Malgrado l'Istat ci ragguagli e sia
ottimista sul numero dei disoccupati, ossia in aumento dello 0,3% rispetto a giugno, ma in diminuzione
del 3,5% rispetto a luglio 2010, questo dato, nonostante un'effettiva
variazione in positivo, potrebbe spaventare la vastissima popolazione di
lavoratori precari che sa bene quanto lavoro stagionale estivo ci sia in giro e
quanto però questo faccia alzare il numero dei contratti firmati, che poi terminano
dopo solo uno o due mesi con il finire della stagione estiva. E' sempre stato
il vecchio tranello sulla creazione di nuovi posti di lavoro, specie in ambito
di mantenimento di promesse durante periodi di attività politica. Vengono
conteggiati tutti i tipi di contratto, anche quelli con durate minime. Poco
importa poi, se dopo un solo mese, 60 mila lavoratori si ritrovano in mezzo
alla strada. A quel punto il dato non è più di alcun interesse e difficilmente
verrà divulgato. Un po' come fanno le compagnie telefoniche: a loro non importa
se dai disdetta al tuo operatore per aderire il minuto successivo, sempre con
lo stesso, ad un' offerta riservata solo ai nuovi clienti. Per loro sei un
nuovo cliente, un nuovo numero, cioè un nuovo contatto, pertanto i conteggi
delle attivazioni di tutto l'anno sono solo conteggi fittizi e non reali. Così
per il lavoro precario.
La
verità è che il nostro Paese è in piena recessione. Siamo a livelli di
disoccupazione doppi rispetto la media europea. Si pensi che l'Italia fa parte del gruppo di Paesi europei nei quali i
disoccupati di lunga durata (almeno 24 mesi) superano il 45% del totale dei
disoccupati. Tra questi è compresa quella quota di inattivi, definiti
"scoraggiati", ossia individui disponibili a lavorare ma che dichiarano
di non cercare lavoro in quanto sfiduciati rispetto alla possibilità di
ottenere un impiego. In Europa questo dato continua a oscillare attorno al 4%
sul totale degli inattivi e sembra essere in moderata crescita per l'anno 2011.
In Italia invece il dato è poco più del doppio.
Ma non
solo...
Circa
un anno fa, il 26 luglio del
2010, i morti sui luoghi di lavoro erano 307. Quest'anno, da
gennaio ad oggi, ci sono stati 430 morti. Un aumento del 13%.
In un
Paese in cui il numero delle morti bianche cresce inesorabilmente giorno dopo
giorno, un onere di attenzione particolare da parte della forza politica al
potere, dovrebbe essere dovuto e doveroso.
Si
muore dove non c'è sicurezza. Si muore dove non esiste il controllo.
Si
muore dove coesiste il precariato e il lavoro sommerso.
Ecco
perché si muore così tanto in Italia: patria di questo sistema raccapricciante
e arretrato di lavoro.
Quando
si parla di "lavoro nero" si parla di numeri impressionanti. Anche se è
difficile avere l'ufficialità e il conteggio esatto, dato l'elevato numero di
lavoratori, appunto, "sommersi", è dato noto che 12 posti di lavoro su 100 sono
oggi irregolari.
Per
avere un'idea più precisa basti pensare all'incidenza del lavoro nero nelle
diverse regioni italiane: 30% nord, 50% al centro, 90% al sud.
E il problema non ha solo gravissimi risvolti umani
ed etici, bensì anche economici. La
stima dell'apporto del lavoro sommerso al PIL italiano è di circa il 17%,
contro una media dei paesi europei avanzati del 4%.
Non dimentichiamo infatti che gli oneri conseguenti
agli infortuni sui luoghi di lavoro ricadono per il 60 per cento a carico delle aziende e il rimanente 40 per
cento ricade direttamente sul bilancio del Paese.
In un
Paese civilizzato il lavoratore ha il diritto di essere informato, ha il
diritto di pretendere che sul proprio posto di lavoro sia fatto un adeguato
lavoro di prevenzione, ha il diritto di lavorare in un posto sicuro, sempre e
in ogni momento controllato.
Si
pensi che, anche l'Unione Europea ha imposto al
nostro Paese di ridurre del 25 per cento gli incidenti sul lavoro entro il
2012.
Non è
sufficiente la preoccupazione della forza politica al Governo in merito a
questo triste fenomeno. Non sono sufficienti gli annunci di falsa rabbia, frasi
indecenti di cordoglio o promesse poi nel tempo mai mantenute.
Ora il
Paese Italia deve passare ai fatti e il primo passo è quello di mandare a casa
un Governo da tempo finito e da tempo nascosto ad annunciare emendamenti tutto
fuor che realistici.
La
soluzione al tragico numero di morti sul lavoro esiste. L'unica vera soluzione
è la prevenzione attraverso controlli seri e serrati, verso tutte le direzioni,
sia contrattuali che ambientali. Noi dell'Italia dei Valori abbiamo a tal
proposito depositato svariate interrogazioni in diverse regioni del Paese, non
ultima quella a Marzo 2011 in Regione Liguria in merito alla situazione dei
tecnici della prevenzione.
Non
dobbiamo permettere che i nostri lavoratori, i nostri amici, i nostri
conoscenti, i nostri parenti, i nostri familiari ci lascino per sempre
solamente per aver compiuto come ogni mattina il proprio dovere.
E chissà
con quali timori nascosti...
Sarò
capace a guidare quel trattore? Riuscirò ad arrampicarmi su quell'impalcatura?
Sarà sufficiente questa tuta (Nomex) così mal ridotta per spegnere un incendio
o avvertirò il calore?
Ma la
vera domanda è: ma io sono preparato per il lavoro che faccio? Lo so fare? Lo
scorso mese ero sempre precario e facevo un lavoro completamente diverso. Tre
mesi prima un altro lavoro ancora... Sarò stato ben addestrato, ben formato?
In
questa dimensione dominata dal lavoro precario o sommerso, in cui di certezze
non ne esistono in alcun modo, i nostri lavoratori almeno una sicurezza hanno sicuramente
il diritto di pretenderla: poter tornare
a casa ogni sera dai propri cari.