CHI SIAMO
Per rendere credibili le nostre proposte ci siamo avvicinati al tema del lavoro e del nuovo welfare con un approccio inedito:
Italia dei Valori si sta strutturando per essere sempre più partito di governo alternativo al centrodestra. Per questo ricerchiamo una nostra capacità di analisi e di proposta, autonoma dai grandi centri di potere e dagli altri partiti.
Stiamo costruendo in tutta Italia circoli nei territori e nelle aziende, abbiamo responsabili del lavoro di cui molti giovani in tutte le regioni e ci stiamo organizzando nelle province.
Stiamo creando le reti del lavoro anche attraverso competenze nazionali di settore che partono dall’esperienza diretta dei protagonisti stessi: dai lavoratori della scuola e dell’Università ai giovani dei call-center, dai precari agli ingegneri dell’informatica, dai lavoratori dell’industria alle libere professioni, fino alle partite IVA, dagli artigiani alle piccole e medie imprese.
Abbiamo già il settore delle politiche per il superamento della disabilità, il settore dei lavoratori dello spettacolo, quello dei lavoratori frontalieri, quello delle politiche e della promozione dello sport, delle trasformazioni di impresa e quello della sicurezza sul lavoro, formazione e crisi aziendali.
L’intenzione è quella di sommare l’esperienza alle conoscenze professionalmente misurate sul campo, con l’esperienza che ci arriva da tutti i territori.
Il dipartimento lavoro-welfare è strutturato “leggero” a Roma e forte in tutti i territori e nelle competenze. Nasce così, attraverso la rete di relazioni dirette tra persone, militanti dell’IDV e chi alla politica si avvicina per la prima volta una nuova forma di partito totalmente sburocratizzata e solo legata al saper fare. SEZIONI DIPARTIMENTALI
POLITICHE PER IL SUPERAMENTO DELLA DISABILITA
I disabili sono 3 milioni, il 5% della popolazione. Il 60% sono donne, è disabile il 17% delle persone ultrasessantenni, il 38% tra quelle con più di 75 anni. Il 33% dei disabili è portatore di almeno due disabilità.
Eppure di disabilità si parla pochissimo, tanto che l'Italia è l'unico tra i paesi avanzati a non aver ancora istituito la commissione nazionale sui diritti umani, così come stabilito dalla Convenzione Onu sulla disabilità, documento importante che introduce una nuova visione su aspetti quali l'assistenza sanitaria, l'integrazione socio-economica e la qualità della vita dei disabili.(Continua a leggere)
Oggi appena il 21% dei disabili ha un lavoro, una percentuale che è scesa di 5 punti e mezzo rispetto al 2004, quando i disabili impiegati erano il 26,5%.
Assistiamo inoltre al sostanziale blocco delle assunzioni nella PA, all'esonero degli Istituti bancari che accedono ad enormi aiuti da parte dello Stato.
Sanzioni inadeguate, controlli insufficienti, carenze di ispettori e personale, inesistenza di banche dati, non sappiamo quali sono le aziende pubbliche e private che rispettano gli obblighi di legge. Tutte queste carenze limitano fortemente le potenzialità della legge 68/99.
I commissari e le regioni stanno procedendo ai piani di rientro in sanità. Piani che significano mancati accreditamenti, declassamenti, precarietà e tagli spesso solo per fare cassa, per giunta fatti orizzontalmente e senza entrare nel merito degli effetti sull'assistenza sociosanitaria ai gravi.
Un governo che, con la legge 133/2008, taglierà in 5 anni 1500 milioni di euro alle Università, riducendo così drasticamente i progetti di ricerca, soprattutto la cosiddetta ricerca di base, essenziale per lo studio delle cause che determinano una serie di malattie rare.
Un governo che, con i tagli alla scuola, tra questo e i prossimi 2 anni, cancella 150mila tra insegnanti e personale ATA. Da più parti in Italia si segnalano situazioni incresciose, classi con più di 30 alunni dove sono iscritti fino a 4 disabili e, cosa ancor peggiore, classi appositamente formate da soli alunni con disabilità e da quelli considerati "fragili", ma soprattutto una riduzione drastica degli insegnanti e delle ore di sostegno, da 18 a 9 per ciascuno studente.
Ma c'è di più, il governo ha inserito una norma nella legge finanziaria che prevede la vendita all'asta dei beni confiscati alla mafia se entro 90 giorni non è stata decisa la destinazione d'uso. Chi si ricomprerà questi beni? la mafia.
La legge attuale dice che questi beni devono essere destinati a un utilizzo sociale, per questo molte volte vengono affidati a cooperative sociali che con coraggio, sfidando le mafie.
LE NOSTRE PROPOSTE
Diritto a pensioni dignitose e non ad una mancia caritatevole dei 250 euro al mese attuali. Il diritto al sostegno della famiglia, al prepensionamento dei genitori dei disabili gravi, attraverso la creazione di un fondo regionale per permettere a chi ha maturato i requisiti minimi di contribuzioni versate, di poter usufruire del fondo e andare prima in pensione.
Aumento degli assegni al nucleo familiare, delle detrazioni e deduzioni per le spese di assistenza.
Assicurare che in tutti gli atti normativi, i bandi, i contratti di fornitura venga prevista l'adozione dei segnali tattili per l'orientamento dei disabili visivi.
Uno dei problemi che rende difficile, e a volte persino paralizzante il dialogo tra famiglie e servizi, è l'incertezza del "dopo": "dopo" la nascita di un bambino disabile...," dopo" quel trattamento riabilitativo..., "dopo" la scuola, "dopo" la formazione..., "dopo" la morte dei genitori.
Solo nel Lazio sono circa 35.000 le persone in situazione di gravità, potenziali destinatarie di un intervento normativo per il "Dopo di Noi" (Disabili in cifre ISTAT 2004-2005 età 65-74). Si tratta di persone che fruiscono dell'indennità di accompagnamento, unita o meno ad altre provvidenze, riconosciute dalle competenti Commissioni Sanitarie nell'incapacità di compiere gli atti della vita quotidiana, e pertanto implicitamente bisognosi di assistenza continua.
Occorre quindi dare sostegno concreto alle famiglie, il "dopo di noi" non è solo un problema di strutture residenziali, ma un insieme complesso di necessità e di diritti al quale è possibile dare risposta solo attraverso un sistema organico di strumenti, referenti, strutture e servizi. Mettere in campo progetti a più largo respiro, come il progetto "dopo di noi", attraverso una rete basata su case-famiglia e comunità alloggio che riproducano la dimensione familiare, destinando a questo una quota parte degli immobili pubblici e i beni confiscati alla mafia.
Una politica, dunque, che rimetta al centro le persone, i loro bisogni, le loro paure, i loro desideri, i loro diritti. LAVORATORI FRONTALIERI
I lavoratori frontalieri sono quei soggetti , che risiedendo su suolo italiano, si recano ogni giorno a lavorare in un altro Stato (Svizzera, Repubblica di San Marino, Austria, Francia e Slovenia)
Si calcola che nella sola Svizzera ci siano 55 000 lavoratori frontalieri e 3 000 nella Repubblica di San Marino di seguito gli altri nel resto delle restanti Nazioni.(Continua a leggere)
E' difficile riuscire ad avere dei dati precisi, forse l'aiuto o la collaborazione del gruppo per i Patti Bilaterali potrebbe dare un aiuto, ma sembra ormai da tempo dormiente e senza contatto con la realtà. Almeno da parte italiana.
I lavoratori frontalieri, con la nuova normativa dei patti bilaterali, dopo avere trovato un lavoro in Svizzera possono ottenere , senza alcun ostacolo di pregiudizio, salvo pendenze penali o simili, il permesso di lavoro chiamato – Permesso G – che vale in pratica fino a quando esiste il contratto di lavoro.
I contratti di lavoro possono essere a tempo determinato od indeterminato, ma licenziare in Svizzera è di una facilità estrema e può essere selettivo. Resta il fatto, che ora, almeno per quanto riguarda gli Svizzeri e gli stranieri che risiedono e lavorano in Svizzera, la flex- security di Stato , funziona in maniera esemplare. In soldoni , si può dire, che nessuno viene lasciato morire di fame , che sia Svizzero o straniero. (Che prova di grande civiltà)
L' imposizione è diretta, quindi imposte alla fonte. Cioè la Federazione Svizzera, visto che non è più una Confederazione, trattiene direttamente le imposte dal salario dei frontalieri. Dopodichè ogni 100 frs (ca 66.00 euro) ne ristorna 38 frs allo stato Italiano, puntualmente ogni fine di Aprile.
Lo stato Italiano riversa questi soldi alle provincie ed ai Comuni dove risiedono i frontalieri e servirebbero per sovrastrutture di pubblica utilità.
Comunque questi soldi vengono usati per pareggiare i bilanci, ed evito commenti politici su come lavorano Lega e Pdl . Prosperini è solo un caso, ma sul caso dei "rifiuti" si è cercato di tacere (caso Formigoni-Podestà-Moratti)
In totale i Lavoratori frontalieri dalla Svizzera riportano in Italia, ogni anno, circa 1, 3 miliardi di euro di valuta che spendono e sotto forma di tasse circa 45 milioni di euro ogni fine di Aprile e non sono soldi presunti, come parla Tremonti, ma questi sono soldi reali.
Solo a Luino su una popolazione di circa 15 000 abitanti , ci sono 2 000 frontalieri (2.000 famiglie)
Immaginiamo, quanti soldi arrivano o dovrebbero arrivare, ma non si riesce a saperlo ed è da tempo che ho chiesto il bilancio.
Assicurazione Disoccupazione per i frontalieri è un problema che scoppierà. Ai frontalieri, la quota viene trattenuta dal salario e dal 1 luglio 2009 dalla Svizzera non viene versato più nulla per alimentare il famoso fondo INPS di 350 milioni di euro, apposta per la disoccupazione dei frontalieri, che la Lega voleva scippare per dirottarne 2/3 per altri scopi. (responsabile è quella cima del sen. Fabio Rizzi che è anche sindaco di Besozzo- Va). Oggi la quota viene trattenuta, ma il frontaliere non ne ha diritto.
Al posto di percepire la disoccupazione in Svizzera che è l'80 % dell'ultimo salario se ha famiglia e 70% se non lo ha, percepirà normalmente il 50 % . I soldi con i quali sarà pagato devono provenire da quel fondo INPS dedicato.
Cosi il frontaliere paga , ma non è più rimpinguato il pozzo. Vorrei sapere chi ha gestito i bilaterali.
Trattamento pensionistico. Lo stato vuole mettere mano sul fondo Cassa Pensione che non appartiene al frontaliere se non in caso di pensione , in caso di acquisto della prima casa o morte od invalidità.
E' un fondo che si alimenta ogni mese con i prelievi sullo stipendio e già tassato alla fonte ed al momento del pagamento , ed inoltre è pagato per metà dal datore di lavoro. I fondi pensioni sono privati, ma controllati dall' autorità ed ogni fondo ha le sue regole, salvo una base legale comune a tutti.
Il legislatore italiano si è comportato come qualcuno che non ha mai aperto un libro per capirne il sistema e pensando che l'acqua calda fosse stata scoperta in Italia.
Scudo Fiscale, lo sapete che ora esiste l'obbligo di presentare il modello unico per i frontalieri e questa tassa dai 21 ai 26 euro da pagare cosi, oltre a soldi da pagare al commercialista od al sindacato per la compilazione. Siamo alle comiche.
I bilaterali sanciscono che non ci deve essere doppia imposizione e quindi il modello unico non è mai stato compilato, ma ora si dice che doveva essere fatto.
Io porto soldi in Italia con tasse già pagate per un accordo fatto dal mio stato e lo stesso mi dice che dovevo scriverlo su un foglio, quando la comunicazione in realtà c'è già con i ristorni puntuali che la Svizzera versa ogni fine di aprile.
LE NOSTRE PROPOSTE
La Legge 147/97 prevede un Fondo per il finanziamento della disoccupazione per i frontalieri. Dal 1 giugno 2009 questo fondo non viene più alimentato come previsto dagli accordi bilaterali italo- svizzeri. La trattenuta assicurazione disoccupazione viene comunque tutt'ora effettuata dal salario del frontaliere.
Il Governo Italiano deve adoperarsi affinchè, anche in sede Europea , venga ripristinata la retrocessione di queste trattenute al fondo della Legge 147/97 o comunque trovata una soluzione in questo senso.
Monitoraggio fiscale per i frontalieri
I frontalieri devono essere esentati dal monitoraggio fiscale per quanto riguarda i salari ed i fondi di cassa pensioni (che corrispondono circa al TFR Italiano) sono già tassati alla fonte sulla base anche degli accordi bilaterali.
Il fondo di cassa pensione non è di proprietà dell'assicurato per vari motivi tra i quali:
- il 50 % circa è versato dal datore di lavoro
- il capitale viene versato sotto forma di rendita una volta raggiunta l'età pensionabile ( AVS )
- se l'assicurato muore senza eredi, il capitale resta nel fondo e se ci sono eredi viene pagata
una rendita sulla base del capitale
- il capitale , comunque è già tassato .
Il fondo pensione in Svizzera è un diritto Costituzionale Svizzero per tutti i lavoratori sul suo territorio
Inoltre, i frontalieri hanno lo stesso diritto alle deduzioni, come il lavoratore sul territorio italiano, visto che fino ad ora non possono dedurre assolutamente nulla. LAVORATORI DELLO SPETTACOLO
DI CHI PARLIAMO:
Delle figure artistiche ma anche tecniche che lavorano per la produzione di spettacolo, dal vivo o registrato:teatro, musica, danza, cinema, televisione, con riferimento alle categorie Enpals.
CARATTERISTICHE DEL LAVORO NELLO SPETTACOLO:
Il lavoro nello spettacolo è caratterizzato dalla sua natura atipica e strutturalmente intermittente. (Continua a leggere)
Solo una minima parte dei lavoratori dello spettacolo ha un contratto a tempo indeterminato.
La maggior parte dei soggetti che lavorano nello spettacolo ha:
- Una pluralità di datori di lavoro/committenti,
- Diversi luoghi di lavoro,
- Scritture per periodi brevi (anche di un solo giorno),
- Rapporti di lavoro sia autonomo che subordinato,
- Redditi deboli ed aleatori costituiti da remunerazioni di carattere molto diverso
SITUAZIONE ATTUALE E PROBLEMI SPECIFICI DEL LAVORO
Larga diffusione del lavoro nero, o "grigio". (vedi dati Enpals)
Mancanza di un adeguato sistema di protezioni sociali e difficoltà all'accesso a quelle esistenti.
Difficoltà al raggiungimento di una pensione adeguata, anche per l'impossibilità di sommare periodi coincidenti di versamenti Inps e Enpals e per le tabelle di conversione dei contributi versati nelle due casse.
Difficoltà o impossibilità all'accesso alle indennità per malattia e per gravidanza, al godimento di ferie, all'indennità di disoccupazione.
Sistema fiscale che non tiene conto delle fluttazioni nei redditi delle figure artistiche.
Posizione contrattuale e fiscale incerta: dipendenti o liberi professionisti?
Mancanza di netta distinzione fra professionismo e attività amatoriali.
Mancanza o in applicazione dei contratti di riferimento, mancanza di norme per l'ingaggio (orari di lavoro, retribuzione, diritti di ripresa, annullamento spettacolo, trasferte etc…)
PROBLEMI LEGATI AL CONTESTO
Inadeguatezza delle cifre stanziate per il sostegno alle attività artistiche, e nell'assegnazione e gestione dei fondi pubblici (Riduzione progressiva del F.U.S.)
Mancanza di una politica culturale di avvicinamento alla fruizione e alla creazione artistica anche attraverso l'insegnamento di musica teatro e danza (come materie curriculari) nelle scuole.
LE NOSTRE PROPOSTE
Riconoscimento delle professioni dello spettacolo e distinzione fra attività amatoriali e professionali (attraverso un registro…..etc)
Creazione, per le figure tecniche, di riconosciuti percorsi di formazione specifica alle varie professioni.
Norme di ingaggio chiare ed ineludibili.
Contrasto del lavoro nero, sia con maggiori misure di controllo che con agevolazioni fiscali ai committenti-datori di lavoro che impieghino lavoratori in regola.
Revisione di alcune norme del sistema pensionistico (totalizzazione contributi, età pensionabile ballerini, massimali, numero minimo di contributi, ricongiungimento contributi esteri etc.)
POLITICHE E PROMOZIONE DELLO SPORT
La Sezione Politiche e Promozione dello Sport si inserisce nella situazione di carenza strutturale, ormai inaccettabile per il nostro Paese, di politiche moderne e maggiormente incisive in grado di governare la pratica sportiva sia come fondamentale valore sociale di relazione e ricerca del benessere, sia quale veicolo di valori, competenze, capacità e successi espressi da Atleti ed Atlete in rappresentanza del Paese.(Continua a leggere)
Per dare un elemento che testimoni la grave situazione del settore, basti ricordare che non esiste, a tutt'oggi in Italia una Legge Quadro sullo Sport.
Eppure lo Sport abbraccia settori che riguardano lavoro, politiche sociali, scuola, salute, economia, pari opportunità, integrazione. E i numeri sono incontestabili: lo sport nel nostro Paese fa muovere il 2,8% del PIL; coinvolge oltre 100mila associazioni sportive, quasi 1 milione di operatori dello sport a vario titolo (volontari e non), 7 milioni di tesserati con le Federazioni Sportive, 15 milioni di praticanti e ben 36 milioni di persone in Italia dichiarano di essere interessati allo sport (Istat, ricerca Lo Sport in Italia 2006). Da un'ultima indagine, inoltre, il 56% delle Aziende che ha investito in comunicazione l'ha fatto utilizzando lo sport.
Ma in Italia, nonostante l'attaccamento nazionale al calcio e anche un apprezzabile seguito per altri sport, siamo ancora lontani dall'essere allineati ai principi contenuti nella Carta Europea dello sport per tutti e nel Libro Bianco sullo sport, primo intervento globale nel campo dello sport, adottato dalla Commissione europea.
La mancanza di un riferimento giuridico nazionale è parzialmente compensata dall'art. 117 Cost., il quale novella l'ordinamento sportivo come materia di legislazione concorrente delle Regioni.
Ma che vi sia un ritardo da colmare, lo dicono in particolare alcune situazioni cui la politica e l'establishment sportivo non hanno, finora, voluto porre alcun rimedio.
Ne citiamo alcune:
- assenza di un quadro giuridico che offra tutele adeguate ai diritti dei lavoratori dello sport (atleti, atlete, allenatori, dirigenti full time ecc;)
- tutele insufficienti, e spesso disattese, della maternità delle atlete;
- assenza di investimenti adeguati alla promozione e la pratica sportiva dello sport per tutti;
- necessità di riformare la Legge n. 91/1981 sul professionismo sportivo;
- impossibilità per le atlete italiane (nessuna esclusa!) di godere dello status di sportivo professionista;
- persistenza di alcune discriminazioni nello sport femminile;
- necessità di adeguate politiche nazionali di indirizzo in materia di politiche e promozione della pratica sportiva;
- totale assenza di coordinamento tra le istituzioni nazionali e quelle regionali, per dare concretezza ed attuazione al novellato Titolo V della Costituzione, in materia di legislazione concorrente in materia di Sport.
Lo Sport necessita da tempo di politiche efficaci e adeguate ai tempi, non solo per il suo acclarato valore educativo e sociale, ma anche perché nuove e più efficaci politiche potrebbero costituire un importante servizio per la salute dei cittadini e incidere positivamente sulla spesa sanitaria nazionale.
Un dato ISTAT del 2006 registra 23 milioni e 300 mila persone che dichiaravano di non praticare sport né qualche attività fisica nel tempo libero (pari al 41% della popolazione di 3 anni e più). Un dato che non può che testimoniare come una vacatio legis sullo Sport sia ancora più grave.
Il CONI ha ricevuto nel 2009 circa 500 milioni di Euro. A livello locale, le Regioni stanziano autonomamente finanziamenti e ognuna di loro propone autonome soluzioni strategiche e operative, a supporto all'attività sportiva dei territori.
La scelta del distacco dello Stato, originata da motivazioni storiche, ha molto influito sulla mancanza di una seria programmazione politica e sociale. E questo si ripercuote sulla situazione dell'arretrata e frammentaria legislazione sportiva e non consente di risolvere il nodo cruciale del finanziamento. In Italia, caso unico nel contesto internazionale, non è lo Stato che finanzia lo sport mediante l'iscrizione nel proprio bilancio di un apposito capitolo, ma è lo Sport che finanzia lo Stato, cedendogli più della metà degli introiti del Totocalcio e concorsi affini (Totogol, Totosei, ecc.). Concorsi notoriamente legati all'aleatorietà degli umori del popolarissimo calcio e comunque in netto calo dopo l'avvento dei più apprezzati Superenalotto e simili.
Il Decreto Melandri di riordino del CONI (D.Lgs. n. 242/1999), cui ha fatto seguito nel 2002 la creazione di CONI Servizi Spa, non ha colmato un vuoto legislativo tuttora persistente e non ha soprattutto posto rimedio ad alcune lacune di gestione.
La pratica dello Sport, lungi dall'essere considerata mero divertimento, deve essere assunta a diritto di cittadinanza, poiché il diritto alla salute tale è considerato dal nostro ordinamento. E allo stesso tempo il nostro ordinamento non può tollerare sacche di discriminazione a danno di cittadini e cittadine, privati di diritti elementari ed essenziali, quali la tutela della maternità, della previdenza e dell'assistenza, quando questi svolgono quotidianamente e con passione il loro Lavoro, sui campi sortivi, nelle palestre, nelle Federazioni, e in ogni luogo dove si svolga la pratica sportiva, pagando il prezzo di un'assoluta invisibilità. Ciò non è degno di un Paese moderno e non è più presentabile agli occhi dell'Europa e del Mondo.
Anche per questo merita un grande sforzo di modernità e lavoro.
La SEZIONE "POLITICHE SPORTIVE E PROMOZIONE DELLO SPORT" ha previsto quattro gruppi di studio suddivisi in 4 macroaree di lavoro:
* TUTELA DELLE FIGURE OPERANTI NEL SISTEMA SPORTIVO (riforma della L. 91/1981; atleti, tecnici, istruttori, direttori sportivi, altri operatori, ecc. esclusi dall'applicazione di tale legge) E ADEGUAMENTO ALLA NORMATIVA EUROPEA.
* VOLONTARIATO SPORTIVO, UTILIZZO E GESTIONE DEGLI IMPIANTI SPORTIVI PUBBLICI, RUOLO E INQUADRAMENTO DELLE ASSOCIAZIONI SPORTIVE DILETTANTISTICHE, RIFORMA TRIBUTARIA PER AGEVOLARNE L'ATTIVITA', RUOLO E SOSTEGNO AGLI ENTI DI PROMOZIONE SPORTIVA.
* SPORT BUSINESS (regolamentazione diritti tv, il ruolo del servizio pubblico Radio-televisivo per lo sport, le politiche pubbliche di investimento a sostegno dei grandi eventi sportivi, le sponsorizzazioni, le società sportive quotate in borsa, il salary cap, lo sport agonistico di vertice, percorsi di formazione della dirigenza sportiva, antidoping).
* PARI OPPORTUNITA' NELLO SPORT E NELL'ACCESSO ALLA PRATICA SPORTIVA (discriminazioni gender budgeting, tutela della maternità, accessibilità impiantistica per i diversamente abili, parità di trattamento per premi e borse di studio per le donne e per gli atleti diversamente abili, ecc.).
LE NOSTRE PROPOSTE
Convegno Internazionale sullo Sport in Europa e in Italia dal punto di vista dell'ordinamento giuridico e dell'allineamento con l'Unione Europea.
Proposta di legge di riforma della Legge n. 91/1981, che preveda innanzitutto:
Il profilo giuridico del lavoratore sportivo, a tutela dei "professionisti e delle professioniste di fatto", attualmente senza nessuna tutela;
Gli obblighi di tutela della maternità estendendola alle atlete che potranno riconoscersi nella figura della lavoratrice sportiva.
Presentazione della Carta dei Diritti dell'Atleta e del Praticante lo sport.
Elaborazione e presentazione della Legge Quadro sullo Sport. TRASFORMAZIONI DI IMPRESA E TUTELA DEI DIRITTI
Già da parecchi anni, ormai, le politiche di esternalizzazione hanno precarizzato i posti di lavoro di centinaia di migliaia di persone, con effetti devastanti sulle loro condizioni di vita.
Nell'ambito della espansione della grande crisi economica e sociale, un ruolo determinante è stato certamente assunto dalla frenetica corsa alle cessioni di attività e all'esecuzione dei lavori in appalto, che hanno, di fatto, consentito a squallidi approfittatori di trattare i lavoratori come una qualunque merce di scambio.
Si tratta, si badi bene, di contrastare le esternalizzazioni non in quanto tali, ma le sue manifestazioni degenerative e parassitarie, troppo spesso ai limiti della legalità. (Continua a leggere)
In questo contesto, le tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni diventano un'arma pericolosa, in quanto permettono controlli virtuali e a distanza di contesti produttivi strategici per l'Italia, a prescindere dalla formale attribuzione delle responsabilità tipiche dell'imprenditore, nonché del datore di lavoro, ai soggetti economici che governano il sistema economico.
La proliferazione dei gruppi societari ha favorito tale forma di speculazione attraverso il cosiddetto gioco delle scatole cinesi, reso possibile da una lacunosa regolamentazione del fenomeno societario, attualmente orientata a soddisfare le esigenze di un gruppo di privilegiati a scapito dell'interesse generale della collettività.
E' evidente, infatti, che l'esercizio abusivo di schemi societari consente ai soggetti economici che hanno mal gestito determinate attività di riversare le proprie responsabilità ed i propri debiti sui lavoratori, su coloro che fanno seriamente ed onestamente impresa e sul sistema di gestione della spesa pubblica (INPS, INAIL e debito pubblico in generale).
Il dramma sociale a cui stiamo assistendo oggi è la materializzazione di un disastro annunciato, e così anche l'inafferrabile ed inspiegabile crisi economica, comodamente attribuita a fattori estranei alla volontà della classe dirigente italiana.
Dimostrare ciò è estremamente semplice, se si considera che l'aumento della disoccupazione, dei debiti sociali e delle società in stato di crisi hanno colpito settori di rilevanza nazionale protetti, a vario titolo, dalla vera concorrenza.
Specie nell'ambito dei vastissimi settori della pubblica amministrazione risulta evidente il legame tra il peggioramento delle condizioni di lavoro e l'affidamento dei servizi pubblici ai privati. Le attività cui sono addetti i lavoratori minacciati dalla disoccupazione, o che hanno già perso il posto di lavoro, continueranno ad essere appaltati dalla pubblica amministrazione alle società private, che saranno libere di continuare ad approfittare dell'attuale sistema, data l'assenza di provvedimenti correttivi da parte dell'amministrazione appaltante. Crisi? No, mera speculazione, anche perché molto spesso si tratta di servizi a prevalente impiego di prestazioni di lavoro.
Crisi e disoccupazione continueranno a mietere vittime se non si affronta seriamente e con determinazione il problema della strumentalizzazione abusiva delle politiche di outsourcing.
La politica degli ultimi tempi, purtroppo, non ha fatto altro che assecondare, e a tratti promuovere con interventi legislativi ad hoc, questo fenomeno.
Una carente ed inadeguata politica legislativa costituisce l'asse portante delle strategie speculative e ricattatorie dei poteri forti.
In tal senso, esistono almeno due forme di ricatto collettivo che paralizzano lo sviluppo virtuoso del sistema economico e sociale italiano.
In primo luogo, la possibilità per gli operatori pubblici e privati di potere sostanzialmente cedere, tramite trasferimenti di attività, i lavoratori senza il loro consenso, dato che l'ordinamento giuridico italiano non prevede esplicitamente il diritto di opposizione del lavoratore al proprio trasferimento nell'ambito delle cessioni di attività. Questo significa che qualsiasi lavoratore, e dunque anche coloro che hanno un posto di lavoro stabile, rischiano ogni giorno di ritrovarsi senza un lavoro a causa di una scellerata politica aziendale, magari volta a licenziare illegittimamente, o semplicemente per tenere sotto ricatto, coloro che potrebbero dare fastidio ai padroni. Il rafforzamento della tutela dei lavoratori nei processi di esternalizzazione è un problema che riguarda l'intero universo dei lavoratori, e sono in molti ad aver compreso l'importanza della questione, che è, tra le altre cose, alla base della nascita di movimenti autonomi di difesa in tutta Italia.
L'altra pericolosissima forma di ricatto consiste nella possibilità di poter manovrare, per il tramite dell'attuale regolamentazione dei gruppi societari, le pedine dell'economia (speculativa) e dei posti di lavoro con estrema flessibilità, al punto da poter determinare un miglioramento degli assetti produttivi e dell'occupazione che è in realtà solo apparente e tutt'altro che stabile. Ciò consente agli speculatori di potere indirizzare il consenso ed il controllo delle masse verso i propri interlocutori politici. Tale ipotesi non è molto lontana dalla realtà, se si considera che il rientro dei capitali oscuri, favorito dallo scudo fiscale, darà ossigeno a questa strategia di potere, specie a seguito di un periodo di elevata disoccupazione.
In questo drammatico contesto, l'attuale governo è palesemente orientato a promuovere l'affidamento ai privati della gestione dei beni e dei servizi pubblici essenziali, attraverso la costituzione di una serie di S.p.a. Chi avrà i soldi per finanziare tali privatizzazioni/esternalizzazioni? Quali e quanti impiegati pubblici passeranno nelle mani dei privati? E' servito a questo lo scudo fiscale? Chi garantisce i cittadini che non saranno i soldi della criminalità organizzata a finanziare questi passaggi?
Tutela dei diritti dei lavoratori, lotta concreta alla criminalità organizzata, salvaguardia della Democrazia e dello Stato di Diritto, ripristino della vera libertà di concorrenza economica e dell'Uguaglianza sociale sono tutte facce della stessa medaglia.
I casi Eutelia, Omega, Telecom Italia, Omnia Network, ATU sono soltanto la punta dell'iceberg.
Liberare la società civile da questa ragnatela è un obiettivo ambizioso, che può essere realizzato solo attraverso l'impegno della parte migliore della società.
Il principale punto di forza di tale progetto è che esso risponde alle esigenze concrete dei cittadini onesti di qualsiasi categoria o classe sociale
LE NOSTRE PROPOSTE
Principi di base:
abbattere le disuguaglianze sociali derivanti dallo sfruttamento del lavoro in tutte le sue forme. Promuovere la realizzazione di un sistema economico e sociale basato sul rispetto dei fondamentali principi della costituzione e dell'ambiente. Diffondere l'idea che gli interessi dei lavoratori e degli imprenditori convergono in una economia sana e che la politica legislativa deve essere orientata a salvaguardare l'interesse collettivo piuttosto che le aspettative dei privilegiati. Non esiste un mercato del lavoro, ma semmai un mondo del lavoro.
Obiettivi:
realizzazione di un progetto volto alla promozione di un sistema sociale in grado di neutralizzare l'utilizzo di politiche di trasformazione dell'impresa, nonché l'instaurazione di relazioni commerciali tra operatori economici, finalizzate a violare le disposizioni dell'ordinamento giuridico coerenti con i principi sopra descritti.
Beneficiari:
lavoratori (attuali e potenziali) pubblici e privati, stabili e precari, dipendenti e autonomi (con e senza progetto) e gli imprenditori che fanno seriamente il loro mestiere.
Come affrontare le crisi aziendali
A giorni saremo di fronte alla più imponente manovra finanziaria mai varata dal Governo italiano dopo quella “lacrime e sangue”, alla vigilia dell’ingresso in Europa agli inizi degli anni novanta, pari a circa centomila miliardi di lire ( i 25 miliardi di euro di cui oggi si discute sarebbero infatti equiparabili a cinquantamila miliardi di lire di allora, ovvero circa la metà.) Pesantissime le ricadute sui redditi di lavoratori e pensionati, con il blocco dei rinnovi contrattuali già previsti e rinviati per mesi, il probabile ritocco delle pensioni e qualche risibile restyling alle indennità di deputati e senatori: il tutto senza contare che in questa legislatura il centrodestra ha già penalizzato il lavoro dipendente, favorito le grandi rendite finanziarie (premiate con lo scudo fiscale), rinunciato a mettere in campo una seria politica di contrasto all’evasione/elusione fiscale e saccheggiato le regioni rispetto ai fondi europei di cui alla programmazione 2007/2013 (fondi FAS e FSE per cofinanziare gli ammortizzatori sociali in deroga) Dunque il rischio di una lenta ripresa senza occupazione da una parte, e quello di un ritorno a colossali avventurismi di carattere speculativo dall’altra, ci consegnano un quadro socio-economico preoccupante che continuerà ad essere contraddistinto da chiusure di aziende e attività produttive in genere, e che interrogherà ancora di più gli amministratori locali rispetto alla necessità di tutelare il reddito e costruire contestualmente nuove opportunità di lavoro.
Per questo motivo il partito, con le sue filiere di responsabili territoriali ed amministratori, è oggi chiamato ancora con più forza a costruire veri e propri “piani di intervento sociale” al manifestarsi di crisi settoriali e/o aziendali, in ragione della priorità dell’occupazione ribadita in sede congressuale, ma soprattutto allo scopo di coniugare insediamento sociale sui diversi territori ed efficacia politica nella predisposizione di risposte adeguate ai lavoratori ed alle imprese interessate.
Essenziale pertanto l’adozione di un metodo omogeneo nelle diverse realtà territoriali in cui si manifesta una emergenza occupazionale (comuni, province o contesti regionali) da agire sia da una posizione di governo che di opposizione (fatte salve le diverse prerogative spettanti all’una o all’altra condizione).
Dal punto di vista istituzionale occorre tener conto che bisogna individuare i luoghi appropriati alle gestione di una vertenza. Se si tratta di multinazionali o aziende presenti in diverse regioni con le proprie sedi è normalmente il Ministero dello Sviluppo Economico, di concerto con quello del Lavoro, a mettere in piedi tavoli di concertazione con le parti sociali e li livelli istituzionali competenti. Ma spesso si tratta di imprese di modeste dimensioni e in questo caso le amministrazioni regionali o provinciali hanno le competenze per affrontare la questione. Ove queste amministrazioni non siano politicamente disponibili a farlo (vedi la regione lombardia o altre spesso in mano al centrodestra) possiamo chiamare in causa i prefetti, in quanto rappresentanti territoriali del Governo, generalmente interessati a tenere insieme ragioni sociali e di ordine pubblico.
Ma veniamo alle competenze dei livelli istituzionali. Bisogna ricordare che:
- I comuni intervengono nel sostegno ai servizi sociali di persone in difficoltà ( assistenza, alloggio, trasporto pubblico, ecc.)
- Le province dalla fine degli anni novanta hanno ricevuto dalle regioni (con differenti livelli di decentramento ) le competenze in materia di politiche attive per il lavoro, a partire dalla formazione professionale e l’orientamento. Ciò a valere prevalentemente sui fondi europei, ovvero il Fondo Sociale Europeo.
- Le regioni gestiscono ormai da cinque anni i cosidetti “ammortizzatori sociali in deroga”, cioè cassa integrazione straordinaria e mobilità per tutti quei lavoratori che non ne avrebbero diritto con la legislazione ordinaria (per es. quelli delle aziende sotto i 15 dipendenti, i lavoratori delle cooperative, quelli dei grandi sistemi dell’indotto come Alitalia, Fiat, Telecom..). Pur rimanendo in capo al Ministero le risorse del Fondo per l’occupazione le regioni sono ormai titolate a convocare OOSS ed associazioni datoriali se al termine dei 45 giorni dall’apertura di una procedura di mobilità o Cigs (Legge 223/1991) le parti non raggiungono un accordo. A quel punto ci sono ulteriori 30 giorni in sede regionale per chiudere la trattativa con un’intesa oppure no. All’inizio di ogni anno gli assessori regionali hanno riunito le parti sociali per stabilire a quali fattispecie di lavoratori estendere questi trattamenti, e dopo la sottoscrizione dell’accordo del 12 febbraio 2009 tra tutte le regioni e il governo al fondo nazionale si è aggiunto il cofinanziamento del Fondo sociale europeo ( 30%) che concorre al pagamento di quota parte dell’indennità di Cigs/ mobilità e delle politiche attive finalizzate alla riqualificazione professionale. E’ di fatto partita la combinazione tra politiche attive e passive in assenza di una riforma strutturale degli ammortizzatori sociali, grande urgenza per il nostro paese, dentro una continua difficoltà da parte dei governi regionali che a fronte di un impegno certo di fondi europei in quota a loro non riescono a ricevere ancora oggi dal ministero le risorse promesse.
Se teniamo presente che nel primo trimestre di quest’anno l’inps ( che paga mensilmente le indennità ai lavoratori) ha calcolato 350 milioni di ore di cassa integrazione in più, gli scenari che possono aprirsi con la stretta ulteriore della manovra in arrivo sono preoccupanti.
Gli strumenti sopra elencati sono quelli di cui dispongono oggi gli amministratori per affrontare nell’immediato una vertenza ed assicurare il sostegno al reddito dei lavoratori.
Contestualmente bisogna individuare i luoghi ( prefetture, tavoli provinciali o regionali, comunali nel caso di capoluoghi di provincia) in cui mettere insieme imprenditori, sindacati, banche, più competenze assessorili (lavoro, sociale, impresa, commercio, ricerca, formazione ) per costruire la prospettiva, cioè l’uscita da quella crisi.
Un piano di intervento sociale è fatto di tutti questi aspetti e soprattutto della capacità del partito, anche attraverso il sito, di agire una capacità di intervento istituzionale, sociale e politico insieme.
Sarà compito dei coordinatori regionali dunque mettere a disposizione non solo le informazioni qui sinteticamente riprodotte, cui farà seguito un corredo di documenti utili, ma soprattutto trasferire l’importanza di un metodo univoco sui diversi territori del paese, per tentare di essere efficaci ed utili ai tanti lavoratori e lavoratrici oggi in difficoltà.
Le libere professioni, per le loro caratteristiche di autoimprenditorialità, capacità di espansione, valenza produttiva e occupazionale, rappresentano un punto di riferimento irrinunciabile del nostro sistema economico e sociale. I professionisti italiani del sistema ordinistico sono in effetti una forza numerica importante che conta numerosi individui e che il mondo politico riesce spesso a disattendere e ignorare.
La Costituzione repubblicana ha riconosciuto l'importanza sociale delle libere professioni, prescrivendo l'esame di Stato per l'abilitazione all'esercizio della professione (articolo 33) e, più in generale, affermando il principio della tutela del lavoro in tutte le sue forme (articolo 35).
Con lo sviluppo della legislazione comunitaria si è aperta l'attuale fase di integrazione dei mercati che coinvolge anche le professioni: il Trattato istitutivo della Comunità europea che afferma il diritto di stabilimento e la libera circolazione dei servizi, la direttiva 89/48/CEE del Consiglio, del 21 dicembre 1988, sui criteri per il reciproco riconoscimento dei titoli di studio superiori, e la direttiva 92/51/CEE del Consiglio, del 18 giugno 1992, sulla libertà di esercizio delle professioni in generale.
Il principio che vogliamo salvaguardare è quello di adeguare l'ordinamento delle libere professioni alle necessità della odierna società in Europa, anche consentendo la costituzione di società fra professionisti, secondo il principio dell'autodeterminazione, lasciando agli operatori la scelta di costituire associazioni temporanee o società tra professionisti.
Inoltre la nostra Sezione intende tutelare e rinnovare gli Ordini rendendoli più trasparenti, democratici, aperti ai giovani e alle nuove esigenze dei professionisti e dei cittadini. Adeguamento che va previsto salvaguardando sia le funzioni di interesse generale, sia le attribuzioni di interesse pubblico proprie di alcune di esse, la tutela degli interessi del cliente, da realizzare in modo più efficace anche in considerazione della normativa comunitaria.
Il Parlamento Europeo, il 5 aprile 2001 ha adottato una significativa risoluzione (B5-0247/2000) "sulla legittimità delle tariffe di alcune libere professioni, in particolare per gli avvocati, e sulla particolarità del ruolo e della posizione delle libere professioni nella società moderna" dichiarando inoltre che:
- "le libere professioni rappresentano uno dei pilastri del pluralismo e dell'indipendenza all'interno della società ed assolvono a ruoli di pubblico interesse"
- "le regole che sono necessarie, nel contesto specifico di ciascuna professione, per assicurare l'imparzialità, la competenza, l'integrità e la responsabilità dei membri della professione stessa, o per impedire conflitti d'interesse e forme di pubblicità ingannevole, e che non ostacolano peraltro la libera circolazione dei servizi, non sono considerate restrizioni del gioco della concorrenza ai sensi dell'articolo 81, paragrafo 1, del trattato;
- "le libere professioni siano l'espressione di un ordinamento fondamentale democratico basato sul diritto e, più specificamente, rappresentino un elemento essenziale delle società e delle collettività europee nelle loro varie forme"
- "l'importanza delle norme, in conformità con i dettami degli articoli 81 e 82 del trattato CE, che sono stabilite dalle categorie professionali, sotto la loro responsabilità, al fine di garantire la qualità dei servizi, di fissare specifici standard di valore, di assicurare l'osservanza delle norme stesse secondo i canoni della professionalità e di tener conto anche dell'etica professionale;
Le libere professioni, ma anche le cosiddette "nuove professioni" ovvero quelle che non sempre risultano riconducibili ai tradizionali ordini professionali, non possono essere più trascurate, o meglio non può essere più ignorato il potenziale economico, culturale e tecnico-scientifico connesso alle stesse. Si avverte, cioè, sempre più l'esigenza di funzionalizzare questo enorme potenziale per favorire lo sviluppo del Paese anche attraverso la qualità delle prestazioni professionali, la tutela degli utenti come destinatari di una prestazione professionale qualificata. Le libere professioni infatti, per le loro caratteristiche specifiche e la capacità di espansione non sono un relitto del passato bensì rappresentano un punto di riferimento del nostro sistema economico-sociale, per la rilevanza dello sviluppo che hanno assunto e l'importanza della valenza produttiva e occupazionale che esplicano a tutti i livelli.
Va detto, peraltro, che lo sviluppo della legislazione comunitaria implica necessariamente un coinvolgimento delle professioni nelle necessità della società del terzo millennio in Europa, e si avverte di conseguenza l'esigenza di un adeguamento del loro ordinamento. Il diritto comunitario riconosce, infatti, ai professionisti una funzione fondamentale per il buon andamento dei mercati nei quali operano e tale buon andamento dipende anche dalla fiducia che gli utenti consumatori ripongono nei professionisti ai quali si affidano.
PROPOSTE ITALIA DEI VALORI
L'IDV riconosciuta la considerevole funzione delle libere professioni ed il loro ruolo centrare nello sviluppo economico dello Stato:
a) Promuove tutte le iniziative volte a qualificare le libere professioni nell'esercizio delle loro competenze e nei rapporti con i cittadini, predisponendo tutti gli strumenti necessari allo sviluppo delle interazioni fra gli esercenti le diverse libere professioni e gli organi statali;
b) Promuove e sviluppa una politica di informazione dei cittadini sulle diverse attività professionali;
c) Promuove ed attua tutte le misure necessarie alla qualificazione dei liberi professionisti nel contesto europeo;
d) Promuove e attua iniziative dirette a realizzare costanti sinergie tra gli Ordini ed i Collegi Professionali;
e) Promuove il coordinamento tra Ordini, Collegi professionali e Università.
Scopo prioritario della Sezione "LAVORO E TUTELE DEI LIBERI PROFESSIONISTI" è favorire la partecipazione delle categorie libero professionali all'attuazione della politica statale.
I compiti della Sezione sono:
a) Studiare i problemi della difesa e tutela delle libere professioni e proporre al Dipartimento indagini, studi e ricerche;
b) Formulare proposte ed esprimere pareri su interventi programmatici riguardanti le libere professioni, la difesa dei relativi diritti ed il rapporto tra gli esercenti le professioni e i cittadini;
c) Formulare proposte per il coordinamento degli interventi dei vari organismi statali, regionali e comunali in materie che rientrino nelle competenze delle libere professioni al fine di realizzare un razionale utilizzo delle risorse;
d) Esprimere pareri su questioni attinenti la giustizia, la sanità, l'urbanistica, l'ambiente ed il territorio.
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RESPONSABILE NAZIONALE
SEZIONI DIPARTIMENTALI
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Mario De Luca
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Maria Indiana Raffaelli
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Lidia Undiemi
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Alessandra Tibaldi
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Rosa Ierardi
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Francesco Alleva
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RESPONSABILI REGIONALI
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Carlo Golda
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Bruno Brandoni
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D'Achille Maria Teresa
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Manuela Paladini
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Tommaso Colannino
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Francesco Nieddu
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Lidia Undiemi
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Roberto Rizzo
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Diego Gallo
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Andrea Ricci
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Paolo Bassi
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Fabio Frati
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Antonio Vitucci
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Lorella Massenzo
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