Un punto dell'economia: la povertà in Italia
L'Istat ha recentemente rilasciato i dati sulla povertà in Italia. Nel 2009 le famiglie italiane in condizione di povertà relativa sono 2.657.000, cioè circa l'11% delle famiglie residenti. Circa 8 milioni di italiani (il 13% della popolazione), dunque, sono in condizioni di povertà relativa. Una cifra molto alta, che deve far riflettere.
La povertà relativa viene calcolata in base a una soglia di consumi al di sotto della quale una famiglia viene considerata povera in termini relativi.
Rispetto al 2008 l'incidenza della povertà è rimasta tendenzialmente ferma. Ma è un dato che non deve ingannarci. Questa tendenza quasi invariata, infatti, va attribuita al fatto che nel corso del 2009 la crisi ha colpito prevalentemente i giovani con contratti temporanei. Dunque, trattandosi di ragazzi, sono soggetti che hanno avuto aiuti dalle famiglie.
Il dato ancora più preoccupante è che la povertà e molto più accentuata nelle regioni del Mezzogiorno. Nel 2009 al Sud la povertà relativa ha raggiunto circa il 23% delle famiglie. Si tratta di un numero elevatissimo. Questo è legato al fatto che al Sud sono tanti i casi in cui anche il capofamiglia non dispone di un'attività lavorativa.
Questo è un fenomeno che andrebbe affrontato con serietà e rigore.
Ritengo infine che vadano fatte due considerazione. La prima: l'Italia non ha gli strumenti efficaci per contrastare la povertà. La seconda è legata al dibattito in corso sul federalismo: un Paese nel quale in una vasta area come il Mezzogiorno ci sono il 23% di famiglie povere, è un Paese nel quale il federalismo potrebbe solo accrescere questa diversità economica. Se non poniamo attenzione a questo problema c'è il rischio che si creino ulteriori gradini economici fra le famiglie italiane.
L'Italia dei Valori crede che sia necessario introdurre nuovi strumenti di sostegno per le famiglie povere e di riduzione della povertà, specie nelle regioni meridionali.
Lo spot provocatorio del Governo
Oggi parliamo di una situazione paradossale che si è creata. Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è diventato in questi giorni di uno spot pubblicitario nel quale invita gli italiani a non fare le vacanze all'estero ma a farle in Italia. Si tratta di uno spot, che per certi versi, ci sembra una provocazione, quasi come se la regina Maria Antonietta che, di fronte al popolo che diceva di non avere pane da mangiare, suggeriva di mangiare le brioche.
Dico questo perché proprio in questi giorni l'Istat ha diffuso i dati sull'andamento della spesa per consumi delle famiglie italiane. Nel 2009 la spesa delle femiglie italiane è diminuita dell'1,7% rispetto all'anno precedente. Si tratta della prima volta negli ultimi 10 anni che si ha una caduta nominale della spesa media mensile delle famiglie in Italia. Il fatto sorprendente è che questo calo record avviene in un periodo in cui l'inflazione relativa a questo stesso periodo è molto bassa. Quindi non è colpa dell'inflazione, ma è colpa del fatto che l'economia italiana non cresce, è ferma, e le famiglie italiane si stanno impoverendo.
Se consideriamo i consumi alimentari, addirittura, rispetto al 2008 si ha avuto una caduta del 3%, una caduta gravissima. Il 36% delle famiglie italiane ha dichiarato di aver diminuito o la quantità o la qualità dei prodotti alimentari comprati nel 2009 rispetto al 2008, quindi c'è una quota rilevante delle famiglie italiane che per tirare avanti, per poter sopravvivere, ha peggiorato la qualità dei prodotti alimentari che ha portato in tavola. Una famiglia su tre ha risparmiato sul cibo. Sei famiglie su dieci, nel 2009, sono state costrette a cambiare gli acquisti degli alimenti nel corso dello scorso anno. Gran parte delle famiglie italiane, incluse quelle dei cetti medio alti, sono state costrette a tirare la cinghia durante tutto lo scorso anno. Secondo molti centri di ricerca il 2010 rischia di essere ancora peggio del 2009, si parla di una caduta della spesa media dell'ordine del 2%.
In questo contesto il Presidente del Consiglio ci suggerisce di non fare le vacanze all'estero e di farle in Italia, senza preoccuparsi del fatto che le famiglie italiane si stanno impoverendo e che la manovra prevista da Tremonti non fa nulla per sostenere i consumi delle famiglie italiane, anzi rischia di aggravare la situazione. Questo è il quadro dell'Italia in questo luglio 2010.
Un punto dell'economia: la manovra del governo
Nei giorni scorsi sono state finalmente pubblicate le relazioni tecniche relative alla manovra messa in cantiere dal governo. Fino ad ora se ne era parlato tramite ipotesi tratte dai giornali. Quello che abbiamo scoperto è che questa manovra, messa in cantiere da Berlusconi e da Tremonti, non è affatto basata soltanto sui tagli alla spesa pubblica. Ma che per il 40% è rappresentata da maggiori entrate, per lo più rappresentate da presunto gettito aggiuntivo tratto dalla lotta all'evasione.
E' curioso che nei due anni precedenti il governo abbia smantellato molti dei provvedimenti adottati dal governo Prodi contro gli evasori e che ora si ricrede e decide di fare lotta all'evasione. Questo è lo stesso governo dello scudo fiscale, dei condoni, ed è legittimo domandarsi quanto sia credibile questa lotta all'evasione.
Un'altra considerazione da fare è che il 70% dei tagli alla spesa pubblica sono riduzioni lineari di spesa pubblica per lo più applicate agli enti locali. L'esperienza recente delle manovre di questo tipo è che quasi mai sono efficaci. I veri settori che sono duramente colpiti da questa manovra sono quelli della sanità e delle scuola, che subiscono dei forti tagli e delle forti riduzioni. Viene lanciato il rinvio di una finestra di pensionamento, e anche qui mi chiedo quanto sia effettivo il risparmio, visto che l'annuncio di questo provvedimento sta dando come effetto che tantissimi dipendenti pubblici stanno andando in pensione in questi giorni per non incappare nel provvedimento.
Il governo sembra intenzionato a introdurre l'ennesimo condono, questa volta sulle dichiarazioni al catasto. Mi chiedo se non ci sia contraddizione tra le dichiarazioni di fare lotta all'evasione e l'annuncio di un nuovo condono di tipo catastale. E' lecito domandarselo.
Italia dei Valori ha presentato una serie di proposte per una contromanovra, richiamando il fatto che non basta intervenire sul risanamento, ma che bisogna tenere conto anche di considerazioni legate all'equità e alla necessità di stimolare la crescita.
Proponiamo la reintroduzione dell'imposta comunale sugli immobili, l'ICI, almeno sulle case di maggior pregio e di lusso. Questo è un provvedimento che consentirebbe di recuperare gettito e avrebbe una natura di equità, colpendo soprattutto coloro che sono proprietari di immobili di pregio. Italia dei Valori chiede la soppressione delle Provincie, tema sul quale il governo ha fatto marcia indietro. Chiediamo che le provincie, che rappresentano degli enti costosi e inutili, vengano cancellate. Chiediamo che si rinunci alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, infrastruttura faraonica ma di scarso valore economico, che consentirebbe di risparmiare moltissimi soldi. Per stimolare la crescita chiediamo la riduzione del cuneo fiscale, quindi una riduzione della quota di costo di lavoro inclusa nell'imponibile Irap che consentirebbe alle imprese di risparmiare sul costo effettivo del lavoro e quindi favorire l'occupazione. E' importante in questo momento sostenere la crescita economica. L'Italia non cresce da troppi anni, e se non cresciamo tutto il problema della finanza pubblica non troverà soluzione. Questa è una delle questioni prioritarie su cui concentreremo i nostri sforzi.
C'è una differenza molto importante tra la manovra di Tremonti e quella dell'Italia dei Valori. La manovra di Tremonti si basa in parte su un taglio generalizzato della spesa, soprattutto degli enti locali, che finirà in trasformarsi in un aumento del prelievo da parte di questi enti su tutti quanti gli italiani. Per recuperare risorse questi enti dovranno aumentare le addizionali Irpef, irap e cosi via. L'azione del governo finirà per costare a tutti i cittadini e a tutte le imprese. Italia dei Valori crede molto alla necessità di interventi selettivi, che da un lato colpiscano i ceti più ricchi, quelli degli speculatori e delle categorie che si sono più avvantaggiate in questi anni, dando garanzie, tutele e aiuti ai ceti più deboli, dai giovani che cercano il lavoro e così via. Un'attenzione più selettiva, anche a considerazioni di equità, mentre il governo parla di interventi trasversali che serviranno a colpire indistintivamente ricchi e poveri.
Un punto dell'economia: la finanza pubblica
Quest'oggi parliamo dell'azione del governo sulla finanza pubblica. Per riportare il disavanzo pubblico sotto la soglia del 3% del PIL, il governo ha definito una manovra correttiva di 25 miliardi di euro. Il paradosso del ministro Tremonti, lo va dicendo anche ad Annozero, è che la manovra italiana è colpa della Grecia, e che l'Italia fa questa manovra perché tutti gli altri Paesi la stanno facendo. Questa affermazione non è vera, è solo parzialmente corretta. Gli altri Paesi europei fanno una manovra correttiva oggi perché hanno fatto interventi molto importanti lo scorso anno per sostenere le loro economie.
Nel 2009 molti Paesi europei fecero interventi a sostegno della domanda interna per un ammontare molto vicini a 2,5 punti PIL. Nello stesso anno, il governo Berlusconi decise di non fare nulla e si limitò ad interventi pari soltanto al 0,6 punti PIL. Questa inerzia del governo italiano ha fatto pagare duramente all'economia italiana. Nel biennio di crisi abbiamo perso oltre 6 punti di crescita, meno 6 di PIL. Questo ha significato la chiusura di circa 10 mila imprese e un aumento significativo della disoccupazione, soprattutto quella giovanile arrivata al 13% secondo la Banca d'Italia.
Il paradosso italiano però, colpa di Berlusconi e Tremonti, è che in un anno il debito pubblico italiano è aumentato di 10 punti. Siamo passati da una situazione di avanzo primario, cioè da una differenza tra le entrate e le spese al netto degli interessi che era positiva, ad un disavanzo primario per la prima volta dopo molti anni. Tutto questo senza però evitare, come ho detto, una caduta catastrofica del PIL. Non solo abbiamo i conti pubblici in dissesto, ma questo non è stato fatto per sostenere la domanda interna come è stato fatto negli altri Paesi.
La spesa pubblica italiana è aumentata moltissimo e le entrate sono diminuite. Questo anche perché, da quando c'è il governo Berlusconi, l'evasione fiscale è aumentata molto significativamente. Si parla di un evasione fiscale pari a 120 miliardi di euro. Quindi, eccoci costretti a fare una manovra correttiva. Non è solo colpa della Grecia, è colpa di Tremonti e Berlusconi. Questa è una questione molto importante: è fondamentale che il governo ammetta le sue colpe, si presenti in Parlamento riconoscendo di aver sbagliato e porti a discutere con l'opposizione partendo da una situazione di verità e chiarezza nei confronti degli italiani.
Il ministro Tremonti continua a parlare di falsi invalidi e di azione contro l'evasione, ma viene in mente che è stato ministro dell'economia per 8 anni, in molti governo, quindi gran parte della responsabilità dell'aumento dei falsi invalidi e un aumento dell'evasione fiscale è sicuramente sua, visto che è stato il ministro più a lungo in carica nell'ultimo periodo.
La manovra correttiva si fonda su tagli sostanzialmente generalizzati, cioè si taglia senza un minimo di scelta, senza un minimo di selezione. Questo tipo di procedimento è inequo e inefficiente, e non viene nemmeno applicato nella pratica. Questo è il momento di scegliere, di essere selettivi: un conto è tagliare la spesa a tutti i comuni e a tutte le regioni indistintamente, un altro sarebbe quello di colpire quei comuni e quelle regioni che hanno speso troppo e che non stanno rispettando il patto di stabilità interna.
Un conto è tagliare la spesa pubblica introduttiva, un altro è tagliare la spesa per l'istruzione, per la ricerca. E' questo il momento di scegliere se togliere le risorse ai giovani o passare ad un riequilibrio tra le generazioni, intervenendo sulle pensioni a sostegno dei giovani. Un conto è fare un blocco degli stipendi per tutti i dipendenti pubblici: si stima che questo blocco costerà 1700 per ogni dipendente in 3 anni. Questo blocco colpirà sia chi si impegna e lavora sia i fannulloni.
Questo per dire che è il momento di scegliere di fare atti selettivi e di colpire soltanto dove è necessario. Questo è quello che noi avremo fatto se fossimo stati al governo.
Manovra insufficiente
Il Governo ha annunciato una manovra di correzione di 24 miliardi di euro. Una manovra che di fatto era già stata annunciata all'inizio del mese di maggio nella relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica, con l'annuncio del Governo di voler ridurre il deficit pubblico. Questo, nonostante nei mesi passati lo stesso Governo aveva a più riprese ribadito che i conti erano in ordine e che non c'era bisogno di alcun intervento.
Questa manovra è fatta di tagli alla spesa pubblica che però sono rappresentati per lo più da rinvii dell'aumento degli stipendi degli Statali e da sospensione delle prossime finestre assistenziali.
In aggiunta a ciò ci sono dieci miliardi di tagli alle Regioni e ai Comuni.
Il Governo aveva anche annunciato la cancellazione di nove province ma abbiamo già scoperto che ha fatto marcia indietro. E qui è curioso notare come sia stata la Lega ad opporsi, per tutelare alcune province del Nord. La stessa Lega che a parole dice di essere contro la burocrazia, per ridurre la presenza dello Stato, quando è il momento delle decisioni concrete si tira indietro per difendere le province del Nord.
Sul lato delle entrate il Governo ha annunciato un potenziamento della lotta all'evasione ma ha anche assicurato che non ci saranno nuove tasse. Sostengono che questa manovra non metterà le mani nelle tasche degli italiani.
Ma è davvero così?
Una prima considerazione da fare è sui tagli. Bisogna capire se questi tagli alla spesa pubblica incideranno davvero sui meccanismi di spesa, e cioè se comporteranno un beneficio di lungo termine e non soltanto di breve termine.
Poi vanno valutati i tagli agli enti locali. Ci sarà da capire, nei prossimi mesi, come le Regioni e i Comuni, cercheranno di far fronte a questi tagli. Cioè se le Regioni e i Comuni non tenteranno a loro volta di aumentare le imposte locali per cercare di ripararsi da questi tagli del Governo. A settembre, dunque, potremmo trovarci di fronte a un forte aumento delle tasse regionali e comunali. Qui crolla la teoria che questa manovra non mette le mani in tasca agli italiani.
Questa manovra, inoltre, si basa su una stima della crescita dell'economia italiana abbastanza ottimistica, tenuto conto che la Commissione Europea e il Fondo Monetario hanno stime di crescita meno ottimistiche di quelle che ha questo Governo. E questo potrebbe voler dire che a settembre sarà necessaria una manovra aggiuntiva.
I tagli alla spesa pubblica sono necessari. Noi dell'Italia dei Valori siamo grandi sostenitori di questa teoria. Perché in Italia la spesa pubblica solo negli ultimi 10 anni è cresciuta quasi del 40%. E la spesa pubblica totale è cresciuta quasi dell'80%. D'altro lato la pressione fiscale è arrivata a livelli record: oltre il 43% del Pil nel 2009. Quindi non è pensabile risanare i conti pubblici italiani aumentando le tasse.
Va detto che gran parte delle tasse, del resto, oramai in Italia sono a carico dei redditi da lavoro e delle imprese. E non si tassano più i patrimoni e le ricchezze. Il Governo Berlusconi ha cancellato l'Ici che era una delle pochissime tasse sulla ricchezza. Quindi siamo in una situazione in cui tagliamo i redditi di lavoratori e imprese e non colpiamo le ricchezze accumulate.
Infine c'è da considerare che questa manovra ha una pura natura restrittiva. Non c'è nessun intervento per far crescere l'economia italiana. Non hanno previsto alcuna forma di sostengo agli investimenti e agli ammortizzatori sociali.
Manca qualsiasi tipo di attenzione verso la crescita economica. E il rischio che in autunno sarà necessaria una manovra aggiuntiva è molto concreto.
Gli effetti della crisi greca
Parliamo della situazione molto difficile che si sta creando sui mercati finanziari, in particolare in Europa, con riferimento alla crisi greca. Giovedi, sei maggio, si ha avuto una giornata nera nelle borse europee, in particolare la borsa di Milano ha perso il 6%, una perdita molto grave, in seguito ad un rapporto da parte di Moody's, l'agenzia di rating internazionale, che lanciava un allarme per il rischio di un contagio della crisi greca verso altri Paesi, come il Portogallo, l'Irlanda, la Spagna, il Regno Unito e anche l'Italia.
Le banche di questi Paesi potrebbero risentire rapidamente delle difficoltà nate in Grecia per una serie di ragioni. Le banche di questi Paesi sono molto grandi, rappresentano una quota molto rilevante della ricchezza nazionale, per avere un idea l'attivo delle banche in Gran Bretagna è pari a circa 4 volte il Prodotto interno lordo della Gran Bretagna, in Spagna 3 volte il Prodotto interno lordo, cifre molto rilevanti. Questo fa si che quando si hanno dei rating, dei voti, o con riferimento al sistema nazionale, quindi al Paese, o con riferimento alle banche, si possono avere degli effetti negativi a vicenda. Se si ha un giudizio negativo su una grande banca si ha un giudizio negativo sul Paese e viceversa.
Un secondo riferimento è quello legato alla bolla immobiliare, scoppiata nel 2007 con il grande sviluppo dei mutui per l'acquisto delle case, che in alcuni Paesi aveva raggiunto dei livelli molto importanti. Per fare un esempio, in Irlanda il debito medio delle famiglie è pari a due volte il reddito annuo delle famiglie stesse. Una famiglia che guadagna in un anno 100 ha un debito di 200, un debito molto rilevante. In Gran Bretagna parliamo di un rapporto del 130%. Stiamo parlando di Paesi nel quale il settore privato, e in particolare le famiglie, si sono molto indebitate per ragioni anche legate all'acquisto delle case.
La situazione secondo Moody's potrebbe essere quella in cui la crisi della Grecia, l'eventuale rischio di fallimento della Grecia, potrebbe travasarsi tramite il crollo del valore dei titoli del debito pubblico greco negli attivi delle banche dei Paesi europei creando un effetto a valanga. Questa dichiarazione di Moody's ha scatenato un ondata di vendite sui mercati finanziari e ha colpito anche la borsa di Milano. Non vogliamo essere allarmisti, crediamo che la situazione italiana non sia una situazione del tutto confrontabile sotto alcuni profili con quella dei Paesi che vi ho citato. Per fare un esempio, il debito delle famiglie italiane è molto più basso del reddito delle famiglie irlandesi, spagnole o inglesi. Per dare un numero, in media il debito delle famiglie italiane è inferiore al 50% del Prodotto interno lordo. Anche il peso per le banche, sul Prodotto interno lordo, è molto più piccolo. Le nostre banche, in media, sono più piccole rispetto alle banche spagnole, inglesi e cosi via. Non dobbiamo lanciare allarmi non fondati.
L'altra considerazione da fare è che per quanto riguarda la diffusione dei titoli del debito pubblico greco, le banche italiane ne hanno una quota molto più piccola rispetto alle banche tedesche o francesi. Nello scenario in cui questi titoli scendessero radicalmente di valore, avrebbe un impatto molto più basso sul sistema bancario italiano. Ma la questione italiana a cui dobbiamo tenere sotto controllo è quella legata al debito pubblico italiano, che in questo anno tocca il 115% mentre l'anno prossimo potrebbe toccare il 118%. Purtroppo il Governo italiano ha presentato la relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica, dove abbiamo appreso che il Governo si attende una stabilizzazione del debito pubblico italiano sul livello pari al 117% del Pil nel 2012, quindi sostanzialmente l'impressione che abbiamo è che si considera come obiettivo stabilizzare il debito pubblico ad un livello altissimo, paragonabile a quello della crisi che l'Italia ebbe nel 1992. Questa stima si basa anche sull'ipotesi di crescita dell'Italia, che a mio avviso sono abbastanza ottimistiche, tenendo conto delle difficoltà di questo momento legate anche alla crisi greca.
E' vero che le famiglie italiane sono meno indebitate rispetto a quelle degli altri Paesi, è vero che le banche italiane hanno meno titoli greci nel loro portafoglio, è vero che le banche italiane sono più solide di quelle degli altri Paesi, ma resta il grave problema della finanza pubblica italiana, in particolare di questo enorme debito pubblico che abbiamo accumulato.
Per evitare davvero il contagio, per evitare che la “malattia” greca possa attraversare il Mediterraneo e arrivare a Roma, è indispensabile che il Governo attui al più presto quelle riforme che da tempo chiediamo come Italia dei Valori. Riforme che facciano crescere l'economia italiana, come la liberalizzazione dei servizi, come una nuova regolazione delle professioni, completare una riforma del mercato del lavoro che lo renda più funzionale ed efficiente, interventi sull'istruzione, ma soprattutto interventi che abbiano il coraggio di incidere sulla spesa pubblica nei prossimi anni, come provvedimenti che allunghino la vita lavorativa. Bisogna avere il coraggio, in questo momento, di essere anche impopolari per scongiurare un contagio greco. Bisogna farlo oggi prima che sia troppo tardi.
Stiamo aspettando con ansia che il Governo ci fornisca dei dati, delle stime concrete, su quale sarà l'effetto della riforma del federalismo fiscale sulla finanza pubblica. La nostra grande preoccupazione è che si possano nascondere delle vere proprie “bombe”, per capire se l'effetto sui conti pubblici del federalismo fiscale, che la Lega continua a chiedere, possano essere dirompenti sugli equilibri della finanza pubblica. Questo è il momento di tirare fuori questi dati, per spiegare ai cittadini italiani quale è il costo che si vuole scaricare sui conti pubblici legati ad un favore da fare alla Lega Nord. Questa è una delle questioni sulla quale vogliamo richiamare l'attenzione di tutti quanti.
Un punto dell'economia: la crisi greca
Dopo lunghe settimane di rinvii e ripensamenti i governi europei sembrano essere pronti a intervenire per evitare che la situazione della finanza pubblica greca precipiti definitivamente.
Diciamo subito che le colpe principali della crisi greca sono dei governi che la Grecia ha avuto negli ultimi anni. Sotto questo profilo comprendiamo le preoccupazioni della Germania. Non è pensabile che chi si sia comportato in maniera dissennata sia poi salvato a cuor leggero.
La Grecia è stata male governata da anni.
Per troppo tempo, la spesa pubblica greca è cresciuta a tassi elevatissimi, facendo aumentare il numero di dipendenti pubblici, lasciando che la spesa pensionistica crescesse senza limiti.
La Grecia è, tra l’altro, un paese nel quale la corruzione è molto diffusa.
Il deficit pubblico greco (la differenza tra spese e entrate) è stato nel 2009 di oltre il 13 per cento anche se la soglia massima prevista dal Trattato di Maastricht è del 3 per cento.
Un ceto politico miope, interessato solo ad assicurarsi il consenso e la rielezione ha lasciato che il debito pubblico aumentasse e arrivasse al 120 per cento del PIL.
Ma la situazione greca è aggravata dal fatto che l’economia greca soffre di una grave crisi di competitività: le merci greche non sono competitive perché i costi di produzione aumentano molto e la produttività in Grecia è molto bassa. L’economia greca quindi si trova davvero in una situazione pericolosa. Nei prossimi giorni scadono quantitativi molto elevati di titoli pubblici della Grecia e si rischia che non ci siano risparmiatori e investitori disposti ad acquistarli. Si rischia insomma il fallimento, simile a ciò che avvenne in Argentina negli anni ’90.
A fronte di questo quadro in progressivo peggioramento però i governi europei non hanno saputo trovare con rapidità una soluzione. Si è andati avanti con semplici appelli, con raccomandazioni che ovviamente trovavano poco riscontro nel ceto politico greco.
Col passare delle settimane i mercati internazionali hanno ritenuto che un fallimento (default) della Grecia fosse possibile e quindi si è avuto un deterioramento del rating dei titoli greci e un aumento dei tassi sui titoli stessi, in questo modo si è avviata una spirale perversa. Tassi più alti significano più spesa pubblica necessaria per ripagare quei tassi stessi e questo faceva peggiorare il quadro della finanza pubblica.
Quello che abbiamo capito da questa crisi però è che l’Unione Europea non ha un vero meccanismo condiviso per affrontare le crisi di un paese membro. Questo è grave.
Il Fondo Monetario Internazionale invece ha strumenti e procedure consolidate per affrontare crisi di finanza pubblica come quella greca. I governi europei per orgoglio europeista hanno escluso la possibilità di un intervento rapido del Fondo Monetario senza però avere un vero piano alternativo.
Forse se noi europei avessimo consentito al Fondo Monetario di intervenire mesi fa la situazione sarebbe stata bloccata prima e a un costo molto più contenuto.
Non potevamo lasciare che la Grecia fallisse. Le conseguenze sarebbero state troppo gravi per tutta l’Unione europea.
Il nodo certo è: i soldi alla Grecia andavano dati ma ponendo delle condizioni chiare e dure al governo greco. Avremmo dovuto subito dire: ecco i nostri aiuti ma te li diamo a patto che tu tagli la spesa pubblica, fai le riforme strutturali, ti impegni a cambiare drasticamente la situazione per dare credibilità al piano di abbattimento del debito. Questo era ciò che il Fondo Monetario avrebbe chiesto per concedere un prestito; questo è ciò che, in alternativa, i governi europei avrebbero dovuto fare mesi fa. Invece lunghe ed estenuanti trattative. Ripensamenti. Paure. E intanto i conti pubblici greci peggioravano e peggiorava anche il conto che noi cittadini europei (italiani, tedeschi, francesi etc.) dovremmo pagare per aiutare la Grecia.
Ora però dobbiamo costruire al più presto un sistema europeo condiviso per affrontare queste situazioni ed evitare effetti contagio.
Altri Paesi, oltre la Grecia, sono in situazioni delicate.
In questo momento di così alto nervosismo dei mercati è importante che chi ha debiti pubblici elevati mandi segnali chiari. L’Italia ha un debito pubblico che nel 2009 è stato pari al 115 per cento del PIL e quest’anno sarà pari, probabilmente, al 120 per cento del PIL. L’economia italiana cresce poco, cresce meno di quella di gran parte degli altri paesi avanzati.
E’ ora che il governo Berlusconi riconosca i fatti e smetta di predicare sogni. Dobbiamo annunciare al più presto un piano di riforme strutturali che diano l’avvio a un processo serio di abbattimento del nostro debito e allo stesso tempo consentano all’economia italiana di tornare a crescere. Non dobbiamo, non possiamo rischiare di diventare noi il prossimo paese nel mirino della speculazione mondiale. Italia dei Valori da tempo chiede al Governo di mettere da parte le questioni personali di Berlusconi e di affrontare la crisi economica. Ora è il momento, prima che nubi di tempesta possano attraversare il Mediterraneo.
Un punto dell'economia: la corruzione
Abbiamo scoperto che dopo 18 anni siamo di nuovo dentro una grande Tangentopoli. Abbiamo scoperto fenomeni di corruzione diffusa in molti settori, un fondo gelatinoso di personaggi avidi e senza scrupoli pronti alla corruzione, e abbiamo scoperto un grande giro di appalti inquinati da tangenti. Siamo di nuovo in un Paese in mano ai corruttori e ai corrotti.
Transparency International, un istituzione internazionale che fa periodicamente delle classifiche dei Paesi in base alla percezione che hanno gli investitori sulla corruzione, colloca tra i Paesi meno corrotti la Danimarca, la Svezia, la Germania e la Francia. L'Italia è al 63° posto, dietro la Turchia, Taiwan e l'Uruguay .
La corruzione è un fatto molto grave per ragioni etiche, ovviamente, e per ragioni politiche, perché molti politici si arricchiscono tramite la corruzione, finanziano la propria campagna con i proventi delle bustarelle e ostacolano il ricambio generazionale della classe dirigente. E' difficile diventare dirigenti politici se sono presenti personaggi che hanno a disposizione molte risorse di provenienza criminale. Oltre alle ragioni etiche e politiche ci sono le ragioni economiche per le quali la corruzione è un fenomeno molto grave.
La corruzione falsifica le regole del mercato, non è più il più efficiente e colui che ha più merito a vincere gli appalti e le commesse pubbliche, ma quelle imprese e quelle società che pagano le tangenti e corrompono i politici. Questo si applica a tanti settori, come i posti di lavoro nei concorsi pubblici, l'assegnazione delle case popolari, le licenze commerciali e altro ancora. Chi corrompe rischia di passare davanti a chi ha diritto e merito, creando una rottura delle regole di mercato e della meritocrazia.
C'è un problema relativo allo spreco delle risorse pubbliche. Il costo della tangente viene spesso trasferito sui conti pubblici: gli appalti costeranno di più per incorporare anche i costi della tangente. La qualità degli edifici, delle strade e degli aeroporti che vengono costruiti a seguito di tangenti è spesso più scadente rispetto a infrastrutture che non sono state macchiate dalla corruzione. C'è un rischio che le imprese migliori, escluse sistematicamente dalle commesse pubbliche, rischiano di fallire.
La percezione di una corruzione diffusa scoraggia gli investitori stranieri. Le imprese straniere, che devono decidere in quale Paese investire per aprire nuovi impianti per dare nuovi posti di lavoro, si terranno alla larga da un Paese come l'Italia che viene generalmente come un Paese corrotto, dove gli amministratori locali e nazionali chiedono delle tangenti per dare le licenze per aprire gli stabilimenti.
La questione morale è una questione centrale in questo momento, per ragioni politiche e di sviluppo economico. E' importante porre come discrimine, nella campagna elettorale di queste settimane, il discrimine dell'onestà. E' indispensabile che si faccia una lotta senza timore a quei partiti e a quelle organizzazioni che candidano personaggi corrotti.
Va ricordato che molte delle politiche messe in atto dal governo Berlusconi non fanno altro che incoraggiare comportamenti non onesti, come lo scudo fiscale che ha consentito ,con il pagamento di una piccola somma, di riportare in Italia soldi, anche portati all'estero illecitamente. In questa maniera il messaggio che viene mandato ai corrotti e corruttori è che non bisogna preoccuparsi, perché ogni tanto ci sarà il provvedimento di un governo che perdonerà tutto.
Quello che noi riteniamo è che parlare oggi di lotta alla corruzione non è soltanto una questione da “moralisti”, ma è una questione rilevante per ragioni di sviluppo economico e di correttezza politica.
Un punto dell'economia: la presenza della politica
Leggendo i giornali scopriamo che prima la Grecia e ora la Spagna stanno entrando nel mirino dei grandi investitori internazionali.
I grandi investitori americani parlano di PIGS, "porci" in inglese ma anche "Portogallo – Italia – Grecia – Spagna". Di fronte a questi eventi, di fronte al rischio di una crisi finanziaria molto rilevante che possa colpire Paesi a noi vicini, la Grecia e la Spagna, abbiamo il paradosso di un Paese che ha bloccato per settimane intere risorse del Parlamento per discutere di questioni che non hanno nulla a che vedere con l'emergenza economica, ma di leggi che interessano al Presidente del Consiglio.
Nella mozione presentata dal Presidente Antonio di Pietro al Congresso nazionale è presente un affermazione che potrebbe sembrare paradossale: “il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi”. Qualcuno direbbe che Berlusconi è il difensore del mercato in questo Paese, ma è un equivoco pensare che il centrodestra sia il partito che difende il mercato e la concorrenza. In queste settimane sono usciti dei volumi molto interessanti sul ministro Tremonti, da cui si scopre come il ministro possiede una cultura anti mercato, contro la globalizzazione, contro l'apertura internazionale, contro la Cina, contro la concorrenza, è un nostalgico della proprietà pubblica, affermando che si stava meglio quando c'era l'IRI, ed è un nostalgico delle banche pubbliche (guarda caso fu una banca pubblica, la BNL a guida socialista, la prima banca che finanziò Berlusconi nella costruzione di Milano 2).
Il paradosso italiano è che le forze di centrodestra, che apparentemente dovrebbero richiamarsi ai principi del mercato e della concorrenza, hanno un impostazione culturale di stampo statalista, dove si rivendica maggior intervento pubblico, contrastando la concorrenza e l'apertura dei mercati. A questo si associano altri elementi preoccupanti, come lo scarso rispetto di una democrazia costituzionale. L'idea che l'unica fonte di legittimazione sia il voto popolare, e quindi accusare una serie di organismi intermedi, come la magistratura, la Corte costituzionale e le autorità di vigilanza, di non essere legittimati è un concetto del tutto assente dalla tradizione liberale e democratico liberale occidentale.
Un altro elemento preoccupante riguarda il principio della laicità dello Stato. In questo momento siamo di fatto l'unica forza del Parlamento che fa della laicità dello Stato un cardine fondamentale del proprio programma di governo. E' a rischio la libertà religiosa, qualcuno vorrebbe un Paese diviso tra due, tre fondamentalismi che si scannino l'uno con l'altro, si è impedito di fare ricerca con le cellule staminali, precludendo possibilità di innovazione tecnologica, e si intende impedire alle persone di scegliere la propria sorte nei momenti terminali della propria vita.
Il principio di rispetto delle regole costituzionali, il principio di laicità e il principio di centralità del mercato sono tre elementi che fanno della destra italiana un anomalia nel panorama internazionale, europeo e occidentale.
Affermare che il mercato è lo strumento per sconfiggere Berlusconi significa che in questo momento, in Italia, si devono rivedere una serie di norme e regole di comportamento individuale. Molte delle nozioni tradizionali della sinistra italiana ed europea non sono più utilizzabili per affrontare la crisi in cui versa l'Europa e l'Italia in particolare.
Penso alla questione della proprietà pubblica, che nella storia recente italiana è stata fonte di corruzione e di inefficienza. Pensate alle vicende dell'Enimont, alle vicende dell'Eni, e pensate a quanto è costato e continua a costare all'Italia la liquidazione dell'IRI. Salto sulla sedia quando sento che uno dei leader del principale sindacato italiano invoca la nazionalizzazione di fronte alla crisi dell'Alcoa. Abbiamo già dato, questo tipo di soluzioni non funzionano, non è questa la strada per far fronte alla crisi economica. La proprietà pubblica è fonte di corruzione, di inefficienza, di sperpero di denaro pubblico. La domanda è: come possiamo trovare nuovi acquirenti alle imprese in difficoltà? Il punto da cui partire è: come mai in Italia attiriamo pochi investitori internazionali? Come mai i grandi investitori internazionali non scelgono il nostro Paese per fare degli investimenti? Non credo ci sia un problema di colonizzazione, ne vorremo molti di più, la Germania e la Francia intercettano una quota molto rilevante di investimenti internazionali, e le ragioni per cui questi non investono i loro soldi in Italia sono le stesse per cui il nostro Paese è in crisi: la mancanza di infrastrutture, gli eccessivi dei tempi della giustizia, le inefficienze della burocrazia pubblica, l'eccessivo costo delle materie prime come l'energia, la scarsità di una forza lavoro qualificata, la scarsa qualità della nostra istruzione, e cosi via. Questi fattori fanno si che il nostro Paese, nel confronto con gli altri, venga scartato al momento di decidere dove investire le proprie risorse. Una moderna politica industriale incide su questi fattori, modificando la convenienza relativa di fare impresa in Italia o in un altro Paese.
Un altro punto importante da tenere in considerazione è la spesa pubblica, altra battaglia tradizionale della sinistra europea. Possiamo dire che la spesa pubblica non è la soluzione per affrontare e risolvere i problemi dell'economia italiana. Una delle ragioni è l'elevatissimo debito pubblico e il fatto che molte delle riforme e delle azioni che vi sto elencando non richiedono interventi di spesa pubblica. Questa rivoluzione liberale, che ritengo dovrebbe essere il cuore della nostra azione riformatrice, è rivolta essenzialmente a modificare una serie di regole e di comportamenti, che fanno riferimenti agli individui in tutte le loro accezioni.
Un altro elemento importante è il fatto che siamo un Paese nel quale la presenza della politica è troppo pesante nell'economia e nella società. Siamo un Paese nel quale gli imprenditori, per decidere gli investimenti che devono fare, si recano a Palazzo Chigi e ad intervistare politici prima di prendere una decisione. Pensate alle vicende delle scalate Telecom, pensate alle vicende Unipol e alle vicende Alitalia. Questa commistione tra politica ed economia è una commistione malata, una commistione che va rotta. Una rivoluzione liberale introduce il mercato come strumento di disciplina e di crescita economica, non la politica e Palazzo Chigi. Gli imprenditori, in un Paese normale, decidono i loro investimenti a prescindere da quello che decide Palazzo Chigi.
Questo “eccesso di politica” fa riferimento anche a un nodo fondamentale nel funzionamento di un economia di mercato: l'informazione. Siamo uno dei pochi Paesi nei quali gran parte dell'informazione non sono indipendenti. Non parlo solo della televisione, ma anche della stampa, e lo viviamo sulla nostra pelle: come partito pubblichiamo programmi, facciamo interventi, stiliamo documenti, che vengono sistematicamente ignorati dalla stampa nazionale. Perché? Perché anche in questo caso c'è una commistione tra blocchi di potere e proprietà dei mezzi pubblici. Sarebbe necessaria una legge di separazione tra editoria, politica e potere economico.
Essere liberali non vuol dire voler smantellare lo Stato. In questo momento lo Stato italiano è troppo debole di fronte alle lobby economiche e troppo debole di fronte agli interessi privati. Siamo liberali e vogliamo uno Stato forte, che sia in grado di fare le funzioni che gli competono.
Un punto dell'economia: i danni del processo breve
Il governo ha deciso di procedere all'approvazione di una legge che comporterà la cessazione di tutti i processi che siano durati più di due anni. Un processo estinto attraverso una legge di questo tipo non potrà più essere ripetuto. L'imputato che beneficierà dell'estinzione del processo si troverà in una situazione fortunata, risolvendo tutti i suoi problemi con la giustizia. Si tratta di un provvedimento molto grave, senza precedenti nella storia repubblicana: il governo, di fatto, utilizza il potere legislativo per contrastare il potere giudiziario, usando una legge parlamentare per impedire alla magistratura di andare avanti con i processi.
In Italia c'è un problema riguardante i tempi della giustizia. La durata media dei processi, per causa di lavoro, è pari a 700 giorni, mentre in Francia, sempre per una causa di lavoro, ci vogliono soltanto 350 giorni, nei Paesi bassi 265. Per un recupero crediti in Italia ci vogliono in media 1210 giorni, in Francia 331.
I tempi lunghi della giustizia sono un problema per tutti i cittadini e sono legati alla bassa produttività dei tribunali e all'eccessiva complicazione delle procedure. Ma questi tempi lunghi della giustizia danno vita ad una spirale viziosa: l'incertezza dei tempi con cui la giustizia giunge ad una decisione incentiva l'illegalità, e finiscono per aggravare ulteriormente il carico di lavoro dei tribunali.
E' importante e necessario affrontare il tema dei tempi della giustizia, ma questo provvedimento del governo non ha l'obiettivo di accelerare per tutti i cittadini i tempi della giustizia, ma di difendere gli interessi di una persona in particolare: Silvio Berlusconi, che risolverebbe gran parte dei suoi problemi giudiziari, mentre tutti i problemi dei tempi della giustizia rimangono, perché non si va ad incidere sulle procedure, non si migliora l'efficienza dei tribunali, non si assumono nuovi magistrati e non si realizzano investimenti informatici per consentire processi telematici.
Quello che succederà, con questo provvedimento, sarà che ogni giudice dovrà decidere se concentrare la propria azione giudiziaria e il proprio tempo solo su quei provvedimenti che possono essere chiusi nell'arco dei due anni, altrimenti avrà sprecato il suo tempo. La prima questione che sorge è quella dell'obbligatorietà dell'azione penale, che a questo punto andrà a “farsi friggere” perché i giudici dovranno decidere ogni volta se vale la pena avviare un provvedimento giudiziario o meno. Si creerà un forte incentivo da parte della parte accusata a ritardare le cause sperando di far decadere l'azione penale.
Di fatto, viene meno la certezza dell'azione penale, uno dei cardini dell'economia e del mercato. In tutte le situazioni nelle quali le imprese e i cittadini rischieranno di essere truffati, ingannati e di subire un torto, non potrebbero veder mai prevalere il loro punto di vista. Pensiamo al caso Parmalat e al caso Cirio, tutte azioni che hanno richiesto più di due anni da parte dei cittadini per far rispettare i propri diritti e che, una volta entrata in vigore questa legge, verranno meno. Pensate all'azione penale in corso per le scalate bancarie contro l'ex governatore della Banca d'Italia Fazio, anche in questo caso verrebbe meno perché sono passati più di due anni.
Questo è un provvedimento che rischia di ridurre l'attrattività dell'economia italiana per gli investitori stranieri, che ci vedranno come un Paese dove non c'è la certezza del diritto, e rischia di mettere a repentaglio i diritti dei piccoli risparmiatori, dei cittadini, che non potrebbero far rispettare le proprie posizioni.
Un provvedimento che non è nell'interesse del Paese, ma nell'interesse personale di una singola persona, un provvedimento molto grave al quale dobbiamo opporci.
Un punto dell'economia: la riduzione delle tasse
Nelle scorse settimane il governo Berlusconi si è lanciato nella sua tipica politica di promesse. Ha promesso che avrebbe ridotto le aliquote da 5 a 2, passando ad una situazione con una da 22% e una del 33%. Nell'arco di pochi giorni abbiamo scoperto che, come al solito, si trattava di una promessa, e quindi ha fatto marcia indietro.
Non è la prima volta. Ad ottobre il governo aveva preannunciato, nel corso del convegno nazionale del consiglio dell'artigianato, che avrebbe abbolito l'Irap, una tasse che le piccole imprese odiano molto. Anche quella fu una promessa.
E' dal 1994 che Berlusconi promette di ridurre le tasse, riempiendo le città italiane con grandi manifesti con scritto “Meno tasse per tutti”. In realtà, nel 2009 la pressione fiscale è arrivata al suo massimo storico, parliamo del 44% del PIL.
Apprendiamo continuamente che aumentano i balzelli e le tasse, proprio oggi scopriamo che il governo ha appena introdotto una nuova tassa sui personal computer, sui decoder, sulle pen drive e su tutti gli strumenti digitali che possono servire per registrare musica e video. Le tasse non stanno diminuendo, semmai stanno aumentando.
La domanda che possiamo porci è: è possibile immaginare di tagliare le tasse senza ridurre la spesa pubblica? Va ricordato che il governo Berlusconi è stato capace di far aumentare il debito pubblico italiano di dieci punti percentuali, nell'ultimo anno, passando dal 105% del PIL al 115% nel 2009.
I signori del governo lanciano promesse su ridurre le tasse senza spiegare come avrebbero voluto finanziare questa riduzione. Parliamo di una cifra complessiva dell'ordine di 20-25 miliardi di euro, una cifra enorme. La domanda vera è: come si potrebbe immaginare di fare una riforma del genere senza ridurre la spesa pubblica? Se non si facesse tramite una riduzione della spesa pubblica la situazione sarebbe quella di un ulteriore aumento, in via permanente, del debito pubblico, rischiando di portare il Paese verso la bancarotta finanziaria, cioè preannunciare uno scenario simile a quello dell'Argentina.
Forse in questo momento non è indispensabile immaginare una riforma delle aliquote nella direzione annunciata da Berlusconi. La vera emergenza è quella di accrescere il potere d'acquisto per le famiglie più povere. Gli interventi che sarebbero necessari in questo momento dovrebbero essere orientati a ridurre le tasse solo per le famiglie più povere.
La seconda emergenza, sulla quale abbiamo richiamato l'attenzione varie volte, è quella di consentire a tutti i lavoratori e i giovani senza lavoro di avere un indennità di disoccupazione adeguata, mettendo tutti su un piano di parità di fronte alla crisi in corso, una riforma degli ammortizzatori sociali.
Queste sono le priorità per l'Italia dei Valori. Il resto sono favole e promesse da parte di un governo che oramai ha una credibilità pari a zero.
Un punto dell'economia: il punto sul 2009
Il 2009 è stato per l'economia italiana, e non solo, l'anno peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. Il Prodotto interno lordo è diminuito del 5%, a novembre il tasso di disoccupazione ha raggiunto l'8,3%, il dato più alto da aprile 2004. Il tasso di occupazione e' sceso al 57% e il numero di persone senza lavoro ha superato la quota dei due milioni, per la prima volta dal 2004. In un anno la disoccupazione e' cresciuta del 18%, si tratta di 313 mila persone in più senza lavoro rispetto all'anno precedente. La cassa integrazione guadagni è quadruplicata nel 2009, un anno orribile per l'economia italiana.
La cosa più preoccupante è che questo anno terribile, legato alla crisi internazionale, si inserisce in realtà in un andamento molto preoccupante che l'economia italiana sperimenta da tanti anni. L'Italia si sta impoverendo rispetto agli altri Paesi, se poniamo pari a 100 il Prodotto interno lordo pro capite medio dell'Unione europea, a 27 paesi, scopriamo che nel 2001 il Pil pro capite italiano era 100,17, cioè eravamo più ricchi rispetto alla media. Nel 2006 eravamo scesi al 100,3 e nel 2008 siamo scesi al 99,5, ossia siamo più poveri rispetto alla media dei Paesi europei. Nel 2009 il Pil pro capite italiano è sceso ulteriormente al 98,8.
Stiamo diventando progressivamente più poveri rispetto al resto dell'Europa. Varie ricerche dimostrano che da oltre 20 anni siamo uno dei paesi avanzati dove più forti sono le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza, e siamo uno dei paesi nel quale è maggiormente presente la povertà. Questa diseguaglianza crescente dell'Italia tende a persistere da una generazione all'altra, facendo in modo che il destino dei figli sia in gran parte dipendente dal destino dei genitori. In altre parole, si è fermato il meccanismo della mobilità sociale: i poveri tendono a restare poveri e i ricchi tendono a restare ricchi, e la distanza tra i due è sempre più marcata.
A fronte di una crisi cosi grande come quella del 2009, la peggiore del dopoguerra, e di una situazione economica più preoccupanti in Italia, il governo Berlusconi è rimasto sostanzialmente fermo. La manovra di bilancio dello scorso anno è stata molto limitata, una delle manovre più timide tra i paesi avanzati colpiti dalla crisi economica.
Nonostante siamo stati tra i paesi in difficoltà, il governo Berlusconi non ha messo una manovra adeguata per far fronte alla crisi, e questo spiega perché va male l'occupazione, aumentano i disoccupati e c'è un insicurezza crescente tra i lavoratori e i giovani, che sono tra le categorie più colpite perché usufruiscono di minori tutele rispetto alle generazioni più anziane.
Il paradosso italiano è che nonostante la manovra di bilancio fosse molto limitata il debito pubblico italiano è cresciuto di 10 punti percentuali dal 2008 al 2009, questo perché la spesa corrente dello Stato italiano è continuata a crescere. Il governo non è stato virtuoso, non ha rinunciato a fare una manovra di sviluppo per concentrarsi sul risanamento dei conti pubblici.
Non solo la politica fiscale non è stata adeguata alla crisi che sperimentavamo, ma non è stato fatto nulla negli altri campi: non si è parlato di riforme strutturali, non si è fatto alcun intervento che consentisse all'economia italiana che consentisse all'economia italiana di affrontare la situazione post crisi in una situazione migliore.
In queste settimane si sente parlare della necessità di fare riforme, ma il nostro timore è che le riforme che interessino al governo siano quelle che interessano la persona del Capo del governo, cioè le riforme della giustizia e non quella del benessere dei cittadini.
Noi pensiamo che sarebbe stato necessario avere il coraggio di affrontare già nel 2009, nel pieno della crisi, alcune questioni fondamentali. La prima è quella della riforma degli ammortizzatori sociali, era il momento di porre mano ad un sistema che potesse tutelare tutti i lavoratori, a prescindere dall'età, dal settore di impiego e dalla dimensione dell'impresa, per poter affrontare le situazioni di mancanza di lavoro con degli ammortizzatori sociali di carattere universale. Questa era una delle emergenze da affrontare.
Un altra questione importante è quella di ragionare fin da ora sulla necessità di una riduzione della spesa pubblica corrente. Bisognava mettere in cantiere delle riforme che incidessero sulla spesa pubblica corrente e abbassare le tasse, sia sul lavoro che sulle imprese.
Come terzo elemento, che noi pensiamo sia importante, bisogna riaprire una stagione di liberalizzazioni. Tornare ad aprire i settori chiusi alla concorrenza, per permettere ai giovani che vogliono aprire un'attività senza troppi ostacoli. La concorrenza è uno dei meccanismo che può consentire all'Italia di ritornare a crescere.
Se fossimo al governo faremo almeno queste tre cose per consentire al Paese di tornare a crescere. Dubitiamo che il governo Berlusconi abbia intenzione di porre mano a questo tipo di riforme.
Un punto dell'economia: la riduzione delle pensioni
Parliamo oggi di alcuni cambiamenti che avranno luogo per i pensionati: dal 1 gennaio 2010 entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione.
Dal 1995, con la riforma Dini, è stato introdotto in Italia per i lavoratori che, al 31 dicembre del 1995, avevano meno di 18 anni di contributi, un nuovo sistema di calcolo delle pensioni che viene definito sistema contributivo. Il sistema contributivo prevede che la pensione venga calcolata sulla base dell’insieme dei contributi che sono versati durante tutta la vita lavorativa da ciascun lavoratore.
Quindi, al momento di andare in pensione, ossia al termine della vita lavorativa, i contributi che sono stati versati da ciascun lavoratore vengono sommati: in questo modo si ottiene quella che si chiama la base contributiva complessiva, ovvero il montante individuale sul quale si calcola poi la pensione. Va tenuto conto di due elementi molto importanti: il primo è che i contributi annuali sono rivalutati ogni anno in base al tasso di variazione quinquennale del prodotto interno lordo. Questo procedimento dovrebbe, in teoria, servire per consentire di recuperare la diminuzione del potere d’acquisto legata all’inflazione, quindi ogni anno i contributi versati dal lavoratore vengono rivalutati sulla base di questo tasso di variazione del Pil. Il secondo elemento di cui dobbiamo tenere conto è che il montante, ossia questa somma di contributi annuali, viene a sua volta moltiplicato per i cosiddetti coefficienti di trasformazione. Questi coefficienti di trasformazione trasformano, in pratica, il montante, cioè questa somma complessiva, in una rendita: se ci pensiamo un attimo, la pensione che è una rendita che viene derivata da un capitale che viene accumulato negli anni dal lavoratore. Quello che succederà dal 1 gennaio dell’anno prossimo, del 2010, è che verranno introdotti dei nuovi coefficienti di trasformazione: si tratta di vere e proprie tabelle che fissano dei coefficienti moltiplicativi basati sull’età della persona al momento in cui va in pensione, che tengono conto dell’aspettativa di vita. Per fare un esempio, se al 1 gennaio 2010 si va in pensione con 59 anni di età e un certo numero di anni di contributi, si avrà un coefficiente di trasformazione che è più piccolo rispetto a quello di un altro lavoratore che andrà in pensione con gli stessi anni di contribuzione, ma magari con un’età pari a 61 anni, ovvero quanto più alta è l’età e tanto più alto è il coefficiente di trasformazione, quanto più bassa è l’età nella quale si va in pensione, tanto più piccolo è questo coefficiente di trasformazione.
Quale è l’idea? L’idea è che, se c’è un’aspettativa di vita che calcoliamo oggi, per esempio, pari a 81 anni e uno va in pensione a 59 anni, ci si aspetta che godrà dell’assegno di pensione per almeno 22 anni, cioè 81 anni di speranza di vita e 59, che sono gli anni nei quali lui inizia a andare in pensione. Chi va invece in pensione a 61 anni avrà soltanto venti anni di pensione, ossia due anni di meno, per cui i coefficienti di trasformazione tengono conto, in qualche modo, di questa diversa aspettativa di vita. Per mantenere in equilibrio il sistema pensionistico si applica un principio per cui, quanto maggiore sarà il numero di anni in cui si godrà della pensione, tanto più piccolo sarà questo coefficiente di trasformazione.
Periodicamente, cioè ogni tre anni, queste tabelle saranno riviste in modo meno favorevole per i nuovi pensionati: mano a mano che, con il passare degli anni, avremo un’aspettativa di vita che migliora, cioè vivremo più anni, queste tabelle nuove terranno conto di questa maggiore aspettativa di vita, di questo maggior numero di anni di pensione e saranno, in qualche modo, meno favorevoli per i pensionati.
Dobbiamo dire innanzitutto che questo cambiamento, che avviene dal 1 gennaio 2010, si applica soltanto ai nuovi pensionati, quindi coloro che sono già in pensione non sono toccati da questa riforma. Questo nuovo sistema si applica in particolare a coloro che andranno in pensione con il sistema contributivo, quello che ho appena illustrato, per cui coloro che avevano meno di 18 anni di contributi il 31 dicembre 1995. Sostanzialmente si applica soprattutto ai giovani, a quelli che hanno un minor numero di anni di contribuzione e a quelli che, in futuro, andranno via via con il sistema contributivo.
Quali sono le questioni che sorgono?
Alcune stime recenti, fatte nei giorni passati, dimostrano che con queste nuove tabelle di trasformazione chi andrà in pensione il 1 gennaio 2010, ripeto, con il sistema contributivo, quindi non i lavoratori più anziani, che hanno maturato quaranta anni di contributi e vanno in pensione con il sistema retributivo, ma soltanto i nuovi pensionati che avevano meno di diciotto anni al 31 dicembre 1995, questi nuovi pensionati avranno una pensione che, sulla base di questi nuovi coefficienti di trasformazione, sarà tra lo 0,8 e il 3,7% inferiore rispetto a coloro che, per esempio, andranno in pensione o saranno andati in pensione a novembre o a dicembre di quest’anno, del 2009, con lo stesso numero di anni di contribuzione. Questi nuovi coefficienti di trasformazione comportano una diminuzione della pensione netta, che verrà ricevuta da chi andrà in pensione l’anno prossimo.
Quale è la questione che sorge? La questione che sorge fa riferimento a due aspetti: un primo dubbio che molti hanno è come mai il sistema di rivalutazione dei contributi, che ho illustrato prima, è calcolato sulla base dell’andamento del prodotto interno lordo, cioè perché per tenere conto del rischio di una svalutazione dei soldi versati si tiene conto del tasso di crescita del Pil, e non si è invece scelto un indicatore o un indice di infrazione, come tipicamente si fa per tenere conto dell’andamento del potere d’acquisto. In particolare, l’Italia un tasso di crescita del Pil che è molto basso da vari anni: pensate che nel 2008 il Pil è diminuito dell’1%, nel 2009, nell’anno in corso, probabilmente il Pil italiano diminuirà del 5, 4%. Quindi i futuri pensionati, i giovani di oggi che andranno in pensione tra qualche anno avranno per questi anni, per il 2008, per il 2009 e forse anche per il 2010, una diminuzione del loro valore dei contributi relativi a questi anni perché, come ho spiegato, la rivalutazione di questi contributi viene fatta sulla base dell’andamento del Pil nei cinque anni presi in considerazione, per cui si può anche avere una situazione di svalutazione di questi contributi. Una domanda che sorge è: è giusto, è corretto, è lecito utilizzare i tassi di crescita del Pil come sistema per rivalutare i contributi versati dai lavoratori nel sistema contributivo? Prima domanda.
Seconda domanda: è sensato che questo sistema di rivalutazione venga calcolato non soltanto sugli anni a partire dai quali effettivamente viene introdotto il sistema contributivo, ma sull’intero montante e quindi venga retrospettivamente applicato anche sugli anni precedenti? Anche sotto questo profilo è equo un sistema di calcolo di questo tipo? Questo anche con riferimento ai coefficienti di trasformazione, i quali non è che si applichino soltanto ai tre anni relativi alla loro introduzione, ma vengono applicati su tutto quanto il montante.
Ci sono dei problemi sotto il profilo dell’equità, del trattamento equo per chi andrà in pensione a partire dal 1 gennaio dell’anno prossimo con un sistema contributivo. Lo ripeto ancora una volta: stiamo parlando soprattutto dei giovani.
Detto questo però, non ci dobbiamo nascondere alcuni problemi di natura strutturale che riguardano il sistema pensionistico: la spesa pensionistica in Italia è il doppio rispetto a quella degli altri Paesi dell’area dell’Ocse, cioè degli altri Paesi ricchi. In Italia il rapporto tra le pensioni e il prodotto interno lordo è pari al 14%, contro il 7% della media Ocse. Le pensioni complessivamente assorbono in Italia il 30% del bilancio pubblico, contro circa il 16% in media dei Paesi Ocse e, anche sotto il profilo dei contributi pagati dai lavoratori, dobbiamo tenere conto che è molto costoso, perché circa il 33% dei salari lordi finiscono a finanziare i contributi previdenziali, la media Ocse è il 21%, quindi è molto più bassa. Questa maggiore spesa per le pensioni ovviamente va scapito di altre spese che potrebbero essere fatte: spese sia sul fronte sociale - e pensiamo al sostegno delle famiglie più povere - sia spese come l’istruzione, la ricerca, l’innovazione tecnologica. Se si utilizza questa grande somma di soldi per le pensioni vuole dire che non si possono fare altri investimenti.
Altra considerazione: l’età teorica di pensionamento in Italia è, ormai, simile a quella degli altri Paesi, parliamo di 65 anni per gli uomini, che è l’età che è adottata in gran parte dei Paesi avanzati. Ma se andiamo a guardare l’età media effettiva di pensionamento, ossia l’età in cui effettivamente i lavoratori italiani vanno in pensione, scopriamo una grande anomalia: in Italia l’età effettiva media di pensionamento per gli uomini è di 58 anni, per le donne è di 57, quindi vuole dire che vanno molto prima in pensione rispetto alla data teorica, all’età teorica. Per avere un’idea di confronto, in Germania l’età media effettiva di pensionamento è di 63 anni, 63 contro 65, cioè solo tre anni prima; in Italia è di 58 anni contro 65, i maschi in media vanno in pensione sette anni prima del tempo. Questo è un problema e è un problema molto serio, molto grave e è una delle ragioni per le quali andrebbe affrontato con coraggio un provvedimento che cerchi di innalzare il prima possibile l’età anagrafica minima effettiva di pensionamento. Se il governo avesse la forza e il coraggio di innalzare quest’età minima effettiva, si potrebbe anche pensare di ricalcolare in parte questi coefficienti di trasformazione di cui abbiamo parlato e di rendere il sistema in qualche modo più equo. Pensiamo che nel 2011 l’età anagrafica minima per andare in pensione in Italia sarà 60 anni, nel 2013 passerà a 61 anni e così via, quindi sarà un procedimento molto lento di adeguamento dell’età pensionabile. Quello che forse bisognerebbe avere è il coraggio di innalzare l’età di pensionamento e, in questo modo, di liberare risorse aggiuntive che potrebbero servire per rendere più equo complessivamente il sistema pensionistico, soprattutto a tutela delle giovani generazioni, che rischiano di andare in pensione con un tasso di copertura, quindi con una pensione che sarà pari al 30 /35% dello stipendio di quando erano lavoratori, un tasso di copertura che è molto inferiore rispetto al 75 /78% delle generazioni precedenti. C’è un problema di equità tra le generazioni, c’è una mancanza di coraggio da parte del governo a affrontare questa questione e a parlare in maniera chiara e trasparente agli italiani e ai giovani di come stanno le cose in questo momento.
Un punto dell'economia: la povertà in Italia
Si contano in Italia, nel 2008, oltre 8 milioni di poveri, il 13% della popolazione, con una spesa mensile inferiore a 999 Euro pro capite. Questo fenomeno è particolarmente diffuso nelle regioni meridionali: nel Mezzogiorno il 24% delle famiglie è al di sotto della soglia di povertà, cinque volte di più che nelle regioni settentrionali. Se consideriamo le famiglie con tre o più bambini minori, questa quota di famiglie povere nel sud supera il 40%. Il rischio di povertà in Italia cresce al diminuire dell’età, quindi si è molto più a rischio di essere poveri, se si è giovani rispetto agli anziani: si tratta di un fenomeno abbastanza nuovo, 30 anni fa la situazione era esattamente capovolta, era molto più probabile essere poveri, se si era anziani, rispetto ai giovani. Tra i minorenni in questo momento in Italia il 19% dei minorenni in Italia appartiene alla categoria dei poveri, mentre tra gli ultrasessantenni soltanto l’8, 5% appartiene ai poveri, per cui confermiamo che al diminuire dell’età aumenta la probabilità di essere poveri.
Questo fenomeno in particolare, ossia la povertà minorile, la povertà dei bambini, è un fenomeno che non ha eguali in nessun Paese d’Europa, l’Italia è una vera anomalia sotto questo profilo e questo spiega perché in Italia molte famiglie non possono permettersi di fare il secondo o il terzo figlio, perché così tante famiglie in Italia fanno soltanto un figlio o, addirittura, ci sono coppie che non fanno figli per niente. Perché? Perché avere un figlio in più può comportare il rischio di finire nella categoria dei poveri e, soprattutto, perché in Italia non ci sono strumenti di aiuto ai bambini, non ci sono strumenti di aiuto alle famiglie: gran parte del nostro sistema di welfare state è costituito a sostegno soprattutto delle persone più anziane. In generale, la povertà in Italia si associa a che cosa? A bassi livelli di istruzione, per cui quanto minore è il livello d’istruzione, tanto più è probabile che si sia poveri, a bassi profili professionali e al rischio di essere esclusi dal mercato del lavoro. Il 34% delle famiglie nelle quali il capofamiglia è disoccupato è povero. L’aspetto molto importante su cui concentrarsi è proprio la struttura del nostro sistema di produzione sociale, che è un sistema di produzione sociale che prevede una sorta di reddito minimo garantito per gli anziani: pensate alla cosiddetta pensione sociale, ma non prevede un reddito minimo garantito per i bambini o per i minori. Noi, di Italia dei Valori, pensiamo che questa sia una vera emergenza nazionale, non è tollerabile che un Paese membro dell’Unione Europea, che fa parte dei sette più grandi Paesi industrializzati, abbia una quota di povertà così estesa e così diffusa, per cui pensiamo che importante, che sia necessario ripensare il nostro sistema di protezione sociale, immaginando delle forme di sostegno al reddito mirate a ridurre queste aree di disagio sociale. Come si interviene per combattere la povertà? Bisogna intervenire innanzitutto sui grandi capitoli di spesa: uno dei grandi capitoli di spesa è rappresentato dalla spesa per l’affitto, per l’abitazione. Le spese di affitto rappresentano in media per le famiglie italiane il 26% della loro spesa mensile, per cui sarebbe importante e necessario introdurre forme di sussidio agli affitti, mirate alle famiglie più disagiate, forme di integrazione al reddito finalizzate a pagare gli affitti.
Un secondo grande capitolo di spesa è rappresentato dai generi alimentari, che sono il 20% della spesa mensile media delle famiglie italiane: anche in questo caso si tratterebbe di introdurre delle forme significative di sostegno al reddito, non i 40 Euro della social card introdotta da Berlusconi l’anno scorso, 40 Euro mensili di social card non sono niente per una famiglia che ha bisogno di acquistare alimenti. Si tratta di incidere sulla capacità di acquisto di beni alimentari.
In terzo luogo, si tratta di intervenire sulle tariffe dei servizi pubblici: penso, per esempio, al gas e all’elettricità. In molti Paesi d’Europa sono state istituite delle forme di cittadinanza sociale, per cui i poveri hanno comunque garantita una serie di servizi indispensabili per vivere, quali il gas, l’elettricità, la telefonia etc., magari con contratti particolari che riducono le opzioni, ma che assicurano la sopravvivenza alle famiglie più disagiate. Questi sono interventi che riteniamo necessari per intervenire su tre grandi capitoli di spesa ma, in generale, crediamo, come Italia dei Valori, che sia il momento di pensare a un vero e proprio reddito minimo garantito, a una forma di reddito che sostenga soprattutto le famiglie con bambini minori: è il momento di ragionamento del patto tra le generazioni e di sostenere le famiglie giovani che hanno bambini piccoli, bambini minori, con una forma di reddito minimo garantito. Questa è una delle questioni su cui noi, come riformisti italiani, pensiamo sia necessario interrogarsi immediatamente per sostenere le famiglie italiane.
Un punto dell'economia: il processo breve
Oggi farò riferimento di nuovo alla giustizia, di cui abbiamo parlato qualche settimana fa, e in particolare ad una recente proposta dal governo mirata all'estinzione dei procedimenti penali. La risposta che potrebbe venire in mente ad alcuni è che questo procedimento potrebbe far accelerare i tempi della giustizia.
In Italia il 40% dei processi penali, che sono arrivati ad una sentenza, sono durati più di tre anni. Ci si potrebbe domandare se questo provvedimento del governo in realtà cerca di favorire l'economia accelerando i tempi della magistratura. In realtà con questo provvedimento il governo cerca di porre rimedio alla sconfitta che ha subito il lodo Alfano, respinto dalla Corte Costituzionale.
Si tratta di un provvedimento che prevede l'estinzione dei processi penali che siano durati più di due anni. Ricordo che una volta estinto un processo non può essere ripetuto. Il fortunato imputato, con l'estinzione del processo, si troverebbe nella condizione che ha risolto i suoi problemi con la giustizia.
In Italia i tempi della giustizia sono molto lunghi, e questi tempi si traducono in costi elevati per i cittadini, per le imprese e per gli investitori internazionali. Condividiamo l'idea che sia necessario accelerare i tempi della giustizia, ma un conto è ragionare sull'idea di come accelerare e un conto è mettere in cantiere un provvedimento che ammazza i processi. E' come dire che “bisogna fare dieta per evitare di essere obesi e per evitare l'obesità diamo del veleno a chi supera un certo peso”.
Introducendo un provvedimento di questo tipo si crea un problema legato al comportamento dei giudici. Cosa faranno i giudici? Si concentreranno soltanto su quei processi che potranno essere conclusi nell'arco di due anni o continueranno a lavorare su tutti i casi ben consapevoli che la maggior parte di essi saranno estinti nell'arco di due anni? In Italia vige il principio che di fronte ad un reato il giudice è obbligato ad aprire un azione penale, però se si introduce questo principio dell'estinzione dopo due anni si rischia di rompere l'obbligatorietà dell'azione penale. I giudici potrebbero avere, a loro discrezione, a non intraprendere determinate azioni penali piuttosto che altre. Si creerebbero, ovviamente, fenomeni di corruzione dei giudici: il criminale potrebbe decidere di corrompere il giudice cercando di far dilazionare l'azione penale perché decada.
L'altro elemento negativo fa riferimento all'azione della difesa, che avrà interesse a sollevare obiezioni per ritardare il procedimento penale fino ad arrivare alla scadenza dei due anni.
Un meccanismo di questo tipo non incide sul modo in cui è organizzata la giustizia, non prevede l'assunzione di nuovi giudici o la modifica di come sono ripartite le risorse tra i vari tribunali, ma introduce un principio generale di estinzione dei provvedimenti penali dando dei segnali preoccupanti agli investitori internazionali. L'Italia rischia di essere un Paese nel quale non è più certa l'azione giudiziaria contro i reati, e investitori internazionali potrebbero essere scoraggiati dall'investire le loro risorse in Italia ben sapendo che se si trovassero truffati o danneggiati da qualche impresa o cittadino italiano non si troverebbero nella condizione di far valere i loro diritti.
Si rischia di avere una situazione di incertezza giuridica. Pensate al caso Parmalat, che ha comportato costi molto gravi per migliaia di famiglie risparmiatrici. Se fosse stato in vigore questo provvedimento non si sarebbe arrivati ad una sentenza di condanna per i responsabili del caso Parmalat. Quanti scandali economici ci sono stati in questi anni in Italia i cui processi hanno richiesto più di due anni? Tutti questi provvedimenti sarebbero caduti semplicemente perché superano il periodo previsto dalla legge del governo.
E' evidente che il governo propone questa iniziativa per ragioni personali del Presidente del Consiglio. Introducendo questo provvedimento ammazza processi si vuole tutelare l'impunità di Silvio Berlusconi e degli altri politici che hanno in corso procedimenti penali, e non va nella direzione, che noi auspicavamo, di accelerare i tempi della giustizia per favorire l'economia italiana.
Ci auguriamo che il Parlamento non approvi questo provvedimento, o che la Corte Costituzionale lo possa censurare. L'Italia dei Valori farà di tutto per impedire che questo provvedimento crei danni permanenti all'economia italiana.
Un punto dell'economia: l'innovazione
Oggi parliamo di innovazione, un attività che possiamo definire tipicamente umana, l'uomo da quando è sulla terra si è sempre sforzato di migliorare il modo di fare le cose. Generare l'innovazione è rappresentata da nuovi sistemi di produrre le cose che già sono disponibili e, ancora più importante, individuare nuovi prodotti o nuovi servizi che prima non esistevano.
Con l'apertura dei mercati, con la crescente integrazione internazionale, che oramai tutti chiamano globalizzazione, sono entrati sul mercato internazionale imprese localizzate in paesi dove il costo di lavoro è molto più basso rispetto a quello europeo o americano, pensiamo ai paesi come il Brasile, l'Indonesia, l'India la Cina e altri ancora. Questi paesi, in virtù del basso costo del lavoro, si sono specializzati prevalentemente in quei settori tradizionali nei quali il costo del lavoro rappresenta una componente importante per competere nei mercati. Ci sono molte imprese che producono prodotti tessili e prodotti tradizionali, lavorazioni a minor contenuto tecnologico e minor qualificazione della manodopera.
Questo processo di globalizzazione, e la presenza di questi concorrenti, ha avuto in questi anni un impatto molto forte sul commercio internazionale. Da un lato è aumentato il volume delle esportazioni complessive, una crescita complessiva del commercio mondiale rispetto ai decenni precedenti, ma se guardiamo con attenzione scopriamo che sono stati soprattutto i prodotti ad alta tecnologia a conoscere un aumento della domanda, in generale i prodotti legati ai beni capitali.
Un altro fenomeno che si ha avuto in questi anni è quello della redistribuzione delle quote di mercato. L'ingresso sui mercati mondiali di Cina, India, Indonesia, Brasile e altri, ha comportato una redistribuzione delle quote e delle esportazioni a favore di questi paesi e a danno di altri paesi di più antica industrializzazione. In particolare, l'Italia è tra i paesi che hanno sofferto di più per l'entrata nel mercato internazionale di questi paesi di recente industrializzazione, siccome l'Italia è un paese specializzato in lavorazioni di tipo tradizionale, tessile, abbigliamento, calzature e altro, le stesse lavorazioni con le quali hanno fatto ingresso Cina, India e altri paesi.
Un altro fenomeno che si è accentuato in questi anni è l'internazionalizzazione delle imprese. E' diventato sempre più frequente fare accordi internazionali: delocalizzazioni, investimenti internazionali, sono diventati una componente molto più importante sul PIL mondiale rispetto al passato. Per produrre un bene è sempre più importante essere presenti in più mercati, essere capaci di sfruttare le risorse e le competenze in paesi distanti tra loro. Anche su questo profilo l'Italia non è messa molto bene, sia sotto il profilo degli investimenti diretti in uscita, le nostre imprese sono meno internazionalizzate rispetto le imprese tedesche e francesi, sia sotto il profilo degli investimenti in entrata, siamo un Paese che attrae meno investimenti esteri rispetto agli altri paesi europei, questo perché in Italia è molto difficile fare impresa: alti costi burocratici, fisco troppo elevato, una pubblica amministrazione inefficiente, un settore di servizi meno moderno rispetto ad altri paesi.
Questo è lo scenario dove le imprese italiane si trovano ad operare, ed è evidente che vince chi è capace di innovare di più, e non su chi punta al costo del lavoro. Essere poco innovativi rischia di essere un fattore che porta le imprese a scomparire e ad essere cacciate dal mercato.
In Italia facciamo poca innovazione, complessivamente il rapporto tra gli investimenti e ricerca-sviluppo sul prodotto interno lordo è la metà dei grandi paesi europei, siamo quindi un Paese che investe pochissimo nell'attività innovativa, siamo poco presenti nei settori ad alta tecnologia e siamo poco internazionalizzati.
E' importante che l'innovazione sia al centro delle politiche industriali, è fondamentale che ci siano delle politiche che favoriscano l'attività innovativa, aiutando la nascita di imprese nei settori legati alla frontiera tecnologica, favorire una crescita dimensionale delle imprese, le imprese italiane sono troppo piccole e non sono in grado di fare innovazione, e incentivare l'entrata di investitori esteri in Italia, cosi da avere tecnologie più avanzate da paesi più avanzati.
Bisogna affrontare, inoltre, la riforma dell'istruzione. La scuola e l'università devono diventare vere e proprie fucine di attività innovativa. Bisogna riflettere sul modo in cui funzionano, sia sul profilo dei contenuti, aumentando le ore di materia scientifiche, sia sul profilo dell'organizzazione, facendo si che le università siano capaci di formare tecnici, ingegneri e scienziati di qualità paragonabile a quella di altri paesi, facendo in modo che le università siano in grado di dialogare con le imprese, sviluppando progetti comuni per produrre nuovi prodotti, nuovi servizi, nuovi metodi produttivi. Questa è una delle questioni fondamentali per affrontare la globalizzazione in positivo, trasformandola in un opportunità e non in una minaccia.
Un punto dell'economia: i costi della Giustizia
Vorrei parlare oggi delle conseguenze negative che ha nell'economia italiana l'inefficienza della Giustizia.
L'economia italiana non cresce da molti anni, e questo è riconducibile ad una serie di ragioni strutturali che vanno al di là della crisi in corso negli ultimi due anni. Ci son ragioni legate ad una mancanza di un adeguata struttura di infrastrutture, alla scarsa attività di innovazione che viene svolta dalle imprese o dalle università, e in generale c'è un problema di inefficienza del settore pubblico.
In Italia ci sono un numero eccessivo di leggi. Si contano complessivamente 21700 leggi, mentre in Germania ce ne sono soltanto 4500. Questo eccesso di norme crea molte difficoltà, dove è difficile orientarsi e su quale comportamento seguire. Se andiamo a guardare la natura di queste leggi, spesso prevedono regole molto vincolanti per chi vuole fare impresa. I costi amministrativi legati a queste norme hanno un elevatezza significativa, e costituiscono una barriera per chi vuole avviare un impresa.
Nella classifica dei paesi sulla base della qualità della regolamentazione pubblica, stilata dalla Banca Mondiale, l'Italia è posizionata al 65° posto. Per avere un idea, i Paesi dell'Ocse, i paesi europei e più avanzati, sono in media intorno al 27° posto. Noi siamo al 65° mentre i nostri concorrenti al 27°.
Per recuperare un credito commerciale in Italia ci vogliono in media, secondo una stima fatta nel 2008, 1210 giorni. Nei paesi Ocse in media ci vogliono 463 giorni. Questo per dare un idea di quanto sono lunghi i tempi della giustizia in Italia.
Questi lunghi tempi di attesa fanno si che anche quando qualcuno ha palesemente torto in partenza preferisca farsi citare in giudizio confidando nel fatto che i tempi per arrivare ad una sentenza sono talmente lunghi, sufficienti per trovare un escamotage per farla franca.
I tempi lunghi della giustizia accrescono di fatto la litigiosità degli italiani. Siamo un Paese molto litigioso, che frequentemente finisce in tribunale perché tempi cosi lunghi incentivano comportamenti illeciti. Coloro che commettono atti illeciti confidano nel fatto che ci verrà molto tempo per arrivare ad una sentenza da parte del tribunale.
Tempi lunghi creano un circolo vizioso, dove aumenta la domanda di giustizia che finisce per ingolfare i tribunali stessi. Sul lato dell'offerta ci sono delle considerazioni da fare. Il numero dei magistrati non è distribuito in modo efficiente sul territorio. C'è un eccesso di magistrati in tribunali nei quali il numero dei casi è ridotto, mentre scarseggiano nei tribunali dove il numero delle cause pendenti è elevato. Scopriamo che c'è, inoltre, un grado di disparità di efficienza dei nostri tribunali: ci sono tribunali come quelli di Trento, Torino e Bolzano, dove riescono a giungere a sentenze in tempi molto rapidi, al contrario di altri tribunali come quelli di Messina e Taranto.
Perché ci occupiamo di inefficienza della Giustizia? Una Giustizia inefficiente finisce per creare incertezza sui contratti.
Un'economia di mercato si basa essenzialmente sui contratti tra gli operatori, e quando i tempi della Giustizia sono particolarmente lunghi, e si deve aspettare tantissimo per capire chi ha torto e chi ragione, si crea un incertezza sul modo di comportarsi di fronte alla controparte.
L'inefficienza della Giustizia influisce sul comportamento dei finanziatori. Pensiamo alle banche: è chiaro che in un Paese nel quale per recuperare un credito, o un mutuo finito male, ci vogliono molti anni, le banche finiscono per attuare comportamenti molto prudenti, al contrario delle banche dei Paesi nei quali la giustizia è molto più rapida. Questo comporta costi maggiori del credito e dei mutui, più alti rispetto ai costi degli altri Paesi.
Questa inefficienza della Giustizia incentiva comportamenti illegali, anche sul lavoro. Si assumono lavoratori in nero sapendo che, anche se si viene scoperti, passeranno molti anni prima di essere puniti. Nelle compravendite si crea un rischio frequente di essere truffati perché si sa che tanto la Giustizia è molto lenta.
Si riducono le opportunità di scambi via Internet. Il nostro Paese ha un livello di commercio elettronico molto più basso di altri Paesi avanzati: se qualcuno viene truffato in Internet dovrà aspettare tantissimo tempo per arrivare ad una decisione risarcitoria.
L'inefficienza della Giustizia si traduce in maggiori costi per le imprese e per gli operatori. Questi costi, aggiuntivi legati all'inefficienza della Giustizia, vengono stimati a 2,3 miliardi di euro l'anno, quasi 400 mila euro all'anno per ogni impresa attiva all'anno.
Bisognerebbe adottare una strategia di razionalizzazione dei tribunali, accorpando tribunali di dimensione troppo ridotta, concentrando le risorse in tribunali dove il carico di lavoro è significativo, ridistribuendo magistrati sul territorio in maniera più efficiente. Aumentare gli organici della magistratura, assumere un maggior numero di magistrati, e immaginare una specializzazione dei tribunali. Ad esempio, sui temi dell'economia è pensabile che si creino dei tribunali ad hoc con dei magistrati specializzati sui temi dell'economia e che siano in grado di giungere con maggiore rapidità a quelle decisioni che stanno a cuore agli operatori economici.
Un'altra proposta è quella che vede l'istituzione di un manager organizzativo, una persona altamente qualificata che sia in grado di organizzare il carico di lavoro all'interno del tribunale, non necessariamente un magistrato.
Altro elemento importante è l'adozione di tecnologie telematiche. E' ora che i nostri tribunali entrino nel 21° secolo, utilizzando il computer, internet e i processi telematici. Anche questo è un modo per accelerare i tempi della Giustizia.
Che cosa fa il Governo? Nulla, si è piuttosto preoccupato di lavorare sul lodo Alfano, un provvedimento che voleva sospendere i processi per il capo del governo, una questione lontanissima dall'inefficienza dei nostri tribunali e che non ha nulla a che vedere con l'emergenza che il nostro Paese sperimenta tutti i giorni.
Il Governo sta lavorando ad una proposta di riforma della Giustizia e della magistratura che prevede di sottoporre i pubblici ministeri al controllo del governo stesso. Anche in questo caso non c'è nulla che fa riferimento all'efficienza della giustizia, ma si intende sottoporre i pubblici ministeri ad un maggior controllo dell'esecutivo probabilmente per proteggere quei politici corrotti che sono oggetto di processi da parte della magistratura.
L'economia italiana, le imprese italiane e i cittadini italiani avrebbero bisogno di un grande progetto di riforma della giustizia che consenta di ridurre i costi amministrativi connessi e consentano l'economia italiana di crescere a ritmi più sostenuti.
Un punto dell'economia: il debito pubblico
Oggi per la video-rubrica "Un Punto dell’Economia" parleremo di rapporto tra debito pubblico e Pil e dell’insostenibilità della situazione italiana.
Il debito pubblico oggi è un indice mostruoso di cui i cittadini ignorano le conseguenze.
Per la popolazione il Golem del debito è lì, sanno che “è un problema” ma non sanno come può cambiare le sorti dell’Italia e sconvolgere le loro quotidianità.
Non sanno, perché nessuno vuol approfondire e scendere nel dettaglio: nessuno vuol avvilire un termine da professionisti del mestiere, da competenti finanzieri e di cui parlano solo i notabili dell’economia mondiale. Falso, il debito pubblico è una priorità dell’operaio, del lattaio, del commerciante, della massaia, il debito pubblico deve far paura, può evocare l’esclusione dall’euro-zona come l’assalto alla diligenza argentina, come il blocco dei conti correnti o un più intangibile declino dei servizi e della qualità dello Stato, meno autobus, sanità scadente, l’assenza dell’informatica nelle scuole d’infanzia, la chiusura delle scuole nei piccoli borghi, l’aumento delle tariffe dovute a privatizzazioni di beni pubblici. Buona visione.
Pubblico di seguito anche una lettera aperta al Presidente della Confederazione Nazionale dell’Artigianato, della Piccola e Media Impresa, Ivan Malavasi scritta a quattro mani con Antonio Di Pietro.
In breve l’amara conclusione circostanziata nel testo che sotto riporto: questo governo, per l’ossatura e la struttura portante del sistema economico italiano, la piccola e media imprenditoria, non ha fatto nulla di nulla se non accelerare la chiusura e il fallimento delle attività per migliaia di realtà.
Caro Presidente Malavasi,
nella sua Relazione del 22 ottobre, lei ha richiamato con forza l’attenzione sul ruolo fondamentale che le piccole e medie imprese ricoprono nell’economia italiana. Condividiamo pienamente l’idea che 4 milioni e 400 mila piccole imprese e gli 11 milioni e 800 mila lavoratori che in esse sono occupati costituiscano la vera ricchezza del Paese.
Partire dalla Piccola Impresa è il motto al quale lei vorrebbe che fosse ispirata l’azione di politica economica, perché se si affrontano e risolvono i problemi dei piccoli imprenditori si affrontano e risolvono gran parte dei problemi dell’Italia.
La sua Relazione, Presidente Malavasi, riassume con efficacia i nodi che vanno assolutamente sciolti per evitare che la crisi si trasformi in crollo catastrofico.
- Uno Stato più snello: è assurdo e troppo costoso “avere nove livelli di decisione politica (circoscrizioni, comuni, associazioni di comuni, comunità montane, aree metropolitane, province, regioni, Stato, Europa)” (pag.9)
- Basta con i monopoli, soprattutto se originati da società pubbliche, come i servizi pubblici locali (pag. 11)
- Occorre riformare la Pubblica Amministrazione (pag. 12)
- Meno norme formali e più controlli sostanziali (pag.12)
- Ridurre il carico fiscale sulle imprese, iniziando dall’IRAP (pag.12)
- Basta con un fisco iniquo che periodicamente ricorre a forme di condono su redditi e capitali sfuggiti all’accertamento (p.12)
- Accrescere l’efficienza della giustizia (“attendere in media, come devono fare gli imprenditori italiani, quasi tre anni per vedere concluso un processo civile di primo grado, sostenere costi per oltre 1 miliardo di euro solo per il ritardo della riscossione dei crediti” sono fattori che rendono meno competitive le imprese) (pag.13)
- Impedire che il 25 per cento della nostra ricchezza nazionale sia prodotta da un’economia sommersa, con tutti gli effetti di concorrenza sleale che ne derivano per le imprese oneste (pag. 13)
- Dall’emergenza deve nascere un nuovo sistema di tutele sociali, contrattuali, legislative (pag. 25)
- Dalla cassa integrazione in deroga si deve passare alla riforma degli ammortizzatori sociali (pag. 25)
- Serve un’azione per favorire la patrimonializzazione delle imprese e una più ampia deducibilità degli interessi passivi (pag. 26).
- Va riattivata la misura automatica di sostegno delle spese in ricerca e innovazione riservata alle piccole imprese (pag. 26)
- Va all’allargato l’ambito di applicazione del regime dell’IVA per cassa (pag. 26)
- Servono tempi di pagamento della Pubblica amministrazione che siano rapidi.
Ebbene alle sue domande non c’è stata risposta. Il Governo anzi ha fatto la sua solita politica degli annunci: si è annunciato il taglio e la morte dell’IRAP ma nell’arco di due giorni tutto è svanito come una bolla di sapone.
Berlusconi risponde agli artigiani e alle imprese con le promesse per nascondere il totale vuoto dell’azione di Governo per le piccole e medie imprese.
Il Governo non ha fatto nulla per le piccole imprese, ma ha fatto molto per salvare una grande impresa come l’Alitalia, usando un fiume di soldi pubblici.
Il Governo non ha fatto nulla per le piccole imprese, ma ha fatto un condono fiscale/amnistia a tutela dei grandi evasori che hanno portato all’estero milioni di euro e commesso reati penali come il falso in bilancio. Così, oggi, il piccolo commerciante che per la terza volta viene colto in fragrante per non aver emesso uno scontrino fiscale di pochi euro deve subire la chiusura del proprio negozio mentre il grande evasore, che ha evaso il fisco per milioni di euro, può mantenere l’anonimato e pagare un piccola somma per mettersi in regola.
Il Governo non ha fatto nulla per assicurare il credito alle piccole imprese visto che i Tremonti-Bonds sono stati un flop clamoroso.
Il Governo non ha fatto nulla per creare un sistema di ammortizzatori sociali universale che si applicasse a tutti i lavoratori.
Il Governo non ha fatto nulla per le piccole imprese ma ha concesso incentivi per la rottamazione delle autovetture e si accinge a rinnovare il provvedimento.
Ma il paradosso è che a fronte di questo immobilismo il Governo è stato capace di far crescere il debito pubblico italiano di oltre 10 punti di PIL!! Siamo passati da un rapporto debito/PIL che era 105 nel 2008 a un rapporto di 115 nel 2009. La Commissione europea ha, da poco, aperto una procedura d’infrazione per eccesso di disavanzo pubblico contro il Governo italiano. Quindi non è vero che si è rimasti fermi perché si volevano mettere al sicuro i conti pubblici.
Il Governo Berlusconi tratta gli imprenditori come dei minori incapaci di distinguere tra le chiacchiere e i fatti.
Lei, Presidente Malavasi, oggi ha detto che: “ Il Governo gode di un’ampia maggioranza parlamentare”. Ci aspettiamo che la utilizzi per fare quelle riforme che servono al Paese e al suo apparato produttivo”(pag.23)
“Il rischio è la perdita definitiva di molte imprese artigiane oggi attive.”
Sappiamo che questo Governo non ha a cuore le sorti del Paese, ma solo gli interessi personali del Capo del Governo.
I piccoli imprenditori sempre più apertamente stanno comprendendo il grande inganno di cui sono stati vittime ad opera del centro-destra.
E’ ora di un riscatto morale e collettivo per evitare che l’economia italiana subisca un tracollo.
Antonio Di Pietro, Sandro Trento
Un punto dell'economia: la crisi esiste
Oggi parliamo della situazione economica italiana, con riferimento innanzitutto ai dati rilasciati dal fondo monetario il 1 settembre. Il fondo monetario conferma che la crisi finanziaria quest’anno sarà una crisi molto grave, in particolare l’economia italiana sarà tra i Paesi che subiranno maggiormente la crisi in atto: parliamo, secondo il fondo monetario, di una caduta per il 2009 del prodotto interno lordo e quindi della ricchezza che viene prodotta in Italia in un anno pari al 5, 1%, è una caduta del 5, 1%. Solo la Germania e il Giappone avranno una caduta superiore alla nostra, del 5, 3% e del 5, 4%. Per avere un’idea, la Francia avrà una caduta del prodotto interno lordo in quest’anno, nel 2009, pari al 2, 4% e quindi la metà rispetto alla nostra caduta.
Siamo tra i Paesi che più di altri vengono a soffrire per la crisi in corso: questo nonostante il governo e le forze di centrodestra continuino a ripetere che l’economia italiana sta reagendo meglio, che è messa meglio delle altre e che non c’è bisogno di interventi per correggere la rotta. Ma non solo quest’anno subiremo conseguenze peggiori degli altri: anche la ripresa che si preannuncia per l’anno prossimo non è una ripresa esaltante, il fondo monetario dice che nel 2010 avremo una crescita dello 0, 2%, quindi praticamente saremo fermi anche l’anno prossimo.
Per avere un’idea, gli Stati Uniti l’anno prossimo cresceranno dell’1, 5%, molto più di noi, eppure sono il Paese che era il cuore della crisi in corso. Il paradosso è che, a fronte di questi dati, il governo annuncia una Finanziaria cosiddetta light, una Finanziaria leggera, ossia una Finanziaria praticamente fatta quasi di niente: non ci saranno, anche quest’anno, provvedimenti significativi per sostenere la domanda, per sostenere i consumi delle famiglie e per sostenere le imprese. Le imprese sono, in questo momento, in grande difficoltà e quella che si registra è una situazione di vera crisi industriale: le piccole imprese in particolare hanno una caduta del fatturato che oscilla tra il 30 e il 50%, rispetto all’anno precedente.
Le esportazioni stanno cadendo su base annua di circa il 30%, c’è un aumento continuo del numero di imprese che falliscono e i Tremonti Bonds, i famosi Tremonti Bonds, ossia lo strumento con il quale Tremonti aveva preannunciato di ricapitalizzare le banche, si stanno dimostrando un grande fallimento. In questi giorni abbiamo scoperto che nessuna delle grandi banche italiane utilizzerà i Tremonti Bonds: questo però si associa al fatto che le piccole imprese sono senza liquidità, sono una crisi grave anche sotto il profilo del credito.
Gli altri Paesi che cosa stanno facendo? In Germania è stato istituito un fondo per il credito alle piccole imprese di 5, 3 miliardi di Euro; in Francia il governo francese ha appena annunciato un taglio delle tasse sulle imprese per 11, 6 miliardi di Euro, conseguentemente le imprese piccole in Germania e in Francia hanno sostegno da parte dei loro governi, in Italia non si sta facendo nulla.
Su Il Corriere della Sera del 2 ottobre c’è un articolo, una lettera interessante di un imprenditore del nord est, Paolo Trovò, che chiede al governo come mai si annuncia una nuova stagione di incentivi per la rottamazione delle automobili, quindi a sostegno della grande industria di Torino e di Milano e non si fa nulla per le piccole imprese. Quello che credo stia venendo fuori è che il governo e il centrodestra abbiano illuso, durante la campagna elettorale, prima delle elezioni del 2008, i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi e così via, annunciando cose che poi non stanno mantenendo e l’unico provvedimento di rilievo che viene effettuato è uno scudo fiscale che, di fatto, è un incentivo a coloro che fanno impresa in maniera sporca, a coloro che non pagano le tasse, a coloro che portano all’estero i capitali, a coloro che non rispettano le regole e questa è una notizia pessima, per i piccoli imprenditori italiani, che invece restano in Italia, si sacrificano tutti i giorni, cercano di tirare la cinta, cercano di portare avanti i loro prodotti.
Noi pensiamo che sia il momento di difendere le piccole imprese e per questo, come Italia dei Valori, chiediamo almeno due provvedimenti urgenti: innanzitutto un intervento di riduzione dell’Irap a sostegno delle piccole imprese e, in secondo luogo, un impegno concreto e rapido per accelerare i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, che sono un altro aspetto sta molto a cuore alle piccole imprese. Questi sono due provvedimenti che, se realizzati nell’immediato, potrebbero dare ossigeno e restituire competitività alle tante piccole imprese italiane che, in questo momento, rischiano il fallimento.
Un punto dell'economia: lo scudo fiscale
Parliamo dello scudo fiscale, provvedimento recentemente promosso dal governo e approvato dal Parlamento.
Lo scudo fiscale rientra nella tipologia dei “condoni”, degli strumenti di politica economica che vengono utilizzati in situazioni drammatiche, dove lo Stato ha urgente bisogno di capitali e dichiara la propria impossibilità a recuperare per vie ordinarie capitali sottratti al fisco o, come in questo caso, esportati illecitamente all'estero.
Si tratta di un provvedimento che rappresenta una grave rottura nel modo di funzionare di un economia di mercato. Si consente di riportare in Italia capitali illecitamente portati all'estero pagando soltanto il 5% del totale per rimettersi a posto con il fisco. Questo però è associato al fatto che si mantiene l'anonimato sul soggetto che ha commesso l'atto illecito, precludendo all'amministrazione fiscale la possibilità di fare ulteriori accertamenti e di tenere sotto controllo questo soggetto nel tempo, avendo compiuto atti non leciti.
In secondo luogo questo provvedimento elimina l'obbligo degli intermediari, per esempio le banche, di segnalare operazioni di esportazione all'estero di capitali.
Il terzo aspetto da sottolineare è che questo provvedimento, se confrontato con gli altri Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito, è molto più accondiscendente nei confronti dell'evasore. Chi vuole beneficiare dello scudo fiscale negli Stati Uniti e nel Regno Unito deve pagare non solo il valore proporzionato al capitale esportato, ma pagare anche le tasse arretrate con gli interessi di mora e si applica, in aggiunta, una vera e propria sanzione. In Italia non ci sono ne il pagamento delle tasse arretrate ne la sanzione, si paga solo il 5% e si è a posto.
Perché è un grave provvedimento? Perché si lancia un segnale ai contribuenti, alle imprese e agli operatori in cui si dice che non è necessario rispettare le regole e pagare le tasse, basta pagare ogni tanto una piccola sanzione del 5% e si torna a posto con il fisco. Quindi, chi ha pagato le tasse ed è stato in regola con il fisco è stato uno scemo, una persona che ha fatto qualcosa che non andava fatto.
Questo è particolarmente grave, in un Paese come l'Italia nel quale, secondo le dichiarazione recenti delle amministrazioni fiscali, ogni anno vengono sottratti al fisco 200 miliardi di euro, cioè il 24,5% del reddito prodotto in Italia ogni anno non viene dichiarato al fisco. Chi evade le tasse, di fatto, svolge un azione deleteria nei confronti di tutti gli altri. L'impresa che evade le tasse ha un vantaggio competitivo rispetto all'impresa che paga le tasse, dovuta al fatto che ha più soldi a disposizione e svolge concorrenza sleale rispetto alle altre imprese. La presenza di evasori crea uno squilibrio che rischia di minare il modo di funzionare di un economia di mercato.
Un economia di mercato si fonda su relazioni fiduciarie, cioè sull'idea che il proprio partner commerciale sia una persona affidabile, che quando sarà il momento pagherà gli obblighi e gli oneri di cui si fa carico in un contratto.
L'adozione di provvedimenti come il condono fiscale e lo scudo fiscale generano incertezza sul comportamento degli altri. E' come se domani dicessimo “non è detto che puniamo il furto o l'omicidio”: si comincia a creare una situazione nella quale non sappiamo se il nostro partner sarà una persona rispettabile e affidabile.
Non solo il provvedimento è iniquo, perché si chiede troppo poco, non solo si sta concedendo di più di quanto avviene all'estero agli evasori, ma stiamo anche incentivando l'evasione fiscale proprio in un Paese nel quale l'ammontare dell'evasione annua è gigantesca. E' un fatto estremamente grave e preoccupante.
E' curioso ricordare che negli anni scorsi il ministro Tremonti, in varie trasmissioni televisive, si era impegnato pubblicamente dicendo che non avrebbe mai più adottato condoni fiscali, mentre invece, come al solito, ci troviamo nelle solite situazioni.
Una Flexicurity anche in Italia
Italia dei valori avvia oggi una rubrica di approfondimento economico, che sarà pubblicata a cadenza settimanale, dove verrà commentato un fatto, o un evento, rilevante per l’economia italiana oppure il punto di vista dell'Italia dei Valori su questioni di interesse economico. La rubrica sarà a cura del professor Sandro Trento, docente di economia all'Università di Trento.
Una Flexicurity anche in Italia
Le riforme del mercato del lavoro in Italia hanno accresciuto la flessibilità anche se ciò è stato realizzato soprattutto con riferimento ai nuovi assunti e quindi quasi solo a carico dei giovani. Chi entra oggi nel mercato del lavoro ha molte meno tutele e garanzie di chi vi è entrato venti anni fa. Del resto, la flessibilità ha favorito la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, ha consentito di evitare che decine di migliaia di giovani restassero parcheggiati in uno stato di disoccupazione per lunghi anni, ha consentito a tante donne di trovare forme di occupazione compatibili con i loro impegni famigliari.
Un mercato del lavoro flessibile è caratterizzato da elevati flussi di entrata e di uscita, cioè da un più frequente cambio di posto di lavoro. Si lavora in un’azienda per qualche anno poi l’azienda magari attraversa una fase di crisi e licenzia parte dei propri dipendenti che troveranno lavoro presso un'altra azienda.
Queste fasi di passaggio da un lavoro a un altro possono tuttavia durare anche alcuni mesi. Non è detto che si trovi subito un altro lavoro oppure può essere necessario ri-qualificarsi in modo da poter ambire a nuove occupazioni.
Come fa un lavoratore a vivere nelle fasi di attesa tra un lavoro e un altro?
Questa questione è essenziale per far sì che la flessibilità sia percepita come un elemento positivo che rende più fluido il mercato del lavoro e non solo come un fattore di precarizzazione.
Una soluzione è fornita dalla cosiddetta flexicurity, il sistema tipico di alcuni paesi del Nord Europa, che associa flessibilità del lavoro a un sistema universale di protezione contro la disoccupazione. Nei momenti che intercorrono tra un lavoro e un altro chi è rimasto disoccupato riceve un’indennità di disoccupazione che gli consente di vivere fino a quando non trova un nuovo impiego.
La situazione italiana invece è al momento squilibrata. Non esiste infatti in Italia un sistema di indennità di disoccupazione vero e proprio. Vi sono categorie di lavoratori che godono di alcune forme di protezione come ad esempio la Cassa integrazione che però riguarda solo l’industria, la distribuzione commerciale con oltre 50 dipendenti e imprese dei servizi con più di 200 dipendenti. I dipendenti delle imprese più piccole e di altri settori hanno diritto solo a sussidi straordinari disposti “in deroga” dal governo e di entità molto ridotta. I giovani con contratti temporanei ovviamente non hanno diritto alla Cassa integrazione .
Siamo molto lontani dalla flexicurity e questo crea grandi problemi a chi resta senza lavoro in Italia.
In questa fase di grave crisi, di fronte a centinaia di migliaia di lavoratori che perdono il lavoro il governo sta centellinando la Cassa integrazione come se non ci fossero soldi sufficienti.
In realtà, la Cassa Integrazione Guadagni ha un bilancio attivo che è stimabile (al netto delle erogazioni di quest’anno) pari a oltre 10 miliardi di euro. Nel quinquennio 2003-2007 i contributi versati ogni anno dalle imprese per la Cassa Integrazione ordinaria sono stati tra i 2,3 e i 2,8 miliardi di euro, a fronte di questi versamenti le prestazioni erogate dalla Cassa sono state tra 0,2 e 0,5 miliardi l’anno. Nello stesso periodo la Cassa Integrazione straordinaria (quella che viene erogata secondo decisioni del governo in presenza di crisi di settore) i contributi hanno oscillato tra 1 e 0,8 miliardi di euro mentre le erogazioni sono state pari a circa la metà di quei versamenti. Il dato relativo al bilancio della Cassa nel 2008 non è ancora disponibile ma è possibile che si sia chiuso in pareggio, mentre nel 2009, vista la grave crisi, si avrà probabilmente un disavanzo ma non superiore al miliardo di euro. Un passivo quindi molto inferiore all’attivo accumulato negli anni precedenti e incassato dallo Stato.
E’ allora il momento di utilizzare questa grande quantità di soldi accumulati dalla Cassa integrazione (10 miliardi di euro) per porre mano a una vera riforma degli ammortizzatori sociali creando un sistema universale di indennità di disoccupazione che assicuri a tutti i lavoratori (di qualunque settore, di qualunque tipo di imprese, di qualunque età), rimasti senza lavoro, un trattamento pari all’80 per cento della retribuzione, eliminando le complicazioni burocratiche. Una quota del trattamento andrebbe posta ovviamente a carico delle imprese (25-30 per cento) per far sì che non utilizzino con troppa leggerezza lo strumento del licenziamento.
Il sistema attuale della Cassa integrazione presenta uno squilibrio tra il contributo pagato dalle imprese sulle retribuzioni lorde dei dipendenti e l’entità complessiva delle prestazioni che poi vengono erogate al momento del bisogno. Per la Cassa ordinaria i contributi versati superano ogni anno di quattro o cinque volte l’erogazione. Il paradosso è che il contributo è maggiore per le imprese più piccole (quelle con meno di 50 addetti) rispetto alle imprese più grandi. Ciò avviene anche se le piccole imprese utilizzano meno frequentemente la Cassa Integrazione. Il sistema della Cassa rappresenta una sorta di assicurazione (contro la disoccupazione) che le imprese pagano però a un prezzo elevatissimo. Andrebbe quindi rivisto il sistema con il quale l’Inps applica il “premio” assicurativo commisurandolo al rischio effettivo, magari con un sistema di bonus-malus che in media dovrebbe comportare una diminuzione del costo del lavoro almeno dell’uno e mezzo per cento.
Creare un sistema generale di indennità di disoccupazione è indispensabile non solo in questa fase di grave crisi ma in generale per rendere sopportabile un mercato del lavoro sempre più flessibile.
















