democrazia, attenta all’intelligenza degli italiani. L’Italia dei Valori ha promosso una mozione di sfiducia, chiedendo a tutte le forze di opposizione di concordare un testo comune. Infatti, siamo convinti che sia fondamentale che ogni singolo parlamentare risponda alla sua coscienza e ai cittadini su un atto di una gravità inaudita. Per questo, chiediamo anche a voi tutti di firmare insieme a noi questa mozione di sfiducia. E’ un atto importante per far comprendere a questi governanti che noi non ci stiamo, non siamo come loro e difendiamo la dignità delle istituzioni senza se e senza ma.
LEGGI LA PETIZIONE (espandi | comprimi)
La Camera,
premesso che:
- - il giorno 18 giugno 2010 l’on. Aldo Brancher è stato nominato Ministro senza portafoglio;
- - il comunicato del consiglio dei ministri dello stesso giorno rende noto che “il Presidente Berlusconi ha informato il Consiglio delle sue intenzioni di conferire al neoministro Brancher la delega per tutti gli adempimenti relativi alla pratica e concreta attuazione del Federalismo amministrativo e fiscale. Il Consiglio ha condiviso l’iniziativa e gli ha espresso le più vive felicitazioni ed auguri”;
Decreto Bondi: la vittoria di Idv
Questo decreto Bondi, che voleva riformare le fondazioni liriche, in realtà ha avuto la funzione di contenere gli stipendi dei lavoratori dello spettacolo e di renderli tutti molto precari rispetto alle garanzie di stabilità di posto di lavoro e rispetto alle conquiste salariali di questi anni.
Di fatto questo provvedimento voleva decurtare il 50% di quegli emolumenti legati ai contratti aziendali integrativi, e solo grazie all'Italia dei Valori, al Senato questo taglio era stato ridotto già al 25%. E proprio ieri l'altro, alla Camera, siamo riusciti a smascherare una debolezza delle altre opposizioni che, forse in buona fede, avevano ipotizzava un emendamento che di fatto rendeva aleatorio tutto questo emolumento. Perché condizionava il pagamento di queste somme al pareggio di bilancio. Voi sapete che queste fondazioni sono in grande difficoltà economica per cui questo emendamento avrebbe determinato un paradosso. E cioè, anziché avere il 75% garantito, non avrebbero avuto nulla.
Di fronte a questa mia personale segnalazione, c'è stata una sorta di resipiscenza collettiva ed è stato approvato un emendamento che garantisce i diritti quesiti, cioè tutte le situazioni già stabilizzate dai contratti attuali, senza alcuna decurtazione. E' una grande vittoria dell'Italia dei Valori. La nostra battaglia, comunque, continuerà.
Tagliassero al nano e non alle ballerine!
La nostra maratona ostruzionistica contro il decreto Bondi che propone la riforma degli istituti lirico sinfonici è stata la dimostrazione di quanto il nostro lavoro sia dettato unicamente dal desiderio di difendere i cittadini italiani dai soprusi che questo Governo tenta di imporre. In questo caso la nostra battaglia è stata a sostegno dei lavoratori di un importantissimo settore della cultura e della storia italiana che, con questo provvedimento, perderanno la loro autonomia, torneranno sotto l’ala statale ed entreranno pienamente nel circolo del precariato, ormai luogo comune nel nostro Paese.
Loro, i lavoratori lirico sinfonici, ci hanno capiti e sostenuti – come del resto molti altri italiani - e credo sia proprio questo l’importante. Attraverso mail, sms, messaggi via facebook non ci hanno fatto mai mancare, nelle tantissime ore della seduta parlamentare, il loro appoggio, dimostrando quanto fossero valide e fondate le nostre proteste.
Il testo voluto dal Ministro Bondi, che adesso passerà nuovamente al Senato, con la scusa di riordinare un settore in difficoltà ha, infatti, tagliato trasversalmente i fondi statali alla cultura, così come ha fatto e farà con la sanità, l’istruzione pubblica e la ricerca. Soltanto tagli, non riforme! Questi due termini non sono sinonimi e questo Governo è bene che lo capisca.
Le 37 ore che l’Italia dei Valori ha dedicato a questo provvedimento sono per tutti i lavoratori del settore lirico sinfonico, che se questo testo venisse approvato così com’è, da domani si ritroveranno in una situazione difficilissima che può essere così riassunta: blocco delle assunzioni a tempo indeterminato, blocco del turnover, giro di vite sulle missioni all’estero, decurtazione del circa 50% dei contratti integrativi e pesanti limiti alla contrattazione di secondo livello.
È per questo, e solo per questo, che abbiamo praticato la nostra dura opposizione, non per la visibilità mediatica - poiché ci viene sistematicamente negata - non per intralciare i lavori, né per impedire ai colleghi di vedere una partita di calcio. Difendere i diritti dei lavoratori italiani, anche quelli del settore lirico sinfonico, è nel nostro DNA, è la nostra vocazione, è la nostra passione. Riteniamo sia necessaria una riorganizzazione del settore in sintonia con quanto accade nel resto d’Europa. Non un taglio netto a tutto e a tutti… e se un taglio deve esserci, tagliassero al nano e non alle ballerine!
Saramago e "La cosa Berlusconi"
“Dev’essere duro vivere quando il potere politico e quello imprenditoriale si riuniscono. Non invidio la sorte degli italiani, però infine è nella volontà degli elettori mantenere questo stato di cose o cambiarlo”.
(Josè Saramago).
Il premio Nobel Josè Saramago se n’è andato. E noi rendiamo omaggio ad un protagonista della cultura contemporanea. Ad un grande scrittore spesso al centro di polemiche roventi. Anche in Italia. Alla fine del maggio 2009, la storica casa editrice Einaudi, ora sotto il controllo di Mondadori, quindi di Berlusconi, rifiutò di pubblicare il libro dello scrittore portoghese ‘il quaderno’. Una raccolta di scritti pubblicati sul suo blog. La polemica politica si infiammò e il libro fu poi pubblicato da Bollati Boringhieri. Racconto questo episodio perché è rivelatore della degenerazione culturale italiana, dei frutti marci del berlusconismo. In un altro periodo nessuno avrebbe rifiutato la pubblicazione di un premio Nobel. In un altro momento, appunto, non all’apice della parabola berlusconiana. Per ricordare Saramago e per riflettere, pubblico una pagina del suo blog dedicata a Berlusconi. Questo articolo, con questo stesso titolo, è stato pubblicato ieri sul quotidiano spagnolo “El País”, che me lo aveva espressamente commissionato. Considerando che in questo sito ho lasciato alcuni commenti sulle prodezze del primo ministro italiano, sarebbe strano non mettere anche qui questo testo. In futuro ce ne saranno sicuramente altri, visto che Berlusconi non rinuncerà a quello che è e a quello che fa. Né lo farò anch’io.
La Cosa Berlusconi
Non trovo altro nome con cui chiamarlo. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un profondo rigurgito non dovesse strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene distruggendo il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori fondanti dell’umana convivenza vengono calpestati ogni giorno dalle viscide zampe della cosa Berlusconi che, tra i suoi vari talenti, possiede anche la funambolica abilità di abusare delle parole, stravolgendone l’intenzione e il significato, come nel caso del Polo della Libertà, nome del partito attraverso cui ha raggiunto il potere. L’ho chiamato delinquente e di questo non mi pento. Per ragioni di carattere semantico e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente in Italia possiede una carica più negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. È stato per rendere in modo chiaro ed efficace quello che penso della cosa Berlusconi che ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli ha attribuito nel corso del tempo, nonostante mi sembri molto improbabile che Dante l’abbia mai utilizzato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, in accordo con i dizionari e la pratica quotidiana della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o a dettami morali”. La definizione calza senza fare una piega alla cosa Belusconi, a tal punto che sembra essere più la sua seconda pelle che qualcosa che si indossa per l’occasione. È da tanti anni che la cosa Belusconi commette crimini di variabile ma sempre dimostrata gravità. Al di là di questo, non solo ha disobbedito alle leggi ma, peggio ancora, se ne è costruite altre su misura per salvaguardare i suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, per quanto riguarda i dettami morali invece, non vale neanche la pena parlarne, tutti sanno in Italia e nel mondo che la cosa Belusconi è oramai da molto tempo caduto nella più assoluta abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte affinché gli potesse servire da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui stanno trascinando i valori di libertà e dignità di cui erano pregne la musica di Verdi e le gesta di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale per l’Europa e gli europei. È questo che la cosa Berlusconi vuole buttare nel sacco dell’ immondizia della Storia. Gli italiani glielo permetteranno?
fonte: www.massimodonadi.it
Da Zaia un atto di spavalda vigliaccheria
Un atto di spavalda vigliaccheria, l’ennesimo gesto dettato da quella insopportabile demagogia alla quale la Lega ci ha ormai abituati da tempo. L’ultima impresa è di ieri e porta la firma del governatore del Veneto, Luca Zaia, che ha deciso di sostituire l’inno di Mameli con Va’ Pensiero, in occasione dell’inaugurazione di una scuola a Treviso. E’ un copione che ormai si ripete, un metodo di acquisizione del consenso targato Lega. Due i canali fondamentali: da un lato, far leva sulle piccole paure e ingigantirle: la paura dell’immigrato, le ansie dei piccoli imprenditori verso i mercati internazionali; dall’altro tutta una serie di simbologie alla base delle quali vige il continuo richiamo alla Padania, che sono devastanti per la coscienza unitaria del Paese: dal disprezzo verso i simboli della patria come il tricolore al rifiuto dell’inno nazionale o non tifare per gli Azzurri ai Mondiali di Calcio. Ma sobillare le paure esalta gli egoismi, le divisioni porta alla chiusura verso tutto ciò che è altro.
Giocare con i simboli dell’unità, d’altra parte, non porta ad altro che alla disgregazione del tessuto di solidarietà e comunità nazionale. Un partito che non costruisce, che disgrega soltanto, una politica sterile, di respiro cortissimo, buona solo a trovare consenso. Quando poi si tratta di soddisfare le aspettative degli elettori, la Lega non possiede gli strumenti ed ecco che si rifugia nella demagogia legislativa, quel fare politica andando ascoltando le necessità degli elettori, ma dando loro solo fumo. Ed ecco che dal cilindro del Carroccio vengono fuori i provvedimenti contro l’immigrazione tanto folcloristici, quanto inutili, ma, soprattutto, troppo spesso violenti e xenofobi come il White Christmas del sindaco leghista o la trovata dei presidi spia, o l’aggravante di clandestinità. Tutte proposte strampalate, che, quando arrivano sul tavolo della Corte Costituzionale sistematicamente vengono bocciate e, quando non è così, si rivelano comunque un fallimento, come la stessa Bossi-Fini (da quando è stata approvata ha prodotto in Italia, anno dopo anno, il record assoluto di nuovi immigrati). Altro sacco pieno solo di fumo, che si affloscerà quanto prima sotto gli occhi degli elettori, è il federalismo, che fino al momento è solo una parola, troppo usata, cui non seguono mai fatti.
Ecco perché ho trovato le parole di Enrico Letta molto preoccupanti: in Veneto, nel corso di una manifestazione, ha detto che il Pd deve dialogare con la Lega perché glielo chiedono i suoi elettori. Non so chi siano gli elettori con cui ha parlato Letta, ma quelli che conosco io, sia del Pd che dell’IdV, non ci chiedono certo di andare a governare con la Lega. Forse, piuttosto, si aspettano che, come sarebbe giusto, il centro sinistra riconosca alcuni temi che la Lega tratta solo in modo parassitario per affrontarli in maniera seria.
Mi riferisco all’immigrazione, come al sostegno alle piccole imprese. E’ ora che il centro sinistra inizi a porre l’attenzione su quelli che sono i veri nodi e le priorità di quegli elettori che continuano a votare Lega solo perché essa fornisce l’illusione di soluzioni a breve termine, che puntualmente non arrivano. Solo così potremo riprendere parte del consenso del Centro Nord e solo con proposte vere potremo offrire agli elettori un’alternativa alla fatua demagogia leghista.
fonte: www.massimodonadi.it
Stragi: di cosa hanno paura?
Siamo in tanti a sostenere, insieme all’ex presidente della Repubblica, Ciampi, che le stragi avvenute agli inizi degli anni novanta abbiano costituito per le istituzioni democratiche del nostro Paese una sfida e un periodo buio e delicato. È necessario che si faccia piena luce in sede giudiziaria su quella che rimane una pagina oscura della nostra storia. In tanti, da quasi vent'anni, andiamo ripentendo che fin quando non emergerà tutta la verità e non verranno colpiti i responsabili dentro e fuori le istituzioni, non solo sarà a rischio la credibilità dello Stato ma anche la stessa tenuta democratica dell'Italia. Il Paese, infatti, non può definirsi tale fino a quando ci saranno in ruoli di responsabilità uomini collusi e coinvolti in un disegno eversivo.
Inoltre sembra che i gerarchi del presidente del Consiglio temano che emerga la verità sulle gravi stragi mafiose degli anni '92 e '93". Dal loro nervosismo e dagli attacchi scomposti ad un uomo al di sopra di ogni sospetto come l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, infatti, si evince che hanno la coda di paglia. Le parole di Ciampi, come quelle del procuratore Grasso, e del procuratore Vigna, sono importanti e devono essere accompagnate da grande responsabilità istituzionale e dalla ricerca della verità su un periodo nel quale la mafia aveva, in troppe occasioni e per troppe complicità, il volto dello Stato e lo Stato il volto della mafia. Lasciamo che i magistrati accertino quali entità istituzionali e politiche hanno determinato e hanno tentato di avvalersi, anche politicamente, di quell'intreccio criminale fra mafia e Stato. Mentre i giudici devono essere lasciati liberi di accertare le responsabilità di ieri, è inquietante che il presidente Berlusconi voglia impedire oggi che si faccia luce su quella pagina buia della nostra democrazia. Di cosa ha paura?
Di cosa hanno paura soprattutto Cicchitto e Quagliariello che insultano Ciampi e che dopo diciotto anni continuano a perseguire il progetto piduista che li ha visti comparse in carriera agli ordini di Licio Gelli? Questi personaggi piuttosto che denigrare la battaglia per la legalità di candidati sindaci come Diego Novelli a Torino, Nando Dalla Chiesa a Milano e Claudio Fava a Catania, dovrebbero ricordarsi che il movimento per la democrazia 'La Rete', all'indomani delle terribili stragi del ’92, ha organizzato in tutta Italia oltre cinquanta incontri pubblici per denunciare di città in città l'intreccio perverso di Pamm, politica, affari, mafia e massoneria. E ha poi concluso questa campagna nazionale davanti alla villa a Castiglion Fibocchi del grande venerabile Licio Gelli. Le comparse di ieri hanno fatto carriera e adesso cercano di impedire che si faccia verità e giustizia su quegli anni e che si sveli l'intreccio perverso tra mafiosi e uomini dello Stato.
La sanatoria delle case fantasma
La chiamano sanatoria delle case fantasma, ma non e' altro che un condono di due milioni di costruzioni abusive con un impatto ambientale devastante, senza precedenti. Oltre ad essere un ulteriore premio all'illegalità. In questo momento, chissà quante cricche di imprenditori si staranno gia' rimboccando le maniche per tirare su case da poter poi condonare il 31 dicembre, tra l'altro, con i proventi derivanti dal condono mascherato, i Comuni dovranno provvedere a tutti i servizi, si pensi solo alle strade e alle fognature, con costi che con ogni probabilità supereranno le entrate. Il Parlamento non può permettere la continua violazione delle regole che, in materia urbanistica, hanno già prodotto la perdita di migliaia di vite umane per la mancanza di Piani regolatori, con conseguenti costruzioni in zone idrogeologicamente instabili, come quelle sui greti dei fiumi.
Ma se quello delle case fantasma è un aspetto inquietante della manovra, ve ne sono altri inquietanti allo stesso modo. Berlusconi ha utilizzato il solito ottimismo da quattro soldi, il solito disco rotto per nascondere tagli feroci allo stato sociale, alle regioni, ai dipendenti pubblici, ai ministeri indiscriminatamente. Annunci, promesse, bugie e nessun pudore da parte di chi, dal '94, ha promesso di diminuire le tasse e che ancora una volta le aumenterà per porre freno a una crisi che fino ad oggi aveva irresponsabilmente negato. Inoltre nessuna delle misure annunciate è strutturale per cui, in mancanza di una crescita notevole del Pil, che nessun indicatore economico lascia prevedere, è addirittura inutile. Ma questa mattina il premier ha raggiunto l'apice della spudoratezza. Nel solito monologo su una delle sue reti ha addirittura detto che è stato tra i primi a capire la portata della crisi economica e che ha reagito immediatamente. Basta rileggersi le dichiarazioni degli ultimi due anni in cui negava addirittura che la crisi ci fosse per comprendere quanto sia in malafede.
La portata di questa manovra è così pesante proprio perche' per due anni il premier e tutto il governo non hanno preso alcuna iniziativa per fronteggiare la depressione. Che oggi venga a dire che se n'era accorto subito e' fuori dal mondo. Ieri si e' paragonato a Mussolini citando una frase dai diari apocrifi del dittatore, oggi afferma ciò che per due anni ha negato. O mente ora, o mentiva prima. In qualsiasi altro paese civile un politico così sarebbe cacciato a pedate.
Invece ce lo terremo anche se farà pagare la crisi alle fasce deboli, come sempre non farà nulla per i precari e i disoccupati e, come al solito, escluderà dai sacrifici la casta e la cricca. Tanto è vero che ieri Confindustria ha rilanciato chiedendo tagli agli stipendi pubblici, alla sanità e aumento dell'eta' pensionabile. Se la ricetta per uscire dalla crisi e' questa significa davvero che è davvero fuori dalla realtà. La crisi la stanno pagando le fasce più deboli e la presidente Marcegaglia pretende di esasperare i tagli gia' pesanti nello scandaloso provvedimento del governo. C'e' sicuramente bisogno di riforme strutturali, ma sono esattamente di segno opposto rispetto a quelle indicate sia dalla Marcegaglia sia dalla ditta Tremonti&Berlusconi. Bisogna rilanciare l'occupazione, la ricerca, la scuola, bisogna puntare sullo sviluppo e sul rilancio dei consumi. Nel frattempo la presidente Marcegaglia potrebbe cominciare col guardare in casa sua. Quanti sono i suoi associati che evadono le imposte? Quanti sono quelli che non rispettano le norme sul lavoro e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro? Quanti sono quelli che hanno deciso di esternalizzare la proprie imprese licenziando in tronco tutti i lavoratori? Faccia un esame di coscienza e poi ne riparliamo.
Verso i congressi territoriali
Cari amici e care amiche del Web, “libertà” è una parola fondamentale; una parola che racchiude il diritto di una persona all'istruzione, di poter accedere al mondo del lavoro, di esprimere le proprie opinioni.
La libertà in questo momento è a rischio.
Come diceva un famoso cantante, Giorgio Gaber, “libertà è partecipazione”; questo è quello che Italia dei Valori vuole e si prefigge: coinvolgere i cittadini per bene, le persone oneste, nella costruzione di un partito diverso, aperto, con regole chiare, un partito trasparente.
Eccoci pronti ad affrontare un grande momento democratico nella vita di un partito: i congressi; congressi che abbiamo già celebrato a livello nazionale il 5-6-7 febbraio.
Quasi 4000 delegati da tutta Italia hanno approvato un programma (non solo di partito ma quasi un programma di governo) e soprattutto eletto un leader, Antonio Di Pietro, che ci può accompagnare nella costruzione di un'alternativa.
Oggi è arrivato il momento, dopo aver costruito un anagrafe forte di oltre 100 mila iscritti, di affrontare i congressi territoriali per avere, dai comuni alle regioni, dei dirigenti eletti da una base.
Ci saranno momenti di confronto, anche accesi, ma alla fine si arriverà all'elezione di gruppi dirigenti eletti dagli iscritti che daranno vita alla prosecuzione di quel radicamento già da tempo in atto.
Da sabato 28 maggio iniziano sul territorio i primi congressi territoriali, cittadini e provinciali, mentre i regionali si celebreranno dal 15 settembre al 15 ottobre.
Sul questo sito, in home page in alto a destra, potete prendere visione dell'area dedicata ai congressi, con un regolamento strutturato per dare spazio a tutti e soprattutto per incentivare ognuno a mettersi in gioco, a dare un proprio contributo.
Quello che vi chiedo è di andare oltre a quanto tale Cardinale di Retz diceva: “Nei partiti risulta più difficile convivere con quanti ne fanno parte, che agire contro coloro che ne sono avversi.”
Noi dell'Italia dei Valori dobbiamo dimostrare di essere un partito con una marcia in più, capire che il confronto interno è una ricchezza, che abbiamo rispetto delle diversità e delle idee altrui; dobbiamo avere chiaro in testa che l'avversario politico sta nel berlusconismo, un modello che sta annientando quella libertà di cui vi accennavo all'inizio.
Con questo regolamento, quanti sono iscritti ad IDV nei tempi previsti, hanno la possibilità di partecipare e di confrontarsi.
Saranno momenti di grande arricchimento democratico.
Sempre sul sito potete trovare i garanti congressuali regionali, e vedere le date dei congressi, che saranno integrate ed aggiornate.
Il garante vigilerà sul corretto svolgimento dei lavori utilizzando i tabulati apprrovati dall'Ufficio Nazionale Organizzativo; se ci fossero problemi non abbiate timori, non perdete tempo, comunicatelo alla mail organizzazione@italiadeivalori.it
Sono convinto che funzionerà tutto al meglio, che troveremo la sintesi per continuare quel percorso di essere oggi opposizione seria, concreta, non ipocrita, e quanto prima mandare a casa questo governo, garantendo un'alternativa che sappia dare delle risposte ai cittadini.
E la miglior risposta ai cittadini la si dà con la partecipazione alla quale siete tutti chiamati.
Non è più possibile delegare; se sei una persona per bene, se sei una persona onesta, Italia dei Valori può essere oggi il nostro punto di incontro, per dare un'alternativa a chi verrà domani.
Il Sistema Bertolaso in Abruzzo
Ho predisposto, insieme ai miei colleghi di IDV, la richiesta di istituzione di una Commissione di Inchiesta del Consiglio Regionale per fare piena luce sul “Sistema Bertolaso”, sia per la parte relativa alla gestione dell’emergenza, che per la parte relativa ai primi interventi di ricostruzione, doveabbiamo contestato i prezzi assurdi di realizzazione del Piano C.A.S.E. (2.800,00 al mq.) che hanno letteralmente arricchito i pochi costruttori pescati dal cilindro della Protezione Civile che hanno avuto la fortuna di realizzarli.
Di seguito trascrivo il testo dell'intervento che ho tenuto ieri, a L'Aquila, durante la quale ho rivelato di essere stato raggiunto da una richiesta milionaria di danni per "asserita diffamazione", avanzata dal braccio destro di Bertolaso, Gian Michele Calvi.
"Voglio iniziare il mio intervento ringraziando ancora una volta i volontari, gli uomini della protezione civile, dei vigili del fuoco, della croce rossa, dell’esercito e delle forze dell’ordine per la straordinaria dimostrazione di generosita’ e di efficienza che hanno espresso nella gestione dell’emergenza post sisma a L’Aquila.
Devo farlo anche per far comprendere senza margini di dubbio a chi e’ rivolto ed indirizzato il mio intervento.
Noi dell’Italia dei Valori sin dal giorno dopo il terremoto abbiamo messo in campo una azione politica finalizzata a sostenere alcune iniziative, a proporne in alcuni casi di alternative, a stimolare chi era investito di poteri decisionali a decidere, a pretendere trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche.
Lo abbiamo fatto anche esprimendo critiche aspre ed usando, in alcune occasioni, parole forti, perche’ forte era e resta il dramma vissuto dalla popolazione aquilana.
Abbiamo duramente criticato la scelta delle new town, ma al tempo stesso abbiamo impegnato il consiglio regionale nella discussione e nell’esame di proposte concrete.
Ma tutto questo, o almeno una buona parte, potrete ricostruirlo attraverso il volume che abbiamo pubblicato e distribuito a novembre dello scorso anno, che raccoglie appunto le iniziative piu’ significative assunte dall’Italia dei Valori nei primi centoottanta giorni dal terremoto dal sei aprile 2009.
Insieme a Voi, che rappresentate l’informazione e che siete i migliori testimoni di quello che sto dicendo, abbiamo subito la totale assenza di dati relativi agli aspetti piu’ importanti che si andavano decidendo o realizzando, agli appalti, ai subappalti.
E quando abbiamo potuto, disponendo finalmente dei primi necessari elementi di valutazione, abbiamo denunciato i limiti, le sproporzioni, le abnormita’ e le anomalie di alcuni interventi; di uno in particolare, del c.d. Progetto C.A.S.E..
Nell’esercizio di questa attivita’ di critica politica, un diritto che compete a chi rappresenta i cittadini nella istituzioni, ma che a L’Aquila per i troppi segreti, i silenzi e le omissioni era diventato addirittura un dovere, il 15 febbraio 2010 ho reso una dichiarazione, che ho pubblicato sul mio blog www.carlocostantini.it.
Una dichiarazione che partiva da una domanda che mi ero posto, perche’ insieme a me se la erano posta tantissimi cittadini e che terminava con una conclusione dal mio punto di vista verosimile.
La domanda era la seguente: perche’ la Protezione Civile (intesa come il suo capo) che ha deciso di gestire tutto internamente per la realizzazione del Progetto C.A.S.E. ha deciso di gestire internamente persino gli incarichi tecnici e di direzione dei lavori, rinunciando a procedure aperte, capaci di acquisire competenze provenienti da professionisti esterni al sistema della stessa Protezione Civile?
La risposta che mi sono dato e’ stata la seguente: per evitare che qualcuno dall’esterno potesse saperne troppo o addirittura tutto.
Ebbene per questa dichiarazione, per aver detto la verita’, per aver espresso il mio convincimento basato sui fatti, per aver fatto il mio dovere di rappresentante dell’opposizione, sono stato accusato di diffamazione e citato in giudizio con una richiesta di risarcimento danni di ben 2.000.000,00 di euro.
Ho impiegato alcuni giorni, prima di decidere se rendere pubblica questa azione nei miei confronti, ma poi mi sono convinto di averne il dovere.
Sono stato candidato alla Presidenza della Regione, rappresento il 43% del consenso degli elettori, ho reso questa dichiarazione nell’esercizio della mia funzione pubblica e non avrei potuto per nessuna ragione considerarlo un fatto tra privati cittadini.
Ne’, per nessuna ragione, avrei mai potuto consentire di ottenere il risultato voluto da chi, con la prospettiva di potermi impressionare con una cifra abnorme, ha tentato di mettermi in difficolta’ e di condizionarmi nell’esercizio della mia funzione pubblica di rappresentante dell’opposizione in Consiglio Regionale.
Ne’ avrei mai potuto espormi alle critiche di chi, a ragione, avrebbe potuto interpretare il mio silenzio come rassegnazione, rispetto ad un tentativo di condizionarmi.
Dunque, avevo il dovere di rendere tutto pubblico.
Ora, il mio intervento del 15 febbraio era chiaramente rivolto ai vertici della Protezione Civile, ma la richiesta di danni mi e’ stata avanzata dall’Ing. Gian Michele Calvi.
Ritengo anche doveroso ricordare che lo stesso Ing. Calvi ha cercato di non essere il solo ad agire legalmente.
Pochi giorni prima della notifica dell’atto giudiziario aveva, infatti, convocato in una riunione, nella sua qualita’ di direttore dei lavori e dunque di pubblico ufficiale, tutte le imprese aggiudicatarie degli appalti del Progetto C.A.S.E., rivolgendo loro una singolare sollecitazione: quella di agire anche loro individualmente, sia in sede civile, che in sede penale, per difendere la loro immagine (evidentemente dall’Ing. Calvi ritenuta lesa dalla mia dichiarazione).
Poi nessuno sembra averlo seguito, considerato che l’unico atto sino ad oggi arrivato e’ quello dell’Ing. Calvi, ma trovo comunque sintomatico, singolare, diverso e lontano dal pur legittimo diritto di difendere in giudizio gli interessi individuali e personali che si ritengono lesi, il fatto che un direttore dei lavori chiami le imprese aggiudicatarie di appalti e le solleciti o le inviti, come se si trattasse di un’ordine di servizio, ad agire legalmente contro qualcuno, addirittura rendendosi disponibile anche a pagare tutte le spese legali.
Ora e’ evidente che io devo difendermi e, per quanto non nutra alcun margine di dubbio sull’esito del giudizio, nel quale rivolgero’ anche io una richiesta di risarcimento dei danni all’Ing. Gian Michele Calvi che, se conseguita, non manchero’ di devolvere in favore delle popolazioni terremotate, e’ chiaro che uno degli strumenti a disposizione della mia difesa e’ la prova della verita’ di quello che ho detto.
In proposito, i numeri del progetto C.A.S.E. parlano da soli ed esprimono verita’ (quelle che interessano i cittadini) completamente diverse da quelle che l’Ing. Calvi si affanna a divulgare in conferenze stampa, convegni ed in ogni altra occasione utile.
Ma di questo parlero’ e documentero’ tra poco.
Quello che ora voglio dirvi e’ che l’azione legale dell’Ing. Calvi mi ha messo nella condizione di ottenere quello che da tempo avrei voluto ottenere.
Mi riferisco ad atti e numeri degli appalti che ancora oggi – nonostante l’insolito dinamismo della Protezione Civile nell’aggiornamento e nell’ampliamento delle informazioni provenienti dal suo sito di questi ultimi giorni – non sono stati resi pubblici.
C’e’ una legge, la 241/90, che dice appunto che deve essere garantito l’accesso agli atti ed ai documenti la cui conoscenza sia necessaria per curare o difendere i propri interessi giuridici.
E proprio questa legge ho utilizzato per richiedere alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Dipartimento della Protezione Civile ed allo stesso Ing. Calvi l’accesso agli atti.
Hanno un mese di tempo per rispondermi, sono passati circa 20 giorni e voglio proprio vedere se, dopo avermi accusato di aver detto il falso, mi impediranno di avere documenti che possono contribuire a dimostrare che ho detto il vero.
Quel che e’ certo e’ che considero l’azione rivolta nei miei confronti come una azione rivolta al mio ruolo pubblico e non alla mia sfera privata e che, di conseguenza, rendero’ pubblico tutto cio’ che di interesse pubblico emergera’ dall’accesso agli atti, sempre che me lo consentano.
Ma alcuni valutazioni di interesse pubblico, che servono soprattutto a dare una dimensione oggettiva di quello che e’ accaduto all’Aquila con il Progetto C.A.S.E., posso gia’ esprimerle ed interessano la parte politicamente piu’ significativa del mio intervento del 15 febbraio 2009, quella nella quale sostengo che il Progetto C.a.s.e. e’ uno sperpero di denaro pubblico ed e’ costato il triplo (espropri, urbanizzazioni e tutto il resto compreso) di quanto sarebbe costati edifici con requisiti analoghi (o forse addirittura migliori).
I numeri sono numeri e si leggono per quello che sono, ma per evitare strumentalizzazioni ho dato un incarico tecnico, ad un perito che di professione fa questo lavoro, per le pubbliche amministrazioni e per l’autorita’ giudiziaria.
Vi do i numeri, rilevati dal complesso delle informazioni che solo da poche settimane possono essere acquisite direttamente dal sito della protezione civile e che comunque potrete rilevare dalle note in calce e dal testo della perizia che vi consegno.
Numeri che i cittadini, i contribuenti e chi ha fatto donazioni hanno il diritto, il sacrosanto diritto di conoscere.
Partiamo dal valore di mercato delle abitazioni in zone analoghe a gran parte di quelle utilizzate per la realizzazione del Progetto C.A.S.E..
Secondo le stime operate dall’Agenzia dei territorio per il II semestre 2008, il valore di dette abitazioni e’ pari mediamente ad un importo oscillante tra i 650,00 ed i 1.000,00 euro al metro quadro: questo e’, dunque, anche qualora lo volessimo elevarlo del 10% o del 20%, il valore di mercato di riferimento di appartamenti realizzati in aree analoghe a gran parte di quelle interessate dal Progetto c.a.s.e.
Poi prendiamo un altro spunto da bandi di gara pubblicati dalle pubbliche amministrazioni in periodi perfettamente corrispondenti, per appalti finalizzati alla realizzazione di appartamenti: ho il computo metrico pubblicato il 25.8.09 dal Comune di Ortona (Chieti) che vi consegno; leggo di impianti fotovoltaici, di parcheggi interrati, di rete fognaria, di impianto solare-termico e leggo anche di un prezzo a base d’asta per mq. che mi e’ stato indicato in Euro 797,00 al mq., ma che per evitare errori, voglio elevare sino ad euro 1.000,00 o anche 1.100,00 al metro quadro a base d’asta ed al lordo di eventuali ribassi.
Poi teniamo in considerazione quanto riferito nelle note dal tecnico che ho incaricato, che testualmente riferisce che oggi il costo di costruzione medio al mq. di fabbricati residenziali varia a secondo delle rifiniture, da euro 900,00 ad euro 1.100,00, omnicomprensivo di tutte le incidenze.
Poi ancora – e concludo con i riferimenti – prendiamo anche in considerazione i prezzi di case vendute sul mercato da una nota azienda nazionale, che produce case che interpretano, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera del 28 agosto 2009, un sistema costruttivo simile a quello utilizzato per il Progetto C.A.S.E., di classe energetica A e con tempi di realizzazione strettissimi: da 800,00 a 1.000,00 euro al mq., a secondo delle rifiniture.
Quindi passiamo all’esame dei numeri del Progetto C.a.s.e..
Queste le spese complessive, ovvero quello che puo’ definirsi il costo complessivo di una opera pubblica, quale e’ il Progetto C.A.S.E., secondo i numeri forniti dal sito della Protezione Civile: complessivi Euro 1.086.000.000,00 (da detrarre dal costo euro 55.398.094 per mobili ed arredi) di cui euro 700.000.000,00 stanziati dal decreto Abruzzo, euro 36.000.000,00 provenienti dalle donazioni ed euro 350.000.000,00 donati dall’Unione Europea.
Un primo dato e’ immediatamente desumibile.
Se la spesa complessiva segnalata dalla Protezione Civile e’ di euro 1.030.601.052 (esclusi, come detto, beni mobili ed arredi) e le unita abitative realizzate, sempre sulla base di quanto segnalato dalla Protezione Civile, sono n. 4.449, quanto e’ costato ai contribuenti italiani, all’unione europea ed ai generosi cittadini di tutto il mondo che hanno donato denaro per L’Aquila e gli aquilani, un alloggio che nel decreto Abruzzo non viene neppure definito una casa, ma un “modulo abitativo destinato ad una durevole destinazione”?: Euro 231.648,00 ad alloggio.
Se poi volessimo esprimere un valore al metro quadro calpestabile o effettivamente abitabile (quello che solitamente viene valutato quando un comune cittadino decide di acquistare una casa), considerato che la dimensione media di ogni alloggio e’ di circa 65 mq., dovremmo dire che gli alloggi sono costati circa euro 3.500,00 al metro quadro.
Ma il tecnico che abbiamo incaricato non ha omesso di sviluppare anche un altro parametro di calcolo, che tiene conto non dei metri quadri effettivamente abitabili, ma della c.d. “superficie convenzionale”, comprensiva di incidenze per autorimesse, balconi, terrazzi etc.
Lo ha fatto applicando i parametri di legge (L. 392/78) e ne e’ venuto fuori un costo che, anche nel caso in cui si volesse attribuire valore economico a tutto cio’ che non e’ strettamente abitazione, esprimerebbe comunque un importo di circa 2.700,00 al mq., che poi e’ il costo calcolato e stimato in interventi pubblici di chi, prima di me, si e’ occupato di calcolare quanto e’ costato alla collettivita’ il Progetto C.A.S.E..
Questi sono alcuni dei fatti che, nell’adempimento del diritto/dovere di controllo, di critica e di denuncia pubblica che compete a chi rappresenta l’opposizione nelle istituzioni, ho dichiarato il 15 febbraio 2010.
Fatti che ritenevo veri il 15 febbraio 2010 e che ritengo veri oggi.
Ebbene, da queste dichiarazioni, proprio perche’ riferite a fatti specifici e di straordinario interesse pubblico - considerate le gigantesche dimensioni economiche dell’appalto e le centinaia di deroghe al codice degli appalti, alla legge sulla trasparenza ed alle norme sui controlli appositamente introdotte dal Governo per poterlo realizzare e gestire - era lecito attendersi una risposta, una smentita, una precisazione credibile e documentale.
Hanno, invece, risposto in modo scomposto, nervoso, con uno strumentale ricorso all’autorita’ giudiziaria avanzato - proprio per l’enormita’ della richiesta - al chiaro fine di crearmi preoccupazioni e di condizionare l’esercizio delle funzioni pubbliche che mi hanno assegnato i cittadini abruzzesi.
Ma hanno completamente sbagliato indirizzo, perche’ ritengo di avere detto la verita’ e di avere fatto semplicemente il mio dovere, che continuo’ a fare, come e piu’ di prima.
Se invece vogliono da me i soldi, i due milioni di euro, hanno sbagliato una seconda volta, perche’ saranno loro a dover pagare.
Ovviamente continuero’ a tenervi informati e per ora mi consegno all’equilibrio ed alla serenita’ della Magistratura, che accertera’ se, sostenendo che si e’ trattato di uno sperpero di denaro senza precedenti e che e’ costato il triplo del necessario, ho detto io il falso o se il falso proviene da chi strumentalmente mi accusa.
E' la democrazia italiana, bellezza
Al contrario di quanto afferma il Governo, con i suoi ministri Sacconi e Gelmini, il mondo dell’università e il mondo del lavoro non sono affatto con loro. E come potrebbero esserlo visto che si procede, in piena crisi internazionale e in senso contrario a quanto compiuto dal resto d’Europa, ad una sistematica e scientifica aggressione verso i loro diritti?
Oggi il ddl Gelmini approda all’attenzione del Senato mentre cresce la protesta di studenti, professori e ricercatori, i quali occupano gli atenei opponendosi ad una riforma che nei fatti si traduce in una falce economica pronta a precipitare sul settore.
Strozzare i finanziamenti, già tagliati e in parte da tagliare fino al 2012, si traduce nell’agonia della formazione pubblica, a vantaggio di quella privata di matrice religiosa (ulteriore regalo del Governo alle gerarchie vaticane perché non gli siano ostili).
Si stravolge, poi, anche la qualità della docenza: pochi insegnanti di ruolo e uno stuolo di precari e ricercatori da sfruttare, scaricando sulle loro spalle, fragili perché alla berlina del mercato e senza diritti, circa il 40% della didattica ufficiale degli atenei.
Così da Milano a Palermo la protesta cresce come un’onda nel tentativo di fare breccia nell’esecutivo, perché sia rispettoso verso quello che è un diritto costituzionale imprescindibile: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”, articolo 9 della Carta repubblicana. Tradire la Costituzione è purtroppo prassi regolare del Governo, svuotarla per legge ordinaria è comportamento istituzionalizzato. Così l’articolo 9 viene negato e la stessa sorte tocca all’articolo 1 che afferma che la nostra Repubblica dovrebbe essere fondata sul lavoro.
Lo stesso che viene colpito affossandone i diritti e arrivando a proporre la possibilità di licenziare i lavoratori a tempo determinato soltanto a voce, come si faceva nell’Ottocento, all’epoca del latifondo quando, con un semplice gesto della mano, si mandavano a casa i braccianti e si lasciavano nell’angoscia economica famiglie intere.
Oppure introducendo l’arbitrato che priva il lavoratore, in caso di controversie (eccetto il licenziamento), della possibilità di far valere i suoi diritti per legge davanti ad un giudice, rendendolo ancor più debole nel momento di massima debolezza. Tutto questo con un blitz autoritario, compiuto al Senato e con il quale sono stati ignorati i rilievi del presidente della Repubblica e il voto della Camera che aveva attenuato la norma.
Tutto normale, in una democrazia che ha cessato di esser tale. Tutto normale nel Paese dei conflitti di interesse, dove il principale quotidiano nazionale, il Corsera della Confindustria, può pensare di celebrare e sostenere la morte dello Stato sociale attraverso gli editoriali di “illustri” opinionisti e professori. Tanto il peso di quelle parole, insieme all’operato di un Governo classista e piduista, andranno soltanto ad affossare milioni di vite già provate e offese. E’ la democrazia italiana, bellezza, che ci vuoi fare?
fonte: www.luigidemagistris.it
Parlamento fannullone? Idv come Robin Hood
Che il Parlamento lavori poco non è certo una novità. Al di là della facile demagogia, è vero, infatti, che i regolamenti e gli iter legislativi non agevolano la velocità dei lavori parlamentari. Ma con questo governo si è davvero toccato il fondo. Se prima si lavorava poco, ora non si fa quasi più nulla. E questo perché questa maggioranza è talmente pasticciona che, per rimediare ai grossolani errori, i provvedimenti devono essere visti e rivisti dalle varie commissioni competenti un numero considerevole di volte.
Vi faccio un esempio concreto. La settimana scorsa ci sono state solo due votazioni su un paio di ddl: un trattato internazionale e una norma di aiuti all’Africa. Non c’era altro perché non era pronto altro. L’Aula è rimasta sostanzialmente ferma e non perché l’opposizione non avesse voglia di lavorare ma perché il governo, che fa l’agenda dei lavori, non aveva pronto nulla su cui lavorare.
I progetti del governo, a parte quelli che interessano al premier, si arenano nelle commissioni, quando non sono privi di copertura finanziaria: dall’inizio di questa legislatura, ben 29 volte i disegni di legge sono stati rinviati dall’Aula alle commissioni. Ebbene, di questi 29 disegni di legge, 19 provvedimenti del governo, 4 della maggioranza e 5 delle opposizioni. Insomma, in Aula, arriva poco e niente, solo ddl di risulta, e per di più arrivano pure fatti male.
Questa settimana, tanto per fare un altro esempio, c’è il provvedimento “Semplificazione dei rapporti tra burocrazia e cittadini” ed è stato talmente confezionato male che cinque commissioni hanno mosso rilievi. E, vi rivelo in anteprima assoluta, per colpa della cialtroneria del governo e della maggioranza non si discuterà. Dovrà essere di nuovo spedito in commissione bilancio.
Come opposizione, oltre che denunciare nelle sedi opportune questo immobilismo e le incapacità del governo, non possiamo fare altro. Possiamo occupare le commissioni o l’aula di Montecitorio ma se non c’è nulla su cui lavorare c’è poco da incatenarsi o da occupare. Sarebbe solo uno modo, poco onorevole, per finire sui giornali. Una cosa, però, possiamo farla e Italia dei Valori lo ha già fatto.
Torneremo a manifestare davanti a Montecitorio (guarda il video della nostra protesta dello scorso ottobre) perché i cittadini sappiano e siano informati. E continueremo a devolvere in beneficienza, così come abbiamo già fatto senza clamore mediatico, i soldi dell’indennità ingiustamente percepita. Vogliamo essere pagati per lavorare. E se avviene il contrario, facciamo come Robin Hood: restituiamo ai cittadini.
Il miglior partito possibile
L’esponenziale crescita di iscritti e la capillare organizzazione presente e attiva in tutta Italia, sono la dimostrazione tangibile che Italia dei Valori è un partito che fa sul serio.
Da operose formichine, stiamo costruendo solide basi per essere alternativa di governo.
Ogni giorno, le numerose richieste di adesione al nostro progetto politico, confermano che le cose giuste, espresse con chiarezza e portate avanti con coerenza, raccolgono il consenso dei Cittadini onesti; Cittadini che oggi ci esprimono il loro sostegno venendo numerosi ai nostri tavoli di raccolta firme sui 3 referendum.
Come da regolamento, eccoci ora ad affrontare i congressi territoriali, consapevoli che per incidere nel cambiamento dobbiamo aggiungere al voto d’opinione, in costante crescita, una classe dirigente all’altezza dell’obiettivo che ci siamo posti: essere un partito diverso intenzionato a ristabilire giustizia sociale.
Inizieremo con i congressi provinciali che dovranno essere celebrati entro il 30 luglio; dal 15 settembre al 15 ottobre si terranno i congressi regionali.
Appuntamenti che vedranno coinvolti quasi 100.000 iscritti al partito: un grande partito!
Abbiamo già licenziato gli elenchi degli iscritti aventi titolo a partecipare ai congressi che, nel rispetto della privacy, sono nelle mani dei coordinatori provinciali/regionali; il garante congressuale, designato dall’Ufficio di Presidenza, verificherà la correttezza dei lavori ai quali non è prevista alcuna delega (ognuno vota per sé).
Trasparenza, partecipazione e confronto sono le parole d’ordine dei congressi di Italia dei Valori; un partito perfettibile e migliorabile ma in ogni caso il miglior partito possibile.
E’ importante però agire e la storia di quattro individui di nome Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno, può essere valido stimolo:
“Bisognava fare un lavoro importante e si chiese ad Ognuno di occuparsene.
Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto.
Ciascuno avrebbe potuto occuparsene, ma Nessuno lo fece.
Qualcuno s'arrabbiò perché considerava che per questo lavoro Ognuno fosse responsabile.
Ognuno credeva che Ciascuno potesse farlo.
Nessuno si rese conto che Ognuno non avrebbe fatto niente.
Finì che Ognuno rimproverò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ciascuno avrebbe potuto fare.”
Un governo allo sfascio
Nello scenario politico attuale, estremamente instabile, la domanda del giorno è: cosa sarà di questo governo? Durerà o cadrà? E, se sì, quando?
Il fatto certo è che questo governo è ormai allo sfascio. I rapporti tra il presidente del Consiglio e il cofondatore del Pdl sono ormai definitivamente scuciti.
Con Berlusconi che pretende le pubbliche scuse da parte di Fini, accusato dal Cavaliere di avergli dato del delinquente, dall’altra parte, il presidente della Camera che si rifiuta di incontrare Verdini, non ci pare di poter intravedere scenari alternativi alla frattura definitiva.
Si tratta, dunque, di un momento di estrema delicatezza, momento nel quale le opposizioni continuano a restare divise. Di Pietro ha lanciato a Bersani un appello più che legittimo, invitando il leader del Partito Democratico ad individuare insieme un candidato premier per il centrosinistra.
Ha ragione Di Pietro, in questo momento bisogna essere responsabili, bisogna iniziare a costruire un’alternativa per un Paese che rischia di andare allo sbando.
Il Re e' nudo - Letta Rasputin da terzo millennio
Il tempo è stato galantuomo e ci ha consentito di svelare i farabutti. Noi dell’ Italia dei Valori, dopo aver ripetutamente gridato “il re è nudo”, dopo essere stati ripetutamente oscurati, insultati e messi ai margini per le nostre denunce, adesso assistiamo al crescere di coloro che cominciano a pensare che “ il re è veramente nudo”.
Molti di costoro, che adesso sono con noi, sono gli stessi che hanno, in un recente passato, coperto, e auspicato, oscuramenti , insulti ed emarginazioni ai nostri danni. Perché il re è nudo ? Chi è il re ? Il re è Berlusconi ? Sì, ma non solo. Berlusconi nudo è stato circondato, aiutato ed imitato da tanti altri , piccoli e grandi, re nudi. In cosa consiste la nudità? La nudità consiste nella sistematica demolizione della legalità, della cultura della legalità e, con essa, di ogni principio etico. Tutto ciò attraverso una sistematica demolizione coperta da frequentazioni di comodo e anche da contaminazioni di ogni genere, che non hanno risparmiato nessuno. Neanche autorità ecclesiastiche.
Il Lodo Alfano, le minacce e gli insulti ai magistrati, la violazione sistematica del principio costituzionale che la legge è eguale per tutti, il legittimo impedimento, la difesa della casta dai processi, il sistematico rifiuto della casta di difendersi nei processi, la depenalizzazione del falso in bilancio, il patto di impunità con corrotti e mafiosi attraverso il c.d. scudo fiscale, l’immissione nel libero mercato di patrimoni confiscati alle mafie, i tagli alle spese di funzionamento delle forze dell'ordine e della magistratura, l’abbreviazione “su misura” dei termini di prescrizione, il processo breve, l’abolizione delle intercettazioni, il sistema Bertolaso-Protezione civile, le ispezioni a carico dei magistrati che esercitano l’obbligatoria dell’azione penale. Sono tutte dichiarazioni, proposte di legge che stanno costruendo una dilagante cultura dell'illegalità.
E non ho fatto, ancora, riferimento al conflitto di interesse che, da prerogativa di Berlusconi, sta divenendo cultura nazionale, finendo, in larga misura, con il soppiantare la “ vecchia,tradizionale tangente”. L’eliminazione di procedure di gara, tanto per cessione di aziende come lìAlitalia ad un gruppo di imprenditori amici di Berlusconi, quanto per il conferimento di appalti miliardari, la discrezionale attribuzione di un incarico o di un appalto ad una moglie, ad un cognato o all’impresa di un figlio, in assenza di una disciplina in materia di conflitto di interesse, sono spesso difficilmente configurabili come reati ma, in termini etici sostanziali, sono vere e proprie tangenti, “moderne e da terzo millennio”.
E l'elenco dei re nudi è ormai impressionante: Berlusconi, Previti, Dell'Utri, Fitto, Cosentino, Scajola, Bertolaso, Bondi, Di Girolamo, Lunardi, Verdini. Solo per citare alcuni nomi tra i più noti . Trattasi di casi eclatanti , per accertati comportamenti e accertate frequentazioni, e ciò a prescindere da pur pesantissime imputazioni in sede penale.
E Gianni Letta ? Due convinzioni personali : Gianni Letta è un re nudo, come e più di altri. Sin tanto che non verrà smascherato questo “Rasputin” da terzo millennio, l’indignazione degli italiani resterà annegata in una tazza di tè nei salotti incolti e corrotti.
Il finto risparmio della Polverini
Venduta all’opinione pubblica come un “atto all’insegna del risparmio”, la decisione della Giunta Polverini di riorganizzare le strutture di vertice della Regione Lazio, è, invece, un atto che prepara una massiccia occupazione e una spartizione politica senza precedenti di strutture amministrative della Regione.
Si cerca in questo modo di placare la furia degli esponenti della PDL del Lazio rimasti esclusi dalla competizione elettorale per le note vicende della lista e che non hanno avuto in premio nemmeno un assessorato.
La Presidente Polverini ha parlato di un risparmio annuo di 4 milioni di euro, In realtà, i risparmi ottenuti sono molto al di sotto di quelli dati in pasto all’opinione pubblica.
Sulla base delle retribuzioni lorde dei dirigenti le cui strutture vengono soppresse, pubblicate sul sito Internet della Regione, il risparmio complessivo ammonta a 2.143.433,67 euro, cioè la metà di quello annunciato con enfasi all’opinione pubblica.
Questa cifra si dimezza considerando che il provvedimento di riorganizzazione dei vertici burocratici della Regione Lazio, prevede, tra cabine di regia e nuove direzioni regionali, l’istituzione di cinque nuove strutture.
Salvo che la Polverini non intenda licenziare in blocco le persone che lavorano nelle strutture soppresse, i dirigenti che le dirigevano, al netto di quelli assunti con contratti a termine, continueranno a essere dipendenti della Regione, riducendo il risparmio complessivo molto al di sotto del milione di euro.
Appare chiaro che il vero scopo della decisione della Giunta Polverini non è quello di riorganizzare la macchina secondo criteri di razionalità capaci di produrre risparmi significativi, ma quello di azzerare tutti gli incarichi di direzione in modo da paterne pienamente disporre, magari anche per piazzare gli “esclusi” della lista PDL che continuano rumorosamente a reclamare un posto in Regione.
Ciò sarebbe in linea con la promessa, ripetutamente fatta dai vertici regionali e nazionali della PDL per calmarli, di un posto per loro nella struttura amministrativa.
I giornali parlano di un vero e proprio assalto lottizzatorio ai danni delle 13 aziende e agenzie regionali alla cui testa verrebbero messi gli esponenti politici “esclusi”.
Siccome si tratta di persone che non lavoreranno gratis, sarebbe interessante conoscere quanto costerà alle casse della Regione la spartizione che si annuncia.
Se la Presidente Polverini vuole veramente risparmiare, farebbe meglio a ricorrere, per gli incarichi dirigenziali della Regione e delle sue aziende, esclusivamente a dipendenti della Regione stessa.
Fonte: L'Unità
La marea nera dell'immoralita'
Questo Paese bisogna amarlo davvero per cambiarlo. I proclami d’affetto gridati da un palco politico servono solo per imbonire e vendere un prodotto avariato rifilandolo per fresco. Il partito dell’amore? Sì, per il potere, per la “cricca”, per i soldi, per le case.
Dopo le comiche, la tragedia. Nonostante i ridicoli tentativi del capo del Governo di tranquillizzarci affermando che tutto è a posto, è evidente il profondo baratro d’immoralità in cui l’Italia sprofonda e l’instabilità politica a cui andiamo incontro. Una cloaca di putridi miasmi fatta di intrecci perversi politico-affarisitici che ha governato e governa il sistema economico pubblico per trarne profitti privati aggredendo e spolpando le finanze statali, ovvero le tasche dei cittadini. Lo spettro della Grecia, corrosa da una buona dose di corruzione, aleggia anche su di noi . Scandali che declassano ad una categoria inferiore quelli che funestarono la prima Repubblica e ai quali pensavamo di non dover mai più sottostare. Stanno venendo alla luce episodi che dimostrano quanto siano radicati e profondi i sensi di immoralità e impunità di molti amministratori pubblici. Al bene comune si preferisce quello Proprio e della “famiglia”. Mentre i bisogni dei cittadini vengono ignorati.
Il caso Scajola è emblematico per comprendere quanto il sistema sia Collaudato e oliato. Non c’è ancora alcun atto d’accusa formale emesso dalla Procura di Perugia, ma come non ritenere politicamente gravissime le dichiarazioni di un ministro della Repubblica che dice di non sapere chi ha pagato 900 mila euro per contribuire all’acquisto di una sua casa, altrimenti pagata un prezzo irrisorio rispetto alle valutazioni di mercato? I cittadini sono trattati come degli imbecilli ai quali raccontare qualsiasi cosa senza alcun ritegno.
Grave, al pari della pagliacciata messa in scena da molti esponenti dell’Esecutivo e della maggioranza che, già dalle prime ore dalla notizia, con un collaudato copione dettato e ampiamente utilizzato dal “regista”, hanno tentato di coprire ciò che a tutti era chiarissimo con espressioni di solidarietà umana e politica per il ministro dello Sviluppo Economico. Le tardive dimissioni dall’incarico di quest’ultimo hanno peraltro prodotto un altro bel capolavoro politico: Berlusconi ha preso ad interim le deleghe del dicastero lasciato da Scajola nelle quali vi sono anche quelle che riguardano il settore delle telecomunicazioni così caro al proprietario di Mediaset, controllore dell’informazione privata e di quella pubblica. Lo stesso che dichiara, dopo la vicenda ignobile del suo ministro:”in Italia c’è troppa libertà di stampa!” e che vorrebbe far tacere la satira a lui non gradita.
Per non parlare del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, il quale continua a ritenere di non doversi dimettere nonostante risulti indagato in una vicenda d’affari illeciti in merito a investimenti che imprenditori “amici” avrebbero dovuto fare nel settore Eolico in Sardegna. Verdini, nel presunto affaire, sarebbe stato in bella compagnia: Marcello Dell’Utri (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa a 9 anni ); Flavio Carboni ( già indagato per collegamenti con esponenti della mafia siciliana e per l’omicidio del banchiere Roberto calvi); del presidente della Regione Sarda, Ugo Cappellacci. E’ solo l’inizio di uno scenario che prese l’avvio dallo scandalo “Grandi Eventi-G8”, e ora si allarga a macchia d’olio, investendo altri nomi eccellenti del Governo Berlusconi e che sta toccando le coste d’Oltre Tevere.
Il presidente del Consiglio, rilancia la tesi del complotto giudiziario-giornalistico come ha fatto tante altre volte. Siamo ormai di fronte ad un clown che non riesce più a far ridere; di un barzellettiere a cui manca la battuta finale. Al cospetto di una maschera di cerone che si decompone
giorno dopo giorno. Oscenità di proporzioni incredibili, quanto prevedibili, dati gli attori che recitano in palcoscenico.
Per arginare la fuoriuscita del petrolio al largo delle coste della Louisiana, nel Golfo del Messico, che ha già distrutto un luogo incantevole, si sta tentando una disperata operazione. Una cupola metallica sarà calata sul fondo del mare, così da coprire il foro della trivellazione e bloccare la grande quantità di greggio che ancora si riversa nelle acque. Ci auguriamo tutti che si riesca a porre fine ad una tragedia ambientale di proporzioni inaudite.
In Italia, invece, la “cupola” dobbiamo toglierla ora, se vogliamo fermare la grande “marea nera” che ci sta soffocando e sperare di poter respirare un pò d’aria pulita. Lo si deve ai tanti cittadini onesti.
Europa: strumentalizzazione di governo
Il Senatore Stefano Pedica é intervenuto pochi giorni fa al Parlamento Europeo di Bruxelles sul tema della cosiddetta "direttiva servizi", al fine di ribadire la presa di posizione dei parlamentari dell'Italia dei Valori rispetto agli abusi delle autorità nazionali.
La direttiva (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 94 del 23 aprile 2010) ha l'obiettivo di favorire la creazione di un vero mercato interno dei servizi entro il 2010 attraverso due azioni principali: l'agevolazione della libertà di stabilimento dei prestatori di servizi in altri Stati membri e la libertà di prestazione di servizi tra gli Stati membri. Questa direttiva mira altresì ad allargare la scelta offerta ai destinatari dei servizi e a migliorare la qualità dei servizi per i consumatori e per le imprese utenti di servizi. Ciò significa che qualsiasi impresa di servizi potrà stabilirsi in un paese che non è il proprio, e dal quel paese compiere il proprio lavoro anche in altri della stessa Unione Europea.
Questa grande riforma, tesa a semplificare molte norme amministrative e a modernizzare tutto il settore dei servizi, ha bisogno di moltissime leggi di attuazione, sia a livello di stati membri sia a livello di autorità regionali.
Purtroppo, in questa fase di messa in opera, il nostro governo Italiano sta mettendo in atto una serie di misure che sono delle vere e proprie prevaricazioni rispetto ai principi fondamentali della direttiva, strumentalizzando quella che è la causa europea. Infatti, mentre in Europa si cerca di tutelare i consumatori, in Italia si cerca di tutelare l´impresa privata, col rischio di penalizzare alcuni settori tra cui lo smaltimento di rifiuti e la gestione dell´acqua.
Su questo tema l'Italia Dei Valori sta avviando una campagna referendaria che vedrà il 1° Maggio come il primo giorno di raccolta firme contro l´acqua privata e per altri due referendum sul legittimo impedimento e sul nucleare (www.3referendum.it).
Assemblea Azionisti Telecom: esigiamo risposte
Oggi, 29 aprile, si terrà a Rozzano (MI) l'assemblea degli azionisti di Telecom Italia. Da azionista partecipero' e porro' le domande agli amministratori, soprattutto sulla gestione di Tronchetti Provera, Carlo Buora e di altri manager come Ruggiero che sono rimasti impigliati nella vicenda Fastweb-Sparkle, una controllata di Telecom Italia e che è stata accusata di frode fiscale per centinaia di milioni di euro (vi invito a leggere le due interrogazioni parlamentari presentate al Senato sul tema: interrogazione 1 - interrogazione 2).

I rifiuti sotto il Vesuvio, le bugie di Bertolaso
Un anno fa Bertolaso dichiarava alla stampa estera: "Se ci sono i gabbiani su una discarica questa è fatta male". In questo servizio viene a galla la situazione di Cava Sari e Cava Vitiello (a Terzigno). Due discariche. Due scempi ambientali. Due posti come tanti, in Campania.
In quest'angolo d'Italia, oggi, il confine che divide lo Stato dall'anti-Stato è così sottile che non si vede più.
C'è una Regione in ginocchio, una terra che i clan stanno cannibalizzando.
C'è una società civile che non riesce a reagire, messa in un angolo dalla forza della camorra.
Le forze di Polizia, in certi posti, sono il nemico numero uno. Il sistema camorristico ha già vinto. Le imprese dei clan costruiscono palazzoni su terreni bombardati dai rifiuti tossici. La gente si ammala di cancro e affolla gli ospedali del Nord. Parte, disperata.
E' necessario uno scatto di orgoglio. I campani devono riprendersi la propria terra. Prima che diventi appannaggio esclusivo delle organizzazioni criminali. Prima che anche l'ultima briciola di dignità umana venga sepolta. Prima che sia troppo tardi.
Di seguito il testo del videoservizio realizzato dal nostro inviato.
Testo del video intervento
Un giorno qualsiasi, lontano dall'emergenza rifiuti che molti hanno dimenticato. Ambientalisti, geologi e docenti universitari denunciano da tempo ormai l'intenzione del Governo di realizzare una grande discarica alle pendici del Vesuvio.
E così siamo andati a vedere cosa vogliono fare proprio nel bel mezzo di un Parco Nazionale.
In località Pozzelle, nel comune di Terzigno esiste già una discarica che si chiama Cava Sari.
Qui le ruspe sono al lavoro per spingere ancora verso il basso una montagna di rifiuti indifferenziati e mai controllati.
Ma adesso, con l'ordinanza di Protezione Civile numero 48 del 2009, si vuole di più.
Questa è la Cava Vitiello. Secondo le previsioni questo terreno sarà il deposito di 3,5 milioni di tonnellate di immondizia.
Ma questa è un'area protetta. Lo vedete? Lo dice anche un vecchio cartello. Qui non devono essere depositati rifiuti di alcun genere.
In barba a tutte le norme in materia ambientale e paesaggistica questi sono stati dichiarati siti di interesse strategico nazionale e quindi militarizzati. Anche se non c'è traccia di soldati armi in pugno. L'area nel 2002 era dichiarata dal Ministero dell'Ambiente "Sito di interesse nazionale per l'alto rischio ambientale. E Zona Altamente critica dalla Regione Campania nel 2007.
Grazie alla legge 123 del 2008 scritta dal Governo Berlusconi potranno essere stoccati rifiuti di ogni genere. Secondo alcune testimonianze le ceneri dell'inceneritore di Acerra verrebbero già sparse quotidianamente sui rifiuti in diverse discariche. Lo smaltimento regolare, costa troppo.
Una discarica fatta male e pericolosa. Lo dice Bertolaso. Non ci credete?
Questi sono gabbiani. Sovrastano l'intera area. Sentite cosa ne pensa Bertolaso.
"Voi sapete, forse, che uno degli indicatori principali per capire se una discarica funziona o meno, sono i gabbiani. Quando ci sono i gabbiani significa che c'è del materiale organico che non è stato nascosto, depositato o sversato nel modo giusto. Non è solo un problema dell'odore. L'odore ci può essere o non ci può essere dipende anche dalle condizioni meteorologiche, da come tira il vento. La presenza dei gabbiani è il segnale preciso se una discarica funziona o se è una discarica organizzata alla bell'e meglio. E da queste immagini, è ovvio che è difficile vederlo, non mi sembra di aver visto parecchi gabbiani. Come non ne vedo quando vado a fare i sopralluoghi all'improvviso nelle discariche. Andiamo avanti."
Questa era una conferenza stampa rivolta ai giornalisti della stampa estera che si è svolta a Roma nel 2009. Gabbiani uguale discarica fatta male. Proprio come questa.
Una leadership sul modello americano
Di seguito l'intervista che ho rilasciato al quotidiano l'Unità
Donadi: La maggioranza, finché c'è, ha il dovere politico e, più ancora, etico e morale di governare e risolvere i problemi del paese. Non di fare chiacchiere, come è stato finora. L' opposizione ha il dovere altrettanto politico ma anche etico e morale, di rimettersi insieme, prendendo atto che in questo momento non c' è una coalizione avversa a quella del Pdl e Lega. Se questa maggioranza implodesse ci potremmo trovare di fronte a un'emergenza nazionale, di fronte al problema di creare una maggioranza diversa o andare alle elezioni.
L'Unità: Cosa si dovrebbe fare in questo caso?
Donadi: Ci sono questioni gravi legate alla crisi economica ma, poiché si vota in tre mesi, io penso che sia meglio avere un governo che sia espressione della volontà degli elettori con un mandato chiaro, piuttosto che uno pseudo governo tecnico. Però, prima di andare a votare, bisognerebbe fare, in tre o al massimo sei mesi, una riflessione sulle regole, perché in Italia c' è una democrazia taroccata. In una democrazia dell'informazione non si può andare alle elezioni quando forze economico-editoriali, che fanno riferimento al presidente del consiglio, condizionano alla radice la trasparenza e l' obiettività del formarsi del pensiero politico nel paese.
L'Unità: E cosa propone?
Donadi: Tre leggi fondamentali: una sulla libertà dell'informazione che stabilisca l'informazione libera ma anche la politica libera dall'informazione, ci deve essere incompatibilità fra chi fa una cosa e chi fa l' altra. Secondo: servirebbe una riforma delle leggi. Una legge elettorale che ridia pienezza del diritto di voto ai cittadini e, tre, una riforma dei regolamenti parlamentari perché non si accampino pretesti sulle leggi che non vengono approvate, passando stancamente da un ramo all'altro dal parlamento.
L'Unità: Si dovrebbe creare una maggioranza diversa, quando Bersani parla di patto repubblicano anche con Fini, lei pensa che dovrebbe servire a questo?
Donadi: Esattamente, ma senza perdere di vista che sono due i profili su cui lavorare. Il primo è quello di lunga prospettiva, della costruzione di una coalizione che si candidi a governare con una visione riformatrice del paese. L' altro è essere pronti a fronteggiare il rischio che questa maggioranza imploda e, in questo caso, ci si deve dare il compito di riscrivere due o tre regole per restituire veridicità a una democrazia taroccata e, al tempo stesso, fare fronte alle urgenze economiche e sociali prodotte dalla crisi.
L'Unità: Quale opposizione?
Donadi: Sono un po' stufo dell'etichetta di centro sinistra. Nella politica italiana destra e sinistra sono concetti da radere al suolo e da ricostruire sulla base di progetti nuovi. Abbiamo bisogno di passione e generosità e di pochi calcoli politici fatti a tavolino, di quelli che hanno visto indulgere il Pd su pallottolieri magici che gli elettori hanno rifiutato. E abbiamo bisogno di trovare presto, sulla base di valori trainanti, un leader, poiché nelle democrazie moderne non si può fare a meno di incarnare il progetto in una leadership.
L'Unità: Un leader non si compra su e bay.
Donadi: E' vero ma va riconosciuto al Pd il merito di avere imposto un metodo di grande partecipazione come le primarie. Bisognerebbe avere il coraggio di trasformarle in qualcosa di ancora più americano di quanto non siano state fino adesso. Diamoci tempo un anno in cui candidati della società civile e dei partiti si confrontino sulle idee, poiché l' unico modo di fare emergere una leadership è il confronto delle idee. Se aspettiamo le segreterie dei partiti, non dico un Obama ma nemmeno un Tony Blair verrà mai fuori.
fonte: www.massimodonadi.it
Il 25 aprile che non piace al centrodestra
Il 25 aprile del 1945, Milano, Torino, Verona, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma e altre città italiane furono liberate dall'occupazione nazista con una insurrezione armata delle formazioni partigiane guidate dal Comitato di liberazione Nazionale.
Fu l'atto di nascita della nuova Italia dopo il ventennio di dittatura fascista, dopo i lutti, le distruzioni e gli orrori seminati nel nostro Paese e In Europa dai fascisti e dai nazisti.
Ricordare il senso di quegli avvenimenti ormai lontani nel tempo è una necessità.
In un Paese in cui si moltiplicano le "giornate della memoria", vi è chi lavora a cancellare la memoria della Resistenza.
L'idiosincrasia di Silvio Berlusconi per la ricorrenza del 25 aprile è nota. Per questo non stupisce che uomini del suo partito o della sua coalizione, oggi alla testa di amministrazioni locali, tendano a cancellare o a stravolgere - come è successo alla Provincia di Salerno, il significato della Festa della Liberazione.
L'obiettivo è chiaro: dimenticare il 25 aprile per delegittimare il frutto più importante della lotta partigiana, La Costituzione Repubblicana.
E' grazie alla Costituzione, voluta dai Padri fondatori della nostra Repubblica, che le pulsioni neo-autoritarie e populiste del Governo Berlusconi sono state tenute a freno.
Il tentativo berlusconiano di riscrivere la Costituzione assegnando al Capo del Governo poteri senza controllo con un Parlamento svuotato di ogni potere decisionale, una magistratura privata della sua indipendenza, un'informazione tenuta saldamente sotto controllo, non è stato ancora definitivamente battuto.
Le insidie che minacciano la nostra Costituzione sono ancora molte. I principi di libertà, di uguaglianza per i quali si batterono i Partigiani, vengono messi in discussione.
Ogni giorno il razzismo leghista inventa nuovi marchingegni - l'esame obbligatorio di italiano per gli immigrati che vogliono aprire un negozio - per introdurre nuove forme di leggi razziali e di discriminazioni.
Per questo ricordare il "25 aprile" non è semplicemente una commemorazione. E' l'assunzione di un impegno per difendere i valori, gli ideali, i principi che portarono i nostri padri a sollevarsi contro la dittatura fascista e contro l'occupazione nazista del nostro Paese.
Lombardia: auguri di buona Padanita'
Come forse sapete il Consiglio Regionale si insedierà probabilmente il 18 maggio; intanto stiamo preparando l’organizzazione e studiando gli impegni che ci aspettano (con alcune novità di cui racconteremo su questo sito nei prossimi giorni). Intanto, nel palazzo del Consiglio di via Filzi, in un limbo di arrivanti e partenti, arrivano le lettere di congratulazioni per tutti i neoeletti: quelle belle missive impersonali stampate al chilo e con il nome e cognome schizzati di fretta a penna.
La busta della Provincia di Milano (guidata da Guido Podestà) l’ho aperta invece con la cura d’obbligo per i buoni rapporti istituzionali e sono rimasto fulminato dall’augurio:
[...] desidero esternarti le mie più sentite e sincere congratulazioni [...] convinto che saprai interpretare al meglio il ruolo dei cittadini [...] Ti auguro pertanto un buon lavoro all’insegna della Padanità che ci caratterizza e che contraddistingue il buon lavoro degli Amministratori Lombardi [...] firmato Il vice Presidente vicario del Consiglio della Provincia di Milano arch. Raffaele Cucchi
All’insegna della “Padanità“? (maiuscola)?
Caro Raffaele Cucchi,la ringrazio per gli auguri (anche se per noi semiteatranti suonano sempre come corvi per una nostra deformazione professionale). Mi preme però sottolineare come (forse per l’ennesima visione ingorda di chi ha una visuale univoca della politica lombarda) se per “Padanità” intende lo spirito xenofobo che ha sporcato questa regione con i recenti rigurgiti fascisti, se per “Padanità” intende quella politica da madriano con un orizzonte che si esaurisce al confine del rione; se per “Padanità” intende quell’appassimento della solidarietà che sta sulle pale delle ruspe fuori dai campi rom, se per “Padanità” intende lo spettacolino torbido delle targhe rimosse a Peppino Impastato, se per “Padanità” intende l’immigrazione rivenduta come criminalità appesa da trofeo vicino ai musi di cinghiale, se per “Padanità” intende le retate natalizie, se per “Padanità” intende la collettività vissuta come debolezza, allora sono sicuro fin da adesso di non volere mantenere l’impegno. Proprio per “interpretare al meglio il ruolo dei cittadini che mi hanno dato fiducia” come ha ben scritto lei.
PDL: siamo alla resa dei conti
“Non ho mai imposto la mia volontà”. Non lo ha detto Ghandi o Madre Teresa di Calcutta. Tenetevi forte, lo ha detto Silvio Berlusconi questa mattina aprendo i lavori della direzione nazionale del secolo. Temo fortemente che, a questo punto, a Silvio Berlusconi serva uno psichiatra, ma uno bravo, che possa risolvere il suo ormai evidente problema, ovvero, la sistematica negazione della realtà e la creazione di una neorealtà delirante parallela. Chi si mette contro viene messo alla berlina sui suoi giornali. E’ da quando il presidente della Camera ha aperto ufficialmente la crisi nel Pdl che Gianfranco Fini viene deriso e sbertucciato a caratteri cubitali sui quotidiani di famiglia. Addirittura, oggi scopriamo un Silvio in veste di Ercole forzuto e nerboruto che, una volta, per farlo risedere, gli ha messo le mani addosso. Questa è la dimensione di Silvio e, purtroppo, è anche la sua cifra politica. La democrazia interna nel partito è un concetto che non fa parte del suo vocabolario. Chi si mette contro di lui viene colpito dal fuoco di fila della stampa e dei telegiornali di famiglia, bravissimi nel praticare il neo-minzolinismo di ritorno. A chi si mette di traverso arrivano puntuali bastonature mediatiche, roghi e minacce di licenziamento. Il confronto per lui è una metastasi e c’è un unico modo per combatterla: soffocarla, reprimerla, in maniera autoritaria e rozza, mostrando i muscoli se necessario. Questa non è politica, è rappresaglia, vendetta, questa è la politica secondo Silvio.
Tutta questa vicenda un merito ce l’ha. Abbiamo scoperto finalmente chi è il vero fascista tra Fini e Berlusconi, e non è il primo. Abbiamo scoperto che nel Pdl ci sono più cani da riporto che segugi, e c’è chi, fregandosene del ruolo di seconda carica dello Stato, esegue gli ordini del padrone senza emettere un fiato. Non si capisce perché il presidente del Senato, Renato Schifani minacci da più giorni di licenziare Fini, colpevole di fare secondo lui politica attiva, e lui che sta facendo la stessa identica cosa dovrebbe, invece, rimanere in sella al suo incarico tranquillo e beato. Per quanto ci riguarda, ci auguriamo che tutto questo non finisca qui, che la nuova stagione aperta da Gianfranco Fini nel Pdl porti alla fine dell’era berlusconiana quanto prima, nell’interesse del paese e dei cittadini, prima che sia troppo tardi.
Pdl: il partito dell'odio e dell'invidia
Dove è finito il partito dell’amore? Che ne è stato di quella coalizione solida di cui parlava Berlusconiqualche mese fa, nel massimo del suo proverbiale ottimismo? A noi pare che la spaccatura nel Pdl, con tanto di veleni tradotti in isteria, sia venuta a galla, senza filtri, in diretta televisiva, venerdì notte, durante la trasmissione“L’ultima parola”. Forse in linea con il programma in questione, che certo non si distingue per buon gusto, è andato in onda un esempio della peggior politica, fatta d’insulti da rissa di strada e urla da mercato di paese. Da una parte i finiani Italo Bocchino e AdolfoUrso, dall’altra il fedelissimo del premier Maurizio Lupi e la storica nemica del presidente della Camera, Daniela Santanché, la cui oscillante fede politica si è attualmente posata su Berlusconi. Più che una trasmissione televisiva, sembrava di assistere ad una riunione a porte chiuse di cui poi si legge nei retroscena dei giornali. Messa da parte anche l’ultima maschera di perbenismo evidentemente fasullo, i soggetti teoricamente sostenitori dello stesso governo, hanno palesemente dato dimostrazione di non conoscere più le ragioni ed il senso dello stare insieme. Le dichiarazioni ufficiali continuano, imperterrite, a parlare di governo solido, scissione lontana, ricomposizione imminente. Il premier, però, palesemente infastidito dalla poco dignitosa rissa avvenuta in tv, è esploso dicendo, riferendosi ai finiani in questione, “io quei due in televisione non li voglio più”. La facciata è definitivamente crollata, insomma, lasciando vedere chiaramente all’interno del cosiddetto partito dell’amore, una spaccatura e un odio insanabili. E non si tratta solo delle riforme, il nodo non è solo il rapporto con la Lega o il diritto al dibattito interno. I due mondi, le due ideologie, i due modi di intendere e fare politica, quello di Fini e quello di Berlusconi, non si sono mai veramente uniti, al di là dell’immagine patinata fornita finora con ostinato ottimismo. Adesso attendiamo gli eventi, con un briciolo di scetticismo, dovuto al fatto che, se anche dalla coalizione di governo si dovesse continuare a tentare di tenere in piedi la facciata e dunque dovessimo assistere ad una ricomposizione, rimane il fatto, ormai palese ed indiscutibile, che una spaccatura, profonda e insanabile c’è, c’è sempre stata e sicuramente continuerà ad esserci.
Non si fermano neanche davanti alla morte
A Paderno, in provincia di Udine, una bambina appena nata e' stata sepolta con rito islamico in un'area del cimitero che mesi prima il comune aveva riservato ai tanti fedeli musilmani residenti in zona. I rappresentanti della Lega e del PDL hanno organizzato un volantinaggio in occasione della sepoltura, ritenendola "irrispettosa dei sentimenti piu' intimi della maggioranza della popolazione".
Alla faccia del partito dell’amore. Pdl e Lega vorrebbero negare anche il diritto di sepoltura ai musulmani. Non hanno pietà neanche del povero corpo di una neonata e dell'immenso dolore dei genitori per la sua perdita.
Vogliamo dire al capogruppo del Pdl al comune di Udine, Loris Michelini, e al suo collega del Carroccio, Luca Dordolo, che "oltraggiose e scandalose" sono le loro parole e non la sepoltura con rito islamico di una piccola creatura, così come è vergognosa l’iniziativa di una raccolta firme e il relativo volantinaggio contro un’apposita area sepolcrale per i musulmani.
Vorremmo ricordare a questi signori che i musulmani hanno diritto ad essere sepolti dentro un'area precisa in quanto esistono precise leggi internazionali e nazionali che riconoscono a chiunque, a prescindere dal credo religioso, il diritto alla sepoltura. In molte parti d’Italia ci sono aree sepolcrali in concessione ai musulmani e nessuno si è mai sognato, in un Paese civile, di protestare per questo.
Rivolgiamo un pensiero a quei poveri genitori, a quella bambina. Un gesto dettato da pietà e rispetto.
Fondi non ha piu' alibi
Parliamo del risultato delle elezioni comunali di Fondi, un risultato anomalo che di fatto ha premiato la criminalita' organizzata. Ci siamo candidati per dare un segnale, per denunciare l'anomalia di un Paese che riguardava tutta l'Italia, un comune che doveva essere sciolto per infiltrazioni mafiose e che ha trovato un escamotage per non essere sciolto con le dimissioni dei consiglieri comunali.
Ci siamo candidati da soli perché il PD non ci voleva all'interno della sua coalizione, siccome volevamo le dimissioni del titolare del Mercato Ortofrutticolo di Fondi, che guarda caso è del PD. Abbiamo fatto una battaglia di sensibilizzazione alla cittadinanza, che ha risposto con il 55% dei voti per le liste del centrodestra. Questo mi fa pensare che quel 22% che ha preso il PD e quello che abbiamo preso noi dimostra che non sono servite a niente le tante cartelle di Frattasi, gli arresti che ci sono stati, tutti i ricatti e le bombe che sono state messe nei negozi dalla mafia.
La risposta dei cittadini è stata: vogliamo questo. O il cittadino lo vuole inconsapevolmente, o con la pistola puntata o consapevolmente. Dentro l'urna, che speriamo sia stata segreta, il 55% ha dichiarato di volere ancora quei personaggi.
Pochi giorni dopo le elezioni escono le prime indiscrezioni. Il neo eletto sindaco di Fondi risulta essere presente nei dossier sui Clan: assessore della precedente giunta, censurato dal prefetto Bruno Frattasi nella sua relazione sulle collusioni con 'ndrangheta e camorra.
Dobbiamo dire addio a Fondi e ai suoi cittadini? No, andremo avanti, ci sarà una Damasco 3, una Damasco 4 e forse una Damasco 5. Forse i cittadini non capiranno, ma glielo faremo capire noi con le manifestazioni e con la spontaneità di quei pochissimi elettori che hanno avuto il coraggio di votare per dire no alla criminalità organizzata a Fondi.
Ben 10 mila elettori hanno votato il Senatore Fazzone, colui che abbiamo combattuto, colui che il prefetto Frattasi ha combattuto accusando qualche anomalia. Proprio per questo teniamo in guardia Fondi. I cittadini non si ribellano. Hanno una pistola puntata? Non lo sappiamo, ma se questo 55% ha votato a favore della criminalità organizzata allora andremo ad aiutare altri Paesi più coraggiosi di quelli di Fondi.
Un referendum per ogni legge ad Silvium
Il legittimo impedimento è legge dello Stato. Il presidente della Repubblica ha firmato e noi ne prendiamo atto. Non abbiamo mai mancato di far conoscere la nostra opinione ma, a questo punto, credo sia doveroso andare oltre ed interrogarsi sulle risposte politiche da dare al Paese.
L’unica risposta possibile per noi, al momento e nelle condizioni date, è rispondere con unreferendum ad ogni legge scellerata che questo governo propinerà al paese. Se questo governo e questa maggioranza proporranno altre dieci, cento, mille leggi ad personam, noi proporremmo altri dieci, cento, mille referendum per dire no. Lo devono capire anche i nostri amici alleati e glielo diciamo chiaramente.
Se, solo per un istante, abbassiamo la guardia e lasciamo passare indenni i continui strappi e le ennesime spallate ai valori di giustizia, libertà, uguaglianza che questo governo con la faccia tosta che si ritrova infligge al paese, ci giocheremo per sempre i valori fondanti della nostra democrazia e del nostro Paese. Se smetti, anche solo una volta, di difendere i principi in cui credi, li hai buttati via per sempre. E’ l’anomaliaBerlusconi che ci obbliga a farlo.
E’ il suo modo di concepire la politica, ponendo gli interessi privati davanti a quelli pubblici, l’esatto opposto del concetto di buon governo che abbiamo in mente noi diItalia dei Valori, che ci obbliga a farlo. Altre mostruosità giuridiche ci attendono dietro l’angolo, in agguato.
Alcune di queste già bussano alla porta e mi riferisco al presidenzialismo di stampo sudamericano che ha in mente Silvio e alla sua ossessione di porre i pm sotto il controllo dell’esecutivo. Alfano e Ghedini sono già al lavoro per studiare il nuovo lodo in veste costituzionale e per legare le mani dei pubblici ministeri.
Ebbene, per ogni legge ad silvium che c’è dietro l’angolo, ci sarà un referendum di IdV a sbarrargli la strada: i valori ed i principi fondanti della nostra democrazia per noi non sono in vendita e li difenderemo con le unghie e con i denti.
Abruzzo: gli strumenti e le motivazioni
Quella di oggi doveva essere la giornata della memoria, ma purtroppo anche oggi, come avviene ormai da un anno, i rappresentanti del governo hanno ripetuto che dissentire equivale ad infangare.
Lo ha ripetuto il Presidente del Consiglio, sottolineando che all'Aquila ed in Abruzzo c'e' chi ha voluto infangare il lavoro di chi ha prodotto risultati da record.
Io resto convinto del fatto che le manifestazioni di dissenso costituiscono un diritto per i cittadini ed addirittura un dovere per chi i cittadini e' chiamato a rappresentare nelle istituzioni.
E sono, inoltre, convinto che le manifestazioni di dissenso costituiscono l'unica risposta possibile, quando le decisio ni vengono calate dall'alto, senza garantire partecipazione dei cittadini o delle istituzioni piu' vicine ai cittadini.
In Consiglio Regionale non ho mai avuto la possibilita' di esprimermi a favore o contro il progetto C.A.S.E. e non ho mai avuto la possibilita' di proporre e di sostenere una soluzione alternativa.
E sono certo che una analoga possibilita' non sia stata concessa ne' ai consigli comunali dei Comuni del cratere, ne' al Consiglio Provinciale.
Tutto e' stato deciso in assoluta solitudine ed in totale distacco dal territorio dai vertici di governo e protezione civile, che oggi non a caso, con sempre maggiore frequenza, intervengono per intorbidire le acque e per mescolare o confondere le responsabilita'.
Questi dodici mesi mi hanno convinto del fatto che fino ad oggi all'Aquila non si e' lavorato per gli "strumenti" e per le "motivazioni".
Per "strumenti" intendo i soldi messi nelle tasche dei cittadini aquilani, di chi deve ricostruirsi una casa o una azienda, soldi che fino ad oggi hanno visto in pochissimi ed in misura assolutamente insufficiente.
Per "motivazioni" intendo, invece, la convinzione di poter ripartire; una convinzione che di certo non si e' ingenerata nelle 25.000 persone che non sono potute tornare stabilmente in Citta' e che neppure si e' ingenerata nelle 15.000 persone che una casa la hanno avuta gia' pronta, ma che forse proprio per questo con maggiore difficolta' si renderanno disponibili, in tempi brevi, a mettersi le mani in tasca per ricostruirsi la propria distrutta; o comunque lo faranno senza una particolare fretta.
Il Progetto C.A.S.E. - oltre a tutti i limiti e le debolezze gia' denunciate - ha inciso in modo negativo anche sugli "strumenti" e sulle "motivazioni" ed ha profondamente indebolito, in partenza, le possibilita' che la Citta' riparta in tempi brevi.
Un miliardo e piu' speso per le C.A.S.E. e le decine di milioni di euro spesi per assicurare la permanenza negli alberghi di chi era in attesa di una C.A.S.A. avrebbero consentito di mettere immediatamente (ovviamente con tutti i vincoli e le prescrizioni del caso) nella tasche di ciascun nucleo familiare oggi alloggiato nelle C.A.S.E. la somma di quasi 200.000,00 euro, in aggiunta a quanto lo Stato dovra' comunque sborsare per contribuire alla sistemazione dei danni alle case prodotti dal terremoto.
Analogamente, una soluzione diversa, magari attuata senza l'uso del cemento armato e solo per questo meno costosa e molto piu' veloce da realizzare, avrebbe consentito di riportare in poco tempo tutti gli aquilani in Citta', vicini alla propria casa, alla propria azienda, tenendo alte le motivazioni ideali ed identitarie che costituiscono - come la storia ci insegna - il presupposto ineludibile per vincere una sfida cosi' complessa e difficile.
Questo, ad esempio, e' dissenso, non e' fango!
E' dissenso motivato che mi e' stato impedito di esprimere in una sede istituzionale, il Consiglio Regionale, da 12 mesi letteralmente espropriata di ogni potere decisionale.
E proprio la perpetuazione di questo esproprio della democrazia costituisce il maggiore pericolo anche per il futuro.
E' giunto il tempo che le decisioni piu' significative vengano prese dalle istituzioni locali e dai cittadini o, almeno, sentiti i cittadini.
UN AMOREVOLE SUHARTO
Berlusconi scopre l'amore e se ne fa alfiere in politica, 'brandendolo' contro l'odio e l'invidia che a suo avviso si annidano nell'opposizione. Dall'IdV al Pd alla Sinistra, passando per la magistratura e per il sindacato, includendo la società civile che scende in piazza per opporsi al regime e l'informazione che non piega la schiena, in tutti dimora la gramigna della cattiveria contro di lui.
Usa categorie legate alla passione -che pure e' elemento importante nella politica come ci ricordano Weber e Berlinguer- ma lo fa utilizzando un linguaggio virulento che mal si confa' al partito dell'amore di cui si proclama leader. Ma che tipo di amore ispira il suo partito? Forse quello che e' alla base dell'introduzione del reato di clandestinita', ritorno alla colpa d'autore hitleriana, oppure quello che lo spinge, insieme ai suoi accoliti leghisti trasformati in nuovi crociati, a contestare una legge dello Stato come la 194 e una decisione presa dall'Agenzia del farmaco, opponendosi alla pillola abortiva e prospettando alla donna la strada della non scelta sul proprio corpo e dell'espiazione del 'peccato' attraverso una sofferenza maggiore.
Amore si, forse ce n'e'. Ed e' profuso verso gli evasori e i corrotti, i mafiosi e i fuggitivi dalla legge, agevolati da provvedimenti 'caritatevoli' come lo scudo fiscale, il processo breve, il ddl intercettazioni.
Amore ce n'e', poi, nelle segrete stanze del potere, in quel via vai di escort che nasce dalla presunzione di sentirsi in fondo un gran sultano, sprezzante verso l'etica pubblica e la dignità femminile, convinto di essere al di sopra della legge, morale e reale, lui che e' un 'amorevole' Suharto d'Occidente.
Elezioni: tutti gli errori del centrosinistra
Il successo dell’Idv premia una linea di opposizione energica. L’insuccesso del Pd penalizza una linea che non ha saputo marcare con forza la sua differenza dalla maggioranza. Ma il successo dell’Idv non basta a compensare l’insuccesso complessivo del centrosinistra.
Questo è dovuto a varie cause connesse. La Campania, al culmine di due legislature Bassolino, aveva già dato un contributo robusto alla sconfitta del 2008 e la candidatura De Luca era la conferma dell’identico stile con un altro soggetto. La Calabria era da tempo la dimostrazione di uno squallido sottogoverno di centrosinistra. Per non perdere in queste due regioni il centrosinistra avrebbe dovuto fare miracoli di innovazione di cui è per sua natura incapace.
Nel Lazio Bonino ha fatto prodigi in una situazione in cui nessun altro aveva avuto il coraggio di candidarsi: la sconfitta nasce infatti o dal governo di Marrazzo o dal suo scandalo personale o da tutte e due le cose insieme. Qualcuno aveva detto che Marrazzo aveva nuociuto solo a sé stesso. Invece Marrazzo ha ammazzato il centrosinistra nel Lazio: gli elettori dovrebbero chiedergli i danni. Resta il fatto che gli scandali fanno male solo a noi. Berlusconi ci ingrassa.
In Piemonte il centrosinistra è corto: se conquista i ceti produttivi con la Tav, per lo stesso motivo perde il sostegno ambientalista. E si può immaginare il contrario. Ma è ancora più corto: la lista dei grillini gli ha tolto i voti utili a vincere. Ma non si può dare la colpa a loro: che cosa ha fatto il centrosinistra per convincerli?
E per dirla tutta: siamo sicuri che in condizioni normali, vale dire senza dover esprimere un voto contro Berlusconi, l’elettore di centrosinistra in Liguria voterebbe il sottogoverno di Burlando? Se ne può dubitare.
Resta l’evidenza di un astensionismo mai così largo. A voler essere ottimisti si può pensare che chi saprà interpretare il dissenso dell’astensionismo potrà rinnovare la politica italiana. Ma l’astensionismo non è corpo unico. Considerare partito la massa enorme di quelli che non votano è solo retorica giornalistica. Una parte è irriducibile: rifiuto della politica, di tutta la politica. Qui non c’è nulla da fare.
Per l’enorme parte restante, l’astensionismo critico non è tutto di centrosinistra. E’ vero che il voto dimostra che la previsione di un maggiore astensionismo di destra era sbagliata. Ciò significa che nel centrosinistra ci si deve impegnare in modi del tutto nuovi a persuadere gli elettori virtuali a partecipare al voto. Ma ora non si è neanche in grado di immaginare quali sforzi di fantasia creativa sono necessari per motivare masse crescenti di cittadini che si rifiutano di essere elettori.
Nel frattempo l’anomalia italiana è durata così tanto da essere considerata normale. Solo in Italia. Nei paesi civili l’Italia appare come un’incomprensibile stranezza. Ma non c’è nulla di strano: in un paese in cui almeno il trenta per centro dei cittadini vota informato solo dalla televisione perché stupirsi se al governo ci sta un monopolista televisivo? Questa è la responsabilità incancellabile della classe dirigente di centrosinistra che poteva, più volte, impedire l’anomalia e non solo non l’ha mai fatto ma le ha, più volte, spianato la strada.
Il primo compito elementare è liberarsi per sempre da tutta quella classe dirigente. Resta aperto il problema se ne esista un’altra in formazione, quali caratteri abbia, quali progetti indichi.
IL PD RECITI IL MEA CULPA
Non abbiamo l’abitudine di dire che abbiamo vinto anche quando è vero il contrario. Abbiamo il vizietto della verità. Se ci fermassimo a guardare in casa nostra, potremmo usare toni trionfalistici, vista l’eccellente affermazione di Italia dei Valori. Ma la giornata di ieri impone una seria riflessione nel centrosinistra che, pur mostrando timidi cenni di ripresa rispetto ai suoi momenti più bassi, è uscito sconfitto da questa tornata di elezioni regionali.
Abbiamo perso il Lazio ed il Piemonte mentre in Calabria ed in Campania siamo alla disfatta. Italia dei Valori ha fatto bene, anzi di più. Siamo cresciuti nel Lazio (8,6 %), nelle rosse Umbria (8,3%) e Toscana (9,4%) , in Liguria (8,4%) , nelle Marche (9,1%)e in Basilicata (9,9%). Altrettanto bene siamo andati in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Puglia e Calabria. Un partito che mostra di essere sempre più radicato nel territorio e che porta in dote al Partito Democratico un ricco bottino di voti, destinati ad essere inutili per governare in futuro, se il maggior partito della coalizione di centrosinistra non avvia una seria riflessione al suo interno.
Il responso delle urne è chiaro. Il Pd deve capire che la vera sfida politica è dentro al centrosinistra. Serve costruire un’alternativa che possa essere vincente ma pensare di farlo con accordicchi tra sigle e partiti, con alleanze alchemiche costruite a tavolino, come quella con l’Udc, non serve a dare un futuro a questo centrosinistra. Dalla Calabria alla Campania, dobbiamo cogliere il segnale che gli elettori ci hanno inviato forte e chiaro. Serve il coraggio di cambiare, di scegliere volti nuovi credibili, di avviare un serio rinnovamento etico della classe dirigente dei partiti, soprattutto al Sud dove il Pd è uscito sconfitto dall’esperienza amministrativa. Finché il Partito Democratico non affronterà l’evidente questione morale esplosa al suo interno e non procederà con la conseguente bonifica delle varie baronie, il centrosinistra non andrà da nessuna parte. Finché non deciderà di anteporre gli interessi dei cittadini a quelli dei vari notabili di partito, saremo costretti a guardare l’avanzata del centrodestra per i prossimi anni.
Finché non sarà in grado di costruire un’alleanza naturale sui valori, sui programmi e sulle idee, i cittadini continueranno sempre di più a rifugiarsi nel voto alla lista Grillo che, a differenza di IdV, che è un partito di centrosinistra nel centrosinistra che vuole costruire un’alternativa credibile, denuncia un malessere evidente che non si può ignorare. Rinnovamento è la parola d’ordine per il futuro del centrosinistra. Ieri si è chiuso un ciclo ed è tempo di aprirne uno nuovo basato su un progetto, su un programma, su una classe dirigente di specchiata onorabilità e moralità. Basta con accordicchi che durano il tempo di una stagione o a candidature forzate o disperate. Se vogliamo tornare a vincere serve ripartire da qui.
Tratto da http://massimodonadi.it
Appello al voto
Due giorni per decidere chi dovrà guidare la tua Regione nei prossimi cinque anni, ma due giorni soprattutto per dare un segnale forte e chiaro, per dire basta al malgoverno di Berlusconi. E' un appuntamento fondamentale quindi, da non mancare, perché è essenziale far sentire la tua voce, attraverso il voto ,in questo particolare momento politico che vede la democrazia sempre più fortemente insidiata da spinte autoritarie. Mai come adesso il tuo voto all'Italia dei Valori è determinante: per amministrare in modo corretto e democratico il territorio dove vivi, ma ancora di più perché può incidere davvero sulla storia del nostro Paese. Vota per dire basta a un Governo di centrodestra che si è disinteressato finora degli italiani e del loro futuro per occuparsi solo delle beghe giudiziarie del suo leader e dei suoi sodali.
Ore 15:00 diretta streaming su Votare Informati
(clicca qui per guardare la diretta).
Come votare i candidati IDV
Care amiche e cari amici, in questo articolo potrete ascoltare come le indicazioni di voto per affidare la vostra preferenza all'Italia dei Valori. In ciascuna provincia, Italia dei Valori si presenta con dei candidati onesti, provenienti dalla società civile e la cui integrità è stata certificata dalle autorità competenti. Vi invito a consultare e stampare l'elenco dei nominativi da portare con voi alle urne per esprimere la preferenza di voto per Italia dei Valori.
Difendiamo la vita, le donne e la laicita'
Anatema anatema: non votate per chi difende l’aborto, votate per la vita. Così il cardinale Bagnasco è sceso in campagna elettorale a quattro giorni dal voto. Certo, il presidente della Cei ha tutto il diritto di esprimere la posizione della Chiesa sul tema, ma c’è una cosa che non mi convince. Cosa c’entra l’aborto con le elezioni amministrative per il rinnovo di comuni, province e regioni? Niente perché è materia di competenza nazionale. E’ evidentemente una mano tesa alle traballanti liste del centrodestra. Un inaccettabile attacco a due candidate in particolare: MercedsBresso e soprattutto Emma Bonino, colpevoli soltanto di aver espresso oggi come in passato la loro opinione e di aver fatto sclete politiche conseguenti. Scelte che, perlatro, non entrano in nessun modo oggi in campagna elettorale. Proviamo, tanto per ristabilire un minimo di verità, a fare qualche considerazione al di fuori delle barriere ideologiche e religiose. Analizzando un po’ i dati emerge con chiarezza che difendere la vita significa difendere la legge 194 sull’aborto, entrata in vigore nel 1978. Checché ne dica Bagnasco. Fino ad allora, l’interruzione volontaria di gravidanza era vietata e le donne che intendevano abortire e che non potevano permettersi costosissimi interventi all’estero, dovevano ricorrere clandestinamente a medici compiacenti in strutture di fortuna o, peggio, alle cosiddette mammane. Il prezzo era altissimo: senza menzionare la mortificazione e la vergogna, in migliaia morivano ogni anno. Una vera tragedia, una pagina buia della nostra storia recente. Oggi, per fortuna, non è più così. E non dobbiamo tornare indietro per nessun motivo. I dati sull’andamento delle interruzioni di gravidanza sono chiarissimi e dimostrano che il trend dall’entrata in vigore della 194, è in costante diminuzione: dai 213.000 del 1980 ai 120.000 (80.000 donne italiane) attuali. In sostanza la legge sull’aborto ha drasticamente ridotto il ricorso all’interruzione di gravidanza. La vita si difende tornando al 1978? Io, caro Bagnasco, dico di no. Un paese civile e moderno difende la vita, tutela le donne e la loro dignità, non permette ai propri cittadini di tornare a pratiche medievali, a interventi sanguinolenti praticati con spilloni da mammane senza scrupoli. Allora difendiamo davvero la vita e diffondiamo la cultura della prevenzione per diminuire ancora di più il ricorso all’aborto. Interveniamo sulle cause socio-economiche, miglioriamo la 194, potenziamo iconsultori e l’assistenza alle donne che devono sottoporsi ad un intervento traumatico che spesso lascia cicatrici permanenti. Spero di essere stato sufficientemente chiaro sul perché non si deve toccare una legge civile e moderna che ha migliorato l’Italia. Passo perciò a qualche considerazione più politica. Berlusconi è in difficoltà, le elezioni regionali non andranno bene per lui, non certo come si aspettava qualche mese fa. Questo intervento di Bagnasco così diretto e così plateale è l’ultima, ennesima dimostrazione della sua debolezza. Da solo non ce la fa più perché il governo è diviso, il Pdl, la sua creatura, è lacerato. La Lega del ‘fedele’ alleato Bossi lo insidia e pregusta il sorpasso nelle regioni del Nord. Per questo Berlusconi ha bisogno di stampelle. E questa rinnovata ‘santa alleanza’ col Vaticano capita a proposito. Come ogni cosa, però, ha il suo prezzo. E lo stabiliranno i vescovi, non Berlusconi, che tra l’atro ha parecchio da farsi perdonare: la separazione da Veronica, il caso Noemi, le feste a Palazzo Grazioli, la vicenda Patrizia D’Addario… Questo prezzo rischiamo di pagarlo noi italiani, con la perdita di un’altra quota di laicità dello Stato.
Attenti a quei 2
Sabato 20 marzo, alle ore 17.30, presso il Centro Congressi Confcommercio in via Corso Venezia 47, a Milano, Antonio Di Pietro ed io prenderemo parte all'iniziativa "Attenti a quei due". Insieme a noi, per coordinare il dibattito, ci sarà anche Gianni Barbacetto.
Questo appuntamento vuole essere un'occasione per discutere di quanto sta avvenendo nel nostro Paese, dove lo svuotamento della democrazia e del diritto da parte del Governo è ormai una prassi consolidata. Un Paese che vede la Carta costituzionale ridotta a lettera morta: non perché non sia più attuale, ma semplicemente per via dell'approvazione di leggi ad personam, varate per garantire l'immunità del premier, che di fatto la negano.
La magistratura è poi sotto attacco, continuato e massiccio, da parte della maggioranza che ci governa e che vorrebbe porsi al di sopra della giustizia. Una nazione dove la difficile condizione economica vissuta dagli italiani è divenuta, per l'esecutivo, argomento di secondaria importanza rispetto al coinvolgimento giudiziario del presidente del Consiglio, che monopolizza la vita politica del Paese oltre che l'attività parlamentare, finalizzata esclusivamente a farne un monarca immune dalla legge attraverso provvedimenti ad hoc.
L'unica attenzione, patologica e insana, è riposta dal Governo verso la Confindustria, nei confronti della quale domina un atteggiamento ossequioso che porta a ddl ingiusti come quello approvato al Senato per sterilizzare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Dunque la condizione del Paese offre, purtroppo, tutti gli spunti per una riflessione amara.
L'iniziativa sarà anche un'occasione per smontare la polemica, alimentata spesso ad arte dai media, del dualismo fra me e Di Pietro. "Attenti a quei due", titolo scelto non casualmente, sta proprio ad indicare la volontà di procedere uniti in difesa della democrazia in quanto il futuro del Paese è un collante indistruttibile fra il presidente dell'IdV e me. A termine del dibattito, che prevede anche una risposta delle domande che sono state avanzate sul sito face book dedicato all'iniziativa (visita l'area), Beatrice Luzzi reciterà la performance "Poliziotta per Amore", di Nando Dalla Chiesa.
Vi aspettiamo sabato a Milano.
Decreto Salva liste: la lista della vergogna
Oggi nell'aula di Montecitorio è accaduto un fatto di una gravità inaudita. Si votavano le pregiudiziali di costituzionalità delle opposizioni, Italia dei Valori in testa, presentate contro il decreto salva liste, cioè contro quell’abominio costituzionale, votato nottetempo da un consiglio dei ministri riunito in stile carbonaro e con il quale, per la prima volta nella storia della repubblica, si sono cambiate le regole del voto a campagna elettorale già aperta, al solo scopo di riammettere alcune liste del centrodestra legittimamente escluse. Fino ad oggi, questo decreto legge antidemocratico ha avuto una sola paternità politica, quella di Silvio Berlusconi e della sua maggioranza sorda e asservita. Fino ad oggi… per l’appunto! Perché oggi le opposizioni, se tali si fossero dimostrate compattamente di fatto e non solo di nome, avrebbero avuto la possibilità di cancellare definitivamente questa norma incivile e antidemocratica, ripristinando un minimo di legalità nel paese, sfruttando le molte assenza nei banchi della maggioranza. Ma, al momento del voto, mentre tutti i deputati di Italia dei Valori erano presenti, ed anche tra le fila del Pd si registravano soltanto 3 assenti su più di 200 deputati, ben metà dei deputati dell’Udc non era presente in Aula. Per l’esattezza hanno votato soltanto in 22 su 39. Per cui, da oggi, il decreto legge salva liste ha un secondo padre politico, quell’Udc che, dopo aver ispirato, vantandosene, la norma sul legittimo impedimento, potrà aggiungere al suo medagliere politico anche questa ultima preziosa chicca. La verità è che l’Udc, già normalmente è poco presente in aula durante le normali votazioni, quando si tratta di votare le leggi salva Berlusconi, si squaglia come neve al sole e a votare, in quei momenti decisivi, rimane soltanto uno sparuto gruppo di parlamentari. Oggi, questo comportamento ha segnato una pagina gravissima di storia parlamentare, della quale l’Udc si dovrà assumere la responsabilità politica non meno del centrodestra. Per questa ragione, pubblico qui di seguito l’elenco della vergogna: nome e cognome di tutti i deputati dell’Udc che erano assenti. A Pierferdinando Casini, uno dei 19 assenti, fermo detrattore dell’opposizione di piazza, vorrei chiedere, visto che l’opposizione non la fa neanche in Parlamento, se pensa di contrastare il regime di Berlusconi, da casa in pantofole guardando la politica in tv.
QUESTO L'ELENCO DELLA VERGOGNA:
- PIER FERDINANDO CASINI
- MICHELE GIUSEPPE VIETTI
- ROCCO BUTTIGLIONE
- PAOLA BINETTI
- LORENZO CESA
- FRANCESCO BOSI
- ANGELO CERA
- LUCIANO CIOCCHETTI
- TERESIO DELFINO
- ANTONIO DE POLI
- GIAN LUCA GALLETTI
- MAURO LIBE'
- GABRIELLA MONDELLO
- SAVINO PEZZOTTA
- MICHELE PISACANE
- LORENZO POLI NEDO
- DOMENICO ZINZI
In difesa della democrazia e della Costituzione
Pubblico il video ed il testo del mio intervento di ieri durante la manifestazione a Piazza del Popolo a Roma.
Testo dell'intervento
Oggi è una giornata straordinaria, dove il popolo scende nuovamente in piazza per difendere la democrazia e lo Stato di diritto contro un disegno autoritario che vuole smantellare la Costituzione repubblicana.
Non passa giorno che non c'è un attentato alla Costituzione, dal decreto Salva-liste, al massacro dello Statuto dei lavoratori, al legittimo impedimento, alle pressioni del Presidente del Consiglio all'Agcom, il quale dovrebbe un organo indipendente, e il ruolo servente della televisione cosiddetta “servizio pubblico”. La situazione è molto difficile, la democrazia è a rischio, ma questa piazza è il segno che c'è una parte del Paese che è viva e vuole difendere e attuare la Costituzione repubblicana.

Salva liste: Pertini non avrebbe firmato
Ieri ha inscenato nell'aula del Parlamento europeo a Strasburgo una protesta, con un cartello giallo fluorescente con scritto "Vendesi repubblica", contro la firma del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al decreto interpretativo "Salva-liste" relativo alle elezioni regionali. Pubblico il video ed il testo del mio intervento.
Testo dell'intervento
Parlo a nome del gruppo ALDE, il mio gruppo politico (Rettifica: l'intervento è stato fatto come deputato della delegazione IdV al Parlamento Europeo, i colleghi dell'ALDE non erano stati messi al corrente. L'abitudine ha giocato un brutto scherzo). Lo scorso 5 Marzo il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha firmato un decreto-legge interpretativo detto anche "salva-liste". Quel decreto, difatto, consente, a campagna elettorale iniziata, di cambiare le regole del gioco.
Lo stesso Giorgio Napolitano, dal suo sito, dice "dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministro degli Interni e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità". La Costituzione italiana all'articolo 87, comma 5, prevede che il Presidente della Repubblica promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e regolamenti. Non può assolutamente partecipare, il Presidente della Repubblica, alla stesura di procedimenti e di decreti legge. Lo stesso Presidente della Repubblica, il suo predecessore Ciampi giudica questo come "un aberrante episodio di torsione del nostro sistema democratico". E' evidente che il Governo fa ciò che la Costituzione vieta; quel decreto, Presidente, ha cambiato le regole del gioco a competizione elettorale già inoltrata. Permette a chi ha violato la legge di rientrare nella competizione elettorale. Mi chiedo per quale motivo questo Parlamento è sempre pronto ad agire per dare contro a Paesi che violano le leggi ma non si rende conto che c'è un Paese che fa parte dei 27 paesi membri che viola le leggi.
DALL'ABRUZZO A ROMA A DIFESA DELLA COSTITUZIONE
In poche ore, grazie alla rete, ai movimenti, alle associazioni ed ai partiti del centrosinistra siamo riusciti ad organizzare una grande manifestazione di protesta contro il decreto salvaliste e contro l'ennesimo tentativo di uccidere la democrazia in Italia.
Sabato 13 marzo sposteremo la protesta dall'Abruzzo a Roma.
Nel video (www.carlocostantini.it ) il mio intervento alla manifestazione di ieri, a Pescara.
L'Aquila: nessuna ricostruzione
Cosa vuol dire essere efficiente per un Governo o per un amministratore pubblico? Dal mio punto di vista vuol dire costruire le condizioni perché nel minor tempo possibile e con il minore sforzo possibile il cittadino possa vedere realizzato un proprio diritto.
Il primo diritto degli aquilani era e resta quello di far rivivere la propria città, ma dopo undici mesi dal terremoto L’Aquila è ancora nelle stesse identiche condizioni di prima, ricoperta di macerie che impediscono ai cittadini anche solo di immaginare un intervento di ripristino del proprio immobile.
L’efficienza millantata fino ad oggi dal Governo è stata, quindi, funzionale al riconoscimento del più elementare dei diritti di qualsiasi cittadino aquilano, o è stata piuttosto funzionale alla sola immagine nazionale del Governo stesso, oltre che al portafoglio di chi ha avuto i favori e le entrature giuste per mettere le mani sui soldi destinati agli aquilani?
La risposta è nel video e la causa è in un Presidente di Regione che ha deciso fin dal primo giorno di prendere ordini da tutti, tranne che dagli aquilani e dagli abruzzesi.
Bye bye Polverini
La legge è uguale per tutti. Ogni volta siamo costretti a rimarcare questo assunto che ogni cittadino, tanto più se candidato a governare una Regione, dovrebbe ricordare. Le regole sono regole e non si possono stravolgere ogni volta a proprio piacimento, appellandosi al Presidente della Repubblica, o montando un patetico sistema di accuse contro la burocrazia.
Andiamo a ricostruire, allora, cosa è successo sabato mattina. Il PDL, il partito che governa l’Italia e che si proponeva di governare il Lazio, a Roma e provincia non è riuscito nemmeno a presentare la lista. È fin troppo semplice.
Oggi le dietrologie si sprecano. Tra panini mangiati di fretta, figli malati in macchina, esponenti di altre forze politiche assurti a buttafuori o forse, e lo diciamo sottovoce, qualche candidato da cancellare con il bianchetto comprato nella vicina cartoleria. E cioè aggiungere un reato ad un altro reato. Lo sanno i politicanti del PDL che cambiare un candidato qualche minuto prima della presentazione delle liste è reato? Lo sanno che le firme raccolte sono collegate al candidato e quindi cambiare il nome significa ingannare la buonafede dei propri sostenitori ?
Il fatto certo è che alle ore 12 del termine ultimo il delegato del PDL, incaricato della consegna delle liste, non era presente all’interno del Tribunale e fino a quel momento non aveva presentato alcunché . Non si può parlare, dunque, di una esclusione della lista PDL, perché era difficile escludere una lista mai presentata. Si deve invece parlare di pressapochismo, di delirio di onnipotenza, arroganza e spregio delle regole di chi oggi è costretto a raccontare scuse e inventare deliranti congiure.
Nella storia delle elezioni politiche non sono mancate esclusioni di liste per mancanza dei requisiti di legge, figuriamoci nel caso di una richiesta mai presentata. I pianti e le accuse di questi giorni, sembrano più lacrime di coccodrillo di persone incompetenti che reali giustificazioni.
Nei corridoi di palazzo, oggi si accavallano voci di provvedimenti lampo che puntano a salvare il PDL dal “pasticciaccio romano” come è stato definito dagli stessi giornali di destra.
Vigileremo affinché il sistema delle regole che tengono in piedi la nostra democrazia non sia personalizzato da questa banda di arroganti. Siamo disposti anche a fare le barricate per opporci strenuamente ad ogni tentativo di imporre l'illegalità con la prepotenza. E non è giustizialismo nè difesa becera delle regole perchè le regole o esistono o non esistono, o valgono o non servono. L'Italia è piena di "regole" che non funzionano perchè applicate "all'italiana" ossia con discrezionalità e da caso a caso. Questa volta non sarà così: bye bye Polverini.
Immigrati: 'una giornata senza di noi'
La manifestazione nazionale degli immigrati, che si è svolta ieri nelle principali città italiane, ha dimostrato, al di là della connotazione che la Lega Nord e tutto il centrodestra vorrebbero dare alla nostra società, come in realtà essa sia molto più multietnica e multiculturale di quanto loro vogliano, o intendano farci credere.
Nella giornata del "popolo giallo", il colore simbolo della protesta, in piazza c'erano tutti quei lavoratori, provenienti da altri paesi, che tutti i giorni si occupano dei nostri anziani e dei nostri bambini, mandano avanti con il loro lavoro le nostre case, ma anche le nostre fabbriche, o piuttosto sono diventati essi stessi imprenditori, e i loro figli siedono nei banchi con i nostri. La maggior parte paga le tasse e per questo chiede che vengano riconosciuti i diritti basilari propri di ogni cittadino.
L'integrazione degli immigrati in Italia va avanti nonostante i tentativi maldestri di questa maggioranza, anche in spregio della normativa europea, di fare degli immigrati dei fuorilegge, facili prede di sfruttatori, additati come un pericolo per la sicurezza delle nostre città quanto più si avvicinano elezioni e campagne elettorali.
Con il famigerato "pacchetto sicurezza" questo Governo ha istituito il reato di clandestinità, che reato non può essere in quanto si tratta in realtà dello status di una persona e non di un comportamento criminale. Questo Governo ha voluto, demagogicamente, trasformare il clandestino - spesso un profugo - in criminale e la disperazione in reato. E ha condannato di fatto ad un destino di «clandestinità», addirittura dalla nascita, soggetti particolarmente deboli ed indifesi, come i minori. Un' evidente violazione della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo che prevede espressamente l’obbligo di registrazione della nascita di un qualsiasi bambino nato in qualsiasi paese che abbia sottoscritto la Convenzione stessa, a prescindere dalla cittadinanza dei genitori e ovviamente dalla regolarità del loro soggiorno.
Il centrodestra continua ad agitare lo spauracchio della sicurezza, ma l'immigrazione genera delinquenza solo quando è vincolata ad una dimensione di emarginazione e di povertà.
La presenza di tanti italiani ieri in piazza al fianco degli immigrati ci mostra un'altra Italia. Ci dice che c'è una gran parte di italiani che crede fermamente nell'accoglienza e nell'inclusione delle tante persone che hanno dovuto lasciare per necessità il proprio paese, proprio come è successo tanti anni fa anche a molti dei nostri connazionali.
È necessario che oggi si metta in cantiere un “pacchetto per l’integrazione e l’intercultura” il vero obiettivo a cui dovrebbe tendere la nostra società che multietnica e multiculturale lo è già, anche perché non c'è sicurezza senza il rispetto dei diritti umani di ogni persona.
Lo "scandalo" della mia candidatura
Ho capito, non nego con una certa sorpresa, che la mia adesione alla lista "Di Pietro-Italia dei Valori", ha creato scandalo. Però credo che questo sia uno scandalo che è bene che avvenga.
Lo scandalo si è creato a sinistra, naturalmente, in alcuni ambienti del PD in particolare, ma anche di ciò che si muove a sinistra del PD.
Che c’entra con Di Pietro una come Giulia Rodano, “erede – come dice Pierluigi Battista – di una famiglia politica che ha rappresentato il cuore e il cervello del cattocomunismo italiano”? E comunque, che c’entra una militante della sinistra con l’Italia dei valori?
Il tema non è banale, in effetti. Non c’è dubbio, infatti, che io di sinistra. Non c’è dubbio che la militanza nel PCI e l’esperienza degli anni ’70 abbiano decisivamente contribuito alla mia formazione politica e umana.
Nella mia vita certamente è stato essenziale (e credo non smetterò mai di esserne grata alla sorte) essere figlia di Franco e Marisa Rodano ed essere cresciuta in un ambiente di tesa passione civile ed etica, di profonda e sentita militanza politica.
Tuttavia nella mia storia e nella mia formazione è stato sempre molto chiaro che partiti e formazioni politiche sono strumenti per veicolare idee, battaglie, contenuti. Sono strumenti, che nelle diverse fasi della storia di un paese, aiutano la partecipazione dei cittadini e la vita della democrazia.
Negli ultimi venti anni abbiamo assistito all’esplosione dei partiti della prima repubblica, tra i quali il PCI, ma anche al sempre più faticoso, contraddittorio e confuso processo di trasformazione di quei partiti e di quel personale politico, di cui anch’io, nel bene e nel male, faccio parte.
Nel corso di questo processo quello che a sinistra è venuto via via meno è stata la capacità di costruire alternative credibili, non solo e non tanto alla destra, ma alle politiche di cui essa si è fatta portatrice.
Dall’azione di svuotamento e di demolizione della Carta costituzionale, alla crescente pervasività delle logiche e delle politiche di darwinismo sociale; dall’indebolimento progressivo della politica, alla crescita del peso dei poteri forti dell’economia legale e di quella criminale, di cui il disprezzo delle regole, la diffidenza verso lo Stato e la crescente illegalità sono stati drammatici corollari.
Non prendere atto di questa debolezza, della insufficienza della nostra generazione di militanti politici della sinistra, credo sia una delle cause della difficoltà di ricostruzione della sinistra e dell’alternativa.
Non c’è dubbio che il PD o i diversi partiti collocati alla sua sinistra, possano apparire la soluzione più naturale per chi, come me, ha militato una vita nel PCI.
Tanto naturale da aver accompagnato le mie scelte al momento della nascita del PDS-DS e successivamente del PD.
Sono tra quanti scelsero di non aderire al PD e si buttarono generosamente, insieme a Fabio Mussi, nell’impresa di unire e rinnovare la sinistra italiana, riempiendo il vuoto lasciato dalla nascita del PD.
E’ tuttavia difficile, a qualche anno di distanza, non fare i conti con la realtà del doppio fallimento cui sono andati incontro i progetti di costituente del PD e di costituente della sinistra che allora presero corpo.
Il PD continua a rimanere un oggetto misterioso che sembra vivere di rendita sul lascito ereditario delle forze da cui ha preso origine più che della sua capacità di esprimere una forza attrattiva propria.
A sinistra del PD, invece, dopo il fallimento della Sinistra Arcobaleno, la pulsione minoritaria e alla frammentazione appaiono irresistibili.
A me sembra evidente che la comune provenienza di queste famiglie politiche non garantisce di per sé il patrimonio di consensi e la capacità di rappresentanza di cui disponeva il PCI.
Anzi, se ci si ferma alla genealogia, si finisce, come purtroppo sta accadendo, per disperdere quel patrimonio e quella capacità.
Occorre guardare con occhi nuovi la realtà. Occorre saper leggere i segnali nuovi che salgono dalla società.
Nel panorama politico delle forze è andata affermandosi, in questi anni, una forza politica nuova, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.
Una forza politica con i piedi ben piantati nel campo delle forze di centro-sinistra; che conduce un’opposizione dura e senza sconti al governo guidato da Silvio Berlusconi; che non si è mai sottratta al dovere di costruire una scelta credibile e vincente al potere berlusconiano, anche quando altri, nel PD e a sinistra, sembravano esserselo dimenticato.
Una forza politica che ha fatto della difesa del “principio di legalità” un’arma fondamentale per rompere la cappa dei poteri e dei comportamenti che a tutti i livelli soffoca la società italiana, che le impedisce di crescere, di essere una società giusta, aperta, dove non si ha bisogno delle elargizioni del potente di turno, delle baronie, delle clientele per costruire il proprio futuro, per far valere le proprie capacità e i propri meriti.
Proprio per questo l’IDV è stato ed è un interlocutore serio e credibile di movimenti come quello dei “girotondi” o del “popolo viola”, che ha fatto della legalità, della difesa della Costituzione il loro principale campo di azione e di protesta. La legalità è lo scudo che protegge i deboli contro la prepotenza e l’arroganza dei forti.
Di fronte a tutto ciò, quelli che per genealogia si considerano gli eredi della sinistra come possono non avvertire il bisogno di misurarsi e contaminarsi con istanze e valori che dimostrano un crescente e profondo radicamento nella società italiana?
Io questo bisogno lo avverto fortemente.
Per questo, quando da Emanuele Macaluso fino alla sinistra più radicale, si liquida in modo sprezzante il movimento di Di Pietro, con l’etichetta di “movimento di destra”, o quando si arriccia il naso per un linguaggio fuori dai canoni del politicamente corretto, sento la stessa supponenza e la stessa prosopopea di quella declinante Corte imperiale che, osteggiando ferocemente la politica di apertura verso “i barbari” di Stilicone, contribuì alla rovina dell’Impero Romano d’Occidente.
Corrotto, ma prescritto
Forse non capiamo noi, forse siamo troppo accecati dall'accanimento contro Berlusconi, forse abbiamo smarrito ogni forma di garantismo, ma la sentenza con cui le sezioni unite penali della Cassazione si sono espresse sul caso Mills, non giustifica proprio l'ottimismo e il senso di rivincita che provengono dalle file del centrodestra. Il reato di corruzione susseguente in atti giudiziari è stato infatti confermato dagli "ermellini", soltanto si è stabilito che su di esso è intervenuta la prescrizione.
Tradotto in termini semplici: l'avvocato inglese David Mills è stato riconosciuto colpevole di aver testimoniato il falso nel processo All Iberian e Guardia di Finanza allo scopo di favorire l'imputato Silvio Berlusconi e di aver incassato per quell'azione 600mila dollari. Ma il fatto si sarebbe verificato nel novembre 1999 e per tanto sarebbe prescritto, anche a causa della lunghezza dei tempi con cui è stato condotto il procedimento giudiziario.
Secondo i berluscones, dunque, quale schiaffo avrebbe inferto questa sentenza della Cassazione? Quale accanimento giudiziario sarebbe finito? Quale protervia da parte dei giudici milanesi, che si occupano ancora di Berlusconi, è stata sconfessata? Si fa difficoltà a comprendere forse perché viviamo in un Paese contro-senso, dove è ormai considerato "normale" che un presidente del Consiglio abbia subito 16 processi, di cui quattro ancora in corso: istigazione alla corruzione di senatori, fondi neri per diritti tv Mediaset, appropriazione indebita nell'affare Mediatrade e, infine, proprio quello per aver corrotto Mills. Quest'ultimo è nato dallo stralcio della posizione del premier rispetto a quella del legale inglese (i due imputati prima condividevano il medesimo processo) in seguito al Lodo Alfano. Uno scudo che ha consentito oltre allo stralcio anche il congelamento giudiziario di MrB, ma che è stato bocciato lo scorso ottobre dalla Corte Costituzionale (perchè contrario alla Carta), di fatto facendo crollare il fragile castello di immunità costruito su misura di Berlusconi. Lo stesso castello che in passato gli ha consentito di azzerare i debiti contratti con la morale pubblica e la legge e che assumeva le forme di norme ad hoc come il ritocco della prescrizione (abbreviata) e del falso in bilancio (non più reato). Quindi si riparte, il processo davanti alla X sezione del tribunale di Milano per Berlusconi è ancora in piedi.
La prescrizione scatterà tra 11 mesi. Certo, appare difficile che il procedimento si possa svolgere in tutte e tre i gradi di giudizio senza cadere sotto la tagliola del tempo. Soprattutto sapendo che la macchina degli afficionados berlusconiani, avvocato Ghedini in testa, non solo ha già scaldato i motori, ma è lanciatissima verso il traguardo. Quello di portare a casa una serie di norme capaci di proteggere dalle sentenze il Capo dei capi. Dicono niente il lodo Alfano in salsa costituzionale e il legittimo impedimento?
Mentre si costruisce la sua salvezza dalla legge, la legge e la democrazia nel Paese sono sospese. Senza il minimo senso di pudore etico, quello che porterebbe a dimettersi dalla carica di premier colui che è implicitamente riconosciuto, anche dalla sentenza di oggi, come il mandante di un corrotto, cioè l'avvocato Mills, il deus ex machina dei conti off shore della Fininvest (l' "oscuro" Gruppo B su cui la magistratura si è a lungo concentrata), istigato a dichiarare il falso per 600mila dollari a vantaggio dell' unto del Signore (come si autodefinì).
Prescritto, ma colpevole.
Servitori di se stessi
C’è una cosa che proprio non mi va proprio dall’inizio di questa vicenda e mi riferisco all’aria da integerrimo servitore dello Stato che Guido Bertolaso si è stampato in faccia e con la quale si presenta davanti a tutte le telecamere possibili ed immaginabili, nove volte su dieci con gli uomini della protezione civile che gli fanno da scenografia di contorno. Lo ha fatto anche ieri sera, a Porta a Porta, quando ha tirato fuori le lettere inviate lo scorso Natale ai suoi uomini, con cui li esortava ed ammoniva a resistere alla tentazione dei regali di Natale. Francamente viene da ridere.
Ribadisco, ancora una volta, che riguardo alle inchieste penali non ho nulla da dire e non voglio dire nulla. Sarà la magistratura a fare chiarezza. Anzi, per parte mia, auguro a Guido Bertolaso di uscire indenne dagli addebiti che gli vengono contestati. La questione che voglio porre qui, e che ho posto a lui ieri sera, è eminentemente politica ed etica.Mi domando come sia possibile che Guido Bertolaso, in nove anni, non abbia capito con chi aveva a che fare.
Come sia possibile che, un integerrimo servitore dello stato quale lui si dipinge, non si sia fatto saltare la mosca al naso di fronte alla disinvoltura di un personaggio scaltro e furbo come Angelo Balducci. Mi domando come sia possibile che il ministro Di Pietro ci abbia impiegato tre giorni a capire chi fosse Balducci e due per rimuoverlo dall’incarico prestigioso che rivestiva e Bertolaso in nove anni non si sia accorto di nulla. Mi domando come sia possibile che un integerrimo servitore dello Stato quale lui si dipinge possa avere frequentazioni così assidue con gli imprenditori coinvolti e quasi vantarsene.
Perché per prenotare quelle che lui definisce innocenti sessioni di fisioterapia debba chiamare al telefono l’imprenditore amico, proprietario del Salaria Sport village, procacciatore delle ormai note “ripassate” o “rilassate” con la fisioterapista brasiliana Monica.
Mi domando come sia possibile che colui che si definisce un integerrimo servitore dello Stato, severissimo con i suoi, possa aver favorito nella distribuzione degli appalti cognati, fratelli, parenti e via discorrendo.Come sia possibile che, quando a settembre dello scorso anno il settimanale l’Espresso scoperchiò la pentola della cupola d’affari, come le tre scimmiette, Bertolaso abbia fatto finta di niente e non abbia invece sentito il dovere morale e professionale, come un qualunque serio servitore dello stato avrebbe sentito, di prendere informazioni sulla cricca di affari intorno al G8 della Maddalena?
Quando penso alla figura del servitore dello Stato, mi viene in mente quando vent’anni fa, l’anziano avvocato con il quale studiavo mi raccontò un episodio della sua infanzia. Camminava con suo padre, a sua volta avvocato, per le strade di una cittadine veneta, e questi gli indicava i notabili de paese, il farmacista, il maresciallo dei carabinieri e via discorrendo. Tutti si profondevano in calorosi saluti. Finché non passò un signore che non parlava con nessuno e che a testa alta attraversava le strade della cittadina. Al passaggio di questo signore, il padre disse al figlio: “E questo è il procuratore della Repubblica, che non parla con nessuno e non saluta nessuno perché lui rappresenta lo Stato”. E’ questa l’immagine che preferisco serbare nella mia mente quando penso all’idea di un servitore dello Stato.
Il gigione europeo
Grazie alla rete riusciamo ad assolvere a quello che dovrebbe essere un dovere dell'informazione in Italia, per esempio informarci di quanto ridicoli risultiamo in Europa, a causa del nostro Premier.
Ricordate la raccolta di firme lanciata la settimana scorsa?
Elvira Dones, la giornalista albanese che tra le prime ha risposto alle offese vergognose del piduista più single d'Italia, ha appreso con entusiasmo della nostra petizione, allargando alle colleghe italiane, albanesi, svizzere ed americane quanto era accaduto durante la conferenza stampa del 12 febbraio a Roma dove Berlusconi si è lanciato in vergognose e tristi affermazioni riguardo le donne ed in particolare le “belle donne albanesi”.
Di seguito vorrei farvi leggere degli stralci di un articolo della giornalista perché voglio che sia chiaro a TUTTI come, in questo momento, ci vede il popolo albanese. Poche righe che rendono l’idea delle mortificazioni che lavorando all’interno del parlamento europeo, subiamo noi parlamentari italiani, e di cui quasi nulla trapela sulla stampa di casa nostra. La casella email della giornalista e del giornale che ha pubblicato l'articolo, sono pieni di commenti da parte del popolo albanese che prende in giro Berlusconi e chi lo segue.
Firmate! Ora, dopo tutte le donne e dopo il popolo italiano, deve chiedere scusa anche agli albanesi offesi.
Il cappello dell’illusionista e il peso delle parole.
“E’ quindi evidente che le « battute di spirito » del Presidente Berlusconi tali non possono essere considerate. Sono un infelicissimo insulto, tanto più se ampliamo il concetto di contesto : non solo una conferenza stampa come tante altre, bensì insieme al leader di un paese – l’Albania – che purtroppo alla tratta di esseri umani (di « belle ragazze », per essere più espliciti) così tanto ha collaborato, e a causa di quella tratta così tanto ha sofferto.
(Ovvio : c’è chi – in Albania come in Italia – da quella tratta ha ricavato enormi profitti. Ma qui mi fermo.)
Che quella sortita berlusconiana fosse totalmente inopportuna, anzi indegna e inaccettabile, qualcuno doveva pur dirlo. Era non solo necessario, bensì doveroso. Il nostro primo ministro non l’ha fatto, anzi, ancora pochi giorni fa ha tentato di giustificare l’insostenibile leggerezza del suo omologo italiano con la solita : «Ormai lui è fatto così, è uno che scherza.» Ho tutto il diritto di pensarla diversamente, e ho dunque deciso di scrivere una pagina, né più né meno. “
E ancora:
“E’ totalmente inesistente la presunta indifferenza del «mondo» nei confronti della gigioneria irresponsabile di Berlusconi. Nonostante lo scarso peso internazionale dell’Albania (per ragioni economiche e demografiche) la freschissima querelle sulle « belle ragazze schipetare » – e lo sdegno espresso da tanti albanesi e tanti italiani – sono stati ripresi in Gran Bretagna dal Daily Telegraph, in Francia da Le Figaro, in Germania dal Tagesspiegel di Berlino (solo per citare alcune testate). Un’agenzia di stampa svizzera ha definito l’ultima berlusconata « humour nauséabond” (“humor nauseabondo”), precisando che “Le Cavaliere n’en est plus à sa première sortie fracassante, mais on a toujours du mal à s’y habituer” (“il Cavaliere non è alla sua prima sortita devastante, eppure si fa ancora fatica a farci l’abitudine”). Dunque, all’estero trovano il tempo e l’energia per indignarsi dell’ultima esternazione “nauseabonda” espressa in spregio alle disgrazie e alle sfortune di un piccolo e poco influente paese come il nostro. E io in tutta franchezza non riesco a capire perché dovremmo essere proprio noi a giustificare il gigione in questione, a chinare il capo e dire: “Quanto ci fa ridere, Padrone!”
Regionali: Giulia Rodano nel Lazio
Riportiamo di seguito l'intervista video a Giulia Rodano, assessore alla Cultura della Regione Lazio e candidata dell'Italia dei Valori alle prossime elezioni regionali del 28-29 marzo.
Testo dell'intervista
Giulia Rodano: Io credo che tutti sappiano che io vengo da sinistra. Vengo dal Pci, dai Ds e non sono mai entrata nel Partito Democratico.
Oggi ho deciso di fare questa scelta (entrare nell'Italia dei Valori ndr) perché, devo dire la verità, il recente congresso dell'Italia dei Valori ha messo in luce la possibilità nuova, di questa forza politica, di fare ciò che di più rilevante oggi si può fare: cambiare il centro-sinistra per determinare un'alternativa vincente contro Berlusconi.
La seconda ragione è che io sento che i temi della legalità, come grande questione politica è oggi un tema importantissimo nel paese. Non è solo un problema, tra virgolette, di "giustizia", ma - diciamo - la mancanza di legalità rischia di mettere in discussione diritti, possibilità di futuro per i nostri figli, la possibilità di competere lealmente nella "corsa della vita" e questo penso che sia un tema particolarmente importante per le imprese, per i cittadini. Io vengo dalla Cultura. Mi sono occupata di cultura, prima mi sono occupata di sanità. La possibilità di garantire un'opportunità al merito e di garantire i diritti anche contro i poteri forti, contro le grandi concentrazioni monopolistiche è un punto rilevante che rischia di soffocare il futuro della nostra Regione, ma anche del Paese. E rischia anche di soffocare energie. Noi abbiamo un'intera generazione di giovani, per esempio intellettuali, ricercatori che rischiano di essere senza futuro.
Allora io credo che ci sia insieme una grande questione di legaità, politica e sociale che richiede la costruzione di un'alternativa netta.
Mi sembra che l'Italia dei Valori possa rappresentare questa alternativa netta.
L'essere donna della Polverini fa crescere le sue contraddizioni. La Polverini è un candidato contraddittorio per il suo schieramento. Basta pensare a quello che ha detto sulla famiglia e sulle famiglie o quello che ha detto sulla sanità e sugli ospedali.
Lei è un candidato contraddittorio. Lei ha, dell'essere donna, l'elemento di maggiore autonomia però lei deve sapere che poi è nella coalizione che pensa di fare Fazzone (Senatore di Fondi) assessore alla sanità.
E' il (candidato) Presidente che ha in lista tutti quelli che si sono dimessi per evitare lo scioglimento (del comune per infiltrazioni mafiose dr) a Fondi.
Ha nel suo schieramento, e addirittura come suoi supporter nella campagna elettorale, persone come Storace o come Augello che sono quelli che hanno combinato il disastro in cui noi ci dibattiamo.
Intervistatore: Il deficit della sanità e il rischio di dovere aumentare l'imposizione fiscale a carico dei cittadini…
Giulia Rodano: Il debito della sanità è stato costruito in grande parte negli anni in cui Storace era Presidente della Regione e Augello era Assessore al Bilancio. Questa è una questione che, prima o poi, Storace ed Augello ed anche la Polverini ci devono spiegare.
Noi oggi siamo in una condizione in cui doppie fatturazioni non si possono più fare in cui c'è una trasparenza nel pagamento dei fornitori, in cui, insomma, abbiamo - di fatto - anche grazie ai cittadini del Lazio perché pagano tante tasse perché servono a coprire il debito della sanità provocato da Storace ed Augello.
Però questo debito è stato sistemato, messo a posto. E' coperto.
Noi prima eravamo in mano allo strozzino adesso siamo in una condizione in cui siamo in grado di pagare i nostri debiti: i debiti che i nostri predecessori ci hanno lasciato. E questo è un grande fatto perché questo significa poter cominciare a cambiare il sistema sanitario.
Intervistatore: Energie. C'è chi vuole puntare sulle energie rinnovabili e c'è chi tira fuori centrali a carbone e centrali nucleari. In campagna elettorale è difficile dire che si è favorevoli al nucleare perché la gente ha già capito qual è il pericolo. Lei crede che la Polverini possa garantire ai propri elettori che manterrà l'impegno, in caso di vittoria, a non installare centrali nucleare nel territorio del Lazio?
Giulia Rodano: No. La Polverini non lo può garantire. E non lo può garantire per due ragioni. Primo perché, insisto, la sua coalizione è la stessa che sostiene Berlusconi. Gli stessi uomini che sostengono Berlusconi, che siedono in Parlamento che hanno votato un decreto che impone le centrali nucleari e che esclude i territori dalla possibilità di dire la loro. Quindi la Polverini non lo può garantire. Lo potrebbe garantire soltanto se imponessi ai Senatori e Deputati della sua coalizione di cambiare quel decreto.
A parte che io trovo un po' ridicola questa storia che la centrale nucleare va bene, sì, ma non nel Lazio. Oppure va bene, sì, ma non in Veneto.
Le centrali nucleari vanno male in tutta Italia. E non si devono fare in tutta Italia. La scelta che si deve fare è un'altra ed è quella delle energie alternative. Cosa che Emma Bonino già dice: "Non sono contro il nucleare nel Lazio, sono contro il nucleare in generale". Che è la posizione ragionevole. E giusta. E non ideologica. Quello che io credo è che il punto, in campagna elettorale, non è tanto dire se si è contro il nucleare, cosa che è bene dire. Intanto la Polverini ci dovrebbe dire se la sua regione farebbe ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto del Governo come noi abbiamo fatto, oppure no. Perché l'arma che hanno le Regioni è portare quel decreto davanti alla Corte Costituzionale. Allora ce lo dice la Polverini, se lo fa? Prima questione.
La seconda questione è dire cosa si vuol fare. E noi, il centro-sinistra, il candidato Presidente,l'Italia dei Valori, tutti noi, abbiamo lavorato in questi anni per promuovere l'alternativa. Che è quella delle energie rinnovabili, compatibili, e così via.
Intervistatore: Politiche sociali. C'è una grande, sembra, verso le tematiche molto care al centro-sinistra da parte della Polverini. Promette più diritti per le coppie di fatto, come a rivendicare un lavoro che non si è svolto…
Giulia Rodano: Ma, sa, io sono stata la prima firmataria della prima legge che nel 1999 ha riconosciuto le coppie di fatto nel Lazio. Il primo atto della Giunta Storace è stato abrogare quella legge. Allora io voglio sapere dalla Polverini se le sue parole hanno un effetto sulla sua coalizione oppure no. Mi pare di no. Perché dopo che lei ha detto questa cosa c'è stato un ampio schieramento di personaggi, praticamente unanime, che fanno capo al suo schieramento che ha detto che "delle coppie di fatto non si può parlare!".
Intervistatore: Cosa si aspetta da questa campagna elettorale?
Giulia Rodano: E' una bella domanda. Io mi aspetto che si discuta sul futuro di questa regione, perché noi siamo in un momento di grande difficoltà. C'è un grande malessere. C'è un grande malessere tra i lavoratori tra i quali cresce la disoccupazione e la CIG e andare in cassa integrazione vuol dire a volte dimezzare il proprio reddito. C'è un grande malessere tra i giovani. Io faccio l'assessore alla Cultura e nel mondo della cultura, dello spettacolo, del cinema c'è un grandissimo malessere. Questo mondo ha migliaia e migliaia di addetti che oggi sono a rischio.
C'è un malessere nella piccola e media impresa. Che ha problemi di credito, che ha problemi nei rapporti con le banche, che ha problemi di crescita, di innovazione tecnologica. C'è un grande problema di governo di questo territorio: perché c'è il problema dell'acqua, degli aeroporti, della tutela dell'ambiente e del suolo, la gestione dei rifiuti.
Quindi mi aspetto che ci sia un grande dibattito perché la Regione è uno strumento potente ed è bene che sia in mano a gente che risponde agli elettori, alla generalità dei cittadini. E che non risponda solo a pochi interessi. Si deve discutere dei problemi della sanità. Io mi aspetto questo.
Vedo che l'Italia dei Valori tende a concentrarsi su queste questioni e penso che sia giusto.
Processi per Mafia: Palermo fa paura a tanti
Perché il boss Provenzano non fu catturato? Può essere stata, questa mancanza, il frutto di un baratto all'interno di una trattativa fra mafia e pezzi deviati dello Stato, instaurata per porre fine alla stagione delle stragi? Perché il covo di Riina non venne perquisito dopo la sua cattura? Forse perché in quel covo era nascosto il famoso papello che raccoglieva le richieste mafiose rivolte allo Stato?
Di questo si sta occupando il processo di Palermo in cui Ciancimino è un teste importante, che in realtà non ricostruisce niente di inedito perchè le sue dichiarazioni si innestano su un' attività giudiziaria esistente.
La trattativa fra pezzi insani delle Istituzioni e mafia è ormai dato certo, resta da capire dove collocarla temporalmente. E' legittimo pensare che essa abbia origine fra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio, dopo che la Cassazione conferma (gennaio del '92) le condanne del maxiprocesso e la mafia si sente tradita. Da chi? Da quel potere politico che le aveva dato assicurazioni e che porta il volto della corrente andreottiana in Sicilia: Lima è ucciso nell'aprile del '92, pochi mesi dopo il verdetto in Cassazione.
La mafia cerca riscatto rispetto a quel tradimento e si lancia nella prova di forza con lo Stato e la politica per dimostrare di poter controllare entrambe: inizia l'attacco militare. La strage di Capaci, in cui viene ucciso Falcone, è realizzata con metodi di tipo libanese ed ha un alto impatto simbolico che risponde proprio all'esigenza mafiosa di dimostrare la forza di condizionare la vita del Paese. E' una strage che ha conseguenze politiche e fa saltare gli equilibri di allora, confermando cosa nostra come soggetto condizionante la vita politica nazionale: salta infatti l'ascesa di Andreotti alla presidenza della Repubblica e quella di Craxi alla presidenza del Consiglio.
Dopo l'attentatone, come lo chiamano i boss, inizia la trattativa e cambiano gli equilibri anche nel governo di allora: al ministero dell'Interno, al posto di Scotti, arriva Mancino. Lo stesso che non ricorda -stranamente- di aver incontrato in quei giorni al Viminale il giudice Borsellino, allora volto noto della lotta alla mafia, collega di Falcone e prossimo a morire. Borsellino forse aveva saputo dell'esistenza di una trattativa fra Stato e mafia. In quel periodo stava ascoltando le dichiarazioni dell'uomo d'onore Mutolo, che raccontava di pezzi deviati delle Istituzioni come Contrada (poi condannato per mafia).
Borsellino era d'ostacolo a questa trattativa e questa sua contrarietà l'ha pagata con la morte. Un assassinio politico in senso stretto, a differenza di Capaci che ha conseguenze politiche come si diceva prima. Dopo l'omicidio di Falcone e Borsellino, arrivano le bombe di Firenze - Roma - Milano del '93. Trattativa e azione militare sono due binari paralleli su cui cosa nostra è impegnata, sempre per dare il segnale di poter condizionare il Paese, mentre minaccia un progetto secessionista in Sicilia.
L'anno dopo nasce Forza Italia, il cui ideologo Dell'Utri è stato già condannato a 9 anni in primo grado per associazione mafiosa, e resta da capire se e come questa nascita politica abbia qualcosa a cui spartire con la trattativa. Anche su questo cercano di indagare a Palermo. Anche per questo quanto sta accadendo a Palermo fa paura a tanti.
Fitto fa ridere i polli
Fitto fa ridere i polli! Invece di prendersela con Lorenzo Nicastro, il Pubblico Ministero che ha indagato su di lui, dovrebbe recarsi dal giudice e chiedere che si faccia subito chiarezza sulle gravi vicende di corruzione che lo riguardano. Io sono orgoglioso che nelle liste dell’Italia dei Valori per le prossime regionali in Puglia ci sia una persona come Nicastro, che ha servito onestamente il Paese contro la politica del malaffare, mentre Fitto, invece di correre in Tribunale per risolvere i suoi seri problemi con la giustizia, attacca Nicastro e fa mettere in lista condannati e inquisiti.
Vorrei ricordare che il processo ai danni dell’attuale ministro per gli Affari Regionali non è una barzelletta. Negli atti si parla di corruzione, tangenti e abuso d’ufficio. Come ha scritto il gup Rosa Calia Di Pinto nel dispositivo con il quale il 12 dicembre 2009 ha rinviato a giudizio Fitto, «gli indizi di colpevolezza emergenti dagli atti di indagine, in una valutazione prognostica, appaiono suscettibili di arricchimento qualitativo e quantitativo in sede dibattimentale».
Insomma, ne vedremo delle belle anche perché il processo per il reato di corruzione si aprirà il 25 febbraio. Il caso, per rinfrescare la memoria agli elettori, riguarda la presunta maxitangente che nel 2005 l’imprenditore romano Giampaolo Angelucci (anche lui a processo) avrebbe versato, dal gruppo Tosinvest, sui conti del movimento “La Puglia prima di tutto” durante la campagna elettorale per le elezioni regionali.
Per la procura di Bari la somma di denaro non era un semplice finanziamento, ma una vera e propria tangente, visto che in cambio le società di Angelucci, il consorzio San Raffaele, si aggiudicarono la gara per la gestione delle residenze sanitarie assistite, un appalto da più di 190 milioni di euro. Già nel giugno 2006, il gip Giuseppe De Benedictis chiese l'arresto per Fitto e dispose i domiciliari per Angelucci.
Il processo è stato disposto anche per il presidente della società «Aeroporti di Puglia», Domenico Di Paola, l’editore salentino di «Telerama» Paolo Pagliaro, l’ex vicepresidente Udc della giunta regionale pugliese Giovanni Copertino (corruzione, truffa e falso) e l’ex assessore regionale di Fi Andrea Silvestri (truffa e turbativa d’asta).
Fitto, oltre che dall’accusa di corruzione e finanziamento illecito ai partiti, dovrà difendersi da quelle di peculato (si sarebbe appropriato del fondo di rappresentanza del presidente della Regione Puglia durante la campagna elettorale del 2005) e per due episodi di abuso d’ufficio.
Insomma, Fitto se la prende con chi ha perseguito la corruzione ma farebbe bene a spiegare davanti ai giudici le pesanti accuse che gli vengono rivolte.
Chiedi scusa, Papi!
Berlusconi torna a far vergognare gli italiani civili con una "sparata" degna solo di lui.
Durante la conferenza stampa congiunta con il Primo Ministro Sali Berisha, tenutasi a Roma il 12 febbraio, ha dato sfoggio di una delle sue più grandi peculiarità: un maschilismo becero e di pessimo gusto.
L'ultima delle sue ormai famose uscite offende non solo le "belle ragazze albanesi" (spesso vittime della cosiddetta "tratta"), ma TUTTE le donne.
La cosa peggiore è che il Premier, consapevolmente, offende anche tutte quelle famiglie albanesi colpite dal dramma di una figlia rapita, violata e segregata, talvolta perduta per sempre.
Ricordo ancora il suo vergognoso gesto mimico nei confronti di una giornalista russa, all'indomani della morte di Anna Politkovskaja; ricordo le parole di scherno utilizzate nei confronti di una ragazza vittima del precariato e tante altre... per elencarle ci vorrebbe veramente troppo tempo!
Adesso siamo veramente troppo stanchi di questa sua disgustosa ironia. Non è simpatico, non fa ridere, provoca solo sdegno, fastidio e vergogna!
E' per questo che invito tutti a sottoscrivere il mio appello: "Chiedi scusa, PAPI!".
A tutte le donne, a noi firmatari, al nostro Paese: CHIEDI SCUSA!
So che non chiederà scusa, sono consapevole del fatto che questi suoi atteggiamenti sono voluti e che ritiene di rendersi simpatico, ma ugualmente devo reagire alla provocazione!
Qui il testo della lettera aperta inviata a Repubblica con cui la scrittrice e giornalista albanese, Elvira Dones, replica alla battuta di Berlusconi. Inutile dirvi che la condivido totalmente, lettera per lettera, sottoscrivendo anche le virgole.

Ero magistrato, non spacciatore
Riporto una mia intervista, rilasciata al Corriere del Mezzogiorno, in merito alla mia candidatura nelle liste dell'Italia dei Valori alla Regione Puglia.
Dottor Nicastro, secondo l’Anm è inopportuna la candidatura del magistrato nel luogo in cui ha esercitato le funzioni. Che ne pensa?
«L’opportunità, se non altrimenti codificata, è rimessa alla valutazione del singolo. Al magistrato, come a qualsiasi cittadino, va riconosciuto il diritto costituzionalmente garantito di elettorato attivo e passivo».
Lei dice l’opportunità è rimessa alla valutazione del singolo. La sua qual è stata?
«Per ora penso a cosa vorrei fare per la Puglia. Nessuno me lo chiede. Tutti sono preoccupati di quello che ho fatto finora, come se fosse un peccato originale, e per qualcuno lo è davvero: aver svolto per 23 anni il magistrato. Appunto, per 23 anni ho fatto il magistrato, non lo spacciatore di droga o il contrabbandiere».
Dopo l’esperienza politica?
«Esistono meccanismi di garanzia. Un magistrato del distretto di Bari, che sia eletto oppure no, tornerà in servizio in un ufficio al di fuori della Puglia per almeno cinque anni. E non in funzioni monocratiche, ma solo in un collegio giudicante».
Il ministro Fitto, su cui lei ha indagato, parla della sua candidatura come di una «mostruosità».
«Alle dichiarazioni dell’onorevole Fitto non intendo controbattere. Non l’ho fatto quando me lo impediva il bavaglio istituzionale, non lo faccio oggi che il bavaglio è caduto».
Perché non intende farlo?
«Per il rispetto che ho di tutto l’elettorato pugliese, nella sua totalità, che sia di destra o di sinistra».
Provi a commentare Di Pietro: ha sottolineato che la sua candidatura potrà essere utile perché Vendola non commetta errori.
«Il presidente Di Pietro ha fatto riferimento alla professionalità di cui ciascuno è portatore: quella dell’operatore del diritto (quale io sono), dell’agronomo, del chirurgo o dello storico dell’arte. Avendo io maturato una preparazione di carattere giuridico, se eletto, potrei mettere questa competenza al servizio dell’elettorato».
Di che cosa vorrebbe occuparsi? Magari di sanità?
«Non parlerei di sanità, ma di salute. Continuano a starmi a cuore le cose che mi hanno occupato come magistrato: l’igiene e la sicurezza sul posto di lavoro, la salubrità dell’ambiente e degli alimenti. Ma anche altre cose. Per esempio che i contributi dell’Unione europea, come accaduto giustamente in quest’ultimo quinquennio, non siano salvadanaio di pochi, ma per molte migliaia di pugliesi».
Ha sentito Vendola sulla sua candidatura?
«Perché avrei dovuto?»
Vendola è il capo della coalizione che lei si appresta a sostenere.
«Sono candidato al consiglio regionale, il candidato presidente deve essere interpellato, se necessario, dal leader del partito. Non credo che una forza politica debba confrontarsi sulle candidature delle proprie liste».
Cosa pensa del fatto che alcune attività della giunta sono all’attenzione della Procura barese?
«Non conosco gli atti delle indagini e neppure gli esiti se ce ne sono stati. Ci sono dei magistrati al lavoro, che proseguano il loro lavoro».
Vendola ha scritto una dura lettera contro la pm Digeronimo la scorsa estate. Cosa pensa di quello scontro?
«So quello che è stato scritto sui giornali. Altre valutazioni restano nell’ambito dei propri convincimenti personali, ma non hanno alcuna relazione con la mia candidatura».
Campania: scelte difficili, fiducia ed attenzione
Sono passati solo pochissimi giorni dalla mia elezione a Coordinatore Nazionale Giovani, ma già molto succede nella scena politica italiana. Per Italia dei Valori è tempo di scelte difficili, impopolari, sofferte, dove viene messa alla prova tutta la nostra fiducia.
Il caso di De Luca, candidato per il centrosinistra alla presidenza della regione Campania, tocca anche le coscienze dei più giovani, che come me seguono Italia dei Valori come un faro nella nebbia della politica italiana. Restii al compromesso, lontani dalla logica della "ragion di stato", noi giovani viviamo la vicenda dell'appoggio a De Luca in Campania col fiato sospeso.
Il fatto che quest'ultimo sia destinatario di inchieste giudiziarie ovviamente ci spaventa. La paura è quella di perdere, dietro lui, la rotta verso la legalità, tracciata e mantenuta fino ad oggi con coerenza e severità dal nostro Presidente Antonio Di Pietro, e di trovarci in un battito di ciglio alla stregua dei partiti che abbiamo sempre combattuto. Davvero può avverarsi questo oggi? Tutto nasce purtroppo dalla necessità di doversi fidare. Con buona parte dell'elettorato campano pronto a votare il centrodestra di Cosentino, ed un Pd che non può da solo ingaggiare proficuamente questa competizione elettorale, quel che ci viene chiesto oggi è un atto di estrema fiducia, ed uno slancio di coraggio per aiutare la Campania, schierandosi con la coalizione di centrosinistra. Perdere la regione significherebbe perdere la possibilità di contribuire al risollevamento delle sue sorti, dopo che essa, negli ultimi anni, è salita agli onori della cronaca per le questioni più umilianti. La Campania sicuramente merita di più, e merita il nostro aiuto.
A De Luca devo riconoscere il coraggio di aver affrontato la numerosissima platea dei delegati al Congresso di Italia dei Valori per raccontare la sua versione dei fatti, poiché, al primo passo compiuto per salire il palco, i fischi avrebbero potuto sovrastare di gran lunga gli applausi. Al nostro Presidente l'onestà di aver confessato la difficoltà della scelta, attraverso la condivisione di questa con tutti i delegati. Solo ora riesco ad avvertire precisamente quella che viene chiamata la "solitudine del leader", che si manifesta nei momenti delle scelte più ardue. Ma ho deciso di vivere in un paese dove non debbano servire più eroi, pertanto intendo compartecipare all'assunzione di questa responsabilità.
"Rispetto dell’autonomia della magistratura; accettazione dei processi e dimissioni immediate in caso di condanna" sono i punti inderogabili che fissano le condizioni della nostra alleanza. Anche i giovani dell'Italia dei Valori vigileranno attentamente sul loro rispetto, e di certo non attenderanno la sentenza della Cassazione per condannare una eventuale violazione di questo sofferto patto d'onore.
Confido che la verità processuale che verrà accertata possa dare ragione alla platea presente al Congresso, e che la Campania possa così trovare in noi un valido protagonista per la lotta alla camorra e alla "malagestione" della cosa pubblica.
Congresso nazionale: i video
Pubblichiamo i video interventi del primo Congresso nazionale dell'Italia dei Valori.
Riportiamo di seguito il testo dell'intervento di Sonia Alfano.
Testo dell'intervento
Questo è il primo congresso del partito ed è il primo congresso anche per me, sono molto emozionata. Sono emozionata perchè come diceva Ivan è un percorso che ho vissuto con tantissima emozione e devo dire grazie ad Antonio Di Pietro, devo dire grazie all'Italia dei Valori, e se io oggi sono qui a parlare è il segnale più evidente che questo è probabilmente l'unico partito che si è davvero aperto alla società civile.
E vorrei fare una piccolissima premessa. Non vuole essere assolutamente una polemica con nessuno, devo fare una premessa doverosa e la faccio svestendo i panni di parlamentare, la faccio parlando da Presidente dell'Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia. Ringrazio il partito perchè quando le più alte cariche dello Stato, due settimane fa, compreso il Presidente della Repubblica, hanno preferito beatificare e osannare un pregiudicato, delinquente, morto da latitante ad Hammamet, questo partito e il suo Presidente Antonio Di Pietro, hanno preferito ricordare non solo mio padre, ma tutte le vittime della mafia e le vittime del terrorismo, i veri eroi di questo Paese. E non è una polemica, lo ripeto, perchè qualcuno di voi saprà che c'è stata una corrispondenza fitta tra me e il Capo dello Stato, a volte tramite il suo consigliere Cascella. Era la prima volta che un consigliere senza carta intestata scriveva ad un parlamentare, per dire che le parole di quel parlamentare erano sconcertanti. Mi è stato anche detto che mi devo assumere le responsabilità per quello che ho detto; probabilmente ci sarà, non so, vilipendio al Capo dello Stato? Beh, se questo dovesse accadere io mi prenderò le mie responsabilità con estremo onore, perchè io credo che ci sia stato vilipendio nei confronti dello Stato, ricevendo, beatificando e mandando lettere alla moglie di un delinquente. Perchè se qualcuno ha subito un torto sono tutti gli italiani onesti che non sono mai andati a rubare, che continuano a faticare, e sono soprattutto quelle vittime che hanno difeso questo Paese, e hanno difeso la Carta Costituzionale di questo Paese.
Detto questo, io sono molto preoccupata perchè ultimamente ho sentito spesso affermare che il ruolo dei partiti dovrebbe essere quello di ascoltare cosa bolle nella pancia della società e assecondarne gli impulsi viscerali. Io sono molto in disaccordo con questo, perchè questo si chiama conservatorismo, ed è assolutamente l'opposto di quello che serve a questo Paese, ed è assolutamente l'opposto di quello che deve essere il nostro partito.
Noi dobbiamo spingere, osservare la realtà di questo Paese, dobbiamo capire che cosa sta accadendo in questo Paese e indicare la strada del cambiamento, il più positivo possibile. Però c'è una cosa fondamentale da dire. Oggi più che mai mancano quei pilastri che sono stati fondamentali per la vita repubblicana di questo Paese. La Carta Costituzionale, che dovrebbe essere la nostra stella polare, non a caso, quotidianamente, è sotto attacco da tutto il Parlamento e dalle più alte cariche dello Stato. E non abbia timore questo partito di essere additato come l'unico difensore della Carta Costituzionale, questo è un onore per l'Italia dei Valori. Questo è un onore per il partito, perchè significa che siamo gli unici a difendere la nostra Carta Costituzionale, per la quale ricordo che sono morte decine, centinaia, migliaia di persone. Quella Carta Costituzionale è intrisa del sangue di quelle persone che hanno creduto nell'unità di questo Paese. Guardate che cosa accade invece quotidianamente nelle aule del Parlamento italiano e nelle aule del Parlamento europeo.
C'è un virus che sta dilagando, quotidianamente. E' il virus del razzismo e della xenofobia. I discorsi che la Lega Nord scrive quotidianamente sono intrisi di odio verso le minoranze, verso gli immigrati. Dimenticano volutamente che questo è stato un Paese di migranti, e provo davvero molta mortificazione quando davanti alle aule e alle commissioni del Parlamento europeo, personaggi squallidi come Borghezio gridano dicendo che l'Italia è un faro in Europa per la lotta all'immigrazione clandestina. Loro probabilmente non si sono resi conto di essere non un faro, ma la vergogna per la gente onesta di questo Paese.
Persiste un atteggiamento, studiato a tavolino, che ha dei nomi e cognomi. Abbiamo assistito in questi anni a pseudoriforme della scuola, portate avanti, pensate, dal Ministro Mariastella Gelmini, che con la sua sola figura è la negazione vivente della meritocrazia, lei che abusivamente ha sostenuto gli esami di procedura legale a Reggio Calabria nonostante operasse a Brescia.
Vogliono distruggere la scuola, vogliono rendere questo Paese un Paese di ignoranti, vogliono mortificare l'istruzione perchè devono ridurre questo popolo a un popolo di persone non autonome nel proprio modo di pensare. Ecco che nascono i tagli alla scuola e continuano a dare sovvenzioni agli istituti privati violando palesemente l'articolo 33 della nostra Costituzione, che recita:
"Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato."
Però fate attenzione, perchè mentre continuano a mortificare la classe degli insegnanti italiani a cui noi tutti genitori dovremmo dire un sentito grazie per quello che stanno facendo e fanno quotidianamente nel tentativo di educare i nostri figli, l'unica categoria che non viene colpita da questi tagli è la classe degli insegnanti di religione, che vengono sì pagati dallo Stato, ma la loro assunzione è soggetta alle determinazioni delle curie. E' evidente che gli interventi del Ministro Gelmini manifestano un'insofferenza verso l'istruzione del popolo italiano, e ho come l'impressione che lei abbia in mente (sempre che riesca ad avere in mente qualcosa) di poter portare avanti uno stravolgimento del genere. E, vi dicevo prima, c'è tutta una serie di vicende aberranti che sono sotto gli occhi di tutti quotidianamente. La Lega che si erge a detentore del sapere, della verità, del buon governo, è ostinatamente contraria all'abolizione delle province, perchè altrimenti dovrebbe rendere meno servigi ai propri politicanti perchè avrebbe meno poltrone da poter distribuire. E, riallacciandomi all'istruzione, io vi voglio dire che una persona straordinaria come Anatole France diceva che "non si regna sulla natura, non si acquista l'impero dell'Universo, non si diventa Dio che attraverso la conoscenza. E non sarà il coraggio cieco a darci il potere dei cieli. Ci vogliono lo studio e la riflessione" per cui questo partito deve mettere, come ha già fatto, al primo punto del proprio programma e delle proprie battaglie politiche un diritto serio all'istruzione, per poter creare un Paese libero e in grado di poter pensare autonomamente, e non un Paese ingabbiato nei reality e in trasmissioni che continuano a essere la mortificazione della capacità di analisi dell'essere umano.
Ci sono tanti altri aspetti che vanno trattati, ma soprattutto bisogna avere il coraggio, oggi, di dire delle verità. E ci sono tante verità, che riguardano per esempio la mafia dei rifiuti; nessuno parla di quello che sta accadendo nel nostro Paese, di come il nostro territorio venga quotidianamente devastato, deturpato e violentato. E non è un caso, credetemi, se la stampa continua a non parlare del processo che vede Bassolino imputato per quello che ha fatto e ha consentito di fare nella sua terra: deturparla e inquinarla in maniera criminale. E soprattutto, questo partito deve essere in grado di continuare a dire seccamente NO a quelle che sono teorie e approdi mentali scellerati di colori i quali vorrebbero cercare di far credere agli italiani, che l'unico rimedio per combattere il problema dei rifiuti possano essere gli inceneritori. Questa è una cosa devastante, ed è una cosa sulla quale non possiamo venir meno assolutamente perchè significa continuare a distribuite morte ai nostri figli in questo Paese. Questo partito deve continuare ad essere in grado di dire no alla costruzione di inceneritori così come deve continuare a manifestare il suo secco no al nucleare in questo Paese, perchè è un'incoerenza.
E’ un’incoerenza fondamentale.
Tornando ad un tema che mi è molto caro, al Parlamento Europeo sono in una commissione straordinaria - e devo ringraziare questo partito e la società civile che mi ha dato l’opportunità di arrivare al parlamento europeo - che si occupa di libertà civili, di immigrazione, di sicurezza, di giustizia e di affari interni e credetemi, ogni qual volta abbiamo cercato, con successo ribadisco, di portare nelle aule del Parlamento Europeo non le tematiche italiane, ma quello che in Italia non riescono a risolvere, alcuni personaggi e alcune “veline” , perché questo sono, hanno pensato bene di alzarsi dalle loro sedie e di gridare a noi dell’ Italia dei Valori che eravamo degli anti-italiani. Solo perché avevamo osato parlare al Parlamento Europeo della libertà di stampa in Italia, della libertà di informazione. E’ un nostro dovere farlo, perché l’informazione oggi potrebbe essere l’ultimo baluardo di democrazia in questo paese e sottolineo il potrebbe essere. E quando ci sono stati questi notevoli attacchi da alcuni personaggi che hanno ribadito che io, che in quel momento stavo parlando, ero anti-italiana, mi sono premurata di rispondere che io non sono anti-italiana bensì sono anti-mafiosa.
E’ dovere di questo paese chiedere la verità in maniera assoluta, in maniera determinata su tutto quello che è accaduto.
Vi dicevo che per me uno dei temi più cari, oltre alla lotta alla mafia, è il tema dell’immigrazione. Palesemente questo Governo viola l’articolo 3, lo ha sempre violato, ha cercato di porre in essere situazioni davvero sconvolgenti, anticostituzionali, avvallate da chi non avrebbe dovuto farlo. Ma l’art.3 vale anche per gli immigrati, vale soprattutto per loro nel momento in cui dobbiamo pensare alla loro integrazione. E a proposito di opposizione, visto che noi al parlamento facciamo proprio questo, io vorrei dire una cosa senza tentennamenti alcuni: siamo in campagna elettorale, ci si appropinqua ad alleanze, ci si appropinqua ad accordi elettorali, ma io credo che questo partito nulla ha e nulla può aver a che fare con l’UDC. E lo dico perché sono convinta che quel partito ha da sempre svolto la parte di “stampella” del governo, sempre, a prescindere da quello che succedeva al Governo. E non bisogna dimenticare che l’UDC è il partito di Totò Cuffaro. Non possiamo dimenticarlo perché è vero che all’interno dell’UDC ci sono persone corrette ed oneste, allora se queste persone vogliono continuare, vogliono sancire un percorso, che buttino fuori dal loro partito UDC il buon 85% della classe dirigente siciliana. Perché se non ci fosse stato l’UDC in Sicilia, oggi questo non sarebbe nelle aule del Parlamento Italiano. Questo purtroppo è un dato suffragato da dati e numeri. Per cui io mi auguro fortemente che questo partito si tenga alla larga dall’UDC e anzi gli consenta di navigare verso il partito di Dell’Utri, stretti da un’alleanza in salsa mafiosa, perché quella è l’unica cosa che credo li possa legare.
Il nostro partito non deve essere arroccato sul comparativismo e lo dico perché in questi ultimi mesi abbiamo visto quanto importante sia stata la difesa, soprattutto nei confronti dei magistrati.
E se abbiamo visto e sentito, poco fa, Gioacchino Genchi parlare di magistrati straordinari che sono morti per questo paese, è pur vero che ci sono dei magistrati, ex magistrati come Luigi (de Magistris, ndr), magistrati come Clementina Forleo. Però guai a fare una difesa ad oltranza perché ci sono anche magistrati come Squillante e come Carnevale che bene farebbero ad essere fuori dalle aule del tribunale perché hanno mortificato la giustizia italiana e nel riconoscere le devianze del potere che si sono sviluppate nella politica italiana, attraverso la diretta discendenza di Licio Gelli, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, ognuno antenato e favoreggiatore diretto dell’altro, dobbiamo svolgere un presidio intelligente di libertà, legalità e uguaglianza. E non bisogna avere paura di farlo, né bisogna essere timorosi di essere additati perché facciamo questo.
A proposito di magistrati non possiamo dimenticare l’operato aberrante condotto dal CSM, a capo del quale c’è quel simile Nicola Mancino che invece di dirigere l’organo di autogoverno della magistratura, bene farebbe a mettersi a disposizione della giustizia delle Procure di Caltanissetta e Palermo con un rigurgito di memoria su ciò che avvenne nelle settimane che precedettero la strage di Via D’Amelio. E diciamolo chiaramente che questa causa è in corso un’opera di revisionamento per infamare la stagione delle indagini di Mani Pulite, la stessa pretesa di porre sotto processo i comportamenti illegali del potere per sottrarre al controllo di legalità gli apparati di potere.
E’ sulla spinta di queste tendenze che proprio negli ultimi anni hanno preso spinta e piede, aberranti posizioni politiche che dobbiamo avere la forza di respingere.
Il declino del paese è favorito dal progressivo ammutolirsi anche della classe intellettuale, sono davvero pochi gli intellettuali che fanno da pungolo e da coscienza critica in questo Paese e si sono forse piegati, purtroppo, alle logiche del tubo catodico. Se voi ci pensate, Pasolini oggi sembra veramente una reliquia, Pasolini sembra qualcosa che deve essere assolutamente dimenticato. E la defaillance della classe intellettuale è dimostrata anche dall’indirizzo assunto dal giornalismo italiano. A giornalisti liberi come Marco Travaglio e pochi altri, a cui permettetemi di aggiungere un nome a me caro quello di Beppe Alfano, corrispondono moltitudini e falangi ed intere testate giornalistiche che intendono i mezzi di informazione strumenti per nascondere la realtà ed orientare il consenso. La recente campagna di disinformazione lanciata nei giorni scorsi dal Corriere della Sera nei confronti di Antonio Di Pietro è un esempio mirabile. Esistono frotte di giornalisti infeudati ai servizi segreti più o meno deviati ed invece si cerca di creare dal nulla un caso che non è mai esistito.
Il permanente processo al palazzo è un dovere della classe intellettuale perché senza di esso non potremmo avere assolutamente nessun barlume di libertà e oggi più che mai nel momento in cui non esiste una libera informazione ma nel momento in cui spesso i giornalisti fanno a gara per asservirsi al potere, per autocensurarsi chi fa la differenza è la rete e il popolo di internet.
Ed è per questo che dobbiamo continuare a porci a difesa di questo strumento cosi come faremo proprio noi dell’ Italia dei Valori al gruppo ALDE questa settimana, lunedi pomeriggio, perché porteremo al Parlamento Europeo quello scandalo obbrobrioso del Decreto Romani. L’hanno chiamato “un imponente adeguamento alla direttiva CEE”, vi assicuro che non esiste in nessun’altra parte del mondo, neanche in Cina. L’altro ieri ho ricevuto nel mio ufficio il responsabile di Google per l’Europa che stranamente è venuto a ringraziarci e ha detto grazie perché state cercando di difendere la libertà di informazione su internet.
E proprio perché sono venute fuori proposte liberticide, bisogna avere oggi più che mai un’intransigenza determinata ed ostinata per difendere quello che in questo paese potrebbe farci riapprovare verso la democrazia, perché questo è un paese ormai in piena fase dittatoriale, non so se soft, perché non mi interessa affermare se è soft, so semplicemente che siamo in piena dittatura.
A questo punto, poiché il primo strumento della difesa pubblica, dell’ambiente, della giustizia, della libertà e dell’informazione è la rete dobbiamo rifarci a Piero Gobetti che diceva che : “l’intransigenza è l’unico valore e noi ne siamo i disperati sacerdoti”.
Tanto più critica è la situazione del nostro Paese e tanto più noi dobbiamo avere la forza per difendere i valori che hanno creato questo Paese. Ed io voglio chiudere ricordando le parole di una persona a me cara, che ho conosciuto da cittadina italiana che era fiera di identificarsi in lui e che oggi più che mai lo rimpiange. Vorrei che ci rifacessimo tutti quanti all’insegnamento del caro Presidente Pertini: non c’è vera libertà senza giustizia.
Giustizia e libertà devono essere i cardini anche di questa nuova resistenza. Da lì bisogna muovere per prefigurare un’alternativa. Riabituiamoci ad avere care giustizia e libertà e riabituiamo allo stesso modo il popolo italiano.
Grazie.
Verso il congresso: come seguire e come partecipare
Il 5-6-7 febbraio si terra' a Roma il congresso nazionale dell’Italia dei Valori: l'alternativa per una nuova Italia. I dettagli dell'evento sono disponibili sul sito www.italiadeivalori.it/congresso.
Al congresso parteciperanno 3600 delegati per eleggere il Presidente nazionale, il Coordinatore nazionale Giovani IDVe la Coordinatrice nazionale Donne IDV. Oltre alle elezioni verranno presentate e discusse le mozioni ai dieci punti del programma attualmente pubblicati sul portale Idv.
L’evento potrà essere seguito in diretta streaming, ma sono disponibili già da oggi anche i social media come Twitter e Faceook per consentire a chi volesse di cominciare ad interagire dalla pagina www.italiadeivalori.it/congresso. Durante le tre giornate tramite le due aree sarà possibile interagire anche con la sala del congresso ed i delegati (oltre che per ricevere aggiornamenti sui dispositivi di mobile-internet) che utilizzino le due piattaforme (ndr. TW e FB).
Con Twitter sarà possibile pubblicare il proprio messaggio riportando nel testo il tag "congresso idv", questo accorgimento farà comparire il tweet anche all’interno della finestra nel sito del congresso.
Con Facebook invece si potrà scrivere, accedendo con il proprio profilo, sulla bacheca contenuta nel sito. Il messaggio inserito comparirà oltre che nella bacheca del sito del congresso anche nel vostro profilo in automatico.
Testo del video intervento
La nostra vita è piena di tante realtà che si sono realizzate grazie alla determinazione di qualcuno che ha creduto nell’utopia: l’accendere comodamente la luce, volare, essere in collegamento col mondo grazie alla rete internet sono solo alcuni esempi.
Anche Italia dei Valori nasce da un’utopia: nasce dalla necessità di una politica al servizio della collettività con tre precondizioni irrinunciabili: trasparenza – legalità e giustizia.
Nasce dall’intuizione che fosse il momento di costruire un partito diverso, oltre le ideologie, in grado di coinvolgere persone oneste.
L’intuizione che fosse il momento per costruire un progetto politico con al centro la giustizia sociale; il momento di dar vita a un partito diverso, in grado di contrapporsi al partito dei furbi interessati al benessere dei pochi a scapito dei Cittadini.
Dopo l’esperienza di mani pulite e la presa d’atto che il “potere” stava attuando un ritorno al passato studiato a tavolino secondo una logica piduista, Antonio Di Pietro afferrava l’utopia del cambiamento.
Assieme a lui la società civile a cui pian piano si avvicinavano validi amministratori delusi della vecchia politica …. insieme per dare voce prima al popolo bianco della lotta contro le mafie, poi al popolo arcobaleno della pace, oggi al popolo viola dell’indignazione verso un devastante modello berlusconiano.
Quanta fatica, quanti sacrifici, quante delusioni.
Ma quanta forza, quanta determinazione il sapere di aver visto oltre l’apparenza, quanto orgoglio il sentirsi parte attiva della costruzione di un futuro migliore.
Ecco allora il forte senso di responsabilità, l’imperativo di dover costruire con coerenza e credibilità la casa delle persone perbene; una casa che mattone dopo mattone sapesse crescere nonostante il tentativo di farne crollare prima il pilastro principale (Antonio Di Pietro), poi i muri portanti dei nostri valori e infine con l’ultimo intento di delegittimare, con subdole lezioni di democrazia, quanto abbiamo costruito.
Questo fine settimana celebreremo il nostro Congresso Nazionale e sarà chiaro a tutti che la nostra utopia, portata avanti con orgoglio, costruita con grande senso di responsabilità è diventata realtà.
Oltre 3.600 delegati rappresenteranno, in occasione dei lavori congressuali presso l’Hotel Marriott di Roma, le quasi centomila persone che hanno aderito ad Italia dei Valori e partecipato alle 110 assemblee provinciali.
Il 5-6-7 febbraio vivremo tre giornate arricchite dai contributi regionali emersi nelle 20 assemblee appena concluse, sentiremo interventi e mozioni, ascolteremo e voteremo le relazioni di chi, democraticamente, si candida alla guida dei dipartimenti donne e giovani.
Dopo aver sentito perché IDV c’è, dopo aver colto l’importanza di avere IDV presente nella scena politica, dopo aver fatta nostra la lungimiranza di IDV quale lievito di una rinnovata alternativa di governo, dopo aver condiviso la strategia futura di IDV ... eleggeremo il presidente nazionale del partito.
Vi sembra poco?
E’ un momento importantissimo dove l’utopia a cui abbiamo creduto con orgoglio dedicando con responsabilità tante energie, sta diventando realtà.
Una realtà che ad altri dà fastidio, una realtà sicuramente perfettibile e migliorabile, una realtà che presuppone ancora tanto impegno da parte di tutti …
Ma una realtà concreta, necessaria per impedire che la nostra Costituzione sia smantellata, per tutelare il diritto al lavoro, per fare in modo che la bilancia della giustizia non penda a favore dei più furbi, per contrastare il ritorno al nucleare, per difendere la disponibilità dell’acqua dalla privatizzazione a vantaggio di pochi.
Ci vediamo a Roma, intanto buon impegno a tutti!
Caccia: Prestigiacomo, dimettiti
Ho chiesto le dimissioni del ministro Prestigiacomo perche', per l'ennesima volta, e' stato sconfessato dalla sua maggioranza. L'ultimo schiaffo al ministro è avvenuto qui in Senato. Il testo dell'accordo, tra ministero dell'Ambiente, delle Politiche agricole e delle Politiche comunitarie sugli emendamenti in materia di caccia alla Comunitaria 2009 prevedeva che regioni e province autonome potessero determinare i limiti dei periodi della caccia, sulla base di analisi scientifiche preventivamente validate dall'Ispra (istituto superiore protezione e ricerca ambientale). Invece, il testo licenziato dall'Aula allarga le maglie a interpretazioni estensive, senza le necessarie garanzie previste sulla tutela delle specie protette e migratorie.
L'approvazione di questa vera e propria deregulation sulla caccia è vergognosa perché apre a sicure nuove procedure d'infrazione comunitarie e prende in giro milioni di italiani.
Le decisioni dell'on.le Prestigiacomo vengono continuamente ribaltate dal parlamento, addirittura con il parere favorevole dell'esecutivo.
La prossima settimana in Senato discuteremo il Milleproroghe e, anche in questo provvedimento, la maggioranza sta per giocare un brutto scherzo in materia paesaggistica con gli emendamenti in materia di sanatorie edilizie e aumenti di volumetria degli edifici senza limiti. A cosa serve - mi chiedo - un ministro dell'ambiente in un Governo che non fa che attentare all'ecosistema e alla biodiversità?
Ambrogio Mauri: imprenditore, onesto, suicida
Oggi in un articolo de L'Espresso il giornalista Marco Travaglio racconta un fatto che avevo accantonato senza mai dimenticarlo. Un fatto lontano della mia vita da magistrato. Quelle poche righe hanno riportato alla memoria, intatto, il ricordo di un uomo: Ambrogio Mauri. Mauri è un eroe degli anni di Tangentopoli, un'imprenditore onesto che piuttosto che lavorare sotto il ricatto delle mazzette si è sparato un colpo di pistola al cuore. Questi sono gli eroi a cui vanno dedicate le vie e le piazze del Paese e che vanno celebrati dallo Stato al posto di coloro che hanno armato la mano della disperazione di Mauri.
Ambrogio Mauri una vittima vera (di Marco Travaglio)
La prossima volta che i presidenti della Repubblica, del Senato e del Consiglio vorranno ricordare una vittima di Tangentopoli, si spera che ne ricordino una vera. Non un politico corrotto e latitante, ma un imprenditore onesto che veniva escluso dagli appalti pubblici perché non pagava mazzette nella Milano da bere e da mangiare. Si chiamava Ambrogio Mauri, abitava a Desio, in Brianza. Nell'aprile del 1997 si uccise con un colpo di pistola al cuore per protestare contro il sistema delle tangenti, a cui si era sempre ribellato. Aveva 66 anni. Lasciò la moglie, tre figli e un'azienda che da mezzo secolo costruiva autobus e tram esportandoli in tutto il mondo, ma a Milano era regolarmente esclusa dalle gare dell'Atm. Aveva il brutto vizio di non ungere i partiti. Quando partì l'inchiesta Mani Pulite, che falcidiò anche i vertici dell'Atm, Mauri andò a testimoniare davanti al pm Antonio Di Pietro. Il quale poi, quando lesse della sua morte, si ricordò di lui e partecipò al suo funerale, disertato da tutte le autorità. "I dirigenti corrotti dell'Atm", ricorderà Di Pietro, "gli avevano fatto una serie di soprusi.
Era una vittima del sistema e fu uno dei primi e dei pochissimi a collaborare spontaneamente. La testimonianza andò benissimo. Col tempo si creò un rapporto di stima e amicizia. Ci veniva a trovare in Procura, ci incoraggiava ad andare avanti. Ci diceva: meno male che c'è Mani Pulite, grazie al vostro pool sono tornato a credere nella giustizia. Si era illuso che potessimo ripulire l'Italia. Invece, dopo Tangentopoli, è scattata la vendetta". Nel 1996 Mauri fu escluso anche dalla gara bandita dall'Atm per la fornitura di cento autobus. Pochi mesi dopo scrisse poche parole su un biglietto: "Dopo Tangentopoli tutto è tornato come prima". E una lettera alla moglie Costanza: "Tu sei il mio primo e ultimo bene. Forse, se fossi stato più malleabile, le cose sarebbero andate diversamente e non ti avrei dato tutti questi problemi. Il mio suicidio è l'atto finale del mio amore". E si sparò. Anziché inviare un messaggio di cordoglio alla famiglia o partecipare ai funerali, durante le esequie i vertici dell'Atm convocarono una conferenza stampa per rivendicare l'"assoluta trasparenza" dell'ultima gara. I figli, che non avevano mai collegato il gesto paterno a quell'appalto, parlarono di "excusatio non petita".
Ecco, la prossima volta che le verrà il trip di cambiare nome a un parco di Milano, la sindaca Letizia Moratti potrebbe dedicarlo ad Ambrogio Mauri. La prossima volta che Renato Schifani cercherà una "vittima sacrificale di Tangentopoli" da beatificare in Senato, potrebbe raccontare la storia di Ambrogio Mauri. La prossima volta che a Giorgio Napolitano scapperà la voglia scrivere alla vedova di un uomo trattato con "una durezza senza eguali", Giorgio Napolitano potrebbe rivolgerla a Costanza Mauri. Risparmierebbe pure sull'affrancatura: la signora non abita ad Hammamet, ma a Desio (Brianza, Italia).
Uno sguardo verso il futuro
La situazione italiana è sempre più allarmante. Il centrodestra scardina l'equilibrio tra i poteri costituzionali e punta a realizzare una repubblica presidenziale nelle mani di un uomo solo.
In questo momento così arduo IdV deve assumersi maggiori responsabilità. Sono milioni i cittadini di centrosinistra che non hanno più fiducia nella rappresentanza politica. IdV ha il compito principale di parlare loro, ascoltare le loro opinioni, costruire le basi di una nuova vittoria elettorale e così attuare nel modo più incisivo i principi costituzionali di uguaglianza e libertà.
E’ un dovere per il partito ma prima ancora una necessità per il paese: ricostruire un’idea progressiva di società, riaffermare il primato dell’interesse pubblico sugli interessi privati, assicurare la salvaguardia dei beni comuni, dare a ogni individuo pari opportunità nella competizione sociale, garantire a tutti il reale diritto alla conoscenza.
Il primo congresso del partito può e deve essere l’occasione per compiere un deciso salto di qualità. Prima di tutto dobbiamo dire con massima chiarezza che cosa si dovrà fare subito appena il centrosinistra sarà in grado di governare. E’ presto detto. Abrogare tutte le leggi ad personam, nessuna esclusa. Stabilire l’ineleggibilità e l’incompatibilità con ruoli di governo per i possessori di mezzi di comunicazione. Sciogliere il nesso Rai-Mediaset. Rendere indipendente la Rai dalla politica e introdurre un sistema che assicuri condizioni di parità tra tutti i potenziali competitori nelle reti private.
Ma la politica in Italia è malata in profondità. La classe dirigente è sempre più percepita come minoranza organizzata per la propria riproduzione. E la legge elettorale ha rafforzato la convinzione. Dunque va cambiata la legge elettorale: i cittadini devono avere il diritto di scegliere la propria rappresentanza. Va imposta la più chiara pubblicità e trasparenza dei bilanci di partito.
Misure per evitare che la politica diventi il meno rischioso e il più conveniente dei mestieri. Ridurre i privilegi degli eletti, facendoli cessare senza deroghe alla fine del mandato. Stabilire l’incompatibilità tra mandato elettivo e qualsiasi carica in aziende e attività di rilievo pubblico. Impossibilità di assumere per almeno cinque anni dalla fine del mandato elettivo cariche in aziende di rilievo pubblico.
Il partito attuale è impari al compito. Nuova politica economica, capace di produrre sviluppo sostenibile, equità e progressività dell’imposizione fiscale, impulsi dinamici al lavoro e alle imprese, scelte strategiche a favore di istruzione, ricerca, energie rinnovabili, possono risultare convincenti solo su proposta di un partito rinnovato da persone competenti, capace di interloquire con la cultura e soprattutto in grado di dare attuazione vigorosa all’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
La nuova IdV esisterà solo quando avrà persuaso la vasta platea -che ora si limita a concederle il voto o il consenso occasionale e temporaneo- a dare il proprio consapevole contributo.
Pubblico di seguito la mozione congressuale che presenterò al Congresso Nazionale del 5,6 e 7 febbraio a Roma, un rapido quadro dei provvedimenti da prendere appena il centrosinistra sarà tornato al governo. La mozione è aggiuntiva e non alternativa a quella di Antonio Di Pietro.
Si prega tutti gli interessati a sostenere il senso di questa mozione di mandare la propria sottoscrizione alla mail francesco.pardi@senato.it
Mozione congressuale (allegato 1 - allegato 2 - allegato 3 - allegato 4 - - allegato 5)
Con il Popolo Viola a difesa della Costituzione
Il 30 gennaio scenderemo di nuovo in piazza con il Popolo Viola per difendere la Costituzione.
Il ministro Brunetta vuole cambiare l’articolo 1 perche', secondo lui, non vuole dire niente che una Repubblica sia fondata sul lavoro.
Il ministro della Giustizia, Alfano, sotto dettatura di Berlusconi, prova sistematicamente a stravolgere l’articolo 3: "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, a meno che non siano presidente del Consiglio, della Camera, del Senato o della Repubblica". Per fortuna, la Corte costituzionale gli ha spiegato che se la legge è uguale per tutti, non si possono fare eccezioni. Ma, evidentemente, i membri del Governo non digeriscono proprio tutta questa uguaglianza. E adesso ci stanno ritentando con il processo breve e il legittimo impedimento. Insomma, provano a far rientrare dalla finestra, quello che è stato buttato fuori dalla porta!
Bondi e la Gelmini sognano una riforma dell’articolo 9: "la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, ma i ricercatori devono restare precari e le famiglie devono adeguarsi silenziosamente ai tagli di fondi e personale".
Il sottosegretario Bonaiuti e l’ex-ministro delle Telecomunicazioni, Maurizio Gasparri, vorrebbero che l’articolo 21 dicesse: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, ma se questo pensiero sarà diverso da quello del Governo non verrà trasmesso in televisione".
Tutti questi tentativi di riscrivere la Costituzione sono un segno di vandalismo istituzionale. Il Governo parla di riforme condivise: questa è la cipria con cui nasconde il bubbone delle leggi ad personam.
Comunque, l’aggressione più forte è nei confronti della divisione e autonomia dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Il Governo cerca di azzerare la funzione del Parlamento andando avanti a colpi di decreti legge, sottraendo così il potere legislativo ai legittimi proprietari, cioè Camera e Senato. E, allo stesso tempo, attacca continuamente la Magistratura sia verbalmente sia nei fatti approvando norme che non solo attentato all’autonomia e all’indipendenza dei giudici, ma ne esautorano la funzione.
Insomma, questo Governo, che ha un progetto piduista diametralmente opposto ai principi fondanti della nostra Carta costituzionale, va fermato. Per questo, l’Italia dei Valori si mobilita insieme al Popolo Viola e tutti quei cittadini che chiedono il rispetto della democrazia e vogliono che Berlusconi vada a casa.
A Roma il sit-in si svolgerà alle 15 in Piazza Santi Apostoli, mentre a Milano l'incontro dei manifestanti è previsto alle 16 in Piazza Mercanti. In ogni sit-in (la lista delle città e gli orari in cui si svolgeranno è disponibile sul sito http://30gennaio2010.wordpress.com) saranno distribuite copie della Costituzione.
Liberta' di parola ai cittadini lombardi
Il video qui di seguito è stato pubblicato su Youtube, nel dicembre 2009, dalla Regione Lombardia, con lo scopo di creare un filo diretto coni cittadini. Si tratta di un breve messaggio del Presidente Formigoni con il quale il governatore inaugura ufficialmente un canale, aperto in realtà dalla stessa regione già il 30 ottobre 2007.
L'operazione sarebbe encomiabile se non ci fosse un "ma". Infatti, nonostante le numerose visualizzazioni da parte dei cittadini - si parla di 55.000! - (grazie anche alla gran quantità di pubblicità commissionata a Youtube dalla Regione e pagata fior di quattrini pubblici) chiunque guardi il video e mandi un commento, non riceve risposta, né può visualizzare il suo o il commento di altri. Tutto è oscurato o filtrato.
L'Italia dei Valori, che è un partito al servizio dei cittadini, pubblicando questo video, intende dare spazio a tutti coloro che vogliano lasciare un commento, senza censure, senza blocchi, liberamente e in maniera trasparente, al contrario di quanto fatto fino ad ora dalla Regione Lombardia.
Il centrosinistra e la ricerca dell'anima
Congratulazioni a Nichi Vendola che, con la sua caparbietà e passione, ha prima imposto al Partito Democratico quel grande esercizio democratico che sono le primarie e ieri ha dimostrato che quando la politica, aperta e trasparente, sa essere vicina ai cittadini vince ogni ostacolo. A lui va il nostro pieno appoggio, nella convinzione che ora vi siano le condizioni migliori per riconfermare il centrosinistra alla guida di una regione importante come la Puglia. Ma dalle primarie pugliesi arriva un segnale ben più significativo.
Vi è nel centrosinistra, soprattutto nel PD, una significativa maggioranza della classe dirigente convinta di due cose, entrambe sbagliate. La prima è che in questo paese vi sia una inevitabile e fisiologica prevalenza elettorale del centrodestra. La seconda, in larga misura conseguenza della prima, che le alleanze abbiano una valenza esclusivamente elettoralistica, e che vadano, quindi, costruite a tavolino, volta per volta, come una specie di alchimia, mettendo insieme sigle, interessi, gruppi sociali, poteri.In quest’ottica, la scelta di un’alleanza preferenziale con l’UDC, della quale la Puglia doveva essere il laboratorio, per poi replicarla a livello nazionale, rispondeva a questa logica angusta. Un’alleanza di convenienza, fatta nella convinzione che per vincere si debbano prendere tout court pezzi del centrodestra e spostarli da questa parte, senza che a questo corrisponda un progetto politico per la gente o l’elaborazione di una visione culturale complessiva. Anzi, questa “alleanza a freddo”, proprio in quanto nasceva dai due errori di fondo di cui ho appena detto, portava in sé anche il germe del superamento del bipolarismo, concetto così caro a Casini, ma anche a D’Alema e ad una parte non marginale della dirigenza PD.
D’altra parte il ragionamento – se non fosse sbagliato nelle premesse – non farebbe una grinza: posto che la maggioranza degli elettori è di centrodestra, e non di centrosinistra, in un confronto bipolare, perderemo sempre. Meglio allora tornare al proporzionale dove “ognuno fa per sé” e le alleanze si fanno il giorno dopo il voto ….. a tavolino! Per fortuna gli elettori pugliesi del centrosinistra hanno bocciato, forse oltre ogni previsione, non solo e non tanto il candidato del PD, ma questa politica senza anima e senza cuore.
Gli elettori italiani, in questi ultimi anni, hanno premiato il centrodestra anche perché, dopo la caduta del primo governo Prodi, il centrosinistra non è riuscito più a mettere in campo una coalizione degna di questo nome. Con un progetto chiaro e, soprattutto, condiviso. Quello che gli elettori hanno bocciato, al contrario, era proprio una coalizione avvertita come precaria, instabile, rissosa e conflittuale, oppure frutto proprio di quelle alchimie o convenienze elettoralistiche che non solo non salveranno mai il centrosinistra, ma lo condanneranno in perpetuo ad una dimensione minoritaria, come lo è (in ultima analisi) la cultura di chi le propone.
Questo è il grande compito che, se vogliamo tornare a vincere, dobbiamo svolgere, tutti ed insieme, senza perdere tempo. Ripartire dai valori, dalle idealità, da un progetto di ampio respiro dove una pluralità di soggetti politici si mette in discussione per offrire al paese un modello di governo valido per i prossimi 10 anni. Se vorrà anche l’UDC, ma secondo una scelta chiara e coerente. Bisogna ripartire da una politica fatta soprattutto di anima e cuore. Ma anche di cultura di governo. Quella cultura fatta di responsabilità e di positivo pragmatismo che non può più essere sacrificata a visioni ideologiche della politica.
L’IDV è pronta a questa sfida. Vedremo se, nei prossimi giorni, anche il PD avrà il coraggio di cambiare marcia e ripartire dal cuore e dall’anima.
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La cultura politica del "cuffarismo"
Ancora una volta non commento una sentenza penale. Ma non si puo', pero' attendere che si chiuda con una sentenza definitiva un procedimento per commentare i fatti ammessi o accertati, dai quali quel procedimento trae origine, e che sara' la sentenza definitiva a definitivamente qualificare come reati.
I fatti, ammoniva George Bernard Shaw, sono argomenti testardi. La nota, accertata e sinanco ammessa frequentazione da parte di Cuffaro di esponenti mafiosi e il loro sostegno elettorale, la "promozione" politica anche con la elezione al Parlamento siciliano di esponenti delle forze dell'ordine infedeli allo Stato e fedeli a mafiosi e clientele, la presenza - in prima persona o per interposto congiunto - nel mondo degli affari (alberghi, cliniche private, investimenti immobiliari e aziende agricole), i sodalizi con imprenditori e banchieri beneficiari di risorse e privilegi regionali sono fatti che hanno profondamente condizionato la vita politica regionale e contribuito all'imbarbarimento etico della Sicilia.
Quanti hanno avuto e tuttora hanno frequentazioni e sodalizi alla Cuffaro? La domanda non mira ad alleggerire la severissima critica a Cuffaro ma, al contrario, a denunciare il rischio che divenga "cultura politica" la spregiudicatezza nelle frequentazioni e nei sodalizi di affari, l'accaparramento famelico di risorse pubbliche, la confusione tra pubblico e privato, il conflitto di interessi. Il "cuffarismo" come il "berlusconismo" sono una disastrosa perversione dei valori della politica, della economia, della cultura, e ciò a prescindere dalle sentenze penali di condanna, che per loro natura arrivano, comunque, sempre dopo che il danno è stato provocato.
La politica deve lasciare la Magistratura svolgere il proprio compito in autonomia e indipendenza.
Faccia invece la politica la propria parte censurando ed espellendo, non candidando, quanti hanno strane frequentazioni e utilizzano ruoli pubblici per accaparramento di privilegi e risorse pubbliche.
Presidente, si ricordi
Ad essere sconcertante è l’atteggiamento del Capo dello Stato. Ormai non passa giorno senza che egli faccia rimpiangere sempre più il caro Presidente Pertini. E dimostra anche memoria corta.
Qualche anno fa gli chiesi il patrocinio del Quirinale per la commemorazione di mio padre in occasione dell'anniversario della sua uccisione. Alla richiesta di patrocinio, manco a dirlo, non seguì alcuna risposta. Forse perché mio padre sconta la grave colpa di essere morto incensurato e perfino tentando di far catturare mafiosi latitanti. Avrei dato per scontato, tuttavia, che qualcuno dei componenti dell'ampio staff quirinalizio (è superfluo ricordare i costi della struttura, incomparabilmente superiori a quelli della monarchia britannica) avesse potuto annotare la data dell'anniversario.
Il Presidente Napolitano sostiene di non aver commemorato mio padre lo scorso 8 gennaio (e quello precedente e quello ancora prima ecc.) perché io avrei mancato di ricordargli la ricorrenza. Confesso il mio scoramento davanti ad un Presidente della Repubblica che ha bisogno che a ricordargli gli anniversari degli assassini dei martiri di mafia e terrorismo siano i loro familiari. Ad ogni buon conto, gli farò omaggio del calendario dei santi laici perché supplisca all'inefficienza della sua struttura.
Ho letto e condiviso fino all'ultima parola nei giorni scorsi la lettera aperta rivolta al Presidente Napolitano dal direttore di Antimafiaduemila, Giorgio Bongiovanni. Quello scritto mi ha fatto ricordare come nel non lontano 1991 il partito dell'on. Napolitano propose la messa in stato d'accusa dell'allora Capo dello Stato, per gli assalti portati all'autonomia ed all'indipendenza dell'ordine giudiziario. Non dovrebbe dimenticarlo, l'attuale Presidente, in relazione alle parole espresse nella lettera di commemorazione al pregiudicato latitante Bettino Craxi, che contenevano un'esplicita delegittimazione del potere giurisdizionale.
Il suo partito di allora lo avrebbe già messo sotto impeachment.
Verso il congresso: portiamo avanti le nostre idee
Cari italiani di valore eccomi di nuovo a noi, c’è tanto da lavorare, da fare, ma il vostro sostegno rinnova le energie, i vostri post rinnovano le energie, la voglia di fare nella costruzione di un’Italia dei valori che veramente possa costruire un’alternativa da governo, è vero, Angelilla, ci sono dei post molesti, c’è qualcuno che utilizza la libertà che diamo sul nostro sito per parlare di altro e screditare, pazienza, non possiamo farci nulla, preferiamo continuare a essere trasparenti e lasciare che ognuno esprima il suo pensiero. Il nostro Statuto inoltre consente a tutte le persone oneste e perbene di aderire all’Italia dei Valori, Maria Carmen si accontenta di questo, dice: sono sufficienti le persone oneste e perbene, anche Giuseppe Mazzei dice questo, ma bisogna essere un po’ più severi nelle selezioni e nelle espulsioni di chi non è idoneo al nostro programma e la stessa cosa la dice Rita Clara che dice che alla fine è giusto portare le persone perbene e oneste, qualcuno però arriva per fare gli affari suoi, dicendo che potrebbero rivelarsi dannose al partito e a loro basterebbe indicare la porta di uscita, è vero, Rita Clara e è vero anche quello che dice Giuseppe Cavina, ricordandomi di dare una risposta che magari era un po’ lenta ad arrivare, ma credete, c’è tanto da fare e Giuseppe Cavina dice che non è sufficiente avere la fedina penale pulita, è vero Giuseppe, ma è un proprio passo, se tutti i partiti lo facessero al pari di Italia dei Valori, avremmo sicuramente nelle istituzioni persone migliori.
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Il nostro "Bottino" pensiero
Riportiamo di seguito i comunicati stampa dell'Italia dei Valori sulla commemorazione del latitante Bettino Craxi.
Interventi
Antonio Di Pietro: "Oggi, mentre tutti fanno a gara per ricordare la figura dell’On. Craxi come un esempio dell’Italia che fu, noi dell’Italia dei Valori invece preferiamo ricordare la figura del giornalista Beppe Alfano. E preferiamo stare vicino alla sua famiglia, perché anch’egli è morto, ma non da latitante, bensì ammazzato perché denunciava coloro che commettevano i reati, invece che commetterli".
Antonio Borghesi (lettera a Napolitano): Signor Presidente della Repubblica,
mi permetto sommessamente di dissentire sui contenuti e sui toni della lettera che Ella, rappresentante di tutti gli italiani, ha ritenuto di inviare alla vedova dell’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi, nel decennale della sua morte in latitanza. In particolare là dove Ella sostiene che “Non può dunque venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità dell’on. Craxi sanzionate per via giudiziaria la considerazione complessiva della sua figura di leader politico, e di uomo di governo impegnato nella guida dell’Esecutivo e nella rappresentanza dell’Italia sul terreno delle relazioni internazionali. Il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere.”
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Luigi de Magistris: "Per un uomo politico e un leader di governo non c’è colpa peggiore di quella che lo vede macchiarsi di corruzione e clientele, che lo vede approfittare della sua posizione per abusare della ‘cosa pubblica’, arrivando a sottrarsi al giudizio della magistratura per concludere la sua vita in latitanza. Bettino Craxi è stato questo ed è un aspetto che azzera tutto il resto, gettando un’ombra negativa sulla sua persona politica che nessuna riabilitazione a posteriori può cancellare, perché sarebbe uno sfregio alla storia del nostro Paese e a chi crede ancora oggi nella legalità e nella giustizia, oltre che nella Politica".
Felice Belisario: "E' davvero una vergogna la beatificazione di un pregiudicato in una sede istituzionale. Sono davvero addolorato per quanto sta avvenendo in questi giorni e per il cattivo esempio che la classe politico-istituzionale sta dando ai nostri giovani esaltando la figura di un uomo controverso che la storia non ha ancora giudicato, mentre lo ha condannato la magistratura indipendente. Di cattivi maestri e di una informazione distorta l'Italia non ha proprio bisogno, né è consentito assolvere un latitante per assolvere un sistema politico degenerato ancora oggi e che cerca di cambiare le leggi facendo passare i ladri per guardie e le guardie per delinquenti. Siamo contro le ricostruzioni sommarie e unilaterali, ma affidiamo quella brutta pagina della storia italiana, che è seguita agli anni del terrorismo e alla morte di Aldo Moro, ad una riflessione profonda piuttosto che a un revisionismo sospetto. Per questo l'IdV ricorda che tra i padri della patria ci sono, tra gli altri, Einaudi, De Gasperi, Togliatti, Nenni, Moro e tra gli esempi di eroismo Falcone, Borsellino, Impastato, Alfano e tanti altri servitori dello Stato che sono morti per la nostra Italia".
Luigi de Magistris: "Oggi ci si inchina ad Hammamet per genuflettersi verso Arcore. Oggi, non a caso, ritornano nel berlusconismo in declino concetti, sostantivi, idee e stili di vita squisitamente craxiani: la magistratura politicizzata che cerca di delegittimare il potere, il presidenzialismo estremo a danni del Parlamento, la cultura cortigiana dello sfarzo gaudente del sovrano Quante analogie tra Hammamet ed Arcore. Riabilitare Craxi, tecnicamente un latitante che ha sfruttato la politica e il ruolo di uomo dello Stato per rimpinguare i suoi conti in Svizzera, significa giustificare il presente, senza capire il rischio che stiamo vivendo: quello di una democrazia minacciata e di una Costituzione a rischio da parte di un presidente del Consiglio allevato nel brodo primordiale di quel sistema chiamato craxismo che ha macchiato la storia del nostro Paese".
Sonia Alfano (lettera a Napolitano): "Gentile Presidente, l’8 gennaio scorso è stato il diciassettesimo anniversario dell’assassinio di mio padre, eseguito per mano della mafia a Barcellona Pozzo di Gotto. Quel giorno ho atteso fino all’ultimo una Sua parola di commemorazione, nella Sua veste di massimo rappresentante di quello Stato per la cui difesa mio padre ha dato la vita. Da Lei quel giorno è venuto solo silenzio, come negli anni passati, verso il ricordo di mio padre. Mio padre non é morto da latitante anzi, lui é stato condannato a morte perché i latitanti li faceva arrestare. Ieri Lei ha, viceversa, voluto pubblicamente ricordare al Paese (perfino sul sito web ufficiale della Presidenza della Repubblica), la figura dell’on. Bettino Craxi, morto dieci anni fa da pluripregiudicato e da latitante, in virtù di due sentenze definitive emesse in nome del popolo italiano. Lei ha detto che sull’ex presidente del Consiglioil peso della responsabilità per la corruzione del sistema politico “era caduto con durezza senza eguali. Sono parole di gravità inaudita, perché esse implicano o una pretesa ingiustizia di provvedimenti giurisdizionali irrevocabili, oppure conoscenza di altri responsabili di analoghi crimini sfuggiti alle maglie della giustizia. Mi chiedo, nel rispetto del Suo ruolo di garante della legalità costituzionale se quelle Sue parole non rechino un vulnus, nella forma, alla autorevolezza di procedimenti giudiziari sviluppatisi nel rispetto delle leggi del Paese e, nella sostanza, all’eguale considerazione di tutti i condannati, appartenenti alla casta politica o meno che essi siano. Proprio di questi tempi sono in essere aberranti tentativi di abbattimento dei principi costituzionali di legalità e di eguaglianza dei cittadini. Pur involontariamente, le Sue parole di oggi rischiano di rafforzarli.
Massimo Donadi (lettera a Napolitano): Caro Presidente,
rispettosamente, ma totalmente, dissento dal contenuto della lettera da Lei inviata ai familiari dell’on. Craxi.
Innanzitutto, perché constato che le sue parole non stanno servendo affatto ad una serena e più condivisa considerazione della figura di Craxi e di quel periodo della storia repubblicana ma, semplicemente, stanno dando un’insperata forza a quelle mille interessate voci che tentano oggi, unilateralmente e strumentalmente, di riscrivere la storia “a senso unico”. (continua a leggere su www.massimodonadi.it )
Giulio Cavalli: la bellezza di un impegno
Pubblico la lettera di presentazione di Giulio Cavalli, candidato in Lombardia per le prossime regionali nelle liste dell'Italia dei Valori.
Testo della lettera
Perché candidarsi? Questa è la domanda che mi sono posto più e più volte. La domanda che ricorre e rincorre i miei sostenitori, amici e probabilmente anche chi mi è avverso. C’è un’altra domanda che richiede spazio, prima di dare la risposta: perché non candidarsi? Da molto tempo il concetto che riempie il mio quotidiano, il mio teatro, il mio indagare la contemporaneità e le sue storture lo definisco: la bellezza dell’impegno. Non un concetto teorico, o una frase ad uso della stampa, delle televisioni. La realtà non è un oggetto immutabile nelle sue perversioni, nel suo essere nemica dei deboli, nella sua natura ricattatoria sul lavoro, prevaricante quando è anche solo un posto su un autobus ad un anziano o a una donna incinta. La realtà non è mutevole, la cambiamo noi, per davvero. Attraverso gli strumenti della bellezza di cui ognuno di noi è portatore sano e attraverso l’operosità dell’impegno, cioè dell’alzarsi la mattina e non cedere mai il passo né alla disperazione né al qualunquismo né all’indifferenza. Odio gli indifferenti, amo le differenze. Diciamoci la verità: la politica è stata sottratta ai cuori delle persone. Non solo l’hanno sottratta ma abbrutita a tal punto da renderla un campo fangoso. Chi vuole attraversarla non può che sporcarsi. No grazie. Questa si chiama rassegnazione. La politica è il mezzo con cui si può creare un cambiamento reale e profondo. La politica è la possibilità di elevare la qualità di vita di tutti, è la possibilità di creare una solidarietà che non compare solo per le emergenze, ma è costante, come l’avvicendarsi delle stagioni. Può essere vista come impopolare la candidatura? Può essere vista come contaminazione o addirittura corrosione di una mia integrità artistica ed esistenziale? Bene, che lo sia. Perché il mio salire sul palco, il mio raccontare a voce alta le infiltrazioni della ndrangheta in Lombardia, il mio raccontare la strage di Linate o lo scempio della pedofilia già mi hanno posto nella condizione di essere sicuramente contaminato. Non voglio la comodità di una sedia, che sia quella del palco da dove posso ergermi a cantore del presente corrotto, o la sedia del politico che architetta alleanze e strategie a beneficio di pochi. Voglio essere presente sul palco della quotidianità, sul palco del tempo in cui vivo, sul palco della società civile che dice: basta. Perché un giorno non voglio trovarmi in platea a rimpiangere di non essermi alzato e aver partecipato. Non voglio pentirmi di aver soltanto applaudito alla mia vita perché ho fatto scelte equilibrate che mi hanno dato consenso e benevolenza. No, grazie. Ancora una volta. Coerentemente con la mia vita mi pongo ogni giorno scelte difficili, impopolari, ma seguo soltanto ciò che ho nel cuore e nella pancia, la volontà inestinguibile di essere presente, partecipe a me stesso e alla società di cui sono parte. Questa è la bellezza dell’impegno. Soltanto questo.
Giulio Cavalli
Giustizia e fisco: promesse da marinaio
Non riesco a non indignarmi del fatto che ogni volta che Berlusconi promette una riforma per il bene del Paese poi la ritira, mentre quando la legge serve ai suoi interessi, va invece avanti come un bulldozer. Il premier aveva promesso una riduzione delle aliquote Irpef, vale a dire una sostanziosa riduzione delle tasse per i lavoratori dipendenti. Come fa di solito, oggi ha smentito se stesso e dichiarando che per ora non se ne fa nulla “per colpa della crisi”.
A chi ha buona memoria non sfugge che analoga promessa era stata fatta per la prima volta nel 1994, vale a dire 16 anni fa e che da allora il premier ha governato per 9 anni ma non ha mai trovato né il tempo né i soldi per portarla a compimento. Nel frattempo, in questi nove anni da presidente del consiglio, ha messo mano a una serie di leggi ad personam che gli hanno consentito da un lato di evitare i processi a cui da buon cittadino non doveva sottrarsi, dall’altro di aumentare le entrate sue e dei suoi familiari. Così, mentre da una parte ritira l’annunciata riforma fiscale, sulla quale l’Italia dei Valori si era detta disponibile al confronto, con relativa promessa di riduzione delle tasse, dall’altra continua ad occupare il Parlamento con leggi che lo aiuteranno a non essere processato. Alla Camera infatti si discute di legittimo impedimento, mentre il Senato è occupato con il cosiddetto processo breve.
Proprio questa mattina ero riuscito, insieme agli altri capigruppo dell’opposizione, a convincere il presidente Schifani a rimandare il provvedimento in commissione Giustizia per un esame approfondito degli emendamenti del relatore, nella speranza che qualche miglioramento sarebbe stato apportato, anche se restiamo convinti della incostituzionalità diffusa del testo presentato da Governo e maggioranza.
Invece il nostro capogruppo in quella commissione, Luigi Li Gotti, non ha potuto far altro che abbandonare i lavori perché in quella sede non era in programma alcun approfondimento, non era possibile presentare e votare subemendamenti; insomma il ritorno in commissione serviva solo a dare un contentino del tutto inutile all’opposizione.
Nel pomeriggio il provvedimento è approdato in aula dove vi resterà fino a mercoledì prossimo. E proprio mercoledì alle 12, sulle dichiarazioni finali di voto, ho chiesto e ottenuto la diretta Rai così i cittadini potranno capire davvero chi lavora per il bene del Paese e chi pensa ai propri squallidi interessi.
Stiamo entrando in un tunnel pericolosissimo; François-Marie Arouet, meglio conosciuto come Voltaire, ritiene che il sentimento di giustizia sia talmente avvertito nell’uomo da sembrare indipendente da singole leggi, convinzioni politiche o religiose. Evidentemente la maggioranza intende infrangere questo principio naturale solo per porre rimedio ai problemi giudiziari del Presidente del Consiglio.
Così come confezionato da Governo e maggioranza, questo processo breve, o meglio, ammazza processi, invece di garantire uno snellimento delle procedure processuali, appare sempre di più come un’amnistia per i colletti bianchi e tutto questo è ancora più grave perché, date le premesse, compromette la possibilità di un serio confronto sulle riforme, ammesso che queste interessino davvero a Berlusconi e alla sua maggioranza.
Cavalli: non ci sto a fare la vittima
La squadra per la Lombardia e' oramai pronta. l'Italia dei Valori aprira' le proprie liste alla societa' civile, come ha già fatto alle elezioni europee, per coinvolgere persone che, come Cavalli, hanno dimostrato in questi anni di poter risvegliare con il proprio lavoro la coscienza civile.
Cavalli ha deciso di scendere in campo al nostro fianco per scardinare un governo di affaristi radicato anche in Lombardia dove il sultanato Formigoni ormai ha ridotto gli spazi di gestione reale della cosa pubblica ad un affare di lobby.
Testo dell'intervento di Giulio Cavalli
In questo momento faccio una di quelle scelte più impopolari. Se avessi dietro di me una grande azienda di strategia di marketing mi avrebbe sicuramente sconsigliato di fare questo passo.
Ho pensato che l'impegno politico potesse essere uno dei “lati” del mio lavoro. Sembra che gli accorati segnali che mandavamo dal palco fossero abbastanza sterili, allora abbiamo pensato a quella che fondamentalmente dovrebbe essere l'attività per eccellenza, la Politica con la “P” maiuscola.
Qual è stata la molla? Il grande piacere e la grande soddisfazione di prendersi delle responsabilità, di non rimanere nel ruolo di vittima che in questo Paese sembra essere assegnata a chiunque viva in situazioni come la mia, con la scorta e quant'altro, ma farmene carico senza scavalcarla.
Perché l'Italia dei Valori? Innanzitutto perché l'Italia dei Valori me lo ha chiesto, ed è già un buon motivo. Poi perché in questo partito ci sono persone come Luigi de Magistris e Sonia Alfano, con cui condivido i modi e i contenuti già da tempo, perché i 10 punti del programma dell'Italia dei Valori sono quelli di qualsiasi cittadino responsabile, e sono punti in cui mi riconosco.
Il mio primo obiettivo è quello di raccontare la realtà. Finché non c'è la conoscenza del reale, e quindi cercare di svestirlo da questa grossa bugia che si racconta della Lombardia, quando questa è una regione che dello sviluppo del lavoro e dell'onestà ne ha fatto una delle caratteristiche fondanti. Bisogna provare a capire che queste sono le caratteristiche che permetterebbero a questa regione di fare una battaglia concreta contro chiunque voglia utilizzarla in modo criminale.
Il mio non è un cambiamento di programma, ma un allargamento di impegno. La coerenza dell'impegno a livello politico cosi come a livello teatrale è la stessa.
Continuerò a fare teatro. Abbiamo uno spettacolo in cantiere su un Senatore prescritto perché non ne vada prescritta la memoria.
Spetta al Congresso modificare lo Statuto
Chiunque prendesse visione dell’ultima versione dello Statuto nazionale di Idv, recentemente messa a disposizione sul sito nazionale, si renderebbe subito conto di una evidente anomalia e cioè la mancanza di norme, di solito presenti in tutti gli statuti, tese a regolamentare le modifiche statutarie.
In realtà leggendo con attenzione si scopre che, all’art. 10, che disciplina l’Ufficio di Presidenza, si prevede che tra i compiti ad esso assegnati vi sia che esso “modifica e integra il presente Statuto”. Trovo che siffatta disciplina contrasti con un principio elementare: lo Statuto, che è il massimo strumento di regolazione della organizzazione e della vita interna di una associazione (ed un partito è una associazione) non può che essere modificato dal suo massimo organismo, che è appunto l’Assemblea Generale dei soci, cioè il Congresso nazionale. E’ una anomalia, alla quale è difficile dare giustificazioni solide, poiché demandare tale funzione ad un organo del partito, tra l’altro non elettivo, come l’Ufficio di Presidenza, si presta ad interventi dettati da motivi contingenti, mentre uno Statuto dovrebbe essere modificato solo per ragioni che trovano larga condivisione tra gli associati. Tra l’altro questo meccanismo è già stato adottato due volte nell’ultimo anno per rilvere problematiche spicciole, a dimostrazione di quanto da me sostenuto.
Per questi motivi ho deciso di presentare al Congresso Nazionale del 5-6-7 febbraio 2010 la seguente mozione.
“Il partito, e per esso i suoi organismi dirigenti nazionali, ed in particolare l’Ufficio di Presidenza, che ne ha la competenza ai sensi dello statuto vigente, devono introdurre all’art. 7 la previsione della competenza del Congresso Nazionale per le modifiche statutarie togliendola all’Ufficio di Presidenza (art. 10). Devono inoltre introdurre un articolo 7 bis, che disciplini le procedure per le proposte di modifica, prevedendo le modalità di presentazione delle medesime (con sottoscrizione di non più di 150 delegati) e le maggioranze richieste per l’approvazione (non oltre i 2/3 del delegati).”
Chiunque voglia sottoscrivere la mozione potrà farlo inviando un messaggio in posta elettronica al seguente indirizzo di posta elettronica: opinioni@antonioborghesi.it
Donne: la pubblicita' non sia piu' un'offesa
Nel formulare a tutte/i voi i miei migliori auguri di buon anno, desidero ricordare l’ultimo atto parlamentare che ho depositato nel 2009. Si tratta di una interrogazione al Ministro delle Pari Opportunità circa la disparità di trattamento nel sistema pubblicitario – in particolare per quel che riguarda le affissioni e la cartellonistica - della donna rispetto all’uomo.
Grazie ad una segnalazione dell’UDI (Unione Donne Italiane) è emerso, infatti, che l’Italia, pur avendo sottoscritto due risoluzioni comunitarie nel 1997 e nel 2008, che invitano gli Stati ad adottare “tutte le misure adeguate per eliminare gli stereotipi sulla divisione dei ruoli fra i due sessi e le pratiche derivanti da una concezione fondata sull'idea della superiorità o inferiorità di un sesso rispetto all'altro”, risulta carente sull’adempimento di tali direttive. Le risoluzioni, nonché la CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne) sottoscritta dall’Italia nel 1980, indicano i numerosi danni che aluni messaggi pubblicitari, specie quelli in cui l’immagine è l’elemento dominante, comportano nei confronti della dignità del genere femminile.
Diversi comuni italiani, per fortuna, hanno adottato delle normative autonome e stanno ascoltando l’appello di tante donne del nostro Paese che chiedono maggiore rispetto da parte del mondo mediatico-pubblicitario. In Sicilia ad esempio i centri di Niscemi e Caltagirone hanno approvato delle delibere specifiche in materia di affissioni e il 25 novembre scorso anche Napoli ha adottato una delibera in tal senso: “Napoli città libera dalla pubblicità lesiva della dignità femminile”.
L’interrogazione che ho depositato il 23 dicembre 2009 è finalizzata ad impegnare il Governo e il Parlamento affinché finalmente si decida – con azioni concrete – di bandire definitivamente nel nostro Paese ogni forma di pubblicità lesiva nei confronti della dignità femminile. Attendiamo la risposta del Ministro Carfagna e poi continueremo la nostra azione affinché i diritti delle donne e la parità di trattamento siano alla base della nostra cultura… in tutti i campi!
Ancora auguri per un 2010 ricco di serenità, amore e giustizia sociale.
No alla politica come professione
Quando, nel 2000, entrai in Italia dei Valori i temi della moralità nella vita pubblica e del cambiamento della classe politica stavano al primo posto, prima di qualunque altra considerazione e venivano continuamente declinati negli slogan della nostra campagna elettorale per le elezioni politiche del 2001.
Subito dopo quelle elezioni, quando assunsi l’incarico di “Coordinatore Nazionale dei Dipartimenti Tematici”, che furono allora da me costituiti insieme a Giorgio Calò, ci demmo, come primo compito, quello della stesura di un “Programma politico generale” di Italia dei Valori. Il lavoro impegnò per alcuni mesi, non senza discussioni anche aspre, un centinaio di persone, con svariate competenze di elevata qualità. Al termine dei lavori fu lincenziato un testo, che passò agli organi politici del partito, venne posto integralmente sul sito internet e rimase invariato fino alle elezioni politiche del 2008, con una revisione svolta nel 2006/2007. Riporto ciò era scritto nella premessa di quel programma:
“L’Italia dei Valori ritiene indispensabili alcune semplici regole che valgono sia all’interno del partito che al suo esterno, nel quadro generale della vita pubblica italiana.
Per eletti, nominati o designati negli enti e classe dirigente vogliamo
· incompatibilità tra le cariche di ministro e di parlamentare; di parlamentare europeo e parlamentare nazionale; di ministro e di professionista; di parlamentare, consigliere regionale e sindaco nei casi in cui si possa determinare conflitto di interesse
· in tutte le assemblee elettive, massimo di due legislature
· controllo delle spese elettorali anche in caso di elezioni europee, a cura dei revisori dei conti dei bilanci e dei revisori dei conti dei bilanci dei partiti per i parlamentari
· riduzione dei costi della politica e conseguente diminuzione del numero degli eletti e degli assessori; limitazione della possibilità di partecipare a più commissioni in cui sia previsto un gettone di presenza
· trasparenza delle nomine negli Enti, nelle Società a capitale pubblico, nelle Società a capitale misto; auditing pubblici di commissioni parlamentari e consiliari, integrate da tecnici, esamineranno i curricula dei candidati e proporranno una rosa di nomi nell’ambito dei quali gli organi esecutivi degli enti opereranno le scelte
· tetto massimo per stipendi e indennità dei presidenti e dei componenti dei consigli di amministrazione che non potranno superare quelli dei parlamentari
· ridefinizione del ruolo e del funzionamento delle Autorità e del rapporto con enti e società sottoposti al loro controllo
· vigilanza del Senato, in quanto Camera federale, sulle Autorità;
· revisione dei criteri di nomina e delega al Presidente della Repubblica;
· revisione degli stipendi dei Presidenti e dei componenti le Autorità che non potranno superare l'indennità dei Parlamentari;
· divieto di assunzione di parenti entro il terzo grado di parentela nelle Autorità e negli Enti e Società sottoposte al loro controllo nonché nelle Istituzioni e nelle Società private che hanno rapporti con le Autorità e viceversa.”
Il “NO” alla “politica come professione”, come ben ci si può immaginare, è di quelli particolarmente cruciali ed è tra quelli che, a mio giudizio, sono alla base di tanti consociativismi presenti nella poltica italiana. E’ così che si è in realtà formata quella che da tutti viene definita “la casta”. I privilegi della casta nascono proprio dalla trasformazione della “politica come servizio” in “politica come mestiere”. Per questo, noi di Italia dei Valori, crediamo che il cambiamento delle solite vecchie facce della politica passi attraverso una limitazione dei mandati parlamentari. Solo così si possono garantire i principi di meritocrazia e di cambiamento e fare si che colui che ricopre cariche politiche abbia prima dimostrato le sue capacità nella società civile, alla quale deve tornare dopo aver esercitato il mandato elettorale. Non deve esistere un principio che “la politica è professionalità”, poiché dopo sei mesi tutti possono apprendere i “meccanismi” di funzionamento del Parlamento e, in ogni caso, il vantaggio della nuova linfa è sempre preferibile a quello di una professionalità usurata.
Per questi motivi ho deciso di presentare al Congresso Nazionale del 5-6-7 febbraio 2010 la seguente mozione:
“Il partito, e per esso i suoi organismi dirigenti nazionali, devono dare attuazione al principio della “politica come servizio” e per tale ragione “nessuno, ad eccezione del Presidente del partito, che abbia già svolto il mandato parlamentare per più di due legislature, potrà essere candidato ad un terzo mandato. Il principio potrà non essere applicato nel caso in cui una legislatura si interrompa prima che sia trascorsa la metà della sua durata naturale. E’ indifferente il fatto che il mandato parlamentare sia stato svolto alla Camera o al Senato. La regola vale anche per il mandato di consigliere regionale e delle province autonome di Trento e Bolzano.”
Chiunque voglia sottoscrivere la mozione potrà farlo inviando un messaggio in posta elettronica al seguente indirizzo, dichiarando altresì se è delegato al congresso: opinioni@antonioborghesi.it
Verso il congresso: un nuovo progetto politico
Buon 2010 a tutti voi che ci seguite dall'unico mezzo trasparente e oggettivo di comunicazione, il Web.
Abbiamo lasciato alle spalle un 2009 travagliato per i cittadini italiani, travagliato perché i posti di lavoro, il precariato, la disoccupazione, la liberta' di informazione, una possibilita' di accedere alla cultura, e la possibilita' di avere un sistema sanitario funzionante ed efficiente sono stati messi al repentaglio.
Come Italia dei Valori ci ha portato un grande lavoro, ma siamo soddisfatti di aver trasmesso agli italiani che siamo un partito coerente, determinato a fare opposizione in maniera bipartisan, diventando fastidiosi, dei grilli parlanti per conto vostro.
Abbiamo iniziato una rubrica, “Verso il congresso”, il congresso dell'Italia dei Valori che si celebrera' il 5, 6 e 7 febbraio a Roma con oltre 3500 delegati, e devo dire che sono arrivate tante sollecitazioni da parte vostra. Grazie per averlo fatto sul programma e per averci dato dei suggerimenti anche dal punto di vista organizzativo.
Paolo ci scrive di assicurarci che a livello periferico siano coinvolti tutti gli iscritti. Sappiate che laddove non siate raggiunti da una comunicazione non e' per cattiva volonta' o perche' non vogliamo essere trasparenti, c'e' tanta gente che sta lavorando in maniera volontaria su tutto il territorio. Partecipate, e se avete un dubbio su quando verra' celebrata la vostra assemblea provinciale nell'area organizzazione del sito trovate tutti i riferimenti delle vostre provincie, se avete delle difficolta' contattate il regionale o il sottoscritto.
Roberto ci dice che il congresso delineerà per la prima volta una vera struttura del partito. Lo ringrazio, perché ha colto la vera volontà dell'Italia dei Valori, un partito che sta crescendo, un partito in movimento attento alle sollecitazioni dei propri aderenti, che si sta dando una struttura non al vecchio modo di fare politica con i tesseramenti selvaggi, con le correnti di potere finalizzate ai posti. Abbiamo aperto la base, abbiamo avuto il coraggio di aprirci alla societa' civile e a chi e' stato impegnato politicamente in passato e che vuole condividere con noi un percorso: la costruzione di un progetto politico.
Il nemico degli italiani e' un modello di governo berlusconiano. Berlusconi passera', ma rimarra' il danno, una mentalita' dove il furbo, il potente, quello che ha i soldi, quello che con i condoni e gli scudi fiscali riuscira' sempre a farla franca. Dobbiamo riuscire ad arrivare al 51% con questa coalizione del centrosinistra, dove ci stanno quelli che non hanno voce e le fasce sociali più deboli, e dobbiamo farlo con molta determinazione.
Non dobbiamo vedere le persone da dove arrivano. C'è stato uno sconquasso nel panorama della politica, molte persone per bene e oneste sono rimaste orfane di partito. Non ci importa di chi siano “ex”. Sono persone per bene e oneste? Benvenute, al pari delle tante persone che provengono dalla societa' civile e che non hanno più intenzione di delegare ad altri la gestione della politica.
Un progetto politico dell'Italia dei Valori chiaro e un percorso congressuale che si sta arricchendo sempre più di delegati, che gia' oggi sono arrivati a quasi 2000, un numero che continuera' a crescere.
Lettera a Bersani
Caro Bersani,
come sai, avevamo fissato un incontro per il prossimo 12 gennaio per discutere di elezioni regionali. Mi dispiace ma dobbiamo prima chiarire un punto fondamentale del nostro “stare insieme”: voi del Pd volete allearvi o no con l’Italia dei Valori per costruire una valida alternativa al Governo delle destre berlusconiane? Sia chiaro, noi lo vogliamo perché crediamo nel modello bipolare (e in tale modello noi ci collochiamo nel centrosinistra, a prescindere da Berlusconi) e perché non ci piace la politica del “doppio forno”, un po’ di qua un po’ di là, portata avanti da altre forze politiche al cui capezzale tutti i giorni voi del Pd vi prostrate.
A noi dell’IdV invece mal ci sopportate. Tutti i giorni ci trattate come appestati, utili solo per motivi elettorali ma poi da criminalizzare e denigrare con la stessa foga e supponenza dei vari Bondi, Cicchitto e prezzemolino Capezzone del PdL.
L’ultima goccia (che, se non ritrattata, rischia di rompere il vaso) è l’attacco che ci ha rivolto ieri il vicesegretario del Pd, Enrico Letta. Mi ero permesso di avvertire gli elettori del mio partito (attraverso il mio blog personale) del rischio che la democrazia corre nell’affidarsi all’attuale maggioranza parlamentare del centrodestra per fare le riforme e citavo, come esempio, il maldestro tentativo di un Ministro in carica (Brunetta) di voler modificare, in nome delle riforme, anche l’art. 1 della Costituzione (quello che garantisce il “diritto al lavoro”: come a dire che siccome nel nostro Paese non si trova lavoro tanto vale abrogarlo dalla Costituzione).
Per dare maggiore spessore al mio grido di allarme, ho anche segnalato che quelli del PdL stanno strumentalizzando le giuste parole del Capo dello Stato – ripeto: giuste, come ho già avuto modo di chiarire sin dal primo momento – per creare un clima di “complicità posticcia” fra maggioranza e opposizione. Il PdL, ribadisco, parla di riforme ma non pensa a quelle che servono al paese e agli italiani, bensì solo a quelle utili per uso personale (di Berlusconi, in testa, ma non solo).
Ho anche aggiunto – è vero e lo ripeto anche ora – che le parole dette a fin di bene dal Presidente Napolitano “forse sono state un po’ incaute, considerati gli interlocutori”. Esattamente così ho detto e non vedo proprio cosa ci sia di così offensivo nei confronti del Presidente della Repubblica in questa mia presa di posizione. Non ho criticato Napolitano come persona e nemmeno il suo discorso di buon senso, che anzi ho apprezzato. Ho solo fatto rilevare come purtroppo questa maggioranza ora ne approfitterà per strumentalizzare - come sempre ha fatto finora – le aperture di credito del Presidente della Repubblica nei confronti del Governo Berlusconi. Solo per questa ragione oggettiva, ho definito “forse incaute” (nel senso di speranze azzardate e mal riposte) le parole del Capo dello Stato. In un paese democratico non vedo proprio cosa ci sia di eversivo dall’esprimere le proprie idee, a meno che non si voglia sostenere che nel nostro Paese alle forze di opposizione non sia nemmeno più possibile parlare (manco fossimo in Iran!).
Mi sono apparse subito scontate le “critiche interessate” dei mestieranti del PdL (che non mi hanno fatto né caldo né freddo per quanto mi sono indifferenti) ma che l’amico Letta fecesse da grancassa, da sparring partner e da raccattapalle dei vari Cicchitto e Capezzone proprio no! Questo non me lo sarei proprio aspettato e non posso accettarlo.
Soprattutto noi dell’IdV non possiamo più aspettare il tuo silenzio, rispetto alle mille richieste che ti vengono da più parti, circa il ruolo e la costruzione della coalizione del centrosinistra che hai in mente. E’ una coalizione che vuoi realizzare o no anche con l’Italia dei Valori? O pensi che siamo buoni solo in occasione delle varie elezioni per poi continuare a trattarci come appestati? Davvero anche tu pensi che il tipo di opposizione che fa l’IdV al Governo – opposizione che noi intendiamo continuare a fare con parole chiare e in modo determinato e inequivocabile – aiuti Berlusconi? Se è così, ebbene sappi che noi dell’IdV siamo invece convinti che siano le continue accondiscendenze e i continui tentennamenti del vostro modo di fare opposizione (da signorini primi della classe che solo loro capiscono tutto) a creare sconcerto e incertezze nell’elettorato.
Luigi, mi appello alla tua intelligenza (e tu sai quanto io ti stimi sul piano personale): non cadere anche tu nel tranello di chi vuole a tutti i costi far passare l’Italia dei Valori come una forza estremista ed eversiva. E’ il disegno dettato da Berlusconi: l’isolamento e il massacro mediatico di una forza come l’Italia dei Valori perché ha scoperto e denunciato, sin dal primo giorno di questa legislatura, il gioco sporco di chi utilizza le istituzioni per tutelare gli interessi di una sola persona. E’ il disegno del centrodestra che - per potersi garantire la sempiterna permanenza al governo - vuole dividere l’opposizione, criminalizzando e denigrando la parte più agguerrita di essa, grazie ai potenti mezzi di informazione che possiede o con cui ha fatto comunella (mi riferisco soprattutto alla stampa di proprietà delle solite potenti caste economiche).
Luigi, non cadere anche tu nella provocazione di chi vuole dividere l’opposizione per continuare a imperare e soprattutto non cadere nel tranello di chi ti invita al tavolo del dialogo e poi, dopo che tu gli hai dato la mano, ti frega il braccio utilizzando quel tavolo solo per farsi i cavoli suoi. Non prestare il fianco - almeno tu che sei una persona concreta e con i piedi per terra – ai tanti soloni del tuo partito che ti invitano a duellare con Berlusconi con un fiore in mano quando quello usa la scimitarra. E ricordati che non è attaccando l’Italia dei Valori che sconfiggi Berlusconi ma solo alleandoti seriamente e strutturalmente con chi sta dalla parte dei cittadini e in difesa della Costituzione che puoi sperare di farcela.
Dopo – ma solo dopo che hai deciso cosa fare - fatti risentire che parliamo di elezioni regionali.
Ciao, spero a presto,
Antonio Di Pietro
Presidente Italia dei Valori
2010: avanti Craxi, aspettino i disoccupati
Per capire quanto sia opportunismo demagogico e vuota retorica l’offerta del governo di un tavolo istituzionale per affrontare riforme condivise, che pure servirebbero al paese, basta vedere quali materie sono state messe in calendario al Parlamento per i primi giorni del 2010: la legge sul legittimo impedimento, il lodo Alfano in versione legge costituzionale, la norma sul processo breve e, ultima meraviglia, la commemorazione del decennale della scomparsa di Bettino Craxi.
Il 19 gennaio, infatti, in Senato non si discuterà sulle misure economiche da attuare per risolvere i gravissimi problemi dei tanti cittadini che questo ultimo dell’anno hanno avuto poco da festeggiare. Ci sarà il silenzio totale sui precari senza contratto rinnovato, sulle fabbriche in agitazione per i licenziamenti, sulla disperazione sociale.
L’Aula del Senato sarà riempita, invece, di parole in onore a Bettino Craxi, ed è annunciata la presenza del Presidente del Consiglio Berlusconi, il quale, se non ha sentito l’obbligo di farsi vedere durante la finanziaria, ha invece pensato bene di comparire proprio in quest’occasione per inaugurare il suo “anno dell’amore”.
A 10 anni dalla morte di Craxi le iniziative proposte di riabilitazione della sua figura sono tante.
C’è la gita ad Hammamet per assistere alla prima visione del documentario-film su Craxi, “La mia vita è stata una corsa”, sponsorizzata dalla Fondazione Craxi. Quella stessa fondazione che ad agosto il ministro Bondi ha ritenuto più meritevole di ricevere i finanziamenti pubblici rispetto alle fondazioni dedicate a Ninni, Pertini, la Malfa e Di Vittorio. Quella stessa Fondazione che ha, fra i membri del Cda, Riccardo Pugnalin ex assistente del sen. Marcello Dell’Utri.
E poi c’è l’iniziativa del sindaco Moratti di intitolare una via a Milano allo “statista” socialista.
La proposta della Moratti si inserisce nel più ampio tentativo di riabilitazione condotto da una certa parte della politica che, da tempo ormai, gioca pericolosamente con la memoria collettiva.
Il fine ultimo di questo progetto è quello di assolvere coloro che hanno distrutto l’Italia ieri per far apparire “meno peggio” quelli che la stanno distruggendo oggi.
Perché se Mangano da mafioso diventa un eroe, allora chi vara provvedimenti a favore della criminalità organizzata, come lo scudo fiscale, non è poi troppo colpevole.
Perché se Craxi, da politico condannato definitivamente per corruzione e per finanziamenti illeciti, diventa un “innovativo” (Capezzone), un “patriota” (Boniver), o un esule martire, come si sbracciano a dire molti politici del Pdl, allora anche chi oggi è indagato per corruzione, e siede agli scranni più alti delle nostre istituzioni, appare uno stinco di santo.
I guai giudiziari del Premier, infatti, non vengono cancellati solo a forza di leggi ad personam, ma anche attraverso la promozione di una cultura di depenalizzazione e assoluzione omertosa dei reati presso la pubblica opinione.
Infatti, ragionano i sodali di Berlusconi, se a Craxi, che è stato condannato in via definitiva a 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai; 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese), senza contare tutti i processi estinti per morte del reo, e a cui sono stati accertati come minimo 150 miliardi di introiti illeciti, si intitola una Via di Milano, centro operativo del giro di finanziamenti illeciti da lui messo in piedi, come volete che appaia, agli occhi dei cittadini italiani, chi è “soltanto” indagato per corruzione in atti giudiziari all’interno del processo Mills e per una tangente di “soli” 600mila dollari?
Così si distrugge lo stato di diritto e la legalità: non solo stravolgendo la Costituzione che dovrebbe reggere il futuro dell’Italia, ma anche mortificando e mistificando la memoria del nostro passato.
Mi chiedo che cosa potranno dire coloro che vivono nella via che la Moratti sceglierà per il tributo a Craxi, quando i loro figli chiederanno chi era il signore che da il nome alla loro strada. Forse potranno rispondere semplicemente “un corruttore”, senza riuscire a spiegare perché lo stato abbia deciso di omaggiarlo. Non è solo un fatto toponomastico, ma anche antropologico.
Ecco perché l’Italia dei Valori si oppone alla scelta di intitolare una via a Craxi: perché rappresenta il simbolo di come si voglia trasformare Bettino in un esule, martire della magistratura, quando in realtà era un latitante fuggito in Tunisia per non dover scontare le sue pene. Perché con tale scelta si vuole affievolire il fatto che oggi il Premier, per non affrontare la giustizia, non deve neppure allontanarsi dall’Italia, in quanto gli basta di andare in Parlamento per farsi le leggi che lo rendono impunito.
Ed ecco perché l’Italia dei Valori invita anche tutti gli italiani a seguire il dibattito in diretta al Senato che si terrà il 19 gennaio prossimo, per capire fino a che punto questa maggioranza, questo governo e questo Presidente del Consiglio, si spingeranno in avanti per rendere eroi coloro che fecero affondare l’Italia nella corruzione.
Quella stessa corruzione che ancora oggi continua a soffocare la meritocrazia e il lavoro onesto, e che, insieme alle crisi internazionali, ha fatto passare a tanti italiani un brutto capodanno, senza tuttavia che i loro rappresentanti politici abbiano trovato il tempo di occuparsi dei bisogni veri, perché sono troppo impegnai a commemorare.
NUOVA IDV? LA STIAMO FACENDO
Rispondo a un articolo di Paolo Flores d’Arcais apparso su "Il Fatto Quotidiano" di martedì 29 Dicembre.
"Caro Paolo, ho letto e riletto la tua proposta di sciogliere il partito dell’Italia dei Valori, pubblicata giorni addietro su Il Fatto. Siccome credo nella tua buona fede e nelle tue nobili intenzioni, dico “proposta” e non provocazione, come a prima vista potrebbe apparire la tua richiesta di scioglimento dell’unico partito che fa vera opposizione al governo Berlusconi e l’unico gruppo parlamentare chiaro nel linguaggio e determinato nell’azione (meriti che, peraltro, ci riconosci anche tu). Sì, lo so, tu hai scarsa considerazione della dirigenza di Idv a livello territoriale. Non voglio nascondermi dietro un dito, so bene che qua e là nel territorio non sempre le persone selezionate o “innestate” si sono dimostrate all’altezza del ruolo, ma sfido chiunque a fare quello che ha fatto Idv in appena 10 anni di vita. Siamo nati nel 2001 ed oggi siamo la quarta forza politica presente nel Paese e nelle istituzioni. A differenza di altri partiti, Idv non è stato costruito per “scomposizione e ricomposizione” di precedenti partiti e preesistenti smaliziate classi dirigenti. Abbiamo dovuto imparare a fare politica “cammin facendo”, trovando come compagni di strada quel che il territorio (o meglio la cosiddetta “società civile”) ci offriva: nella maggior parte dei casi persone per bene mosse da autentica passione civile, in qualche caso “finti buoni” se non addirittura “buoni a nulla”. Questi ultimi, man mano che ci accorgiamo delle loro incapacità o cattive intenzioni, li stiamo accantonando. Anzi, ti dirò di più e ti prego di credermi sull’onore: molte delle critiche che girano in rete non sono affatto spontanee ma sono alimentate proprio da quelle stesse “piccole persone” che, dopo aver dimostrato la loro incapacità di lavorare per la causa comune, si lamentano perché non vengono più tenute in considerazione.
Questo non vuol dire che il partito deve restare così com’è. Tutt’altro! Proprio per questo stiamo facendo esattamente quel che tu proponi: fondare una forza politica nuova in grado di poter rappresentare in pochi anni il partito di riferimento di tutti quei cittadini che non vogliono più stare con gli occhi bendati e che si riconoscono appunto in modo integrale e radicale nei principi della nostra Costituzione, primi fra tutti i principi di uguaglianza e legalità.
VOGLIAMO quindi passare al più presto – e vogliamo farlo ora che abbiamo sufficiente credibilità e forza politica – ad una nuova fase in cui l’originaria Idv da “soggetto esclusivo” diventi promotrice di un nuovo “soggetto plurale”, aperto a tutte le persone per bene e di buona volontà. Anzi, tutto questo lo stiamo già facendo come dimostrano le recenti candidature alle elezioni politiche ed europee e come stanno dimostrando le candidature alle prossime elezioni regionali.
Stiamo lavorando per la costruzione di un “soggetto politico” in cui il partito “Italia dei Valori” - spersonalizzato nel tempo anche del mio nome – faccia da riferimento e catalizzatore per coloro che si avvicinano per la prima volta alla politica, ma anche per coloro che l’hanno già fatto e sono rimasti con le mani pulite. Sì, qui dobbiamo capirci: non tutti quelli che si definiscono “componenti della società civile” sono da prendere a modello (alcuni sono davvero impresentabili) e, viceversa, non tutti coloro che hanno già fatto politica sono da buttare (altrimenti faremmo un’ingenerosa di “tutt’erba un fascio” solo perché hanno militato in precedenti partiti).
PER FARE dell’Italia dei Valori il partito di riferimento – dell’opposizione oggi, dell’alternativa domani – abbiamo dato vita ad una seria “fase costituente” con l’obiettivo di avviare il nostro partito ad una completa spersonalizzazione dello stesso. Fase costituente che si svilupperà (anzi, si sta già sviluppando) attraverso regolari e partecipati congressi, come si usa in tutte le moderne democrazie. La procedura prevede due fasi: dapprima individuazione e coinvolgimento della “base elettorale del partito”, quindi i congressi (nazionale e territoriali), in cui – proprio come dici tu, Paolo – tutti i vertici andranno rinnovati (o – consentirai – confermati, se la “rinnovata base” li riterrà ancora degni di fiducia).
CHIUNQUE VOGLIA partecipare a questa fase congressuale può iscrivere il proprio nominativo nella nostra “anagrafe della base” entro la data delle prossime elezioni regionali (29 marzo 2010), accettarne i regolamenti e riconoscersi nel codice etico di cui ognuno può prendere visione sul sito Internet www.italiadeivalori.it . Inoltre il 5, 6, 7 febbraio prossimo terremo un Congresso nazionale straordinario di Idv con lo scopo sia di approvare il “programma politico” di riferimento sia di eleggere i massimi organi nazionali del partito secondo le regole statutarie che potranno essere visionate nel sito Internet del partito. Abbiamo anche aperto il partito ai circoli e alle associazioni che – pur volendo mantenere la loro individualità – vogliono avviare con noi una proficua interlocuzione politica ed una comune azione programmatica. Da subito, abbiamo dato vita ai Dipartimenti tematici e quello sul lavoro è diventato oramai un punto di riferimento certo per tanti lavoratori e giovani senza lavoro né ammortizzatori sociali.
Abbiamo messo al primo posto della nostra azione politica le battaglie per la difesa della Costituzione (anche raccogliendo un milione di firme contro il famigerato “Lodo Alfano”) e per la tutela dei diritti civili.
Inoltre abbiamo avviato le procedure per la raccolta delle firme per due richieste di referendum al fine di abrogare la legge che prevede l’installazione di centrali nucleari e la legge che prevede la privatizzazione dell’acqua (almeno l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo vogliamo che restino diritti universali acquisiti e non a beneficio solo di chi può permettersi di pagare). Insomma e in conclusione, caro Paolo: l’Italia dei Valori sta già facendo ciò che tu gli hai chiesto di fare. Se vuoi, partecipa anche tu e aiutaci a costruire il partito nel miglior modo possibile perché, come tu sai bene, sugli spalti tutti si sentono arbitri e allenatori ma poi la partita la vincono o la perdono coloro che stanno in campo. Se vuoi aiutarci a vincere, scendi in campo anche tu!"
Verso il congresso: progetti di buon governo
Eccoci qua, abbiamo chiuso a pancia piena, perché il Natale è appena passato, è passato anche Santo Stefano e sicuramente siamo riusciti a ritemprarci, come Italia dei Valori ripartiamo di slancio. Abbiamo ancora qualche giorno, prima di arrivare alla fine dell’anno, e vogliamo utilizzarlo al meglio: lo stiamo facendo, lo stiamo facendo anche raccogliendo quelli che sono i vostri suggerimenti, come quello che arriva da Alberto e dice “ caro Ivan - grazio del caro, contraccambio - le regalo quest’idea: perché IDV non lavora a un mega forum unico, dove far contenere anche il forum delle donne e il forum dei giovani, come pure varie sottosezioni regionali?”, potrebbe essere uno strumento comodo, sì, hai ragione. Abbiamo colto questa sollecitazione, ci stavamo, a dire il vero, già lavorando, perché non si improvvisano e non si inventano queste cose, dall’inizio dell’anno ci sarà un social network che metterà in comunicazione i vari dipartimenti, i vari livelli: quello degli eletti, quelli dell’organizzazione, dei giovani e delle donne. Per cui, caro Alberto, ti ringrazio di questa sollecitazione: lo faremo, promesso, nel 2010 questo forum sarà attivato e avremo un’ulteriore possibilità di scambio di informazione.
Invece Gianluca Visca ci dice, in sintesi, quali sono i rapporti con il PD: i rapporti con il PD sono quelli di un alleato per costruire una coalizione alternativa di governo, non entriamo nel merito di quale è la loro modalità di portare avanti l’opposizione a Berlusconi, noi abbiamo la nostra, crediamo che i cittadini stiano capendo la forza dell’azione dell’Italia dei Valori, il PD, l’Udc e i partiti che stanno dall’altra parte hanno delle loro modalità di esprimere una contrarietà al governo Berlusconi, al cittadino sta decidere quella che è meglio.
Noi abbiamo una responsabilità enorme nei confronti dei cittadini, nei vostri confronti: quella di costruire un’alternativa di governo e, per essere alternativa di governo, bisogna arrivare al 51%, se non facciamo questo continueremo a parlare, ma continueremo a avere qualcuno che governa sopra la nostra testa con un modello di governo che non ci piace. E allora il nostro rapporto con il PD - sta personalmente girando nelle varie regioni - è quello della costruzione di un’alternativa che si basa su che cosa? Su dei programmi, la nostra forza, le nostre idee e le nostre competenze sono soprattutto nell’ambito di alcuni settori: per quanto riguarda l’ambiente, abbiamo appena depositato due quesiti referendari, di cui uno che dice no al nucleare e l’altro che dice no alla privatizzazione dell’acqua; crediamo di avervi d’accordo, siamo convinti di avere d’accordo degli italiani che hanno ancora la capacità di pensare che sono contro questa impostazione del governo Berlusconi e quindi l’ambiente e il territorio sono uno dei progetti, dei settori dove Italia dei Valori darà il suo contributo. Un altro settore dove Italia dei Valori darà un suo contributo forte è quello del lavoro: abbiamo il dipartimento del lavoro, presieduto da Maurizio Zipponi, che ha presente molto bene quello che è l’allarme sociale ormai. C’è una schiera di disoccupati che stanno chiedendo a gran voce una soluzione, ci sono i precari che stanno chiedendo a gran voce una soluzione al loro precariato, ci sono dei lavoratori in cassa integrazione, con ammortizzatori sociali, che sono preoccupati del loro futuro. Su questi due temi, ambiente e lavoro, senza dimenticarci della giustizia, dell’istruzione, dell’informazione, Italia dei Valori darà questo contributo e è chiaro, allora, che sottoponiamo questo nostro progetto a chi, all’interno di questa coalizione di centrosinistra, ha la maggioranza relativa: il PD.
Il nostro rapporto con il PD deve essere un rapporto corretto e leale nella costruzione del 51%, se poi i cittadini riterranno che Italia dei Valori meriti un consenso ulteriore ben venga, vi ringraziamo, stiamo andando avanti in questa direzione. Abbiamo delle regioni importanti che non possiamo lasciare al centrodestra, abbiamo delle regioni come il Piemonte, dove Mercedes Bresso, da noi appoggiata, deve riuscire a spuntarla contro un Presidente leghista che, dopo per anni aver detto “ Roma ladrona”, oggi sa benissimo che anche quello schieramento è ben seduto sulla Roma poltrona, i cittadini lo stanno capendo. Abbiamo bisogno di affermare la nostra presenza in Liguria, dove dobbiamo fare in modo che, come centrosinistra, si possa vincere; dovremo fare altrettanto nelle Marche, dobbiamo dare un segno di discontinuità, chiedendo al PD di andare a individuare dei candidati alla presidenza diversi da Vendola, da Loiero, da Bassolino, perché hanno dimostrato di non aver interpretato al meglio quella richiesta di discontinuità, di cambio di marcia che il centrosinistra chiedeva in quelle regioni. Dovremo farlo anche nell’Emilia Romagna, in Toscana, nelle Marche e, per ultimo, anche in Lombardia, dove al quarto anno, alla quarta volta in cui Roberto Formigoni si presenta, forse è il caso che i cittadini diano uno stop, i cittadini che hanno capito che, a forza di governare sempre le stesse persone, si crea una nicchia di potere. Diamo una discontinuità, Italia dei Valori è un partito che è presente, è cosciente, è coerente, è determinato a vincere e a costruire un’alternativa di governo: lo può fare solo grazie a una coalizione allargata a chi, nel centrosinistra, ha a cuore i cittadini, anche al PD, ma lo può fare soprattutto grazie al consenso che voi, insieme a quello che saprete trasferire agli amici e ai parenti, saprete convogliare su Italia dei Valori. Forza, sarà un buon anno il 2010, che rimetterà al centro quella che è una giustizia sociale di cui i cittadini hanno bisogno.
Buon Natale Abruzzo: il futuro ci appartiene
Per l’Abruzzo questo e’ un Natale diverso dagli altri.
E’ diverso perche’ dopo il 6 aprile siamo cambiati.
E’ diverso perche’ e’ aumentata in noi la paura del futuro.
Abbiamo perduto, insieme ad una Citta’, uno dei nostri piu’ grandi tesori, anche se la tragedia che ci ha colpito ci ha consentito di scoprire il senso ed il valore della appartenenza ad un popolo che per la prima volta nella storia recente della nostra Regione ha avuto la possibilita’ di stringersi, senza distinzioni, intorno alla sua Citta’ Capoluogo.
La scelta di dimettermi da Deputato e di restare in Abruzzo mi ha regalato l’esperienza piu’ importante della mia vita, mi ha dato la possibilita’ di esserci, di condividere sul territorio il dolore, le paure e le speranze di una intera Regione, di scoprire che le grandi difficolta’ aiutano a far emergere la parte migliore che abbiamo dentro, ma che i problemi di tutti i giorni ci costringono a tenere ai margini della nostra esistenza.
Ora e’ essenziale che questo nuovo spirito duri nel tempo, che continui ad accompagnarci nella vita di tutti i giorni e che questa drammatica esperienza possa trasformare in ognuno di noi la paura del futuro nella consapevolezza che il futuro ci appartiene.
Ogni giorno, nel rapporto con il territorio e con l’ambiente che ci circonda, cosi’ come nell’utilizzo delle risorse pubbliche, bruciamo un pezzo di futuro: lo sappiamo tutti ma abbiamo paura di parlarne apertamente, forse perche’ proviamo vergogna ad ammettere che ci interessa il giudizio di oggi, molto piu’ del giudizio che daranno di noi i nostri figli ed i nostri nipoti, quando guarderanno quello che abbiamo ricevuto e quello che gli abbiamo lasciato.
E’ vero, il sistema dell’informazione e le logiche del consenso sociale, prima ancora che politico, puniscono inesorabilmente chiunque scelga di superare una visione solo “tattica” del presente e provi, invece, a vivere il presente in funzione del futuro.
Ma questa realta’ non e’ affatto insuperabile e restera’ tale solo fino a quando continueremo a pensare che altri possano decidere per noi, magari seduti in poltrona con un telecomando in mano a guardare “Porta a Porta”.
Il futuro e’ nella partecipazione diretta ed attiva dei cittadini, attraverso la rete e nelle piazze e prima ancora nelle scuole, nei luoghi di lavoro, in famiglia.
Il futuro e’ in un partito che metta proprio il futuro al centro della propria azione politica, un partito fatto da cittadini informati, consapevoli, protagonisti e determinati ad opporsi ai partiti delle lobbies economiche, degli inciuci, delle speculazioni finanziarie, dei monopoli dell’informazione, delle centrali nucleari, degli inceneritori, della privatizzazione dell’acqua.
Il mio augurio e’ che con il Natale ed il nuovo anno, in Abruzzo e dall’Abruzzo, possa finalmente crescere in tutti la consapevolezza che il futuro ci appartiene, come le nostre vite e quelle dei nostri figli.
Si alle riforme se si discutono in Parlamento
Pubblico un'intervista rilasciata al quotidiano E POLIS e pubblicata a pagina 4 di oggi.
Introduzione EPolis: Altro che partito del no. Massimo Donadi, capogruppo dell'Italia dei Valori alla Camera, apre alle riforme necessarie al Paese. Ma con questa maggioranza, sostiene, parlare di compromesso è inutile e in fondo anche un po' ipocrita.
EPolis: Napolitano ha lanciato un nuovo appello per le riforme: «II clima non è buono ma servono».
Donadi: È un'affermazione pienamente condivisibile perché le riforme servono. Bisogna però prendere atto che negli ultimi quindici anni è stato soprattutto il centrodestra a impedire che si realizzassero, a partire dall'abbandono della Bicamerale. Se hanno cambiato idea portino le riforme in Parlamento e ci troveranno disponibili a discuterne.
EPolis: La bozza Violante può costituire una buona base di partenza?
Donadi: In linea teorica può esserlo ma anche in questo caso vogliamo capire le intenzioni del centrodestra. Verdini, in un'intervista, ha parlato di riforma della Consulta, della magistratura e di un modello presidenziale ritagliato su misura per Berlusconi. Insomma di un piano eversivo rispetto ai principi della nostra Carta.
EPolis: Si parla di una nuova Bicamerale...
Donadi: Non sono d'accordo per due motivi. Innanzitutto perché le Bicamerali hanno sempre fallito. E in secondo luogo perché in questo momento la politica italiana non mi sembra animata da un grande spirito costituente. Mettiamo da parte la solita ipocrisia e accontentiamoci di partire da un confronto in Parlamento.
EPolis: Però vi accusano di essere il partito del "no" a priori.
Donadi: La verità è che l'Idv è il solo partito dell'opposizione ad aver votato sì al federalismo fiscale, l'unica riforma seria che la maggioranza ha portato in Parlamento nell'intera legislatura. Al contrario il nostro no alle leggi ad personam sarà sempre irremovibile. Inchiodare il dibattito delle Camere sui processi del premier mentre è in atto una grave crisi economica rappresenta uno schiaffo ai lavoratori che rischiano il posto o che lo hanno perso.
EPolis: Parlando dell'aggressione subita, Berlusconi ha detto che «un clima d'odio influenzale menti labili».
Donadi: Berlusconi ha spaccato in due il Paese per controllarne la metà e su questo ha costruito la sua fortuna politica. Non siamo certo noi ad aver parlato di forze del bene contro forze del male e di anticomunisti contro comunisti. Il premier è artefice del clima di incomunicabilità e di contrapposizione frontale che regna in Italia.
EPolis: Oggi però un vostro deputato ha detto che per ogni disoccupato tirerà una statuetta al premier...
Donadi: Successivamente Francesco Barbato ha smentito questa frase, e ne prendo atto. Inutile sottolineare che si tratta di parole inaccettabili che non devono appartenere a un partito come il nostro che fa della legalità una bandiera.
EPolis: Prima dell'aggressione Udc e Pd parlavano di un "fronte di liberazione nazionale" da Berlusconi.
strong>Donadi: Alcuni di quelli che dieci giorni fa invocavano il fronte di liberazione oggi improvvisamente scoprono nel premier l'interlocutore per le riforme. Nella politica c'è grande ipocrisia, un finto "volemose bene" che non giova a nessuno. Noi siamo convinti che la nostra scelta dì coerenza pagherà e attendiamo la maggioranza in Parlamento per discutere delle riforme alla luce del sole.
EPolis: Però Napolitano ha sostenuto che il ruolo delle Camere è ormai compromesso...
Donadi: Il Parlamento è diventato una sorta di soprammobile del governo, che con 28 richieste di fiducia ha assunto interamente il potere legislativo stravolgendo la Costituzione. Non a caso le Camere si sono fermate per alcune settimane e questo è davvero paradossale nel bel mezzo dì una crisi.
EPolis: La frase di D'Alema su i "compromessi utili" ha alzato un polverone.
Donadi:Da quindici anni c'è una parte del centrosinistra che, con risultati scarsi, cerca un'intesa con Berlusconi. Penso alla Bicamerale e a quando si decise di non risolvere il problema del conflitto di interessi che invece continua a condizionare il gioco democratico.
EPolis: Su processo breve escudo costituzionale l'intesa è impossibile?
Donadi: Il governo non fa nulla per velocizzare la giustizia e il premier con i suoi problemi personali tiene le istituzioni in ostaggio. Il processo breve sarebbe una resa dello Stato alla criminalità.
Verso il congresso: risposte ai lettori
Ci siamo lasciati la settimana scorsa cercando di dare una rappresentazione del partito dell’Italia dei Valori e, soprattutto, di quella che è la prospettiva futura. Vi ringrazio, perché siete vicini all’Italia dei Valori e perché, attraverso la vostra partecipazione e soprattutto attraverso i post che lasciate sul video, che lasciate su quello che è stato il mio commento, ma anche sugli altri commenti del programma dell’Italia dei Valori, ci date la possibilità di crescere. Noi cerchiamo di farlo insieme a voi, perché in questi giorni c’è questa ipocrisia, c’è questo perbenismo di convenienza bipartisan che lascia da solo Italia dei Valori, tutti i partiti stanno imputando all’Italia dei Valori la colpa di essere un partito che dice la verità, che sa ascoltare il cittadino e che sa esprimere, nelle sedi appropriate e con fermezza, quello che il cittadino, la gente, voi pensate. E allora stiamo andando verso il congresso, l’avevamo detto nello scorso filmato: un congresso che ci ha portato a avere un raddoppio degli aderenti, qualche post ha messo in discussione il 192%, dicendo che era il triplo rispetto agli aderenti passati. No, il 192% è il raddoppio degli aderenti, perché chiaramente questo ci dice la matematica, ma quello che ci dice invece la sostanza è che il partito è cresciuto e è cresciuto in maniera forte. Qualche post di qualche amico e di qualche amica che vive in Olanda, anziché negli Stati Uniti, oppure è immigrato /a tempo fa ci dice grazie di esserci per affermare i valori che gli italiani nel mondo chiedono. Noi lo facciamo anche per gli italiani che vivono ancora nella nostra realtà e dice “ mirate a crescere: proporsi come partito di riferimento significa anche sapere esattamente il contenuto e la rispondenza al reale di ciò che è oggetto di comunicazione”, noi siamo consapevoli che bisogna essere consci di quello che sta accadendo e siamo anche consci di quello che il nostro partito sta facendo.
Qui Ascra 87 (nick del commentatore in You Tube al video di martedì 15 dicembre) ci dice “ ma perché il congresso nazionale, se latitano ancora i congressi provinciali e regionali?”, non è così, Ascra 87, non latitano i congressi provinciali e regionali, abbiamo fatto un percorso chiaro e abbiamo detto allarghiamo la base elettorale del partito attraverso le adesioni al progetto dell’Italia dei Valori. Con questa base elettorale interroghiamoci su quello che deve essere il nostro programma politico e è per questo che vi abbiamo chiesto di dare il vostro contributo ai dieci punti del programma. In molti l’avete fatto, ne terremo conto. Abbiamo detto che insieme a questo programma e dopo aver recepito le mozioni delle venti regioni italiane e di chi presenterà le mozioni in funzione di quello che è il regolamento congressuale, questo programma andrà a essere approvato e sarà eletto Presidente chi questo programma avrà sottoposto all’attenzione di oltre 3. 500 delegati. Ad oggi, mentre vi sto parlando, sono state celebrate già 34 assemblee provinciali, abbiamo già quasi 800 delegati eletti e, nei prossimi giorni, continuerà a arricchirsi questo numero.
Il fatto di fare, successivamente alle regionali, quelli che sono i congressi sul territorio è proprio perché questi congressi sul territorio debbono poter muovere da una prospettiva politica e da un progetto politico chiari, sanzionati e sanciti da quello che è un gruppo di 3. 500 delegati. Fare anche i congressi territoriali dopo le regionali vuole dire indirizzare le nostre energie per fare capire anche e dare un messaggio che il partito è compatto intorno a un progetto di alternativa di governo. Conseguentemente non è un “latitare” rispetto ai congressi, abbiamo molto ben chiaro in testa questo e Franco DG666 (nick del commentatore in You Tube al video di martedì 15 dicembre) dice che “ è ora di eliminare l’erba cattiva all’interno di Italia dei Valori”. In ogni contesto c’è erba buona e erba cattiva, in Italia dei Valori c’è erba più buona che cattiva, nel senso che le persone, i nostri dirigenti e i nostri aderenti sono persone perbene e oneste, è chiaro che ci sono anche quelle che arrivano pensando di prendere un autobus. Io voglio dire, in conclusione di questa prima chiacchierata insieme a voi, che se a Palermo bisogna fare una strada perché ci sono tante buche, non è che si possa dire non facciamo la strada, perché se dobbiamo fare la strada e aprire un appalto arriva la mafia. Dobbiamo fare la strada e evitare che arrivi mafia, dobbiamo allargare il partito, dobbiamo fare un percorso democratico e individuare e emarginare quelli che o da una parte bloccano la crescita del partito, oppure dall’altra quelli che arrivano per conquistare il lavoro fatto da quelli del partito. Il nostro partito, l’Italia dei Valori, è una formazione politica diversa: diversa dalle altre anche nei comportamenti e negli atteggiamenti, abbiamo chiaro in testa che bisogna avere un premio alla meritocrazia, un premio al merito e quindi su questi presupposti ci stiamo muovendo e vedrete che nel 2010, con gli strumenti che anche l’informatizzazione ci consente attraverso il web, sapremo costruire un progetto di valore, un’Italia dei Valori fatta da uomini, da donne e da giovani che sappiano esprimere al meglio i valori.
Tra qualche giorno è Natale, dobbiamo anche dire che Italia dei Valori non vuole costruire a prescindere un Partito dell’Amore, dove l’amore è un messaggio ipocrita che qualcuno utilizza per manipolare le menti: amore vuole dire anche rigore e allora noi diciamo che Italia dei Valori vuole essere il partito del rigore, un rigore a difesa di una giustizia sociale, un rigore a difesa di un’equità, un rigore a difesa del libero mercato, un rigore a difesa dell’informazione, perché avere amore per il prossimo, per la collettività -e noi siamo una forza politica che guarda alla gente e ai cittadini - vuole dire anche rigore e rispetto delle regole, perché solo con il rigore e con il rispetto delle regole si riesce a fare una politica al servizio dei cittadini.
Democrazia e Libertà
Qualche volta in questi anni è sembrato che la libertà non fosse fra i valori fondanti del centrosinistra. Qualche volta è sembrato che anche i progressisti fossero ipnotizzati dalla retorica berlusconiana sulla libertà: dato che la destra si era data, contro ogni verosimiglianza, l’etichetta di “Casa delle libertà” e ora “Popolo della libertà”, il centrosinistra è talvolta sembrato accettare la tesi che altre dovessero essere le nostre priorità, le nostre insegne e i nostri valori.
La democrazia liberale non sarebbe quello che è senza le battaglie per la libertà degli individui condotte per due secoli dai liberali e dalla sinistra nei paesi dell’Occidente, spesso perfino quando importanti forze all’interno di quest’ultima si richiamavano a modelli e ideologie teoricamente contraddittori con quelle battaglie. Di fronte alla marea montante dei nuovi populismi e dei fondamentalismi di matrice religiosa (che sono i più feroci avversari delle libertà liberali) va ricordato che ogni forza politica davvero liberale o ogni forza politica del centrosinistra occidentale moderna si caratterizza essenzialmente per lo scopo di garantire in modo effettivo l’esercizio delle libertà individuali a chi ancora ne è escluso.
Questo vale innanzitutto per le libertà che un tempo una parte della sinistra definiva borghesi: la sfrontatezza con cui la destra ha agitato il tema del garantismo, solo perché tanti suoi esponenti a cominciare dal suo capo erano rincorsi da rinvii a giudizio, non può essere un motivo per concludere che la tutela rigorosa dei diritti di libertà dei cittadini sia naturalmente un valore della destra. È sempre stato vero il contrario.
La “mitezza” del diritto, assieme alla sua certezza, sono valori tipici della tradizione liberale occidentale e della migliore tradizione del centrosinistra nel nostro continente. Mitezza e al tempo stesso certezza del diritto sono anche la sola risposta possibile alla diffusa domanda di sicurezza e di tutela sia dalla grande criminalità terroristica che dalla grande criminalità politica e finanziaria, dalla corruzione ancora e nuovamente dilagante e dalla stessa criminalità di strada, una domanda che non ha bisogno, da parte nostra, di risposte demagogiche ed “esemplari”, ma di maggiore efficienza, di nuove tecnologie, di maggiore razionalità e soprattutto di maggiore fiducia nei valori illuministici che sono e devono rimanere una parte integrante della migliore tradizione liberale e democratica europea e italiana.
Le nostre risposte non possono essere quelle della destra, di cui si fece portavoce a suo tempo perfino uno dei suoi leader oggi fra i più avvertiti, quando disse: “Gli italiani dovranno abituarsi alla riduzione delle libertà individuali nella lotta al terrorismo”. Difendere le libertà e le garanzie costituzionali contro ogni stravolgimento della Costituzione e contro ogni tentazione autoritaria è il primo obbligo che grava su tutti noi.
Certezza oltre che mitezza del diritto, anziché calcoli compiacenti e azzardi politici rivelatisi nel passato disastrosi, dovranno guidarci anche nell’applicazione delle norme vigenti in materia di pluralismo dell’informazione, di incompatibilità ed ineleggibilità previste dalle leggi elettorali e nella elaborazione di rigorose normative antimonopolistiche nel campo dell’informazione politica.
Anche sul terreno della politica dell’immigrazione, anziché fluttuare fra retoriche meramente “buoniste” e rincorse della demagogia populista della destra, dobbiamo porci con assoluta priorità il problema dell’integrazione degli immigrati, spesso provenienti da contesti politici e culturali autoritari, nei valori etico-politici della democrazia liberale: non seguendo la linea della minore resistenza nell’attribuzione casuale e al tempo stesso indiscriminata di questo o quel diritto, bensì garantendo in modo rigoroso a tutti il pieno rispetto della dignità della persona umana, reprimendo severamente ogni forma di razzismo e di xenofobia e favorendo la piena, celere e coerente integrazione degli immigrati che ne manifestino espressamente la volontà nei diritti e nei doveri della piena cittadinanza. A condizione che essi accettino senza riserve i fondamentali principi etico-politici della democrazia europea, a cominciare dall’altrui libertà religiosa e dalla parità di diritti: anche per apostati, donne, minori, omosessuali.
Ma il terreno su cui è più urgente recuperare al patrimonio dell’area progressista italiana la battaglia per le libertà e i diritti è quello dei diritti umani, civili e individuali legati alla natura pluralistica e secolarizzata della nostra società.
Alla metà degli anni Settanta la grande avanzata elettorale progressista avvenne anche sull’onda delle grandi battaglie per i diritti civili – leggi su divorzio, aborto, obiezione di coscienza, riforma del diritto di famiglia, abbassamento della maggiore età ai diciott’anni – che la sinistra aveva finito per fare proprie (anche allora spesso superando un’iniziale riluttanza) e portato al successo. Da allora la società italiana non è certo tornata indietro, anzi, i processi di modernizzazione e di secolarizzazione, e con essi l’affrancamento da rapporti personali e sociali propri di una tradizione autoritaria e violenta, sono ulteriormente avanzati. L’Idv deve spingere l’intero centrosinistra a tornare a farsi interprete di questi cambiamenti sociali, deve proporsi come il partito della modernizzazione civile, senza timori di compromettere alchimie di vertice, o benevolenze ecclesiastiche. Dobbiamo incalzare la destra su questi terreni, e non consentirle più, come è perfino accaduto, di atteggiarsi impunemente a paladina della libertà e della modernizzazione del paese.
Su questioni come il diritto dei giovani a un’istruzione libera (cioè laica e non autoritativamente predeterminata da scelte altrui), la difesa rigorosa della laicità delle istituzioni (anche a livello locale), la libertà della ricerca scientifica, la lotta contro le discriminazioni e i diritti umani degli omosessuali, il riconoscimento delle loro unioni e delle famiglie di fatto eterosessuali e del carattere pluralistico dei modelli di famiglia, l’aborto per via non chirurgica e su tutte le gravi questioni della bioetica a cominciare dalla fecondazione assistita e dalla clonazione terapeutica, non c’è forza liberale del mondo occidentale che non si caratterizzi, in tutto o in parte, con maggiore o minore radicalità, attribuendovi maggiore o minore peso nell’ambito della propria proposta politica, per posizioni improntate, rispetto a quelle della destra tradizionalista, a una chiara e riconoscibile scelta di libertà.
Solo per fare un esempio, in materia di diritti umani degli omosessuali non c’è stato un solo caso in cui una forza politica liberale o progressista occidentale, giunta negli ultimi anni al governo del proprio paese, non abbia operato, nei limiti consentiti dalla situazione politica locale, riforme legislative importanti e significative: così hanno fatto, se c’è bisogno di ricordarlo, il Partito socialista francese, i partiti liberale socialdemocratico e verde tedeschi (il leader dei liberali tedeschi Guido Westerwelle, è un omosessuale dichiarato), i partiti liberale e laburista britannici; e, in paesi certo non meno cattolici dell’Italia, il Partito socialista spagnolo e il Partito socialista portoghese; per non parlare dei partiti liberali, socialdemocratici e verdi scandinavi e olandesi; e tale è stato altresì l’impegno di democratici americani, liberali canadesi, laburisti australiani e neozelandesi. Ma anche i partiti moderati di questi paesi, dai neogollisti francesi ai popolari spagnoli ai democristiani olandesi, a gran parte dei democristiani tedeschi e oggi anche dei conservatori britannici, hanno largamente condiviso tali riforme, o almeno appoggiato versioni più moderate di quelle riforme, ma che andavano comunque nella stessa direzione.
Allo stesso modo va pienamente recuperata la consapevolezza che in una società multiculturale e multireligiosa, come è ormai quella italiana, solo il più rigoroso rispetto della laicità delle istituzioni repubblicane può garantire un terreno comune per l’integrazione e la pari dignità sociale di tutti i cittadini. Lungi dal costituire la riproposizione di antiche e superate divisioni, la rigorosa laicità delle istituzioni è anche la condizione necessaria e primaria perché la nuova società multiculturale non si trasformi in un assemblaggio di microcomunità integraliste e settarie, ostili fra loro o meramente conviventi nell'attesa d’essere abbastanza forti per sopraffarsi a vicenda.
Certo la politica è anche il terreno del realismo e dei compromessi. Certo si dovrà magari anche tener conto delle posizioni politiche degli alleati e anche di sensibilità culturali distinte che pure sono presenti fra aderenti e militanti del nostro partito. Ma non si può accettare che, in nome della ricerca del minimo comun denominatore, la nostra sia la sola classe politica occidentale ad ammutolire su questi temi o a borbottare solo vaghi buoni propositi che non si traducono poi in iniziative di riforma puntuali o in decise campagne politiche: con il risultato, spesso, di pagare il prezzo della generica simpatia manifestata per la causa dei diritti civili, rinfacciataci dagli avversari, e di rinunciare, per sfiducia nelle nostre buone ragioni, a farle valere di fronte all’opinione pubblica. Esse sono patrimonio comune di tutte le forse politiche liberali, democratiche e di sinistra, anche delle più moderate, del mondo occidentale cui apparteniamo.
La politica italiana deve recuperare il ruolo di protagonista attiva della modernità e della libertà. Sono bandiere nostre, che non vanno più lasciate cadere nel fango, perché siano raccattate e agitate dal primo demagogo di passaggio.
"Chi ha paura della rete?"
"Chi ha paura della rete".
Evento organizzato da Luigi de Magistris, Eurodeputato di Italia dei Valori, e dai Meetup di Beppe Grillo di Napoli.
All'evento hanno partecipato:
Dino Bortolotto
Assoprovider - Associazione provider indipendenti
Nicola Conenna
Presidente di Europe Conservation e fondatore dello European Blu Network
Andrea D'Ambra
Presidente dell'Associazione Generazione Attiva
Luigi de Magistris
Europarlamentare - Presidente della Commissione Controllo Bilancio dell'UE
Roberto Fico
Organizer del Meetup di Napoli
Claudio Massora
www.byoblu.com
Informare per resistere
Comunità virtuale di informatori liberi non professionisti
Nicola Izzo / Wikipedia
Wikimedia Italia - Associazione per la diffusione della conoscenza libera
Gianni Lannes
Giornalista direttore di Terranostra
Riccardo Luna
Direttore Wired Italia
Gianfranco Mascia
Organizzatore del NO B DAY
Guido Scorza
Promotore della Carta dei 100
moderatore: Giovanni Occhiello
Giornalista RAI
Verso il congresso
Cari frequentatori del web è un momento importante, è un momento di assunzione di responsabilità perché l’Italia sta attraversando un momento difficile, delicato e si può tutelare il nostro futuro solo attraverso la nostra e la vostra partecipazione a quelle che sono la vita e le attività della politica.
Abbiamo lanciato una campagna di adesioni che recita “Il coraggio di essere libero, il coraggio di essere liberi, libere, di essere dei cittadini che sanno ancora distinguere da ciò che è vero e da ciò che è falso. Il coraggio di sapere e di informarsi per distinguere cosa è giusto e cos’è sbagliato” allora oggi questa nostra libertà è compromessa, è compromessa da un regime che tende a imbavagliare le espressioni, che tende a inebetire le menti, un regime che ha distolto l’attenzione dei cittadini dalla libertà di informazione, una libertà di informazione che grazie allo strumento Internet e grazie alla navigazione che voi state facendo e che fate anche nel visitare l’Italia dei Valori è invece ancora oggettiva e obiettiva e sa ancora riportare il cittadino alla necessità di una libertà che passa attraverso la partecipazione.
Questa è la cosa importante che è quello che hanno fatto migliaia di voi, hanno fatto migliaia di donne, di giovani, di uomini in tutta Italia aderendo alla nostra campagna di adesioni, siete liberi, siamo liberi ancora di affermare la voce di una libertà che va oltre le difficoltà del posto di lavoro, del libero mercato, di informazione, oggi dobbiamo riappropriarcene, allora attraverso questa rubrica che attraverso il web voglio fare da responsabile dell’organizzazione, voglio rappresentare una realtà di Italia dei Valori che è una realtà che dobbiamo costruire insieme, voglio darvi due dati in attesa di rispondere poi a quelle che saranno le vostre domande attraverso il vostro post a questo mio video, lunedì prossimo risponderò, risponderemo ogni lunedì a quello che è un avvio verso il congresso.
Sappiate che l’Italia dei Valori rispetto al 2008 fatto 100, noi siamo riusciti a avere una campagna di adesione che rispetto al 2008 è cresciuta notevolmente del 192%, chi crede nell’Italia dei Valori nel 2009 rispetto al 2008 è quasi raddoppiato nei termini dell’adesione al nostro progetto politico, questa è una cosa importante, fondamentale, ma è anche importante e fondamentale sapere com’è composto il nostro partito in tutta Italia, sappiate che è radicato in 110 province e potete trovare l’organizzazione andando a visitare questo sito anche in quella che è l’organizzazione territoriale ben radicata, con dei riferimenti precisi, con la possibilità anche di dirci, laddove ci sono delle cose che non vanno, sta a voi farlo, sappiate però che il 37% dei nostri tesserati, aderenti sono donne, questo è importante e il 63% sono uomini, questo è un dato importante, molte donne si avvicinano al nostro partito, hanno fiducia nell’azione dell’Italia dei Valori, sono donne di valore, come altrettanto sono giovani di valore e sappiate che abbiamo un 13% di ragazzi tra i 16 e i 25 anni aderenti all’Italia dei Valori, se andiamo poi dai 26 ai 30 anni anche qua abbiamo un altro 8% di ragazzi e ragazzi sono pure chi arriva fino a 35 anni, quindi nella fascia 31 - 35 anni abbiamo un altro 9%, ecco qua 13, 21, 30% sono i nostri giovani in tutta Italia, sono tanti e consideriamo poi che abbiamo altrettanti giovani un po’ più maturi, ma giovani fino ai 50 anni che corrispondono ancora al 29% e infine per chiudere la nostra rappresentazione della nostra realtà, un 41% over 50 anni, direi che è un dato importantissimo, quindi è un partito che dalla Valle d’Aosta fino alla Puglia, dal Friuli Venezia Giulia fino alla Sicilia, passando attraverso tutte le regioni italiane ha questi dati in maniera omogenea rispetto alle donne, rispetto ai giovani.
E’ qualcosa di importante che abbiamo fatto e che avete fatto e che quindi oggi ci mette in condizione di guardare con fiducia e con prospettiva alla costruzione di un partito, quello dell’Italia dei Valori che è nato e continua a mettere le proprie energie, le proprie forze per essere un partito diverso, a disposizione della collettività, in ascolto delle fasce sociali più deboli, quelli che gli altri non vogliono proprio ascoltare, non ne vogliono sentire parlare e vanno a derubricare tutte le azioni anche quella grandiosa manifestazione del 5 dicembre del No B Day dove c’eravamo e dove c’eravate che ha fatto proprio capire che i cittadini sono ancora in grado di indignarsi, di reagire in maniera democratica per lanciare un grido di allarme per costruire un qualcosa che vada nella direzione di una politica al servizio dei cittadini.
Allora Italia dei Valori insieme a voi vuole costruire questo partito diverso, andando oltre le ideologie con la capacità di coinvolgere quei cittadini per bene, quelle persone oneste e sono la maggior parte, provenienti dalla società civile che è quella che non si è mai affacciata alla politica che ha sempre delegato e che oggi si rende conto che deve riappropriarsi nella passione della politica e di incidere nel cambiamento insieme a altre persone oneste, per bene, che magari sono rimaste orfane di partito ma che condividono gli stessi nostri valori, gli stessi nostri ideali, quindi tutte le persone per bene, oneste insieme per costruire questo grande partito che superando le ideologie, andrà a contrapporsi a quei politici che utilizzano le istituzioni per sfruttare la collettività.
Allora abbiamo bisogno anche di coinvolgere, di formare quelli che abbiamo, di costruire insieme a altri che arriveranno una nuova e sana classe dirigente fatta da responsabili sul territorio, da bandierine in ognuno degli 8100 comuni in Italia, dove abbiamo dei punti di riferimento di persone che vogliono avere questa capacità di incidere, dobbiamo avere anche degli amministratori che sappiano entrare nel istituzioni e svolgere il proprio ruolo di opposizione, se in opposizione si sarà, in maniera non accondiscendente per affermare quelle che sono le malefatte, laddove ci sono degli altri e di prepararsi senza vergogna a essere alternativa di governo, perché si può incidere meglio e rispondere meglio ai cittadini, se si è all’interno delle istituzioni e se si è all’interno delle maggioranze che governano e fanno le scelte nei confronti dei cittadini, noi vogliamo farle a favore dei cittadini.
Quindi in questo percorso, in questo passaggio con il 20 novembre si è chiusa la nostra campagna adesioni che prosegue comunque fino al 31 dicembre, ma che a questi che si erano iscritti entro i tempi, si avvieranno queste assemblee territoriali, hanno già iniziato a essere celebrate sul territorio, nell’apposito spazio sul sito trovate il calendario e le date di tutte e 110 le regioni italiane, alcuni sono fatti, altri ne faremo per andare a eleggere i delegati, i rappresentanti dei cittadini che hanno aderito all’Italia dei Valori che si recheranno a Roma il 5, 6, 7 febbraio presso l’Hotel ?Mariot? per andare a licenziare un programma politico che sappia guardare al perché no al nucleare, che sappia dare risposte a perché l’acqua deve essere pubblica, non può essere privatizzata perché è un bene di tutti, deve trovare delle risposte rispetto a quello che è il mondo del lavoro, dove ci sono tanti precari dove non hanno delle prospettive, dove ci sono tanti giovani che non trovano il posto di lavoro, un programma che si arricchirà dell’attenzione a quelli che sono i disperati che vogliono venire a lavorare in Italia, quindi all’immigrazione, a una solidarietà, al fatto che la giustizia deve essere una giustizia uguale per tutti, questa costruzione del programma e l’elezione del Presidente nazionale insieme a quello dei giovani e delle donne, saranno il nostro momento principale, saranno il nostro momento importante che avvierà quelle che sono le elezioni delle regionali del 28/29 marzo, dobbiamo trovarci pronti, dovete, insieme a noi, trovarvi pronti, non è più possibile che deleghiamo a altri, pensando che la politica è sporca e i politici sono tutti ladri e noi toglierci con la presunzione di essere i più bravi e i più onesti, coinvolgiamoci, coinvolgetevi, venite a seguire insieme a noi quello che è un percorso, partecipate anche se non siete ancora iscritti all’Italia dei Valori le nostre assemblee provinciali saranno aperte anche a te, vieni a assistere, dai un tuo contributo anche attraverso il web a quello che è il nostro programma.
Questa fase dopo aver individuato i delegati nelle assemblee provinciali avrà un suo momento importante nella costruzione di mozioni, di contributi congressuali da portare all’assemblea nazionale, al congresso nazionale, il 23 e il 24 gennaio, dove avremo in tutto il territorio nazionale i 20 incontri regionali con tutti i delegati, una giornata intera per approfondire il programma e sappi che anche tu, già da ora, già da questo momento, andando sull’apposito programma in 10 punti, puoi lasciare il tuo contributo, puoi lasciare quella che è la tua visione rispetto a delle tematiche che riguardano anche te, che riguardano la collettività, entra nel sito, lascia un post e vedrai che il partito Italia dei Valori, chi si candiderà alla presidenza dell’Italia dei Valori, saprà tenere nella giusta considerazione il contributo anche tuo, quindi fallo, è inutile aspettare che lo faccia qualcun altro, fallo direttamente, partecipa a questo percorso, perché il percorso dell’Italia dei Valori è un percorso in mezzo all’ipocrisia dilagante che consente ai cittadini di far sentire la propria voce!
Gli sciacalli sono ancora loro
DERATTIZZIAMO FACEBOOK
di Stefano Pedica
Stanno inquinando Facebook mutando nomi a gruppi costituiti con altri obiettivi. Verificate i gruppi che state sostenendo perché qualche migliaio di fan in FB si è ritrovato fregato da cambi di finalità del gruppo stesso senza preavviso. “Derattizziamo Facebook” disiscrivetevi da questi gruppi che sfruttano il vostro nome per la propaganda dei giornali.
L’ISTIGAZIONE HA I COLORI DEL GOVERNO
di Sonia Alfano
Ribadisco la mia ferma condanna ad ogni forma di violenza, ma al contempo ribadisco che non esprimo la mia solidarietà nei confronti di Berlusconi e di chi sta strumentalizzando le mie parole per alimentare una polemica faziosa. In quanto a violenza e clima avvelenato, gli esponenti del Governo sono stati maestri: Berlusconi solo il 29 novembre ha infatti dichiarato di voler strozzare, se li avesse incontrati, gli autori della Piovra e dei libri dedicati alla mafia; La Russa meno di un mese fa ha augurato la morte ai giudici di Strasburgo; Bossi più volte ha incitato alla violenza secessionista proponendo di imbracciare i fucili e, nel lontano ’93, dichiarò che la vita di un pm che indagava sulla Lega valeva quanto una cartuccia; Maroni è un pregiudicato per aver azzannato violentemente il polpaccio ad un poliziotto: chi è allora che soffia sul fuoco dello scontro e avvelena il clima politico?
UCCIDIAMO A SPRANGATE DI PIETRO
di Antonio Di Pietro
Sporgerò denuncia per la nascita di questo gruppo su Facebook alle autorità competenti. Le leggi per difendersi da male intenzionati ci sono già, non c’è bisogno di demonizzare la Rete sfruttando pochi squilibrati per mettere il bavaglio a milioni di cittadini. Dopo tutto Ministro Maroni, se avessi ricevuto un proiettile in busta, come è già avvenuto qualche mese fa, non mi sarei sognato di chiedere la chiusura delle poste italiane..... Ma io non ho doppi fini in quello che faccio, né strumentalizzo la situazione per accelerare leggi e comportamenti liberticidi.
L'alba di una nuova Resistenza
La conferenza di sabato 12 dicembre a Palermo, intitolata "L'alba di una nuova Resistenza", ha voluto trarre il bilancio di questo ultimo anno. Pubblico alcune video testimonianze dei protagonisti, tra cui quelli di Peter Gomez, Petra Reski, Felice Lima e di Benny Calasanzio.
E' stato un 2009 molto forte e molto intenso, perché la società civile è scesa in piazza sentendo il dovere di difendere la democrazia e la Costituzione, che ha subito un assalto costante dall'inizio dell'anno ad oggi, e a farlo sono state proprio le più alte cariche dello Stato.
Oggi hanno parlato magistrati, giornalisti, avvocati, gente comune che è stata censurata e a cui, in un modo o nell'altro, è stato impedito di fare il proprio mestiere, e a farlo non è stata solo la Mafia, ma soprattutto gli organi dello Stato, quello Stato deviato che purtroppo vorrebbe prendere il sopravvento su quello che invece vorremmo liberare.
La lucida follia di Berlusconi
Silvio Berlusconi è fuori di sé, ormai straparla. Le frasi pronunciate ieri a Bonn sono un attacco di una violenza inaudita ai maggiori organi di garanzia del Paese, Quirinale, Corte Costituzionale e Csm. A nulla valgono le giustificazioni avanzate dai suoi. Tentare di sminuire le affermazioni del premier, sostenendo che le ha pronunciate non in un contesto ufficiale ma durante una riunione di partito, è patetica e fa ridere.Ma sarebbe un errore ridurre lo spettacolo messo in scena ieri dal premier ad una macchietta da avanspettacolo. Così come sarebbe riduttivo derubricare le sue esternazioni a quelle di un pazzo. Quella del presidente del Consiglio è una lucida follia che nasconde un piano preciso: andare ad elezioni anticipate per un nuovo plebiscito su di sé.Silvio Berlusconi è sempre più solo, si sente assediato, abbandonato dal suo alleato Fini, ricattato dalla Lega. I suoi onorevoli-avvocati annaspano, ormai da troppo tempo, alla ricerca di una soluzione per tirarlo fuori dai suoi enormi guai giudiziari. E’ ad un passo dalla galera, sente l’orologio giudiziario che avanza, ha paura perché sa che tutti i lodi, lodini e ddl brevi del mondo stavolta non lo salveranno.Ed è qui che scatta il disegno folle di Silvio Berlusconi. Di fronte ai suoi problemi, che stanno immobilizzando l’attività di governo ormai da tempo immemorabile, invece di pensare al bene del Paese, così come qualunque uomo di Stato penserebbe primariamente a fare, sparge veleno e trascina nel fango le istituzioni. Più fango pensa gli venga buttato addosso, più lui trascina il Paese e le istituzioni verso il baratro. Nutre ormai un fastidio profondo ed incontrollato per il Parlamento, quel luogo dove per lui si perde tempo ad esercitare la democrazia. Lancia strali contro la prima carica dello Stato, il presidente della Repubblica, invitandolo ad occuparsi delle toghe comuniste che sono comuniste perché lui è comunista e comunisti erano pure i tre presidenti prima di lui. Questo è il vero comportamento criminale di Silvio Berlusconi che non è certo uno statista e mostra, se mai ce ne fosse bisogno, totale disprezzo per il bene del Paese e degli italiani. Berlusconi sta mettendo a rischio la pace sociale e sta massacrando le istituzioni. Invece di occuparsi della crisi economica che sta mettendo in ginocchio le imprese e impoverendo famiglie e lavoratori, costringe il Parlamento ad occuparsi delle sue vicende e dei suoi interessi personali. Vuole cambiare la Costituzione ed è disposto a garantire l'impunità a migliaia e migliaia di criminali solo per sfuggire ai suoi processi. L'Italia non può permettersi di rimanere in balia di quest'uomo che, per salvare se stesso, sta sfasciando lo Stato. L’Italia merita qualcosa di meglio.
Caso Cosentino: le dichiarazioni dei pentiti
Pubblico il video ed il testo del mio intervento di oggi alla Camera dei Deputati, dove ho illustrato la posizione favorevole del gruppo dell'Idv alla Camera alla richiesta di arresto del sottosegretario Nicola Cosentino, citando le dichiarazioni dei pentiti che si inseriscono in un quadro secondo il quale il clan dei Casalesi, con l'appoggio di alcuni imprenditori organici alla camorra e con l'appoggio di alcuni politici organici collaboratori e sostenitori dell'azione camorristica, avrebbero realizzato una gestione totalmente illegale e totalmente in violazione dei più fondamentali principi della libera concorrenza e della legalità del ciclo dei rifiuti in Campania.
Testo dell'intervento
Signor Presidente, il gruppo dell'Italia dei Valori voterà contro la proposta della Giunta, perché ritiene che la domanda di arresto presentata dal GIP di Napoli nei confronti dell'onorevole Cosentino sia giusta e vada accolta. Vorrei però prima fare una premessa, nella quale si inserisce per noi anche un metodo di comportamento quando arrivano all'esame di questa Assemblea richieste da parte della magistratura di atti restrittivi della libertà nei confronti di singoli parlamentari.
Dal 1993 ad oggi la magistratura ha presentato ben 18 richieste di arresto nei confronti di parlamentari di destra, di centro e di sinistra. Per tutte e 18 le volte questa Camera ha votato contro la richiesta di arresto. Possiamo dunque dire, dopo quasi vent'anni e di fronte a una molteplicità di casi nei quali le indagini erano state condotte in modo ineccepibile e con riscontri probatori gravi, molteplici e tutti riscontrati, che questo Parlamento si è ogni volta voluto trasformare in qualcosa di diverso da quello che la Corte costituzionale aveva voluto che fosse: non in un luogo di verifica che, nei confronti dell'organo di rappresentanza politica del Paese, non arrivassero dalla magistratura atti di carattere persecutorio, ma in qualcosa di diverso, una sorta di Camera che si è appropriata dello stesso potere giurisdizionale, una sorta di casta che sempre e comunque nega la possibilità che la giustizia faccia suo corso e che garantisce un'impunità che non ha limiti e non ha regole; un'impunità che va oltre le regole della giurisdizione.
Anche oggi abbiamo sentito da parte del relatore per la maggioranza una serie di argomentazioni che non vanno minimamente a cercare di ricostruire quello che la Corte costituzionale sostiene, cioè se vi siano o meno gravi indizi di colpevolezza, se vi sia o meno fumus persecutionis nei confronti dell'onorevole Cosentino. Qui si vuole ricostruire il processo, si vuole esaminare punto per punto il provvedimento del giudice per le indagini preliminari di Napoli per emanare una sentenza che è una sentenza politica, sempre e comunque l'unica soluzione.
Noi, rispetto a tutto questo, per principio diciamo che fino a quando non ci sarà una riforma di quella che si definisce autodichia - cioè il potere di autodecisione del Parlamento che questo Parlamento ha dimostrato di non saper meritare e di non saper governare e che in futuro dovrà essere attribuita ad un organo terzo come la Corte costituzionale - fino ad allora, a meno che non ci si trovi di fronte a casi eclatanti di giustizia e di persecuzione, voteremo sempre per i provvedimenti richiesti dall'autorità giudiziaria. Meglio che i parlamentari siano cittadini come tutti gli altri, piuttosto che una casta sempre impunita, sempre sciolta dal rispetto delle leggi e delle regole (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Tanto più lo faremo in questo caso, perché proprio in questo caso appare evidente come la procura di Napoli abbia svolto indagini serie, importanti, articolate, basate sulle dichiarazioni di sei pentiti le cui reciproche dichiarazioni hanno trovato riscontro sia fattuale, sia nelle ricostruzioni complessive che emergono dei fatti raccontati da parte di queste persone.
Sono pentiti o testimoni che sono stati riconosciuti autorevoli per le conseguenze stesse delle loro dichiarazioni. Ricordiamo a quest'Assemblea che uno dei pentiti sulle cui dichiarazioni si basano le accuse qui oggi portate in Aula ha pagato con la vita il prezzo delle sue dichiarazioni. Un altro di questi pentiti con le sue dichiarazioni prima di tutto ha portato al sequestro del suo intero patrimonio (personale e della famiglia), portando così al sequestro di beni per 41 milioni di euro.
Questi sono i dati che hanno portato la procura prima, e i giudici dopo, a ritenere fondate le loro dichiarazioni. Ma allora vediamo di capire quali sono queste dichiarazioni che si inseriscono in un quadro secondo il quale il clan dei Casalesi, con l'appoggio di alcuni imprenditori organici alla camorra e con l'appoggio di alcuni politici organici collaboratori e sostenitori dell'azione camorristica, avrebbero realizzato una gestione totalmente illegale e totalmente in violazione dei più fondamentali principi della libera concorrenza e della legalità del ciclo dei rifiuti in Campania.
Allora andiamo a riprendere alcune singole dichiarazioni, come quella di Gaetano Vassallo che dice: «Confesso che ho agito per conto della famiglia Bidognetti quale loro referente nel controllo della società ECO4 gestita dai fratelli Orsi. Posso dire che la società era controllata dall'onorevole Cosentino».
Ancora Michele Orsi (poi ucciso) dice: «Una volta costituita l'ECO4 fu necessario renderla concretamente operativa, rendendosi necessario ottenere gli affidamenti da parte dei comuni. Intervenne anche qui Valente Giuseppe, il quale ci consigliò di riferirci ai suoi referenti politici». Cita diversi politici tra i quali l'onorevole Cosentino, affermando che era necessario tale sostegno per gli interessi della società.
Ancora dall'interrogatorio di Vassallo: «Mi sono ricordato di una riunione nel 2007 presso il domicilio di un parente di Bidognetti. Alla mia presenza, in quella riunione, Raffaele Bidognetti e alla presenza di Di Tella Antonio, riferì che alcuni onorevoli, tra i quali Nicola Cosentino, facevano parte del nostro tessuto camorristico».
E ancora Gaetano Vassallo dice: «Presenziai personalmente alla consegna di 50 milioni di lire in contanti da parte di Sergio Orsi all'onorevole Cosentino a casa di quest'ultimo a Casal di Principe». Ancora Michele Orsi (poi ucciso) dichiara: «I politici ebbero, altresì, a spartirsi il consiglio di amministrazione per quanto concerne le componenti personali pubbliche. Ricordo che Cosentino individuò nel sindaco di San Nicola La Strada un altro componente del CdA. Rappresento che le tangenti da pagare alla camorra erano ai miei occhi inevitabili, mentre il nostro impegno con i politici poteva essere largamente garantito attraverso le assunzioni nelle società ed incarichi di consulenze, oppure ancora nel consentire la scelta a loro degli amministratori di questa società».
Ancora Michele Orsi: «L'ECO4 si rivelò una società che faceva comodo a tutti. Rappresento che circa il 70 per cento delle assunzioni che vennero operate per la ECO4 erano inutili e motivate per lo più da ragioni politico-elettorali richieste, tra gli altri, dall'onorevole Cosentino».
Gaetano Vassallo dice: «Ho conosciuto Cosentino perché me lo aveva presentato il geometra Cirillo Bernardo prima del 1992, il quale disse che il parente Bidognetti Francesco aveva chiesto di aiutare Cosentino per le elezioni che all'epoca si stavano per svolgere. Mi disse di raccogliere le maestranze che lavoravano per me, organizzare un buffet, indurre i miei uomini a fare volantinaggio e a promettere il loro voto».
E poi ancora Michele Orsi: «Come accadde in tutti i casi in cui fu necessario sostenere un candidato della camorra per le elezioni ci impegnammo affinché tutte le maestranze della GMC seguissero le nostre indicazioni. Disponevamo di un pacchetto di voti pari alle 60 unità più i loro familiari, ma il bacino di voti controllato attraverso la ECO4 era persino superiore, potendo contare su 250 dipendenti e i loro familiari. Tra gli impegni elettorali dei diversi candidati nelle rispettive elezioni ricordo il sostegno a Forza Italia attraverso l'onorevole Cosentino alle politiche del 2001, il sostegno di Brancaccio alle regionali del 2005 e quello di Cosentino alle provinciali del 2005».
Ecco, questi credo che siano alcuni degli elementi che hanno portato i GIP di Napoli a ritenere che in questo caso ci fossero i gravi indizi di colpevolezza e sappiamo tutti che, a fronte di ipotesi di mafia, di fronte ad esigenze di custodia cautelare, il carcere non ha alternative.
Mi pare che in questo caso possiamo anche ritenere con assoluta serenità che in nulla di queste 300 pagine (che dettagliatamente, analiticamente e puntualmente ripercorrono i legami tra l'onorevole Cosentino e alcuni gruppi camorristici facenti parte del clan dei casalesi) non sono affetti da alcun fumus persecutionis. Sono tutti fatti e circostanze puntuali e comprovati, inseriti all'interno di un'indagine - questo dovrebbe essere determinante -, che non hanno riguardato soltanto il parlamentare del Popolo della Libertà, ma politici di tutti gli schieramenti, sia di destra che di sinistra, dimostrando così - casomai ve ne fosse stato bisogno - che da parte di quella Procura si è agito avendo un unico obiettivo quale proprio scopo, cioè quello di appurare e accertare la verità e far prevalere la giustizia.
Per queste ragioni, anche se vediamo oggi un'aula gremita soprattutto nei banchi del Governo abitualmente deserti da parte di un Esecutivo che in quest'aula è sempre latitante (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà) oggi, invece, quei banchi sono riempiti in tutti i loro ordini e gradi da parte di ministri e sottosegretari qui giunti per garantire ancora una volta l'impunità a un parlamentare che poi riveste un ruolo così grave rispetto alle responsabilità che gli vengono attribuite di sottosegretario all'economia.
Oggi il gruppo dell'Italia dei Valori a voterà favore della concessione dell'arresto così come richiesto dalla Procura di Napoli (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Cambiamenti radicali: c'era una volta l'aborto
Testamento biologico, legge 40, pillola abortiva, legge 194. Temi importanti. Temi che investono, in un modo o nell’altro, la vita di ognuno di noi. Temi sui quali oggi il mondo politico dibatte animatamente, forse andando un tantino al di là della propria sfera di competenze. Temi che racchiudono in sé alcuni importanti diritti dell’uomo; diritti che, per loro stessa definizione, i cittadini dovrebbero avere a prescindere. Diritti che ne racchiudono in realtà soltanto uno: la libertà di scelta.
Da più parti ed in più di una occasione ho espresso le mie posizioni al riguardo. Posizioni politiche sì, ma anche posizioni professionali ed umane. Ritengo, infatti, che la libertà di scegliere dovrebbe essere la garanzia di qualsiasi discorso legale ed etico. Eppure, nonostante io sia convinto di questa mia posizione e l’abbia mantenuta salda per tutta la mia esistenza, la riflessione su questi temi mi porta, comunque, a farmi delle domande. A volte mi suscita dei dubbi, delle perplessità, delle comprensibili incertezze. Evidentemente, questa ricerca di coerenza non appartiene ad altri personaggi delle nostre istituzioni che, nel corso della loro carriera politica, hanno cambiato radicalmente idea su questi temi - come su altri - e adesso fanno pagare ai cittadini, tutti, le conseguenze del loro straordinario trasformismo.
Cambiare idea è possibile, qualche volta è anche segno di intelligenza. Ma talvolta, porsi su posizioni diametralmente opposte e perorare la nuova causa con metodi assolutistici lascia più che perplessi ed insinua legittimi dubbi. Mi vengono in mente, a primo acchito, tre nomi - ma sono molti di più – che, per par condicio, rappresentano maggioranza e opposizione: il Sen. Gaetano Quagliariello, il Sen. Francesco Rutelli e l’On. Eugenia Roccella (per non parlare di Daniele Capezzone, sul quale è meglio stendere un velo pietoso). Tutti e tre provenienti dal partito radicale. Tutti e tre ex militanti di quel partito. Tutti e tre partecipanti attivi o promotori delle più importanti battaglie del partito di Pannella… tra le quali spicca - per attualità - la difesa dell’aborto. Ed è proprio su questo argomento che i tre hanno dato il meglio del loro funambolismo politico.
Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del berlusconiano Pdl e accanito difensore della “vita”, è oggi tra i più agguerriti avversari della pillola abortiva RU486; ieri tra i massimi esponenti del Partito Radicale e primo sostenitore delle campagne referendarie su aborto e biocard (un testamento biologico che prevedeva anche la rinuncia ad alimentazione ed idratazione).
Francesco Rutelli, ex Radicale, ex Verde, ex Margherita, ex Pd (ex sinistra?), ieri era sostenitore delle più grandi campagne referendarie per i diritti civili (tra cui l’aborto e spinelli a go-go); oggi esce dal più grande partito di centro sinistra proprio durante la discussione in Senato sulla RU486: troppo laiciste le posizioni dei suoi compagni.
Eugenia Roccella, oggi tra le prime donne politiche che portano avanti la campagna contro la liberalizzazione della RU486 e coautrice del libro “La favola dell’aborto facile”; ieri Radicale e leader del Movimento di Liberazione della donna scriveva – nell’introduzione al libro “Aborto, facciamolo da noi” – queste parole: “perché a difendere il diritto all’aborto dobbiamo essere proprio noi femministe, noi donne, che l’aborto in sé per sé siamo le ultime a volerlo; ma è un primo passo verso la libera disponibilità e l’autogestione del nostro corpo, senza la quale non c’è libertà né felicità possibile”.
Forse è vero che solo gli stupidi non cambiano idea… ma qui ci troviamo davanti ad un vero salto mortale, più che vitale!
No B-Day: contano solo i fatti
La piazza viola, con le centinaia di migliaia di giovani e di famiglie, ha sfilato in maniera determinata ma pacifica. Da ieri fare opposizione in Parlamento e nel Paese sarà più facile per il centrosinistra e per l'Italia dei Valori perché sappiamo di avere alle nostre spalle un popolo intero che sostiene il nostro operato.
Con la piazza di ieri abbiamo chiesto le dimissioni di Berlusconi per la sua incapacità di risolvere i problemi del paese e per impedire che la sua azione, in costante conflitto di interessi, possa servire solo a risolvere i suoi problemi personali con le solite leggi ad personam a cui ci opporremo sempre.
Appuntamento al No Berlusconi Day
Cari amici, come tutti sapete, il prossimo 5 dicembre, l’Italia dei Valori parteciperà alla manifestazione del “No B-Day”.
Protesta civile che, insieme con il popolo della Rete, abbiamo voluto e sostenuto per ribadire il nostro sdegno contro le politiche portate avanti dal governo Berlusconi.
La democrazia del nostro Paese è in pericolo, così come lo è la libertà di ciascuno di noi. Saremo in piazza per protestare contro un Esecutivo che non sta facendo nulla per il Paese né per fronteggiare la grave crisi economica che sta mandando sul lastrico migliaia di famiglie. Sì, poiché per questo Governo le priorità sono altre: l’abolizione delle intercettazioni, il Lodo Schifani, il Lodo Alfano, il processo breve, il legittimo impedimento, la prescrizione breve, lo scudo fiscale. Questi sono solo alcuni dei punti all’ordine del giorno dell’agenda politica del governo Berlusconi. E’ giunto il momento di dire basta!
Per questo, invito tutti gli iscritti ed i simpatizzanti dell’Italia dei Valori a partecipare attivamente all’evento.
L’appuntamento è in Piazza della Repubblica, alle ore 14.00, da dove partirà il corteo in direzione di Piazza San Giovanni dove ascolteremo le voci degli operai delle aziende in crisi, dei precari della scuola, dei ragazzi Corleone che combattono la mafia, dei rappresentanti del comitato ‘No ponte’ di Messina, e di tutti coloro che, stanchi della politica berlusconiana, vogliono una nuova Italia.
Vi invito, inoltre, ad indossare un indumento viola, colore simbolo della manifestazione.
Per quanti di voi saranno impossibilitati a venire in piazza, garantisco che ci sarà la diretta streaming sia dal mio blog, www.antoniodipietro.it, sia da quello dell’Italia dei Valori, www.italiadeivalori.it.
II 5 dicembre ci sarà, inoltre, la possibilità di avere e dare notizie flash su Twitter e utilizzeremo la piattaforma di Flickr per raccogliere le foto degli utenti presenti in tutte le piazze d’Italia.
I Voltagabbana
Ho appena finito di leggere di personaggi politici che abbandonano il proprio partito per cambiamenti di rotta, per dissociazioni dalle linee programmatiche, per mancate candidature dei loro protetti, per svolte personali, ma in nessun caso ho sentito uno solo di essi rassegnare le dimissioni dal ruolo istituzionale che quel partito aveva loro assegnato. E’ una questione di coerenza e, consentitemi, di decenza rispetto alla scelta annunciata!
E così ho sentito un moto di rabbia impadronirsi del mio cuore che ancora, anacronisticamente e senza timore di smentita crede nella fedeltà ad un’idea che si incarna in un partito; un’idea che mi ha spinto a iscrivermi ad Italia dei Valori, un’ idea che mi ha permesso di fare delle battaglie, un’idea che perseguo con un confronto continuo più o meno duro, un’idea che mi ha portato in una competizione elettorale e che è stata condivisa da tante altre persone attraverso le quali ho conseguito un ruolo pubblico!
Ed è per questo che trovo di difficile comprensione questa osmosi continua che osservo allibita tra partiti, gruppi consiliari e giunte, in cui non si è più sicuri di niente e di nessuno, in cui la posizione è segnata da un momentaneo opportunismo e non da un ideale, da una promessa piuttosto che da un’idea, in cui non esiste l’etica del comportamento.
Così siamo giunti al capolinea, in questo momento di disaffezione nei confronti della politica e di chi la pratica, di disamore nelle istituzioni ed in chi le rappresenta, di sfiducia nello stato e nelle sue regole, abbiamo il dovere morale e civile di cambiare rotta, di opporci a questo stato di cose.
Oggi che abbiamo visto che in politica non si può parlare di etica, se questa in qualche modo può ledere un interesse personale, e quindi non esistono dimissioni né in caso di traslocazioni, né in caso di doppi incarichi - altra vergogna istituzionale troppo spesso sinonimo di impunità - è sempre più urgente parlare di regole e quindi di leggi!
Rivendichiamo il nostro ruolo di chiarezza e di onestà intellettuale e chiediamo a gran voce una legge dello stato che preveda, per chi cambia schieramento, la contestuale decadenza dalla carica politica, in nome di un principio di coerenza della scelta e del rispetto del voto e dei cittadini. E questo è ancora più importante alla luce dell’attuale legge elettorale. Infatti, se in passato, votando il nominativo si poteva immaginare che il cittadino volesse proprio quella persona a rappresentarlo, indipendentemente dal partito di appartenenza, oggi non è più così, perché l’espressione del voto è il partito.
Il cittadino sceglie il partito, non la persona e pertanto l’eletto, designato dal partito, riceve i voti delle persone che si identificano con quella formazione e quindi il tradimento, in caso di traslocazione in un altro schieramento, è totale.
Con questo non voglio dire che non si può cambiare idea, nulla è eterno e nessuna imposizione è prevista in un paese democratico, ma in nome della stessa democrazia, non si può imporre all’elettore un partito che non è il suo, e pertanto, in caso di ripensamento è assolutamente necessario rimettere il mandato ricevuto dai cittadini e lasciare la carica rivestita, così da non imporre il suo cambiamento a chi l’ha votato!
Tutti a Roma il 5 dicembre al No B-Day
La Rete ha promosso la manifestazione e tutti i soggetti attivi nella società possono dare il loro contributo.
Il governo "del fare" e' in realtà il governo "del dire". Ha i mezzi per farlo: occupa in pianta stabile i principali mezzi di comunicazione pubblici e privati. Può raccontare ciò che vuole.
Una sola cosa fa prima di tutto: cerca di impedire i processi al Presidente del Consiglio.
Il processo breve è in realtà processo morto. Per salvare Berlusconi si prepara un’ecatombe di cause penali e civili il cui unico esito sarà negata giustizia alle parti lese e alle vittime.
Falsificatori di bilanci e bancarottieri che hanno danneggiato centinaia di migliaia di cittadini saranno per sempre tranquilli. Nessuno restituirà i soldi sottratti ai piccoli risparmiatori. E lo scudo fiscale aumenterà i vantaggi degli evasori a danno di tutti.
Il governo è ora occupato a inventarsi una nuova formula per sottrarre il suo capo al rischio di imputazione per sostegno esterno alla mafia. Non ha tempo di preoccuparsi per fabbriche che chiudono e milioni di giovani precari senza reddito.
Il governo dell’interesse privato vuole demolire i capisaldi dell’interesse pubblico. Sanità, scuola, università, ricerca, acqua, ambiente sono sempre di più esposti a diventare preda di una nuova avida classe di roditori privati.
Per la difesa dei diritti e dei beni comuni, per una giustizia uguale per tutti, per una informazione libera e indipendente, per il diritto di ognuno a determinare il proprio destino, tutti a Roma il 5 dicembre.
No B-Day: Sonia Alfano
Come tutti quanti sapete il 5 dicembre il mondo della rete ha fatto una sorta di chiamata alle armi e ha chiesto a molti italiani di scendere in piazza per manifestare il proprio disappunto, per manifestare non solo contro Berlusconi, ma per manifestare il proprio disappunto e dall'altro lato far capire che c'è una parte di Italia che vive e che continua ad esserci e che vuole continuare ad esserci e a dire la propria.
Vedete, io credo che giorno dopo giorno la situazione degeneri perchè da un lato abbiamo "uno" in fase di delirio!
Io credo che per il suo bene farebbe cosa gradita, intanto per la sua salute, a dimettersi.
Intanto perchè ha seri problemi di salute, a parte quelli che tutti quanti conosciamo perchè varie escort ce ne hanno parlato (ma a me francamente quelli non interessano) però ho notato, in questi ultimi mesi, che ha problemi di memoria, problemi di vista e soprattutto problemi di udito.
Andiamo con ordine:
problemi di vista: perchè lui da mesi sostiene che in Italia non c'è crisi economica.
problemi di udito: perchè qualcuno glielo deve aver detto che invece la crisi c'è, visto che lui ha cominciato da qualche settimana a dire che l'Italia sta uscendo dalla crisi economica e sarà il primo Paese ad uscirne fuori.
problemi di memoria: perchè evidentemente in questi due momenti lui si è dimenticato che la crisi è arrivata, perchè prima ha detto che non c'era, poi ha detto che ne stiamo uscendo. Manca il pezzo centrale!
Quindi ha dei problemi di memoria.
Una persona che ha problemi di salute così gravi e notevoli io credo che non possa assolutamente reggere il timone del nostro Paese, per cui gli consiglio di farsi un attimino da parte (visto che non ha mai reputato di doverlo fare per amore di verità e per amore di giustizia, anzi abbiamo visto cosa è stato capace di fare), molti italiani lo ringrazieranno.
Ci troviamo di fronte ad un ministro, Maroni, che va a Palermo a ringraziare i poliziotti della squadra "Catturandi" con le lacrime agli occhi e dice che ha visto i filmati, che in effetti la situazione è grave perchè non ci sono più soldi per le forze dell'ordine, poi dice che le intercettazioni sono utilissime non solo per la cattura dei latitanti ma per tutti i reati.
Allora io credo che qua un po' tutto l'esecutivo abbia dei problemi di salute, problemi precari di salute, perchè Maroni è stato colui il quale ha tolto i soldi alle forze dell'ordine addirittura istituendo le ronde e ha beffato le forze dell'ordine, perchè ogni qual volta escono le ronde spesso la polizia o i carabinieri devono andare a tutelare e proteggerle.
La nostra Carta Costituzionale dice che gli unici demandati all'ordine pubblico nel nostro Paese sono le forze dell'ordine. Ma non pensate all'umiliazione, all'imbarazzo che abbiano provato Carabinieri, Polizia, militari e Guardia di Finanza ogni qual volta abbiamo sentito parlare di questo decreto? Di ronde fatte nel nostro Paese? Ma dove siamo andati a finire?
Ci stiamo rendendo conto che queste persone prima le pugnaliamo e poi andiamo a chiedergli "Oh, mi dispiace che stai male, chissà chi è stato a pugnalarti"?
Maroni oggi (ndr: venerdì 20 novembre) è venuto a Palermo per dire una cosa del genere.
Guarda che lo sapevamo che soldi non ce ne sono, perchè TU ed il TUO Premier avete deciso così, non che gli altri governi abbiano fatto meglio, ma voi siete arrivati proprio al limite. E poi, scusa, Ministro dell'Interno, ma non ti ricordi che il tuo premier aveva detto che le intercettazioni non servono assolutamente a nulla, per una questione di privacy?
Oggi vieni qua a dichiarare che le intercettazioni servono non solo per la cattura dei latitanti, ma anzi servono per tutti gli altri reati? Ma veramente ci fate così cretini o avete un problema di salute voi?
Noi cretini non siamo quindi penso che voi abbiate un serio problema di salute.
La Lega dice che bisogna fare il Natale Bianco, quindi per Natale bisogna fare una ricerca porta per porta di immigrati, una caccia agli immigrati in modo tale da buttarli fuori.
Ho detto a Bossi e a tutti questi straordinari filosofi della politica:
"IO SARO' DALLA VOSTRA PARTE se il Natale Bianco piuttosto che farlo casa per casa agli immigrati lo fate in Parlamento, quindi in una zona molto più ristretta, e lo fate nei confronti dei pregiudicati e deicondannati.
IO SARO' CON VOI se riuscirete a buttare fuori dal Parlamento gente comeMarcello Dell'Utri condannato a 9 anni per mafia.
Vi assicuro che sarò con voi e con me ci saranno tante altre persone.
Ma non ci prendete in giro, perchè ormai abbiamo capito non solo qual è il vostro modo di fare ma abbiamo soprattutto capito che questa è una farsa che vede indistintamente d'accordo gran parte delle forze politiche che sono in Parlamento.
Ma come si può andare a spiegare agli italiani lo scudo fiscale, il rientro dei capitali illeciti dall'estero pagando una minima somma?
Questo Paese è in grado di mettere in carcere gente condannata per bancarotta fraudolenta perchè magari il governo o le banche li hanno mangiati vivi e loro non ce la fanno più a pagare l'INPS o l'IVA.
Ma state veramente scherzando?!
Ma non vi rendete conto che ogni giorno che passa ci sono centinaia e centinaia di operai che protestano nelle piazze, che salgono sui tetti delle fabbriche per cercare di proteggere il proprio posto di lavoro?
Un posto di lavoro, spesso, il cui stipendio non supera i 1300-1400 euro al mese?
E voi continuate con la vostra bella faccia a dire "E' tutto a posto, faremo dei tavoli tecnici", continuate a prendere in giro questa gente, così com'è successo l'altro giorno a Termini Imerese, perchè bisogna chiuderne il polo per aprirne qualche altro in Russia.
Io ricordo che qualche settimana fa Mr. Berlusconi è andato in Russia, ufficialmente per una visita privata al suo degno amico Putin, però poi dalla stampa abbiamo saputo che ha incontrato degli industriali ai quali ha prontamente assicurato che la FIAT sarebbe tornata in Russia.
Ma chi gli ha dato ordine o chi gli ha dato mandato per parlare di una cosa del genere?
Vogliamo continuare a parlare?
Possiamo parlare dell'ambiente, possiamo parlare di tutto quello che sta accadendo al nostro Paese. Io credo che voi in questo momento stiate veramente cercando di darvi delle mazzate bestiali sui piedi, perchè la gente sta cominciando veramente a montare e ad incazzarsi in maniera seria e io non credo che riuscirete a fermarla.
State cercando di fermarla con le cariche da parte della Polizia, ma non vi riuscirà bene questo continuare a mettere l'uno contro l'altro perchè alla fine si troveranno di fronte l'operaio che difende il suo posto di lavoro e il poliziotto che per andare a lavorare ci deve rimettere di tasca propria.
Guardate che queste due persone hanno molto in comune e lo stanno cominciando a capire quindi vi consiglio di cambiare strategia, vi consiglio soprattutto di cercare di capire che prima ve ne andate e meglio è e soprattutto mi auguro che in questo Paese si possa tornare a votare ma votare in maniera democratica, cioè reintroducendo le preferenze.
E faccio un appello al popolo della rete: cerchiamo di seguire questi passaggi, perchè noi vogliamo votare in maniera democratica esprimendo la preferenza, nome e cognome.
Se i partiti politici non saranno d'accordo e io sono sicura che molti non saranno d'accordo, allora ricordatevi che ogni deputato, ogni senatore, ha un indirizzo mail, ha una segreteria politica.
Tartassateli!
Mettetevi in contatto con loro e chiedete per quale motivo questo deputato non firmerà o non vorrà firmare una legge del genere. Cerchiamo di far sentire la voce dei cittadini, perchè soltanto in questa maniera noi potremo continuare non solo ad essere partecipi ma potremo sperare di poter vivere in un Paese diverso.
Ci manca veramente poco, loro hanno paura della partecipazione attiva e diretta dei cittadini e noi invece vogliamo che questi se ne vadano a casa, perchè sono totalmente incompetenti e incapaci.
Io mi auguro che arrivi un medico che quanto prima possa dichiarare interdetto qualcuno al governo, ma fino a che tutto questo non accadrà penso che non resti altro che darci da fare e continuare a pretendere ed esigere che questo Paese cominci ad andare per il verso giusto e la smetta di andare al contrario.
Privatizzazione dell'acqua: ribelliamoci
Il governo del malaffare ha colpito ancora. Il governo degli affari propri, degli intrallazzatori, questa volta ha colpito uno dei beni più preziosi del vostro patrimonio e dell'intera umanità. Quali sono i beni più preziosi? Verrebbe spontaneo rispondere: “l'acqua e l'aria”.
Verrebbe da chiedersi: “Si saranno rubati pure l'aria? Si saranno rubati pure l'acqua?”. L'aria l’hanno già “rubata”, deturpando l'ambiente, inquinandola con i rifiuti tossici, mentre l'acqua l’hanno “rubata” mettendo il voto di fiducia su un provvedimento che questo governo ha fatto approvare da un Parlamento con una maggioranza parlamentare asservita, venduta, comprata e ricattata, che, adesso, privatizza la gestione dell'acqua.
Secondo questi signori, l'acqua dovrebbe essere gestita da privati, da imprenditori che vendono un prodotto soltanto se ci guadagnano e, chiaramente, darebbero il prodotto-acqua solo a chi lo comprerebbe.
Se andate a comprare un pacchetto di sigarette, pagate e ve lo danno, ma se non pagate non ve lo danno. E se avete sete? Che fate se non avete i soldi? Non bevete? L'acqua e l'aria sono beni pubblici, sono beni dell'umanità e, in quanto tali, non si possono privatizzare. Ci sono beni essenziali nella vita, beni che non possono essere venduti ai privati. Il privato, per definizione, se ci guadagna vende, ma se non ci guadagna non vende. E' come con la banda larga in mano ai privati: in certi Paesi, poiché piccoli, non è vantaggioso portare la banda larga. E questo è un danno incredibile.
E figuriamoci se, in questi stessi Paesi, gli imprenditori si preoccupano di investire! Questi piccoli Paesi non sentono, non vedono e non bevono. Prima di rimanere assetati e morti di democrazia, ribelliamoci.
L'Italia dei Valori si oppone a questo provvedimento scellerato, così come si oppone ai provvedimenti che ristabiliscono le centrali nucleari e l'illegalità.
L’Italia dei Valori si accinge a raccogliere le firme per un referendum anche su questo provvedimento di privatizzazione dell’acqua.
Amici miei, ci dobbiamo svegliare! Se non ci pensiamo noi a salvare noi stessi non ci pensa nessuno.

Mozione di sfiducia per Cosentino
Italia dei Valori ha preparato una mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino (scarica e leggi la mozione). Molti collaboratori di giustizia avrebbero parlato del sottosegretario "come fiancheggiatore o concorrente esterno in associazioni criminali di tipo mafioso". E’ evidente che ragioni di opportunità e di precauzione dovrebbero indurre il governo a evitare che una persona sottoposta a indagini per così gravi delitti, espressivi di una collusione tra politica e sodalizi criminosi, in attesa di dimostrare la sua piena innocenza, possa continuare a esercitare le proprie funzioni di governo peraltro in un ruolo così delicato.
Per questo, chiediamo al Governo di invitare l'onorevole avvocato Nicola Cosentino a rassegnare le dimissioni da sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze.
Per essere presentata ufficialmente, la mozione ha bisogno di essere corredata da 63 firme. Al momento, ci sono tutte le firme dei deputati di Italia dei Valori. La mozione potrà essere messa all'ordine del giorno dei lavori dell'assemblea solo una volta che la Camera si sarà pronunciata sulla richiesta di autorizzazione a procedere.
Ci auguriamo che la Giunta per le autorizzazioni acconsenta alla richiesta d’arresto emessa nei confronti di Nicola Cosentino. Ma siccome conosciamo vizi e misfatti della Casta abbiamo scritto la mozione di sfiducia e la presenteremo. Chiediamo sin da ora a Pd, Udc e a quanti nel Pdl credono ancora nella legalità di votare la mozione di IDV nell’interesse del Paese.
I disabili esistono ancora
Italia dei Valori ha organizzato giovedì 3 dicembre il convegno denominato “Il Valore dell’Integrazione: le persone disabili, diritti, risorse e partecipazione. Nulla su di noi senza di noi”, che si svolgerà a Roma al Centro Congressi Frentani in Via dei Frentani 4 (zona San Lorenzo), dalle 15.00 alle 19.00.
Nel dibattito verranno affrontate le problematiche legate a quell’immensa periferia sociale che prende il nome di disabilità, le tematiche del sociale e le prospettive per una vera integrazione, con particolare attenzione alla tematica dell’assistenza e dell’inclusione. Sarà anche l’occasione per presentare la nascita dell’Ufficio delle Politiche per il Superamento dell’Handicap nazionale, diretto da Mario Dany De Luca, all’interno del Dipartimento Welfare nazionale dell’IDV. Con questa iniziativa si vuole mettere a disposizione del mondo della disabilità un ulteriore strumento di lavoro e progettazione politica per affrontare i problemi legati al mondo dell’handicap come il “Dopo di Noi”, che coinvolge i genitori di persone con patologie gravi e gravissime, la precarietà degli operatori del settore, l’inserimento lavorativo mirato delle persone con disabilità, l’assistenza nei percorsi scolastici e l’abbattimento delle barriere architettoniche e sensoriali e il tempo libero.
Al convegno parteciperanno membri della società civile, dell’associazionismo, come modello di partecipazione, e della cooperazione sociale e integrata. La gestione del Governo in tema di sociale rende necessario affrontare il tema dei diritti, dalla legge 104 all’attuazione dei principi contenuti nella Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità, pericolosamente minacciati dalle politiche di centro destra.
Al convegno, interverranno:
Antonio Di Pietro Presidente dell’Italia dei Valori ,
Maurizio Zipponi Segretario Welfare nazionale IDV,
Mario Dany De Luca Responsabile IDV nazionale Dipartimento per il Superamento dell’Handicap,
Pietro Barbieri Presidente della Fish (Federazione Superamento Handicap),
Ida Collu Presidente nazionale ENS (Ente Nazionale Sordi),
Tommaso Daniele (Presidente Forum Italiano sulla Disabilità),
Giampiero Griffo rappresentante Italiano sulla Disabilità EDF (European Disability Forum),
Giulio Nardone Presidente nazionale Associazione Disabili Visivi,
Carlo Rossetti Presidente Onorario AISA nazionale (Associazione Italiana Sindromi Atassiche),
Luigia Civili Lavoratrice Cooperativa Sociale Integrata Capodarco,
Carlo Di Giusto Allenatore squadra del S.Lucia di Basket in carrozzina,
i genitori Giuseppe Ardizzone, Silvana Giovannini , Riccardo Rossi e l’operatrice sociale Tiziana Santoni.
Non e' un Paese per giovani
Noi giovani dovremmo rappresentare la parte dinamica della società, gli innovatori e - io direi anche - i custodi del pensiero critico.
Abbiamo visto in televisione la caduta del muro di Berlino, i processi di Tangentopoli e le stragi di mafia, non ci siamo formati nella prima Repubblica e non ci siamo costruiti false illusioni sulla seconda.
Viviamo l'era della globalizzazione e del consumismo, del conformismo e dell'apparire, ma pochi di noi si rendono conto del fatto che dovremo rivedere al ribasso le nostre aspettative.
L'operazione di rapina nei confronti delle giovani generazioni, inizia alla fine degli anni '70, con il ridimensionamento del welfare, per continuare negli anni '90 con le riforme pensionistiche, che lasciando invariato il trattamento previdenziale delle vecchie generazioni, hanno addossato sui giovani tutto il peso dell'invecchiamento della popolazione.
Da ultima la riforma Gelmini è l'esempio emblematico di come la cattiva gestione della cosa pubblica possa produrre effetti disastrosi, non sui privilegiati, ma sui più ricattabili, studenti e precari.
Le responsabilità degli attuali sessantenni, abili a mantenere le posizioni di potere, sono chiare e facilmente dimostrabili.
In un simile contesto, la reazione e lo scontro generazionale sarebbe naturale, invece troppo spesso ci accontentiamo di essere figli, mentre dovremmo capire che siamo cittadini.
Viviamo in una società ingiusta e iniqua, che non investe sulle sue risorse, giovani e meritevoli.
Centinaia di giovani ogni anno vengono, in qualche modo, cacciati via da questo paese, per andare a lavorare all'estero.
I giovani italiani rispetto ai loro coetanei europei, contano meno: socialmente, economicamente, politicamente.
Secondo il rapporto Luiss 2008 "Generare classe dirigente", il 45% dei leader italiani, nella politica, nelle istituzioni e nel mondo produttivo, ha più di 70 anni.
I Giovani italiani hanno il minor peso politico dei paesi occidentali. Siamo l'unico grande paese in cui solo un 25enne su 4 è occupato, e quel 25enne impiegato è sempre precario. Perché alla flessibilità non sono state affiancate misure di protezione sociale.
Siamo l'unico paese europeo, insieme alla Grecia, a non avere a livello statale il reddito minimo di cittadinanza.
Ai giovani non resta che appoggiarsi fino ai capelli bianchi alle famiglie d'origine - l'unico vero ammortizzatore sociale delle giovani generazioni.
Siamo giovani nel momento sbagliato e rischiamo di diventare vecchi nel modo peggiore.
L’Italia dei Valori mette oggi il partito nelle mani delle nuove generazioni, l’obiettivo è rinnovare la classe dirigente del nostro paese.
Il 6 e 7 febbraio, a Roma, durante il congresso nazionale, i delegati under 35 sceglieranno insieme il percorso dei Giovani dell'Italia dei Valori, confrontandosi sul percorso da intraprendere.
Pensiamo in grande, diventeremo adulti insieme.
"Uno sguardo al passato, i piedi nel presente, dritti verso il futuro".

Acqua pubblica: un patto di lealta'
Non e’ stato certo un emendamento bipartisan, quello del Pd appoggiato da Pdl, Lega e Governo, perche’ il Gruppo dell’Italia dei Valori ha votato no con convinzione!
Sulla liberalizzazione del servizio idrico, contenuta nel decreto legge approvato mercoledi al Senato, l’ opposizione dell’IdV e’ stata ferma e determinata perche’ lobby e multinazionali non devono avere spazio.
Non si puo’ svendere in questo modo il bene piu’ prezioso oggi esistente sulla terra. Viene tolto alle istituzioni pubbliche il pieno controllo nella gestione di una delle risorse fondamentali per la vita cedendolo a enti privati capaci solo di ragionare in termini di profitto immediato. Significa dare un’arma potentissima nelle mani di soggetti estranei agli interessi locali, con conseguenze negative non sempre prevedibili.
Come Italia dei Valori continueremo a insistere anche alla Camera per impedire questa porcheria, ma il timore e’ che il governo ponga la fiducia sull’intero decreto vanificando ogni possibilita’ di cambiamento. In tal caso ci appelleremo comunque alle amministrazioni locali e alle Regioni per costituire un cartello di enti e associazioni affinche’ quanto prima si possa ripubblicizzare la gestione dell’acqua.
Le due facce delle Ferrovie dello Stato
Le Ferrovie dello Stato sono come il dottor Jekill e mister Hyde. Una decina di avveniristici treni sfrecciano a trecento chilometri l'ora e migliaia di treni per pendolari viaggiano lentissimi e stipati, come moderni vagoni piombati.
Può funzionare così un servizio pubblico essenziale? La stessa cosa vale per le merci. Le due facce delle FS possono distruggere la natura di servizio pubblico del treno. Vediamo perché.
L'Alta Velocità ferroviaria è una tecnologia di trasporto di passeggeri e di merci di enorme importanza per il futuro dell'Europa. In Italia le FS hanno interpretato questa trasformazione tecnologica in modo completamente sbagliato, costruendo una contrapposizione e un conflitto tra l'Alta velocità e il resto del trasporto ferroviario.
Diciotto anni dopo l'avvio del progetto dell'Alta Velocità, il primo treno veloce andrà da Roma a Milano in meno di tre ore. Poi settanta coppie di Freccia Rossa lo seguiranno nelle sedici ore giornaliere in cui si effettuerà il servizio. Un treno ad alta velocità ogni 15 minuti. Sembra un sogno. Ed infatti lo è. Questa medaglia ha un rovescio.
I Freccia Rossa occupano tutte le tracce orarie della linea ad Alta Capacità Milano Napoli. Tolto il tempo delle manutenzioni, resteranno libere si o no pochissime ore di notte, utili per far passare al massimo tre o quattro treni merci.
Ho detto linee ad Alta Capacità perché la linea veloce fu concepita per portare un formidabile carico di merci, oltre che di passeggeri. Per questo fu progettata senza pendenze e con una robustezza dell'infrastruttura civile utile a sostenere i grandi carichi per asse dei convogli merci. Anche per questo, ma non solo per questo, i suoi costi furono il doppio delle equivalenti linee francesi o spagnole.
Ora si scopre che i treni merci andranno sulle vecchie linee e, sotto Firenze, dove i treni tradizionali vanno oggi sulla Direttissima, verranno dirottati sulla vecchissima linea lenta. Stessa sorte per i treni intercity e per gli interregionali, che per di più verranno ridotti. I treni per i pendolari saranno più lenti e più affollati, con un aumento del tempo di viaggio anche del 50% e dell'affollamento anche del 90%. Altrettanto per i treni merci, che seguiteranno a passare nelle città vicino alle case, con i terribili rischi che abbiamo conosciuto.
Il fatto è che ogni giorno Trenitalia istrada sulla rete più di mille treni, tra merci e passeggeri e la rete ferroviaria è lunga più di 15 mila chilometri. I settanta Freccia Rossa e i seicentocinquanta chilometri della rete AC sono una frazione modesta della ferrovia reale. Eppure su questa frazione limitata di rete e di treni si è concentrato tutto lo sforzo di investimento delle FS negli ultimi quindici anni, mentre tutto il resto è stato lasciato deperire, come comfort, come pulizia e soprattutto come sicurezza.
Ora si profila un altro gravissimo pericolo. Le FS chiedono che l'Alta Velocità, sotto la pressione della concorrenza del treno di Montezemolo e Della Valle, diventi una società a sé stante della FS Holding. Niente di male se non ci fosse un sottoprodotto avvelenato: l'abbandono del resto della rete, senza valore economico e messa a totale carico delle regioni o dello stato.
Oggi con gli introiti delle tratte più remunerative si compensano le perdite del trasporto dei pendolari e quelle di quasi tutta la rete del mezzogiorno. Domani, mancando gli utili della parte ricca, la parte povera peserà tutta sui bilanci dello Stato e delle regioni, che non riusciranno a mantenerla. Il buon senso vorrebbe che questo non accada e che chi usa l'infrastruttura di Alta Velocità, costata qualcosa come trentacinque miliardi di euro allo Stato, remuneri allo Stato questo investimento, fornendo la risorsa necessaria per mantenere in esercizio anche il resto del servizio pubblico ferroviario che strutturalmente non sta sul mercato.
Non so se Matteoli si sta rendendo conto di questa situazione. A guardare da come ha reagito alla privatizzazione dell'acqua c'è da pensare che questo per lui non sia un rischio ma una benefica opportunità.
Ancora Parlamento fannullone
Durante l'ultima Conferenza dei Capigruppo, che è l’organismo che decide il calendario dei lavori d’aula, il Presidente Fini ha proposto che la prossima settimana non si tengano lavori d’aula adducendo motivi legati alla celebrazione delle giornate “dei morti” e dell’anniversario del 4 novembre.
Pur rimettendomi doverosamente alle decisioni del Presidente ho manifestato il dissenso del Gruppo di Idv, in considerazione del fatto che nelle ultime settimane si è lavorato assai poco. Inoltre nella giornata di ieri in Commissione Bilancio, della quale faccio parte, è stata fatta una improvvisa ed anche eccessiva accelerazione dei lavori, con votazioni che si sono protratte dopo cena fino a tarda ora per concludere l'esame della Proposta di Legge di “Riforma della sessione di bilancio”. Avendo concluso tali lavori il provvedimento era pronto per l’avvio della discussione in aula. Si tratta di un provvedimento corposo e complesso destinato a modificare profondamente il bilancio dello Stato ed a cambiare in modo significativo le procedure della Legge Finanziaria annuale. Certamente esso avrebbe richiesto qualche giorno di discussione per essere approvato.
Avevamo inoltre chiesto di portare alla discussione una nostra mozione che impegnava il governo ad attivarsi per raddoppiare da 52 a 104 settimane la Cassa Integrazione, per detassare le tredicesime e per ridurre l’Irap per le piccole e medie imprese.
Tutti gli altri Gruppi (compresi Pd e Udc) non hanno invece sollevato alcuna obiezione e si sono dichiarati d’accordo con il Presidente Fini che dunque ha deliberato nel senso indicato. Così la Camera riprenderà i suoi lavori il 9 novembre discutendo, tra l’altro, di una proposta di legge a favore degli animali da compagnia.
Noi di Italia dei Valori non abbiamo naturalmente nulla contro gli animali da compagnia, che hanno una degnissima funzione di supporto anche psicologico ai loro padroni. Pensiamo però che sia veramente ridicolo che la Camera dei Deputati discuta dei loro problemi e non invece di quegli “animali a due zampe che si chiamano uomini”, lavoratori e pensionati, che stanno soffrendo con le loro famiglie per una crisi, che a differenza di quanto affermano continuamente Berlusconi, Tremonti, Brunetta, Sacconi e Scajola non è affatto superata ed ha appena iniziato a colpire la gente. Trovo che questa discussione avrebbe dovuto avere, semmai, la priorità su tutto. Ma un governo ed una maggioranza che sono solo capaci di riempire giornali e telegiornali di notizie fumogene ignorano i veri problemi delle persone e le gravi difficoltà in cui oggi molta gente si dibatte.
Per questo noi di Italia dei Valori ci saremo lo stesso e, tenendo fede all'impegno preso qualche settimana fa davanti ai cittadini, devolveremo in beneficenza alla Caritas l'equivalente della diaria di tutti i parlamentari del gruppo per le settimane di lavoro che andranno perse.
L'acqua deve rimanere pubblica
Sull'acqua e sulla gestione dei sistemi idrici la posizione dell'Italia dei Valori è che essa deve rimanere pubblica, come si addice ad un bene essenziale, che non può essere ridotto ad una merce. Questo senza se e senza ma.
Per questo è necessario sollevare la più ferma protesta e adoperarsi per far crescere la mobilitazione popolare, avverso la conclusione della discussione in Commissione al Senato della conversione in legge del decreto 135 del 2009, che suona come una campana a a morto per la gestione pubblica dell'acqua. Il 3 novembre la legge di conversione del decreto sarà in aula e, se lo approveranno, la gestione di tutto il sistema idrico, in poco più di un anno sarà in mano ai privati.
Già oggi, infatti, la pubblicità della gestione dell'acqua è molto compromessa, a conseguenza della legge 133 del 2008, che fu uno dei primi provvedimenti e tra i più sciagurati del governo Berlusconi. Da allora la gestione dell'acqua può essere affidata al mercato, come se si trattasse non di un bene pubblico ma di servizio con rilevanza economica. Pur tutta via era data facoltà alle amministrazioni locali e ai loro consorzi di poter esercitare questa gestione attraverso società interamente pubbliche e sulle quali l'ente locale o il consorzio esercitasse, però, un indirizzo e un controllo come se si trattasse di un suo ufficio interno o una municipalizzata.
Era una situazione precaria e sempre in bilico verso la caduta del servizio idrico nelle mani dei privati, ma attraverso questa facoltà molte amministrazioni, nel nord e nel centro dell'Italia, hanno potuto mantenere la gestione pubblica dell'acqua. Si erano distinti in questa “resistenza” alla privatizzazione del servizio idrico anche molti comuni amministrati dalla Lega.
Ora, nel testo approvato in commissione, questi affidamenti a società interamente pubbliche vengono fatti decadere improrogabilmente nel 2011 a meno che l'amministrazione locale non ceda il 40% delle sue quote nella società a soggetti privati, che ne prendono in mano la gestione. Come dire che si salvano le gestioni pubbliche a patto che esse finiscano in mano ad un privato, magari molto ben ammanicato con gli amministratori compiacenti.
Dove erano i parlamentari della Lega, mentre prima alla Camera o adesso al Senato il loro Governo eliminava ogni possibile sopravvivenza di gestione pubblica dell'acqua? Festeggiavano alle sorgenti del Po' mentre l'acqua delle loro valli diventava un lucroso affare e un ulteriore pesante aggravio dei bilanci delle famiglie?
Denunciare, denunciare, denunciare
Che oggi Piero Marrazzo venga attaccato dal PdL e' conferma di "cattiva coscienza". Avrebbero voluto, i berlusconiani, che il Presidente Marrazzo restasse al suo posto. Avrebbero voluto che Marrazzo restasse imperterrito nell'incarico di Presidente della Regione Lazio, magari ripetendo la solita, farisaica espressione "attendo con fiducia l'inizio e l'esito del processo;....anzi...ricordo che non ho ancora ricevuto comunicazione dell'avvio di alcun processo...".
Piero Marrazzo, invece, dopo alcune ore di sbandamento e di incertezza, ha deciso di non ricoprire più quell'incarico (al quale incarico era stato eletto direttamente dai cittadini, giusto per ricordare una inaccettabile pretesa di impunità invocata dal Presidente del Consiglio che pure non è stato eletto direttamente).
Avevamo richiesto - ed eravamo certi- che, dopo la autosospensione, Marrazzo avrebbe dovuto lasciare definitivamente l'incarico. E Marrazzo coerentemente si è dimesso.
Una scelta ben diversa da quanti sono imputati, sono condannati, confondono pubblico e privato e con grande disinvoltura ed altrettanto fastidio insultano quanti osano invocare non soltanto rispetto delle leggi (e sarebbe già tanto!), ma anche esercizio di pubbliche funzioni con “disciplina e onore”, come indica non qualche “insopportabile “ esponente di Italia dei Valori, ma l'art.54 della (ancora vigente!) Costituzione repubblicana.
Lasciamo che, con il passare del tempo e con il passare del fumo di dichiarazioni strumentali, si possa cogliere la differenza di comportamento istituzionale di Piero Marrazzo (che ha sbagliato,ha sbagliato, ha sbagliato.... quanto meno e certamente a non denunciare subito estorsori e ricattatori) rispetto al comportamento di Berlusconi e dei berlusconini in Parlamento, di condominio e di borgata.
Una lezione, ritengo, si debba trarre e un appello debba essere ripetuto : denunciare, denunciare, denunciare estorsori e ricattatori.
Un dilagante imbarbarimento sta investendo il funzionamento delle istituzioni, a partire da Palazzo Chigi, e sempre più rischia di coinvolgere Forze dell'ordine, servizi statali di sicurezza e delicatissimi centri decisionali. Sollecitiamo la Magistratura a far luce su chi, perché ed eventualmente per ordine o con il placet di chi quattro carabinieri sono responsabili di attività criminosa nel caso Marrazzo e quanti altri uomini delle istituzioni sono responsabili di attività criminosa , con riferimento ad altri casi, ancora non noti e che non possiamo accettare restino impuniti.
L'invito a denunciare mafiosi di ogni specie che siano estorsori e ricattatori deve valere, con almeno pari forza, per denunciare uomini delle istituzioni di qualunque grado e di qualunque ruolo che siano estorsori e ricattatori.
In difetto di tale tensione etica e coraggio civile, l'Italia rischia di sprofondare in una palude di illegalità e ricatti, evocando clima golpista e congiure da Palazzo degli Zar ai tempi di Rasputin.
Cammarata: sindaco abusivo di Palermo
Cammarata, se avesse un briciolo di etica, si dovrebbe dimettere senza nemmeno aspettare la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale. Lui è un sindaco abusivo a Palermo. La condanna di due Presidenti di seggio ne sono la prova. Ma non ci aspettiamo nulla da un'esponente del Pdl, che prende ordini per lo più da un uomo come Berlusconi. Quindi dovremo attendere ancora per avere giustizia.
Quanto accaduto e quanto si sta verificando oggi a Palermo non può lasciare immutate le cose altrimenti istruire processi in Sicilia a cosa serve?
A restituire l'orgoglio ai frodati? Che te ne fai della ragione se questa non ti aiuta a cambiare le cose? Se l'arroganza e questi bari poi finiscono comunque per avere il sopravvento? Questa de-moralizzazione conduce verso la strada "chi frega per primo, frega due volte", ma Italia dei Valori questa strada non la percorrerà mai.
A quanti hanno guardato, con ostilità e sufficienza, le mie denunce penali non resta che far presente che ieri è arrivata la conferma in sede giudiziaria penale di reati commessi da sostenitori del Sindaco Cammarata durante le elezioni amministrative di Palermo nel 2007.
Due Presidenti di seggio sono stati condannati entrambi ad oltre quattro anni di carcere, due candidati di liste a sostegno di Cammarata sono condannati entrambi ad oltre tre anni di carcere.
I condannati dovranno altresì pagare il risarcimento dei danni alle parti civili costituite.
Tra le costituzioni di parte civile numerosi cittadini, oltre a me, che ho promosso l'azione penale, al sen. Fabio Giambrone e al partito Italia dei Valori.
Quelle elezioni furono caratterizzate tanto da numerose ipotesi di reato quanto da brogli e irregolarità sostanziali, tutti a favore del Cammarata proclamato Sindaco.
Per rispetto della libertà e volontà degli elettori, continueremo a coltivare tutte le azioni penali già intraprese e pendenti, ricordando che siamo in attesa della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale che, dopo aver riscontrato documentalmente fondate le denunce di illegittimità sostanziale dell'intera procedura, annulli l'elezione di un Sindaco tanto dannoso per la Città quanto abusivo.
Resta, infine, da rilevare – anche se non desterà alcuna sorpresa in chi conosce i personaggi – che il Sindaco Cammarata è difeso apertamente, in evidente contrasto con il ruolo istituzionale che ricoprono, da Renato Schifani, Presidente del Senato, e da Angelino Alfano, Ministro della Giustizia; oltre, ovviamente che da Silvio Berlusconi.
Non c'è da stupirsi. Trattasi degli autori di due famigerati Lodi, riconosciuti “vergogna“ da milioni di italiani e dall'opinione pubblica internazionale, ed entrambi annullati dalla Corte Costituzionale, che ha censurato l'inammissibile e incostituzionale tentativo di impedire che venisse processato l'imputato Silvio Berlusconi.
Vale per gli odierni condannati, come per Cammarata, Berlusconi, Schifani e Alfano la massima di saggezza popolare: “Uno non si piglia se non si somiglia“.
Le navi dei veleni
Sabato 24 c’è, a Amantea, una manifestazione importantissima, alla quale ho già aderito, per chiedere la verità sulle navi che portano rifiuti tossici, rifiuti nocivi, addirittura rifiuti radioattivi per il Mare Mediterraneo. E’ una manifestazione importantissima, che deve essere una manifestazione di popolo.
L’altro giorno sono stato a Crotone, dove c’è un altro scandalo immenso: l’ennesimo scandalo dei rifiuti della Pertusola Sud, smaltiti illecitamente addirittura nelle scuole, con un aumento, nell’analisi del sangue, di nichel, cadmio, uranio e arsenico nei bambini. Così come sono stato a Castrovillari dove, all’interno del Parco Nazionale del Pollino, si vuole realizzare niente di meno che una centrale elettrica di dimensioni stratosferiche.
I genitori hanno diritto di sapere se i loro figli fanno il bagno nel mare e nelle coste dove probabilmente nel passato il business dei rifiuti della criminalità organizzata ha sversato scorie radioattive.
Detto questo, sono convinto che queste manifestazioni debbano appartenere al popolo calabrese e debbano appartenere a quella parte della politica che veramente non ha nulla a che fare con il crimine organizzato e con il crimine dei colletti bianchi. Vedere in questi giorni personaggi politici profondamente collusi nel loro agire politico, con un sistema castale, alcuni di loro anche sospettati gravemente di essere contigui alla criminalità organizzata e vederli discettare di questi temi, sedersi insieme al popolo e, addirittura, voler partecipare a questa manifestazione mi fa lanciare un appello affinché il popolo calabrese si riappropri veramente del proprio territorio, della propria natura, della propria libertà e diventi protagonista e rompa, aiuti a rompere quell’intreccio perverso tra politica e criminalità organizzata.
I calabresi sanno dove dover guardare, devono stare attenti perché c’è chi, negli anni scorsi, ha realizzato proprio linfa vitale e linfa politica della criminalità organizzata e oggi vuole partecipare insieme a loro, solamente per ripulirsi un po’ la faccia. Accanto al riciclaggio del denaro sporco c’è il riciclaggio della loro faccia.
Appalti: come chiedere scusa alla Mafia
Per noi dell’Italia dei Valori era evidente fin dal giorno dopo l’approvazione del “decreto Abruzzo” che la modifica al Codice degli Appalti, finalizzata ad ampliare fino al 50% il ricorso ai subappalti, avrebbe elevato il rischio di infiltrazione di imprese legate alla criminalità organizzata.
Un rischio che, in verità, è già insito nella stessa normativa antimafia.
In molti pensano che i contratti di appalto possano essere firmati dalle pubbliche amministrazioni solo dopo aver ricevuto le informazioni “antimafia” dei Prefetti, ma purtroppo la realtà è ben diversa.
Infatti, nei casi di urgenza (come presumo anche a L’Aquila) le pubbliche amministrazioni procedono ad autorizzare ed a stipulare contratti con le imprese anche in assenza delle informazioni “antimafia” dei Prefetti, che solitamente richiedono alcune settimane di accertamenti.
Ed il paradosso è che in questi casi, qualora il tentativo di infiltrazione mafiosa emerga dopo la firma del contratto e l’avvio dei lavori:
1) l’amministrazione pubblica non ha l’obbligo, ma solo la facoltà di revocare o di recedere dal contratto;
2) nel caso in cui decida di rompere il vincolo contrattuale, l’amministrazione pubblica e’ obbligata ad indennizzare l’impresa collusa con la criminalità organizzata pagandole il valore di tutte le opere nel frattempo eseguite e rimborsandole anche le spese già sostenute per l’esecuzione di ciò che resta da eseguire.
Potrà sembrare inverosimile, ma è questo il contenuto dell’art. 11, D.P.R. 252/98 sulla certificazione antimafia, che il legislatore nazionale non ha mai inteso modificare e che il Coordinatore Regionale dell’Italia dei Valori, Sen. Alfonso Mascitelli, chiederà nei prossimi giorni di modificare, con la presentazione in Senato di una apposita proposta di legge.
Unica opposizione contro il razzismo
Il vero problema, che l’Italia dei valori vuole denunciare partecipando alla manifestazione di oggi, è che il razzismo in Italia si è ormai trasformato da atti riprovevoli ad opera di frange marginali della società in una ufficiale ed accettata politica di governo, con il risultato che quelle frange sono diventate una componente maggioritaria della società che si sente legittimata nei suoi atti violenti contro gli immigrati, i gay e i diversi.
Che siano le sparate della Lega sulle classi separate per i bambini stranieri o sui convogli della metropolitana per gli extracomunitari, o che siano le leggi del Pdl che introducono il reato di clandestinità o aboliscono il divieto per i dottori di denunciare le madri senza permesso di soggiorno che vanno a partorire in ospedale, o che sia ancora il Pd che non riesce a votare compatto a favore di una legge che punisce gli atti di violenza omofobici…tutta questa politica diventa, direttamente o indirettamente, un salvacondotto per chi offende, attacca e denigra gli altri sulla base di un razzismo retrogrado e inaccettabile per un paese moderno e democratico come l’Italia.
Invece di reprimere chi sfrutta l’immigrazione clandestina e coloro che delinquono davvero, il governo ha tagliato quasi a zero i fondi delle forze dell’ordine, e ha sostituito il loro importante contributo con le xenofobe ronde padane.
Invece di punire con leggi severe chi si arricchisce sfruttando gli operai immigrati che lavorano al nero, senza sicurezza sanitaria e assistenza sindacale, arrecando un danno anche alle imprese oneste che producendo in regola hanno costi maggiori e si trovano costrette a chiudere, il governo nell’ultimo decreto sicurezza ha diminuito le pene pecuniarie per tale sfruttamento.
Invece di combattere la marginalità dell’immigrazione clandestina tramite l’inserimento dei migranti nella società, con diritti e doveri, il governo ha approvato una regolarizzazione soltanto per le badanti, con il risultato che i muratori, e tutti gli altri immigrati che da anni lavorano regolarmente senza riuscire a rientrare nei flussi, rimarranno in balia del mercato illegale e della criminalità organizzata.
Invece di aiutare i migranti nei paesi di origine, consentendo loro di sviluppare un’economia locale capace di garantire almeno la sopravvivenza, il governo prima ha pagato 5 miliardi a Gheddafi perché si riprenda nei lager libici gli immigrati respinti sui barconi, e poi, nell’ultima finanziaria, ha portato il già bassissimo 0,22% del Pil per la Cooperazione allo sviluppo (secondo i Millennium Goals dell’Onu dovremmo dare almeno lo 0,70%) ad uno misero 0,15%, smentendo le promesse fatte da Berlusconi al G8.
Per questo siamo qua oggi: per dire che c’è una altra politica, dentro e fuori il Parlamento, che pensa che la diversità culturale si trasforma in ricchezza solo nell’uguaglianza civile.
Ma se mancano le leggi giuste, come mancano in questo governo, cade ogni politica culturale, educativa e di convivenza civile, cade ogni uguaglianza civile, cade ogni ricchezza della diversità.
Per questo dispiace che manchino oggi le altre forze di opposizione che siedono in Parlamento, dove le leggi giuste possono essere proposte e promosse.
L’Italia dei Valori non ci sta.
E denuncia, qua in piazza, come la libertà di cui scelleratamente si fregia il cosiddetto popolo della libertà, non è una libertà vera se non è di tutti, non è una vera libertà se è schiacciata dal razzismo.
Gli infinocchiati
Infinocchiati dall’etichetta “antiberlusconismo”. E' così che Silvio Berlusconi, proprio lui, ha fregato l’opposizione trasformandola, ad eccezione dell’Italia dei Valori, in una melassa di facciata a metà tra una meringa friabile e una gelatina che non sta insieme neppure in un barattolo.
Qui non c’è nessun "antiberlusconismo", c’è una vera e propria lotta contro lo sfascio delle istituzioni portato avanti da un uomo che guida un esercito di assoldati.
Senza Berlusconi la maggioranza si sgretolerebbe come sabbia al vento. Se si vuole impedire che Alì Babà ed i 40 ladroni saccheggino il Paese bisogna buttare giù dal cavallo Alì Babà, c’è poco altro da fare.
Ebbene, il primo atto di Walter Veltroni, che sancì la caduta del governo Prodì, fu la stretta di mano con Silvio Berlusconi che puzzò di inciucio elettorale.
Anche il Capo dello Stato che, in qualche modo, si è cimentato con una 'stretta di mano' sulla parola, nel tentativo di trovare un’intesa democratica tra istituzioni e governo, è stato 'fregato' e ne sta pagando le conseguenze con feroci ed indiscriminati attacchi orditi da quella viscida mano.
Ora è D’Alema a ricompiere quel gesto. Faccia diversa, stesso copione: anche lui si trova a 'stringere la mano' per seppellire l’ascia di guerra, una guerra che questo Pd non ha mai vinto, una guerra che non vuole vincere o non può vincere perché, forse, è proprio la guerra che garantisce l’esistenza e la permanenza di entrambi gli schieramenti nel Paese.
Seppure la sinistra ha avuto più di un’occasione per buttar giù dal cavallo Alì Babà è sempre scomparsa nel polverone dei 40 ladroni. Poteva farlo con la legge sul conflitto di interessi, poteva farlo adeguando il prezzo delle concessioni televisive dall’inesistente 1% al congruo 30% interrompendo, come era giusto che fosse per lo Stato, il flusso immenso di denaro che ha consentito all’uomo di Arcore di comprarsi la Presidenza del Consiglio per ben quattro volte.
L’ascia di guerra va seppellita solo dopo che la guerra è vinta. Non si ricostruisce un Paese mentre si è impegnati a combattere l’invasore che lo vuole annientare.
Alì Babà vuole la morte dello Stato. Ora vuole riformare la giustizia della democrazia per creare una sua giustizia oligarchica. Stringere la mano a questo bieco individuo significa stringere un patto con chi ti fregherà; deporre le armi ora significa arrendersi ai golpisti.
Cercare il dialogo ora, senza porre come condizione che Berlusconi se ne vada, significa essere traditi.
Rifiutarsi di essere tacciati di "antiberlusconismo" significa fare il gioco di Alì Babà perché, in questa maggioranza, l’unico a decidere è lui: Alì Babà.
La Sicilia rischia l'isolamento
Apprendiamo che a dicembre inizieranno i lavori del ponte sullo Stretto. Oltre ai dubbi sulla dichiarazione di Berlusconi, pare evidente che le promesse del Governo quanto al rilancio della Sicilia vengono puntualmente smentite, visto che il ponte ha vocazione ferroviaria, ma i collegamenti ferroviari scarseggiano.
Parlo del problema, evidenziato questa estate dalla CGIL, relativo al servizio ferroviario universale che concerne i collegamenti di lunga percorrenza, in particolare con le regioni meridionali.
Il sindacato lamenta che, con l’entrata in vigore dell’orario invernale, vi saranno quantomeno contrazioni nel servizio ferroviario dalla Sicilia e dalla costa ionica, Trenitalia smentisce e, senza ulteriori approfondimenti né esitazioni, Matteoli bacchetta la CGIL, visto che la generale smentita delle Ferrovie è la prova provata che il sindacato evidentemente “non studia”.
Risulta invece che, durante l’estate, la società Ferrovie dello Stato ha presentato un piano di produzione che prevede la soppressione di diversi treni a lunga percorrenza e la riduzione di diverse corse dei traghetti operanti nello stretto di Messina, oltre ad una forte contrazione del servizio di trasporto merci su rotaia. Inoltre, a pochi mesi dell’entrata in vigore del nuovo orario ferroviario previsto per dicembre 2009, la struttura organizzativa dei servizi di base è stata individuata per tutta l’Italia ad esclusione della Sicilia, che ancora non compare nei progetti di Ferrovie dello Stato.
Nonostante le generiche rassicurazioni e le roboanti dichiarazioni sul ponte, quindi, la Sicilia, e più in generale il mezzogiorno d’Italia, sta subendo una graduale riduzione del servizio ferroviario pubblico, in spregio – peraltro - al principio comunitario di continuità territoriale, ossia al diritto dei cittadini delle isole di spostarsi liberamente nel territorio nazionale e comunitario con pari opportunità, grazie ad un servizio pubblico che garantisca parità di trattamento e condizioni economiche uniformi.
Politica: inquietanti presenze
Spesso mi chiedono cosa penso della presenza, da ex pm, di magistrati in politica. E spesso (ma non sempre) me lo chiedono con un tono che lascia trasparire da parte dell’interlocutore, nella maggior parte delle volte un giornalista, una non troppo velata criticità, arrivando addirittura a definire "inquietante" questa presenza, come recentemente accaduto nel corso della trasmissione Omnibus.
Personalmente trovo inquietante il fatto che l’avvocato del premier, coinvolto in procedimenti giudiziari, possa sedere in Parlamento continuando a fare il suo lavoro e, soprattutto, assumendo le vesti di ministro ombra della Giustizia. Perché il deus ex machina, diciamo anche la mente fervida che produce lodi, scudi e leggi in materia, si chiama Niccolò Ghedini, rispetto a cui Angelino Alfano è solo il braccio operativo. Ghedini fabbrica stratagemmi legislativi per sottrarre il premier alla giustizia e alle leggi, mentre Alfano gli offre la copertura burocratica e ufficiale per farlo.
Certo, poi, il fatto che si possa arrivare alla vita politica dopo essere stati costretti ad abbandonare la magistratura, come nel mio caso, lo trovo anch’io inquietante. Ma in un altro senso. Quale? E’ presto detto: fare oggi il magistrato, senza condizionamenti e senza guardare alle bandiere di partito, comporta il rischio di dover pagare un prezzo altissimo, come quello di essere ostacolati e isolati fino al punto di essere impediti nelle proprie funzioni.
Detto questo, ho scelto per coerenza di lasciare la magistratura e di non farvi ritorno. Una scelta sofferta ma che considero opportuna, nella speranza che nessun altro magistrato viva quanto ho vissuto sulla mia pelle per essermi sforzato di non esser, come diceva Calamandrei, un burocrate.
Parlamento fannullone
Il Parlamento, in un mese, ha votato solo tre leggi e solo una e' effettiva. Non ci vuole molto a capire che questo è un Parlamento che non lavora, in cui una maggioranza lobotomizzata attende solo gli ordini da Palazzo Chigi. Questo è un Parlamento asservito ai voleri di uno solo, che lo usa a suo piacimento per fare le leggi che vuole il premier e solo per il premier.
Questo è un Parlamento che si limita a votare le fiducie e a ratificare i provvedimenti del governo, mentre migliaia di provvedimenti importanti e urgenti per i cittadini giacciono abbandonati nelle commissioni. Solo Idv ne ha presentati un centinaio, di cui 25 sulla giustizia. Noi chiediamo che vengano affrontate immediatamente le proposte di legge dell'Italia dei Valori che chiedono il raddoppio della cassa integrazione da 52 a 104 settimane, la riduzione dell'Irap per le imprese e l'eliminazione delle imposte sulla tredicesima per rilanciare il consumo.
Noi non vogliamo essere pagati per non lavorare, per fare i fannulloni. Non vogliamo tradire il patto con gli elettori e lo abbiamo gridato forte e chiaro oggi davanti a Montecitorio, lanciando una sfida: i deputati di Italia dei Valori, per ogni giorno in cui è prevista Aula e non si voterà, restituiranno la diaria di quel giorno alla Presidenza della Camera. Non saremo mai complici di un Parlamento fannullone.
A L'Aquila c'e' aria di inciucio
"Non costruiremo nessuna new town ed entro settembre nessuno abitera' piu' in una tenda". Le riporto "virgolettate" perche' sono dichiarazioni di Berlusconi ripetute decine di volte alle televisioni, ai giornali, ai cittadini.
Siamo al 12 ottbre 2009 e la situazione e' la seguente.
1) Berlusconi non ha costruito una sola "new town", ma ne ha costruite 19, tanti quanti sono gli insediamenti in cemento armato interessati dal "Piano C.A.S.E." che hanno deturpato e compromesso per sempre il futuro della Citta’.
2) La settimana prossima migliaia di Aquilani saranno costretti ad uscire dalle tende, non per entrare in una casa, come era stato promesso da Berlusconi, ma per essere trasferiti in alberghi ed in altre localita’ distanti anche 100 km dall’Aquila.
In un paese normale questi fatti, oggettivi ed incontestabili, sarebbero quantomeno raccontati e sottoposti al giudizio dell’opinione pubblica.
In Italia no.
Chi ha deciso per sei mesi, al caldo ed al freddo, di resistere con la famiglia dentro una tenda pur di non abbandonare L’Aquila, nei prossimi giorni sara’ costretto a sloggiare perche’ le case promesse non sono pronte e non sono sufficienti e perche’ le ordinanze per i contributi per le riparazioni delle case lesionate sono state emanate con gravissimo ritardo e con criteri cervellotici, difficilmente applicabili.
Immaginate come puo’ trovarsi chi, facendo affidamento sulle promesse di Berlusconi, dopo aver iscritto a L’Aquila i propri figli a scuola ed aver provato a L’Aquila a riprendere la propria attivita’ lavorativa, si ritrova oggi “deportato” a chilometri di distanza dalla propria Citta’ che non aveva voluto abbandonare neppure per un giorno, continuando a vivere in tenda.
In un paese normale gli amministratori locali costretti in questi mesi a subire tutte le scelte del Governo e privati di ogni potere decisionale sarebbero nelle piazze, insieme ai cittadini ed a tutta l’opposizione, a contestare questo fallimento ed a rivendicare il diritto di decidere del futuro delle loro comunita’.
A L’Aquila no.
A L’Aquila addirittura il Sindaco Cialente del Partito Democratico si e’ fatto "scudo umano di Berlusconi", assumendo su di se la responsabilita’ delle promesse non mantenute e dei ritardi in una lettera appositamente scritta agli Aquilani che nei prossimi giorni saranno costretti, senza alcun preavviso, ad abbandonare la Citta’.
Ormai si e’ superato il limite della decenza e non e’ piu’ una questione di senso di responsabilita’ istituzionale, come piace ripetere a molti; a l’Aquila c’e’ aria di inciucio!
Dimissioni senza se e senza ma
La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il Lodo Alfano. Viene cancellata dal nostro sistema legislativo una norma che , da tempo , illustri giuristi denunciano essere in violazione della Costituzione e segnatamente del principio di eguaglianza ( art.3 Cost.). Potrebbe finire , con queste considerazioni, il commento di quella sentenza.
La reazione dell'on. Silvio Berlusconi rende , però, evidente che la pronuncia della Corte Costituzionale ha bloccato un passaggio determinante di un progetto eversivo. E' questa la chiave di lettura delle reazioni nervose, ma lucidamente ispirate alla demolizione di ogni organo di garanzia costituzionale: la Corte Costituzionale “responsabile “ di una sentenza “scomoda” per la sua condizione di imputato e il Presidente della Repubblica al quale Berlusconi rimprovera di non aver...condizionato a sostegno della propria in-imputabilità i giudici costituzionali.
La delirante telefonata in diretta ieri sera a “ Porta a Porta” , evidenzia ancora una volta i tratti devastanti dell'attuale governo e il disegno eversivo di un piduista a Palazzo Chigi. Il quadro è di una chiarezza tale, che non vi sono alibi per quanti sino adesso hanno sviluppato una opposizione sotto tono, timorosa di esprimere ciò che i cittadini italiani e la opinione pubblica internazionale da mesi denunciano. Una opposizione accomodante , che in quella trasmissione è stata volgarmente insultata tanto da non poter più ignorare la pericolosità democratica dell'attuale premier, senza perdere dignità e credibilità.
La delegittimazione della Magistratura (definita come orde di magistrati pronti ad occupare Palazzo Chigi ), la mortificazione della Suprema Corte Costituzionale e della sua decisione ( “sentenza politica” di un pugno di giudici di sinistra , influenzati e influenzabili da parte del Capo dello Stato ) , il ripetuto disprezzo per il servizio televisivo pubblico e la libertà di informazione, con la pretesa di collocarsi dentro un macroscopico conflitto di interessi , fuori dalla legge ordinaria e sopra la Costituzione costituiscono conferma di una condizione di squilibrio che si accompagna ad un disegno di rottura dell'ordine democratico.
Siamo in presenza di una fattispecie eversiva con profili penalmente rilevanti. Siamo in presenza , sotto il profilo istituzionale, di un comportamento destabilizzante, che legittima e impone le dimissioni del governo Berlusconi. Sono ormai emerse con chiarezza troppe similitudini con il fascismo e il nazismo, che non possono più essere trascurate.
Noi di Italia dei Valori non abbiamo mai accettato questo Governo , denunciandone illegalità , conflitti di interessi e volontà di rovesciamento del quadro democratico. I fatti – cioè i comportamenti , le scelte dell'esecutivo e il progetto eversivo espresso dalle parole di Berlusconi - sono ormai talmente evidenti che da questo momento chi non si oppone appare rassegnato o “comprato”. Continuando Berlusconi a guidare il governo , la legalità finirà ridotta in cenere , i criminali di ogni specie sempre più saranno convinti di essere protetti dal Capo del Governo per affinità di interessi e la democrazia del Paese rischia di morire.
Coerentemente con tale posizione oggi non vedo altra soluzione che chiedere le dimissioni di Berlusconi . Sappiamo che Berlusconi non si vuole dimettere e vuole continuare a recitare la parte dell'imputato che insulta i ...giudici e la parte dell'organo costituzionale che insulta la... Costituzione.
Sappiamo , però , che è dovere di una opposizione vera continuare a chiedere, come noi di IdV continuiamo a chiedere, le dimissioni, evitando posizioni ambigue che producono rassegnazione e alimentano l'inciucio.
In galera, in galera, la legge e' uguale per tutti
L' 8 ottobre 2009 è iniziata la "Caporetto" politica di Berlusconi. La pronuncia della Consulta è giunta inaspettata e l’ha colto impreparato, facendolo uscire completamente di senno. Come i tori, ha visto "rosso" dappertutto!
A questo punto, tre brevi riflessioni mi sembrano opportune.
La prima. Quando venne approvato il lodo Alfano, l’IdV chiese al Presidente della Repubblica di non firmare la legge perché, a nostro avviso, era palesemente incostituzionale.
Fummo subissati da critiche e da insulti. Di Pietro venne addirittura iscritto nel registro degli indagati per vilipendio al Capo dello Stato.
La seconda. Non ci siamo scoraggiati e abbiamo raccolto le firme (1.000.000) per abrogare il lodo Alfano, ma le altre forze di opposizione non ci hanno sostenuto. Anzi, hanno cercato di emarginare l’IdV solo perché cercava di utilizzare il referendum per cancellare l’ennesima legge-porcheria ad personam.
Ma la coerenza ha pagato. Ancora una volta abbiamo avuto ragione anche se nessuno si è ancora scusato per averci offeso.
La terza. La sera del 7 ottobre, sei persone sono state accompagnate nel commissariato di polizia dove sono state denunciate per «vilipendio e oltraggio a carica istituzionale» perché sotto Palazzo Venezia, al passaggio del “Silvio Furioso”, hanno urlato: «In galera, in galera, la legge è uguale per tutti». Mentre manifestavano, si dichiaravano sicuri dell’esito dei processi a Berlusconi e della necessità di rispettare la Costituzione. Ma, in tutto questo, dov’è il reato? Perché questi cittadini che non hanno avuto paura di dire la verità sono stati portati in commissariato? Vorremmo farci un salto anche noi parlamentari IdV per condividere l’onore della denuncia.
Don Silvio, non ci stiamo
La decisione dell'Ufficio di Presidenza della Camera di sospendere il collega Barbato, tentando in questo modo di togliergli la parola e il diritto di rappresentare l'Italia dei Valori in Parlamento, è vile. L'Ufficio di Presidenza se l'è presa con Barbato mentre tutti i deputati dell'IdV hanno fatto proprie le sue dichiarazioni. I componenti dell'Ufficio di Presidenza si sono schierati contro un singolo deputato per salvare la propria coscienza e così hanno mortificato tutti quei cittadini che hanno votato per l'IdV. Chiedo di essere sospeso come Barbato altrimenti, come al solito, si colpiscono i deboli. I membri dell'Ufficio di Presidenza dimostrino di avere coraggio e coerenza e sospendano anche me. Questa decisione puzza di ritorsione
Stragi 1992: Mafia di Stato
La mafia ha tanti volti, tra questi anche quello dello Stato e delle istituzioni. L’ho compreso durante gli anni trascorsi in Calabria come pm e l’ho appreso dalla storia di Falcone e Borsellino. Due omicidi identicamente drammatici eppure diversi nella natura. La morte di Falcone è stata un messaggio rivolto da cosa nostra alla politica, rea di non aver rispettato i patti e di aver consentito la sentenza del maxiprocesso del gennaio ’92.
Con Capaci infatti cambia il quadro politico del tempo e saltano i progetti della mafia, tra cui quello di vedere Andreotti varcare la soglia del Quirinale. L’assassinio di via D’Amelio, invece, ha una valenza diversa: Borsellino doveva morire perché aveva capito, come disse lui stesso, che probabilmente i responsabili della strage di Capaci andavano ricercati anche dentro la magistratura. E soprattutto aveva saputo dell’esistenza di una trattativa tra Stato e Mafia, cominciata forse addirittura prima dell’assassinio di Falcone.
Che la magistratura abbia avuto un ruolo oscuro nelle stragi di mafia non sorprende: a molti colleghi Falcone e Borsellino non erano graditi perché considerati troppo ‘protagonisti’. L’accusa di protagonismo eccessivo verso i magistrati è stata sollevata anche di recente dal presidente della Repubblica Napolitano, a cui obietto una semplice considerazione: se protagonismo giudiziario vuol dire fare il proprio dovere rispettando la Costituzione, allora c’è da augurarsi che i magistrati protagonisti siano tanti.
Dopo il ’93 cosa nostra offre la sua ultima prova di forza contro lo Stato: le bombe di Firenze, Roma e Milano. Poi la fine della violenza armata. Su questa stagione, così come su quella delle stragi, le indagini giudiziarie hanno visto una rinnovata spinta, con grande preoccupazione della politica. Sicuramente le frasi del premier Berlusconi testimoniano questa paura. Affermare che i magistrati, oggi impegnati su quegli eventi, congiurino ai suoi danni, spinge ad una semplice domanda: che cosa sa per sentirsi chiamato in causa? E cosa sa l’allora ministro Mancino che Borsellino, come testimonia la sua agenda grigia, incontrò pochi giorni prima di morire? Come fa a sostenere, in modo offensivo, di non ricordare il volto di Borsellino perché in quei giorni lo vennero a trovare in molti? Dalla morte di Falcone era infatti trascorso un mese: un tempo non sufficiente a dimenticare il viso di un magistrato ‘protagonista’ ucciso dalla mafia.
Tipico atteggiamento mafioso: l'arroganza
L'arroganza: è questo l'atteggiamento più deplorevole di questa maggioranza. L'arroganza nell'utilizzo delle istituzioni, nei decreti legge, negli attacchi all'informazione, nell'occupazione delle reti pubbliche, nella riforma della scuola, nel condono fiscale, nella depenalizzazione dei reati e nelle decine di porcate mascherate con la ragion di Stato di questo Governo.
L'arroganza dei suoi ministri, l'arroganza del Presidente del Consiglio. L'arroganza è un modo per rimarcare lo status di supposta superiorità che autorizza il disprezzo del Governo verso i cittadini e le istituzioni e che instilla giorno dopo giorno l'indifferenza nelle coscienze dei cittadini assuefatti ad essere governati da chi li tratta come sudditi.
E' l'arroganza che oggi, dopo il Consiglio dei Ministri, l'ennesimo che non ha voluto pronunciarsi sullo scioglimento del comune di Fondi, ha portato ai maltrattamenti nei miei confronti, reo di aver chiesto le dovute spiegazioni sugli interessi mafiosi del governo che protegge un comune in mano alla N'drangheta.
L'arroganza sarà il veleno con cui individui a fosche tinte, come Berlusconi, Cicchitto, Brunetta, Gasparri, Masi, Vespa, Bondi, ed un folto manipolo di personaggi privi di spessore politico, verranno seppelliti e rimossi dalla storia della democrazia italiana come un brutto incubo.
Un nuovo papello Stato-mafia

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Il Governo si prepara a varare il maxi scudo fiscale, uno scandaloso ed ignominioso indulto finanziario per ladri e mafiosi. Lo scudo fiscale di Tremonti, infatti, coprirà tutti, anche coloro che hanno commesso falso in bilancio ed un’altra serie di reati gravissimi. Basterà pagare il 5% sul patrimonio “scudato” ed il gioco è fatto.
Questo indulto fiscale è un insulto, uno schiaffo in faccia a tutti i cittadini onesti che pagano, tra Iva, imposte sul reddito e tasse varie, il 66% delle tasse sui redditi che guadagnano. Con questo atto, il Governo decide di punire di fatto i cittadini onesti che pagano le tasse e premia i ladri, i corrotti, i mafiosi, tutti coloro che hanno redditi altissimi e che le tasse non le hanno mai pagate.
Tremonti racconta bugie. Questo è il terzo decreto tombale di Berlusconi in 8 anni e lo Stato non ne trarrà nulla di buono. La lotta all’evasione fiscale è una cosa seria che nulla ha a che vedere con una politica palesemente lassista e che premia i furbi ed i corrotti.
Con questo ennesimo atto scandaloso, il Governo umilia le fasce sociali più deboli, i lavoratori onesti, i disoccupati, le famiglie italiane, e premia i furbi e i disonesti.
Per questo, oggi, in piazza, abbiamo rivolto al capo dello Stato un ultimo accorato appello affinchè non firmi una norma che non serve al Paese onesto ma alla mafia.
Giorgio Napolitano è l’ultimo baluardo contro il riciclaggio di Stato.
Legalita' e trasparenza amministrativa
Legalità e trasparenza amministrativa sono due potenti strumenti di democrazia che purtroppo sono stati - e sono - troppo spesso vituperati nell'Italia repubblicana.
Da tempo assistiamo a più o meno gravi fenomeni di corruzione: dalla classica "raccomandazione" ai processi "aggiustati" o sospesi per favorire il potente di turno, ai dipendenti fedeli a qualsiasi amministrazione, rimossi o "dimissionati" perché onesti osservatori dello stato e non del potere.
Molte amministrazioni pubbliche, divise per territori, funzioni o carriere, spesso diventano feudo di poteri politici che nulla hanno di democratico.
Nell'Italia di Berlusconi la situazione è anche peggiorata, siamo ormai alla denigrazione dei magistrati scomodi, all'impoverimento dell'amministrazione pubblica (vedi scuola e sanità) a favore dell'attività imprenditoriale privata degli "amici".
L'Italia dei Valori è contraria al neofeudalesimo, vogliamo tornare agli schietti valori repubblicani scolpiti nella Costituzione, perché se la res publica, in quanto tale, è di tutti, non può essere piegata agli interessi di pochi o, peggio, di uno solo.
Si tratta di una grossa battaglia democratica nella quale noi siamo in prima fila.
Ne discuteremo nel corso del convegno "Legalità e Trasparenza Amministrativa. Una normalità mai raggiunta", che l'Italia dei Valori ha organizzato a Milano il 1° ottobre, alle ore 20.30, presso la Sala Di Vittorio della Camera del lavoro, in C.so di Porta Vittoria, 43. Al convegno parteciperanno Luigi De Magistris, Nicola Tranfaglia, Basilio Rizzo, Flavia Fulvio, modererà il dibattito Peter Gomez.
Il vero Brunetta
Ma davvero tutti sanno chi è il Ministro Brunetta? Non ci sono dubbi sulla sua popolarità sia tra quelli che lo hanno apprezzato fin dall’inizio della sua (solo) dichiarata guerra ai fannulloni della Pubblica Amministrazione, sia tra i dipendenti pubblici che da lui si sono sentiti colpiti e minacciati (ora giustamente, tal’altra meno) nella loro professionalità e anche in qualche indubbio privilegio rispetto a chi lavora in fabbrica o in un ufficio professionale, in un negozio anziché in un supermercato. Resta il fatto, però, che in ogni ufficio pubblico ho sentito più d’uno inveire contro la furia moralizzatrice di questo Ministro, mentre a Cortina Incontra, così come al caffè della Versiliana, si sono uditi solo peana e visti molti suoi estimatori in solluchero ogni volta che ne sparava una delle sue.
Forse non tutti, però, sanno che questo campione dei ‘doveri per tutti’ non è poi così coerente nella sua attività politica e ministeriale. Ad esempio, su proposta del Ministro dell'interno, il Governo avrebbe da tempo dovuto sciogliere il comune di Fondi (in provincia di Latina) per infiltrazioni mafiose. Chi vi si è opposto? Il Ministro Brunetta, insieme ai suoi colleghi Matteoli e Meloni. Il fatto è di una assoluta gravità per chi perora – a questo punto si può dire, strumentalmente e ipocritamente - la causa dell'amministrazione pubblica efficiente e trasparente. Per questo motivo, ho presentato un’interrogazione parlamentare, per sapere se sono peggiori quelli che lui chiama 'fannulloni' oppure i mafiosi. Ma non è finita qui. A parte gli insulti di quando si è augurato che la sinistra "vada a morì ammazzata" (salvo adombrarsi quando lo definiscono ‘energumeno tascabile’), a Venezia ( dove si è fatto allestire un sontuoso ufficio sul Canal Grande a spese del contribuente) ha attaccato i lavoratori dello spettacolo presenti al Festival del cinema e insultato un bravo attore e regista come Michele Placido e altri che, come lui, portano alta la bandiera della cultura italiana nel mondo.
La perla, però, è quella rivelata dal Corriere della sera, del 23 settembre 2009, dal quale si è appreso che, al costo per il contribuente di 40 mila euro annui, il Ministro Brunetta ha inserito tra i suoi collaboratori Gianni De Michelis, ex ministro craxiano ed ex parlamentare che gode già di un vitalizio di diverse migliaia di euro al mese.
Insomma, se si è fannulloni o parassiti o invece qualificati grand commis da strapagare dipende soltanto dalle soggettive valutazioni del ministro. Se si è parte della sinistra si deve "andare a morire ammazzati" mentre se si è parte degli ambienti malavitosi del Basso Lazio si è degni della pubblica Amministrazione moralizzata che il ministro immagina nel glorioso futuro del nostro Paese; se si è Gianni De Michelis si può ottenere il doppio stipendio e se si è amici dei Sindaci (com’è successo nella Palermo di Cammarata) del partito di Brunetta si ottiene un posto senza concorso.
Questo è davvero il ministro Brunetta.
In Europa per difendere l'Italia
E' dovere degli eletti al Parlamento europeo dare seguito al mandato ricevuto dai cittadini anche denunciando il solco sempre più profondo che separa l’Italia dal resto d'Europa. E' interesse vitale di tutta l’Europa intervenire per correggere le profonde anomalie di uno Stato membro.
Il Parlamento europeo non può non recepire le ansie già espresse in numerosi Paesi dell’Ue e non esprimere l'inquietudine per le ripetute violazioni della libertà di informazione, per il conflitto d’interesse del Presidente del Consiglio, per il tentativo perpetrato dal Governo Berlusconi di asservire a sé anche il sistema radiotelevisivo pubblico, per gli abusi sui diritti elementari degli immigrati e richiedenti asilo.
L’Italia dei Valori sta lavorando seriamente in Europa per rappresentare gli interessi del mondo del lavoro e dell’economia del Paese e per dare slancio al progetto federalista. Sarebbe quanto meno paradossale che venisse censurata la promozione di dibattiti trasversali e trasparenti in seno all’istituzione democratica per eccellenza dell’Unione europea, anziché contrastare l’occultamento delle responsabilità da parte di chi sta portando il Paese alla deriva.
Non possiamo essere solo noi italiani a non accorgerci dello stato comatoso della democrazia nel nostro Paese. Per questo l’Italia dei Valori ha già portato il problema della libertà d’informazione all’attenzione dell’Europa.
I parlamentari europei dell’Italia dei Valori
Chi ha paura di Tarantini
Chi ha paura di Tarantini?
La notizia dell'arresto di Tarantini crea preoccupazioni all'interno della politica. Evidentemente è la preoccupazione di chi teme che sia rilevato qualcosa di cui si ha paura che venga divulgato.
Il sistema sanità in Puglia è stato gestito, come dice il procuratore capo Laudati, da un sistema criminale quasi mafioso. La sanità rappresenta l'85 bilancio regionale, un flusso enorme di denaro rispetto al quale non ci sono controlli e spesso finisce per l'arricchimento personale o della politica. Per questo hanno timore per l'arresto di Tarantini. Hanno timore che Tarantini parli, è quello che ha pensato di entrare nel sistema sanità utilizzando in maniera spregiudicata le escort, per avvicinare il Presidente del Consiglio, e la cocaina, per avvicinare una serie di soggetti, imprenditori e politici, tra cui il vice presidente della regione Puglia Frisullo, per mettere in discussioni e conquistare una fetta di mercato, quello della sanità.
Chi può temere, oggi, che Tarantini parli? Certamente la criminalità organizzata barese, da cui probabilmente ha preso la cocaina. Qualcuno teme che vengano detti i nomi dei criminali, mentre dall'altra parte tremano quei colletti bianchi che hanno utilizzato Tarantini per raggiungere il Presidente del Consiglio, per raggiungere Bertolaso, per raggiungere il vice presidente della regione Puglia e per partecipare alle cene e alla pignata con D'Alema e con il sindaco Emiliano per avere in cambio una corsia preferenziale verso gli appalti, verso le forniture sanitarie e verso le direzioni generali e sanitarie.
In Puglia, di fronte a questo mercimonio della sanità e della salute dei cittadini, bisogna voltare pagina.
Dunque: chi ha paura di Tarantini? Tutti i partiti, eccetto Italia dei Valori.
Berlusconi ha perso il Quirinale
La situazione politica italiana è pessima, però c'è un punto buono che ci deve rallegrare.
Con tutto il pasticcio delle donne a pagamento nelle sue residenze, e dall'enorme ricattabilità a cui si è esposto a questa vicenda, che è il fatto più importante, non il fatto sessuale ma la ricattabilità del detentore del potere politico, ne viene fuori il fatto buono: Berlusconi ha perduto definitivamente il Quirinale.
Se mai aveva il sogno, e lo ha avuto, di diventare Presidente della Repubblica, questo sogno lo ripone nel cassetto. Al massimo potrà tentare di rovinare l'Italia come Presidente del Consiglio, ma non da Presidente della Repubblica.
Questo è un fatto che bisogna far circolare e sostenere, perché è un fatto vero che diventerà sempre più vero quante più persone lo pensano e lo dicono.
Il silenzio di Fondi e' mafioso
Oggi il Prefetto di Latina, Bruno Frattasi, ha consegnato l’ennesima relazione sulla situazione del Comune di Fondi.
Il Prefetto ha confermato la sua precedente opinione a riguardo e ha dipinto un quadro ancora più grave rispetto all’anno precedente. Sono emersi elementi che coinvolgono rappresentanti del Governo Berlusconi che in quest’ultimo anno ha rifiutato di decidere sullo scioglimento del Consiglio Comunale di Fondi, mancando al suo ruolo di responsabilità politica.
Noi dell’Italia Dei Valori riteniamo scandaloso che prosegua questa vergognosa situazione di stallo e continueremo a protestare finché il Consiglio dei Ministri non si pronuncerà.
La piazza che ci ha accolto ha dimostrato di attendere con ansia questa decisione e di voler tornare a vivere in un paese dove sia ripristinata la legalità e il rispetto delle istituzioni.
L’Italia dei Valori sosterrà sempre chi, come il Prefetto Frattasi, lavora nelle Istituzioni rifiutando di piegarsi alle pressioni indebite di una classe politica che è ben lontana dal conoscere l’etica della responsabilità.
Cittadini Fondi: un esempio per il Paese
Nel pomeriggio del 9 settembre Italia dei Valori ha organizzato, nella piazza centrale di Fondi, una manifestazione pubblica, con numerosi interventi e con la conclusione di una rappresentante dei funzionari prefettizi e dell'on. Antonio Di Pietro.
La piazza era stracolma, come mai si ricorda sia stata in occasione di iniziative politiche.
Migliaia di cittadini, giovani e anziani, intere famiglie sono accorse per testimoniare indignazione contro interessi malavitosi e per chiedere l'immediato scioglimento del Comune di Fondi.
In piazza, uno sparuto gruppo di scalmanati ha - vociando - provocato , chi si alternava al microfono per chiedere la liberazione del territorio di Fondi da infiltrazioni criminali mafiose.
Quello sparuto gruppo di scalmanati era guidato dal Sindaco ancora in carica ed era composto da alcuni esponenti della amministrazione e da qualche affarista “disturbato” dalla relazione del Prefetto e dalla proposta di scioglimento.
Le forze dell'ordine presenti per il servizio di ordine hanno dovuto faticare 7 camicie per isolare quello sparuto gruppo e per difendere oratori e cittadini ...dalle intemperanze del Sindaco!
I cittadini , però , non si sono fatti intimidire, sono rimasti nella piazza sino al termine della manifestazione e hanno coperto , con continui applausi agli oratori ,le voci e le provocazioni di quel gruppetto, sempre più chiaramente ormai visibilmente isolato dalla indignazione civile dei presenti.
Il Sindaco e i suoi sparuti e nervosi compari, registrato l'isolamento e lo sdegno dei cittadini, si è allontanato.
Ritengo doveroso esprimere gratitudine ed ammirazione per i cittadini di Fondi, civilmente e democraticamente impegnati per chiedere legalità e libertà'.
Noi di Italia dei Valori continueremo a dimostrare gratitudine e ammirazione per i cittadini di Fondi , incalzando e denunciando senza tregua il Governo nazionale sin tanto che non venga data risposta a quella ansia di legalità che fa della cittadinanza di Fondi, a dispetto di una minoranza, un esempio positivo per l'intero Paese.
De Profundis per Berlusconi
E´ risaputo che quando nell’antichità si aveva una situazione di grave crisi interna, il sovrano scatenava una guerra per allontanare l’attenzione dei cittadini. Così come sappiamo che le guerre moderne si fanno anche distruggendo l’immagine degli stati o delle persone.
Partendo da queste considerazioni si può ragionare sulla consecutività tra l´episodio del mancato incontro a L´Aquila, quello tra il Presidente Berlusconi e il Cardinale Bertone, e l´episodio dell’attacco a Boffo, direttore di Avvenire.
A chiarire il collegamento è stata una lettera, clamorosamente firmata, con cui si dipanava la matassa dei dubbi e alla fine si concludeva che l’unica ragione vera dell´attacco de Il Giornale contro il direttore di Avvenire è costituita dal tentativo di sollevare una cortina fumogena. Ovvero di coprire il fatto politico più significativo degli ultimi 15 anni: la fine politica di Berlusconi. Più esattamente l´attacco mediatico tenta di tacitare il rumore sordo prodotto dalla rottura del legame tra Berlusconi e la Chiesa Cattolica.
In realtà a nessuno è sfuggito come, dopo il fallimento del risultato maggioritario atteso alle elezioni europee e gli scivoloni di popolarità, durante la scorsa estate, Berlusconi abbia fatto di tutto per coltivare la propria immagine, presentando se stesso all’opinione pubblica come buon padre di famiglia, tutto casa-e-lavoro, tutto digiuno-e-assistenza ai terremotati.
Insomma l’ennesima scenografia da propinare alla pubblica opinione che però, nel momento in cui ci si aspettava l’apoteosi, si è trasformata in un sonoro tonfo. Tanto disastroso quanto inaspettato: Berlusconi ha consumato la rottura del rapporto con la Chiesa e con il mondo cattolico.
Tutto era pronto: presentare la Perdonanza come momento di espiazione e rinascita della nuova immagine di Berlusconi, il quale nel passaggio sotto il Portale di Celestino V, alla presenza del Segretario di Stato Vaticano, avrebbe ottenuto il pubblico perdono.
Ma con un secco e chiaro comunicato stampa della Segreteria di Stato, passato quasi silenziosamente e subito coperto dal vile attacco a Boffo, è stato cancellato l’incontro, ha implicitamente sancito l´annullamento del perdono e decretato il de profundis, la fine politica di Berlusconi.
E’ un terremoto politico che fa seguito alle innumerevoli manifestazioni di disagio nelle comunità cattoliche, alle espressioni quotidiane di sacerdoti e laici non indifferenti al ragionamento sulla coerenza