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17 Dicembre 2010

Successo Idv in Europa: Kessler presidente dell'Olaf


Arriva da Strasburgo, in questa fine 2010 una buona notizia, la nomina di Giovanni Kessler alla direzione dell'Olaf, l'Ufficio antifrodi dell'Unione europea, un organo molto importante che vigila con poteri ispettivi diretti sul buon utilizzo dei fondi europei che spesso, e soprattutto nel nostro paese, sono utilizzati per altri fini che non quelli istituzionali.
Si tratta di una vittoria importante per l'Italia, dopo molti schiaffi ricevuti soprattutto durante la fase si nomina dei vari ambasciatori dell'Unione europea che ha penalizzato pesantemente il nostro paese. Una vittoria, quindi, anche del sistema italiano che ha fatto in buona parte quadrato intorno alla candidatura di Giovanni Kessler ma, devo dire, soprattutto una vittoria per l'Italia dei valori.
La Commissione del controllo dei bilanci che ha atteso, come dire, la regia di questa nomina, presieduta da Luigi De Magistris, ha infatti avuto un ruolo determinante in questa nomina. E credo che abbiamo fatto bene, l'anno scorso, neoeletti al Parlamento europeo, a negoziare in una trattativa che all'epoca non fu assolutamente facile per noi dell'Idv, la presidenza della Commissione del controllo dei bilanci, per una persona come De Magistris che abbina le capacità politiche alle sue straordinarie conoscenze come magistrato, soprattutto e non solo, nel campo delle frodi comunitarie.
Si tratta quindi di una grande soddisfazione perché quella di Kessler era una candidatura tutt'altro che scontata; c'erano dei concorrenti assai agguerriti, appoggiati da Stati che hanno un peso specifico nelle trattative europee assai pregnante e anche candidati interni all'organizzazione, o comunque appoggiati dall'Olaf stessa, oppure candidati dietro ai quali si poteva intuire forse la presenza di qualche potere forte come la Massoneria.
L'Olaf, infatti, ripeto, ha un ruolo cruciale; ha bisogno anche di un nuovo slancio e di qualche riforma e noi crediamo che Kessler sia la persona giusta: ha avuto un'esperienza come politico, come magistrato, si è occupato molto anche di supervisione elettorale, ha quindi quel tipo di capacità multidisciplinare che, abbinata peraltro alla sua ottima conoscenza linguistica (si tratta del resto di un cittadino italiano di minoranza linguistica tedesca) , fa si che con lui penso, l'Europa avrà la persona giusta in un settore estremamente cruciale. Ripeto, anche se c'è stato un concorso generale per questa nomina che era tutt'altro che scontata, credo che l'Italia dei valori possa giustamente e, in particolar modo Luigi De Magistris come presidente della Commissione controllo bilanci, vantarne il merito principale.



4 Dicembre 2010

RAPPORTO MOLTO CONFIDENZIALE: PUTIN & BERLUSCONI


Dal vertice italo-russo di ieri a Sochi, sul mar Nero, sono emersi certamente accordi economici riguardanti co-produzioni e collaborazioni tra i due Paesi, accanto alla definizione di strategie internazionali comuni anche in vista dell’imminente vertice tra Russia e Unione Europea. Purtroppo, però, temo che emergeranno anche accordi personali, ambigui e pericolosi, tra i premier di due nazioni importanti come la Federazione Russa e la Repubblica italiana: tra ‘alpha dog’, cioè ‘maschio dominante’, come viene definito Putin, e il suo ‘portavoce’, Berlusconi, che nella conferenza stampa di ieri ha ovviamente cercato di placare tutto e tutti. Ma restano ancora molti dubbi.
Dai cablogrammi diffusi da Wikileaks risulta che il tema principale del rapporto personale tra i due premier, in cui si risolve la diplomazia italo-russa, sia l’energia: una questione esplosiva.
Sembra infatti che gli accordi per le forniture dalla Russia prevedano che l’Italia accetti compromessi sui temi di politica estera; viene paventata la possibilità che il nostro Paese sostenga attivamente gli sforzi russi nel diluire gli interessi di sicurezza americani in Europa; si parla addirittura di percentuali promesse a Berlusconi per ogni gasdotto costruito da Gazprom.
Quindi da Wikileaks arrivano rivelazioni importantissime, non tanto per il pettegolezzo intorno ai festini di Berlusconi, che pure inficia la sua adeguatezza nel rivestire il ruolo che ha, ma soprattutto perché alimentano il sospetto che il premier utilizzi le istituzioni solo per un proprio tornaconto personale. Si tratta di informazioni che emergono da scambi di email tra funzionari diplomatici ed è doveroso valutarle in modo equilibrato. Allora proviamo a non fermarci alle parole e guardiamo ai fatti: è un dato che Berlusconi ha compiuto sforzi, spesso discutibili, per legittimare la Russia come nazione moderna e democratica anche durante il conflitto in Georgia; è un fatto che, in collaborazione con l’Eni, sono stati costruiti numerosi gasdotti che portano energia in Italia e arricchiscono la Russia; che l’inedito feeling tra Mosca e Roma su politica estera, energia, strategie militari, logistica e accordi economici sia stato inaugurato nel 1994 proprio da Berlusconi è una realtà.
Tanto basta per rendere necessario che il Presidente del Consiglio riferisca dettagliatamente al Parlamento della vicenda. È in gioco il sistema economico italiano, il nostro approvvigionamento energetico, la sicurezza della Repubblica e la credibilità dell’Italia nel mondo: se Berlusconi non fornirà risposte sufficienti, come credo, è doveroso che tutte le forze politiche si attivino responsabilmente per l’istituzione di una commissione di inchiesta.
Elementi tali da legittimare sospetti sul rapporto che il Governo Berlusconi ha creato con la Russia di Putin ci sono sempre stati: io stesso ho presentato nel 2008, quindi in tempi non sospetti, un’interrogazione parlamentare al Ministro Scajola su un progetto di stoccaggio di gas nella Val Basento, lacunoso e poco trasparente, presentato dalla società a capitali russi Geaogastock. Ho considerato già allora che il via libera alla realizzazione della centrale di compressione, dall’inaccettabile impatto sul territorio e sulla salute pubblica, potesse contare sulla complicità personale tra il Cavaliere e l’ex dirigente del Kgb. L’allora Ministro Scajola evitò di rispondermi: forse, ovviamente a sua insaputa, nessuno gli recapitò la mia interrogazione. Eppure, cosa c’è dietro i rapporti molto confidenziali tra Putin e Berlusconi i cittadini hanno tutto il diritto di saperlo.



11 Novembre 2010

Per la liberazione del Premio Nobel Liu Xiaobo


Nei giorni scorsi, su tutte le prime pagine dei grandi giornali, campeggiava la classifica stilata dalla rivista Forbes che, quest’anno, ha incoronato il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Hu Jintao, come la persona più potente del mondo. Un risultato che consacra, dunque, la leadership mondiale del Dragone ai danni degli Stati Uniti. Cosa si cela realmente dietro questo “salto in avanti” del paese orientale? Uno Stato (e quindi il suo Presidente) può definirsi “il più potente” quando la sua capacità d’influenza è superiore a quella di qualsiasi altro sul Pianeta. In questo senso il “miracolo economico” cinese si è potuto attuare grazie al fatto che per la Cina la politica estera è, come nel periodo maoista, strumento della politica interna. Caso esemplare è il rapporto che la potenza asiatica ha instaurato con l'Africa.
La presenza di Pechino in Africa ormai è fortissima: affamata di materie prime, ha trovato terreno fertile per i suoi affari in Paesi poverissimi e alla ricerca di mezzi finanziari. In questi contesti vi è la possibilità di riprodurre lo stesso sfruttamento della manodopera attuato in patria e, grazie a dittature corrotte, di lavorare in un mercato favorevole all’esportazione di prodotti scadenti e a basso prezzo, nonché ottenere risorse naturali rare a costi vicini allo zero. Diviene inoltre possibile offrire ingenti finanziamenti a prezzi vantaggiosi in cambio di materie prime e concessioni minerarie e far sì che gli appalti per le opere finanziate siano assegnati ad aziende cinesi.
Nei paesi del Maghreb le multinazionali cinesi la fanno da padrone nell'edilizia e nel commercio; nell’Africa dell’Est si cimentano nel commercio di armi e materie prime. Inoltre (riuscendo tra l’altro a mantenere buoni rapporti con tutti i paesi del Corno d'Africa) la Cina ha alimentato il conflitto fra Etiopia ed Eritrea attraverso la vendita di armi ed equipaggiamenti militari a entrambe le parti. Poiché il Sudan rappresenta il secondo fornitore africano di petrolio, viene difeso su tutti i forum internazionali dalle accuse di violazione dei diritti umani e di genocidio nella regione del Darfur. In Africa occidentale, invece, la strategia cinese prevede, in alcuni casi, l’annullamento dei debiti, in altri il finanziamento di ricerche minerarie e petrolifere. Ma il simbolo del nuovo colonialismo del Dragone risiede nelle vicende del Congo, dove gli schiavi del terzo millennio hanno la pelle nera e poco più di dieci anni. A Likasi, per tre dollari al giorno, s’infilano nelle viscere della terra per strappare le ultime briciole di cobalto e rame. Nessuno ne parla, nessuno conosce le migliaia di situazioni limite che la superpotenza ha creato e con cui si arricchisce: Peter Hitchens, un giornalista inglese deciso a raccontare la storia dei nuovi schiavi, è stato minacciato di morte. I cinesi stessi, a causa dei rigidi controlli censori dei media, non ne conoscono l'esistenza, e le Ong sono impotenti. Non esistono regole, tanto meno controlli, e i morti, sepolti vivi, ustionati, morti letteralmente di sfinimento, non sono censibili. Sono migliaia i nuovi inferni africani generati della fame di energia e materie prime della nazione più popolosa del pianeta. Il sistema prevede sempre la stessa regola: paghe e ricchezze generate dai nuovi investimenti torneranno a casa e, ai congolesi, ai nigeriani, agli africani tutti, resteranno sofferenza, fatica e la desolazione di un Paese spogliato delle proprie ricchezze.
Lo schema della conquista è sempre lo stesso, è il padrone che cambia. Così si diventa i più potenti del Pianeta, così si scalano le classifiche di Forbes, così ci si arricchisce a scapito delle disgrazie altrui, in barba a qualsiasi logica di fratellanza e rispetto della vita e della dignità.
La nostra Camera dei Deputati ha approvato, all’unanimità, una mozione per la liberazione del Premio Nobel Liu Xiaobo. Vedremo, adesso, se il nostro Governo continuerà a restare sordo e cieco dinanzi agli amici cinesi, nella più classica delle situazioni da realpolitik, chiudendo affari per miliardi di dollari con il gigante asiatico senza clausole né preamboli circa il rispetto dei diritti umani da parte di quel Paese.
Davanti al peso dello yuan, purtroppo, è facile dimenticare gli undici anni di carcere inferti al dissidente Liu Xiaobo, le dure repressioni del Tibet, la censura all’informazione e a internet, lo sfruttamento del lavoro nero e minorile, i mille paradossi e le mille contraddizioni civili e sociali che accompagnano l’ascesa economica del Dragone.
Qui risiede il paradosso della politica internazionale, non solo nostrana: la logica imperante sostiene la necessità di tenere buoni rapporti con i paesi esteri, soprattutto quando la mole degli investimenti pronti a riguardare le nostre imprese diventa rilevante. Con il gigante asiatico l’Italia, infatti, ha appena stretto accordi commerciali per 200 miliardi di dollari.
Nel corso della recente visita di Stato in Cina, parlando davanti al collega Hu Jintao, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha sottolineato che i passi avanti del colosso asiatico "non si misurano solo nella sfera economica". In un discorso alla Scuola centrale del Partito comunista cinese, Napolitano ha, poi, spiegato che "il cammino intrapreso dalla Cina sulla via delle riforme politiche, del rafforzamento dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, così come dell'apertura e liberalizzazione dei mercati, è di fondamentale importanza per un'armoniosa integrazione in un sistema internazionale aperto e per una piena sintonia con l'Europa".
Certo, si tratta di parole opportune e condivisibili, ma corrono il rischio di essere relegate solo all’astrattezza verbale e non tradotte anche in atti di politica estera, soprattutto quando si continuano a stipulare accordi su accordi, che, per carità, vanno benissimo per il rilancio delle eccellenze italiane.
Ma noi dell’Italia dei Valori pretendiamo di più! Pretendiamo che un’altra e più importante eccellenza italiana venga maggiormente sostenuta: essere un baluardo, una punta di diamante, nella lotta per il rispetto dei diritti umani nel mondo, sempre e non a condizione che…


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9 Novembre 2010

Lettera aperta agli italiani all’estero


Cari concittadini all’estero,
la storia di questi anni ci ha insegnato a nostre spese purtroppo, che questa avventura dal voto in poi è stata una strada sempre in salita.
I governi che si sono succeduti, non hanno saputo o voluto prendere in considerazione che le istanze degli italiani all’estero andavano accolte in toto. Non hanno saputo o voluto, cioè, avvicinarsi al patrimonio umano, culturale ed economico che la nostra gente rappresenta all’estero. Quindi, i nostri dubbi e le nostre considerazioni non possono che partire da presupposti nuovi. Sarebbe auspicabile che noi, noi tutti, facessimo un po’ di autocritica oltre che accusare sempre ed incondizionatamente il governante di turno. Sarebbe questo un segno forte, una lezione da impartire ai Palazzi che contano dimostrando che l’umanità, l’italianità all’estero, non è una merce, non può essere considerata una cosa né se ne può prescindere.
Le nostre comunità organizzate in Comites devono trovare lo spirito innovatore che le imponga all’attenzione dei governi in Italia; e per fare questo tocca a loro introdurre, dall’interno, il rinnovamento della classe dirigente a partire dai Presidenti.
Diamo spazio e fiducia ai nostri giovani e coinvolgiamoli a rappresentarci in Italia. Chiediamo loro di intervenire e di prendere in mano le sorti future degli italiani fuori confine.
L’autocritica che abbiamo il dovere di fare per essere credibili, è quella di trovare i mali al nostro interno. Sappiamo tutti quante aspettative e quante speranze ognuno di noi ha per emergere, per “vendicarsi” di una vita passata da emigrante, da straniero dimenticato nelle file degli uffici e davanti alle porte chiuse. Ma è giunta l’ora di dare spazio alla freschezza dei nostri giovani, affinché possano condurre i loro padri e nonni attraverso percorsi freschi con idee e prospettive allettanti per i governi di Roma e se vi sono strade che conducono ai vertici, facciamole percorrere a loro che hanno tutta la vita davanti.
La vera rappresentatività italiana all’estero, sono i deputai eletti voce dei Comites. Non lasciamoci ingannare dalla demagogia della famosa e chiamata in ballo continuamente “rappresentanza” del GCIE. Chi dice queste cose è interessato e basta. Non sa di cosa parla, non ha la minima idea di cosa significhi rappresentanza e se ce l’ha la ignora per dare spazio alla demagogia. Noi all’estero sappiamo solo che chi “bazzica” nel CGIE fa parte di un substrato importante della sottocultura politica di cui in nostro paese è pervaso. Chi naviga in queste acque lo fa per portare in porto la propria barca ad un attracco sicuro. Il problema invece è che il CGIE costa una montagna di denaro pubblico, spesso sperperato in convegni inutili. CGIE = sperpero di risorse alla faccia delle indigenze, dei bisogni degli italiani che se la passano male sia in Europa, sia nelle americhe. Sarà mia iniziativa raccogliere firme, tra le comunità italiane in tutto il mondo, affinché venga chiesto che il CGIE sia definitivamente chiuso per manifesta incapacità a rappresentare chicchessia.
L’Italia dei Valori ha posto una importante questione che per il futuro sarà un comandamento da rispettare ed una promessa da mantenere: salvare la lingua e la cultura italiana nel mondo ivi compresa l’informazione e la stampa italiana all’estero. Posso promettere che, in qualità di responsabile per l’Italia dei Valori nel mondo, sono in grado di garantire che mi impegnerò già da subito ad assicurare l’assoluto coinvolgimento di tutto il partito, qualora avesse l’opportunità di governare, di aprire un varco nelle chiusure di questi anni nei riguardi degli italiani all’estero.
Sappiate che nel mio cuore sono stipati gelosamente tutti i fatti che ci riguardano, per ogni giorno passato all’estero. Tutte le mortificazioni, i sacrifici, i pianti e la disperazione che a volte oscuravano ogni speranza per il futuro.
Sappiate che voi rappresentate una forza di notevole caratura. Siete inattaccabili in quanto a principi e coraggio. Da voi deve sortire l’impulso dirompente, la pretesa della continuazione, della parità dei diritti con gli italiani in Italia. A voi spetta decidere del vostro destino senza mediatori inutili e costosi come quelli del CGIE che dicono di essere vostri rappresentanti mentre sono solo i rappresentanti di loro stessi.
Nella borsa del “Piano di rilancio dell’Italia dei Valori nel mondo” ho messo alcune cose fondamentali che mi aiuteranno ad ascoltare la voce dei Comites e dei loro referenti, proposte che confido di realizzare con l’onestà degli intenti, il sudore della fronte, la forza e l’orgoglio di essere italiani nonostante tutto.

Un fortissimo abbraccio, Antonio Razzi



4 Novembre 2010

BRASILE, DILMA VANA ROUSSEFF PRIMO PREMIER DONNA DEL PAESE


Il Brasile elegge per la prima volta un Premier donna. Quest'elezione rappresenta un primo colpo ferale al noto "machismo" latino-americano e lascia spazio ad una riflessione su come i modelli economico e di welfare latino-americani abbiano potuto incidere sulla rappresentanza politica al femminile.
In Paesi come quelli dell'America latina una donna al potere rappresenta un vero e proprio cambio di passo, cosa che non può essere codificata allo stesso modo in un Paese europeo come la Svezia, dove la donna in politica non simboleggia una trasformazione del modo di fare politica e di guardare alla politica. In America latina il fattore "D" come donna in politica incarna una vera e propria rivoluzione copernicana, perché materializza un nuovo modello di relazione tra uomo e donna, conferisce uno status diverso alla donna che non è più relegata al ruolo di padrona del focolare domestico, tanto caro a popolazioni cultrici della famiglia, e assegna alla donna una voce fuori dal coro.
Rousseff ama parafrasare Obama nel suo "Yes, we can" con il suo "Sì, la donna può" e, in effetti, Rousseff ha dimostrato che volere è potere, soprattutto in politica.
L'Europa, invece di interrogarsi sulla vittoria di Rousseff, sembra stupita, incredula. Il Vecchio continente non tiene conto del fatto che il Brasile, uno dei tre Paesi emergenti BIC (Brasile, India, Cina) abbia saputo interpretare, oltre ai trend economici positivi, anche le istanze di profondo rinnovamento sociale e culturale della sua popolazione. L'elezione di una donna a Premier non può che incarnare la necessità di un'esigenza profonda di cambiamento dei modelli sociali e culturali che fino a pochi mesi fa non conferivano dignità e valore alla donna e le negavano altri possibili ruoli nella società. Oggi in Brasile essere donna non significa solo essere madre o danzatrice al Carnevale di Rio come nell'immaginario collettivo, ma significa essere al centro di un processo politico, economico, culturale e sociale.
Il Brasile ha raccolto una sfida di cambiamento di fronte alla quale l'Europa non può rimanere a guardare passivamente, sperando in una fantomatica emulazione oltreoceano. A questa riflessione se ne aggiunge un'altra: l'Europa non può ambire ad un Premier donna a tutti i costi, ricorrendo a dubbi criteri di selezione della classe politica. Le donne "grechine", come le definirebbe Lorella Zanardo, le donne oggetto, le donne come elementi decorativi, "riempispazio" in politica non vanno in direzione della svolta culturale che il Brasile ha intrapreso. Le parole chiave per una vera rappresentanza politica al femminile sono competenza, rigore e spirito d'innovazione. Adelante con Rousseff!



12 Ottobre 2010

La guerra non è un valore della Costituzione


Oggi è il giorno dei funerali dei quattro alpini uccisi sabato scorso in un attacco talebano in Afghanistan. L’ennesimo sacrificio di vite umane ha riaperto la discussione sulla presenza dei nostri militari in quel martoriato Paese, per una missione di pace che si è via via trasformata in una vera e propria guerra.
Eppure “L'Italia - recita l’Articolo 11 della Costituzione - ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”
Il nostro Paese può partecipare esclusivamente a missioni internazionali di pace, missioni nelle quali è centrale il valore di aiuto alle popolazioni e di ricostruzione e stabilizzazione a seguito di conflitti. Eppure secondo il Ministro La Russa e tutto l’emiciclo parlamentare (ad esclusione dell’Italia dei Valori) non importa se la presenza del nostro contingente in Afghanistan abbia assunto i contorni di una vera e propria guerra con attività offensive fortemente marcate. Non importa se nell’ultimo mese cinque nostri ragazzi abbiano perso la vita, 34 dall’inizio della missione nel 2004. Non importa se 6 italiani su 10 siano contrari alla missione in Afghanistan. Dobbiamo restare, non si discute. Anzi, confortato dai vari Rutelli, Bersani, Casini, il Ministro La Russa si appresta a mandare più armi, più militari, ad armare i tornado per i bombardamenti. Così, secondo loro, potremo stanare i talebani ed esportare la democrazia in Afghanistan; i civili che verranno massacrati nel sonno saranno inseriti nel capitolo di spese denominato “costi della democrazia”. I cadaveri dei nostri ragazzi, giovani, giovanissimi, quelli li metteremo al capitolo “spese per scelte incostituzionali del Parlamento”, e nel giro di poco, con un falso in bilancio, tutto sarà cancellato.
Nessuno, per ipocrisia mista a interessi politici ed economici, ha il coraggio di dire che la guerra è uno strumento che non funziona. Lo dimostrano i dati di fatto. Siamo giunti quasi al decennale dell’inizio della guerra in Afghanistan, i talebani e i signori della guerra spadroneggiano ancora in buona parte del territorio e, soprattutto, hanno il consenso della popolazione: all’inizio del conflitto erano odiati e detestati da larga parte di essa. La produzione di oppio non è diminuita e le elezioni finora svolte hanno avuto ben poco di democratico, con brogli evidenti in quasi tutto il paese. Di questo si sono resi conto anche gli USA che, insieme a Karzai, hanno deciso di trattare con i talebani: basterebbe solo questo fatto a certificare la morte del progetto di guerra, di pace o di qualsiasi altro fantomatico aggettivo usato per ammorbidire una realtà fatta di sangue, morti, e bandiere sulle bare.
La politica della forza, come sempre accade, non porta alcun frutto se non quello di acuire l’odio, di dividere le persone, di seminare morte. E di far realizzare grossi profitti a multinazionali e affaristi.
Penso che l’Italia dei Valori, e la maggioranza degli italiani, abbiano un’altra idea dell’impegno internazionale dei nostri ragazzi, che non è certo quello di andare a stanare i talebani in mezzo all’Afghanistan, né tantomeno procedere a bombardamenti a tappeto. Un’idea fatta di solidarietà, di cooperazione, di formazione, di sostegno. Un’idea che non si rispecchia nell’attuale atteggiamento del Governo e del Parlamento (ad eccezione di Italia dei Valori) che ha rifinanziato ad agosto le missioni, destinando per la seconda parte del 2010 ben 365 milioni di euro per il mantenimento del contingente ISAF in Afghanistan e solamente 18,7 milioni di euro per iniziative di cooperazione, assistenza e ricostruzione. Una sproporzione palese che testimonia ulteriormente l’atteggiamento anticostituzionale che l’Italia ha assunto a livello internazionale.
Come ci ricorda Gino Strada “ci sono tanti modi per intervenire. Il dramma di oggi è che di fronte a qualsiasi problema si pensa solo ed esclusivamente in termini di «che risposta militare diamo», cioè «quanti uomini mandiamo, dove, chi li comanda». Il problema di per sé non lo si affronta mai”. Forse è arrivato il momento che l’Italia decida di affrontare il problema con la testa, con il cuore, lasciando a casa i fucili.


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7 Ottobre 2010

DIPLOMAZIA EUROPEA, ITALIA FANALINO DI CODA


Mentre l’Italia si trastulla in problemi di crisi, in regolamenti di conti, l’Unione europea sta muovendo passi importanti in politica estera. Rispetto a questo l’Italia sta perdendo tutti i treni e bisogna che qualcuno cominci a dirle queste cose.
In un recente vertice europeo, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha riproposto la possibilità di una tassa sulle transazioni finanziarie di una certa entità. Una piccolissima tassa che però sarebbe sufficiente per finanziare lo sviluppo dei paesi del sud e cominciare a regolare anche i flussi migratori con maggiore efficacia. Rispetto a questa proposta, la posizione del nostro ministro degli Esteri, Frattini, che è quella dell’Italia, rimane ne Si, ne No, non si sa; non abbiamo una voce in capitolo. D’altro canto il nostro Paese, come le altre nazioni europee, ha preso formalmente l’impegno di destinare lo 0,7% del proprio Pil, come minimo contributo alla cooperazione allo sviluppo, ma per il momento siamo fermi allo 0,16%, tra l’altro anche con una serie di trucchi contabili un po’ tutti italici, in base ai quali anche l’otto per mille alla chiesa cattolica viene computato come aiuto ai paesi in via di sviluppo e quindi calcolato in questo canestro dello 0,16%. Come l’Italia del Governo Berlusconi, riuscirà a rispettare l’impegno dello 0,7% entro l’anno, sarà cosa tutta da vedere.
Nel frattempo l’Europa comincia a premiare chi fa bene e a marginalizzare chi di fatto si sta tirando fuori da solo. Catherine Ashton, ministro degli Esteri europeo, ha annunciato la lista dei primi 28 ambasciatori del nuovo servizio diplomatico europeo introdotto dal Trattato di Lisbona – è una cosa embrionale ma che sta cominciando a prendere piede -, e di questi 28 posti l’Italia ne ha ottenuto due: l’Albania, che è stata una grande richiesta del nostro Paese e l’Uganda. Gli altri stati hanno avuto tutti molto di più. E’ una lista interessante perché ci fa capire l’importanza geopolitica dei vari paesi all’interno dell’Unione europea.
La Germania si è presa la Cina, il Portogallo gli Stati Uniti, l’Olanda il Sudafrica e altre importanti destinazioni, la Spagna addirittura ha ottenuto cinque incarichi tra cui l’Argentina; l’Austria si è presa il Giappone. L’Italia, ripeto, si è fermata a Uganda e Albania. Non solo, il Governo ha chiesto con insistenza di avere uno dei due Vicesegretari generali del servizio diplomatico, ma questi sono andati invece ad un polacco e a un tedesco, mentre il posto di Segretario generale a un francese. L’Irlanda, piccolo Paese neutrale, ha ottenuto il capo del personale del servizio diplomatico, che è un’altra posizione molto importante. Quindi siamo assenti dalla cabina di regia della diplomazia europea.
Vedete, l’Italia non soltanto ha perso costantemente il treno nel cercare di agganciare Germania, Francia, Gran Bretagna; ma poi è stata anche superata dalla Spagna che oggi ha un reddito procapite maggiore del nostro, e anche un’importanza geopolitica più grande, come dimostrano i ben cinque posti ottenuti. Ora bisogna stare attenti perfino alla Polonia, che è un Paese importante, crescente nella sua influenza, che ha più o meno la stessa superficie e popolazione della Spagna, che ha ottenuto un posto molto importante con l’ambasciata a Seul, in Corea del Sud - stato col quale, tra l’altro, l’Unione europea ha appena siglato un importantissimo accordo di libero scambio -, e poi appunto uno dei Vicesegretari generali di questo nuovo servizio diplomatico.
L’Italia resta a bocca asciutta. Come al solito non si riesce ad aprire un dibattito su questo tema molto importante per il nostro Paese, e la nostra politica estera continua a fare la spola tra Monte Carlo e Gheddafi.



3 Ottobre 2010

La Commissione Europea: la mafia è in ogni paese


E adesso, quelli del “la mafia è solo al sud”, o quelli che, peggio ancora, “Italia? Spaghetti, mandolino e mafia” dovranno trovarsi un nuovo hobby. La mafia non è più siciliana. La mafia non ha più la coppola e non parla solo italiano. La mafia è entrata nell’Unione Europea. Bella scoperta, direte voi. Ovviamente non mi riferisco al fenomeno in sé per sè, che ormai ha una riconosciuta diffusione planetaria: l’espansione delle ‘ndrine calabresi, per esempio, ha oramai toccato anche l’Africa più profonda, l’Olanda e il nord America. Parlo della “certificazione” europea che indica come nessun paese sia più immune alle infiltrazioni mafiose e che annuncia come presto l’Ue si doterà di studi e strumenti per combattere più efficamente questo enorme agglomerato babelico di criminalità organizzata. Tutto ciò è contenuto nella risposta scritta che la Commissione Europea ha fornito alla mia interrogazione del luglio scorso, relativa al danno economico della mafia a livello UE e ai provvedimenti legislativi per il contrasto delle relative attività illecite. Tra le altre cose avevo chiesto alla Commissione:

- l’introduzione a livello UE del reato di associazione mafiosa, già esistente in Italia;
- di intervenire tempestivamente con una normativa comune in materia di sequestro e confisca di beni riconducibili, direttamente o indirettamente, alla mafia e/o provenienti da attività illecite condotte da organizzazioni di stampo mafioso;
- di intraprendere immediatamente uno studio approfondito e specifico relativo agli impatti economici delle mafie a livello UE, evidenziando le zone maggiormente interessate dalla presenza di gangli mafiosi e che rappresenti la base per un contrasto efficace di tali forme di criminalità organizzata.

Il 24 settembre il commissario Cecilia Malmström, risponde che la Commissione è consapevole del fatto che le organizzazioni di stampo mafioso basate in Italia sono coinvolte in quasi tutti i tipi di attività illegali e che, sebbene le loro roccaforti si trovino nell’Italia meridionale, esse hanno sviluppato ramificazioni in molti, se non in tutti gli Stati membri dell’UE.

Nella nota l’on. Malmström scrive ancora che la Commissione sta preparando una valutazione d’impatto sulla fattibilità e sull’opportunità di un’eventuale rifusione del quadro giuridico dell’UE in materia di confisca, al fine di razionalizzare e intensificare le azioni di confisca e la cooperazione tra gli Stati membri. Nel 2011 è prevista una proposta legislativa. Le misure in vigore hanno già un’incidenza diretta sui beni delle associazioni mafiose e, in particolare, permettono alle autorità competenti di uno Stato membro di bloccare e confiscare i beni delle organizzazioni criminali detenuti in un altro Stato membro.

Inoltre, nell’ambito del Piano d’azione di Stoccolma la Commissione intende raccogliere statistiche su determinati settori della criminalità: riciclaggio, criminalità informatica, corruzione e tratta di esseri umani. Alla fine del 2010 sarà proposto un nuovo piano d’azione 2011-2015 relativo all’elaborazione di statistiche sulla criminalità e sulla giustizia penale. Infine, tramite il programma “Prevenzione e lotta contro la criminalità” (ISEC)1 la Commissione offre finanziamenti sia agli Stati membri, sia a enti privati che presentino proposte di progetti.

Tutto ciò va nella direzione giusta. E’ il riconoscimento che è quantomai urgente che la Commissione predisponga una relazione sulla lotta dalla criminalità organizzata a livello UE, come da me richiesto dall’inizio della legislatura. Della risposta della Commissione faremo tesoro anche nel Dipartimento Antimafia dell’Italia dei Valori di cui sono responsabile.

Proprio in questa veste, su alcune incongruenze italiane non posso evitare un passaggio; risulta imbarazzante leggere le parole nette del commissario europeo Malmström, che conferma come le mafie siano ormai cancro di ogni paese Ue, e poi pensare che ancora oggi il sindaco e il prefetto di Milano inquinano i media con le loro dichiarazioni “negazioniste”. In questo senso il Dipartimento ha un grosso compito: sbugiardare, replicare e respingere con forza i tentativi italiani di normalizzazione. La mafia esiste in Italia, esiste in Europa e Milano né è capitale.


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27 Settembre 2010

VIVISEZIONE: IDV CONTRO LA NORMATIVA EUROPEA


L’Italia dei Valori sta affrontando la battaglia contro la direttiva del Parlamento europeo sull’utilizzo degli animali a fini scientifici, perché ritiene che essi siano esseri senzienti quindi, come tali, non possiamo permettere che vengano maltrattati, né che gli venga provocata sofferenza.
Questa direttiva era attesa da molto tempo, soprattutto dall’industria farmaceutica, e tratta un argomento che è di grandissima importanza e che coinvolge aspetti etici particolarmente sentiti dall’opinione pubblica: semplici cittadini, dal mondo della veterinaria e dagli animalisti. Ci saremmo aspettati un provvedimento molto più restrittivo e con norme anche significative sul piano scientifico, al fine di risolvere quello che è un problema oggettivo dell’assoluta anarchia che permea il mondo della sperimentazione animale. Tra l’altro la Commissione competente di Bruxelles aveva anche lanciato una consultazione, alla quale avevano partecipato oltre 40mila cittadini europei, attraverso la quale ci si era orientati ad affermare un principio secondo cui questa direttiva dovesse avere un’attenzione particolare alla tutela degli animali utilizzati negli esperimenti, e si dovesse investire, anche a livello europeo, perché si introducessero sempre di più metodi sostitutivi alla sperimentazione animale.
Purtroppo la legge approvata va nella direzione opposta; per questo l’Italia dei Valori farà quanto possibile per evitare che venga attuata così com’è e si impegnerà al fine di apportare i correttivi necessari. Sin da subito, Invece, IdV sta incidendo su un provvedimento che è all’esame della Commissione Sanità del Senato e che tratta proprio della normativa sugli animali utilizzati per fini scientifici – anche se non è proprio il provvedimento di adozione e di ratifica della convenzione europea –, presentando una serie di emendamenti, suggeritici da quel mondo che è sensibile a questi temi, per correggere e migliorare il più possibile la normativa votata a Bruxelles


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16 Settembre 2010

ROM, SERVE UNA SERIA POLITICA DI INTEGRAZIONE EUROPEA


Come Italia dei Valori, insieme a tutto il gruppo dell’Alde, abbiamo preso l’iniziativa, presso il Parlamento Europeo, di richiedere un dibattito e l’approvazione di una risoluzione sul caso dei Rom espulsi da Sarkozy in Francia. Si è trattato, infatti, di un comportamento molto grave almeno per tre ragioni.
In primo luogo perché la Francia ha violato le direttive europee, come la stessa Commissione ha riconosciuto e come anche la Corte di Giustizia di Lilla, In Francia, ha deciso, con un provvedimento che ha bloccato un’ultima serie di espulsioni. Le norme parlano chiaro: si possono allontanare dei cittadini europei in un altro paese dell’Unione se si dimostra che entro tre mesi non sono stati capaci di provvedere al proprio mantenimento. In questo caso però, abbiamo una vera e propria espulsione su base etnica; fatto che nell’Europa del ventunesimo secolo è gravissimo; vale a dire un migliaio di cittadini che in quanto appartenenti all’etnia Rom vengono rinviati nei loro paesi d’origine, pur essendo cittadini europei a tutti gli effetti.
La seconda cosa è che la Francia non si è limitata all’espulsione, ma ha anche cercato di convocare un vertice dei ministri dell’Interno dei vari paesi europei a Parigi per discutere la questione. Violando così lo spirito europeo, perché questo tipo di iniziativa appartiene alla presidenza di turno, in questo caso belga e alle istituzioni comunitarie. Se ogni paese membro interpreta a modo suo le politiche europee e le coordina come vuole, intraprendiamo una strada che, indubbiamente, ci porta su una brutta china.
C’è poi un aspetto italiano di questa questione, che come Italia dei Valori ci ha preoccupato e che non abbiamo esitato a denunciare al Parlamento Europeo. Di fatto c’è un cattivo esempio che il governo italiano ha dato in passato di violazione delle norme comunitarie; del resto siamo il primo Paese per numero di infrazioni in quanto a violazioni di direttive e regolamenti europei. Stiamo dando il cattivo esempio, e la posizione del Presidente del Consiglio Berlusconi contro il vicepresidente della Commissione Ue, Viviane Reding che aveva richiamato la Francia sulle “deportazioni” dei Rom, peggiora ulteriormente la situazione. Purtroppo anche altri paesi si stanno - come dire -, ritenendo al di là di una sorta di impunità e perseguono delle strade che sono una violazione delle norme del diritto europeo: una cattiva condotta che stiamo, purtroppo, tutti quanti scegliendo.
In terzo luogo, il problema dei Rom non si risolve con un provvedimento d’espulsione. Alcuni di quelli allontanati dalla Francia stanno venendo in Italia, altri potranno rientrare sul territorio francese senza troppi problemi tra qualche mese. Non ci sono, infatti, controlli alle frontiere quindi non c’è niente di più semplice. Non servono provvedimenti che durano una giornata, spettacolari e demagogici come quelli di Sarkozy, ma occorre una vera e propria strategia europea per porre fine a questa NON integrazione culturale, economica e sociale che i Rom conoscono in Europa da secoli: un problema che viene da molto lontano.
E’ stato questo il nostro messaggio durante il dibattito al Parlamento Europeo; pronti a fare la nostra parte abbiamo chiesto, alla Commissione e ai governi, che si arrivi ad una vera e propria riflessione per approntare strumenti operativi e finanziari utili a risolvere il problema di quelli che sono milioni e milioni di cittadini europei che ancora non godono di una vera e propria cittadinanza.


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15 Settembre 2010

ITALIANI ALL’ESTERO, IL PIANO DI RILANCIO DELL’ITALIA DEI VALORI


Mentre Gianfranco Fini si trovava a Ottawa, Silvio Berlusconi gironzolava in Russia, da dove ha ringraziato il Signore per avergli dato in dono nientemeno che Putin, il suo amico ex comunista. Anche questo devono sopportare gli italiani che vivono all’estero.
La cosa più imbarazzante è che fuori dall’Italia Berlusconi è trattato come fosse una specie di “guaio” col quale si è costretti a convivere: poveretto – esclamano -, ma gli italiani che fanno? Perché non lo mandano a casa? Vivo in Svizzera da 40 anni, e quando dico Svizzera intendo treni in orario, senso civico, strade pulite e così via. Ebbene i miei amici elvetici non capiscono come facciamo noi italiani a sopportare Berlusconi e la sua truppa.
L’estate appena trascorsa, con lo scontro all’ultimo sangue all’interno del Popolo della Libertà e i sotterfugi con la Lega, ha fornito nuovi argomenti agli stranieri. Bossi e Berlusconi, infatti, hanno dato una lezione al mondo intero di come NON deve mai essere la politica.
Intanto Martino, Carboni e Lombardi, siamo in campo P3 per chi non lo sapesse, vengono accusati di associazione segreta; senza contare Caliendo, Verdini e dell’Utri, tutti cavalieri del Principe, ovvio. Cos’altro aspettiamo che avvenga in questo Paese?
Il ministero dello Sviluppo Economico è senza inquilino da oltre 130 giorni, cosa potranno mai raccontare alla gente all’estero, quale economia svilupperà questo Paese nei prossimi anni?
Il popolo della libertà si è venduto a Bossi e alle sue deliranti e secessionistiche affermazioni, ai suoi tre milioni di fucili, ai suoi dieci milioni di uomini, a Roberto Maroni, ministro dell’Interno leghista condannato con sentenza definitiva per oltraggio e resistenza alla polizia, quello stesso corpo che dipende dal suo ministero. Perché un dicastero così strategicamente importante come quello degli interni viene sempre affidato a Maroni?
Vedo con dispiacere che a parte Italia dei Valori, nessuno fa una vera opposizione. I colleghi degli altri partiti eletti all’estero, infatti, il più delle volte fanno i burocrati, sempre in giro con le loro 24 ore colme di scartoffie e retorica; zeppi di incarichi “nominali”, cui non potrebbero mai materialmente far fronte. All’inizio della mia carriera politica stavo per convincermi di essere inadeguato. Mi confrontavo con questi colleghi sempre sudati e frettolosi, con le braccia piene di faldoni, borse e fotocopie, e mi chiedevo: chissà quali importanti compiti assolvono! Col tempo ho capito che era tutta scena, e i risultati lo dimostrano.
Il caso più eclatante, forse, è stata la fasulla nomina a referente degli italiani all’estero per il Popolo della Libertà, dell’Onorevole Aldo Di Biagio. Una ignobile finzione posta in essere dal PDL per far finta di dare importanza alle comunità italiane all’estero. Uno schifo, aggiungo, perpetrato ai danni del povero Di Biagio, un parlamentare di questa Repubblica, dal partito del padrone assoluto, Berlusconi, che dimostra quanto poco rispetto il Cavaliere abbia per i nostri concittadini che vivono fuori dall’Italia.
L’Italia dei Valori, rinnovandomi l’incarico in qualità di Responsabile del partito per gli Italiani nel Mondo, ha riconosciuto in me un interlocutore valido per le nostre comunità e per questo farò il possibile per onorarne la fiducia. Da Antonio Di Pietro ho avuto carta bianca; farò tesoro di questa possibilità per incidere in maniera evidente nei fatti della politica interna. Il mio impegno è totale, perché non c’è tempo da perdere. Non aspettavo altro che questa conferma.

a cura di Antonio Razzi



31 Agosto 2010

BERLUSCONI-GHEDDAFI: L’OBIETTIVO E’ IL CONTROLLO DELLA FINANZA ITALIANA


Il leader libico Gheddafi è arrivato a Roma con la sua grottesca “carovana”: la tenda piantata nella Città Eterna, la lezione di Corano alle hostess pagate all’uopo (con annessa conversione all’Islam di tre di loro), il carosello dei cavalli berberi, le soldatesse amazzoni. Il circo mediatico del Rais è servito, ad uso e consumo dei media; sia arabi, sia occidentali. “Fuffa”, come direbbe qualcuno, che nasconde - ma nemmeno tanto - ben altro.
Il Trattato d'amicizia bilaterale firmato nel 2008 ha portato agli accordi per il controllo dei flussi migratori dalle coste libiche, e per sanare i danni causati dal colonialismo italiano al Paese arabo. Sia chiaro, stiamo parlando di un regime classificato come una delle peggiori dittature al mondo dalle organizzazioni umanitarie. Un regime dal quale molte nazioni occidentali si tengono a debita distanza. L’Italia, invece, gli ha garantito 5 miliardi di euro in 20 anni e una nuova immagine a livello internazionale, aprendo una vera e propria “autostrada” agli interessi finanziari del colonnello nel nostro Paese e in Europa e agli affari tra lui e il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Questo ha permesso ai libici di mettere in piedi una serie di operazioni che in questi primi due anni di “amicizia” ammontano già a circa 40 miliardi di euro. Una montagna di denaro che ha portato ad esempio il Rais di Tripoli a diventare il primo azionista di Unicredit, la prima banca italiana, e grazie alla quota che detiene nella Juventus il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. E punta a Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Berlusconi, inoltre ha detto si anche all’ingresso di Tripoli in Eni: al momento con una quota dell'1%, ma il libici puntano al 10. La Libia in cambio ha portato a 25 anni le concessioni di Eni per lo sfruttamento del petrolio, mentre la società italiana investirà circa 28 miliardi di euro nel Paese africano.
Berlusconi e Gheddafi, tramite le loro “appendici” finanziarie, Fininvest e Lafitrade hanno una quota azionaria nella società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l'imprenditore franco-tunisino che siede già nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca ed è proprietario del canale televisivo Sportitalia.
Il Cavaliere mira alla stanza dei bottoni del potere economico italiano, e sta usando Gheddafi e il bisogno del Rais di rifarsi una faccia agli occhi del mondo, come ariete per assicurarsi un posto privilegiato nel salotto buono della finanza. Così da arrivare a Telecom, Rcs (quindi al Corriere della Sera) e alle Generali. Un’operazione che potrebbe riuscirgli perché Fininvest e Mediolanum hanno già il 5,5% di Mediobanca, dove appunto, ritroviamo l’amico Ben Ammar e un gruppo di fidati azionisti francesi accreditati del 10-15%.
Per non parlare delle commesse per le grandi opere (in primis l’autostrada da 1.700 Km) da realizzare in Libia. Le imprese italiane sono tutte in fila per spartirsi la gigantesca torta: un potere immenso nelle mani del “Caimano”. Chi lo fermerà?


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30 Agosto 2010

Arriva il capo del circo equestre, perché Gheddafi non pianta la tenda all'Aquila?


Ecco i motivi della nostra protesta


Da oggi inizia una due giorni del capo clown Gheddafi, fatta di menzogne e di insulti al nostro paese, fatta di ritardi rispetto al protocollo di qualsiasi cerimoniale organizzato e di spese inutili per far correre i cavalli del rais libico dentro un centro sportivo delle forze armate italiane.
Il tour “all inclusive” che il governo offre a Gheddafi comporterà un notevole aggravio di spesa per il Ministero della difesa e dell’interno: chi pagherà per la tenda di Gheddafi? Forse chi vive ancora in una tenda, non per scelta e senza amazzoni, all’Aquila? Perchè il leader libico non è andato a piantare la sua tenda là fra gli sfollati? Avrebbe trovato un’altra Italia rispetto a quella di finta deferenza che gli si prospetterà.
Ma non è solo in termini economici che da due anni continuiamo a pagare una sudditanza riverente alla Libia: anche i nostri principi umanitari, il nostro stato di diritto verranno messi da parte per accogliere il capo di uno stato che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti umani, che ha chiuso l’ufficio Onu per i rifugiati e che ogni anno deporta immigrati disperati nei campi di concentramento creati nel deserto libico.
Di tutto questo il governo ne dovrà rendere conto ai cittadini che soffrono la fame per la crisi delle imprese e la precarietà del lavoro. Chiediamo al governo, ai Ministri degli Esteri e della Difesa “gheddafiani” Frattini e La Russa, di venire a riferire davanti al Parlamento,
A Gheddafi manifesteremo tutto il nostro dissenso per non aver mantenuto i patti dei rimborsi per i rimpatriati che da 40 anni attendono il loro risarcimento, per non aver aderito al riconoscimento dei diritti umani, per aver lasciato morire centinaia di rifugiati respinti dalle coste libiche e segregati in mezzo al deserto.
Manifesteremo contro la sua volontà di offendere sempre il nostro paese e di trovare d'accordo, nell'offesa, siglato con un baciamano, Berlusconi e Fratini.
Manifesteremo soprattutto contro la decisione del governo pduista, nonchè di alcuni amici del Pd, di regalare, con l’accordo di due anni fa e tuttora in vigore, 5 miliardi per costruire strade libiche, mentre al nostro paese sono stati tagliati i soldi per ricostruire le case per i terremotati, per salvare società in crisi come la tirrenia, per finanziare le forze dell'ordine o per assumere i precari della scuola.
Manifesteremo perché quei soldi potevano essere utilizzati per migliorare la sanità e invece chiuderanno le strutture periferiche. Manifesteremo perché i lavori li faranno i soliti noti, le imprese amiche del premier, gli amici degli amici della cricca e dei furbetti del quartierino.
Ecco perché l’Italia dei Valori manifesterà lunedì e martedì, fino a quando Gheddafi non se ne ritornerà nel suo tesoretto libico. Deve sentire che questo paese, che ha una memoria storica e un senso dello stato molto più profondo del governo impresentabile che lo dirige, questo paese non gli è amico, e noi glielo ricorderemo.
L'Italia e' un paese libero e civile, che non fa affari e che non si prostra ai dittatori.
Finora Gheddafi ha trovato “amici” che sono contro la costituzione, come questo centrodestra o come “gheddafiani” antelitteram tipo D'Alema, che ancora oggi non capiamo, ma saprà che esiste anche un popolo civile, che crede nel rispetto dei diritti umani, nella democrazia, nello stato legale e di diritto.


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Il Senatore Stefano Pedica, guiderà una delegazione dell’Italia dei Valori e di rappresentanze dei lavoratori delle aziende in crisi, in una serie di appuntamenti paralleli al tour di Gheddafi:
-ore 16.30, protesta di fronte a Accademia Libica, Via Cortina D’Ampezzo (zona Cassia)
-ore 17.30, verranno piantate le “tende della legalità” di fronte alla residenza dell’ambasciatore libico, Via Cortina D’Ampezzo
-ore 21, protesta di fronte alla caserma dei carabinieri “Tor di Quinto”
- al termine della manifestazione alla caserma rientro presso le tende antistanti residenza ambasciatore libico e pernottamento per l’intera notte.


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14 Agosto 2010

CASO SAKINEH, IN IRAN GRAVISSIMA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI


Quella di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata per adulterio alla lapidazione, costituisce una drammatica vicenda che racchiude un concentrato di violenza, tortura, pena di morte e discriminazione verso le donne. E' un caso gravissimo di violazione dei diritti umani, denunciato in ogni sede internazionale competente, e che costituisce, altresì, un insulto alla stessa storia persiana e alla cultura islamica.
La storia di Sakineh Mohammadi Ashtiani, iraniana di 43 anni, è quella comune a centinaia di altre donne non solo in Iran. Storie di diritti negati, di prevaricazione, di violenze inaudite perpetrate in nome di dettami religiosi strumentalmente travisati.
Sakineh è comparsa in tv lo scorso 11 agosto e ha confessato di aver tradito il marito e di essere stata complice nel suo omicidio, reati per i quali è stata condannata alla pena di morte con la lapidazione, e da quattro anni è rinchiusa nel carcere di Tabriz, in attesa dell'esecuzione. Secondo il suo avvocato però, la donna è stata costretta a confessare dopo due giorni di torture, nel disperato tentativo di salvarsi. Il caso è da tempo al centro di un’ondata di proteste internazionali, appelli sono giunti anche dal Segretario di Stato americano, Illary Clinton e dal presidente del Venezuela Hugo Chavez - che le ha offerto asilo politico -, ma finora non hanno sortito nessun effetto. Uno degli avvocati della donna, Hutan Kian, ha raccontato al “Guardian online” che Sakineh “è stata picchiata e torturata fino a quando non ha accettato di farsi riprendere dalla tv. I suoi due figli, Sajad, 22 anni e la sorella Saideh, 17, sono rimasti traumatizzati guardando il programma'', ha detto l'avvocato citato dal quotidiano britannico.
Secondo molti osservatori, la prova del fatto che si è trattato di una confessione imposta sta nel fatto che la donna ha attaccato, con voce incerta e tremante, i media occidentali per la loro interferenza nella sua vita privata.


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4 Agosto 2010

Afghanistan: Stop alla missione di guerra


Signora Presidente, onorevoli colleghi, non è una tragica fatalità parlare di missioni internazionali oggi, dopo soltanto cinque giorni dalla morte del maresciallo Mauro Gigli e del caporalmaggiore Pierdavide De Cillis del Genio, rimasti uccisi a nord di Herat. (Brusìo) Non è una fatalità, perché le fatalità si possono prevedere, mentre è ormai un dato quasi statistico che fra un decreto di proroga delle missioni e l'altro il nostro Paese deve piangere uno o più caduti. (Brusìo).

Signora Presidente, sto parlando di caduti del nostro Paese, e mi interrompo, in questo saloon, con questa gente incapace di ascoltare o almeno di rispettare i morti: o vanno fuori o ascoltano in silenzio.

Non è una fatalità, perché le fatalità avvengono in tempi di pace, mentre le nostre Forze armate vivono in situazioni di guerra, dove i caduti sono una costante, una costante inaccettabile... (Brusìo).

...una costante inaccettabile, tanto che il nostro Paese sessant'anni fa decise, nel redigere l'articolo 11 della Costituzione, di non volerne mai più mettere in conto. È quello che il Ministro non ha capito e lo invito sempre a leggere questo articolo 11 che, per quello che riguarda il ministro La Russa, non è da approfondire. (Commenti del Gruppo PdL).

Pertanto, ritrovarci oggi a discutere di rifinanziamento delle missioni mentre le famiglie dei due soldati ancora portano un lutto al braccio dovrebbe far riflettere tutti sulle continue responsabilità che ci assumiamo. Ma sappiamo, ed abbiamo visto, che così non è e non sarà: voi le responsabilità le scaricate sulla casualità e sui morti. Per questo l'Italia dei Valori partecipa a questo dibattito con assoluta intransigenza nel dire no alle morti per colpa della vostra distorta concezione della parola pace.

Non voglio tediare nessuno con argomentazioni, frasi prolisse o paroloni che richiamino al nostro, ma soprattutto vostro, senso dello Stato, della Patria, del bene comune; ma non commentare l'operato inconsistente del Governo in questo campo è impossibile! Dibattiamo oggi di un decreto-legge licenziato dal Consiglio dei ministri meno di venti giorni fa, già approvato dall'altro ramo del Parlamento, con modificazioni flebili, ma con aggiunte di "marchette" non indifferenti. (Commenti dal Gruppo PdL).

Mi chiedo e vi chiedo: è sempre e solo tramite la conversione dei decreti-legge che ci dobbiamo occupare di questo importante settore della politica estera? Tutto ciò a pochi giorni dalla Conferenza di Kabul del 20 luglio, alla quale hanno partecipato Ministri e rappresentanti di settanta Paesi e organismi internazionali regionali; conferenza dalla quale il Governo italiano è uscito con un magro comunicato: «Il processo di transizione in Afghanistan deve essere accompagnato dalla comunità internazionale, non sulla base di tappe fissate dal calendario, ma dalle reali condizioni esistenti», ricordando che bisogna usare prudenza e che «la presenza militare è ancora necessaria». Cari colleghi, per fare questo comunicato il ministro Frattini doveva andare fino a Kabul?

L'Italia sembra aver perso ogni coscienza della situazione geopolitica internazionale e soprattutto sembra aver rinunciato ad ogni pretesa di influenzarla. Infatti, cari colleghi, mentre gli Stati Uniti premono per una fase nuova per non parlare di ritiro dal 2011, e vogliono lasciare la sicurezza dal 2014 in mano agli afgani (che sono, ricordiamocelo sempre, gli stessi che non solo non riescono a garantire la sicurezza della popolazione, ma sono anche gli stessi responsabili dell'aumento esponenziale delle piantagioni di papavero da oppio o dell'allontanamento di meritorie organizzazioni quali Emergency), l'Italia non riesce ad esprimersi sul senso, sullo scopo e sui risultati della missione.

Ricordando che l'Italia partecipa a 33 missioni internazionali fuori dai confini nazionali, bisogna tener presente che nel corso dei decenni si è passati da semplici operazioni di ingerenza umanitaria, attraverso l'invio di osservatori, a missioni di mantenimento della pace (peacekeeping), di formazione della pace e prevenzione dei conflitti (peacemaking), di costruzione della pace (peacebuilding), fino ad arrivare a missioni di imposizione della pace (peaceenforcing). In questo ultimo anno è stato fatto il passo definitivo: siamo arrivati, stante la radicalizzazione della polveriera afgana, alla missione di guerra vera e propria.

L'Italia dei Valori, come tutti sapete, a riguardo dell'Afghanistan, da tempo oramai discute e propone exit strategy, ritenendo di dover portare via da quel Paese i nostri soldati. Oggi, dopo un anno abbondante dalle nostre prime richieste, nessuna strategia di uscita è stata ipotizzata, ma neppure alcuna strategia alternativa che converta le energie militari in sforzi civili. La Conferenza di Londra del gennaio scorso ha istituito, infatti, un Fondo fiduciario per la pace e la reintegrazione, il quale avrebbe dovuto raccogliere donazioni per 500 milioni di dollari. A quanto mi risulta, non riesce ancora a raggiungere quota 150 milioni. L'Italia quanto ha dato? Noi come Italia dei Valori esigiamo una precisa risposta dal Governo. Ma so che una risposta non potranno averla da voi, perché non avete ancora capito che cosa avete fatto. I nostri soldati in Afghanistan non sanno per quanto tempo dovranno stare lì e forse non sanno nemmeno perché stanno lì, per fare cosa. Ma intanto muoiono saltando in aria sulle strade di qualche regione in cui dovrebbero mantenere la sicurezza e interessarsi dell'istruzione e della sanità.

Chiudo, signora Presidente, ricordando all'Assemblea che l'Italia dei Valori, qui in Senato come alla Camera, ha presentato solo pochissimi emendamenti, tutti volti all'aumento dei fondi per la cooperazione allo sviluppo. Sul resto del provvedimento non abbiamo inteso proporre ulteriori emendamenti, perché faceva schifo così come l'avete presentato. Non abbiamo condiviso in passato, e non condividiamo adesso, la posizione del Governo. Non la riteniamo meritevole di modificazioni in senso migliorativo, anche per il rispetto che dobbiamo - ricordatevelo sempre - ai nostri ragazzi fuori dai confini nazionali.

A fronte di una responsabilità del nostro partito, si riscontra una totale cialtroneria del Governo, della maggioranza e, a volte, anche di altre parti. La verità - colleghi - è che in questo Parlamento, da più di un anno, sull'Afghanistan si celebrano minuti dì silenzio e semestri di ipocrisie. Oggi si ripeterà quanto è avvenuto alla Camera dei deputati. Il decreto di rifìnanziamento verrà approvato col voto unanime di tutti i Gruppi parlamentari, ad eccezione dell'Italia dei Valori. Le due tragiche morti dei nostri soldati non avranno smosso alcuna riflessione o ripensamento. Da 18 mesi l'Italia dei Valori chiede di prendere atto della trasformazione della missione afgana, passata da intervento di ricostruzione a guerra violenta, e di conseguenza di programmare una exit strategy. Ma siamo rimasti come cassandre inascoltate.

Al posto di una riflessione seria sulla nostra politica estera, il ministro La Russa, intervenendo in quest'Aula giovedì scorso, ha liquidato il problema afgano promettendo l'invio di 17 blindati "Freccia" in più. Come se 17 carri armati potessero cambiare l'esito di una guerra persa. Come se 17 blindati potessero assicurare la sicurezza di soldati che i talebani vedono come aggressori da uccidere con ordigni rudimentali. Come se 17 "Freccia", oltretutto già promessi mesi fa ma mai inviati, potessero rendere costituzionale una missione all'estero che confligge con l'articolo 11 della Costituzione, quello che il ministro La Russa non sa, non capisce e non vuole capire fino ad oggi (Commenti dal Gruppo PdL).

Ecco perché piangiamo i morti ancora (Applausi dal Gruppo IdV). L'Italia dei Valori non seguirà le altre forze nell'ipocrisia di dedicare minuti di silenzio, che sono doverosi e profondamente sentiti, e poi di votare sì alla missione di guerra. Ribadendo ancora una volta la necessità di uscire dal pantano afgano, voterà contro il rifìnanziamento, convinta e responsabile. Questo è amor di Patria, e non quello che versa lacrime ai funerali e poi manda a combattere - e purtroppo anche a morire - ragazzi che non sanno quale democrazia stanno esportando, visto che anche in Italia di democratico ormai c'è rimasto ben poco da esportare! (Applausi dal Gruppo IdV e del senatore Peterlini. Congratulazioni).



29 Giugno 2010

Summer School IDV a Bruxelles


La delegazione dell'Italia dei Valori al Parlamento europeo, in collaborazione con il partito francese Modem e sotto l'egida del Gruppo dei Liberali e Democratici (ALDE), lancia il 30 giugno la seconda edizione di una tre giorni di Scuola europea di formazione che riunirà circa 200 giovani italiani e francesi al Parlamento europeo per affrontare temi cruciali all'ordine dell'agenda europea.

Il presidente dell'IdV, Antonio Di Pietro, interverrà a questa occasione per aprire i lavori e presenziando lo stesso giorno alle 14 una conferenza stampa per rispondere sul programma della formazione.

Giovedì 1 luglio, si discuterà di 'Europa verso il mondo' con Enrico Pieri, sopravvissuto al massacro di Sant'Anna di Stazzema, di 'libertà di informazione' con il giornalista Loris Mazzetti, di 'economia e ambiente' con l'eurodeputata francese Sylvie Goulard e di 'legalità' con il magistrato Piergiorgio Morosini.

La scuola di formazione si concluderà venerdì 2 luglio con gli interventi, oltre degli europarlamentari IdV, del presidente del gruppo ALDE Guy Verhofstadt e dal portavoce nazionale IdV e vice-presidente dell'Eldr (partito dei liberal-democratici europei) Leoluca Orlando.

Da "ilFattoQuotidiano.it"
Guai, a non considerare Mangano "un eroe"

Fra le tante analisi circa la condanna di Marcello Dell'Utri, voglio segnalarvi quella di Gioacchino Genchi pubblicata da Il Fatto Quotidiano. Potete leggerla cliccando qui.



4 Giugno 2010

Gaza è sola


Quando i carro armati sovietici invasero la Cecoslovacchia, nel 1969 un bellissimo slogan affermava: “Praga è sola”. Nel 2010 è Gaza ad esserlo. Purtroppo da anni.

L’aggressione armata di Israele al convoglio di navi su cui viaggiavano pacifisti di tutto il mondo, animati dal solo intento di rompere l’embargo israeliano nella città della Striscia per portare aiuti umanitari, è una ferita profonda inferta al cammino della pace in Medioriente e in tutto il pianeta. Non solo perché ha provocato la morte di civili inermi (il fattore più grave), ma anche per il significato simbolico nefasto che essa porta in sé.

L’azione militare di Tel Aviv richiama un sentimento di impunità e tracotanza che non può essere tollerato dalla comunità internazionale da parte di nessun paese. Ci si aspettava, per questo, un atteggiamento di condanna più netto da parte dell’Onu, dell’Europa e della Nato. Invece la risoluzione approvata dalle Nazioni Unite appare debole, mancando una condanna esplicita forte verso il Governo israeliano.
Risulta poi inaccettabile che il Consiglio dei diritti umani dell’Onu abbia votato contro la risoluzione che istituiva una commissione di inchiesta internazionale su quanto accaduto. Fa male registrare che al momento del voto l’Europa si sia divisa e che il nostro Paese abbia votato, insieme agli Usa, per affossare questa unica possibilità di accertare la dinamica dei fatti, ristabilendo almeno la giustizia della verità. Molto resta infatti da capire, diciamo tutto.
Soprattutto alla luce delle denunce degli stessi pacifisti che erano sulla Freedom Flottilla, i quali hanno raccontato di aver subito violenza anche nella fase di arresto scattata dopo il blitz. Purtroppo la paura di spiacere al grande alleato americano e ad Israele (al massimo disponibile ad accettare una commissione interna, magari con la presenza di qualche osservatore internazionale) hanno spinto in direzione di una debolezza che non farà che accrescere la tensione mediorientale, creando un precedente negativo per la stabilità mondiale.
La Palestina è da anni abbandonata a se stessa e la comunità internazionale –vigliaccamente - non ha mai imposto a Tel Aviv il rispetto delle risoluzioni approvate dall’Onu nel tentativo di procedere sul sentiero tortuoso della pace. Risoluzioni che miravano anche a garantire il diritto all’esistenza e alla sicurezza dello stesso popolo israeliano, da sempre esposto alla minaccia terroristica. La Palestina deve riconoscere questo diritto, ovviamente, così come Israele deve rispettare le norme internazionali e procedere alla fine dell’occupazione del territorio palestinese e della colonizzazione delle terre nella Striscia e in Cisgiordania (rientro nei confini del ’67), favorire il ritorno dei profughi, accettare la divisione di Gerusalemme, porre fine all’embargo che da troppo tempo strangola la città di Gaza mortificando un intero popolo e acuendo il sentimento di ostilità che, purtroppo, offre asilo alle spinte terroristiche e alla degenerazione estremistica.
I palestinesi erano un popolo laico, oggi sono una comunità spostata su posizioni estreme proporzionali alla loro estrema condizione materiale e sociale di vita (negazione di una nazione, disoccupazione, penuria alimentare, impossibilità di accedere ai servizi essenziali, militarizzazione del territorio da parte di un altro stato, mancanza di strutture sanitarie e di beni primari). Nessuno vuole giustificare la violenza terroristica, ma trovare e risolvere le cause politiche e sociali da cui essa scaturisce è l’unica possibilità per stroncarla.
Per questo se oggi “Gaza è sola”, abbandonata e dimenticata, anche Israele lo è. Dal destino della prima dipende il futuro del secondo. Non c’è soluzione alternativa infatti “a due popoli, due stati”.

fonte: www.luigidemagistris.it


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2 Giugno 2010

L'Italia e' fuori dall'Europa


Al Parlamento europeo approviamo la dichiarazione scritta contro la corruzione ed in Italia i berluscones fanno la legge sulle intercettazioni che impedisce ai magistrati ed alle forze dell’ordine di svolgere le indagini contro il crimine.

In Europa approviamo risoluzioni contro lo sperpero del denaro pubblico e per rafforzare la lotta alle frodi e in Italia i berluscones fanno il processo breve per garantire impunità ai colletti bianchi.

In Europa approviamo risoluzioni per estendere sequestri e confische dei beni dei mafiosi in tutti i Paesi dell’Unione ed in Italia i berluscones fanno la legge che consente di venderli all’asta…per fare un po’ di soldini per la cricca e restituire gli immobili ai prestanome dei mafiosi.

In Europa approviamo una risoluzione contro i paradisi fiscali per evitare il riciclaggio del denaro sporco e il finanziamento a mafie e terrorismo ed in Italia i berluscones fanno lo scudo fiscale per alimentare economicamente la cricca di evasori, mafiosi, riciclatori, truffatori, corrotti e corruttori.

In Europa approviamo provvedimenti sulla libertà di informazione ed in Italia i berluscones fanno la legge sulle intercettazioni (sempre quella che, come voluto trenta anni fa dalla P2, vuole mettere il guinzaglio e la museruola a magistrati e giornalisti) per impedire il diritto-dovere di cronaca.

In Europa si approvano risoluzioni per contrastare la crisi economica edevitare che il debito pubblico cada sulle spalle sempre delle medesime categorie sociali (pensionati, lavoratori, dipendenti pubblici, operai, precari, giovani), in Italia i berluscones fanno la manovra economica che privilegia i ricchi e colpisce i poveri (basterebbe portare al 10% la somma che gli scudati debbono versare ed applicare una patrimoniale sulle classi dominanti della cricca per effettuare una finanziaria senza massacrare la povera gente…un pizzico di lotta all’evasione sarebbe anche un po’etico).

In Europa l’aria è un po’ più fresca, in Italia i berluscones, fautori del puzzo del compromesso morale,debbono consolidare il loro potere mafioso e corrotto, arricchirsi sempre di più e tenere nell’ignoranza il resto del Paese, umiliandolo.

Facciamo, presto e bene, una manovra, costruiamo un’alternativa politica prima che si divorano l’Italia da ogni punto di vista – vendendosi arte, cultura, storia ed anche l’anima del nostro Paese – e prima che l’Europa ci metta all’angolo da traditori rispetto ad una Comunità equa, solidale, giusta e tollerante. Eduguale,i berluscones, infatti,non conoscono l’uguaglianza giuridica, sociale ed economica e mentre in Europa si include, i berluscones sono razzisti e xenofobi e si ispirano come modello di vita a Benito…predecessore del fondatore dei berluscones.


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6 Maggio 2010

Liberal Democrats e Italia dei Valori per il rinnovamento della politica


Le categorie e le forme di organizzazione della politica in Europa sono radicalmente cambiate a seguito della caduta del Muro di Berlino, con la fine della guerra fredda, che in Italia coincide con l'esplodere della questione morale: la fine dell’impunità, internazionalmente garantita, per politici corrotti e collusi con le mafie.

Nel novembre 1989 non sono finite le identità culturali né le ideologie politiche, come taluno superficialmente, e talora furbescamente, va ripetendo.

Nel novembre 1989 sono crollati i muri, sono crollati i recinti che tenevano prigioniere identità culturali e ideologie politiche.

Chi era socialista è rimasto socialista, chi era democristiano è rimasto democristiano e lo stesso vale per chi era comunista o repubblicano o laico liberale...per tutti, però, si è imposta un’esigenza e una prospettiva: conservare identità e ideologia, adeguando l'una e l'altra al nuovo tempo, e, in primo luogo, evitando di ricostruire nuovi recinti sulla sola base d’identità e ideologia.

E’ stata questa esigenza, questa prospettiva di abbattimento di recinti in nome di valori condivisi, che ha visto nascere, qualche mese dopo la caduta del Muro di Berlino, esperienze come il Movimento per la Democrazia La Rete e che caratterizza, oggi, il partito dell’Italia dei Valori.

La adesione, in ambito europeo, del nostro partito a ELDR (Liberali Democratici Riformatori Europei) e la nostra presenza nell'ufficio di presidenza è conferma della volontà di superamento di recinti identitari e ingessature ideologiche da politica del tempo della guerra fredda.

E' in questa capacità di coniugare valori e segni dei tempi, identità e contaminazione positiva, la grande novità, la grande scommessa e la ragione del grande consenso elettorale dell’Italia dei Valori nel nostro Paese e degli altri partiti ELDR nel resto di Europa.

E' questa stessa capacità il fondamento della sorpresa e del successo di Nick Clegg e dei Liberal Democrats, aderenti come l’IdV all’ ELDR.

Leggere il successo di Nick Clegg in chiave utilitaristica-provinciale , come presunta/auspicata conferma della fine del bipolarismo, significa non conoscere la realtà britannica, non conoscere le proposte e i programmi di Clegg e del suo partito.

Abbiamo avuto 65 anni di Laburisti e Conservatori....E' tempo per qualcosa di diverso. E' tempo per qualcosa di meglio” si legge in apertura di Liberal Democrats Manifesto 2010.

Voi siete contro il bipolarismo? Voi siete di Centro”. E’ la domanda continuamente rivolta a Nick Clegg, in questa campagna elettorale.

Noi siamo contro gli schemi ingessati della politica degli ultimi 65 anni, della politica della guerra fredda: può così riassumersi la risposta del candidato premier, Nick Clegg, che specifica. “Noi siamo i veri progressisti riformatori”.

Sono le stesse risposte che l’Italia dei Valori dà in Italia a quelle stesse domande.

E i temi del programma alternativo di governo sono gli stessi: lavoro, giustizia fiscale, energie alternative e green economy, scuola e formazione, rispetto di regole nell’economia, fine di privilegi e parassitismi del sistema bancario, promozione di vere imprese contro ogni conflitto di interessi, lotta ai privilegi di casta e ai costi della politica...

E' evidente che sarebbe una forzatura operare meccaniche trasposizioni di esperienze, tra realtà così diverse come quelle della Gran Bretagna e dell’Italia.

Ciò che però si può affermare è che in Gran Bretagna e in Italia è già avviato il cammino di rinnovamento della politica che dovrà riguardare tutte le forze politiche.

Noi dell’Italia dei Valori, così come i Liberal Democrats, abbiamo iniziato questo cammino.

Stiamo facendo e faremo, comunque, la nostra parte.

Contiamo di crescere e speriamo di non restare soli.

Questa sera, un gruppo di iscritti dell'Italia dei Valori, sarà con il Liberal Democrats per seguire lo spoglio nella sede elettorale presso la sede dei Liberal Club in Saint James a Londra.



18 Aprile 2010

Liberate i nostri tre connazionali


La notizia è di quelle rassicuranti: i tre operatori umanitari di Emergency arrestati hanno finalmente ricevuto la visita dell’inviato della Farnesina e del nostro ambasciatore a Kabul. Stanno bene e all’interno di una struttura di nuova costruzione. Bene! Ciò non toglie che non ci è piaciuto come si è mosso il nostro governo, e il suo titolare della politica estera. Siamo stati, infatti, profondamente insoddisfatti dell’audizione del ministro Frattini, tenuta nelle commissioni Esteri congiunte di Camera e Senato, il quale non ha sentito il dovere di esprimere neanche una parola di solidarietà alle famiglie dei tre volontari sequestrati.

La sua affermazione: “L'Italia vuole avere una risposta completa e urgente sul caso dei tre operatori arrestati lo scorso sabato nell'ospedale della Ong a Lashkar Gah… il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha inviato una lettera al presidente afgano Hamid Karzai” fa sembrare questa drammatica vicenda una semplice formalità da trattare con grande diplomazia.

I toni usati in questi giorni non nascondono il sospetto del capo della Farnesina che i tre operatori di Emergency possano essere coinvolti in questa vicenda. Il Ministro Frattini era già scivolato nella palude della demagogia propagandistica, attaccando Gino Strada colpevole di avere dato una lettura possibile , diremmo probabile, a quanto accaduto in quel magazzino del Centro Chirurgico di Emergency.

Il dubbio che abbiamo è il ministro Frattini non abbia neppure preso in considerazione che i nostri tre connazionali, in quanto espressione di Emergency , siano vittime di una montatura con l’obiettivo di allontanare osservatori scomodi in una zona dove, troppo spesso, si verificano vere e proprie azioni di guerra con decine di vittime: spesso civili.

Emergency è un’organizzazione umanitaria che fa onore all’Italia nel mondo e non un covo di terroristi. In quell’ospedale sono stati curati i talebani come i mujaheddin, i poliziotti e i soldati afgani, gli sciiti e i sunniti, i bianchi e i neri, i maschi e le femmine e soprattutto i civili afghani che raccontano gli orrori che nessuno documenta.

L’aspetto che disturba di più di Emergency non è quello umanitario, ma la continua denuncia di quanto accade, senza mediazioni e filtri: raccontando quanto si è visto e sentito da vittime innocenti, martoriate da una guerra che continua in un dietro le quinte opportunamente occultato. Questo è uno degli elementi che il ministro Frattini ha escluso a priori nella valutazione di questa vicenda.

È uno dei tanti casi di doppiopesismo di questo governo, garantista sempre con i ladri e non con gli operatori umanitari.

Se protagonisti di un caso come questo fossero stati tre cooperatori americani o inglesi, il ministro Frattini e il presidente del Consiglio Berlusconi si sarebbero sentiti in dovere di esprimere solidarietà a governi e familiari.

Il Governo, anziché inviare letterine di Babbo Natale a Karzai, chieda l’immediato rilascio dei nostri tre connazionali e si impegni perché il Centro Chirurgico di Lashkar Gah possa tornare sotto il controllo di Emergency e riprendere al più presto la sua indispensabile azione di soccorso e di assistenza.

Noi stiamo con Gino Strada e con Emergency.


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17 Aprile 2010

Europa: una lettera per Emergency


Ho inviato oggi una lettera all'Alto Rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, Catherine Ashton, per chiedere che la stessa Unione, e in particolare la delegazione dell'UE a Kabul, monitori gli accadimenti sui volontari Emergency sequestrati in Afghanistan in stretta collaborazione con gli altri Stati Membri presenti sul posto, che venga rilasciata una dichiarazione ufficiale per l'immediata e incondizionata scarcerazione dei tre italiani, la loro consegna alle autorità italiane e il loro rimpatrio (al fine di poter accertare le loro eventuali responsabilità,nel rispetto delle garanzie previste dalle normative europee e degli Stati Membri dell'UE) e, infine, che venga lanciata un'inchiesta a livello internazionale su quanto è accaduto.

Pubblico di seguito il testo della mia lettera:

Gentilissima signora Ashton,

Vorrei sottoporre alla sua attenzione il caso di tre cittadini Italiani, lavoratori volontari in Afghanistan con Emergency.

Emergency è un'ONG italiana con sede a Milano che opera nel campo delle emergenze e degli aiuti umanitari nelle zone di guerra. Al momento è attiva in Afghanistan, Cambogia, Iraq, Sierra Leone, Sudan e Sri Lanka. Il suo operato consiste nel portare cure e personale medico nelle aree dove sono in corso dei conflitti armati, al fine di salvare il più possibile di vite umane e alleviare le sofferenze della popolazione civile. Grazie al lavoro di medici chirurgi volontari, particolare attenzione è data alle vittime di mine antiuomo che per lo più sono bambini. In Afghanistan Emergency è presente già da prima del 2001, dunque anche nel periodo di governo dei Talebani, e ha coperto e copre zone ad alto rischio. In questo momento il suo ospedale da campo si trova nella provincia afgana di Lashkar Gah, una delle più pericolose. I principi su cui si basa il lavoro di Emergency fanno capo al supremo dogma della neutralità, cui si ispirano pochissimi altri presidi sanitari stranieri presenti sul territorio, in forza del quale il diritto alle cure mediche non viene negato a nessuno qualunque sia la forza in campo cui appartiene.

Il 10 Aprile, tre cittadini italiani facenti parte dello staff dei volontari d Emergency sono stati arrestati dalle forze afgane, e accusati di complotto terroristico ai danni del Governatore al nord del paese. Le autorità afgane hanno spiegato che l'arresto ha riguardato anche sei cittadini afgani e che nell'ospedale da campo dell'ONG sono stati trovati e sequestrati giubbotti esplosivi, pistole e bombe a mano.

Ritengo che vi sia in corso una grave violazione del diritto alla difesa dei tre Italiani, ai quali, nonostante l'imputazione di reato, non è stata data la possibilità di avvalersi dell'assistenza di un avvocato. Nessuna prova a sostegno di tali pesanti accuse è stata inoltre fino ad 'ora presentata.

Emergency nega tutte le accuse e denuncia il rapimento dei tre volontari da parte delle autorità afghane. Accusa a sua volta il governo di Kabul di volere attuare una strategia finalizzata all'estromissione dell'ONG dal territorio, giacché testimone scomoda delle costanti violazioni dei diritti umani perpetrate nel paese a danno dei civili.

In considerazione di questo, chiedo pertanto che l'Unione Europea e in particolare la delegazione dell'UE a Kabul, monitori gli accadimenti in stretta collaborazione con gli altri Stati Membri presenti sul posto, e con l'Italia nello specifico.

Chiedo altresì che venga rilasciata, anche a nome di tutti cittadini italiani che al momento stanno manifestando apertamente grande preoccupazione per la sorte dei loro connazionali, una dichiarazione ufficiale per l'immediata e incondizionata scarcerazione dei tre italiani, la loro consegna alle autorità italiane e il loro rimpatrio, al fine di poter accertare le loro eventuali responsabilità,nel rispetto delle garanzie previste dalle normative europee e degli Stati Membri dell'UE. Inoltre ritengo opportuno anche che venga lanciata un'inchiesta a livello internazionale.

Vorrei per concludere invitarLa, in qualità di membro presidente del Consiglio Affari esteri dell'UE, a includere in agenda il caso al prossimo CAF in programma.

Rimango a sua completa disposizione per ogni eventuale chiarimento e le chiedo gentilmente di tenermi informata sugli sviluppi della situazione.

Cordialmente,

Sonia Alfano
Deputato al Parlamento europeo
Membro della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni



15 Aprile 2010

A difesa di Emergency


Siamo profondamente insoddisfatti dell’audizione del ministro Frattini, il quale non ha sentito neanche il dovere di esprimere una sola parola di solidarietà alle famiglie dei tre volontari sequestrati.

Emergency è un’organizzazione umanitaria che fa onore all’Italia nel mondo e non un covo di terroristi. Colpisce il doppiopesismo di questo governo, garantista sempre con i ladri e non con gli operatori umanitari.

Il Governo deve chiedere l’immediato rilascio dei nostri tre connazionali, non limitarsi ad inviare letterine di Babbo Natale a Karzai.

Se fossero stati tre cooperatori americani o inglesi avremmo visto tutto un altro film.


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14 Aprile 2010

Emergency-Afghanistan: governo incapace


Attualmente in Afghanistan abbiamo 3300 uomini delle forze armate impiegati nella missione ISAAF e EUPOL AFGHANISTAN ed abbiamo erogato con la legge “Proroga missioni” del 5 marzo scorso ben 309 milioni di euro per finanziare solo per 6 mesi queste azioni.

Sono numeri che dimostrano come la missione in Afghanistan è la più importante e impegnativa per il nostro paese rispetto a le altre a cui partecipiamo.

Ecco perché non comprendiamo come il Governo ed il Ministro Frattini non riescano ad ottenere il rilascio immediato dei nostri tre connazionali "sequestrati dal governo Karzai" dopo tutto l'impegno economico e umano che abbiamo dimostrato per il Paese e dopo che per la sicurezza dell'Afghanistan sono morti ben 21 soldati italiani.

Frattini e La Russa stanno dimostrando una incompetenza drammatica nella gestione della situazione:

Il ministro della Difesa, da cui dipendono le forze armate, non è riuscito a far sì che i 3300 soldati che abbiamo in Afghanistan riuscissero a difendere i cittadini italiani. I nostri soldati hanno il dovere di proteggere i nostri connazionali prima che il governo Karzai.

Il ministro degli Esteri, invece, non è ancora stato capace di avere notizie sulle ragioni del sequestro dei tre operatori, di rassicurare le famiglie degli stessi, di parlare con i tre nostri connazionali per assicurarsi delle condizioni nelle quali vivono, di farli riconsegnare alle autorità italiane o come minimo di far avere loro assistenza legale e diplomatica.

Il Governo è riuscito soltanto ad attaccare Emergency per la posizione critica che l’associazione ha assunto rispetto alla guerra (guerra anche per noi illegittima) e perché Emergency è un testimone scomodo. A nostro avviso, invece, l’azione che l'ong svolge quotidianamente a tutela delle vite umane, compito difficile e nobile, merita rispetto e gratitudine. Ma dal premier Berlusconi, che dovrebbe difendere il nostro paese e i nostri concittadini, per adesso nemmeno una parola.

Siamo indignati rispetto a tutto ciò e per questo chiediamo immediatamente al Ministro Frattini di recarsi in Afghanistan, di risolvere la situazione, anche minacciando il ritiro dei nostri soldati dalle missioni se necessario, e di farsi riconsegnare Matteo dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani, che, a prescindere delle responsabilità vere o presunte, devono essere difesi dal proprio governo.



13 Aprile 2010

Sabato 17 aprile: in Piazza con Emergency


Curare, ma anche osservare e quindi denunciare. Senza opportunismi e filtri. Tenendo a mente solo un principio: il diritto alla cura e all’assistenza per tutti gli esseri umani. Con un vantaggio: la presenza sul posto, solitamente martoriato dal conflitto o dalla violenza, dalla sofferenza e dalla privazione. L’aspetto che maggiormente fa paura dell’attività di Emergency è forse proprio questo: essere in prima linea e da lì non solo fornire cura e assistenza, ma anche una visione di ciò che accade. Testimone scomodo di contesti drammatici. Ed è proprio per questo che Emergency si è guadagnata l’inimicizia trasversale di quanti vogliono imporre la menzogna di una guerra non guerreggiata o chirurgica, di un’occupazione armata camuffata da percorso di democratizzazione o giustificata con la lotta antiterrorismo, di militari portatori di pace e convivenza civile, di un successo strategico. L’Afghanistan è teatro di conflitto vero e il conflitto miete vittime soprattutto civili e in particolare infantili. Se ne macchiano le forze locali come quelle internazionali: la guerra è guerra e non ammette operazioni selettive, perché la strage non è ipotesi possibile ma certezza certa. In Afghanistan non si è vinto da nessun punto di vista: il terrorismo internazionale esiste anche oggi, il potere talebano e tribale sono ancora in piedi e la coesistenza non si è realizzata. Tanto che questo paese, nella strategia occidentale, appare sempre più importante come avamposto logistico, magari di una prossima pericolosa operazione che guarda all’Iran e al suo regime. Emergency ha sempre denunciato il volto della violenza e questa denuncia è scomoda per tutti perché tutti chiama in causa: talebani, Nato, Isaf, servizi segreti, leadership d’Occidente. Per questa denuncia sono stati oggetto di operazioni di discredito e di aggressione inaudite, che oggi si manifestano nelle dichiarazioni di ministri e autorità che vanno da Roma a Kabul. Per questo sabato prossimo il popolo di Emergency sarà in piazza Navona: per chiedere il rilascio di Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani, ma anche per affermare il valore della pace. E per chiedere al Governo italiano di rispondere alle tante domande che la vicenda dell’ospedale di Emergency a Lashkar-Gah solleva. Quali? In primis perché non ha chiesto all’esecutivo afgano il rilascio dei tre cooperanti arrestati e, visto lo scadere delle 72 ore, attualmente in stato di sequestro? Quali pressioni ha attuato sul Governo e le autorità afgane per chiarire la dinamica dei fatti e le accuse rivolte ai nostri connazionali, che ancora oggi non sono state formulate rendendo non chiara la loro posizione giuridica e impedendogli la nomina di un avvocato difensore? Era stato informato o meno dalle autorità locali o dalle forze multinazionali di questa operazione presso l’ospedale di Lashkar-Gah, che ha visto l’azione congiunta dei servizi segreti e della polizia afgani, ma anche di una rappresentanza militare dell’Isaf-Nato? Perché non viene concessa la dovuta attenzione alle denunce di Gino Strada, che fin dall’inizio ha posto l’accento sul tentativo di discredito e sul sentimento di ostilità verso la ong da parte del potere afgano, ma persino delle forze armate internazionali? E’ normale, soprattutto, che il ministro degli Esteri Frattini e noti esponenti della maggioranza arrivino a delegittimare il lavoro di Emergency, bollando come “politica” la sua posizione pacifista e umanitaria che la porta a curare qualsiasi essere umano senza distinzioni politiche, di razza, religione, cittadinanza, sesso, attuando il diritto e le norme morali? Non è un’esposizione pericolosa dei suoi operatori, che ne mette a rischio l’attività e la vita, delegittimandoli agli occhi di chi li avversa perché ne teme la forza sociale ma anche quella di denuncia di verità scomode?


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31 Marzo 2010

Gli effetti perversi dell'Accordo anti-contraffazione


Brandendo un'arma che passa sotto il nome di lotta alla contraffazione, i paesi occidentali stanno negoziando un accordo internazionale che ha il nome di ACTA, l'Accordo anti-contraffazione.

ACTA è un documento internazionale che mira alla tutela della proprietà intellettuale via standard internazionali più restrittivi degli esistenti. Provvedimento sacrosanto, poiché, in un'economia sempre più globalizzata, occorre avere una disciplina che limiti la contraffazione, per tutelare i posti di lavoro, per la sicurezza del consumatore, per la difesa di una legittima proprietà intellettuale. Tuttavia sta diventando una sorta di grande scusa per fare passare norme che sono assolutamente liberticide o del tutto protezioniste, con grande rischio soprattutto per la comunità degli internauti e per un libero accesso a internet. Di fatto alcuni paesi, soprattutto di oltre oceano, chiedono di stabilire delle sanzioni penali e civili per internet service providers, gestori di piattaforme internet e di blog, ce sarebbero responsabili di abusi più o meno legati al tema della contraffazione. Si tratta di un'interpretazione larga, che rischia di creare una vera e propria spada di Damocle per tutti coloro che utilizzano internet liberamente.

In un certo modo é come se si rendessero penalmente responsabili le compagnie telefoniche perché alcuni utenti utilizzano il telefono per parlare tra di loro, magari concordando attività illecite che poi vengono intercettate. Una situazione che non é assolutamente tollerabile, che non corrisponde a quello spazio di libertà e di libera espressione di internet che fa parte dell'identità stessa della nostra Unione Europea e che può portare a degli effetti assolutamente perversi.

Su questo sentiamo, qui al Parlamento Europeo, gli effetti del calore e della mobilitazione della comunità degli internauti che ha capito che cosa bolle in pentola. Ma siamo molto attenti anche ad altri aspetti che possono portare a degli effetti negativi in quest' accordo, ad esempio la limitazione all'accesso di medicinali a basso costo che sono prodotti in India o in Brasile, che non violano la proprietà intellettuale, che sono sicuri ma che hanno la grande colpa di costare molto meno rispetto a prodotti farmaceutici di industrie occidentali (le quali, sulla base di questo accordo, avrebbero la possibilità di chiedere in via cautelative dei sequestri doganali senza nemmeno passare attraverso l'intervento del potere giudiziario).

Un altro aspetto di ACTA é la segretezza con la quale vengono condotti i negoziati. Segretezza asimmetrica, visto che le grandi compagnie americane hanno siglato un patto di riservatezza con l'amministrazione americana ed hanno ottenuto tutta una serie di informazioni sullo stato di avanzamento di questi negoziati.

Anche noi come Parlamento Europeo abbiamo reclamato l'accesso ai documenti, e nella Commissione di Commercio Internazionale, come responsabile del problema ACTA a nome del gruppo ne ho parlato durante la sessione plenaria (guarda il video).

Abbiamo anche firmato una dichiarazione scritta che mette i paletti su quelli che sono gli elementi di libertà e che devono assolutamente essere salvaguardati durante la fase finale di questo negoziato. Come Parlamento Europeo abbiamo un'arma definitiva, che é quella di dire si o no sul risultato finale del negoziato, poiché la ratifica spetta al Parlamento Europeo come sancito dal Trattato di Lisbona.

Poche settimane fa il Parlamento ha bocciato un accordo che aveva alcuni elementi simili, l'accordo SWIFT, che prevede la possibilità di accedere ai dati bancari- anche dei cittadini europei- da parte dell'amministrazione americana, sotto una parola d'ordine, lotta al terrorismo internazionale. In questa occasione é stato determinante il voto della Delegazione dell'Italia dei Valori e del Gruppo liberal-democratico, che ha spostato la maggioranza. Non é detto che, se i risultati del negoziato non saranno soddisfacenti, il Parlmento europeo non ritenti lo stesso colpo.



12 Marzo 2010

Per fortuna c'e' un giudice a Bruxelles


Ormai è chiaro: in Italia c’è un disegno eversivo. Il governo Berlusconi preoccupa anche l’Europa. Il fatto che in Ue, infatti, l’Italia dei Valori è apprezzata e stimata da 56 partiti in 40 Paesi, conferma che la vera anomalia è l’Italia. Se il nostro Paese non fosse già nell’Unione europea, rischierebbe di non essere ammesso: c’è un rischio molto forte per la nostra democrazia.

Al Consiglio europeo, e anche durante il convegno dell’Eldr, parleremo della violazione dei diritti degli immigrati in Italia, soprattutto dopo il duro richiamo dell’Onu, denunceremo anche le vergognose leggi approvate da questo governo, come la vendita dei beni confiscati alla mafia, che favoriscono la stessa criminalità e della violazione della libertà d’informazione. Parleremo di tutte le leggi ad personam e di quest’ultimo scandalo rivelato da “Il fatto quotidiano” dal quale emergerebbe che è il capo del governo che decide quale trasmissione e quali giornalisti devono o non devono andare in onda. Questo è un comportamento liberticida.

Nelle dittature i liberali sono sempre stati accusati di essere eversivi. Un esempio è il Dalai Lama che i cinesi considerano un terrorista o il caso di Thomas Mann, accusato di essere eversivo dai nazisti. E’ ciò che sta accadendo anche ora all’Italia dei Valori, accusata in Italia di essere una forza eversiva, solo perché difende la legalità e la Costituzione.

Per fortuna ora abbiamo a disposizione la sponda e la tutela dell’Europa. Per fortuna c’è un giudice a Bruxelles.



7 Marzo 2010

Il caso del Polo Natatorio di Ostia


Ci raccontiamo spesso che siamo il popolo dell'arte dell'arrangiarsi, di coloro che trovano soluzioni creative, inventive, che possono servire per risolvere alcuni problemi con soluzioni un po' fantasiose. L'arte dell'arrangiarsi è diventata una sorta di politica istituzionale che passa sotto il nome di Protezione Civile, una bacchetta magica che serve a risolvere le situazioni più impensabili e certamente non soltanto quelle legate, questo ormai l'abbiamo capito, a disastri naturali, terremoti e inondazioni che siano. 

Il governo Berlusconi dal Maggio dell'anno scorso fino a metà febbraio di quest'anno ha approvato la bellezza di ben 169 ordinanze della Protezione Civile (leggi l'articolo ). Certo non perché ci sono stati 169 disastri nel nostro paese ma perché la Protezione Civile si è dovuta occupare un po' di tutto, come ad esempio: l'ordinanza per risolvere i problemi del traffico e della mobilità delle province di Treviso e di Vicenza, un'ordinanza dedicata alla costruzione del nuovo Palazzo del Cinema di Venezia, un'altra che doveva gestire il grande evento legato alla visita pastorale del Papa a Cagliari e un'altra ancora sull'organizzazione di iniziative nell'ambito dell'Anno Giubilare Paolino.  

Tra tutte queste fantasiose situazioni gestite dalla Protezione Civile vi e' anche l'organizzazione dei Mondiali di Nuoto "Roma 2009", in particolare la realizzazione del Polo Natatorio di Ostia. Questo è stato uno dei casi più eclatanti. Si può anche pensare che, se alla fine queste ordinanze della protezione civile riescono a realizzare qualche cosa in tempi brevi, forse per la collettività c'é un guadagno. Naturalmente le regole non sono lì per dare fastidio ma per essere rispettate e per provvedere a tutta una serie di controlli che devono appunto accertarsi che le cose siano fatte come si deve.  

E' quello che è accaduto con il Polo Natatorio di Ostia (leggi l'articolo). Questa è una grande struttura, inaugurata nel Luglio del 2009 dal Sindaco Alemanno e utilizzata dagli atleti per gli allenamenti in vista dei mondiali. Sono stati proprio gli atleti a rendersi conto (è una storia tutta italiana!), che i loro tempi di percorrenza erano molto più alti rispetto a quanto ciascun atleta era uso fare. Dopo una verifica si è scoperto che la piscina era stata realizzata un metro e mezzo più lunga rispetto alle dimensioni regolari internazionali e quindi non è stata più possibile utilizzarla.  Si è cercato di rimediare al problema per poter continuare gli allenamenti, ma senza successo. Di fatto l'impianto è stato chiuso, non è stato utilizzato e non è stato nemmeno più riaperto.  

Avremmo potuto augurare che, almeno, pur sbagliata per una competizione internazionale la piscina fosse poi a disposizione della comunità ma questo non è accaduto, l'impianto non è compiuto. L'impianto aveva tra l'altro l'ambizione di presentarsi con una serie di foresterie per la ricezione di turismo legato allo sport e turismo giovanile, ma queste foresterie non sono mai state completate. Inoltre, il complesso ha anche un certo un impatto ambientale, trattandosi di una struttura presente sul litorale laziale a Ostia.  

Va anche detto che, come spesso accade alla Protezione Civile, la società che ha gestito questo impianto è di diritto privato ma gestisce capitali pubblici (leggi l'articolo). Questa è una formula ibrida che, da un punto di vista liberaldemocratico, può anche sembrare attraente, ma in realtà è un'altra arte di arrangiarsi. E', di fatto, una grande scappatoia per far gestire i soldi pubblici con regole private e, in questo modo, cercare di evitare i controlli della Corte dei Conti.  

La vicenda del Polo Natatorio di Ostia ha un peccato originale: le procedure di appalto non sono state mai pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea, come previsto dalla normativa europea. Per questo noi, su segnalazione del Laboratorio di Urbanistica Labur, abbiamo presentato un'interrogazione alla Commissione Europea (leggi l'articolo).

Per certi aspetti è anche sorprendente che non fosse stata portata all'attenzione della Commissione Europea questa grave violazione del diritto comunitario.  Aspettiamo la risposta di questa interrogazione e probabilmente, visto che ciò che noi denunciamo non e' accaduto, vale a dire che la procedura di appalto non e' stata pubblicata regolarmente sulla Gazzetta Ufficiale, dovremo incorrere in una sanzione.  

Come sempre tutto è legato. C'e' un vizio di procedura all'inizio ed è molto difficile che poi l'opera pubblica possa portare a un risultato costruttivo e soddisfacente per la collettività. Quello che rimane è un dato in più di questa difficoltà dell'Italia a essere dentro la modernità - questa idea di modernità che l'Unione Europea dovrebbe rappresentare. Ci chiediamo come ancora nel XXI secolo si cerchi di ricorrere a questi sotterfugi pur di far guadagnare qualcuno in modo probabilmente illecito. Nel frattempo ci ritroviamo - come accade da decenni - una cattedrale nel deserto in più o, come in questo caso, una cattedrale sulla costa mediterranea vicino a Roma.



25 Febbraio 2010

Carnevale Düsseldorf: Berlusconi chieda scusa


Nella celebre cittadina della Germania del nord della Renania, Dusseldorf, lo scorso 15 febbraio, come in ogni lunedì grasso, fastosi e colorati carri di carnevale hanno sfilato tra le vie della cittadina tedesca. La notizia sembrerebbe irrilevante per chi non sapesse che proprio quest'anno uno dei carri fra i più irriverenti è stato così ispirato dalle vicende italiane da scegliere di rappresentare un enorme pupazzo in guisa di mafioso che sodomizza un Berlusconi cornuto, accanto alla scritta "matrimonio omosessuale all'italiana".  

Quello che lascia più allibiti in questa vicenda non e' l'offesa a tutti gli italiani ma che nessuna autorità italiana abbia reagito a quel carro di carnevale sfilato a Düsseldorf. Nessuno. 

Questo carro è un atto di volgarità verso tutti gli italiani e soprattutto verso coloro che sulla mafia hanno poca voglia di scherzare.  

L'immagine del nostro Presidente del Consiglio in quella posizione probabilmente farà anche ridere qualcuno oltralpe ma è l'emblema di come siano considerati all'estero gli italiani. Chi abbia provato almeno una volta cosa vuol dire uscire dai confini nazionali, conosce bene quanto possa essere faticoso lottare contro i pregiudizi, contro quell'etichetta di "Mafioso" che spesso con superficialità viene cucita addosso agli italiani. 

La mafia è  oggetto di lutto, di dolore, di sopraffazione come ben sanno ormai anche in Germania, al di là dei confini nazionali. La mafia può e deve anche essere derisa entro i limiti non solo del buon gusto ma di una sensibilità civica.  

Nessuno si è mai permesso di scherzare sull'Eta, o sul conflitto nord irlandese. Ma su una piaga italiana questa volta l'irridere e' poi un modo di irridere lo stato italiano, visto i sospetti di connivenza tra Parlamento e mafia. 

Ci può amareggiare che l'Europa ancora indugi in questi stereotipi ma ci indigna ancora di più il silenzio del Presidente del Consiglio che tace su un'immagine che fa il giro d'Europa e sulla quale anche i media italiani tacciono.È qualcosa di più di una coda di paglia, è la constatazione di quanto sia radicata nel resto d'Europa una certa idea di Berlusconi (considerato "mafioso" dai tedeschi, "il buffone" per la copertina de L'Express ) travolto da ogni genere di scandali finanziari, sessuali, giudiziari, o anche solo autore di ridicole battute, corna e altre gaffe pubbliche.  

Di cosa ci lamentiamo, allora?  

Lo sappiamo bene noi che rappresentiamo l'Italia all'estero, in un compito che è  sempre più difficile, e dove ogni sconfitta politica e diplomatica è legata a doppio filo a questa assenza di credibilità che sfocia perfino nei carnevali popolari.  

Così, prima ancora che gli autori del carro allegorico di Düsseldorf, è il capo del governo che dovrebbe scusarsi con gli italiani per le condizioni nelle quali mette il paese. 

Un atteggiamento contraddittorio, quello del governo di centrodestra, che accusa di “anti-italianità” coloro che osano criticare il premier, mentre non fa nulla per difendere l'immagine dell'Italia e non si preoccupa di come questa venga descritta sulla stampa straniera.  

I veri anti italiani sono quelli che non si dissociano dall’immagine che Silvio Berlusconi e la sua biografia offrono del Paese, e che l'opinione internazionale vede come un’anomalia del sistema Europa.



20 Novembre 2009

Leoluca Orlando vicepresidente Eldr


Leoluca Orlando, portavoce nazionale di Italia dei Valori, e' stato eletto oggi, al congresso di Barcellona, vice Presidente dell'Eldr, Liberali democratici riformatori europei.

L'elezione di Leoluca Orlando a vicepresidente dell'Eldr e' un riconoscimento significativo per il lavoro svolto dallo stesso Orlando in campo internazionale e dal nostro partito nel campo della legalita' e dei diritti.

In un momento cosi' difficile per il nostro Paese, mortificato dalle scelte dell'Unione europea, la nomina del nostro portavoce e' un segnale importante e di conferma alla politica portata avanti dall'Italia dei Valori.


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13 Novembre 2009

Scudo fiscale: denunciarlo e' un dovere


Pubblico il video e il testo, scritto assieme a Giommaria Uggias, sulla denuncia presentata dal nostro gruppo al Parlamento Europeo contro lo Scudo Fiscale.

Testo:
"Abbiamo sentito il dovere di denunciare il cosiddetto ‘scudo fiscale’ perché rappresenta l'ennesima anomalia italiana, anche rispetto a qualsiasi altra forma di amnistia fiscale presentata in altri paesi. Nella denuncia formale nei confronti della Repubblica italiana, sottoscritta da Luigi de Magistris e depositato dall'avvocato Giuseppe Giacomini presso la Commissione europea, affermiamo che il cosiddetto 'scudo fiscale' è incompatibile con le norme Ue sull'Iva, sul riciclaggio del denaro sporco e sugli aiuti di Stato. Lo scudo, infatti, permette l'evasione fiscale colpendo direttamente le risorse proprie con cui si finanzia l'Ue, favorisce aiuti di Stato mascherati e, attraverso l'anonimato, copre di non-punibilità reati come il riciclaggio. Dopo l’approvazione del provvedimento, con cui si legalizzano le attività finanziarie e patrimoniali detenute fuori dal territorio dello Stato italiano mediante il pagamento del 5% delle somme reimportate, avevamo già presentato un'interrogazione parlamentare chiedendo alla Commissione Ue di rispondere su alcuni quesiti:

1) se la norma e, in particolare la garanzia di anonimato, possa incidere negativamente e ledere i sistemi fiscali degli altri stati membri;

2) se la norma sia conforme alla normativa dell’Ue e ai principi generali dell´ordinamento nella parte in cui consente la possibilità di "comprare" l´impunità penale;

3) se la norma sia lesiva dei diritti fiscali dell´Ue, laddove la sanatoria in questione consente di evadere la quota di compartecipazione alle imposte (IVA);

4) se la garanzia di anonimato possa consentire di introdurre nel mercato finanziario europeo somme frutto di attività illecite.

Per noi lo Stato italiano deve essere lo scudo degli italiani onesti, al contrario di quello voluto dal governo Berlusconi per coprire i furbi. E proprio agli italiani onesti abbiamo pensato nel presentare la denuncia: se le istituzioni europee decreteranno l'illegittimità della sanatoria, infatti, sarà purtroppo la collettività italiana a risponderne finanziariamente e moralmente.
Siamo sicuri che "esiste un giudice a Berlino" e che la Commissione europea, garante dell´applicazione dei Trattati, riconoscerà l'incompatibilità delle scudo con le norme comunitarie."

Giommaria Uggias e Niccolò Rinaldi



9 Novembre 2009

Mafia: un grande problema per l'Europa


Riporto una mia intervista rilasciata al quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, di venerdi 6 novembre, dove spiego come la politica di Berlusconi favorisca la mafia e metta in pericolo anche le imprese tedesche.

Sueddeutsche Zeitung: On. Orlando, lei è spesso all’estero. Si sente a disagio quando si parla del suo presidente del Consiglio?
Leoluca Orlando: Oramai il tempo di parlare dell’immagine di Berlusconi è superato. Tutti sanno chi è. Spero soltanto che non si dimentichi che esiste un’altra Italia.

Sueddeutsche Zeitung: Il Capo del Governo si comporta come se incarnasse lo stato. Per questo dire ”Viva Berlusconi”, per lui equivale a dire “Viva l’Italia!”. Nel frattempo, si può dire che il suo paese sia diventato una sorta di Demokratur (dittatura della democrazia)?
Leoluca Orlando: È un fatto. Una dittatura nel 2009 è del tutto diversa dalla dittatura di Mussolini o di Hitler. Abbiamo nuovi mezzi di comunicazione, una nuova mafia e una nuova dittatura, ma tutto appare con le sembianze della democrazia, e Berlusconi ne è un simbolo.

Sueddeutsche Zeitung: Può fare altri esempi?
Leoluca Orlando: In Italia non c’è più differenza tra ciò che privato, ciò che è pubblico e ciò che è politico. Normalmente, a noi non interessa cosa succede in camera da letto. Tuttavia per Berlusconi è normale incontrare Putin nello stesso posto dove tiene sedute del Consiglio dei Ministri e dove organizza feste private con escort che vengono portate da aerei di Stato. Si tratta di una questione etica, non giuridica, nel senso di penalmente rilevante. Il presidente del consiglio non dovrebbe agire in questo modo.

Sueddeutsche Zeitung: Nonostante questo, molti italiani lo votano, ritenendo che sia accettabile che egli da singolo sfidi lo Stato.
Leoluca Orlando: Una tale convinzione rende la situazione ancora più pericolosa. Berlusconi è un cattivo esempio per tutti. Coltiva valori negativi. Egli si trova in perenne conflitto di interessi, essendo al tempo stesso un potente imprenditore della comunicazione e il Presidente del Consiglio. E ciò produce ulteriori conseguenze. Nel frattempo, il nostro problema è che crescono tanti piccoli Berlusconi che spadroneggiano nei quartieri e nei territori, politicamente tanto di destra e di sinistra. E’ diventato normale che un politico contemporaneamente sia anche un privato imprenditore. Comportamenti simili alimentano una cultura altra rispetto a quella democratica.

Sueddeutsche Zeitung: Con quali conseguenze?
Leoluca Orlando: Non c’è più nessuna normale competizione. Si tratta di una corruzione etica della democrazia. Berlusconi controlla i media, domina nelle inchieste e soprattutto dà al popolo ciò che il popolo vuole avere. E’ come Ponzio Pilato che ha sacrificato Gesù, pur magari convinto della sua innocenza. Ma non vi può essere in alcun modo una democrazia da Ponzio Pilato. Non si può approfittare del consenso dei cittadini e con questo governare contro il diritto. Un politico deve avere una visione del bene.

Sueddeutsche Zeitung: La visione di Berlusconi è che lo Stato sia simile ad una azienda privata guidata da un amministratore carismatico.
Leoluca Orlando: Sì, ma in realtà così ha pervertito il ruolo del premier, utilizzando la televisione per dare alla gente ciò che vuole, e al tempo stesso illudendola. E intanto controlla la televisione privata e pubblica.

Sueddeutsche Zeitung: Lo scorso anno lei avrebbe dovuto guidare la Presidenza della Commissione di vigilanza dei servizi radio televisivi, che si occupa della libertà di informazione e della RAI. Per quale motivo non è stato possibile?
Leoluca Orlando: Glielo voglio chiarire: questo incarico spetta ad un membro dell’opposizione ed io ero il candidato designato per diventarlo. Questa è la regola. I partiti dell’opposizione erano tutti d’accordo che io dovessi essere il Presidente della commissione. Due volte al giorno, per sei mesi sono andato in Parlamento giornalmente per essere eletto, ma questo non avveniva mai. Poi a settembre il Presidente del Senato mi ha consigliato di parlare confidenzialmente con Berlusconi. Vi era un veto sul mio nome, ma con quell’incontro tutti i problemi avrebbero potuto risolversi.

Sueddeutsche Zeitung: Cosa le propose Berlusconi?
Leoluca Orlando: Avrei dovuto vederlo ma mi sono rifiutato. Poi voleva telefonarmi, mi sono anche in quel caso rifiutato. Le mie motivazioni? Non può essere possibile che un capo di Governo decida di una questione che spetta esclusivamente al Parlamento, che decida cioè di un incarico parlamentare. Non può essere possibile, peraltro, che il più potente imprenditore della comunicazione decida di utilizzare il suo incarico politico per controllare la sua impresa e l’impresa pubblica televisiva concorrente. Com’è noto, a causa del mio rifiuto di scendere a compromessi non sono diventato Presidente della Commissione di vigilanza Rai.

Sueddeutsche Zeitung: La politica di Berlusconi è fare provvedimenti che possano giovargli. Così si è giunti alla legge sull’immunità che lo difende dall’essere perseguito e che gli assicura protezione dalla prosecuzione di processi in corso. Ma questa legge recentemente è stata annullata dai vostri giudici costituzionali.
Leoluca Orlando: Accanto all’Europa la nostra seconda speranza è la Corte Costituzionale. Senza quei giudici la democrazia morirebbe.

Sueddeutsche Zeitung: Berlusconi insulta i giudici definendoli “comunisti”, affermando che non sarebbero indipendenti.
Leoluca Orlando: Simili esternazioni sono ciò che la criminalità e la mafia culturalmente richiedono, che così cioè parli un presidente del consiglio. È una polemica senza senso. Invece vorrei ricordare che il vero problema in Italia non è il diritto, ma le leggi ad personam. Anche la Germania e l’Europa ne pagheranno le conseguenze.

Sueddeutsche Zeitung: Cosa intende con questa affermazione?
Leoluca Orlando: Una di queste leggi prevede che i capitali criminali vengano rimpatriati per essere riutilizzati se il possessore paga il cinque per cento di tasse per il rientro, con il diritto all’anonimato. È un premio all’illegalità. Insomma, chi ha portato illegalmente soldi all’estero adesso viene anche premiato! I normali lavoratori devono pagare, invece, dal trenta al quaranta per cento di tasse. Pensate che cosa accadrà adesso. Il denaro illegale è fuggito all’estero in lire ed è rientrato in euro. Questo denaro finirà con l’essere investito a Parigi, Londra, Monaco. Posso soltanto dire: Buona fortuna! Finirà per comprare l’Europa, grazie al sostegno di Berlusconi. Questo è un grande problema per l’Europa intera.

Sueddeutsche Zeitung: Non è troppo pessimista?
Leoluca Orlando: Aspettiamo sei mesi e poi si vedrà come molte imprese tedesche saranno acquistate dagli italiani col denaro sporco fatto rientrare. La guardia di Finanza valuta la somma di denaro nero che potrà rientrare nei termini di trecento miliardi di euro.

Sueddeutsche Zeitung: Anche il patrimonio di Berlusconi ne trarrà beneficio?
Leoluca Orlando: Non mi meraviglierebbe se approfittasse di questa legge.

Sueddeutsche Zeitung: Con la politica di governo di Berlusconi l’Italia è ritornata a combattere la mafia ?
Leoluca Orlando: La mafia ha bisogno di Berlusconi. La lotta contro quest’organizzazione è condotta dalla polizia e dai procuratori. L’attuale governo, al contrario, non promuove più soltanto la cultura della vecchia mafia, ma finisce con il sostenere la cultura della nuova criminalità. Come lei sa, la vecchia mafia pervertiva valori tradizionali come l’onore, la famiglia o l’amicizia.

Sueddeutsche Zeitung: E la nuova?
Leoluca Orlando: La nuova mafia perverte valori moderni non strettamente locali e regionali, come libertà o competizione. Il dramma è che non vi è separazione, ma vi è un ponte tra vecchia e nuova mafia. La mafia agisce infatti tanto localmente tanto globalmente.

Sueddeutsche Zeitung: Così come a Duisburg nel 2007, dove comandi criminali di alta professionalità della mafia hanno ucciso sei persone.
Leoluca Orlando: I mafiosi uccidono in maniera moderna ormai, con semplicità ed efficienza, ma in modo comunque brutale. Così come un tempo i terroristi della Baader-Meinhof o le Brigate rosse. La nuova mafia non ha bisogno di persone che si chiamino Pietro o Francesco ma Peter, Wolfang e Jurgen. Dopo la strage di Duisburg, i tedeschi hanno capito che non è più possibile confinare la mafia all’interno della gastronomia italiana. In un locale italiano, ormai si rischia prevalentemente soltanto di mangiare una pessima pizza. Ma gli interessi di questa mafia sono diventati così grandi che una pizza è troppo piccola.

Sueddeutsche Zeitung: Dove sarà attiva la nuova mafia a suo avviso?
Leoluca Orlando: Nella borsa di Francoforte, nelle banche, nel settore immobiliare. E molti hanno risolto i loro problemi di liquidità grazie a questa nuova legge di garanzia per il denaro sporco (cosiddetto scudo fiscale).

Sueddeutsche Zeitung: Cosa può fare l’Unione europea contro tali comportamenti?
Leoluca Orlando: Bruxelles deve chiaramente difendere le regole di competizione che dovrebbero valere anche per l’Italia. Pensi cosa è accaduto con l’Alitalia. Questa compagnia aerea era in una grave crisi e dopo una gara avrebbe dovuto essere acquistata da Air France. Ma sono arrivate le elezioni del 2008, Berlusconi ha vinto e i suoi ricchi amici hanno fondato una società attraverso la quale hanno comprato Alitalia. Sostanzialmente non pagando nulla. Tutti i debiti sono stati caricati e sopportati dallo stato e dai contribuenti. Anche gli amici che sono politicamente di destra si vergognano di questa perversione della cultura liberale. Il sogno di tanti italiani è quello di poter vivere in uno stato di diritto e magari fare una buona opposizione.

Sueddeutsche Zeitung: L’unione europea ha la possibilità di fare qualcosa se Berlusconi insiste?
Leoluca Orlando: Sicuramente l’Europa non è ancora abbastanza forte ma per noi è una garanzia; senza l’integrazione europea la situazione da noi sarebbe catastrofica, ci troveremmo a vivere come in un paese latinoamericano con strutture democratiche deboli o inesistenti. Non prendiamoci in giro. Se l’Italia non fosse già da tempo parte dell’Europa, con questo deficit di legalità, democrazia e legalità rischierebbe di non poter essere ammessa nell’Unione. La realtà è anche però che l’opposizione in Italia opera contro Berlusconi in modo incerto e debole.

Sueddeutsche Zeitung: La vostra opposizione è debole e litigiosa.
Leoluca Orlando: Il mio partito, l’Italia dei valori, viene considerato la più intransigente forza di opposizione. Anzi, questa intransigenza diventa anzi spesso un’accusa. Ma il nostro partito può contare soltanto sull’8 per cento. Il più grande partito di opposizione, il Pd ha perso molto tempo per capire quanto fosse pericoloso Berlusconi. Gli esponenti di quel partito hanno creduto che Berlusconi facesse incredibili errori, e alla fine finisse col farsi fuori da solo. Non è stato così.

Sueddeutsche Zeitung: Una valutazione sbagliata. Qual è allora la vostra proposta per arginare Berlusconi?
Leoluca Orlando: Noi dell’Italia dei valori non ci stanchiamo di ribadire che il governo di Berlusconi è sostanzialmente antidemocratico. È una realtà che viene percepita da un numero crescente di italiani. E quando ci si mobilita si ottiene un consenso crescente. In quale paese europeo, d’altro canto, protesterebbero quattrocentomila persone per difendere la libertà di stampa?



14 Settembre 2009

Fenomeni di disagio sociale del Paese


Roma capitale d'Italia è tra le grandi città che hanno bisogno di ascolto. I grandi agglomerati sociali manifestano per primi i segnali di disagio sociale che in realtà sono del Paese intero. Le grandi metropoli sono le antenne del cambiamento, le precursori dell'evoluzione, o dell'involuzione sociale, tecnologica, economica, etica.
"Roma contro l'intolleranza e tutti i razzismi" è lo slogan della fiaccolata che si terrà giovedì 24 settembre, alle 19,00, da piazza SS. Apostoli al Colosseo a cui Italia dei Valori aderirà, coerentemente con i propri valori culturali e politici che proclama ogni giorno.

Il razzismo, l’intolleranza, l’odio per chi è diverso dal proprio modo di pensare e di vivere, sono stati la linfa che ha alimentato le tragedie e gli orrori peggiori del XX secolo.
Poiché la Storia è sovente costituita da corsi e ricorsi, c’è l’obbligo morale di non dimenticare e di opporsi con tutte le proprie forze ad ogni forma di discriminazione, violenza e negazione dei diritti.
Il razzismo è un male molto pericoloso perché, come un virus estremamente contagioso, è in grado di passare da un individuo ad un altro con grande velocità. Sovente assume forme assai diverse e di volta in volta prolifera all’ombra della degenerazione dei concetti di nazione, religione, politica e morale.
Esiste però un minimo comune denominatore che consente di individuarlo sotto le forme più disparate e di combatterlo: l’odio e la violenza che inevitabilmente produce.
A Roma si sono verificati una serie di episodi di violenza che hanno visto vittime persone alle quali gli aggressori rimproveravano un orientamento sessuale diverso dal loro.
Contro questo odioso fenomeno è giusto e doveroso che le istituzioni, la politica, ma soprattutto la società civile scendano in piazza per gridare con voce forte e chiara tutta la loro riprovazione e condanna.
Se questo non avvenisse si rischierebbe di alimentare con l’indifferenza l’odioso fenomeno del razzismo, ponendo le basi per il verificarsi di nuovi episodi di discriminazione e di violenza che oggi hanno come motivo scatenante l’omofobia, ieri avevano il colore della pelle, e domani potrebbero avere come scusa il colore dei capelli o il modo di vestire.
Proprio perché credo profondamente nell’articolo 3 della Costituzione Italiana che proclama l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, aderisco pienamente e senza riserve alla fiaccolata del 24 settembre contro l’intolleranza e tutti i razzismi e in qualità di parlamentare e presidente di un partito politico quale l’Italia dei Valori, prendo solenne impegno a favorire quanto prima l’approvazione di una legge nazionale contro l’omofobia e a realizzare ogni provvedimento che consenta di affermare la cultura delle pari opportunità e del pieno rispetto dei diritti da parte di ogni cittadino.


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10 Settembre 2009

Tempo di valige


Il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha dichiarato che è tempo di fissare una data per il ritiro dei 4200 soldati del suo paese dall’ Afghanistan. Dopo l’ elezione del nuovo Presidente afghano, secondo il ministro, il contingente internazionale dovrà decidere quanto tempo rimanere, dato che è impensabile una permanenza indefinita in loco.
La posizione di Steinmeier riflette uno stato d’animo diffuso in Europa e negli stessi Stati Uniti. La maggioranza degli elettori tedeschi vuole il ritorno a casa delle proprie truppe, e si sono levate di recente varie autorevoli voci bipartisan favorevoli al ritiro, tra cui quella dell’ ex-ministro della difesa appartenente al partito di Angela Merkel. Secondo un sondaggio commissionato dell’ Independent, il 52% degli inglesi la pensa allo stesso modo, e il 58% degli stessi ritiene che non sia possibile vincere la guerra in Afghanistan. Negli ultimi mesi, i sondaggi d’opinione americani si sono capovolti. Una rilevazione CBS-New York Times di fine luglio ha trovato il 33% che pensa che la guerra stia andando bene e il 57% che ritiene stia andando male o molto male. Dopo l’ 11 settembre quasi tutti gli americani erano a favore dell’ intervento in Afghanistan, ed Obama ha vinto le elezioni nel 2008 sostenendo che era giusto per gli Stati Uniti combattere in quel paese.
D’ altra parte, l’ idea che sia impossibile vincere in Afghanistan è quasi unanimemente condivisa dai conoscitori di quel paese, e in primo luogo dai militari che operano sul campo. A cominciare dal comandante in capo delle truppe americane, il generale Stanley McChrystal, il quale ha dichiarato -semi-smentendo poi la sua affermazione al Wall Street Journal – che i Talebani hanno preso il sopravvento costringendo gli Stati Uniti a cambiare la propria strategia dall’ attacco ai Talebani alla difesa della popolazione dei centri urbani. L’ opinione di Mchrystal è la stessa del segretario alla difesa, Gates, del generale Petraeus e di molti leader politici americani, che vedono aleggiare lo spettro del Vietnam sull’ intera faccenda afghana.
Perché questa visione così negativa? Perché al di là della propaganda bellica e dell’ auto illusione dei media occidentali, dopo otto anni la situazione è davvero disastrosa. La forza militare impiegata è al suo massimo – 100mila soldati NATO e USA, 220mila militari e poliziotti afghani – e la sicurezza dell’ Afghanistan è al suo minimo. I Talebani operano non solo a est, ma anche nel nord e all’ ovest, e stanno prendendo il controllo della capitale del sud, Kandahar. I Talebani si vanno sempre più convincendo nella possibilità di una vittoria militare e di un loro trionfale ritorno al potere, dopo avere affibbiato agli americani la stessa cocente sconfitta che i loro padri hanno imposto all’ Unione Sovietica.
Tra pochi giorni, McChrystal presenterà ad Obama un rapporto su cosa occorre per vincere in Afghanistan. Anche se c’è la NATO sul terreno, il rapporto terrà conto del solo punto di vista americano. Noi europei verremo informati dopo, e si tratterà di decidere cosa fare. Ma non per vincere, bensì su come riuscire a venir fuori dalla trappola afghana.
Quasi certamente il generale scriverà che la vittoria richiederà migliaia di uomini in più, miliardi di dollari in più, e molti morti in più. E se Obama è ancora convinto che questa è una guerra indispensabile e che l’ America non può permettersi di perderla, ordinerà l’ escalation. Mettendo a rischio la sua reputazione e la sua presidenza in omaggio all’ unico sicuro beneficiario della tragedia afghana: l’ industria militare USA e le sue propaggini nel Congresso e nel Pentagono.
E’ fondamentale che l’ Europa non assecondi questa escalation. Non esiste in Afghanistan alcuna minaccia vitale agli interessi del nostro continente, e neppure a quelli degli Stati Uniti. Esistono solo una guerra civile e un movimento insurrezionale endemici, che durano da decenni, che nascono da fattori locali e che non sono eliminabili con lo strumento militare e con l’appoggio a governi corrotti. L’ Unione Europea è portatrice di un modello di sicurezza internazionale alternativo a quello americano. E’ tempo di farlo valere.



6 Settembre 2009

L'importanza dell'Unione Europea


Nel nostro Paese vi è la diffusa consapevolezza che il Parlamento Europeo non serva a nulla: un posto in cui vengono collocati a riposo politici sulla via del tramonto oppure persone scomode da esiliare.

Non c’è dubbio che in questi anni una fetta considerevole di italiani eletti al Parlamento europeo ha utilizzato il mandato per prendersi le diarie e fare solo attività politica in Italia, nonostante il lavoro del Parlamento europeo possa essere rilevante per la crescita di un’Europa dei diritti e per lo stesso nostro Paese.

La lotta alle mafie in quanto cancro che si sta estendendo velocemente in tutta Europa. Come presidente della Commissione controllo del bilancio comunitario, ho messo in chiaro da subito che il ruolo della Commissione non è quello burocratico di far quadrare i conti, bensì di operare un concreto controllo per la trasparenza e la legalità nell’utilizzo dei fondi pubblici che provengono dalle tasche dei cittadini europei.

Dall’Europa può giungere un contributo per recidere il nesso denaro pubblico-mafie.


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25 Agosto 2009

Il mondo alla rovescia di Frattini



"L’accordo con la Libia" - sostiene Frattini, ministro degli Esteri - "sta funzionando molto bene". Affermazione coraggiosa perché pronunciata a ridosso di una tragedia recente e nel giorno in cui, nelle acque antistanti a Lampedusa, sono stati salvati altri 50 immigrati. Coraggiosa anche perché appare in conflitto non solo con la realtà dei fatti, testimoniata dalla cronaca costante degli sbarchi, ma anche con i dati delle Nazioni Unite e con l’allarme sollevato dalle tante o.n.g.

Dunque sbagliano queste istituzioni oppure Frattini cambia le carte in tavola?

Stessa domanda andrebbe rivolta anche in merito alla politica adottata dal governo verso i migranti e tutta puntata sui respingimenti di massa: è in errore la Chiesa, compresa quella valdese-metodista, nel criticarla perché disumana, oppure l’esecutivo monopolizzato dalla Lega?

Sbaglia l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati che ha chiesto all’Italia di fare marcia indietro oppure il nostro governo, che aspira a rimandare nei campi-prigione della Libia i disperati del mare, venendo meno alla Convenzione di Ginevra del 51’, ma non al dovere di celebrare un dittatore con tanto di frecce italiane acrobatiche?

Forse sbagliano tutti, compresi il Consiglio d’Europa, l’Ilo e il Cir, che da mesi denunciano come in Italia, sul fronte dell’immigrazione, sia in corso una deriva razzista che lede i diritti umani oltre che il senso dell'umana pietà, rispetto a cui non solo il governo è silente, ma addirittura promotore.


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1 Luglio 2009

G8: appello alle first ladies


Anche le donne del''Italia dei Valori aderiscono alla richiesta proveniente dal mondo della cultura, in particolare dalla professoressa Chiara Volpato, rivolta alle First Ladies del mondo che dovrebbero venire al G8.

Vogliamo unirci a questo appello per sollecitare l'attenzione di queste donne, che rivestono un ruolo importante accanto a uomini importanti, per evidenziare la totale disgregazione che sta avvenendo nel nostro Paese a seguito degli ultimi eventi e delle ultime notizie sui comportamenti tenuti dal nostro Premier, Silvio Berlusconi.

Non stiamo parlando di reati, ci penserà la magistratura ad accertarli, ma questo non ci interessa. Come donne dell'Italia dei Valori ci sentiamo di affermare che i comportamenti tenuti dal Premier sono deprecabili dal punto di vista morale ed etico. Credo che le First Ladies darebbero un bel segnale, forte, se facessero loro l'appello fatto dalla cultura italiana su questo argomento.

Non si tratta di essere bacchettoni. Si tratta di tutelare la dignità delle donne, e non dare questa immagine della donna che, per fare carriera politica o per raggiungere altri obbiettivi, è disposta a vendere il proprio corpo.

Nell'Italia dei Valori e nella nostra società ci sono tante donne per bene, capaci, competenti, intelligenti, e credo che il mondo femminile non meriti questa figuraccia che il Premier ci sta facendo fare.



14 Giugno 2009

Lezioni di democrazia


Comunque la si vuole vedere, la lunga visita ufficiale del Colonnello Gheddafi in Italia è apparsa ai più troppo lunga, a tratti pittoresca, nella forma e nei contenuti, e sostanzialmente con tributi e onori un tantino esagerati, frutto del dilettantismo del nostro governo che, come spesso capita, non salvaguarda abbastanza la dignità del nostro Paese.

Il leader libico, d’altronde, aveva fatto capire subito quale e come sarebbe stata la sua visita presentandosi, in maniera a dir poco ostentata, con una foto sul petto raffigurante il capo della resistenza libica che gli italiani impiccarono nel 1931. Ci sembra, francamente, che la diplomazia italiana non si può dire abbia ben governato questa pur storica visita.

Che dire degli eccessi verbali pronunciati in varie sedi istituzionali (grazie all’opposizione, non nell’Aula del Senato come era previsto dal protocollo)?Rileggendo una sua affermazione, tra le tante: ‘Il partitismo è un aborto della democrazia’, insomma basta partiti! Viene il sospetto che, dopo Putin, il prossimo punto di riferimento culturale e politico per il nostro Premier possa essere rappresentato proprio dal Raìs.

L’incontinenza verbale di Gheddafi, proprio lui che ha attaccato i nostri alleati internazionali, giustificato il terrorismo e schernito il rispetto dei diritti umani, di sicuro ha procurato non pochi imbarazzi, distinguo e prese di distanza nel mondo politico e istituzionale.

E’ legittimo chiedersi allora: era così necessario preparare una visita lunga come il Festival di Sanremo, sotto il benevolo sguardo ridanciano e accondiscendente del nostro Presidente del Consiglio? Non era il caso, visto che siamo parlando di un personaggio, un attore, un esagerato, un provocatore, come è ritenuto nella quasi unanimità dei giudizi fin qui espressi dalla stampa, di prevedere con più attenzione i tempi e i modi che una visita del genere presupponeva, proprio per evitare che diventasse, come è stato, uno show del Colonnello? E, comunque, non era opportuno, da parte di tutte le istituzioni coinvolte, oltre che sottolineare il carattere di amicizia e collaborazione tra le due nazioni, rimarcare l’inopportunità di alcune sue dichiarazioni pasticciate?

Per carità, nessuna sprovveduta e improvvisa ingenuità. Sappiamo bene quali interessi economici, a cominciare dal petrolio dell’Eni, legano questi due Paesi mediterranei, obbligati a dialogare, anche in forza di un Trattato recentemente ratificato dal nostro Parlamento, che ci ha convinto solo in alcuni passaggi, soprattutto sul fronte dell’immigrazione clandestina. Ma qualcuno ha chiesto al Colonnello Gheddafi notizie sulle condizioni umane e igieniche in cui versano i migranti respinti qualche tempo fa e rispediti in Libia senza neanche peritarsi di verificare la presenza di richiedenti asilo politico? C’è da dubitarne visto che in questo momento sembra più importante non perdersi le indimenticabili lezioni di democrazia del Raìs.


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10 Giugno 2009

Gheddafi go home


I senatori del PD si sono detti contrari e abbandoneranno l'aula al momento del discorso di Gheddafi. Noi dell'Italia dei Valori non ci pensiamo nemmeno ad abbandonare l'aula, faremo in modo che avvenga il contrario.

Testo dell'intervento

"Abbiamo chiesto una conferenza dei capigruppo perché, evidentemente, non ci si rende conto di quello che potrebbe avvenire nella giornata di domani.
Assistiamo a delle celebrazioni un po auliche e probabilmente fuori tempo della visita di un dittatore che calpesta i diritti umani nel suo Paese e che anche per quanto riguarda i diritti fondamentali dei suoi, purtroppo, sudditi non vengono rispettati.
Abbiamo posto un problema serio: mai, senza l'unanimità dei gruppi parlamentari, qualcuno è venuto in aula per parlare. Non si può trattare quest'aula come se fosse una sala stampa piuttosto che un cineteatro, qui non si recita nessuna commedia. Per cui, insisto, passeremo a forme di protesta eclatanti a difesa del Parlamento perché riteniamo che non si possa assistere e, anche, essere sbeffeggiati da questo signore che viene in Italia e dice che viene perché gli abbiamo chiesto scusa. Scusa di che? Di quanto il fascismo aveva fatto nel suo Paese è una cosa, ma lui venga a chiedere scusa a noi perché sta calpestando, nel suo Paese, i diritti fondamentali.
Se il governo italiano sta insistendo cosi tenacemente vogliamo sapere cosa c'è sotto di reale perché venga in Parlamento. Può andare in qualsiasi altra sala pubblica per parlare, ma non nel nostro Parlamento, che è un baluardo della democrazia.
"



30 Maggio 2009

I candidati rispondono


Riportiamo il video dell'incontro, tenutosi giovedi 28 maggio a Roma, tra i giovani dell'Italia dei Valori e i candidati al Parlamento europeo Niccolò Rinaldi, Cristina Scaletti, Carlo Rossetti, Milito Pagliara e Luisa Capelli.

L'idea dell'iniziativa è nata dalla necessità di dire alcune cose che ci stavano a cuore. Nessuno parla di Europa, e nessuno parla di chi andrà a rappresentarci. Le vicende di Noemi Letizia prendono la scena e il dibattito politico tralascia argomenti che meriterebbero una maggiore attenzione. Mentre c'è chi si batte per ottenere una norma Europea sul conflitto di interessi, gli altri partiti candidano veline e riciclati.

L'Europa è una argomento da sempre poco sentito in Italia. Il parlamento europeo viene percepito come qualcosa di lontano che poco ha a che fare con le nostre vite. Sono proprio diffusi atteggiamenti come questo che mettono in crisi l'istituzione europea.

Abbiamo organizzato questo dibattito per far capire che l'Europa ci è più vicina di quello che pensiamo: da quando andiamo a fare la spesa e compriamo prodotti alimentari a quando il nostro Ministero delle Finanze studia la legge finanziaria.

Noi giovani sentiamo l'Europa vicina, la sentiamo perché viaggiamo più dei nostri genitori, la sentiamo perché vediamo in essa una speranza per il domani, una speranza per le nostre possibilità lavorative. Siamo convinti che iniziative come questa diffondano l'idea dell'appartenenza a un Europa che può darci tanto se mandiamo le persone giuste a rappresentarci.

È facile comprendere perché sempre più giovani come me entrano nell'Italia dei Valori. Fra i giovani c'è ancora voglia di pulizia, voglia di trasparenza, voglia di partecipare mai come in questo caso ci viene dato lo spazio che cerchiamo.


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14 Maggio 2009

Lottizzazione del Parlamento europeo


La deriva istituzionale italiana mette piede in Europa: PD e PDL si distinguono nel peggiore dei modi, rendendosi protagonisti della spartizione delle nomine di cinque alte cariche amministrative del Parlamento Europeo.
I sindacati del personale delle organizzazioni europee (SGPOE e Renouveau et Démocratie) hanno denunciato l’esistenza di procedure irregolari in cinque bandi di concorso per altrettanti posti di direttore al Parlamento Europeo, pubblicati il 27 marzo scorso. I posti in questione sono stati oggetto di una vera e propria spartizione abusiva tra il PSE e il PPE nel peggior stile del manuale Cencelli e i sindacati puntano l’indice anche contro un funzionario italiano in “quota” al PD, risultato vincitore.
I bandi si caratterizzano per l'assenza di ogni criterio di selezione basato sulla qualità dell'esperienza specifica, per le condizioni di partecipazione prive di ogni logica e per un termine di presentazione delle domande di una sola settimana. I nomi dei vincitori finali, decisi in base ad una ragionata considerazione delle loro appartenenze politiche, sono stati naturalmente decisi prima che le “procedure” fossero iniziate. I bandi sono al momento all’attenzione dei sindacati che stanno valutando le azioni più opportune per tutelare la regolarità dei procedimenti di assegnazione.
L’Italia dei Valori, membro dell’ELDR, ritiene importante informare i cittadini italiani ed europei di quanto sta succedendo al Parlamento Europeo, non per alimentare insensati euroscetticismi, al contrario! Noi di IDV vogliamo fermare sul nascere l’utilizzo politico e strumentale delle procedure di nomina di alte funzioni amministrative che appartengono alle istituzioni comunitarie nel loro insieme e la cui azione trova come referenti ultimi tutti i cittadini europei, non Partiti, gruppi o fazioni. C’è un limite a tutto e non è pensabile lottizzare tout court gli incarichi di alta responsabilità istituzionale.
L’Italia dei Valori esprime pertanto sdegno e preoccupazione per quello che sta succedendo, manifestando la sua solidarietà verso i tanti lavoratori onesti, di cui tanti italiani, che operano nelle istituzioni europee e che si aspettano, così come tutti i cittadini europei, che i diritti di accesso alle opportunità lavorative – anche e soprattutto a quelle in ambito europeo – siano effettivi e sostanziali, non solo formali.
Mentre PD e PDL tentano di lottizzare anche il Parlamento Europeo (il lupo perde il pelo ma non il vizio) noi di Italia dei Valori vogliamo far giungere a tutti, da una parte, la nostra inquietudine per una deriva politica e istituzionale che rischia di varcare i confini italiani e di diffondersi anche a Bruxelles e a Strasburgo; dall’altra, la nostra determinazione a vigilare con attenzione e a combattere con ogni mezzo l’utilizzo di bieche logiche di spartizione politica per invadere abusivamente le istituzioni, siano esse italiane o europee.

Messaggio dallo staff. Italia dei Valori.
Domani 15 maggio, su questo sito e quello di Antonio Di Pietro, verrà proiettata la diretta streaming dell'evento sottostante.
Invitate gli altri siti a dare spazio alla diretta pubblicando il banner dell'evento.
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Diretta streaming:

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13 Maggio 2009

Tornati indietro di cento anni


L’Italia non vuole una società multietnica, tuonava appena ieri il Premier concedendo un assist elettorale agli alleati della Lega Nord. Cosa importa se poi la Storia ci dice che siamo di fatto una società multietnica e multiculturale. ‘Il sonno della ragione genera mostri’ è una celebre espressione del grande pittore spagnolo Goya che ci invita ancora una volta a riflettere sulla realtà che si sta delineando nel nostro Paese nei confronti dell’immigrazione.

Nel nostro Paese, a più riprese, si sta manifestando una insofferenza, un imbarbarimento dei rapporti umani nei confronti delle diverse etnie presenti sul nostro territorio. Si stanno adottando provvedimenti che cominciano ad avere una connotazione sempre più escludente: si sta procedendo ad alzare mura sempre più alte alle nostre frontiere per difenderci dalla minaccia dei flussi migratori, identificando così l’immigrazione come una minaccia sociale. Ma, un conto è il contrasto all'immigrazione clandestina e il rispetto delle regole, che comprende anche il legittimo respingimento di clandestini alla frontiera, altra cosa e' quello che è accaduto nei giorni scorsi: una sorta di deportazione di massa, con la piena violazione dei diritti fondamentali della persona.

E quando assistiamo, con l’approvazione alla Camera del cosiddetto pacchetto sicurezza, all’assopimento della ragione e dell’intelletto, dobbiamo prepararci ad affrontare conseguenze disastrose come quella di considerare l’immigrazione un pericolo sociale, di ordine pubblico, alla stregua di una deriva criminale. Quella della legalità e della sicurezza ci sembrano francamente delle scuse perchè tutto questo non c'entra più nulla con la lotta contro la clandestinità. Siamo piuttosto in presenza di un disegno che si caratterizza sempre più nella sua inaccettabilità: rendere impossibile qualunque politica di integrazione.

Ce lo conferma anche la presentazione di una mozione, a firma leghista of course, per impedire la costruzione di nuove moschee. Ma sono tanti i segnali che si sono succeduti in questi ultimi mesi che consentono certamente e definitivamente di annusare l’aria che tira. Ed è l’aria di un regime che sta avanzando, quasi strisciando perché non faccia troppo rumore, e sta assorbendo, facendola lentamente e inesorabilmente propria, la cultura che fa da pilastro a questa impalcatura di stampo razzista, quella leghista.

Siamo tornati indietro di cento anni con questo provvedimento quando a fare la storia eravamo noi italiani descritti nella relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso americano, nel 1912, né più né meno di come vengono descritti oggi i migranti in questo Paese: brutti, sporchi e cattivi.

E poco importa se l'Alto Commissariato per i rifugiati dell'Onu, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, il Consiglio d’Europa e anche il Vaticano hanno espresso 'grave preoccupazione' per quanti cercano protezione internazionale e invece vengono respinti senza verificare la presenza dei requisiti del diritto di asilo, in violazione di quel principio fondamentale di non respingimento previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951.

Tutte queste critiche vengono, invece, respinte al mittente con arroganza e prosopopea tanto dal Premier quanto dai ministri interessati: che tacciano questi signori che hanno sempre da ridire su ciò che fa il Governo italiano! Noi tiremm innanz!


Postato da Fabio Evangelisti in | Commenti (93) | Scrivi | Permalink | Stampa | Cita sul tuo sito | facebook.jpg oknotizie.gif segnalo.png technorati.gif delicious.gif digg.gif diggitalogo.gif

4 Maggio 2009

Il futuro dell'Europa passa per Roma


Lymec è l'abbreviazione per European and Liberal Youth, è una organizzazione paneuropea che promuove i valori liberali in Europa attraverso le associazioni giovanili dell’ European Liberal Democrat and Reform Party (ELDR).

Il Congresso Annuale del Lymec è un evento molto importante nel panorama delle associazioni giovanili europee ed è la prima volta, dopo diversi anni, che si tiene in Italia. Questo appuntamento rappresenta l'occasione per inaugurare la nuova campagna del Lymec in vista delle elezioni europee e lanciare tutti insieme un forte messaggio liberale.

Dal 5 all’8 Maggio a Tivoli si terrà un seminario da titolo: “Civil Rights and Liberties in the Information Age, Choice, Information, Privacy: three great challenges for future decision makers” con l'obiettivo di analizzare lo stato delle libertà civili nel contesto delle nuove tecnologie d'informazione.

A Roma, l’8 Maggio presso l’Hotel Palatino ( ore 14 - via Cavour n. 213/M), il Congresso sarà aperto da Aloys Rigaut, Presidente del Lymec, e Massimo Romano, responsabile del dipartimento per le politiche giovanili IdV. Interverranno tra gli altri Annemie Neyts, presidente dell’ ELDR, l’On. Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell'Italia dei Valori, e Niccolò Rinaldi, Segretario Generale Aggiunto dell’ALDE e candidato alle elezioni europee per l'Italia dei Valori. Seguirà la discussione con Flo Clucas, Leader del gruppo ALDE al Comitato delle Regioni.

Questo appuntamento europeo, in Italia, rappresenta l'occasione giusta per vivere un’esperienza internazionale nel nostro paese, approfondire le tematiche europee e lanciare un forte messaggio: noi giovani siamo il presente e il futuro dell’Europa!

Il dipartimento giovani dell'Italia dei Valori aderisce al progetto del Lymec nella convinzione di poter essere da esempio nel panorama politico italiano: pensiamo di poter portare il modello vincente dell'Italia dei Valori, un partito che crede nei sui suoi giovani e su di essi investe davvero.



30 Aprile 2009

All’arrembaggio dei pirati


Ancora un attacco di pirati somali ai danni di una nave italiana. Quattro assalti in pochissimi giorni: prima il Buccaneer, poi la nave da crociera Melody, e stamattina due attacchi nel giro di due ore ai danni del mercantile italiano Jolly Smeraldo. Per fortuna l’armatore, anche stavolta, non si è lasciato sopraffare e il fattore sorpresa l’hanno subìto i rapinatori del mare, che si sono visti spiazzati da tanta reazione imprevista: raffiche d’acqua e colpi di pistola.

In penisola sorrentina si mormora che qualche bucaniere (forse 2) sia stato colpito dagli ex 007 del Mossad assoldati, a giusta ragione, da Gianluigi Aponte patron della M.S.C.

Resta ancora ostaggio dei terroristi l‘equipaggio del Buccaneer (15 persone, di cui 10 sono italiani) il cui armatore non aveva previsto l’attacco dei predoni del mare.

L’Italia è il paese del continente europeo più bagnato dal mare e la sua flotta commerciale e del turismo da crociera è una tra le prime al mondo. Migliaia di cittadini italiani lavorano come personale qualificato su petroliere, portacontainers e transatlantici. Pertanto l’Italia è, con i suoi oltre duemila passaggi annuali al largo delle coste somale, uno dei Paesi più esposti agli attacchi.

Si sa bene che i barchini che sferrano gli assalti godono del supporto di navi appoggio che garantiscono loro l’autonomia in alto mare e si sa anche che quelle basi itineranti non possono sfuggire ai controlli dei radar. Qui non siamo di fronte alle carrette del mare straripanti di disperati che fuggono dalla miseria. Qui si tratta di organizzazioni criminali che hanno colpito ben 110 volte nel 2008 e con un giro d’affari di decine e decine di milioni di dollari l’anno! Il trend per il 2009 è in aumento, ma finora nulla è stato fatto di concreto. Mi domando perché il governo italiano non si faccia promotore di un’iniziativa presso l’ONU che autorizzi il contingente militare internazionale, che sorveglia una così vasta area di mare, a bloccare tali navi madre e ad attaccarle per catturare i predoni.

Questa situazione è diventata drammatica ed urgente. Non è il caso di attendere il rimpatrio dei primi morti prima di reagire.


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23 Aprile 2009

LA POLITICA ESTERA DI ITALIA DEI VALORI


La politica di Italia dei Valori è una creazione collettiva, aperta al contributo di chiunque crede nei valori di legalità, eguaglianza sociale e democrazia. La nostra politica si forma nelle discussioni “di base”, con i cittadini. E si forma facendo proprie le migliori idee utili a concretizzare il nostro messaggio.

Stiamo crescendo, e dobbiamo attrezzarsi per un futuro di maggiore responsabilità. E’ per questo che abbiamo deciso in dicembre di creare tre nuovi Dipartimenti tematici lavoro, sicurezza internazionale e istituzioni – che abbiamo affidato ad esperti molto noti ed affermati.

Questa volta parliamo della nostra piattaforma di politica estera, che il sottoscritto, candidato alle Europee con IdV - ha elaborato e discusso all’interno dell’Italia dei Valori. Questa piattaforma non è altro che la prosecuzione in campo internazionale del nostro impegno in Italia. Si ispira agli stessi valori e ci impegna alle stesse battaglie. Al suo centro c’è la pace. La pace internazionale garantita dal rispetto dei diritti umani di giustizia e di eguaglianza.

L’Italia dei Valori ha una visione positiva del futuro. Non crede ai profeti di sventura, che vedono crisi e apocalissi dietro ogni angolo. L’Italia dei Valori non ha una visione catastrofista della sicurezza umana, che porta alla necessità di più protezione, più armamenti e a un aumento dell’ uso della forza nelle relazioni internazionali. Al contrario, è schierata per il rafforzamento degli strumenti della legalità e del governo internazionali. Come ci battiamo contro la semi-dittatura berlusconiana in Italia, così ci battiamo per l’allargamento della democrazia globale. Non crediamo allo strumento militare come soluzione delle crisi. Promuoveremo perciò iniziative di sostegno al disarmo ed ai processi di pace, a cominciare dal Medio Oriente.

Il messaggio da trasmettere è chiaro. L’Italia dei Valori vuole rafforzare le Nazioni Unite ed i Trattati che proibiscono le armi di distruzione di massa. Promuoveremo una serie di iniziative sull’ abolizione delle armi nucleari, sulla giustizia internazionale, e sulla crisi economica globale.

Accanto alla pace c’è il principale veicolo per realizzarla su scala mondiale: l’Unione Europea. Questo è il secondo pilastro della nostra idea internazionale. Non pensiamo esista un’Europa-fortezza, assediata da nemici mortali e da paesi e civiltà ostili. Il grande successo dell’Unione Europea si deve alla sua vocazione di potenza civile, che non si sente minacciata né aggredita da nessuno, e che non minaccia né aggredisce nessuno. L’Europa è la base della stabilità mondiale, perché provvede al 55% dell’ assistenza allo sviluppo. E’ l’Unione Europea che fornisce la maggior parte delle forze di mantenimento della pace e dei fondi per la ricostruzione in ogni angolo del mondo.

Lavoreremo perciò per accrescere l’integrazione politica dell’Europa, e per allargare ulteriormente le sue frontiere. Siamo favorevoli alla rapida ratifica del Trattato di Lisbona, ed alla creazione di uno spazio economico e politico euro-mediterraneo.

Da quanto detto finora ne consegue che il terzo pilastro della nostra visione di politica estera è il multipolarismo. Una parola non molto sexy per dire che ci piace l’idea di un mondo non diviso in blocchi. Vogliamo un mondo più articolato di quello del passato, dove non ci sono guerre né nemici mortali, e dove tutti gli stati si rispettino l’un l’altro, da eguali, senza che alcuni siano più eguali degli altri. Siamo per la continuazione dell’alleanza con gli Stati Uniti, ma da amici, non da servi. Ed amici dobbiamo essere altresì delle potenze emergenti come l’India e il Brasile. E dobbiamo anche sostenere la partnership strategica che l’Unione Europea può instaurare con la Russia.

Ci sono molti altri punti da trattare su questo tema, ma ci saranno tempi e modi per farlo. L’importante è che abbiamo iniziato un processo, un viaggio, che ci porterà lontano.



31 Gennaio 2009

Estradizione per Battisti


Cesare Battisti è un ex terrorista. E' stato condannato all'ergastolo per aver commesso quattro omicidi durante gli anni di piombo. Attualmente risiede in Brasile, dove ha ottenuto lo status di rifugiato politico.

Pubblico il video ed il testo del mio intervento durante il sit-in tenutosi davanti all'ambasciata brasiliana lo scorso 24 gennaio.

"Quattro giorni fa abbiamo iniziato lo sciopero della fame per l'indignazione che questo Paese, e l'Italia dei Valori, sta provando e per dimostrare di essere arrabbiati contro una decisione del governo brasiliano di non estradare un assassino, che ha ucciso quattro persone e condannato una persona per trent'anni alla sedia a rotelle.
Su questo noi chiediamo che una persona condannata all'ergastolo debba scontare la pena nelle nostre galere, perché è un terrorista, perché ha vissuto i momenti bui di questo Paese contribuendo a far vivere il terrorismo.
Il Brasile dichiara che l'Italia è un Paese a rischio, che uccide addirittura i rifugiati politici. Il caso di Battisti non è quello di un rifugiato politico, ma di un assassino. Vogliamo l'estradizione di un assassino.
L'Italia dei Valori, e tutte le forze politiche, sta lavorando sia a livello diplomatico, politico e giuridico, affinché questo terrorista rientri in Italia e sconti la pena di quattro omicidi ad oggi impuniti.
Non possiamo vedere una persona che rischia di camminare libero in Brasile e dire che non torna in Italia perché non esiste la democrazie e la legalità nel nostro Paese. Questo è un Paese dove esiste la democrazia, la legalità, è un Paese che nella storia ha combattuto battaglie per portare avanti la parola democrazia. Vogliamo dimostrarlo ad un Paese che non ha capito cosa vuol dire la libertà.
Il Brasile e Lula, con la risposta al Capo dello Stato, ha dimostrato di non capire che cosa vuol dire essere un Paese libero e democratico come l'Italia. Dimostreremo davanti all'ambasciata brasiliana, fino a quando non sarà estradato il terrorista Battisti, e cominicaremo a raccogliere le firme di tutte le persone che vorranno dichiarare la loro indignazione ad un Paese che ci era amico e che oggi si sta trasformando un Paese che accoglie terroristi e banditi.
Il ministro Frattini deve tirare fuori il coraggio e ritirare il nostro ambasciatore in Brasile. Abbiamo presentato una mozione all'ambasciatore brasiliano, l'ha trasferita al governo, c'è stata una lettara d'indignazione da parte del Presidente della Repubblica Napolitano e la risposta è stata "a noi non interessa niente, il terrorista ce lo teniamo noi". E noi continueremo a combattere
."



26 Gennaio 2009

Il trattato con la Libia


Non v’è dubbio che il nostro Paese abbia necessità, oggi più che mai, in un quadro internazionale carico di problemi e tensioni, di portare avanti una politica di forti relazioni nell’area euro-mediterranea, con un ruolo deciso, chiaro e protagonista che per tradizione l’Italia ha sempre avuto, soprattutto nel sostenere il confronto tra le diverse culture dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Quello che, invece, è accaduto questa settimana alla Camera, chiamata a ratificare, in tutta fretta, il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la repubblica Italiana e la grande Giamahiria araba libica popolare socialista” non va in questa direzione, nel senso che quanto stipulato non appare nell’interesse di cittadini libici o italiani quanto piuttosto nell’interesse di lobbies trasversali che andranno poi a operare all’interno di quel paese per interessi personali (leggi: presumibilmente i soliti amici della cordata Alitalia).

Va detto che - da tempo - si avvertiva il bisogno di stringere un‘intesa con la Libia dopo anni di tensioni, incomprensioni, rivendicazioni che hanno caratterizzato i rapporti tra queste due Paesi ‘confinanti’. Un fatto che finalmente mettesse la parola fine a tutte le dispute e recriminazioni afferenti un periodo di occupazione coloniale, quello tra il 1913 e il 1943, che non è stata certo una bella pagina della nostra storia. Ma quello di cui parliamo è un Trattato che non ci piace. Alcune clausole contenute in esso, infatti, sono inaccettabili, ledono il nostro interesse nazionale. L’Italia , ripeto, con troppa fretta ha rinunciato a propri diritti e legittime pretese.

Ci aspettavamo che fosse scritto a chiare lettere che anche la Libia assumeva impegni chiari, incontrovertibili per frenare il flusso di disperati che , a un ritmo ormai insostenibile, partono da quelle coste per sbarcare sulle nostre (paradossalmente l’unico provvedimento concreto chiesto ai libici è la richiesta del rispetto dei protocolli di cooperazione e sul pattugliamento del mare firmati dal precedente governo Prodi); ci aspettavamo impegni concreti per il rispetto dei diritti umani in un Paese guidato in maniera non propriamente democratica.

Invece, ci ritroviamo a impegnare l’erario a un esborso di 5 miliardi di dollari, nell’arco di 20 anni, per la costruzione di infrastrutture a risarcimento dei danni conseguenti a un periodo di sopraffazione come quello coloniale. Chi pagherà questo denaro se non noi contribuenti in termini di incremento della bolletta energetica da parte dell’Eni (e’ infatti prevista un’addizionale del 4% sugli utili di questa società che si scaricherà sul consumatore utente); ci troviamo a portare avanti una collaborazione nel settore della difesa con un forte partenariato industriale, cioè in qualche modo andiamo a concedere tecnologie e conoscenze militari, non si capisce bene a quale titolo; ci troviamo a dover controllare i confini delle zone desertiche della Libia attraverso i satelliti, come a dire che rischiamo di regalare informazioni militari per un uso politico nei confronti dei paesi confinanti; ci troviamo con l’impegno di non concedere l’uso delle basi militari presenti sul nostro territorio senza sapere come questa norma si possa collocar nel quadro delle nostre alleanze, in particolare quella della NATO.

Insomma, il voto contrario di Italia dei valori su questo trattato è nato dalla convinzione che queste norme non tuteleranno affatto l’Italia dalla marea dei tanti disperati utilizzati cinicamente proprio per fare pressione verso i Paesi europei,
Italia dei Valori ha, tuttavia, convintamente sostenuto le proposte emendative in favore dei connazionali espulsi quarant’anni fa dalla Libia in termini di risarcimento anche se, come Gruppo volevamo che questo risarcimento avvenisse con un prelievo dal doppio rimborso elettorale scandalosamente riconosciuto ai Partiti eletti nel 2006, anche per i tre anni successivi, a quelle forze non più presenti in Parlamento piuttosto che mettere le mani nelle tasche dei cittadini.

Invece, il Governo ha preferito aumentare ulteriormente l’aliquota di tassazione dall’8,3 al 10,3 per mille dell’addizionale IRES.
Ancora una volta, dunque, saranno gli italiani a pagare gli spot propagandistici e le furbate di Berlusconi.


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20 Gennaio 2009

Due popoli, due stati e libera informazione


Il passaggio al nuovo anno è stato segnato dal violento riemergere del conflitto tra israeliani e palestinesi. Il conflitto si è protratto a lungo, in un momento di drammatica debolezza di Abu Mazen, di campagna elettorale in Israele, di attesa di insediamento negli Stati Uniti del Presidente Barak Obama e di coincidenza con il cambio di presidenza dell’Unione Europea. Agli atti di violenza di Hamas si è sommata la scelta bellica del Governo di Israele.

Le macerie stanno sotto i nostri occhi. Più di mille morti in terra palestinese, gran parte dei quali civili indifesi. Le stesse organizzazioni umanitarie sono state oggetto di attacco e sono state messe nelle condizioni di non poter operare soccorsi. Intorno a questo terribile scenario si è manifestato un altro elemento altamente scoraggiante per la risoluzione del conflitto in Medio Oriente, e cioè quello dell’incapacità della politica e delle diplomazie internazionali a farsi ascoltare, a rendersi protagoniste di un’azione congiunta efficace per il ripristino della legalità internazionale e della pace. Come Italia dei Valori lo abbiamo espresso più volte e in più sedi.

Il destino di israeliani e palestinesi è, e rimarrà, intrecciato; l’esistenza dei due popoli, per quanto invischiati da troppi anni in odi e risentimenti reciproci, dipenderà dalla loro capacità di imparare a coesistere e riconoscersi come legittimi. Lo Stato di Israele, per vivere in pace, ha bisogno di un autorevole Stato palestinese e viceversa.
Purtroppo, quest’ultima guerra lascia esterrefatti per quella mancanza di lungimiranza che l’ha resa così cruenta e sproporzionata nell’uso della forza. Più di trecento bambini morti a Gaza peseranno come un macigno sulla qualità dei prossimi rapporti tra i due popoli e le due rappresentanze politiche. Non ci sono alibi, né politici, né militari: dai resoconti giornalistici e dalle testimonianze degli operatori umanitari sul campo è emersa una carica distruttiva ingiustificabile.

In Italia, purtroppo, abbiamo assistito, oltre che alla pavidità ed alla approssimazione della nostra politica estera, anche a una serie di minacce censorie, rivolte da alcune forze politiche e da alcune figure istituzionali, a trasmissioni televisive giornalistiche che hanno informato su scenari e ricadute importanti del conflitto mediorentale. Annozero di Michele Santoro ad esempio. Un simile atteggiamento ha tutti i caratteri del solito vizio del potere politico italiano che vuole condizionare il lavoro dei giornalisti e quello della libera informazione. Probabilmente riflette, anche, l’antico stratagemma del potere di turno che vuole far parlare d’altro per nascondere gli insuccessi del proprio operato. Ma rimane il fatto che una trasmissione che ha messo l’accento su una parte importante della realtà in questione, le vittime innocenti e l’inerzia della politica nazionale ed internazionale, è stata oggetto di diffide ed intimidazioni.

In Italia ci sono tanti organi di informazione, ognuno dei quali può mostrare una prospettiva particolare sugli accadimenti che intende far conoscere. Nessuna può essere considerata come testimone unico di verità. La migliore informazione è quella che dichiara su cosa vuole informare senza per questo sostenerne un primato di verità. Ad argomentazioni si risponde con argomentazioni. Il fatto che in Italia persistano pulsioni censorie e strumentali rispetto alla libera informazione ed alla libera opinione genera ancor più sdegno se si considera lo scenario all’interno del quale queste si sono ripresentate.





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