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Lo sviluppo sostenibile rilancia l’economia
Mentre i governi dei paesi europei tentano di trovare una soluzione alla crisi economico-finanziaria, questi stessi paesi hanno approvato il pacchetto UE clima-energia firmando un accordo di portata storica, che rafforza la leadership europea nella lotta mondiale contro i mutamenti climatici. Una domanda nasce, lecita, e merita una risposta chiara : si tratta di due azioni i cui obiettivi rispettivi sono incompatibili ? E’ quello che sembrano pensare alcuni paesi dell’Unione Europea, tra i quali l’Italia, che ritiene che i costi per attuare le misure del pacchetto siano troppo alti, soprattutto in un periodo di recessione economica come questo (tra i 18 ed i 25 miliardi di euro l’anno, cioè più dell’1,5% del PIL, mentre per l’UE tali costi si aggirano intorno ai 10 miliardi l’anno). Tale visione a corto termine si basa su una lettura parziale del pacchetto clima-energia, in quanto tiene conto unicamente dei costi immediati che comporta l’applicazione delle disposizioni, senza intuirne le opportunità per lo sviluppo economico - in termini di nuovi mercati, nuovi posti di lavoro, riduzione della dipendenza energetica, innovazione, ricerca e sviluppo, aumento della competitività delle imprese - derivanti dal conseguimento degli obiettivi del pacchetto, i famosi 3x20 : taglio del 20% delle emissioni inquinanti ; aumento del 20% dell’efficienza energetica ; aumento del 20% dell’energia ricavata da fonti rinnovabili. Il tutto entro il 2020. Prendiamo solo un esempio concreto, che ci viene dalla vicina Francia, uno dei primi paesi a dotarsi di un vero e proprio piano nazionale per lo sviluppo sostenibile e per la lotta contro il mutamento climatico. Questo piano prevede misure rivoluzionarie nel settore dell’edilizia e dei trasporti, che rappresentano, da soli, la principale fonte (piu del 50%) delle emissioni di gas a effetto serra nazionali, (rispettivamente il 23% e il 34%, di cui 94% è ascrivibile al trasporto su strada). Si tratta, da un lato, di ridurre drasticamente il consumo energetico medio del parco edilizio nazionale (dai 240 kwh/m2 attuali a 50Kwh/m2 nel 2010, fino ad i nuovi edifici « a energia positiva », nel 2020), e dall’altro di trasferire il 25% del traffico stradale su reti alternative, principalmente le reti fluviali e ferroviarie. Per realizzare tali obiettivi si prevedono investimenti di un valore globale di 400 miliardi di Euro, pari a 35 miliardi di Euro in media all’anno e a 15 miliardi di Euro di valore aggiunto all’anno, cioè lo 0,8 del PIL. Le cifre parlano chiaro : i principali settori legati al miglioramento dell’efficienza energetica e alle energie rinnovabili in Francia hanno superato i 30 miliardi di euro di utili nel 2007, con una progressione di 17% rispetto al 2006. Il settore delle energie rinnovabili ha aumentato del 21%, e quello dell’energia solare fotovoltaica ha raddoppiato: 430 milioni di Euro di impianti venduti nel 2007 ! Queste cifre mostrano come l’adozione di un’economia « sostenibile » rappresenta oggi forse la principale opportunità per rilanciare l’economia, soprattutto in quei settori a forte intensità di manodopera non delocalizzabile. Mi si obbiettera : tutto cio era possibile prima della crisi ! Certo, ma ora più che mai la scelta si impone : tra le misure anti-crisi economica e le misure pro-ambiente non c’è contraddizione. La storia é maestra di vita, si dice. Torniamo indietro nel tempo: l’introduzione del motore a scoppio e lo sviluppo delle autostrade hanno dato origine, nel XX secolo, all’era del petrolio che ha rivoluzionato la produzione industriale. Prima ancora, nel XIX secolo, l’invenzione della macchina a vapore, della locomotiva e della ferrovia avevano segnato l’inizio dell’era del carbone e di un’altra rivoluzione industriale. Perché non saremmo capaci, oggi, di cominciare una nuova era industriale utilizzando questa crisi economica come un’opportunità per analizzare, per esempio, la situazione generale dell’industria automobilistica, che é uno dei settori più in crisi? I piani di rilancio che ci permetterranno di uscire da questa crisi possono e devono condurre alla creazione di nuove filiere industriali meno aggressive per l’ambiente. Bisogna passare dalla logica del salvataggio in extremis di questo settore allo sviuppo della ricerca, dell’innovazione, alla commercializzazione su larga scala di veicoli elettrici, alimentati da una pila a combustibile la cui energia proviene da fonti rinnovabili. Cio implicherebbe una trasformazione paragonabile a quella che ha prodotto il motore a scoppio, per poter adattare le infrastrutture necessarie ai nuovi veicoli, come la rete elettrica e la rete di trasporto dell’energia. Alcune industrie sono già su questa via : Daimler ha firmato un accordo di partenariato con RWE, un fornitore di energia tedesco, Toyota con EDF (Eletticità di Francia), per istallare milioni di stazioni di ricarica di veicoli elettrici lungo le autostrade e nei parcheggi dei centri commerciali. Cio implica, per lo Stato, di erogare gli aiuti pubblici ai settori industriali proporzionalmente allo sforzo che essi faranno nel campo della ricerca e dello sviluppo e di garantire i prestiti bancari, in primo luogo, per gli investimenti nelle tecnologie favorevoli all’ambiente e le energie rinnovabili. E le industrie ? La condizione piu importante perché un piano di rilancio economico ed ecologico riesca è che le imprese lo accettino. I bisogni sono diversi a seconda della taglia dell’impresa, del settore e del tipo di produzione. Prendiamo due esempi estremi, quello di una piccola impresa che produce caldaie a nafta e quello di un grosso investitore interessato al settore delle energie rinnovabili. Per la prima si tratta di un cambiamento di mentalità e di approccio del mercato : invece di pensare a se stessa come ad un fornitore di caldaie a nafta essa potrebbe concentrarsi sulle finalità del suo mestiere, che é quello di fornire il calore. Essa puo’ allora pensare di diversificare la gamma dei suoi prodotti : caldaie a biomassa, pompe a calore, impianto solare, ecc. Se si spinge tale ragionamento ancora piu in là, tale impresa puo’ essere considerata come un fornitore di «confort termico», e quindi potrebbe integrare nella sua gamma di produzione sistemi di isolazione, termoregolatori, etc. Il cambiamento di prospettiva fa tutta la differenza : se si passa dalla logica della fornitura di un prodotto a quella della fornitura di un servizio si allarga il campo delle possibilità. Certo, perché questo ragionamento funzioni, é necessario mettere a disposizione delle imprese un’offerta di formazione professionale adeguata alla nécessità di sviluppare delle nuove competenze. Prendiamo ora l’esempio di Michelin, che, nel 2001, ha creato il servizio «fleet solutions», che permette, anziché di vendere pneumatici ai suoi clienti, di metterli a loro disposizione fatturandoli secondo i Km percorsi. Michelin assicura la gestione dei pneumatici per i suoi clienti, il che presenta molteplici vantaggi : i pneumatici durano più a lungo, sono cambiati al momento giusto, il loro costo per il cliente a chilometraggio percorso é minore, il consumo del carburante é ridotto. Michelin é oggi il leader mondiale in questo campo. Lo stesso esempio può essere fatto per delle fotocopiatrici: se il fornitore ne resta proprietario, mettendo a disposizione dei suoi clienti le fotocopiatrici, anziché venderle, esso é interessato a farle durare il più a lungo possibile, a farle funzionare con il minimo consumo di energia e a riciclare il massimo di pezzi possibili. Una economia fondata sulla fornitura di un servizio piuttosto che sull’acquisto di un prodotto rende compatibili gli interessi a corto termine delle imprese con l’interesse generale. Nel settore delle energie rinnovabili, invece, il problema é come renderlo attrattivo per gli investitori che non hanno ancora gli strumenti e le informazioni finanziarie sufficienti per decidere da soli che tipo di investimento scegliere. Infatti il criterio principale di scelta di un investimento é l’informazione disponibile sul suo rendimento medio previsto, più dell’esistenza di una regolamentazione favorevole o di sovvenzione statali. Un’ulteriore dimostrazione che le soluzioni buone per l’ambiente lo sono anche per l’economia ci é data dalla tesi che é stata onorata del premio europeo «finanze e sviluppo sostenibile 2009» sull’impatto delle tecniche edilizie pro-ambientali sui redditi dei promotori e dei proprietari immobiliari. Si è dimostrato che gli affitti degli edifici verdi, cioé a basso consumo di energia, sono superiori del 7% agli affitti degi altri edifici e che il loro prezzo di vendita é superiore del 16%. Tale differenza è dovuta alla migliore efficienza energetica degli edifici: infatti il consumo energetico ha un peso del 30% circa sui costi di funzionamento per il proprietario e del 7% circa per l’inquilino. Si potrebbero moltiplicare gli esempi, ma é evidente che la crisi climatica puo fornire la chiave di uscita dalla crisi economica. Gli investimenti iniziali necessari all’applicazione del pacchetto clima-energia contriburanno a rinforzare la competitività delle imprese attraverso la riduzione dei costi energetici, ad aumentare la loro specializzazione su dei mercati del futuro in forte crescita e a forte valore aggiunto e a migliorare la ricerca e l’innovazione. Anche per l’Italia, come per tutto il mondo, questa crisi economica puo’ e deve essere l'occasione giusta per accogliere la grande sfida ambientale, atta a rilanciare l'intero sistema Paese. Cristina Storoni Consigliere del Presidente della Commissione per lo sviluppo sostenibile ed il territorio della Camera dei Deputati francese |
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Come ho avuto occasione di raccontare alla Senatrice Bugnano durante i famosi colloqui, mi occupo di energia e ambiente ormai da quasi 3 anni. Per questo ritengo di dover lasciare almeno un paio di righe in attesa di scrivere qualcosa da pubblicare sul forum.
La necessità di intervenire a tutela dell'ambiente è ormai posizione condivisa da gran parte delle economie mature, Europa in primis. Grazie infatti al pacchetto clima-energia approvato dal Parlamento europeo lo scorso 17 dicembre, la posizione dell'UE si è palesata inequivocabilmente: assumere una posizione di leadership a livello mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici, anche qualora non si dovesse raggiungere un accordo internazionale "post-Kyoto". La strategia europea, seppur necessaria e lodevole, a mio avviso (ci tengo a precisare che credo fermamente sia essenziale intervenire a sostegno dell'ambiente) sia stata varata con estrema leggerezza dalle istituzioni europee in quanto spesso ignare dei risvolti pratici che simili scelte potevano presupporre. e il fatto che sistemi come l'ETS, che tante difficoltà hanno creato e su cui spenderò parole al prossimo contributo, rimangano in vita a scapito di sistemi che potrebbero essere senz'altro più efficaci ed efficienti la dice lunga. Potrete obiettare "sono state svolte analisi di impatto". Certamente, ma data la complessità del problema, giocare a sparare al numero più basso (o più alto come accaduto clamorosamente con la stima gonfiata ottenuta da un noto gruppo di ricerche nazionale) non ha senso in questo momento. Al di là di numeri, slogan (seppur necessari, mi rendo conto), quello su cui sarebbe necessario ragionare è l'azione. Basta cioè con le dichiarazioni di intento, con le lodi su questo o quello. Cominciamo cioè a pensare seriamente ad interventi capaci di modificare il nostro modello di produzione-consumo dalle fondamenta; è solo educando che si otterranno risultati. Introduciamo nuovi strumenti (perchè, ripeto, ancora una volta si inneggia al costoso ETS?), recuperiamo i sistemi di tassazione, magari con ipotesi di double dividend nel caso di tassazione in forma diretta,coinvolgiamo maggiormente i settori più inquinanti nella lotta ai cambiamenti climatici quali l'edilizia e i trasporti, definiamo un piano nazionale di interventi a livello industriale capace di carpire quelle opportunità di business che indubbiamente sono parte della lotta ai cambiamenti climatici (si veda l'esempio tedesco). Ridiamo alla politica industriale il ruolo che gli è sempre appartenuto. Linda Citazione:
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