La vicenda della Fiat sta assumendo una dimensione tale da coinvolgere
il Governo, le Istituzioni e le forze politiche che, come l'Italia dei
Valori hanno a cuore il futuro dell'industria, dell'economia e
dell'occupazione sana del nostro Paese.
L'Italia dei Valori ha individuato due punti di partenza per poter agire
con saggezza su un tema così delicato. Innanzitutto bisogna
sottolineare che la Fiat è un'azienda che ha sempre ricevuto importanti
finanziamenti pubblici da parte dello Stato e non può quindi pensare
all'Italia solo come ad un mercato, come se non vi fosse una
responsabilità sociale per le risorse ricevute. In secondo luogo, è
necessario considerare gli esempi che arrivano dalla nuova mappa
mondiale dei produttori di auto. Le aziende in Francia e in Germania si
stanno occupando dei nuovi mercati e, contemporaneamente, investono nel
proprio Paese senza mettere in contrapposizione i diritti dei lavoratori
con i piani industriali.
Ci poniamo quindi alcune domande alle quali riteniamo che gli azionisti,
i dirigenti della Fiat ed i rappresentanti dei lavoratori debbano
rispondere.
Come si spiega che l'industria dell'auto tedesca, con un accordo tra
Merkel e sindacati, stia investendo nel proprio Paese per produzioni
qualificate e di alto valore aggiunto?
Come si spiega che l'intenzione della Renault in Francia di chiudere
stabilimenti e portare la produzione in Turchia sia stata
definitivamente bloccata da Sarkozy?
Come si spiega che negli Usa gli aiuti pubblici alla Chrysler/Fiat sono
stati vincolati da Obama allo sviluppo di produzioni a minor impatto
ambientale, tanto è vero che la Fiat costruirà la 500 elettrica negli
Usa?
Come si spiega che un operaio della Fiat prende millecinquecento euro
medi netti al mese e quello tedesco a parità di mansioni ne percepisce
più di tremila con una differenza del costo della vita solo del 20%?
Come si spiega che in Italia, dopo gli enormi finanziamenti pubblici,
viene annunciata la chiusura della Fiat di Termini Imerese in Sicilia,
per il 2011, con duemila posti di lavoro che saltano tra diretti e
indiretti?
Come si spiega che a Melfi e a Mirafiori si licenziano delegati
sindacali e lavoratori che esercitano il diritto sacrosanto della
critica e dello sciopero?
Come si spiega che a Pomigliano i lavoratori debbano cancellare diritti
previsti dai contratti e dalle leggi sotto il ricatto della chiusura
dell'azienda e dei licenziamenti?
C'è qualcosa che non va. La sproporzione tra gli obiettivi dichiarati
dall'azienda e le azioni concrete messe in atto contro i lavoratori è
troppo grande. Per l'Italia dei Valori bisogna sostenere l'impresa non
assistita, libera di agire sul mercato e rispettosa del Paese in cui
opera, perché raggiunga la necessaria competitività e flessibilità date
dalla concorrenza internazionale.
Siamo i primi sostenitori dell'investimento a Pomigliano e della ricerca
di nuove imprese per Termini Imerese. E' per questo che non capiamo i
comportamenti della Fiat, a meno che la risposta non sia quella
riportata recentemente da "il Sole 24 ore", in cui si conferma
l'intenzione della Fiat di separare nei prossimi mesi le attività
industriali di Iveco e Cnh dal resto del Gruppo. Il Gruppo ha debiti
consistenti che verrebbero distribuiti, a detta de "il Sole 24 ore",
sulla nuova società (Fiat Industrial) per il 60% mentre solo il 40%
rimarrebbe a Fiat Spa con l'auto.
Quindi, ci chiediamo se la Fiat non stia creando un problema sociale
enorme per ricontrattare con lo Stato e con il sistema bancario nuovi
finanziamenti. In questo modo coprirebbe il vero problema, cioè quello
del ripianamento del proprio debito, scaricando tutto sui lavoratori
mentre gli azionisti decidono dividendi. E' una storia già vista in
Italia. Ci permettiamo di ricordare all'amministratore delegato
Marchionne, che lui stesso dichiarò che "il problema della competitività
dell'auto non dipende dal costo del lavoro che vale circa l'8% per
unità di prodotto".
Per l'Italia dei Valori la strada è chiusa. Non si possono cercare capri
espiatori nei lavoratori che percepiscono 800 euro al mese quando sono
in cassintegrazione, e quando lavorando non riescono più ad arrivare a
fine mese. Con quale motivazione e partecipazione possono contribuire al
buon andamento dell'impresa se non vengono rispettati?
Certo, siamo consapevoli che in Francia c'è Sarkozy, in Germania la
Merkel, negli Usa Obama mentre in Italia il governo è assente. Ma questo
non autorizza a sbagliare totalmente la strategia da opporre alla
crisi. Non si possono bastonare i lavoratori e lisciare il pelo a chi ha
la responsabilità di governare il Paese in un momento estremamente
critico per l'economia e non fa nulla per risolvere il problema.
Una forza politica come l'Italia dei Valori, che è fuori dalla casta,
dai compromessi di potere, dai ladrocini e dai misfatti, ha deciso di
scrivere questa lettera aperta indirizzata a lei, egregio dott.
Marchionne e a tutti i lavoratori, perché ritiene che un rapporto
diretto tra le parti, senza falsi ministri del lavoro, finti presidenti
del consiglio e finti sindacalisti, sia l'unico modo per far diventare
la Fiat un'azienda italiana di cui essere orgogliosi.
Egregio dott. Marchionne, fare l'operaio oggi in Italia è considerato un
lavoro poco nobile. Si è bistrattati da tutti e con lo stipendio
percepito non si è neanche più in grado di mantenere la propria
famiglia. Esiste, dunque, la possibilità che nemmeno il ricatto del
posto di lavoro funzioni più, perché queste persone, che con il loro
lavoro tengono in piedi l'Italia, non hanno da perdere che le loro
catene.
Antonio Di Pietro - Presidente dell'Italia dei
Valori
Maurizio Zipponi - Responsabile welfare e lavoro
Idv